1

Quale ruolo avrà Sionismo Religioso nel prossimo governo israeliano?

Redazione di Al Jazeera

22 dicembre 2022 – Redazione Al Jazeera

Sionismo Religioso è una forza in crescita in Israele e godrà di una forte presenza nel prossimo governo israeliano.

La formazione del governo più di destra di Israele è stata annunciata dopo che il Primo Ministro incaricato del Paese, Benjamin Netanyahu, ha chiamato il Presidente Isaac Herzog per informarlo.

Se il partito Likud di Netanyahu costituisce il cuore del nuovo governo, gli alleati di estrema destra che fanno parte del movimento ideologico Sionismo Religioso, dopo i buoni risultati ottenuti a novembre nelle elezioni della Knesset, il Parlamento, occuperanno posizioni di rilievo che influenzeranno la politica nei confronti dei palestinesi che vivono nei territori occupati.

La presenza di questi politici ai vertici di Israele sarebbe stata impensabile solo alcuni anni fa, ma il loro emergere è indicativo della crescita del movimento Sionismo Religioso in Israele.

Facciamo un’analisi più puntuale.

Che cosa è Sionismo Religioso?

  • Costituitosi come un’ideologia nazionalista laica, il Sionismo fu inizialmente contrastato da molti ebrei ortodossi. Una parte significativa di ebrei continuò ad opporsi al Sionismo anche dopo la nascita di Israele nel 1948, considerandolo non conforme alla legge ebraica.

  • Il movimento ideologico Sionismo Religioso emerse come modo per avvicinare gli ebrei religiosi al Sionismo, staccato dalle sue influenze secolari. Mentre la rivendicazione nazionalista del popolo ebraico nei confronti della Palestina storica era al centro del pensiero del Sionismo tradizionale, per i Sionisti religiosi era centrale il concetto della terra di Israele “promessa da Dio” al popolo ebraico.

  • Il movimento è cresciuto solo quando la comunità ortodossa è diventata più numerosa in Israele e il Paese è diventato più di destra.

Quali risultati hanno avuto nelle elezioni israeliane i partiti di Sionismo Religioso?

Secondo i media israeliani dovrebbero entrare nel nuovo Parlamento israeliano nove coloni che vivono nella Cisgiordania occupata, sei dei quali fanno parte di una coalizione di partiti che si è presentata unitamente sotto il simbolo di Sionismo Religioso alle elezioni parlamentari.

. L’alleanza di Sionismo Religioso si è affermata come principale partner della coalizione di Netanyahu ed è il terzo gruppo alla Knesset.

  • L’alleanza è composta principalmente dal partito Sionismo Religioso di Bezalel Smotrich e dal partito Potere Ebraico di Itamar Ben-Gvir. Netanyahu li aveva incoraggiati a formare una lista unica alle elezioni per superare la soglia di ingresso alla Knesset. Il gruppo ha ottenuto 14 seggi prima di separarsi nuovamente, ma i partiti restano ideologicamente simili.

Che posizioni hanno i partiti di Sionismo Religioso nei confronti dei palestinesi?

  • Sia Smotrich che Ben-Gvir sono espliciti circa la loro intenzione di espandere gli insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata e di annettere la terra palestinese e sono tristemente noti per incitare alla violenza contro i palestinesi. Entrambi sono coloni che vivono all’interno della Cisgiordania.

  • Smotrich ha chiesto pubblicamente l’annessione della Cisgiordania occupata, mentre Ben-Gvir afferma di opporsi ad uno Stato palestinese ed ha guidato incursioni di coloni sulla spianata della moschea di Al Aqsa e nel quartiere di Sheikh Jarrah nella Gerusalemme est occupata.

  • Il curriculum di Ben-Gvir include anche una condanna nel 2007 per incitamento razziale contro gli arabi e sostegno al “terrorismo”, nonché attivismo anti-LGBTQ.

  • All’inizio del mese Ben-Gvir ha richiesto l’espulsione da Israele dei giornalisti di Al Jazeera subito dopo che la rete aveva inoltrato richiesta formale alla Corte Penale Internazionale (CPI) di indagare e perseguire gli assassini della sua giornalista Shireen Abu Akleh, uccisa a maggio.

Quali ruoli si prevedono nel prossimo governo per gli esponenti di Sionismo Religioso?

  • Il 16 dicembre la coalizione del governo entrante ha approvato in prima lettura la normativa che consentirà a Smotrich di diventare “ministro indipendente” incaricato della costruzione delle colonie nella Cisgiordania occupata, attraverso la più influente autorità in quei luoghi – il Ministero della Difesa – che comprende l’esercito israeliano.

Se approvata, sarebbe la prima volta che viene creata una simile posizione e darebbe a Smotrich il potere di portare avanti i suoi obbiettivi di impedire le costruzioni palestinesi nell’ Area C – il 60% della Cisgiordania sotto il diretto controllo dell’esercito israeliano – espandendovi la costruzione delle colonie israeliane illegali.

  • Intanto Ben-Gvir è pronto a ricoprire il ruolo chiave di Ministro della Sicurezza Interna, che soprassiederà non solo alle operazioni di polizia, ma anche alla polizia israeliana di frontiera. Quest’ultima è parte delle forze che gestiscono l’occupazione sui palestinesi a Gerusalemme est e controllano i posti di blocco militari in Cisgiordania.

  • Attraverso il Ministero Ben-Gvir avrà anche il controllo del sistema penitenziario israeliano.

Con le tensioni che si sono accese nella Cisgiordania occupata lo scorso anno, l’effetto di simili personaggi in importanti posizioni chiave probabilmente non farà che infiammare ulteriormente la situazione sul campo.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 




L’ultrà di destra Ben-Gvir emerge come protagonista nelle elezioni in Israele

Orly Halpern

1 novembre 2022 – Al Jazeera

Mentre Israele va al voto per la quinta volta in meno di quattro anni, incertezza e crescenti tensioni fanno aumentare il sostegno al famigerato uomo politico.

Gerusalemme – Fino all’anno scorso Ben-Gvir era meglio noto come un provocatore della frangia dell’estrema destra religiosa degli odiatori dei palestinesi.

Ora sembra stia per diventare il protagonista nelle elezioni parlamentari di martedì quando gli israeliani voteranno per la quinta volta in meno di quattro anni.

Ben-Gvir, un colono di Kiryat Arba, una delle colonie più estremiste nella Cisgiordania occupata (illegalmente secondo il diritto internazionale), è stato condannato per incitamento al razzismo, distruzione di proprietà, possesso di materiale di propaganda di un’organizzazione “terroristica” e sostenitore dell’organizzazione “terroristica” Kach, gruppo illegale fondato [nel 1971 dal rabbino] Meir Kahane, a cui si era unito quando aveva 16 anni.

Ma nelle elezioni del marzo 2021 Ben-Gvir con il suo partito Potere Ebraico è riuscito a entrare nel parlamento israeliano in coalizione con il partito Unione Nazionale di Bezalel Smotrich diventando [la coalizione] “Sionismo Religioso” su richiesta dell’allora primo ministro Benjamin Netanyahu che voleva assicurarsi che nessun voto di destra andasse perso nel suo tentativo di formare il futuro governo.

Netanyahu, sotto processo per corruzione, non è riuscito a diventare primo ministro, ma l’accordo ha consentito a Ben-Gvir di entrare in parlamento.

Ora la lista sta per diventare il terzo partito nella Knesset, il parlamento di Israele. E avendo Netanyahu il 50% di possibilità di formare il prossimo governo, Ben-Gvir e Smotrich stanno preparando i loro piani con l’obiettivo di cambiare la natura del sistema politico israeliano.

Uno dei loro obiettivi è minare il sistema giudiziario israeliano rimuovendo dal codice penale i reati di frode e abuso d’ufficio per cui Netanyahu è sotto processo, privando l’Alta Corte di Giustizia della facoltà di annullare leggi incostituzionali, e dare ai parlamentari il controllo sulla selezione dei giudici.

Sabato un parlamentare di Yesh Atid, il partito centrista del primo ministro Yair Lapid, ha associato un eventuale governo con Netanyahu e Ben-Gvir all’ascesa di Adolf Hitler dicendo: “Non lo sto paragonando a niente, ma anche Hitler è salito al potere in modo democratico”.

Ben-Gvir vuole anche espellere i palestinesi con cittadinanza israeliana “sleali”. In agosto un sondaggio online di una stazione radio locale ha rilevato che circa due terzi degli israeliani sono a favore della proposta.

Daniel Goldman, 53 anni, uomo d’affari ebreo religioso e attivista sociale della città israeliana di Beit Shemesh, è deluso che così tanti ebrei religiosi sostengano Ben-Gvir.

Dice che deciderà cosa sia un test di lealtà e quindi a chi verrà permesso di essere un cittadino, il che non è accettabile, non solo da un punto di vista democratico, ma da un punto di vista ebraico,” dice Goldman ad Al Jazeera.

Come membro della comunità religiosa sionista, sono sconvolto che le opinioni [di] Smotrich e, in misura maggiore, di Ben-Gvir siano accettate dalla maggioranza della comunità a cui appartengo. Secondo la mia idea di giudaismo credo che noi abbiamo una responsabilità verso la minoranza, non solo la maggioranza, e questo include chiunque in Israele.”

Giorni bui’

I principali giornali israeliani hanno pubblicato editoriali che parlano di “elezioni decisive” e di “un ritorno ai secoli bui”.

L’ex ministro Limor Livnat, del partito di destra Likud, ha scritto venerdì sul giornale Yedioth che “un vero likudista non voterebbe per il Likud”, citando la decisione di Netanyahu di accogliere Ben-Gvir, “nel cuore della vita politica direttamente dalle frange della destra radicale e folle e farne un eroe”.

Ehud Barak, ex primo ministro laburista, ha profetizzato “giorni bui” se Ben-Gvir entrerà nel governo, mentre Zehava Galon, leader del partito di sinistra Meretz, ha detto che le elezioni “determineranno se qui ci sarà un Paese libero o una teocrazia ebraica”.

Ben-Gvir ha una lunga storia di provocazioni contro i palestinesi e la sinistra israeliana.

Nel 1995, al culmine degli Accordi di Pace di Oslo, il diciannovenne Ben-Gvir mostrò alle telecamere lo stemma strappato dal cofano dell’auto dell’allora primo ministro Yitzhak Rabin dichiarando: “Siamo arrivati alla sua macchina. Arriveremo anche a lui.”

Poche settimane dopo Rabin fu assassinato da un ultranazionalista israeliano a una manifestazione a sostegno dell’accordo di pace e del ritiro pianificato dal territorio palestinese.

Ben-Gvir era anche famoso perché sul muro di casa sua aveva messo in bella mostra la foto di Baruch Goldstein, l’americano-israeliano che nel 1994 massacrò 29 fedeli palestinesi a Hebron.

Da quando nella precedente elezione ha vinto un seggio nella Knesset, ha puntato una pistola contro dei parcheggiatori palestinesi a Tel Aviv, per cui è stato interrogato dalla polizia, e si è scontrato con il politico Ayman Odeh, cittadino palestinese di Israele, quando Odeh gli aveva impedito di entrare nella stanza d’ospedale dove si trovava un prigioniero palestinese in sciopero della fame.

Il mese scorso Ben-Gvir è andato nel quartiere di Sheikh Jarrah nella Gerusalemme Est occupata, dove le autorità israeliane stanno cercando di sfrattare delle famiglie palestinesi, con un gruppo di coloni che hanno tagliato le gomme delle macchine dei palestinesi e tentato di prendere d’assalto la casa di una famiglia. Quando i palestinesi hanno reagito lanciando pietre, ha estratto una pistola nonostante la presenza sulla scena della polizia.

Ben-Gvir ha dichiarato sabato che se il blocco di destra di Netanyahu si assicurasse la maggioranza lui esigerebbe di diventare ministro della Pubblica Sicurezza, cosa che gli darebbe autorità sulla polizia e sulla polizia di frontiera [corpo dell’esercito che opera nei territori occupati, N.d.T.].

Ben-Gvir sostiene che gli ufficiali della polizia israeliana e i soldati hanno le mani legate e vuole allentare le norme per permettere loro di sparare contro i palestinesi che lanciano pietre, ma non contro gli ebrei che fanno altrettanto.

Quello che veramente mi preoccupa è… il sostegno dei giovani, che la gente creda che usare violenza e potere sia il modo in cui dovremmo vivere, e non in base a eguaglianza e relazioni normali fra ebrei e arabi,” dice ad Al Jazeera Doubi Schwartz, un sessantatreenne attivista per la pace della città di Hod Hasharon, nel centro di Israele, “Ben-Gvir è una bandiera nera che sventola sopra la democrazia israeliana.”

Terreno fertile per l’estrema destra

Ci sono vari motivi dell’ascesa di Ben-Gvir. Un fattore che ha contribuito sono state le violenze dell’anno scorso nelle città “miste” dal punto di vista religioso, cominciate con i tentati sfratti a Sheikh Jarrah.

Gli scontri a Lod e in altre città miste arabo-ebraiche hanno causato un enorme trauma a molti ebrei israeliani. Non stiamo palando di palestinesi in regime di occupazione. Stiamo palando di cittadini israeliani palestinesi che hanno incendiato sinagoghe e attaccato a caso ebrei per le strade, che hanno aggredito i vicini,” dice Yossi Klein Halevi, senior fellow presso lo Shalom Hartman Institute e autore di Letters to my Palestinian Neighbor [Lettere al mio vicino palestinese].

Poi è intervenuto Ben-Gvir e ha cominciato a fare quello che Ben-Gvir fa meglio… sobillare. E ha organizzato bande ebree di ‘contro-linciaggio’. È sceso in strada e ha organizzato la rabbia.”

La maggior parte degli ebrei israeliani non sa che l’undici maggio 2021 a Lydd (Lod) c’erano la polizia ed ebrei legati alla comunità ebraica nazionalista Garin Torani, che per prima aveva attaccato i palestinesi in città. I palestinesi hanno risposto lanciando pietre e alcune ore dopo in città i membri della Garin hanno aperto il fuoco sui palestinesi e ucciso Moussa Hassouneh, 32 anni e padre di tre figli, che i palestinesi sostengono non fosse coinvolto [negli scontri].

Nei giorni seguenti c’è stata un’escalation di violenza per l’arrivo di ebrei armati provenienti da colonie nella Cisgiordania occupata e dal resto del Paese che hanno attaccato i palestinesi nelle proprie case e per strada, dando fuoco a un cimitero musulmano, ad auto e negozi. C’è stata violenza da parte dei palestinesi e un abitante ebreo è stato ucciso, ma la maggioranza dei media ebraici ha riportato solo gli attacchi contro ebrei e proprietà ebraiche.

Dopo tre giorni Kobi Shabtai, commissario della polizia israeliana, ha accusato Ben-Gvir per i disordini nelle città ebraico-palestinesi.

Ben-Gvir ha anche beneficiato del tempismo delle ultime elezioni e del panorama politico frammentato.

Il processo di pace non esiste più, da marzo in Israele c’è stata una serie di attacchi di palestinesi e le forze israeliane hanno condotto incursioni quasi quotidiane nella Cisgiordania occupata, uccidendo decine di palestinesi.

Durante i periodi di incertezza e tensione, quando la gente vuole una risposta e la sinistra non ne ha una immediata, il terreno è fertile per i messaggi della destra che risponde in un modo molto più populista,” spiega Daniel Bar-Tal, psicologo politico presso l’Università di Tel Aviv. “E questo è il fenomeno Ben-Gvir.”

Dopo gli scontri a Sheikh Jarrah a ottobre [Ben-Gvir] ha postato una foto con se stesso e due dei suoi bambini in una sala giochi mentre impugnano enormi mitragliatrici di plastica con la didascalia: “Dopo gli scontri a Shimon Hatzadik [colonia ebraica in un quartiere palestinese di Gerusalemme est, N.d.T.] ho portato i bambini in una sala giochi per insegnare loro cosa fare ai terroristi. Buone feste e Shabbat Shalom [Che sia un sabato di pace, in ebraico, N.d.T.].”

(tradotto dall’inglese da Mirella Alessio)




La violenza dei coloni fomenta la tensione in Cisgiordania

Donald Macintyre & Quique Kierszenbaum ad Al Mufakara

28 novembre 2021 – The Guardian

Mentre peggiorano gli attacchi contro i palestinesi, noi abbiamo parlato con contadini, coloni, attivisti israeliani per i diritti umani e con la madre di un bambino di tre anni ferito in un raid

L’attacco era già in corso quando, dopo essere andata velocemente dalla vicina a riprendersi il figlio più piccolo, Baraa Hamamda, 24 anni, è corsa a casa dove ha trovato Mohammed, tre anni, che giaceva in una piccola pozza di sangue e apparentemente senza vita sul nudo pavimento dove l’aveva lasciato addormentato. “Ho pensato: “Ecco, è morto,” dice. “Non tornerà in vita.”

Mohammed non era morto, anche se non riprenderà coscienza per oltre undici ore, perché era stato colpito alla testa da una pietra scagliata attraverso una finestra da un colono israeliano, uno delle decine che avevano invaso l’isolato villaggio di Al Mufakara che si trova in Cisgiordania, sulle aride e rocciose colline a sud di Hebron.

Alle 13,30 circa dei coloni provenienti da 2 avamposti illegali persino secondo la legge israeliana, Havat Maon e Avigayil, tra i quali sorge, in una posizione difficile, il villaggio palestinese, hanno aggredito un gruppo di pastori palestinesi della vicina Rakiz, lanciando pietre e accoltellando pecore, uccidendone sei. Oltre una dozzina dei 120 abitanti di Al Mufakara hanno risposto con sassi nel tentativo di respingerli. Ma i coloni, parecchi dei quali armati, sono entrati rapidamente nel villaggio e, mentre le donne si barricavano con i bambini nelle case, hanno lasciato una scia di finestre fracassate, auto rovesciate, parabrezza rotti, cisterne dell’acqua perforate, penumatici tagliati, pannelli solari vandalizzati e sei palestinesi feriti, incluso Mohammed.

Pare che all’inizio alcuni soldati abbiano tentato di interporsi, un video delle Forze di Difesa Israeliane [IDF, l’esercito israeliano, ndtr.] li mostra mentre stanno immobilizzando un colono. Ma Mahmoud Hamamda, il nonno di Mohammed, dice che quando sono arrivati i rinforzi si sono concentrati nel disperdere i palestinesi che stavano difendendo il villaggio, circa la metà dei quali si è ora ritirata nella valle sottostante. “Erano a fianco dei coloni, sparavano contro i palestinesi, gas lacrimogeni, granate stordenti e proiettili di gomma,” aggiunge. “Se Israele avesse fatto rispettare la legge nessuno di questi coloni sarebbe qui … invece i soldati israeliani arrivano con i fucili d’assalto M16 e affrontano gente disarmata.”

Tutto ciò solleva la domanda su cosa Israele stia facendo per contenere quello che sembra un crescente uso sistematico della violenza da parte dei coloni delle aree rurali. L’incursione contro Al Mufakara, che Haaretz, quotidiano israeliano di centro-sinistra, ha definito un “pogrom”, è il caso più eclatante fra quelli di una recente violenza in aumento da parte dei coloni. Le organizzazioni israeliane per i diritti umani sostengono che è usata sempre di più come strategia per tentare di allontanare molti dei 300.000 palestinesi che abitano nel 60% della zona agricola della Cisgiordania occupata designata come Area C [sotto totale ma temporaneo controllo di Israele, ndtr.] dagli accordi di Oslo.

Probabilmente i coloni stavano provando con la forza a fare quello che Israele cerca da tempo di ottenere con la burocrazia. A differenza della maggior parte dei coloni, agli abitanti palestinesi di villaggi come Mufakara non sono concessi permessi per costruire ambulatori medici e scuole o asfaltare le strade di accesso, così sconnesse da far rizzare i capelli. Non avendo accesso ai servizi, finiscono per pagare l’acqua cinque volte di più degli israeliani. Molte case hanno ricevuto dall’esercito ordini di demolizione. Questo va ad aggiungersi alle decine di migliaia di ettari di “terre demaniali” assegnate ai coloni anche se, da generazioni, sono state usate come pascoli dai palestinesi.

B’Tselem, l’organizzazione israeliana per i diritti umani, ha affermato questo mese che lo Stato ha “sfruttato la violenza dei coloni per promuovere la propria politica di occupazione delle terre dei palestinesi a favore degli ebrei”.

Anche se Naftali Bennett, che a giugno ha sostituito Benjamin Netanyahu come primo ministro, è un nazionalista di destra, è stato obbligato a includere nella sua coalizione il partito laburista e il Meretz (il partito ebraico più di sinistra) così come, per la prima volta, Ra’am, un partito arabo di tendenza islamista. Alla base dell’accordo politico che Bennett ha stretto con i suoi partner di centro-sinistra c’era che non avrebbe coronato il proprio sogno di annettere de jure parti fondamentali della Cisgiordania e in cambio il governo si sarebbe concentrato sulle politiche riguardanti Israele vero e proprio: niente annessioni, ma neppure fine dell’occupazione.

Bennett condivide completamente la visione espansionistica dei leader dei coloni per i quali Israele si estende fino al fiume Giordano e ha promesso di continuare la crescita delle colonie esistenti. Mentre il ministro degli esteri Yair Lapid ha immediatamente twittato la condanna dell’attacco ad Al Mufakara definendolo “terrorismo” e “non il modo in cui si comportano gli ebrei”, Bennett non l’ha fatto.

Membri del Meretz [storico partito della sinistra sionista, ndtr.] che siedono all’opposizione nella Knesset, come l’avvocatessa Gaby Lasky, sono stati espliciti sulla necessità che il governo ordini ai soldati di usare i suoi evidenti poteri legali contro l’uso della violenza da parte dei miliziani coloni come “strumento strategico”, inclusi i metodi di controllo dei disordini che l’esercito applica regolarmente contro i palestinesi.

Lei fa notare che la Quarta Convenzione di Ginevra, quella violata da tutte le colonie nei territori conquistati da Israele nel 1967, impone espressamente, nell’articolo 27, che i soggetti di una potenza occupante “debbano essere protetti… da tutti gli atti di violenza o relative minacce”. Mentre i coloni vengono giudicati da tribunali civili israeliani e i palestinesi da quelli militari, “[l’esercito] può legalmente dispendere [i coloni]; può arrestare qualcuno fino all’arrivo della polizia”. Invece, dice, c’è stata “impunità verso i coloni violenti”.

Dopo aver espresso la propria preoccupazione presso le sedi diplomatiche, inclusa Washington, il ministro della Difesa, Benny Gantz, ha reso noto di aver convocato il 18 novembre i vertici di esercito, polizia e intelligence per inasprire le procedure contro quelli che lui chiama “crimini d’odio” in Cisgiordania, incluse nuove linee guida contro le truppe che “restano in attesa” durante gli attacchi dei coloni contro i palestinesi. Tra i presenti c’era anche Yehuda Fuchs, capo del Comando centrale delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), che, durante una delle rare visite ad Al Mufakara dopo l’invasione dei coloni, ha assicurato che “è dovere dell’esercito proteggere tutti gli abitanti”.

Ma Avner Gvaryahu, ex sergente dei corpi speciali nella Cisgiordania settentrionale e direttore esecutivo dell’organizzazione di veterani anti-occupazione Breaking the Silence [“Rompere il silenzio”, ong israeliana contraria all’occupazione formata da ex-soldati, ndtr.], è profondamente scettico. “Le parole non contano nulla,” dice. “Contano solo le azioni. Per ora la violenza dei coloni continua a devastare e Gantz non ha fatto nulla.”

Egli dubita che, anche se sul campo si impiegassero più forze di polizia, “ci sarebbero dei cambiamenti sostanziali” perché l’occupazione, le colonie e gli avamposti, “fanno tutti parte di un sistema di violenza. In questa situazione noi abbiamo il dovere di proteggere i palestinesi, eppure noi sappiamo che alla maggior parte dei soldati non viene detto che hanno l’autorità e a loro, semplicemente, non è ordinato di applicare la legge contro i coloni.”

C’erano sicuramente scarse prove durante la raccolta delle olive di quest’anno che, dopo l’attacco contro Al Mufakara, il cambio di governo avesse modificato il comportamento dei coloni. Nel villaggio di Turmus Aya un contadino di 42 anni, Mumtaz al Salmah, racconta come il 23 ottobre tre gruppi familiari palestinesi siano fuggiti davanti a 20 coloni mascherati che lanciavano pietre e che poi hanno svuotato i sacchi delle olive raccolte, dato fuoco a una macchina e tagliato le gomme di altre. Al Salmah, l’ultimo a fuggire, dice di essere stato bastonato sulla testa e sul collo e che le truppe arrivate hanno usato gas lacrimogeni e granate stordenti per respingere chi era arrivato dal villaggio per aiutare le famiglie, per farli smettere di scagliare pietre. “Adesso ho paura di andare con le donne e i bambini a raccogliere le olive,” dice. “Loro [i coloni] ci attaccano sulle nostre terre e davanti ai nostri bambini ed io non posso fare nulla.”

Anche i soldati sono stati attaccati da coloni estremisti. Ma ci sono fattori culturali che fanno sì che molti si schierino con i coloni. Gli esperti hanno stimato nel 2016 che da un terzo a metà delle reclute dell’esercito sposa il sionismo religioso, il credo dei coloni più ideologizzati, contro il 10% della popolazione in generale.

Oltre a dire che il sionismo religioso è “dominante” fino ai livelli più alti, Yehuda Shaul, un altro attivista anti-occupazione di spicco del Centro per gli affari pubblici di Israele, aggiunge che i coloni spesso godono di un rapporto “simbiotico” con unità dell’IDF a livello locale. Attingendo alla propria esperienza come coscritto a Hebron egli dice dei coloni: “La domenica sono nel mio accampamento e usano il poligono di tiro perché fanno parte delle mie unità di riservisti, il sabato mi invitano per il cholent (il tradizionale stufato dello Sabbath); il martedì il loro leader partecipa all’incontro delle IDF su intelligence e operazioni; il mercoledì faccio un giro con loro alla Tomba del Patriarca [Giuseppe] e volete che li arresti il giovedì? Ma siete matti?”

La presenza di ebrei civili israeliani può offrire ai contadini palestinesi una certa protezione. Un venerdì di questo mese, a Burin, un villaggio della Cisgiordania settentrionale, Michael Marmur, londinese, docente di teologia ebraica, che presiede Rabbis for Human Rights [“Rabbini per i Diritti Umani”, ndt.] era su una scala e raccoglieva olive con la famiglia Qaduz nei pressi di Givat Ronen, avamposto illegale e notoriamente abitato da estremisti. A Burin il mese precedente i soldati non avevano impedito ai coloni di prendere ripetutamente a pietrate una casa occupata da tre donne e un ragazzino e solo quando, dopo 40 minuti, finalmente è arrivato un contingente armato più numeroso, i coloni se ne sono andati, dando fuoco a 100 olivi.

Descrivendo “sottostimolati e fortemente motivati” i coloni “giovani delle colline”, in prima fila nella battaglia per l’Area C, Marmur cita il comandamento biblico di non “distogliere lo sguardo” e dichiara “un obbligo morale opporsi alle quotidiane violazioni dei diritti umani”.

Il contadino Jamal Qaduz, 48 anni, ha mostrato la sua gratitudine ai suoi visitatori israeliani non solo con generose porzioni di arrayes (piadine farcite di carne), ma dicendo, mentre saliva verso i suoi oliveti con le olive ancora da raccogliere nei pressi di Givat Ronen: “La prossima settimana avremo bisogno di molti altri volontari, ho paura di avvicinarmi di più senza di loro.”

Seppure con poche speranze, Qaduz ha presentato un reclamo alla polizia sull’incidente della settimana precedente. Secondo Yesh Din, l’organizzazione israeliana per i diritti umani, oltre l’80% di tali reclami non si conclude con un’indagine penale e dal 2015 al 2019 solo il 9% è finito con un rinvio a giudizio.

A Burin i coloni non hanno sparato. Ma il 10 novembre nel villaggio di Khalat al-Daba, sulle colline a sud di Hebron, gli eventi hanno preso una piega più inquietante. I coloni, a cui un ufficiale militare dell’amministrazione civile aveva detto di smantellare una tenda che avevano eretto, ufficialmente per far ombra alle loro pecore, ma vicino a una masseria palestinese, sono rimasti nella zona, spostando il loro gregge sotto gli olivi coltivati dagli abitanti del villaggio.

Itai Feitelson è arrivato poco dopo le 8 con altri attivisti, palestinesi e israeliani, in seguito alle informazioni secondo cui i coloni avevano cominciato a tirare pietre, rompendo la gamba di un palestinese di 64 anni. Feitelson, 26 anni, appartiene a una nuova generazione di attivisti israeliani che passano lunghi periodi sulle colline a sud di Hebron, imparando l’arabo e aiutando gli agricoltori palestinesi. Membro di quella che lui descrive come una “famiglia israeliana tradizionale”, Feitelson ha fatto i suoi tre anni di servizio militare nel nord di Israele, scegliendo un distaccamento di intelligence, un compromesso che non l’avrebbe invischiato nell’occupazione, ma gradualmente ha deciso di impegnarsi di più. Dice: “Non mi piace farmi sparare, ma mi piace raccogliere le olive, mi piace andare con i pastori, mi piace vivere nei villaggi.

Non ci sono molte vittorie. Qualche volta si può rendere meno tesa una situazione o prevenire un arresto o avere la sensazione che una protesta è soppressa in modo meno duro perché ci sono degli israeliani qui.”

Eppure quella notte a Khalat al-Daba Feitelson ha solo potuto testimoniare gli eventi che si sono svolti rapidamente nel buio. C’è stata una drammatica escalation quando, in quello che sembrava il momento di massima tensione, i soldati improvvisamente “sono saliti sulle loro jeep e se ne sono andati ”.

Una tregua minacciosa è stata seguita da “un fittissimo lancio di pietre da entrambe le parti” fino a che, appena sette minuti dopo che l’esercito se n’era andato “i coloni hanno cominciato a sparare come pazzi”, apparentemente con delle pistole, ferendo due palestinesi e colpendo dei veicoli, inclusa un’ambulanza palestinese. Dopo ci sono voluti 40 minuti prima che, su insistenza degli abitanti del villaggio, sia ricomparso l’esercito che ha ordinato ai palestinesi di ritornare al paese e infine ha scortato i coloni verso l’avamposto illegale di Mitzpe Yair.

Ho visto i coloni sparare,” dice Feitelson, “ma mai per 40 minuti. La cosa più incredibile da quello che ho capito … è che l’esercito se ne sia andato. Era così ovvio che la situazione stava per peggiorare.”

La relazione di questo mese di B’Tselem si concentra principalmente su un nuovo tipo di avamposto “non autorizzato”, 40 “fattorie” sparse in Cisgiordania che gradualmente si stanno impadronendo di pascoli e fonti d’acqua, vitali per i palestinesi. Questo, dice Yehuda Shaul, “sarà l’ultimo chiodo piantato nella bara delle comunità pastorali palestinesi”. La violenza, sostiene Shaul, è “esistenziale per le fattorie… un passo necessario” verso l’obiettivo di “rimuovere le comunità di pastori palestinesi”.

Il 7 novembre, degli uomini provenienti da una di queste fattorie, di proprietà del colono Issachar Mann, si sono diretti verso il villaggio di al-Tha’ala e sono riusciti ad abbeverare le proprie pecore a una cisterna da tempo usata e di cui si occupano pastori palestinesi. Tali cisterne sono fondamentali per l’economia pastorale palestinese perché gli abitanti dei villaggi dipendono da esse per le proprie pecore.

Un attivista palestinese, Basil Adraa, è arrivato in tempo per filmare scene caotiche mentre i soldati respingevano i palestinesi verso il villaggio permettendo nel contempo alle pecore dei coloni di raggiungere la cisterna. I soldati dicono che l’uso della cisterna è “permesso a entrambe le parti”. Comprensibilmente, i palestinesi la considerano totalmente di loro proprietà. In uno scambio rivelatore, un ufficiale ha chiesto ad Adraa il suo nome. Adraa gli ha risposto in ebraico: “Perché non chiedi ai coloni mascherati di identificarsi?”

Non preoccuparti,” replica l’ufficiale, “li conosco molto bene.”

L’incidente ad al-Tha’ala è successo mentre a Susiya, un paese vicino, Hamdan Mohammed stava descrivendo una scena bizzarra del giorno prima, quando dei coloni hanno fatto irruzione nel campo giochi del villaggio creando l’immagine di uomini fatti e adolescenti che sghignazzando andavano su altalene e dondoli mentre tutt’intorno i soldati dell’IDF impedivano ai palestinesi di entrare. Era il sabbath, cosa che ha spinto Hamdan a commentare: “Non rispettano la loro stessa religione.”

Ben oltre mille anni fa ebrei e musulmani hanno occupato occasionalmente la zona. Il villaggio palestinese di Susiya è destinato a essere demolito, in quanto giudicato illegale ai sensi della legge israeliana, sebbene non lo sia più di 150 avamposti ebraici molto più recenti e “non autorizzati”, incluso quello di Givat Ha Degel, da cui provenivano alcuni degli invasori del parco giochi. Secondo il diritto internazionale la parte palestinese del villaggio è completamente legale, motivo per cui EU e USA sono da tempo contrari alla sua demolizione.

La Susiya israeliana, di cui Givat Ha Degel è un avamposto, è la colonia più grande della zona. Ma, sebbene alcuni dei suoi 1.500 abitanti si siano uniti all’irruzione del parco giochi, Nadav Abrahamov, importante colono di Susiya, dice che è stato un “errore”. Egli dice che non c’è stata “violenza”, ma che i coloni della zona “si erano veramente arrabbiati” vedendo un nuovo parco giochi in un’area su cui pendono degli ordini di demolizione e poi che, proprio quella mattina, degli attivisti israeliani erano arrivati a filmare delle case costruite recentemente a Givat Ha Degel.

Ciononostante, dice Abrahamov, l’episodio è stato “uno stupido incidente. Non avrebbe dovuto succedere.” Inoltre sostiene che l’irruzione ad Al Mufakara è stata l’azione di “una minoranza di una minoranza”, anche se riconosce di non sapere “esattamente cos’è successo”.

Qualsiasi soluzione, dice Abrahamov, richiede la rimozione degli attivisti israeliani, che descrive ripetutamente come “anarchici” e che, insiste, sono “quelli che creano le tensioni”. Egli dice che “senza di loro, noi [i coloni e i palestinesi aggrappati al loro villaggio di Susiya] possiamo trovare un modo di vivere insieme”. Egli dice che i leader della colonia di Susiya hanno ripetutamente impedito agli abitanti di ripetere l’irruzione al parco giochi il sabato successivo, in effetti stringendo un accordo con l’esercito che avrebbe vietato l’ingresso all’area agli “anarchici”. In realtà quel sabato l’esercito ha piazzato dei checkpoint temporanei, impedendo alle auto con targa israeliana, incluse, per due ore, quelle dell’Observer, di raggiungere le colline a sud di Hebron.

Eppure, nonostante l’asserzione che i coloni di Susiya senza gli “anarchici” avrebbero potuto coabitare con i palestinesi di Susiya, che preferirebbero non esistessero, resta un abisso incolmabile fra la loro visione e quella della comunità internazionale su chi abbia o meno il diritto di abitare sulle colline a sud di Hebron e nel resto dell’Area C. La designazione di Area C, indispensabile per il futuro dello Stato palestinese che i governi stranieri insistono nel volere, doveva essere temporanea, in attesa di un accordo di pace finale. Invece i coloni adesso stanno aspettando la sua completa annessione a Israele. “Noi siamo una parte integrale di Israele, ma non [ancora] nello Stato di Israele,” si lamenta Shmaya Berkowitz, un altro colono di Susiya.

Né il concetto che la violenza dei coloni sia limitata a una frangia ultra-estremista si sposa facilmente con l’accusa di organizzazioni come Yesh Din, sostenute da prove crescenti, secondo cui essa è “parte di una strategia calcolata per privare i palestinesi delle loro terre”. O con Yehuda Shaul, convinto sostenitore dell’accordo a due Stati con i palestinesi, che sostiene che “la violenza dei coloni non è una storia di 50 matti alla periferia del movimento … ma un passo essenziale nell’evoluzione del progetto coloniale”.

L’altra settimana l’esercito israeliano ha detto di essere “impegnato a garantire il benessere di tutti gli abitanti della zona e ad agire per prevenire la violenza nella sua area di responsabilità”. Riferendosi ai coloni, ha aggiunto: “Qualsiasi affermazione che l’IDF supporti o permetta violenze da parte degli abitanti dell’area è falsa.”

Tornando ad Al Mufakara, Baraa Hamamda dice che da quel pomeriggio di settembre i suoi bambini sono traumatizzati e che adesso sono spaventati dalle finestre, sapendo che sono fatte di vetro che può essere rotto da una pietra. “Loro dicono: ‘Come fanno i vetri a proteggerci? Noi non abbiamo bisogno di finestre.’”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)