Il leader dell’opposizione “liberale” israeliana concorda con Mike Huckabee sul fatto che la Bibbia dia a Israele il diritto alla terra dall’Egitto all’Iraq

Jonathan Ofir

24 febbraio 2026 – Mondoweiss

Mike Huckabee ha fatto notizia quando ha affermato che Israele ha il diritto biblico alla terra dall’Iraq all’Egitto in un’intervista con Tucker Carlson. I sostenitori di Israele hanno cercato di liquidare l’idea come assurda, ma il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid afferma di essere d’accordo.

Tutti parlano dell’intervista di Tucker Carlson all’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee. Ha ottenuto milioni di visualizzazioni e, se c’è un elemento che ha catturato l’attenzione, è stata l’opinione di Huckabee secondo cui Israele avrebbe un diritto biblico sulla terra che va dall’Eufrate in Iraq al Nilo in Egitto.

Carlson è rimasto scioccato e lo ha incalzato su questo punto:

“Cosa significa? Israele ha diritto a quella terra? Perché ti stai appellando alla Genesi, stai dicendo che quello è l’atto originale.”

Huckabee è stato chiaro: “Sarebbe giusto la prendessero tutta.”

Alcuni sono rimasti scioccati. Sostenitori dell’Hasbara (propaganda) israeliana come Eylon Levy hanno cercato di smorzare i toni, rispondendo su X che “letteralmente nessuno” con potere in Israele ci crede e pensarlo è “una fantasia delirante dell’immaginazione dell’antisemita”. Poi ha aggiunto: “Smettetela di diffondere stupide stronzate cospirazioniste”.

Persino il giornalista di Haaretz Gideon Levy ha affermato che Huckabee è un estremista che non rappresenta né gli Stati Uniti né Israele: “ne rappresenta a malapena i pazzi”, ha scritto. “Huckabee parla con tracotanza in modi che non oserebbero neppure Ben-Gvir e Kahane”, era il titolo di Levy:

“Non per niente Carlson ha detto: quest’uomo non rappresenta il mio Paese; rappresenta Israele. Non è nessuna delle due cose, Carlson. Quest’uomo non rappresenta Israele, rappresenta a malapena i suoi pazzi. Ma è sicuramente possibile che rappresenti un’America in divenire, un’America il cui Segretario di Stato Marco Rubio ha recentemente elogiato “l’eredità cristiana” dell’Occidente durante una visita a Monaco.”

Ma poi, il leader dell’opposizione israeliana “liberale” Yair Lapid ha confutato entrambi i Levy.

Lunedì, in una conferenza stampa per il suo partito Yesh Atid (“C’è un futuro”), Lapid ha risposto a una domanda di un giornalista religioso del Kipa News:

“Buon pomeriggio signore. L’ambasciatore Huckabee ha dichiarato questa settimana, e conosciamo l’estensione dell’influenza americana sul nostro governo, che sostiene il controllo israeliano dall’Eufrate al Nilo, il che significa [controllo] su Libano, Giordania, Siria. Lei è d’accordo o pensa che questo debba essere fermato?”

“Guardi, non credo di avere dei dubbi a livello biblico su quali siano i confini originali di Israele. L’Eufrate, l’ultima volta che ho controllato, era in Iraq. Non credo che quando gli americani entrarono in Iraq abbiano provato un grande sollievo. Appoggio qualsiasi cosa che permetta agli ebrei di avere una terra grande, vasta e forte, e un rifugio sicuro per noi, per i nostri figli e per i figli dei nostri figli. Questo è ciò che sostengo.”

Il giornalista ha sfidato Lapid a definirne e dimensioni:

“Quanto grande?”

“Quanto possibile.”

“Fino all’Iraq?”

“La discussione riguarda la sicurezza. Il fatto che ci troviamo nella nostra terra ancestrale… La posizione di Yesh Atid è la seguente: il sionismo si basa sulla Bibbia. Il nostro mandato sulla terra di Israele è biblico. I confini biblici di Israele sono chiari. Ci sono anche considerazioni di sicurezza, di politica e di tempo. Siamo stati in esilio per 2000 anni… non vorrà mica ascoltare tutta questa lezione vero? Almeno non se lo aspettavaLa risposta è: ci sono considerazioni pratiche. Oltre alle considerazioni pratiche, credo che il nostro titolo di proprietà sulla terra di Israele sia la Bibbia, quindi i confini sono i confini biblici.”

Aspetti, quindi fondamentalmente, la grande, vasta terra di Israele?”

“Fondamentalmente, la grande, immensa e vasta Israele, per quanto è possibile [a seconda del momento, n.d.t.] entro i limiti della sicurezza israeliana e nel rispetto delle valutazioni della politica di Israele”.

Quindi ecco qua. La Bibbia è il nostro atto di proprietà. Come disse il primo Primo Ministro israeliano, David Ben-Gurion.

Lapid ha affermato il suo principio di “massimo numero di ebrei sul massimo di terra, con massima sicurezza e con minimo di palestinesi” più di dieci anni fa. Ora afferma che la “massima estensione di terra” è solo una questione di necessità – di “considerazioni pratiche”.

Un leader dell’opposizione israeliana “liberale” e “laico” ci ha appena detto che “il sionismo si basa sulla Bibbia”.

Penso che dovremmo credergli. Dobbiamo smetterla di parlare di Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich e Huckabee. È il sionismo, stupido.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Hamas è orgogliosa dei suoi “successi”, ma non ha convinto gli abitanti di Gaza che ne pagano il prezzo

Amira Hass

27 dicembre 2025 – Haaretz

In un documento autocelebrativo, pubblicato dall’organizzazione in occasione del secondo anniversario dell’attacco del 7 ottobre, Hamas non spiega come la lotta armata, che definisce necessaria, non abbia mai fermato quello che definisce l’Israele colonialista

Proprio come le istituzioni efficienti – governative o non governative – che presentano rapporti periodici sulle proprie attività e risultati, Hamas ha appena pubblicato una valutazione dell’attacco del 7 ottobre e delle sue conseguenze fino al cessate il fuoco siglato due anni dopo.

Come tali istituzioni Hamas sta presumibilmente pensando alle parti interessate che leggeranno il suo rapporto. Nel documento pubblicato mercoledì – 36 pagine in arabo, 42 in inglese – è chiaro che la popolazione della Striscia di Gaza non è tra le parti interessate. Non può essere parte integrante del quadro di successi e resilienza descritto nel testo.

Nel corso di conversazioni con amici e familiari, pur non destinate alla pubblicazione o alla discussione nei media israeliani, anche i fedeli sostenitori di Hamas nell’enclave nutrono dubbi sull’attacco e sulle motivazioni che lo hanno determinato. E non ottengono risposte.

Coloro che non sono sostenitori di Hamas a Gaza, persone che chiedono a Hamas di fare un bilancio su di sé, non troveranno alcun cenno a questo nel testo. Troveranno “disprezzo per il loro sangue e sofferenza… un palese ignorare la realtà, un tentativo di convincere la gente che la più grande tragedia nella storia moderna della Palestina e di Gaza è stata una ‘esigenza nazionale’ e una conquista storica”, come ha scritto un abitante di Gaza rimasto nella Striscia.

Una donna che ha lasciato l’enclave all’inizio della guerra e ha letto il documento di Hamas ne conclude che “queste persone non ammetteranno mai i loro disastrosi errori e non sentiranno mai la sofferenza e le tragedie del nostro popolo, poiché sono insensibili e privi di coscienza”.

Gli autori di questi commenti non hanno mai sostenuto l’organizzazione rivale, Fatah, e non possono essere sospettati di essere filoisraeliani. Entrambi – come tutti i palestinesi e non solo loro – sottoscriverebbero volentieri la cornice principale del rapporto sulla storia del conflitto: il sionismo come movimento di insediamento coloniale, con Israele come entità per natura espropriatrice ed espulsiva. Non dimenticano nemmeno per un istante che Israele ha scelto, come politica, di uccidere i loro familiari, gli amici e i vicini, distruggendo al contempo le loro case e l’intera Gaza.

Ma sono anche tra i non pochi a Gaza che chiedono ad Hamas di assumersi le proprie responsabilità e di non crogiolarsi sugli allori autocelebrativi per il “glorioso attraversamento” del confine e per i 20 “risultati più importanti” del 7 ottobre (il che significa che ce ne sono altri), come indicato nel rapporto. Tra i risultati elencati ci sono l’isolamento di Israele, la sua disintegrazione interna e il sabotaggio del processo di normalizzazione con i paesi arabi.

Chiunque cerchi voci critiche come quelle sopra menzionate può trovarle, ma non sono le voci dominanti e certamente non ottengono il posto che meritano nei resoconti di importanti media arabi come Al Jazeera.

A differenza dei cittadini di Gaza sopra menzionati che hanno definito le dichiarazioni di Hamas “illusioni”, altri probabilmente rimarranno colpiti dalla realtà alternativa che emerge dal rapporto dell’organizzazione, intitolato “La nostra narrazione: Il Diluvio di Al Aqsa: due anni di determinazione e volontà di liberazione”.

Con il suo documento Hamas si rivolge a: i palestinesi della diaspora; la Ummah (il mondo musulmano), un termine ripetuto più volte nel rapporto; i palestinesi della Cisgiordania e al vasto movimento di solidarietà a sostegno della Palestina e di Gaza, menzionato come uno dei risultati raggiunti. Queste comunità ci ricordano che il governo di Hamas a Gaza è percepito come un punto di partenza. L’organizzazione continua ad aspirare a una posizione che gli consenta di guidare l’intera nazione palestinese in qualità di membro dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che necessita di essere riformata dopo essere stata completamente svuotata di significato dall’Autorità Nazionale Palestinese guidata da Mahmoud Abbas.

Ma Hamas non intende aspettare che tutto questo si realizzi. Sta rafforzando la propria posizione nei luoghi in cui ciò è possibile. Il successo apparente della lotta armata è uno strumento per consolidare questa forza.

“La lotta armata”, come immagine speculare della glorificazione degli eserciti ufficiali negli Stati regolari, rimane un ethos fondamentale e una componente vitale nella costruzione del potere politico nelle organizzazioni che ambiscono a tale potere. Ciò era vero per i palestinesi e per altre nazioni in altri periodi. Poiché la Ummah è un destinatario importante, il testo collega delicatamente questo ethos all’Islam. Chiunque non ascolti le voci di critica e rabbia a Gaza potrebbe rimanere colpito dagli elogi del rapporto all’uso delle armi, ignorandone le falsità e contraddizioni.

Portando avanti la lunga tradizione di esagerare il numero di israeliani morti negli scontri militari con Hamas, gli autori affermano che a Gaza siano stati uccisi 5.942 soldati israeliani. Questo numero è attribuito al Capo di Stato Maggiore delle IDF, Eyal Zamir.

Complessivamente, secondo i “resoconti medici” citati nel testo, Israele avrebbe subito 13.000 vittime su tutti i fronti (Libano, Cisgiordania e Gaza). Il rapporto è mendace anche riguardo alla coesione sociale di Gaza. All’ombra di incessanti bombardamenti, della distruzione dalle case, dell’impoverimento e della morte, la società di Gaza ha vissuto fenomeni prevedibili di disintegrazione interna, sfruttamento della debolezza e speculazione bellica ad un livello sconfortante.

Il testo mente anche quando elogia il rifiuto degli abitanti di Gaza di arrendersi ai tentativi di espulsione da parte di Israele. La gente semplicemente non ha potuto andarsene. Chi è riuscito a farlo ha lasciato l’enclave e molti continuano a sognare di andarsene. Questi fatti sono incompatibili con la narrazione.

Una delle spiegazioni fornite dagli autori del rapporto riguardo alla scelta della lotta armata sottolinea un fatto: Israele ha sabotato l’attuazione degli Accordi di Oslo continuando a costruire insediamenti. Gli autori omettono opportunisticamente di menzionare che negli anni ’90 Hamas era altrettanto determinata a sabotare gli accordi e il programma di Yasser Arafat, come dimostra la serie di attentati suicidi compiuti dall’organizzazione.

Gli autori considerano il 7 ottobre come un capitolo nella storia della lotta armata, ma dimenticano di esaminare i risultati dei capitoli precedenti in cui non si riuscì a impedire la conquista del territorio da parte di Israele, dato che Israele fece esattamente ciò che si voleva evitare. Gli attentati suicidi degli anni ’90 furono utilizzati da Israele come spiegazione o pretesto per fermare il trasferimento del territorio dell’Area C della Cisgiordania ai palestinesi.

Gli attacchi del primo decennio del secolo portarono alla costruzione del muro di separazione e alla definitiva separazione di Gaza dalla Cisgiordania. Nel secondo decennio, Hamas e la Jihad Islamica non tentarono nemmeno di respingere la crescente violenza dei coloni in Cisgiordania e l’espansione degli insediamenti.

L’obiettivo di Hamas – secondo cui è impossibile isolarli e farli scomparire – è liberare tutta la Palestina oppure ottenere uno Stato palestinese accanto a Israele? Come nei messaggi che ha diffuso fin dalla sua fondazione nel 1987, anche quello attuale è ambiguo e confuso.

Nel rapporto il tono prevalente è a favore della liberazione di tutta la Palestina. In una rassegna storica che inizia dal 1948 e anche prima si afferma che “il progetto sionista … non ha compreso che il suo destino sarà come quello di ogni ondata di invasione che ha preso di mira la nostra benedetta e santa terra nel corso della storia: o ne verrà espulso o vi verrà sepolto”.

D’altra parte rileva come risultato positivo il crescente numero di paesi che hanno riconosciuto lo Stato di Palestina” entro i confini del 1967. Il documento indica ciò che occorre fare per fermare la giudaizzazione” a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme, ma non fa riferimento a ciò che sta accadendo all’interno dello stesso Israele. In una frase tipicamente vaga il rapporto descrive una visione di libertà, liberazione della terra compresa la città santa di Gerusalemme, e la creazione del nostro Stato”.

Il rapporto è inutile ai fini di negoziati diretti o indiretti con Israele. La sicurezza di sé che traspare – reale o finta che sia – conferma ciò che afferma: Hamas non ha intenzione di lasciare la scena.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




A Gaza Israele sta portando avanti un olocausto. La denazificazione è la nostra unica via d’uscita.

Orly Noy

18 settembre 2025 – +972 Magazine

La mortale supremazia etnica insita nella società israeliana ha un’origine più profonda di Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich. Deve essere affrontata alla radice.

Gaza City è avvolta dalle fiamme, mentre dopo settimane di bombardamenti incessanti l’esercito israeliano lancia la sua offensiva di terra da tempo minacciata. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, già sottoposto a un mandato di arresto internazionale per sospetto di crimini contro l’umanità, ha descritto quest’ultimo assalto come un'”operazione intensificata”. Vi esorto a guardare le immagini in streaming da Gaza e a capire cosa significa veramente questo eufemismo.

Guardate negli occhi le persone in preda a un terrore senza pari nemmeno nei momenti più bui di questo genocidio in corso da due anni. Osservate le file di bambini coperti di cenere che giacciono sul pavimento intriso di sangue di quello che un tempo era un centro medico, alcuni a malapena vivi, altri che piangono di dolore e paura, mentre mani disperate cercano di confortarli o di curarli con le scorte mediche rimaste. Ascoltate le urla delle famiglie in fuga senza un posto dove rifugiarsi. Osservate i genitori che perlustrano l’inferno alla ricerca dei loro figli; arti che sporgono da sotto le macerie; un paramedico che culla una bambina immobile, implorandola invano di aprire gli occhi.

Ciò che Israele sta facendo a Gaza City non è il tragico esito di una perdita di controllo degli eventi, ma un atto di annientamento ben calcolato, eseguito a sangue freddo dall'”esercito del popolo”, ovvero i padri, i figli, i fratelli e i vicini di noi israeliani.

Come è possibile che, nonostante le crescenti testimonianze dai campi di concentramento e sterminio di Gaza, nessun movimento di massa per il rifiuto abbia preso piede in Israele? Che dopo due anni di questa carneficina solo una manciata di obiettori di coscienza si trovi in ​​prigione è davvero inconcepibile. Persino i cosiddetti “gray refusers”, riservisti che non si oppongono alla guerra per motivi ideologici, ma sono semplicemente esausti e ne mettono in discussione lo scopo, sono troppo pochi per rallentare la macchina della morte, figuriamoci per fermarla.

Chi sono queste anime obbedienti che mantengono in funzione questo sistema? Come può una società così profondamente divisa, tra religiosi e laici, coloni e progressisti, membri di un kibbutz e cittadini, immigrati veterani e nuovi arrivati, unirsi solo nella volontà di massacrare i palestinesi senza un attimo di esitazione?

Negli ultimi 23 mesi la società israeliana ha tessuto una rete infinita di menzogne ​​per giustificare e consentire la distruzione di Gaza, non solo di fronte al mondo, ma soprattutto a se stessa. La principale tra queste è l’affermazione che gli ostaggi possano essere liberati solo attraverso la pressione militare. Eppure, coloro che eseguono gli ordini dell’esercito, scatenando la morte di massa su Gaza, lo fanno sapendo benissimo che così facendo potrebbero uccidere gli ostaggi. Il bombardamento indiscriminato di ospedali, scuole e quartieri residenziali, unito a questo disprezzo per la vita degli israeliani tenuti prigionieri, dimostra il vero obiettivo della guerra: l’annientamento totale della popolazione civile di Gaza.

Israele sta scatenando un olocausto a Gaza, e non può essere liquidato semplicemente come frutto della volontà degli attuali leader fascisti del Paese. Questo orrore ha un’origine più profonda di Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich. Ciò a cui stiamo assistendo è la fase finale della nazificazione della società israeliana.

Il compito urgente ora è porre fine a questo olocausto. Ma fermarlo è solo il primo passo. Se la società israeliana vuole tornare a far parte dell’umanità, deve intraprendere un profondo processo di denazificazione.

Una volta che la polvere della morte si sarà depositata dovremo tornare sui nostri passi fino alla Nakba, alle espulsioni di massa, ai massacri, alle confische di terre, alle leggi razziali e all’inerente ideologia di supremazia che hanno normalizzato il disprezzo per i nativi di questa terra e il furto delle loro vite, proprietà, dignità e del futuro dei loro figli. Solo affrontando questo meccanismo mortale insito nella nostra società possiamo iniziare a sradicarlo.

Questo processo di denazificazione deve iniziare ora, in primo luogo con il rifiuto. Il rifiuto non solo di prendere parte attiva alla distruzione di Gaza, ma di indossare l’uniforme, indipendentemente dal grado o dal ruolo. Il rifiuto di rimanere ignoranti. Il rifiuto di essere ciechi. Il rifiuto di tacere. Per i genitori è un dovere necessario proteggere la prossima generazione dal rischio che divenga autrice di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

La denazificazione deve anche includere il riconoscimento che ciò che è stato non può rimanere. Non basterà semplicemente sostituire l’attuale governo. Dobbiamo abbandonare il mito del carattere “ebraico e democratico” di Israele, un paradosso la cui morsa ferrea ha contribuito ad aprire la strada alla catastrofe in cui siamo ora immersi.

Questo inganno deve finire con il chiaro riconoscimento che rimangono solo due strade: o uno Stato ebraico, messianico e genocida, o uno Stato veramente democratico per tutti i suoi cittadini.

L’olocausto di Gaza è stato reso possibile dall’adesione alla logica etno-suprematista insita nel sionismo. Pertanto, è necessario affermarlo chiaramente: non è possibile ripulire il sionismo, in tutte le sue forme, dalla macchia di questo crimine. Bisogna porvi fine.

La denazificazione sarà lunga e totalizzante, e toccherà ogni aspetto della nostra vita collettiva. Probabilmente sacrificheremo altre generazioni, sia vittime che carnefici, prima che questo flagello venga completamente sradicato. Ma il processo deve iniziare ora, con il rifiuto di commettere gli orrori che si verificano quotidianamente a Gaza e il rifiuto di lasciarli passare come cose normali.

Orly Noy è redattrice di Local Call, attivista politica e traduttrice di poesia e prosa persiana. È presidente del consiglio direttivo di BTselem e milita nel partito politico Balad [rappresentativo della minoranza araba, ndt.]. I suoi scritti affrontano le linee che si intersecano e definiscono la sua identità: mizrahi [comunità ebraica originaria del Medio Oriente e Maghreb, ndt.], donna di sinistra, donna tout court, migrante temporanea che vive dentro unimmigrata perenne, e il dialogo costante tra tutte queste dimensioni.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Dimenticate il riconoscimento simbolico di uno Stato palestinese: il mondo deve riconoscere l'apartheid israeliano.

Alaa Salama

29 agosto 2025 – +972 Magazine

L’accento sul riconoscimento di uno Stato palestinese crea l’illusione di un’azione concreta, ma ritarda la vera soluzione: sanzionare e isolare il regime israeliano di apartheid.

Mia nonna ha 90 anni. Esiliata due volte, prima da Israele durante la Nakba [la pulizia enica operata dai sionisti nel 1947-49, ndt.], poi dal regime di Assad in Siria, la sua memoria non è più integra. Della sua vita attuale in Svezia conserva solo gli ultimi minuti. Dei decenni passati solo frammenti.

Eppure la sua infanzia a Kfar Sabt, un villaggio palestinese in Galilea spopolato nel 1948, arde di luce propria. Sorride, quasi maliziosamente, mentre ricorda i momenti in cui giocava nei campi, correva con gli altri bambini e spiava un contadino ebreo il cui arrivo improvviso nel villaggio, insieme al rumoroso trattore che lo accompagnava, suscitò curiosità e sospetto.

Sono nato profugo, la famiglia di mia nonna proveniva da Kfar Sabt, quella di mio nonno dal vicino villaggio di Lubya. Oggi a casa mia a Ramallah mi sveglio ogni mattina con la vista di una bandiera israeliana nella vicina colonia di Beit El, un chiaro promemoria sul regime di apartheid che condiziona ogni aspetto della mia vita.

Gli ebrei israeliani che vivono lì votano per un governo che decide dove posso vivere, lavorare e viaggiare, quanta acqua posso ricevere e che tipo di regole e leggi devo o meno osservare. Come milioni di palestinesi, dalla Cisgiordania a Gaza, sono governato da un sistema che mi vede solo come un ostacolo al suo Stato etnico espansionista.

Questa è una realtà che per milioni di persone in tutto il mondo è diventata impossibile da ignorare, soprattutto negli ultimi due anni. Eppure, negli ultimi mesi, invece di riconoscere l’apartheid israeliano o di intraprendere azioni significative per fermare le atrocità a Gaza, un coro crescente di Stati ha deciso di riconoscere qualcos’altro: uno Stato palestinese.

La prima svolta è avvenuta nel maggio 2024, quando Norvegia, Spagna e Irlanda hanno riconosciuto lo Stato di Palestina, questi ultimi due tra i più accesi critici, a parole, della guerra di Israele a Gaza. Ora sta emergendo una seconda ondata, guidata da un’iniziativa di Francia e Regno Unito in risposta ai piani di Israele di prolungare la guerra, a cui si aggiungeranno presto Australia, Canada, Portogallo e Malta.

Sebbene indicativo del crescente isolamento internazionale di Israele, il teatrino politico mondiale del “riconoscimento di uno Stato palestinese” è impossibile da prendere sul serio. Con Israele che procede all’annessione di vaste aree della Cisgiordania, e nel mezzo di un genocidio a Gaza che ha ucciso più di 60.000 palestinesi, è assurdo continuare a sostenere la soluzione dei due Stati come un compromesso ragionevole o pratico.

Ancora più assurda è l’insistenza sul fatto che sia l’unica risposta possibile a ciò che, 77 anni dopo la Nakba, non risolve in alcun modo il problema fondamentale: un regime violento e militarista che pretende l’attuazione di una supremazia nazionale, giuridica ed economica di un popolo sull’altro.

Non sprechiamo altri 30 anni di vite palestinesi dietro il paradigma della partizione – una “soluzione” coloniale a un problema coloniale. Israele ha da tempo chiarito che non accetterà mai uno Stato palestinese; aggrapparsi alla soluzione dei due Stati è una immensa illusione, e ci ha portato solo disperazione.

Ora più che mai i gesti simbolici sono peggio che inutili, poiché offrono al regime più tempo per commettere crimini e tolgono urgenza alle uniche soluzioni che contano: porre fine al genocidio, sanzionare il colpevole, isolare il sistema di apartheid e insistere senza remore sulla parità di diritti e sul diritto al ritorno. Questo non è estremismo. È il minimo indispensabile di giustizia.

C’è già uno Stato, ed è uno Stato di apartheid

Una “soluzione” che non è né giusta né possibile non è un piano di pace, ma un alibi per l’inazione che permetterà a Israele di continuare i suoi massacri, accelerare la sua espansione e consolidare il regime di apartheid. È davvero così che puniamo un regime che ha commesso un genocidio? Offrendogli il dominio completo sulle sue vittime, mentre diamo loro la falsa speranza di poter ottenere uno Stato su meno del 23% della loro patria ancestrale?

E dove sono i palestinesi in tutto questo? Quando è stata l’ultima volta che siamo stati rappresentati democraticamente, o che ci è stato anche solo chiesto quale soluzione avremmo accettato? Come nel 1947, quando il Piano di spartizione delle Nazioni Unite fu elaborato senza il nostro consenso, l’ultima spinta per una soluzione a due Stati è guidata dalle potenze europee, con poco riguardo verso le persone che ne subiranno le conseguenze, con la vita o con la morte.

La Francia rende esplicita la sua arroganza: minaccia Israele di riconoscere uno Stato palestinese, ma insiste perché venga smilitarizzato, continuando a rifornire Israele di armi. Posso sognare un mondo libero da armi letali, ma un trafficante d’armi non può dire alle vittime di un genocidio di deporre le armi.

Nel frattempo Israele urla e sbraita, condannando i riconoscimenti come un “premio al per il terrorismo” e usandoli come pretesto per attuare misure ancora più estreme. A luglio la Knesset ha approvato una risoluzione a sostegno dell’annessione della Cisgiordania, e l’espansione delle colonie continua a ritmo serrato, inclusa la recente approvazione del blocco E1 che, avvertono gli esperti, renderebbe impossibile uno Stato palestinese con una continuità territoriale.

Anche se per miracolo Israele alla fine si ritirasse dalla Cisgiordania e da Gaza, cosa garantirebbe la sicurezza dei palestinesi nel loro nuovo Stato? Quando mai la sovranità ha protetto qualcuno dall’aggressione e dall’espansionismo israeliano? Libano e Siria sono entrambi Stati sovrani con confini riconosciuti a livello internazionale, eppure hanno visto il loro territorio occupato e le loro città bombardate. Una bandiera palestinese alle Nazioni Unite non fermerà la crescita delle colonie, non smantellerà il regime militare né porrà fine alla guerra regionale.

Se i Paesi desiderano riconoscere uno Stato palestinese, che lo facciano, ma non devono fingere che ciò cambi la realtà. Il vero cambiamento inizia con il riconoscimento della verità: qui esiste già uno Stato unico, ed è uno Stato di apartheid. Quindi i Paesi devono agire legalmente, diplomaticamente ed economicamente finché per Israele il costo del mantenimento dell’apartheid non superi i suoi benefici. Finché la mia famiglia non avrà di nuovo un posto da chiamare casa e finché centinaia di comunità palestinesi sfollate non potranno tornare a casa.

Il sionismo ha fallito, non solo perché creare una patria ebraica in Palestina a spese dei palestinesi è sempre stato ingiusto, ma perché la pulizia etnica e ora il genocidio sono sempre stati i suoi logici esiti, atrocità che lasceranno lo Stato ebraico isolato e odiato. E nonostante gli sforzi di Israele, il sionismo ha fallito anche perché i palestinesi continuano a insistere a voler rimanere nella loro patria.

Ciò che permane oggi è un grottesco sistema di apartheid, in cui un popolo gode di pieni diritti e sovranità mentre gli indigeni vengono massacrati, divisi e sottomessi. Potrebbe crollare sotto il peso della sua stessa brutalità, ma non se ne andrà in silenzio, aggrappandosi alla vita con il tipo di violenza che già vediamo scatenarsi a Gaza oggi.

Con il riconoscimento arrivano le responsabilità

Riconoscere Israele come Stato di apartheid è il primo passo necessario verso un futuro che vada oltre l’etnonazionalismo, radicato nell’uguaglianza, nella giustizia e nella libertà per tutti. E non è un fatto simbolico: in base al diritto internazionale l’apartheid è un crimine contro l’umanità.

Lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale lo definisce come tale, e la Convenzione Internazionale delle Nazioni Unite del 1973 per la repressione e la punizione del crimine di apartheid obbliga gli Stati ad adottare misure legislative, giudiziarie e amministrative per prevenirlo e punirlo. Proprio l’estate scorsa, la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un parere consultivo storico sull’apartheid israeliano, concludendo che l’occupazione e l’annessione dei territori palestinesi da parte di Israele violano il diritto internazionale e chiedendo riparazioni.

Il riconoscimento ufficiale del sistema israeliano come apartheid, anche da parte di una manciata di Stati, porrebbe tali obblighi in primo piano e renderebbe legalmente e politicamente indifendibile il continuo sostegno militare ed economico a Israele. Aprirebbe inoltre la porta a sanzioni, al ritiro delle rappresentanze diplomatiche e al divieto di viaggio per i funzionari che sostengono il sistema.

Cambierebbe anche il discorso pubblico, rendendo la parola stessa “apartheid” inevitabile nel dibattito su Israele, e facendo pressione sulle aziende, sotto la minaccia di boicottaggio, discredito pubblico o rivolta degli azionisti, affinché riconsiderino le loro operazioni in o con Israele. Il precedente esiste: nel caso del Sudafrica dell’apartheid l’attivismo di base, unito alla condanna a livello statale, ha gradualmente costretto le aziende a disinvestire, anche se molte hanno resistito per anni.

Cambierebbe anche il modo in cui i palestinesi sono visti a livello internazionale. Oggi siamo etichettati come “apolidi” o cittadini di uno “Stato di Palestina” virtuale, senza alcun potere reale per proteggerci, privati ​​degli strumenti diplomatici ed economici che la maggior parte delle nazioni dà per scontati. Riconoscere Israele come un regime di apartheid ci riconfigura come vittime di un crimine contro l’umanità, aventi diritto a protezione, e obbliga a fare i conti con l’assurdità di un mondo in cui gli israeliani viaggiano liberamente mentre noi affrontiamo infinite barriere per studiare, lavorare o visitare i familiari all’estero.

Questa non sarà una soluzione magica. Israele combatterà più duramente del Sudafrica per mantenere l’apartheid, poiché è diventato più radicato, alimentato da miti religiosi e appoggiato dal sostegno internazionale. Ma il riconoscimento ci metterebbe almeno sulla strada giusta, sostituendo decenni di finzione con un confronto con la realtà. Anni che potrebbero essere spesi per smantellare il sistema invece che per rafforzare le illusioni.

Kfar Sabt non esiste più. Secondo Palestine Remembered [sito informatico interattivo dedicato ai profughi palestinesi, ndt.] rimangono solo “mucchi e terrazze di pietra” a testimonianza che un tempo lì sorgeva un villaggio. La gente si è dispersa; la terra è inutilizzata, disabitata. Ma Kfar Sabt vive nella mente di mia nonna, nelle storie che racconta e in quelle che io continuerò a raccontare. Vive nella ferita aperta di un popolo a cui è stato negato il ritorno. La mia patria si estende da Ramallah a Kfar Sabt, dal Naqab a Lubya [altro villaggio spopolato e raso al suolo nel 1948, ndt.].

Questo non è un appello all’espulsione o alla guerra; ne abbiamo avuto abbastanza di entrambe. È un appello alla giustizia, perché solo la giustizia può portare la pace e garantire un futuro diverso a tutti i popoli di questa terra, un futuro in cui le storie di mia nonna non siano solo reliquie di un mondo distrutto, ma semi di un mondo ricostruito.

Alaa Salama è il responsabile delle strategie di coinvolgimento dei lettori per +972 Magazine.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Genocidio di Gaza: ‘Non c’è niente da occupare. La città non esiste più’

Majd Asadi

29 agosto 2025 – Middle East Eye

La politica di Israele di totale annientamento sta distruggendo la vita per come la conosciamo, ma ciò che sopravvive disegnerà il nostro futuro globale

Gaza non è “occupata”, è cancellata. I carri armati non entrano per controllare, ma per distruggere. Ciò che è accaduto a Rafah e Beit Hanoun si sta ripetendo nel centro di Gaza: nei giorni scorsi i quartieri di Tuffah, Sabra e Zeitoun sono diventati resti e rovine.

Quando si parla di “occupazione di Gaza City” si usa un termine che ha lo scopo di ingannare il mondo. Per circa due anni l’esercito israeliano è rimasto sul territorio di Gaza, ma non esiste nessuna forma di governo militare.

Al contrario vi è una politica di distruzione totale, che intende cancellare ciò che resta della città e dei suoi abitanti. Praticamente una delle più antiche città del mondo viene spazzata via dalla mappa.

Il processo di eliminazione avviene attraverso attacchi aerei e spari indiscriminati, oltre che con bulldozer che scavano e distruggono interi edifici. Non esistono più infrastrutture, elettricità, acqua, ospedali e scuole.

La distruzione è totale, al punto che gli abitanti dicono: “Non c’è niente da occupare. La città non esiste più.”

E’ l’annientamento delle vite umane e della terra; il soffocamento di ogni soffio di vita. La retorica dell’ “occupazione” serve ad oscurare la realtà del genocidio. L’obbiettivo non è gestire la città, ma renderla inabitabile.

In questo modo Gaza è diventata un esempio mondiale di come il linguaggio politico del controllo maschera una politica di distruzione.

Violenza allo stato puro

Anche se Israele cerca di far passare la distruzione di Gaza come una vittoria, il vero risultato sarà l’opposto, con pesanti costi politici ed esistenziali. Di fronte ad un annientamento su così larga scala neppure i “successi” diplomatici sopravviveranno.

Tutte le maschere sono cadute. Il progetto sionista, che per decenni si è ammantato di slogan di “democrazia” e “progressismo”, è stato messo a nudo. Ciò che resta è violenza pura: supremazia militare e razziale, attuata attraverso espulsione, sradicamento ed appropriazione della terra. Sono questi i suoi cardini.

Ciò che sta avvenendo a Gaza non è solo un momento storico nelle nostre vite. E’ una pietra miliare globale, che ci mette di fronte all’essenza di un progetto coloniale che ha lo scopo di cancellare un’intera città insieme ai suoi abitanti e ai sopravvissuti. Questo avviene mentre i diritti dei rifugiati sono bloccati da generazioni attraverso la negazione e l’eliminazione.

Gaza è diventata uno specchio che mostra il sionismo senza filtri: totale distruzione, cancellazione di vite umane, annientamento della società. Questa campagna di violenza e sterminio contro i palestinesi mette in luce la responsabilità morale di ogni cittadino israeliano nei confronti del movimento dei coloni, del potere che detiene e della patria il cui reale contesto storico rifiutano di riconoscere.

In tal modo Gaza è un test storico, che costringe Israele ad affrontare le questioni morali riguardo alle vite che sono state cancellate e alla storia che è stata soppressa.

Chi parla ancora di “pace” quando non resta nulla non coglie il fulcro della questione. L’esistenza di Israele si è sempre basata su sistemi di potere e di controllo che garantiscono il costante predominio dello Stato. Questi sistemi sono spesso scollegati dalle responsabilità storiche.

Ogni cittadino israeliano ha il dovere di affrontare questa dipendenza e di liberarsi dalla posizione che permette la negazione e la marginalizzazione. Ogni organizzazione, agenzia o singolo individuo che non abbia protestato per Gaza ha fallito.

La vita acquista un significato diverso a Gaza: la famiglia affamata che porta un pugno di farina ad una vedova vicina; la persona che raccoglie ossa e poi le avvolge e le seppellisce; quelli che sopravvivono agli spari vicino ai centri di “aiuto” e poi condividono con i vicini la farina che sono riusciti a prendere: questi sono scatti di vita.

Persino condividere un barattolo di piselli con un gatto randagio, è vita.

Ciò che sopravvive della città, ciò che riesce a sfuggire alle ceneri della distruzione non svanirà con il fumo. Ciò che sopravvive di Gaza continuerà a crescere in tutto il mondo, in nuovi movimenti di liberazione e lotte per la giustizia. Parlerà con voce forte e chiara: non c’è luogo in cui nascondersi quando la realtà è diventata un continuo crimine contro l’umanità.

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Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Majd Asadi è un tenore che ha collaborato con direttori d’orchestra in tutto il mondo. E’ anche scrittore e attivista politico.

(traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Sulle “Vittime delle vittime”

Ussama Makdisi

17 gennaio 2025 – JewishCurrents

Rivisitare l’umanesimo etico di Edward Said nel contesto del genocidio di Gaza

Durante i 15 mesi trascorsi dal 7 ottobre 2023 ho riflettuto sull’affermazione di Edward Said secondo cui i palestinesi sono le “vittime delle vittime”. Il celebre teorico della letteratura ha riassunto concisamente questa “complessa ironia” nell’edizione del 1992 del suo fondamentale libro “La questione della Palestina”. Ha scritto che “le vittime classiche di anni di persecuzione antisemita e dell’Olocausto sono diventate, nella loro nuova nazione, i carnefici di un altro popolo”.

Come disse al romanziere Salman Rushdie nel 1986, “Qualsiasi tipo di critica a Israele viene trattata come antisemitismo per fare da paravento … Soprattutto negli Stati Uniti se dici qualcosa in quanto arabo di cultura musulmana sei visto come un membro del classico antisemitismo europeo o occidentale”.

Eppure, Said si era distinto come uno dei primi intellettuali ad attraversare il profondo abisso che caratterizzava i discorsi antagonisti sul trauma storico plasmato rispettivamente dalla Nakba e dall’Olocausto; persisteva nella convinzione che una comprensione anche sentimentale dell’esperienza ebraica moderna della persecuzione antisemita in Europa fosse legata a un riconoscimento positivo della storia e dei diritti nazionali palestinesi.

Per Said empatizzare con “il disastroso problema dell’antisemitismo”, come lo definì in “La questione della Palestina” (pubblicato originariamente nel 1979), offriva una via d’uscita dal pantano del vittimismo concorrente. Questo intreccio di empatia rifletteva la sua convinzione che il destino e il futuro di palestinesi e israeliani fossero inevitabilmente legati dalla questione palestinese.

Oggi dopo 76 anni di pignola crudeltà che tocca ogni aspetto della vita palestinese in tutta la Palestina storica e mentre Israele porta avanti una campagna genocida a Gaza che, al momento in cui scrivo, ha ucciso circa 64.260 palestinesi e ne ha feriti decine di migliaia, sono turbato dalla domanda: l’espressione “vittime delle vittime” ha ancora senso come formulazione etico-storica? Said morì due decenni prima del genocidio di Gaza e, come molti di noi, non avrebbe potuto immaginare l’intero orrore della sua depravazione trasmessa in diretta streaming; “È come se stessimo guardando Auschwitz su TikTok”, ha detto il sopravvissuto all’Olocausto Gabor Maté.

Inoltre, Said non poteva prevedere fino a che punto le istituzioni, i leader e le principali personalità pubbliche occidentali avrebbero sostenuto con tanta bellicosità tali atrocità. Né la proliferazione di immagini e video del genocidio, né i mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale contro i leader israeliani per i loro programmi di sterminio e carestia di massa (l’evidenza della brutalità ha finalmente, tardivamente, raggiunto una soglia comprensibile a quest’organismo), né l’accusa del Sudafrica post-apartheid alla Corte Internazionale di Giustizia secondo cui lo Stato israeliano sta perpetrando un genocidio hanno smosso l’ostentato filosionismo della maggior parte dei governi occidentali. Al contrario, questi hanno totalmente ignorato l’umanità palestinese in nome del lutto e della difesa delle vittime ebree israeliane della violenza. Contrariamente all’empatia invocata da Said, l’Occidente liberale si è categoricamente rifiutato di considerare i palestinesi come vittime di qualsiasi rilevanza morale o storica.

Ma mentre i palestinesi vengono spietatamente massacrati in nome della sicurezza di Israele, gli israeliani sono davvero vittime in senso nazionale collettivo? Non c’è forse una distinzione essenziale da fare tra essere ebrei ed essere israeliani, quindi tra una lunga storia di vittime ebraiche per mano di persecutori antisemiti nell’Occidente cristiano e le più recenti sofferenze israeliane nel contesto della violenza anticoloniale provocata dalla loro stessa colonizzazione della Palestina?

Ha senso pensare al politico israeliano razzista Itamar Ben-Gvir, capo di un partito anti-arabo chiamato Otzma Yehudit (Potere Ebraico), come a una vittima? In che senso i soldati israeliani sono vittime nel 2025? In che senso sono vittime quando sono armati fino ai denti, dotati di miliardi di dollari di armi statunitensi e di una copertura diplomatica statunitense apparentemente illimitata per sfidare l’indignazione internazionale per il genocidio di Gaza?

In che senso sono vittime quando diffondono con gioia fotografie di sé stessi sullo sfondo del paesaggio di Gaza che hanno spianato – fotografie che li mostrano sorridenti mentre indossano la lingerie rubata di donne palestinesi apolidi e ancora una volta espropriate, di cui hanno distrutto le vite, demolito le case e massacrato i bambini? In che senso sono vittime quando trasmettono video di loro stessi che ridono mentre distruggono università e biblioteche palestinesi? In che senso sono vittime i coloni ebrei israeliani quando si radunano per impedire che il cibo raggiunga i bambini che muoiono di fame?

Che dire degli israeliani che hanno assistito al bombardamento di Gaza del 2014, seduti con nonchalance come se stessero assistendo a uno spettacolo teatrale e non a una catastrofe umana? Che dire di coloro che, nel 2006, durante il bombardamento israeliano del Libano, sono rimasti a guardare mentre i loro figli autografavano i proiettili di artiglieria? O di coloro che hanno partecipato o insabbiato il massacro di Tantura durante la Nakba del 1948? [Nel corso della conquista del villaggio le forze ebraiche massacrarono da 70 a 250 civili inermi, essenzialmente giovani, presi come prigionieri di guerra, mentre la quasi totalità degli abitanti (1.490 persone) fu espulsa o fuggì, ndt.]. A un certo punto, è assurdo continuare a pensare a questi israeliani come a vittime se non nel senso che potrebbero davvero credere di stare combattendo per sconfiggere i mostri “barbari” delle loro menti. Di certo non è a questo che si riferiva Edward Said quando descriveva i palestinesi come le “vittime delle vittime”.

In effetti, mentre Said cercava di tracciare una strada attraverso cui ebrei israeliani e palestinesi potessero riconoscere reciprocamente il trauma collettivo, era chiaro che ciò che cercava non era una facile equivalenza che offuscasse lo straordinario potere che i primi esercitano sui secondi e nascondesse il danno epistemico, politico, economico, sociale e umano derivante da questo continuo dominio. Mentre gli ebrei in Europa furono vittime dell’antisemitismo occidentale culminato nell’Olocausto, i palestinesi rimangono vittime dei sionisti ebrei israeliani e dei loro sostenitori, complici e alleati in Occidente, compresi i sionisti cristiani.

Mentre i palestinesi non hanno avuto alcun ruolo nel razzismo antiebraico nazista, fondamentale per la caratterizzazione dell’antisemitismo moderno, gli ebrei israeliani hanno svolto un ruolo chiave nella disumanizzazione dei palestinesi e nella cancellazione della società, della storia e della vita palestinese dal 1948 a oggi. Ci sono enormi differenze nella cronologia, nella posizione e nelle relazioni tra azione, causa ed effetto.

Anche se la sua formulazione “vittime delle vittime” racchiude in un’unica cornice la brutalizzazione subita da entrambe le popolazioni, Said è attento a sottolineare che essa nomina anche, in modo cruciale, la particolare difficoltà affrontata dai palestinesi, i quali, scrive in The Question of Palestine, “hanno avuto la straordinaria sfortuna di avere… gli oppositori moralmente più complessi di tutti, gli ebrei, con una lunga storia di vittimizzazione e terrore alle spalle. L’assoluto torto del colonialismo di insediamento è molto diluito e forse persino dissipato quando è in nome della sopravvivenza ebraica, in cui si crede fermamente, che si usa il colonialismo di insediamento per raddrizzare il proprio destino”.

I leader israeliani invocano abitualmente la storia dell’Olocausto e l’esperienza ebraica dell’antisemitismo come un randello con cui colpire i loro critici per distogliere l’attenzione dall’orrore della loro disumanizzazione dei palestinesi e per giustificare l’estrema violenza del sionismo coloniale. Israele viola continuamente il diritto internazionale espropriando terre palestinesi e istituendo quello che l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem definisce un “regime di supremazia ebraica e apartheid dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo”. Ma quando rifiutiamo il mito di un vittimismo senza tempo, sottolinea Said, emerge un quadro molto più chiaro: “Le vittime in Africa e in Palestina sono ferite e segnate più o meno allo stesso modo”.

Sebbene la famosa frase di Said rimanga una critica tagliente, che identifica questo offuscamento dei rapporti di potere, il suo tentativo di tracciare una strada verso il futuro attraverso la compassione reciproca sembra appartenere a un’altra epoca. Forse è giunto il momento di unire l’umanesimo etico di Said a quello del grande poeta palestinese Mahmoud Darwish. Nella sua poesia “Assassinato e sconosciuto”, Darwish scrive, nella traduzione di Fady Joudah:

“Io sono la vittima”. “No, io solo sono

la vittima”. Non hanno detto all’autore: “Nessuna

vittima ne uccide un’altra. C’è nella

storia una vittima e un assassino”.

Darwish cristallizza ciò che Said ha solo accennato: per quanto siano stati vittime in passato, e per quanto portino con sé l’impronta di questo passato, gli ebrei israeliani sono stati, attraverso le loro azioni, trasformati in un nuovo tipo di soggetto.

Con importanti eccezioni come lo storico Ilan Pappé, che ci ricorda che l’affiliazione laica al potere è una scelta fatta e disfatta, gli ebrei israeliani sono ora nella posizione di oppressori. Sono costantemente all’opera per rendere vittime i palestinesi. Sia gli ebrei israeliani che i palestinesi sono ovviamente umani, entrambi meritano uguaglianza e libertà, e le due cose sono legate tra loro. Ma al momento solo uno è l’oppressore; l’altro è l’oppresso. Se non riusciamo a mantenere questa fondamentale, ovvia distinzione etica tra oppressore e oppresso, colonizzatore e colonizzato, allora la storia diventa un idolo dell’anacronismo piuttosto che uno strumento per spezzare il narcisismo del vittimismo perpetuo.

Come ha scritto Said in La questione della Palestina, “Non può esserci modo di condurre in maniera soddisfacente una vita la cui la preoccupazione principale è impedire che il passato si ripeta. Per il sionismo i palestinesi sono ormai diventati l’equivalente di un’esperienza passata reincarnata sotto forma di minaccia presente. Il risultato è che il futuro dei palestinesi come popolo è ipotecato da quella paura, il che è un disastro per loro e per gli ebrei”. Darwish sintetizza questa formulazione, istruendoci a guardare direttamente quali persone stanno effettivamente soffrendo per mano di chi e perché. Said e Darwish ci ricordano insieme che non dobbiamo essere prigionieri del passato, altrimenti siamo tutti vittime e, in nome della nostra stessa vittimizzazione, possiamo e faremo agli altri le cose terribili che un tempo sono state fatte a noi.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Opinioni: Il progetto “Esther” e il sionismo come arma

Belén Fernández

19 maggio 2025-Al Jazeera

Un progetto conservatore in teoria per contrastare l’antisemitismo, in pratica porta avanti una posizione filo-israeliana per mascherare gli obiettivi dei nazionalisti bianchi.

Il 7 ottobre 2024 – esattamente a un anno dall’inizio del genocidio israeliano appoggiato dagli Stati Uniti nella Striscia di Gaza che finora ha ucciso più di 53.000 palestinesi – la Heritage Foundation con sede a Washington ha lanciato un documento politico intitolato Project Esther: una strategia nazionale per combattere l’antisemitismo

Il think tank conservatore è la stessa forza dietro il Progetto 2025, un piano per il consolidamento del potere esecutivo negli Stati Uniti e forgiare la più estrema distopia di destra di sempre. La “strategia nazionale” proposta dal Progetto Esther, che prende il nome dalla regina biblica alla quale si attribuisce il merito di aver salvato gli ebrei dallo sterminio nell’antica Persia, sostanzialmente consiste nella criminalizzazione dell’opposizione all’attuale genocidio di Israele e nell’annientamento della libertà di parola e di pensiero insieme a un sacco di altri diritti.

Il primo passaggio chiave elencato nel rapporto è che “il movimento pro-palestinese in America è virulentemente anti-israeliano, anti-sionista e anti-americano e fa parte di una Rete Globale di Supporto ad Hamas (HSN)”. Non importa che, in realtà, non esista una “Rete Globale di Supporto ad Hamas “, così come non esistono presunte “Organizzazioni di Appoggio affiliate ad Hamas HASSA Affiliated Hamas Organizations (HSO)” che la Fondazione Heritage si è anche presa la libertà di inventare.

Tra queste presunte HSO ci sono importanti organizzazioni ebraiche americane come “Jewish Voice for Peace” [Voce ebraica per la pace, organizzazione ebraica USA antisionista e contro l’occupazione, ndt.]. Un altro passaggio chiave del rapporto è che la cosiddetta HSN sarebbe “sostenuta da attivisti e finanziatori impegnati a distruggere il capitalismo e la democrazia”, una curiosa scelta di termini, senza dubbio, da parte un think tank che, proprio in questo momento, sta facendo del suo meglio per sradicare ciò che resta della democrazia dagli Stati Uniti.

La frase “capitalismo e democrazia” appare non meno di cinque volte nel rapporto, sebbene non sia del tutto chiaro cosa Hamas abbia a che fare con il capitalismo, a parte il governo di un territorio palestinese che ha ricevuto per più di 19 mesi miliardi e miliardi di dollari di distruzione militare finanziata dagli Stati Uniti. Dal punto di vista dell’industria delle armi, almeno, il genocidio è il capitalismo al suo meglio.

E secondo la logica genocida di Progetto Esther, protestare contro il massacro di massa dei palestinesi è fondamentalmente antisemita – da qui la necessità di perseguire la strategia nazionale prescritta di “estirpare l’influenza dell’HSN dalla nostra società”.

La pubblicazione ad ottobre del rapporto della Heritage Foundation si è verificata durante l’amministrazione del presidente Joe Biden, che il think tank ha individuato come “decisamente anti-israeliano” nonostante la sua completa e totale complicità nel genocidio di Gaza. Il rapporto includeva molti suggerimenti su come “combattere il flagello dell’antisemitismo negli Stati Uniti … quando un’amministrazione benintenzionata occupa la Casa Bianca”.

Sono passati rapidamente sette mesi e una recente analisi del New York Times indica che, dall’inaugurazione della presidenza degli Stati Uniti Donald Trump a gennaio, “la Casa Bianca e altri repubblicani hanno chiesto azioni che sembrano rispecchiare più della metà delle proposte di Progetto Esther”. Questi vanno dalle minacce di trattenere notevoli somme di finanziamenti federali per le università statunitensi che si rifiutano di mettere a tacere la resistenza al massacro sistematico, agli sforzi per espellere residenti legalmente presenti negli USA per il crimine di aver espresso solidarietà con i palestinesi.

Oltre a una presunta infiltrazione nel mondo accademico degli Stati Uniti e la diffusione di “narrazioni anti-sioniste in università, scuole superiori e scuole elementari, spesso sotto l’ombrello o all’interno della categoria della diversità, dell’equità e dell’inclusione (DEI) e di una simile ideologia marxista”, gli autori del Progetto Esther sostengono che “l’HSN e gli HSO hanno imparato ad usare l’ambiente mediatico progressista americano [e] sono pronti a attirare l’attenzione su ogni dimostrazione, non importa quanto grande o piccola, a ogni rete in tutto il Paese”.

E non è tutto: “L’HSN e gli HSO hanno fatto un uso esteso e incontrollato di piattaforme di social media, come Tiktok, attraverso l’intero ecosistema digitale per diffondere propaganda antisemita”.

Per tutti questi fini il documento politico offre una intera serie di raccomandazioni su come eliminare il movimento interno filo-palestinese, nonché gli atteggiamenti umani ed etici in generale: dall’epurazione dei “membri di facoltà e del personale che sostengono le HSO” dalle  istituzioni educative, a rendere i “potenziali dimostranti timorosi di affiliarsi alle HSO” sino a bloccare i “contenuti antisemiti” dai social media, che nel linguaggio della Heritage Foundation significa naturalmente i contenuti contro il genocidio.

Eppure, nonostante tutto il chiasso del Progetto Esther sulla apparentemente apocalittica minaccia antisemita posta dall’HSN, si scopre che, secondo un articolo di dicembre pubblicato da Forward, da quando è stato reso pubblico “nessuna grande organizzazione ebraica sembra aver partecipato alla stesura del piano o lo ha approvato pubblicamente”.

Forward, un periodico che si rivolge agli ebrei americani, ha riferito che la Fondazione Heritage aveva “lottato per attirare sostenitori ebrei per il suo piano contro l’antisemitismo, che sembra essere stato assemblato da diversi gruppi cristiani evangelici” e che il Progetto Esther “si concentra esclusivamente sui critici di sinistra di Israele, ignorando i problemi di antisemitismo dei gruppi suprematisti bianchi”.

Nel frattempo, in una lettera aperta pubblicata questo mese, influenti leader ebrei americani hanno avvertito che attualmente una “serie di attori” negli Stati Uniti sta “usando una presunta preoccupazione per la sicurezza ebraica come un manganello per indebolire l’istruzione superiore, il giusto processo, il sistema istituzionale di pesi e contrappesi, la libertà di parola e la stampa”.

Ora, se l’amministrazione Trump sembra fare suo il Progetto Esther e seguirlo, ciò è sommamente inquietante a causa della diffusione di un’agenda nazionalista cristiana bianca che utilizza il sionismo e accuse di antisemitismo ai suoi fini estremisti. E questo, sfortunatamente, è solo l’inizio di un progetto molto più elaborato.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Genocidio a Gaza: come i regimi arabi sono diventati il nemico interno

Ahmad Rashed ibn Said

19 maggio 2025 – Middle East Eye

Gaza ha infranto l’illusione della credibilità dell’ordine politico arabo, esponendone il profondo fallimento strutturale e morale

In un discorso televisivo lo scorso mese, il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha duramente attaccato Hamas, definendoli “figli di cani” e chiedendo che deponessero le armi e rilasciassero i prigionieri israeliani rimasti.

Nel suo intervento, sembrava aver dimenticato la sua precedente richiesta alla “comunità internazionale” di protezione dall’aggressione degli occupanti nel maggio 2023, quando si era rivolto alle Nazioni Unite.

“Popoli del mondo, proteggeteci”, aveva detto Abbas. “Non siamo esseri umani? Anche gli animali dovrebbero essere protetti. Se avete un animale, non lo proteggereste?”

Lo scorso febbraio, i media israeliani hanno riportato che l’Arabia Saudita aveva avanzato un piano per Gaza incentrato sul disarmo di Hamas e sulla rimozione del gruppo dal potere.

Fonti arabe e americane hanno dichiarato al giornale Israel Hayom che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti non avrebbero partecipato finanziariamente o praticamente alla ricostruzione di Gaza senza la garanzia che Hamas avrebbe ceduto le armi e non avrebbe avuto alcun ruolo nel governo postbellico.

A marzo, Middle East Eye ha riferito che la Giordania stava proponendo un piano per disarmare i gruppi palestinesi a Gaza, oltre a esiliare dalla Striscia 3.000 membri di Hamas, inclusi dirigenti militari e civili.

Poi, a metà aprile, pochi giorni prima che Abbas minacciasse Hamas, l’Egitto ha presentato a una delegazione di Hamas al Cairo una “proposta di cessate il fuoco”, che includeva la richiesta del disarmo del gruppo.

Uno schema di ostilità

Le richieste di Abbas e dei principali regimi arabi affinché Hamas si disarmi riflettono un più ampio schema ricorrente di ostilità da parte dell’ordine politico arabo verso la resistenza a Gaza.

Ciò solleva domande cruciali e legittime sull’essenza stessa della lotta per la liberazione: gli occupati hanno il diritto di resistere al loro occupante? Come può una resistenza disarmata opporsi a un’occupazione militare brutale che commette genocidio contro un popolo indifeso?

Quali garanzie ci sono per porre fine all’occupazione e rimuovere l’assedio se il sionismo continua la sua aggressione incontrollata mentre i regimi arabi e il mondo chiudono gli occhi?

Nel linguaggio politico occidentale gli appelli al disarmo di Gaza si chiamerebbero “acquiescenza” e ricompensa per l’aggressione. Queste richieste richiamano una lunga e dolorosa storia di tradimenti dei regimi arabi verso la Palestina.

Nel corso degli anni questo tradimento si è trasformato in complicità da parte di questi regimi, una complicità deliberata e non dovuta all’incapacità di fare altrimenti. Per loro la resistenza è inutile, sconfiggere l’occupazione è un mito, e l’esistenza di una Palestina libera e indomita minaccerebbe l’ordine regionale che cercano di preservare.

Nel corso della lotta contro il colonialismo sionista ci sono stati numerosi momenti cruciali in cui i governi arabi avrebbero potuto intervenire in modo significativo sia per contrastare il progetto sionista sia almeno per rallentarne l’avanzata. Invece l’ordine politico arabo ha ripetutamente tradito la causa palestinese. Tre momenti chiave spiccano su tutti.

Silenzio a Damasco

Il primo tradimento risale al 1948, l’anno della Nakba, quando lo Stato di Israele fu fondato sulle rovine della Palestina.

Nella fase precedente alla Nakba, un rispettato combattente palestinese, Abd al-Qadir al-Husseini, fu ucciso mentre guidava un contrattacco per riconquistare il villaggio strategico di al-Qastal, a ovest di Gerusalemme.

Husseini, che era diventato famoso durante la rivolta palestinese del 1936, nel marzo 1948, mentre le milizie sioniste avanzavano, si recò a Damasco per chiedere armi alla Lega Araba. Poi arrivò la notizia che Qastal era caduta. Husseini supplicò la Lega Araba per avere le armi, ma non ottenne che silenzio.

Prima di tornare a Gerusalemme si rivolse alla Lega Araba dichiarando: “Sto andando a Qastal, la prenderò d’assalto e la occuperò, anche se questo dovesse costarmi la vita. Ora desidero la morte prima di vedere gli ebrei occupare la Palestina. Gli uomini e i dirigenti della Lega stanno tradendo la Palestina”. Più tardi, scrisse una lettera alla Lega: “Vi ritengo responsabili dopo che avete lasciato i miei soldati al culmine delle loro vittorie senza aiuti né armi”.

Dopo il ritorno da Damasco Husseini organizzò rapidamente un’operazione militare per riconquistare Qastal, ma fu ucciso in battaglia l’8 aprile 1948. Molti combattenti in seguito abbandonarono il villaggio, che fu poi distrutto dalle bande sioniste.

Il giorno seguente le milizie sioniste commisero un orribile massacro nel vicino villaggio di Deir Yassin, uccidendo e mutilando decine di civili e riducendo il villaggio in macerie.

Molti storici arabi considerano la battaglia di Qastal, il primo villaggio palestinese occupato nel 1948, come una delle battaglie decisive della guerra. La sua posizione strategica, situata sopra le strade di accesso a Gerusalemme, fece della sua perdita un momento cruciale che facilitò l’occupazione sionista della Palestina.

Questo è ciò che rende significativo e vergognoso il tradimento dei regimi arabi. Il giornale israeliano Haaretz descrisse la battaglia come “uno scontro all’ultimo sangue” e un “tradimento da parte del mondo arabo” che portò alle “24 ore più disastrose della storia palestinese”.

Il tradimento dell’Egitto

Il secondo devastante tradimento arrivò quando lo Stato arabo più influente, l’Egitto, conferì ufficialmente legittimità alla colonizzazione sionista dell’80% della Palestina attraverso la firma degli Accordi di Camp David [del 1978, da non confondere con il Vertice di Camp David del 2000, ndt.] da parte dell’ex presidente Anwar Sadat.

In cambio del ritiro israeliano dal Sinai, di una sovranità egiziana limitata sul territorio e di una “tangente” annuale di 1,5 miliardi di dollari dagli USA, l’Egitto di fatto abbandonò la causa palestinese lasciando Gerusalemme, la Cisgiordania e Gaza sotto occupazione israeliana.

Gli Accordi di Camp David allontanarono l’Egitto dal conflitto arabo-israeliano, realizzando un sogno che il sionismo aveva coltivato a lungo. Lo scrittore israeliano Uri Avnery descrisse l’accordo come uno degli eventi più significativi della storia di Israele, scrivendo nel 2003 che Sadat “era pronto a vendere i palestinesi pur di firmare una pace separata con Israele e ottenere il favore (e i soldi) degli Stati Uniti”.

Questo tradimento non fece che approfondire il senso di impunità e arroganza dell’occupazione. L’accordo non portò pace né prevenne guerre.

Esso segnò invece l’inizio di un prolungato processo di normalizzazione tra Israele e i leader arabi, che abbandonarono i princìpi rivoluzionari e infransero il tabù di lunga data contro i negoziati con il sionismo, optando invece per quello che percepivano come un approccio pragmatico basato sul realismo e sull’interesse personale.

In Preventing Palestine: A Political History from Camp David to Oslo [Impedire la Palestina. Una storia politica da Camp David a Oslo, inedito in Italia, ndt.], lo studioso ebreo Seth Anziska sostiene che gli accordi ebbero un ruolo centrale nel perpetuare l’apolidia palestinese e nel creare ostacoli insormontabili alle loro aspirazioni ad avere una patria, gettando le basi concettuali per i disastrosi Accordi di Oslo.

Alcuni anni dopo Camp David, Israele lanciò una brutale invasione del Libano, uccidendo migliaia di civili e distruggendo città. I frutti del tradimento devono avere un sapore amaro.

Massacro in Libano

L’invasione, avvenuta nell’estate del 1982, fu il terzo momento cruciale nella triste storia del tradimento della Palestina da parte dei regimi arabi. Mentre le forze israeliane assediavano Beirut e bombardavano incessantemente la città i governi arabi non fecero altro che esprimere commozione.

Alla fine, gli USA e alcuni Stati arabi intervennero per realizzare gli obiettivi dell’invasione: la rimozione dei combattenti dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) dal Libano. Il principe saudita Bandar bin Sultan contribuì a persuadere il leader dell’OLP Yasser Arafat a lasciare Beirut, assicurandogli che i palestinesi nei campi sarebbero stati al sicuro.

La “forza di protezione” occidentale diede garanzie simili ad Arafat, che abboccò e accettò il piano nell’agosto 1982. Ciò che seguì alla partenza dei combattenti dell’OLP fu l’incubo che molti avevano temuto: le promesse di protezione furono infrante e la mattina del 16 settembre 1982 i membri di una milizia cristiana libanese nota come Falange irruppero nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila per compiere un massacro, tutto sotto lo sguardo delle truppe israeliane.

Fino a 3.500 persone furono massacrate in tre giorni. Intere famiglie furono sterminate, ai bambini furono fracassate le teste contro i muri, le vittime furono smembrate e le donne furono stuprate prima di essere uccise con accette.

Pochi giorni dopo il massacro l’Arabia Saudita ricevette Arafat. Ricordo di averlo visto durante l’accoglienza di re Fahd per i dignitari musulmani a Mina il 28 settembre 1982, mentre indossava una medaglia, probabilmente conferitagli dal re.

Ciò che però rimane scolpito nella mia memoria è il tono pallido e giallastro del suo volto, simile a quello di un limone spremuto.

Il 16 dicembre 1982 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite riconobbe ufficialmente il massacro di Sabra e Shatila come un atto di genocidio. Le stime dell’ONU sul numero delle vittime parlano di 3.500 morti ma è possibile che il numero reale non sarà mai conosciuto, considerate le molte vittime sepolte in fosse comuni o sotto le macerie.

Il raccolto della tirannia

Il genocidio di Sabra e Shatila avrebbe potuto essere evitato se Stati arabi influenti come Arabia Saudita ed Egitto avessero preso una posizione di principio invece di perseguire l’acquiescenza e vantaggi politici a breve termine.

Oggi, 43 anni dopo quel crimine orribile, la storia si ripete. Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti e l’Autorità Palestinese vogliono che Gaza si arrenda all’aggressione israeliana, che Hamas rilasci i prigionieri israeliani e si disarmi.

Ci sono appelli affinché i leader di Hamas seguano le orme di Arafat lasciando Gaza, una proposta ampiamente diffusa dai media filo-sauditi e dai lealisti sauditi sui social media dal 7 ottobre 2023.

L’ordine politico arabo sembra desiderare la sconfitta della resistenza di Gaza e il trionfo di quella che molti studiosi, gruppi per i diritti umani e milioni di persone in tutto il mondo percepiscono come una campagna di genocidio. Questa ripetizione della storia non sfugge agli osservatori: le stesse forze che spinsero Arafat a lasciare Beirut e poi uccisero la Primavera Araba, un fenomeno straordinario che aveva aperto una finestra di speranza per la liberazione della Palestina, ora chiedono il disarmo di Gaza.

Il coinvolgimento di alcuni regimi arabi in questi sforzi evidenzia la loro continua complicità nel minare l’autodeterminazione palestinese. Mentre le persone in tutto il mondo arabo hanno mostrato un prorompente sostegno per Gaza, i loro governi non hanno fatto nulla se non vuota retorica.

Questo divario tra volontà popolare e inazione governativa sottolinea la morsa della tirannia e della dittatura nella regione, dove gli interessi personali e la sopravvivenza del regime sono prioritari rispetto alle norme etiche e persino agli imperativi di sicurezza nazionale, come la causa palestinese.

Le posizioni profondamente vergognose di Stati come Egitto, Arabia Saudita e Giordania di fronte al genocidio a Gaza rivelano una cruda verità: l’abbandono della Palestina si è evoluto in una complicità diretta, l’apice di decenni di distacco calcolato, manovre politiche e cambiamenti nelle priorità regionali.

Ripercussioni imminenti

Gli accordi di normalizzazione tra Israele e alcuni Stati arabi non sono incidenti isolati; riflettono un più ampio schema di abbandono e complicità. La narrazione ampiamente accettata secondo la quale i regimi arabi non affrontano Israele a causa della mancanza di unità o di armi avanzate è semplicemente un mito.

Ciò implica che in circostanze diverse questi regimi sosterebbero la causa palestinese. In realtà la loro inazione non deriva dall’incapacità, ma da un calcolato allineamento strategico con gli interessi sionisti, spesso in diretta contraddizione con i valori e i sentimenti dei loro stessi cittadini.

Un esempio lampante di questa posizione emerse dopo che i leader arabi al Cairo all’inizio di marzo approvarono un piano per la ricostruzione di Gaza. Giorni dopo, MEE riportò che gli Emirati Arabi Uniti stavano facendo pressioni sull’amministrazione Trump per abbandonare il piano e costringere l’Egitto ad accettare palestinesi sfollati con la forza.

Nel corso di mesi di spargimento di sangue a Gaza, la maggior parte dei governi arabi è stata lenta persino a emettere condanne blande. Sebbene la loro retorica abbia poi cambiato tono, le loro azioni sono rimaste largamente passive o peggio apertamente favorevoli a Israele, aiutandolo a evitare l’isolamento diplomatico e il contraccolpo economico. Al contrario, gli Houthi dello Yemen hanno intrapreso azioni concrete nel tentativo di fermare il genocidio.

Nel suo nuovo libro War [Solferino Libri, 2024], il giornalista Bob Woodward rivela che alcuni funzionari arabi hanno privatamente rassicurato i loro omologhi americani del loro sostegno all’aggressione israeliana mirata a smantellare la resistenza armata palestinese. La loro principale preoccupazione non era l’uccisione di massa di civili, ma la possibilità che le immagini della sofferenza palestinese potessero scatenare disordini nelle loro società.

Gaza ha infranto l’illusione della credibilità dell’ordine politico arabo, esponendone il profondo fallimento strutturale e morale. Nessuna ricchezza, alleanza straniera o repressione interna può offrire vera stabilità all’Arabia Saudita o ai suoi omologhi mentre i palestinesi vengono assediati e uccisi.

Non c’è alcuna giustificazione morale o politica per allearsi con il sionismo. Il genocidio di Gaza ha rivelato la sua essenza di ideologia fallita costruita sull’espropriazione e il terrore. Credere che la Palestina possa essere schiacciata o che il sionismo possa sopravvivere indenne dopo tutta questa brutalità è una fantasia ridicola.

I regimi arabi che un tempo facilitarono l’espulsione forzata dei combattenti palestinesi da Beirut capiscono che smantellare l’ultima linea di difesa di Gaza potrebbe aprire la strada a un massacro molto peggiore di Sabra e Shatila? E se quell’orrore si verificasse, porteranno il peso di ciò che hanno contribuito a scatenare?

La storia ha dimostrato che sostenere le legittime aspirazioni del popolo palestinese è l’unica strada percorribile. Tradire quelle aspirazioni erode la legittimità delle élite al potere. Da oltre 19 mesi le immagini incessanti della sofferenza a Gaza si sono impresse nella memoria collettiva del mondo. Le persone stanno guardando. Non dimenticheranno.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Una conferenza israeliana sull’antisemitismo sta fallendo … perché ha invitato troppi antisemiti

Jonathan Ofir

26 marzo 2025- Mondoweiss

Una conferenza israeliana sull’antisemitismo è finita sotto accusa a causa della partecipazione di politici europei di estrema destra, molti dei quali con una storia di razzismo antiebraico. Sebbene questa lista di invitati sia offensiva, non dovrebbe sorprendere data la storia del sionismo.

Oggi il governo israeliano inizierà a ospitare una conferenza di due giorni sull’antisemitismo. Ironicamente l’iniziativa ha cominciato a sgretolarsi a causa delle accuse secondo cui troppe persone che vi partecipano sarebbero antisemite.

La conferenza di questa settimana è presieduta dal Ministero della Diaspora di Israele, che è guidato da Amichai Chikli (Likud). La conferenza intitolata “Conferenza internazionale sulla lotta all’antisemitismo” è il culmine della “settimana della Diaspora” di Israele, ma in realtà è pensata per raccogliere ulteriore sostegno alle politiche razziste di Israele. Chikli ha difeso Elon Musk l’anno scorso quando quest’ultimo ha attaccato George Soros come “odiatore dell’umanità” e paragonandolo al cattivo dei fumetti X-Men Magneto, che come Soros è un sopravvissuto all’Olocausto. Ora, la lista degli invitati alla sua conferenza sull’antisemitismo sta generando così tante polemiche che persino i sionisti reazionari non possono sostenerla. Secondo il Times of Israel, questi ospiti includono:

“L’elenco degli ospiti della conferenza include i controversi politici europei di destra Jordan Bardella, presidente del partito di estrema destra francese Rassemblement National fondato dal noto antisemita e negazionista dell’Olocausto Jean-Marie Le Pen; Marion Marechal, membro francese di estrema destra del Parlamento europeo e nipote di Le Pen; Hermann Tertsch, membro spagnolo di estrema destra del Parlamento europeo; Charlie Weimers del partito di estrema destra Sweden Democrats; e Kinga Gál, del partito ungherese Fidesz”.

Questo Who’s Who [almanacco, n.d.t.] dell’estrema destra europea ha portato alcuni dei più noti difensori di Israele, come il CEO dell’Anti-Defamation League Jonathan Greenblatt, il rabbino capo britannico Ephraim Mirvis e altri, a ritirarsi dall’evento.

Ma uno sguardo alla storia del sionismo mostra che tali alleanze non sono insolite. Infatti i leader sionisti e lo stato israeliano hanno a lungo avuto rapporti con fascisti e antisemiti con l’obiettivo di colonizzare la Palestina.

La lunga storia di collaborazione tra sionisti e antisemiti

Sebbene possa sorprendere qualcuno, la conferenza e la sua lista di ospiti indecenti non sono fuori luogo nella storia del sionismo. Infatti, proprio agli albori del sionismo, il fondatore Theodor Herzl scrisse nel suo diario che “gli antisemiti diventeranno i nostri amici più affidabili, i paesi antisemiti i nostri alleati”. Ed è proprio così che si è svolta la storia.

Tali alleanze hanno avuto luogo in varie occasioni nel corso della storia del sionismo, per vari obiettivi specifici. Tali obiettivi includevano l'”Accordo di trasferimento”, progettato dello Yishuv sionista (la comunità politica ebraica in Palestina) negli anni 1933-39, in vista del quale ebbe luogo l’incontro di Berlino del 1937 tra Adolf Eichmann e l’ebreo sionista e agente dell’Haganah Feivel Polkes. L’incontro includeva una discussione sulla possibilità che i nazisti potessero fornire armi per la lotta sionista contro il Mandato britannico in Palestina. Lo stesso anno Eichmann visitò la Palestina, ospitato da Polkes.

Un altro esempio fu quando la banda Stern (o LEHI, una propaggine dell’Irgun, guidata da Yaakov Stern) tentò di stringere un’alleanza con la Germania nazista nel 1940-41. Le loro proposte a Hitler offrivano “una partecipazione attiva alla guerra dalla parte della Germania”, menzionavano una “partnership di interessi” tra “la visione del mondo tedesca e le vere aspirazioni nazionali del popolo ebraico”. Sostenevano che “l’istituzione dello storico stato ebraico su una base nazionale totalitaria, in un rapporto di alleanza con il Reich tedesco, è compatibile con la conservazione del potere della Germania”. L’Irgun e la banda Stern erano entrambi discendenti ideologici di Vladimir Jabotinsky e del suo “Muro di ferro”, che è anche l’ideologia fondante del partito Likud. I leader di questi gruppi paramilitari, Menachem Begin e Yitzhak Shamir, divennero poi primi ministri di Israele. Naturalmente anche l’attuale primo ministro, Benjamin Netanyahu, è un erede di questa ideologia.

Negli anni ’30 i seguaci di Jabotinsky si formarono in Italia sotto Mussolini, il cui governo fascista annotò:

“In accordo con tutte le autorità competenti è stato confermato che le opinioni e le inclinazioni politiche e sociali dei revisionisti sono note e che sono assolutamente in accordo con la dottrina fascista. Pertanto, come nostri studenti, porteranno la cultura italiana e fascista in Palestina”.

Anni dopo Netanyahu non ha fatto che rafforzare le alleanze con i governi di estrema destra e ha gettato a mare gli ebrei e la storia della persecuzione ebraica. Lo ha fatto quando ha “assolto” il presidente ungherese Victor Orban proprio mentre Orban elogiava i collaboratori nazisti e attaccava George Soros con una campagna antisemita, e quando ha aiutato la Polonia nel suo tentativo ultranazionalista e revisionista di occultare [gli episodi di collaborazionismo e attiva partecipazione n.d.t.] della propria storia durante l’Olocausto.

Questa storia evidenzia come sionisti e antisemiti abbiano spesso trovato un terreno politico comune, esattamente come aveva previsto Herzl. Per gli antisemiti l’idea dello “Stato ebraico” rappresenta qualcosa con cui possono identificarsi: il potere brutale e ultra-nazionalista contro una popolazione oppressa non bianca (che si sposa con le loro politiche anti-immigrazione ultra-nazionaliste).

L’approvazione sionista è stata anche usata per ripulire i propri precedenti: se lo Stato ebraico li “certifica”, non possono essere razzisti.

L’obiettivo di Israele: legittimare il genocidio

Ciò che l’intera vicenda ha chiarito è che niente di tutto questo riguarda realmente l’antisemitismo. L’obiettivo di Chikli è combattere coloro che criticano Israele.

Nella sua lettera aperta a Papa Francesco lo scorso dicembre, Chikli ha criticato il suggerimento fin troppo blando del Papa di studiare se Israele stesse effettivamente commettendo un genocidio. Chikli ha tirato fuori la carta dell’Olocausto e ha suggerito che il Papa stesso si stesse impegnando nella negazione dell’Olocausto attraverso la “banalizzazione”:

“Come popolo che ha perso sei milioni di figli e figlie nell’Olocausto, siamo particolarmente sensibili alla banalizzazione del termine “genocidio”, una banalizzazione che si avvicina pericolosamente alla negazione dell’Olocausto“.

Quando stabilisci il tuo “stato ebraico” attraverso l’espropriazione dei palestinesi il tuo sionismo alla fine porterà l’antisemitismo al punto di partenza rafforzando le stesse forze che hanno portato avanti la tua persecuzione storica.

Non esiste un “nuovo antisemitismo”. Israele sta solo cercando di costruire un sostegno per il suo razzismo anti-palestinese sfruttando la storia di oppressione del popolo ebraico.

Forse riusciranno ancora a spararsi sui piedi.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




“L’essenza del sogno sionista”: la storia dettagliata del dibattito sul trasferimento dei palestinesi

Ofer Aderet

12 febbraio 2025 – Haaretz

Donald Trump ha riportato nel dibattito pubblico una parola che un tempo era troppo scioccante per essere pronunciata. Si scopre che i piani di trasferimento per i palestinesi hanno radici profonde nella storia sionista.

Il piano di Donald Trump per svuotare Gaza dai suoi residenti, che ha già guadagnato l’appellativo di “Trumpsfer”, ha scatenato un putiferio riportando nel dibattito pubblico un termine che molti speravano appartenesse solo agli estremisti più radicali della società israeliana.

Le reazioni sono state varie, passando dal conduttore televisivo di destra Yinon Magal, che ha citato il Salmo 126:1: “Eravamo come coloro che sognano”, fino all’affermazione di Yair Golan secondo cui il trasferimento “è un’idea antitetica al giudaismo e al sionismo”, come ha scritto l’ex generale e leader del partito di sinistra Democrats su Haaretz. Dietro tutto questo si cela una storia interessante.

Quando gli israeliani sentono la parola “trasferimento”, pensano a Rehavam Ze’evi, il ministro del turismo di estrema destra e generale in pensione che credeva che la soluzione al conflitto israelo-palestinese fosse il “trasferimento degli arabi fuori dai confini di Israele” e che “questo dovrebbe essere detto apertamente e senza vergogna”. Ze’evi fu assassinato dai palestinesi nel 2001.

Le sue parole scatenarono un’ondata di indignazione, con richieste di rimuoverlo dalla direzione del Museo Eretz Israel di Tel Aviv e dal suo ruolo di riservista nellesercito. Ci furono persino richieste di processarlo per incitamento al razzismo e, “sulla base del diritto internazionale, per prevenire il crimine di genocidio.”

Shlomo Lahat, sindaco di Tel Aviv dal 1974 al 1993, prese le difese di Ze’evi, dichiarando che era “una persona perbene che dice quello che pensa. Ci sono un mucchio di bastardi che la pensano come lui e non hanno il coraggio di esprimere apertamente le proprie opinioni”.

Inoltre Ze’evi fece storcere il naso a qualcuno citando due fondatori del movimento sionista laburista. “Ho saputo dei [propositi sui] trasferimenti da [Yitzhak] Tabenkin e Berl Katznelson. Rispetto a loro sono un minimalista”, disse Ze’evi, che sarebbe stato presto eletto alla Knesset.

Prima di lui c’era stato Meir Kahane, membro della Knesset dal 1984 al 1988 finché il suo partito non venne escluso dalla corsa per la rielezione. “Trasferimento, allontanamento, volontario o no” era la soluzione di Kahane. “Con il pugno di ferro, senza paura, li espelleremo”.

Nel 1988, quando Kahane fu escluso e Ze’evi venne eletto, Shabtai Teveth, giornalista di spicco di Haaretz e biografo di David Ben-Gurion, scrisse per il giornale una serie di articoli dal titolo: “La metamorfosi del [concetto di] trasferimento nel pensiero sionista”. Teveth sosteneva che accenni al[l’idea di] trasferimento “baluginavano timidamente ai margini del sionismo” ed erano “idee poco elaborate” tra le “malattie infantili del sionismo”.

Ma le prime fonti da lui fornite parlavano da sole e, come ha scritto lo storico Benny Morris nel suo libro “Correcting a Mistake: Jews and Arabs in Palestine/Israel, 1936–1956” [Un errore da correggere: ebrei e arabi in Palestina/Israele, 1936-1956, ndt.], l’idea del trasferimento non è nata nel 1948. Ha radici profonde nel sionismo sin dalla fondazione del movimento nel XIX secolo.

Lo storico Tom Segev intervenne nel dibattito col suo libro “One Palestine, Complete: Jews and Arabs Under the British Mandate” [Una Palestina, integra: ebrei e arabi sotto il mandato britannico, ndt.]. Secondo lui nel movimento sionista prevaleva un forte consenso sul fatto che un trasferimento degli arabi fosse auspicabile e anche morale. Questo in sostanza era il sogno sionista, scrisse Segev.

Contrariamente a quanto Yair Golan ha scritto questa settimana su Haaretz Segev ritiene che il trasferimento sia radicato nell’ideologia sionista e sia stato reso necessario dal terrorismo arabo e dal rifiuto degli arabi di consentire al movimento sionista di fondare un Paese con una maggioranza ebraica.

Ebbene, questo è ciò che Theodor Herzl, il padre del sionismo moderno, scrisse nel suo diario nel 1895: “Cercheremo di deportare la popolazione senza un soldo oltre confine, procurandole un impiego nei Paesi di transito e negandole al contempo qualsiasi impiego nel nostro paese”.

Due anni dopo uno dei colleghi di Herzl, Israel Zangwill, visitò la Terra Santa. “Concluse che non c’era altra scelta che rimuovere gli arabi e trasferirli con la forza nei Paesi vicini”, scrisse Teveth nella sua rubrica su Haaretz. Come disse Zangwill nel 1904: “Dobbiamo essere pronti a espellerli dalla terra con la forza della spada, come fecero i nostri antenati con le tribù che la abitavano”.

Nel 1920 anche Teveth parafrasò la posizione di Zangwill: “Dobbiamo convincerli gentilmente a intraprendere un viaggio migratorio. Dopo tutto hanno a loro disposizione la penisola arabica con i suoi milioni di miglia quadrate”.

Teveth scrisse che due “grandi e devoti sionisti” avevano avuto un’idea simile, riferendosi a Nachman Syrkin (1868-1924): “La Terra di Israele, che è molto scarsamente popolata e dove oggi gli ebrei sono il 10% della popolazione, dovrebbe essere consegnata agli ebrei”, e a Aaron Aaronsohn (1876-1919) il quale propose che gli arabi della Palestina ottomana andassero a vivere in Iraq, terra molto più fertile. Scrisse: “si dovrebbe convincere il maggior numero possibile di arabi a emigrare”.

Yosef Sprinzak, presidente della Knesset dal 1949 al 1959, aveva 10 anni quando Herzl scrisse sul tema del trasferimento nel suo diario. Nel 1919, durante un’assemblea dei leader della comunità ebraica, Sprinzak disse: “Dobbiamo ottenere la Terra di Israele senza alcuna riduzione o restrizione, ma c’è un dato numero di arabi che vivono nella Terra di Israele ed essi avranno soddisfazione. Chiunque desideri coltivare coltiverà il suo appezzamento. Chiunque non desideri coltivarlo riceverà un risarcimento e cercherà la sua felicità in un’altra terra”.

Arthur Ruppin disse nel 1938: “Non credo nel trasferimento di individui. Credo nel trasferimento di interi villaggi”. Menachem Ussishkin aggiunse nello stesso anno che era disposto a difendere davanti a Dio e alla Società delle Nazioni il lato morale del trasferimento, e Ben-Gurion, che sarebbe diventato il primo ministro fondatore di Israele, disse che non riteneva il trasferimento in alcun modo immorale.

Il trasferimento venne discusso in pieno quando la Commissione Peel pubblicò il suo rapporto nel 1937. Le autorità britanniche istituirono la commissione nel 1936 dopo l’inizio della rivolta araba contro gli inglesi nella Palestina mandataria. La commissione propose di dividere il territorio in tre parti: uno Stato ebraico, uno arabo e una porzione, inclusa Gerusalemme, sotto il dominio britannico.

Ci fu una proposta di trasferimento, sia volontario che forzato, degli arabi dallo Stato ebraico, chiamato ufficialmente “scambio di popolazioni”, ma l’intenzione era quella di un trasferimento o un’espulsione di massa, scrive Morris.

Ben-Gurion aggiunse nel suo diario – come citato da Morris nel suo libro “Righteous Victims”[Vittime innocenti, ndt.] : “Il trasferimento forzato degli [arabi] dalle valli del progetto di Stato ebraico potrebbe darci qualcosa che non abbiamo mai avuto, nemmeno quando eravamo autonomi nell’epoca del primo e del secondo Tempio. Ci viene data un’opportunità che va al di là della più fervida immaginazione”.

Ben-Gurion vedeva il trasferimento della popolazione come un punto chiave del piano e aggiunse: “Con il trasferimento forzato [avremmo] una vasta area [per l’insediamento coloniale]. Io sostengo il trasferimento forzato. Non ci vedo nulla di immorale”.

Era convinto che in molte parti dello Stato non sarebbero stati possibili nuovi insediamenti coloniali senza il trasferimento dei contadini arabi. “Il potere ebraico, che cresce costantemente, aumenterà anche le nostre possibilità di portare avanti il trasferimento su larga scala”, disse Ben-Gurion nel 1937.

Nell’agosto di quell’anno disse al XX Congresso Sionista di emergenza di Zurigo: “Non vogliamo espropriare, ma un trasferimento [graduale] della popolazione [attraverso l’acquisto ebraico e l’allontanamento dei mezzadri arabi] è già avvenuto nella valle [di Jezreel], nello Sharon e in altri luoghi. … Ora dovrà essere effettuato un trasferimento di portata completamente diversa. … Il trasferimento è ciò che renderà possibile un programma di insediamento coloniale [ebraico] completo. Fortunatamente il popolo arabo ha vaste aree vuote [in Transgiordania e Iraq]. Il potere ebraico, in costante crescita, aumenterà anche le nostre possibilità di realizzare il trasferimento su larga scala”.

Chaim Weizmann, che sarebbe diventato il primo presidente di Israele, parlò in modo simile, cosa che possiamo dedurre dal suo ascendente sugli ascoltatori. Tra di loro c’era anche il caporedattore di Haaretz, Moshe Glickson, che dichiarò: “Ci sono degli entusiasti che credono che sia possibile allontanare centinaia di migliaia di arabi dallo Stato ebraico praticamente stando su una gamba sola”.

Gli archivi mostrano che non si trattava solo di dibattiti teorici. Negli anni ’30 il movimento sionista iniziò a elaborare un piano di trasferimento; istituì persino un comitato speciale per farlo. Il dibattito includeva la questione se il trasferimento sarebbe stato volontario, se sarebbero stati svuotati prima i villaggi o le città, a quale ritmo, dove sarebbero andate le persone e a quale costo economico.

Ben-Gurion propose che all’Iraq venissero pagati 10 milioni di sterline britanniche perché accogliesse 100.000 famiglie arabe. Weizmann si illudeva che il re Ibn Saud avrebbe accettato da 10 a 20 milioni di sterline per accogliere tutti gli arabi nella Palestina mandataria, un passaggio che sarebbe stato finanziato dagli Stati Uniti.

Ma la Commissione Peel, simile ad altre commissioni istituite dagli inglesi, non riuscì a trovare una soluzione. Ciò infranse le speranze sioniste di un trasferimento della popolazione araba sotto gli auspici britannici.

Anche la destra partecipò al dibattito. Nel 1940, Ze’ev Jabotinsky scrisse: “Il mondo si è abituato all’idea delle migrazioni di massa e ha iniziato ad apprezzarle. … Hitler per quanto odioso sia per noi ha dato a questa idea una buona reputazione nel mondo.”

Nel dicembre del 1944, verso la fine della Seconda guerra mondiale, il trasferimento ricevette un sorprendente sostegno, ancora una volta dai britannici. Il Partito Laburista adottò la seguente risoluzione durante la sua 43ª conferenza annuale: “Qui ci siamo fermati a metà strada, irresoluti tra politiche contrastanti. Ma sicuramente non c’è né speranza né significato in una ‘Casa Nazionale Ebraica’, a meno che non siamo disposti a permettere agli ebrei, se lo desiderano, di entrare in questa piccola terra in numero tale da diventare una maggioranza. C’erano forti ragioni per questo prima della guerra. Ora, dopo le indicibili atrocità del freddo e calcolato piano nazista tedesco per uccidere tutti gli ebrei in Europa, le ragioni sono diventate perentorie.

Anche qui, in Palestina, ci sono sicuramente delle ragioni, su base umanitaria e a favore di uno stabile insediamento coloniale, per trasferire la popolazione. Facciamo in modo che gli arabi siano incoraggiati a andarsene, come gli ebrei a trasferirvisi. Facciamo in modo che siano ben compensati per la loro terra e che il loro insediamento altrove sia attentamente organizzato e generosamente finanziato. Gli arabi sono proprietari di molti vasti territori; non devono pretendere di escludere gli ebrei da questa piccola area della Palestina, inferiore alla dimensione del Galles.

In effetti, dovremmo riesaminare anche la possibilità di estendere gli attuali confini palestinesi, tramite un accordo con l’Egitto, la Siria o la Transgiordania. Inoltre, dovremmo cercare di ottenere il pieno accordo e supporto sia del governo americano che di quello russo per la messa in atto di questa politica sulla Palestina.”

Nel 1944 Ben-Gurion disse che un trasferimento degli arabi sarebbe stato più facile rispetto a qualsiasi altra popolazione. Come scrive Morris, Ben-Gurion notò che c’erano molti paesi arabi nella regione e sostenne che gli espulsi avrebbero percepito un miglioramento della loro condizione.

Morris cita anche un commento del maggio 1944 di Moshe Sharett, che sarebbe diventato il secondo primo ministro di Israele: Il trasferimento può essere il coronamento di un’impresa, la fase finale di uno sviluppo politico, ma in nessun caso il punto di partenza. Una volta istituito lo Stato ebraico è molto probabile che il trasferimento degli arabi ne sia la conseguenza.

Yitzhak Gruenbaum, che sarebbe diventato il primo ministro degli interni di Israele, aggiunse: “Il ruolo degli ebrei è talvolta quello di spingere i gentili a cose che non sono ancora in grado di vedere… ad esempio, creare artificiosamente condizioni in Iraq che attirino gli arabi dalla Terra di Israele… Non vedo alcuna ingiustizia in questo, e nessun crimine”.

Eliyahu Dobkin, il capo del dipartimento dell’Agenzia ebraica dell’aliyah [immigrazione, letteralmente “ascesa”, ndt.] affermò che il nuovo Stato avrebbe avuto una grande minoranza araba, che avrebbe dovuto essere allontanata.

Il capitolo successivo del dibattito sul trasferimento della popolazione fu scritto durante la Guerra d’Indipendenza (di Israele, ndt.), quando circa 700.000 arabi fuggirono o furono espulsi e divennero rifugiati. Come ha sostenuto Morris, è impossibile capire gli eventi del 1948, comprese le espulsioni di massa e l’impedimento del ritorno dei rifugiati, senza comprendere l’ideologia dei leader dell’Israele pre-Stato, per i quali l’idea del trasferimento era centrale.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)