“Stiamo vivendo con la spada in mano”: i rimorsi del figlio di un fondatore di Israele

Sarah Helm

3 gennaio 2020 – Middle East Eye

In un’intervista approfondita Yaakov Sharett, figlio di uno dei padri fondatori di Israele, dice di pentirsi di essersi insediato nel Negev negli anni ’40 – e di tutto il progetto sionista

Il mio nome è Yaakov Sharett. Ho 92 anni. Si dà il caso che io sia figlio di mio padre, cosa della quale non sono responsabile. Le cose stanno così.”

Yaakov ridacchia e guarda da sotto un cappello di lana verso una foto di suo padre – orgoglioso con colletto e cravatta – sul muro del suo studio a Tel Aviv. Moshe Sharett è stato un padre fondatore di Israele, il suo primo ministro degli Esteri e il suo secondo primo ministro tra il 1954 e il 1955. Ma non sono venuta a parlare del padre di Yaakov. Sono venuta con alcune fotografie di un pozzo che una volta si trovava in un villaggio arabo chiamato Abu Yahiya, nella regione del Negev, in quello che ora è il sud di Israele.

Facendo ricerche per un mio libro ho trovato di recente il pozzo e appreso alcune cose della storia del villaggio di Abu Yahiya. Ho sentito di come i palestinesi che una volta vi vivevano furono espulsi durante la guerra del 1948 che portò alla creazione di Israele.

Ho anche sentito dire che i pionieri sionisti, che avevano piazzato un avamposto nei pressi del villaggio prima della guerra del 1948, erano soliti prendere l’acqua dal pozzo arabo. Tra loro c’era un giovane soldato ebreo chiamato Yaakov Sharett. Perciò sono andata a trovare Yaakov nella speranza che potesse condividere i suoi ricordi sul pozzo, sui contadini e sugli avvenimenti del 1948.

Nel 1946, due anni prima della guerra arabo-israeliana, Yaakov e un gruppo di commilitoni si spostarono nella zona di Abu Yahiya per contribuire a condurre uno dei più spettacolari furti di terra dei sionisti.

Da giovane soldato, Sharett venne nominato mukhtar – o capo – di uno degli 11 avamposti ebraici fondati di nascosto nel Negev. L’obiettivo era garantirsi una roccaforte per assicurare che Israele potesse impossessarsi di quell’area strategica quando fosse iniziata la guerra.

Le bozze dei piani di partizione avevano destinato il Negev, in cui gli arabi erano in numero estremamente superiore rispetto agli ebrei, come parte di uno Stato arabo, ma gli strateghi ebrei erano determinati a prenderselo.

La cosiddetta operazione “11 punti” fu un grande successo, e durante la guerra gli arabi vennero di fatto tutti cacciati e il Negev fu dichiarato parte di Israele.

Per gli audaci pionieri coinvolti fu un titolo d’onore avervi preso parte e Yaakov Sharett in un primo tempo è sembrato esaltarsi dei suoi ricordi: “Ci mettemmo in azione con fil di ferro e pali e facemmo un recinto attraverso Wadi Beersheva,” dice. Ho aperto un computer per mostragli le foto del pozzo arabo, ora una località turistica israeliana. “Sì,” dice Yaakov, sorpreso. “Lo conosco. Ho conosciuto Abu Yahiya. Un tipo gentile. Un beduino alto e magro con la faccia simpatica. Mi vendeva l’acqua. Era deliziosa.”

Gli chiedo cosa fosse successo agli abitanti del villaggio. Fa una pausa: “Quando è iniziata la guerra, gli arabi scapparono – espulsi. Non ricordo bene,” dice, facendo di nuovo una pausa.

In seguito tornai e la zona era completamente vuota. Vuota! Tranne..” e scruta di nuovo la foto del pozzo.

Sai, quell’uomo gentile dopo chissà come era ancora lì. Mi chiese aiuto. Era messo molto male – molto malato, a malapena in grado di camminare, tutto solo. Tutti gli altri se n’erano andati.”

Ma Yaakov non lo aiutò. “Non dissi niente. Mi sento molto male per questo. Perchè era mio amico,” dice.

Yaakov alza lo sguardo chiaramente addolorato. “Mi dispiace moltissimo. Cosa posso dire?”

E mentre quella che doveva essere una breve intervista prosegue, è diventato chiaro che Yaakov Sharett non era pentito solo dell’impresa del Negev, ma anche di tutto il progetto sionista.

Dall’Ucarina alla Palestina

Proseguendo nel racconto, Yaakov è sembrato a volte più un uomo che si stesse confessando che uno che stesse rilasciando un’intervista.

Dopo la guerra del 1948 e la fondazione di Israele, Yaakov studiò russo negli USA e poi venne nominato diplomatico all’ambasciata israeliana a Mosca, per essere poi espulso dalla Russia con l’accusa di essere un “propagandista sionista e una spia della CIA.”

Di ritorno in Israele lavorò come giornalista e da pensionato ha dedicato i suoi ultimi anni alla fondazione della Moshe Sharett Heritage Society [Società in Memoria di Moshe Sharett], che si dedica a pubblicare documenti e diari di Sharett – una sezione in inglese. I diari di Sharett sono stati molto apprezzati, descritti da un critico come “tra i migliori diari politici mai pubblicati.”

Durante la nostra intervista, facendo spesso riferimento al ruolo fondamentale di suo padre nella fondazione di Israele, i pensieri di Yaakov si sono chiaramente focalizzati sugli anni passati a pubblicare gli scritti di Moshe Sharett. Haaretz, il giornale israeliano di centro-sinistra, commentando l’edizione ebraica in otto volumi dei diari, ha affermato che è “difficile sopravvalutare la loro importanza per lo studio della storia israeliana.”

Questa settimana la pubblicazione dell’edizione ridotta in inglese, anch’essa tradotta da Yaakov – “My Struggle for Peace [La mia lotta per la pace] (1953-1956) – sarà festeggiata negli archivi centrali sionisti a Gerusalemme. “Questo è il culmine del lavoro della mia vita,” dice Yaakov.

Questo lavoro ha anche reso più profondo il dolore delle sue conclusioni, in quanto ora lui ha ripudiato la validità di buona parte del “lavoro di una vita” di suo padre – e, apprendo, anche di suo nonno.

Suo nonno, Jacob Shertok – il cognome originario della famiglia – fu uno dei primi sionisti a mettere piede in Palestina, lasciando la sua casa a Kherson, in Ucraina, nel 1882 dopo i pogrom russi [ondata di massacri contro le comunità ebraiche nell’impero zarista, ndtr.].

Aveva il sogno di coltivare la terra. La grande idea sionista era di tornare alla terra e abbandonare le attività superficiali degli ebrei che si erano allontanati dalla terra,” dice.

Pensavano che, poco alla volta, più ebrei sarebbero immigrati fino a diventare una maggioranza, e avrebbero potuto chiedere uno Stato, che allora chiamarono un ‘focolare’ [termine utilizzato nella dichiarazione Balfour del 1917 in cui la GB si impegnava a favorirne la fondazione in Palestina, ndtr.] per evitare discussioni.”

Chiedo cosa il nonno di Yaakov pensasse che ne sarebbe stato degli arabi, che allora rappresentavano circa il 97% della popolazione, con gli ebrei attorno al 2 o 3%. “Credo che pensasse che più ebrei sarebbero arrivati, più prosperità avrebbero portato e che gli arabi ne sarebbero stati contenti. Non compresero che la gente non vive solo di soldi. Saremmo stati il potere dominante, ma gli arabi si sarebbero abituati a questo,” afferma, aggiungendo con un sorriso triste: “Bene, o lo credevano o volevano crederlo. La generazione di mio nonno era composta di sognatori. Se fossero stati realisti, in primo luogo non sarebbero venuti in Palestina. Non fu mai possibile per una minoranza sostituire una maggioranza che aveva vissuto su questa terra per centinaia di anni. Non avrebbe mai potuto funzionare,” sostiene.

Quattro anni dopo Jacob avrebbe voluto non essere mai venuto e ritornò in Russia, non a causa dell’ostilità dei palestinesi – il numero degli ebrei era ancora ridottissimo – ma perché non era riuscito a guadagnarsi la vita qui.”

Molti dei primissimi coloni in Palestina scoprirono che lavorare la terra era molto più duro di quanto avessero mai immaginato e spesso tornarono in Russia disperati. Ma nel 1902, dopo altri pogrom, Jacob Sharett ritornò, stavolta con una famiglia, tra cui Moshe, di otto anni.

La maggior parte dei palestinesi fu ancora accogliente con gli ebrei, in quanto la minaccia sionista non era ancora chiara. Un membro della ricca famiglia Husseini, che era diretto all’estero, offrì persino in affitto al nonno di Yaakov la sua casa nel villaggio di Ein Siniya, ora nella Cisgiordania occupata.

Per due anni nonno Shertok visse là come un importante personaggio arabo, mentre i suoi figli andavano a un asilo palestinese. “Mio padre allevava pecore, imparò l’arabo e in generale visse come un arabo,” dice Yaakov.

Psicologia della minoranza

Ma il progetto sionista era di vivere come ebrei, per cui poco dopo la famiglia dovette spostarsi nel centro abitato ebraico di Tel Aviv in rapida crescita, e Moshe presto affinò tutte le sue capacità – compreso lo studio delle leggi ottomane a Istanbul – per portare avanti il progetto sionista.

Grazie alla dichiarazione Balfour del 1917, che promise un focolare ebraico in Palestina e inaugurò il dominio coloniale inglese, sembrarono ora realizzabili progetti per un vero e proprio Stato ebraico, e nei successivi vent’anni Moshe Sharett contribuì a disegnarlo, diventando una figura fondamentale dell’Agenzia Ebraica, il governo in fieri dello Stato.

Fondamentale per il progetto era la creazione di una maggioranza ebraica e la proprietà di più terra possibile, al cui fine Sharett lavorò in stretto contatto con il suo alleato David Ben-Gurion. L’immigrazione crebbe rapidamente, e venne comprata terra, in genere da proprietari terrieri assenteisti arabi. Le dimensioni del cambiamento provocarono la rivolta palestinese del 1936, brutalmente repressa dai britannici. Alla luce di quella rivolta, il futuro primo ministro mise mai in dubbio che lo Stato ebraico potesse funzionare?

No”, dice Yaakov. La dirigenza era “ancora unanime nel giustificare la propria idea di sionismo. Si deve ricordare che tutti loro pensavano nei termini di essere ebrei e di come erano stati assoggettati dalle maggioranze nei Paesi in cui avevano vissuto.

Mio padre diceva questo: ‘Ovunque ci sia una minoranza, ogni suo membro ha un bastone e uno zaino nell’armadio.’ Psicologicamente si rendeva conto che sarebbe arrivato un brutto giorno e che avrebbe dovuto andarsene, per cui la priorità fu sempre di creare una maggioranza e scrollarsi di dosso per sempre la psicologia della minoranza.

Mio padre e gli altri pensavano ancora che la maggioranza degli arabi avrebbe venduto il proprio onore nazionale per il cibo che avremmo dato loro. Era un bel sogno, ma a spese di altri. E chiunque non fosse d’accordo era un traditore.”

Diventare mukhtar

Da giovane adolescente all’inizio degli anni ’40 Yaakov non metteva in discussione la visione di suo padre. Al contrario.

Devo dire,” continua, “che quando ero nel movimento giovanile sionista andavamo in giro per i villaggi arabi a piedi, vedevi un villaggio arabo, imparavi il suo nome in ebraico come era nella Bibbia e sentivi che il tempo non ti aveva separato da esso. Non sono mai stato religioso, ma questo era ciò che sentivi.”

Nel 1939 scoppiò la Seconda Guerra Mondiale e molti giovani israeliani si unirono alla Brigata Ebraica dell’esercito britannico, combattendo in Europa. La Brigata Ebraica fu un’idea del padre di Yaakov, e appena fu abbastanza grande Yaakov si presentò volontario, arruolato nel 1944 all’età di 17 anni. Ma pochi mesi dopo, nell’aprile 1945, la guerra finì e Yaakov era troppo in ritardo per prestare servizio.

Di ritorno in Palestina, questi giovani soldati ebrei che avevano fatto il militare in Europa erano tra quanti ora venivano reclutati per combattere in ciò che molti sapevano sarebbe accaduto dopo: una nuova guerra in Palestina per fondare lo Stato di Israele. Yaakov – che non aveva ancora chiaramente iniziato a vedere che il sionismo “era a spese di altri” – rapidamente accettò di fare la sua parte.

Ora diciannovenne, Yaakov fu scelto per ricoprire il ruolo di mukhtar, o capo villaggio, ebreo in un avamposto quasi militare nel Negev, un territorio desolato a malapena abitato da ebrei. “All’epoca non pensavo molto alla politica. Costruire questo insediamento era letteralmente il nostro sogno,” afferma.

Sua moglie, Rena, si unisce a noi, appollaiata su uno sgabello, e annuisce. Rena Sharett era un’altra accesa sionista che rivendicò il Negev nel 1946.

Prima del 1948 il Negev costituiva i distretti amministrativi britannici di Beersheva e di Gaza, che insieme rappresentavano metà della terra di Palestina. Arrivando fino al Mar Morto e al golfo di Aqaba, il territorio aveva un accesso vitale all’acqua.

Quindi non è sorprendente che i sionisti, che all’epoca erano riusciti ad impossessarsi solo del 6% della terra palestinese, fossero determinati a conquistarlo.

Tuttavia, dato che circa 250.000 arabi vivevano nel Negev, in 247 villaggi, rispetto a 500 ebrei in tre piccoli avamposti, un recente piano di partizione anglo-americano aveva diviso la Palestina mandataria tra ebrei e arabi, attribuendo la regione del Negev a un futuro Stato palestinese.

Anche un divieto britannico contro nuove colonie aveva ostacolato i tentativi sionisti di modificare lo status quo. Gli arabi si erano sempre opposti a qualunque progetto che prevedesse i palestinesi come “una maggioranza indigena che viveva sul proprio suolo ancestrale, trasformata improvvisamente in una minoranza sotto un potere straniero,” come ha riassunto lo storico palestinese Walid Khalidi.

Tuttavia alla fine del 1946, con un nuovo piano di partizione delle Nazioni Unite in via di definizione, i dirigenti sionisti ritenevano che per il Negev fosse l’ultima occasione.

Ora o mai più

Quindi venne lanciato il piano degli “11 punti”. Non solo i nuovi insediamenti rafforzarono la presenza ebraica là, ma quando scoppiò l’inevitabile guerra servirono come basi militari.

A causa del divieto britannico ogni cosa doveva essere fatta in segreto e venne deciso di erigere gli avamposti nella notte del 5 ottobre, appena dopo la festa di Yom Kippur [una delle più importanti feste ebraiche, ndtr.]. “Gli inglesi non si sarebbero mai aspettati che gli ebrei facessero una cosa simile la notte dopo lo Yom Kippur,” dice Yaakov. 

Ricordo quando trovammo il nostro pezzo di terra sulla cima di una collina arida. Era ancora buio, ma riuscimmo a piantare i pali e presto eravamo all’interno della nostra recinzione. Alle prime luci del giorno arrivarono camion con baracche prefabbricate. Fu una bella impresa. Lavorammo come matti. Ah! Non lo dimenticherò mai.”

Guardando all’esterno da dentro la loro barriera, i coloni in un primo tempo non scorsero nessun arabo, ma poi intravidero le tende del villaggio di Abu Yahiya e qualche “sudicia capanna”, come le descrive Yaakov.

In breve chiesero acqua agli arabi: “Ogni giorno con il mio camion andavo a prendere l’acqua per il nostro insediamento da quel pozzo. É così che diventai amico di Abu Yahiya,” racconta. Con la sua infarinatura di arabo chiacchierava anche con altri: “A loro piaceva parlare. E accadeva quando avevo del lavoro da fare,” ride. “Non penso che fossero esattamente contenti di averci lì, ma erano in pace con noi. Non c’era ostilità.”

Un altro capo locale arabo in cambio di una piccola somma vegliava sulla loro sicurezza. “Era una specie di accordo che avevamo con lui. Faceva la guardia e ogni mese saliva alla nostra palizzata e si sedeva lì tutto tranquillo – sembrava solo un fagottino di vestiti,” dice Yaakov con un grande sorriso.

Stava ad aspettare di essere pagato e io gli stringevo la mano e mi firmava con l’impronta del pollice una specie di ricevuta che io davo alle autorità di Tel Aviv e loro mi davano del denaro per la volta successiva. Questa era la mia vera e unica responsabilità come mukhtar,” afferma Yaakov, aggiungendo che tutti sapevano che aveva ottenuto quel ruolo di capo in quanto figlio di suo padre. Moshe Sharett, all’epoca una importante figura politica, era noto come un moderato, e come tale era visto con sospetto da alcuni sostenitori della linea dura militare.

I nuovi avamposti nel deserto del Negev erano progettati principalmente come centri per raccogliere informazioni sugli arabi, e Yaakov crede che fosse probabilmente a causa di suo padre che anch’egli era visto con sospetto ed escluso da quelli mandati negli avamposti per studiare piani militari. “Io invece in realtà venivo utilizzato come tuttofare” – guidare, raccogliere acqua, comprare carburante a Gaza o a Beersheva.” Sembra avere nostalgia della libertà di quel paesaggio arido, anche se di notte i coloni tornavano sempre dentro la loro barriera.

Conobbe anche altri villaggi arabi, come Burayr “che era sempre ostile, non so perché,” ma la maggior parte era amichevole, soprattutto un villaggio chiamato Huj. “Spesso andavo a Huj e lo conoscevo bene.”

Durante la guerra del 1948 gli abitanti di Huj raggiunsero un accordo scritto con le autorità ebraiche perché gli venisse consentito di rimanere, ma vennero cacciati come tutti gli altri 247 villaggi di questa zona, per lo più a Gaza. I palestinesi chiamarono le espulsioni la loro Nakba – o catastrofe.

Chiedo a Yaacov cosa ricordi dell’esodo degli arabi nel maggio 1948, ma in quel periodo non era lì, in quanto il fratello di Rena era stato ucciso in combattimento più ad est, per cui la coppia se n’era andata per unirsi alla sua famiglia.

Dico a Yaacov di aver incontrato sopravvissuti del clan di Abu Yahiya, che ricordavano di essere stati portati da soldati ebrei a Wadi Beersheva, dove gli uomini vennero separati dalle donne, alcuni vennero uccisi e poi gli altri furono espulsi.

Comunque non lo ricordo,” dice Yaakov. Ma sondando nella memoria improvvisamente rievoca altre atrocità, compresi avvenimenti a Burayr, il villaggio ostile, dove nel maggio 1948 ci fu un massacro, secondo i sopravvissuti e gli storici palestinesi furono uccisi tra i 70 e i 100 abitanti.

Uno dei nostri ragazzi partecipò alla presa di Burayr. Ricordo che disse che quando arrivò là gli arabi erano già in gran parte scappati, aprì la porta di una casa, vide un vecchio là e gli sparò. Si era divertito a sparargli,” dice.

Quando nell’ottobre 1948 Beersheba venne presa, Yaakov era tornato nel suo avamposto lì nei pressi, che aveva ora un nome ebraico, Hatzerim.

Appresi che i nostri ragazzi avevano guidato l’esercito nella città,” afferma. “Conoscevamo molto bene la zona e potevamo condurli attraverso i wadi (letti dei fiumi).”

Dopo la caduta di Beersheva, Yaakov condusse i suoi commilitoni in un camion giù per dare un’occhiata: “Era vuota, totalmente vuota.” L’intera popolazione di circa 5.000 abitanti era stata espulsa e portata in camion a Gaza.

Ho sentito dire che c’erano stati molti saccheggi. “Sì,” afferma. “Prendemmo oggetti da molte case vuote. Prendemmo quello che potevamo – mobili, radio, utensili. Non per noi, ma per aiutare il kibbutz. Dopotutto ora Beersheva era vuota e non era di nessuno.”

Cosa ne pensa? “Di nuovo, devo confessare che all’epoca non pensavo molto a tutto ciò. Eravamo orgogliosi di aver occupato Beersheva. Anche se devo dire che prima avevamo avuto molti amici lì.”

Yaakov dice di non poter ricordare se anche lui avesse partecipato al saccheggio: “Probabilmente lo feci. Ero uno di loro. Eravamo molto contenti. Se non lo prendi tu, lo prenderà qualcun altro. Non avevi la sensazione di doverlo restituire. Loro non sarebbero tornati.”

Che cosa ne pensa? Riflette: “Allora non ci pensavamo. Mio padre, di fatto, disse che non sarebbero tornati. Mio padre era un uomo con un’etica. Non penso che condividesse gli ordini di espellere gli arabi. Ben-Gurion sì, Sharett no. Ma lo accettò come un dato di fatto. Penso che sapesse che stava avvenendo qualcosa di sbagliato, ma non vi si oppose,” sostiene.

Dopo la guerra mio padre tenne una conferenza e disse: ‘Non so perché un uomo debba vivere per due anni isolato in un villaggio (un riferimento al tempo in cui era cresciuto a Ein Siniya) per scoprire che gli arabi sono esseri umani’. Questo tipo di discorsi non lo avresti sentito da nessun altro leader ebreo… questo era mio padre.”

Poi, come se confessasse anche a nome di suo padre, Yaakov aggiunge: “Ma devo essere franco, mio padre aveva un’opinione crudele riguardo ai rifugiati. Era contrario al loro ritorno, su questo era d’accordo con Ben-Gurion.”

Molto più crudele di Sharett era Moshe Dayan. Nominato dopo la guerra capo di stato maggiore da David Ben-Gurion, il primo presidente del consiglio israeliano, Dayan ebbe il compito di tenere i rifugiati del Negev e molti altri “recintati” dietro le linee di armistizio con Gaza.

Nel 1956 un rifugiato di Gaza uccise un colono israeliano, Roi Rotberg, e al suo funerale Dayan fece un famoso discorso funebre, invitando gli israeliani ad accettare una volta per tutte che gli arabi non avrebbero mai vissuto in pace vicino a loro, e precisò il perché: gli arabi erano stati espulsi dalle loro case in cui ora vivevano gli ebrei.

Ma Dayan invitò gli ebrei a rispondere, non cercando un compromesso ma “guardando in faccia l’odio che consuma e riempie le vite degli arabi che vivono attorno a noi e ad essere per sempre pronti e armati, forti e duri.”

Questo discorso fece una profonda impressione a Yaakov Sharett. “Dissi che era un discorso fascista. Stava dicendo alla gente di vivere con la spada in mano,” afferma. Moshe Sharett, che all’epoca era ministro degli Esteri, stava cercando di raggiungere un compromesso attraverso la diplomazia, per cui era definito un “debole”.

Ma non fu che nel 1967, quando iniziò a lavorare come giornalista per il giornale israeliano di centro Maariv, che Yaakov perse la sua fede nel sionismo.

Erano la maggioranza”

Nella guerra arabo-israeliana del 1967 Israele si impossessò di più terre, questa volta in Cisgiordania, a Gerusalemme est e nella Striscia di Gaza, dove l’occupazione militare venne imposta ai palestinesi, che questa volta non scapparono.

Girando per la Cisgiordania, Sharett osservò i volti attoniti ma spavaldi degli arabi e si sentì ancora una volta “a disagio”, soprattutto quando visitò Ein Siniya, il villaggio della sua famiglia, di cui suo padre, ormai morto, parlava in termini così affettuosi. Fu lì che da bambino Moshe aveva portato al pascolo le pecore e “imparato che gli arabi erano umani”, come Moshe Sharett avrebbe detto in un successivo discorso.

Gli abitanti erano sottoposti al primo shock dell’occupazione. Sapevano che ora gli ebrei erano il potere dominante, ma non mostravano alcun sentimento di odio. Erano persone semplici. E ricordo che molti abitanti arrivarono, ci circondarono e sorridevano e mi dissero che si ricordavano della mia famiglia e della casa in cui la nostra famiglia aveva vissuto. Per cui ci sorridemmo a vicenda e me ne andai. Non sono più ritornato. Non mi piaceva questa occupazione, non volevo andare lì come un padrone,” dice.

Avete sentito parlare di sparare e piangere?”, chiede, con un altro sorriso amaro, spiegando che questo era un modo di dire per descrivere gli israeliani che, dopo aver combattuto in Cisgiordania nel 1967, si vergognavano ma ne accettavano i risultati.

Ma non volevo avere nient’altro a che vedere con l’occupazione. Era il mio modo per non identificarmi con essa. Ne ero depresso e me ne vergognavo.”

I volti degli abitanti di Ein Sinya rivelavano qualcos’altro: “Vidi in questa spavalderia che loro avevano ancora la psicologia della maggioranza. Mio padre soleva dire che la guerra provoca sempre ondate di rifugiati. Ma non si rese conto che in genere quelli che scappano sono la minoranza. Nel 1948 erano la maggioranza, per cui non si arrenderanno mai. Questo è il nostro problema.”

Ma mi ci sono voluti anni per capire quello che è stata la Nakba e che la Nakba non è iniziata nel 1967, ma nel 1948. Dobbiamo comprenderlo.”

Rena aggiunge: “Nel 1948 era una questione di noi o loro. Di vita o di morte. Questa era la differenza,” dice.

Noi due su questo non siamo d’accordo,” afferma Yaakov. “Mia moglie ha perso suo fratello nel 1948. La vede in modo diverso.”

Me ne andrei domani”

In età avanzata Yaakov è tornato ancora più indietro nel tempo, valutando i problemi con il sionismo fin dall’inizio.

Adesso, a 92 anni, capisco che la storia iniziò con l’idea stessa di sionismo, che era un’idea utopistica. Era stato pensato per salvare le vite degli ebrei, ma a spese della Nazione di chi all’epoca abitava in Palestina. Il conflitto era inevitabile fin dall’inizio.”

Gli chiedo se si definisce un antisionista. “Non sono un antisionista, ma neppure un sionista,” dice, dando un’occhiata a Rena, forse nel caso disapprovi – sua moglie ha opinioni meno radicali.

Sul muro, accanto all’immagine di suo padre, ci sono foto dei loro figli e nipoti; due delle nipoti di Yaakov sono emigrate negli Stati Uniti: “Non ho timore a dire di essere contento che siano là e non qui,” dice.

Gli chiedo se ha uno “zaino e un bastone” preparati, pronto ad andarsene da loro. Dopotutto, con le sue idee, lo stesso Yaakov ora è una minoranza – una piccola minoranza – che qui in Israele vive in mezzo ad una maggioranza di ebrei di destra.

E non è “chiuso dentro” solo ideologicamente, ma anche fisicamente. Parla di come oggigiorno possa spostarsi solo in giro per Israele. Si rifiuta di andare a Gerusalemme, che, dice, è stata occupata da ebrei religiosi ultraortodossi.

Questo è uno dei disastri più terribili. Quando eravamo giovani pensavamo che la religione sarebbe sparita.” Sostiene di non aver mai desiderato di tornare al suo amato Negev, perché è stato da molto tempo colonizzato da una nuova generazione di ebrei “che non hanno nessuna empatia con gli arabi.”

Può ancora “respirare” a Tel Aviv e si diverte ad andare in giro in motorino, ma anche qui sente di vivere in una “bolla”. Ridacchia di nuovo.

La definisco la bolla di Haaretz,” e spiega di far riferimento a un gruppo di persone di sinistra che leggono il giornale progressista Haaretz. “Ma questo clan non ha rapporti al suo interno che non sia questo quotidiano che esprime più o meno la nostra opinione. È l’ultima roccaforte, e mi sento molto male per questo…È vero che non mi sento a mio agio qui.”

Yaakov dice che sta sempre pensando di andarsene. Se altri membri della sua famiglia lo facessero, lo farebbe anche lui.

Guarda. Quando mi ci fai pensare, me ne andrei domani. Se ne sono già andati in migliaia, la maggioranza ha un doppio passaporto. Con Bibi Netanyahu abbiamo il peggior governo di sempre,” dice.

Stiamo vivendo con la spada in mano, come Dayan disse che avremmo dovuto…Come se dovessimo essere obbligati a fare di Israele una specie di cittadella contro gli invasori, ma non credo sia possibile vivere per sempre con la spada in mano.”

Gli chiedo come vede il futuro dei palestinesi.

Cosa posso dire? Mi sento molto male a questo proposito. E non ho paura di dire che il modo in cui vengono trattati oggi i palestinesi è da nazisti. Non abbiamo camere a gas, ovviamente, ma la mentalità è la stessa. È un odio razziale. Vengono trattati come subumani,” dice.

Yaakov è ben consapevole che lui, un ebreo, sarà accusato di “antisemitismo” per aver detto simili cose, ma afferma di credere che Israele sia “uno Stato criminale”.

So che mi chiameranno un ebreo che odia se stesso per aver detto questo. Ma non posso appoggiare automaticamente il mio Paese, giusto o sbagliato. E Israele non deve essere immune dalle critiche. Vedere la differenza tra antisemitismo e le critiche a Israele è fondamentale. Sinceramente sono stupito di come nel 2019 il mondo esterno accetti la propaganda israeliana. Non so perché lo faccia,” sostiene.

E si ricordi che il vero obiettivo del sionismo era liberare gli ebrei dalla maledizione dell’antisemitismo, fornendo loro un proprio Stato. Ma oggi lo Stato ebraico, con il suo comportamento criminale, è una delle più gravi cause di questa maledizione.”

Cosa prevede per lo Stato ebraico? “Le dirò qual è la mia previsione. Non ho paura di dirlo. Quando arriverà il momento, potrebbe avvenire domani, ci sarà una conflagrazione, forse con Hezbollah…una grande catastrofe di un qualche tipo che distruggerà migliaia di case ebraiche.

E bombarderemo Beirut, ma avere i libanesi con la loro casa distrutta non aiuterà gli ebrei che hanno perso la casa e la famiglia, per cui la gente non vedrà motivo per rimanere più qui. Ogni israeliano sensato allora dovrà andarsene.

Non deve essere per forza Hezbollah. La catastrofe potrebbe essere un forte dominio della nostra stessa destra. Tutte le leggi approvate ora dalla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] sono leggi fasciste. Non ho una soluzione. Israele diventerà uno Stato paria,” dice.

Sicuramente l’America e gli europei non tratteranno mai Israele come uno Stato paria, insinuo, ma Yakov non è d’accordo: “Il loro appoggio è per lo più dovuto alla vergogna per l’Olocausto. Ma questi sensi di colpa si ridurranno nelle prossime generazioni,” afferma.

Chiedo a Yaakov cosa direbbe suo padre se ascoltasse tutto ciò. Rena dice di non aver mai sentito Yaakov parlare così prima d’ora. I suoi occhi saettano sotto il suo berretto di lana.

Penso che in qualche modo mio padre sarebbe d’accordo con me. Rimase un sionista fino alla fine, ma penso che si sia reso conto che c’era qualcosa di sbagliato. A volte dico che era una persona troppo etica per essere in pace con quello che sta succedendo qui,” sostiene.

Ma è sconfortante che egli non sia arrivato alla conclusione a cui è arrivato suo figlio. Non lo condanno per questo. Ha assimilato il sionismo con il latte di sua madre. Se avesse vissuto fino alla mia età – ho 92 anni, lui è morto a 71 – forse avrebbe visto le cose come me. Non so.”

Mi alzo per andarmene e prendo il mio computer, illuminando così di nuovo la foto del pozzo di Abu Yahiya. La nostra intervista è stata tormentata non solo da Moshe Sharett, ma anche dall’immagine di quel “beduino alto e magro con una faccia simpatica” visto da Yaakov l’ultima volta affranto e solo. “Devo dire che l’immagine di quella brava persona a volte mi torna in mente,” dice Yaakov, che poi mi accompagna in strada. Preso il motorino, mi saluta allegramente con la mano e si lancia nel traffico di Tel Aviv.

My Struggle for Peace, the Diary of Moshe Sharett 1953-1956” [La mia lotta per la pace, il diario di Moshe Sharett, 1953-1956, parzialmente tradotto in italiano nel libro “Vivere con la spada”, di Livia Rokach, Zambon, 2014, ndtr.], è stato pubblicato da Indiana University Press. Sarah Helm è un’ex corrispondente e redattrice diplomatica dal Medio Oriente per “The Independent” [giornale inglese di centro-sinistra, ndtr.]. I suoi libri includono “A Life in Secrets: Vera Atkins and the Lost Agents of SOE” [una vita nel segreto: Vera Atkins e gli agenti perduti del SOE, il servizio segreto britannico, ndtr.] e “If This Is a Woman, Inside Ravensbrück: Hitler’s Concentration Camp for Women” [Se questa è una donna, dentro Ravensbrück: il campo di concentramento per donne di Hitler].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’accordo antisemita del secolo

Joseph Massad

2 gennaio 2020 – Middle East Eye

Trump sta cercando di equiparare ogni difesa del popolo palestinese all’ antisemitismo, ma l’ondata che si oppone al colonialismo sionista è cresciuta nonostante tali politiche repressive

Fin dalla sua nascita, alla fine del XIX° secolo, il movimento sionista ha cercato di trasformare la natura dell’identità ebraica europea e i rapporti tra gli ebrei e il moderno antisemitismo.

I due movimenti condividevano la concezione secondo la quale non sono razzismo e sciovinismo che provocano l’antisemitismo, ma hanno vergognosamente affermato che esso è causato dalla presenza stessa degli ebrei nelle società dei gentili [non ebrei, ndtr.] – una posizione su cui il fondatore del sionismo, Theodor Herzl, ha insistito nei suoi scritti.

Gli antisemiti sono stati divisi fino agli anni ’20 tra quegli europei imperialisti che concordavano sul fatto che il sionismo avrebbe risolto il loro “problema” ebraico esportando gli ebrei in Palestina, e i nazisti, che erano decisi a sterminarli del tutto.

Oppressione antisemita

A causa della massiccia opposizione degli ebrei europei al sionismo, che rimase costante per mezzo secolo finché si indebolì considerevolmente dopo l’Olocausto, per decenni la trasformazione che il sionismo aveva perseguito non ebbe successo. Ma a partire dalla fine degli anni ’40 aumentò di intensità a ogni decennio, finché dagli anni ’70 in poi diventò egemone.

Mentre l’identità ebraica nell’Europa occidentale e orientale prima della trasformazione sionista era quella di una minoranza che, in quanto vittima dell’ oppressione antisemita europea bianca e cristiana, lottò contro la discriminazione e la persecuzione, il sionismo insistette che tale lotta non era la risposta corretta all’antisemitismo.

Sosteneva invece che l’unico modo per porre fine all’oppressione degli ebrei da parte dell’Europa cristiana fosse di unirsi ai cristiani europei nelle loro avventure coloniali fuori dall’Europa e fondare una colonia di insediamento ebraica in Asia a spese della popolazione nativa.

Con la sconfitta dei nazisti, nel 1948 gli alleati imperialisti antisemiti europei e statunitensi del sionismo appoggiarono la fondazione della colonia di insediamento sionista.

Il movimento sionista ha sostenuto che il colonialismo, invece dell’ebraismo e dell’ ebraicità, avrebbe definito l’identità ebraica. Lottò contro tutti gli altri movimenti ebraici che rifiutavano la sua soluzione colonialista, compresi il Bund, i socialisti e comunisti ebrei, gli ebrei liberali assimilazionisti, i sostenitori dell’yiddish [lingua parlata dagli ebrei dell’Europa centro-orientale, un misto di ebraico, lingue slave e tedesco, ndtr.] e non ultimi l’ebraismo ortodosso e riformato, i cui principali rabbini si opposero risolutamente al sionismo.

Ebraismo, sostenevano i sionisti, dovrebbe ora significare colonizzare la terra palestinese. Invece di lottare contro i loro nemici antisemiti che volevano espellerli dalle società dei gentili, improvvisamente agli ebrei venne detto che gli antisemiti erano i loro alleati (come disse Herzl: “Gli antisemiti diventeranno i nostri amici più affidabili, i Paesi antisemiti i nostri alleati” e “i governi di ogni Paese flagellato dall’antisemitismo saranno fortemente interessati ad aiutarci ad ottenere la sovranità che vogliamo”).

Notevole sforzo propagandistico

La nuova definizione che il sionismo mise in atto può essere riassunta con due formule complementari: l’ebraismo è sionismo ed è colonialismo; e l’anticolonialismo è antisionismo ed è antisemitismo. Un grande sforzo propagandistico venne prodotto per difendere il colonialismo sionista e la sua oppressione dei palestinesi e il furto delle loro terre, come intrinseca all’ebraicità e all’ ebraismo e per sostenere che opporsi a questa presunta parte intrinseca dell’ebraicità e dell’ ebraismo non era niente meno che un “nuovo antisemitismo”.

Al contrario, appoggiare il furto delle terre palestinesi da parte dei sionisti e degli israeliani e l’oppressione dei palestinesi diventò la forma più alta di filosemitismo, come esemplificato dalle instancabili manifestazioni di appoggio ad Israele e alle sue politiche degli attuali leader statunitensi ed europei.

Antisemiti e imperialisti europei appoggiarono pienamente questa interpretazione dell’ebraismo e l’adottarono come modo per trasformare il proprio antisemitismo in filosemitismo. La lista si estende dai politici britannici antisemiti che appoggiarono i tentativi sionisti fin dai primi anni del XX secolo – Joseph Chamberlain, Arthur Balfour e Winston Churchill – fino al presidente Usa Donald Trump.

Che per due millenni in Europa ebrei, ebraismo ed ebraicità abbiano avuto una concezione totalmente diversa di se stessi, che non includeva la colonizzazione della terra di un altro popolo e la sua oppressione, sembra irrilevante per la riscrittura sionista e antisemita della storia e dell’identità ebraiche.

Dagli inizi degli anni ’70 in avanti l’uso come arma dell’accusa di antisemitismo da parte di Israele contro l’anticolonialismo è all’ordine del giorno.

Durante quel decennio, dopo le conquiste territoriali di Israele nel 1967 [con la guerra dei Sei Giorni, ndtr.], il sionismo raggiunse il suo massimo successo nel convincere i sostenitori ebrei e gentili della nuova identità colonialista che aveva architettato per gli ebrei – anche se la maggioranza della popolazione ebraica del pianeta si rifiutò sistematicamente di diventare colonialista in Israele.

Attaccare il BDS

Negli ultimi anni, con il crescere del consistente e considerevole appoggio per i palestinesi tra ebrei e gentili in tutto il mondo – soprattutto attraverso il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) –, Israele e i suoi alleati occidentali hanno tentato di combattere l’ondata crescente formalizzando e rendendo giuridicamente vincolante la definizione antisemita e sionista dell’ebraicità.

La nuova definizione, che equipara gli ebrei ai sionisti e ai colonialisti, è stata diffusa dall’ International Holocaust Remembrance Alliance [Alleanza Internazionale per il ricordo dell’Olocausto, organizzazione intergovernativa a cui aderiscono 31 Paesi, ndtr.] (IHRA). Nel 2016 l’associazione ha adottato una bozza di definizione di antisemitismo che include “manifestazioni…che prendono di mira lo Stato di Israele, concepito come una comunità ebraica.”

Nello scorso anno abbiamo assistito a un grande progresso di questo consenso antisemita, che intende eliminare le identità ebraiche che non corrispondono al sionismo. Lo scorso dicembre l’UE, come Francia e Germania, ha adottato la definizione dell’IHRA; più di recente il primo ministro britannico Boris Johnson e Trump hanno fatto passi per criminalizzare l’appoggio al BDS, soprattutto nelle università.

La situazione è complicata dal più recente insorgere del suprematismo bianco antisemita, che prende di mira gli ebrei negli USA e in Europa, ma al contempo si allea con il sionismo e Israele (questo è il caso di Austria, Polonia, Ucraina, Ungheria, Germania e USA).

L’attuale strategia di Israele è confondere l’antisemitismo dei suprematisti bianchi con l’antisionismo e l’anticolonialismo, sostenendo che quelli che odiano gli ebrei su basi razziali e religiose e quelli che si oppongono al colonialismo e al razzismo sionisti sono la stessa cosa.

Quindi non è un caso che i sostenitori antisemiti di Israele negli USA e in Europa siano anche attualmente i maggiori islamofobi. Le stesse forze europee antisemite che odiavano gli ebrei prima del sionismo, e li amano dopo il sionismo, sono quelle che oggi odiano i musulmani (descritti nella loro maggioranza come antisionisti).

L’accusa di antisemitismo contro i musulmani è già diventata una delle caratteristiche principali, se non una giustificazione, dell’islamofobia in Europa e negli USA.

Liquidare la lotta dei palestinesi

La concezione di Trump secondo cui gli ebrei amano il denaro, che il Paese degli ebrei americani sia Israele e che Benjamin Netanyahu sia “il vostro primo ministro”, è la base del cosiddetto “accordo del secolo” per liquidare la lotta anticolonialista dei palestinesi e imporre la definizione antisemita che coinvolge tutti gli ebrei nel colonialismo sionista.

Il fatto che abbia nominato per occuparsi dell’accordo tre funzionari ebrei sionisti americani, che non hanno alcuna legittimità per rappresentare gli ebrei americani, tra cui suo genero, Jared Kushner; il suo inviato, Jason Greenblatt; il suo ambasciatore, David Friedman, è destinato a convincere ebrei e gentili che ogni ebreo ora accetti e sostenga l’equiparazione antisemita e sionista tra ebrei, sionisti e colonialisti e che ogni opposizione contro questa equiparazione sarà d’ora in avanti legalmente considerata antisemita.

L’“accordo del secolo” è essenzialmente un patto per imporre questa definizione antisemita al mondo come l’essenza del filosemitismo, suggerendo che ogni difesa del popolo palestinese e dei suoi diritti è l’essenza dell’antisemitismo.

Tuttavia l’ondata che oggi si oppone al sionismo, al razzismo e al colonialismo israeliani è diventata troppo grande per essere contenuta da queste politiche repressive e antisemite.

Il fatto che oggi così tanti ebrei e non ebrei in tutto il mondo, soprattutto nel movimento BDS e in movimenti come “Jewish Voice for Peace” [organizzazione di ebrei americani antisionisti, ndtr.], insistano che gli ebrei non dovrebbero essere definiti sionisti, per non dire colonialisti, ha efficacemente contestato il nuovo consenso antisemita per il coinvolgimento di tutti gli ebrei nelle politiche colonialiste di Israele.

Le recenti leggi in Europa e negli USA, che coinvolgono tutti gli ebrei nei crimini israeliani, sono la prova più evidente di questo fallimento.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’antisionismo riguarda la correzione di errori storici, non l’incoraggiamento all’antisemitismo

Ran Greenstein

23 dicembre 2019 – +972

Il dibattito sul sionismo è fondamentale, ma non deve diventare anche un test di purezza che indebolisca la solidarietà dove può essere costruita.

Il decreto del presidente Trump dell’11dicembre non cita sionismo o antisionismo, Israele o Palestina. Eppure ha determinato un acceso dibattito su tutte e quattro le questioni, in particolare sul rapporto tra antisionismo e antisemitismo. Buona parte di questo dibattito si sta svolgendo come se avessimo una comprensione condivisa di questi termini e come se fossero interconnessi. Sarebbe opportuno riflettere su questi problemi per chiarire le questioni che ci troviamo ad affrontare oggi.

Il sionismo – l’ideologia, il movimento politico e il progetto di insediamento nato nell’Europa centro-orientale alla fine del XIX° secolo – nella sua essenza vedeva gli ebrei come un gruppo nazionale che necessitava di una propria patria o un proprio Stato indipendente in cui essere al sicuro dalle persecuzioni. Questa patria doveva essere il loro “vecchio-nuovo” territorio ancestrale: la storica terra di Israele, che allora era la terra di Palestina abitata da arabi.

Comprendere il sionismo, così come l’atteggiamento internazionale nei suoi confronti, richiede di guardare al contesto storico in cui è nato, con tre dimensioni fondamentali. La prima è l’emergere dell’etno-nazionalismo negli imperi territoriali in declino, in cui all’epoca viveva la maggior parte degli ebrei – gli imperi russo, austro-ungarico e ottomano – che videro minoranze cercare l’indipendenza dai loro dominatori imperiali. La seconda è l’ultimo stadio dell’espansione coloniale degli imperi marittimi – in particolare di Gran Bretagna e Francia – che videro vaste parti dell’Asia e dell’Africa cadere sotto la dominazione straniera. La terza, che si sviluppò in seguito, è la decolonizzazione dei domini coloniali degli imperi e il sorgere di nuove forme di potere imperialista, che hanno portato alla Guerra Fredda e alle sue conseguenze.

Nei suoi primi decenni il sionismo non riuscì a conquistarsi l’adesione della maggior parte degli ebrei. Alcuni di loro adottarono esplicite posizioni antisioniste e rifiutarono l’appello alla concentrazione territoriale degli ebrei in un proprio Stato. Queste posizioni erano variamente motivate da visioni del mondo religiose, di sinistra e liberali.

La maggioranza degli ebrei non era attivamente contraria al sionismo, ma non lo seguì ideologicamente o nella pratica. Privilegiavano invece altre possibilità: l’integrazione come uguali nei propri Paesi di residenza (su base individuale o collettiva); l’assimilazione nelle culture dominanti; l’immigrazione in luoghi più favorevoli, dove gli ebrei potessero vivere liberi dai vecchi pregiudizi europei contro di loro, come il Nord e il Sud America e il Sudafrica.

In contrasto con questa linea di condotta, il sionismo chiese agli ebrei di tutto il mondo di insediarsi in Palestina. Alcuni lo fecero durante le prime fasi del movimento sionista, ma non necessariamente per un impegno ideologico. Di fatto molti immigrati ebrei si spostarono e si insediarono là perché costretti e in mancanza di alternative migliori – in particolare gli ebrei polacchi negli anni ’20 e quelli tedeschi negli anni ’30, il cui viaggio verso l’ovest era stato bloccato da leggi restrittive.

Comunque centinaia di migliaia di ebrei si spostarono in Palestina, incrementando la popolazione ebraica locale da 50.000 alla fine della Prima Guerra Mondiale nel 1918 a 450.000 alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, nel 1939. Non era solo il numero crescente che importava: durante quel periodo sotto la direzione delle agenzie sioniste gli ebrei comprarono grandi appezzamenti di terra, fondarono decine di nuovi insediamenti urbani e rurali e costruirono vaste infrastrutture economiche ed istituzionali.

Naturalmente gli arabi palestinesi si opposero all’immigrazione, all’acquisto di terre e allo sviluppo politico sulla loro terra guidati fin dalla nascita dal movimento dai sionisti. Tuttavia avevano scarso interesse nel sionismo come l’ideologia della costruzione dello Stato e dell’identità ebraici: il movimento nazionale palestinese si è sempre concentrato sulle conseguenze pratiche dell’insediamento sionista, su come lo colpiva direttamente. Che ciò fosse messo in pratica in particolare dagli ebrei era una preoccupazione molto marginale, ed è lo stesso ora. Alcuni atteggiamenti negativi verso gli ebrei potrebbero essere emersi come conseguenza dello scontro con il sionismo, ma questi furono un risultato, non una causa, della resistenza ad un progetto politico visto come intenzionato a cacciarli e a sostituirli.

Negli anni ’40, in seguito alla Seconda Guerra Mondiale e all’Olocausto, il principio fondante del sionismo – la necessità di una patria sicura o di uno Stato per gli ebrei – conquistò un vastissimo appoggio internazionale e divenne la posizione maggioritaria tra gli ebrei. Anche allora la maggioranza di quanti emigrarono nel nuovo Stato di Israele continuò a farlo per mancanza di opzioni migliori, in particolare a causa dell’espulsione fisica e di condizioni politiche difficili nell’Europa orientale del dopoguerra e della crescente sensazione di insicurezza e di esclusione politica in Medio Oriente e in Nord Africa. L’impegno politico giocò ancora un ruolo secondario in questo processo. La percezione del sionismo come la possibilità di un rifugio per gli ebrei in circostanze disperate e di fare tutto quanto fosse possibile per garantire la loro sopravvivenza alla fine si consolidò nelle menti degli stessi ebrei e nel resto del mondo.

Tuttavia questa forma di sopravvivenza degli ebrei comportò un prezzo notevole. Israele venne edificato sulle rovine della società arabo-palestinese e la sua creazione diede come risultato la pulizia etnica, la frammentazione e l’esilio su larga scala. Quindi l’opposizione a Israele divenne molto vasta nel mondo arabo e islamico. Parte di questa opposizione venne occasionalmente espressa in discorsi e azioni antisemiti, ma fu quasi sempre un risultato dell’indignazione per l’espulsione dei palestinesi, non la sua causa. Così è in buona misura ancora ai giorni nostri.

Globalmente il sionismo è stato visto contemporaneamente come una forma di autodeterminazione nazionale e come una forma di dominio colonialista sulla popolazione indigena del territorio. Per i palestinesi, sionismo significa spoliazione e privazione dei diritti; per la maggior parte degli ebrei, significa appoggiare il concetto di uno Stato ebraico. Le precise implicazioni del carattere ebraico dello Stato, la sua relazione con l’ebraismo come religione, le conseguenze pratiche per i cittadini ebrei e non ebrei e i suoi confini e le sue politiche sono tutti messi in discussione all’interno. Non c’è una posizione sionista unitaria su questi argomenti, e non c’è mai stata.

Di fronte a questo scenario, per la maggioranza degli attivisti della solidarietà di oggi, antisionismo significa il rifiuto della nozione di Israele come Stato esclusivamente ebraico in cui i palestinesi sono sottoposti a una posizione di inferiorità o ne sono del tutto esclusi. In pratica antisionismo significa appoggiare l’uguaglianza, la giustizia e il risarcimento per i palestinesi che vivono come cittadini di seconda classe, soggetti all’occupazione o rifugiati senza Stato. Ciò significa appoggiare i diritti degli ebrei di vivere come uguali in Israele-Palestina, e in qualunque altro luogo di residenza, senza particolari privilegi o obblighi. Ciò va oltre la contrapposizione rispetto a politiche specifiche, come l’occupazione del 1967 o l’assedio di Gaza, che non richiedono una posizione antisionista.

Le principali obiezioni nel dibattito interno tra gli ebrei sul sionismo nel periodo precedente al 1948 sono di grande interesse per gli accademici. Tuttavia sono diventate marginali nel discorso pubblico a causa della concentrazione di molti attivisti sulle sole politiche israeliane. Queste questioni rimangono rilevanti oggi: gli ebrei sono una Nazione, una religione o una combinazione di entrambe? Hanno bisogno di uno Stato solo per loro? La diaspora è un’anomalia o una caratteristica permanente, forse desiderabile, dell’esistenza ebraica?

In questo contesto di solidarietà e di lotta, la divisione tra prospettive liberali e radicali si basa sulla questione dello Stato ebraico, che tende a separare i sionisti dagli antisionisti. Ma ciò non dovrebbe essere un ostacolo per la mobilitazione su preoccupazioni pratiche condivise: opposizione all’occupazione del 1967 e alle politiche di colonizzazione, uguaglianza per i cittadini palestinesi, e via di seguito. Qui la regola pratica è costruire un vasto fronte basato su quello che abbiamo in comune, facendo nel frattempo attivismo in modo separato per pubblici diversi su questioni che ci dividono. La questione del sionismo, per quanto fondamentale, non deve diventare un test di purezza che indebolisca la solidarietà dove può essere costruita.

Un modo per garantire questo è l’adozione di un linguaggio strategico semplice. Le forze che mettono in atto l’assedio di Gaza, spogliano il popolo della propria terra su entrambi i lati della Linea Verde [il confine tra Israele e la Cisgiordania, ndtr.] e tengono i palestinesi sotto occupazione sono lo Stato di Israele e i suoi organi militari e civili. Sono aiutati e spalleggiati da sostenitori (sia ebrei che non ebrei) che agiscono come agenti dell’hasbara [propaganda israeliana, ndtr.] all’estero. Non sono i “sionisti” genericamente etichettati (per non parlare degli “zios” [termine spregiativo per indicare i sionisti, ndtr.]) che lo fanno. Semmai è una concreta serie di forze affiliate in vario modo all’apparato statale israeliano.

Più prendiamo di mira individui, istituzioni e politiche concreti ed evitiamo di usare termini vaghi e fumosi, meglio possiamo concentrare gli sforzi di solidarietà e resistenza e contrastare con efficacia accuse di antisemitismo come armi utilizzate contro il movimento per porre fine all’apartheid israeliana e ottenere giustizia ed uguaglianza per tutti.

Ran Greenstein è professore associato di sociologia all’università del Witwatersrand a Johannesburg, in Sudafrica. Tra le sue opere ci sono “Zionism and its Discontents: A Century of Radical Dissent in Israel/Palestine [Il sionismo e i suoi dissidenti: un secolo di dissenso radicale in Israele/Palestina], (Pluto, 2014) e “Identity, Nationalism, and Race: Anti-Colonial Resistance in South Africa and Israel/Palestine [Identità, Nazionalismo e Razza: resistenza anticolonialista in Sudafrica e in Israele/Palestina] (Routledge, in uscita).

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il sionismo fa affidamento sul suprematismo bianco

Asa Winstanley

20 dicembre 2019 – Middle East Monitor

Un obiettivo strategico a lungo termine del movimento sionista è stato quello di fomentare il settarismo in Palestina e in tutta l’area. È un classico trucco delle strategie imperialiste: dividi e governa.

Ciò ha ovviamente avuto in una certa misura successo. La falsa divisione della regione in “arabi contro ebrei” è stato un importante risultato del movimento colonialista di insediamento sionista. La realtà, tuttavia, è che, fino alla nascita del movimento sionista, in Palestina come in altri Paesi del mondo arabo gli ebrei di lingua araba hanno vissuto quasi sempre in pace con i loro vicini musulmani e cristiani.

Il sionismo è sempre stato un movimento razzista, colonialista, che si affida all’aiuto del suprematismo bianco occidentale (e quindi dell’antisemitismo) per avere successo. Il movimento sionista tedesco, per esempio, andò incontro ad un fallimento quasi totale nel [tentativo di] persuadere gli ebrei tedeschi a lasciare il loro Paese d’origine e trasferirsi in Palestina come coloni sionisti. Questo storia di insuccessi subì una inversione quando il movimento sionista in Germania iniziò a ricevere il sostegno dello Stato. Esso in effetti collaborò negli anni ’30 con il regime nazista di Hitler .

In seguito alla presa del potere dei nazisti nel 1933, il governo tedesco ferocemente antisemita fece dell’emigrazione ebraica una delle sue massime priorità. Inizialmente ciò non venne compiuto attraverso le deportazioni forzate, che giunsero più tardi. L’ eliminazione fisica degli ebrei europei nei campi di sterminio nazisti durante l’Olocausto iniziò nel 1941.

È un fatto storico ben documentato (anche se a volte tabù) che negli anni ’30 il movimento sionista si unì al governo nazista per dare alla popolazione ebraica tedesca una serie di incentivi perché lasciasse la Germania e andasse in Palestina. Il più noto di questi incentivi fu l’accordo di trasferimento, o Haavara. In base a questo accordo, gli ebrei tedeschi che accettavano di lasciare il loro Paese potevano recuperare una parte del proprio patrimonio finanziario sotto forma di proventi dalla vendita di prodotti tedeschi, ma solo dopo aver raggiunto la Palestina [accordo di Haavara (trasferimento) del 1933, siglato tra Hitler e i movimenti sionisti, grazie al quale gli ebrei forzatamente emigrati in Palestinaavrebbero recuperato almeno in parte le somme lasciate in Germania grazie all’esportazione di prodotti tedeschi destinati alle comunità ebraiche già insediate nel Mandato britannico”, ndtr.].

Ma si andò oltre l’accordo di trasferimento. Dozzine di centri di riqualificazione o di “rieducazione” vennero istituiti in tutta la Germania per preparare i partecipanti alla loro nuova vita da coloni in Palestina. Questi centri erano gestiti dall’ala giovanile della Federazione sionista tedesca ed erano anche tenuti sotto stretto controllo nazista dalla notoriamente antisemita Schutzstaffel, le SS.

La propaganda sionista (consentita e persino incoraggiata dai nazisti) affermava che gli ebrei tedeschi non erano realmente tedeschi, ma erano solo ebrei che vivevano in Germania. Ciò si sposava perfettamente con la propaganda nazista velenosamente antisemita. I nazisti spogliarono sistematicamente tutti gli ebrei dei loro diritti, spingendoli a lasciare la Germania. Fino alla vigilia della seconda guerra mondiale, gli sforzi nazisti per rimuovere gli ebrei tedeschi dalla Germania e inviarli in Palestina continuarono con la collusione attiva dei gruppi sionisti. Le SS furono persino coinvolte in alcuni tentativi di condurre illegalmente ebrei dall’Europa in Palestina sotto il naso delle autorità di occupazione del Mandato Britannico [in base agli accordi Sykes-Picot del 1916, dopo la sconfitta dell’Impero ottomano nella prima guerra mondiale, il Regno Unito governò sulla Palestina dal 1920 e il 1948, ndtr.].

Le leggi antisemite di Norimberga dei nazisti nel 1935 perseguitarono in diversi modi gli ebrei tedeschi e li privarono del diritto di voto. Ai sensi dell’articolo 4 di tale ordinamento legislativo, tuttavia, l’unica bandiera che gli ebrei erano autorizzati a sventolare era [quella con] “i colori ebraici”; la stessa bandiera divenne in seguito la bandiera nazionale di Israele [la bandiera israeliana ha due strisce blu con una stella di David blu su uno sfondo bianco, ndtr.].

Un’altra fonte del suprematismo bianco su cui il sionismo fece affidamento per il sostegno finanziario, logistico e politico fu quella avvalorata dall’Impero britannico. Per 31 anni, a partire dal 1917, la Gran Bretagna occupò militarmente la Palestina, sfidando la volontà della sua popolazione originaria, che voleva uno Stato democratico e non settario. Ancor prima di invadere con successo la Palestina, nel corso della prima guerra mondiale l’Impero britannico aveva già preso la decisione politica di consegnare la Palestina al movimento sionista.

La famigerata Dichiarazione di Balfour del governo britannico del 1917 decretò che la Palestina sarebbe diventata “il focolare nazionale per il popolo ebraico”, nonostante all’epoca soltanto una piccola minoranza della popolazione di quel Paese fosse ebrea. La stragrande maggioranza degli abitanti erano musulmani e cristiani di lingua araba.

L’impero britannico prese la sua decisione in parte per motivi di fanatismo religioso – il sionismo cristiano – e in parte per le solite ragioni geopolitiche nell’interesse dell’impero. La Palestina era considerata un importante crocevia internazionale, parte della rete di comunicazione e commercio britannico con i suoi possedimenti imperiali in India.

Ovviamente, il sostegno dell’impero al movimento sionista è diminuito ed è cessato nel corso degli anni, con l’avvio da parte delle milizie sioniste di una guerra aperta contro la Gran Bretagna nel periodo precedente al 1948 e la creazione dello Stato di Israele in Palestina. Questo faceva parte della loro guerra contro la popolazione palestinese nativa.

Tuttavia, la realtà essenziale della storia è che l’Impero britannico sostanzialmente consegnò la Palestina al movimento sionista a spese della popolazione autoctona. Come Lord Arthur Balfour stesso ammise in privato nel 1919: “In Palestina, non abbiamo nessuna intenzione di seguire una modalità di consultazione dei desideri degli attuali abitanti del Paese … Le quattro grandi potenze si affidano al sionismo e il sionismo, sia esso giusto o sbagliato, buono o cattivo, è radicato nella tradizione millenaria, nei bisogni attuali, nelle speranze future con un’importanza molto più profonda dei desideri e dei pregiudizi di 700.000 arabi che ora abitano quella terra antica ”.

Tale aperto razzismo era tipico dell’Impero britannico. E mostra perché Hitler non ebbe mai dei problemi con i territori d’oltremare sotto il controllo della Gran Bretagna. Cercò invece di persuadere il governo britannico ad accettare “sfere di influenza” reciprocamente vantaggiose, prima di tentare di imporle quando la Gran Bretagna rifiutò di accettare il dominio tedesco nell’Europa continentale.

Ovviamente oggi il movimento sionista si affida principalmente al sostegno dell’impero americano. L’ultima manifestazione di come esso faccia anche affidamento sul suprematismo bianco è data dall’amore aperto ed esplicito tra Israele e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nonostante il suo aperto razzismo, compreso l’antisemitismo, così come dal corteggiamento del primo ministro Benjamin Netanyahu verso i governi di estrema destra in Europa e altrove. Il sionismo e lo Stato sionista di Israele fanno affidamento sul suprematismo bianco.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il difficile rapporto del sionismo con l’antisemitismo

Alice Rothchild

19 novembre 2019 – Mondoweiss

Sono cresciuta con un profondo amore per Israele, il piccolo grintoso Paese della redenzione, risorto dalle ceneri, che ama i kibbutz, che non avrebbe potuto fare cose sbagliate, che lotta per la sopravvivenza in un mare di arabi che lo odiano e di odiatori di ebrei. Ho imparato che gli ebrei sono un popolo dedito alla preghiera e allo studio della Torah e che questa identità ci ha permesso di sopravvivere durante secoli di antisemitismo in Europa. Se non ero in grado di dedicarmi alla religiosità del mio nonno pio, con i filatteri [lacci di cuoio che vengono arrotolati alle braccia durante la preghiera, ndtr.] e tutto il resto, capivo che come popolo noi eravamo profondamente impegnati a risanare il mondo e a lavorare per la giustizia sociale, un impegno altrettanto virtuoso e intrinsecamente ebraico. Dopotutto noi eravamo buoni per natura, o, come spiegava mia madre, gli ebrei hanno la responsabilità di essere stati scelti per svolgere un ruolo inequivocabilmente positivo in questo mondo.

Con il passare degli anni, questa mitologia si è schiantata contro la dura realtà. Una delle contraddizioni più difficili che ora mi trovo ad affrontare è comprendere il perverso rapporto tra sionismo e antisemitismo. Mi era stata venduta la storiella che il sionismo politico si era sviluppato come risposta all’antisemitismo e come un moderno movimento di liberazione nell’arretrato Medio Oriente. Ma nel 1897, quando è nato il sionismo moderno, esso adottò il cliché dell’ebreo della diaspora come un pallido, flaccido, giovane studente di una scuola religiosa, un parassita, un eterno straniero, uno sfigato. Che il sionismo abbia accolto l’idea che questo rammollito individuo malaticcio (colpevolizzato lui stesso per l’antisemitismo) dovesse essere arianizzato nell’ebreo contadino/guerriero abbronzato e muscoloso che coltiva il terreno in Galilea, è un risultato agghiacciante. L’evoluzione degli ebrei da popolo che viveva secondo la Torah e i suoi precetti in una razza biologica con caratteristiche distintive (l’ebreo del denaro, del ghetto, l’ebreo di carnagione scura e con il naso adunco) riflette le peggiori menzogne di antisemiti, fascisti europei e suprematisti bianchi.

Questa storia è complicata dal fatto che gli ebrei europei erano relegati a svolgere un numero limitato e disprezzato di professioni e dal risentimento sociale nei confronti di una classe di usurai e venditori ambulanti/commercianti “parassitari”e “improduttivi”. Mentre il capitalismo moderno si sviluppava, persino i sionisti socialisti temevano che ci fosse una sorta di anomalia economica nel popolo ebraico che portava all’antisemitismo e che avrebbe potuto essere curata solo dal lavoro della terra in Palestina.

Non dovrebbe quindi sorprendere che il fondatore del sionismo moderno, Theodore Herzl, abbia visto gli antisemiti come “amici e alleati” del suo movimento”. Sionisti e antisemiti condividevano lo stesso obiettivo: gli uni volevano che tutti gli ebrei emigrassero in Palestina per fondarvi uno Stato-Nazione ebraico etnicamente puro, gli altri volevano liberarsi di tutti i loro connazionali ebrei. L’emigrazione era in effetti una magnifica soluzione all’eterna questione ebraica. Come ha scritto il professor Joseph Massad [docente palestinese alla Columbia University, ndtr.]:

Nel suo pamphlet fondativo (Herzl) avrebbe dichiarato che ‘i governi di tutti i Paesi colpiti dall’antisemitismo saranno profondamente interessati nell’aiutarci ad ottenere (la) sovranità che vogliamo’, e quindi che ‘non solo i poveri ebrei’ avrebbero contribuito a un fondo per l’emigrazione degli ebrei europei, ‘ma anche i cristiani che vogliono liberarsi di loro’.”

Questa solidarietà politica relativa alla classe, al fatto di essere bianchi, era una forma di odio per se stessi, facendo proprio il razzismo istituzionalizzato dell’epoca? Si trattava di un matrimonio di convenienza, ripugnante ma necessario, o di una strategia a lungo termine?

Scavando più a fondo, non fui così sorpresa nell’apprendere che Herzl, assimilato e laico, scelse di non far circoncidere suo figlio, che inizialmente prese in considerazione l’idea che una conversione di massa al cattolicesimo sarebbe stata una buona soluzione per la questione ebraica e che festeggiava il Natale con niente di meno che un albero di Natale. Si dice che abbia affermato: “Nella mia mente si è fatta strada un’eccellente idea: attirare antisemiti radicali e farli diventare distruttori della ricchezza ebraica.” L’attivista israeliano per la pace Uri Avnery ha descritto gli scritti di Herzl come caratterizzati “a tratti da un forte odore di antisemitismo.”

Leon Rosselson, un cantautore inglese e autore di libri per l’infanzia, ha scritto in un saggio su Medium [sito web di sinistra che pubblica articoli di politica e cultura, ndtr.]:

Nel suo libro ‘Lo Stato ebraico’, pubblicato nel 1896, egli (Herzl) spiega perché: ‘La questione ebraica esiste ovunque viva un numero significativo di ebrei. Dove (l’antisemitismo) non esisteva, vi è stato portato dagli ebrei nel corso delle loro migrazioni. Ovviamente noi ci spostiamo nei posti in cui non siamo perseguitati e lì la nostra presenza provoca persecuzioni… Gli sfortunati ebrei stanno portando ora i semi dell’antisemitismo in Inghilterra, li hanno già portati in America.’

In un capitolo successivo sostiene che la causa immediata dell’antisemitismo è ‘la nostra eccessiva produzione di intelletti mediocri, che non possono trovare uno sbocco verso il basso o verso l’alto – cioè, nessuno sbocco sano in nessuna direzione. Quando scendiamo, diventiamo un proletariato rivoluzionario, gli impiegati subalterni di ogni partito rivoluzionario; al contempo, quando andiamo in alto si eleva pure il nostro terribile potere economico.’”

Quando Herzl prese in considerazione la lingua del nuovo Stato, scrisse dello yiddish [un misto di tedesco, lingue slave ed ebraico, con molte varianti locali, parlato dagli ebrei dell’Europa centro-orientale, ndtr.]: “Dobbiamo smettere si utilizzare quei miserabili dialetti stentati, quei linguaggi del ghetto che ancora utilizziamo, perché quelle erano le lingue clandestine dei prigionieri.” Aveva lo stesso disprezzo nei confronti della religione ebraica: “Dovremmo tenere i nostri rabbini all’interno dei loro templi …Non devono interferire nell’amministrazione dello Stato…”, e immaginò uno Stato senza feste ebraiche o simboli ebraici. C’è sicuramente un forte sentimento di odio per se stessi in queste affermazioni.

Un’altra schiacciante prova è la considerazione del 1912 di Chaim Weizman, in seguito presidente dell’Organizzazione Sionista Mondiale e primo presidente di Israele: “Ogni Paese può assorbire solo un numero ridotto di ebrei se non vuole avere problemi di stomaco. La Germania ha già troppi ebrei.”

O la dichiarazione nel 1922 di Ben-Gurion, il padre fondatore e primo premier di Israele: “Non siamo studenti di una scuola religiosa che discutono le delicate questioni su come migliorare se stessi. Siamo conquistatori della terra di fronte a un muro di ferro e noi dobbiamo sfondarlo.” Egli notò che gli ebrei della diaspora “non hanno radici. Sono cosmopoliti senza radici – non ci può essere niente di peggio.” Ben-Gurion era un noto elitista e razzista. Descrisse gli ebrei della diaspora come “polvere umana, le cui particelle cercano di aggrapparsi le une alle altre,” e chiamò i mizrahim (ebrei dei Paesi arabi e/o musulmani), arretrati e primitivi, con caratteristiche orientaliste che avrebbero minacciato il nascente Stato di Israele. Descrivendo gli immigrati yemeniti scrisse:

(La cultura yemenita) è arretrata di duemila anni, forse persino di più, rispetto a noi. Manca dei più fondamentali e principali concetti della civilizzazione (distinta dalla cultura). Il loro atteggiamento verso le donne e i bambini è primitivo. La loro condizione fisica è misera. Per migliaia di anni hanno vissuto in una delle terre più arretrate e impoverite, sotto il dominio ancora più arretrato di un qualunque regime feudale e teocratico. Il passaggio da là a Israele è stato una profonda rivoluzione umana, non superficiale, una rivoluzione politica. Tutti i loro valori umani devono essere cambiati da cima a fondo.”

Vladimir (Ze’ev) Jabotinsky, il fondatore del sionismo revisionista, precursore dell’odierno partito Likud, fu persino più sincero riguardo alla propria appartenenza reazionaria. Appoggiò il nocciolo del colonialismo di insediamento e militaristico del sionismo, parlò apertamente della necessità di combattere contro la popolazione indigena palestinese e chiese agli ebrei di mobilitarsi per “guerra, rivolta e sacrificio.”

Nel 1923 scrisse la Bibbia del revisionismo, un articolo, “Il muro di ferro (noi e gli arabi)”:

Ogni popolazione nativa al mondo resiste contro il colonialismo finché ha anche la minima speranza di riuscire a liberarsi del pericolo di essere colonizzata. Questo è ciò che gli arabi in Palestina stanno facendo, e quello che continueranno a fare finché rimarrà una sola scintilla di speranza di riuscire ad impedire la trasformazione della ‘Palestina’ in ‘Terra di Israele’… La colonizzazione sionista deve terminare oppure andare avanti senza riguardi nei confronti della popolazione nativa. Ciò significa che può proseguire e svilupparsi solo sotto la protezione di un potere che sia indipendente dalla popolazione nativa –dietro un muro di ferro, che la popolazione nativa non possa oltrepassare.”

Allo stesso tempo il suo antisemitismo era profondo:

Il nostro punto di partenza è prendere il tipico yid [ebreo in senso spregiativo, ndtr.] di oggi e immaginare il suo esatto opposto… Poiché lo yid è brutto, sporco, manca di dignità, noi dobbiamo dotare l’immagine idealizzata dell’ebreo di una beltà virile. Lo yid è calpestato e si spaventa facilmente, e di conseguenza l’ebreo deve essere orgoglioso e indipendente. Lo yid è disprezzato da tutti e quindi l’ebreo deve affascinare tutti. Lo yid ha accettato di essere sottomesso e quindi l’ebreo deve imparare a comandare. Lo yid vuole celare la propria identità agli estranei e quindi l’ebreo deve guardare il mondo diritto negli occhi e dichiarare: ‘Sono ebreo!’”.

Jabotinsky si innamorò dell’ideologia di Benito Mussolini che lo lodò come un “fascista ebreo” e fu contento non solo di lavorare con i nazisti, ma anche di sposarne l’ideologia totalitaria. Fondò la Nuova Organizzazione Sionista e il suo rappresentante in Palestina pubblicò il suo Yomen shel Fascisti (Diario di un fascista) sul suo giornale. Von Weisl, direttore finanziario dell’OSM, disse a un giornale che “egli (Jabotinsky) era personalmente un sostenitore del fascismo e si rallegrò per la vittoria dell’Italia fascista in Abissinia come un trionfo delle razze bianche contro i neri.” Mussolini consentì al movimento giovanile del sionismo revisionista di destra, il Betar, di avere uno squadrone nella sua accademia navale.

Quando Mussolini decise di unire le proprie forze con Hitler, espulse gli ebrei dal partito [fascista, ndtr.]. I revisionisti risposero:

Per anni abbiamo messo in guardia gli ebrei dall’insultare il regime fascista in Italia. Siamo franchi prima di accusare altri delle recenti leggi antiebraiche in Italia: perché non accusiamo prima i nostri stessi gruppi radicali di essere responsabili di quello che sta accadendo?”

Secondo Lenni Brenner, autore di “Il sionismo nell’epoca dei dittatori”, nel marzo 1933 Jabotinsky invocò un boicottaggio contro i nazisti e di conseguenza i revisionisti assassinarono il sionista laburista che aveva negoziato l’accordo “Ha’Avara” [vedi più sotto, ndtr.]. Ma i rapporti tra i revisionisti e i nazisti rimasero intricati.

Nel 1939, una settimana prima che Hitler invadesse la Polonia, Jabotinsky insistette che “non c’è la benché minima possibilità di una guerra.” Progettò di invadere la Palestina, facendo approdare una nave piena di militanti del “Betar” su una spiaggia di Tel Aviv mentre l’Irgun occupava la sede del governo a Gerusalemme e all’estero veniva proclamato un governo ebreo provvisorio. Dopo la sua cattura o morte, avrebbe operato come un governo in esilio.

L’Irgun, l’organizzazione paramilitare sionista attiva nella Palestina mandataria, venne ispirata e guidata da Jabotinsky fino alla sua morte nel 1940. Dopo la guerra, venne trovato il seguente documento nell’ambasciata tedesca in Turchia: “Proposta dell’Organizzazione Militare Nazionale (Irgun Zvai Leumi) riguardante la soluzione della questione ebraica in Europa e la partecipazione dell’OMN nella guerra dalla parte della Germania”. Vi si legge:

La Fondazione dello storico Stato ebraico su basi nazionaliste e totalitarie e vincolato da un trattato con il Reich tedesco sarebbe nell’interesse di una consolidata e rafforzata futura posizione di potere tedesca in Medio Oriente.

A partire da queste considerazioni, l’OMN in Palestina, in base alla condizione summenzionata che le aspirazioni nazionali del movimento per la libertà israelita vengano riconosciute da parte del Reich tedesco, offre di partecipare attivamente alla guerra dalla parte della Germania.”

Mentre gli ebrei, sia all’interno che fuori dalla Germania, comprendevano i gravissimi pericoli posti dall’ascesa dei nazisti al potere, alcuni sionisti videro ciò come un’opportunità di promuovere il proprio obiettivo di colonizzare la Palestina. Nonostante un boicottaggio internazionale contro la Germania nazista, nel 1933 i sionisti laburisti firmarono l’accordo di trasferimento “Ha’avara”, che in ultima analisi diede come risultato il salvataggio di 20.000 ebrei. La Germania nazista accettò di compensare questi ebrei tedeschi che se ne andarono in Palestina dopo aver liquidato le loro proprietà esportando nel Paese prodotti tedeschi dello stesso valore. Gli emigranti poi ricevettero parte dei proventi della vendita di questi prodotti. Ciò portò alla fine del boicottaggio della Germania e a un notevole aiuto finanziario per la sua economia che era ancora impantanata nelle riparazioni in seguito alla Prima Guerra Mondiale ed alla Grande Depressione. Come ha scritto Leon Rosselson:

Tra il 1933 e il 1939 il 60% di tutto il capitale investito nella Palestina ebraica proveniva dal denaro degli ebrei tedeschi attraverso l’accordo di trasferimento. Quindi durante gli anni ’30 il nazismo fu una manna per il sionismo.

Nel 1935 la Federazione Sionista Tedesca fu l’unica forza politica che appoggiò le leggi naziste di Norimberga nel Paese e fu l’unico partito a cui venne ancora concesso di pubblicare il proprio quotidiano, il “Rundschau” [La Rassegna], fin dopo la “Notte dei Cristalli” [in cui vennero aggrediti negozi, sedi di associazioni, sinagoghe e molti ebrei vennero feriti o uccisi, ndtr.] nel 1938.”

Le leggi di Norimberga tolsero la cittadinanza agli ebrei tedeschi e proibirono loro di sposarsi o avere rapporti sessuali con chiunque avesse sangue “tedesco o connesso”. La legge emarginò gli ebrei e li privò di buona parte dei loro diritti politici. Un ebreo venne definito come chiunque avesse tre o quattro nonni ebrei, indipendentemente dall’autoidentificazione di quella persona.

Nel 1933 la Federazione Sionista Tedesca, la “Zionistische Vereinigung fur Deutschland”, scrisse un appello ai nazisti:

Ci sia consentito di presentare la nostra opinione, che, secondo noi, rende possibile una soluzione in linea con i principi del nuovo Stato Tedesco di Risveglio Nazionale… perché anche noi siamo contrari ai matrimoni misti e siamo per il mantenimento della purezza del gruppo ebraico…Per questi scopi concreti il sionismo spera di essere in grado di conquistarsi la collaborazione persino di un governo fondamentalmente ostile agli ebrei… La propaganda per il boicottaggio, come viene attualmente portata avanti contro la Germania in molti modi, è essenzialmente non sionista, perché il sionismo non vuole combattere, ma convincere e costruire.”

Un’altra prova relativa ai rapporti dei nazisti con gli ebrei e ai loro piani di deportazione (prima della loro decisione del 1942 di procedere con lo sterminio totale) venne scritta dal capo delle SS, Reinhard Heydrich. Nel 1935 egli pubblicò una dichiarazione su una rivista delle SS. Francis Nicosia lo ha citato nel suo libro “The Third Reich and the Palestine Question” [Il Terzo Reich e la questione palestinese]:

Il nazional-socialismo non ha intenzione di attaccare il popolo ebraico in nessun modo. Al contrario, il riconoscimento dell’ebraismo come comunità razziale fondata sul sangue e non sulla religione, porta il governo tedesco a garantire la separazione razziale di questa comunità senza alcuna limitazione. Il governo si trova totalmente d’accordo con il grande movimento spirituale all’interno dello stesso ebraismo, il cosiddetto sionismo, con il suo riconoscimento della solidarietà dell’ebraismo in tutto il mondo e con il rifiuto di qualunque idea di assimilazione. Su queste basi la Germania intraprende misure che in futuro giocheranno sicuramente un ruolo significativo per la gestione del problema ebraico in tutto il mondo.” 

Cosa interessante, nel 1937 Adolf Eichmann, insieme al suo supervisore del servizio di intelligence del partito nazista, viaggiò nella Palestina mandataria travestito da giornalista tedesco per studiare la fattibilità della deportazione degli ebrei tedeschi nella regione e le funzioni delle organizzazioni sioniste all’interno della Palestina. Eichmann si incontrò segretamente anche con Feivel Polkes, un rappresentante dell’Haganah [principale gruppo paramilitare sionista affiliato alla fazione socialista, ndtr.] (che divenne l’esercito israeliano) per discutere il suo progetto. È importante ricordare che ad Eichmann interessava deportare gli ebrei nel modo più efficiente possibile, non appoggiare lo sviluppo di un forte Stato ebraico che potesse minacciare la fortuna economica della Germania nazista.

Nella sua recensione sul New York Times di “In Memory’s Kitchen: A Legacy From the Women of Terezin” [Nella cucina della memoria: un lascito delle donne di Terezin] Lore Dickstein cita il ricordo di una sopravvissuta a Terezin che incontrò Eichmann: “Anny Stern fu una delle fortunate. Nel 1939, dopo mesi di problemi con la burocrazia nazista, con l’esercito occupante tedesco alle calcagna, scappò dalla Cecoslovacchia con il figlioletto ed emigrò in Palestina. Al tempo della partenza di Anny, la politica nazista incoraggiava l’emigrazione. ‘Sei una sionista?’ le chiese Adolph Eichmann, lo specialista hitleriano di questioni ebraiche. ‘Jawohl [Sì in tedesco, ndtr.],’ rispose lei. ‘Bene’ egli disse, ‘anch’io sono un sionista. Voglio che ogni ebreo se ne vada in Palestina.’”

Informando sul processo Eichmann nel 1963 da Gerusalemme, Hannah Arendt scrisse che Eichmann si vantò del suo apprezzamento per il sionismo:

I primi contatti personali di Eichmann con funzionari ebrei, tutti ben noti sionisti di lunga data, sono stati totalmente soddisfacenti. La ragione per cui venne così affascinato dalla ‘questione ebraica’, ha spiegato, era il suo stesso ‘idealismo’: questi ebrei, a differenza degli assimilazionisti, che aveva sempre disprezzato, e degli ebrei ortodossi, che lo annoiavano, erano ‘idealisti’, come lui.”

Dopo la fondazione dello Stato di Israele nel 1948, Albert Einstein scrisse una lettera al New York Times riguardo alla visita negli USA di Menachem Begin, leader dell’“Irgun”, capo del partito della destra nazionalista “Herut” (che si trasformò nel Likud) e in seguito sesto premier israeliano:

Tra i più inquietanti fenomeni del nostro tempo c’è l’emergere nello Stato di Israele creato recentemente del “partito della Libertà” (Tnuat HaHerut), un partito politico affine ai partiti nazisti e fascisti nella sua organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nel richiamo sociale … Ha predicato un insieme di ultranazionalismo, misticismo religioso e superiorità razziale… è imperativo che la verità sul signor Begin e sul suo movimento sia resa nota in questo Paese.”

Amy Kaplan, nel suo importante libro del 2018 “Il nostro Israele americano”, ha notato che dopo la fine della guerra persino i non ebrei pensavano che i bambini di razza ebraica dell’Europa orientale fossero stati magicamente trasformati, anglicizzati, dall’esperienza di essere nati in Palestina. Bartley Crum era un cattolico progressista, avvocato per i diritti civili nato a San Francisco che faceva parte della Commissione Anglo-Americana incaricata di decidere il futuro di persone sfollate che languivano nei campi di raccolta dopo la guerra. Kaplan ha notato:

Crum scoprì una prova di questa trasformazione degli ebrei dell’Europa orientale in uno ‘strano fenomeno’ che rendeva i loro figli cresciuti in Palestina non solo più forti per il fatto di aver lavorato la terra, ma anche più bianchi e più occidentali dei loro genitori: ‘Molti dei bambini ebrei che ho visto erano biondi e con gli occhi azzurri, una mutazione di massa che, mi è stato detto, dev’essere ancora adeguatamente spiegata. È ancora più significativa perché la maggioranza degli ebrei di Palestina è originaria dell’Europa orientale, tradizionalmente con capelli e occhi scuri. Si potrebbe quasi affermare che in Palestina sia stato creato un nuovo popolo ebraico: in stragrande maggioranza una spanna più alto dei padri, persone robuste, più un ritorno ai contadini e pescatori dei giorni di Cristo che prodotto dei figli e delle figlie delle città dell’Europa centro-orientale.” [p. 31].

Un altro membro della Commissione Anglo-Americana, James McDonald, visitò una sinagoga a Gerusalemme e:

“…egli venne “ancora una volta colpito dalla varietà di volti dei ragazzi. ‘Se non avessi saputo dove mi trovavo, o non avessi sentito parole in ebraico, avrei giurato che la maggior parte di loro fosse irlandese, scandinava o scozzese, o comunque della normale mescolanza del Middle West americano. Solo qui e là c’era un volto anche lontanamente somigliante al ‘tipo ebreo’.’ Concluse che i giovani ebrei di Israele non avevano un ‘tipo razziale’ particolare.’” [p.32].

Nel 1951 Kenneth Bilby, giornalista, notò, osservando i bambini di un kibbutz:

Erano persino ben fatti, robusti, i capelli schiariti dal sole. Avrei sfidato un qualunque antropologo a mescolare questi bambini con una folla di giovani britannici, americani, tedeschi e scandinavi e poi separare gli ebrei.’ Li vedeva come diventati diversi ‘dai loro cugini semiti del mondo arabo’. Agli occhi di questi visitatori, mentre gli ebrei europei diventavano più bianchi e più civilizzati, gli arabi tra i quali si erano insediati apparivano più scuri e più primitivi.” [32].

In Israele c’è sempre stata una gerarchia razziale fondata sulla supremazia bianca ed etnocentrica. Gli ashkenaziti [lett. tedeschi, ebrei di origine europea, ndtr.] hanno discriminato i mizrahi [orientali, originari dei Paesi arabi o musulmani, ndtr.] e gli ebrei di colore, e i palestinesi hanno affrontato l’intolleranza più estrema, seguiti solo di recente dai richiedenti asilo africani.

Anche dei leader religiosi reazionari hanno sposato atteggiamenti razzisti. Un primo esempio di ciò è il rabbino Ovadia Yosef, il leader spirituale del partito Shas [partito religioso degli ebrei ultraortodossi mizrahi, ndtr.], che ha equiparato gli arabi a “serpenti” ed ha chiesto il loro “annientamento”. Questo tipo di atteggiamenti è stato prevalente nei movimenti di colonizzazione più di destra come “Gush Emunim”, Tehiya, Unione Nazionale e Mafdal, che rappresentano un messianismo ebraico mischiato a odio e disprezzo per i nativi palestinesi.

Quindi, perché è importante esplorare questa storia complicata e scomoda? Sosterrei che, in primo luogo, in questa epoca in cui l’epiteto di antisemita è scagliato abbastanza a casaccio contro chiunque abbia atteggiamenti critici verso Israele, dobbiamo essere onesti sulle basi fondative del sionismo e sui suoi rapporti con il vero antisemitismo. Risulta che i primi sionisti, sia della sinistra socialista che della destra fascista, avevano atteggiamenti che erano chiaramente antisemiti. Questo può essere stato cinico e amorale, ma penso che vada ben oltre un matrimonio di convenienza.

Se capiamo le radici della dirigenza israeliana possiamo comprendere meglio gli atteggiamenti e le politiche dei successivi governi israeliani che ci hanno portato fino all’attuale regime. Mentre l’Irgun rimase minoritario e non prese il controllo fino al 1977 con Menachem Begin, seguito da Yitzhak Shamir, esso era una forza potente nella Palestina prima del 1948 [anno della nascita di Israele, ndtr.], assassinando dirigenti inglesi e negoziatori internazionali come il conte Bernadotte [inviato svedese dell’ONU per mediare il conflitto tra sionisti ed arabi, ndtr.] e infliggendo attacchi terroristici ai nativi palestinesi, come nel caso del massacro di Deir Yassin.

Anche l’Haganah e il Palmach [le due principali milizie sioniste, della fazione socialista, ndtr.] (che in seguito diventarono il fulcro dell’esercito israeliano) erano gruppi paramilitari attivi nella Palestina prima del 1948. Penso alla famosa citazione di Moshe Dayan che si unì all’Haganah all’età di 14 anni e divenne un celebre leader militare e politico:

Siamo una generazione di coloni e senza l’elmetto di ferro e la canna del fucile non saremmo stati in grado né di piantare un albero né di costruire una casa… Non si abbia paura di vedere l’odio che ha accompagnato e consumato le vite di centinaia di migliaia di arabi che ci circondano, aspettando il momento in cui le loro mani riusciranno a raggiungere il nostro sangue.” (dal libro di Ronen Bergman “Rise and Kill First” [Alzati e uccidi per primo], pp. 128-129).

Questa è la voce combattiva dell’ebreo nuovo, l’ebreo rinato nella lotta per colonizzare e creare Israele dalla Palestina. Non è una voce interessata al negoziato, alla tolleranza, alla democrazia o al rispetto della narrazione o origine altrui. La storia politica ha creato le norme sociali e culturali che vediamo oggi. Gli Usa stanno affrontando una discussione nazionale sulle contraddizioni tra la nostra mitologia, il sogno americano di giustizia, uguaglianza e libertà per tutti, e il fatto che i nostri eroi nazionali erano proprietari di schiavi e in realtà avevano progetti solo per i proprietari terrieri bianchi. Le loro esperienze di vita e i loro atteggiamenti furono alla base delle norme culturali che hanno caratterizzato gli aspetti più vergognosi della storia degli USA: distruggere i popoli nativi, schiavizzare africani, essere proprietari dei loro figli, Jim Crow [leggi non scritte del Sud segregazionista, ndtr.], emarginare, fare discriminazioni nelle opportunità per trovare lavoro con la legge sui veterani di guerra, leggi contro i matrimoni misti, nazionalismo bianco, il costante fanatismo e il razzismo istituzionali che sono ancora un grave ostacolo nel XXI secolo. Questo tipo di discorso onesto e penoso è fondamentale se vogliamo far prendere una direzione più positiva alla nostra cosiddetta democrazia. Suggerirei che gli israeliani dovrebbero discutere dell’origine della loro Nazione, e per lo più non lo fanno. Ciò non lascia ben sperare.

Il ceppo della politica di Jabotinsky, repressivo, antidemocratico e in certo modo profondamente odiatore di se stesso ed escludente, è una forma di maschilismo nazionalista tossico. È anche un’ideologia fondante del moderno sionismo, un misto di mentalità da bunker, islamofobia e darwinismo sociale. Questo tipo di politica fornisce un contesto storico al razzismo degli ebrei ashkenaziti nei confronti degli ebrei di colore, dei mizrahi, dei palestinesi e dei richiedenti asilo africani. Questo tipo di politica rende possibili un’occupazione aggressiva e de-umanizzante e un movimento di colonizzazione, in cui la volontà di uccidere, ferire e incarcerare palestinesi e i loro figli è vista come indispensabile, senza rimorsi, per la sopravvivenza, in cui aggredire “l’altro” come se fosse uno scarafaggio e subumano è tollerato e applaudito dai dirigenti politici, in cui bombardare periodicamente e strangolare due milioni di gazawi, creare una impossibile catastrofe umanitaria è solo parte di “falciare il prato” . 

Quest’ultima espressione si riferisce alla cinica strategia militare israeliana vista nelle ultime tre guerre contro Gaza e nella Seconda Guerra del Libano, che comporta ripetute operazioni su larga scala, ma limitate, così come attacchi più ridotti intesi a schiacciare l’avversario, demolendo la dirigenza e le infrastrutture e costruendo deterrenza. Questa guerra di logoramento non ha un chiaro punto finale, è in sé una politica estera caratterizzata dall’uso di una forza estrema per indebolire Hamas ed Hezbollah, con un rischio minimo per i soldati israeliani, ma senza l’eliminazione totale del nemico, necessaria per controllare attori ancora più estremisti nella regione.

Proprio come ora so che l’espulsione e l’occupazione che iniziarono nel 1967 e continuano fino ai giorni nostri sono la continuazione di un processo che iniziò molto prima del 1948 – la Nakba, o catastrofe, è in corso -, le politiche fascistoidi del governo israeliano sono radicate nella storia della creazione dello Stato. Allo stesso modo l’abbraccio tra gli israeliani e i cristiano-sionisti (i cui progetti per gli ebrei sono la conversione o una morte atroce) dopo il 1967 rispecchia i rapporti amichevoli che i sionisti hanno avuto con i dirigenti antisemiti in Germania e in Italia. E in modo simile lo stretto legame di Israele con i cristiano-sionisti e con regimi oppressivi, dal Sudafrica bianco all’Arabia Saudita, così come la passione di Israele per il nostro presidente-padrone e antisemita, è parte dello stesso vecchio modello di unire le forze con governi razzisti e autoritari.

Come si è detto spesso, se non conosciamo la nostra storia siamo destinati e condannati a ripeterla.

Alice Rothchild è dottoressa, scrittrice e regista che dal 1997 ha concentrato il proprio interesse sui diritti umani e sulla giustizia sociale nel conflitto israelo/palestinese. Ha fatto la ginecologa per circa 40 anni. Fino alla pensione ha lavorato come assistente universitaria in ostetricia e ginecologia nella facoltà di medicina di Harvard. Scrive e tiene conferenze ad ampio raggio ed è l’autrice di “Broken Promises, Broken Dreams: Stories of Jewish and Palestinian Trauma and Resilience” [Promesse non mantenute, sogni infranti: storie di traumi e restitenza di ebrei e palestinesi], “On the Brink: Israel and Palestine on the Eve of the 2014 Gaza Invasion” [Sull’orlo: Israele e Palestina al tempo dell’invasione di Gaza nel 2014], e di “Condition Critical: Life and Death in Israel/Palestine” [Una condizione critica: vita e morte in Israele/Palestina]. Ha diretto un documentario, “Voices Across the Divide” [Voci al di là delle divisioni] ed è attiva in “Jewish Voice for Peace” [Voce ebraica per la pace, gruppo USA di ebrei antisionisti, ndtr.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’elisir di Trump potrebbe dimostrarsi un’overdose per Israele

Tom Suarez

22 novembre 2019 – Mondoweiss

La notizia che l’amministrazione Trump non considera più “illegali” le colonie israeliane in Cisgiordania non è stata scioccante, tanto quanto non lo è la finta indignazione manifestata dalle stesse Nazioni che continuano a rafforzare Israele indipendentemente da quello che fa. Questo preludio all’annessione israeliana della Cisgiordania sicuramente favorirà ulteriori sofferenze per i palestinesi, incoraggiando i coloni e i soldati occupanti.

Ma in realtà questa annessione è già avvenuta decenni fa. C’è una ragione per cui Israele semplicemente non lo ha mai detto.

Il 29 novembre 1947 l’ONU ha votato per raccomandare la partizione della Palestina (risoluzione 181 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite), scartando una raccomandazione di minoranza per uno Stato democratico bi-nazionale. I negoziatori a favore della causa palestinese approfittarono di un rinvio di 24 ore per proporre un altro piano bi-nazionale, con una costituzione simile a quella degli Stati Uniti (1). La proposta venne ignorata, ma i 71 anni che seguirono sono stati un accidentato ma inarrestabile ritorno al rallentatore del concetto essenziale di un unico Stato democratico. Ironicamente il genio di Trump che concede al sionismo ogni suo desiderio rende più vicina questa liberazione – e la fine del sionismo.

Se Israele fosse accusato di aver annesso la Cisgiordania, e quindi di averla gestita come uno Stato di apartheid, potrebbe sostenere una “prova” del contrario: l’Autorità Nazionale Palestinese. I palestinesi, ci viene detto, votano per il proprio “governo”. Ma, malgrado le targhe sulle porte degli uffici dell’ANP a Ramallah, la situazione sul terreno è che l’Autorità Nazionale Palestinese non ha una reale “autorità” su quanto avviene alla Palestina e al suo popolo. Alcune funzioni associate con l’esercizio del governo le sono formalmente assegnate, ma le esercita solo a discrezione di Israele. La sua [dell’ANP] repressione politica contro i suoi “cittadini”, per esempio, risparmia la fatica a Israele, e gli aiuti internazionali alla Palestina sono in realtà un ulteriore aiuto a Israele, perché ciò sussidia semplicemente la sua occupazione e la paralisi dell’economia palestinese.

In altre parole, l’Autorità Nazionale Palestinese può essere vista come un semplice subappaltante e una foglia di fico per la definitiva sovranità israeliana sull’intera area – senza tener conto della teorica divisione della Cisgiordania nelle aree A (palestinese), B (palestinese-israeliana) e C (israeliana) in base agli accordi di Oslo. Israele iniziò a violare le leggi che disciplinano una potenza occupante subito dopo la conquista da parte sua nel 1967 e da allora ha governato tutta la Cisgiordania (che include Gerusalemme est) e Gaza (direttamente o con un assedio) (2).

Togliendo di mezzo il fumo negli occhi, ciò che rimane è che Israele tratta “Giudea e Samaria” [cioè la Cisgiordania, ndtr.] come territorio sotto la sua sovranità, ma solo gli ebrei che vi vivono (cioè i coloni) possono votare, mentre ai non ebrei, in base all’etnia, vengono negati persino i più basilari diritti umani.

Questo miraggio non può durare all’infinito, ma l’ultimo regalo di Trump può solo accelerare il giorno della resa dei conti. Il suo implicito invito al furto totale della Cisgiordania e in definitiva di tutta la Palestina, l’obiettivo del sionismo per oltre un secolo, ora incombe vicino in modo allettante. Netanyahu non ha bisogno di nient’altro che “farlo” in modo da assicurare che la “comunità internazionale” continui a comportarsi come ha fatto riguardo all’annessione di Gerusalemme est da parte di Israele quattro decenni fa: proteste, risoluzioni e totale acquiescenza. L’accentuata repressione israeliana ispirata da Trump potrebbe di per sé scatenare una nuova rivolta palestinese che potrebbe fornire a Israele il pretesto per l’annessione.

Ma questa tentazione preannuncia un deludente risveglio. Israele improvvisamente “possiederà” la Cisgiordania. Non ci sarà nessuna ANP foglia di fico per coprirla. Come farà Israele a spiegare che i non ebrei non possono votare e rimanere asserviti in quella che sostiene essere la terra sotto la sua sovranità? Quella che è sempre stata la reale situazione sarà messa in bella mostra di fronte al mondo: Israele è uno Stato di apartheid.

Dovrà affrontare tre possibilità:

Uno, potrebbe fare la pulizia etnica di un altro paio di milioni di palestinesi. Ma non siamo nel 1948 e neppure nel 1967. Benché Israele continui ad attuare il contenimento etnico di palestinesi in bantustan all’interno del lato palestinese della Linea di Armistizio [del 1948, ndtr.], la sua continua pulizia etnica fuori dalla Palestina deve rimanere discreta. Nel mondo di oggi, neppure la pur scioccante impunità di Israele potrebbe difenderlo dal fatto di caricare su camion due o tre milioni di persone e portarle in nuovi campi di rifugiati nei Paesi vicini.

Due, potrebbe concedere ai non- ebrei della Cisgiordania la stessa cittadinanza di cui già “godono” i non ebrei in Israele, tranne che a Gerusalemme est – certamente una cittadinanza di second’ordine, ma tuttavia essi possono votare nelle elezioni nazionali e così il sistema potrebbe essere fatto passare per una democrazia formale. Succede che abbiamo un banco di prova di un simile scenario – Gerusalemme est – e dimostra che la cittadinanza per i non-ebrei non risulterebbe dall’annessione. Benché Israele consideri Gerusalemme est parte integrante di Israele, i suoi abitanti non ebrei sono “residenti” precari, non cittadini, e non hanno voce nelle elezioni nazionali di Israele. Ciò è ancora più significativo in quanto la popolazione non-ebrea di Gerusalemme est, a differenza di quella della Cisgiordania, è di gran lunga troppo scarsa per minacciare le preoccupazioni demografiche di Israele. (3)

E così, per definizione, Israele sarebbe costretto alla terza opzione: continuare semplicemente come prima, per quanto possa durare. La Cisgiordania sarebbe come ora è Gerusalemme est – ma troppo grande da nascondere. I non ebrei della Cisgiordania sarebbero stranieri sulla loro stessa terra, “residenti” senza voce in capitolo sulle questioni nazionali e sottoposti a una pulizia etnica attraverso leggi poco trasparenti studiate a questo scopo. L’inerzia potrebbe essere a volte a favore di uno Stato di apartheid, ma non sarebbe sostenibile. Potrebbero passare due anni, o forse fino a dieci, ma una volta che una massa critica di interessi politici ed economici mondiali veda Israele come un peso, la richiesta di una semplice uguaglianza sarà la sconfitta definitiva dello Stato sionista.

Uno Stato unico democratico, che avrebbe dovuto essere l’ovvia risposta nel 1947, dopo sofferenze indicibili verrà finalmente realizzato.

***********

Note

1. Riguardo alla nuova proposta in seguito al voto della risoluzione 181, vedi TNA, WO_261-571, Fortnightly Intelligence Newsletter No. 55, Part II, Partition of Palestine, p9, bottom. Vale la pena di sottolineare che, secondo i documenti britannici, la ragione per cui l’ONU optò per la partizione rispetto a uno Stato democratico bi-nazionale fu che temeva un incremento del terrorismo sionista (vedi TNA, CAB 129/21, pagina stampata “52”, o How Terrorism Created Modern Israel [Come il terrorismo ha creato il moderno Israele], p. 236, dell’autore). Anche gli antirazzisti ebrei negli insediamenti, tra cui il rettore dell’università Ebraica Judah Magnes, appoggiarono uno Stato unico.

2. Israele e gli USA negarono militarmente i risultati delle elezioni palestinesi del 2006, per cui i palestinesi non hanno effettivamente votato il governo attuale (Fatah), ma ciò è secondario per questo punto. I candidati delle elezioni vennero già ridotti di numero da Israele attraverso esclusioni, incarcerazioni e assassinii.

3. Gli abitanti non ebrei “residenti” di Gerusalemme possono votare alle elezioni municipali. I non ebrei possono fare richiesta di cittadinanza, ma così facendo rinuncerebbero implicitamente allo status di Gerusalemme est come palestinese in base alle leggi internazionali, e comunque la loro cittadinanza non è uguale a quella dei coloni ebrei della città. Di fatto i non ebrei rischiano l’espulsione solo presentando una qualunque richiesta alle autorità israeliane, che potrebbero in tal caso chiedere prove documentate della residenza della famiglia fin dal diciannovesimo secolo, mentre ebrei provenienti dall’estero non hanno bisogno di questi requisiti – di qui, per esempio, la riluttanza palestinese a fare richiesta di permessi edilizi.

Tom Suarez è autore, come ultimo libro, di “Writings on the Wall [Scrivere sul Muro], una serie di di storie orali palestinesi commentate raccolte dall’ Arab Educational Institute [Istituto educativo arabo] di Betlemme (2019).

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La visione progressista di Bernie Sanders sul “come combattere l’antisemitismo” rivela una visione superata di Israele

Nada Elia

11 novembre 2019       Mondoweiss

L’editoriale di Bernie Sanders, “Come combattere l’antisemitismo”, coglie molti argomenti appropriati con le attuali idee progressiste. Ricordando come i crimini di odio siano cresciuti dopo l’elezione di Trump, scrive: “Gli antisemiti che hanno marciato a Charlottesville non odiano solo gli ebrei. Odiano l’idea della democrazia multirazziale. Odiano l’idea di uguaglianza politica. Odiano gli immigrati, le persone di colore, le persone LGBTQ, le donne e chiunque altro si opponga a un’America per soli bianchi. Accusano gli ebrei di coordinare un massiccio attacco contro i bianchi di tutto il mondo, usando persone di colore e altri gruppi emarginati per fare il loro lavoro sporco.”

Bernie continua col denunciare l’utilizzo dell’antisemitismo come arma, sia in quanto strategia per dividere i progressisti, sia come tentativo di soffocare le critiche nei confronti di Israele. L’antisemitismo, afferma Bernie, è “una teoria della cospirazione secondo cui una minoranza segretamente potente esercita il controllo sulla società. Come altre forme di fanatismo – razzismo, sessismo, omofobia – l’antisemitismo è usato dalla destra per dividere le persone l’una dall’altra e impedirci di lottare insieme per un futuro condiviso di uguaglianza, pace, prosperità e giustizia ambientale. Quindi voglio dire il più chiaramente possibile: affronteremo questo odio, faremo esattamente l’opposto di ciò che Trump sta facendo e riuniremo le nostre differenze per riunire le persone”.

Fin qui tutto bene. Ma poi, Bernie continua col fare una dichiarazione incredibilmente anacronistica, vale a dire che “Una delle cose più pericolose che Trump ha fatto è dividere gli americani usando false accuse di antisemitismo, soprattutto per quanto riguarda le relazioni USA-Israele. Dovremmo essere molto chiari sul fatto che non è antisemita criticare le politiche del governo israeliano”.

Per qualsiasi attivista amante della giustizia che  abbia sostenuto i diritti dei palestinesi per molti lunghi anni prima che Trump aspirasse persino alla presidenza, e che sia stato tacciato per decenni di antisemitismo dai progressisti e dai PEPS (Progressisti Eccetto che per la Palestina), che sia stato inserito nelle liste nere, a cui siano state negate le promozioni o a cui siano stati sottratti i mezzi di sostentamento per aver criticato le politiche del governo israeliano, molto prima di Trump, questa affermazione è offensiva. La censura sistematica di qualsiasi critica progressista a Israele, l'”eccezione palestinese alla libertà di parola”, come è  noto, si è basata a lungo sulla falsa accusa di antisemitismo. Non è che, come vorrebbe Bernie, sia stato Trump [il primo] a farlo.

Il giudizio erroneo di Bernie sulla cronologia dell’utilizzo dell’accusa di antisemitismo come arma è, tuttavia, in sintonia con un altro suo grave errore storico, vale a dire la sua nostalgia dei sionisti “liberal” per l’Israele precedente al 1967. Nonostante la sua affermazione stranamente vaga, che “la fondazione di Israele è ritenuta da un’altra popolazione nella terra di Palestina la causa del loro doloroso sradicamento”, Bernie afferma sbrigativamente che i gravi crimini di Israele sono iniziati solo con l’occupazione del 1967.

 “Quando guardo al Medio Oriente – scrive Bernie – io vedo in Israele [un Paese] in grado di contribuire alla pace e alla prosperità dell’intera regione, ma a cui mancano le possibilità di farlo in parte a causa del suo conflitto irrisolto con i palestinesi. E vedo un popolo palestinese desideroso di dare il suo contributo – e con molto da offrire -, eppure schiacciato sotto un’occupazione militare che ormai dura da mezzo secolo, che determina una realtà quotidiana di dolore, umiliazione e risentimento. Porre fine a quell’occupazione e consentire ai palestinesi di avere l’autodeterminazione in uno Stato indipendente, democratico ed economicamente vitale è nell’interesse degli Stati Uniti, di Israele, dei palestinesi e della regione”.

Evidentemente l’illusione dei due Stati è difficile da abbandonare. Quindi sarò molto onesta: Bernie non è il candidato dei miei sogni. La sua nostalgia per l’Israele di prima del 1967 rivela una cecità riguardo l’oppressione strutturale insita nella fondazione dello Stato etno-nazionalista che egli ama. Afferma “Il mio orgoglio e la mia ammirazione nei confronti di Israele convive con il mio sostegno alla libertà e all’indipendenza palestinese. Respingo l’idea che ci siano delle contraddizioni”, eppure sembra inconsapevole che la stessa discriminazione che denuncia nella Cisgiordania post-1967 è stata e rimane l’esperienza quotidiana dei palestinesi all’interno della Linea verde [linea di demarcazione stabilita tra Israele e alcuni paesi arabi dopo il 1949, n.d.tr.]. Non riconosce che Israele ha negato ai palestinesi il diritto al ritorno nelle loro città a partire dal 1948, non solo dal 1967, e che Israele stava già sparando sui palestinesi che cercavano di reclamare le loro proprietà nel 1948, 1949 e fin da allora, non solo a partire dalla Grande Marcia del Ritorno.

Tuttavia, [riguardo] questo ciclo elettorale, sono solo pragmatica. Nel condannare ancora l’intero sionismo in quanto razzismo, le mie critiche a Bernie non significano che non voterò per lui, e inviterò anche gli altri a votare per lui, se dovesse essere il candidato democratico. E per molti versi, Bernie rimane il miglior candidato presidenziale raccomandabile per quanto riguarda i palestinesi, non ultimo a causa della sua recente dichiarazione sul cambiare orientamento di alcuni degli aiuti statunitensi a Israele verso aiuti umanitari a Gaza, e il suo riconoscimento che non può esserci una soluzione che non rispetti i diritti e le aspirazioni palestinesi.

Questo paese è arrivato così a destra che una presidenza di Bernie Sanders, pur non risolvendo la maggior parte dei problemi, produrrà un correttivo indispensabile, sia a livello nazionale, sia in termini di politica estera.

Nada Elia

Nada Elia è una studiosa e attivista palestinese, scrittrice e responsabile di movimenti locali,. A attualmente sta completando un libro sull’attivismo nella diaspora palestinese.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Settant’anni a sparare ai rifugiati

Jake Batinga 

8 ottobre 2019 – The Electronic Intifada 

Dal marzo del 2018 si sono tenute a Gaza delle proteste settimanali, note come la Grande Marcia del Ritorno.

I dimostranti esigono che alle persone sradicate dalle forze sioniste durante la Nakba, la pulizia etnica della Palestina nel 1948 sia permesso di tornare a casa. Questo diritto al ritorno era stato riconosciuto dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione 194, approvata nel dicembre del 1948.

Israele ha risposto con brutalità alle richieste che sia rispettato questo diritto fondamentale. Oltre 210 palestinesi sono stati uccisi durante la Grande Marcia del Ritorno e oltre 9000 sono stati feriti da proiettili veri.

Oltre a pretendere che il diritto al ritorno sia rispettato, negli ultimi settant’anni i rifugiati palestinesi hanno cercato, di tanto in tanto, di esercitare quel diritto e sono stati trattati con estrema violenza.

Negli anni seguenti l’adozione della risoluzione 194 dell’ONU, molti abitanti di Gaza hanno cercato di attraversare il confine con Israele, Stato di recentissima costituzione. Con un’espressione di sapore orwelliano le autorità israeliane hanno definito questi rifugiati che cercavano di tornare degli “infiltrati.”

Nel suo libro Le guerre di confine di Israele. 1949-1956, lo storico Benny Morris scrive che le cosiddette infiltrazioni erano “una conseguenza diretta dell’espropriazione di centinaia di migliaia di palestinesi.”

I rifugiati cercavano di ricongiungersi con le proprie famiglie, di coltivare i campi, di recuperare le proprietà perdute e naturalmente di rivedere le loro vecchie case.

Sparare a “tutto ciò che si muove”

Le guerre di confine di Israele fu pubblicato nel 1997 – sette anni prima Morris sosteneva che le forze sioniste avrebbero dovuto espellere tutti i palestinesi negli anni ’40. Nonostante i suoi tentativi di difendere la pulizia etnica, Morris non ha mai ripudiato gli importanti fatti che aveva in precedenza scoperto.

Grazie al suo lavoro noi continuiamo a scoprire molto sui crimini commessi nel nome di Israele e della sua ideologia di Stato, il sionismo.

Lui racconta, per esempio, di come Israele abbia applicato la politica di “fuoco a volontà” ai rifugiati che cercano di ritornare a casa. Secondo Morris, le forze israeliane “sparavano a tutto ciò che si muoveva” e spesso giustiziano dei rifugiati feriti “sul posto.”

In conseguenza di questa politica di fuoco indiscriminato, dal 1949 al 1956 sono stati uccisi tra i 2700 e i 5000 rifugiati, per la gran parte civili disarmati. Morris scrive inoltre che “nessun soldato, poliziotto o civile israeliano è mai stato processato per aver sparato e ucciso un infiltrato arabo disarmato”

Mentre i rifugiati palestinesi venivano massacrati quando tentavano di esercitare il loro diritto al ritorno, il parlamento israeliano, la Knesset, nel 1950 approvò la legge cinicamente chiamata “ del ritorno” che garantiva agli ebrei in tutto il mondo il diritto di ottenere la cittadinanza israeliana e vivere in Israele.

Quelli che immigravano in Israele, molti dei quali erano sopravvissuti all’Olocausto, spesso si insediavano nelle case vuote dei rifugiati palestinesi.

Un’altra politica implementata contro i rifugiati palestinesi che cercavano di tornare a casa era nota come “ritorsione.”

Israele “operava rappresaglie” facendo incursioni nei villaggi in Giordania, Egitto, Gaza e Siria. Questi raid avevano lo scopo di punire le comunità che si presumeva avessero aiutato il rientro dei rifugiati.

Nel suo libro Il muro di ferro. Israele e il mondo arabo lo storico Avi Shlaim scrive che le rappresaglie erano in realtà “una forma di punizione collettiva contro interi villaggi.”

Un caso di “rappresaglia” degno di nota è avvenuto nell’ottobre del 1953 nel villaggio giordano di Oibya.

Secondo il libro di Shlaim, i commando israeliani assalirono Oibya e costrinsero gli abitanti a restare nelle proprie case, che poi furono fatte saltare in aria con dentro la gente. Almeno 69 persone furono uccise, la maggioranza donne e bambini.

Il capo di questo raid era un giovane comandante di nome Ariel Sharon, che in seguito fu soprannominato “il macellaio di Beirut” per il suo ruolo nel massacro di massa del 1982 in Libano nei campi di rifugiati palestinesi di Sabra e Shatila.

Addossare la colpa agli altri

Israele ha costantemente cercato di dare la colpa delle sue violenze agli altri.

Negli anni ’50, il governo israeliano incolpava i governi arabi e gli stessi rifugiati palestinesi. Secondo Shlaim, Israele sosteneva che l’uccisione di civili era “una forma legittima di auto-difesa.”

Parole identiche, o quasi, vengono usate oggi dai leader politici di Israele.

Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele, ha invocato “l’auto-difesa” per cercare di giustificare l’uccisione di manifestanti disarmati a Gaza. L’anno scorso, dopo un massacro israeliano a Gaza, Netanyahu ha affermato che lo Stato stava agendo per “proteggere la sua sovranità e la sicurezza dei suoi cittadini.”

Quando è stato trasmesso un video che mostrava le truppe israeliane esultare allegramente e ridere mentre un cecchino sparava a un manifestante, i politici israeliani si sono affrettati a difendere i soldati.

Avigdor Lieberman, l’allora ministro della Difesa israeliano, dichiarò che il cecchino nel video “meritava una decorazione.” Naftali Bennett, anche lui all’epoca ministro del governo, disse che “giudicare i soldati perché non si esprimono elegantemente mentre stanno difendendo i nostri confini non è serio.”

Oggi il governo di Israele denigra i manifestanti di Gaza chiamandoli “terroristi.” Benny Morris ha fatto notare che “infiltrato”, il termine usato per i rifugiati palestinesi che cercano di tornare a casa, è rapidamente diventato sinonimo di “terrorista.”

Nello stesso modo in cui le autorità israeliane hanno tentato di sfuggire alla responsabilità dei loro attacchi sui vicini arabi negli anni ’50, i politici di oggi cercano di dare la colpa delle morti dei manifestanti a Gaza ad Hamas.

Lieberman ha asserito che “nessun civile innocente” ha preso parte alle proteste a Gaza, che lui ha soprannominato la “marcia del terrorismo.” Tutti i manifestanti, secondo Lieberman, sono membri di Hamas.

Si può interpretare in modo diverso: i palestinesi hanno combattuto per i loro diritti negli anni immediatamente dopo la Nakba, così come stanno facendo nel ventunesimo secolo.

La brutalità di Israele continua e così fa anche la lotta contro Israele.

Jake Batinga è uno scrittore e attivista basato in California. È vissuto nella città di Hebron nella Cisgiordania occupata quando lavorava con l’International Solidarity Movement, [movimento internazionale di solidarietà e lotta non violenta per la liberazione della Palestina, ndtr.] per documentare le violazioni dei diritti umani da parte dell’esercito israeliano e dei coloni.

(Traduzione di Mirella Alessio)




Insegnare Edward Said a Gaza

Haidar Eid

27 settembre 2019 Mondoweiss

Questa settimana cade l’anniversario della morte di Eward Said. Sono tentato dall’idea di scrivere della sua vita di intellettuale all’opposizione, figura organica del dissenso, come avrebbe detto Antonio Gramsci. In questi tempi di crisi, non solo in Palestina, ma a livello globale, è importante ricordare Said come lui avrebbe voluto che lo ricordassimo, uno “fuori posto”. [Sempre nel posto sbagliato Feltrinelli 1999]

Personalmente, ho comunicato con lui per email solo due volte, per invitarlo in Sud Africa quando studiavo e lavoravo là, una volta per un evento organizzato dai gruppi di solidarietà e poi in occasione della Conferenza mondiale contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza svoltasi a Durban nel 2001, per chiedergli se avrebbe partecipato. Purtroppo, mi rispose che si stava sottoponendo a una terapia contro la leucemia.

In quel periodo, durante una conferenza, avevo avuto una discussione con un simpatico accademico sudafricano bianco sull’analogia fra l’apartheid sionista e la Palestina e la lotta contro l’apartheid in Sud Africa. Il dibattito proseguì e si arrivò a citare gli straordinari successi dei sudafricani, dai 4 premi Nobel al premio internazionale Man Booker …ecc. Lui non aveva la minima idea di Ghassan Kanafani, Fadwa Touqan, Toufiq Zayyad, Samih El-Qasim, Mouin Bseiso, per citare solo alcuni dei giganti palestinesi. Poi ha deciso di lanciare una bomba: “Noi abbiamo Nelson Mandela, e voi chi avete?” E io, senza un minimo di esitazione, ho ribattuto: Edward Said! Fine della discussione.

A febbraio di quest’anno, mi sono offerto volontario per lavorare con la nostra università a Gaza per tenere quella che è stata probabilmente la prima conferenza in memoria di Edward Said in Palestina; la sala era stracolma di accademici, personalità della cultura e studenti che ascoltavano l’intervento, appassionato e ben articolato, di uno degli studenti di Said, il Dr Samah Idriss, direttore di Al-Adab, rivista libanese molto prestigiosa.

Quello che io, come palestinese e “altro orientale” ho capito grazie a Said è insuperabile: la complicità della cultura nell’imperialismo europeo, inclusa la narrazione sionista; ‘la lettura contrappuntistica’ vista come ‘contro-narrativa’; l’interrelazione fra ‘affiliazione’ e ‘cosmopolitismo’, il ‘criticismo secolare’ quale strategia di interferenza intellettuale. Una cosa che faccio nella mia classe, dove capita che i miei studenti siano palestinesi, è il ribaltamento del ruolo dell’estetica nel colonialismo come sua caratteristica più saliente. Nelle nostre discussioni analizziamo la dialettica di conoscenza e potere che compare nel suo lavoro seminale Orientalismo, per confutare la ‘purezza’ e il ‘disinteresse’ degli studi orientalisti. La nostra conclusione è che non c’è un ambito ‘innocente’ del discorso europeo sull’Oriente. La differenza fra Oriente e Occidente è chiarita in questo magnifico passo tratto da Orientalismo: 

Dopo un’impresa come quella di Napoleone, in Occidente il corpo di conoscenze sull’Oriente si modernizzò … c’era ovunque fra gli orientalisti l’ambizione di descrivere le loro scoperte, esperienze e intuizioni con una terminologia adeguatamente moderna, per portare le idee sull’Oriente in stretto contatto con le realtà moderne.

In uno dei corsi che tengo, studiamo dei testi che trattano le stereotipate posizioni europee, condizionate da un’opposizione binaria per cui ‘l’Occidente’ è caratterizzato da idee di illuminismo, progresso, ragione e ‘civiltà’, mentre ‘l’Oriente’ incarna la classica inversione negativa di queste caratteristiche. Questo in base alla sua tesi secondo cui “tutte le rappresentazioni sono in qualche modo fuorvianti …”

I testi che studiamo nelle mie classi vanno dal romanzo estremamente razzista di V.S. Naipaul Sull’ansa del fiume [A Bend in the River] a quello critico di Mohsin Hamid, Il fondamentalista riluttante [The Reluctant Fundamentalist], ai racconti africani anti-coloniali di Njabulu Ndebele, Ousmane Sembene e Noureddin Farah, alla “letteratura della resistenza” di Ghassan Kanafani: Uomini sotto il sole, Ritorno ad Haifa, [Men in the Sun, Returning to Haifa, All That Is Left to You]La terra delle arance tristi e La morte nel letto numero 12 [Land of Sad Oranges, Death of Bed 12]. La scelta di questi testi deriva dall’enfasi posta da Said sull’esistenza di una resistenza all’Orientalismo non solo dall’esterno, ma anche all’interno dell’orientalismo stesso. Le nostre sono letture “contrappuntistiche” che rivelano quello che lui stesso chiamava “la grande cultura di resistenza emersa in risposta all’imperialismo.”

Da qui l’importanza dei suoi ripetuti riferimenti all’ “agency individuale” come componente sostanziale del suo lavoro critico. È qui che il ruolo dell’intellettuale come figura di opposizione diventa colui che trasgredisce la linea ufficiale del potere, come sostiene in Representations of the Intellectual.  L’intellettuale nello svolgere il suo ruolo ha un vantaggio, e non può interpretarlo senza avere la percezione di essere qualcuno il cui ruolo è sollevare pubblicamente domande imbarazzanti, combattere, non creare, l’ortodossia e i dogmi, una figura che non può essere facilmente cooptata da governi o corporazioni, la cui raison d’être è nel rappresentare tutti quei popoli e quelle battaglie che sono regolarmente dimenticate o nascoste sotto il tappeto .

Questo è il motivo per cui in aggiunta a “critica” lui usa costantemente “di opposizione”. E questo è il motivo per cui abbiamo deciso di portare in classe i lavori letterari di Ghassan Kanfani. Comunque, insegnare le opere di Naipaul si deve al fatto post-coloniale secondo cui il progetto imperialista europeo nel mondo non occidentale è stato consolidato dalla cultura europea alta con la collusione di raffinati intellettuali che razionalizzavano e nascondevano l’uso del potere morale per raggiungere quella che Said chiama una “pacificazione ideologica”. Nel suo Cultura e imperialismo [Culture and Imperialism] sostiene eloquentemente, alla Fanon, [Frantz Fanon è stato un grande intellettuale, critico del colonialismo] che questi intellettuali avevano tradito le loro proprie idee quando si erano convinti che esistesse una gerarchia fra i popoli, cosa che fa nascere serie domande ideologiche sull’uso del termine “post-colonialità”, per certi versi una continuazione della sottomissione coloniale.

Come lui, e Vico prima di lui, noi crediamo fermamente che la cultura umana, dato che è stata creata dal genere umano, possa essere positivamente modellata con gli sforzi delle persone. Ecco perché, ispirati dalle sue idee, abbiamo cominciato la campagna di BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) per “rispondere” al sionismo, al neo-colonialismo, per sollevare morali in merito alla Palestina, rivelare ingiustizie e, cosa più importante di tutte, dire la verità al potere.

Sono tempi duri per noi palestinesi, con la negazione dei nostri diritti fondamentali, le elezioni israeliane in cui la competizione è solo fra partiti di destra, un “accordo del secolo” con il quale ci viene chiesto di firmare la nostra estinzione…ecc. Cosa avrebbe detto, scritto e fatto Edward Said?

(traduzione di Mirella Alessio)




Negazionismo e Nakba

Quando scoppia la bolla del negazionismo: un kibbutz israeliano di fronte alla Nakba

Salman Abu Sitta

5 settembre 2019 – Mondoweiss

 

Cosa succede quando un popolo è rinchiuso in una bolla in cui la “verità” ha un solo libro da leggere, da seguire e a cui ubbidire, e poi improvvisamente la bolla scoppia e il sole risplende su una verità completamente nuova, verificabile, chiara e corretta?

Ciò è quello che succede ai kibbutz [comunità agricole sioniste con proprietà collettiva, ndtr.] di Nirim, Nir Oz, Magen e Ein Hashloshla. Questi quattro kibbutz vennero fondati dopo la Nakba del 1948 sulla mia terra, Al Ma’in (65,000 dunum – 6.500 ettari). Al Ma’in è stato ed è da secoli il luogo d’origine della mia famiglia, Abu Sitta, ora rifugiata nella Striscia di Gaza e altrove.

Eitan Bronstein Aparicio, fondatore di “De-Colonizer” [De- Colonizzatore] (fondatore in precedenza di “Zochrot”, un gruppo israelo-palestinese che insegna la Nakba agli israeliani), ha fatto scoppiare la bolla. Eitan ha allestito una mostra piccola e semplice. Ha raccolto mappe, libri, video e una foto aerea della RAF [aviazione militare britannica, ndtr.] di Al Ma’in nel 1945, che mostra campi e l’aspetto principale del villaggio e le ha collocate in due stanze e un cortile. La mostra si è tenuta il 25 luglio 2019 nella “Casa Bianca”, l’unico edificio palestinese sopravvissuto alla demolizione del villaggio da parte degli israeliani nel 1948 e trasformata da Haim Peri, un artista di Nir Oz, in una galleria d’arte.

Eitan ha invitato i coloni di Al Ma’in e della zona circostante ad andare a vedere la mostra. Il suo messaggio era semplice. Quella era la gente che viveva qui e che ora è rifugiata a due chilometri di distanza dietro il filo spinato nella Striscia di Gaza. La presentazione lasciava intendere che Israele aveva preso la loro proprietà ed ora ci vivete voi.

Nonostante il fatto che il numero dei visitatori è stato modesto, probabilmente tra quaranta e cinquanta, le reazioni sono state indicative di gente a cui è stata negata la verità, le vittime del fatto di aver messo a tacere la Nakba.

Le considerazioni, e persino le minacce, più irate sono venute da un vecchio abitante di un kibbutz, di più di 80 anni, che aveva assistito e partecipato all’attacco contro Al Ma’in. La milizia Haganah [principale gruppo armato sionista prima della nascita di Israele, ndtr.] attaccò Al Ma’in il 14 maggio 1948 con 24 veicoli blindati, distrusse e bruciò case, demolì la scuola costruita nel 1920, fece saltare in aria il pozzo e il mulino a motore. Ad essa resistettero coraggiosamente per alcune ore 15 difensori palestinesi armati di vecchi fucili. Da bambino vidi le rovine fumanti del mio villaggio mentre ero ammassato insieme ad altri bambini e donne in una forra lì vicino. Non avevo mai visto un ebreo prima di allora e non sapevo chi fossero gli aggressori o perché fossero venuti a distruggere le nostre vite.

Il 14 maggio 1948 diventai un rifugiato.

Quel giorno sulle rovine del mio Paese, la Palestina, Ben Gurion proclamò lo Stato di Israele.

In seguito all’attacco e all’occupazione, nel periodo tra il 1949 e il 1955 sulla terra di Al Ma’in vennero costruiti i quattro kibbutz. La famiglia Abu Sitta, che era allora composta da circa 1.000 persone ed ora da circa 10.000, diventò rifugiata, per lo più nella Striscia di Gaza.

I coloni anziani, che erano presenti nel 1948, hanno accusato Eitan di eversione e gli hanno consigliato di trovare un altro Paese in cui emigrare. Hanno minacciato di dire alle autorità di negare l’ingresso a visitatori stranieri che potrebbero andare proprio per vedere la mostra. Ironicamente questi anziani sono stati i primi a visitare la mostra, probabilmente per trovare il modo di spiegare la loro storia negazionista.

Ovviamente la loro storia non merita neppure una replica. Hanno detto che lì non c’era nessuno: “Siamo arrivati dove c’era un deserto vuoto.” Come spiegare i campi coltivati nelle foto aeree? Chi li aveva seminati? La casa in cui è stata sistemata la mostra, il pozzo e il mulino a motore, le rovine che si trovano ancora lì, come li possono spiegare?

Il colono più anziano di Nirim, Solo (cioè Chaim Shilo o Solo Weicheck), 94 anni, un tedesco di origini russe, era indignato quando un giornalista britannico gli ha chiesto ripetutamente: “Perché non permettete alla famiglia Abu Sitta di tornare a casa?”

I coloni anziani hanno detto che quelle case erano state costruite dagli inglesi. Si tratta di una strana affermazione, in quanto chiunque abbia una conoscenza anche approssimativa della storia palestinese sa che abbiamo combattuto contro i britannici fin dalla [dichiarazione] Balfour. In particolare, il mio fratello maggiore Abdullah era il leader della rivolta del 1936-1939 nel distretto meridionale. Lui e i suoi compagni espulsero i britannici dal distretto di Beer Sheba per un anno, dall’ottobre 1938 al novembre 1939.

I coloni anziani sostengono di aver comprato le terre. Ma nessuno potrebbe fornire una prova di essere proprietario, legalmente o in altro modo, di un solo appezzamento di terreno per miglia e miglia.

La risposta più comune di giovani e anziani è stata: “Abbiamo vinto la guerra. Quando mai il vincitore ha restituito quello che ha vinto?”

Affermare che essere forti nella vittoria contro una controparte debole sia una giustificazione per un crimine solleverebbe la Germania nazista dai suoi crimini perché avrebbe potuto commettere e commise quei crimini. In base alla stessa argomentazione, i britannici sarebbero assolti da ogni colpa per il massacro di Amritsar  del 1919 [le truppe inglesi spararono contro la folla che assisteva ad un comizio nella città indiana, uccidendo più di 300 persone, ndtr.], i russi per aver giustiziato ufficiali polacchi nella foresta di Katyn nel 1940 [truppe sovietiche sterminarono più di 20.000 tra ufficiali e prigionieri polacchi, ndtr.] e i francesi per aver gettato in mare centinaia di prigionieri algerini da voli della morte con elicotteri nel 1957 [durante la “battaglia di Algeri” combattuta dal movimento di liberazione algerino, ndtr.].

I coloni hanno ripetuto il solito vecchio ritornello: “Noi abbiamo accettato il piano di spartizione [della Palestina tra arabi ed ebrei, approvato dall’ONU nel 1947, ndtr.], voi no. Sarebbe possibile che la Francia concedesse più di metà del Paese agli immigrati africani?”

Se i coloni fossero stati informati, avrebbero saputo che il piano di spartizione era una semplice raccomandazione, senza alcun valore giuridico vincolante. L’ONU non aveva l’autorità di dividere Paesi e lo disse. Oltretutto l’ONU, e sorprendentemente gli USA, lasciarono cadere il piano di spartizione a favore dell’amministrazione fiduciaria sulla Palestina da parte dell’ONU.

Nessuna fonte israeliana lo cita. I poveri coloni sarebbero gli ultimi a saperlo.

I coloni hanno sostenuto che “se non ci aveste fatto una guerra, tra di noi ci sarebbe stata la pace.” Ciò è molto strano. Non ricordo che la mia famiglia o qualunque altro gruppo di palestinesi abbia schierato un esercito ed abbia marciato verso la Polonia e la Russia per attaccarvi gli ebrei. É vero il contrario. Allora, chi ha scatenato la guerra? Non sanno rispondere.

Ciò che sicuramente non sanno è che l’abbandono del piano di spartizione a metà del marzo 1948 innescò un fondamentale avvenimento nella storia della Nakba. Ben Gurion [leader sionista e primo capo del governo israeliano, ndtr.] decise di conquistare la Palestina e ordinò di mettere in pratica immediatamente il piano Dalet [che prevedeva l’espulsione dei palestinesi dalla Palestina, ndtr.].

Di conseguenza iniziò l’invasione sionista della Palestina. In sei settimane, dal primo di aprile al 14 maggio 1948, l’Haganah conquistò località cruciali in Palestina e fondò sul terreno Israele, dopo che Herbert Samuel [politico ebreo sionista inglese nominato alto commissario del Mandato britannico sulla Palestina, ndtr.] (1920-1925) [periodo in cui Samuel fu alto commissario in Palestina, ndtr.] aveva definito le sue fondamenta giuridiche 28 anni prima.

In quelle sei settimane 220 villaggi, comprese molte cittadine, vennero attaccati e spopolati, quasi metà di tutti i rifugiati palestinesi vennero espulsi e vennero commessi 22 degli oltre 50 massacri avvenuti nel corso della Nakba. Durante quelle stesse sei settimane vennero condotte 17 operazioni militari da nove brigate. In ogni attacco ci fu una superiorità numerica di 10 a 1 contro i difensori. In totale Israele organizzò 31 operazioni militari per occupare parecchie regioni della Palestina, incrementando così il proprio controllo dal 6% della Palestina alla fine del Mandato [britannico] al 78% a metà del 1949. Vennero occupate nuove terre per formare una solida spina dorsale dalla pianura della costa centrale fino a Merj bin Amer e alle rive occidentali del fiume Giordano da Beisan a Metulla.

Quella fu la vera invasione della Palestina. Fu un’invasione sionista.

Ecco Adele Raemer, una nuova colona di Nirim. Arrivò dal Bronx [quartiere di New York, ndtr.] nel 1975 per insediarsi sulla mia terra. Scrive un blog sulla sofferenza dei kibbutz nell’‘enclave di Gaza’ e si lamenta degli aquiloni palestinesi che incendiano i ‘suoi’ campi di grano. Ho risposto dicendo che quelli sono i miei campi di grano. Le ho detto che ricordo che da bambino mi veniva permesso di sedermi sulla nostra mietitrebbia.

Ha voluto sapere: “Da quanto tempo la famiglia Abu Sitta ha vissuto ad Al Ma’in?”

Mi sono rifiutato di rispondere. Avrei potuto replicare che il nome Abu Sitta era sulle mappe di Allenby [generale britannico che sconfisse i turchi in Medio Oriente, ndtr.] quando conquistò Beer Sheba nel 1917, che il mio trisnonno fu citato per nome in un documento ottomano del 1845 riprodotto al Cairo e a Gerusalemme. Avrei potuto dirle che il nome Abu Sitta (Padre di Sei) venne coniato verso il 1720 in considerazione del fatto che il mio progenitore era un ben noto cavaliere accompagnato dalla scorta di sei compagni.

Mi sono rifiutato di rispondere perché non devo provare la mia discendenza a una colona i cui parenti sono arrivati di nascosto su una nave da uno shtetl [villaggio ebraico dell’Europa dell’est, ndtr.] sulle spiagge della Palestina nel cuore della notte.

Le sue lamentele sulla dura vita a Nirim sono state riprese da suo cugino, Gil Troy, un docente di storia all’università McGill [università canadese con sede a Montreal, ndtr.]. La formazione accademica non lo salva dai limiti della bolla della negazione. In risposta al devastante attacco israeliano contro Gaza dell’agosto 2014 [l’operazione “Margine protettivo”, ndtr.] ha scritto che Nirim venne fondato nel 1946, cioè prima della Nakba. Falso. Venne fondato sulla mia terra nella primavera del 1949, dopo che fummo attaccati ed espulsi. Egli ammira la “vera comunità di coltivatori”, ma omette di menzionare che venne fondata su una proprietà rubata e che i proprietari la vedono da dietro il filo spinato a due chilometri di distanza. Egli loda i coloni in quanto “agricoltori che persino sotto il continuo fuoco tendono la mano ai loro vicini gazawi, sconcertano il mondo con la loro straordinaria generosità ebraica, sionista e democratica.”

La bolla negazionista ha impedito al dotto professore di notare che la popolazione di 247 villaggi spopolati è stata ammassata nella stretta Striscia di Gaza con una densità di 7.000 persone per km2, mentre i coloni vagano sulla loro terra con una densità di 7 persone per km2.

Lo stesso Nirim ha 173 membri e le loro famiglie sfruttano 20.000 dunam (2.000 ettari) della mia terra, mentre la mia famiglia estesa, Abu Sitta, è composta da 10.000 rifugiati che vivono a due chilometri di distanza.

Il dotto professore parla del “confine” di Israele. Dovrebbe sapere che Israele non ha mai avuto un confine né per sua stessa ammissione né per le leggi internazionali. Probabilmente si riferiva alla linea dell’accordo di armistizio del 24 febbraio 1949. Ma il secondo articolo di questo accordo stabilisce che esso non concede diritti a Israele, né riguardo alla sua sovranità né alla proprietà di terre occupate.

Senza dubbio il dotto professore non sa che il confine di cui parla è solo una linea temporanea di ‘modus vivendi’ concordata nel febbraio 1950. La vera linea di armistizio è tre chilometri all’interno della terra occupata da Israele nel 1948, il che fa sì che Nirim, Ein Hashlosha e Nir Oz si trovino nella Palestina non occupata, nota ora come Striscia di Gaza.

Questo solo pensiero terrorizzerebbe i coloni e trasformerebbe la mostra di Eitan in una bomba di fatti che minerebbe tutte le loro rivendicazioni. Ma ciò non è stato citato.

È stranamente assente da ogni discussione l’orrendo stupro e l’uccisione di una ragazzina araba di 12 anni catturata da un plotone di Nirim nell’agosto 1949. I soldati di un plotone l’hanno violentata a turno, poi le hanno sparato e l’hanno sepolta. L’unico segno fu la sua mano che spuntava dalla fossa poco profonda. Ben Gurion citò brevemente questo fatto nel suo diario di guerra. Nessuno fa riferimento a questo crimine, neppure i coloni più anziani, come Solo, che all’epoca erano lì.

Ma c’è un raggio di speranza, un raggio così tenue da mettere in evidenza la dimensione della negazione. È una risposta di Efran Katz, un colono di Nir Oz. Vale la pena di citarlo integralmente:

Quello che oggi ho visto qui è stato molto toccante e persino doloroso. Nonostante abbia vissuto qui per più di 35 anni, sento la necessità e la speranza di tornare alla terra e riviverla con le emozioni passate, di riviverla con la cultura e i costumi vostri, degli abitanti.

Una terra non è un mattone. Una terra è un valore, è radici, è l’amore per un luogo. Non c’è posto per la deportazione. Il mio cuore è con voi.

Ai coloni può sembrare che la bolla della negazione sia un luogo sicuro in cui nascondersi. La logica è chiara. Se un crimine viene rivelato, chi lo ha commesso sarebbe un criminale meritevole di una punizione e obbligato a un risarcimento. La mostra di Eitan è un chiaro promemoria.

Ma ora non è rimasto molto spazio per nascondersi nella bolla della negazione. Quando tutto il mondo saprà del crimine, la giustizia li raggiungerà e il risarcimento sarà un prezzo molto pesante da pagare.

 

Salman Abu Sitta è fondatore e presidente della “Palestine Land Society” [Società Palestinese della Terra], di Londra, che si dedica alla documentazione sulla terra e il popolo palestinesi. É l’autore di sei libri sulla Palestina, compresi il compendio “Atlante della Palestina 1917-1966”, edizione in inglese e in arabo, l’“Atlante del viaggio di ritorno” e oltre 300 documenti e articoli sui rifugiati palestinesi, il diritto al ritorno, la storia della Nakba e i diritti umani. Gli viene attribuita una vasta documentazione e cartografia della terra e del popolo palestinesi di oltre 40 anni. La sua acclamata autobiografia “Mappare il mio ritorno” descrive la sua vita in Palestina e la sua lunga lotta in quanto rifugiato per tornare in patria.

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)