La strategia di Trump in Medio Oriente è destinata a fallire

Joe Macaron

28 febbraio 2019, Al Jazeera

Far pagare ai palestinesi l’alleanza arabo-israeliana contro l’Iran sarà un disastro per gli USA e per i loro alleati arabi

Appena una settimana dopo aver partecipato a Varsavia all’inizio di questo mese a quella che è stata universalmente vista come una conferenza contro l’Iran, Jared Kushner, consigliere del presidente USA Donald Trump, ha intrapreso un viaggio diplomatico speciale in Medio Oriente per promuovere e cercare finanziamenti per il suo piano di pace per risolvere il conflitto israelo-palestinese. Com’era prevedibile, nel suo giro nella regione ha portato con sé il rappresentante speciale USA per l’Iran Brian Hook.

L’incontro di Varsavia e il viaggio di Kushner in Medio Oriente riflettono quello che sembra essere un pilastro fondamentale della politica estera dell’amministrazione Trump, che lega il molto atteso “accordo del secolo” alla formazione di un’alleanza arabo-israeliana contro l’Iran.

La Casa Bianca si aspetta che gli arabi firmino l’accordo di Kushner, normalizzino le relazioni con gli israeliani e lavorino con loro contro l’Iran. Questa è la ragione per cui, mentre molti hanno considerato un fallimento la conferenza di Varsavia, in quanto non ha convinto gli alleati europei a sostenere appieno le politiche USA contro il regime iraniano, l’amministrazione Trump l’ha vista come un successo, in quanto ha riunito allo stesso tavolo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e rappresentanti di vari Paesi arabi.

Tuttavia questa strategia piuttosto miope di politica estera per il Medio Oriente ignora importanti realtà sul terreno ed è, di conseguenza, destinata a fallire.

Un Iran spavaldo

Da quando nel gennaio 2017 è arrivato alla Casa Bianca, Trump ha fatto in modo di distruggere sistematicamente la politica messa a punto dal suo predecessore nei confronti dell’Iran.

Il presidente Barack Obama pensava che gli USA non dovessero scontrarsi con l’Iran per conto degli alleati arabi e ha cercato di coinvolgere l’Iran. La sua amministrazione ha accentuato la pressione attraverso sanzioni internazionali e al contempo ha spinto per il dialogo.

Tra il 2014 e il 2016 gli USA e l’Iran hanno tacitamente lavorato insieme per lottare contro la comune minaccia dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL o ISIS), appoggiando i governi in Iraq e in Libano mentre evitavano uno scontro in Siria. Il tentativo di coinvolgimento dell’Iran è culminato con il “Joint Comprehensive Plan of Action” [Piano Complessivo Comune di Azione] (JCPOA), che ovviamente non era gradito a Israele e all’Arabia Saudita.

Dopo che Trump ha preso il potere, si è ritirato dallo JCPOA ed ha di nuovo imposto pesanti sanzioni all’Iran, cercando di far pressione su Teheran perché faccia concessioni sul programma di missili balistici e sulle sue attività regionali. Ma finora l’escalation ha solo reso l’Iran più spavaldo.

Il regime iraniano ha ripetutamente chiarito che non ha intenzione di negoziare a queste condizioni. Recentemente il leader supremo iraniano Ali Khamenei ha affermato che per il suo regime parlare con gli USA nell’attuale contesto è come “andare in ginocchio davanti al nemico”.

Nonostante l’escalation dell’amministrazione Trump contro l’Iran, le regole di condotta dell’era Obama rimangono in vigore in Iraq, Siria e Libano, dove gli USA continuano ad evitare uno scontro diretto con le forze iraniane e i loro alleati.

Tuttavia a Teheran l’attuale guerra psicologica sta alimentando la paranoia, il che incrementa il rischio di un errore di calcolo. Se Washington e Teheran continuano a spingersi troppo oltre, i loro alleati ne pagheranno le conseguenze.

Un regime iraniano messo all’angolo potrebbe facilmente diventare un ostacolo per le politiche Usa in Medio Oriente. Potrebbe motivare le sue risorse a Gaza ad agire contro Israele o forzare la mano del governo iracheno o libanese per prendere l’iniziativa contro interessi USA.

Attività sovversive iraniane possono non solo indebolire gli alleati USA nella regione, ma anche sabotare i tentativi statunitensi di far progredire i colloqui tra palestinesi e israeliani.

Un traballante tentativo di normalizzazione tra arabi e israeliani

Trump ha anche rovesciato la tradizionale politica USA riguardo al processo di pace israelo-palestinese. La sua amministrazione ora sta spingendo per rompere un principio base della politica araba, che lega la normalizzazione con Israele a un equo accordo israelo-palestinese che riconosca uno Stato palestinese sostenibile, preveda un ritiro di Israele sui confini del 1967 e definisca lo status di Gerusalemme. Gli alleati arabi degli USA vogliono un accordo che rispetti queste esigenze fondamentali; in patria sarebbe difficile far accettare qualunque cosa meno di questo.

I dirigenti arabi continuano a sentirsi a disagio riguardo a una normalizzazione ufficiale con Israele, dato che l’opinione pubblica araba rimane sensibile all’idea che flirtino con Israele. Se i dirigenti arabi appoggiassero un accordo tra palestinesi e israeliani percepito come sbagliato potrebbero facilmente scoppiare rivolte popolari in tutto il mondo arabo.

Riconoscendo questo pericolo, il re saudita Salman ha recentemente ripreso da suo figlio, il principe Mohammed bin Salman, il dossier sulla Palestina e riproposto la posizione tradizionale di Ryad sulla questione palestinese. Questa posizione è stata espressa il 13 febbraio in un’intervista con il Canale 13 israeliano dall’ex-capo dell’intelligence saudita, il principe Turki bin Faisal al-Saud, che ha lasciato intendere che l’Arabia Saudita sta aspettando a braccia aperte Israele se e quando farà un giusto accordo con i palestinesi.

L’altro rischio che i leader arabi devono affrontare nell’intraprendere una normalizzazione prematura con Israele è che in cambio l’amministrazione Trump potrebbe non volere andare al di là delle parole e delle sanzioni per tenere a bada l’Iran nella regione.

Una palude palestinese

Tuttavia la questione palestinese rimane la sfida fondamentale per la normalizzazione tra gli arabi e Israele e la costruzione di una coalizione contro l’Iran.

Jared Kushner ha imbastito un accordo di pace che dovrebbe essere reso pubblico in aprile dopo le elezioni politiche israeliane. Il cosiddetto “accordo del secolo” è probabilmente il primo tentativo di risolvere il conflitto di cui la parte palestinese non è stata informata o resa partecipe.

Ciò che è interessante in questo piano è il suo approccio alla politica palestinese. Dopo che Hamas ha preso il controllo di Gaza nel 2007, la politica dell’amministrazione Bush è stata di punire la Striscia bloccando ogni aiuto e al contempo assistere l’Autorità Nazionale Palestinese per mostrare come la Cisgiordania poteva prosperare rispettando le norme internazionali ed accettando negoziati con Israele.

Trump sta invertendo questo approccio, punendo l’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania per aver rifiutato di accettare l’“accordo del secolo” dopo che lui ha spostato l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme.

Nel contempo la Casa Bianca sta corteggiando Hamas con finanziamenti per importanti progetti economici a Gaza, che, come l’atteggiamento dell’amministrazione Bush, incoraggiano le divisioni palestinesi invece di rafforzarne l’unità.

Trump ha bisogno di un fronte palestinese unito che approvi il piano di pace che suo genero sta proponendo, ma sia Fatah che Hamas hanno puntato sulla divisione tra Cisgiordania e Gaza e vedono la possibile riunificazione in base all’accordo come dannosa per i propri interessi.

Benché non tutte le condizioni dell’accordo siano state ancora divulgate, i dettagli già noti al pubblico indicano che non rispetteranno l’interesse superiore dei palestinesi.

Il 25 febbraio, in un’intervista per la rete televisiva Sky News Arabia degli Emirati, Kushner ha dichiarato: “Se puoi eliminare il confine e avere pace e meno timori del terrorismo, potresti avere un flusso più libero di prodotti, di persone, e ciò creerebbe molte opportunità.”

Ciò che questa dichiarazione criptica significa è che la debole economia palestinese verrà ancora più integrata in quella israeliana, rendendo i palestinesi ancora più dipendenti dallo Stato di Israele, che continuerà ad avere il totale controllo sulla sicurezza, e di conseguenza la possibilità di reprimere il dissenso politico palestinese.

Quindi Trump sta legando la normalizzazione tra gli arabi e Israele e la deterrenza contro l’Iran a un accordo tra palestinesi e israeliani in termini che istituzionalizzerebbero il controllo israeliano sui territori palestinesi e avrebbe conseguenze disastrose per i palestinesi.

Far pagare ai palestinesi l’alleanza arabo-israeliana probabilmente creerà in futuro problemi ai dirigenti arabi. Potrebbe compromettere la deterrenza nei confronti di Teheran, rafforzando la popolarità del regime iraniano nella regione e delegittimando ulteriormente i già deboli regimi arabi.

In questo senso la strategia dell’amministrazione Trump di legare un accordo israelo-palestinese sbagliato a un’alleanza tra arabi e israeliani come deterrente nei confronti dell’Iran pregiudica questi due obiettivi USA in Medio Oriente e potrebbe persino ritorcersi contro gli alleati e gli interessi USA nella regione.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Joe Macaron

Joe Macaron è borsista presso il Centro Arabo di Washington DC [centro di ricerca USA sui Paesi arabi, ndt.].

(traduzione di Amedeo Rossi)




Miko Peled: lo Stato di Israele andrà in frantumi e prima di quanto la maggior parte delle persone pensi vedremo una Palestina libera e democratica dal fiume al mare

STUART LITTLEWOOD

21 settembre 2018, American Herald Tribune

Miko Peled, figlio di un generale israeliano e lui stesso ex-soldato israeliano, è ora un noto attivista pacifista e un instancabile militante per la giustizia in Terra Santa. È considerato una delle voci più limpide che chiedono di sostenere il BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) contro il regime sionista e la creazione di un’unica democrazia con uguali diritti in tutta la Palestina storica. Sarà presente al congresso del partito Laburista a Liverpool del 23-26 settembre. Sono stato abbastanza fortunato da avere la possibilità di intervistarlo prima. In una settimana che segna il settantesimo anniversario dell’uccisione di Folke Bernadotte e il trentaseiesimo anniversario del massacro genocida nel campo di rifugiati di Sabra e Shatila, atrocità commesse per perseguire gli obiettivi sionisti, quello che dice Miko potrebbe fornire argomento di riflessione a quanti scrivono sotto dettatura della lobby israeliana.

Stuart Littlewood: Miko, sei cresciuto in una famiglia sionista con una formazione sionista. Cos’è successo perché tu te ne allontanassi?

Miko Peled: Come suggerisce il titolo della mia autobiografia “The General’Son” [Il figlio del generale], sono nato da un padre che era generale dell’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] e allora, come evidenzia il sottotitolo, ho intrapreso un “viaggio di un israeliano in Palestina”. Il viaggio ha chiarito a me, e attraverso me spero che chiarisca al lettore, quello che “Israele” è e cos’è la Palestina. È un viaggio dalla sfera dell’oppressore e occupante (Israele) a quella dell’oppresso (Palestina) e del popolo nativo della Palestina. Ho scoperto che di fatto è lo stesso Paese, che Israele è la Palestina occupata. Ma senza il viaggio non me lo sarei mai immaginato. Per me è stato fondamentale. Mi ha permesso di vedere l’ingiustizia, la deprivazione, la mancanza di acqua e di diritti, e via di seguito. Più mi sono permesso, e continuo a permettermi, di avventurarmi in questo viaggio, più sono stato in grado di vedere cosa realmente sia il sionismo, cosa sia Israele e cosa sono io in tutto questo.

Molti mesi fa hai avvertito che Israele stava “impegnandosi al massimo, stava calunniando, stava cercando qualunque mezzo possibile per bloccare Jeremy Corbyn [segretario del partito Laburista inglese e futuro candidato alle prossime elezioni britanniche, ndt.]”, e la ragione per cui viene usata l’accusa di antisemitismo è che non hanno altri argomenti. Ciò si è avverato con Jeremy Corbyn sottoposto a un attacco brutale e continuo persino da parte dell’ex-rabbino capo Lord Sacks. Come dovrebbe affrontarlo Corbyn e quali contromisure gli suggeriresti di prendere?

Nel corso del congresso del partito Laburista dello scorso anno Jeremy Corbyn ha chiarito che non consentirà che le accuse di antisemitismo interferiscano con il suo lavoro come leader del partito Laburista e come uomo impegnato a creare una società britannica e un mondo giusti. In quel discorso ha detto qualcosa che nessun dirigente occidentale oserebbe dire: “Dobbiamo porre fine all’oppressione del popolo palestinese.” E’ sempre stato corretto e il suo appoggio sta aumentando. Penso che stia facendo la cosa giusta. Prevedo che continuerà a farla.

E cosa ne dici dell’esternazione di Sacks?

Non c’è da sorprendersi che un razzista che appoggia Israele se ne possa uscire in questo modo – non rappresenta nessuno.

La direzione del partito Laburista, il NEC, ha adottato in pieno la definizione di antisemitismo dell’IHRA [International Holocaust Remembrance Alliance, organizzazione intergovernativa che si occupa di antisemitismo e ricordo della Shoa, ndtr.], nonostante gli avvertimenti di esperti giuridici e la raccomandazione da parte della Commissione Ristretta della Camera dei Comuni di inserire riserve. Questa decisione è vista come un cedimento a pressioni esterne e ovviamente ha un impatto sulla libertà di parola che è insita nelle leggi britanniche ed è garantita dalle convenzioni internazionali. Come inciderà ciò sulla credibilità del partito Laburista?

Accettare la definizione dell’IHRA è stato un errore e sono sicuro che su quelli che hanno votato per adottarla ricadrà la vergogna. Ci sono almeno due note già emanate dalla comunità degli ebrei ultra-ortodossi, che rappresenta almeno dal 25% al 30% degli ebrei britannici, in cui rifiutano l’idea secondo cui Jeremy Corbyn è antisemita, rifiutano il sionismo e la definizione dell’IHRA.

Tornando all’occupazione, tu hai detto che 25 anni fa Israele ha raggiunto il suo obiettivo di rendere irreversibile la conquista della Cisgiordania. Perché pensi che le potenze occidentali si aggrappino ancora all’idea della soluzione dei due Stati? Come ti aspetti che evolva la situazione?

Gli USA, e soprattutto l’attuale amministrazione, accettano che Israele abbia inglobato tutta la Palestina mandataria e che non ci sia posto per non ebrei in quel Paese. Non affermano il contrario. Gli europei si trovano in una situazione diversa. I politici in Europa vogliono accontentare Israele e lo accettano com’è. Il loro elettorato, tuttavia, chiede giustizia per i palestinesi per cui, con un atto di compromesso poco coraggioso, i Paesi dell’UE trattano l’Autorità Nazionale Palestinese, con uno stile veramente post-coloniale, come se fosse uno Stato palestinese. Penso che sia per questo che gli europei procedono a “riconoscere” il cosiddetto Stato di Palestina, benché non sia tale. Lo fanno per tener buono il loro elettorato senza fare realmente niente per sostenere la causa della giustizia in Palestina. Questi riconoscimenti non hanno aiutato neppure un palestinese, non hanno liberato neanche un prigioniero dalle carceri israeliane, non hanno salvato un solo bambino dalle bombe a Gaza, non hanno alleviato le sofferenze e le privazioni dei palestinesi nel deserto del Naqab [in ebraico Negev, ndt.] o nei campi di rifugiati. È un gesto vuoto, vigliacco.

Quello che dovrebbero fare gli europei è adottare il BDS. Dovrebbero riconoscere che la Palestina è occupata, che i palestinesi stanno vivendo sotto un regime di apartheid nella loro stessa terra, che sono vittime di una pulizia etnica e di un genocidio e che questo deve cessare e che l’occupazione sionista deve finire del tutto e senza condizioni.

Penso che lo Stato di Israele andrà in frantumi e che prima di quanto la maggior parte delle persone pensi vedremo una Palestina libera e democratica dal fiume al mare. La situazione attuale è insostenibile, due milioni di persone a Gaza non spariranno, Israele ha appena annunciato – di nuovo – che due milioni dei suoi cittadini non ebrei non sono accettati come parte dello Stato, e il BDS sta già lavorando.

L’IDF si autodefinisce l’esercito più etico del mondo. Tu hai fatto il servizio militare nell’IDF. Quanto è credibile questa affermazione?

É una menzogna. Non esiste un esercito etico e l’IDF per settant’anni ha partecipato a una pulizia etnica, a un genocidio e a imporre un regime di apartheid. Di fatto l’IDF è una delle forze terroriste meglio equipaggiate, meglio addestrate, meglio finanziate e meglio nutrite al mondo. Benché abbiano generali e belle uniformi e le armi più sofisticate, non sono altro che bande armate di criminali e il loro scopo principale è terrorizzare e uccidere palestinesi. I suoi ufficiali e soldati eseguono con entusiasmo le politiche brutali e crudeli che sono spietatamente inflitte alla vita quotidiana ai palestinesi.

Breaking the Silence” [Rompere il silenzio, ndt.] è un’organizzazione di veterani dell’IDF impegnata a mettere in luce la verità riguardo a un esercito straniero che cerca di controllare una popolazione civile oppressa da un’occupazione illegale. Sostengono che il loro obiettivo è porre fine prima o poi all’occupazione. Quante possibilità di successo hanno secondo te?

Loro e altre Ong simili potrebbero fare una grande differenza. Sfortunatamente non si spingono abbastanza avanti, non chiedono ai giovani israeliani di rifiutarsi di fare il servizio militare nell’IDF, non rifiutano il sionismo. Senza questi due elementi mi pare che il loro lavoro sia in superficie e non faccia un granché.

Spesso gli israeliani accusano il sistema educativo palestinese di produrre futuri terroristi. Com’è l’educazione in Israele?

Il sistema educativo palestinese viene sottoposto ad uno scrupoloso controllo, quindi ogni accusa di insegnare l’odio è priva di fondamento. Tuttavia Israele fa un ottimo lavoro insegnando ai palestinesi che sono occupati ed oppressi e che non hanno altra scelta che resistere. Lo fanno con l’esercito, la polizia segreta, la burocrazia dell’apartheid, infiniti permessi, divieti e restrizioni sulle loro vite.

I tribunali israeliani insegnano ai palestinesi che non c’è giustizia per loro sotto il sistema israeliano e che non contano niente. Non ho incontrato nessun palestinese che manifestasse odio, ma se qualcuno lo fa è a causa dell’educazione fornita da Israele, non di un qualunque libro scolastico palestinese. Gli israeliani seguono un’approfondita educazione razzista che è ben documentata in un libro di mia sorella, la professoressa Nurit Peled-Elhanan, intitolato “Palestine in Israeli Textbooks” [La Palestina nei testi scolastici di Israele. Ideologia e propaganda nell’istruzione, EGA Edizioni Gruppo Abele, 2015, ndtr.]

Le comunità cristiane stanno rapidamente diminuendo. Gli israeliani sostengono che i musulmani li stanno cacciando, ma i cristiani affermano che è la spietatezza dell’occupazione che ha determinato il fatto che tanti se ne vadano. Che opinione ti sei fatto? Gli israeliani stanno cercando di seminare zizzania tra cristiani e musulmani? É in corso una guerra di religione che spinge i cristiani ad andarsene?

I cristiani rappresentavano il 12% della popolazione palestinese, ora sono a mala pena il 2%. Non c’è nessun altro colpevole oltre a Israele. Israele ha distrutto le comunità e le chiese cristiane come ha distrutto quelle musulmane. Per Israele gli arabi sono gli arabi e non hanno posto nella Terra di Israele. Raccomando vivamente l’eccellente reportage del defunto Bob Simon nel programma “60 minuti” della CBS del 2012 intitolato “Cristiani in Terra Santa”. Alla fine si è scontrato con l’ex-ambasciatore di Israele a Washington che voleva che la messa in onda venisse annullata.

Attualmente ti definisci una persona religiosa?

Non lo sono mai stato.

Tu conosci Gaza. Come giudichi la capacità di Hamas di governare? E mediatori onesti potrebbero lavorare con essa per raggiungere la pace?

Non ho modo di giudicare Hamas in un modo o nell’altro. Ho parlato con persone che hanno lavorato a Gaza per molti anni, sia palestinesi che stranieri, e la loro opinione è che fin dove può arrivare un governo e prendendo in considerazione le durissime condizioni in cui vivono, meritano un elogio.

Qualcuno sostiene che l’opinione pubblica israeliana è per lo più ignara degli orrori dell’occupazione e che la verità gli viene nascosta. Se è vero, ciò inizia a cambiare?

Gli israeliani sanno benissimo delle atrocità e le approvano. Gli israeliani votano, e votano in gran numero e per settant’anni hanno continuato a votare per persone che hanno portato loro e i loro figli a commettere quelle atrocità. Le atrocità sono commesse non da mercenari stranieri, ma da ragazzi e ragazze israeliani che per la maggior parte fanno orgogliosamente il servizio militare. L’unica cosa che è cambiata è il discorso. Nel passato in Israele c’era un’apparenza di discorso civile, e oggi non esiste più. Oggi affermare che Israele deve uccidere sempre più palestinesi è perfettamente accettabile. Nel passato le persone provavano un certo imbarazzo ad ammettere che la pensavano in quel modo.

Israele ha condotto una serie di attacchi armati in acque internazionali contro imbarcazioni per l’aiuto internazionale che portavano rifornimenti di medicinali urgenti e di altro genere non militare alla popolazione assediata di Gaza. Equipaggio e passeggeri sono stati regolarmente picchiati e incarcerati, alcuni uccisi. Ora gli organizzatori devono rinunciare o rinnovare i loro tentativi utilizzando tattiche diverse?

Le flottiglie di Gaza sono sicuramente da lodare, ma se l’obiettivo è raggiungere le spiagge di Gaza sono destinate a fallire. Il loro valore risiede solo nel fatto che sono un’espressione di solidarietà e ci si deve chiedere se il tempo, lo sforzo, il rischio e le spese giustifichino il risultato. Israele farà in modo che nessuno riesca a passare e il mondo non presta loro molta attenzione. A mio parere le flottiglie non sono la forma migliore di azione. Nessuno dei problemi nella continua tragedia dei palestinesi può essere risolto singolarmente. Non l’assedio a Gaza, non i prigionieri politici, non la questione dell’acqua, non le leggi razziste, ecc.

Solo una strategia mirata e ben coordinata per delegittimare e abbattere il regime sionista può portare giustizia alla Palestina. Il BDS ha il miglior potenziale per questo, ma non viene utilizzato a sufficienza e si perde troppo tempo a discuterne i vantaggi.

Sicuramente una delle debolezze di quelli che si preoccupano di vedere la giustizia in Palestina è che chiunque abbia un’idea semplicemente “vi si dedica”. Ci sono poco coordinamento e poca strategia riguardo alla questione fondamentale di come liberare la Palestina. Israele è riuscito a creare un senso di impotenza da questa parte e a legittimare se stesso e il sionismo in generale, e questa è una sfida impegnativa.

Questa settimana è stato il settantesimo anniversario dell’uccisione di un diplomatico svedese, il conte Folke Bernadotte, da parte di un commando sionista mentre fungeva da mediatore del Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel conflitto arabo-israeliano. Tutti sono rimasti stranamente indifferenti a questo, persino gli svedesi.

Questo è stato uno tra i molti assassinii politici perpetrati da gruppi terroristici sionisti di cui nessuno è stato chiamato a rispondere. Il primo fu nel 1924, quando assassinarono Yaakov Dehan [scrittore ebreo olandese antisionista, ndt.]. Poi nel 1933 uccisero Chaim Arlozorov [sindacalista, poeta e politico israeliano, ndt.]. Il massacro nel 1946 dell’hotel King David [sede del governo mandatario britannico in Palestina, ndt.] fu ovviamente motivato da ragioni politiche e provocò quasi cento morti, molti dei quali persone innocenti che si trovarono nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Poi nel settembre 1948 l’assassinio a Gerusalemme dell’intermediario dell’ONU e membro della famiglia reale svedese, Folke Bernadotte, che a quanto pare era arrivato con piani per porre fine alla violenza in Palestina, piani che i dirigenti sionisti non consideravano accettabili. Bernadotte è sepolto in un’umile tomba di famiglia a Stoccolma, che io sappia non sono previste cerimonie commemorative o qualunque riferimento a questo anniversario da parte di alcuna organizzazione ufficiale svedese. Mio nonno fu il primo ambasciatore israeliano in Svezia. Ciò avvenne poco dopo l’assassinio e fece un buon lavoro per garantire che il governo svedese mettesse a tacere la questione.

Ci furono molte più uccisioni e massacri – viene in mente l’attacco contro la nave da guerra USA “Liberty” e il ruolo giocato dalla brutalità dell’apparato sionista che vede l’assassinio come uno strumento legittimo per raggiungere i propri obiettivi politici. Si sa o si ricorda poco di queste brutali uccisioni. Innumerevoli dirigenti, scrittori, poeti, ecc. palestinesi vennero assassinati da Israele.

Il movimento di solidarietà con la Palestina ripone molte speranze nel BDS. Quanto è efficace il BDS e come la società civile può aumentare al massimo la pressione?

Il BDS è un processo molto efficace ma lento. Non funzionerà per intervento magico o divino. Le persone devono accoglierlo a pieno, lavorare duramente, chiedere l’espulsione di tutti i diplomatici israeliani e l’isolamento totale di Israele. C’è troppa tolleranza per quelli che promuovono il sionismo, Israele e l’esercito israeliano e questo deve cambiare. I politici eletti devono essere obbligati ad accettare il BDS in toto. I gruppi solidali con la Palestina devono passare dalla solidarietà alla resistenza totale, e il BDS è la forma ideale di resistenza a disposizione.

Ci sono altre questioni fondamentali che stai affrontando adesso?

Ritengo che a questo punto sia fondamentale passare dalla solidarietà alla resistenza. È importantissimo utilizzare gli strumenti a nostra disposizione, come il BDS. L’approvazione della legge israeliana sullo Stato-Nazione è un’opportunità per unire di nuovo i cittadini palestinesi di Israele con gli altri palestinesi. Tutti noi dobbiamo cercare di portare l’unità totale tra i rifugiati, la Cisgiordania, Gaza e il 1948 [cioè Israele, ndt.] e chiedere la totale uguaglianza di diritti e la sostituzione del regime sionista che ha terrorizzato la Palestina per settant’anni con una Palestina libera e democratica. Spero che questa opportunità venga colta.

Per terminare, Miko, come stanno andando i tuoi due libri – ‘The General’s Son’  e ‘Injustice: The Story of The Holy Land Foundation Five’ [Ingiustizia: la storia dei cinque della “Fondazione della Terra Santa”, sui responsabili di una Ong USA ingiustamente condannati per finanziamenti mai avvenuti ad Hamas, ndtr.]? Mi pare che l’ultimo, che racconta come il sistema giudiziario negli USA sia stato indebolito a favore di interessi filo-israeliani, dovrebbe essere un libro molto letto qui, nel Regno Unito, dove la stessa cosa sta avvenendo nelle nostre istituzioni politiche e parlamentari e potrebbe diffondersi nei tribunali.

Beh, stanno andando bene, benché nessuno dei due sia ancora un best seller, e dato che stiamo dalla parte meno popolare della questione è difficile venderlo. “The general’s son” è uscito nella seconda edizione, per cui va bene, e naturalmente mi piacerebbe vedere questo e “Injustice” in mano a più persone. Purtroppo però poca gente ha capito come l’occupazione in Palestina stia colpendo le vite di persone in Occidente a causa del lavoro di gruppi di controllo sionisti come il Board of Deputies [gruppo di parlamentari britannici che appoggia Israele, ndt.] in Gran Bretagna e AIPAC e ADL [due associazioni lobbistiche a favore di Israele, ndtr.] negli USA.

In questo solo caso, cinque innocenti stanno scontando condanne di lunga durata nelle prigioni federali degli USA solo perché sono palestinesi.

Molte grazie, Miko, ti ringrazio per aver trovato il tempo di condividere le tue opinioni.

La principale delle molte idee positive che ho avuto da questo incontro con Miko è la necessità per gli attivisti di cambiare marcia e accelerare dalla solidarietà alla resistenza totale. Ciò significherà maggiore coinvolgimento, miglior coordinamento, modificare gli obiettivi e una strategia più acuta. Di fatto un BDS MK2, sovralimentato e con benzina ad alto numero di ottani. In secondo luogo, dobbiamo trattare il sionismo e quelli che lo promuovono con molta minore tolleranza. Come ha detto Miko in un altra occasione, “se opporsi ad Israele è antisemitismo, allora come chiamate l’appoggio a uno Stato impegnato da settant’anni in una brutale pulizia etnica?”

Riguardo a Jeremy Corbyn – se legge questo articolo – sì, sarebbe meglio che ci andasse giù pesante con i seminatori d’odio, compresi i veri antisemiti con la schiuma alla bocca, ma dovrebbe anche ripulire il partito Laburista della sua altrettanto spregevole “Tendenza Sionista”. E questo vale per tutti i nostri partiti politici.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Un rapporto riservato dell’UE denuncia l’ ‘apartheid’ giuridico in Cisgiordania

El País

Gerusalemme – 1 febbraio 2019

I rappresentanti europei sostengono che Israele sottopone i palestinesi a una “sistematica discriminazione”

L’adolescente Ahed Tamimi, icona della resistenza palestinese, è stata condannata a otto mesi di carcere per aver schiaffeggiato nel 2017 un militare israeliano nella sua casa di Nabi Saleh, a nord di Ramallah, capitale amministrativa della Cisgiordania. Il soldato Elor Azaria è rimasto dietro le sbarre per 14 mesi dopo essere stato condannato da un consiglio di guerra per aver giustiziato un aggressore palestinese a terra gravemente ferito nella città di Hebron (sud della Cisgiordania) nel 2016. Dopo mezzo secolo di occupazione i rappresentanti diplomatici dei 28 Paesi dell’UE constatano la “sistematica discriminazione giuridica” di cui sono vittime i palestinesi in Cisgiordania. In un rapporto riservato rivolto ai responsabili del Servizio Esteri a Bruxelles e al quale “El País” ha avuto accesso, gli ambasciatori a Gerusalemme est e a Ramallah chiedono che Israele riformi la giustizia militare per “garantire un processo e una sentenza equi in base alle leggi internazionali.”

I diplomatici che firmano il documento rappresentano governi che spesso divergono apertamente in merito al conflitto israelo-palestinese, che però concordano nel descrivere il modo di funzionare concreto dell’occupazione israeliana in Cisgiordania come un “regime duale”. Benché non figuri nel testo l’espressione apartheid giuridico, il suo contenuto dà conto di una giustizia segregata. “Il rapporto è una cartografia della situazione dei diritti nella cosiddetta Area C, sotto totale controllo israeliano e che rappresenta il 60% del territorio occupato, con una serie di raccomandazioni rivolte a Bruxelles sostenute da tutti i capi missione,” precisa una fonte europea a Gerusalemme.

Ai palestinesi vengono applicati la legge marziale e i regolamenti stabiliti da un dipartimento del ministero della Difesa, e sono sottoposti ai tribunali militari di “Giudea e Samaria”, denominazione biblica coniata in Israele per definire il territorio della Cisgiordania. Questi organi esecutivi e giudiziari si basano anche su norme ereditate dai precedenti poteri coloniali o amministrativi. Ci sono ancora in vigore leggi ottomane (per esempio per confiscare terre palestinesi apparentemente non coltivate), britanniche (per operare detenzioni amministrative, senza imputazioni e a tempo indefinito, che ora colpiscono circa 440 prigionieri) e persino giordane, quelle dell’amministrazione presente sul territorio fino al 1967, quando Israele occupò i territori palestinesi dopo la guerra dei Sei Giorni. Secondo il rapporto annuale dei tribunali militari israeliani del 2011, l’ultimo disponibile, i palestinesi sottoposti a processo penale sotto l’occupazione hanno una percentuale di condanne del 99,74%.

Documento riservato

Questo documento riservato dell’UE, con data 31 luglio scorso e che deve ancora essere preso in considerazione a Bruxelles, esamima la “la realtà di un’occupazione quasi permanente.” In Cisgiordania più di 2,5 milioni di palestinesi si vedono “privati dei loro diritti civili fondamentali” e devono far fronte a “numerose restrizioni della loro libertà di movimento.” Oltretutto da cinquant’anni l’economia palestinese è soggetta a un “sostanziale sottosviluppo”.

I rappresentanti diplomatici europei concordano nel difendere la soluzione dei due Stati come il percorso migliore verso una pace regionale. Riconoscono anche di comune accordo che lo sforzo della UE per “il processo di creazione di istituzioni statali e di sviluppo di un’economia palestinese sostenibile,” come prevedono gli accordi di Oslo del 1993, è compromesso dalle limitazioni giuridiche descritte nel rapporto, che tra i suoi destinatari ha anche i governi dei 28 Stati membri.

I 400.000 coloni ebrei che si sono stabiliti in Cisgiordania sono sottoposti solo alle leggi israeliane, in base ad uno status personale ed extraterritoriale. I 300.000 palestinesi che risiedono nell’Area C devono rispondere a una legislazione penale molto più rigida. Un colono deve comparire davanti a un giudice civile israeliano entro 24 ore, mentre un palestinese può essere portato davanti a una corte militare fino a 96 ore dopo.

I palestinesi vengono discriminati anche in materia di libertà civili, come quella d’espressione e di riunione, o di diritti urbanistici di edificazione. Le riunioni di più di 10 persone devono avere il permesso del comandante militare, che di rado lo concede. La pena per aver violato il divieto arriva fino a 10 anni di carcere. “Anche la riunificazione familiare, in particolare quando uno dei membri della famiglia ha doppia cittadinanza, palestinese e di un Paese europeo, viene resa difficile dalle autorità israeliane,” sottolinea la fonte europea consultata.

Tra il 2010 e il 2014 è stato concesso solo l’1,5% delle richieste di licenza edilizia presentate dai palestinesi nell’Area C della Cisgiordania. Di conseguenza più di 12.000 costruzioni sono state demolite in quanto accusate di essere illegali dagli amministratori militari dell’occupazione. L’Ue ha finanziato direttamente 126 progetti urbanistici palestinesi nell’Area C, dei quali sono 5 sono stati approvati da Israele.

I palestinesi della Cisgiordania sono soggetti a meccanismi (legali) sui quali non hanno nessun diritto di rappresentanza”, puntualizza il documento riservato europeo, “dato che i militari israeliani sono un’entità esterna che risponde solo a un governo straniero.” Nel giugno dell’anno scorso circa 6.000 palestinesi (di cui 350 erano minorenni, come Ahed Tamini) si trovavano rinchiusi in carceri situate in territorio israeliano come “prigionieri per questioni di sicurezza”, chiamati così perché si tratta di casi di “violenza di origine nazionalista.”

Diplomatici a Gerusalemme e a Ramallah

Il rapporto dei diplomatici dell’UE a Gerusalemme e Ramallah ritiene che Israele violi la legislazione internazionale per il fatto di spostare prigionieri e detenuti fuori dalla Cisgiordania, e nel contempo rende difficile il diritto di visita dei familiari.

Per delitti identici commessi nello stesso territorio esistono due diversi parametri giuridici. Le inchieste della polizia israeliana del “distretto di Giudea e Samaria” portano ad accuse formali contro coloni ebrei sono nell’8% dei casi di attacchi contro palestinesi o danni alle loro proprietà.

Secondo il giornale [israeliano] “Haaretz” il numero di “delitti dovuti al nazionalismo” commessi da abitanti delle colonie contro i palestinesi in Cisgiordania è aumentato di tre volte l’anno scorso, quando si sono registrati 482 incidenti di questo tipo, rispetto al 2017, durante il quale se ne sono contati 140. Nei due anni precedenti si era determinata una riduzione di questi attacchi in seguito alle conseguenze prodotte nel 2015 dalla morte di un bambino di 18 mesi, bruciato vivo, e dei suoi genitori in seguito a un attacco a Duma, località che si trova a nordest di Ramallah. Due giovani coloni sono in attesa di giudizio per questo attentato incendiario.

Il presidente Abbas volta le spalle alla società civile palestinese

Il rapporto dei capi missione europei presso l’Autorità Nazionale Palestinese che si trovano a Gerusalemme e a Ramallah è critico anche nei confronti del governo del presidente Mahmoud Abbas, che riceve dalla UE aiuti finanziari essenziali per la sua sopravvivenza. La politicizzazione del sistema giudiziario, gli arresti arbitrari (anche di giornalisti), gli abusi e le torture nei centri di detenzione e l’uso sproporzionato della forza contro manifestanti pacifici, tra le altre azioni del governo palestinese, ricevono le critiche del rapporto diplomatico dell’Unione. Il rais Abbas non è sottoposto a controllo parlamentare ed emana leggi attraverso decreti su una società civile molto giovane, ma limitata dall’egemonia del dirigente ottuagenario.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Il dibattito fra destra e sinistra in Israele è sulla velocità della colonizzazione, non su come concluderla

Jonathan Ofir

13 dicembre 2018 Mondoweiss

Bibi, è tempo di divorziare dai palestinesi” dice uno striscione dell’organizzazione dei sionisti liberali Comandanti per la Sicurezza di Israele, ora anche nella loro home page sul web, dopo essere stato sui manifesti di tutta Israele.

L’organizzazione, sostenuta dall’ex primo ministro Ehud Barak, ha promosso una campagna simile l’anno scorso, con cartelloni pubblicitari in arabo con i colori palestinesi e con dei palestinesi che dicono “saremo presto la maggioranza”.

Manifestano un gusto davvero particolare, o piuttosto la mancanza di esso, per essere gli espedienti che dovrebbero avere presa sui cervelli nazionalisti israeliani – ed è molto importante sottolineare che questo non è il sionismo di destra, questi sono la sinistra e il centro.

L’organizzazione, che sostiene la “separazione” unilaterale dai palestinesi, ha iniziato la recente campagna la scorsa settimana con video trasmessi da un canale Youtube, “Israele israeliano”, presumibilmente un’etichetta privata, intesa a sottolineare una tendenza sionista ultra-nazionalista. Il logo presenta la parodia di una foto di matrimonio, strappata a metà. La serie di video contiene clip (ebraiche) di mezzo minuto di persone che si suppone parlino delle loro vite private. Ad esempio uno recente (di ieri), riprende un uomo intorno ai 30 anni, che dice:

“Sto cercando di ricordare quando è stata l’ultima volta che siamo stati bene insieme. Cerco, cerco, cerco e non ci riesco. Penso al nostro futuro e vedo solo nero, e sono stanco di tutto questo … stanco! Questa non è la vita che voglio. Non voglio la mediazione, non voglio consulenze, non c’è nessuno a cui parlare! Voglio la libertà, voglio vivere, e non voglio più aspettare – voglio divorziare “.

Poi appare una diapositiva che dice “è ora di divorziare e separarsi da milioni di palestinesi”, rivelando il nome dell’organizzazione (Comandanti per la Sicurezza di Israele) e invitando a visitare il sito web.

Tutti i video seguono fondamentalmente questo schema, con l’ultima frase “Voglio divorziare” e la promozione della campagna.

La visione – Bantustan, con un appaltatore

In una recente intervista con il conduttore televisivo Avri Gilad, uno dei leader dell’organizzazione, Uzi Arad, ex capo dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale, ha esposto la visione del gruppo e ha detto che sperano che la campagna possa “risvegliare la consapevolezza” delle persone. L’idea è che il concetto di uno Stato “ebraico e democratico” sia minacciato – una minaccia demografica. L’intera discussione è centrata sull’ipotesi di annessione dell’area C della Cisgiordania, che comprende oltre il 60% dell’area e circonda 165 enclave palestinesi in un arcipelago bantustanizzato. La zona C sotto pieno controllo israeliano è un progetto degli accordi di Oslo della metà degli anni ’90. I sostenitori principali della sua immediata annessione sono persone come il ministro della Giustizia Ayelet Shaked e il ministro dell’Istruzione Naftali Bennett (entrambi ebrei), a destra di Netanyahu. Queste aree ospitavano circa 300.000 palestinesi in un conteggio ONU del 2014, probabilmente oggi vicini a 350.000. Shaked dice che Israele può permettersi di “assorbire” questa popolazione.

Nell’intervista con Gilad, Arad afferma che l’annessione dell’area C avrà implicazioni disastrose. Fa menzione di diverse questioni che ritiene centrali in questo “divorzio”, e del perché l’annessione danneggerebbe Israele:

1) Il “tasso di natalità” dei palestinesi (2:58).

2) Le “tensioni continue”, perché “la parte palestinese ‘si agiterà’ in seguito all’annessione”.

Gilad risolve l’ultimo argomento suggerendo che forse, quando quei palestinesi avranno la cittadinanza israeliana, si “calmeranno”. Arad risponde che “allora Israele sarà meno ebreo”.

Questo è ciò che circola. È una preoccupazione centrale dei sionisti: il massimo di territorio, ma con il minimo di palestinesi – proprio come dice Yair Lapid, un parlamentare “liberale di centro”.

Quindi Gilad presenta scenari spaventosi, confutando la presunta “soluzione a due Stati”:

“Qual è l’opzione? Dare loro uno Stato in quella zona, nelle loro zone, e allora le masse vi si precipitano, tutti i possibili profughi palestinesi e simili, Hamas prende il sopravvento, i razzi sull’aeroporto – questa è più o meno la sceneggiatura, no?”

Contro simili teorie da giorno del giudizio, a cui sono molto inclini Gilad e i sionisti in generale, Arad sembra disperatamente in cerca di un confortante messaggio di “sicurezza”. Così assicura:

“È chiaro che Israele ha bisogno di mantenere un controllo di sicurezza su tutta l’area, e una situazione come quella che suggerite non si può realizzare”.

Arad sta suggerendo che a causa di questa “separazione”, l’Autorità Nazionale Palestinese “fiorirà e prospererà”. In altre parole, la Bantustanizzazione continuerà, con un appaltatore.

“Separare il bianco dal tuorlo”

“Separazione” è ora una parola chiave per i sionisti liberali. Recentemente, il leader dell’opposizione centrista Tzipi Livni ha paragonato la separazione tra israeliani e palestinesi alla “separazione tra il tuorlo e il bianco” di un uovo, per fare “una buona torta”.

Le persone che fanno parte del cartello di Comandanti per la Sicurezza di Israele hanno sostenuto questa “separazione” anche per “salvare la Gerusalemme ebraica”. Due anni fa, in un video islamofobico e spaventosamente razzista, il Movimento per la Salvezza di Gerusalemme Ebraica ha suggerito uno scenario in cui i residenti palestinesi di Gerusalemme est vanno a votare in massa ed eleggono un sindaco palestinese. Questo è essenzialmente lo stesso allarme di Netanyahu, “gli arabi stanno andando a votare in massa”, alla vigilia delle ultime elezioni, però è pronunciato da persone che generalmente si identificano come il “campo della pace”. Il concetto della clip è che i terroristi arabi useranno la democrazia israeliana come un’arma. La soluzione è quindi di isolare i 28 villaggi palestinesi della Cisgiordania che Israele ha annesso come parte di Gerusalemme est (espandendo i confini municipali di dieci volte dal 1967), mantenendo però tutti gli insediamenti ebraici nell’area, al fine di migliorare la “giudaizzazione” della Grande Gerusalemme. Il gruppo comprende Shaul Arieli, uno dei principali negoziatori dei Colloqui di Ginevra, e Ami Ayalon, ex capo dello Shin Bet [servizi segreti israeliani, ndtr.] e parlamentare del Partito Laburista che con Sari Nusseibeh ha lanciato nel 2003 un’iniziativa di pace a due stati. Entrambi sono stati importanti nella costituzione di Comandanti per la Sicurezza di Israele.

In altre parole, più o meno tutto ciò che viene dai sionisti, di destra e di sinistra, riguarda sempre l’apartheid, ed è sempre spaventosamente razzista.

Il “campo della pace” sionista non può catturare l’attenzione di coloro che stanno nel loro gruppo o più a destra, con altro mezzo che la volgarità, per “risvegliare la consapevolezza” – la consapevolezza sionista, che una massa di arabi stia minacciando lo Stato ebraico. Il sionismo non ha una soluzione per questo, perché i suoi aderenti non riescono a trovare in se stessi nemmeno la capacità di concepire una separazione dal sionismo. I discorsi sul “divorzio dai palestinesi” sono ipocriti fin dall’inizio, tanto per cominciare perché non è che Israele li abbia “sposati”. Allo stesso modo, la soluzione del “divorzio” non è una vera e propria separazione in cui ognuno va per la propria strada, ma una separazione in cui Israele continua il controllo coloniale e la sottomissione dei palestinesi “divorziati”. L’intrinseco squilibrio razzista non viene mai preso in considerazione.

La “piaga” dei matrimoni misti

Si potrebbe anche avere l’impressione che la campagna sul “divorzio” sia solo un eufemismo per un problema schiettamente nazionale e impersonale. Eppure echeggia una generale vena isolazionista sionista che entra fin nell’intimo della vita privata degli individui, e questo da sinistra e dal centro del sionismo.

All’inizio di quest’anno, l’ex leader della sinistra e dell’opposizione, Isaac Herzog, ha ammonito che i matrimoni misti, specialmente negli Stati Uniti, sono una “piaga”. Come reazione a un recente matrimonio tra ebrei e musulmani famosi, Tzahi Halevy e Lucy Aharish, il menzionato “centrista-liberale” Yair Lapid si è lamentato solo del fatto che le condanne del matrimonio (dei principali ministri israeliani) non fossero state riservate a una settimana dopo il matrimonio; nel 2014, Lapid ha risposto ad un altro presunto “matrimonio misto” (supposto, perché la donna si era convertita all’Islam e l’uomo era musulmano), dicendo:

“Mi darebbe fastidio se mio figlio sposasse un non ebreo … Mi darebbe molto fastidio.”

Dunque c’è qui un aspetto personale molto concreto, di isolazionismo fondamentalista, molto sionista. I “pacifisti” usano la nozione privata di “divorzio” come metafora, perché sanno che “risveglierà la consapevolezza” degli israeliani (leggi = in maggioranza ebrei), visto che li immaginano come fossero, Dio non voglia, sposati ai palestinesi (leggi = i non ebrei).

In questo atteggiamento mentale i palestinesi sono considerati con intrinseca e istituzionale ripugnanza da parte dello Stato colonialista di Israele. E nessuno di quei sionisti illuminati si preoccupa davvero di come questo rappresenti i palestinesi, perché tutto è per il sacro ideale del sionismo: la “separazione”. Perché abbiamo bisogno di essere una nazione a sé, nella “nostra terra”, come dice l’inno nazionale.

Il dibattito sulla velocità dell’ espansione

Alla fine, non c’è proprio niente di nuovo. Tutto ciò è molto in stile Barak, come quando nel 2000 Ehud Barak fece una “offerta (apparentemente) generosa” ai palestinesi, che era poi quella dei bantustan. Storicamente le lotte tra il sionismo di destra e quello di sinistra sono sempre state non tanto su uno Stato palestinese accanto a Israele, ma sulla velocità e il ritmo con cui l’espansionismo debba procedere. Un fattore essenziale è sempre la demografia ebraica, esistenzialmente importante per i sionisti, perché l’ambita e presunta natura “ebraica e democratica” dello Stato avrebbe potuto essere raggiunta solo attraverso l’espulsione e le varie forme di apartheid. Anche il “processo di pace” ha avuto un ruolo fondamentale. Come Ben White riassume nel suo recente articolo su The Arab Weekly:

“Perciò, mentre il decennio di potere del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha visto il consolidamento di uno Stato di fatto unico tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano, sono stati gli accordi di Oslo e la visione di Rabin sulla separazione a gettare le basi per l’ attuale status quo di apartheid ”.

Mentre Comandanti per la Sicurezza di Israele sta ammonendo sulle terribili conseguenze dell’annessione dell’Area C, Israele è impegnato in una lenta e continua pulizia etnica di quell’area. B’tselem, l’ONG israeliana che vigila sui diritti umani, ha una pagina dedicata permanente, con un blog dal vivo chiamato “affrontare l’espulsione”:

“Migliaia di persone – residenti in decine di comunità palestinesi situate nell’Area C, in Cisgiordania – si trovano ad affrontare un’imminente espulsione da parte delle autorità israeliane in base a un mucchio di pretesti”.

E’ così che Israele si impegna attivamente a “risolvere il problema demografico”. Mentre il centrosinistra dice che l’annessione non è una soluzione, non è così per quel che riguarda la destra e la logica sionista nel suo complesso. Anche le “non soluzioni” dei sionisti fanno parte della strategia sionista. Sulla scia della guerra del 1967, il ministro della Difesa Moshe Dayan propose di dire ai palestinesi:

“Non abbiamo una soluzione, continuerete a vivere come cani, chi vuole se ne andrà, e vediamo come funziona questa procedura”.

Questo è essenzialmente il modo di fare di Israele, che sposta i palestinesi, li espropria e crea insediamenti come “dati di fatto sul campo” per “giudaizzare” i territori in cui si espande. Tutto questo è “Sionismo 101” [programma di brevi video documentari che spiegano il sionismo, ndtr.]. La preoccupazione “liberale-sionista” riguarda sempre la velocità a cui si dovrebbe procedere, e quali soluzioni, o non soluzioni, siano accettabili in un dato momento.

Ecco perché ho divorziato dal sionismo.

Mille grazie a Ofer Neiman

Jonathan Ofir è un musicista, conduttore e blogger / scrittore israeliano che vive in Danimarca.

(Traduzione di Luciana Galliano)




I palestinesi lottano contro lo sfratto dalle case di Silwan, Gerusalemme est

Mersiha Gadzo

7 dicembre 2018 Al Jazeera

L’occupazione di Batan al-Hawa a Gerusalemme Est da parte dei coloni è “il più esteso processo di espulsione” degli ultimi anni

Batan al-Hawa, Gerusalemme est occupata – Nel corso degli anni, i coloni israeliani hanno continuato ad offrire milioni di dollari a Zuheir Rajabi e ai suoi vicini per le loro modeste case accatastate sul pendio di Silwan a Batan al-Hawa, un quartiere nella Gerusalemme Est occupata.

Le case si trovano in quello che è noto come il Bacino Storico della Città Vecchia, in prossimità della sacra Moschea di Al-Aqsa, ciò che le rende possedimenti preziosi.

Un colono ebreo una volta offrì a Rajabi un assegno in bianco per la sua casa, chiedendogli di scrivere qualsiasi cifra volesse, da 3 a 30 milioni di shekel (da 800.000 a 8 milioni di dollari).

Ma per Rajabi e gli 700 altri residenti del quartiere – ora minacciati di sfratto – nessuna somma di denaro basterebbe a farli lasciare le loro case.

“Pensavano che in 30 giorni le persone avrebbero abbandonato le loro case”, ha detto Rajabi, dal terrazzo sul tetto del Centro di Comunità del quartiere, che domina la valle.

“La gente qui è molto semplice; hanno una cosa sola, l’onore. Non ci importa di vivere in povertà o in un ambiente malsano, non possiamo sopportare di perdere il nostro onore”, ha detto Rajabi, che è anche il portavoce del comitato Batan al-Hawa.

Gran parte dei residenti di Batan al-Hawa vi abita da oltre 70 anni, molti dopo essere stati espulsi dalle loro ataviche case quando si stava costituendo Israele.

I residenti ora affrontano un’altra espulsione, da parte dell’associazione di coloni ebrei Ateret Cohanim, che sta cercando di lanciare quella che Ir Amim, una ONG israeliana, definisce come la più grande occupazione di quartieri palestinesi a Gerusalemme Est da quando Israele l’ha occupata nella guerra arabo-israeliana del 1967.

La giudaizzazione di Gerusalemme Est

Ateret Cohanim, che ha come obiettivo la giudaizzazione di Gerusalemme est, sostiene che le case di Batan al-Hawa furono costruite su un terreno di proprietà del ‘Jewish Benvenisti Trust’ [cartello religioso ebraico, ndtr.] nel XIX secolo, che lo adibiva all’insediamento in zona degli ebrei yemeniti.

Nel 2002, il Ministero della Giustizia israeliano ha emesso un atto di proprietà del terreno, circa 5,5 dunams (1,4 acri), a favore del Benvenisti Trust, senza informarne i residenti. A quel punto, Ateret Cohanim ha assunto il controllo del Trust.

L’atto è stato utilizzato come fondamento per gli avvisi di sfratto ai residenti, come quello ricevuto dalla famiglia Rajabi nel 2015, che disponeva che le sette famiglie che abitano in quella casa se ne andassero.

Nel giugno di quest’anno, oltre un centinaio di residenti palestinesi in lotta contro gli sfratti ha presentato una petizione, sostenendo che il Trust Benvenisti possedeva solo gli edifici e non il terreno su cui si trovavano.

Dal momento che da allora gli edifici originali erano stati distrutti e ricostruiti, il Trust non poteva rivendicare la terra, sostenevano i residenti.

Lo stesso mese, il governo israeliano ha ammesso che il Ministero della Giustizia non aveva indagato sul Trust prima di emettere l’atto di proprietà.

Tuttavia, il mese scorso l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha respinto l’appello dei residenti di annullare la decisione del 2002, consentendo in effetti ad Ateret Cohanim di proseguire con l’occupazione di Batan al-Hawa.

L’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha detto che la sentenza della Corte ha spianato la via alla pulizia etnica dei palestinesi di Silwan.

“La sentenza dimostra, ancora una volta, che l’Alta Corte israeliana dà il suo beneplacito a quasi tutte le violazioni dei diritti dei palestinesi da parte delle autorità israeliane”.

La “piovra” di Gerusalemme est

Ad oggi, Ateret Cohanim ha sfrattato 17 famiglie e possiede sei edifici nell’area.

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari, il 45% di tutte le famiglie palestinesi minacciate di sfratto a Gerusalemme Est vive a Batan al-Hawa.

B’Tselem lo ha definito “il più esteso processo di espulsione” in città degli ultimi anni.

Rajabi ha detto che suo padre ha comprato il loro appezzamento di terra nel 1966 dopo che erano stati espulsi dai quartieri ebraici della Città Vecchia, senza alcun risarcimento.

“Sono nato qui, sono cresciuto qui, mi sono sposato qui, ho vissuto qui tutta la mia vita”, ha detto.

Amareggiato dalla sentenza della Corte, ha detto che la società israeliana si sta spostando verso la “estrema destra”.

Rajabi paragona Ateret Cohanim a una piovra i cui tentacoli stanno attanagliando la Città Vecchia e Silwan.

“Ateret Cohanim è un’organizzazione potente, non solo politicamente. Ha anche soldi”, ha detto Rajabi.

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, l’organizzazione usa diverse tattiche per costringere i palestinesi a vendere le loro proprietà, tra cui minacce a carattere sessuale e ricatti di vario tipo – come minacciare di rendere pubblica una vendita concordata in segreto così che il venditore, temendo per la propria vita, sarebbe costretto ad abbassare significativamente il prezzo per evitare l’ira della propria comunità.

[L’ONG israeliana] Ir Amim dice che il governo israeliano è stato direttamente coinvolto nell’agevolare gli insediamenti privati illegali nella città vecchia e nei quartieri palestinesi circostanti.

“Il governo ha agito tramite il Custode Generale e il Registro dei Trust (entrambi sotto il Ministero della Giustizia) per agevolare il sequestro di Batan al-Hawa, aumentando il budget per la sicurezza del 119 % per il periodo 2009-2016 in modo da garantire la protezione degli estremisti ebrei che si insediano nel cuore dei quartieri palestinesi a Gerusalemme Est”, ha affermato la ONG.

Consolidare il controllo ebraico

Secondo un rapporto di Ir Amim, l’obiettivo politico di gruppi come Ateret Cohanim è consolidare il controllo ebraico a Gerusalemme Est e contrastare la soluzione dei due stati.

Yacoub al-Rajabi, membro del comitato di Batan al-Hawa, ha affermato che i coloni stanno cercando di acquistare la sua casa dal 2003.

Un anno e mezzo fa, Ateret Cohanim gli ha offerto 2 milioni di dollari per vendere la sua casa e abbandonare la causa in tribunale, ma senza risultato.

“Se ci sfrattano dalle nostre case, costruiremo tende vicino alle case, non andremo da nessuna parte, ci rifiutiamo di andare altrove, rifiutiamo di essere trasferiti [per la terza volta]”, ha detto Yacoub.

Ha descritto il quartiere come una prigione dove i residenti si sentono intrappolati e sono regolarmente attaccati da coloni, polizia, esercito e istituzioni governative israeliane per spingerli ad andarsene.

Dice che, ad ogni festa ebraica, i residenti non possono lasciare le loro case e per ordine militare i bambini non possono andare a scuola.

“Non abbiamo altro che la nostra risolutezza. Cercheremo di difendere noi stessi e i nostri diritti … Abbiamo la proprietà di questa terra ed è nostra per legge”, ha detto.

L’ufficio di Rajabi si trova nel Centro della comunità costruito per i bambini – l’unico posto nel quartiere dove i bambini possano giocare in sicurezza. In un angolo del suo ufficio, uno schermo mostra i filmati dalle telecamere a circuito chiuso installate all’esterno.

Dall’altra parte della strada, una decina di telecamere controllano la sua casa. Le ha fatte installare per documentare gli attacchi dei coloni o delle autorità israeliane, dopo che suo padre è morto per l’inalazione di gas lacrimogeni sparati dalla polizia.

Rajabi afferma che le telecamere sono state estremamente utili a smentire le false affermazioni dei coloni e delle autorità israeliane.

Il destino delle loro case è ora presso la Pretura di Gerusalemme, che deve decidere se il Trust Benvenisti possiede solo gli edifici o anche la terra.

Ma Yacoub ha detto che c’è poca speranza che la giustizia possa essere difesa dai tribunali israeliani.

“Persino durante l’udienza la stessa giudice ha detto che ci sono alcuni problemi legali nel verdetto del tribunale”, ha detto Yacoub, aggiungendo che i residenti cercheranno con tutti i mezzi di rimanere nelle loro case, anche portando il caso alla Corte Penale Internazionale.

“Questa [sentenza del tribunale] non ci spezzerà, continueremo a lottare per i nostri diritti, continueremo a lottare per la nostra proprietà sulla terra e sulle nostre case”, ha affermato.

(traduzione di Luciana Galliano)




I palestinesi celebrano il quarantesimo “Giorno della Solidarietà Internazionale”

Al Jazeera

30 novembre 2018

Il governo palestinese afferma che la comunità internazionale dovrebbe essere ritenuta responsabile perché consente la prosecuzione dell’occupazione israeliana

Personalità palestinesi hanno invitato la comunità internazionale a celebrare il “Giorno Internazionale di Solidarietà con il Popolo palestinese” applicando le risoluzioni dell’ONU che chiedono la fine dell’occupazione israeliana, così come ad esprimere il proprio sostegno alla lotta palestinese per avere uno Stato.

Il giorno, che l’Assemblea Generale [dell’ONU] ha celebrato dal 1978, cade il 29 novembre, data in cui nel 1947 l’ONU ha adottato la risoluzione 181, il piano di partizione della Palestina.

“La comunità internazionale non può continuare a condannare la violazione dei diritti dei palestinesi e la distruzione della soluzione dei due Stati senza agire per porre fine a questa situazione illegale,” ha detto giovedì Riyad Mansour, l’ambasciatore palestinese all’ONU.

“La grande distanza tra le nostre nobili convinzioni e l’orrenda situazione sul terreno deve essere rapidamente colmata prima che sia troppo tardi per i palestinesi, per gli israeliani e per la regione nel suo complesso,” ha aggiunto.

Da quando sono stati fondati nel 1945, l’Assemblea Generale e il Consiglio di Sicurezza hanno adottato una serie di risoluzioni riguardanti Israele/Palestina – la grande maggioranza delle quali non sono state applicate dai successivi governi israeliani.

L’ambasciatore di Israele all’ONU, Danny Danon, ha definito le risoluzioni una “presa in giro”. “Quelle risoluzioni si prendono gioco dei palestinesi, proprio il popolo che l’ONU sostiene di difendere,” ha detto.

“Non portano i palestinesi verso il futuro, ma li tengono rinchiusi nel passato.”

Il governo palestinese, come anche l’ONU, sostiene la soluzione dei due Stati sulla base dei confini del 1967, con Gerusalemme est come capitale dei palestinesi.

I palestinesi accusano Israele di danneggiare le prospettive di costituzione di uno Stato palestinese sovrano attraverso la continua costruzione illegale di colonie solo per ebrei nei territori occupati.

In un comunicato Hanan Ashrawi, membro del Consiglio Nazionale Palestinese, ha affermato che “le sofferenze, la spoliazione, l’espulsione e la persecuzione del popolo palestinese sono iniziate quando venne fondato lo Stato di Israele sulla terra della Palestina storica.”

“La solidarietà non è solo un’astratta manifestazione di empatia,” ha detto. “Al contrario, è un impegno attivo, positivo e concreto.”

Yousef al-Mahmoud, portavoce del governo palestinese, ha sostenuto che la comunità internazionale dovrebbe essere ritenuta responsabile di consentire da decenni la prosecuzione dell’occupazione israeliana.

“Il silenzio internazionale sull’occupazione e sui suoi crimini non fa che incoraggiare Israele a continuare a violare le risoluzioni e le leggi internazionali,” ha detto Mahmoud.

(Traduzione di Amedeo Rossi)




Le prossime elezioni in Israele si giocheranno su chi è più violento con i palestinesi

Haggai Matar

14 novembre 2018 – + 972.mag

Le dimissioni del ministro della Difesa Lieberman potrebbero benissimo portare a elezioni anticipate già nel prossimo mese di marzo. In molti andranno alle urne con una sola domanda in testa: quanta forza dovremmo usare contro i palestinesi?

Pare proprio che in Israele si andrà a elezioni anticipate. Mercoledì scorso il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha annunciato le sue dimissioni, e che il suo partito, “Israel Beitenu” [Israele Casa Nostra, ndtr.], abbandonerà la coalizione di governo in seguito a quella che ha definito “resa al terrorismo” da parte di Netanyahu. Le dimissioni inaspettate sono giunte appena un giorno dopo che Israele ed Hamas hanno accettato una tregua che ha messo fine al più violento riacutizzarsi [degli scontri] al confine di Gaza dalla guerra del 2014.

Subito dopo il suo [di Lieberman, ndtr.] annuncio, la “Casa Ebraica”, partito di destra – principale sfidante di Lieberman per il titolo di “falco” al governo – ha rilasciato una dichiarazione secondo cui abbandonerà anch’essa la coalizione, a meno che il leader del partito, Naftali Bennett, non prenda il posto di Lieberman alla Difesa. È molto difficile che Netanyahu accetti queste condizioni, perché ciò significherebbe il probabile sgretolamento della sua coalizione, dando il via a elezioni anticipate in primavera, anziché, come previsto, nel novembre 2019.[In effetti il Primo ministro israeliano è riuscito ad evitare il ricorso alle elezioni anticipate evitando l’ultimatum di Bennet nei giorni successivi alla pubblicazione di quest’articolo Ndtr]

La mossa di Lieberman è perfettamente logica, se si considera che il suo partito, che ha solo cinque dei 120 seggi alla Knesset, potrebbe non farcela a superare la soglia di sbarramento alle elezioni, come emerge da diversi sondaggi (Lieberman, ironia della sorte, era tra coloro che si sono battuti per innalzare lo sbarramento, nel tentativo di tener fuori dal parlamento i partiti arabi). Lasciare il suo incarico e accusare Netanyahu di essere troppo “morbido” con Hamas potrebbe essere semplicemente il suo biglietto per la sopravvivenza politica.

Lieberman ha usato il palco anche per attaccare Netanyahu per aver fatto marcia indietro sulla demolizione di Khan Al-Ahmar, per aver permesso che il denaro e il carburante del Qatar entrassero a Gaza e per l’ultima tregua. Meno di un giorno dopo la manifestazione dei sostenitori del Likud a Sderot, città del sud, contro Netanyahu, per chiedere una più dura rappresaglia contro Gaza, dopo che oltre 400 razzi erano stati lanciati dalla Striscia contro Israele, Lieberman ora fa affidamento sul pubblico rancore contro la risposta “indulgente” del primo ministro, che ha avuto il sostegno di tutti i capi della sicurezza.

Se questo è dunque il lancio della campagna elettorale nazionale 2019, gli israeliani che andranno alle urne potrebbero trovarsi davanti a una domanda: quanta forza dovremmo usare contro i palestinesi? Sulla base delle ultime 24 ore, le risposte della maggior parte dei partiti politici oscilleranno tra “molta” e “molta di più”.

Lieberman e Bennett non sono stati i soli a criticare il cedimento di Netanyahu davanti a Hamas: pare che anche i leader di centro come Yair Lapid [del partito Yesh Atid, ndtr.] e l’ex primo ministro Ehud Barak [del partito Laburista, ndtr.], oltre ad altri membri del partito Laburista, abbiano attaccato il primo ministro per la sua condotta. Davanti alle dure reazioni degli avversari politici a destra e a sinistra, Netanyahu potrebbe sentirsi costretto a lanciare qualche tipo di azione militare, a Gaza o in Cisgiordania, o sul fronte nord contro l’Iran in Siria, o contro Hezbollah in Libano. Purché riesca a salvare la faccia e mantenere la sua immagine di audace comandante in capo.

Anche se per qualche imprevedibile cambiamento degli eventi la coalizione di Netanyahu dovesse riuscire a sopravvivere con una maggioranza risicata di 61 seggi (su 120) alla Knesset, i recenti sviluppi sono molto indicativi dello stato attuale delle cose nel dibattito politico israeliano. Se escludiamo “Casa Ebraica”, con il suo programma esplicito di annessione della Cisgiordania, il Meretz, partito di sinistra, e la “Lista Unitaria” [coalizione di tutti i partiti arabo-israeliani, ndtr.], che sostengono fortemente la soluzione dei due Stati, la maggioranza dei partiti della Knesset, o in corsa per entrarci, non hanno alcun programma su come porre fine al conflitto con i palestinesi. Nessuno ha veramente intenzione di sostenere la soluzione dei due Stati, compresi i possibili negoziati con l’OLP o Hamas, e la fine dell’occupazione e del blocco contro Gaza. La soluzione a uno Stato non è nemmeno sulla carta.

L’unica opzione su cui la maggior parte dei partiti sembra concordare, anche se in modo non ufficiale, è mantenere lo status quo, con vari livelli di espansione coloniale in Cisgiordania, e la durezza dell’assedio contro Gaza. Nemmeno Lieberman ha altro da offrire. La triste verità è che l’opinione pubblica ebrea israeliana è divisa, in realtà, solo sul grado di violenza da usare contro i palestinesi, il tutto mantenendo intatto lo status quo.

(Traduzione di Elena Bellini)

 

 

 




LA QUESTIONE PALESTINESE

Lelio Basso

Poche, fra le questioni oggi aperte sul piano internazionale, sono così semplici dal punto di vista giuridico, storico, morale, come quella palestinese, e poche appaiono invece così difficili a risolvere sul piano pratico.

Dal primo punto di vista non mi pare seriamente contestabile il buon diritto dei palestinesi che rivendicano il principio dell’autodeterminazione né seriamente difendibile la posizione di Israele, giustamente condannata ormai da decine di risoluzioni dell’ONU e dell’UNESCO; eppure ancor oggi la maggioranza della pubblica opinione occidentale – sia pure una maggioranza che tende lentamente a diminuire – sembra convinta del buon diritto d’Israele e ne accetta acriticamente la politica di forza. Quali ne sono le ragioni?In primo luogo l’affinità culturale. I primi ebrei immigrati in Palestina provenivano dall’Europa, cacciati dalle persecuzioni che vi subivano, ed europea è stata anche la prevalente colonizzazione successiva fino alla creazione dello stato di Israele. Europea comunque è la classe dirigente, proveniente in gran parte da territori dell’ex-impero zarista, ed europea la cultura, ciò che crea una profonda affinità di idee, di modo di pensare, di mentalità, di linguaggio. Viceversa gli arabi rimangono ancora per molti europei, ammalati di eurocentrismo, un popolo inferiore, coloniale, di cui si dimentica volentieri il contributo straordinario fornito nel corso dei secoli al progresso soprattutto scientifico dell’umanità. Perciò nel subcosciente di milioni di occidentali Israele, testa di ponte europea nel mondo arabo, soddisfa il complesso di superiorità e le ambizioni egemoniche che una volta trovavano piena soddisfazione negli imperi coloniali.

A ciò si deve aggiungere anche la presenza di molti ebrei sparsi ovunque in Occidente – e spesso in posizioni di autorità e di prestigio – che, nella quasi totalità, sono dei sostenitori di Israele, sovente anche dei propagandisti, mentre non c’è nulla di simile da parte araba. In alcuni casi, come particolarmente negli Stati Uniti, la presenza ebraica è così massiccia e così potente da poter influire decisamente sulle scelte politiche e sugli indirizzi della stampa, orientando tutta l’opinione del paese. E d’altra parte poiché l’opinione pubblica americana è abituata a una politica internazionale basata sul diritto del più forte, non trova nulla di scandaloso nel fatto che lo stesso criterio guidi la politica israeliana. E questi orientamenti americani, data la posizione egemonica degli USA nel mondo occidentale, sono poi facilmente ricevuti e accettati anche dall’opinione europea. Non ultimo motivo, infine, di questa propensione proisraeliana è il desiderio di liberarsi da complessi di colpa per le persecuzioni di cui per secoli la minoranza ebraica è stata fatta oggetto in Europa, ad opera della Chiesa cattolica e di varie monarchie cristianissime, nonché ad opera dei governi zaristi e, da ultimo, dei nazisti che hanno fatto della popolazione ebraica d’Europa un popolo martire per eccellenza. Ma è un curioso modo di liberarsi dai rimorsi per i torti fatti a un popolo quello di sacrificarne un altro. È di questo curioso modo, e del suo fondamento, che vorrei discorrere in termini obiettivi, convinto che la verità anche in questo caso serva la causa della pace e, quindi, la causa della stessa popolazione ebraica trapiantata in Palestina.

I titoli rivendicati dagli Ebrei sul territorio palestinese

 

Esisteva un diritto degli ebrei sul territorio palestinese? Evidentemente non può avere nessun senso sul piano internazionale l’argomento religioso della Terra Promessa, e non mette neppur conto di indagare sull’obiezione, che spesso viene mossa a questo argomento, e cioè che non esiste alcuna prova che gli ebrei che oggi vivono in Israele siano realmente i discendenti degli ebrei cui la promessa sarebbe stata fatta. Diciamo che non mette conto di indagare perché, se anche lo fossero, essi non possono certamente pretendere che la loro credenza religiosa, che la maggioranza dell’umanità non accetta, costituisca un titolo valido per occupare terre altrui.

Neppure può essere seriamente invocato l’argomento storico del fatto che la Palestina è stata per secoli la terra abitata dagli ebrei. A parte l’obiezione già avanzata più sopra sulla impossibilità di dimostrare che gli attuali israeliani siano i discendenti di quei lontani abitatori della Palestina e a parte la considerazione che la Palestina era abitata da altre popolazioni, prima che dagli Ebrei, che vi entrarono con la forza secondo quanto racconta la stessa Bibbia; a parte la considerazione che nessuno è in grado di stabilire se fra le popolazioni che hanno abitato la Palestina prima o contemporaneamente agli Ebrei non vi fossero anche antenati delle attuali popolazioni arabe, rimane l’obiezione fondamentale che gli Ebrei furono cacciati dalla Palestina 19 secoli fa e che 19 secoli di storia sono fonte di nuovi diritti che non possono essere annullati. In proposito un grande pensatore ebreo, Erich Fromm, ha pronunciato un giudizio al quale non possiamo non associarci: “La pretesa degli Ebrei sulla terra di Israele, quindi, non può essere pretesa politica realistica. Se, improvvisamente, tutti i paesi rivendicassero i territori dove i loro antenati sono vissuti duemila anni or sono, il mondo diventerebbe un manicomio”.

Vediamo allora se vi sono titoli validi più recenti, e in particolare esaminiamo la Dichiarazione Balfour e la risoluzione del 29 novembre 1947 dell’Assemblea dell’ONU sulla spartizione della Palestina. Per quanto riguarda la prima, è ovvio che essa non è che una dichiarazione unilaterale di intenzioni che non poteva creare situazioni giuridiche nuove, tanto più che, nel momento in cui fu fatta, l’Inghilterra non aveva alcun diritto di sovranità sulla Palestina, facente allora parte integrante dell’impero ottomanno e solo militarmente occupata da truppe britanniche. Ma è noto che l’occupazione militare di territori in tempo di guerra non attribuisce alcun diritto di sovranità e tanto meno la libertà di disporne. Ora fu solo con il Trattato di pace di Losanna del 1923 che la Turchia rinunciò ai suoi diritti sovrani su quel territorio. La stessa commissione reale inglese che esaminò il problema nel 1939 concluse che “secondo il parere della Commissione, è tuttavia evidente (…) che il governo di Sua Maestà non era libero di disporre della Palestina senza tener conto della volontà e degli interessi dei suoi abitanti”.

È bensì vero che la Dichiarazione Balfour fu fatta propria dalla Società delle Nazioni e inclusa nel Preambolo del mandato conferito all’Inghilterra sulla Palestina (peraltro in contraddizione con l’art. 22 dello stesso Patto della Società delle Nazioni), ma è chiaro in ogni caso – come ebbe ad affermare allora lo stesso Winston Churchill, che era ministro all’epoca della Dichiarazione – che questa non attribuiva la Palestina agli Ebrei, ma semplicemente stabiliva che una sede nazionale ebraica avrebbe potuto essere creata in Palestina, senza pregiudizio dei diritti dei suoi abitanti. Nulla più di questo può essere pertanto dedotto da quella dichiarazione.

Quanto alla risoluzione dell’ONU, che ha istituito lo Stato di Israele accanto a uno Stato arabo di Palestina, vale innanzi tutto lo stesso argomento che neppure l’ONU aveva la sovranità su quel territorio e che in nessun caso avrebbe potuto disporne violando il principio fondamentale dell’autodeterminazione del popolo. Di questa carenza di potestà l’ONU ebbe certamente coscienza perché respinse la proposta di interpellare in proposito la Corte di giustizia dell’Aia, che pure è un suo organo, con soli 25 voti su 54 (18 favorevoli e 11 astenuti), e respinse la contestazione della propria competenza con appena 21 voti su 54 (20 favorevoli e 13 astenuti).Del resto questa carenza assoluta di potere da parte dell’ONU di disporre delle sorti di un popolo risulta chiara non solo dal fatto che lo statuto non lo prevede, ma anche dalla considerazione che tutto lo spirito che ha presieduto alla creazione dell’ONU era proprio quello di por fine alla diplomazia della prepotenza – di cui Hitler era stato l’incarnazione – che trattava i popoli come oggetti.

Fin dalla prima guerra mondiale il presidente Wilson aveva proclamato alcuni principi fondamentali la cui realizzazione, a base dell’ordine internazionale, doveva costituire lo scopo di guerra degli Stati Uniti, e il dovere degli alleati vittoriosi. Fra questi principi, indicati nei quattordici punti e nelle quattro proposte complementari, uno suonava: “I popoli e le provincie non devono costituire oggetto di mercato e passare di sovranità in sovranità, come se fossero semplici oggetti o semplici pedine di un giuoco, sia pure del grande giuoco, ora screditato per sempre, dell’equilibrio delle forze”.

Esso veniva poi ribadito in maniera ancor più precisa dallo stesso presidente Wilson il 4 luglio 1918 con queste parole: “La sistemazione di ogni questione di territorio, di sovranità economica o politica, deve essere basata sulla libera accettazione da parte dei popoli interessati e non sugli interessi materiali o sul tornaconto di qualsiasi altra nazione o popolo che desideri una sistemazione diversa per imporre la propria influenza o il proprio dominio”.

Se comunque si volesse prendere come base giuridica valida la delibera dell’ONU, si dovrebbe considerare che essa prevedeva la creazione di due stati palestinesi, uno ebraico e uno arabo, e in più la garanzia dei diritti della popolazione araba, il divieto di discriminazioni, ecc., e che le varie parti della risoluzione costituiscono un tutt’uno.

Non credo pertanto che si possa parlare di una legittimità giuridica nascente dalla risoluzione di spartizione: del resto gli stessi israeliani lo hanno riconosciuto parlando del loro Stato come fondato sul diritto della forza. È questa anche la nostra opinione: anche il fatto compiuto crea situazioni nuove da cui nascono nuovi rapporti giuridici. Quando uno Stato esiste da circa trent’anni, riconosciuto dalla quasi universalità degli Stati e membro dell’ONU, non è più possibile contestarne la legittimità, anche se questa legittimità si basa sull’uso della forza. È questa la legittimità di Israele, ma poiché siamo in presenza di un uso della forza continuato, diretto ad allargare il territorio occupato, è forse opportuno vedere se possa attribuirsi eguale legittimità a tutte le diverse tappe dell’occupazione, o, in altre parole, quali debbano considerarsi territori su cui potrebbero esercitarsi i diritti di autodeterminazione del popolo palestinese.

È evidente che all’occupazione di territori effettuata con la forza nella guerra del 1967 non può essere attribuita validità alcuna perché gli altri paesi non l’hanno riconosciuta e il Consiglio di sicurezza dell’ONU l’ha condannata con la famosa risoluzione 242 del 22 novembre 1967. Questa risoluzione è stata approvata anche dagli Stati Uniti, che tuttavia si sono sforzati di introdurvi elementi di ambiguità per favorirne il non-rispetto da parte di Israele. Ben diverso era stato l’atteggiamento del presidente Eisenhower dieci anni prima, quando, dopo l’aggressione israeliana del ’56, aveva obbligato Israele ad evacuare i territori arbitrariamente occupati. “Forse che – aveva detto Eisenhower in quell’occasione – una nazione che attacca e s’impadronisce di territori stranieri, nonostante la disapprovazione delle Nazioni Unite, può pretendere d’imporre essa stessa le condizioni della sua evacuazione? Se dicessimo di sì, temo che avremmo fatto un passo indietro nell’ordine internazionale”. Fu appunto la fermezza di Eisenhower che obbligò Israele a sgombrare il Sinai e la striscia di Gaza. Purtroppo la stessa fermezza non si ripeté dopo la guerra del ’67, ché anzi gli Stati Uniti, pur votando la risoluzione 242, si adoperarono perché non fosse applicata. Il lobby israeliano, cui non mancano mezzi di agire, aveva nel frattempo lavorato molto bene.

L’espansionismo israeliano e i Palestinesi

 

Sono così passati trent’anni dalla risoluzione dell’ONU sulla spartizione della Palestina, e il popolo palestinese, dopo l’ingiustizia di quella prima risoluzione che lo spogliava senza consultarlo di metà del suo territorio, ha subìto quella ancor più pesante di vedersi privato anche del diritto di costituire questo Stato di dimensioni ridotte.

Si obietta spesso, da parte israeliana, che la risoluzione dell’ONU sulla spartizione fu accettata da Israele ma non dagli Stati arabi né dai palestinesi, e che pertanto essa non avrebbe più valore. Ma le cose non stanno veramente così. Quanto ai palestinesi, essi non avevano ancora una propria autonomia giuridica come Stato e non avrebbero potuto esprimere immediatamente una loro volontà, ma avevano il diritto di essere tempestivamente consultati per esprimere questa volontà. Invece non lo furono né prima che la spartizione fosse decisa, né subito dopo. Il territorio che l’ONU aveva assegnato al costituendo Stato arabo di Palestina fu immediatamente invaso da Israele e dagli Stati arabi confinanti che su quel territorio combatterono la prima delle loro guerre, quella del 1948.L’occupazione da parte di Israele di territori che il piano di spartizione assegnava allo Stato arabo aveva avuto già inizio ancor prima della cessazione del mandato e dello sgombero britannico, prima dunque della proclamazione dello Stato di Israele, prima che scoppiasse la guerra del 1948. In quel periodo gli ebrei si impadronirono con la forza di città importanti come Jaffa e Acri lungo la costa e avanzarono verso Gerusalemme, occupando nella zona che il piano riservava all’internazionalizzazione il villaggio di Deir Yassin (9 aprile 1948) dove fu interamente massacrata la popolazione civile: un atto probabilmente premeditato che ebbe influenza determinante nel provocare la fuga della popolazione araba terrorizzata. Poco dopo scoppiò la prima guerra con i paesi arabi, e Israele ne approfittò per impadronirsi con la forza di altri territori compresi nella zona riservata allo Stato arabo, che fu ulteriormente ridotta, ma il possesso definitivo di queste terre non fu mai riconosciuto a Israele dai successivi accordi armistiziali, che definirono la linea di “cessate il fuoco” come una linea puramente militare, senza alcun carattere di frontiera politica fra Stati. Ma anche dopo la firma dell’armistizio (il 24 febbraio 1949 con l’Egitto, il 23 marzo con il Libano, il 3 aprile con la Giordania e il 20 luglio con la Siria), Israele continuò ad avanzare con la forza, in spregio agli impegni assunti con gli accordi stessi ed avallati dall’ONU: il 10 marzo 1949, due settimane dopo la firma dell’armistizio con l’Egitto, truppe israeliane attaccarono la parte meridionale del Negev – territorio egiziano -, si spinsero fino al golfo di Akaba, da cui furono espulsi gli abitanti arabi. Sull’antico villaggio arabo gli israeliani costruirono il porto di Eilath, sebbene l’accordo generale di armistizio stipulasse, al suo articolo IV: “È riconosciuto il principio che nessun vantaggio militare o politico deve essere conseguito durante la tregua ordinata dal Consiglio di Sicurezza”. È particolarmente importante mettere in rilievo l’assoluta illegittimità di questa occupazione, perché l’aggressione israeliana del 1967 fu giustificata soprattutto con la necessità di mantenere aperto lo stretto di Tirian, che dà accesso precisamente al golfo di Akaba e quindi al porto di Eilath: in altre parole l’aggressione, che aveva permesso agli israeliani di insediarsi illegittimamente sul golfo e di costruirvi un porto, diventava motivo di legittimazione per una nuova aggressione e per la conseguente occupazione di Sharm al Sheikh. E come tutti sanno, la guerra del 1967 ha permesso agli israeliani di estendere ulteriormente l’occupazione abusiva di altri territori, che dovrebbero costituire lo Stato palestinese, dove, nonostante le ripetute risoluzioni dell’ONU gli israeliani non solo continuano a rimanere, ma continuano a stabilire nuovi illegittimi insediamenti.

Questa politica di Israele indica chiaramente una volontà espansionistica permanente, in assoluto contrasto sia con la risoluzione del 1947 sia con le successive decisioni dell’ONU: anche se Israele non lo riconosce apertamente, è evidente che non ha rinunciato a costruire a poco a poco uno Stato ebraico dall’Eufrate al Nilo, secondo un progetto sionista di antica data. D’altra parte, finché Israele mantiene il suo proposito di far affluire nel suo territorio l’intera popolazione ebraica del globo, che è parecchie volte più numerosa di quella che attualmente vi abita, è chiaro che questa affluenza presupporrebbe una moltiplicazione del territorio corrispondente alla moltiplicazione della popolazione. Perciò se Israele ha titolo a reclamare frontiere sicure contro le minacce – che sono risultate essere dei semplici bluff propagandistici – di veder ricacciata in mare la popolazione ebraica, tanto maggior diritto a una garanzia delle frontiere hanno i paesi arabi, che hanno subìto tutta una serie di aggressioni e hanno assistito a un’espansione continua di Israele ben al di là delle frontiere originarie stabilite dall’ONU e che vedono tuttora pendere su di loro la minaccia di un’ulteriore espansione.

L’attuale posizione giuridica di Israele

 

Sulla base di queste premesse di fatto, come si presenta ora la questione palestinese? Dal punto di vista del diritto internazionale non possono esistere dubbi: Israele deve sgombrare i territori arbitrariamente occupati nel 1967 e su una parte di essi, cioè sul territorio cisgiordano e sulla striscia di Gaza, deve nascere lo Stato arabo palestinese.

Il primo punto non sembra poter dar luogo a contestazioni serie, essendo esso la conseguenza del principio generale, che è fondamento sia del diritto internazionale sia, in particolare, dello statuto dell’ONU, che non possono essere occupati territori di altri Stati con la forza. In particolare questo principio è stato riaffermato con la risoluzione 242 già richiamata e con una serie numerosa di altre risoluzioni successive.

È noto che Israele ha sempre potuto contare all’ONU sulla protezione degli Stati Uniti, che sono arrivati a mettere il veto su una serie di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che avevano il generale consenso. Ricordiamo la risoluzione del 10 settembre 1972 che condannava Israele per i suoi raids sui campi di rifugiati palestinesi in Libano e Siria; quella dell’8 dicembre 1975 che condannava severamente Israele per i suoi raids sui campi di rifugiati in Libano che avevano fatto numerose vittime innocenti; quella del 26 gennaio 1976 che affermava il diritto inalienabile dei Palestinesi all’autodeterminazione, il diritto dei rifugiati palestinesi al rimpatrio o alle riparazioni, e la necessità di garantire la sovranità di tutti gli stati della regione; quella del 25 marzo 1976 che condannava Israele per le sue attività a Gerusalemme e nei territori occupati, ecc. Quest’atteggiamento degli Stati Uniti, che è in palese contrasto con le dichiarazioni di Ford alla conferenza di Helsinki dove ha proclamato “la devozione profonda del popolo americano e del suo governo ai diritti dell’uomo e alle libertà fondamentali”, è stata spesso criticata da autorevoli personalità americane: il senatore William Fullbright, che fu per molti anni il presidente della Commissione degli affari esteri del Senato, ha detto: “Non siamo obbligati ad appoggiare Israele nella sua ostinazione a occupare terre arabe, compresa la vecchia Gerusalemme e la riva sinistra palestinese … Forse il diritto dei Palestinesi di rientrare nella loro patria, da cui sono stati cacciati, è meno fondamentale del diritto degli ebrei sovietici di stabilirsi in un paese nuovo?”.

Tuttavia, se gli Stati Uniti hanno potuto bloccare con il veto alcune risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, non hanno osato opporre un veto alla risoluzione 242 e ad altre che ordinavano a Israele di sgombrare i territori arbitrariamente occupati, e non hanno potuto bloccare – perché lo statuto non lo consente – le risoluzioni dell’Assemblea che ogni anno hanno rinnovato la condanna di Israele per l’occupazione arbitraria, per gli abusi commessi nei territori occupati, per le violazioni dei diritti dell’uomo a danno degli arabi, ecc. Si obietta talvolta che le risoluzioni dell’Assemblea non hanno valore vincolante, ma si dimentica che questa regola non è applicabile a Israele, perché Israele – unico fra tutti gli Stati – è stato ammesso all’ONU con l’esplicita condizione, da esso accettata, di attenersi alle risoluzioni dell’ONU. Si è trattato di una procedura speciale, usata solo in questo caso, e cioè un’ammissione condizionale e dopo lungo interrogatorio nella Commissione ad hoc sull’atteggiamento di Israele di fronte alle decisioni dell’ONU. In quella sede, il rappresentante di Israele, Abba Eban, dichiarò che se Israele fosse stata ammessa all’ONU, essa avrebbe contribuito ad accrescere la forza morale vincolante delle sue risoluzioni; a differenza degli arabi, aggiunse, Israele “non accetta la teoria (…) che le risoluzioni dell’Assemblea siano opzionali e che si possa sbarazzarsene a volontà”. È opportuno richiamare quest’impegno, la cui assunzione fu condizione di ammissione, proprio nel momento in cui Israele è lo stato che più di ogni altro ha sistematicamente disatteso le risoluzioni dell’ONU.

La situazione giuridica dei Palestinesi

 

Qual è oggi la situazione giuridica dei palestinesi?Dopo la risoluzione del 1947, e dopo la dispersione di larga parte del popolo palestinese a seguito della guerra del ’48, dopo l’occupazione del territorio dell’istituendo Stato da parte di Israele, Giordania ed Egitto, ci vollero molti anni prima che il popolo palestinese potesse darsi una struttura organizzata che gli consentisse di far sentire la sua voce nei consessi internazionali. Ciò è avvenuto solo nel 1964 con la costituzione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), la quale è ormai ufficialmente riconosciuta come legittima rappresentante del popolo palestinese. I momenti più significativi di questo riconoscimento sono stati la conferenza di Rabat e l’invito dell’ONU ad Arafat: nella prima tutti gli Stati arabi, compresi quelli che avevano occupato i territori palestinesi, cioè Giordania ed Egitto, hanno riconosciuto il diritto del popolo palestinese a creare uno Stato indipendente sul territorio palestinese occupato da Israele nel 1967 e hanno riconosciuto all’OLP la legittima rappresentanza del popolo palestinese.

Quanto all’ONU, essa ha proclamato sempre il diritto all’autodeterminazione dei popoli, e lo ha precisato in un testo fondamentale: la risoluzione 1614 (XVI) dell’Assemblea generale del 14 dicembre 1960 sulla concessione dell’indipendenza ai paesi e ai popoli coloniali ha affermato testualmente che “tutti i popoli hanno un diritto inalienabile alla piena libertà, all’esercizio della loro sovranità”, e ha ribadito nelle conclusioni il diritto dei popoli a non sottostare a dominazione alcuna (“Tutti i popoli hanno il diritto di libera determinazione; in virtù di questo diritto essi determinano liberamente il loro statuto politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale”). Nessuno oggi contesta che questo principio sia diventato una norma vincolante di diritto: lo prova del resto il fatto che, attraverso la decolonizzazione, esso ha ormai ricevuto applicazione pressoché universale.

È vero che la delibera 242 del Consiglio di sicurezza non parve tenerne conto perché la formula di compromesso, che si dovette accettare per evitare il veto statunitense, parlava dei palestinesi come di “rifugiati”, ma a questa carenza l’ONU ha posto rimedio con una serie successiva di deliberazioni, fra cui quella dell’Assemblea dell’8 dicembre 1970, che riconoscevano il diritto del popolo palestinese a costituire uno stato indipendente sui territori che Israele deve sgombrare. In questo senso si è pronunciata anche la Comunità Economica Europea, e specificatamente, a più riprese, anche il governo italiano. Il fatto che Israele abbia continuato a rifiutarsi di adempiere ai suoi obblighi e abbia mantenuto l’occupazione arbitraria non modifica la situazione di diritto, anche se mantiene una situazione di fatto totalmente antigiuridica.

L’ONU poi, invitando Arafat a parlare alla tribuna dell’assemblea, e ammettendo un osservatore dell’OLP al Consiglio stesso di sicurezza, ha attribuito all’OLP lo status di rappresentante legittima del popolo palestinese.

La pretesa israeliana di non riconoscere l’OLP, accusandola addirittura di essere soltanto un’organizzazione terroristica, è chiaramente destituita di qualsiasi fondamento giuridico e anche di qualsiasi elemento di fatto. Certo ci fu un tempo in cui le organizzazioni ufficiali palestinesi sostenevano doversi ricacciare in mare gli ebrei e difendevano tutti gli atti di terrorismo ovunque compiuti. Questo tempo è passato. Da anni ormai l’OLP condanna gli atti terroristici compiuti da arabi fuori del territorio di Israele e ha punito essa stessa dei terroristi. Diverso naturalmente è l’atteggiamento per quanto riguarda atti compiuti sul territorio di Israele, cioè sul territorio dello Stato oppressore. Qui si tratta di guerriglia e la guerriglia è l’arma universalmente applicata in questi casi: non solo in Vietnam, in Algeria o nelle colonie portoghesi, per non parlare che dei casi più famosi, ma anche in Italia e negli altri paesi occupati dai nazisti, i popoli si sono difesi ricorrendo alla guerriglia. Comunque gli israeliani sarebbero gli ultimi a poter protestare contro il terrorismo, perché è noto che gli ebrei sono penetrati in Palestina con il terrorismo: la storia della colonizzazione ebraica in Medio Oriente è la storia del terrorismo ebraico contro arabi e inglesi. Le organizzazioni che l’hanno praticato (Hagana, Irgun, e Stern) sono celebrate come eroiche e diversi fra i dirigenti di queste organizzazioni, che avevano compiuto alcune fra le più gravi azioni terroristiche, sono diventati ministri o hanno occupato altre importanti cariche nello Stato. E d’altra parte non sono azioni terroristiche le ingiustificate rappresaglie massicciamente e spietatamente condotte dall’aviazione israeliana contro i campi di rifugiati?

I diritti dei palestinesi non si esauriscono però nel diritto alla creazione di uno Stato che costituisca la patria di questo popolo travagliato. Ci sono altri diritti che riguardano sia i palestinesi che vivono in Israele o in territori occupati da Israele che quelli che vivono in campi di rifugiati o, comunque, fuori dalla Palestina.

Per quanto riguarda i palestinesi che vivono entro i confini internazionalmente riconosciuti di Israele, il diritto principale è quello di essere trattati come cittadini di pieno diritto, senza discriminazioni, di avere scuole arabe con gli stessi diritti delle scuole ebraiche, di veder riconosciuto il diritto all’uso della lingua araba anche in sede ufficiale. In altre parole, come ogni altra minoranza etnica, linguistica o religiosa, gli arabi hanno diritto a vedere rispettata la loro identità nazionale, le loro pratiche religiose nonché l’insegnamento e l’uso della lingua. In uno Stato binazionale non possono sussistere né discriminazioni né privilegi, perché discriminazioni a carico di una parte e privilegi a favore dell’altra significherebbero una manifestazione di razzismo, condannato da tutta la gente civile.

Per quanto riguarda i territori occupati arbitrariamente, vale il principio generale che l’occupante non ha e non può esercitare diritti sovrani, non può alterare le forme di vita locale, insediando altre popolazioni o cacciando i legittimi abitanti, alterando il paesaggio, distruggendo abitazioni, luoghi di culto, ecc. Purtroppo tutto ciò è avvenuto largamente nei territori occupati, donde le ripetute condanne pronunciate dall’UNESCO.

Infine, per quanto riguarda i palestinesi che vivono fuori della Palestina, dev’essere riconosciuto il diritto di ritornare e di riottenere le proprietà confiscate, oppure di avere un adeguato indennizzo: diritto questo che spetta anche ai palestinesi che vivono in Israele e che sono stati espropriati. Ultimo, ma più importante diritto, è il diritto alla vita, che Israele nega con i bombardamenti sistematici sui campi dei profughi, sotto pretesto di esercitare un diritto di rappresaglia che non è ammesso dalle norme internazionali. La pretesa di Israele che i profughi palestinesi siano condannati a rimanere eternamente dei profughi, senza poter recuperare una patria, nasconde forse il proposito di massacrarli lentamente nei campi di rifugiati.

La situazione di fatto

 

Fin qui abbiamo esaminato i principali aspetti giuridici della questione palestinese; ma quale è la situazione di fatto?

Teoricamente dovrebbe tenersi a Ginevra una conferenza della pace cui dovrebbero partecipare tutte le parti interessate, sotto la copresidenza degli Stati Uniti e dell’URSS. In realtà Israele ha sollevato finora una serie di difficoltà pregiudiziali per rimandare la conferenza, nell’attesa della quale non solo continua a occupare i territori che dovrebbe rendere ma vi sviluppa una politica d’insediamento di colonie ebraiche in aperto contrasto con le norme di diritto internazionale e con le decisioni dell’ONU.

Il ritardo nell’avviare serie trattative di pace è stato favorito apertamente da Kissinger, che ha potuto così giocare sulla sua diplomazia dei piccoli passi, svolgendo un ruolo molto ambiguo nel Medio Oriente. In sostanza mi pare fuori di dubbio che la guerra civile in Libano e il successivo intervento siriano in appoggio alle forze cristiane di destra, contro i palestinesi e contro i progressisti libanesi, siano stati concordati con Washington e con Israele. Kissinger ha giocato la carta dell’arabizzazione del conflitto, come in Vietnam aveva giocato quella della vietnamizzazione: ottenere cioè che arabi combattano contro arabi come vietnamiti avevano combattuto contro vietnamiti e come pure in Angola tentò di mobilitare angolani (sia pure rafforzati da mercenari) contro il movimento di liberazione dell’Angola. È probabile che l’evoluzione della situazione abbia agevolato una pace diplomatica fra Israele e gli Stati arabi: se questa tuttavia dovesse realizzarsi ai danni del popolo palestinese, che fosse privato del suo diritto di avere un proprio Stato indipendente, potrebbe risultare una pace precaria e pericolosa.

Mi auguro che i dirigenti arabi, soprattutto egiziani e siriani, e i dirigenti israeliani abbiano sufficiente senso storico per rendersi conto che tutte le soluzioni tentate per fermare il movimento reale della storia (in questo caso il movimento di un popolo verso l’indipendenza) servono solo a protrarre l’inquietudine e, in ultima analisi, a provocare nuove guerre. Mi auguro soprattutto che i governanti di Israele si rendano conto che difficilmente potranno trovare un momento storico più favorevole per una soluzione definitiva che allontani minacce e pericoli. È chiaro che ormai non solo gli Stati arabi, ma lo stesso movimento palestinese sono pronti a riconoscere lo State di Israele, anche se non si può pretendere di farne una pregiudiziale alle trattative: il riconoscimento dovrà essere il risultato della trattativa, insieme però con la rinuncia definitiva di Israele ad ulteriori tentativi di aggressione e di espansione e quindi con la garanzia delle frontiere. E fra queste frontiere devono essere comprese anche quelle dello Stato arabo palestinese, che sarà necessariamente più piccolo di quello previsto dall’ONU nel 1947.

Credo che una soluzione di questa natura è la sola che possa dare finalmente pace e tranquillità al Medio Oriente, e, in particolare, allo Stato di Israele che commetterebbe una follia se scegliesse la strada di una ulteriore tensione, necessariamente destinata ad aggravarsi, che rischierebbe di portarlo alla perdizione. Nessun uomo di buon senso, soprattutto se si è trovato ad aiutare gli ebrei nei momenti delle feroci persecuzioni, può desiderare che Israele rischi di essere distrutto da una guerra futura, ma nessun uomo di buon senso può pensare che i milioni di ebrei assassinati dai nazisti siano morti perché i loro correligionari si facessero a loro volta promotori dell’oppressione e della persecuzione di un altro popolo. Il modo migliore di onorare le vittime del nazismo è di lottare perché non ci siano più popoli eletti e popoli inferiori.




La legge sullo Stato-Nazione ebraico: perché Israele non è mai stato una democrazia

Ramzy Baroud

23 luglio 2018, Ma’an News

Il capo della coalizione “Lista Araba Unitaria” [tra partiti arabo-israeliani, ndtr.] alla Knesset (parlamento) israeliana, Aymen Odeh, ha descritto l’approvazione della razzista “Legge sullo Stato-Nazione ebraico” come “la morte della nostra democrazia.”

Veramente Odeh crede che, prima di questa legge, lui abbia vissuto in una vera democrazia? Settant’anni di supremazia degli ebrei israeliani, genocidio, pulizia etnica, guerre, assedi, incarcerazioni di massa, numerose leggi discriminatorie, tutte cose volte alla vera e propria distruzione del popolo palestinese avrebbero dovuto fornire prove sufficienti, per cominciare, che Israele non è mai stato una democrazia.

La legge per lo Stato-Nazione ebraico non è altro che la ciliegina sulla torta. Ciò fornisce semplicemente gli argomenti di cui avevano bisogno per illustrare meglio il punto a quanti sostengono da sempre che il tentativo di Israele di tenere insieme la democrazia con la superiorità etnica era razzismo travestito da democrazia.

Ora non ci sono più scuse per sfuggire all’obbligo morale. Quelli che insistono nell’appoggiare Israele devono sapere che stanno sostenendo un vero e proprio regime di apartheid.

La nuova legge, approvata dopo qualche polemica il 19 gennaio, ha separato Israele da qualunque pretesa, per quanto falsa, di essere uno Stato democratico.

Di fatto nel suo testo la legge non menziona neanche una volta la parola “democrazia”. Invece sono numerosi e predominanti i riferimenti all’identità ebraica dello Stato, con la chiara esclusione del popolo palestinese dai propri diritti nella sua patria storica:

– “Lo Stato di Israele è lo Stato-Nazione del popolo ebraico…

– “La realizzazione del diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è unicamente del popolo ebraico.”

– “Lo Stato si impegnerà a garantire la sicurezza dei figli del popolo ebraico…”

– “Lo Stato agirà per preservare l’eredità culturale, storica e religiosa del popolo ebraico nella diaspora ebraica,” e via di seguito.

Ma più pericoloso di tutti è l’articolo secondo cui “lo Stato vede l’insediamento ebraico come un valore nazionale e si impegnerà a incoraggiare e promuovere la sua realizzazione e il suo sviluppo.”

È vero, le colonie ebraiche illegali già punteggiano la terra palestinese in Cisgiordania e a Gerusalemme, e all’interno stesso di Israele già esiste una segregazione di fatto. Infatti la segregazione in Israele è così profonda e radicata che negli ospedali israeliani persino i reparti maternità tengono separate le madri in base alla razza.

Tuttavia la formulazione di cui sopra accelererà ulteriormente la segregazione e consoliderà l’apartheid, rendendo il danno non solo intellettuale e politico, ma anche fisico.

Il “Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele Adalah” nella sua “Banca dati delle Leggi discriminatorie” ha documentato un elenco di oltre 65 leggi israeliane che “discriminano direttamente o indirettamente i cittadini palestinesi di Israele e/o palestinesi residenti nei Territori Palestinesi Occupati, (TPO) sulla base dell’appartenenza nazionale.”

Secondo “Adalah”, “queste leggi limitano i diritti dei palestinesi in ogni ambito della vita, dai diritti di cittadinanza al diritto di partecipazione politica, ai diritti sulla terra e abitativi, ai diritti all’istruzione, culturali e nell’uso della lingua, ai diritti religiosi e ai diritti ad un equo processo durante la detenzione.

Mentre sarebbe corretto sostenere che la legge sullo Stato-Nazione rappresenta l’ufficializzazione dell’apartheid in Israele, questa constatazione non deve ignorare la precedente situazione su cui Israele è stato fondato 70 anni fa.

L’apartheid non consiste in una singola legge, ma in un lento, doloroso accumulo di un intricato regime giuridico che è motivato dalla convinzione che un gruppo razziale sia superiore a tutti gli altri.

Non solo la nuova legge eleva l’identità ebraica di Israele ed elimina ogni impegno nei confronti della democrazia, degrada anche lo status di tutti gli altri. Gli arabo-palestinesi, i nativi della terra della Palestina storica su cui Israele è stato fondato, non figurano affatto in modo significativo nella nuova legge. C’è un solo articolo relativo alla lingua araba, ma semplicemente per ridurlo da lingua ufficiale a lingua “specifica”.

La decisione israeliana di astenersi dal redigere una costituzione scritta quando è stato fondato nel 1948 non era casuale. Da allora ha seguito un modello prevedibile in cui ha modificato la situazione sul terreno a favore degli ebrei a spese degli arabo-palestinesi.

Invece di una costituzione, Israele ha fatto ricorso a quelle che ha definito “Leggi Fondamentali”, che hanno consentito la costante formulazione di nuove leggi guidate dall’impegno dello ‘Stato ebraico’ per la supremazia razziale piuttosto che per la democrazia, le leggi internazionali, i diritti umani od ogni altro valore etico.

La legge per lo Stato-Nazione ebraico è in sé una “Legge Fondamentale”. E con questa legge Israele ha fatto cadere l’insensata pretesa di essere ebraico e democratico. Questo compito impossibile è stato spesso lasciato alla Corte Suprema che ha tentato, inutilmente, di raggiungere un qualche equilibrio convincente.

Questa nuova situazione dovrebbe, una volta per tutte, porre fine all’annoso dibattito sulla presunta unicità del sistema politico israeliano.

E dato che Israele ha scelto la supremazia razziale su qualunque pretesa, per quanto flebile, di essere una vera democrazia, anche i Paesi occidentali che hanno spesso difeso Israele devono fare la scelta se desiderano appoggiare un regime di apartheid o combatterlo.

La dichiarazione iniziale della commissaria agli Affari Esteri dell’UE, Federica Mogherini, è stata banale e debole. “Siamo preoccupati, abbiamo espresso questa preoccupazione e continueremo ad impegnarci con le autorità israeliane in questo contesto,” ha detto, rinnovando il suo impegno per una ‘soluzione dei due Stati’.

Questa non è proprio la dichiarazione adeguata in risposta a un Paese che ha appena annunciato la propria adesione al club dell’apartheid.

L’Ue deve porre fine al suo insulso discorso politico e sganciarsi dall’Israele dell’apartheid, o deve accettare le conseguenze morali, etiche e giuridiche del fatto di essere complice dei crimini israeliani contro i palestinesi.

Israele ha fatto la sua scelta ed è, inequivocabilmente, quella sbagliata. Ora anche il resto del mondo deve fare la sua, sperabilmente quella corretta: stare dalla parte giusta della storia – contro l’apartheid ebraico israeliano e per i diritti dei palestinesi.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 

 




‘Per molti giovani ebrei americani l’asse Trump-Bibi [Netanyahu] è il nemico’

Edo Konrad

2 Luglio 2018, +972

Bradley Burston ribadisce che le sue opinioni su Israele non sono cambiate da quando si è trasferito qui negli anni ’70. È Israele che è cambiato. ‘Mi piacerebbe avere due Stati. Ma centinaia di migliaia di israeliani hanno detto ‘non puoi averli’, e loro governano il Paese’, dice in un’ intervista ad ampio raggio su Israele, sulla Nakba e sulle trasformazioni nella comunità ebraica americana.

Tra gli ebrei americani ci sono sempre state correnti di dissenso a proposito di Israele. Dopotutto, sono stati gli ebrei americani progressisti, radicalizzati dalla nuova sinistra degli anni ’60, che sono diventati l’avanguardia della sinistra ebraica americana, che chiedeva che il governo di Israele tenesse colloqui con l’OLP, decenni prima che questo divenisse la politica israeliana. Sono stati gli ebrei americani che, dieci anni dopo aver manifestato contro la guerra in Vietnam, hanno incominciato a protestare di fronte alle ambasciate e ai consolati israeliani durante la prima guerra del Libano.

Decenni dopo, stiamo sentendo parlare spesso dei mutati rapporti tra gli ebrei americani ed Israele, sia da parte di chi si sente deluso, tradito dalle storie e mitologie diffuse dalle proprie stesse comunità, sia da parte di chi semplicemente si allontana del tutto dallo Stato ebraico.

Ciò di cui sentiamo parlare molto meno sono gli ebrei americani progressisti che hanno scelto di vivere in Israele. Cosa provano oggi riguardo a Israele gli americani con cittadinanza israeliana, soprattutto quegli influenti intellettuali che hanno contribuito ad informare molta gente sui cambiamenti che ribollono tra i loro parenti rimasti negli USA?

Per Bradley Burston, far sentire la propria voce ebraica americana è diventata una specie di missione – anche quando nessuno la ascoltava veramente. Burston è diventato una delle voci più importanti del sionismo progressista (lui rifiuta questo termine, definendosi “qualcosa di più di un personaggio-etichetta”), attraverso la sua rubrica su Haaretz, “Un posto speciale all’inferno”. Molto prima che ‘SeNonOra, Voci ebraiche per la pace’, J Street e Peter Beinart [giornalista liberal americano, ndtr.] sollevassero il coperchio di una crisi latente tra gli ebrei americani e Israele, i suoi scritti sono stati un rifugio per chi si sentiva preso in mezzo tra i propri valori e Israele.

Più la dittatura militare sui palestinesi si consolidava, più le rubriche di Burston diventavano taglienti, mettendo in guardia gli israeliani – ed i loro paladini ebrei americani – sulle sue tragiche conseguenze. Perciò è piuttosto incredibile sentire Burston dichiarare che le sue opinioni riguardo a Israele non sono cambiate dal 1971. Dopotutto, soprattutto per la sua indignazione, il suo nome è diventato sinonimo di una tendenza di sionismo liberale che ha lottato per continuare ad essere significativo nell’era Natanyahu – che crede nella soluzione di due Stati, in uno Stato ebraico che rispetti e dia importanza alle sue minoranze, e in un sano rapporto con il resto del mondo.

Nonostante le sconfitte politiche e le speranze svanite per i due Stati, Burston crede comunque che, in fondo, la maggioranza degli ebrei americani sia d’accordo con quell’ipotesi.

La maggioranza degli ebrei americani vuole vedere una democrazia qui, e sono terribilmente a disagio per come stanno andando le cose”, dice l’originario di Los Angeles, mentre siamo seduti per un’intervista a Giaffa, dove vive. “Sono preoccupati per la questione dei richiedenti asilo e per il rapporto tra Israele e la comunità ebraica americana. Per molti giovani ebrei americani, se non per la maggioranza, l’asse Trump-Bibi è davvero il loro nemico.”

Eppure, sulla questione palestinese, Burston crede che la maggior parte degli ebrei americani abbia ancora una strada da percorrere. E’ un processo lento, dice, ma è solo questione di tempo. “(Gli ebrei americani) hanno subito il lavaggio del cervello in modo da credere che gli israeliani sappiano qual è la cosa migliore. Ma è solo una questione di tempo. Se Netanyahu si aliena gli ebrei americani su una questione dopo l’altra, le cose cambieranno. Io spero che stiamo andando verso una situazione migliore – più sostenibile.”

Questo Paese è enormemente cambiato da quando ci sono arrivato a metà degli anni ‘70”, dice, lisciandosi la barba sale e pepe, come usa fare quando è immerso nei pensieri. “Eppure credo ancora in ciò in cui ho sempre creduto: che la soluzione migliore al conflitto israelo-palestinese sia quella dei due Stati, uno accanto all’altro. Il problema è che non penso sia più possibile.”

Come sei arrivato a renderti conto che non ci sarà una soluzione dei due Stati?

Mi piacerebbe che ci fossero due Stati. Ma centinaia di migliaia di israeliani hanno detto ‘non può essere’, e loro governano il Paese. Quando Netanyahu vinse le elezioni nel 2015 dopo una campagna razzista – è stato allora che ho capito che era finita. Ma non sarà per sempre.”

L’idea di uno Stato ebraico e democratico è sostenibile nel lungo termine?

Credo che ci possa essere una confederazione che renda possibile uno Stato ebraico e democratico. Non voglio buttare il bambino con l’acqua sporca, ma ritengo che ci sia qualcosa di positivo nella cultura ebraica e nel suo rinnovamento.

Bisogna ricordare che sta accadendo qualcosa agli ebrei in Israele – che vengano a viverci o no –  che è estremamente potente. Non si tratta dell’acqua sporca. L’acqua sporca è fascismo, è il dominio su un altro popolo. Per Netanyahu l’acqua sporca è l’essenza di questo Paese.”

Hai scritto che l’ideologia dominante del Paese è diventata simile al razzismo. Ti identifichi ancora come sionista?

Non sono sicuro di averlo mai fatto. Non ho alcun problema rispetto all’esistenza di uno Stato ebraico. Ho problemi con uno Stato ebraico oppressivo. Ho problemi con uno Stato ebraico che sopprime i propri tratti democratici. Ho problemi con uno Stato ebraico che è esclusivamente per ebrei di ogni genere. Se sionismo equivale al sostegno alle colonie o all’espulsione dei richiedenti asilo, diventa estremamente facile per me rispondere alla domanda. Se ciò è quello che [il sionismo] è, allora non sono sionista.”

Gli ebrei americani sono più che mai propensi a parlare della Nakba e dell’espulsione dei palestinesi. Come si possono conciliare idee progressiste come l’uguaglianza con la storia di come è stato fondato questo Paese?

La verità è che si tratta di un’incredibile confusione. Benny Morris ha condotto un immane studio su ciò che accadde nel 1948 e ciò che si capisce leggendolo è che ci furono circostanze di vera nobiltà e circostanze di tremende atrocità. Improvvisamente la gente ha avuto l’opportunità di essere sé stessa ed in molti casi questo ha portato ad un risultato terribile, in altri casi no.

È la tempesta perfetta. Gli ebrei erano legittimamente preoccupati di essere nuovamente sterminati. Se sono convinto che tutti stanno cercando di uccidermi, divento tremendo nei loro confronti. Ci sono abbastanza persone propense a dire che vogliono uccidere gli ebrei e che noi non abbiamo il diritto di stare qui, da fornire agli israeliani la giustificazione per usare modi terribili verso di loro.”

Questa mentalità è rimasta tale dal 1948?

Sì, e questo spiega perché oggi agli israeliani non importa nulla dei palestinesi uccisi al confine con Gaza. È stata l’idea geniale di tagliare ogni contatto tra israeliani e palestinesi, perché se davvero vuoi che la gente detesti e tema il campo avverso, allora devi assicurarti che non vi siano contatti. Ora noi non vediamo mai l’altra parte. Se io penso che l’altra parte mi vuole morto, farò cose terribili.

Nel bene o nel male, molti degli ebrei che sono venuti qui lo hanno fatto perché credevano profondamente in questo posto, di appartenere a questo posto, anche se non lo avevano mai visto. Proprio come i palestinesi che conservano le loro chiavi, che sono anch’essi di qui. L’ebreo estone che non poteva essere apertamente ebreo nell’Unione Sovietica – era di qui. Era disposto ad andare in prigione per vivere qui.”

Ma perché questo dovrebbe importare al palestinese che conserva la sua chiave?

L’unica cosa che non possiamo fare è rimuovere ingiustamente la portata del coinvolgimento totale ed emotivo di entrambe le parti rispetto a questo luogo. È il loro luogo, per entrambe le parti. E questo è il problema. Deve esserci qualche ragione per cui questo è il luogo più terribile del mondo eppure ha presa su di noi. In parte è una sorta di lavaggio del cervello che fa parte della cultura israeliana, ma non si tratta solo di questo. C’è qualche elemento mistico qui, a cui la popolazione è indissolubilmente legata. Il governo non può rovinare tutto.”

* * *

Alcune settimane dopo la nostra prima intervista, in un solo giorno i cecchini israeliani sul confine di Gaza hanno ucciso oltre 60 manifestanti che chiedevano il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi, e ne hanno feriti altri mille. Sono tornato ed ho chiesto a Burston se la carneficina avesse cambiato qualcosa per lui.

Non so come conviviamo con noi stessi, sapendo quello che sta accadendo a persone che sono praticamente vicine di casa. Non sto parlando in particolare dei morti e feriti nelle proteste della ‘Marcia del Ritorno’. Sto parlando di anni e anni che le hanno precedute. L’assedio di Gaza è stato ed è un terribile errore, il peggior errore che Israele ha fatto negli ultimi 12 anni, non solo in termini morali, ma anche tattici e strategici, per il futuro di Israele e dei palestinesi. Il governo lo sa.

Ma il governo ha troppa paura per fare qualcosa in proposito. L’esercito fa continue pressioni su Netanyahu per promuovere gli aiuti umanitari e lavorare con la cooperazione internazionale per ricostruire le infrastrutture essenziali che abbiamo bombardato fino a distruggerle, impianti energetici, impianti di depurazione, il sistema di acqua potabile. Ma Netanyahu ha troppa paura. È troppo occupato a guardarsi le spalle e a cercare di dimostrare che ha più testosterone di Bennett [ministro dell’Educazione e leader del partito di estrema destra dei coloni, ndtr.], il quale cerca di dimostrare la stessa cosa riguardo alla propria virilità rispetto a Lieberman [ministro della Difesa e leader di un altro partito di estrema destra nazionalista “Israele Casa Nostra”, ndtr.].”

C’è un’altra cosa per cui mi dispero. Per alcuni leader della destra israeliana un alto numero di vittime palestinesi può in realtà essere considerato come una risorsa politica. Un sondaggio condotto dopo il massacro delle prime marce ha mostrato che il 100% degli intervistati che ha votato per il partito ‘Ysrael Beiteinu’ [‘Israele casa nostra’, ndtr.] del ministro della Difesa Lieberman approvava le azioni dell’esercito. Il cento per cento.”

* * *

Non pensi mai di tornare in America?

C’è stato un periodo durante la seconda Intifada in cui eravamo terrorizzati per la nostra personale incolumità o di lasciare che nostra figlia prendesse l’autobus a Gerusalemme. Ma penso che ci sia qualcosa che ci trattiene qui. Chiunque sia qui e sia un progressista deve essere un rivoluzionario completamente matto, perché altrimenti come potrebbe sopportarlo?”

Eppure la sensazione è che le cose stiano andando peggio.

Io spero ancora in qualcosa di meglio. Quando sono venuto in Israele ho detto ‘ci vado per un anno e poi vedo che cosa succede’.”

E hai continuato a dirlo da allora.

Esattamente. Ogni anno, più o meno ad ottobre, dico ‘E va bene, gli concedo ancora un anno’, ed eccomi qui.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)