I palestinesi lottano contro lo sfratto dalle case di Silwan, Gerusalemme est

Mersiha Gadzo

7 dicembre 2018 Al Jazeera

L’occupazione di Batan al-Hawa a Gerusalemme Est da parte dei coloni è “il più esteso processo di espulsione” degli ultimi anni

Batan al-Hawa, Gerusalemme est occupata – Nel corso degli anni, i coloni israeliani hanno continuato ad offrire milioni di dollari a Zuheir Rajabi e ai suoi vicini per le loro modeste case accatastate sul pendio di Silwan a Batan al-Hawa, un quartiere nella Gerusalemme Est occupata.

Le case si trovano in quello che è noto come il Bacino Storico della Città Vecchia, in prossimità della sacra Moschea di Al-Aqsa, ciò che le rende possedimenti preziosi.

Un colono ebreo una volta offrì a Rajabi un assegno in bianco per la sua casa, chiedendogli di scrivere qualsiasi cifra volesse, da 3 a 30 milioni di shekel (da 800.000 a 8 milioni di dollari).

Ma per Rajabi e gli 700 altri residenti del quartiere – ora minacciati di sfratto – nessuna somma di denaro basterebbe a farli lasciare le loro case.

“Pensavano che in 30 giorni le persone avrebbero abbandonato le loro case”, ha detto Rajabi, dal terrazzo sul tetto del Centro di Comunità del quartiere, che domina la valle.

“La gente qui è molto semplice; hanno una cosa sola, l’onore. Non ci importa di vivere in povertà o in un ambiente malsano, non possiamo sopportare di perdere il nostro onore”, ha detto Rajabi, che è anche il portavoce del comitato Batan al-Hawa.

Gran parte dei residenti di Batan al-Hawa vi abita da oltre 70 anni, molti dopo essere stati espulsi dalle loro ataviche case quando si stava costituendo Israele.

I residenti ora affrontano un’altra espulsione, da parte dell’associazione di coloni ebrei Ateret Cohanim, che sta cercando di lanciare quella che Ir Amim, una ONG israeliana, definisce come la più grande occupazione di quartieri palestinesi a Gerusalemme Est da quando Israele l’ha occupata nella guerra arabo-israeliana del 1967.

La giudaizzazione di Gerusalemme Est

Ateret Cohanim, che ha come obiettivo la giudaizzazione di Gerusalemme est, sostiene che le case di Batan al-Hawa furono costruite su un terreno di proprietà del ‘Jewish Benvenisti Trust’ [cartello religioso ebraico, ndtr.] nel XIX secolo, che lo adibiva all’insediamento in zona degli ebrei yemeniti.

Nel 2002, il Ministero della Giustizia israeliano ha emesso un atto di proprietà del terreno, circa 5,5 dunams (1,4 acri), a favore del Benvenisti Trust, senza informarne i residenti. A quel punto, Ateret Cohanim ha assunto il controllo del Trust.

L’atto è stato utilizzato come fondamento per gli avvisi di sfratto ai residenti, come quello ricevuto dalla famiglia Rajabi nel 2015, che disponeva che le sette famiglie che abitano in quella casa se ne andassero.

Nel giugno di quest’anno, oltre un centinaio di residenti palestinesi in lotta contro gli sfratti ha presentato una petizione, sostenendo che il Trust Benvenisti possedeva solo gli edifici e non il terreno su cui si trovavano.

Dal momento che da allora gli edifici originali erano stati distrutti e ricostruiti, il Trust non poteva rivendicare la terra, sostenevano i residenti.

Lo stesso mese, il governo israeliano ha ammesso che il Ministero della Giustizia non aveva indagato sul Trust prima di emettere l’atto di proprietà.

Tuttavia, il mese scorso l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha respinto l’appello dei residenti di annullare la decisione del 2002, consentendo in effetti ad Ateret Cohanim di proseguire con l’occupazione di Batan al-Hawa.

L’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha detto che la sentenza della Corte ha spianato la via alla pulizia etnica dei palestinesi di Silwan.

“La sentenza dimostra, ancora una volta, che l’Alta Corte israeliana dà il suo beneplacito a quasi tutte le violazioni dei diritti dei palestinesi da parte delle autorità israeliane”.

La “piovra” di Gerusalemme est

Ad oggi, Ateret Cohanim ha sfrattato 17 famiglie e possiede sei edifici nell’area.

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari, il 45% di tutte le famiglie palestinesi minacciate di sfratto a Gerusalemme Est vive a Batan al-Hawa.

B’Tselem lo ha definito “il più esteso processo di espulsione” in città degli ultimi anni.

Rajabi ha detto che suo padre ha comprato il loro appezzamento di terra nel 1966 dopo che erano stati espulsi dai quartieri ebraici della Città Vecchia, senza alcun risarcimento.

“Sono nato qui, sono cresciuto qui, mi sono sposato qui, ho vissuto qui tutta la mia vita”, ha detto.

Amareggiato dalla sentenza della Corte, ha detto che la società israeliana si sta spostando verso la “estrema destra”.

Rajabi paragona Ateret Cohanim a una piovra i cui tentacoli stanno attanagliando la Città Vecchia e Silwan.

“Ateret Cohanim è un’organizzazione potente, non solo politicamente. Ha anche soldi”, ha detto Rajabi.

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, l’organizzazione usa diverse tattiche per costringere i palestinesi a vendere le loro proprietà, tra cui minacce a carattere sessuale e ricatti di vario tipo – come minacciare di rendere pubblica una vendita concordata in segreto così che il venditore, temendo per la propria vita, sarebbe costretto ad abbassare significativamente il prezzo per evitare l’ira della propria comunità.

[L’ONG israeliana] Ir Amim dice che il governo israeliano è stato direttamente coinvolto nell’agevolare gli insediamenti privati illegali nella città vecchia e nei quartieri palestinesi circostanti.

“Il governo ha agito tramite il Custode Generale e il Registro dei Trust (entrambi sotto il Ministero della Giustizia) per agevolare il sequestro di Batan al-Hawa, aumentando il budget per la sicurezza del 119 % per il periodo 2009-2016 in modo da garantire la protezione degli estremisti ebrei che si insediano nel cuore dei quartieri palestinesi a Gerusalemme Est”, ha affermato la ONG.

Consolidare il controllo ebraico

Secondo un rapporto di Ir Amim, l’obiettivo politico di gruppi come Ateret Cohanim è consolidare il controllo ebraico a Gerusalemme Est e contrastare la soluzione dei due stati.

Yacoub al-Rajabi, membro del comitato di Batan al-Hawa, ha affermato che i coloni stanno cercando di acquistare la sua casa dal 2003.

Un anno e mezzo fa, Ateret Cohanim gli ha offerto 2 milioni di dollari per vendere la sua casa e abbandonare la causa in tribunale, ma senza risultato.

“Se ci sfrattano dalle nostre case, costruiremo tende vicino alle case, non andremo da nessuna parte, ci rifiutiamo di andare altrove, rifiutiamo di essere trasferiti [per la terza volta]”, ha detto Yacoub.

Ha descritto il quartiere come una prigione dove i residenti si sentono intrappolati e sono regolarmente attaccati da coloni, polizia, esercito e istituzioni governative israeliane per spingerli ad andarsene.

Dice che, ad ogni festa ebraica, i residenti non possono lasciare le loro case e per ordine militare i bambini non possono andare a scuola.

“Non abbiamo altro che la nostra risolutezza. Cercheremo di difendere noi stessi e i nostri diritti … Abbiamo la proprietà di questa terra ed è nostra per legge”, ha detto.

L’ufficio di Rajabi si trova nel Centro della comunità costruito per i bambini – l’unico posto nel quartiere dove i bambini possano giocare in sicurezza. In un angolo del suo ufficio, uno schermo mostra i filmati dalle telecamere a circuito chiuso installate all’esterno.

Dall’altra parte della strada, una decina di telecamere controllano la sua casa. Le ha fatte installare per documentare gli attacchi dei coloni o delle autorità israeliane, dopo che suo padre è morto per l’inalazione di gas lacrimogeni sparati dalla polizia.

Rajabi afferma che le telecamere sono state estremamente utili a smentire le false affermazioni dei coloni e delle autorità israeliane.

Il destino delle loro case è ora presso la Pretura di Gerusalemme, che deve decidere se il Trust Benvenisti possiede solo gli edifici o anche la terra.

Ma Yacoub ha detto che c’è poca speranza che la giustizia possa essere difesa dai tribunali israeliani.

“Persino durante l’udienza la stessa giudice ha detto che ci sono alcuni problemi legali nel verdetto del tribunale”, ha detto Yacoub, aggiungendo che i residenti cercheranno con tutti i mezzi di rimanere nelle loro case, anche portando il caso alla Corte Penale Internazionale.

“Questa [sentenza del tribunale] non ci spezzerà, continueremo a lottare per i nostri diritti, continueremo a lottare per la nostra proprietà sulla terra e sulle nostre case”, ha affermato.

(traduzione di Luciana Galliano)




I palestinesi celebrano il quarantesimo “Giorno della Solidarietà Internazionale”

Al Jazeera

30 novembre 2018

Il governo palestinese afferma che la comunità internazionale dovrebbe essere ritenuta responsabile perché consente la prosecuzione dell’occupazione israeliana

Personalità palestinesi hanno invitato la comunità internazionale a celebrare il “Giorno Internazionale di Solidarietà con il Popolo palestinese” applicando le risoluzioni dell’ONU che chiedono la fine dell’occupazione israeliana, così come ad esprimere il proprio sostegno alla lotta palestinese per avere uno Stato.

Il giorno, che l’Assemblea Generale [dell’ONU] ha celebrato dal 1978, cade il 29 novembre, data in cui nel 1947 l’ONU ha adottato la risoluzione 181, il piano di partizione della Palestina.

“La comunità internazionale non può continuare a condannare la violazione dei diritti dei palestinesi e la distruzione della soluzione dei due Stati senza agire per porre fine a questa situazione illegale,” ha detto giovedì Riyad Mansour, l’ambasciatore palestinese all’ONU.

“La grande distanza tra le nostre nobili convinzioni e l’orrenda situazione sul terreno deve essere rapidamente colmata prima che sia troppo tardi per i palestinesi, per gli israeliani e per la regione nel suo complesso,” ha aggiunto.

Da quando sono stati fondati nel 1945, l’Assemblea Generale e il Consiglio di Sicurezza hanno adottato una serie di risoluzioni riguardanti Israele/Palestina – la grande maggioranza delle quali non sono state applicate dai successivi governi israeliani.

L’ambasciatore di Israele all’ONU, Danny Danon, ha definito le risoluzioni una “presa in giro”. “Quelle risoluzioni si prendono gioco dei palestinesi, proprio il popolo che l’ONU sostiene di difendere,” ha detto.

“Non portano i palestinesi verso il futuro, ma li tengono rinchiusi nel passato.”

Il governo palestinese, come anche l’ONU, sostiene la soluzione dei due Stati sulla base dei confini del 1967, con Gerusalemme est come capitale dei palestinesi.

I palestinesi accusano Israele di danneggiare le prospettive di costituzione di uno Stato palestinese sovrano attraverso la continua costruzione illegale di colonie solo per ebrei nei territori occupati.

In un comunicato Hanan Ashrawi, membro del Consiglio Nazionale Palestinese, ha affermato che “le sofferenze, la spoliazione, l’espulsione e la persecuzione del popolo palestinese sono iniziate quando venne fondato lo Stato di Israele sulla terra della Palestina storica.”

“La solidarietà non è solo un’astratta manifestazione di empatia,” ha detto. “Al contrario, è un impegno attivo, positivo e concreto.”

Yousef al-Mahmoud, portavoce del governo palestinese, ha sostenuto che la comunità internazionale dovrebbe essere ritenuta responsabile di consentire da decenni la prosecuzione dell’occupazione israeliana.

“Il silenzio internazionale sull’occupazione e sui suoi crimini non fa che incoraggiare Israele a continuare a violare le risoluzioni e le leggi internazionali,” ha detto Mahmoud.

(Traduzione di Amedeo Rossi)




Le prossime elezioni in Israele si giocheranno su chi è più violento con i palestinesi

Haggai Matar

14 novembre 2018 – + 972.mag

Le dimissioni del ministro della Difesa Lieberman potrebbero benissimo portare a elezioni anticipate già nel prossimo mese di marzo. In molti andranno alle urne con una sola domanda in testa: quanta forza dovremmo usare contro i palestinesi?

Pare proprio che in Israele si andrà a elezioni anticipate. Mercoledì scorso il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha annunciato le sue dimissioni, e che il suo partito, “Israel Beitenu” [Israele Casa Nostra, ndtr.], abbandonerà la coalizione di governo in seguito a quella che ha definito “resa al terrorismo” da parte di Netanyahu. Le dimissioni inaspettate sono giunte appena un giorno dopo che Israele ed Hamas hanno accettato una tregua che ha messo fine al più violento riacutizzarsi [degli scontri] al confine di Gaza dalla guerra del 2014.

Subito dopo il suo [di Lieberman, ndtr.] annuncio, la “Casa Ebraica”, partito di destra – principale sfidante di Lieberman per il titolo di “falco” al governo – ha rilasciato una dichiarazione secondo cui abbandonerà anch’essa la coalizione, a meno che il leader del partito, Naftali Bennett, non prenda il posto di Lieberman alla Difesa. È molto difficile che Netanyahu accetti queste condizioni, perché ciò significherebbe il probabile sgretolamento della sua coalizione, dando il via a elezioni anticipate in primavera, anziché, come previsto, nel novembre 2019.[In effetti il Primo ministro israeliano è riuscito ad evitare il ricorso alle elezioni anticipate evitando l’ultimatum di Bennet nei giorni successivi alla pubblicazione di quest’articolo Ndtr]

La mossa di Lieberman è perfettamente logica, se si considera che il suo partito, che ha solo cinque dei 120 seggi alla Knesset, potrebbe non farcela a superare la soglia di sbarramento alle elezioni, come emerge da diversi sondaggi (Lieberman, ironia della sorte, era tra coloro che si sono battuti per innalzare lo sbarramento, nel tentativo di tener fuori dal parlamento i partiti arabi). Lasciare il suo incarico e accusare Netanyahu di essere troppo “morbido” con Hamas potrebbe essere semplicemente il suo biglietto per la sopravvivenza politica.

Lieberman ha usato il palco anche per attaccare Netanyahu per aver fatto marcia indietro sulla demolizione di Khan Al-Ahmar, per aver permesso che il denaro e il carburante del Qatar entrassero a Gaza e per l’ultima tregua. Meno di un giorno dopo la manifestazione dei sostenitori del Likud a Sderot, città del sud, contro Netanyahu, per chiedere una più dura rappresaglia contro Gaza, dopo che oltre 400 razzi erano stati lanciati dalla Striscia contro Israele, Lieberman ora fa affidamento sul pubblico rancore contro la risposta “indulgente” del primo ministro, che ha avuto il sostegno di tutti i capi della sicurezza.

Se questo è dunque il lancio della campagna elettorale nazionale 2019, gli israeliani che andranno alle urne potrebbero trovarsi davanti a una domanda: quanta forza dovremmo usare contro i palestinesi? Sulla base delle ultime 24 ore, le risposte della maggior parte dei partiti politici oscilleranno tra “molta” e “molta di più”.

Lieberman e Bennett non sono stati i soli a criticare il cedimento di Netanyahu davanti a Hamas: pare che anche i leader di centro come Yair Lapid [del partito Yesh Atid, ndtr.] e l’ex primo ministro Ehud Barak [del partito Laburista, ndtr.], oltre ad altri membri del partito Laburista, abbiano attaccato il primo ministro per la sua condotta. Davanti alle dure reazioni degli avversari politici a destra e a sinistra, Netanyahu potrebbe sentirsi costretto a lanciare qualche tipo di azione militare, a Gaza o in Cisgiordania, o sul fronte nord contro l’Iran in Siria, o contro Hezbollah in Libano. Purché riesca a salvare la faccia e mantenere la sua immagine di audace comandante in capo.

Anche se per qualche imprevedibile cambiamento degli eventi la coalizione di Netanyahu dovesse riuscire a sopravvivere con una maggioranza risicata di 61 seggi (su 120) alla Knesset, i recenti sviluppi sono molto indicativi dello stato attuale delle cose nel dibattito politico israeliano. Se escludiamo “Casa Ebraica”, con il suo programma esplicito di annessione della Cisgiordania, il Meretz, partito di sinistra, e la “Lista Unitaria” [coalizione di tutti i partiti arabo-israeliani, ndtr.], che sostengono fortemente la soluzione dei due Stati, la maggioranza dei partiti della Knesset, o in corsa per entrarci, non hanno alcun programma su come porre fine al conflitto con i palestinesi. Nessuno ha veramente intenzione di sostenere la soluzione dei due Stati, compresi i possibili negoziati con l’OLP o Hamas, e la fine dell’occupazione e del blocco contro Gaza. La soluzione a uno Stato non è nemmeno sulla carta.

L’unica opzione su cui la maggior parte dei partiti sembra concordare, anche se in modo non ufficiale, è mantenere lo status quo, con vari livelli di espansione coloniale in Cisgiordania, e la durezza dell’assedio contro Gaza. Nemmeno Lieberman ha altro da offrire. La triste verità è che l’opinione pubblica ebrea israeliana è divisa, in realtà, solo sul grado di violenza da usare contro i palestinesi, il tutto mantenendo intatto lo status quo.

(Traduzione di Elena Bellini)

 

 

 




LA QUESTIONE PALESTINESE

Lelio Basso

Poche, fra le questioni oggi aperte sul piano internazionale, sono così semplici dal punto di vista giuridico, storico, morale, come quella palestinese, e poche appaiono invece così difficili a risolvere sul piano pratico.

Dal primo punto di vista non mi pare seriamente contestabile il buon diritto dei palestinesi che rivendicano il principio dell’autodeterminazione né seriamente difendibile la posizione di Israele, giustamente condannata ormai da decine di risoluzioni dell’ONU e dell’UNESCO; eppure ancor oggi la maggioranza della pubblica opinione occidentale – sia pure una maggioranza che tende lentamente a diminuire – sembra convinta del buon diritto d’Israele e ne accetta acriticamente la politica di forza. Quali ne sono le ragioni?In primo luogo l’affinità culturale. I primi ebrei immigrati in Palestina provenivano dall’Europa, cacciati dalle persecuzioni che vi subivano, ed europea è stata anche la prevalente colonizzazione successiva fino alla creazione dello stato di Israele. Europea comunque è la classe dirigente, proveniente in gran parte da territori dell’ex-impero zarista, ed europea la cultura, ciò che crea una profonda affinità di idee, di modo di pensare, di mentalità, di linguaggio. Viceversa gli arabi rimangono ancora per molti europei, ammalati di eurocentrismo, un popolo inferiore, coloniale, di cui si dimentica volentieri il contributo straordinario fornito nel corso dei secoli al progresso soprattutto scientifico dell’umanità. Perciò nel subcosciente di milioni di occidentali Israele, testa di ponte europea nel mondo arabo, soddisfa il complesso di superiorità e le ambizioni egemoniche che una volta trovavano piena soddisfazione negli imperi coloniali.

A ciò si deve aggiungere anche la presenza di molti ebrei sparsi ovunque in Occidente – e spesso in posizioni di autorità e di prestigio – che, nella quasi totalità, sono dei sostenitori di Israele, sovente anche dei propagandisti, mentre non c’è nulla di simile da parte araba. In alcuni casi, come particolarmente negli Stati Uniti, la presenza ebraica è così massiccia e così potente da poter influire decisamente sulle scelte politiche e sugli indirizzi della stampa, orientando tutta l’opinione del paese. E d’altra parte poiché l’opinione pubblica americana è abituata a una politica internazionale basata sul diritto del più forte, non trova nulla di scandaloso nel fatto che lo stesso criterio guidi la politica israeliana. E questi orientamenti americani, data la posizione egemonica degli USA nel mondo occidentale, sono poi facilmente ricevuti e accettati anche dall’opinione europea. Non ultimo motivo, infine, di questa propensione proisraeliana è il desiderio di liberarsi da complessi di colpa per le persecuzioni di cui per secoli la minoranza ebraica è stata fatta oggetto in Europa, ad opera della Chiesa cattolica e di varie monarchie cristianissime, nonché ad opera dei governi zaristi e, da ultimo, dei nazisti che hanno fatto della popolazione ebraica d’Europa un popolo martire per eccellenza. Ma è un curioso modo di liberarsi dai rimorsi per i torti fatti a un popolo quello di sacrificarne un altro. È di questo curioso modo, e del suo fondamento, che vorrei discorrere in termini obiettivi, convinto che la verità anche in questo caso serva la causa della pace e, quindi, la causa della stessa popolazione ebraica trapiantata in Palestina.

I titoli rivendicati dagli Ebrei sul territorio palestinese

 

Esisteva un diritto degli ebrei sul territorio palestinese? Evidentemente non può avere nessun senso sul piano internazionale l’argomento religioso della Terra Promessa, e non mette neppur conto di indagare sull’obiezione, che spesso viene mossa a questo argomento, e cioè che non esiste alcuna prova che gli ebrei che oggi vivono in Israele siano realmente i discendenti degli ebrei cui la promessa sarebbe stata fatta. Diciamo che non mette conto di indagare perché, se anche lo fossero, essi non possono certamente pretendere che la loro credenza religiosa, che la maggioranza dell’umanità non accetta, costituisca un titolo valido per occupare terre altrui.

Neppure può essere seriamente invocato l’argomento storico del fatto che la Palestina è stata per secoli la terra abitata dagli ebrei. A parte l’obiezione già avanzata più sopra sulla impossibilità di dimostrare che gli attuali israeliani siano i discendenti di quei lontani abitatori della Palestina e a parte la considerazione che la Palestina era abitata da altre popolazioni, prima che dagli Ebrei, che vi entrarono con la forza secondo quanto racconta la stessa Bibbia; a parte la considerazione che nessuno è in grado di stabilire se fra le popolazioni che hanno abitato la Palestina prima o contemporaneamente agli Ebrei non vi fossero anche antenati delle attuali popolazioni arabe, rimane l’obiezione fondamentale che gli Ebrei furono cacciati dalla Palestina 19 secoli fa e che 19 secoli di storia sono fonte di nuovi diritti che non possono essere annullati. In proposito un grande pensatore ebreo, Erich Fromm, ha pronunciato un giudizio al quale non possiamo non associarci: “La pretesa degli Ebrei sulla terra di Israele, quindi, non può essere pretesa politica realistica. Se, improvvisamente, tutti i paesi rivendicassero i territori dove i loro antenati sono vissuti duemila anni or sono, il mondo diventerebbe un manicomio”.

Vediamo allora se vi sono titoli validi più recenti, e in particolare esaminiamo la Dichiarazione Balfour e la risoluzione del 29 novembre 1947 dell’Assemblea dell’ONU sulla spartizione della Palestina. Per quanto riguarda la prima, è ovvio che essa non è che una dichiarazione unilaterale di intenzioni che non poteva creare situazioni giuridiche nuove, tanto più che, nel momento in cui fu fatta, l’Inghilterra non aveva alcun diritto di sovranità sulla Palestina, facente allora parte integrante dell’impero ottomanno e solo militarmente occupata da truppe britanniche. Ma è noto che l’occupazione militare di territori in tempo di guerra non attribuisce alcun diritto di sovranità e tanto meno la libertà di disporne. Ora fu solo con il Trattato di pace di Losanna del 1923 che la Turchia rinunciò ai suoi diritti sovrani su quel territorio. La stessa commissione reale inglese che esaminò il problema nel 1939 concluse che “secondo il parere della Commissione, è tuttavia evidente (…) che il governo di Sua Maestà non era libero di disporre della Palestina senza tener conto della volontà e degli interessi dei suoi abitanti”.

È bensì vero che la Dichiarazione Balfour fu fatta propria dalla Società delle Nazioni e inclusa nel Preambolo del mandato conferito all’Inghilterra sulla Palestina (peraltro in contraddizione con l’art. 22 dello stesso Patto della Società delle Nazioni), ma è chiaro in ogni caso – come ebbe ad affermare allora lo stesso Winston Churchill, che era ministro all’epoca della Dichiarazione – che questa non attribuiva la Palestina agli Ebrei, ma semplicemente stabiliva che una sede nazionale ebraica avrebbe potuto essere creata in Palestina, senza pregiudizio dei diritti dei suoi abitanti. Nulla più di questo può essere pertanto dedotto da quella dichiarazione.

Quanto alla risoluzione dell’ONU, che ha istituito lo Stato di Israele accanto a uno Stato arabo di Palestina, vale innanzi tutto lo stesso argomento che neppure l’ONU aveva la sovranità su quel territorio e che in nessun caso avrebbe potuto disporne violando il principio fondamentale dell’autodeterminazione del popolo. Di questa carenza di potestà l’ONU ebbe certamente coscienza perché respinse la proposta di interpellare in proposito la Corte di giustizia dell’Aia, che pure è un suo organo, con soli 25 voti su 54 (18 favorevoli e 11 astenuti), e respinse la contestazione della propria competenza con appena 21 voti su 54 (20 favorevoli e 13 astenuti).Del resto questa carenza assoluta di potere da parte dell’ONU di disporre delle sorti di un popolo risulta chiara non solo dal fatto che lo statuto non lo prevede, ma anche dalla considerazione che tutto lo spirito che ha presieduto alla creazione dell’ONU era proprio quello di por fine alla diplomazia della prepotenza – di cui Hitler era stato l’incarnazione – che trattava i popoli come oggetti.

Fin dalla prima guerra mondiale il presidente Wilson aveva proclamato alcuni principi fondamentali la cui realizzazione, a base dell’ordine internazionale, doveva costituire lo scopo di guerra degli Stati Uniti, e il dovere degli alleati vittoriosi. Fra questi principi, indicati nei quattordici punti e nelle quattro proposte complementari, uno suonava: “I popoli e le provincie non devono costituire oggetto di mercato e passare di sovranità in sovranità, come se fossero semplici oggetti o semplici pedine di un giuoco, sia pure del grande giuoco, ora screditato per sempre, dell’equilibrio delle forze”.

Esso veniva poi ribadito in maniera ancor più precisa dallo stesso presidente Wilson il 4 luglio 1918 con queste parole: “La sistemazione di ogni questione di territorio, di sovranità economica o politica, deve essere basata sulla libera accettazione da parte dei popoli interessati e non sugli interessi materiali o sul tornaconto di qualsiasi altra nazione o popolo che desideri una sistemazione diversa per imporre la propria influenza o il proprio dominio”.

Se comunque si volesse prendere come base giuridica valida la delibera dell’ONU, si dovrebbe considerare che essa prevedeva la creazione di due stati palestinesi, uno ebraico e uno arabo, e in più la garanzia dei diritti della popolazione araba, il divieto di discriminazioni, ecc., e che le varie parti della risoluzione costituiscono un tutt’uno.

Non credo pertanto che si possa parlare di una legittimità giuridica nascente dalla risoluzione di spartizione: del resto gli stessi israeliani lo hanno riconosciuto parlando del loro Stato come fondato sul diritto della forza. È questa anche la nostra opinione: anche il fatto compiuto crea situazioni nuove da cui nascono nuovi rapporti giuridici. Quando uno Stato esiste da circa trent’anni, riconosciuto dalla quasi universalità degli Stati e membro dell’ONU, non è più possibile contestarne la legittimità, anche se questa legittimità si basa sull’uso della forza. È questa la legittimità di Israele, ma poiché siamo in presenza di un uso della forza continuato, diretto ad allargare il territorio occupato, è forse opportuno vedere se possa attribuirsi eguale legittimità a tutte le diverse tappe dell’occupazione, o, in altre parole, quali debbano considerarsi territori su cui potrebbero esercitarsi i diritti di autodeterminazione del popolo palestinese.

È evidente che all’occupazione di territori effettuata con la forza nella guerra del 1967 non può essere attribuita validità alcuna perché gli altri paesi non l’hanno riconosciuta e il Consiglio di sicurezza dell’ONU l’ha condannata con la famosa risoluzione 242 del 22 novembre 1967. Questa risoluzione è stata approvata anche dagli Stati Uniti, che tuttavia si sono sforzati di introdurvi elementi di ambiguità per favorirne il non-rispetto da parte di Israele. Ben diverso era stato l’atteggiamento del presidente Eisenhower dieci anni prima, quando, dopo l’aggressione israeliana del ’56, aveva obbligato Israele ad evacuare i territori arbitrariamente occupati. “Forse che – aveva detto Eisenhower in quell’occasione – una nazione che attacca e s’impadronisce di territori stranieri, nonostante la disapprovazione delle Nazioni Unite, può pretendere d’imporre essa stessa le condizioni della sua evacuazione? Se dicessimo di sì, temo che avremmo fatto un passo indietro nell’ordine internazionale”. Fu appunto la fermezza di Eisenhower che obbligò Israele a sgombrare il Sinai e la striscia di Gaza. Purtroppo la stessa fermezza non si ripeté dopo la guerra del ’67, ché anzi gli Stati Uniti, pur votando la risoluzione 242, si adoperarono perché non fosse applicata. Il lobby israeliano, cui non mancano mezzi di agire, aveva nel frattempo lavorato molto bene.

L’espansionismo israeliano e i Palestinesi

 

Sono così passati trent’anni dalla risoluzione dell’ONU sulla spartizione della Palestina, e il popolo palestinese, dopo l’ingiustizia di quella prima risoluzione che lo spogliava senza consultarlo di metà del suo territorio, ha subìto quella ancor più pesante di vedersi privato anche del diritto di costituire questo Stato di dimensioni ridotte.

Si obietta spesso, da parte israeliana, che la risoluzione dell’ONU sulla spartizione fu accettata da Israele ma non dagli Stati arabi né dai palestinesi, e che pertanto essa non avrebbe più valore. Ma le cose non stanno veramente così. Quanto ai palestinesi, essi non avevano ancora una propria autonomia giuridica come Stato e non avrebbero potuto esprimere immediatamente una loro volontà, ma avevano il diritto di essere tempestivamente consultati per esprimere questa volontà. Invece non lo furono né prima che la spartizione fosse decisa, né subito dopo. Il territorio che l’ONU aveva assegnato al costituendo Stato arabo di Palestina fu immediatamente invaso da Israele e dagli Stati arabi confinanti che su quel territorio combatterono la prima delle loro guerre, quella del 1948.L’occupazione da parte di Israele di territori che il piano di spartizione assegnava allo Stato arabo aveva avuto già inizio ancor prima della cessazione del mandato e dello sgombero britannico, prima dunque della proclamazione dello Stato di Israele, prima che scoppiasse la guerra del 1948. In quel periodo gli ebrei si impadronirono con la forza di città importanti come Jaffa e Acri lungo la costa e avanzarono verso Gerusalemme, occupando nella zona che il piano riservava all’internazionalizzazione il villaggio di Deir Yassin (9 aprile 1948) dove fu interamente massacrata la popolazione civile: un atto probabilmente premeditato che ebbe influenza determinante nel provocare la fuga della popolazione araba terrorizzata. Poco dopo scoppiò la prima guerra con i paesi arabi, e Israele ne approfittò per impadronirsi con la forza di altri territori compresi nella zona riservata allo Stato arabo, che fu ulteriormente ridotta, ma il possesso definitivo di queste terre non fu mai riconosciuto a Israele dai successivi accordi armistiziali, che definirono la linea di “cessate il fuoco” come una linea puramente militare, senza alcun carattere di frontiera politica fra Stati. Ma anche dopo la firma dell’armistizio (il 24 febbraio 1949 con l’Egitto, il 23 marzo con il Libano, il 3 aprile con la Giordania e il 20 luglio con la Siria), Israele continuò ad avanzare con la forza, in spregio agli impegni assunti con gli accordi stessi ed avallati dall’ONU: il 10 marzo 1949, due settimane dopo la firma dell’armistizio con l’Egitto, truppe israeliane attaccarono la parte meridionale del Negev – territorio egiziano -, si spinsero fino al golfo di Akaba, da cui furono espulsi gli abitanti arabi. Sull’antico villaggio arabo gli israeliani costruirono il porto di Eilath, sebbene l’accordo generale di armistizio stipulasse, al suo articolo IV: “È riconosciuto il principio che nessun vantaggio militare o politico deve essere conseguito durante la tregua ordinata dal Consiglio di Sicurezza”. È particolarmente importante mettere in rilievo l’assoluta illegittimità di questa occupazione, perché l’aggressione israeliana del 1967 fu giustificata soprattutto con la necessità di mantenere aperto lo stretto di Tirian, che dà accesso precisamente al golfo di Akaba e quindi al porto di Eilath: in altre parole l’aggressione, che aveva permesso agli israeliani di insediarsi illegittimamente sul golfo e di costruirvi un porto, diventava motivo di legittimazione per una nuova aggressione e per la conseguente occupazione di Sharm al Sheikh. E come tutti sanno, la guerra del 1967 ha permesso agli israeliani di estendere ulteriormente l’occupazione abusiva di altri territori, che dovrebbero costituire lo Stato palestinese, dove, nonostante le ripetute risoluzioni dell’ONU gli israeliani non solo continuano a rimanere, ma continuano a stabilire nuovi illegittimi insediamenti.

Questa politica di Israele indica chiaramente una volontà espansionistica permanente, in assoluto contrasto sia con la risoluzione del 1947 sia con le successive decisioni dell’ONU: anche se Israele non lo riconosce apertamente, è evidente che non ha rinunciato a costruire a poco a poco uno Stato ebraico dall’Eufrate al Nilo, secondo un progetto sionista di antica data. D’altra parte, finché Israele mantiene il suo proposito di far affluire nel suo territorio l’intera popolazione ebraica del globo, che è parecchie volte più numerosa di quella che attualmente vi abita, è chiaro che questa affluenza presupporrebbe una moltiplicazione del territorio corrispondente alla moltiplicazione della popolazione. Perciò se Israele ha titolo a reclamare frontiere sicure contro le minacce – che sono risultate essere dei semplici bluff propagandistici – di veder ricacciata in mare la popolazione ebraica, tanto maggior diritto a una garanzia delle frontiere hanno i paesi arabi, che hanno subìto tutta una serie di aggressioni e hanno assistito a un’espansione continua di Israele ben al di là delle frontiere originarie stabilite dall’ONU e che vedono tuttora pendere su di loro la minaccia di un’ulteriore espansione.

L’attuale posizione giuridica di Israele

 

Sulla base di queste premesse di fatto, come si presenta ora la questione palestinese? Dal punto di vista del diritto internazionale non possono esistere dubbi: Israele deve sgombrare i territori arbitrariamente occupati nel 1967 e su una parte di essi, cioè sul territorio cisgiordano e sulla striscia di Gaza, deve nascere lo Stato arabo palestinese.

Il primo punto non sembra poter dar luogo a contestazioni serie, essendo esso la conseguenza del principio generale, che è fondamento sia del diritto internazionale sia, in particolare, dello statuto dell’ONU, che non possono essere occupati territori di altri Stati con la forza. In particolare questo principio è stato riaffermato con la risoluzione 242 già richiamata e con una serie numerosa di altre risoluzioni successive.

È noto che Israele ha sempre potuto contare all’ONU sulla protezione degli Stati Uniti, che sono arrivati a mettere il veto su una serie di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che avevano il generale consenso. Ricordiamo la risoluzione del 10 settembre 1972 che condannava Israele per i suoi raids sui campi di rifugiati palestinesi in Libano e Siria; quella dell’8 dicembre 1975 che condannava severamente Israele per i suoi raids sui campi di rifugiati in Libano che avevano fatto numerose vittime innocenti; quella del 26 gennaio 1976 che affermava il diritto inalienabile dei Palestinesi all’autodeterminazione, il diritto dei rifugiati palestinesi al rimpatrio o alle riparazioni, e la necessità di garantire la sovranità di tutti gli stati della regione; quella del 25 marzo 1976 che condannava Israele per le sue attività a Gerusalemme e nei territori occupati, ecc. Quest’atteggiamento degli Stati Uniti, che è in palese contrasto con le dichiarazioni di Ford alla conferenza di Helsinki dove ha proclamato “la devozione profonda del popolo americano e del suo governo ai diritti dell’uomo e alle libertà fondamentali”, è stata spesso criticata da autorevoli personalità americane: il senatore William Fullbright, che fu per molti anni il presidente della Commissione degli affari esteri del Senato, ha detto: “Non siamo obbligati ad appoggiare Israele nella sua ostinazione a occupare terre arabe, compresa la vecchia Gerusalemme e la riva sinistra palestinese … Forse il diritto dei Palestinesi di rientrare nella loro patria, da cui sono stati cacciati, è meno fondamentale del diritto degli ebrei sovietici di stabilirsi in un paese nuovo?”.

Tuttavia, se gli Stati Uniti hanno potuto bloccare con il veto alcune risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, non hanno osato opporre un veto alla risoluzione 242 e ad altre che ordinavano a Israele di sgombrare i territori arbitrariamente occupati, e non hanno potuto bloccare – perché lo statuto non lo consente – le risoluzioni dell’Assemblea che ogni anno hanno rinnovato la condanna di Israele per l’occupazione arbitraria, per gli abusi commessi nei territori occupati, per le violazioni dei diritti dell’uomo a danno degli arabi, ecc. Si obietta talvolta che le risoluzioni dell’Assemblea non hanno valore vincolante, ma si dimentica che questa regola non è applicabile a Israele, perché Israele – unico fra tutti gli Stati – è stato ammesso all’ONU con l’esplicita condizione, da esso accettata, di attenersi alle risoluzioni dell’ONU. Si è trattato di una procedura speciale, usata solo in questo caso, e cioè un’ammissione condizionale e dopo lungo interrogatorio nella Commissione ad hoc sull’atteggiamento di Israele di fronte alle decisioni dell’ONU. In quella sede, il rappresentante di Israele, Abba Eban, dichiarò che se Israele fosse stata ammessa all’ONU, essa avrebbe contribuito ad accrescere la forza morale vincolante delle sue risoluzioni; a differenza degli arabi, aggiunse, Israele “non accetta la teoria (…) che le risoluzioni dell’Assemblea siano opzionali e che si possa sbarazzarsene a volontà”. È opportuno richiamare quest’impegno, la cui assunzione fu condizione di ammissione, proprio nel momento in cui Israele è lo stato che più di ogni altro ha sistematicamente disatteso le risoluzioni dell’ONU.

La situazione giuridica dei Palestinesi

 

Qual è oggi la situazione giuridica dei palestinesi?Dopo la risoluzione del 1947, e dopo la dispersione di larga parte del popolo palestinese a seguito della guerra del ’48, dopo l’occupazione del territorio dell’istituendo Stato da parte di Israele, Giordania ed Egitto, ci vollero molti anni prima che il popolo palestinese potesse darsi una struttura organizzata che gli consentisse di far sentire la sua voce nei consessi internazionali. Ciò è avvenuto solo nel 1964 con la costituzione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), la quale è ormai ufficialmente riconosciuta come legittima rappresentante del popolo palestinese. I momenti più significativi di questo riconoscimento sono stati la conferenza di Rabat e l’invito dell’ONU ad Arafat: nella prima tutti gli Stati arabi, compresi quelli che avevano occupato i territori palestinesi, cioè Giordania ed Egitto, hanno riconosciuto il diritto del popolo palestinese a creare uno Stato indipendente sul territorio palestinese occupato da Israele nel 1967 e hanno riconosciuto all’OLP la legittima rappresentanza del popolo palestinese.

Quanto all’ONU, essa ha proclamato sempre il diritto all’autodeterminazione dei popoli, e lo ha precisato in un testo fondamentale: la risoluzione 1614 (XVI) dell’Assemblea generale del 14 dicembre 1960 sulla concessione dell’indipendenza ai paesi e ai popoli coloniali ha affermato testualmente che “tutti i popoli hanno un diritto inalienabile alla piena libertà, all’esercizio della loro sovranità”, e ha ribadito nelle conclusioni il diritto dei popoli a non sottostare a dominazione alcuna (“Tutti i popoli hanno il diritto di libera determinazione; in virtù di questo diritto essi determinano liberamente il loro statuto politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale”). Nessuno oggi contesta che questo principio sia diventato una norma vincolante di diritto: lo prova del resto il fatto che, attraverso la decolonizzazione, esso ha ormai ricevuto applicazione pressoché universale.

È vero che la delibera 242 del Consiglio di sicurezza non parve tenerne conto perché la formula di compromesso, che si dovette accettare per evitare il veto statunitense, parlava dei palestinesi come di “rifugiati”, ma a questa carenza l’ONU ha posto rimedio con una serie successiva di deliberazioni, fra cui quella dell’Assemblea dell’8 dicembre 1970, che riconoscevano il diritto del popolo palestinese a costituire uno stato indipendente sui territori che Israele deve sgombrare. In questo senso si è pronunciata anche la Comunità Economica Europea, e specificatamente, a più riprese, anche il governo italiano. Il fatto che Israele abbia continuato a rifiutarsi di adempiere ai suoi obblighi e abbia mantenuto l’occupazione arbitraria non modifica la situazione di diritto, anche se mantiene una situazione di fatto totalmente antigiuridica.

L’ONU poi, invitando Arafat a parlare alla tribuna dell’assemblea, e ammettendo un osservatore dell’OLP al Consiglio stesso di sicurezza, ha attribuito all’OLP lo status di rappresentante legittima del popolo palestinese.

La pretesa israeliana di non riconoscere l’OLP, accusandola addirittura di essere soltanto un’organizzazione terroristica, è chiaramente destituita di qualsiasi fondamento giuridico e anche di qualsiasi elemento di fatto. Certo ci fu un tempo in cui le organizzazioni ufficiali palestinesi sostenevano doversi ricacciare in mare gli ebrei e difendevano tutti gli atti di terrorismo ovunque compiuti. Questo tempo è passato. Da anni ormai l’OLP condanna gli atti terroristici compiuti da arabi fuori del territorio di Israele e ha punito essa stessa dei terroristi. Diverso naturalmente è l’atteggiamento per quanto riguarda atti compiuti sul territorio di Israele, cioè sul territorio dello Stato oppressore. Qui si tratta di guerriglia e la guerriglia è l’arma universalmente applicata in questi casi: non solo in Vietnam, in Algeria o nelle colonie portoghesi, per non parlare che dei casi più famosi, ma anche in Italia e negli altri paesi occupati dai nazisti, i popoli si sono difesi ricorrendo alla guerriglia. Comunque gli israeliani sarebbero gli ultimi a poter protestare contro il terrorismo, perché è noto che gli ebrei sono penetrati in Palestina con il terrorismo: la storia della colonizzazione ebraica in Medio Oriente è la storia del terrorismo ebraico contro arabi e inglesi. Le organizzazioni che l’hanno praticato (Hagana, Irgun, e Stern) sono celebrate come eroiche e diversi fra i dirigenti di queste organizzazioni, che avevano compiuto alcune fra le più gravi azioni terroristiche, sono diventati ministri o hanno occupato altre importanti cariche nello Stato. E d’altra parte non sono azioni terroristiche le ingiustificate rappresaglie massicciamente e spietatamente condotte dall’aviazione israeliana contro i campi di rifugiati?

I diritti dei palestinesi non si esauriscono però nel diritto alla creazione di uno Stato che costituisca la patria di questo popolo travagliato. Ci sono altri diritti che riguardano sia i palestinesi che vivono in Israele o in territori occupati da Israele che quelli che vivono in campi di rifugiati o, comunque, fuori dalla Palestina.

Per quanto riguarda i palestinesi che vivono entro i confini internazionalmente riconosciuti di Israele, il diritto principale è quello di essere trattati come cittadini di pieno diritto, senza discriminazioni, di avere scuole arabe con gli stessi diritti delle scuole ebraiche, di veder riconosciuto il diritto all’uso della lingua araba anche in sede ufficiale. In altre parole, come ogni altra minoranza etnica, linguistica o religiosa, gli arabi hanno diritto a vedere rispettata la loro identità nazionale, le loro pratiche religiose nonché l’insegnamento e l’uso della lingua. In uno Stato binazionale non possono sussistere né discriminazioni né privilegi, perché discriminazioni a carico di una parte e privilegi a favore dell’altra significherebbero una manifestazione di razzismo, condannato da tutta la gente civile.

Per quanto riguarda i territori occupati arbitrariamente, vale il principio generale che l’occupante non ha e non può esercitare diritti sovrani, non può alterare le forme di vita locale, insediando altre popolazioni o cacciando i legittimi abitanti, alterando il paesaggio, distruggendo abitazioni, luoghi di culto, ecc. Purtroppo tutto ciò è avvenuto largamente nei territori occupati, donde le ripetute condanne pronunciate dall’UNESCO.

Infine, per quanto riguarda i palestinesi che vivono fuori della Palestina, dev’essere riconosciuto il diritto di ritornare e di riottenere le proprietà confiscate, oppure di avere un adeguato indennizzo: diritto questo che spetta anche ai palestinesi che vivono in Israele e che sono stati espropriati. Ultimo, ma più importante diritto, è il diritto alla vita, che Israele nega con i bombardamenti sistematici sui campi dei profughi, sotto pretesto di esercitare un diritto di rappresaglia che non è ammesso dalle norme internazionali. La pretesa di Israele che i profughi palestinesi siano condannati a rimanere eternamente dei profughi, senza poter recuperare una patria, nasconde forse il proposito di massacrarli lentamente nei campi di rifugiati.

La situazione di fatto

 

Fin qui abbiamo esaminato i principali aspetti giuridici della questione palestinese; ma quale è la situazione di fatto?

Teoricamente dovrebbe tenersi a Ginevra una conferenza della pace cui dovrebbero partecipare tutte le parti interessate, sotto la copresidenza degli Stati Uniti e dell’URSS. In realtà Israele ha sollevato finora una serie di difficoltà pregiudiziali per rimandare la conferenza, nell’attesa della quale non solo continua a occupare i territori che dovrebbe rendere ma vi sviluppa una politica d’insediamento di colonie ebraiche in aperto contrasto con le norme di diritto internazionale e con le decisioni dell’ONU.

Il ritardo nell’avviare serie trattative di pace è stato favorito apertamente da Kissinger, che ha potuto così giocare sulla sua diplomazia dei piccoli passi, svolgendo un ruolo molto ambiguo nel Medio Oriente. In sostanza mi pare fuori di dubbio che la guerra civile in Libano e il successivo intervento siriano in appoggio alle forze cristiane di destra, contro i palestinesi e contro i progressisti libanesi, siano stati concordati con Washington e con Israele. Kissinger ha giocato la carta dell’arabizzazione del conflitto, come in Vietnam aveva giocato quella della vietnamizzazione: ottenere cioè che arabi combattano contro arabi come vietnamiti avevano combattuto contro vietnamiti e come pure in Angola tentò di mobilitare angolani (sia pure rafforzati da mercenari) contro il movimento di liberazione dell’Angola. È probabile che l’evoluzione della situazione abbia agevolato una pace diplomatica fra Israele e gli Stati arabi: se questa tuttavia dovesse realizzarsi ai danni del popolo palestinese, che fosse privato del suo diritto di avere un proprio Stato indipendente, potrebbe risultare una pace precaria e pericolosa.

Mi auguro che i dirigenti arabi, soprattutto egiziani e siriani, e i dirigenti israeliani abbiano sufficiente senso storico per rendersi conto che tutte le soluzioni tentate per fermare il movimento reale della storia (in questo caso il movimento di un popolo verso l’indipendenza) servono solo a protrarre l’inquietudine e, in ultima analisi, a provocare nuove guerre. Mi auguro soprattutto che i governanti di Israele si rendano conto che difficilmente potranno trovare un momento storico più favorevole per una soluzione definitiva che allontani minacce e pericoli. È chiaro che ormai non solo gli Stati arabi, ma lo stesso movimento palestinese sono pronti a riconoscere lo State di Israele, anche se non si può pretendere di farne una pregiudiziale alle trattative: il riconoscimento dovrà essere il risultato della trattativa, insieme però con la rinuncia definitiva di Israele ad ulteriori tentativi di aggressione e di espansione e quindi con la garanzia delle frontiere. E fra queste frontiere devono essere comprese anche quelle dello Stato arabo palestinese, che sarà necessariamente più piccolo di quello previsto dall’ONU nel 1947.

Credo che una soluzione di questa natura è la sola che possa dare finalmente pace e tranquillità al Medio Oriente, e, in particolare, allo Stato di Israele che commetterebbe una follia se scegliesse la strada di una ulteriore tensione, necessariamente destinata ad aggravarsi, che rischierebbe di portarlo alla perdizione. Nessun uomo di buon senso, soprattutto se si è trovato ad aiutare gli ebrei nei momenti delle feroci persecuzioni, può desiderare che Israele rischi di essere distrutto da una guerra futura, ma nessun uomo di buon senso può pensare che i milioni di ebrei assassinati dai nazisti siano morti perché i loro correligionari si facessero a loro volta promotori dell’oppressione e della persecuzione di un altro popolo. Il modo migliore di onorare le vittime del nazismo è di lottare perché non ci siano più popoli eletti e popoli inferiori.




La legge sullo Stato-Nazione ebraico: perché Israele non è mai stato una democrazia

Ramzy Baroud

23 luglio 2018, Ma’an News

Il capo della coalizione “Lista Araba Unitaria” [tra partiti arabo-israeliani, ndtr.] alla Knesset (parlamento) israeliana, Aymen Odeh, ha descritto l’approvazione della razzista “Legge sullo Stato-Nazione ebraico” come “la morte della nostra democrazia.”

Veramente Odeh crede che, prima di questa legge, lui abbia vissuto in una vera democrazia? Settant’anni di supremazia degli ebrei israeliani, genocidio, pulizia etnica, guerre, assedi, incarcerazioni di massa, numerose leggi discriminatorie, tutte cose volte alla vera e propria distruzione del popolo palestinese avrebbero dovuto fornire prove sufficienti, per cominciare, che Israele non è mai stato una democrazia.

La legge per lo Stato-Nazione ebraico non è altro che la ciliegina sulla torta. Ciò fornisce semplicemente gli argomenti di cui avevano bisogno per illustrare meglio il punto a quanti sostengono da sempre che il tentativo di Israele di tenere insieme la democrazia con la superiorità etnica era razzismo travestito da democrazia.

Ora non ci sono più scuse per sfuggire all’obbligo morale. Quelli che insistono nell’appoggiare Israele devono sapere che stanno sostenendo un vero e proprio regime di apartheid.

La nuova legge, approvata dopo qualche polemica il 19 gennaio, ha separato Israele da qualunque pretesa, per quanto falsa, di essere uno Stato democratico.

Di fatto nel suo testo la legge non menziona neanche una volta la parola “democrazia”. Invece sono numerosi e predominanti i riferimenti all’identità ebraica dello Stato, con la chiara esclusione del popolo palestinese dai propri diritti nella sua patria storica:

– “Lo Stato di Israele è lo Stato-Nazione del popolo ebraico…

– “La realizzazione del diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è unicamente del popolo ebraico.”

– “Lo Stato si impegnerà a garantire la sicurezza dei figli del popolo ebraico…”

– “Lo Stato agirà per preservare l’eredità culturale, storica e religiosa del popolo ebraico nella diaspora ebraica,” e via di seguito.

Ma più pericoloso di tutti è l’articolo secondo cui “lo Stato vede l’insediamento ebraico come un valore nazionale e si impegnerà a incoraggiare e promuovere la sua realizzazione e il suo sviluppo.”

È vero, le colonie ebraiche illegali già punteggiano la terra palestinese in Cisgiordania e a Gerusalemme, e all’interno stesso di Israele già esiste una segregazione di fatto. Infatti la segregazione in Israele è così profonda e radicata che negli ospedali israeliani persino i reparti maternità tengono separate le madri in base alla razza.

Tuttavia la formulazione di cui sopra accelererà ulteriormente la segregazione e consoliderà l’apartheid, rendendo il danno non solo intellettuale e politico, ma anche fisico.

Il “Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele Adalah” nella sua “Banca dati delle Leggi discriminatorie” ha documentato un elenco di oltre 65 leggi israeliane che “discriminano direttamente o indirettamente i cittadini palestinesi di Israele e/o palestinesi residenti nei Territori Palestinesi Occupati, (TPO) sulla base dell’appartenenza nazionale.”

Secondo “Adalah”, “queste leggi limitano i diritti dei palestinesi in ogni ambito della vita, dai diritti di cittadinanza al diritto di partecipazione politica, ai diritti sulla terra e abitativi, ai diritti all’istruzione, culturali e nell’uso della lingua, ai diritti religiosi e ai diritti ad un equo processo durante la detenzione.

Mentre sarebbe corretto sostenere che la legge sullo Stato-Nazione rappresenta l’ufficializzazione dell’apartheid in Israele, questa constatazione non deve ignorare la precedente situazione su cui Israele è stato fondato 70 anni fa.

L’apartheid non consiste in una singola legge, ma in un lento, doloroso accumulo di un intricato regime giuridico che è motivato dalla convinzione che un gruppo razziale sia superiore a tutti gli altri.

Non solo la nuova legge eleva l’identità ebraica di Israele ed elimina ogni impegno nei confronti della democrazia, degrada anche lo status di tutti gli altri. Gli arabo-palestinesi, i nativi della terra della Palestina storica su cui Israele è stato fondato, non figurano affatto in modo significativo nella nuova legge. C’è un solo articolo relativo alla lingua araba, ma semplicemente per ridurlo da lingua ufficiale a lingua “specifica”.

La decisione israeliana di astenersi dal redigere una costituzione scritta quando è stato fondato nel 1948 non era casuale. Da allora ha seguito un modello prevedibile in cui ha modificato la situazione sul terreno a favore degli ebrei a spese degli arabo-palestinesi.

Invece di una costituzione, Israele ha fatto ricorso a quelle che ha definito “Leggi Fondamentali”, che hanno consentito la costante formulazione di nuove leggi guidate dall’impegno dello ‘Stato ebraico’ per la supremazia razziale piuttosto che per la democrazia, le leggi internazionali, i diritti umani od ogni altro valore etico.

La legge per lo Stato-Nazione ebraico è in sé una “Legge Fondamentale”. E con questa legge Israele ha fatto cadere l’insensata pretesa di essere ebraico e democratico. Questo compito impossibile è stato spesso lasciato alla Corte Suprema che ha tentato, inutilmente, di raggiungere un qualche equilibrio convincente.

Questa nuova situazione dovrebbe, una volta per tutte, porre fine all’annoso dibattito sulla presunta unicità del sistema politico israeliano.

E dato che Israele ha scelto la supremazia razziale su qualunque pretesa, per quanto flebile, di essere una vera democrazia, anche i Paesi occidentali che hanno spesso difeso Israele devono fare la scelta se desiderano appoggiare un regime di apartheid o combatterlo.

La dichiarazione iniziale della commissaria agli Affari Esteri dell’UE, Federica Mogherini, è stata banale e debole. “Siamo preoccupati, abbiamo espresso questa preoccupazione e continueremo ad impegnarci con le autorità israeliane in questo contesto,” ha detto, rinnovando il suo impegno per una ‘soluzione dei due Stati’.

Questa non è proprio la dichiarazione adeguata in risposta a un Paese che ha appena annunciato la propria adesione al club dell’apartheid.

L’Ue deve porre fine al suo insulso discorso politico e sganciarsi dall’Israele dell’apartheid, o deve accettare le conseguenze morali, etiche e giuridiche del fatto di essere complice dei crimini israeliani contro i palestinesi.

Israele ha fatto la sua scelta ed è, inequivocabilmente, quella sbagliata. Ora anche il resto del mondo deve fare la sua, sperabilmente quella corretta: stare dalla parte giusta della storia – contro l’apartheid ebraico israeliano e per i diritti dei palestinesi.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 

 




‘Per molti giovani ebrei americani l’asse Trump-Bibi [Netanyahu] è il nemico’

Edo Konrad

2 Luglio 2018, +972

Bradley Burston ribadisce che le sue opinioni su Israele non sono cambiate da quando si è trasferito qui negli anni ’70. È Israele che è cambiato. ‘Mi piacerebbe avere due Stati. Ma centinaia di migliaia di israeliani hanno detto ‘non puoi averli’, e loro governano il Paese’, dice in un’ intervista ad ampio raggio su Israele, sulla Nakba e sulle trasformazioni nella comunità ebraica americana.

Tra gli ebrei americani ci sono sempre state correnti di dissenso a proposito di Israele. Dopotutto, sono stati gli ebrei americani progressisti, radicalizzati dalla nuova sinistra degli anni ’60, che sono diventati l’avanguardia della sinistra ebraica americana, che chiedeva che il governo di Israele tenesse colloqui con l’OLP, decenni prima che questo divenisse la politica israeliana. Sono stati gli ebrei americani che, dieci anni dopo aver manifestato contro la guerra in Vietnam, hanno incominciato a protestare di fronte alle ambasciate e ai consolati israeliani durante la prima guerra del Libano.

Decenni dopo, stiamo sentendo parlare spesso dei mutati rapporti tra gli ebrei americani ed Israele, sia da parte di chi si sente deluso, tradito dalle storie e mitologie diffuse dalle proprie stesse comunità, sia da parte di chi semplicemente si allontana del tutto dallo Stato ebraico.

Ciò di cui sentiamo parlare molto meno sono gli ebrei americani progressisti che hanno scelto di vivere in Israele. Cosa provano oggi riguardo a Israele gli americani con cittadinanza israeliana, soprattutto quegli influenti intellettuali che hanno contribuito ad informare molta gente sui cambiamenti che ribollono tra i loro parenti rimasti negli USA?

Per Bradley Burston, far sentire la propria voce ebraica americana è diventata una specie di missione – anche quando nessuno la ascoltava veramente. Burston è diventato una delle voci più importanti del sionismo progressista (lui rifiuta questo termine, definendosi “qualcosa di più di un personaggio-etichetta”), attraverso la sua rubrica su Haaretz, “Un posto speciale all’inferno”. Molto prima che ‘SeNonOra, Voci ebraiche per la pace’, J Street e Peter Beinart [giornalista liberal americano, ndtr.] sollevassero il coperchio di una crisi latente tra gli ebrei americani e Israele, i suoi scritti sono stati un rifugio per chi si sentiva preso in mezzo tra i propri valori e Israele.

Più la dittatura militare sui palestinesi si consolidava, più le rubriche di Burston diventavano taglienti, mettendo in guardia gli israeliani – ed i loro paladini ebrei americani – sulle sue tragiche conseguenze. Perciò è piuttosto incredibile sentire Burston dichiarare che le sue opinioni riguardo a Israele non sono cambiate dal 1971. Dopotutto, soprattutto per la sua indignazione, il suo nome è diventato sinonimo di una tendenza di sionismo liberale che ha lottato per continuare ad essere significativo nell’era Natanyahu – che crede nella soluzione di due Stati, in uno Stato ebraico che rispetti e dia importanza alle sue minoranze, e in un sano rapporto con il resto del mondo.

Nonostante le sconfitte politiche e le speranze svanite per i due Stati, Burston crede comunque che, in fondo, la maggioranza degli ebrei americani sia d’accordo con quell’ipotesi.

La maggioranza degli ebrei americani vuole vedere una democrazia qui, e sono terribilmente a disagio per come stanno andando le cose”, dice l’originario di Los Angeles, mentre siamo seduti per un’intervista a Giaffa, dove vive. “Sono preoccupati per la questione dei richiedenti asilo e per il rapporto tra Israele e la comunità ebraica americana. Per molti giovani ebrei americani, se non per la maggioranza, l’asse Trump-Bibi è davvero il loro nemico.”

Eppure, sulla questione palestinese, Burston crede che la maggior parte degli ebrei americani abbia ancora una strada da percorrere. E’ un processo lento, dice, ma è solo questione di tempo. “(Gli ebrei americani) hanno subito il lavaggio del cervello in modo da credere che gli israeliani sappiano qual è la cosa migliore. Ma è solo una questione di tempo. Se Netanyahu si aliena gli ebrei americani su una questione dopo l’altra, le cose cambieranno. Io spero che stiamo andando verso una situazione migliore – più sostenibile.”

Questo Paese è enormemente cambiato da quando ci sono arrivato a metà degli anni ‘70”, dice, lisciandosi la barba sale e pepe, come usa fare quando è immerso nei pensieri. “Eppure credo ancora in ciò in cui ho sempre creduto: che la soluzione migliore al conflitto israelo-palestinese sia quella dei due Stati, uno accanto all’altro. Il problema è che non penso sia più possibile.”

Come sei arrivato a renderti conto che non ci sarà una soluzione dei due Stati?

Mi piacerebbe che ci fossero due Stati. Ma centinaia di migliaia di israeliani hanno detto ‘non può essere’, e loro governano il Paese. Quando Netanyahu vinse le elezioni nel 2015 dopo una campagna razzista – è stato allora che ho capito che era finita. Ma non sarà per sempre.”

L’idea di uno Stato ebraico e democratico è sostenibile nel lungo termine?

Credo che ci possa essere una confederazione che renda possibile uno Stato ebraico e democratico. Non voglio buttare il bambino con l’acqua sporca, ma ritengo che ci sia qualcosa di positivo nella cultura ebraica e nel suo rinnovamento.

Bisogna ricordare che sta accadendo qualcosa agli ebrei in Israele – che vengano a viverci o no –  che è estremamente potente. Non si tratta dell’acqua sporca. L’acqua sporca è fascismo, è il dominio su un altro popolo. Per Netanyahu l’acqua sporca è l’essenza di questo Paese.”

Hai scritto che l’ideologia dominante del Paese è diventata simile al razzismo. Ti identifichi ancora come sionista?

Non sono sicuro di averlo mai fatto. Non ho alcun problema rispetto all’esistenza di uno Stato ebraico. Ho problemi con uno Stato ebraico oppressivo. Ho problemi con uno Stato ebraico che sopprime i propri tratti democratici. Ho problemi con uno Stato ebraico che è esclusivamente per ebrei di ogni genere. Se sionismo equivale al sostegno alle colonie o all’espulsione dei richiedenti asilo, diventa estremamente facile per me rispondere alla domanda. Se ciò è quello che [il sionismo] è, allora non sono sionista.”

Gli ebrei americani sono più che mai propensi a parlare della Nakba e dell’espulsione dei palestinesi. Come si possono conciliare idee progressiste come l’uguaglianza con la storia di come è stato fondato questo Paese?

La verità è che si tratta di un’incredibile confusione. Benny Morris ha condotto un immane studio su ciò che accadde nel 1948 e ciò che si capisce leggendolo è che ci furono circostanze di vera nobiltà e circostanze di tremende atrocità. Improvvisamente la gente ha avuto l’opportunità di essere sé stessa ed in molti casi questo ha portato ad un risultato terribile, in altri casi no.

È la tempesta perfetta. Gli ebrei erano legittimamente preoccupati di essere nuovamente sterminati. Se sono convinto che tutti stanno cercando di uccidermi, divento tremendo nei loro confronti. Ci sono abbastanza persone propense a dire che vogliono uccidere gli ebrei e che noi non abbiamo il diritto di stare qui, da fornire agli israeliani la giustificazione per usare modi terribili verso di loro.”

Questa mentalità è rimasta tale dal 1948?

Sì, e questo spiega perché oggi agli israeliani non importa nulla dei palestinesi uccisi al confine con Gaza. È stata l’idea geniale di tagliare ogni contatto tra israeliani e palestinesi, perché se davvero vuoi che la gente detesti e tema il campo avverso, allora devi assicurarti che non vi siano contatti. Ora noi non vediamo mai l’altra parte. Se io penso che l’altra parte mi vuole morto, farò cose terribili.

Nel bene o nel male, molti degli ebrei che sono venuti qui lo hanno fatto perché credevano profondamente in questo posto, di appartenere a questo posto, anche se non lo avevano mai visto. Proprio come i palestinesi che conservano le loro chiavi, che sono anch’essi di qui. L’ebreo estone che non poteva essere apertamente ebreo nell’Unione Sovietica – era di qui. Era disposto ad andare in prigione per vivere qui.”

Ma perché questo dovrebbe importare al palestinese che conserva la sua chiave?

L’unica cosa che non possiamo fare è rimuovere ingiustamente la portata del coinvolgimento totale ed emotivo di entrambe le parti rispetto a questo luogo. È il loro luogo, per entrambe le parti. E questo è il problema. Deve esserci qualche ragione per cui questo è il luogo più terribile del mondo eppure ha presa su di noi. In parte è una sorta di lavaggio del cervello che fa parte della cultura israeliana, ma non si tratta solo di questo. C’è qualche elemento mistico qui, a cui la popolazione è indissolubilmente legata. Il governo non può rovinare tutto.”

* * *

Alcune settimane dopo la nostra prima intervista, in un solo giorno i cecchini israeliani sul confine di Gaza hanno ucciso oltre 60 manifestanti che chiedevano il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi, e ne hanno feriti altri mille. Sono tornato ed ho chiesto a Burston se la carneficina avesse cambiato qualcosa per lui.

Non so come conviviamo con noi stessi, sapendo quello che sta accadendo a persone che sono praticamente vicine di casa. Non sto parlando in particolare dei morti e feriti nelle proteste della ‘Marcia del Ritorno’. Sto parlando di anni e anni che le hanno precedute. L’assedio di Gaza è stato ed è un terribile errore, il peggior errore che Israele ha fatto negli ultimi 12 anni, non solo in termini morali, ma anche tattici e strategici, per il futuro di Israele e dei palestinesi. Il governo lo sa.

Ma il governo ha troppa paura per fare qualcosa in proposito. L’esercito fa continue pressioni su Netanyahu per promuovere gli aiuti umanitari e lavorare con la cooperazione internazionale per ricostruire le infrastrutture essenziali che abbiamo bombardato fino a distruggerle, impianti energetici, impianti di depurazione, il sistema di acqua potabile. Ma Netanyahu ha troppa paura. È troppo occupato a guardarsi le spalle e a cercare di dimostrare che ha più testosterone di Bennett [ministro dell’Educazione e leader del partito di estrema destra dei coloni, ndtr.], il quale cerca di dimostrare la stessa cosa riguardo alla propria virilità rispetto a Lieberman [ministro della Difesa e leader di un altro partito di estrema destra nazionalista “Israele Casa Nostra”, ndtr.].”

C’è un’altra cosa per cui mi dispero. Per alcuni leader della destra israeliana un alto numero di vittime palestinesi può in realtà essere considerato come una risorsa politica. Un sondaggio condotto dopo il massacro delle prime marce ha mostrato che il 100% degli intervistati che ha votato per il partito ‘Ysrael Beiteinu’ [‘Israele casa nostra’, ndtr.] del ministro della Difesa Lieberman approvava le azioni dell’esercito. Il cento per cento.”

* * *

Non pensi mai di tornare in America?

C’è stato un periodo durante la seconda Intifada in cui eravamo terrorizzati per la nostra personale incolumità o di lasciare che nostra figlia prendesse l’autobus a Gerusalemme. Ma penso che ci sia qualcosa che ci trattiene qui. Chiunque sia qui e sia un progressista deve essere un rivoluzionario completamente matto, perché altrimenti come potrebbe sopportarlo?”

Eppure la sensazione è che le cose stiano andando peggio.

Io spero ancora in qualcosa di meglio. Quando sono venuto in Israele ho detto ‘ci vado per un anno e poi vedo che cosa succede’.”

E hai continuato a dirlo da allora.

Esattamente. Ogni anno, più o meno ad ottobre, dico ‘E va bene, gli concedo ancora un anno’, ed eccomi qui.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Uno o due stati, Israele ha il potere di manipolare il compromesso palestinese

Ramona Wadi

12 luglio 2018, middleeastmonitor.com

In seguito alla dichiarazione del 2016 del Quartetto sul Medio Oriente che ha reso obsoleto il compromesso dei due stati, la comunità internazionale, compresi i rappresentanti del Quartetto, non è riuscita a trovare altre strategie. La diplomazia internazionale ha deciso di estendere la farsa del far vedere di star lavorando per l’impossibile.

Ci sono altre narrazioni che contribuiscono a questa illusione. Da un lato, l’Autorità Nazionale Palestinese ha ripetutamente sollecitato l’attuazione del paradigma dei due stati, mettendo la leadership in linea con gli obiettivi internazionali e, contemporaneamente, in contrasto con le aspirazioni palestinesi. Nel frattempo, Israele è diventato irremovibile nel suo rifiuto di consentire lo scenario dei due stati.

Nel giro di pochi giorni, il ministro della Scienza e della Tecnologia Ofir Akunis, così come il sindaco di Gerusalemme Nir Barkat, hanno confermato il loro rifiuto a prendere in considerazione l’opzione dei due stati. Come riporta Israel National News, Akunis ha sottolineato: “Durante l’era Obama e Kerry ho detto che non ci sarebbe stata una soluzione a due stati e ho orientato in tal senso l’opinione pubblica in Israele, negli Stati Uniti e in Europa”. Ha affermato che i sostenitori dei due stati cercherebbero di “distruggere l’esistenza di Israele” attraverso “l’istituzione di uno Stato palestinese terrorista “.

In un’intervista con la BBC, Barkat ha respinto l’idea dei due stati e ha proposto un sistema in cui ai palestinesi sarebbe concessa parziale autonomia, mentre Israele sarebbe rimasto “saldamente responsabile della sicurezza e della difesa”. Israele, ha aggiunto, è “l’unica democrazia – una vera democrazia in Medio Oriente.

Una parte di questa equazione viene costantemente omessa. Sia che la comunità internazionale, Israele e l’ANP parlino di uno o di due stati, il risultato finale è comunque un sistema oppressivo per i palestinesi. Questo perché la sola narrativa e il solo risultato che venga preso seriamente in considerazione è la sopravvivenza di Israele come entità coloniale. Attualmente, vi è una discrepanza per cui la soluzione dei due stati è ancora oggetto di discussione da parte della comunità internazionale, con solo l’ANP ad essere veramente interessato ad una soluzione, mentre Israele sta apertamente rifiutandola per creare prospettive di maggiore espansione coloniale.

C’è dell’ironia nel fatto che mentre Israele sta rafforzando la sua netta opposizione alla possibilità di due stati, la leadership palestinese propenda in tal senso. La persistente richiesta di negoziati da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese per creare uno stato frammentato sul territorio, del tutto privo di contiguità, ostruisce la strada all’emergere delle crescenti richieste palestinesi di uno stato decolonizzato. Quindi, la narrazione prevalente di un solo stato è quella del “Grande Israele”, e intanto l’ANP si mette contro alle richieste di decolonizzazione della gente. Sostiene anche una situazione per cui i Paesi che appoggiano la Palestina non hanno altra opzione diplomatica che sostenere strategie che possono solo contribuire all’eliminazione di ciò che rimane della terra palestinese. Ciò fa anche sì che il sostegno diplomatico internazionale alla Palestina sia sintonizzato solo con l’ANP per quel che riguarda le richieste internazionali, mentre la gente è dimenticata.

Quindi, se il compromesso dei due stati verrà alla fine completamente abbandonato, le uniche narrazioni che la comunità internazionale prenderà in considerazione saranno quelle provenienti da Israele. Dunque, proprio come l’attuale presunta soluzione è progettata per dare a Israele il maggior tempo possibile per implementare la sua espansione, qualsiasi altro paradigma futuro legittimerà semplicemente le ulteriori violazioni che Israele commette nel suo tentativo di colonizzare l’intero territorio che un tempo era la Palestina storica.

(Traduzione di Luciana Galliano)




I bulldozer, i beduini e la pulizia etnica annunciano la morte della soluzione dei due Stati

Peter Oborne

Venerdì 15 giugno 2018, Middle East Eye

Gli abitanti del villaggio beduino di Khan al-Ahmar temono che la loro comunità in Cisgiordania, da tempo minacciata, possa essere demolita entro pochi giorni.

KHAN AL-AHMAR, Cisgiordania occupata – Ci vogliono circa 30 minuti per andare in macchina da Gerusalemme all’ormai condannata comunità beduina di Khan al-Ahmar, situata sull’autostrada per Gerico in Cisgiordania. Ma non c’è un’uscita sull’autostrada. Dobbiamo parcheggiare in una vicina piazzola, scavalcare la barriera metallica, evitare [di essere travolti dal] veloce traffico in arrivo e poi arrampicarci su un ripido pendio per raggiungere il villaggio.

A Khan al-Ahmar abitano 173 persone, molti sono pastori beduini che vivono nella zona da tempi immemorabili. Ma lo Stato di Israele è determinato a demolire il villaggio per fare spazio all’espansione della vicina colonia di Kfar Adumim.

Tre settimane fa, dopo anni di battaglie legali, il governo ha ricevuto dalla Corte Suprema l’autorizzazione a trasferire i beduini. I giudici hanno stabilito che la demolizione può essere effettuata perché i beduini non hanno le licenze edilizie. Ma questa è una mistificazione: i beduini non hanno modo di ottenere i permessi.

Per quanto riguarda i beduini, adesso a loro non resta che attendere l’arrivo dei bulldozer e dell’esercito israeliano che li portino via.

È stato loro assegnato un nuovo luogo per abitare vicino a una discarica a Gerusalemme est. In questa zona urbana, sulla quale non sono stati consultati, non c’è spazio per pascolare le loro greggi e quasi nessuna prospettiva di altri lavori. In realtà i beduini dicono che il luogo che è stato loro proposto per andarvi ad abitare è maleodorante, contaminato, tossico e inadatto perché vi vivano degli esseri umani.

Sono in viaggio con una guida dell’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem. Quando raggiungiamo il villaggio incontriamo Ibrahim Jahalin, un pastore. Sua figlia di 11 anni gioca lì accanto. Che cosa farà, gli domando, quando arriveranno i bulldozer?

Perché mai dovrei andare altrove?”, dice. “Sono nato qui. Loro sono arrivati dopo. Noi non ce ne andremo, qualunque cosa accada. Resteremo qui.”

Continue umiliazioni

Questa minaccia di trasferimento è solo l’ultima di una serie di umiliazioni inflitte dagli israeliani ai beduini palestinesi.

Jahalin appartiene ad una tribù espulsa dal deserto del Negev dall’esercito israeliano negli anni ’50. Si sono spostati dove ora c’è la vicina colonia di Kfar Adumim, ma sono stati espulsi anche di là.

Israele nega ai beduini l’accesso ai servizi pubblici e alle infrastrutture di base, come fa con la maggior parte dei palestinesi che vivono nell’area C della Cisgiordania [più del 60% della Cisgiordania, sotto completo controllo israeliano in base agli accordi di Oslo, ndtr.]. Non hanno accesso alla rete elettrica. Nel 2015 l’amministrazione civile israeliana ha confiscato 12 pannelli solari che erano stati donati ai beduini, anche se poi sono stati restituiti in seguito ad una causa legale.

Non vi è accesso all’autostrada Gerico-Gerusalemme, anche se si trova a circa 100 metri di distanza e mentre parliamo possiamo sentire le automobili che passano.

Ibrahim mi dice: “Ci vogliono dieci minuti per arrivare a Gerico in autostrada. Dato che noi non siamo collegati alla strada, ci impieghiamo mezz’ora.”

Questo isolamento ha conseguenze tragiche. Ibrahim ha perso la sua giovane figlia Aya per un incidente domestico. Attribuisce la responsabilità di ciò ai ritardi nel portarla in ospedale. “È morta, ma poteva essere salvata”, dice.

Io e Ibrahim chiacchieriamo nel cortile della vicina scuola, ascoltando i bambini che cantano nell’aula. E’ previsto che anche questo sito – che ospita oltre 150 alunni, molti dei quali delle comunità vicine – venga demolito.

Parlo a Ibrahim della crescente collera in Gran Bretagna e in Occidente riguardo ai piani di demolizione del suo villaggio. Boris Johnson, il ministro degli Esteri britannico, è “profondamente preoccupato”, e 100 deputati hanno scritto all’ambasciatore israeliano avvertendo che la demolizione potrebbe violare il diritto umanitario internazionale.

Ma i beduini sono comprensibilmente scettici riguardo a quest’ultima manifestazione di preoccupazione da parte dell’Occidente. Tutti sono troppo abituati alle dichiarazioni di sostegno dell’Occidente che non contano niente. Il libro dei visitatori del villaggio suona come un appello di persone importanti. Alistair Burt, sottosegretario agli Esteri per il Medio Oriente, il suo predecessore Tobias Ellwood, Ed Milliband, ex capo del partito Laburista, Valerie Amos, sottosegretaria delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari e coordinatrice degli aiuti di emergenza, Martin Shulz, ex capo del partito socialdemocratico tedesco, Emily Thornberry, ministra ombra degli Esteri [del partito Laburista, ndt.], William Hague, ex ministro degli Esteri, sono tra i 60 nomi presenti nel libro. Sono stati tenuti incontri all’ONU, al Parlamento britannico, al Parlamento europeo, in Svezia, in Norvegia. Tutto ciò non ha prodotto alcun effetto su Israele.

Se Israele procede con la demolizione, allora sarà un momento importante nella storia dell’occupazione della Cisgiordania. Nei decenni scorsi Israele ha condotto una politica che, in gran parte, ha evitato il trasferimento forzato della popolazione.

Le autorità hanno invece creato condizioni terribili per i palestinesi, nella speranza che alla fine se ne andassero di propria spontanea volontà. Adesso stanno optando per la deportazione: di fatto la sostituzione di un gruppo etnico con un altro attraverso la violenza.

Questa è pulizia etnica.

Con le parole di B’Tselem: “Questa non è una volgare o insignificante violazione del diritto umanitario internazionale, ma una violazione che costituisce un crimine di guerra.”

Cambio di passo’ nell’occupazione

Dopo la nostra visita a Khan al-Ahmar siamo ritornati sulla strada e siamo saliti alla vicina colonia di Kfar Adumim. Abbiamo costeggiato piccoli negozi, uno studio fotografico ed una scuola elementare. In plateale contrasto con il nostro viaggio al villaggio beduino, l’accesso è facile lungo strade asfaltate. I coloni vivono in confortevoli case distanziate tra loro, con vista spettacolare su un panorama dalle reminiscenze bibliche.

Parcheggiamo in cima alla collina e guardiamo giù verso il villaggio beduino. Mi sono chiesto: che cosa vedono i coloni quando guardano i beduini laggiù? Dei criminali? Dei terroristi? Una specie subumana di cui si può disporre a proprio piacimento?

Ibrahim mi ha parlato di quando alcuni coloni di Kfar Adumim si sono schierati con lui. Sono scesi nella notte a dormire nel suo accampamento in modo da poter essere d’aiuto se arrivavano i bulldozer. Un’ombra di umanità. Ma sono stati i coloni di Kfar Adumim a inviare la petizione per chiedere la distruzione della scuola del villaggio.

Ibrahim mi ha detto: “Temo che accadrà in questo fine settimana, quando c’è la festa per la fine del Ramadan.”

Sembra inevitabile che questa comunità verrà cacciata e diventerà un’altra vittima dell’occupazione. E che sarà un altro passo da gigante verso la creazione di un blocco di colonie urbane che separerà la parte sud e quella nord della Cisgiordania.

Significherà anche un cambio di passo nell’occupazione, in quanto Israele è orientato ad una politica di trasferimento forzato di altre comunità. E la soluzione dei due Stati apparirà sempre più come un sogno infranto.

Peter Oborne nel 2017 ha vinto il premio come miglior commentarista/blogger e nel 2016 è stato nominato giornalista freelance dell’anno del premio per i media online per gli articoli che ha scritto per Middle East Eye. E’ stato anche premiato come editorialista della stampa britannica dell’anno 2013. Nel 2015 si è dimesso da capo editorialista politico del Daily Telegraph. I suoi libri includono: ‘The triumph of the political class’ [Il trionfo della classe politica], ‘The rise of political lying’ [La nascita delle menzogne in politica], ‘Why the West in wrong about nuclear Iran’ [Perché l’Occidente si sbaglia sul nucleare iraniano].

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non rispecchiano necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




I dati presentati dall’esercito mostrano che in Israele, Cisgiordania e Gaza vivono più arabi che ebrei

Yotam Berger

26 marzo 2018, Haaretz

Ai parlamentari sono stati presentati numeri che mostrano che 5 milioni di palestinesi vivono a Gaza e in Cisgiordania, 1.8 milioni di arabi vivono in Israele e centinaia di migliaia a Gerusalemme Est. 6.5 milioni di ebrei vivono in Israele.

Lunedì, durante un dibattito alla Knesset, l’esercito israeliano ha presentato alcuni dati che mostrano come siano più arabi che ebrei a vivere tra il Mediterraneo e il fiume Giordano.

Secondo il vice-comandante dell’Amministrazione Civile [l’organismo militare israeliano che governa i territori palestinesi occupati, ndt.], colonnello Haim Mendes, cinque milioni di palestinesi vivono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Questo numero non include le centinaia di migliaia di palestinesi che vivono a Gerusalemme Est, o l’1.8 milioni di arabi israeliani. Secondo l’Ufficio Centrale di Statistica israeliano, a settembre 2017 erano 6.5 milioni gli ebrei che vivono in Israele.

I dati presentati da Mendes durante la sessione della commissione Difesa e Affari Esteri della Knesset si basano su statistiche redatte dall’Ufficio palestinese di statistica. In passato l’affidabilità dei dati è stata messa in dubbio, e i servizi di sicurezza israeliani spesso evitano di farvi affidamento.

I parlamentari di destra che hanno presenziato alla sessione affermano che i dati sono falsi e dicono che Mendes non ha presentato una documentazione a supporto. Il comitato ha dunque chiesto all’Amministrazione Civile di produrre tale documentazione.

I dati presentati da Mendes mostrano un significativo incremento nel numero di palestinesi che vivono tra il Mediterraneo e il fiume Giordano. Nel maggio 2012, un documento ufficiale redatto dall’Amministrazione Civile ha affermato che 2.7 milioni di palestinesi vivevano in Cisgiordania – un incremento del 29% rispetto al 2000.

Il parlamentare Moti Yogev (Habayit Hayehudi [partito di estrema destra dei coloni, ndt.]), che sta a capo della sottocommissione per la Giudea e la Samaria [definizione israeliana della Cisgiordania, ndt.], durante la discussione ha affermato che Mendes ha gonfiato i numeri, poiché, secondo Yogev, nel 2017 “sono state rilevate circa 80.000 nuove nascite e 8.000 decessi – un’aspettativa di vita che non esiste in nessun’altra parte del mondo”.

Le divergenze sull’argomento riflettono una disputa accesa sul numero dei palestinesi che vivono nei territori [palestinesi occupati, ndt.]. Un centro di ricerca noto come “American-Israel Demographic Research Group” [Gruppo Israelo-Americano di Ricerca Demografica] ha provato in passato a dimostrare che i palestinesi sono riusciti ad aggiungere, grazie a una significativa falsificazione dei dati, circa 1 milione di persone in più rispetto al loro numero del 2012. Secondo loro, quell’anno viveva in Cisgiordania 1.5 milione di palestinesi, un numero nettamente inferiore a quello presentato dall’Amministrazione Civile.

Anche se le affermazioni del gruppo non sono supportate dagli esperti in demografia né in Israele né all’estero, erano molto diffuse ed accettate tra i portavoce e i politici della destra. Secondo loro, il tempo e la demografia volgono in favore di Israele piuttosto che dei palestinesi, e concludono che, se il numero dei palestinesi in Cisgiordania è relativamente basso e la minaccia demografica non esiste, non c’è bisogno di intraprendere negoziati riguardo alla fondazione di uno Stato palestinese, ed è giunto il momento di discutere come annettere i territori e gli abitanti.

Il parlamentare Ayman Odeh, capo della Joint List [Lista Unita, la coalizione dei vari partiti arabo israeliani che si sono presentati insieme alle ultime elezioni, ndt.], ha ha risposto twittando che “tra il fiume Giordano e il Mediterraneo c’è un numero eguale di palestinesi ed ebrei, e non c’è nulla di nuovo in questo. Ecco perché il bivio a cui ci troviamo è chiaro: due Stati in base al 1967 [cioè ai confini precedenti la guerra dei Sei Giorni e l’occupazione militare israeliana, ndt.], oppure uno Stato che sia di apartheid, o ancora uno Stato democratico in cui tutti abbiano il diritto al voto. Non ci sono altre opzioni, e almeno questa semplice verità deve essere sottolineata chiaramente”.

(Traduzione di Veronica Garbarini)

 




Le ferite autoinflitte di Israele

Nota redazionale: l’articolo che segue non riflette per niente le opinioni della redazione di Zeitun. A nostro parere alcune affermazioni sono palesemente contrarie alla situazione in Palestina e distorcono la realtà sul terreno e il carattere storico del sionismo e dello Stato di Israele. Riteniamo tuttavia interessante proporlo ai lettori del sito in quanto ci pare estremamente significativo che persino uno dei massimi rappresentanti dell’ebraismo mondiale, esplicitamente schierato sempre e comunque con Israele (come lui stesso sostiene in questo testo) prenda una posizione critica nei confronti delle politiche messe in atto dall’attuale governo israeliano e dalla sua strategia annessionista.

RONALD S. LAUDER

18 marzo 2018,The New York Times

Mentre lo Stato di Israele si avvicina al suo settantesimo anniversario, sono molto orgoglioso quando vedo il vulnerabile Stato ebraico della mia infanzia trasformato nella nazione prospera e forte che è oggi.

In quanto presidente del Congresso Mondiale Ebraico, credo che Israele sia fondamentale per ogni identità ebraica e lo sento come mia seconda patria. Eppure oggi temo per il futuro della nazione che amo.

È vero, l’esercito israeliano è più forte di qualunque altro esercito del Medio Oriente. E sì, la capacità economica di Israele è nota in tutto il mondo: in Cina, in India e nella Silicon Valley sono celebrate la tecnologia, l’innovazione e l’intraprendenza israeliane.

Ma lo Stato ebraico democratico affronta due gravi minacce che credo potrebbero mettere in pericolo la sua stessa esistenza.

La prima è la possibile fine della soluzione dei due Stati. Sono un conservatore ed un repubblicano ed ho appoggiato il partito Likud fin dagli anni ’80. Ma la realtà è che 13 milioni di persone vivono tra il fiume Giordano ed il mar Mediterraneo. E circa la metà di esse sono palestinesi.

Se l’attuale tendenza continua, Israele dovrà affrontare una scelta drastica: concedere ai palestinesi pieni diritti e smettere di essere uno Stato ebraico o abrogare i loro diritti e smettere di essere una democrazia.

Per evitare questi risultati inaccettabili, l’unico cammino è la soluzione dei due Stati. Il presidente Trump e i suoi consiglieri sono assolutamente impegnati per una pace in Medio Oriente. Gli Stati arabi, come Egitto, Giordania, Arabia saudita ed Emirati Arabi Uniti sono ora più vicini ad Israele di quanto non lo siano mai stati, e, contrariamente a informazioni dei media, importanti dirigenti palestinesi sono pronti, mi hanno personalmente detto, a iniziare immediatamente negoziati diretti.

Ma alcuni israeliani e palestinesi stanno propugnando iniziative che minacciano di far fallire questa opportunità.

Gli incitamenti [alla violenza] e l’intransigenza dei palestinesi sono distruttivi. Ma lo sono anche i progetti di annessione, sostenuti dalla destra [israeliana] e la diffusa costruzione di colonie ebraiche oltre la linea di separazione [precedente alla guerra del 1967, ndt.]. Negli ultimi anni le colonie in Cisgiordania su terre che molto probabilmente in qualunque accordo di pace saranno parte dello Stato palestinese hanno continuato a crescere e ad estendersi. Queste ottuse politiche israeliane stanno creando una situazione irreversibile di Stato unico.

La seconda duplice minaccia è la capitolazione di Israele agli estremisti religiosi e la crescente disaffezione della diaspora ebraica. Molti ebrei fuori da Israele non sono accettabili agli occhi degli ultra-ortodossi israeliani, che controllano la vita rituale e i luoghi santi nello Stato. Sette degli otto milioni di ebrei che vivono in America, Europa, Sud America, Africa ed Australia sono ortodossi moderni, conservatori, riformati o sono laici. Molti di loro hanno cominciato a sentire, soprattutto negli ultimi anni, che la Nazione che hanno appoggiato politicamente, finanziariamente e spiritualmente gli sta voltando le spalle.

Sottomettendosi alle pressioni esercitate da una minoranza in Israele, lo Stato ebraico si sta alienando una vasta parte del popolo ebraico. La crisi è particolarmente pronunciata tra la generazione più giovane, che è prevalentemente laica. Un crescente numero di millenials ebrei – soprattutto negli Stati Uniti – si sta allontanando da Israele perché le sue politiche contraddicono i loro valori. I risultati sono prevedibili: assimilazione, disaffezione e una grave erosione dell’identificazione della comunità ebraica globale con la patria ebraica.

Nell’ultimo decennio ho visitato comunità ebraiche in oltre 40 Paesi. Membri di ognuna di esse mi hanno manifestato la propria preoccupazione e inquietudine sul futuro di Israele e sui suoi rapporti con la diaspora ebraica.

Molti ebrei non ortodossi, compreso il sottoscritto, sentono che in Israele l’espansione di una religiosità promossa dallo Stato sta trasformando una nazione moderna e liberale in una semi-teocrazia. Una grande maggioranza di ebrei in tutto il mondo non accetta l’esclusione delle donne da certe pratiche religiose, leggi restrittive sulla conversione o il bando alla preghiera paritaria al Muro del Pianto. Sono disorientati dall’impressione che Israele stia abbandonando la visione umanistica di Theodor Herzl e stia assumendo sempre più un carattere che non corrisponde ai suoi valori fondamentali o allo spirito del XXI° secolo.

I dirigenti del mondo ebraico hanno sempre rispettato le scelte fatte dai votanti israeliani ed agito di concerto con il governo democraticamente eletto in Israele. Sono anche ben consapevole che gli israeliani sono sulla linea del fronte, facendo sacrifici e rischiando le loro stesse vite ogni giorno in modo che il mondo ebraico sopravviva e prosperi. Sarò sempre in debito con loro.

Ma a volte la lealtà richiede un amico che parli a voce alta ed esponga una verità scomoda. E la verità è che lo spettro di una soluzione dello Stato unico e il crescente divario tra Israele e la diaspora stanno mettendo a rischio il futuro del Paese che mi è tanto caro.

Siamo ad un bivio. Le scelte che Israele farà nei prossimi anni saranno determinanti per il destino del nostro solo e unico Stato ebraico – e per la costante unità del nostro amato popolo.

Dobbiamo cambiare rotta. Dobbiamo spingere per una soluzione dei due Stati e trovare un terreno comune tra noi in modo che possiamo garantire il successo della nostra amata nazione.

Ronald S. Lauder è il presidente del Congresso Mondiale Ebraico.

(traduzione di Amedeo Rossi)