Per gli israeliani è impossibile vedere un futuro

Gideon Levy

23 maggio 2022-Middle East Eye

Una società non può andare lontano con la testa nella sabbia e sicuramente non sarà in grado di far fronte alle sfide concrete che deve affrontare

Se c’è una cosa che manca completamente nell’agenda pubblica in Israele è una visione a lungo termine. Israele non guarda avanti, nemmeno di mezza generazione.

I bambini sono importanti in Israele e il tempo e l’energia a loro dedicati di solito superano largamente ciò che è normale in gran parte delle altre società, eppure nessuno parla di ciò che attende loro o i loro futuri figli.

Non c’è un solo israeliano, nemmeno uno, che sappia dove sia diretto il suo Paese.

Chiedi a qualsiasi israeliano o a qualunque politico, giornalista o scienziato, del centro, di destra o di sinistra: dove si sta andando? Come sarà il tuo Paese tra 20 anni? O 50? Non riescono nemmeno a immaginare come potrebbe essere tra 10 anni. Pochi israeliani potrebbero dire persino dove vorrebbero che il loro paese andasse, a parte slogan vuoti su pace, sicurezza e prosperità.

Domanda inquietante

Anche molto significativa è l’unica domanda che sorge sul lungo termine: Israele esisterà ancora tra 20 o 50 anni? Solo questo sentirai chiedere in Israele sul futuro. E poi l’altra domanda: ci sarà mai la pace? – che una o due generazioni fa era onnipresente, non è più all’ordine del giorno e quasi mai viene posta.

Ci sono pochissimi posti in cui le persone si chiedono se il loro paese esisterà o meno tra qualche decennio. La gente non se lo chiede in Germania o Albania, o in Togo o in Ciad. Questa domanda potrebbe non essere pertinente nemmeno per Israele: una potenza regionale potentemente armata, straordinariamente ben piazzata nel contesto internazionale, con tali abilità tecnologiche e prosperità, beniamina dell’Occidente…

Eppure pensate a come tanti israeliani continuino a porsi questa domanda, ultimamente più che mai. Notate gli incredibili sforzi che gli israeliani fanno per ottenere un secondo passaporto per sé stessi e per i loro figli: qualsiasi passaporto! Che sia portoghese o lituano, l’importante è avere qualche opzione oltre al passaporto israeliano, come se un passaporto israeliano fosse una specie di permesso temporaneo prossimo alla data di scadenza, come se non fosse possibile rinnovarlo per sempre.

 Tutto ciò suggerisce che l’abitudine israeliana di nascondere la testa sotto la sabbia riguardo al futuro del proprio Paese mascheri una paura radicata, e forse molto realistica, su ciò che il futuro potrebbe riservare. Gli israeliani hanno paura del futuro del loro Paese. Si vantano della potenza e delle capacità del loro Paese, una nazione giusta, un popolo eletto, una luce per le nazioni; sono estremamente vanagloriosi del loro esercito, delle proprie abilità, mentre allo stesso tempo una paura primordiale rode loro le viscere.

Il futuro del loro paese gli è oscuro, avvolto nella nebbia. A loro piace parlare in termini religiosi di eternità, di “una Gerusalemme unita per l’eternità” e “l’eterna promessa di Dio a Israele”, mentre in fondo non hanno idea di cosa accadrà al loro Paese domani o, al più tardi, dopodomani.

L’autoinganno non fornisce risposte

Il gioco si chiama repressione, negazione, auto-illusione in scala sconosciuta a qualsiasi altra società possa venire in mente. Proprio come per la maggior parte degli israeliani non esiste l’occupazione, e sicuramente non c’è apartheid, nonostante la montagna di prove sia sempre più alta, così, per la maggior parte degli israeliani, il domani non è una cosa reale. In Israele il domani non è una cosa reale in termini di ambiente o cambiamento climatico; il domani non è una cosa reale in merito ai rapporti con l’altra Nazione che vive accanto a noi con il nostro ginocchio sulla gola.

Provate a chiedere agli israeliani come sarà un giorno qui con una maggioranza palestinese tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo, e nel migliore dei casi non otterrai altro che una scrollata di spalle. Dove sta andando tutto questo? Vivremo per sempre con le armi? Ne vale la pena?

Quello che scoprirete – pensate! – è che gli israeliani non si sono sinora mai posti questa domanda e peraltro nessuno gliel’ha mai chiesto. La loro espressione vi dirà che non hanno mai sentito una domanda così strana. In ogni caso non ci sarà risposta. Gli israeliani non hanno risposta.

Questa situazione è molto malsana, ovviamente. Una società non può andare lontano con la testa sepolta nella sabbia e sicuramente non sarà in grado di far fronte alle sfide che deve affrontare nella realtà. L’occupazione, che più di ogni cosa è ciò che definisce Israele oggi, presenta molte sfide – con le quali Israele rifiuta di fare i conti. Cosa accadrà con l’occupazione? Dove porterà le due società, occupante e occupata, israeliana e palestinese? Può l’occupazione andare avanti per sempre?

Fino a poco tempo fa ero convinto che l’occupazione non potesse durare per sempre. La storia ci ha insegnato che un popolo che lotta per essere libero di solito vince e che i regimi marci, come l’occupazione militare del popolo palestinese da parte di Israele, collassano su se stessi sgretolandosi dall’interno a causa della decadenza che inevitabilmente li pervade. Ma mentre l’occupazione israeliana si trascina e la sua fine si allontana continuamente, dei dubbi stanno lacerando la mia un tempo ferma convinzione che presto sarebbe sicuramente accaduto qualcosa che avrebbe fatto cadere l’occupazione, come un albero che sembra robusto ma all’interno è marcio.

Il caso più spaventoso è quello dell’America e dei nativi americani, storia di una conquista diventata permanente, con i conquistati ammassati in riserve dove hanno indipendenza e autodeterminazione solo in teoria e i loro diritti come cittadini vengono ignorati.

Occupazione senza fine

In altre parole, ci sono per davvero occupazioni che vanno avanti all’infinito, sfidando la statistica e tutte le previsioni, persistendo e durando fino a quando il popolo conquistato smette di essere una nazione e diventa una curiosità antropologica che vive nella sua gabbia in una riserva. Questo accade quando l’occupazione è particolarmente potente e i vinti sono particolarmente deboli e il mondo perde interesse per il loro destino. Un futuro del genere ora incombe sui palestinesi. Si trovano nel momento più pericoloso dalla Nakba nel 1948.

Divisi, isolati, privi di una leadership forte, sanguinanti ai margini della strada, stanno perdendo lentamente il loro bene più prezioso: la solidarietà che hanno suscitato in tutto il mondo, soprattutto nel sud del mondo.

Yasser Arafat era un’icona globale; non c’era posto sulla terra in cui il suo nome non fosse noto. Nessun leader palestinese oggi nemmeno gli si avvicina. Peggio ancora, la causa palestinese sta gradualmente scomparendo dall’agenda mondiale poiché questa ruota su questioni urgenti come la migrazione, l’ambiente e la guerra in Ucraina. Il mondo è stanco dei palestinesi, il mondo arabo si è stancato di loro molto tempo fa e gli israeliani non si sono mai interessati a loro. Ciò potrebbe ancora cambiare, ma le tendenze attuali sono profondamente scoraggianti.

Un’altra Nakba sul modello del 1948 non sembra un’opzione realistica per Israele al momento attuale; la seconda è una Nakba continua, insidiosa e strisciante ma senza drammi eclatanti. C’è certamente qualcuno in Israele che si trastulla con l’idea che dietro il paravento di una qualche guerra futura, Israele potrebbe “finire il lavoro” completato solo in parte nel 1948. Voci minacciose in questa chiave hanno risuonato più forte ultimamente, ma rimangono una minoranza nel discorso pubblico israeliano.

Continuare con gli insediamenti? Perchè no?. Alla maggior parte degli israeliani semplicemente non importa. Non sono mai stati negli insediamenti, non ci andranno mai e non gli importa proprio nulla se Evyatar viene evacuato oppure no.

La lotta si è spostata da tempo sul fronte internazionale. Il passaggio cruciale verrà solo da lì, come è successo in Sud Africa. Ma una parte del mondo ha semplicemente perso interesse, e il resto si aggrappa alla formula della soluzione a due Stati come se fosse sancita da un editto religioso. Eppure, la maggior parte dei decisori sa già che la soluzione dei due Stati è morta da tempo, se mai in effetti è stata viva e vegeta.

La strada è l’uguaglianza

L’unica via d’uscita da questa impasse sconfortante è creare un nuovo discorso, un discorso di diritti e di uguaglianza. Le persone devono smettere di ripetere gli slogan degli anni passati e abbracciare una nuova visione. Per la comunità internazionale, questo dovrebbe essere ovvio; per gli israeliani e, in misura minore, i palestinesi, l’idea è rivoluzionaria, spaventosa ed estremamente dolorosa.

Uguaglianza. Pari diritti dal fiume al mare. Una persona, un voto. Così semplice eppure così rivoluzionario. Questo percorso richiede un distacco dal sionismo e il rifiuto della supremazia ebraica, di abbandonare interamente l’autodeterminazione di entrambi i popoli, ma rappresenta l’unico raggio di speranza.

In Israele fino a pochi anni fa questa idea era considerata sovversiva e illegittima, un tradimento. È ancora vista così, ma con relativamente meno vigore. È diventata esprimibile. Ora spetta alle società civili occidentali e poi ai politici abbracciare il cambiamento. La maggior parte di loro sa già che questa è l’unica soluzione rimasta, ma ha paura ad ammetterlo per non perdere la formula magica di una continua occupazione israeliana fornita dall’ormai morta soluzione dei due Stati.

Il presente è profondamente scoraggiante, il futuro non è da meno. E tuttavia persistere nel pensare che si possa ancora sperare in qualcosa, che si possa ancora intraprendere qualche azione è della massima importanza. La cosa peggiore che potrebbe accadere in questa parte del mondo sarebbe che tutti perdessero interesse per ciò che accade qui e si rassegnassero alla realtà attuale. Questo non deve succedere.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Cosa comporterà per la Palestina la vittoria di Gabriel Boric in Cile

Ramona Wadi

18 gennaio 2022 – Mondoweiss

Il nuovo presidente cileno, Gabriel Boric, appoggia il BDS ed ha promesso di prendere una decisa posizione in difesa dei diritti umani dei palestinesi. Ma sarà in grado di modificare la politica estera cilena?

Quando il Cile ha annunciato i risultati delle elezioni presidenziali, Israele e i suoi sostenitori non sono stati affatto contenti. Gabriel Boric, il candidato alla presidenza del Cile, filo-palestinese e di sinistra, è risultato vincitore su José Antonio Kast, di destra e filo-israeliano.

Ex leader studentesco, il trentacinquenne Boric salì alla ribalta durante le mobilitazioni per un’educazione gratuita e di qualità in Cile. Nel 2013 Boric venne eletto al parlamento come candidato indipendente in rappresentanza della regione Magallanes [nel sud del Cile, ndtr.]. Candidato contro Kast nelle elezioni presidenziali del 2021, il suo slogan contro il neoliberismo ha rispecchiato le rivolte in tutto il Paese contro il presidente uscente, Sebastian Piñera.

Boric è anche un critico veemente di Israele e appoggia il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS). Nell’ottobre 2021, dopo essersi impegnato a sostenere una legge per sanzionare i prodotti provenienti dalle colonie israeliane, egli ha promesso di prendere una posizione dura in difesa dei diritti umani dei palestinesi. Alla fine ha sconfitto Kast con il 56% dei voti contro il 44%, evidenziando che gli elettori cileni sono pronti a rompere con il passato.

Cile e Palestina condividono alcune somiglianze in termini di lotta contro la violenza neoliberista. Le due popolazioni indigene – i mapuche del Cile e i palestinesi –devono entrambe fronteggiare gli orrori degli armamenti e della tecnologia securitaria di Israele. Tuttavia a questo punto la domanda è se Boric si adeguerà al consenso internazionale sul compromesso dei due Stati o manterrà il suo appoggio alla liberazione dei palestinesi.

Israele risponde a Boric

Nella stampa israeliana Boric è stato descritto come un antisemita per il suo precedente attivismo filo-palestinese, compresi attacchi diretti contro la comunità ebraica cilena che è in maggioranza favorevole alle politiche colonialiste sioniste. Pure i suoi rapporti con Daniel Jadue, un cileno di origini palestinesi che è stato anche lui candidato alle elezioni presidenziali del 2021 e che è molto esplicito contro il sionismo, sono stati messi in discussione dai media israeliani.

Emilio Dabed, un avvocato cileno di origini palestinesi che ha anche ottenuto un dottorato in scienze politiche e che è specializzato in diritto costituzionale, leggi internazionali e diritti umani, parla a Mondoweiss di come la propaganda israeliana stia manipolando la posizione di Boric e mette anche in luce le complessità della politica estera cilena nei confronti di Israele e Palestina.

Boric è stato accusato di essere antisemita perché ha manifestato l’opinione che Israele dovrebbe ritirarsi dai territori palestinesi occupati, e i suoi detrattori hanno insinuato che chiedere l’applicazione delle leggi internazionali sia ingiusto o possa rappresentare una forma di antisemitismo. Inoltre in una lettera aperta a Boric inviata da importanti donne ebree cilene il presidente eletto è stato criticato in quanto riterrebbe “gli ebrei responsabili delle politiche di un governo al potere in Israele.” Ma la propaganda israeliana e i suoi sostenitori insistono che Israele rappresenta tutti gli ebrei e accusano tutti i palestinesi di essere antisemiti perché criticano le politiche dello Stato di Israele,” spiega Dabed.

Oltretutto il presidente della comunità ebraica cilena ha anche criticato Boric per il suo appoggio al BDS, un’iniziativa non violenta e basata sulle leggi internazionali per obbligare Israele a rispettare i suoi obblighi in base al diritto internazionale. Dal punto di vista di Israele e dei suoi sostenitori chiedere il rispetto delle leggi internazionali è praticamente un crimine, appoggiare i diritti dei palestinesi è antisemita e l’instaurazione di una pace giusta in Palestina è un pericolo che li minaccia.”

Però gli apocalittici titoli dei media israeliani sul fatto che il Cile abbia eletto un presidente filopalestinese ignorano quasi totalmente il fatto che Israele avrebbe preferito che vincesse le elezioni Kast, nonostante il fatto che suo padre, Michael Kast, nato in Germania, fosse un membro del partito nazista e la cui famiglia sia stata coinvolta nella dittatura di Augusto Pinochet.

Lo scrittore e giornalista Javier Rebolledo, le cui ricerche sulla dittatura di Pinochet hanno portato a conoscenza dell’opinione pubblica molti segreti in precedenza ben nascosti, nel suo libro “A La Sombra de Los Cuervos” [All’ombra dei corvi] afferma che sia il padre di Kast che uno dei suoi fratelli, Christian Kast, sono stati coinvolti nelle attività della Direzione di Intelligence Interna (DINA). Un fratello di Kast, Miguel, è stato uno dei Chicago Boys – il gruppo di economisti formati da Milton Friedman incaricati dell’esperimento neoliberista in Cile. È stato anche nominato da Pinochet ministro del Lavoro e poi presidente della Banca Centrale cilena.

Durante la campagna presidenziale cilena del 2017 Kast ha messo in luce il suo strenuo appoggio a Pinochet: “Se Pinochet fosse ancora vivo voterebbe per me,” si è vantato. Si è anche dichiarato contrario alla chiusura della lussuosa prigione di Punta Peuco, dove ex-agenti e torturatori della DINA stanno scontando le loro condanne. La campagna elettorale di Kast del 2017 è stata finanziata dai sostenitori di Pinochet, tra cui la figlia dell’ex agente della DINA Marcelo Castro Mendoza [condannato a 10 anni di carcere per il sequestro e l’assassinio di 15 persone, ndtr.].

I media israeliani hanno confermato che dei 111 cileni cittadini israeliani 73 hanno votato per Kast. Parlando del trionfo elettorale di Boric Gabriel Colodro, presidente della comunità israeliana in Cile, ha affermato: “Ci sono preoccupazioni per la comunità ebraica (in Cile), ma gli auguriamo di avere successo.”

Cancellazione storica

La risposta di Israele alle elezioni cilene riflette la sua stessa impresa colonialista e il sostegno diplomatico internazionale che è abitato a ottenere. Anche i rapporti di Israele con la dittatura di Pinochet, a cui vendeva armi quando gli USA decisero che era tempo di prendere le distanze dai crimini contro l’umanità che aveva finanziato in Cile, fanno parte del retaggio tra i due Paesi che continua fino ad oggi.

Sia Israele che il Cile dalla dittatura in poi, almeno fino all’ultima presidenza, hanno prosperato ignorando il passato.

Dabed delinea l’impatto di questa cancellazione da parte di Israele e come ciò abbia giocato nella scelta della comunità ebraica a favore di Kast nelle elezioni presidenziali cilene del 2021.

Ciò che rivela ancora una volta la risposta israeliana all’elezione di Boric è la natura schizofrenica delle politiche israeliane e dei suoi sostenitori. Hanno creato una realtà parallela che pretende di volere la pace ma continuando la colonizzazione della Palestina e lo sfruttamento e l’oppressione dei palestinesi. D’altra parte la loro politica è il riflesso dell’etica negativa che hanno adottato. Etica e politiche negative nel senso che il loro obiettivo è la negazione dell’esistenza dei palestinesi, la negazione dei loro diritti, la cancellazione e la negazione della loro storia, la negazione della natura umana dei palestinesi.”

Questa cancellazione è dimostrata anche dalla preferenza della comunità cilena in Israele per Kast: “La stessa politica negativa ha operato in una parte della comunità ebraica in Cile come dimostra la sua scelta nelle elezioni cilene. Ha votato in maggioranza per Kast. La comunità cilena in Israele, per esempio, ha votato quasi al 70% per Kast, negando i crimini della dittatura di Pinochet che Kast ha appoggiato e ancora difende, negando la tortura, gli assassinii, le sparizioni di dissidenti politici durante la dittatura, tutti messi in pratica con l’assistenza e l’addestramento delle forze di sicurezza di Pinochet da parte dello Stato di Israele,” spiega Dabed.

Cosa aspettarsi dal governo di Boric

Nonostante Israele tenti di dipingere la nuova presidenza cilena come pericolosa per i suoi rapporti diplomatici, Boric dovrà districarsi su un terreno politico sia vecchio che nuovo, sia riguardo alla turbolenta storia cilena fin dalla dittatura e dalla transizione alla democrazia che alla sua politica estera.

Il Cile ospita la più grande e meglio organizzata comunità palestinese in America Latina. Il suo attivismo a favore del BDS continua a crescere ed ha influenzato la politica cilena. Per esempio nel novembre 2018 il parlamento cileno ha approvato una risoluzione che chiede al governo di rivedere i suoi accordi con Israele e di fornire ai cileni informazioni riguardo all’espansione delle colonie israeliane per prendere una decisione informata sul fatto di avere rapporti economici con Israele o di visitare lo Stato colonizzatore. Tuttavia vedere fin da subito l’attivismo filo-palestinese come un fattore di cambiamento della politica estera cilena è un punto di vista semplicistico.

Boric è un giovane politico di sinistra che durante il suo governo dovrà affrontare la destra antidemocratica cilena, la stessa che ha contribuito a rovesciare il governo socialista di Salvador Allende 50 anni fa e all’instaurazione della dittatura di Pinochet, che essa difende fino ad oggi. In queste circostanze sarebbe molto pericoloso per Boric inimicarsi del tutto la comunità ebraica cilena che, nel complesso, è molto influente, appoggia politiche di destra e ha votato per Kast. Dati i cambiamenti radicali che Boric ha promesso e il sostegno di cui avrà bisogno per portarli avanti, non penso che rischierà un ulteriore scontro,” spiega Dabed.

Non penso che ci saranno importanti cambiamenti nella politica estera cilena. Indipendentemente dall’orientamento politico i governi cileni hanno mantenuto la stessa politica estera riguardo a Palestina/Israele. Essa ripete il mantra definito dalla comunità internazionale sull’appoggio alla soluzione del conflitto attraverso i due Stati. Lo fa anche quando tutti sappiamo che questa strategia non ha portato i palestinesi da nessuna parte. I negoziati per la soluzione a due Stati sono diventati l’etichetta per mantenere lo status quo colonialista che soggioga i palestinesi fino ad oggi. Questo discorso ha consentito a Israele di ignorare i suoi impegni durante i negoziati di Oslo nel senso di uno scambio di terra con pace, e di raggiungere il suo obiettivo di conquistare la terra ed imporre condizioni per la pace che consolidano il suo progetto di colonizzazione.”

Tuttavia l’impatto di Boric in termini di attivismo e politiche non dovrebbe essere scartato. Mentre la diplomazia dei due Stati domina il discorso politico, ora il Cile ha un presidente che è apparentemente schierato con la causa palestinese, e il Cile è nelle condizioni di influire sul dibattito politico regionale riguardo alla colonizzazione israeliana della Palestina.

Dabed conclude: “Penso anche che l’ascesa al potere di Boric rappresenti un notevolissimo sostegno per i palestinesi e per la comunità palestinese in Cile. Anche se egli non potrà cambiare la politica estera cilena a questo riguardo, lui e i suoi consiglieri e sostenitori sono consapevoli della condizione di colonizzazione dei palestinesi, vi si oppongono e non si vergognano di esprimere queste opinioni. Non solo Boric, ma molti altri del suo circolo conoscono le ingiustizie e i crimini cui i palestinesi sono sottoposti dallo Stato di Israele, e sono pronti, io spero, a modificare almeno il discorso nel modo in cui Palestina/Israele sono visti e di come se ne parla, e questo non è privo di importanza. Ciò potrebbe portare alla creazione di iniziative a livello internazionale che potrebbero rimettere i palestinesi al centro del discorso pubblico, dopo tanti anni di silenzio sui principali mezzi di comunicazione e nei consessi internazionali.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La Corte israeliana rinvia l’appello contro le espulsioni di Sheikh Jarrah

2 Agosto 2021 – Al Jazeera

Le famiglie palestinesi respingono la proposta della Corte di rimanere nelle loro case come “inquilini protetti”, se riconoscono la proprietà israeliana

La Corte Suprema di Israele ha rinviato la decisione su un appello da parte di quattro famiglie palestinesi contro l’espulsione forzata dal quartiere di Sheikh Jarrah nella Gerusalemme est occupata, in quanto le famiglie affermano di aver respinto una proposta della Corte di rimanere nelle case come “inquilini protetti”, riconoscendo però la proprietà israeliana.

Il caso esaminato lunedì riguardava quattro famiglie palestinesi, per un totale di circa 70 persone.

I tribunali israeliani di prima istanza hanno approvato le espulsioni delle quattro famiglie per far posto a coloni israeliani. Hanno sentenziato che le loro case sono state costruite su terreni di proprietà di ebrei prima della fondazione di Israele nel 1948.

Ma, tenendo conto del ricorso di ultima istanza da parte dei residenti, la Corte ha proposto un accordo che concederebbe loro lo status di “inquilini protetti”, che riconoscerebbero la proprietà israeliana delle case e pagherebbero un affitto annuale simbolico, ma le famiglie lo hanno rifiutato.

Il giudice Isaac Amit ha richiesto ulteriore documentazione e ha detto: “Renderemo nota una decisione più avanti”, ma non ha fissato una data.

Hoda Abdel-Hamid di Al Jazeera, riferendo dal tribunale di Gerusalemme ovest, ha detto che il giudice ha offerto alle famiglie palestinesi l’opzione di firmare un documento che attesta che la terra appartiene ai coloni israeliani.

In cambio avrebbero una locazione garantita nella casa per le prossime tre generazioni”, ha detto Abdel-Hamid.

Ci hanno fatto forti pressioni per raggiungere un accordo con i coloni israeliani, in cui noi saremmo affittuari delle organizzazioni di coloni”, ha detto Muhammad al-Kurd, membro di una delle quattro famiglie al centro della disputa.

Ovviamente questo accordo è stato respinto”, ha detto.

Anche Sami Ershied, un avvocato che rappresenta le famiglie palestinesi, ha detto a Al Jazeera che la proposta era inaccettabile.

Finora non abbiamo ricevuto un’offerta che fosse abbastanza equa e tutelasse i diritti dei residenti. Perciò non abbiamo aderito ad alcun compromesso”, ha affermato Ershied.

Però ha detto che l’udienza è stata “un buon passo avanti”.

I giudici hanno detto che ci convocheranno ad una seconda udienza. Non hanno ancora respinto il nostro appello: questo è un buon segno”, ha detto.

Speriamo che i giudici continuino ad ascoltare le nostre argomentazioni e prendano in considerazione tutti i nuovi dettagli che abbiamo fornito loro e alla fine prendano una decisione favorevole ai residenti di Sheikh Jarrah”, ha affermato.

Ershied ha aggiunto che la Corte deciderà quando fissare la prossima udienza e che essa si potrebbe svolgere in un arco di settimane o mesi.

Lunga battaglia legale

Era previsto che la Corte Suprema emettesse una sentenza a maggio, ma ha rinviato la decisione dopo che il procuratore generale ha richiesto più tempo per esaminare i casi.

La minaccia delle espulsioni ha scatenato proteste che hanno subito una dura repressione da parte delle forze di sicurezza israeliane in aprile e maggio ed hanno messo alla prova la nuova coalizione di governo israeliana, che comprende tre partiti favorevoli alle colonie ed un piccolo partito che rappresenta i palestinesi cittadini di Israele. Per amor di unità, il governo ha cercato di accantonare le questioni palestinesi per evitare divisioni interne.

Settimane di disordini –caratterizzati dalle violente tattiche della polizia israeliana contro gli abitanti e i dimostranti che li sostenevano – hanno attirato l’attenzione internazionale prima degli 11 giorni di bombardamenti israeliani sulla striscia di Gaza assediata a maggio.

Il 21 maggio è entrato in vigore un cessate il fuoco, ma la campagna di lunga durata dei coloni israeliani per cacciare decine di famiglie palestinesi è continuata.

I coloni hanno condotto una campagna di decenni per espellere le famiglie dai quartieri palestinesi densamente popolati appena fuori dalle mura della Città Vecchia, in una delle aree più sensibili della Gerusalemme est occupata.

I coloni hanno sostenuto che le case erano costruite su terreni di proprietà di ebrei prima della guerra del 1948, quando fu creato Israele. La legge israeliana consente agli ebrei di reclamare tale proprietà, diritto negato ai palestinesi che hanno perso terra e case nello stesso conflitto.

La Giordania ha avuto il controllo su Gerusalemme est dal 1948 al 1967. Le famiglie divenute rifugiate durante la guerra del 1948 hanno detto che le autorità della Giordania hanno offerto loro le case in cambio della rinuncia allo status di rifugiati.

Israele ha occupato Gerusalemme est, insieme alla Cisgiordania e Gaza, nel 1967 e la ha annessa con un’iniziativa non riconosciuta a livello internazionale. La soluzione di due Stati concepita dagli Accordi di Oslo del 1993 considerava le tre aree parte di uno Stato palestinese.

Nel 1972 gruppi di coloni dissero alle famiglie che stavano sconfinando su terra di proprietà di ebrei. Fu l’inizio di una lunga battaglia legale che negli ultimi mesi è culminata in ordini di espulsione contro 36 famiglie di Sheikh Jarrah e altri due quartieri di Gerusalemme est occupata.

Associazioni per i diritti hanno affermato che anche altre famiglie sono a rischio, stimando che più di 1.000 palestinesi rischiano di essere espulsi.

Qualunque sarà la sentenza del giudice sia per i coloni che per le famiglie palestinesi, essa darà il segnale di ciò che avverrà in seguito”, ha detto Abdel-Hamid.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 




Secondo un sondaggio, un terzo dei giovani ebrei statunitensi vede Israele come genocida

Ali Abunimah

15 luglio 2021 –Electronic Intifada

Sono in crescita i tentativi da parte di Israele e della sua lobby di assimilare la contestazione dei crimini israeliani contro il popolo palestinese al pregiudizio anti-ebraico.

Eppure un recente sondaggio indica che questa campagna è fallita persino tra la stragrande maggioranza degli elettori ebrei americani.

Il sondaggio commissionato dal Jewish Electorate Institute [Istituto per l’elettorato ebraico, ndtr.], un’organizzazione guidata da sostenitori del Partito Democratico, riporta diversi dati interessanti.

Un quarto degli elettori ebrei americani concorda sul fatto che Israele sia uno Stato di apartheid, un numero che sale fino al 38% tra coloro che hanno meno di 40 anni.

Nel complesso il 22% degli elettori ebrei concorda sul fatto che Israele stia commettendo un genocidio nei confronti dei palestinesi, cifra che sale fino ad un sorprendente 33% nella categoria dei più giovani.

Inoltre secondo il 34% degli elettori ebrei intervistati la condotta di Israele nei confronti dei palestinesi è simile al razzismo negli Stati Uniti. Cifra che va oltre i due su cinque tra chi ha meno di 40 anni.

E’probabile che tali risultati provochino sgomento tra i leader dei gruppi di pressione che sono da tempo preoccupati per l’erosione del sostegno a Israele tra gli ebrei americani, in particolare tra i più giovani.

Ciò che inoltre colpisce è che anche gli ebrei che non sono d’accordo sul fatto che Israele commetta apartheid e genocidio spesso non considerano tali dichiarazioni come antisemite.

Ad esempio, il 62% degli intervistati non è d’accordo sul fatto che Israele stia commettendo un genocidio, ma di questi solo la metà considera tale affermazione come “antisemita”.

Aperti alla soluzione a uno Stato

Gli ebrei americani sono anche più aperti di quanto generalmente si creda riguardo alla questione di una soluzione politica per palestinesi e israeliani.

Mentre il 61% degli intervistati sostiene ancora la soluzione ormai moribonda dei due Stati, una minoranza considerevole – il 20 % – è favorevole a una soluzione democratica di uno Stato con uguali diritti per tutti coloro che vivono tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo.

Solo il 19% è a favore dell’annessione formale da parte di Israele della Cisgiordania occupata senza la concessione di uguali diritti ai palestinesi – in effetti quella che è, se non di nome, di fatto, la situazione attuale.

E riguardo la questione degli aiuti statunitensi a Israele, il 71% complessivamente li considera “importanti”.

Ma il 58% concorda sul fatto che gli Stati Uniti dovrebbero impedire l’utilizzo da parte di Israele di tali aiuti per la costruzione di insediamenti coloniali nella Cisgiordania occupata. Contemporaneamente, il 62% è favorevole al fatto che gli Stati Uniti ristabiliscano gli aiuti ai palestinesi tagliati dall’amministrazione Trump.

Questa indagine non ha chiesto agli intervistati opinioni sul movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni guidato dai palestinesi, ma lo ha fatto un sondaggio tra ebrei americani del Pew Research Center [agenzia statunitense di ricerca su problemi sociali, opinione pubblica, andamenti demografici sugli Stati Uniti ed il mondo in generale, ndtr.] pubblicato a maggio.

Quest‘ultimo rivela che il 34% degli ebrei americani “si oppone fortemente” al movimento BDS. In linea con i risultati di altre indagini, si sono mostrati maggiormente ostili al BDS le persone più anziane, i repubblicani e i religiosi.

Affermazioni false sull’antisemitismo

Ogni volta che l’attenzione mondiale è focalizzata sulle atrocità di Israele, i gruppi di pressione israeliani spesso cercano di deviare l’attenzione verso una presunta ondata di antisemitismo.

Neppure lo scorso maggio, quando Israele ha massacrato decine di bambini a Gaza, è stata un’eccezione.

I principali lobbisti israeliani e i mass-media hanno parlato di un’ondata di presunti attacchi antiebraici negli Stati Uniti.

Eppure una meticolosa indagine del giornalista Max Blumenthal ha rivelato che queste affermazioni erano infondate.

Quello che stanno facendo negli Stati Uniti è fondamentalmente cercare di trovare una via di fuga dalle scene che anche la CNN stava mostrando, come le torri sede degli organi di informazione a Gaza venivano distrutte senza motivo … o di intere famiglie sterminate, per sostituire l’immagine delle vittime palestinesi con quella di … ebrei americani”, ha detto Blumenthal a The Electronic Intifada Podcast il mese scorso.

Questo non vuol dire che non ci sia fanatismo antiebraico e che non debba costituire un problema. In effetti, il 90% degli intervistati – una cifra che varia a malapena in base all’età o all’osservanza religiosa – è preoccupato per l’antisemitismo negli Stati Uniti.

Ma tra uomini e donne e in tutte le fasce d’età il 61% degli elettori ebrei intervistati è più preoccupato per l’antisemitismo della destra politica. Nel complesso, solo il 22% ha dichiarato di essere preoccupato per “l’antisemitismo di sinistra”.

Ciò indica che in generale gli ebrei americani non sono vittime della propaganda secondo cui la sinistra è piena di animosità antiebraica, anche se i gruppi di pressione hanno ignorato o minimizzato il fanatismo e persino la violenza letale della destra contro gli ebrei per concentrarsi invece nell’attaccare e colpevolizzare il movimento di solidarietà con i Palestinesi.

Dato che le persone di sinistra tendono ad appoggiare maggiormente i diritti dei palestinesi e ad essere più critiche nei confronti di Israele i gruppi di pressione si sono concentrati nel diffamare con falsi i partiti e i leader della sinistra, ad esempio la deputata democratica Ilhan Omar e l’ex leader del partito laburista britannico Jeremy Corbyn – come antisemiti.

È una strategia fondata sulla malafede che mira a punire e spaventare le persone fino a portarle a tacere sulla Palestina e ad utilizzare tutta l’energia che potrebbe essere investita nel sostegno ai diritti dei palestinesi in un dibattito difensivo su cosa sia o non sia antisemita.

Mira anche a dividere i movimenti di sinistra e a cooptare nell’azione di sostegno a Israele figure influenti che si atteggiano ancora come “progressisti”.

Tuttavia il sondaggio del Jewish Electorate Institute suggerisce che la maggior parte degli ebrei americani capisce che la più grande minaccia alla loro sicurezza non viene dai sostenitori dei diritti dei palestinesi, ma dalla destra politica bianca anti-palestinese, anti-musulmana, suprematista e razzista.

Difficile da far accettare

Può sembrare sorprendente che un numero significativo di ebrei americani ora accetti che Israele sia uno Stato genocida e di apartheid.

Ma ciò riflette tendenze più ampie nella società americana, specialmente tra i giovani, di crescente sostegno per i diritti dei palestinesi e di scetticismo nei confronti di Israele.

A parte gli ebrei ortodossi, gli ebrei americani costituiscono un collegio elettorale particolarmente aperto e progressista: nel complesso il 68% afferma che se si tenesse un’elezione oggi voterebbe per il Partito Democratico.

L’82% degli elettori ebrei intervistati si descrive come moderato, di ampie vedute o progressista. Solo il 16% si identifica come conservatore.

È davvero difficile far accettare Israele – uno Stato segregazionista e di apartheid – a un gruppo che in enorme maggioranza professa di sostenere la giustizia razziale e i valori progressisti negli Stati Uniti.

Un indicatore di questa realtà è la clamorosa svolta su Israele annunciata l’anno scorso da Peter Beinart. Influente commentatore sionista progressista, Beinart ha difeso a lungo la soluzione dei due Stati e si è opposto al BDS.

Beinart ha riconosciuto che il suo approccio era arrivato a un vicolo cieco e ha abbracciato la soluzione di un unico Stato basato sull’uguaglianza dei diritti, provocando costernazione e rabbia tra i leader della lobby pro Israele.

La questione è stata affrontata anche da Marisa Kabas in un articolo su Rolling Stone scritto a maggio nel corso dell’attacco israeliano a Gaza.

Kabas scrive come lei e molti dei suoi giovani coetanei ebrei americani siano “alle prese con la versione di Israele presentata in viaggi organizzati da enti come Birthright [ONLUS israeliana che sponsorizza viaggi gratuiti in Israele, Gerusalemme e le alture del Golan per giovani adulti di origine ebraica di età compresa tra 18 e 32, ndtr.] rispetto a ciò che hanno visto accadere nella realtà“.

Sostiene che fanno fatica a “conciliare l’amore per la loro gente e la loro storia con l’impegno per la giustizia razziale e sociale, e che le azioni di Israele in Palestina sembrano andare contro il ‘tikkun olam’ – il principio ebraico di migliorare il mondo attraverso l’azione”.

Questione con bassa priorità

E contrariamente all’impressione che si potrebbe avere seguendo le principali lobby israeliane o ascoltando i politici compiacenti, il sondaggio indica che per la maggior parte degli ebrei americani Israele ha una priorità molto scarsa.

È vero che il 62% degli intervistati afferma di essere “legato affettivamente” a Israele, mentre il 38% afferma di non esserlo. Tuttavia quest’attaccamento si indebolisce un po’ tra i più giovani o i meno religiosi.

Ma quanto sarebbero diversi questi numeri se un sondaggista interrogasse un campione che rappresentasse tutti gli americani sul loro “legame affettivocon Israele?

Per decenni, dopotutto, i leader politici statunitensi hanno dichiarato agli americani di avere un legame speciale e indissolubile con Israele, diverso che con qualsiasi altro Paese.

Influenti personalità americane di religione cristiana come il pastore John Hagee, il fondatore di Christians United for Israel [organizzazione cristiana americana che sostiene Israele, ndtr.], addirittura dicono ai loro fedeli che sostenere Israele è un dovere religioso.

In ogni caso, il legame affettivo – qualunque cosa significhi – non si traduce apparentemente in priorità politiche.

Solo il 4% degli elettori ebrei indica Israele come una delle due questioni principali su cui vorrebbe che il governo degli Stati Uniti si concentrasse, mentre il 3% elenca l’Iran, un’altra ossessione delle lobby pro Israele.

Invece, con un ampio margine di vantaggio, le principali preoccupazioni sono il cambiamento climatico, i diritti di voto e le questioni economiche. Solo tra gli ebrei ortodossi una minoranza significativa – il 18% – vede Israele come una priorità.

Per la maggior parte degli elettori ebrei, secondo il Jewish Electorate Institute, Israele è una “questione con bassa priorità“.

Non è mai successo che gli ebrei americani sostenessero in modo omogeneo Israele o la sua ideologia sionista di Stato colonialista, sebbene sia gli antisemiti che i sionisti siano stati felici di permettere che questa idea prosperasse per i propri fini.

Questo sondaggio, che si aggiunge ad altre testimonianze, aiuta a sfatare questo mito.

Ali Abunimah

Co-fondatore di The Electronic Intifada e autore di The Battle for Justice in Palestine [ La battaglia per la giustizia in Palestina, ndtr.] ora pubblicato da Haymarket Books.

Ha scritto anche One Country : A Bold-Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse [Un Paese: una proposta coraggiosa per porre fine all’impasse israelo-palestinese, ndtr.]. Le opinioni sono solo mie.

(traduzione dall’inglese di Aldo lotta)




Israele sta perdendo la battaglia della percezione negli USA mentre cresce la simpatia verso i palestinesi

Anchal Vohra

1 giugno 2021 – Al Jazeera

Le opinioni dei parlamentari e dell’opinione pubblica USA stavano cambiando già prima degli 11 giorni di bombardamento su Gaza

Il mese scorso, mentre Israele portava avanti la campagna di bombardamenti durata undici giorni contro la Striscia di Gaza assediata e Hamas, il gruppo palestinese che la controlla, rispondeva lanciando razzi, dall’altra parte del mondo qualcosa di importante stava cambiando.

Per la prima volta dopo molto tempo è parso che Israele stesse perdendo terreno, almeno negli Stati Uniti, nella battaglia della percezione mentre i parlamentari mettevano in discussione le politiche filo-israeliane del loro governo.

Qui non si tratta di entrambe le parti,” ha detto in un suo intervento la parlamentare USA Alexandria Ocasio-Cortez, “si tratta di uno squilibrio di potere,” a favore di Israele, causato principalmente dal sostegno militare e diplomatico americano.

Il presidente ha detto che Israele ha il diritto di difendersi. Ma i palestinesi non hanno forse il diritto di sopravvivere?”.

La sua collega Rashida Tlaib ha fatto un appello commuovente nel suo discorso al Congresso raccontando la storia di una madre palestinese indifesa.

Mi ha detto: ‘Stasera metto a dormire i bambini nella nostra camera da letto così quando moriremo, moriremo insieme. E nessuno vivrà per piangere la scomparsa degli altri’, ha detto Tlaib in lacrime. “Queste parole mi hanno sconvolta ancora di più, perché le politiche e i finanziamenti del mio Paese negano a questa madre il diritto di vedere vivere i figli, i suoi figli, senza paura.”

Dei circa 250 palestinesi uccisi dagli attacchi aerei israeliani, 66 sono minori. Il New York Times ha pubblicato i loro volti in prima pagina e, nel corso degli scontri, varie pubblicazioni e canali televisivi americani hanno dato uno spazio più ampio alle voci di giovani palestinesi.

Black Lives Matter e ‘il punteggio simpatia’

Lo spostamento della percezione americana forse è stato reso netto dopo le politiche molto ostili dell’amministrazione Trump verso le richieste palestinesi.

Un recente sondaggio ha rilevato che, anche se negli USA il giudizio su Israele è ancora positivo, la simpatia a favore dei palestinesi è salita negli ultimi due anni, un periodo durante il quale gli americani hanno lottato contro la discriminazione razzista nel proprio Paese.

L’ultimo aggiornamento annuale della Gallup circa le opinioni degli americani sul conflitto israelo-palestinese, basato su sondaggi fatti prima dello scoppio delle recenti violenze, ha rilevato che i giovani e i democratici progressisti sono sempre di più a favore dei palestinesi riguardo all’irrisolvibile conflitto.

Il sondaggio aggiunge che quest’anno è migliorata persino l’opinione dei repubblicani sull’Autorità Nazionale Palestinese.

Stando al sondaggio della Gallup il 33% dei democratici progressisti simpatizza più per gli israeliani, mentre il 48% simpatizza più per i palestinesi, “con una differenza netta (di simpatia) del 15% in meno a favore di Israele”.

Due anni fa, prima che emergesse il movimento Black Lives Matter (BLM) [‘Le vite dei neri contano, movimento di protesta contro la violenza della polizia nei confronti delle minoranze, ndtr.] a favore della giustizia razziale, i democratici progressisti simpatizzavano in parti uguali per gli israeliani e i palestinesi.

Le opinioni dei democratici moderati e conservatori rispecchiano all’incirca quelle dei democratici progressisti: nel 2021 il 48% simpatizza per gli israeliani e il 32% per i palestinesi, totalizzando più 16% a favore di Israele,” aggiunge il sondaggio.

Il rapporto conclude che sul lungo termine la simpatia per Israele è scesa in entrambi i gruppi dei democratici; la relazione riporta che:

Le opinioni dei democratici ora sono a una svolta, dato che le loro simpatie per i palestinesi sono più o meno uguali a quelle per Israele, mentre i democratici progressisti sono passati dall’altra parte e ora solidarizzano di più con i palestinesi,” sostiene

Si indebolisce il sostegno per Israele’

Dana al-Kurd, autrice di Polarized and Demobilized: Legacies of Authoritarianism in Palestine [Polarizzati e smobilitati: retaggi dell’autoritarismo in Palestina] e ricercatrice presso l’Institute for Graduate Studies a Doha, dice che il cambiamento nella percezione è dovuto più al consistente ed efficace attivismo digitale dei palestinesi che alla stampa americana.

Secondo al-Kurd: “la differenza è dovuta all’ingresso di un maggior numero di persone di colore nel Congresso e nelle istituzioni di potere”.

È stato inoltre determinante il Black Lives Matter, che ha veramente cambiato il dibattito e modificato il modo in cui le persone percepiscono i temi relativi a razzismo e apartheid. I palestinesi sono stati di gran sostegno al movimento Black Lives Matter e hanno messo in contatto attivisti e organizzatori. Quindi è questo che ha spostato la percezione sulla questione palestinese.”

Sentiamo voci ebree in favore della pace e assistiamo all’emergere di una discussione veramente progressista fra gli ebrei americani,” aggiunge. “E ciò ha eroso il supporto a Israele.”

Anwar Mhajne, una ricercatrice presso lo Stonehill College in Massachusetts e politologa specializzata in relazioni internazionali, riconosce che sembra esserci un leggero cambiamento negli atteggiamenti della stampa americana a proposito del conflitto e lo attribuisce a un più vasto cambiamento nelle politiche statunitensi.

I molti membri democratici della Camera dei Rappresentanti che si sono espressi contro l’appoggio militare degli Stati Uniti a favore di Israele e invocato la protezione dei diritti dei palestinesi evidenziano anche una crescente visibilità delle voci palestinesi e il riconoscimento delle sofferenze dei palestinesi vittime dell’occupazione,” ha detto Mhajne.

Questi sono cambiamenti importanti di cui gli attivisti sul posto e all’estero sono consapevoli e che cercano di sfruttare per promuovere la loro causa.”

Favorire il ripensamento del problema’

Altri manifestano la speranza che il cambiamento delle opinioni negli USA possa incoraggiare l’amministrazione Biden non solo a prestare attenzione al conflitto, ma anche a giocare il ruolo che gli USA hanno tradizionalmente promesso, quello di un mediatore onesto.

Tamara al-Rifai, portavoce dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA) afferma che secondo lei il tema dell’insoluto conflitto, inclusa l’emergenza dei rifugiati palestinesi, ha ricevuto un’attenzione che mancava da molto tempo.

Dei due milioni di abitanti di Gaza, 1,4 sono rifugiati, fa notare al-Rifai, aggiungendo che è il momento di portare il dibattito verso una soluzione duratura. C’è un’atmosfera che favorisce un ripensamento del dramma dei rifugiati palestinesi e la necessità di imporre pari diritti e la fine delle discriminazioni nei territori della Palestina occupata,” dice ad Al Jazeera.

Giovedì il commissario generale dell’UNRWA ha informato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ed ha ripetuto che solo un onesto percorso politico può portare una pace duratura, non certo un fragile cessate il foco ,” afferma al-Rifai.

Quest’anno gli USA hanno ripreso il loro consistente sostegno all’UNRWA che noi sinceramente apprezziamo, non solo come donatori ma anche come partner e Stato membro delle Nazioni Unite con peso e autorità sufficienti ad aiutare a spostare il dibattito verso la ricerca di una soluzione politica.”

Emily Wilder, una giornalista americana, è stata licenziata dal suo datore di lavoro,The Associated Press [agenzia di stampa USA, ndtr.], pare per dei tweet che riflettevano una posizione a favore dei palestinesi.

Wilder ha respinto l’accusa e ha detto in una dichiarazione di essere stata “vittima di un’applicazione asimmetrica delle regole sull’obiettività e i social media”. Ha detto che AP le ha comunicato che era stata licenziata per aver violato la politica aziendale a proposito dei social media, ma senza specificare quali tweets abbiano violato tale policy.

Se il favore per Israele non è tramontato, in Occidente il sostegno a favore dei palestinesi sembra crescere sia per il maggiore ingresso di progressisti nel governo che per l’uso che i palestinesi in Palestina e in tutto il mondo fanno delle piattaforme digitali per raccontare le proprie storie.

Tuttavia c’è un rinnovato slancio nella comunità internazionale verso la soluzione dei due Stati che sembrava essere scomparsa durante l’era Trump.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Ambasciatrice israeliana boicottata da un gruppo giovanile sionista per le sue opinioni “razziste”

Redazione di MEM

22 aprile 2021 – Middle East Monitor

L’ambasciatrice israeliana in Gran Bretagna Tzipi Hotovely è stata boicottata da un movimento giovanile ebraico a causa delle “opinioni razziste e contrarie al pluralismo” della quarantaduenne. Il Noam, con sede in Gran Bretagna, è affiliato al movimento ebraico Conservatore-Masorti [l’ebraismo conservatore è una corrente religiosa ebraica innovativa rispetto a quelle ortodossa e ultraortodossa, ndtr.] e ha portato al boicottaggio della controversa rappresentante israeliana di estrema destra, con il rifiuto di partecipare ieri a un webinar collettivo.

L’evento era stato organizzato da Masorti, ma il suo ramo giovanile ha annunciato che non vi avrebbe preso parte a causa delle opinioni politiche e religiose di Hotovely. Secondo Times of Israel Noam ha cercato di convincere Masorti a ritirare l’invito a Hotovely a partecipare al webinar.

“Crediamo nell’importanza di impegnarsi per Israele così com’è, con tutte le gioie e le sfide che ne conseguono,” ha spiegato Noam in un comunicato ufficiale. “Ciononostante pensiamo che le dichiarazioni di Hotovely siano inaccettabili.”

Hotovely ha “sistematicamente rifiutato di riconoscere la cultura palestinese,” ha aggiunto il gruppo giovanile. Ha ricordato che una volta lei ha invitato a parlare alla Knesset (il parlamento israeliano) Lehava, un’organizzazione molto discussa che si dedica a lottare contro i matrimoni misti tra ebrei ed arabi. Il comunicato ha anche espresso preoccupazione per le passate affermazioni di Hotovely riguardo all’ebraismo non ortodosso.

Benché un certo numero di organizzazioni progressiste ebraiche abbia criticato la nomina di Hotovely, questa è la prima volta che è stata organizzata una protesta contro la rappresentante del Likud da quando lo scorso agosto ha assunto il suo incarico all’ambasciata di Israele a Londra. Circa 1.500 ebrei britannici avevano firmato una petizione per chiedere al governo di Boris Johnson di non accettare la sua nomina.

Nel suo primo discorso, durante un evento organizzato dal gruppo della lobby filoisraeliana Comitato dei Deputati degli Ebrei Britannici, Hotovely ha descritto la Nakba del 1948 come “una ben radicata e popolare menzogna araba”. Nei fatti più di 750.000 palestinesi furono vittime della pulizia etnica e cacciati dalle proprie case quando venne creato lo Stato sionista di Israele in Palestina.

Due giorni fa, durante la prima apparizione al telegiornale della BBC, Hotovely ha rifiutato di dire se crede alla soluzione dei due Stati per il conflitto israelo-palestinese, nonostante sia stata sollecitata parecchie volte dal presentatore Emily Maitlis.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il ruolo del Quartetto è di minare la democrazia palestinese

Motasem A. Dalloul*

13 aprile 2021 – Monitor de Oriente

Il 23 marzo ho ricevuto una mail da Murad Bakri, responsabile della comunicazione strategica e dell’informazione pubblica dell’Ufficio del Coordinatore Speciale ONU per il Processo di Pace in Medio Oriente. Bakri voleva farci sapere che il “Quartetto per il Medio Oriente” continua ad esistere ed è disposto a riprendere la sua mediazione per la pace tra Israele e i palestinesi.

Gli inviati del Quartetto per il Medio Oriente dell’Unione Europea, della Federazione Russa, degli Stati Uniti e delle Nazioni Unite si sono riuniti da remoto per discutere il ritorno a negoziati significativi che portino a una soluzione dei due Stati, compresi passi concreti per migliorare la libertà, la sicurezza e la prosperità di palestinesi e israeliani, cosa che di per sé è importante,” afferma il comunicato ufficiale.

Ricordo le riunioni infinite tra il Quartetto e i funzionari israeliani e palestinesi dal 2002, quando venne creato, al 2014, quando i colloqui di pace fallirono. Durante quel periodo il Quartetto si sforzò in apparenza di raggiungere una soluzione, che significava fondamentalmente la creazione di uno Stato palestinese disarmato e con frontiere permanenti accanto a Israele.

In realtà non si ottenne niente, e il Quartetto rilasciò la sua ultima dichiarazione il 22 luglio 2017. Un anno prima, il 7 luglio 2016, aveva pubblicato un rapporto che affrontava le minacce al processo di pace e formulava raccomandazioni per progredire nella soluzione a due Stati. Il rapporto accusava i palestinesi di continuare con la violenza rappresentata dalla messa in pratica di “atti di terrorismo contro gli israeliani e istigazione alla violenza.”

Il rapporto non citava le migliaia di palestinesi assassinati dagli israeliani dalla formazione del Quartetto (e, di fatto, dalla creazione di Israele stesso) né l’uso di forza letale da parte di Israele contro i civili palestinesi. Non citava neppure le migliaia di palestinesi, tra cui minorenni, che subivano dure condizioni nelle carceri israeliane né le centinaia di palestinesi che sono detenuti per mesi e anni senza accuse né processo. Prima della lunga ibernazione, il Quartetto disse che Israele doveva fermare l’espansione delle colonie e togliere le restrizioni imposte alla Striscia di Gaza assediata. Accusò anche Israele del mancato sviluppo adeguato nei territori occupati.

Benché il Quartetto abbia segnalato il COVID-19 per giustificare la propria resurrezione, credo che la vera ragione sia agire in nome di Israele e degli Stati Uniti per sabotare la democrazia palestinese, il suo principale obiettivo da quando esiste. Nathalie Tocci, politologa italiana esperta in relazioni internazionali specializzata nel ruolo dell’Unione Europea nelle questioni internazionali e nel mantenimento della pace, ha detto in uno studio pubblicato nel 2011: “Tutte le iniziative del Quartetto… sono state risposte a stimoli provenienti da USA e Israele.”

Il Quartetto venne creato quando la Seconda Intifada palestinese – rivolta popolare contro l’occupazione israeliana – era diventata più feroce. Il gruppo spacciò la “roadmap verso la pace” degli Stati Uniti nel tentativo di coinvolgere i palestinesi nelle conversazioni di pace e far loro cambiare idea riguardo al loro diritto alla resistenza, legittimato dalle leggi e convenzioni internazionali. Era chiaro che il Quartetto non era altro che uno strumento di Washington al servizio di Israele, un sofisticato randello con cui colpire i nemici di Israele.

“Disgraziatamente le attività (del Quartetto) hanno rispecchiato i tentativi infruttuosi dell’UE di inquadrare le iniziative statunitensi in un contesto multilaterale oppure i tentativi fruttuosi degli Stati Uniti di dare una copertura multilaterale alle azioni unilaterali,” spiega Tocci. Ciò chiarisce il ruolo del Quartetto.

Possiamo dire con convinzione che le posizioni degli Stati Uniti sulla Palestina in genere riflettono quelle di Israele. Prendiamo per esempio la posizione di Washington su Hamas, la principale fazione palestinese. Nel suo rapporto aggiornato al mese scorso il Servizio Ricerche del Congresso [USA] dice: “Storicamente gli Stati Uniti hanno cercato di rafforzare il presidente dell’OLP e dell’ANP Mahmoud Abbas contro Hamas.” Il rapporto afferma che, in seguito alle elezioni parlamentari del 2006 vinte da Hamas, “Israele, gli Stati Uniti e altri membri della comunità internazionale hanno cercato di neutralizzare o marginalizzare Hamas.” In base alle conclusioni di Tocci, il Quartetto deve aver adottato questo punto di vista, e in effetti è ciò che è accaduto.

Hugh Lovatt, del Consiglio Europeo degli Affari Esteri, il mese scorso ha affermato che L’UE e gli Stati Uniti furono all’inizio strenui difensori della democrazia palestinese, e furono una forza che promosse le ultime elezioni parlamentari palestinesi che si tennero nel 2006, incitando Hamas e Al Fatah a partecipare in modo costruttivo al processo elettorale. “L’UE e gli Stati Uniti si mostrarono meno a loro agio quando, in seguito alla vittoria di Hamas, il risultato democratico fu contrario ai loro interessi,” aggiunge.

“Secondo tutti gli indicatori le elezioni del 2006 furono libere e giuste,” afferma Lovatt, e la UE definì il voto “una pietra miliare nella costruzione delle istituzioni democratiche.” La UE disse anche: “Queste elezioni hanno visto l’impressionante partecipazione degli elettori in un processo elettorale aperto e corretto che è stato organizzato efficacemente da una Commissione Elettorale Centrale Palestinese professionale e indipendente.”

Tuttavia Lovatt evidenzia: “Essendosi aspettati che le elezioni dessero più potere ad Abbas e ad Al Fatah, gli Stati Uniti risposero alla vittoria elettorale di Hamas in modo avventato, spingendo rapidamente per l’isolamento internazionale e la pressione sul governo di Haniyeh [Hamas]”. Gli Stati Uniti hanno portato avanti la loro politica attraverso le condizioni imposte ai palestinesi dal Quartetto.”

Secondo Tocci “immediatamente dopo la schiacciante vittoria elettorale di Hamas, il 30 gennaio, il Quartetto ribadì la sua posizione.” Una dichiarazione rilasciata in seguito alla vittoria del movimento nel 2006 diceva che “il Quartetto considera che tutti i membri di un futuro governo palestinese dovranno impegnarsi alla nonviolenza, al riconoscimento di Israele e all’accettazione degli accordi e obblighi precedenti.”

Queste sono in realtà le condizioni degli Stati Uniti per una soluzione permanente del conflitto israelo-palestinese. Queste condizioni alimentarono il conflitto interno palestinese, che nel 2007 provocò una divisione interna che continua tuttora. Lovatt descrive quanto avvenuto: “Le forze di Hamas cacciarono dalla Striscia di Gaza le forze di sicurezza dell’ANP controllate da Fatah anticipando lo stesso piano di Al Fatah, appoggiato dagli Stati Uniti, per spodestare Hamas.” In altre parole, un colpo di Stato sostenuto dagli Stati Uniti.

Con i palestinesi impegnati in elezioni politiche che si dovrebbero tenere il prossimo mese, gli Stati Uniti e Israele hanno risuscitato il Quartetto perché si opponga a una possibile vittoria di Hamas. “È probabile che il ricordo storico della sorprendente vittoria di Hamas nelle ultime elezioni dell’ANP che si sono celebrate – quelle del 2006 – influisca nei calcoli dei diversi partiti… Alla luce delle conseguenze delle elezioni del 2006 l’amministrazione [USA] sta procedendo con cautela riguardo alle elezioni dell’ANP,” ha evidenziato nel suo rapporto il Servizio Ricerche del Congresso degli Stati Uniti.

Il Segretario di Stato statunitense Antony Blinken e il suo omologo israeliano Gabi Ashkenazi hanno condiviso chiaramente la loro preoccupazione per la possibile vittoria di Hamas nelle prossime elezioni palestinesi. Il Dipartimento di Stato ha reiterato le condizioni del Quartetto secondo cui chi partecipa a qualunque elezione palestinese “deve rinunciare alla violenza, riconoscere Israele e rispettare gli accordi precedenti.”

Quindi è abbastanza ovvio che l’affermazione del Quartetto per il Medio Oriente secondo cui si sta preparando a tornare a “negoziati significativi” è semplicemente una premessa alla ripetizione dello stesso gioco giocato dopo le elezioni palestinesi del 2006. Minò la democrazia palestinese e l’opzione elettorale del popolo allora e si prepara a fare altrettanto adesso.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Monitor de Oriente.

* [Motasem A. Dalloul è un giornalista palestinese che vive a Gaza, ndtr.].

(traduzione dallo spagnolo di Amedeo Rossi)




Una netta maggioranza di esperti di politica estera dichiara che Israele/Palestina è “assimilabile all’apartheid”

Philip Weiss

23 febbraio 2021 – Mondoweiss

Il 52% di studiosi del Medio Oriente afferma che la soluzione dei due Stati non è più praticabile. Il 59% afferma che la realtà attuale è “assimilabile all’apartheid”.

Un sondaggio fra quasi 1300 studiosi del Medio Oriente pubblicato la settimana scorsa da Shibley Telhami e Marc Lynch [docenti di scienze politiche internazionali, ndtr.] ha rilevato che per la grande maggioranza di quegli studiosi la realtà in Israele/Palestina è “assimilabile all’apartheid” e che la soluzione dei due Stati è morta.

Forse l’elemento più sconvolgente del sondaggio è la valutazione collettiva del conflitto israelo-palestinese. Un’ampia maggioranza del 59% descrive l’attuale realtà tra Israele e i palestinesi come “l’effettiva situazione di uno Stato unico assimilabile all’apartheid”.

 Ecco qui di seguito le domande chiave e le conclusioni.

Probabilità di una soluzione con due Stati.

a)  non è più possibile: 52%

b) è possibile e probabile entro i prossimi dieci anni: 6%

c)  è possibile ma improbabile entro i prossimi dieci anni: 42%

 Ed ecco la domanda relativa all’apartheid.

Quale fra le seguenti frasi descrive meglio la realtà attuale in Israele, in Cisgiordania e a Gaza:

a)  lo Stato di Israele con l’occupazione temporanea della Cisgiordania e di Gaza: 2%

b) lo Stato di Israele con l’occupazione semi-permanente della Cisgiordania e di Gaza: 30%

c)  due Stati non paritari: 1%

d) l’effettiva situazione di uno Stato unico con disuguaglianze, ma non assimilabile all’apartheid: 7%

e)  l’effettiva situazione di uno Stato unico assimilabile all’apartheid: 59%.

 Come osservano Telhami e Lynch, “anche se l’amministrazione Biden cercherà probabilmente di rimettere in moto la diplomazia, gli esperti lasciano poche speranze per la fattibilità di una soluzione con due Stati.”

Il Washington Post ha pubblicato questo studio definendolo “sondaggio fra studiosi”, ma nel titolo ha evitato qualsiasi riferimento alle conclusioni più significative.

Questo sondaggio conferma la tesi di Al-Haq [organizzazione palestinese indipendente per i diritti umani, ndtr] che vi sia una “crescente consapevolezza” che Israele pratichi l’apartheid. Quattro giorni fa, nel corso di Saturday Night Live [programma di varietà in onda il sabato sera su NBC, celebre emittente radiotelevisiva di New York, ndtr] il comico Michael Chen ha dato voce a tale consapevolezza [“Israele rivendica di avere vaccinato metà della sua popolazione. Scommetto che è la metà ebraica” è la battuta di Chen, ndtr.] scatenando una valanga di proteste da parte dei sostenitori di Israele ma ancora più sostegno da parte dei critici di Israele. Lo scorso mese B’Tselem, organizzazione israeliana non-governativa per i diritti umani, aveva affermato in un rapporto esplosivo che “Israele mantiene un regime di supremazia ebraica tra” il fiume e il mare. Esso fa seguito a molte altre prese di posizione simili, incluso quello dell’on. Betty McCollum [Partito Democratico, membro della Camera dei Rappresentanti per lo stato del Minnesota, ndtr], che due anni fa ha usato il termine “apartheid” di fronte allo US Campaign for Palestinian Rights, [USCPR, coalizione di centinaia di gruppi impegnati per la libertà, giustizia e uguaglianza per i palestinesi, ndtr.]

E come abbiamo scritto la settimana scorsa, i media tradizionali da lungo tempo sono abituati ad ignorare queste dichiarazioni, così come i sionisti liberali evitano queste notizie. Il sondaggio Telhami/Lynch non è stato ripreso quasi da nessun media, se si escludono il blog del Washington Post e Newsweek. Ben Rhodes [esperto USA di politica estera, ndtr.] ha dichiarato al podcast di Peter Beinart [noto editorialista ebreo americano che recentemente si è pronunciato a favore di uno Stato unico, ndtr.] dieci giorni fa: “Nella cerchia ufficiale della politica estera prevale ancora questa teologia della soluzione dei due Stati.”

L’unica domanda che mi faccio è perché solo il 59% lo definisca apartheid, ironizza Donald Johnson. Il numero sale a 77% quando agli studiosi è stato chiesto:

Se non si concretizzerà la soluzione dei due Stati nei prossimi dieci anni, quale fra queste frasi si avvicina di più alla situazione reale in Israele, Cisgiordania e Gaza

a)Stato unico con uguaglianza fra israeliani e palestinesi: 1%

b)l’effettiva situazione di uno Stato unico con disuguaglianze crescenti, ma non assimilabile all’apartheid: 17%

c) l’effettiva situazione di uno Stato unico assimilabile all’apartheid: 77%

d) una confederazione: 3%

e) astenuti: 2%

 

Morale: nessuno vede l’uguaglianza all’orizzonte! Lo Stato ebraico sta semplicemente per ampliare le sue politiche discriminatorie.

Gli studiosi [che hanno risposto al sondaggio] sono apertamente più a sinistra di quelli che fanno parte dell’establishment. Due contro uno hanno affermato che sarebbe nell’interesse degli USA ritornare “immediatamente agli JCPOA (gli accordi con l’Iran) prima di affrontare altre questioni.” Il 23% appoggia la linea ufficiale in politica estera di Biden secondo la quale gli USA dovrebbero cercare di negoziare un accordo più ampio con l’Iran che includa missili, droni e “sicurezza nella regione.”

Il sondaggio, realizzato ai primi del mese, ha attinto fra “membri della Middle East Studies Association, l’American Political Science Association’s MENA Politics Section e del Project on Middle East Political Science della George Washington University.” Gli studiosi potevano rispondere in forma anonima. Il 28% vive al di fuori degli USA, il 71% negli USA.

 

 

(traduzione dall’inglese di Stefania Fusero)

 

 




Biden difende Israele mentre il Jewish National Fund israeliano progetta l’insediamento di nuove colonie

Tamara Nassar

15 febbraio 2021, Electronic Intifada

Secondo quanto riferito, il Fondo Nazionale Ebraico di Israele [ente non profit dell’Organizzazione sionista mondiale con poteri para-statali fondato nel 1901 a Basilea per comprare e acquisire terra nella Palestina ottomana ed espandere l’insediamento degli ebrei, ndtr.] sta pianificando di acquistare terra palestinese di proprietà privata nella Cisgiordania occupata per espandere le colonie di soli ebrei.

Domenica la dirigenza dell’organizzazione ha approvato la proposta, che era stata riportata dai media israeliani nei giorni precedenti. Il consiglio di amministrazione dovrebbe prendere una decisione finale dopo le elezioni politiche israeliane di marzo.

Sembra che la proposta del Fondo dia priorità all’espansione delle colonie nella Valle del Giordano, nella Gerusalemme occupata, nel blocco degli insediamenti di Gush Etzion nella Cisgiordania meridionale e nell’area delle colline a sud di Hebron. Secondo i media israeliani, il gruppo non costruirà nuove colonie ma amplierà quelle già esistenti.

L’ “ampliamento” delle colonie esistenti – spesso ben oltre i confini originali – è uno stratagemma che Israele utilizza da tempo nel tentativo di minimizzare le critiche internazionali alla sua colonizzazione della terra palestinese. Inoltre, “l’acquisto di terreni” da parte delle organizzazioni israeliane delle colonie in Cisgiordania è spesso fraudolento.

Sebbene la mossa del Fondo venga descritta nei media israeliani come un “importante cambiamento politico”, essa è del tutto coerente con la sua agenda storica.

Sin dalla sua creazione nel 1901 da parte di Theodor Herzl, fondatore del movimento sionista di colonizzazione della Palestina, il Fondo ha un obiettivo fondamentale: acquisire terra palestinese ad uso esclusivo degli ebrei.

Terra rubata

 L’organizzazione ha collaborato alla pulizia etnica dei palestinesi sulle loro terre al fine di costruirvi colonie per soli ebrei.

Il Fondo pretende di possedere circa il 15% della terra nell’attuale Israele.

Questa terra è riservata all’uso esclusivo degli ebrei, anche se gran parte di essa è stata rubata ai palestinesi. Il Fondo tenta spesso di dare una facciata di ambientalismo alla colonizzazione della terra palestinese. Notoriamente pianta foreste sulle rovine dei villaggi palestinesi per cancellarne la presenza.

A causa del suo ruolo nella pulizia etnica e nel razzismo, gli attivisti di tutto il mondo hanno fatto una campagna per privare il Fondo del suo status di ente di beneficenza, che gli permette di raccogliere donazioni deducibili dalle tasse. Il giornalista israeliano Barak Ravid ha riferito che l’ultima mossa del Fondo è stata sollecitata dalla lobby degli insediamenti israeliani.

I leader dei coloni mirano a più che raddoppiare il numero di coloni ebrei da circa 400.000 a un milione nell’Area C, il 60% della Cisgiordania occupata che rimane sotto il completo dominio militare israeliano. Il Fondo da sempre opera per colonizzare la terra di tutta la Palestina storica – sia nella parte risultante dalla fondazione di Israele nel 1948 che nei territori che occupa dal 1967 – tanto direttamente che attraverso gruppi di facciata.

In risposta all’articolo del quotidiano israeliano Haaretz, il Fondo ha detto di “aver operato nel corso degli anni e di continuare a farlo in modo trasparente, in tutte le parti della Terra di Israele, comprese la Giudea e la Samaria”. Giudea e Samaria è il nome che Israele usa per la Cisgiordania occupata, per addurre una rivendicazione pseudo-biblica sulla terra palestinese. Tutte le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata, comprese Gerusalemme Est e le alture del Golan in Siria, sono illegali secondo il diritto internazionale e sono considerate crimini di guerra.

In risposta ai piani del Fondo, il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price ha affermato che l’amministrazione statunitense ritiene “sia fondamentale astenersi da passi unilaterali che esacerbino le tensioni e che minino gli sforzi per far avanzare una soluzione negoziata a due Stati”.

L’amministrazione Biden sostiene la politica di Trump

Sebbene possa sembrare una critica rispetto all’amministrazione Trump, questa dichiarazione non rappresenta un cambiamento sostanziale. Pressato dai giornalisti, Price si è apertamente rifiutato di definire illegali le colonie israeliane – come avevano fatto tradizionalmente per decenni le amministrazioni statunitensi anche se non hanno mai intrapreso alcuna azione per fermarle.

 Invece, Price ha sostenuto il cambiamento di politica dell’amministrazione Trump del novembre 2019 dichiarando che le colonie non violano il diritto internazionale. L’amministrazione Biden sembra non meno determinata di Trump a proteggere Israele dalle conseguenze delle sue azioni. Dopo che all’inizio di questo mese la sentenza della Corte Penale Internazionale ha aperto la strada a un’indagine sui crimini di guerra israeliani in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, compresa la costruzione di colonie, l’amministrazione Biden ha espresso senza mezzi termini la sua opposizione all’indagine.

Nel frattempo Israele ha continuato a demolire case e strutture palestinesi a ritmo accelerato. Negli ultimi mesi, le forze israeliane hanno più volte sequestrato e distrutto strutture della comunità di Khirbet Humsa nella Cisgiordania occupata. Secondo la documentazione delle Nazioni Unite nel mese di febbraio Israele ha demolito e sequestrato più di 60 strutture della comunità e ha sfollato con la forza 175 persone – più di metà delle quali bambini. Tutto questo fa parte dell’impegno di lunga data di Israele a cambiare con la forza la composizione demografica nell’area – pulizia etnica – e garantire una maggioranza ebraica in preparazione dell’annessione.

 

Ali Abunimah ha contribuito alle ricerche.

 

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il responsabile della politica estera di Biden: USA intendono mantenere l’ambasciata a Gerusalemme.

Al Jazeera e agenzie di notizie

20 gennaio 2021 – Al Jazeera

Antony Blinken afferma che l’amministrazione Biden non annullerà il controverso trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme, voluto da Donald Trump.

La nuova amministrazione del presidente eletto Joe Biden manterrà l’ambasciata USA in Israele a Gerusalemme, ha affermato il suo candidato a Segretario di Stato durante l’audizione di conferma al Senato.

Siete d’accordo che Gerusalemme sia la capitale di Israele e vi impegnate a che gli Stati Uniti mantengano la propria ambasciata a Gerusalemme?”, ha chiesto il senatore repubblicano del Texas Ted Cruz [esponente dell’estrema destra trumpiana, ndtr.].

Sì e ancora sì”, ha detto Antony Blinken nella sua audizione martedì.

Il presidente uscente Donald Trump annunciò il riconoscimento USA di Gerusalemme come capitale di Israele nel dicembre 2017. Gli USA trasferirono l’ambasciata in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme nel maggio dell’anno seguente.

Gerusalemme resta al centro del pluridecennale conflitto mediorientale, con l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) che sostiene che Gerusalemme est – occupata illegalmente da Israele dal 1967 – debba essere la capitale di uno Stato palestinese.

L’unico modo per garantire il futuro di Israele come Stato ebraico e democratico e per dare ai palestinesi uno Stato a cui hanno diritto sta nella cosiddetta soluzione a due Stati”, ha detto Blinken.

Penso che realisticamente sia difficile vedere prospettive a breve termine per avanzare a questo proposito. Ciò che sarebbe importante è garantire che nessuna delle parti prenda iniziative che rendano ancor più insidioso il già arduo processo”, ha aggiunto.

Finora non vi è stato alcun commento da parte della leadership palestinese.

Lama Khater, una giornalista che vive nella città di Hebron nella Cisgiordania occupata, ha scritto su twitter: “Tutto può cambiare nei programmi delle varie amministrazioni USA, tranne l’assoluta lealtà verso Israele”.

L’amministrazione Trump è stata sfrontata nel suo aperto sostegno ad Israele.

Gli scorsi quattro anni hanno consolidato il favore statunitense nei confronti di Israele attraverso politiche come la cancellazione degli aiuti USA all’ANP e l’annullamento dei finanziamenti all’agenzia ONU per i rifugiati, da cui milioni di palestinesi dipendono per l’istruzione, il cibo e il sostentamento.

In conflitto con la posizioni condivisa a livello internazionale, l’amministrazione Trump ha riconosciuto la sovranità di Israele su Gerusalemme e sulle Alture del Golan occupate e ha dichiarato che la costruzione di colonie non è illegale.

Circa 500.000 israeliani vivono in colonie situate nella Cisgiordania occupata. Negli ultimi anni l’espansione delle colonie si è intensificata, mettendo a serio rischio la possibilità di uno Stato palestinese indipendente come parte della soluzione a due Stati.

Benché Biden abbia affermato che la sua amministrazione ripristinerà la politica di Washington precedente a Trump di opposizione all’espansione delle colonie, dichiara tuttavia “un ferreo sostegno” ad Israele.

Gli analisti hanno sottolineato che la politica di Biden verso Israele sarà probabilmente in continuità, non in opposizione, alla precedente amministrazione. Funzionari della campagna di Biden hanno affermato che probabilmente lui non annullerà nemmeno il riconoscimento di Trump della sovranità di Israele sulle Alture del Golan occupate.

Biden ha detto che lascerà l’ambasciata USA a Gerusalemme.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)