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Al-Haq: “65 organizzazioni inviano una lettera al nuovo alto commissario per i diritti umani, sollecitando misure concrete per assicurare giustizia e responsabilizzazione per il popolo palestinese”

Al-Haq

18 ottobre 2022 – IMEMC

Il 17 ottobre 65 organizzazioni palestinesi, regionali ed internazionali hanno inviato una lettera congiunta al nuovo alto commissario per i diritti umani, Volker Türk, dandogli il benvenuto per questa sua nuova posizione ed evidenziando alcune delle recenti e allarmanti politiche e pratiche israeliane imposte ai palestinesi.

In modo specifico la lettera sottolinea i 15 anni di chiusura e assedio della Striscia di Gaza da parte di Israele; l’inasprimento delle incursioni militari intrusive di Israele nelle città palestinesi nei mesi scorsi; la chiusura come atto di punizione collettiva dei campi profughi di Shuafat e ‘Anata, così come un aggravamento nell’uso della politica “sparare per uccidere” delle forze di occupazione israeliane.

Inoltre la lettera sottolinea l’incremento della campagna israeliana di arresti e detenzioni arbitrari di massa, inclusa l’arbitraria, coercitiva e punitiva politica della detenzione amministrativa [cioè senza processo né accuse e rinnovabile a tempo indeterminato, ndt.].

Notando come al popolo palestinese sia stato negato per decenni il diritto all’autodeterminazione, la lettera congiunta evidenzia che la situazione dei diritti umani in Palestina dovrebbe essere in cima all’agenda dell’alto commissario, incluso un incremento della priorità dell’aggiornamento annuale del database ONU sulle attività commerciali delle colonie, come prescritto [dalle norme dell’ONU, ndt.].

La lettera fa notare con preoccupazione i ripetuti e inspiegabili ritardi dell’aggiornamento del database che sono senza precedenti nel modo in cui l’ufficio dell’alto commissariato per i diritti umani (OHCHR) ha gestito i mandati precedenti e sono causati da pressioni e interferenze politiche esercitate su OHCHR.

A tal fine la lettera evidenzia gli sforzi sistematici di Israele per silenziare i difensori dei diritti umani che alzano la loro voce contro le politiche e pratiche illegali di Israele, inclusa la messa al bando arbitraria di sei importanti organizzazioni della società civile palestinese, e spingono per la giustizia e la responsabilizzazione internazionale Ciò detto, le organizzazioni hanno espresso la loro fiducia che tale pressione non farà sviare l’OHCHR dal suo impegno per i diritti umani, per la giustizia, e la responsabilizzazione e sollecitano il nuovo alto commissario e il suo ufficio a:

    1. Riconoscere e prendere atto delle cause prime della prolungata negazione dei diritti dei palestinesi, radicata nel colonialismo di insediamento e nell’apartheid dello Stato di Israele;
    2. Dare priorità all’aggiornamento annuale del database ONU, come prescritto dalla Risoluzione 31/36 del Consiglio per i Diritti Umani (HRC) ed assicurare che siano allocate le opportune risorse per permettere uno sviluppo continuativo del database;
    3. Continuare a lavorare con le organizzazioni della società civile e con i difensori dei diritti umani in piena trasparenza per il completamento e l’aggiornamento continuativo del database;
    4. Affrontare l’aggressione istituzionale e sistematica da parte di Israele del popolo palestinese, inclusi i 15 anni di blocco della Striscia di Gaza e le massicce e arbitrarie politiche di “sparare per uccidere” e detenzione amministrativa
    5. Indagare e segnalare, con visite in loco o altro, attacchi contro i difensori dei diritti umani che lavorano sulle questioni palestinesi e che affrontano intimidazioni o arbitrarie restrizioni legislative o amministrative e assicurarne la protezione

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Cosa sta succedendo adesso in Cisgiordania: un’analisi dettagliata

Mariam Barghouti e Yumna Patel

17 ottobre 2022 – Mondoweiss

La ripresa degli scontri armati palestinesi contro le autorità coloniali israeliane si preparava da anni e Israele ha lanciato una campagna militare che dura da mesi per annientarla.

La Cisgiordania e Gerusalemme sono “in fiamme.” 

È un termine che abbiamo visto usare sempre di più sui social, nei notiziari e dagli opinionisti parlando degli eventi in corso nel territorio palestinese occupato. Non è neanche un’espressione nuova utilizzata per descrivere ondate di repressione e resistenza in Palestina, la più recente è stata l’Intifada dell’Unità nel 2021 che ha investito la Palestina storica. 

Allora cosa sta accadendo esattamente nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme proprio ora, e perché? Cosa la rende diversa da quello che abbiamo visto nella storia recente e cosa significa per il futuro della resistenza palestinese all’occupazione e al colonialismo israeliani?

Nelle ultime settimane in Cisgiordania abbiamo assistito a un’evidente intensificarsi del giro di vite degli israeliani contro i palestinesi che ha preso di mira sia civili nelle proprie case e villaggi che combattenti e gruppi armati della resistenza. 

Simultaneamente i coloni armati hanno terrorizzato comunità palestinesi in Cisgiordania, spesso in presenza e con la protezione dell’esercito israeliano. 

La repressione in corso, e la resistenza ad essa, sono parte di una più ampia campagna durata mesi per sedare una crescente resistenza palestinese, particolarmente quella armata, che ha visto una rinascita in alcune aree della Cisgiordania.

L’ascesa della resistenza palestinese dinanzi a una repressione brutale

Dall’inizio di ottobre le forze israeliane hanno ucciso 15 palestinesi, tra cui quattro adolescenti e bambini, principalmente durante raid notturni e operazioni di arresto. 

Solo nell’ultima settimana sono stati uccisi quattro palestinesi: Mujahed Daoud, 31 anni, di Salfit morto domenica in seguito alle ferite riportate durante scontri con le forze israeliane la settimana prima. Mateen Dabaya, 20 anni, e Abdullah Abu al-Teen, 43 anni, medico e padre di tre figli, entrambi uccisi venerdì mattina presto in un raid contro il campo profughi di Jenin. Venerdì notte le forze israeliane hanno ucciso Qais Imad Shujaiya, 23 anni, coinvolto in una sparatoria vicino alla colonia illegale di Beit El durante la quale era stato ferito un colono israeliano. 

Mercoledì 12 ottobre è stato ucciso il diciassettenne Osama Mahmoud Adawi quando le forze israeliane gli hanno sparato all’addome all’esterno del campo profughi di Arroub, a sud di Betlemme, in Cisgiordania. 

Mentre esercito, polizia e intelligence israeliani, su richiesta del primo ministro Yair Lapid, intensificano la loro ultima campagna, è cresciuta la resistenza palestinese alle tattiche dell’occupazione insieme al terrore dinanzi alla violenza israeliana. 

Nelle ultime due settimane sono stati uccisi in attacchi con armi da fuoco separati due soldati israeliani: uno a un checkpoint dell’esercito fuori dal campo profughi di Shuafat a Gerusalemme e un altro presso una postazione dell’esercito nella zona di Nablus, nella Cisgiordania settentrionale. 

Da notare che entrambi i tiratori ne sono usciti vivi [in realtà uno dei due è stato ucciso il 19 ottobre, ndt.], un evento poco comune alla luce della politica dell’esercito israeliano nei territori occupati di sparare per uccidere, che le autorità israeliane si rifiutano attivamente di cambiare nonostante la pressione internazionale. Agli inizi di settembre Yair Lapid, primo ministro israeliano, aveva fatto notare che nessun soldato sarà perseguito “solo per ricevere gli applausi dall’estero”.

Nella caccia all’uomo per trovare gli attentatori le forze israeliane hanno messo in atto una quantità di misure di punizione collettiva, incluse vaste chiusure di strade che hanno colpito l’intero distretto di Nablus, e il blocco di interi quartieri come Shuafat e il vicino Anata. Il blocco di Shuafat e dei quartieri circostanti ha scatenato un’ampia campagna di disobbedienza civile in tutti i quartieri di Gerusalemme. 

Proteste a sostegno della campagna di disobbedienza civile a Gerusalemme sono aumentate nella Striscia di Gaza assediata, dove i palestinesi si sono uniti alla chiamata a continuare gli scontri contro gli apparati militari israeliani. 

Allo stesso tempo, nel mezzo della stagione delle festività ebraiche, i coloni israeliani, con la supervisione e protezione delle forze israeliane, hanno intensificato i loro attacchi contro i palestinesi e le loro proprietà in Cisgiordania. 

I raid quasi ogni notte, la repressione letale di proteste, la politica di punizioni collettive e l’aumento della violenza dei coloni non hanno certo spento la resistenza palestinese. Continuano i resoconti di proteste e scontri quotidiani contro le forze israeliane a Gerusalemme e in Cisgiordania, mentre tra l’opinione pubblica cresce il favore per il gruppo della resistenza palestinese Areen Al-Usud (Tana del Leone) con base a Nablus, che sta rivendicando la responsabilità del crescente numero di operazioni armate contro le posizioni militari israeliane in Cisgiordania. 

In memoria di due palestinesi uccisi dall’esercito israeliano a Nablus . Foto: SHADI JARAR’AH/APA IMAGES

Cosa significa per i palestinesi l’operazione ‘Break the Wave’ (Spezza l’ondata)?

La campagna su larga scala coordinata dall’esercito e dall’intelligence israeliani si concentra contro i palestinesi di Nablus e Jenin in Cisgiordania e nella città di Gerusalemme. I palestinesi non sono sorpresi da questa recente intensificazione degli assalti da parte di Israele, che si fonda sulle azioni di anni precedenti.

La [Città vecchia] è come è sempre stata” dice Basil Kittaneh, ricercatore e abitante della Città Vecchia di Nablus, dove fioriscono gruppi armati di resistenza, guidati principalmente da giovani senza affiliazioni con alcun partito politico. 

Ogni giorno gli abitanti si preparano a sperare in qualcosa. Ogni notte i droni ronzano e non fanno dormire la gente che è terrorizzata,” afferma.

Dopo il picco dell’Intifada dell’Unità della scorsa estate un cambiamento imprevisto è scaturito dall’unificazione dei palestinesi da una parte e dall’altra dei confini, i cui effetti continuano tuttora a vedersi.

Quando l’anno scorso i palestinesi si si sono ribellati collettivamente, sono stati anche puniti collettivamente, anche quelli con cittadinanza israeliana. Nel maggio 2021 la polizia israeliana ha lanciato l’operazione “Legge e ordine” che ha preso di mira i palestinesi con cittadinanza israeliana che avevano partecipato alle attività dell’Intifada dell’Unità, particolarmente quelli che avevano sparato sulle folle israeliane inferocite che avevano invaso i quartieri palestinesi attaccandone gli abitanti. Da un giorno all’altro migliaia di palestinesi con cittadinanza israeliana sono stati arrestati come punizione collettiva e in nome di quella che gli apparati di sicurezza israeliani definiscono “deterrenza.” 

Guidata dal capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Aviv Kochavi, insieme al premier israeliano, la campagna Break the Wave durata mesi è il punto cruciale di quello a cui stiamo assistendo oggi nella Palestina occupata. Kochavi ha impiegato soldati israeliani non solo in Cisgiordania, ma ha anche esteso la giurisdizione militare della polizia israeliana in città oltre la Linea Verde [cioè in Israele. n.d.t.]. I palestinesi con cittadinanza israeliana furono sottoposti a un regime militare de facto fino agli anni ‘70.

Le implicazioni dell’attuale escalation di Israele fanno parte del più ampio progetto coloniale israeliano guidato da un’ideologia sionista di destra. Secondo il capo militare israeliano le forze israeliane hanno arrestato più di 1.500 palestinesi in raid quotidiani contro città e paesi.

A settembre Kochavi ha detto: “A questo scopo raggiungeremo ogni città, quartiere, vicolo, casa o cantina.” Tuttavia i numeri sono molto più alti di quelli riportati da Kochavi, il che ha portato a un attacco sistematico al senso di stabilità e sicurezza dei palestinesi, poiché implica che le forze israeliane non siano confinate a un singolo spazio geografico, ma che invece prendono di mira tutti, non solo coloro che resistono, ma anche quelli che mostrano segni potenziali di resistenza.

La gente [della Città Vecchia] è in stato di allerta tutta la notte,” ha spiegato Kittaneh a Mondoweiss. “Complessivamente sono favorevoli alla resistenza, ma la punizione collettiva è imposta su tutta Nablus.” 

Resistenza senza coordinamento

Proprio come l’esercito israeliano non è limitato dalla geografia, non lo è neppure la conflittualità palestinese. Ad agosto abbiamo assistito a una nuova dinamica fra Gaza e la Cisgiordania in cui, a differenza del decennio passato, Gaza è diventata una forza mediatrice per il ridimensionamento della resistenza in Cisgiordania.

Ogni persona degna e libera del mondo starà dalla nostra parte,” ha detto a settembre a Mondoweiss S., combattente per la resistenza, mentre si sentiva in lontananza il rumore delle sparatorie da parte delle forze dell’ANP impegnate a soffocare simultaneamente i crescenti gruppi di resistenza a Nablus. 

Foto: SHADI JARAR’AH/APA IMAGES

Sebbene alcuni paesi e città palestinesi siano diventati obiettivi primari nell’ultima campagna israeliana, l’attacco dell’esercito e dell’intelligence israeliani è generalizzato. Secondo l’Associazione dei prigionieri palestinesi da gennaio sono stati arrestati più di 5.292 palestinesi. Su 100 arresti, 14 sono bambini e minori, 766 di loro sono stati imprigionati da gennaio.

Si va dalla resistenza armata a quella popolare disarmata, che si è allargata con il coinvolgimento dei palestinesi della diaspora e in esilio. In questo modo la frammentazione dell’identità dei palestinesi da parte di Israele continua a essere sfidata e interrotta.

Poiché dal 2005 questo è stato uno degli anni più letali per i palestinesi in termini di violenza dei coloni, essi si trovano ora davanti a una repressione molto variegata.

Contemporaneamente all’intensificazione di arresti, l’esercito israeliano sta intenzionalmente inasprendo gli omicidi mirati extragiudiziali di palestinesi, principalmente di combattenti della resistenza. Questo è risultato nell’uccisione di oltre 160 palestinesi solo in Cisgiordania (altri 49 sono stati uccisi a Gaza durante il violento attacco di agosto). 

Il ruolo dell’Autorità Palestinese nel reprimere la resistenza

Mentre Israele continua la sua campagna contro i gruppi della resistenza palestinese, il governo israeliano e le forze armate hanno trovato un partner affidabile nella loro repressione: l’Autorità Nazionale Palestinese.

Il 19 settembre le forze di sicurezza dell’ANP, che continua nella controversa politica di coordinamento per la sicurezza con gli israeliani, hanno attaccato la città di Nablus e arrestato due palestinesi combattenti della resistenza, Musaab Shtayyeh, 30 anni, e Ameed Tbeileh, 21 anni, il primo diventato il successore ufficioso di Ibrahim al-Nabulsi, il “Leone di Nablus”, dopo il suo assassinio all’inizio di questa estate. 

Durante i raid che hanno scatenato pesanti scontri a Nablus e proteste contro l’ANP in Cisgiordania le forze di sicurezza dell’ANP hanno ucciso Firas Yaish, 55 anni. Per gran parte dell’opinione pubblica palestinese l’attacco dell’ANP contro i combattenti a Nablus è stato un’aggressione contro la resistenza palestinese, solo un altro esempio del fatto che l’ANP fa il lavoro sporco per Israele. 

Gli attacchi mirati contro la resistenza a Nablus sono arrivati quasi una settimana dopo che Lapid e Kochavi avevano parlato dell’intensificazione delle comunicazioni tra l’esercito israeliano e le forze di sicurezza dell’ANP contro la resistenza palestinese. La morsa israeliana sulla Cisgiordania dipende in larga misura dal sostegno dell’ANP per sorvegliare, prendere di mira, arrestare gli attivisti e allontanare il coinvolgimento politico palestinese dal discorso relativo alla liberazione.

Negli ultimi mesi del 2021 e nei primi mesi di quest’anno l’Autorità Nazionale Palestinese ha intrapreso una campagna su larga scala contro l’opposizione politica, inclusi gli studenti universitari e i giovani che criticano o contestano la legittimità dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Appena l’anno scorso, il 24 giugno 2021, le forze di sicurezza dell’ANP hanno attaccato la casa di Nizar Banat, candidato del Consiglio Legislativo Palestinese, ammazzandolo di botte davanti alla moglie, Jihan e ai loro quattro figli. Nessuno si è assunto la responsabilità di questo crimine di omicidio extragiudiziale che la moglie ha descritto a Mondoweiss come “più vicino alla tortura.”

Mentre Kochavi prometteva l’escalation, il premier Yair Lapid parlava alle Nazioni Unite suggerendo la ripresa della soluzione a due Stati, rivolgendo il proprio discorso al popolo palestinese dicendo: “Noi possiamo costruire il vostro futuro insieme, sia a Gaza che in Cisgiordania,” ma solo se i palestinesi sono disarmati e “dimostrano che Hamas e il Jihad islamico non prenderanno il controllo dello Stato palestinese che (l’ANP) vuole creare.”

A luglio di quest’anno, prima che il presidente USA Joe Biden visitasse la regione, alti diplomatici del Dipartimento di Stato hanno frequentemente visitato la regione. Tuttavia la maggior parte degli incontri con i rappresentanti palestinesi era incentrata su Majed Faraj e Hussein Al-Sheikh. Entrambi sono comandanti della sicurezza preventiva palestinese e degli affari dell’amministrazione civile e, sebbene estremamente impopolari fra il pubblico palestinese, sono stati identificati come i potenziali successori dell’anziano presidente, Mahmoud Abbas.

A vent’anni S. ha conosciuto solo la brutalità della seconda rivolta o il fallimento dell’ANP nell’offrire ai palestinesi servizi e protezione. “Qui viviamo sotto due occupazioni,” ha detto risentito. 

Indicazioni su quello che sta per succedere

L’attuale discussione fra israeliani segnala la possibilità non solo di un’escalation della violenza contro i palestinesi in modi simili all’Operazione Scudo Difensivo agli inizi degli anni 2000, ma anche il paternalismo della percezione israeliana verso i palestinesi. 

Lapid ha specificato che Israele aiuterà i palestinesi a costruire il loro futuro. La dichiarazione è improntata al paternalistico mancato riconoscimento coloniale del diritto palestinese all’autodeterminazione e alla sovranità, mentre enfatizza la necessità di disarmare i palestinesi.

In effetti la Cisgiordania è stata disarmata sotto l’ANP fin dalla fine della Seconda Intifada, eppure ora sembra che fosse solo una situazione temporanea. Mentre gruppi come Areen al-Usud continuano a guadagnare popolarità e influenza fra la gente, l’ANP preferirebbe rafforzare il coordinamento per la sicurezza con Israele per essere certa che le armi usate contro l’occupazione israeliana non vengano un domani rivolte contro l’ANP. 

Resta da vedere se l’opinione pubblica palestinese nel suo complesso sceglierà di unirsi a questi gruppi emergenti di resistenza armata per trasformare il presente movimento in una vera e propria rivolta. Ma gli effetti che questi gruppi stanno avendo si faranno sicuramente sentire, sui social e nelle strade.

Senza cambiamenti in vista riguardo all’espansione dei coloni e al furto di vite, terre e risorse palestinesi, la presente situazione della Palestina ha per forza di cose fatto sorgere nuovi modi di pensare ed agire. 

Fintanto che i palestinesi resteranno sotto lo stivale del colonialismo israeliano continueranno a resistere e a ritagliarsi nuovi spazi che permettano loro di gridare insieme “basta.”

Mariam Barghouti

Mariam Barghouti è la principale corrispondente di Mondoweiss per la Palestina.

Yumna Patel

Yumna Patel è la caporedattrice di Mondoweiss per la Palestina.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)