Una procuratrice ammette che Israele non riesce a trovare vittime di stupri avvenuti il 7 ottobre

Ali Abunimah

6 gennaio 2025 – The Electronic Intifada

Una procuratrice israeliana ha ammesso che nessuno ha ancora sporto denuncia per i presunti stupri commessi da palestinesi il 7 ottobre2023.

Ma Moran Gez, che si è occupata delle azioni legali contro i palestinesi arrestati dopo l’operazione Al-Aqsa Flood [l’attacco del 7 ottobre, ndt.], nonostante l’assenza di prove concrete contro di loro, continua a chiedere esecuzioni di massa.

“Per quanto mi riguarda, chiunque sia entrato in Israele da Gaza il 7 ottobre, non importa se per uccidere o saccheggiare, dovrebbe essere incluso nell’atto di accusa e condannato alla pena di morte”, ha dichiarato Gez.

Ha anche detto di aver sostenuto questa causa con i colleghi che si occupano della pianificazione dei procedimenti giudiziari relativi agli eventi del 7 ottobre.

“Perché? Perché a causa di quelli che non hanno ucciso ma saccheggiato, bruciato, rubato, raccolto avocado, come alcuni sostengono, a causa di questa confusione, l’esercito israeliano non ha potuto arrivare in tempo”, ha aggiunto Gez. “Sei andato alla porta con un trapano e l’hai aperta per rubare? Poi è arrivato un terrorista e ha ucciso dei civili”.

Gez, che fino a poco tempo fa è stata il pubblico ministero incaricato dei cosiddetti casi di sicurezza nel distretto meridionale di Israele, ha svolto un ruolo di spicco nello sforzo per mandare a processo i palestinesi responsabili di atti avvenuti il 7 ottobre che Israele considera criminali. Nessun processo ha ancora avuto luogo.

Mancanza di prove

Gez ha rilasciato queste dichiarazioni in un’intervista concessa a Yedioth Ahronoth, quotidiano israeliano a tiratura nazionale, e pubblicata sul suo sito Ynet il 1 gennaio 2025.

Gez riconosce che Israele ha scarse prove contro qualsiasi specifico individuo.

Gez ammette anche che è improbabile che la pena di morte venga applicata, ma il suo desiderio di esecuzioni, anche per coloro che lei accusa di aver raccolto frutti (coltivati su una terra rubata ai palestinesi dai coloni israeliani), è un buon indicatore del tipo di “giustizia” che i palestinesi possono aspettarsi in Israele.

Con le parole di Ynet: “La difficoltà più grande è probatoria, spiega Gez. È quasi impossibile usare le prove per legare uno specifico crimine a uno specifico imputato mentre ci si occupa di decine di scene del crimine, nelle quali sono stati catturati centinaia di sospetti e migliaia di reati sono stati commessi”.

Ma la sua dichiarazione secondo la quale ci sarebbero troppe prove da esaminare sembra essere una manipolazione finalizzata a nascondere il fatto che in molti casi le prove potrebbero non esserci affatto.

“La legislazione ordinaria in materia probatoria non è adatta in questo caso. Non ci sono concatenazioni organizzate di prove, non c’è nessuno che abbia realizzato i filmati che vorresti presentare in aula”, ha ammesso Gez.

Strumentalizzazione propagandistica di atrocità e incitamento al genocidio

Quasi dalle prime ore del 7 ottobre Israele e i suoi sostenitori hanno diffuso dichiarazioni su stupri di massa di israeliani e altre atrocità commesse dai combattenti palestinesi.

Ma le indagini condotte da The Electronic Intifada e altre testate indipendenti hanno efficacemente dimostrato che le accuse di stupro non sono documentate o sono falsità a tutti gli effetti – una strumentalizzazione propagandistica per giustificare e incitare al genocidio in corso a Gaza per opera di Israele.

I politici a capo dei paesi che armano attivamente il genocidio, come l’amministrazione Biden-Harris negli Stati Uniti, nel loro sostegno alla campagna di sterminio israeliana hanno diffuso la propaganda relativa a stupri e atrocità.

Il Cancelliere tedesco Olaf Scholz ha falsamente affermato che membri di Hamas avessero realizzato dei video che li ritraggono nell’atto di commettere stupri contro persone israeliane.

Il Ministro degli Esteri del governo Scholz Annalena Baerbock si è spinta anche oltre, affermando di aver visto tali video inesistenti con i propri occhi.

Quando ai funzionari del governo tedesco vengono contestate queste menzogne, essi diffamano i giornalisti che pongono le domande e li mettono a tacere.

Nessuna vittima di stupro

Nella sua intervista a Ynet Gez conferma che 15 mesi dopo gli eventi Israele non ha ancora identificato una singola vittima per la quale sia possibile intentare un’azione penale contro un presunto autore di un’aggressione sessuale.

“Sfortunatamente sarà molto difficile provare questi crimini”, ha dichiarato Gez.

“Alla fine, nessuno ha sporto denuncia”, ha ammesso Gez, sottolineando il considerevole divario tra percezione pubblica e realtà dei fatti.

“Ciò che emergerà alla fine sarà del tutto diverso dalla rappresentazione che ne hanno dato i media”, ha detto Gez, per poi offrire la solita versione secondo la quale “le vittime degli stupri sono state uccise oppure non sono ancora pronte a rivelarlo”.

Ma se questa frequente giustificazione può spiegare perché non sia stata identificata neanche una vittima, essa non può invece spiegare la totale assenza di prove, sia scientifiche che visive, e di testimonianze oculari credibili, a maggior ragione se si considera la presunta ampiezza delle aggressioni sessuali il 7 ottobre.

Non che sia mancato l’impegno nella ricerca di vittime.

“Ci siamo rivolti alle organizzazioni per i diritti delle donne e abbiamo chiesto cooperazione”, ha dichiarato Gez. “Ci hanno detto che semplicemente nessuno si era rivolto a loro”, in altre parole nessuno si era fatto avanti.

Ciò conferma l’esperienza del New York Times, che ha passato al setaccio gli ospedali israeliani, i centri di crisi per gli stupri, le linee telefoniche per le aggressioni sessuali e altre strutture specializzate, senza riuscire a trovare una sola vittima di un’aggressione sessuale del 7 ottobre.

“Nessuno aveva incontrato una vittima di aggressione sessuale”, ha spiegato lo scorso anno all’israeliana Canale 12 Anat Schwarz, la giornalista che aveva condotto le ricerche per il Times.

Ciononostante, in quanto membro della squadra di giornalisti del New York Times capitanata dal premio Pulitzer Jeffrey Gettleman, Schwartz ha pubblicato nel dicembre 2023 il tristemente noto articolo “Urla senza parole”, confermando i presunti stupri di massa.

Quella frode giornalistica è stata poi rapidamente smentita, infangando la presunta autorevolezza del quotidiano.

E in particolare, quando lo scorso maggio il Procuratore capo della Corte Penale Internazionale Karim Khan ha richiesto l’emissione di mandati di arresto contro i dirigenti di alto livello di Hamas, non ha incluso nessuna accusa relativa a stupri avvenuti il 7 ottobre.

Questo è un forte indizio del fatto che neanche gli investigatori della Corte abbiano trovato riscontri (anche se Khan ha incluso deboli accuse secondo le quali i prigionieri di guerra e civili trattenuti a Gaza dal 7 ottobre abbiano subito violenze sessuali).

Due distinti rapporti delle Nazioni Unite non hanno confermato nessuna delle dichiarazioni israeliane circa gli stupri del 7 ottobre, al contrario riscontrando nella vasta mole dei materiali presi in esame, incluse migliaia di fotografie e video, non solo che non c’era “nessun concreto segno di stupro”, ma una “assenza di prove forensi di crimini sessuali”.

Essi hanno affermato che ci sono prove di violenze sessuali avvenute il 7 ottobre, ancorché facendo ricorso a definizioni ampie, vaghe e mutevoli di “violenze basate sul sesso e il genere”.

Entrambi i rapporti dell’ONU hanno anche apertamente smentito una quantità di dichiarazioni israeliane rilasciate da esponenti di alto livello sulle aggressioni sessuali del 7 ottobre.

Uno dei due rapporti delle Nazioni Unite afferma che molte delle dichiarazioni israeliane in merito a violenze sessuali o di genere avvenute il 7 ottobre, inclusa la storia ampiamente riportata del feto asportato dal grembo materno, si sono rivelate “infondate”.

Anche il secondo rapporto ha riconosciuto che certe accuse di violenza sessuale sono risultate essere “false, inesatte o contraddittorie”.

Abbassare le aspettative”

Si paragoni la dichiarazione di Gez, secondo la quale non si sono trovate vittime israeliane di stupro perché se non sono morte non sono “ancora pronte a rivelarlo”, con la situazione dei palestinesi imprigionati da Israele dal 7 di ottobre.

Presumibilmente i palestinesi non dovrebbero essere meno riluttanti o imbarazzati degli israeliani nel dichiararsi vittime di stupro o aggressione sessuale.

Eppure dal 7 ottobre i palestinesi hanno dato molteplici testimonianze in prima persona, come vittime o testimoni, di violenze sessuali e stupri da parte del personale israeliano.

Le ben documentate e sistematiche violenze sessuali e torture israeliane contro i palestinesi, compreso almeno un caso di un detenuto vittima di tortura e di un orribile stupro di gruppo che è stato parzialmente filmato nel campo di concentramento segreto di Sde Teiman, non hanno tuttavia suscitato nemmeno una frazione dello sdegno e dell’attenzione ottenute invece dalle denunce di stupro israeliane, per quanto non verificate e prive di prove.

Per quanto riguarda quei casi di stupro, Gez racconta a Ynet di aver passato nottate a esaminare materiali come “testimonianze di ZAKA, del rabbinato e delle ragazze che hanno lavato i corpi”.

Non dice però di aver letto alcuna prova forense o referto anatomopatologico che attesti segni di violenza sessuale.

Come è ormai risaputo, ZAKA è il gruppo estremista ebraico fondato e gestito da decenni da uno stupratore seriale di bambini, un gruppo che si occupa di raccogliere i corpi delle vittime di catastrofi per dar loro sepoltura. I suoi volontari non hanno preparazione medica e non si tratta di un’organizzazione dotata di competenze nell’indagine di scene del crimine o in medicina legale.

I dirigenti e i membri di ZAKA hanno svolto un ruolo fondamentale nella fabbricazione e nella diffusione di false atrocità a fini di propaganda, comprese quelle, in seguito smentite, relative agli stupri e ai bambini decapitati.

Ammettendo la mancanza di solide prove per le incendiarie accuse di stupro, Gez consiglia: “A questo riguardo, abbasserei le aspettative”.

“So che il pubblico ha delle aspettative e capisco il bisogno di reagire ai reati a sfondo sessuale e alle orribili aggressioni sessuali che hanno avuto luogo, ma la stragrande maggioranza dei casi non può essere provata in tribunale”, ha dichiarato la procuratrice.

Eppure Gez non è disposta a subordinare il proprio desiderio di vendetta alla mancanza di prove e ritiene che la legislazione in materia dovrà essere cambiata, probabilmente per liberarsi del bisogno di prove. Ma questo riguarda il futuro.

Vuole anche tornare all’uso del tribunale militare per giudicare i palestinesi di Gaza, come ancora si fa per i palestinesi in Cisgiordania, dove i palestinesi sono presunti colpevoli e il tasso di condanna è di fatto del 100%.

Nessuna confessione

Per i casi relativi agli eventi del 7 ottobre, Gez afferma che “Alla fine, serve una confessione”.

Ma secondo lei anche in questo caso Israele ha fatto un buco nell’acqua.

“Sorprendentemente, durante gli interrogatori, questi terroristi cercano di minimizzare l’aspetto nazionalistico”, ha detto Gez. “Sulla base della mia esperienza nell’ambito della sicurezza, la maggior parte dei terroristi sono molto orgogliosi di quello che hanno fatto e non lo nascondono”.

Al massimo, secondo Gez, i detenuti hanno ammesso soltanto azioni come esplodere colpi di arma da fuoco, ma senza colpire nessuno.

“Non è il modo in cui vedo comportarsi di solito i terroristi”, ha affermato, chiamando “vigliacchi” i palestinesi arrestati il 7 ottobre per non aver confessato i crimini raccapriccianti per i quali lei cerca vendetta.

Ovviamente non prende in considerazione che molti dei palestinesi rastrellati e detenuti nella rete segreta di prigioni e campi di tortura israeliani non abbiano commesso gli atti di cui sono accusati, o che essi rilascino false confessioni di reati minori nella speranza di evitare o mettere fine alle torture sistematiche di Israele.

Al momento della stesura di questo articolo, le dichiarazioni compromettenti di Gez sono state pubblicate soltanto in ebraico, come contenuto riservato agli abbonati, e probabilmente vogliono assecondare la sete di sangue di un pubblico israeliano.

È importante che esse siano portate all’attenzione globale, perché sottolineano ancora una volta che quando Israele sostiene di avere un sistema giudiziario funzionante ed equo, almeno per quanto riguarda i palestinesi, non si tratta che di sfacciate menzogne.

[traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola]




Il New York Times ha un orribile pregiudizio anti-palestinese

BEN BURGIS

29 febbraio 2024 – Jacobin

Il fatto che il New York Times abbia affidato la sua inchiesta sulle denunce di aggressioni sessuali del 7 ottobre ad Anat Schwartz, una giornalista non professionista con convinzioni antipalestinesi e rapporti con l’esercito israeliano, è un esempio estremo della indefettibile tendenziosità del giornale a favore di Israele.

Il New York Times forse è il quotidiano più prestigioso del mondo anglofono. I suoi articoli hanno ottenuto 132 premi Pulitzer, a cominciare da quello che il giornale ricevette nel 1918 per i suoi servizi sulla Prima Guerra Mondiale. Ne ha aggiunti altri tre solo l’anno scorso.

In un’epoca in cui è diventato sempre più comune per i lettori vantarsi non di leggere o vedere reportage oggettivi ma piuttosto di consultare fonti “delle due parti”, il Times può essere percepito come la reliquia di un tempo passato, quando vigeva ancora l’ideale della neutralità. Il giornale è stato storicamente soprannominato “La Vecchia Signora”, sia per la sua tradizione di stamparlo solo in bianco e nero – non ha iniziato a includere immagini a colori fino agli anni ’90 – e per una certa etica di prudenza e accuratezza giornalistiche.

Tuttavia, come ha evidenziato Mona Chalabi, una delle giornaliste che ha aggiunto un Pulitzer al giornale lo scorso anno, una delle aree in cui questa reputazione è più difficile da conciliare con la realtà è l’informazione del Times su Israele/Palestina. Poco prima di presentarsi alla cerimonia del Pulitzer a novembre Chalabi ha postato sulla sua pagina Instagram un grafico che fa un bilancio devastante.

Persino mentre il numero di morti palestinesi rende minimo quello degli israeliani – le stime attuali del numero di civili israeliani uccisi il 7 ottobre è di centinaia, mentre decine di migliaia di civili palestinesi sono stati uccisi durante i molti mesi di brutale rappresaglia israeliana – il Times ha destinato molta più attenzione ai morti israeliani. Di fatto, come mostra la tabella, la disconnessione dalla realtà è effettivamente aumentata nello stesso momento in cui i morti palestinesi stavano aumentando in modo esponenziale.

Più di recente la polemica sulla giornalista freeelance del Times Anat Schwartz ha rivelato l’orribile profondità della tendenziosità. Nonostante non abbia esperienza giornalistica, ha fatto parte del piccolo gruppo di reporter designati a coprire una delle vicende più delicate e importanti di cui il Times si è occupato da quando è iniziata la guerra di Israele contro Gaza: le accuse secondo cui Hamas avrebbe sistematicamente utilizzato aggressioni sessuali come arma di guerra durante l’attacco del 7 ottobre. Da allora dettagli fondamentali di questa vicenda si sono dimostrati discutibili, e Schwartz ha evidenziato di essere quanto più lontana si possa immaginare da una giornalista neutrale.

Prima di diventare regista – e, improvvisamente lo scorso anno, giornalista freelance del New York Times — Schwartz ha fatto parte del reparto di intelligence dell’aviazione militare israeliana. E le sue opinioni sul conflitto israelo-palestinese, che sono di dominio pubblico, tendono a un razzismo genocida.

Anat Schwartz e il New York Times

La firma di Schwartz è comparsa, insieme a quelle di suo nipote Adam Sella e dell’esperto giornalista Jeffrey Gettleman, in un articolo intitolato “Urla senza parole: come Hamas ha utilizzato sistematicamente la violenza sessuale il 7 ottobre”. L’articolo è stato scelto per una lode speciale dal direttore esecutivo del Times, Joe Kahn, che in una mail alla redazione ha affermato: “Il gruppo” di Gettleman, Schwartz e Sella ha trattato una vicenda “molto politicizzata e delicata” in “modo sensibile e dettagliato”.

Da allora l’articolo è stato messo sotto accusa per evidenti imprecisioni. In particolare, circa un terzo dell’articolo è stato dedicato fondamentalmente a un solo incidente: il presunto stupro di Gal Adbush, uccisa il 7 ottobre, diventata nota come “la donna vestita di nero” per la sua apparizione in un video che la mostra a terra morta con il corpo in parte denudato. Il video non mostra un’aggressione sessuale, anche se alcuni osservatori l’hanno interpretato come una prova che avrebbe potuto avvenire in precedenza.

Un successivo reportage della pubblicazione progressista ebraica Mondoweiss ha messo in dubbio praticamente ogni elemento di questo articolo:

“Al momento non c’è alcuna traccia del video su internet, nonostante le affermazioni del Times secondo cui “è diventato virale”. Oltretutto la stampa israeliana, benché abbia raccontato centinaia di vicende sulle vittime del 7 ottobre, non ha mai citato “la donna vestita di nero” neppure una volta prima dell’articolo del 28 dicembre. Non sembra che il video di fatto sia diventato il simbolo ampiamente diffuso che il Times sostiene sia. Ma comunque dopo un giorno dalla pubblicazione del reportage sono emersi fatti che smentiscono l’articolo del Times.

In particolare i genitori e i fratelli di Adbush hanno strenuamente smentito l’idea che ci sia una qualche prova del fatto che Gal sia stata stuprata ed hanno manifestato disgusto nei confronti del comportamento dei giornalisti del Times. Non hanno interpretato il video nello stesso modo e dicono che non avrebbero collaborato con l’articolo se avessero saputo che sarebbe stato centrato su queste accuse.

Per essere chiari, niente di quanto detto intende affermare che nessuna donna o ragazza israeliana sia stata violentata il 7 ottobre. Anche se Adbush non è stata una di loro, sarebbe sorprendente se il 7 ottobre fosse la prima volta nella storia dell’umanità che migliaia di soldati infuriati ed esaltati siano stati mandati in territorio nemico per una missione che include l’uccisione e il rapimento a caso di civili senza che nessuno di questi soldati abbia commesso alcuna aggressione sessuale.

Ma la specifica accusa fatta da Schwartz e dai suoi co-autori in “Urla senza parole” è che “le aggressioni contro le donne non sono state eventi isolati ma parte di un modello di comportamento più generale.” È un’accusa estremamente grave e la posta in gioco è molto alta. Un organo informativo con valori etici se ne sarebbe occupato con cautela e avrebbe controllato rigorosamente ogni dettaglio.

La posta in gioco è alta perché la narrazione dello Stato di Israele sugli avvenimenti del 7 ottobre, che ha incluso una pesante insistenza sulle aggressioni sessuali, è stata utilizzata per giustificare atrocità su grande scala. Nel momento in cui scrivo 1,9 milioni dei 2.3 milioni di abitanti di Gaza sono stati espulsi dalle loro case e la fame sta dilagando. Le Forze di Difesa Israeliane [l’esercito israeliano, ndt.] (IDF) sono state così metodiche nel loro obiettivo di distruggere le infrastrutture civili del territorio che l’ultima università rimasta a Gaza è stata distrutta con una esplosione controllata. Decine di migliaia di civili, tra cui oltre dodicimila bambini, sono stati uccisi. E, con un colpo di scena deprimente ma prevedibile, ci sono prove credibili che le atrocità israeliane abbiano incluso violenze sessuali, il che non sarebbe una novità.

Proprio a causa della gravità dei crimini sessuali e della giustificazione che essi spesso conferiscono ai nemici di chi li ha commessi, è estremamente importante avere una chiara e concreta attendibilità delle prove. Quanto ci vorrà – quanto ci vorrebbe – perché un giornale come il New York Times dichiari che aggressioni sessuali da parte di membri delle IDF sono “non incidenti isolati ma parte di un modello di comportamento più generale?”

È possibile immaginare che il Times assegni un articolo che faccia una simile accusa a un gruppo di tre giornalisti, uno dei quali membro di Hamas senza esperienze giornalistiche che non abbia mai preso le distanze dal suo passato e un altro che sia nipote dell’ex membro di Hamas? Se ciò per qualche ragione avvenisse, potete immaginare che l’articolo poi venga gestito senza verificare accuse cruciali, persino mentre i genitori e fratelli della principale presunta vittima negassero chiaramente che lo stupro fosse avvenuto?

Se potete arrivare con la vostra immaginazione così lontano, aggiungete un dettaglio in più. Immaginate che l’ex membro di Hamas abbia recentemente approvato sulle reti sociali post che chiedono l’uccisione di massa di israeliani, e che lo abbia fatto molto prima che la sua firma apparisse per la prima volta sul Times.

In effetti il più recente cambiamento nella saga di Schwartz è che si è scoperto che lei, prima che il suo lavoro comparisse sul Times, aveva approvato un grottesco post che definiva i palestinesi “animali umani” e chiedeva che Gaza venisse “trasformata in un mattatoio”. Il post proponeva anche che Israele abbandonasse l’idea di “proporzionalità” a favore di una “risposta sproporzionata” e incoraggiava le IDF a “violare ogni regola” per garantire la vittoria.

Perché Chomsky digrigna i denti

Molto chiaramente Schwartz è uno dei sintomi di un problema molto più generale riguardo alla copertura di Israele/Palestina pubblicata dal New York Times. Un indizio di come abbia potuto avvenire viene da uno sguardo più attento sul direttore esecutivo succitato.

Come hanno scritto su Intercept Ryan Grim e Daniel Boguslaw, il padre di Kahn, Leo Kahn, è stato per molto tempo consigliere del Committee for Accuracy in Middle East Reporting and Analysis [Comitato per l’Accuratezza dell’Informazione e dell’Analisi sul Medio Oriente] (CAMERA), che intendeva imporre l’adesione a una linea filo-israeliana nell’informazione dei mezzi di comunicazione “denigrando giornalisti con il cui lavoro era in disaccordo e lanciando campagne di boicottaggio contro organizzazioni di comunicazione che ritiene non rispondano con sufficiente acquiescenza alle sue richieste.” E, secondo lo stesso profilo di Joe Kahn pubblicato dal Times quando è diventato direttore esecutivo del giornale nel 2022, padre e figlio “spesso ‘hanno analizzato insieme l’informazione giornalistica’”. Mentre il Times nega che CAMERA abbia una particolare influenza sulle sua informazione, Grim e Boguslaw notano che il livello di adesione del giornale alle continue richieste di CAMERA” è “in sorprendente contrasto con la sua tradizionale resistenza a correggere i propri articoli.”

Né, osservano, questo è l’unico rapporto familiare che suscita serie domande riguardo alla capacità del giornale di informare su Israele/Palestina in accordo con la sua aura di pesante integrità giornalistica. “Nel corso degli ultimi 20 anni i figli di tre giornalisti del Times si sono arruolati nelle IDF mentre i genitori coprivano questioni riguardanti il conflitto israelo-palestinese,” notano gli autori di Intercept.

Tuttavia sotto la superficie di questi strati di tendenziosità antipalestinese potrebbe esserci una questione più profonda e più semplice. Come hanno sostenuto Noam Chomsky e il defunto coautore Edward Herman in Manufacturing Consent [La fabbrica del consenso. La politica e i mass media, Il Saggiatore, 2014], uno dei pregiudizi caratteristici dei mezzi di comunicazione più importanti in generale – di cui il New York Times è stato emblematico molto prima dell’inizio di questi recenti drammatici conflitti di interesse – sono state la profonda deferenza e l’affinità ideologica rispetto alla sicurezza nazionale statunitense.

Questo era vero per come hanno informato sulla guerra del Vietnam quando i presidenti Lyndon B. Johnson e Richard Nixon bombardavano a tappeto quel Paese per reprimere una rivoluzione contadina. Lo era nella guerra contro l’Iraq, quando il Times pubblicò acriticamente le menzogne dell’amministrazione di George W. Bush sulle “armi di distruzione di massa”. Non dovremmo sorprenderci di scoprire che è vero riguardo a Gaza, dove il massacro di massa e l’espulsione di civili vengono portati avanti con fondi e armi americani.

Questa dinamica ha ispirato una classica storiella riguardo a una visita di Chomsky dal dentista. Come raccontato da Gore Vidal e Christopher Hitchens, il dentista disse a Chomsky: “I tuoi denti sono a posto, ma devi smettere di digrignarli.” Chomsky smentì di digrignare i denti, e il dentista gli garantì che lo faceva, come evidenziato dal fatto che il suo smalto era consumato. Era presente la moglie di Chomsky, che assicurò al dentista che Noam non digrignava i denti di notte mentre dormiva. In seguito la coppia capì. Noam digrignava i denti quando la signora Chomsky era fuori dalla stanza mentre lui beveva il suo caffè mattutino “e leggeva il New York Times.

Collaboratore

Ben Burgis è editorialista di Jacobin, docente di filosofia a contratto alla Rutgers University e conduttore del programma e podcast di YouTube Give Them An Argument [Date loro un argomento]. E’autore di vari libri, il più recente dei quali è Christopher Hitchens: What He Got Right, How He Went Wrong, and Why He Still Matters [Christopher Hitchens: quello che ha fatto bene, come si è sbagliato e perché è ancora importante. Hitchen è stato un intellettuale e giornalista britannico naturalizzato statunitense originariamente trotzkista e passato poi a posizioni di destra, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)