“Sono stato uno scudo umano”: cosa hanno fatto i soldati israeliani a un padre di Gaza

Maram Humaid

16 Mar 2025 – Aljazeera

Yousef al-Masri ha trascorso diversi terribili giorni costretto a ispezionare stanze per soldati israeliani pesantemente armati.

Gaza City – Il 19 ottobre centinaia di palestinesi sfollati nella scuola Hamad di Beit Lahiya, nel nord di Gaza, hanno sentito ciò di cui tutti nell’enclave palestinese hanno terrore.

“All’alba abbiamo sentito i carri armati [israeliani] circondare la scuola, e i droni sopra di noi hanno iniziato a ordinare a tutti di uscire”, ricorda Amal al-Masri, 30 anni, che quando sono arrivati i carri armati aveva partorito la sua figlia più piccola così di recente da non averle ancora dato un nome.

La gente era già tesa in seguito a bombardamenti ed esplosioni nel corso della notte: gli adulti erano troppo spaventati per dormire, i bambini piangevano per la paura e la confusione.

“Gli edifici intorno a noi venivano bombardati”, dice Amal, che viveva in un’aula scolastica al piano terra con suo marito Yousef, 36 anni, i loro cinque bambini piccoli Tala, Honda, Assad e Omar, tutti di età compresa tra i 4 e gli 11 anni, e il padre di Yousef, Jamil, 62 anni.

Amal stava cullando la neonata mentre Yousef teneva in braccio due dei loro figli più piccoli. Insieme, gli adulti si erano messi a pregare.

Ora era l’alba e una voce maschile registrata che parlava in arabo risuonava attraverso gli altoparlanti di un quadricottero che sorvolava la scuola ordinando a tutti di uscire con i documenti di identità e le mani alzate.

Il quadricottero ha sparato contro gli edifici e ha sganciato bombe sonore, mandando le persone nel panico mentre correvano a raccogliere tutto quello che potevano. Alcune fuggivano a mani vuote.

Yousef, Amal e i bambini sono stati tra i primi a raggiungere il cortile della scuola: Yousef e i quattro bambini tenevano in alto i documenti d’identità e le mani, mentre Amal aveva in braccio il piccolo.

Nel caos Yousef ha perso di vista suo padre.

“I quadricotteri hanno dato degli ordini: ‘Uomini al cancello della scuola, donne e bambini nel cortile’,” ricorda Amal.

La fossa

“Al cancello della scuola c’erano dei soldati con dei carri armati alle spalle mentre altri circondavano il posto”, dice Yousef.

Lui e altri maschi di età superiore ai 14 anni, tra cui alcuni conosciuti provenienti dalle scuole vicine, hanno ricevuto l’ordine dai soldati israeliani di radunarsi al cancello principale in gruppi, mettersi in fila e avvicinarsi a un passaggio per l’ispezione con una telecamera, noto come “al-Halaba” [termine arabo che significa “l’arena” o “il ring”, si riferisce a una modalità di controllo ndt.] 

Tutti erano costretti ad avvicinarsi a un tavolo con sopra una telecamera, uno alla volta”, spiega Yousef, che ritiene che la telecamera utilizzasse la tecnologia di riconoscimento facciale.

Racconta che dopo essere stati registrati dalla telecamera sono stati mandati in una fossa scavata dai bulldozer israeliani.

Nelle ore successive alcuni di loro sono stati rilasciati, altri sono stati mandati in un’altra fossa, mentre altri ancora sono stati sottoposti ad interrogatorio.

Quanto a Yousef, è rimasto per tutto il giorno inginocchiato con le mani dietro la schiena insieme a circa altri 100 uomini in una fossa vicino alla scuola.

“I soldati sparavano, lanciavano bombe sonore, picchiavano alcuni uomini, ne torturavano altri”, afferma. Per tutto il tempo ha temuto per la sua famiglia.

“Ero profondamente preoccupato per mia moglie e i miei figli. Non sapevo nulla di loro”, racconta Yousef. “Mia moglie aveva partorito una settimana prima e non sarebbe stata in grado di camminare con i bambini. Senza nessuno ad aiutarli, avevo paura di quello che sarebbe potuto accadere loro”.

Quando è scesa la sera nella fossa erano rimasti solo circa sette uomini.

Yousef era affamato, stanco e preoccupato, poi un soldato lo ha indicato. “Ha scelto a caso me e altri due uomini; non capivamo perché“, riferisce ad Al Jazeera.

“I soldati ci hanno portato in un appartamento all’interno di un edificio vicino”, dice, aggiungendo di ritenere che si trovassero nelle vicinanze della rotonda Sheikh Zayed.

Agli uomini era proibito parlare tra loro, ma Yousef li aveva riconosciuti: un 58enne e un ventenne rifugiati in scuole vicino a Hamad. Per tutto il tempo, dice, il rumore degli attacchi e dei bombardamenti risuonava intorno a loro.

“Un soldato ci ha detto che li avremmo aiutati in alcune missioni e che dopo saremmo stati rilasciati, ma avevo paura che ci avrebbero uccisi da un momento all’altro”, racconta Yousef.

Usato come scudo”

Ad un certo punto della notte Yousef e i suoi compagni di prigionia, esausti, si sono appisolati, per poi essere svegliati di soprassalto dai soldati e spinti fuori dall’appartamento, in strada.

Si è presto reso conto che i soldati camminavano dietro di lui utilizzandolo come scudo.

“La consapevolezza di essere usato come scudo umano è stata terribile”.

Raggiunta una scuola che era stata svuotata dai soldati israeliani, gli è stato ordinato di aprire le porte e di entrare in ogni classe per controllare se ci fossero combattenti nascosti.

I soldati, armati pesantemente, sarebbero entrati solo dopo il suo “via libera”.

La giornata è continuata in questo modo, con l’impiego di Yousef per “ispezionareuna stanza dopo l’altra, dopodiché i soldati davano fuoco agli edifici.

Per tutto il tempo Yousef ha temuto che un quadrirotore gli sparasse o che un cecchino israeliano lo scambiasse per una minaccia e ucciso.

Una volta completate le perquisizioni della giornata è stato riportato all’appartamento con gli altri due uomini e gli è stato dato il secondo pasto della giornata, un pezzo di pane e un po’ d’acqua, proprio come la mattina.

Il quarto giorno Yousef e l’uomo di 58 anni hanno ricevuto l’ordine di recarsi in una scuola vicina e all’ospedale Kamal Adwan per consegnare alle persone lì rifugiate volantini con l’obbligo di evacuazione.

Gli è stata data un’ora di tempo con l’avvertimento che un quadricottero sarebbe volato sopra la loro testa. Mentre consegnavano i volantini alle persone, i quadricotteri intimavano l’evacuazione tramite altoparlanti.

La fuga

Yousef ha deciso che quel giorno avrebbe provato a scappare nascondendosi nel cortile dell’ospedale.

“Avevo paura di tornare indietro”, spiega. “Volevo scappare e scoprire se la mia famiglia era al sicuro, perché avevo sentito i soldati ordinare alle donne e ai bambini di dirigersi a sud, verso Khan Younis”.

Ha deciso di mettersi in fila insieme agli uomini costretti a evacuare, aspettando con ansia mentre il tempo scorreva. I soldati avevano detto loro che sarebbero dovuti stare via solo per un’ora, e ne erano passate parecchie.

La fila di uomini avanzava. “Pregavo che non mi riconoscessero”, dice Yousef.

Poi un soldato seduto in cima a un carro armato gli ha sparato alla gamba sinistra.

“Sono caduto a terra. Gli uomini intorno hanno cercato di aiutarmi ma i soldati hanno urlato loro di lasciarmi”, ricorda Yousef.

“Mi sono aggrappato a uno degli uomini, poi un soldato mi ha detto, rimproverandomi: ‘Dai, alzati, appoggiati a quest’uomo e dirigiti verso via Salah al-Din'”.

Nonostante il dolore mentre se ne andava zoppicando, Yousef non riusciva a credere che il soldato non lo avesse ucciso. “Mi aspettavo di essere ammazzato da un momento all’altro”, afferma.

Un po’ più avanti è stato portato da un’ambulanza palestinese all’ospedale arabo al-Ahli per le cure.

Il ricongiungimento

Amal, che aveva portato i bambini alla New Gaza School di al-Nasr, nella parte occidentale di Gaza City, un giorno ha saputo che Yousef si trovava all’ospedale di al-Ahli.

Si è precipitata lì, rincuorata dopo aver sofferto per giorni a causa di racconti contrastanti, poiché alcune persone dicevano di averlo visto prigioniero, mentre altre di averlo visto altrove.

Era appena arrivata ad al-Nasr, racconta ad Al Jazeera al telefono.

Dice che il giorno in cui la famiglia è stata divisa le donne e i bambini sono stati tenuti nel cortile della scuola per ore.

“I miei figli erano terrorizzati. Molti bambini piangevano. Alcuni chiedevano cibo e acqua. Le madri imploravano i soldati di darglieli ma loro ci urlavano contro e si rifiutavano”.

Nel pomeriggio i soldati israeliani hanno spostato le donne e i bambini verso un posto di blocco munito di una telecamera.

“Ci hanno detto di uscire cinque alla volta”, dice Amal, raccontando come la figlia undicenne Tala sia stata trattenuta e si sia riunita al gruppo dopo di lei.

“Ha iniziato a piangere e a chiamare, ‘Mamma, per favore non lasciarmi’,” racconta Amal con la voce tremante.

Alla fine è stato detto loro di camminare verso sud lungo via Salah al-Din.

“I carri armati che circondavano la scuola erano imponenti. Ho pensato tra me e me: ‘Dio! È arrivata un’intera brigata di carri armati per questi civili indifesi.’

“Il mio corpo era esausto: avevo partorito solo una settimana prima e riuscivo a malapena a portare in braccio la mia bambina, figuriamoci i pochi oggetti che avevamo“.

Mentre i carri armati rombavano intorno a loro sollevavano ondate di polvere e sabbia. “Con tutta quella polvere ho inciampato e la mia bambina è caduta a terra dalle mie braccia”, ricorda Amal, raccontando di come abbia urlato e di come i bambini più grandi abbiano pianto quando la piccola è caduta.

Alla fine ha lasciato tutte le sue cose sulla strada; era troppo stanca per continuare a trasportarle. Doveva condurre i suoi figli in un posto sicuro.

“Mio figlio di quattro anni non smetteva di piangere: ‘Sono stanco, non ce la faccio’. Non avevamo cibo né acqua, niente”.

All’inizio della serata ha raggiunto la New Gaza School con altri sfollati dal nord.

Amal, Yousef e i loro figli sono ora insieme in un’aula della scuola.

Yousef ha trascorso due giorni in ospedale e dopo 13 punti di sutura cammina con cautela zoppicando.

Il padre di Yousef, Jamil, è scomparso dal giorno in cui i soldati sono arrivati ​​alla Hamad School. Ha sentito da alcune persone che sarebbe stato fatto prigioniero, ma lui non lo sa.

La loro neonata, che non aveva ancora un nome quando sono stati costretti a lasciare la parte settentrionale di Gaza, è stata chiamata Sumoud, “fermezza”, un simbolo del loro rifiuto di andarsene.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Lo storico voto dell’ONU a favore delle sanzioni contro Israele cambierà le prospettive per i palestinesi?

Omar Barghouti

Giovedì 19 settembre 2024 – The Guardian

Nel corso della nostra pluridecennale resistenza contro lo spietato regime di oppressione da parte di Israele i palestinesi non hanno mai perso la speranza

Quando il 18 settembre 2024 l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato a larga maggioranza una risoluzione che chiede delle sanzioni contro Israele il Canada si è astenuto, obiettando che la risoluzione “si allinea con il boicottaggio, il disinvestimento, le sanzioni, a cui il Canada si oppone fermamente”. Questa formulazione, ipocrisia a parte, capovolge in realtà la verità. Lanciato nel 2005, il movimento non violento e antirazzista BDS, ispirato dalla lotta anti-apartheid sudafricana e dal movimento per i diritti civili degli Stati Uniti, ha costantemente sostenuto i diritti dei palestinesi in linea con il sistema giuridico internazionale.

Il BDS chiede di porre fine all’occupazione illegale e all’apartheid di Israele e di sostenere il diritto dei rifugiati palestinesi a tornare e ottenere dei risarcimenti. È l’assemblea generale delle Nazioni Unite che sta finalmente iniziando ad “allinearsi” con l’urgente compito di applicare il diritto internazionale in modo coerente anche a Israele. Come afferma Craig Mokhiber, ex alto funzionario dell’ONU per i diritti umani, la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) rende il BDS “non solo un imperativo morale e un diritto costituzionale e umano, ma anche un obbligo giuridico internazionale”.

Questa risoluzione, ben lungi dall’essere semplicemente l’ennesima approvata dall’ONU, costituisce una sentenza storica. È la prima volta in assoluto che l’assemblea generale abbia chiamato in causa il regime di apartheid di Israele e la prima volta in 42 anni che abbia richiesto delle sanzioni per porre fine alla sua occupazione illegale, come stabilito dalla ICJ a luglio.

Molti palestinesi e attivisti solidali restano comunque scettici. A quasi un anno dall’inizio del genocidio di Israele contro 2,3 milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza occupata e assediata Israele commette quotidianamente atrocità, mostrando un livello senza precedenti di presunta inviolabilità, o quello che persino il mite segretario generale dell’ONU chiama “totale impunità”. In collaborazione con le potenze occidentali egemoniche, guidate dagli Stati Uniti, Israele non solo sta sterminando decine di migliaia di palestinesi autoctoni, ma nel contempo sta anche distruggendo i principi stessi del diritto internazionale.

Molti esperti di diritti umani dell’ONU concordano. In una dichiarazione rilasciata lo stesso giorno hanno affermato che “l’edificio del diritto internazionale è in bilico, mentre la maggior parte degli Stati evita di prendere misure significative per rispettare i propri obblighi internazionali riaffermati nella sentenza [della ICJ]”. Hanno scritto che per rispettare la sentenza gli Stati devono imporre all’occupazione illegale e al “regime di apartheid” di Israele radicali sanzioni economiche, commerciali, accademiche e di altro tipo, indicando come misura più urgente un totale embargo militare.

Già nell’ottobre 2023, a pochi giorni dall’attacco genocida di Israele a Gaza, il presidente colombiano Gustavo Petro ha messo in guardia contro “la crescita senza precedenti del fascismo e, di conseguenza, la morte della democrazia e della libertà… Gaza è solo il primo esperimento nel considerarci tutti sacrificabili”. In altre parole, “ora o mai più”, come hanno affermato gruppi ebraici progressisti e antisionisti. Ciò significa che la priorità più urgente dell’umanità ora è porre fine al genocidio di Israele, riconoscendo insieme che la giustizia per i palestinesi si interseca e si intreccia con le lotte per la giustizia razziale, climatica, economica, di genere e sociale.

Le decisioni della ICJ, lo storico voto dell’assemblea generale e le dichiarazioni degli esperti dell’ONU sono tutte espressione della crescita di una maggioranza globale che non solo sostiene la lotta per l’emancipazione palestinese ma anche la missione fondamentale di salvare nientemeno che l’umanità da un’era contraddistinta dal “diritto del più forte”, mai vista dalla seconda guerra mondiale, che sta relegando le istituzioni dell’ONU nel dimenticatoio della storia.

Comunque i palestinesi non si fanno illusioni che la luce della giustizia si accenda su di noi grazie alla ICJ o all’ONU, quest’ultima storicamente responsabile della Nakba del 1947-49, della pulizia etnica della maggior parte dei palestinesi e dell’istituzione di Israele come colonia di insediamento su gran parte dell’area della Palestina storica. Il totale fallimento del sistema giudiziario internazionale, dominato dalle potenze coloniali euro-americane, nel fornire gli strumenti di base necessari, inequivocabili e giuridicamente vincolanti per fermare il primo genocidio televisivo al mondo, per non parlare del garantire la giustizia, la dice lunga.

Abbiamo il diritto internazionale dalla nostra parte. Abbiamo un’etica superiore come popolo autoctono che combatte un sistema di oppressione depravato e genocida per ottenere i nostri diritti. L’etica e la legge sono necessarie nella nostra o in qualsiasi altra lotta di liberazione, ma non sono mai sufficienti. Per smantellare un sistema di oppressione gli oppressi hanno invariabilmente bisogno anche di potere: il potere del popolo, il potere della base, il potere di una coalizione trasversale, il potere della solidarietà e il potere dei media, fra l’altro.

Nel costruire il potere del popolo i palestinesi non stanno elemosinando al mondo la carità; stiamo chiedendo una solidarietà significativa. Ma prima di tutto stiamo chiedendo la fine della complicità. L’obbligo etico più forte in situazioni di terribile oppressione è di non fare del male e di riparare il danno fatto da te o in tuo nome.

Come ha dimostrato la lotta che ha posto fine all’apartheid in Sudafrica, porre fine alla complicità statale, corporativa e istituzionale nel sistema di oppressione di Israele, in particolare attraverso le tattiche non violente del BDS, è la forma più efficace di solidarietà, di costruzione del potere popolare per aiutare a smantellare le strutture dell’oppressione.

Tuttavia, a quasi un anno dal genocidio c’è chi si lamenta di una “stanchezza da genocidio”. Ma i palestinesi, in particolare a Gaza, non possono permettersi il lusso della “stanchezza da genocidio”, poiché Israele continua a massacrare, affamare e sfollare con la forza, commettendo ciò che gli esperti dell’ONU hanno identificato come “distruzione totale di case, città, scuole e insegnanti, sistema sanitario, genocidio culturale e, più di recente, ecocidio”.

I palestinesi non hanno mai perso la speranza nella nostra resistenza pluridecennale al regime spietato di oppressione di Israele. Questa speranza sconfinata non è radicata in un pio desiderio o in una fede ingenua in una vittoria inevitabile che cada dal cielo, ma nel costante sumud [termine arabo di ampio significato culturale; possibili traduzioni parziali: fermezza, perseveranza, resilienza, resistenza, ndt.] del nostro popolo, nella risolutezza a voler continuare a vivere nella nostra patria, nella libertà, nella giustizia, nell’uguaglianza e nella dignità. È inoltre radicata nella crescita ispiratrice del movimento di solidarietà globale e nel suo impatto.

Inoltre, come dice lo scrittore britannico-pakistano Nadeem Aslam, “La disperazione va guadagnata. Personalmente non ho fatto tutto il possibile per cambiare le cose. Non mi sono ancora guadagnato il diritto alla disperazione”. A meno che voi non vi siate guadagnati quel diritto dovete continuare a organizzarvi, continuare a sperare, continuare a porre fine alla complicità nella vostra sfera personale di influenza. Con un radicalismo strategico possiamo prevalere e prevarremo sul genocidio, sull’apartheid e su tutta questa indicibile oppressione.

Omar Barghouti è uno dei fondatori della campagna palestinese per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni [BDS].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Cancellazione o resilienza: come la Nakba è giunta a definire l’identità collettiva dei palestinesi

Ramzy Baroud

25 aprile 2023 – Middle East Monitor

Il 15 maggio la Nakba palestinese compirà 75 anni. I palestinesi in tutto il mondo commemoreranno la “Catastrofe” durante la quale, con la minaccia delle armi, circa 800.000 dei loro progenitori furono cacciati dalle loro case e terre e 500 città e villaggi spazzati via dalla faccia della terra dalla pulizia etnica iniziata nella Palestina storica fra la fine del ‘47 e la metà del ‘48.

Lo spopolamento della Palestina è durato mesi, anzi anni, dopo che la si pensava finita. Ma in realtà la Nakba è sempre continuata. A oggi le comunità palestinesi a Gerusalemme Est, nelle colline a sud di Hebron, nel deserto del Naqab e altrove stanno ancora patendo le conseguenze della ricerca di Israele della supremazia demografica. E naturalmente, milioni di rifugiati palestinesi restano apolidi, a loro vengono negati elementari diritti politici e umani.

Nel 2001 l’intellettuale palestinese Hanan Ashrawi in un discorso alla Conferenza mondiale contro il razzismo dell’ONU descrisse in modo appropriato il popolo palestinese come una “una nazione imprigionata ostaggio di una Nakba continua”. Ashrawi poi approfondì e descrisse questa ” Nakba continua” come ” la più complessa e diffusa espressione di colonialismo, apartheid, razzismo e vittimizzazione persistenti.” Ciò significa che non dobbiamo pensare alla Nakba solo come a un evento accaduto in un tempo e luogo definiti.

Sebbene la gigantesca ondata di rifugiati del 1947-48 fosse il risultato diretto della campagna sionista di pulizia etnica ideata con il “Piano Dalet”, il progetto diede ufficialmente inizio a una più ampia Nakba che continua ancora oggi. Il “Piano Dalet” (la lettera “D” nell’alfabeto ebraico) fu intrapreso dai leader sionisti ed eseguito dalle milizie sioniste per sgombrare la Palestina della maggioranza dei suoi abitanti autoctoni. Ebbero successo e, nel fare ciò, spianarono la strada a decenni di violenze e sofferenze subite ancora oggi dal popolo palestinese.

In realtà l’attuale occupazione israeliana e il radicato e razzista regime di apartheid imposto in Palestina non sono semplicemente le conseguenze volute, intenzionali o meno, della Nakba, ma anche le manifestazioni dirette di una Nakba che non è mai veramente finita.

Il fatto che secondo il diritto internazionale i rifugiati palestinesi, indipendentemente dagli eventi specifici che hanno innescato la loro rimozione forzata, abbiano diritti “inalienabili” è ampiamente riconosciuto, sebbene tristemente disatteso. La Risoluzione 194 delle Nazioni Unite rende legalmente impossibile a Israele violare tali diritti. Inoltre, la risoluzione 194 (III) dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1948 afferma che “ai rifugiati che vogliano ritornare alle loro case e vivere in pace con i propri vicini deve essere permesso di farlo appena possibile.” Secondo l’ONU ciò doveva essere realizzato “dai governi o dalle autorità responsabili.”

In Israele il governo “responsabile” si è mosso rapidamente per mettersi al riparo da ogni condanna o responsabilità. Documenti “top secret” rinvenuti da ricercatori israeliani e pubblicati sul quotidiano israeliano Haaretz, includono un fascicolo etichettato GL-18/17028. Il documento dimostra come, subito dopo il completamento della prima e maggiore fase di pulizia etnica della Palestina, il primo ministro di Israele David Ben Gurion cercò di “riscrivere la storia”. Per raggiungere il proprio scopo Ben Gurion scelse la più vergognosa di tutte le strategie: incolpò le vittime palestinesi. Ma perché i vittoriosi sionisti si sarebbero preoccupati di temi apparentemente tanto triviali come le narrazioni?

Haaretz aggiunge: “Proprio come il sionismo aveva forgiato una nuova narrazione per l popolo ebraico, in pochi decenni, [Ben Gurion] capì che anche l’altra nazione che era vissuta nel Paese prima dell’avvento del sionismo si sarebbe impegnata a formulare una narrazione sua propria”. Ovviamente questa ” altra nazione ” è il popolo palestinese.

Il punto cruciale della narrazione sionista della pulizia etnica della Palestina fu quindi basato sull’affermazione continuamente ripetuta che i palestinesi se ne erano andati “per scelta “, anche se stava diventando chiaro ai sionisti stessi che “solo in pochi casi gli abitanti avevano abbandonato i villaggi su istruzione dei loro leader [locali] o mukhtar.”

Comunque, anche in questi pochi casi isolati, in tempi di guerra cercare salvezza altrove non è reato e non dovrebbe costare a un/una rifugiato/a il diritto inalienabile di far ritorno alla propria terra. Se la bizzarra logica sionista venisse accolta nel diritto internazionale, allora i rifugiati di Siria, Ucraina, Libia, Sudan e di tutte le altre zone di guerra perderebbero i loro diritti legali alle loro proprietà e cittadinanza nelle rispettive patrie.

Tuttavia la logica sionista non intendeva solo sfidare i legittimi diritti politici del popolo palestinese, ma faceva anche parte integrante di un processo più ampio chiamato dagli intellettuali palestinesi ‘cancellazione’, cioè la sistematica distruzione della Palestina, della sua storia, cultura, lingua, memoria e naturalmente del suo popolo. Questo processo si ritrova già nelle trattazioni dei primi sionisti prima che la Palestina fosse svuotata dei propri abitanti, trattazioni in cui la patria del popolo palestinese era percepita perfidamente come “una terra senza popolo”. La negazione dell’esistenza stessa dei palestinesi è stata espressa numerose volte nella narrazione sionista e continua a essere usata ancora oggi.

Tutto ciò significa che 75 anni di continua Nakba e la negazione del fatto stesso del gigantesco crimine da parte di Israele e dei suoi sostenitori richiedono una comprensione molto più profonda di quello che è successo, e continua a succedere, al popolo palestinese.

I palestinesi devono insistere che la Nakba non è una singola questione politica da discutere o negoziare con Israele o con coloro che sostengono di rappresentarli. “I palestinesi non hanno alcun obbligo morale o legale di assecondare gli israeliani a proprie spese,” ha scritto il famoso storico palestinese Salman Abu Sitta in riferimento alla Nakba e al diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi. “Secondo qualsiasi norma Israele ha l’obbligo di porre rimedio alla monumentale ingiustizia commessa.”

Anzi la Nakba è una storia palestinese del passato, presente e futuro, che racchiude tutto. Non è solo una storia di vittime, ma anche della resilienza palestinese, sumud. È l’unico programma più unificante che riunisce tutti i palestinesi, oltre i limiti di fazioni, politiche o geografia. La Nakba ha finito per definire l’identità collettiva palestinese.

Quindi per i palestinesi la Nakba non è semplicemente una singola data da ricordare ogni anno. È l’intera loro storia, la cui conclusione sarà scritta, a tempo debito, dai palestinesi stessi.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Come anche la sinistra disumanizza i Palestinesi di Gaza.

Susan Abulhawa

Al Jazeera, 13 aprile 2019

Avvolgendo gli abitanti di Gaza nell’aura di un mitico coraggio, la sinistra dimentica l’umanità dei Palestinesi.

Lungo tutto l’arco politico, dall’estrema sinistra all’estrema destra, attraversando ogni confine razziale ed etnico, quasi tutti quelli che hanno qualcosa da dire sui dimostranti di Gaza sembrano dimenticarsi il lato umano dei Palestinesi. Se viene da destra, la narrativa sarà quella dei terroristi, dei razzi e di Hamas, rinchiudendo totalmente una legittima resistenza palestinese entro l’immagine di una specie di Uomo Nero per l’immaginazione occidentale.

Da sinistra, le storie diventano materia da leggenda, descrivendo nella parte palestinese solo imperscrutabile eroismo, coraggio e “sumud”, una parola araba romanzata nella lingua inglese per descrivere l’epica determinazione palestinese.

Ai due estremi dello spettro, gli inermi Palestinesi diventano figure gigantesche, diverse dagli altri esseri umani, sia che riescano sovrumanamente a rappresentare una minaccia per dei soldati perfettamente armati e distanti parecchi campi da calcio, sia che mostrino coraggio e impavidità sovrannaturali di fronte a una morte quasi certa. Quest’ultima narrazione, che riesce a drammatizzare un’indicibile disperazione, è così attraente che persino i Palestinesi l’hanno ripresa.

Nulla da perdere

Solo pochi giorni fa guardavo il video di un giovane a cui avevano sparato alle gambe. Zoppica, cade e si rialza solo per essere colpito di nuovo dai proiettili. La scena si ripete per cinque o sei spari consecutivi, finché il giovane non si può più rialzare e gli altri arrivano per portarlo via. Il titolo e i commenti esaltavano il “giovane coraggioso” che continuava a resistere al suo oppressore malgrado fosse stato colpito più volte alle gambe.

Come madre palestinese, vedevo qualcos’altro in quell’uomo, abbastanza giovane da poter essere mio figlio. Forse era stato completamente privato di ogni speranza e gli avevano tolto la voglia di vivere una vita rinchiusa nella barbara, maligna e inventiva ferocia dell’assedio israeliano a Gaza. Un giovane che ha probabilmente conosciuto poco più che paura, disperazione, povertà e impotenza a fare qualsiasi cosa. Forse un giovane che non ha nulla da perdere, uno già derubato della sua vita legittima, che cerca, in segno di sfida, almeno un singolo momento di dignità, sapendo, e magari sperando, che quello sia l’ultimo. E forse è questo ciò che ha visto il soldato che ha sparato, e ha scelto di aggiungere il trauma di un’amputazione a un uomo già torturato che sollevava debolmente una piccola pietra senza neanche la volontà o l’energia sufficiente per lanciarla.

Forse la sua motivazione era il nazionalismo. Forse aveva la speranza di assicurare denaro alla sua famiglia se fosse stato martirizzato o ferito. Forse pensava che la sua morte potesse far avanzare la sua gente di un centimetro verso la libertà. Forse era la sola cosa che gli restava da fare. Non possiamo sapere cosa passa per la testa di uno che mette il proprio corpo tra i proiettili e la disperazione. Ma possiamo essere sicuri che le sue motivazioni sono dolorosamente umane. Non c’è nulla di divino da capire o trasformare in feticcio.

Analisi riduttive

Non c’è dubbio alcuno che ci vuole coraggio per scendere in campo contro Israeliani omicidi e carichi di odio, ma le narrazioni che permeano di mitico eroismo i Palestinesi sono nocive. Queste narrazioni propongono una irreale, quasi divina, capacità di resistere a ciò che nessun essere umano dovrebbe essere costretto a sopportare, e nascondono la molto umana e fosca realtà della vita a Gaza, che ha portato a tassi di suicidio mai prima visti nella società palestinese.

Le persone di Gaza hanno differenti ragioni per prendere parte alla Grande Marcia del Ritorno, ma le analisi prevalenti sono riduttive, spesso unendo l’epico coraggio palestinese con la resistenza nonviolenta, perché l’immaginazione occidentale non può tollerare una resistenza armata, non importa quanto durevole e impietosa sia la violenza che è stata inflitta. L’eroismo connesso alle armi è esclusiva prerogativa dei soldati occidentali. L’unica resistenza moralmente valida concessa agli oppressi è, nella mente occidentale, esclusivamente nonviolenta. Questo significa che il diritto palestinese alla libertà e alla dignità svanisce nel momento in cui noi facciamo volare degli aquiloni incendiari o spariamo un razzo verso uno stato che da decenni sta massacrando la società e i corpi stessi dei Palestinesi. Vediamo le stesse reazioni negli USA, quando gli Afroamericani si sollevano e non si attengono perfettamente a una “pacifica” e “non violenta” protesta, dopo i secoli di denigrazione e marginalizzazione che hanno subito.

Certo non aiuta che persino alcuni Palestinesi rafforzino questa opinione, rigettando Hamas o riducendo qualsiasi forma di resistenza armata ad un fatto anomalo in una protesta altrimenti ideale e ordinata di un popolo oppresso straordinariamente forte e valoroso.

Gaza è un campo di sterminio

Ma bisogna dire la verità, e la verità è orribilmente sgradevole e squallida. Non c’è nulla per cui il mondo debba romanzare Gaza. Nulla da idealizzare. Gaza è un campo di sterminio. La tecnologia dello sterminio e della repressione è il maggior prodotto esportato dalla “Nazione Ebraica” e Gaza è il laboratorio umano dove l’industria israeliana delle armi collauda i suoi prodotti sui corpi, le menti e le anime dei Palestinesi. È una sventurata esistenza che non risparmia nessuno dei due milioni di prigionieri in quel campo di concentramento.

Israele ha trasformato Gaza, una volta grande città crocevia di commercio fra tre continenti, in un buco nero dei sogni. Gaza è la tomba della speranza, un inceneritore del potenziale umano, un estintore di ogni prospettiva. Le persone riescono a malapena a respirare a Gaza. Non possono lavorare, non possono partire, non possono studiare, non possono costruire, non possono guarire. Sotto ogni punto di vista, la minuscola striscia è invivibile, letteralmente inadatta alla vita. Quasi il 100% dell’acqua non è potabile. La disoccupazione giovanile è così alta che è più facile contare gli occupati, un patetico 30%. Circa  l’80 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà. La maggior parte degli abitanti gode di poche ore di elettricità al giorno. Il sistema fognario è al collasso. Il sistema sanitario è giunto al suo punto di rottura e gli ospedali stanno chiudendo per mancanza di rifornimenti essenziali e di carburante, che Israele spesso impedisce di comprare o anche di ricevere in dono. Questa indicibile miseria è intenzionale. Israele l’ha progettata e realizzata. E il mondo permette che continui.

Parlare di “sumud”

Quando la nostra vita, la nostra resistenza e la nostra lotta sono inquadrate in termini leggendari, non solo si dimentica la nostra umanità, ma si diminuisce la depravazione morale del controllo israeliano su milioni di vite palestinesi. Il discorso sul “sumud” ci prepara all’insuccesso a ogni svolta. Da un lato si presuppone che i Palestinesi possano sopportare qualsiasi cosa, dall’altro si diffonde l’affermazione sottintesa che i Palestinesi meritino di essere liberi poiché sono buoni, coraggiosi, non violenti e determinati.

Ma la verità è che non siamo nulla di più, nulla di meno che umani. Collettivamente non siamo né mostri né eroi, e anche il peggiore di noi ha il diritto di vivere libero dall’occupazione straniera. Va detto e ripetuto che la lotta contro i nostri aguzzini è legittima in ogni sua forma, sia essa nonviolenta o violenta. Va detto e ripetuto che comunque noi lottiamo, la nostra resistenza è sempre autodifesa. Va detto ancora e ancora che il nostro diritto alla vita e alla dignità non è basato sulla nostra collettiva bontà, o coraggio o risolutezza. In ultima analisi, la sinistra deve smettere di raccontare in forma leggendaria i Palestinesi e guardare invece direttamente all’orrore della disperazione e dell’angoscia di Gaza che la maggior parte di chi legge, io credo, non può neanche immaginare.

Il punto di vista espresso in questo articolo è quello personale dell’autrice e non riflette necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Susan Abulhawa è una scrittrice palestinese autrice del romanzo, best-seller internazionale, “Ogni mattina a Jenin” (2010). È anche fondatrice di Playgrounds for Palestine, una ONG che si occupa di bambini.

Traduzione di Elisabetta Valento

A cura di Assopace Palestina