La pena di morte è una legge vile e razzista che non resisterà ad un ricorso giurisdizionale**

Mordechai Kremnitzer

31 marzo 2026 – Haaretz

L’approvazione della legge, che svilisce la vita umana, è una vittoria per le organizzazioni terroristiche e sottolinea l’abbandono da parte di Israele dei valori umanistici e liberali, mettendo a nudo la natura reazionaria del regime. Qualunque tribunale che approverà questa legge è inadatto a giudicare.

Negli ultimi anni la Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] ha lavorato per portare avanti la revisione del sistema giudiziario, con maggiore intensità nelle scorse settimane, sfruttando lo stato di guerra con l’Iran.

Ciò include il ripristino della pena di morte, che ricopre un posto d’onore, o più precisamente di disonore, nel recidere del tutto i restanti valori umanistici e liberali di Israele.

Nel mondo liberal-democratico l’abolizione della pena di morte è considerata uno dei più alti traguardi dell’epoca successiva alla seconda guerra mondiale. Israele si è adeguato a questa tendenza in due modi: abolendo la pena di morte per omicidio, che ha ereditato dalla Palestina sotto il mandato britannico, e sostituendola con l’ergastolo obbligatorio nel 1954; inoltre, attraverso una coerente prassi delle procure e dei tribunali per evitare l’uso della pena di morte, eccetto per i crimini nazisti.

I nostri codici prevedono assai pochi reati punibili con la pena di morte – per crimini contro l’umanità e contro il popolo ebraico, per i più gravi reati contro la sicurezza dello Stato, per i reati di terrorismo, per i reati più gravi commessi da soldati in base alla legge marziale e per omicidi commessi in Cisgiordania da chi non è cittadino o residente israeliano.

Ma, come già detto, tranne che per i crimini nazisti il sistema giudiziario si caratterizzava nel rendere lettera morta la pena di morte prevista dai codici. In Israele la distanza tra la pena di morte sancita nei codici e la sua mancata applicazione nella realtà non era dovuta solo a vincoli giudiziari, ma anche ad inequivocabili valutazioni di sicurezza che evidenziavano la mancanza di prove in merito a un effetto deterrente della pena di morte di fronte al terrorismo.

Di fatto le valutazioni indicavano la possibilità che la pena di morte potrebbe in realtà incoraggiare gli atti di terrorismo che conferiscono lo status di shahid (martirio) e la glorificazione sociale di coloro che sono stati giustiziati, nonchè gravi incidenti durante l’arresto dei sospettati e il rischio di morte di ostaggi israeliani.

Certo ci sono stati periodi in cui funzionari della sicurezza hanno fornito al governo e alla Knesset pareri professionali e non si sono limitati ad una debole e inconsistente dichiarazione di non opposizione alla legge. Vi era un tempo un parlamento che non legiferava finchè non gli fosse sottoposta dati affidabili dal punto di vista professionale, ricerche e pareri di esperti. C’era, e ora non c’è più.

Una governance illuminata è stata sostituita da una governance incompetente. Come prevede il principio di legalità nel diritto penale, la legge riguarda il futuro e non si applica agli atti commessi prima della sua entrata in vigore. Tuttavia contiene anche un’indicazione per il futuro. Ciò riguarda i gazawi detenuti in quanto coinvolti nel massacro del 7 ottobre. Se fossero accusati di reati capitali è ragionevole ritenere che il nuovo approccio alla pena di morte verrebbe applicato nei loro confronti – non più lettera morta, ma un cappio intorno al collo degli incriminati.

Il vecchio Israele era orgoglioso della propria moderazione. Il nuovo Israele, quello in cui Ben Gvir e Smotrich dettano la linea, fa l’esatto opposto. Cerca di sostituire la moderazione con una sete di sangue, purché non sia sangue ebreo. Il vecchio approccio scaturiva da una moralità universale ed ebraica. La deliberata uccisione di una persona quando può essere punita in altri modi è un atto estremamente crudele. Da questo punto di vista la nuova legge è un grande traguardo per le organizzazioni terroristiche ebraiche. Uno dei loro obbiettivi è restringere la distanza morale tra loro e i mezzi illeciti che utilizzano e lo Stato contro cui lottano. Arriva il parlamento di Israele e fa loro un regalo.

E’ anche interessante notare che tra i pochi casi in cui è stata applicata la pena di morte in Israele due si sono rivelati errori giudiziari. E’ il caso di Meir Tobianski, che è stato condannato a morte da una corte marziale e giustiziato e il cui nome in seguito è stato riabilitato dalle accuse attribuitegli.

E’ anche il caso di John Demjanjuk, incriminato dalla Corte Distrettuale e condannato a morte, ma assolto in appello a causa di un ragionevole dubbio circa la sua identità, cioè se fosse veramente l’“Ivan il terribile” di Treblinka. Se non fossero stati aperti gli archivi dei servizi segreti sovietici è altamente improbabile che Demjanjuk sarebbe stato assolto.

Il rischio di errori giudiziari aumenta in un clima pubblico intriso di sete di vendetta e di disumanizzazione dei palestinesi. La nuova legge fa di tutto per assicurare che il margine di errore cresca: abolisce il requisito di unanimità nei tribunali militari della Cisgiordania nelle decisioni sull’incriminazione e la condanna, stabilendo un voto a maggioranza.

I promotori della legge hanno anche trovato un modo per garantire che essa non possa, dio non voglia, applicarsi agli ebrei: nella definizione di reato di omicidio è stato stabilito che lo scopo dell’omicidio sia la negazione dell’esistenza dello Stato di Israele. Quanto al reato di omicidio in Cisgiordania, che deve essere giudicato da un tribunale militare, vi sono processati solo gli abitanti palestinesi.

Gli estensori di questa legge sanno che la nauseante macchinazione che hanno prodotto non resisterà ad un ricorso, ma questo non li spaventa. Per prima cosa, non è dato sapere quanto tempo ci vorrà perché venga emanata una sentenza. In secondo luogo, se l’Alta Corte di Giustizia intervenisse, sarà possibile sostenere che è responsabile degli attacchi terroristici. Terzo, sarà possibile accusare la corte di contrastare la volontà del popolo e quindi che ci voglia una corte diversa, che rispetti la volontà del popolo, qualunque possa essere la natura morale di tale volontà.

La pena di morte è diventata una cartina di tornasole per classificare un regime come progressista o regressivo. Israele sta marciando dritto verso la seconda ipotesi, fingendo di appartenere alla prima. Questo inganno ha smesso di essere convincente. Il danno all’immagine di Israele e alle sue relazioni con l’Occidente liberale è evidente e destinato ad aggravarsi.

Si può presumere che il primo ministro non ne fosse a conoscenza anticipatamente, in quanto nessuno lo avrebbe informato. La pena di morte simbolizza il disprezzo per la vita umana, prima e anzitutto per la vita degli arabi. Questo disprezzo si manifesta di continuo, nel trattamento di coloro che non sono coinvolti nel terrorismo a Gaza, negli sfollamenti condotti con autorità e beneplacito in Cisgiordania e nella discriminazione contro cittadini arabi relativamente alla loro sicurezza. Finchè il governo di Israele persiste nella supremazia ebraica e nella netta distinzione tra sangue ebreo e palestinese, il disprezzo per la vita umana non può restare limitato ad un unico gruppo.

Esso si estende anche al gruppo di appartenenza: nel trattamento da parte del governo degli ostaggi, delle vittime che non sono sostenitrici del governo, delle avanguardie che difendono i confini del Paese e dei soldati. Al governo non deve essere consentito di sfruttare la sofferenza.

Si dice che quando l’ex deputato Avraham Melamed del Partito Nazionale Religioso (che rappresentava la fazione del sionismo religioso) era membro del sottocomitato per la scelta dei giudici egli chiedesse ad ogni candidato la sua opinione sulla pena di morte. Una posizione a favore della pena di morte avrebbe squalificato il candidato. Ma ora noi israeliani diciamo: “Come siamo fortunati noi ebrei ad avere un nostro Stato. Finalmente possiamo erigere patiboli nel nostro Stato e impiccarvi i gentili [i non ebrei, ndtr.].”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

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Nota redazionale: pur non condividendo una parte significativa del contenuto di questo editoriale abbiamo deciso di tradurlo ugualmente in quanto rappresenta un punto di vista interno a Israele di un giornale critico con il governo Netanyahu ma che accoglie la logica del sionismo “progressista”. Si indigna per la legge sulla pena di morte per i “terroristi” palestinesi ma non tiene conto del fatto che essa viene già applicata di fatto ai palestinesi fin dalla nascita di Israele: nei confronti degli “infiltrati”, i rifugiati che tentavano di tornare alle proprie case dopo la Nakba; dei cittadini palestinesi di Israele se protestavano o semplicemente ignoravano le norme sul coprifuoco in vigore nelle zone da loro abitate (come nel caso di Kafr Qasim nel 1956); di quelli nei territori occupati e anche al di fuori di essi, con attentati o operazioni militari per eliminare gli oppositori al regime sionista. Negli ultimi decenni non si fanno quasi neanche più i processi, e nei rarissimi casi in cui soldati o coloni che hanno ucciso palestinesi finiscono davanti a un giudice e vengono condannati, le pene sono risibili. Ciò rappresenta un’applicazione della pena capitale che la nuova legge non fa che estendere e dandole una patina di legalità.




Un apartheid legalizzato: come Israele ha consolidato il proprio regime di disuguaglianza durante la guerra su Gaza

Orly Noy

2 dicembre 2025 – +972 Magazine

Secondo un nuovo rapporto con un colpo di mano durato due anni i legislatori israeliani hanno approvato oltre 30 leggi che limitano i diritti dei palestinesi e puniscono il dissenso.

Da oltre due anni la vita pubblica israeliana è avvolta da una fitta nebbia che disorienta. C’è stato un incessante susseguirsi di crisi, conflitti e ansie in patria e all’estero: lo shock per l’attacco di Hamas del 7 ottobre e la vendicativa campagna genocida di Israele su Gaza, la lotta per il ritorno degli ostaggi e contro la denigrazione delle loro famiglie da parte dello Stato, gli sconsiderati scontri con l’Iran. Insieme, tutto questo ha lasciato la società israeliana sospesa in uno stato di torpore collettivo, oscurando la profondità dell’abisso in cui stiamo rapidamente sprofondando.

Ma non si può dire lo stesso dei nostri parlamentari. Come dimostra un nuovo, inquietante rapporto del centro legale Adalah di Haifa, hanno sfruttato il caos degli ultimi due anni per promuovere oltre 30 nuove leggi che consolidano l’apartheid e la supremazia ebraica e che si aggiungono all’elenco già esistente di oltre 100 leggi israeliane discriminatorie verso i cittadini palestinesi.

Una delle conclusioni principali del rapporto riguarda il massiccio attacco alla libertà di espressione, di pensiero e di protesta in una vasta gamma di ambiti. Tra le leggi citate figurano quelle che vietano la pubblicazione di contenuti riguardanti la negazione degli eventi del 7 ottobre”, come stabilito dalla Knesset, e quelle che limitano le trasmissioni di media critici che danneggiano la sicurezza dello Stato”.

Un’altra legge autorizza il Ministero dell’Istruzione a licenziare il personale docente e a revocare i finanziamenti agli istituti scolastici sulla base di opinioni considerate come espressione di sostegno o incitamento a un atto o un’organizzazione terroristica. E, parallelamente a una campagna condotta dallo Stato per espellere gli attivisti della solidarietà internazionale, una terza legge impedisce l’ingresso nel Paese ai cittadini stranieri che abbiano rilasciato dichiarazioni critiche nei confronti di Israele o abbiano fatto ricorso alle corti internazionali per intraprendere azioni contro lo Stato e i suoi funzionari.

Ma forse la legge più pericolosa è quella che prende di mira i cittadini che cercano semplicemente di acquisire informazioni da fonti sgradite allo Stato. Appena un mese dopo il 7 ottobre la Knesset ha approvato un’ordinanza temporanea di due anni – rinnovata la scorsa settimana per altri due – che mette al bando il “consumo sistematico e continuo di pubblicazioni di un’organizzazione terroristica”, con una pena detentiva di un anno. In altre parole, il legislatore ora criminalizza condotte che avvengono esclusivamente all’interno dello spazio privato di una persona.

Secondo le note esplicative del disegno di legge la norma si basa sull’affermazione che “l’esposizione intensiva a pubblicazioni terroristiche di alcune organizzazioni può creare un processo di indottrinamento – una forma di ‘lavaggio del cervello’ autoinflitto – che può portare il desiderio e la motivazione a commettere un atto terroristico a un livello di preparazione molto elevato”. Tuttavia, la legge non specifica cosa si qualifichi come “esposizione intensiva” o “consumo continuo”, lasciando la durata e la soglia del tutto indefinite.

Né chiarisce quali strumenti le autorità possano utilizzare per stabilire che un individuo abbia consumato contenuti proibiti. Come faranno, in pratica, i funzionari a sapere cosa qualcuno guarda in privato? Come osserva il rapporto di Adalah, localizzare potenziali sospettati richiederebbe di per sé operazioni di spionaggio, sorveglianza dell’intera popolazione e monitoraggio dell’attività su Internet.

Mentre le “pubblicazioni terroristiche” vietate attualmente includono solo materiale di Hamas e ISIS – un elenco che il Ministro della Giustizia ha già espresso l’intenzione di ampliare – i legislatori hanno anche cercato di impedire l’accesso a ulteriori fonti di informazione che potrebbero, Dio non voglia, esporre i cittadini israeliani alla piena portata dei crimini contro l’umanità che il loro esercito ha commesso e continua a commettere a Gaza. Da qui l’approvazione della cosiddetta “Legge Al Jazeera”, che ha tagliato l’accesso del pubblico israeliano a una delle fonti di informazione più attendibili al mondo sugli eventi a Gaza.

Analogamente la legge contro la “negazione degli eventi del 7 ottobre” non solo eleva gli attacchi a un crimine paragonabile all’Olocausto, ma si estende ben oltre la sfera delle azioni, entrando nel dominio del pensiero e dell’espressione. Non fa distinzione tra inviti diretti alla violenza o al terrorismo da un lato, che sono già fuorilegge, e la mera articolazione di una posizione politica, una narrazione critica o lo scetticismo nei confronti della versione ufficiale dello Stato dall’altro.

“La legge è concepita per alimentare la paura, soffocare il dibattito pubblico e sopprimere la discussione su una questione di interesse pubblico”, osserva Adalah. “Non è ancora chiaro quali azioni costituiscano l’atto di ‘negazione’ proibito dalla legge, soprattutto perché a tutt’oggi lo Stato non ha nominato una commissione d’inchiesta ufficiale sugli attacchi del 7 ottobre, né ha pubblicato… una ‘narrazione ufficiale’ degli eventi di quel giorno”.

Il rapporto di Adalah offre una buona indicazione di dove Israele si stia dirigendo. Anche se può sembrare che siamo già in fondo al baratro, c’è sempre un abisso oltre l’abisso, un abisso che invita a nuove atrocità e verso il quale stiamo precipitando a tutta velocità.

Queste leggi spregevoli non hanno portato centinaia di migliaia di persone in piazza, nemmeno tra coloro che un tempo affermavano di temere per il destino della “democrazia israeliana”. Anzi, alcune di queste leggi sono state approvate alla Knesset con il sostegno dei partiti di opposizione ebraici. L’illusione di una democrazia per soli ebrei non è mai apparsa più grottesca o più pericolosa.

L’abisso oltre l’abisso

Fin dai primi giorni della guerra il regime israeliano ha violato gravemente i diritti fondamentali della libertà di opinione e di protesta. Il 17 ottobre 2023 l’allora Commissario di Polizia Yaakov Shabtai ha annunciato una politica di “tolleranza zero” nei confronti di “incitamenti” e proteste, e per mesi ogni tentativo di manifestare contro la distruzione di Gaza da parte dell’esercito israeliano è stato accolto con il pugno di ferro.

Ma l’ondata di nuove leggi draconiane va ancora più in là: oltre a creare l’infrastruttura legale per la persecuzione sistematica dei dissidenti, sia ebrei che palestinesi, include misure che prendono di mira esplicitamente i cittadini palestinesi, come la cosiddetta “Legge sulla deportazione delle famiglie dei terroristi”.

In base a questa legge, la definizione di “terrorista” – un’etichetta applicata in Israele quasi esclusivamente ai palestinesi – è stata ampliata per includere non solo i condannati per terrorismo in un procedimento penale, ma anche individui detenuti per sospetto di tali reati, compresi quelli sottoposti a detenzione amministrativa. In altre parole, persone che non sono state incriminate, né tantomeno condannate, in base ad alcun reato.

Allo stesso tempo, la Knesset ha inasprito il già draconiano divieto di “ricongiungimento familiare” per cercare di impedire ai cittadini palestinesi di sposare palestinesi in Cisgiordania e a Gaza, e ha ampliato le pene contro i palestinesi che “risiedono illegalmente” in Israele. Di fatto, i legislatori hanno sfruttato il genocidio di Gaza per intensificare la loro lunga guerra demografica contro i palestinesi, compresi coloro che vivono entro i confini del 1948.

[linee di cessate il fuoco entrate in vigore al termine della guerra arabo-palestinese seguita alla proclamazione dello Stato di Israele, ndt.].

Un capitolo a parte del rapporto di Adalah documenta le gravi violazioni dei diritti dei prigionieri e dei detenuti palestinesi dal 7 ottobre, che, secondo testimonianze e altri rapporti, sono stati trattenuti in campi di tortura. La stessa ondata legislativa ha anche gravemente violato i diritti dei minori, eliminando “la consolidata distinzione giuridica tra adulti e minori” per i reati legati al terrorismo. Inoltre il rapporto descrive dettagliatamente le leggi che danneggiano deliberatamente i cittadini palestinesi attraverso l’uso esteso del servizio militare come criterio per l’accesso alle prestazioni sociali e alle risorse pubbliche, e i rifugiati palestinesi nei territori occupati attraverso la messa al bando di organizzazioni umanitarie come l’UNRWA.

Essendo da tempo consapevole dell’utilità di rimuovere le maschere” e mostrare il regime israeliano per quello che è realmente – antidemocratico, razzista e radicato nell’apartheid – in questo caso non trovo alcun motivo di ottimismo. Nella folle corsa verso il fascismo intrapresa dai leader israeliani non solo il prezzo più alto sarà pagato da coloro che sono più esposti e vulnerabili, ma anche il divario tra l’immagine che una società ha di sé stessa e la realtà coincide proprio con lo spazio in cui il cambiamento politico diventa possibile. Quando quel divario si colma e la società comincia ad accettare l’immagine che le restituisce lo specchio, lo spazio politico per una trasformazione significativa si riduce drasticamente.

Negli ultimi anni centinaia di migliaia di israeliani sono scesi in piazza per protestare contro la “riforma giudiziaria” del governo Netanyahu, sostenendo che il suo vero scopo fosse quello di “distruggere la democrazia israeliana”. Eppure il movimento di protesta si è concentrato principalmente sui meccanismi procedurali della democrazia: pesi e contrappesi, indipendenza della magistratura, guai giudiziari e idoneità del primo ministro a ricoprire la carica. Troppa poca attenzione, se non nessuna, è stata prestata all’erosione dei fondamenti sostanziali della democrazia: libertà di espressione e di protesta, uguaglianza davanti alla legge e garanzie contro la discriminazione istituzionalizzata.

Queste tendenze non sono iniziate negli ultimi due anni, ma non è un caso che abbiano accelerato a un ritmo terrificante parallelamente al genocidio israeliano a Gaza. La devastazione nella Striscia e la legislazione fascista che avanza attraverso la Knesset agiscono come due forze coordinate che lavorano per smantellare gli ultimi vincoli rimasti al potere israeliano.

E proprio come il movimento di protesta israeliano non può ignorare il genocidio di Gaza e la questione della supremazia ebraica se spera di resistere efficacemente alla riforma giudiziaria, così anche il movimento globale che si oppone al genocidio non può ignorare la legislazione promossa dalla Knesset più estremista nella storia di Israele. Questa non è più solo una questione interna israeliana, ma parte di un più ampio attacco all’esistenza stessa del popolo palestinese.

Orly Noy è redattrice di Local Call [sito on line di informazione in ebraico co-edito con +972 Magazine, ndt.], attivista politica e traduttrice di poesia e prosa in lingua farsi. È presidente del consiglio direttivo di B’Tselem [ONG israeliana che si occupa di documentare le violazioni dei diritti umani da parte di Israele, ndt.] attivista del partito politico Balad [che rappresenta la componente palestinese in Israele, ndt.] La sua scrittura affronta le linee che si intersecano e definiscono la sua identità di Mizrahi [componente ebraica originaria del Medio Oriente e Maghreb, ndt.], donna di sinistra, migrante temporanea che vive a contatto interiore con un’immigrata permanente, e del dialogo costante tra loro.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Al canto di ‘bruciare Shu’afat’ e ‘spianare Gaza’, una moltitudine di persone partecipa alla marcia delle bandiere a Gerusalemme

Oren Ziv

6 giugno 2024 – +972Magazine

Ministri israeliani si sono uniti all’annuale celebrazione della conquista di Gerusalemme est, durante la quale slogan razzisti e aggressioni ai giornalisti sono diventati dominanti.

L’annuale Marcia delle Bandiere del “Giorno di Gerusalemme” è stata a lungo famigerata per la sua aperta ostentazione della supremazia ebraica. Ogni anno, in ricordo dell’occupazione israeliana di Gerusalemme est nel 1967 e della continuazione del controllo sulla città, decine di migliaia di ebrei israeliani, per la maggior parte giovani, si scatenano nella Città Vecchia, attaccano e aggrediscono gli abitanti palestinesi e gridano slogan razzisti – il tutto sotto la protezione della polizia.

Tuttavia, se in passato si poteva dire che solo alcuni dei gruppi partecipanti si comportavano in tal modo, quest’anno questa è diventata la norma. Incoraggiati dalla brutale guerra di vendetta del loro governo contro la Striscia di Gaza quasi tutti i gruppi che ieri pomeriggio si sono radunati alla Porta di Damasco prima della marcia si sono uniti alle incitazioni.

I cori includevano: “Che il tuo villaggio possa bruciare”, “Shuafat va a fuoco”, “Maometto è morto” e il canto di vendetta genocida che comprende una ingiunzione biblica trasferita sui palestinesi: “Possa il loro nome essere cancellato”. Il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir e il ministro delle finanze Bezalel Smotrich sono arrivati entrambi alla Porta di Damasco con le loro guardie del corpo verso la fine dei festeggiamenti e si sono uniti gioiosamente a coloro che festeggiavano mentre cantavano e danzavano.

Oltre ai cori, alcuni partecipanti recavano bandiere del gruppo suprematista ebraico Lehava e cartelli con le scritte: “Un proiettile nella testa di ogni terrorista” e “Kahane aveva ragione”. Alcuni si riferivano esplicitamente all’attuale attacco a Gaza, auspicando di “spianare Rafah” e sventolavano la bandiera di Gush Katif, il blocco di insediamenti israeliani evacuato come parte del “disimpegno” del 2005 e che molta parte della destra israeliana spera di vedere ricostruito. Alcuni portavano cartelli raffiguranti gli ostaggi ancora in mano a Hamas a Gaza.

Tuttavia il focus principale per i partecipanti non era Gaza, ma il Monte del Tempio/Moschea di Haram al-Sharif. La giornata è iniziata con più di 1000 ebrei che sono saliti alla spianata, che è sacra sia per gli ebrei che per i musulmani e amministrata congiuntamente dalla polizia israeliana e dalla fondazione islamica Waqf. Molti di loro avevano bandiere israeliane e alcuni hanno violato lo “status quo” di lunga data del sito mettendosi a pregare.

Erano guidati da attivisti che intendono non solo permettere agli ebrei di pregare nel sito, ma ricostruire un tempio ebraico sul sito della Moschea di Al-Aqsa e della Cupola della Roccia. Nella marcia un gruppo di giovani indossava magliette raffiguranti la Cupola della Roccia demolita.

A parte arrestare una manciata di manifestanti che hanno aggredito dei giornalisti, la polizia – compresi il capo della polizia e diversi comandanti di alto grado – non ha fatto niente per impedire o punire le istigazioni. Questa mancanza di intervento era particolarmente spudorata vista la repressione seguita al 7 ottobre, che ha visto la polizia arrestare e accusare di istigazione a delinquere centinaia di cittadini palestinesi per essersi opposti alla guerra di Gaza sia sui social media che in piccole proteste nonviolente.

Questo doppio standard è intrinseco alla politica del governo: ciò che conta non è il contenuto di quel che viene detto, ma chi lo dice. Così, mentre i palestinesi vengono arrestati per i post sui social media, agli ebrei viene lasciato libero sfogo per celebrare il Giorno di Gerusalemme aggredendo i palestinesi e auspicando la loro morte.

Giornalisti aggrediti

Le violenze sono iniziate circa alle 13. A quell’ora la polizia aveva già sgombrato un percorso attraverso il quartiere musulmano della Città Vecchia costringendo gli abitanti palestinesi a restare dentro le loro case e i proprietari di negozi a chiuderli.

Perciò i soli obbiettivi rimasti verso cui i primi arrivati per partecipare ai festeggiamenti hanno potuto dirigere la propria rabbia erano alcuni giornalisti già arrivati per documentare la marcia. Il giornalista palestinese Saif Kwasmi è stato aggredito dalla folla, mentre anche il giornalista di Haaretz Nir Hasson è stato gettato a terra e preso a calci. Ma invece di arrestare qualcuno dei manifestanti, la polizia in seguito ha fermato e interrogato Kwasmi, che è stato accusato di istigazione.

La maggior parte dei giornalisti non è riuscita ad arrivare vicino ai manifestanti. Prima dell’arrivo del grosso della folla la polizia ha spinto tutti i giornalisti in una piccola area prospicente la Porta di Damasco: secondo i comandanti della polizia permettere ai giornalisti di seguire i partecipanti attraverso la Città Vecchia sarebbe stata una provocazione pericolosa, data l’ostilità dei manifestanti nei confronti dei media.

Dopo parecchie ore e molte richieste all’ufficio del capo della polizia ai giornalisti è stato permesso di andare in mezzo alla folla festante, ma solo dopo essere stati avvisati che lo facevano a proprio rischio. A quel punto i manifestanti avevano già lanciato molte bottiglie di plastica nella zona della stampa e schernito i giornalisti dal basso.

Poco prima della fine delle celebrazioni Ben Gvir è arrivato alla Porta di Damasco. Circondato da una folta scorta che impediva ai giornalisti di avvicinarsi e fare domande, il ministro ha colto l’opportunità di dichiarare il proprio totale ripudio del delicato status quo religioso sul Monte del Tempio/Haram al-Sharif, che ha da tempo statuito che gli ebrei hanno il diritto di visitare il sito, ma non di pregarvi.

Sono tornato qui per mandare un messaggio a Hamas e in ogni casa a Gaza e in Libano: Gerusalemme è nostra. La Porta di Damasco è nostra. Il Monte del Tempio è nostro”, ha proclamato. “Oggi, seguendo le mie indicazioni, gli ebrei sono entrati liberamente nella Città Vecchia e hanno pregato liberamente sul Monte del Tempio. Lo diciamo nel modo più semplice: tutto questo è nostro.”

Nelle precedenti marce per il Giorno di Gerusalemme Ben Gvir era solo uno dei partecipanti. Oggi è il ministro in carica della polizia, che è responsabile della sicurezza della marcia e della facilitazione della salita degli ebrei alla spianata di Al-Aqsa. Benché il primo ministro benjamin netanyahu abbia preso le distanze dalla dichiarata intenzione di Ben Gvir di sovvertire lo status quo, in ultima istanza è il ministro della sicurezza nazionale ad imporre la linea di condotta.

Una volta il Giorno di Gerusalemme era un evento eccezionale, in cui il razzismo e la supremazia ebraica che da sempre sono esistiti nella società israeliana si rendevano evidenti a tutti. Ma oggi, mentre l’orgia di vendetta dell’esercito prosegue a Gaza con l’attivo sostegno della maggior parte degli israeliani, tra la crescente violenza dell’esercito e dei coloni in Cisgiordania e le campagne di persecuzione e silenziamento del dissenso all’interno della Linea Verde, la Marcia delle Bandiere è diventata solo un ulteriore esempio di come Israele abbia normalizzato l’estremismo.

Oren Ziv è un fotogiornalista, lavora per Local Call ed è membro fondatore del collettivo di fotografia ‘Activestills’.

(Traduzione dall’inglese di cristiana Cavagna)




Dei coloni ebrei hanno rubato la mia casa. Non è colpa mia se sono ebrei

Mohammed el Kurd 

 26 SEtTEMBre 2023, Mondoweiss

Ai palestinesi viene detto che le parole che usiamo minimizzano i decenni di violenza messa in atto contro di noi dall’autoproclamato Stato ebraico. Un drone va bene, ma gli stereotipi… uno stereotipo è inaccettabile. Ora basta.

Mentre crescevamo nella Gerusalemme occupata, le persone che cercavano di espellerci dal nostro quartiere erano ebrei e le loro organizzazioni spesso avevano “ebraico” nel nome. Lo stesso vale per le persone che ci hanno rubato la casa, buttato i nostri mobili per strada e bruciato la culla della mia sorellina. Anche i giudici che battevano il martelletto a favore della nostra espulsione erano ebrei, così come lo erano i legislatori le cui leggi facilitavano e sistematizzavano la nostra espropriazione.

Il burocrate che rilasciava – e talvolta revocava – le nostre carte d’identità blu era un ebreo, e io lo detestavo soprattutto perché un tratto della sua penna si frapponeva tra mio padre e la città dei suoi avi. Per quanto riguarda i soldati che ci perquisivano per controllare quei documenti, alcuni di loro erano drusi, altri musulmani, la maggior parte ebrei, e tutti loro, secondo mia nonna, erano “bastardi senza Dio”. Quelli che gestivano i fucili e le manette, quelli che redigevano meticolosi e sanguinari piani urbanistici erano … avete indovinato.

Non era un segreto. Vivevamo sotto il dominio dell’autoproclamato “Stato ebraico”. I politici israeliani hanno abusato di questa storia mentre i loro colleghi internazionali annuivano. L’esercito si è dichiarato esercito ebraico e ha marciato sotto quella che ha chiamato bandiera ebraica. I consiglieri comunali di Gerusalemme si vantavano di “prendere casa dopo casa” perché “la Bibbia dice che questo paese appartiene al popolo ebraico”, e i membri della Knesset intonavano canti simili. Quei legislatori non erano marginali o di estrema destra: la legge israeliana sullo Stato nazionale sancisce esplicitamente “l’insediamento ebraico” come un “valore nazionale… da incoraggiare e promuovere”.

Tuttavia, sebbene questo non fosse un segreto, ci veniva detto di trattarlo come tale, a volte dai nostri genitori, a volte da attivisti solidali ben intenzionati. Ci è stato detto di ignorare la Stella di David sulla bandiera israeliana e di distinguere gli ebrei dai sionisti con precisione chirurgica. Non importava che i loro stivali fossero sul nostro collo e che i loro proiettili e manganelli ci colpissero. Il nostro essere apolidi e senzatetto erano irrilevanti. Ciò che contava era il modo in cui parlavamo dei nostri guardiani, non le condizioni in cui ci tenevano – bloccati, circondati da colonie e avamposti militari – o il fatto stesso che ci tenessero.

Il linguaggio era un campo minato peggiore del confine tra la Siria e le alture del Golan occupate, e noi, all’epoca bambini, dovevamo aggirarlo, sperando di non calpestare accidentalmente uno stereotipo esplosivo che ci avrebbe screditato. Usare le “parole sbagliate” aveva la magica capacità di far scomparire le cose:gli stivali, i proiettili,i manganelli e i lividi diventano tutti invisibili se dici un qualcosa per scherzo o con rabbia. Ancora più pericoloso credere nelle “cose sbagliate”: ti rende meritevole di quella brutalità. La cittadinanza e il diritto alla libertà di movimento non erano gli unici privilegi che ci venivano derubati, anche la mera ignoranza era un lusso.

Come palestinesi comprendiamo fin da giovani che la violenza semantica che pratichiamo con le nostre parole fa impallidire decenni di violenza sistemica e materiale messa in atto contro di noi dall’autoproclamato Stato ebraico. Va bene un drone, ma uno stereotipo… lo stereotipo è inaccettabile. Impariamo a interiorizzare la museruola.

Quindi ho dato ascolto a quei messaggi – cos’altro dovrebbe fare un bambino di 10 anni? – e ho imparato a conoscere Hitler e l’Olocausto, ho imparato a riconoscere gli stereotipi del naso, i pozzi avvelenati, i banchieri, i vampiri, i serpenti e le lucertole (ho appena scoperto la piovra), e ho imparato che, quando parlo con i diplomatici in visita a quello zoo che è un nostro quartiere, i coloni che occupano casa nostra devono essere argomento secondario nella mia esposizione, dopo un’accalorata denuncia dell’antisemitismo globale. E quando mia nonna ottantenne si rivolgeva a quei visitatori stranieri, la interrompevo per correggerla ogni volta che descriveva i coloni ebrei in casa nostra come, be’, ebrei.   

Più di un decennio dopo non è cambiato molto. Lo stivale resta lì, lo stesso vale per i proiettili e i manganelli (e sarei negligente se non parlassi del genio creativo delle armi da fuoco robotiche azionate dall’Intelligenza Artificiale recentemente aggiunte all’arsenale dello Stato ebraico).

Il governo chiama il suo progetto in Galilea “l’ebreizzazione della Galilea” e le sue quasi-istituzioni fanno lo stesso. Per quanto riguarda i membri del consiglio che hanno promesso di prendere “casa dopo casa”, oltre al loro successo nel rubare case a Sheikh Jarrah, nella Città Vecchia, a Silwan e altrove, marciano regolarmente nelle nostre città con megafoni e bandiere cantando “vogliamo una Nakba ora.” I giudici continuano a battere martelletti per garantire la continuazione di questa Nakba, governano ancora a favore della supremazia ebraica. E, nonostante il disaccordo con la Corte Suprema su vari aspetti, i parlamentari legiferano in conformità con questo atteggiamento suprematista. Alcuni affermano apertamente che la vita ebraica è semplicemente “più importante della [nostra] libertà” (e talvolta sono anche così gentili da scusarsi con i presentatori televisivi arabi mentre gli comunicano questa dura verità).

Più di un decennio dopo lo status quo rimane immutato. E noi, e mi si spezza il cuore, continuiamo a ballare tra le mine. Continuiamo a puntare sulla moralità e sull’umanità così come loro puntano sulle loro armi.

Qualche settimana fa 16 agenti di polizia israeliani hanno spento le loro telecamere e hanno marchiato, intendo dire inciso fisicamente, la Stella di David sulla guancia del 22enne Orwa Sheikh Ali, un giovane arrestato nel campo profughi di Shufat.

Sempre poche settimane fa, MEMRI, un gruppo di controllo dei media co-fondato da un ex ufficiale dell’intelligence militare israeliana, ha pubblicato filmati del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas che affermava che gli europei “hanno combattuto [gli ebrei] a causa della loro posizione sociale” e dell’ ”usura” e “non a causa della loro religione”.

In risposta, un gruppo di rinomati intellettuali palestinesi, molti dei quali ammiro e rispetto, ha pubblicato una lettera aperta “condannando senza mezzi termini” – indovinate un po’? – i “commenti moralmente e politicamente riprovevoli” di Abbas.

Forse si può definire la loro dichiarazione congiunta una mossa “strategica” per confutare la convinzione che i palestinesi nascano intolleranti. Altri potrebbero dire che rappresenti ciò che significa avere un “codice morale coerente”. Sono certo che alcuni firmatari credono che la nostra cosiddetta autorità morale ci imponga di deplorare il revisionismo storico “rispetto all’Olocausto” e di dare l’esempio nel rifiutare ogni forma di razzismo, non importa quanto retorica.

Sia quel che sia, quando l’ho letta ho provato un senso di deja vu. Eccoci qui, presi ancora una volta in una crisi sconclusionata, a rispondere precipitosamente di crimini che non abbiamo commesso. La strategia di difenderci dall’accusa infondata di antisemitismo ci ha storicamente avvicinato ad essa. E soprattutto un simile impulso eleva inconsapevolmente la storia della sofferenza ebraica, che è certamente studiata e addirittura glorificata, molto al di sopra della nostra sofferenza odierna, una sofferenza negata e dibattuta.

Anche se i firmatari della lettera, alcuni dei quali criticavano l’Autorità Palestinese da prima che io nascessi, hanno denunciato “il governo sempre più autoritario e draconiano dell’Autorità Palestinese” e hanno preso atto delle “forze occidentali e filo-israeliane” che sostengono il mandato presidenziale scaduto di Abbas, nessuna di queste circostanze è servita da catalizzatore per quella che sembra essere la prima dichiarazione congiunta di condanna per Mahmoud Abbas. La lettera non menzionava nel titolo la sua collaborazione con il regime sionista, né la brutalizzazione di manifestanti e prigionieri politici, per non parlare dell’omicidio di Nizar Banat [militante e attivista per le libertà assassinato dalle Forze di Sicurezza Palestinesi, ndt.]

Il catalizzatore qui sono state le parole. Solo parole. Ed è sempre così. Ancora una volta, un drone va bene, ma uno stereotipo è vietato.

Ironicamente, sia la lettera congiunta che il discorso di Abbas cercavano di prendere le distanze dall’antisemitismo. Verso la fine del filmato, Abbas ha voluto “chiarire” che ha detto ciò che ha detto riguardo “gli ebrei d’Europa che non hanno nulla a che fare con il semitismo” perché dovremmo “sapere chi dobbiamo accusare di essere nostro nemico”. “

Che impeto impegnativo. Non solo viviamo nella paura di essere evacuati per mano di un colonialismo che si professa ebraico, non solo il nostro popolo è bombardato da un esercito che marcia sotto quella che sostiene essere la bandiera ebraica, e non solo i politici israeliani enunciano ossessivamente l’ebraicità delle loro azioni, ci viene detto di ignorare la Stella di David che sventola sulla loro bandiera – la Stella di David che incidono sulla nostra pelle.

Questo impeto è vecchio di decenni, se non di un secolo. Nella trascrizione manoscritta di un discorso tenuto al Cairo nell’ottobre 1948, lo studioso palestinese Khalil Sakakini cancellò un frammento di frase che diceva “… la lotta tra arabi ed ebrei” per sostituirla con “la lotta tra noi e gli invasori .” Gli accademici palestinesi, l’Istituto per gli studi sulla Palestina e il Centro di Ricerca sulla Palestina dell’OLP (che fu saccheggiato e bombardato ripetutamente negli anni ’80) hanno dedicato articoli, libri e volumi allo studio dell’antisemitismo, delle sue radici europee e delle sue manifestazioni, europee e non – e la sua fusione con l’antisionismo.

Il popolo palestinese ha continuamente chiarito che il nostro nemico è l’ideologia colonialista e razzista del sionismo, non gli ebrei. La nostra capacità di cogliere tale distinzione è ammirevole e impressionante, considerando la mano pesante con cui il sionismo tenta di farsi sinonimo di ebraismo.

Tuttavia, questa distinzione non è nostra responsabilità e, personalmente, non è fra le mie priorità. Il risentimento provato da un palestinese non ha il sostegno di una Knesset che lo codifichi in legge. Gli stereotipi non sono droni, né si possono convertire le teorie della cospirazione in armi nucleari. Siamo oltre i primi del ‘900. Le cose sono diverse, il potere è cambiato. Le parole non ammazzano.

Nei giorni trascorsi tra il gesto di 16 soldati che marchiano la Stella di David sul volto di un uomo e la pubblicazione della lettera congiunta, un soldato israeliano ha ucciso un adolescente disabile vicino a un posto di blocco militare a Qalqilya; un altro ha sparato alla testa a un bambino a Silwan; un giovane già colpito durante un raid israeliano nel campo profughi di Balata è morto per le ferite riportate; un cecchino ha sparato alla testa di un giovane palestinese a Beita; un diciassettenne è stato ucciso a colpi di arma da fuoco a sud di Jenin; un altro giovane è morto a causa delle ferite riportate in seguito all’invasione del campo profughi; famiglie di palestinesi i cui cadaveri sono trattenuti dalle autorità di occupazione avevano marciato con bare vuote a Nablus; un soldato ha ucciso un uomo vicino a Hebron; la polizia ha giustiziato un ragazzo di 14 anni a Sheikh Jarrah tra gli applausi di centinaia di coloni; la polizia ha poi lanciato gas lacrimogeni sulla sua famiglia a Beit Hanina; un palestinese è stato ucciso dopo aver speronato soldati israeliani a Beit Sira uccidendone uno; nel nord di Gerico un palestinese è stato ucciso e un soldato è rimasto ferito in uno scontro a fuoco; un soldato ha sparato alla testa a un uomo a Tubas, uccidendolo – e questa è solo la punta dell’iceberg.

Quale di questi eventi ha causato un ampio dibattito? Nessuno. C’è stato molto dibattito in televisione riguardo all’affermazione di Itamar Ben-Gvir secondo cui la vita ebraica è “più importante della libertà [palestinese]”, molto meno riguardo al marchio della Stella di David e, naturalmente, Mahmoud Abbas ha ricevuto la reazione più rumorosa di tutte. (Questo vale in generale, non solo nel caso della lettera aperta).

Tutti e tre questi esempi riguardano l’estetica. Le dichiarazioni di Ben-Gvir erano concrete e vere: la vita ebraica vale più della nostra sotto il dominio israeliano, ma è stata la sua esplicita orazione a scatenare l’indignazione, piuttosto che le politiche istituzionalizzate che hanno reso le sue osservazioni razziste la realtà materiale sul campo. Anche la deformazione fisica del volto di un palestinese è risultata degna di nota solo per ciò che l’incisione simboleggiava, non per l’incisione stessa: se i soldati avessero inciso dei segni senza significato sulla sua guancia dubito del tutto che la cosa avrebbe attirato l’attenzione.

Per quanto riguarda la morte dei palestinesi, è quotidiana e trascurabile. Se siamo fortunati, i nostri martiri vengono comunicati in cifre sulle pagine dei resoconti di fine anno. Il “revisionismo”, d’altro canto, merita una cacofonia di condanne.

E questa è la mia posizione. C’è un ebreo che vive – con la forza – in metà della mia casa a Gerusalemme, e lo fa per “decreto divino”. Molti altri risiedono – con la forza – in case palestinesi mentre i loro proprietari restano nei campi profughi. Non è colpa mia se sono ebrei. Non ho alcun interesse nel ripetere a memoria o chiedere scusa per i luoghi comuni secolari creati dagli europei, o nel dare alla semantica più peso di quanto gli spetti, soprattutto quando milioni di noi affrontano un’oppressione reale e tangibile, vivendo dietro muri di cemento, o sotto assedio, o in esilio, e convivendo con pene troppo grandi per essere riassunte. Sono stanco dell’impulso a prendere preventivamente le distanze da qualcosa di cui non sono colpevole, e particolarmente stanco del presupposto che io sia intrinsecamente fazioso. Sono stanco della pretesa fintamente inorridita secondo cui se tale animosità esistesse, la sua esistenza sarebbe inspiegabile e senza radici. Soprattutto, sono stanco della falsa equivalenza tra violenza semantica e violenza sistemica.

So che questo saggio è già di per sé un campo minato. Che verrà estrapolato dal contesto e divulgato, ma io non sarò mai la vittima perfetta: non si può sfuggire all’accusa di antisemitismo. È una battaglia persa e, cosa ancora più importante, un’evidente diversivo. Ed è ora di riconsiderare questa tattica. Ci sono cose migliori da fare: abbiamo delle bare da trasportare. Abbiamo dei parenti nelle camere mortuarie israeliane che dobbiamo seppellire.

Questo saggio è stato ispirato dallo storico articolo di James Baldwin del 1967 “I negri sono antisemiti perché sono anti-bianchi”.

Mohammed el-Kurd (1998-) è uno scrittore e poeta palestinese che risiede a Sheikh Jarrah, Gerusalemme Est. Prima della crisi Israele-Palestina del 2021 stava conseguendo un master negli Stati Uniti ma è tornato per protestare contro lo sfratto dei palestinesi dalle loro case a Gerusalemme Est da parte di Israele.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




I veri architetti e attuatori del regime di supremazia ebraica in Israele

Hagai El-Ad

2 settembre 2023,  Haaretz

La gran parte di quelli che sono così sprezzanti nei confronti di Ben-Gvir convivono molto bene con l’apartheid israeliano – semplicemente non lo proclamano ai quattro venti

Nei mesi trascorsi da quando il deputato Itamar Ben-Gvir (Sionismo religioso/Otzma Yehudit) è stato nominato Ministro della Sicurezza Nazionale di Israele non c’è stata settimana in cui un general maggiore dell’esercito o della polizia in pensione non abbia sommerso di profondo disprezzo il “ministro della distruzione”, la nullità che non capisce nulla e ha ancor meno esperienza, il “sospetto” dello Shin Bet che è diventato il “ministro rompiballe” e chi più ne ha più ne metta. La rabbia è così pervasiva che ci si può solo fermare e chiedersi: che cosa si sta cercando di nascondere dietro tutto questo?

Perché, dopo tutto, è doveroso e persino logico disprezzare Ben-Gvir per le politiche violente, piene di odio e razzismo che promuove. Ma qual è il significato di questo profondo disprezzo? Anni fa (ai bei vecchi tempi, quando era semplicemente un “sospetto”), il servizio di sicurezza dello Shin Bet lo giudicava “persona acuta, brillante e astuta”. Verso la fine del 2022, dopo le elezioni per l’attuale XXV Knesset, Ben-Gvir è riuscito a sfruttare la forza politica della sua piccola fazione alla Knesset (i sei parlamentari di Otzma Yehudit) e gli è stato assegnato il portafoglio ministeriale che aveva richiesto.

Da allora il ministro rompiballe si è lavorato il commissario di polizia e i suoi pezzi grossi come se fossero palle da impasto a temperatura ambiente.

Per non parlare del percorso che la nullità ha superato dall’essere una persona con la quale il primo ministro Benjamin Netanyahu rifiutava di farsi fotografare a persona che non molto tempo fa è stata complice nella manovra di Netanyahu per annullare il principio di ragionevolezza [per cui l’atto legislativo si deve adeguare ad un canone di razionalità per evitare decisioni arbitrarie ed irrazionali, ndt.] dell’Alta Corte. Tutto ciò sembrerebbe sottintendere l’esistenza di una certa dose di saggezza pratica e di acume politico. Forse non si dovrebbe essere meno automaticamente sprezzanti nei confronti di chi ha raggiunto tutto questo?

Invece di affrontare seriamente una tale figura politica e l’agenda che persegue, molti preferiscono deglutire e rallegrarsi del fatto che il gabinetto di sicurezza non venga convocato (per paura che Ben-Gvir possa ottenere delle informazioni) e che vengano prese decisioni importanti sopra la sua testa (perché è una superflua nullità). Una nullità talmente superflua che sta guidando un movimento ben radicato a plasmare un discorso pubblico che normalizza la supremazia ebraica e la grida ai quattro venti – e sono proprio quei quattro venti l’essenza della questione.

In effetti, la grande maggioranza di coloro che sono così sprezzanti nei confronti di Ben-Gvir convivono molto bene con un Israele di supremazia ebraica – semplicemente non lo gridano ai quattro venti, il cielo non voglia. Questo è il metodo su cui si fonda il regime israeliano: garantire “l’assoluta uguaglianza dei diritti”, come previsto dalla Dichiarazione di Indipendenza (e poi imporre un regime militare ai cittadini palestinesi e saccheggiare le loro terre); consentire ai sudditi palestinesi presenti nei territori di presentare ricorso all’Alta Corte di Giustizia (che a sua volta convalida la tortura, le demolizioni di case, l’incarcerazione senza processo e il furto di terre); avviare un’indagine quando i soldati uccidono palestinesi (e poi chiudere il caso senza incriminazioni); essere una “nazione startup” (e utilizzare la tecnologia avanzata qui sviluppata per migliorare il controllo sui palestinesi); parlare quando necessario del “processo di pace” (e nel frattempo continuare a costruire colonie).

In breve: supremazia ebraica? Fantastico. Ma Otzma Yehudit (potere ebraico) al governo? Orrore. Tutto – uccidere, espropriare, opprimere – solo non alla luce del sole, in modo da mantenere una legittimità internazionale, in modo da non diventare come il Sud Africa durante il regime dell’apartheid – pur nel pieno di una assennata realizzazione dell’apartheid. Anche se questo metodo necessita di più tempo, richiede pazienza e una certa abilità, se si guarda ai risultati di 100 anni di sionismo è impossibile mettere in dubbio il fatto che, almeno finora, ha avuto successo. Un buon trucco: praticare l’apartheid ed essere considerati, agli occhi del mondo – e ai nostri stessi occhi – una democrazia.

Affinché la faccenda funzioni, ogni apparato statale deve adempiere al proprio compito: Knesset ed esercito, ministeri e tribunali. Questi ultimi – i tribunali, che sono stati al centro del discorso pubblico degli ultimi mesi, attaccati da destra e difesi da sinistra – hanno effettivamente svolto un ruolo centrale nel convalidare il regime di supremazia ebraica.

E non solo per quanto riguarda la situazione nei territori occupati, ma per l’intero territorio governato da Israele: basti ricordare la legge sui Comitati di Ammissione, che consente alle comunità costruite su suolo pubblico di respingere le domande di residenza di candidati “non idonei” – leggi “arabi”. (Nel 2014 l’Alta Corte si era rifiutata di intervenire; proprio di recente la Knesset ha esteso l’applicazione della legge con il sostegno dei membri dell’opposizione), o la Legge fondamentale di Israele come Stato-nazione del popolo ebraico (nel 2021, l’Alta Corte ha respinto le istanze contro la legge – 10 giudici ebrei contro l’unico dissenso del giudice arabo, George Karra). Coloro che non ne sono ancora convinti dovrebbero ascoltare ciò che l’ex presidente della Corte Suprema, Dorit Beinisch, ha affermato solo pochi mesi fa sul ruolo della Corte: “La Corte Suprema non ha mai deciso che le colonie non sono legali, che è un principio fondamentale nel diritto internazionale.”

No. Siamo parte del sistema. Se Israele sta dando battaglia sulla scena internazionale, non intralciamo, al contrario: sosteniamo.

La Corte Suprema è tanto lontana dal ministro rompiballe quanto l’est è dall’ovest. Questo è ovvio. Ma quale dei due ha contribuito maggiormente a far avanzare il progetto delle colonie e al suo successo? In realtà, la risposta a questa domanda è banale: è la Corte Suprema, un gioco da ragazzi. Ma emotivamente, è una risposta che – per la maggior parte dei sostenitori della nostra “democrazia”– è intollerabile.

Lo stesso discorso vale quando si tratta di un elemento cruciale della capacità di Israele di governare i palestinesi: la necessità di insabbiare così tante uccisioni di palestinesi e nel contempo conservare una facciata di legittimità per la violenza di Stato. Israele lo fa da anni con grande abilità. Dopo le ultime elezioni, Ben-Gvir ha cercato di promuovere una “legge sull’immunità” per il personale delle forze di sicurezza, ma alla fine è stato convinto (per il momento) ad abbandonare l’idea. Presumibilmente perché ha capito che, in pratica, l’immunità che Israele concede ai membri delle sue forze di sicurezza è quasi assoluta, e che è preferibile andare avanti così fino in fondo, anche se a volte implica aspettarsi ciò che a prima vista sembrano “indagini”.

Chi ha maggiormente contribuito alla creazione di questo stato di cose, in cui l’inutile teatrino delle indagini serve con successo a Israele sulla scena internazionale e gli consente di continuare a uccidere palestinesi senza assumersene alcuna responsabilità? L’avvocato generale-procuratore generale-Alta Corte di Giustizia militare (nota anche come “élite giudiziaria”), o Ben-Gvir? Ancora una volta, la risposta è banale: la faccenda dell’immunità è frutto del lavoro di quegli stessi onesti giuristi; Ben-Gvir non vi ha parte. Si potrebbero citare molti altri esempi, non ultimo il ricco campo delle modalità “legali” con cui la terra palestinese è stata saccheggiata ai suoi originari proprietari e passata nelle mani dello Stato dal 1948 ad oggi. Ma ormai il metodo è chiaro.

Arriviamo così al 2023, e ai quattro venti: molti ebrei in Israele hanno deciso di non voler più stare a questo gioco, per quanto vincente e intelligente possa essere. Vogliono di più e più velocemente. Possono essere definiti estremisti o messianici, ma questo non spiega nulla. Come è successo? Sul piano emotivo è impossibile non distinguere la necessità di colmare il divario tra un’ideologia chiara e comprensibile a tutti e la sua attuazione eccessivamente complessa. Perché se va bene la “supremazia ebraica”, perché non il “Piano di vittoria” (di Bezalel Smotrich), o “Lasciate vincere le forze di difesa israeliane” e tutto il resto? A livello pratico, secondo loro, è possibile e auspicabile portare avanti il progetto di supremazia ebraica tra il fiume e il mare con più forza, meno parole, e una maggiore dose di grettezza, potere e violenza. Sì, palesemente, ai quattro venti.

La verità è che non c’è motivo di stupirsi se gradualmente sempre più ebrei abbiano deciso di seguire la strada lastricata da tutte quelle sedicenti persone ragionevoli e di arrivare a conclusioni che stanno ora scioccando le persone ragionevoli.

Ecco cosa sta succedendo ora: volenti o nolenti, lo stiamo sentendo sempre più gridato ai quattro venti. Vediamo che qualcuno grida la supremazia ebraica in tutte le direzioni. In realtà quel qualcuno non è Ben-Gvir. Quella figura è il primo ministro (che nel 2016 ha telefonato al padre del sergente Elor Azaria [che uccise un palestinese ferito incapace di nuocere, ndt.]), il presidente della Corte Suprema (che proclama che la Legge Fondamentale dello Stato-Nazione non vìola l’uguaglianza), il comandante dell’aeronautica (con più di 500 bambini palestinesi uccisi a Gaza nell’estate 2014) e il capo dello Shin Bet (che invoca la “difesa di necessità” per la tortura, e, meraviglia delle meraviglie, ogni palestinese finisce per confessare). Gli artefici della supremazia ebraica e i suoi attuatori. Sono loro che non solo sono d’accordo con Ben-Gvir sul principio della supremazia ebraica, ma sono anche quelli che ci hanno portato a questo punto e sono stupiti e furiosi quando lui e i suoi simili vogliono andare oltre.

Questi sono i fatti. Ma sono emotivamente insopportabili. Cosa fare? Trasformare Ben-Gvir in una sorta di clown marginale, svilirlo per non dover affrontare la persona che grida ai quattro venti, che è la persona nello specchio. Bandire le prove. Ben-Gvir è tutto ciò che non siamo. E poi potremo gridare “De-mo-cra-zia” fino a diventare rauchi.

Ma qui la democrazia non è mai esistita. Anche se potessimo tornare al novembre 2022, senza Ben-Gvir e con il principio della ragionevolezza, saremmo comunque uno Stato di apartheid. È questo ciò che vogliamo? Le prossime elezioni forse rafforzeranno Ben-Gvir o forse, al contrario, lo metteranno effettivamente da parte, ma la strada aperta dagli architetti della supremazia ebraica – la strada aperta dal sionismo così come è stato messo sin qui in pratica – resterà aperta. Se non Ben-Gvir, altri la percorreranno.

E qui sta la vera difficoltà: sebbene l’apartheid con il trucco del rossetto burocratico sia uno stratagemma intelligente, ad un certo punto cesserà di persuadere. Dopotutto, c’è la realtà, ci sono i fatti, c’è la vita stessa. Il fatto è che anche dopo 100 anni di sionismo, metà della popolazione tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo è palestinese. Se veramente ci importa della vita, dobbiamo trovare una risposta ad una domanda sensata: che tipo di vita costruiremo qui tutti insieme?

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Netanyahu è solo una diversa sfumatura della stessa supremazia ebraica

Hagai El-Ad

14 novembre 2022 Haaretz

Ahmad Zahi Bani-Shamsa è stato la prima vittima a Beita, villaggio in Cisgiordania, nello scontro con la colonia di Evyatar sotto lo sguardo del governo uscente. È stato ucciso prima di celebrare il suo sedicesimo compleanno, raggiunto alla testa da un colpo sparato alle spalle. 

È stato ammazzato mentre cercava di appendere su un olivo una bandiera palestinese. È morto il giorno dopo, il quinto del mandato del “governo del cambiamento.” Fino ad ora le manifestazioni a Beita contro Evyatar hanno causato sette morti.

Il processo di legalizzazione del furto delle terre a Beita a vantaggio di Evyatar è cominciato con il governo uscente e probabilmente continuerà e sarà ancora più rapido, nel nord della Cisgiordania e nel resto di quella zona, con il nuovo governo. 

Si può immaginare che entro pochi giorni un soldato israeliano aprirà il fuoco e ucciderà la prima vittima del trentasettesimo governo di Israele. Questa sarà seguita da altre morti. In un regime di supremazia ebraica certe cose non cambieranno mai fra il Mediterraneo e il fiume Giordano [cioè in Israele e nei territori palestinesi occupati, N.d.T.].

Tuttavia, un momento prima che il governo uscente sprofondi nell’oblio, esso merita un’ulteriore riflessione. Cos’è veramente accaduto nell’ultimo anno e mezzo e cosa ci dice per il futuro?

In un’intervista a Channel 12 con la conduttrice televisiva Yonit Levi e Jonathan Freedland di The Guardian, Shimrit Meir, consigliera politica dell’ex primo ministro Naftali Bennett, ha spiegato che la precondizione dell’esistenza del governo uscente era la sospensione del conflitto israelo-palestinese, dato che nel momento in cui quel tema è emerso, il destino del governo è stato segnato. 

La prima mossa nella formazione della coalizione è stata che non si poteva discutere l’“ideologia”, quindi nessuna annessione o creazione di uno Stato palestinese e nessun cambiamento del carattere “ebraico e democratico” dello Stato. 

Vale la pena soffermarsi sulle parole della Meir per la notevole franchezza con cui ha descritto, dal cuore stesso dell’ufficio del primo ministro, la realtà politica continuata per “quasi un anno di normalità,” il periodo in cui il governo uscente ha governato fino al crollo della coalizione.

Quello che infatti si è sostenuto è che la realtà a Beita, e in ogni zona che Israele controlla, non è una questione di “ideologia,” dato che il regime di supremazia ebraica non è un tema politico o ideologico.

È semplicemente il modo in cui vanno, andavano e andranno le cose. La situazione in cui i sudditi palestinesi sono ammazzati uno dopo l’altro, a Beita o altrove, equivale a un conflitto latente, dato che non si può avere un regime di dominazione senza un calcolato massacro di chi vi viene sottomesso. Un altro anno di totale controllo israeliano è semplicemente un’espressione di normalità.

Nella sua intervista Meir ha espresso il concetto politico prevalente in ampi strati dell’opinione pubblica ebraica in Israele. Un concetto che non vede la realtà della supremazia ebraica, dell’apartheid o dell’occupazione come qualcosa di inusuale, ma come una situazione normale che è impegnata a rafforzarsi, espropriando sempre più terre dei palestinesi per tentare di concentrarli in enclave affollate che sono più facili da controllare, poiché gestite da subappaltatori che sono finanziati da risorse internazionali.

Questa posizione, questa visione del mondo, non solo sono immorali nel più profondo senso del termine, ma sono anche lontane dalla realtà. Dopotutto quello che si chiama il “conflitto,” cioè una chiarissima relazione di potere in cui la metà israeliana-ebraica della popolazione fra il fiume e il mare controlla la terra, la demografia e il potere politico a spese della metà palestinese, non è stata “sospesa” neppure per un momento. 

È viva e vegeta tutto il tempo, nei momenti in cui proiettili veri uccidono un palestinese e nei momenti di eterna burocrazia, quando permessi e checkpoint, ingiunzioni e regolamenti dominano le vite dei palestinesi in nome del regime suprematista ebraico.

In questo contesto si dovrebbe parlare del possibile membro del governo Itamar Ben-Gvir e di Gadi Eisenkot [sostenitore della soluzione a due Stati, N.d.T.], ex capo di stato maggiore delle IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, N.d.T.] il protagonista e antagonista delle ultime elezioni. 

Eisenkot parla come uno statista di “governabilità,” mentre Ben-Gvir chiede rudemente “chi comanda qui?”. Ma il tono da statista è solo un codice trasparente che tutti capiscono, cioè che quando gli ebrei in Israele si lamentano di una perdita di “governabilità” nel Negev e in Galilea, nell’Area C e a Gerusalemme, vogliono dire che non si sentono “il boss” in quelle zone.

Il dibattito non riguarda veramente la fine della democrazia. Dopo tutto qui non ce n’è una, dato che tutti i palestinesi sono esclusi, parzialmente o completamente, dal processo politico. È un dibattito sul modo e la misura in cui si usa la forza contro i palestinesi. 

Eisenkot e i suoi sodali credono che il loro approccio più misurato all’aggressiva oppressione dei palestinesi garantisca sia il successo dell’oppressione che la stabilità: Ben-Gvir e quelli come lui pensano che questo processo possa essere velocizzato e numeri crescenti di votanti concordano con lui.

Ma la gran maggioranza delle persone che hanno delle riserve su quest’ultimo punto accetta la situazione esistente e i suoi processi, concorda che la supremazia ebraica sia la base dell’ordine politico, geografico e demografico fra il fiume Giordano e il Mediterraneo e trovi ospitalità per queste sue idee in tutti i partiti sionisti. 

Dopo tutto, quando un giovane palestinese ha appeso una bandiera su un olivo e la terra si è imbevuta del suo sangue, del trentaseiesimo governo facevano parte Yesh Atid, [partito liberale di centro fondato da Yair Lapid, N.d.T.], il partito laburista e il Meretz [partito della sinistra sionista, N.d.T.]

Questo non significa che “sono tutti uguali.” Il fatto che la realtà per i palestinesi fosse già intollerabile anche prima delle elezioni non significa che le cose non possano peggiorare e diventare rapidamente più orrende e sanguinose. 

Jewish Power (Otzma Yehudit) [Potere ebraico, il partito di estrema destra di Ben-Gvir, N.d.T.] è uno dei punti di uno spettro: dire questo non significa che la gamma delle posizioni lungo questo spettro sia un tema marginale non degno di riflessioni. Lo spettro delle posizioni ha un significato, ma è significativa anche l’affinità fra le diverse posizioni lungo questo spettro.

Si può urlare, e la gente lo fa, contro il successo di Ben-Gvir. Ma esattamente chi ne è il responsabile? Non solo nel senso stretto della congiuntura politica che l‘ha causata, ma in un senso più profondo. 

Ciò che ha causato il collasso del governo uscente non è lo scioglimento del conflitto da un immaginario gelo, e ciò che ha fatto crescere Ben-Gvir non è stato un evento specifico. La forza trainante è la realtà stessa. Questa realtà va cambiata. A partire dalle sue fondamenta.

L’autore è il direttore generale di B’Tselem [principale ong israeliana per i diritti umani, N.d.T.].

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)