Indagini iniziali di Euro-Med Monitor non scoprono alcuna prova di presenza militare nel luogo del massacro alla Tab’een School di Gaza.

Redazione di Euro-Med Human Rights Monitor

11 agosto 2024 – Euro-Med Human Rights Monitor

Territori palestinesi – Indagini preliminari di Euro-Med Human Rights Monitor non hanno scoperto alcuna prova o indicazione di attività militari o combattenti nella Tab’een School di Gaza City, la cui sala di preghiera è stata presa di mira da Israele provocando un brutale massacro che è costato la vita a oltre 100 palestinesi.

Al contrario, il luogo è risultato essere una serie di stretti edifici con parti aperte tra loro e prive di ogni attrezzatura, dove decine di famiglie palestinesi si erano rifugiate dopo essere state forzatamente sfollate dalle proprie case e alcune delle quali da quel momento sono state completamente cancellate dall’anagrafe.

La squadra sul campo e un team legale di Euro-Med Monitor hanno realizzato un’inchiesta e una ricerca preliminare presso la Tab’een School, che aveva dato rifugio a oltre 2.500 sfollati a Gaza City. La squadra ha raccolto dati, registrato le dichiarazioni di testimoni e sopravvissuti e ispezionato il luogo dopo l’attacco. Secondo ogni informazione e testimonianza disponibile nella scuola non c’erano né assembramenti né centri militari ed essa non era mai stata usata per finalità militari. Alcuni sopravvissuti hanno testimoniato che la scuola forniva un rifugio a centinaia di bambini le cui famiglie vi si sentivano al sicuro.

Oltretutto la struttura ridotta della scuola e la mancanza di rampe di lancio e ripari avrebbero reso impossibile che il luogo venisse utilizzato per operazioni militari. La struttura angusta e gli spazi ristretti dell’edificio lo rendevano inadatto a operazioni militari che richiedessero organizzazione e assistenza logistica. Secondo testimonianze raccolte da civili sfollati lì, la scuola era usata come rifugio d’emergenza per civili che fuggivano da zone demolite, non per attività o infrastrutture militari. Di conseguenza l’attacco contro la scuola è stato ingiustificato ed ha palesemente violato le leggi umanitarie internazionali.

Il bombardamento israeliano ha preso specificamente di mira la sala di preghiera in cui all’alba gli sfollati stavano pregando, così come la sala di preghiera superiore utilizzata per ospitare donne e bambini. Rapporti preliminari indicano che nell’attacco l’esercito israeliano ha fatto esplodere tre bombe fabbricate negli USA che hanno una terribile capacità di bruciare, liquefare e distruggere corpi. In seguito a ciò oltre 100 palestinesi sono stati uccisi, comprese parecchie famiglie e importanti accademici delle università di Gaza, tra cui il professor Youssef Al-Kahlout, docente di lingua araba.

A causa dell’enorme potere distruttivo delle bombe i corpi delle vittime sono stati ridotti a brandelli bruciati, insieme a numerose gravissime ferite. Secondo la Difesa Civile palestinese di Gaza alcune delle bombe usate contro la scuola affollata di profughi pesavano approssimativamente mille chili.

La giustificazione dell’esercito israeliano per il massacro, sulla base del fatto che l’esercito aveva preso di mira un luogo militare, è infondata e in ogni caso non può giustificare l’uccisione di così tanti civili. Israele continua ad uccidere, bruciare e ferire centinaia di civili e poi sostiene che le zone colpite contenevano istallazioni o comandanti militari, senza offrire una prova concreta o permettere a istituzioni internazionali indipendenti di confermare la veridicità di queste affermazioni.

Israele deve essere vincolato dai principi delle leggi umanitarie internazionali, soprattutto quelle relative alla distinzione, proporzionalità, necessità militare, a prendere le precauzioni necessarie e al dovere di proteggere i civili. Ciò richiede decidere sulla miglior linea d’azione delle operazioni militari e il tipo di armamenti da utilizzare con la specifica valutazione della riduzione delle perdite civili.

In base allo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale ogni violazione di queste norme delle leggi umanitarie internazionali è vista come un crimine di guerra. L’attacco contro la Tab’een School è una flagrante violazione di queste regole ed è solo uno degli attacchi militari che Israele ha realizzato direttamente e indiscriminatamente contro i civili, che è una componente essenziale del crimine di genocidio che Israele ha commesso nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre.

Mohammed Al-Kahlout, uno sfollato vittima dell’attacco alla scuola, ha affermato alla squadra di Euro-Med Monitor di non aver visto alcun combattente né presenza militare nella scuola mentre vi si trovava: “Ero pronto per andare a pregare e per pochi minuti non sono stato uno di loro,” ha continuato. “Tre missili o grosse bombe sparate da aerei israeliani hanno provocato il massacro. Mi sono sentito terrorizzato. Quando sono arrivato corpi e membra erano mutilati e bruciati; c’erano ammassi di carne bruciata. Dopo parecchie settimane nella scuola non ho visto alcuna presenza di miliziani armati o manifestazioni. Ho sempre pregato nella sala di preghiera e tutti erano civili. Sia il mio parente, il professor Youssef Al-Kahlout, che numerosi civili sono stati uccisi nell’attacco. Sopra la sala di preghiera c’era quella delle donne, che era stata destinata ad accoglierle, e tutte quelle che vi si trovavano sono state uccise.”

Susan Mohammed Al-Barawi, una rifugiata nella Tab’een School, ha rilasciato la seguente testimonianza alla squadra di Euro-Med Monitor: “Stavamo dormendo. Ci siamo svegliati al suono di un’esplosione e un incendio. Abbiamo lasciato la nostra classe e abbiamo trovato un incendio che divampava nella sala di preghiera. La sala di preghiera delle donne nella Tab’een School si trova direttamente sopra quella degli uomini. Dopo che le loro case sono state prese di mira molte famiglie sono state obbligate all’evacuazione. Almeno trenta famiglie con bambini e donne anziane si trovavano nella scuola. I missili sono stati lanciati in mezzo a loro, uccidendone molti. Quelli che sono sopravvissuti hanno subito gravi ustioni o l’amputazione di arti. Ho visto feriti con gli intestini che gli uscivano fuori. Ragazzine, la più grande delle quali di 13 anni, un’altra di 10 anni e alcune di soli due anni sono state tra le vittime”.

Mahmoud Nidal Al-Basyouni, un bambino che ha perso il padre nell’esplosione nella sala di preghiera, ha rilasciato la seguente testimonianza: “Oggi all’alba mio padre è andato per la preghiera del mattino nella sala di preghiera della scuola. Mentre la mia famiglia dormiva, mi sono svegliato. Quando ho visto cadere il missile ho capito che ci sarebbero state vittime e che stava per avvenire un massacro, ma non avevo idea che mio padre sarebbe stato uno di loro. Ho visto l’incendio provocato dal fatto che siamo stati presi intenzionalmente di mira. Ho pianto per mio padre, mio nonno, mio zio e molti dei padri dei bambini che sono stati colpiti durante la preghiera del mattino nella sala di preghiera e a cui non abbiamo potuto dire addio. Nella sala di preghiera ho visto corpi mutilati e brandelli di carne. Il bombardamento è avvenuto in modo inaspettato e senza alcun preavviso o avvertimento precedente.”

Nel tentativo di giustificare il massacro l’esercito israeliano ha rilasciato una dichiarazione che contiene i nomi e le immagini di 19 palestinesi. Il comunicato sostiene che gli individui erano membri del Jihad Islamico, di Hamas e dei loro apparati militari.

La ricerca preliminare del gruppo di Euro-Med ha scoperto che nella sua lista l’esercito israeliano ha utilizzato nomi di palestinesi uccisi nei raid israeliani, alcuni dei quali nel corso di incursioni precedenti, ed hanno preso le loro foto dall’anagrafe civile controllata da Israele.

In seguito al controllo iniziale ha scoperto che tre dei 19 nomi elencati dall’esercito israeliano come “terroristi che sono stati eliminati” nel massacro della Tab’eeb School erano stati uccisi in prima, in precedenti bombardamenti israeliani. Questi tre includono Ahmed Ihab al-Jaabari, ucciso il 5 dicembre 2023, Youssef al-Wadiyya, colpito dall’esercito israeliano due giorni prima del massacro e Montaser Daher, ucciso venerdì in un condominio con sua sorella un giorno prima del massacro.

Tra le vittime anche tre civili anziani che non avevano alcun rapporto con azioni militari, compreso un dirigente della scuola, Abdul Aziz Misbah Al-Kafarna, vice sindaco di Beit Hanoun, un docente universitario e insegnante di arabo, Yousef Kahlout, e sei civili, alcuni dei quali erano persino oppositori di Hamas.

Mentre sostiene fermamente che in base alle leggi umanitarie internazionali non ci sono scuse per l’uso sproporzionato e non necessario della forza e l’uccisione di decine di civili per prendere di mira una specifica persona, Euro-Med sta ancora cercando i nomi restanti.

L’esercito israeliano sta prendendo sempre più di mira scuole che forniscono rifugio alla popolazione sfollata con la forza a Gaza City, uccidendo e ferendo nel frattempo centinaia di civili. Ha anche emanato ordini per l’illegale sfollamento forzato di Gaza dal nord verso il sud, nel sistematico tentativo di sradicare il popolo palestinese dalle proprie case e luoghi di sfollamento, privandoli di ogni stabilità. Lo scopo finale è di svuotare Gaza City, eliminare quanti più membri della sua élite possibile e rendere la città inabitabile, a prescindere dalle esigenze militari.

Negli ultimi dieci mesi l’esercito israeliano sta deliberatamente distruggendo i centri di rifugio rimanenti per negare ai palestinesi quei pochi luoghi rimasti in cui possono cercare protezione dopo la sistematica e vastissima distruzione di case e rifugi, comprese scuole e strutture pubbliche.

Continuando a bombardare tutta la Striscia di Gaza e prendendo di mira luoghi di rifugio, come quelli ospitati dalle scuole dell’UNRWA [agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ndt.] la strategia dei bombardamenti israeliani indica chiaramente l’intenzione di distruggere le vite dei palestinesi e di privarli della sicurezza e della stabilità, anche solo temporanee.

Nella Striscia di Gaza i civili hanno pagato il prezzo degli attacchi militari israeliani che violano con impunità le norme del diritto umanitario internazionale, soprattutto i principi di distinzione, proporzionalità ed esigenze militari.

Di conseguenza ogni Paese deve rispettare i propri obblighi internazionali mettendo fine al crimine di genocidio e altre serie violazioni nella Striscia di Gaza da parte di Israele. Devono salvaguardare i civili della Striscia di Gaza, obbligare Israele a sottostare alle leggi internazionali e alle sentenze della Corte Internazionale di Giustizia, imporre dure sanzioni contro Israele e tagliare ogni forma di assistenza o collaborazione politica, finanziaria e militare. Ciò include un’immediata interruzione di ogni vendita, esportazione e trasferimento di armi a Israele, compresa l’esportazione di licenze e aiuto militare così come garantire che Israele paghi le conseguenze dei crimini contro il popolo palestinese.

Inoltre i Paesi che aiutano e favoriscono Israele nel mettere in pratica questi crimini, compreso l’aiuto e i rapporti contrattuali in campo militare, dell’intelligence, politico, legale, finanziario, mediatico ed altri che agevolano la perpetuazione di questi crimini, devono essere chiamati a risponderne. Tra questi Paesi il complice più rilevante sono gli Stati Uniti.

I decisori politici e importanti funzionari di questi Stati devono essere resi responsabili da quando hanno collaborato e sono stati complici dei crimini, compreso quello di genocidio, che Israele ha messo in atto nella Striscia di Gaza.

Come parte dei loro vincoli legali internazionali di garantire che tutti quanti commettano crimini internazionali siano chiamati a risponderne, vengano processati e che sia loro impedito di rimanere impuniti, così come di arrestarli e processarli in osservanza delle leggi nazionali e internazionali, a ogni Nazione viene richiesto di iniziare indagini penali e processi davanti ai propri tribunali nazionali. Questa richiesta si basa sulla giurisdizione internazionale.

(traduzione dall’inglese Amedeo Rossi)




Israele uccide almeno 10 palestinesi nella nuova campagna di bombardamenti contro Gaza

Ahmed Al-Sammak, Lubna Masarwa, Huthifa Fayyad da Gaza City, Palestina occupata

5 agosto 2022 – Middle East Eye

Un dirigente della Jihad Islamica è stato assassinato in un attacco che ha ucciso anche una bambina di 5 anni e ferito più di 55 civili

Nell’ultimo bombardamento contro la Striscia di Gaza di venerdì l’esercito israeliano ha ucciso almeno 10 palestinesi, tra cui una bambina di 5 anni e un importante leader militare.

Taiseer al-Jabari, capo della divisione nord delle Brigate di al-Quds (Saraya al-Quds), l’ala militare del movimento Jihad Islamica, è stato ucciso durante attacchi aerei che hanno colpito varie località di Gaza. Secondo il ministero della Sanità palestinese almeno 55 persone sono rimaste ferite.

Gli attacchi iniziali hanno colpito tre diverse zone: Khan Younis nel sud della Striscia, Shujaiya a nord e un edificio residenziale nel centro di Gaza.

L’esercito afferma di aver preso di mira la Jihad Islamica con l’operazione denominata “Breaking Dawn” [Sorgere del sole].

Hamas, che governa di fatto Gaza, e la Jihad Islamica, la seconda più importante organizzazione armata della Striscia, hanno promesso una dura risposta all’aggressione israeliana. 

Ziad al-Nakhalah, capo della Jihad Islamica, ha affermato che non ci sono limiti in questa guerra e che Tel Aviv verrà presa di mira.

Non ci sono linee rosse in questa battaglia e Tel Aviv, come tutte le città israeliane, finirà sotto i razzi della resistenza,” ha affermato.

Gaza è stata colpita da attacchi aerei e dal fuoco dell’artiglieria. La Jihad Islamica ha affermato di aver sparato 100 razzi venerdì notte come risposta iniziale.

Fawzi Barhoum, portavoce di Hamas, ha detto che le fazioni della resistenza a Gaza sono unite e pronte a rispondere con “tutta la forza”.

Nel contempo il primo ministro israeliano Yair Lapid ha affermato che il Paese “non consentirà alle organizzazioni terroristiche della Striscia di Gaza di dettare le regole” e che l’esercito israeliano continuerà ad agire contro l’organizzazione Jihad Islamica “per eliminare la minaccia che rappresenta per i cittadini di Israele.”

Un vero e proprio crimine”

Khalil Kanon vive al dodicesimo piano della Palestine Tower, un edificio nel centro di Gaza che è stato colpito venerdì durante il primo attacco aereo israeliano. Dice a MEE che il bombardamento ha ferito sua moglie e sua madre, ha terrorizzato i suoi figli e tutta la famiglia è stata macchiata di sangue.”

Stavo leggendo le notizie. Improvvisamente abbiamo sentito bombardamenti assordanti. Una mano di mia madre e una gamba di mia moglie sono state ferite, e i miei figli erano terrorizzati,” racconta Kanon.

Dopo il bombardamento, un vicino di Kanon è corso ad aiutare e ha portato fuori dall’edificio i suoi figli e sua moglie, mentre Kanon aspettava gli infermieri per aiutarli a portare via sua madre dallo stabile.

Eravamo tutti sporchi di sangue. Guarda, c’è una macchia di sangue sulla mia maglietta.

Non avrei mai pensato che questo edificio potesse essere bombardato. Che razza di vita abbiamo?”

Ahmed al-Bata, un giornalista, quando l’edificio è stato bombardato stava aspettando l’ascensore per salire al quattordicesimo piano della Palestine Tower, dove si trova il suo ufficio.

Improvvisamente ho sentito tre massicci, intensi bombardamenti,” racconta a MEE.

La scena è stata inimmaginabile. Dopo qualche minuto decine di abitanti hanno iniziato a scappare urlando. Quasi tutti erano bambini e donne. Decine di loro erano ferite. La scena era talmente orribile. È un vero e proprio crimine.”

Arresto di un leader della Jihad Islamica

L’attacco è giunto dopo giorni di blocco imposto dalle autorità israeliane agli abitanti che vivono nei pressi di Gaza, e il dispiegamento di truppe nella zona. Le misure hanno incluso la chiusura di strade e il blocco del servizio ferroviario vicino a Gaza.

L’esercito israeliano ha affermato di averle messe in atto a causa del timore di attacchi di rappresaglia da parte della Jihad Islamica a Gaza dopo l’arresto nella città di Jenin, nella Cisgiordania occupata, di un importante dirigente dell’organizzazione, Bassam al_Saadi.

Nell’incursione in città è stato ucciso anche il diciassettenne palestinese Dirar al-Kafrayni, colpito a morte dalle forze israeliane. 

Nell’incursione è stato arrestato anche il genero di Saadi, Ashraf al-Jada. Durante l’arresto la moglie di Saadi è stata ferita e portata in ospedale per essere curata. Immagini di una telecamera di sorveglianza dell’arresto di Saadi mostrano soldati israeliani che trascinano sul pavimento il sessantaduenne. Sarebbe anche stato ferito da un cane dell’esercito israeliano.

Quando si sono diffuse notizie dell’incursione mortale, gruppi di persone si sono riuniti nel campo di rifugiati di Jenin e nella vicina città di Nablus, mentre sostenitori hanno espresso solidarietà a un personaggio molto rispettato. La Jihad Islamica, considerata la seconda milizia più importante della resistenza armata palestinese dopo Hamas, ha affermato di aver messo in allerta ovunque i propri combattenti.

Ameer Makhoul, un importante attivista e scrittore palestinese, dice a MEE: “Nessuno dovrebbe essere sorpreso dall’aggressione israeliana contro Gaza e del fatto che siano stati presi di mira i dirigenti delle brigate di al-Quds e i civili.”

Makhoul ha aggiunto che il massiccio schieramento dell’esercito sul e attorno al confine con Gaza non è stato “un’iniziativa difensiva” o per prevenire la risposta della Jihad Islamica all’arresto di Saadi.

Al contrario, l’arresto è avvenuto come parte della preparazione di una nuova aggressione con obiettivi e strategie, anche se di portata limitata,” ha affermato.

Meron Rapoport, un esperto commentatore israeliano, ha affermato che la tempistica dell’operazione israeliana è stata strana e che Israele ha essenzialmente punito l’organizzazione Jihad Islamica perché non attaccasse come rappresaglia per l’arresto di Saadi, dato che il gruppo armato ha lanciato razzi solo dopo che Israele ha iniziato attacchi aerei contro Gaza.

Israele arresta un importante membro della Jihad Islamica in Cisgiordania, e il gruppo non risponde,” continua Rapoport, in riferimento all’arresto di Bassam al-Saadi all’inizio di questa settimana a Jenin.

Ma poi “Israele ha imposto il coprifuoco a decine di migliaia di abitanti nelle zone adiacenti a Gaza in base al fatto che la Jihad Islamica progettava una risposta, poi uccide importanti membri dell’organizzazione e civili a Gaza, in base al fatto che pianificavano di attaccare Israele. Il risultato, dopo che Israele avrebbe tentato di impedire attacchi della Jihad Islamica, è che ora arrivano razzi, cosa che a quanto pare non sarebbe avvenuta se Israele non avesse attaccato per primo.”

Gli USA difendono Israele, l’ONU sollecita una riduzione della tensione

In risposta al bombardamento di Gaza da parte di Israele gli Stati Uniti hanno detto che il Paese ha il “diritto di difendersi”.

L’attacco giunge poche settimane dopo che il presidente USA Joe Biden ha visitato Israele. Prima del viaggio la sua amministrazione avrebbe chiesto a Israele di rimandare ogni escalation contro i palestinesi “a dopo la visita di Biden” a metà luglio.

La richiesta è stata condannata dagli attivisti palestinesi, che hanno detto a MEE che ciò è “indicativo della vera politica degli Stati Uniti nei confronti di Israele,” in quanto gli USA non si preoccupano di come Israele tratta i palestinesi.

Nel contempo l’ONU ha emanato un comunicato più severo, affermando che non ci sono “giustificazioni” per gli attacchi contro i civili.

Sono profondamente preoccupato dalla continua escalation tra i miliziani palestinesi e Israele, compresa l’odierna uccisione mirata di un dirigente della Jihad Islamica palestinese all’interno di Gaza,” ha affermato venerdì sera in un comunicato Tor Wennesland, il coordinatore speciale dell’ONU per il processo di pace in Medio Oriente.

La continua escalation è molto pericolosa,” ha affermato Wennesland.

Israele impone dal 2007 un durissimo blocco contro la Striscia di Gaza, che secondo le associazioni per i diritti umani rappresenta una punizione collettiva per i due milioni di abitanti dell’enclave. Israele impedisce l’importazione di materiali ed attrezzature a Gaza ed ha imposto rigide restrizioni alle esportazioni, che hanno portato a una condizione di “paralisi” in molti settori dell’economia di Gaza.  

Anche l’Egitto sostiene l’assedio, controllando i movimenti in entrata e in uscita da Gaza sulla propria frontiera.

Secondo il ministero della Sanità di Gaza nel maggio dello scorso anno un attacco militare israeliano contro Gaza ha ucciso più di 260 palestinesi, tra cui 66 minorenni, e sfollato almeno 72.000 persone.

In un rapporto Human Rights Watch [prestigiosa ong per i diritti umani con sede negli USA, ndt.] ha affermato che gli attacchi aerei israeliani del 2021 hanno preso di mira zone nelle cui vicinanze non c’erano prove dell’esistenza di obiettivi militari, il che rappresenta un crimine di guerra.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Palestina: Femminismi e resistenza

DWF (Donna Woman Femme)

Rivista trimestrale, giugno 2018, (pag.136)

Edizioni UTOPIA, Roma

Saggi, articoli, interviste a cui hanno collaborato:

Rana Awad, Giada Bonu, Patrizia Cacioli, Federica Castelli, Ingrid Colanicchia, Noemi Ciarniello, Cecilia Dalla Negra, Teresa Di Martino, Serena Fiorletta, Paola Masi, Roberta Paoletti

Recensione di Cristiana Cavagna

L’editoriale di questo particolare e interessante numero monografico della storica rivista femminista (dedicato alla giovane infermiera Razan Al Nijjar, uccisa a Gaza durante le manifestazioni per il ritorno) esplicita ciò che è al centro di questo lavoro: la doppia resistenza delle donne palestinesi, all’occupazione israeliana e a alla società patriarcale palestinese.

Le autrici la articolano in un percorso che vede le donne protagoniste, da quelle rifugiate nei campi profughi, a quelle detenute nelle prigioni israeliane, alle donne della resistenza nonviolenta, alle attiviste delle tante, più o meno note, associazioni per i diritti, alle poetesse, alle scrittrici, alle musiciste, alle artiste (una sezione specifica della rivista è dedicata proprio alla rappresentazione artistica come atto politico e forma di resistenza).

Va segnalata, in apertura, un’utile sintetica cronologia, che va dal 1897, data di fondazione dell’Organizzazione Sionista Mondiale, al 2018, con lo spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme e con le manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno, a Gaza, nel 70^ anniversario della Nakba.

Particolarmente interessante, e in certo modo propedeutico a tutto il lavoro, è il primo saggio, di Cecilia Dalla Negra: “Palestina, Storia, Terra, Lotta di donne” che, pur non ignorando la fondamentale partecipazione degli uomini, sottolinea il ruolo giocato dalle donne fin dagli albori della lotta contro la colonizzazione sionista.

Femminile è la Palestina, femminile è la terra, la resistenza e la parola che la esprime – muqàwama – , femminili sono le olive, e se gli alberi sono uomini, donne sono le radici….e femminile è la Storia, che racconta come, nel 1893, le donne organizzarono la loro prima manifestazione nella cittadina di Afula, opponendo i propri corpi alla costruzione di un insediamento ebraico sulla loro terra….”

Corpi che ritornano sempre nella narrazione al femminile della storia della Palestina: il 1917, anno della Dichiarazione Balfour, in cui le attiviste contestano la creazione di un ‘focolare ebraico’ in Palestina; il 1921, in cui viene fondata la prima organizzazione politica femminile, la ‘Palestinian Arab Women’s Union’; la ribellione al dominio britannico nella Grande Rivolta del 1936-39, che parte dalle campagne dove la partecipazione femminile è altissima, anche per la ridotta divisione di genere nel lavoro agricolo; gli anni ’60 con la lotta armata e la maggior politicizzazione delle donne, anche se la leadership del movimento resta maschile; la prima Intifada, la nascita dei Comitati di Resistenza Popolare con l’autorganizzazione e l’autoproduzione, con le donne in primo piano, per boicottare l’economia dell’occupante; la seconda Intifada del 2000 e poi il ripiegamento della società su sé stessa e la nascita della militanza delle donne islamiste, che si impongono all’interno delle strutture istituzionali e politiche della Striscia di Gaza.…Fino al volto della resistenza di oggi, quello di Ahed Tamimi, la sedicenne del villaggio di Nabi Saleh, incarcerata per aver schiaffeggiato un soldato israeliano entrato nel suo cortile.

Proprio a una donna, Manal Tamimi, di Nabi Saleh, villaggio famoso per la sua resistenza nonviolenta, è dedicata una delle tante interviste: “Non sono una supermamma, sono una mamma palestinese, un’attivista e una combattente….per me la cosa più difficile è essere normale quando ho due figli in prigione, e non a casa.”

Sono tante, stimolanti, le testimonianze.

Sawsan Shunnar, ex detenuta politica: “La cultura era parte integrante della nostra quotidianità: leggevamo poesie, letteratura e discutevamo persino di cinema…le detenute politiche utilizzavano le canzoni militanti come codice per comunicare tra loro… Vi sono differenze nette con le detenute di oggi…nella visione del proprio ruolo e anche nell’aspetto estetico….e la visione politica della maggioranza delle detenute di oggi non è chiara…”

Tamar Zeevi è una giovane ‘refusenik’: dopo 115 giorni in una prigione militare, è stata rilasciata dall’esercito, che l’ha riconosciuta formalmente come obiettrice di coscienza a causa dell’opposizione all’occupazione israeliana.

Significative le parole di una giovane palestinese dei territori occupati, membro della più antica organizzazione femminista israeliana,’Isha l’Isha’, dove operano insieme donne israeliane e palestinesi: “Le donne israeliane bianche credono di dovermi liberare, in quanto vittima di una società tradizionale e patriarcale…ma posso liberarmi da sola: abbiamo bisogno di alleate, non di insegnanti”.

Non si possono non menzionare le due lunghe e ricche interviste a Meri Calvelli, attivista a Gaza dal 1987, che puntualizza la drammatica situazione della Striscia, e alla scrittrice Susan Abulawa, nei cui ormai famosi romanzi emerge la capacità delle donne di coltivare il ‘sumud’, la resilienza..

Quasi a conclusione, un articolo dell’organizzazione “Palestinian Working Women Society for Development” esprime forti critiche e richieste ai responsabili politici palestinesi: “…scarsa volontà politica di denunciare lo stato occupante per crimini di guerra contro i palestinesi, specialmente contro le donne; assenza di volontà politica di cambiare la condizione delle donne secondo le convenzioni internazionali, inclusa la CEDAW (Convenzione ONU contro la discriminazione delle donne, del 1979);….la Palestina deve fare i passi necessari per incorporare la CEDAW nella legislazione nazionale….”

Ma è ancora nell’editoriale che troviamo forse una conclusione, forse un’ipotesi di speranza: “La lotta femminile e femminista palestinese è stata una costante che si è sempre intrecciata a quella per la liberazione nazionale…con la consapevolezza che il gioco del ‘prima la liberazione nazionale, poi quella sessuale’ è stato smascherato….”

Cioè, con le parole di una delle più note autrici del mondo arabo, Fadwa Tuqan (definita dal più famoso e importante poeta palestinese Mahmoud Darwish la poetessa della Palestina): “Come posso mettere la mia penna al servizio della liberazione nazionale, se non sono libera io stessa?”.