La distruzione del patrimonio culturale a Gaza mira a cancellare – e sostituire – la storia della Palestina

Pilar Montero Vilar

9 ottobre 2024 – The Conversation

Nel 2016 il fotografo inglese James Morris ha dato alle stampe Time and Remains of Palestine (Il tempo e le rovine della Palestina). Le immagini riprodotte in questo libro testimoniano dell’assenza di monumenti architettonici e degli invisibili momenti di storia sepolti tra le macerie e la desolazione della Palestina.

Crocevia tra l’Asia e l’Africa, la Palestina è sempre stata un’area di grande importanza strategica e nel corso della storia è stata abitata da diverse civiltà. Questo vuoto pertanto non si spiega se non con una falsa storia, che origina direttamente dal movimento dei coloni israeliani, il quale cerca di distruggere le tracce materiali di altre culture perché rimandano a un passato molto più complesso di quanto essi vorrebbero ammettere.

Questa complessità è stata minuziosamente dimostrata in un rapporto di Forensic Architecture su un sito archeologico noto come il porto di Anthedon, antico porto marittimo di Gaza, abitato per la prima volta tra il 1100 e l’800 a.C. [agenzia di ricerca multidisciplinare fondata nel 2010 dall’architetto e ricercatore di origine israeliana Eyal Weizman, , fa parte del Comitato Consultivo Tecnologico della Corte Penale Internazionale, ndt]

Ottobre 2023: il costo umano ha la precedenza su quello culturale

Il 7 ottobre 2023, il giorno dopo il 50esimo anniversario della guerra dello Yom Kippur, gli israeliani celebravano la festività di Simchat Torah (Gioia della Torah). Nel frattempo, il muro costruito da Israele all’interno della Striscia di Gaza veniva superato da più di 1200 membri di Hamas in un attacco a sorpresa. Hanno rapito più di 200 persone e lasciato dietro di sé almeno 1.200 morti e quasi 3500 feriti.

Israele ha prontamente dichiarato lo stato di guerra per la prima volta dal 1973. Il conflitto, che ha da poco superato l’anno di durata, è diventato una catastrofe umanitaria di proporzioni inaudite per 2,3 milioni di palestinesi. I numeri sono sconcertanti: più di 41.000 morti, di cui più di 14.000 bambini, quasi 100.000 feriti e più di due milioni di sfollati.

Un mese dopo lo scoppio della guerra, in occasione della sua 42esima Conferenza Generale, l’UNESCO ha dichiarato che “l’attuale distruzione e annientamento della cultura e del patrimonio a Gaza sono ancora da quantificare, poiché tutti gli sforzi al momento sono concentrati sul salvataggio di vite umane”.

Monitorare il disastro

Le proporzioni della catastrofe umanitaria di Gaza hanno fatto sì che la distruzione su vasta scala di elementi significativi della storia e dell’identità palestinesi potesse passare facilmente in secondo piano. Tuttavia, nell’aprile 2024 il Servizio d’Azione Mine delle Nazioni Unite [agenzia per l’eliminazione delle minacce di mine ed esplosivi, n.d.t.] ha stimato che “a Gaza ogni metro quadrato interessato dal conflitto contiene circa 200 Kg di macerie”.

I beni culturali sono stati un obbiettivo dell’offensiva israeliana sin dall’inizio del conflitto e già a novembre la devastazione delle città settentrionali della Striscia superava di gran lunga quella causata dal famigerato bombardamento di Dresda nel 1945. Non possiamo dimenticare che la Striscia di Gaza è soltanto una ristretta area costiera che misura all’incirca 365 km², ricca di siti storici e archeologici, che la comunità internazionale ha riconosciuto come territorio occupato dal 1967.

Nell’ultimo secolo la ricerca ha individuato a Gaza almeno 130 siti che, in qualità di occupante, Israele è tenuto dalla legge internazionale a proteggere, insieme al resto del patrimonio naturale e culturale della zona. Questi obblighi sono sanciti dalle seguenti convenzioni: Convenzione sulla prevenzione e punizione del crimine di genocidio (1948); Convezioni di Ginevra (1949) e loro allegati; Convenzione dell’Aja per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato (1954).

Fino al 17 settembre 2024, l’UNESCO ha accertato il danneggiamento di 69 siti: 10 luoghi di culto, 43 edifici di interesse storico e artistico, due depositi di beni culturali mobili, sei monumenti, un museo e sette siti archeologici. Altri documenti riportano un numero molto più alto di siti interessati. Queste valutazioni sono effettuate in condizioni molto difficili, sotto un bombardamento costante, grazie a testimonianze e studi sul campo e sono corroborate da immagini satellitari.

Un esempio particolarmente eclatante di un sito ridotto in macerie è la Grande Moschea di Gaza, considerata da molti la più antica moschea del territorio oltre che simbolo di resilienza. Anche la Chiesa di San Porfirio – la più antica chiesa cristiana a Gaza, costruita dai crociati nel 1150 – è stata colpita dagli attacchi aerei israeliani.

Anche se Israele non aderisce all’UNESCO – che ha lasciato nel 2018, dopo che gli Stati Uniti sotto la guida di Trump hanno fatto lo stesso – esso è tuttavia vincolato a preservare il patrimonio culturale dalla Convenzione dell’Aja. L’articolo 4 della Convenzione stabilisce che: “Le Alte Parti Contraenti s’impegnano a rispettare i beni culturali, situati sia sul loro proprio territorio, che su quello delle Alte Parti Contraenti, astenendosi dall’utilizzazione di tali beni e delle loro immediate adiacenze, o dei loro dispositivi di protezione, per scopi che potrebbero esporli a distruzione o a danneggiamento in casi di conflitto armato, ed astenendosi da ogni atto di ostilità a loro riguardo.”

La Convenzione dell’Aja ha compiuto settant’anni nel 2024, ma i siti patrimonio culturale UNESCO sono ancora drammaticamente sottoprotetti dai conflitti armati in tutto il mondo.

Genocidio umanitario e culturale

La distruzione del patrimonio culturale di Gaza è legata alla crisi umanitaria in corso. Questo legame è riconosciuto dalla Corte Penale Internazionale, la quale sancisce: “I crimini contro il patrimonio culturale o che lo interessano toccano spesso la nozione stessa di essere umano, talvolta erodendo intere porzioni di storia, ingegno e creazione artistica dell’umanità”.

Molti resoconti e articoli indipendenti hanno cominciato a distinguere specifici aspetti della distruzione a Gaza e a parlare non solo di genocidio, ma anche di genocidio culturale, urbicidio, ecocidio, domicidio e scolasticidio.

Il 29 dicembre 2023 la Repubblica del Sudafrica ha adito la Corte Internazionale di Giustizia, accusando Israele di aver violato la Convenzione sul Genocidio del 1948 nei confronti dei palestinesi di Gaza.

Tra le prove a sostegno della tesi del Sudafrica, Israele è accusato di attaccare infrastrutture al fine di provocare la distruzione fisica del popolo palestinese, attacchi che hanno lasciato in rovine almeno 318 luoghi di culto cristiani e musulmani insieme a numerosi archivi, biblioteche, musei, università e siti archeologici. Tutto ciò si aggiunge alla distruzione del popolo stesso che ha creato il patrimonio palestinese.

Gaza: un unico grande obbiettivo militare

Nel suo rapporto pubblicato il primo luglio 2024, Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi, sottolinea come Israele abbia trasformato Gaza nella sua totalità in un “obbiettivo militare”. L’esercito israeliano attribuisce arbitrariamente a moschee, scuole, strutture delle Nazioni Unite, università e ospedali un legame con Hamas, giustificando così la loro distruzione indiscriminata. Dichiarando questi edifici obiettivi legittimi, si sbarazza di ogni distinzione tra obbiettivi civili e militari.

Anche se gli attacchi di Israele contro il patrimonio culturale della Palestina non sono un fenomeno nuovo, l’attuale livello di distruzione nei centri urbani di Gaza è inaudito.

Secondo Albanese, Israele sta cercando di mascherare le proprie intenzioni facendo uso della terminologia della legge umanitaria internazionale. Esso giustifica in tal modo l’uso letale della violenza contro qualsiasi civile palestinese, perseguendo al contempo politiche finalizzate alla distruzione generalizzata del patrimonio e dell’identità culturali palestinesi.

Il suo rapporto conclude inequivocabilmente che le azioni del regime israeliano sono mosse da una logica genocida, una logica che è parte integrante del suo progetto di colonizzazione. Il suo scopo ultimo è di espellere il popolo palestinese dalla sua terra e di spazzare via ogni traccia della sua cultura e della sua storia.

Pilar Montero Vilar,Professoressa ordinaria, principale ricercatrice dell’Osservatorio di Emergenze nel Patrimonio Culturale (www.oepac.es) dell’università Complutense di Madrid

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Ora Gaza ha una “biosfera di guerra” tossica a cui nessuno può sfuggire

Mark Zeitoun e Ghassan Abu Sitta

27 aprile 2019, The Conversation

Gaza è spesso stata invasa per la sua acqua. Ogni esercito che ha lasciato o è entrato nel deserto del Sinai, che sia quello dei babilonesi, di Alessandro Magno, degli Ottomani o degli inglesi, ha cercato là un sollievo. Ma oggi l’acqua di Gaza evidenzia una situazione tossica che sta aumentando vertiginosamente fuori controllo.

Una combinazione di ripetuti attacchi israeliani e la chiusura dei suoi confini da parte di Israele ed Egitto hanno lasciato il territorio nell’impossibilità di trattare la propria acqua o i propri rifiuti. Ogni goccia di acqua ingerita a Gaza, come ogni sciacquone del bagno o antibiotico assorbito torna nell’ambiente in uno stato di degrado.

Per esempio, l’acqua del gabinetto di un ospedale quando scorre filtra senza essere trattata attraverso la sabbia nell’acquifero. Lì si mescola con l’acqua avvelenata dai pesticidi delle fattorie, con metalli pesanti delle industrie e con il sale del mare. Poi viene pompata di nuovo su da pozzi comunali o privati, unita a una piccola percentuale di acqua potabile fornita da Israele e riciclata nei rubinetti delle abitazioni private. Ciò determina una diffusa contaminazione e acqua da bere non potabile, circa il 90% della quale supera le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per salinità e cloruro.

Incredibilmente le condizioni sono peggiorate a causa dell’emergere di “supermicrobi”. Questi organismi resistenti a molteplici farmaci si sono sviluppati in seguito a un’eccessiva prescrizione di antibiotici da parte di medici disperati per trattare le vittime di tali attacchi senza fine. Più ci sono danni, più ci sono possibilità di nuovi danni. Meno accessibilità regolare all’acqua potabile significa che le infezioni si diffonderanno più rapidamente, i microbi si rinforzeranno, più antibiotici verranno prescritti – e le vittime saranno ulteriormente indebolite.

Il risultato è quella che è stata denominata un’ecologia tossica o “biosfera di guerra”, di cui il ciclo dell’acqua nociva è solo un aspetto. Una biosfera si riferisce all’interazione di ogni essere vivente con le risorse naturali che le permette di sopravvivere. Il punto è che le sanzioni, i blocchi e lo stato permanente di guerra colpiscono ogni cosa di cui gli esseri umani hanno bisogno per vivere, mentre l’acqua diventa contaminata, l’aria inquinata, il suolo perde la sua fertilità e gli animali d’allevamento muoiono per le malattie. La gente di Gaza che è sfuggita alle bombe o al fuoco dei cecchini non ha vie di scampo dalla biosfera.

Chirurghi di guerra, antropologi della salute e ingegneri idraulici – compresi noi – hanno osservato questa situazione che si sviluppa ovunque incombano lunghi conflitti armati o sanzioni economiche, come i sistemi idrici a Bassora e quelli sanitari in Iraq o in Siria. È ormai giunto il momento di fare chiarezza.

C’è acqua – per qualcuno

Non è che non ci sia acqua potabile nei pressi di Gaza per alleviare la situazione. Solo a qualche centinaio di metri dal confine si sono fattorie israeliane che usano acqua potabile pompata dal lago di Tiberiade (il Mare di Galilea) per coltivare ortaggi destinati ai supermercati europei. Dato che il lago si trova a circa 200 km a nord e a 200 metri sotto il livello del mare, per pompare tutta quell’acqua viene utilizzata una grande quantità di energia. L’acqua del lago è anche tenacemente contesa da Libano, Giordania, Siria e dai palestinesi della Cisgiordania, ognuno dei quali rivendica la sovranità sul bacino del fiume Giordano.

Nel contempo Israele sta desalinizzando talmente tanta acqua di mare che in questi giorni i Comuni la stanno rifiutando. L’eccesso di acqua desalinizzata viene usato per irrigare le coltivazioni e l’autorità idrica del Paese sta persino progettando di usarla per riempire lo stesso lago di Tiberiade – un ciclo bizzarro e irrazionale, considerando che l’acqua del lago continua ad essere pompata in direzione contraria, nel deserto. Ora c’è così tanta acqua prodotta artificialmente che alcuni ingegneri israeliani possono dichiarare che “oggi nessuno in Israele patisce per mancanza d’acqua”.

Ma non si può dire altrettanto per i palestinesi, soprattutto non per quelli di Gaza. Là la gente ha fatto ricorso a vari filtri ingegnosi, a bollitori o apparecchi di desalinizzazione sotto il lavello o a livello di quartiere per trattare l’ acqua. Ma queste fonti non sono regolamentate, spesso piene di germi e proprio un ulteriore ragione per cui ai bambini vengono prescritti antibiotici – continuando quindi il modello di danno e ripetizione del danno. Nel contempo dottori, infermieri ed équipe per la manutenzione dell’acqua cercano di fare l’impossibile con l’equipaggiamento sanitario minimo a loro disposizione.

Le implicazioni per tutti quelli che investono nell’acqua ripetutamente distrutta e nei progetti sanitari di Gaza sono chiare. Fornire più ambulanze o serbatoi per l’acqua – la strategia “camion e cibo” – può funzionare quando i conflitti sono nel loro stadio più acuto, ma non sono altro che palliativi. Sì, le cose andranno meglio a breve termine, ma molto presto Gaza si ritroverà con la prossima generazione di antibiotici e dovrà fare i conti con super microbi rivestiti di teflon.

I donatori devono invece disegnare programmi che si adattino a una incessante biosfera di guerra che pervade tutto. Ciò significa addestrare molti più dottori e infermieri, fornire più medicine e infrastrutture di supporto per i servizi medici ed idrici. Cosa ancora più importante, i donatori dovrebbero costruire una “protezione” politica per difendere i propri investimenti (se non i bambini del posto), magari chiedendo a quelli che distruggono le infrastrutture di pagare le spese per le riparazioni.

E c’è un messaggio ancora più importante per tutti noi. La nostra ricerca mostra che la guerra è qualcosa di più di eserciti e geopolitica – si estende agli ecosistemi nel loro complesso. Se l’ideologia deumanizzante che sta dietro il conflitto venisse affrontata e se l’acqua in eccesso fosse deviata verso la gente piuttosto che nei laghi, allora i ripetuti danni facilmente evitabili sofferti dalla popolazione a Gaza diventerebbero una cosa del passato. I palestinesi troverebbero presto la loro biosfera molto più sana.

Su Mark Zeitoun

Mark Zeitoun è professore di Sicurezza Idrica all’università dell’East Anglia [in Gran Bretagna, ndt.] ed ex ingegnere per l’aiuto umanitario in Africa e in Medio Oriente.

Su Ghassan Abu Sitta

Ghassan Abu Sitta è fondatore del programma di medicina dei conflitti presso l’università Americana di Beirut ed è stato medico di guerra in Europa e in Medio Oriente.

(traduzione di Amedeo Rossi)