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La chiesa presbiteriana statunitense dichiara Israele ‘Stato di apartheid’ e crea il giorno del ricordo della Nakba.

Redazione di The New Arab

Giovedì 30 giugno 2022 –The New Arab

Durante la 225-esima assemblea generale la chiesa presbiteriana statunitense ha dichiarato Israele ‘Stato di apartheid’ e ha votato per inserire nel proprio calendario il giorno del ricordo della Nakba.

Martedì 28 giugno durante la 225-esima assemblea generale la chiesa presbiteriana statunitense ha votato per dichiarare Israele ‘Stato di apartheid’ e per inserire nel proprio calendario il giorno del ricordo della Nakba.

La chiesa dichiara di avere oltre 1,7 milioni di membri.

Secondo una dichiarazione presente sul sito web della chiesa presbiteriana la sua commissione per l’impegno internazionale ha approvato una risoluzione che riconosce che “le leggi, le politiche e le pratiche israeliane riguardo al popolo palestinese rispondono alla definizione del diritto internazionale di apartheid”.

La commissione ha anche invocato la fine dell’assedio di Gaza da parte dello Stato di Israele e ha affermato il “diritto di tutti i popoli a vivere e praticare la propria devozione in pace” a Gerusalemme.

Dei 31 membri votanti, 28 hanno approvato la risoluzione che afferma che lo Stato di Israele sta mettendo in pratica l’apartheid “istituendo due insiemi giuridici, uno per gli israeliani ed un altro per i palestinesi ,che concedono un trattamento preferenziale agli ebrei israeliani e un trattamento oppressivo ai palestinesi”.

È stata anche approvata una risoluzione che istituisce il 15 maggio come il giorno del ricordo della Nakba palestinese – che commemora la tragedia del 1948 in cui 750.000 palestinesi furono espulsi per la creazione dello Stato di Israele.

Questa risoluzione ha ricevuto nella commissione 31 voti a favore e nessuno contrario.

È stata approvata “con lo scopo di pregare per la pace” e “in solidarietà con quanti soffrono sotto occupazione”.

La risoluzione inoltre afferma che il ricordo deve essere incluso nel calendario annuale presbiteriano.

La risoluzione sollecita in modo specifico il governo statunitense ad “esortare immediatamente il governo di Israele a cessare tutte le azioni ostili che sono definite come “punizioni collettive” secondo il diritto internazionale … [e] a terminare l’assedio a Gaza”.

Le risoluzioni della chiesa presbiteriana riprendono le dichiarazioni di alcune organizzazioni per i diritti umani relative al trattamento dei palestinesi da parte di Israele.

La continua occupazione del territorio palestinese da parte di Israele e la sua persecuzione e violenza contro i palestinesi sono state definite come apartheid da Amnesty International e Human Rights Watch.

Anche l’inviato speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi ha pubblicato un rapporto che afferma che lo Stato di Israele ha imposto ai palestinesi una ‘situazione di apartheid’.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Sfidare Golia: come Palestine Action ha cacciato la Elbit

Huda Ammori

28 giugno 2022 – The New Arab

Huda Ammori, cofondatrice di Palestine Action [rete di attivisti filo-palestinesi che usa tattiche di disobbedienza civile contro fabbriche di armi israeliane, ndtr.], descrive l’azione diretta degli attivisti contro la fabbrica di armi Elbit Systems per il suo ruolo nel produrre armi per Israele e di come siano riusciti a estrometterla dal Regno Unito.

Armati di vernice rosso sangue, stencil fatti in casa e una macchina fotografica: eravamo pronti a prendere d’assalto 77 Kingsway, il quartier generale londinese della maggiore industria bellica israeliana, Elbit Systems. Per farci aprire la porta ed entrare nei loro prestigiosi uffici è bastato un sorriso. Siamo entrati: la vernice spruzzata ovunque nell’atrio, gli striscioni appesi, le riprese fatte e tutto finito prima che gli addetti alla sicurezza ci buttassero fuori. Ma prima di andarcene avevamo scritto una promessa sul loro muro: ritorneremo!  

E siamo ritornati.

Per creare un movimento abbastanza forte da far chiudere tutte e dieci le sedi della Elbit in Gran Bretagna dovevamo essere destabilizzanti e costanti. Azioni occasionali non sarebbero servite. Ogni minuto senza una nostra azione era un minuto in cui la Elbit avrebbe commesso un altro omicidio. Per sconfiggerli dovevamo bombardarli.  

Lottavamo contro Golia: una fabbrica di armi fondata nel 1966 con lo scopo specifico di armare le milizie sioniste per attuare la pulizia etnica del popolo palestinese. Oggi il loro modello aziendale si basa sullo sviluppo di armi sperimentali usate contro la popolazione imprigionata a Gaza ed etichettate come “testate in battaglia” e poi spedite verso Israele e altri regimi repressivi.

A luglio 2020 la Gran Bretagna ospitava dieci sedi della Elbit che producevano droni militari, software per artiglieria e acquisizione dati.   

Palestine Action è nata per cacciare dal Paese il commercio di armi israeliane. Le azioni non hanno solo preso di mira le sedi della Elbit, ma abbiamo anche fatto pressione su chi ne agevolava la capacità di operare in Gran Bretagna.

Israele non potrebbe fabbricare in modo autonomo la sua sanguinaria catena produttiva di armi. Per ottenere un prestigioso spazio per i propri uffici nel centro di Londra la Elbit aveva avuto bisogno di un agente immobiliare che chiudesse un occhio sui crimini di guerra israeliani, una carneficina che le ha permesso di fare una paccata di soldi. Ecco perché la multimiliardaria società immobiliare JLL è diventata il punto focale a livello nazionale degli attivisti autonomi. Da York a Brighton le sedi di JLL sono regolarmente state oggetto delle scritte con la vernice rossa di Palestine Action.

Con un bersaglio secondario e una palazzina di uffici nel centro di Londra da prendere sistematicamente di mira, la duplice strategia per cacciare la Elbit da Londra si è velocemente messa in moto.

A poche settimane dal lancio della campagna i ministeri israeliani degli Affari Strategici e della Difesa hanno incontrato il governo britannico per discutere su come “reprimere il nostro movimento”. Come noi, anche loro avevano capito il potere dell’azione diretta. 

È cominciata così una campagna strategica dello Stato per distruggere il nostro movimento nelle fasi iniziali della sua formazione. Passaporti rubati dalla polizia, irruzioni nelle case e una serie di arresti violenti non sono esperienze piacevoli, ma nulla a confronto con quello che succede a chi si trova dalla parte sbagliata delle armi di Elbit.

Ogni ostacolo che affrontavamo era un passo avanti verso la sconfitta del commercio israeliano di armamenti. E ogni volta che lo Stato interveniva, altre persone si offrivano di unirsi alla lotta per far chiudere Elbit. Le tattiche dello Stato hanno avuto l’effetto contrario.  

Palestine Action non faceva che rafforzarsi mentre le sedi della Elbit diventavano sempre più deboli. Il maggiore trafficante di armi israeliano è stato costretto a spendere in sicurezza cifre sempre maggiori, tra l’altro non riuscendo a tenere lontani i nostri attivisti. Le azioni sono diventate più frequenti, più dirompenti e, per la Elbit, considerevolmente più costose.

Con il tempo quello che era partito come un prestigioso edificio nel centro di Londra è diventato un posto squallido, vecchio e fatiscente. Hanno rimosso le sporgenze per impedire alla gente di arrampicarsi, tolto le decorazioni esterne in modo che non fossero abbattute dagli attivisti e assunto un servizio di sicurezza 24 ore su 24 per sorvegliare l’ingresso.

Comunque tutte le loro ulteriori misure per tener lontana Palestine Action sono continuamente fallite. Siamo andati, siamo rimasti e li abbiamo fatti chiudere mille volte.

Nell’aprile 2022 gli attivisti hanno piantato l’ultimo chiodo nella bara del quartier generale londinese di Elbit. Settimana dopo settimana abbiamo danneggiato 77 Kingsway, bloccando gli ingressi, spruzzando l’edificio di vernice rosso sangue e facendo sì che l’opinione pubblica sapesse esattamente chi si nascondeva dietro la porta.

Mentre Elbit era contrariata da tutte le continue azioni al loro quartier generale, la comunità circostante offriva agli attivisti caffè, cibo e costanti messaggi di sostegno. Man mano che cresceva la pressione sulla Elbit e sull’agenzia immobiliare che le aveva affittato la sede, l’unica opzione che restava loro era quella di andarsene.  

E infatti se ne sono andati! Proprio la settimana scorsa è stato annunciato che Elbit Systems ha abbandonato il quartier generale londinese a causa della continua campagna di azione diretta di Palestine Action durante la quale sono state arrestate 60 persone. La notizia è arrivata esattamente 5 mesi dopo la chiusura permanente della fabbrica di armi Elbit-Ferranti a Oldham.

La prova è nei fatti: l’azione diretta funziona. 

Le pressioni sui governi, le petizioni e le tattiche tradizionali delle campagne non sono mai riuscite a bloccare il traffico di armi fra Gran Bretagna e Israele. Ma nessuno riesce a fermare chi si impegna in prima persona per far chiudere le fabbriche di armamenti sulla soglia di casa nostra. 

Huda Ammori è la cofondatrice della rete azione diretta Palestine Action e ha condotto vaste ricerche e campagne contro la complicità britannica con l’apartheid israeliano. 

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non rappresentano necessariamente quelle di The New Arab, della sua direzione o redazione.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Il movimento kahanista: un lascito di violenza e razzismo in Israele

Jessica Buxbaum

7 giugno 2022 – The New Arab

Jessica Buxbaum

7 giugno 2022 – The New Arab

Oggi, decenni dopo la fondazione del Kach e la morte del rabbino Meir Kahan, il movimento ebraico radicale suprematista è persino forse più influente che ai suoi inizi.

Il mese scorso gli Stati Uniti hanno annunciato la decisione di rimuovere il gruppo estremista ebraico Kahane Chai dalla loro lista di terroristi stranieri.

La mossa è stata accolta da forti critiche da parte dei difensori dei diritti palestinesi, mentre l’Autorità Palestinese ha condannato la decisione perché ‘premia’ l’estremismo israeliano.

Anche se dal 2005 Kahane Chai non è stato direttamente collegato a un attacco terrorista, gli esperti asseriscono che il movimento di ultradestra potrebbe essere persino più influente oggi che ai suoi inizi.

Una storia di violenza e razzismo 

Kahane Chai è una fazione del partito politico israeliano Kach fondato dal rabbino Meir Kahane nel 1971. L’estremista, nato negli USA, si candidò varie volte alle elezioni per il Kach e poi ottenne finalmente un seggio nel parlamento israeliano, la Knesset, nel 1984.  

Il razzismo antipalestinese di Kahane e l’ideologia suprematista ebraica fecero di lui un outsider nella Knesset. Fra le sue convinzioni c’erano l’espulsione di palestinesi e arabi da Israele e dai territori palestinesi occupati e la promozione di uno Stato in cui viga la legge ebraica.

I parlamentari boicottarono spesso i suoi discorsi in parlamento e ignorarono le sue proposte di legge. Kahane fu parlamentare per una sola legislatura in seguito all’approvazione da parte della Knesset di un emendamento che proibiva la candidatura di partiti che incitavano al razzismo. 

Dopo l’assassinio di Kahane nel 1990 il Kach si divise in due gruppi: Kach e Kahane Chai. Kahane Chai, ovvero “Kahane vive” in ebraico, era guidato da Binyamin, il figlio di Kahane.  

David Sheen, un giornalista investigativo con base ad Haifa ed esperto di Kach, ha spiegato a The New Arab che il nome Kahane Chai è un tentativo di far vivere Kahane attraverso il figlio.  

Fino a quando è stato vivo il figlio, lo strumento principale del movimento di Kahane fu Kahane Chai,” dice Sheen.  

Entrambe le organizzazioni furono dichiarate entità terroristiche nel 1994, dopo che un sostenitore di Kach, Baruch Goldstein, uccise 29 fedeli in preghiera nella moschea Ibrahimi a Hebron, nella Cisgiordania occupata. Nel 1997 gli Stati Uniti aggiunsero quindi Kahane Chai alla loro lista di gruppi terroristici.  

Nel corso degli anni organizzazioni affiliate al Kach sono state protagoniste di violenze antiarabe. Negli anni ’80 Machteret, un’unità terrorista ebraica clandestina, commise parecchi attacchi contro i palestinesi. Le autorità israeliane impedirono a Machteret di portare avanti un piano per far saltare in aria la moschea di Al-Aqsa.  

Si crede che i sospettati dell’uccisione nel 1985 di Alex Odeh, direttore per la California meridionale del Comitato contro la discriminazione degli arabi americani, appartenessero alla Jewish Defence League-Kahane [Lega per la Difesa Ebraica – Kahane]

Il Dipartimento di Stato USA ha giustificato la sua decisione dicendo che Kahane Chai non è stata coinvolta in atti di terrorismo per vari anni, ma Sheen sostiene che questo ragionamento non sta in piedi.  

La cosa più clamorosa che emerge da quest’annuncio è che si finge che non abbiano commesso un attacco terroristico in cinque anni,” dice Sheen. “Non sono questi forse gli stessi kahanisti che hanno organizzato pogrom antipalestinesi e scontri razziali in tutto il Paese lo scorso maggio? Questo non conta come terrorismo kahanista?”

Il più recente attacco terroristico noto commesso da un affiliato a Kahane Chai è stato nel 2005, quando un soldato israeliano abbandonò la sua postazione e uccise quattro palestinesi cittadini di Israele. Ma Sheen spiega che solo perché il gruppo non ha commesso violenze sotto il suo nome originario non significa che sia inattivo.

Secondo Sheen il rabbino Yitzchak Ginsburg, seguace del movimento Chabad, subentrò come leader religioso del movimento kahanista dopo l’assassinio del figlio di Kahane, Binyamin, nel 2000. Quell’anno, in occasione della commemorazione annuale di Kahane, Ginsburg dichiarò che l’estremista scomparso aveva ragione e che la sua opera doveva continuare.

Ginsburg dirige la scuola talmudica di Od Yosef Chai a Yitzhar, una colonia israeliana illegale in Cisgiordania notoriamente violenta. Nel 2015 si suppone che seguaci e studenti di Ginsburg abbiano dato fuoco alla casa della famiglia palestinese Dawabsheh, uccidendo un bambino di 18 mesi e i suoi genitori.  

Che si chiamino Jewish Legion [Legione Ebraica] o Committee for the Safety of the Roads [Comitato per la Sicurezza stradale] o Lehava [organizzazione di estrema destra suprematista ebraica, ndt.] tutte queste diramazioni fanno parte dello stesso movimento, ma sono autentici terroristi e tutti kahanisti,” afferma Sheen.  

Il movimento Kach è vivo e gode di ottima salute

Decenni dopo la fondazione di Kach e la morte di Kahane il credo kahanista persiste ancora oggi. Itamar Ben-Gvir, un discepolo di Kahane, è stato eletto nella Knesset nel 2021 con il partito Otzma Yehudit, ovvero Potere ebraico. Molti attivisti considerano l’Otzma Yehudit una reincarnazione di Kach.  

Ma se Kahane era isolato nella Knesset, Ben-Gvir sta crescendo in popolarità. Shaul Magid, l’autore di ‘Meir Kahane: The Public Life and Political Thought of an American Jewish Radical‘,[Meir Kahane: la vita pubblica e il pensiero politico di un ebreo americano radicale] sostiene ciò dicendo che il mainstream israeliano è cambiato e i politici di centro sposano gli stessi ideali delle loro controparti di destra.  

In questo modo il Kach non sembra più così estremista come una volta,” ha detto Magid a The New Arab. “Ecco perché con uno come Ben-Gvir tutti si limitano ad alzare le spalle, perché non è cosi lontano dal mainstream.” 

Sheen è d’accordo con l’idea che la società israeliana ha fatto diventare il kahanismo parte del discorso prevalente.  

Le vecchie élite trovano il kahanismo spregevole,” dice Sheen. “Ma quella vecchia classe dirigente si sta riducendo mentre le nuove élite stanno crescendo e la rimpiazzano. Le nuove élite sono i coloni e per loro Ben-Gvir è un eroe.” 

I parlamentari hanno sostenuto Ben-Gvir nelle sue azioni provocatorie, come impiantare degli uffici improvvisati nell’esplosivo quartiere di Sheikh Jarrah. Il politico sobillatore ha anche ricevuto un significativo seguito di pubblico. 

La popolarità di Ben-Gvir cresce così come quella del kahanismo. Otzma Yehudit ha ottenuto un certo successo alle ultime elezioni perché l’ex primo ministro Netanyahu si è alleato con loro. Ma sembra che il futuro politico del partito non possa contare sul sostegno di altri leader.

Pare che nelle prossime elezioni [i kahanisti] dilagheranno perché otterranno molti più voti e diventeranno una potenza a sé stante.” conclude Sheen.

Jessica Buxbaum è una giornalista che vive a Gerusalemme e che si occupa di Palestina e Israele. Il suo lavoro è apparso su Middle East Eye, The National e Gulf News.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Israele rilascia un prigioniero palestinese dopo 131 giorni di sciopero della fame

Sally Ibrahim

5 dicembre 2021 – The New Arab

Cisgiordania – Fonti hanno riferito che domenica Israele ha rilasciato un prigioniero palestinese che ha condotto uno sciopero della fame di 131 giorni per protesta contro la propria detenzione senza accuse né processo.

Il 23 novembre Kayed al-Fasfous, di 32 anni, ha interrotto il suo sciopero della fame dopo aver raggiunto un accordo con le autorità israeliane per porre fine alla sua detenzione amministrativa.

Al-Fasfous è Stato liberato a un posto di blocco a sud di Hebron nella Cisgiordania occupata ed è stato accolto da politici e funzionari della sicurezza palestinesi oltre che da esponenti di alcune fazioni.

L’occupazione israeliana non è stata in grado di spezzarmi. Ma io l’ho sconfitta con la mia pancia vuota ed ho ottenuto una vittoria su di essa.”, ha detto al-Fasfous a The New Arab.

Le autorità israeliane avrebbero dovuto rilasciare al-Fasfous a metà dicembre, ma lo hanno liberato prima in seguito alle pressioni da parte della leadership palestinese perché potesse ricevere le cure in ospedale a causa del deterioramento della sua salute.

Al-Fasfous ha trascorso complessivamente 5 anni nelle carceri israeliane senza accuse né processo e durante il suo sciopero della fame avrebbe perso 45 kg di peso.

Al-Fasfous verrà trasferito nell’ospedale arabo Istishari a Ramallah per monitorare le sue” condizioni di salute ed eseguire gli esami necessari”, ha riferito a TNA l’Associazione dei Prigionieri Palestinesi in una conferenza stampa

In seguito alle sue condizioni e per eseguire gli esami necessari Al-Fasfous verrà trasferito all’ospedale arabo di Istishari a Ramallah,” ha affermato in un comunicato stampa inviato a TNA il Palestinian Prisoners Club [Centro dei Prigionieri Palestinesi, ong palestinese che si occupa dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, ndtr.].

L’Associazione ha affermato che ci sono 4.600 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, di cui circa 500 in detenzione amministrativa, senza accuse nè processo

Il PPC ha spiegato che ci sono 4.600 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, di cui circa 500 stanno scontando ordini di detenzione amministrativa, senza imputazioni né processo.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)