“Stiamo assistendo all’ultimo sussulto della violenza israeliana”: una conversazione con Avi Shlaim.

Sebastian Shehadi

21 marzo 2025 – Novara Media

“Il sionismo è in procinto di autodistruggersi.”

Pochi storici israeliani hanno messo alla prova i miti nazionali del [loro] Stato come Avi Shlaim. Professore emerito di relazioni internazionali presso l’università di Oxford, Shlaim è tra i più illustri studiosi della storia palestinese e israeliana contemporanea.

Nato nel 1945 in una famiglia di ebrei arabi iracheni che poi si è spostata in Israele, il percorso accademico di Shlaim è segnato dal suo approccio critico, sfaccettato e personale formatosi in modo non marginale durante il servizio militare nell’esercito israeliano a metà degli anni ’60.

In quanto una delle principali personalità del movimento dei “Nuovi Storici” degli anni ’80, Shlaim ha contribuito a smantellare alcune delle narrazioni sulla fondazione di Israele sfidando i tradizionali punti di vista sionisti. Il suo lavoro sulla guerra arabo-israeliana del 1948 e sulla Nakba, soprattutto il suo fondamentale libro The Iron Wall: Israel and the Arab World [Il Muro di Ferro. Israele e il mondo arabo, Il Ponte, Bologna, 2003], offre un’analisi critica delle azioni israeliane che portarono alla guerra e delle sue conseguenze.

Il professor Shlaim ha incontrato Novara Media nella sua casa di Oxford per discutere del suo ultimo libro “Genocide in Gaza: Israel’s Long War on Palestine” [Genocidio a Gaza: la lunga guerra di Israele contro la Palestina]. Questo fondamentale saggio giunge nel momento della catastrofica crisi dei palestinesi a Gaza, mentre la campagna israeliana di espulsione e sterminio continua a godere dell’appoggio militare e diplomatico dei governi occidentali.

Come scrive lo stesso Shlaim, i saggi del libro nascono da una sensazione profondamente sentita (e declinata storicamente) del “dovere morale di dire la verità al potere e schierarsi con i palestinesi nell’ora del bisogno.” Con precisione e lucidità etica elenca i molti crimini di guerra, compreso il genocidio, che Israele ha perpetrato e reso normali contro il popolo palestinese, il cui diritto all’autodeterminazione e alla dignità umana è stato incessantemente attaccato e annientato di fronte agli occhi del mondo. Nel farlo il libro offre un’analisi inflessibile della logica razzista e tipica del colonialismo di insediamento che caratterizza le pratiche politiche e militari di Israele.

Il genocidio a Gaza funge anche da puntuale verifica delle celebrate memorie di Shlaim, “Three Worlds: Memoirs of an Arab-Jew” [Tre Mondi: memorie di un ebreo arabo] del 2023, che riesaminano (e modificano) la domanda sollevata in quel libro se termini come “apartheid”, “fascismo” e “genocidio” debbano applicarsi allo Stato di Israele. Soppesando le prove disponibili e citando le osservazioni giuridiche, tra gli altri, della relatrice speciale ONU sui Territori Palestinesi Occupati Francesca Albanese, che ha anche scritto l’introduzione al suo nuovo libro, Shlaim si impegna in una conclusione definitiva: Israele sta commettendo un genocidio.

Prima di occuparci del libro, può spiegare qual è la cosa principale che le ha fatto prendere posizione come “antisionista”? So che quando lei è arrivato per la prima volta a Oxford, decenni fa, non si definiva tale. Cos’è cambiato?

È stato un lungo percorso, ma quello che mi ha cambiato è stata la ricerca d’archivio. Mi sono radicalizzato negli archivi. In Israele sono stato indottrinato a scuola e ancora di più quando ho fatto il servizio militare nelle Forze di Difesa Israeliane [l’esercito israeliano, ndt.] a metà degli anni ’60. Credevo che Israele fosse un piccolo Paese amante della pace circondato da arabi ostili che volevano buttarci a mare, il che comportava che non avessimo altra scelta che difenderci e combattere. Accettai questa fondamentale narrazione sionista finché iniziai a interessarmi come storico al conflitto arabo israeliano.  Passai un anno intero andando ogni giorno negli archivi di Stato israeliani, guardando i documenti che mi raccontavano una storia totalmente diversa: che Israele era aggressivo, che Israele aveva deliberatamente provocato conflitti con i suoi vicini e che Israele non era interessato alla pace.

Quando nel 1993 vennero firmati gli accordi di Oslo ero euforico. Pensavo che fosse una cosa seria, che sarebbe iniziato un processo di lento ma irreversibile ritiro dai territori occupati e che sarebbe nato uno Stato palestinese. Ricordo di aver parlato con Edward Said, che era mio amico, su questo dopo che entrambi avevamo scritto articoli sulla London Review of Books [prestigiosa rivista bimestrale britannica di letteratura e politica, ndt.].

Quello di Edward era intitolato “Una Versailles palestinese. Oslo come strumento della resa palestinese.” Il mio riconosceva tutti i limiti dell’accordo, ma affermava che si trattava di un modesto passo nella giusta direzione.

Mi sbagliavo. Ho erroneamente pensato che il processo di Oslo fosse irreversibile. Fui ingenuo riguardo a Oslo. Sono ingenuo riguardo ad altre cose, ma non sono un codardo. Quando, sulla base delle prove, giungo a una conclusione, non falsifico il quadro, scrivo esattamente com’è. È così che mi sono radicalizzato, denunciando quello che ho visto dai documenti esistenti di Israele in quanto opposti alla sua propaganda. Ora Netanyahu ha chiuso le sale di lettura negli archivi pubblici israeliani. Quando vado in Israele entro con il mio passaporto israeliano e non sono mai stato fermato. Ma ora che sono stato così esplicito e che ho scritto un nuovo libro che si intitola “Genocidio a Gaza” non so cosa succederà la prossima volta che andrò là.

Alcuni sostengono che i simpatizzanti israeliani della causa palestinese dovrebbero rinunciare alla loro cittadinanza israeliana. Cosa pensa di questa forma di protesta? 

Penso che sia assolutamente fuori luogo affermare che un israeliano non sia un alleato credibile finché non rinuncia alla sua cittadinanza. Ciò detto, ho preso seriamente in considerazione di rinunciare alla mia cittadinanza israeliana. Ho parlato con una donna del consolato israeliano a Londra e mi ha detto: ‘So chi è lei, conosco le sue opinioni e simpatizzo con esse. Ma se vuole il mio parere, non vale la pena di rinunciare al suo passaporto. Le autorità si vendicherebbero e non le consentirebbero di tornare.’ In altre parole se avessi rinunciato al mio passaporto israeliano non sarei più riuscito ad andare negli archivi.

Negli anni scorsi si era astenuto dall’utilizzare la parola “genocidio” riguardo a Israele. Cosa esattamente le ha fatto cambiare posizione?

Ho esitato prima di chiamare il mio libro “Genocidio a Gaza” perché genocidio è una parola veramente molto seria. Ma le prove che ho davanti agli occhi sono schiaccianti e sempre più gravi. Questo è il primo genocidio che viene trasmesso in diretta. In genere Paesi e dirigenti politici non dicono “stiamo commettendo un genocidio” e “vogliamo spazzare via il nemico”. In genere lo nascondono, invece gli israeliani parlano apertamente di genocidio.

In uno dei capitoli del libro faccio riferimento a una banca dati di affermazioni genocide. Quello che è stato pubblicamente affermato, non solo da figure marginali ma da persone come il presidente israeliano Isaac Herzog, che ha proclamato che “non ci sono innocenti a Gaza”, è scioccante. Nessun innocente tra le 50.000 persone che sono state uccise e i circa 20.000 minori. Ci sono citazioni di Netanyahu che sono genocidarie, così come quelle del suo ex-ministro della Difesa Yoav Gallant, che ha affermato che “affrontiamo bestie umane.”

Ho esitato a chiamare certi eventi genocidio prima dell’ottobre 2023, ma quello che per me ha fatto pendere l’ago della bilancia è stato quando Israele ha bloccato ogni aiuto umanitario a Gaza. Stanno utilizzando la morte per fame come arma di guerra. Questo è genocidio.

Perché i politici occidentali sono così riluttanti a chiamare le cose con il loro nome? La risposta è ovvia: l’eccezionalismo israeliano. Israele è al di sopra delle leggi internazionali e i dirigenti occidentali lo consentono. Quando al ministro degli Esteri britannico David Lammy è stato chiesto se è in corso un genocidio, ha detto che genocidio è un concetto giuridico e che dobbiamo aspettare che la Corte si pronunci. Si sbaglia completamente. Quello che Israele sta facendo risponde alla Convenzione dell’ONU sul Genocidio, che non afferma che i Paesi debbano attendere che un tribunale prenda l’iniziativa. La Gran Bretagna e l’America non sono solo complici dei crimini di guerra israeliani, ma sono parte attiva assistendo Israele nella sua campagna genocida contro i palestinesi.

L’assurdità morale di questa situazione ha avuto anche un effetto interessante su di me dal punto di vista personale. Sono sia un ebreo che un israeliano, ma non mi sono mai identificato come ebreo in quanto non sono praticante. Tuttavia dall’attacco genocida contro Gaza ho voluto avvicinarmi di più all’ebraismo perché i suoi valori fondamentali sono l’altruismo, la verità, la giustizia e la pace.

Il governo Netanyahu è l’antitesi di questi fondamentali valori ebraici. L’essenza dell’ebraismo è la non-violenza, ma l’attuale regime è il governo più violento della storia di Israele. Io, in quanto ebreo, sento di avere il dovere morale di schierarmi ed essere preso in considerazione. Il nuovo libro è il mio modesto contributo personale alla lotta contro il fascismo sionista, sostenuto dall’imperialismo americano. È una presa di posizione personale.

Cos’altro rende questo libro diverso da quello che è già stato scritto, sia in termini del suo lavoro che della letteratura in generale?

Nel 2023 ho pubblicato un’autobiografia intitolata “Three Worlds: Memoirs of an Arab Jew” [Tre Mondi: Memorie di un Arabo Ebreo, ndt.]. In tutto quel libro c’è una critica implicita al sionismo. Sono uno studioso di relazioni internazionali, quindi penso sempre che i palestinesi siano le principali vittime del sionismo. Ma quando ho scritto questa storia di famiglia ho capito che c’è un’altra categoria di vittime del sionismo di cui non si parla molto e che sono gli ebrei arabi.

In quel libro ho affermato di pensare che Israele abbia commesso molti crimini contro l’umanità, come l’apartheid e la continua pulizia etnica fin dalla Nakba, ma non un genocidio. Ora dico che sta commettendo anche un genocidio. Vedo Israele come uno Stato di colonialismo d’insediamento e la logica del colonialismo d’insediamento è l’eliminazione del nemico. É quello che Israele ha fatto fin dall’inizio.

Dal 7 ottobre l’obiettivo non dichiarato dell’attacco israeliano contro Gaza è stato la pulizia etnica e c’è un rapporto governativo fatto filtrare che delinea lo spopolamento di Gaza. Lo spopolamento di 2.3 milioni di persone. Ciò non è avvenuto per la resistenza egiziana, ma questo è lo scopo iniziale della guerra. Quando non ha funzionato, Israele è passato a una fase successiva attraverso il genocidio, l’uccisione e la morte per fame dei gazawi.

Ho seguito le politiche israeliane a Gaza fin dal ritiro israeliano dalla Striscia nel 2005, ma niente mi aveva preparato a quello che Israele sta facendo ora che prende di mira i civili. Morte e distruzione descritte cinicamente dai generali israeliani come “falciare l’erba”: è agghiacciante. Qualcosa di meccanico che si fa così spesso. Qualcosa che infligge morte e distruzione, lasciando nel contempo irrisolto il problema politico sottostante.

L’attuale compagna a Gaza è qualitativamente diversa da tutte quelle precedenti. Se aggiungiamo tutte le vittime palestinesi in tutti i precedenti attacchi contro Gaza (otto negli ultimi 15 anni) esse sono una frazione di quelle di questa guerra.

Cosa risponde alle giustificazioni israeliane per questa violenza degli ultimi 16 mesi?

Israele sostiene, come i suoi alleati occidentali, di “agire per autodifesa”. Al primo ministro [britannico] Keir Starmer è stato chiesto se togliere cibo, acqua e carburante alla gente di Gaza da parte di Israele fosse giustificato ed egli ha ripetuto che “Israele ha il diritto di difendersi”. È un mantra. Io direi agli apologeti di Israele che, in base alle leggi internazionali, Israele ha un solo diritto: porre fine all’occupazione e andarsene.

Israele non ha il diritto all’autodifesa come definita nell’articolo 51 della carta dell’ONU. In base al diritto internazionale Israele a Gaza è il potere occupante. Non hai diritto all’autodifesa se l’attacco contro di te è venuto da una zona sotto il tuo controllo.

Israele giustifica sempre i suoi attacchi contro Gaza affermando che Hamas ha lanciato razzi sui suoi cittadini e di avere il dovere di proteggerli. Hamas ha accettato molti accordi di cessate il fuoco ed ha buoni precedenti nell’averli rispettati. Israele ha rotto ogni accordo di cessate il fuoco con Hamas quando non gli conveniva più.

Si prenda per esempio quando l’Egitto mediò l’accordo di pace per il cessate il fuoco tra Israele e Hamas a metà del 2008. Hamas rispettò e impose il cessate il fuoco ad altri gruppi più radicali come il Jihad Islamico fino al 4 novembre 2008, quando Israele attaccò Gaza e uccise combattenti di Hamas, rinnovando di conseguenza le ostilità. Hamas offrì a Israele il rinnovo di questo accordo di cessate il fuoco alle sue condizioni originarie. Israele ignorò totalmente questa proposta. Israele aveva una via diplomatica per risolvere il conflitto ma non la prese, lanciando invece l’operazione Piombo Fuso. É così che Israele protegge i suoi cittadini.

Fino a che punto l’Occidente ha tracciato una linea rossa? Pare che Israele possa uccidere palestinesi senza limite.

Il genocidio non è una questione di numeri. È l’intenzione di distruggere, del tutto o in parte, un gruppo religioso o etnico. Ciò detto, i 50.000 morti a Gaza sono largamente sottostimati. Ce ne sono probabilmente molte migliaia in più sepolti sotto le macerie. The Lancet [prestigiosa rivista medica, ndt.] stima che ci siano piuttosto 180.000 vittime. Non riesco a immaginare un momento in cui Trump dirà “ora basta”.

Biden è stato totalmente inefficace. Ha occasionalmente criticato Israele per i bombardamenti indiscriminati contro i civili, ma non ha mai smesso di fornire armi, così Israele non gli ha dato per niente retta. Ha dato il via libera a Israele. Trump è diverso perché appoggia il progetto della destra israeliana, che è la pulizia etnica di Gaza in Cisgiordania. E ora abbiamo il piano di Trump per Gaza, cioè che tutti gli abitanti di Gaza vadano altrove, in Egitto o Giordania, e che l’America occupi Gaza e la trasformi in una Riviera. Chiama Gaza un “sito di demolizione” che deve essere ripulito. Si noti l’arroganza imperialista.

Dove ci porteranno i prossimi quattro anni sotto Trump?

Il governo Netanyahu afferma che il popolo ebraico ha il diritto esclusivo all’autodeterminazione su tutta la terra di Israele, che naturalmente include la Cisgiordania. Questo governo è più estremista di qualunque altro in precedenza. Sostiene la sovranità esclusiva su tutta la terra di Israele. (Il ministro delle Finanze Bezalel) Smotrich e (l’ex-ministro della Sicurezza Nazionale Itamar) Ben-Gvir non lo nascondono. Vogliono che la pulizia etnica venga accelerata a Gaza e in Cisgiordania e che l’espansione delle colonie continui a tutta velocità, con l’obiettivo finale dell’annessione formale della Cisgiordania.

Finora Israele non ha incontrato alcuna effettiva opposizione dall’Unione Europea, dalla Gran Bretagna, dall’America o dalle Nazioni Unite. La comunità internazionale è stata impotente, come lo è stata per oltre 75 anni.

Dato che lei è stato così esplicito, nel corso degli ultimi 16 mesi ha ricevuto molte molestie da parte di ambienti filo-israeliani?

No. Di fatto da quando è iniziata la guerra a Gaza non ho praticamente ricevuto mail ostili e sono stato più radicale e mi sono espresso pubblicamente più che in precedenza. Al contrario ho ricevuto molti messaggi di appoggio. Persone che mi scrivono e dicono: “Grazie. Parli per noi, ci hai dato voce.” È molto incoraggiante. In qualche modo sono finito in video su Tik Tok.

Per me è molto interessante il fatto di non aver ricevuto alcun messaggio di odio negli ultimi 16 mesi, perché di solito succede. L’opinione pubblica sta cambiando in tutto il mondo. Israele è passato dalla parte del torto. Il BDS chiede la fine dell’occupazione, il diritto al ritorno e uguali diritti per i palestinesi cittadini di Israele. È un movimento globale non violento. Israele non ha alcun argomento per ribattere.

Come puoi giustificare l’occupazione e l’apartheid? Non puoi, ed è la ragione per cui Israele ha intrapreso una scontata campagna per confondere deliberatamente l’antisionismo con l’antisemitismo. Ma la gente è diventata più accorta e se si ha un messaggio onesto da trasmettere come faccio io, chiamando le cose per quello che sono, le persone ascoltano.

Ha qualche speranza che un giorno una parte neutrale si occuperà della giustizia per la Palestina?

L’asimmetria di potere tra Israele e i palestinesi è talmente grande che un accordo volontario non è possibile. Tutta la storia, soprattutto da Oslo in poi, dimostra che non possono raggiungere un accordo che sia equo. Dire a israeliani e palestinesi “risolvete le vostre divergenze” è come mettere un leone e un coniglio in una gabbia e dire loro di “risolvere le loro divergenze”. Una parte neutrale è necessaria per spingere i due contendenti a un accordo. Avrebbe dovuto essere l’ONU. Ma l’America ha messo da parte l’ONU e l’UE e ha stabilito un monopolio sul processo di pace. Tuttavia non ha mai spinto Israele a fare un accordo.

Non riesco a vedere che in Israele ci possa essere una spinta dall’interno per il cambiamento. Non riesco a vedere gli israeliani svegliarsi dopo il 7 ottobre e dire: “Finora ci siamo sbagliati. Dobbiamo veramente andare al tavolo delle trattative con i palestinesi.” Non succederà. La tendenza è totalmente opposta.

Prima dell’attacco di Hamas c’è stata una frattura nella società israeliana sulla riforma giudiziaria, una divisione molto profonda che ha quasi portato a una guerra civile. Ma poi c’è stato l’attacco di Hamas e tutta la società israeliana si è unita dietro la guerra. Pensano che Israele abbia il diritto di fare qualunque cosa voglia indipendentemente dalle leggi internazionali, e che chiunque accusi Israele di qualunque cosa sia un antisemita.

Questo oggi è il consenso in Israele. Nel contempo i governi occidentali hanno garantito l’impunità a Israele, benché stiano iniziando a cambiare. Guardi le iniziative positive di Irlanda, Norvegia, Slovenia e Spagna che negli ultimi 16 mesi si sono schierate con la Palestina.

Ciò detto, non ripongo le mie speranze nei governi, ma nella società civile, nel BDS, nelle manifestazioni a Londra e altrove e negli studenti e nei loro accampamenti di protesta. Gli studenti sono motivati dalla giustizia e dall’etica. Sono dalla parte giusta della storia. I governi statunitense e britannico sono dalla parte sbagliata. È per questo che Israele è così spaventato dal BDS e dagli studenti. Israele è passato dalla parte del torto. È una società brutale, aggressiva, militarista, ed è destinato a seguire la stessa strada del Sudafrica grazie alle sanzioni.

Penso che nel XXI secolo l’apartheid non sia sostenibile a lungo termine e pertanto che il sionismo stia per autodistruggersi. Gli imperi diventano molto violenti proprio quando sono in declino e penso che questo sia ciò a cui stiamo assistendo adesso, gli ultimi sussulti della violenza israeliana. Una volta che sarà finito, le fratture nella società israeliana continueranno. Israele sarà diventato più debole all’interno e il sostegno dall’esterno diminuirà. Questa combinazione di fattori porterà alla disintegrazione del sionismo e del colonialismo d’insediamento. Israele è sulla via dell’autodistruzione, ma non succederà da un giorno all’altro, ci vorranno ancora molti anni.

In qualche modo questo momento straordinario la fa sentire fiducioso?

L’Occidente, e in particolare gli USA, sostenendo Israele senza riserve ha distrutto il cosiddetto sistema internazionale basato sulle regole. È un tempo terribile, più di quanto possa ricordare. Israele ha mostrato il suo vero volto. Vediamo quanto sia brutale e quello che è capace di fare.

L’elezione di Trump ha gravi conseguenze perché non gli importa delle leggi internazionali, dell’ONU o della Nato. Gli interessa solo prima l’America. Userà ogni mezzo a sua disposizione per favorire l’America. È un potere imperiale senza limiti politici, morali o giuridici.

Cosa ritiene che si stia delineando dopo la caduta del sionismo israeliano?

C’è ancora un vasto consenso internazionale per la soluzione a due Stati. Ho appoggiato questa soluzione ma Israele l’ha sotterrata. Oggi Israele non parla neppure più della soluzione a due Stati. Al contrario sembra che resista apertamente ad oltranza allo Stato palestinese.

Una soluzione a due Stati non è più una possibilità. Israele sta continuando la politica di annessione strisciante. Di conseguenza quello che rimane ai palestinesi della Cisgiordania sono poche enclave isolate, non le fondamenta di uno Stato sostenibile. Perciò la scelta è tra uno Stato con diritti uguali per tutti i suoi cittadini o lo status quo: apartheid, etnocrazia e genocidio. Ho fatto una chiara scelta a favore della libertà e di uguali diritti per tutti. È quello che io e molti altri intendiamo quando diciamo: “Dal fiume al mare.”

Genocide in Gaza: Israel’s Long War on Palestine di Avi Shlaim è pubblicato dalla Irish Pages Press.

Sebastian Shehadi è un giornalista indipendente e collaboratore di The New Statesman [rivista politica britannica fondata nel 1913, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 




Stati Uniti e Israele cercano di trasferire i palestinesi di Gaza in Somalia, Somaliland e Sudan: i particolari

Rina Bassist

14 marzo 2025 – Al Monitor

Secondo quanto riportato dall’Associated Press funzionari israeliani e statunitensi hanno preso contatti con Sudan, Somalia e Somaliland per un possibile reinsediamento dei gazawi in questi paesi.

In seguito alla proposta avanzata a febbraio dal presidente Donald Trump di trasferire gli abitanti di Gaza altrove per un periodo imprecisato, funzionari statunitensi e israeliani avrebbero contattato Sudan, Somalia e Somaliland per verificare la possibilità di reinsediarvi i palestinesi sfollati di Gaza.

I fatti

Venerdì l’Associated Press ha riferito che funzionari statunitensi e israeliani avrebbero confermato che tali richieste erano state avanzate ai tre Paesi africani. Secondo i funzionari statunitensi non è chiaro quanto siano progrediti questi colloqui ed essi hanno sottolineato che Israele sta guidando le discussioni. Il rapporto cita anche fonti sudanesi che affermano di aver rifiutato tali offerte, mentre fonti in Somalia e Somaliland hanno dichiarato di non essere a conoscenza di alcuna discussione in merito.

“Contatti separati da parte degli Stati Uniti e di Israele con le tre potenziali destinazioni sono iniziati lo scorso mese, pochi giorni dopo che Trump ha avanzato il piano per Gaza insieme a Netanyahu”, si legge nel rapporto.

I funzionari della Casa Bianca non si sono resi immediatamente disponibili per un commento. Al-Monitor ha anche contattato il Ministero degli Esteri israeliano per un commento.

Il contesto

Trump ha proposto per la prima volta il reinsediamento degli oltre 2 milioni di palestinesi della Striscia di Gaza durante il suo incontro del 4 febbraio con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca. Ha sostenuto che la Striscia di Gaza è diventata inabitabile e ha suggerito di trasferire tutti i gazawi in altri Paesi. Ha aggiunto che gli Stati Uniti avrebbero preso il controllo di Gaza e l’avrebbero ricostruita.

“Sarà nostra”, ha detto Trump. “Prenderemo il controllo di quella zona, la svilupperemo e creeremo migliaia e migliaia di posti di lavoro, e sarà qualcosa di cui tutto il Medio Oriente potrà essere orgoglioso”. Ha anche affermato che i palestinesi trasferiti in una nuova terra “starebbero molto meglio che a Gaza, che ha attraversato decenni e decenni di morte” e che “saranno reinsediati in aree dove potranno vivere una bellissima vita”. Successivamente Trump ha dichiarato di aver discusso il piano con i leader di Giordania ed Egitto, secondo lui potenziali destinazioni dei gazawi sfollati.

Il piano di Trump ha suscitato un’ampia reazione negativa nel mondo arabo e in Europa. Sebbene abbia aggiunto che i gazawi non saranno costretti a lasciare la Striscia, non ha ritirato la sua proposta. Al contrario, le fazioni di estrema destra israeliane hanno abbracciato l’idea di un trasferimento di massa dei palestinesi, con Netanyahu che l’ha definita una “visione audace”.

Per saperne di più

Le relazioni che Stati Uniti e Israele mantengono con i tre Paesi africani in questione sono complesse.

Il Sudan è uno dei quattro Paesi – insieme agli Emirati Arabi Uniti, al Bahrain e al Marocco – che hanno inizialmente firmato gli Accordi di Abramo del 2020 per normalizzare i rapporti con Israele. Come parte dell’accordo, Washington ha rimosso il Sudan dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo. In effetti, mesi prima della firma degli accordi, Netanyahu ha incontrato in Uganda il leader del Consiglio Sovrano Sudanese [organo di governo sciolto da un golpe nel 2021, ndt.], Abdel Fattah al-Burhan. Nel corso degli anni le informazioni hanno suggerito che Israele abbia fornito supporto militare al regime di Burhan. Intanto dal 2023 il Sudan è stato travolto da una guerra civile. Giovedì l’UNICEF ha avvertito che il Sudan “è ora la più grande e devastante crisi umanitaria al mondo”, affermando che dopo due anni di guerra “oltre 30 milioni di persone – più della metà delle quali bambini – vivono nella morsa di atrocità di massa, carestia e malattie mortali”.

Nell’ultimo decennio gli Stati Uniti hanno collaborato con la Somalia per combattere il gruppo jihadista al-Shabaab nel sud del paese. Washington è il principale fornitore di armi della Somalia. Con una popolazione stimata di 18 milioni di persone distribuite su 640.000 km2, la Somalia rimane una delle nazioni più povere del continente. Un rapporto del 2023 del Times of Israel ha indicato che il ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen ha cercato di normalizzare le relazioni con la Somalia nonostante il sostegno di lunga data di Mogadiscio alla causa palestinese. I due Paesi attualmente non hanno relazioni diplomatiche.

Il Somaliland, regione autoproclamatasi indipendente, rappresenta un caso diverso, poiché non è riconosciuto a livello internazionale come Stato sovrano. La Somalia considera il Somaliland parte del suo territorio. Posizionato sul Golfo di Aden vicino allo strategico stretto di Bab al-Mandab, il Somaliland attira da anni l’interesse israeliano. Nel 2024 il Middle East Monitor ha riferito che Israele avrebbe cercato di stabilirvi una base militare in cambio del riconoscimento della sua indipendenza, anche se i funzionari israeliani non hanno confermato la notizia.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Mahmoud Khalil, il laureato palestinese arrestato negli Stati Uniti, ha lavorato per “una delle più importanti politiche di soft power” del Regno Unito

Imran Mulla

11 marzo 2025 – Middle East Eye

Un ex diplomatico britannico rivela che Khalil, che Trump ha definito “studente radicale pro-Hamas”, era stato “autorizzato a lavorare su questioni delicate per il governo britannico”

Mahmoud Khalil, il laureato palestinese della Columbia University fermato nel fine settimana dalle autorità per l’immigrazione degli Stati Uniti, ha lavorato per anni per il governo britannico nella sua “principale politica di soft power”, come rivela Middle East Eye.

Khalil, residente permanente negli Stati Uniti, è stato preso in custodia dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) sabato sera.

Un giudice federale ha bloccato temporaneamente la sua deportazione e Khalil è attualmente in attesa di procedimento in una prigione federale della Louisiana.

Lunedì, in un post sulla piattaforma Truth Social di Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti ha definito Khalil “studente straniero radicale pro-Hamas” e ha annunciato che il suo arresto è stato “il primo di molti a venire”.

“Sappiamo che ci sono altri studenti alla Columbia e in altre università in tutto il Paese che hanno intrapreso attività pro-terrorismo, antisemite e anti-americane, e l’amministrazione Trump non lo tollererà”, ha detto Trump.

Lunedì la Casa Bianca ha pubblicato trionfalmente su X la dichiarazione di Trump e un’immagine di Khalil, accompagnata dalle parole “SHALOM, MAHMOUD” con l’accusa di aver “condotto attività allineate ad Hamas”.

A dicembre Khalil si era laureato con un master presso la School of International and Public Affairs della Columbia.

È stato uno dei principali negoziatori degli studenti durante l’occupazione pro-Palestina del campus nella primavera del 2024.

Inoltre MEE ha scoperto che in precedenza, dal 2018 al 2022, aveva lavorato come responsabile di programma presso l’ufficio Siria dell’ambasciata britannica a Beirut.

I registri online esaminati da MEE dimostrano che Khalil vi aveva lavorato come responsabile locale del Programma Chevening per la Siria, un prestigioso programma di borse di studio internazionali del governo britannico, nonché per il Conflict, Stability, and Security Fund.

“Amato dai suoi colleghi”

L’ex diplomatico britannico Andrew Waller, che era consulente politico presso l’ufficio siriano mentre vi lavorava Khalil, ha detto a MEE che la descrizione di Khalil data dal governo degli Stati Uniti è falsa e diffamatoria.

“Ha superato un processo di verifica per ottenere il lavoro ed è stato autorizzato a lavorare per il governo britannico su questioni delicate “, ha detto Waller.

“Quello che Trump ha detto è una vera e propria diffamazione. Mahmoud è una persona estremamente gentile e coscienziosa ed era amato dai suoi colleghi dell’ufficio siriano”, ha aggiunto. “Non c’era nessuno che potesse dire qualcosa di negativo su di lui, era molto bravo nel suo lavoro”.

La borsa di studio Chevening, finanziata dal Foreign, Commonwealth and Development Office (FCDO), ha la missione di “sostenere le priorità della politica estera del Regno Unito e raggiungere gli obiettivi del FCDO creando relazioni positive e durature con futuri leader, influencer e decisori”. Waller l’ha descritta come una “una delle più importanti politiche di soft power britanniche“.

“Porta gli studenti più brillanti di tutto il mondo nelle università del Regno Unito. Mahmoud ha gestito il programma per la Siria e ha intervistato centinaia, se non migliaia, di candidati per conto del governo britannico”.

Waller ha ricordato che Khalil era anche un “funzionario politico locale”, responsabile di fornire “la comprensione del contesto e le competenze linguistiche per le traduzioni nelle riunioni”.

“È davvero interessante. Meno di due settimane fa JD Vance teneva una lezione a Keir Starmer sulla libertà di parola, e poi gli Stati Uniti vanno e rapiscono Mahmoud Khalil per aver organizzato proteste studentesche”.

Tricia McLaughlin, portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti (DHS), ha detto a MEE lunedì che l’arresto di Khalil era avvenuto “in obbedienza agli ordini esecutivi del presidente Trump che proibiscono l’antisemitismo”.

“Khalil ha guidato attività allineate ad Hamas, un’organizzazione definita terroristica”.

Ore dopo, il Segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero “revocato i visti e/o le green card dei sostenitori di Hamas in America così che potessero essere deportati”.

Eppure né Rubio né il DHS hanno fornito dettagli su come l’attivismo di Khalil alla Columbia University, dove aveva apertamente svolto il ruolo di studente negoziatore con l’amministrazione, equivalesse a sostenere Hamas.

MEE ha contattato il Foreign Office del Regno Unito per un commento.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il voto ONU di Israele contro l’Ucraina è molto più che un sostegno a Trump

Amir Tibon

25 febbraio 2025 – Haaretz

Il governo Netanyahu si sta muovendo verso la Russia, allontanandosi dall’Ucraina e avvicinandosi ai partiti di rottura preferiti da Vladimir Putin in Europa. È qualcosa che gli alleati occidentali di Gerusalemme dovranno prendere in considerazione in futuro

Vi è la tentazione di vedere il voto di Israele contro l’Ucraina all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di lunedì come un risultato diretto del nuovo vento che soffia dagli Stati Uniti, dove l’amministrazione Trump ha adottato una linea filo-russa, con grande stupore della maggior parte dei governi mondiali. Questa è una spiegazione facile per i governanti israeliani che sicuramente dovranno affrontare nei prossimi giorni domande sull’abbandono di una democrazia amica che lotta per la propria esistenza contro un’aggressione russa sostenuta da armi iraniane.

Ma il significato del voto dell’ONU, che sulla guerra in Ucraina sposta Israele dal campo neutrale a quello filo-russo, riguarda molto più del semplice rapporto del Primo Ministro Benjamin Netanyahu con Donald Trump e della sua paura dell’ira del Presidente americano. In effetti Trump è solo una comoda scusa. La verità più inquietante e vergognosa è che Israele non ha mai mostrato alcun coraggio morale sulla questione dell’Ucraina e si sta allineando non solo con il nuovo Presidente degli Stati Uniti, ma anche con i partner ideologici della Russia e gli utili idioti in Europa.

Lo stesso giorno in cui Israele ha votato a favore del testo americano alle Nazioni Unite il giornalista Barak Ravid ha riferito che il nuovo ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, aveva dato istruzioni al suo ministero di modificare la politica decennale di non cooperazione con i partiti europei di estrema destra che hanno una storia di negazione dell’Olocausto e di glorificazione dei criminali di guerra che hanno preso parte allo sterminio degli ebrei europei.

La decisione avrà un impatto sui legami di Israele con i partiti di estrema destra in Francia, Spagna e Svezia, ma per ora non includerà il partito tedesco Alternativa per la Germania [AdF] o il Partito della Libertà austriaco. Tuttavia ci sono già forze all’interno della destra israeliana che premono per migliorare i rapporti anche con questi due partiti, e sembra solo questione di tempo prima che Sa’ar approvi una mossa del genere.

Ciò segue un tentativo precedente, rivelato da Haaretz nel 2023, dell’allora ministro degli Esteri Eli Cohen per ripulire l’immagine del partito di estrema destra rumeno Alleanza per l’Unità dei Rumeni. Ciò che tutti questi partiti di estrema destra hanno in comune è il desiderio di rivedere il passato e cancellare i crimini dei loro governi e delle loro società prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale. Israele, l’unico Stato ebraico al mondo, aveva quindi evitato qualsiasi contatto ufficiale con tali partiti in tutta Europa.

Eppure questi stessi partiti hanno scoperto di recente che sostenendo le colonie israeliane in Cisgiordania possono ottenere legittimità dal governo Netanyahu, spesso contro la posizione dichiarata delle comunità ebraiche locali nei loro stessi Paesi che continuano a vederli con sospetto e preoccupazione date le loro radici antisemite.

Questi partiti hanno anche una chiara tendenza a sostenere la Russia contro l’Ucraina e sono promossi dal Cremlino che li considera fattori interni di instabilità che indeboliscono l’Europa e servono agli obiettivi strategici a lungo termine del presidente Vladimir Putin.

Ed è qui che i due fili si uniscono. Israele sotto il suo attuale governo si sta muovendo verso la Russia, allontanandosi dall’Ucraina e avvicinandosi ai partiti preferiti da Putin all’interno dei diversi Paesi europei.

Questo cambiamento strategico, che ha anche implicazioni morali a lungo termine per lo Stato e il popolo ebraico, si basa su interessi politici a breve termine e non è mai stato discusso in modo appropriato all’interno del governo. Ma ora è la realtà, una realtà con cui gli alleati e i sostenitori tradizionali di Israele dovranno fare i conti.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




A Trump non deve essere permesso di silurare il diritto palestinese a rimanere

Naama Blatman, Neve Gordon
5 febbraio 2025-Al Jazeera

Gli ultimi commenti del presidente degli Stati Uniti confermano che la distruzione totale di Gaza da parte di Israele mira a rimuovere definitivamente la popolazione palestinese.

Prima della visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto che i palestinesi non hanno “altra alternativa” che lasciare Gaza. Quando i due leader si sono incontrati nello Studio Ovale Trump ha dichiarato che, dopo che i palestinesi della Striscia di Gaza saranno trasferiti altrove, gli Stati Uniti “ne prenderanno il controllo”. Il presidente ha anche espresso il desiderio di trasformare il territorio occupato da Israele nella “Riviera del Medio Oriente”.

Queste dichiarazioni surreali sono state pronunciate martedì mentre i palestinesi in tutta la Striscia di Gaza stanno affrontando la distruzione senza precedenti lasciata dall’esercito israeliano. Molti di coloro che sono stati sfollati e sono riusciti a tornare alle loro case nelle ultime due settimane hanno trovato solo rovine. Secondo le Nazioni Unite, l’esercito israeliano ha bombardato il 90% di tutte le unità abitative nella Striscia di Gaza, lasciando 160.000 unità distrutte e 276.000 gravemente o parzialmente danneggiate.

Mentre la polvere si deposita e le immagini dell’entità della devastazione circolano sui media mainstream è diventato chiaro che la violenza genocida che Israele ha scatenato a Gaza non è stata usata solo per uccidere, sfollare e distruggere, ma anche per minare il diritto della popolazione palestinese a rimanere. Ed è proprio la possibilità di garantire questo diritto che il duo Trump-Netanyahu è ora deciso a impedire.

Rimanere come diritto

Il diritto di rimanere non è formalmente riconosciuto all’interno del canone dei diritti umani ed è solitamente associato ai rifugiati che sono fuggiti dal loro paese e sono autorizzati a rimanere in un paese ospitante mentre cercano asilo. È stato anche invocato nel contesto dei cosiddetti progetti di rinnovamento urbano in cui i residenti urbani, in gran parte emarginati e alloggiati in modo insicuro, rivendicano il loro diritto di rimanere nelle loro case e nella loro comunità di fronte alle pressioni di attori potenti che spingono per la riqualificazione e la gentrificazione. Il diritto di rimanere è particolarmente urgente nelle situazioni di insediamento coloniale in cui i colonizzatori spostano attivamente la popolazione indigena e cercano di sostituirla con coloni. Dalle Prime Nazioni in Nord America agli aborigeni e agli isolani dello Stretto di Torres in Australia, i coloni hanno usato la violenza genocida per negare agli indigeni questo diritto.

Il diritto di rimanere, tuttavia, non è semplicemente il diritto di “restare lì”. Piuttosto, per godere di questo diritto, le persone devono poter rimanere all’interno della loro comunità e avere accesso alle “infrastrutture dell’esistenza”, sia materiali che sociali, tra cui l’acqua e il cibo, gli ospedali, le scuole, i luoghi di culto e i mezzi per il sostentamento. Senza queste infrastrutture, il diritto di rimanere diventa impossibile.

Al di là della mera presenza fisica, il diritto di rimanere comprende anche il diritto di mantenere le narrative storiche e contemporanee e le reti di relazioni che tengono insieme le persone e le comunità nello spazio e nel tempo. Questo è un aspetto cruciale di questo diritto perché il progetto coloniale non mira solo alla rimozione fisica e alla sostituzione dei popoli indigeni, ma cerca anche di cancellare le culture, le narrazioni e le identità indigene, così come qualsiasi attaccamento alla terra. Infine non può essere sufficiente essere autorizzati a rimanere come abitante occupato all’interno di un territorio assediato. Il diritto di rimanere include la capacità di un popolo di determinare il proprio destino.

Una storia di continui sfollamenti

Durante la guerra del 1948, le città palestinesi furono spopolate e circa 500 villaggi palestinesi furono distrutti quando la maggior parte dei loro abitanti divenne rifugiata nei paesi vicini. In totale, circa 750.000 palestinesi su una popolazione di 900.000 sono stati sfollati dalle loro case e dalle loro terre ancestrali e non sono mai stati autorizzati a tornare. Da allora, lo sfollamento o la minaccia di sfollamento ha fatto parte dell’esperienza quotidiana palestinese. Infatti, in tutta la Cisgiordania occupata e persino all’interno di Israele, in luoghi come Umm al Hiran, le comunità palestinesi continuano ad essere sradicate con la forza e rimosse dalle loro terre.

La negazione da parte di Israele, sostenuta dagli Stati Uniti, del diritto di rimanere nella Striscia di Gaza è di gran lunga peggiore – non solo perché molte comunità sono composte da rifugiati e questo è il loro secondo, terzo o quarto sfollamento – ma anche perché lo sfollamento è ora diventato uno strumento di genocidio. Già il 13 ottobre 2023 Israele ha emesso un ordine di evacuazione collettiva per 1,1 milioni di palestinesi che vivono a nord di Wadi Gaza (corso d’acqua che divide il sud e il nord della Striscia, n.d.t.) e nei mesi successivi ordini simili sono stati emessi più volte fino a sfollare il 90% della popolazione della Striscia.

In verità il diritto internazionale umanitario obbliga le parti in conflitto a proteggere le popolazioni civili, il che include anche permettere loro di spostarsi dalle zone di combattimento ad aree sicure. Tuttavia, queste disposizioni hanno come presupposto che le popolazioni abbiano il diritto di rimanere nelle loro case e, quindi, stabiliscono che gli evacuati debbano essere autorizzati a tornare quando i combattimenti finiscono, rendendo illegale qualsiasi forma di sfollamento permanente. Il trasferimento della popolazione deve essere temporaneo e può essere utilizzato solo per la protezione e gli aiuti umanitari e non, come Israele ha fatto e i recenti commenti di Trump confermano, come un “camuffamento umanitario” per coprire la totale distruzione e disgregazione degli spazi palestinesi.

Il diritto di rimanere e l’autodeterminazione

Ora che è stato dichiarato un cessate il fuoco gli sfollati palestinesi sono in grado di tornare dove vivevano. Eppure questo movimento di ritorno non soddisfa in alcun modo il loro diritto di rimanere. Non è una coincidenza: la capacità di rimanere è esattamente ciò che Israele ha cercato di sradicare in 15 mesi di guerra.

La distruzione di ospedali, scuole, università, moschee, negozi e mercati, cimiteri e biblioteche insieme alla distruzione di strade, pozzi, reti elettriche, serre e pescherecci non è stata effettuata solo al servizio di uccisioni di massa e della pulizia temporanea delle aree dei loro abitanti, ma anche per creare una nuova realtà sul terreno, in particolare nel nord di Gaza. Quindi non sono solo le case palestinesi ad essere state distrutte, ma l’esistenza stessa della popolazione è stata compromessa per gli anni a venire.

Non si tratta di una novità. Abbiamo visto nel corso della storia come i coloni agiscano per spostare ed eliminare permanentemente le popolazioni indigene dai loro territori. Come queste storie ci insegnano, l’investimento finanziario nella ricostruzione di case e infrastrutture non garantirà – di per sé – il diritto della popolazione a rimanere. Rimanere richiede l’autodeterminazione. Per attuare il loro diritto a rimanere, i palestinesi devono finalmente ottenere la loro libertà come popolo che si autodetermina.

Israele ha negato ai palestinesi il diritto di rimanere per più di 75 anni. E’ giunto il momento di mettere le cose a posto. Qualsiasi discussione sul futuro di Gaza deve essere guidata dalle rivendicazioni e dalle aspirazioni del popolo palestinese. Le promesse di ricostruzione e prosperità economica da parte di paesi stranieri sono irrilevanti a meno che non siano esplicitamente legate all’autodeterminazione palestinese. Il diritto di rimanere può essere garantito solo attraverso la decolonizzazione e la liberazione palestinese.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Naama Blatman è un’accademica di scienza e geografa politica e urbana   presso l’Università del New South Wales, a Sydney. È membro esecutivo del Jewish Council of Australia.

Neve Gordon è professore di diritto internazionale presso la Queen Mary University di Londra.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Dopo l’incontro con Netanyahu alla Casa Bianca Trump ribadisce il suo sostegno al piano per rimuovere da Gaza i palestinesi

Michael Arria  

4 febbraio 2025 – Mondoweiss

Martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è stato il primo leader straniero a incontrare alla Casa Bianca Donald Trump nel suo secondo mandato. Durante l’incontro Trump ha ribadito le precedenti proposte di rimuovere i palestinesi da Gaza. 

Martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è stato il primo leader straniero a incontrare Donald Trump alla Casa Bianca durante il suo secondo mandato. L’incontro si è svolto mentre sono ancora in corso i negoziati per il cessate il fuoco fra il governo israeliano e Hamas.

Parlando con i giornalisti dopo la riunione Trump ha fatto lo scioccante annuncio che gli Stati Uniti avrebbero cercato di impadronirsi di Gaza. 

Gli Stati Uniti prenderanno il controllo della Striscia di Gaza e faranno qualcosa anche lì,” ha detto. “Ne saremo proprietari e responsabili della bonifica di tutte le pericolose bombe inesplose e di altre armi presenti sul territorio. Livelleremo il sito e ci sbarazzeremo di tutti gli edifici distrutti. Spianeremo tutto.”

Daremo vita a uno sviluppo economico che creerà un numero illimitato di posti di lavoro e di alloggi per la gente dell’area,” ha continuato. “Faremo un lavoro serio, qualcosa di diverso.”

 Netanyahu è arrivato a Washington lunedì quando scadeva la data per iniziare i colloqui per la fase successiva del cessate il fuoco. L’ufficio del primo ministro non ha chiarito quando la sua squadra si metterà in contatto con Hamas, ma ha detto che “la seconda fase dell’accordo sugli ostaggi sarebbe iniziata” con l’incontro con Trump.

Appena un giorno prima della riunione, riferendosi al cessate il fuoco, Trump ha detto ai reporter: “Non ho garanzie che la pace duri.” Steve Witkoff, il suo inviato speciale in Medio Oriente, ha aggiunto che l’amministrazione è “certamente fiduciosa” riguardo all’accordo.

A una conferenza stampa dopo l’incontro Trump ha detto ai giornalisti che “tutti chiedono una sola cosa, e voi sapete cosa: la pace.”

Abbiamo a che fare con un gruppo di persone, situazioni e persone, molto complesso, ma abbiamo l’uomo giusto,” ha aggiunto. “Abbiamo il leader di Israele giusto. Ha fatto un ottimo lavoro e noi siamo amici da lungo tempo.”

Prima della sua visita alla Casa Bianca Netanyahu aveva annunciato che avrebbe discusso con Trump della “vittoria su Hamas” da parte di Israele, nonostante il fatto che al momento Hamas controlli ancora Gaza e ha detto che non rilascerà altri ostaggi fino a quando le forze di Israele non si ritireranno dalla regione.

Un funzionario dell’entourage di Trump ha detto alla CNN che il presidente era “estremamente concentrato” sulla cacciata di Hamas dal potere.

Il presidente Trump guarda la Striscia di Gaza e ci vede un cantiere,” ha detto il funzionario. “Pensa che sia impraticabile ricostruire la regione entro 3-5 anni e crede ce ne vorranno almeno 10-15 per riportarla a condizioni vivibili. È inumano costringere la gente a vivere su un territorio pieno di ordigni inesplosi e macerie.”

Dopo l’incontro, interrogato sul suo impegno a portare a casa altri ostaggi israeliani, Netanyahu ha risposto: “Sono a favore del ritorno di tutti gli ostaggi e al raggiungimento di tutti i nostri obiettivi di guerra. E ciò include distruggere le capacità militari e amministrative di Hamas e garantire che Gaza non costituisca mai più una minaccia per Israele.”

Trump conferma l’ipotesi di pulizia etnica dei palestinesi a Gaza

Mentre i colloqui per un cessate rimangono delicati, negli ultimi giorni Trump ha adottato alcune politiche a favore di Israele. Il Wall Street Journal ha rivelato che la sua amministrazione chiederà al Congresso armi per Israele per un miliardo di dollari. Il presidente ha anche firmato ordini esecutivi per ritirare gli USA dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC) e dall’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione (UNRWA).

Trump ha anche ripetutamente fatto riferimento all’idea di pulizia etnica a Gaza che ha rispolverato martedì nel corso dei suoi commenti con i media. “In questo momento Gaza è un cantiere in demolizione… adesso non si può vivere a Gaza. Penso che abbiamo bisogno di un’altra sistemazione,” ha detto Trump. “Confido che possiamo fare qualcosa di veramente carino, veramente buono, dove loro non vorranno ritornare. Perché vorrebbero ritornarci? Il posto è stato un inferno.”

Si è sentito un giornalista urlare, “Perché è la loro casa!”

Prem Thakker, giornalista di Zeteo News, ha condiviso su Twitter il video della scena. 

Una di quelle sequenze durante le quali ti chiedi se non stai avendo le allucinazioni,” ha scritto Thakker. “Donald Trump dice che ai palestinesi non dovrebbe essere permesso di ritornare a Gaza: ‘Perché vorrebbero ritornarci? Quel posto è stato l’inferno’, accanto all’uomo tutto sorrisi che l’ha reso un inferno.”

In primo piano lo scontro con l’Iran

Prima dell’incontro Netanyahu ha anche annunciato che avrebbe parlato con Trump su come affrontare l’Iran, che è stato da lungo tempo al centro [delle preoccupazioni] del governo israeliano. 

Negli ultimi giorni i parlamentari da ambo le parti hanno spinto apertamente per una tale azione.

La scorsa settimana i membri del Congresso hanno presentato una risoluzione chiedendo che gli Stati Uniti e i suoi alleati tengano “tutte le opzioni” sul tavolo per contenere “la credibile minaccia” del programma nucleare iraniano. La proposta è stata guidata al Senato dai senatori Lindsey Graham (Repubblicano-Carolina del Sud), John Fetterman (Democratico-Pennsylvania) e Katie Britt (Repubblicana-Alabama) e alla Camera dei Rappresentanti da Jared Moskowitz (Democratico-Florida) e Mike Lawler (Repubblicano-New York). 

Gli israeliani dovranno prendere una decisione relativamente presto su cosa fare riguardo al programma nucleare iraniano,” ha detto Graham a Fox News Sunday.

Sono qui a dire a voi e al pubblico in tutto il mondo che penso che l’America dovrebbe sostenere lo sforzo di Israele se decidesse di distruggere il programma nucleare iraniano perché penso sia una minaccia per l’umanità,” ha continuato. “Israele è forte. L’Iran è debole. Hezbollah, Hamas sono stati decimati. Non sono finiti ma sono stati indeboliti. Esiste l’opportunità di colpire in un modo che non ho visto da decenni il programma nucleare iraniano.”

Il mese scorso In un’intervista a Mondoweiss Sina Toossi, ricercatore esperto del Center for International Policy, ha espresso scetticismo a proposito di un Iran indebolito.

Penso che sia un grosso fraintendimento della situazione attuale. L’Iran ha colpito Israele due volte nel corso di quest’ultimo anno con attacchi missilistici,” ha detto Toossi. “C’è il caos della guerra e un notevole dibattito su quanto sia efficace. Israele conosce la situazione ma non condivide con nessuno le sue informazioni. Sappiamo che quegli attacchi missilistici ad aprile e ottobre hanno aggirato la difesa aerea multistrato e molto sofisticata di Israele. Hanno colpito bersagli nonostante Iron Dome. Anche se diciamo che non hanno colpito esattamente quello che stavano cercando di colpire, hanno raggiunto il Paese.”

L’arrivo di Netanyahu a Washington ha incontrato proteste e richieste che venisse arrestato poiché esiste un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale (CPI) contro di lui per crimini di guerra. Il Centro per i Diritti Costituzionali (CCR) ha mandato una richiesta alla Sezione della Procura speciale e dei Diritti Umani del Dipartimento di Giustizia (DOJ) a nome dei palestinesi con cittadinanza statunitense chiedendo al DOJ di procedere con un’indagine e un’azione penale contro il primo ministro.

Invece di adempiere ai suoi obblighi di indagare e processare Benjamin Netanyahu per genocidio, tortura e crimini di guerra, gli Stati Uniti accolgono a braccia aperte l’uomo responsabile della campagna genocida di 15 mesi contro i palestinesi di Gaza e promettono persino altri armamenti,” ha dichiarato Katherine Gallagher, procuratrice senior della CRR e Rappresentante Legale delle vittime nella situazione dello Stato di Palestina della CPI. 

La Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto per Netanyahu per il suo ruolo nel massacro di massa, per la carestia, la negazione dell’accesso a cibo, acqua e medicinali e persecuzione dei palestinesi di Gaza,” ha continuato. “Gli USA dovrebbero muoversi nella direzione di incriminare Netanyahu adesso o consegnarlo alla CPI e non sostenerlo ulteriormente rafforzando il suo senso di impunità.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Cessate il fuoco a Gaza: dopo 15 mesi di barbarie Israele ha fallito su tutti i fronti

David Hearst

15 gennaio 2025 – Middle East Eye

Il popolo palestinese ha dimostrato al mondo di poter sopportare una guerra totale e rimanere sulla propria terra.

Arrivato il momento, è stato il primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu a cedere per primo.

Per mesi Netanyahu era stato il principale ostacolo ad un cessate il fuoco a Gaza, con notevole frustrazione dei suoi stessi negoziatori.

Questo è stato reso molto evidente più di due mesi fa dalle dimissioni del suo Ministro della Difesa Yoav Gallant. Principale architetto della guerra durata 15 mesi, Gallant ha detto chiaramente che all’esercito non restava più niente da fare a Gaza.

Ma Netanyahu ha ancora insistito. La primavera scorsa ha respinto un accordo firmato da Hamas alla presenza del direttore della CIA William Burns, privilegiando un’offensiva su Rafah.

In autunno Netanyahu si è occupato di salvare il Piano dei Generali, con l’obbiettivo di svuotare il nord di Gaza in preparazione del reinsediamento di israeliani. Il piano consisteva nell’affamare e bombardare la popolazione per cacciarla dal nord di Gaza dichiarando che chiunque non se ne fosse andato volontariamente sarebbe stato considerato un terrorista.

Era un piano così estremo e così contrario alle leggi di guerra internazionali che è stato condannato dall’ex Ministro della Difesa Moshe Yaalon come crimine di guerra e pulizia etnica.

Chiave di questo piano era un corridoio formato da una strada militare e una serie di avamposti che tagliavano il centro della Striscia di Gaza, dal confine israeliano al mare. Il Corridoio Netzarim avrebbe effettivamente ridotto il territorio di almeno un terzo e sarebbe diventato il suo nuovo confine settentrionale. Nessun palestinese scacciato dal nord di Gaza avrebbe potuto farvi ritorno.

Cancellate le linee rosse

Nessuno dell’amministrazione Biden ha costretto Netanyahu a rivedere questo piano. Non il presidente USA Joe Biden, un istintivo sionista che in tutti i suoi interventi ha continuato a fornire ad Israele i mezzi per commettere un genocidio a Gaza; neppure il suo Segretario di Stato Antony Blinken, che si è guadagnato il discutibile primato di essere il diplomatico meno degno di fiducia della regione.

Persino quando si sono apportati gli ultimi dettagli sull’accordo di cessate il fuoco Blinken ha tenuto una conferenza stampa di addio in cui ha accusato Hamas di aver respinto le precedenti offerte. Come è ovvio, è vero il contrario.

Tutti i giornalisti che hanno seguito i negoziati hanno riferito che Netanyahu ha respinto ogni precedente accordo ed è stato responsabile del ritardo con cui quest’ultimo è arrivato.

È toccato ad un breve incontro con l’inviato speciale per il Medio Oriente del presidente eletto USA Donald Trump, Steve Witkoff, fare cessare la guerra di Netanyahu durata 15 mesi.

Dopo un solo incontro le linee rosse che Netanyahu aveva più volte tracciato così risolutamente nel corso di 15 mesi sono state cancellate.

Come ha detto l’opinionista israeliano Erel Segal: “Siamo i primi a pagare un prezzo per l’elezione di Trump. L’accordo ci è stato imposto…Pensavamo che avremmo preso il controllo del nord di Gaza, che ci avrebbero lasciato bloccare gli aiuti umanitari.”

Su questo c’è un consenso generale. L’umore in Israele è scettico riguardo ai proclami di vittoria. “Non c’è bisogno di edulcorare la realtà: il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi che si sta annunciando è negativo per Israele, ma non può far altro che accettarlo”, ha scritto su Ynet il giornalista Yossi Yehoshua.

La bozza di accordo sul cessate il fuoco che sta circolando dichiara esplicitamente che Israele alla fine del processo si ritirerà sia dal Corridoio Philadelphi che dal Corridoio Netzarim, condizioni che Netanyahu aveva precedentemente respinto.

Anche a prescindere da questo, la bozza di accordo specifica chiaramente che i palestinesi possono ritornare alle loro case, anche nel nord di Gaza. Il tentativo di svuotarlo dai suoi abitanti è fallito. È il più grande insuccesso dell’invasione di terra di Israele.

Reagire

Ce ne sono molti altri. Ma prima di elencarli, la disfatta di Witkoff evidenzia quanto Israele sia stato dipendente da Washington in ogni giorno dell’orrendo assalto a Gaza. Un alto ufficiale della aviazione militare israeliana ha ammesso che gli aerei sarebbero rimasti senza bombe entro pochi mesi se non fossero stati riforniti dagli USA.

Nell’opinione pubblica si sta facendo strada il fatto che la guerra sta finendo senza che sia stato raggiunto alcun importante obiettivo di Israele.

Netanyahu e l’esercito israeliano hanno inteso “dissolvere” Hamas dopo l’umiliazione e lo shock del suo attacco a sorpresa nel sud di Israele nell’ottobre 2023. Palesemente non hanno raggiunto questo obbiettivo.

Si prenda Beit Hanoun, nel nord di Gaza, come un microcosmo della battaglia che Hamas ha combattuto contro le forze di invasione. Quindici mesi fa è stata la prima città di Gaza ad essere occupata dalle forze israeliane, che ritenevano disponesse del battaglione più debole di Hamas.

Ma dopo successive ondate di operazioni militari, ciascuna delle quali avrebbe dovuto “ripulire” la città dai combattenti di Hamas, Beit Hanoun ha inflitto una delle più pesanti concentrazioni di vittime dell’esercito israeliano.

Hamas ha continuato a riemergere dalle macerie per contrattaccare, trasformando Beit Hanoun in un campo minato per i soldati israeliani. Dal lancio della più recente operazione militare nel nord di Gaza 55 ufficiali e soldati israeliani sono morti in questo settore, 15 dei quali a Beit Hanoun solo nella scorsa settimana.

Se c’è oggi un esercito sanguinante ed esausto è quello di Israele. L’evidente dato di fatto militare a Gaza è che dopo 15 mesi Hamas può reclutare e rigenerarsi più velocemente di quanto Israele possa eliminare i suoi leader o i suoi combattenti.

Siamo in una situazione in cui il ritmo con cui Hamas si sta ricostruendo è superiore a quello con cui l’esercito israeliano lo sta eliminando.”, ha detto al Wall Street Journal Amir Avivi, un generale di brigata israeliano in pensione. Ha aggiunto che Mohammed Sinwar, il fratello minore del defunto leader di Hamas Yahya Sinwar, “sta dirigendo tutto”.

Se qualcosa può dimostrare l’inutilità di misurare il successo militare solamente dal numero dei leader uccisi o dei missili distrutti, è questo.

Contro ogni previsione

In una guerra di liberazione la parte debole e meno armata può avere successo contro forze militari schiaccianti. Queste guerre sono battaglie di volontà. Non è la battaglia che conta, ma la capacità di continuare a combattere.

In Algeria e in Vietnam gli eserciti francese e statunitense disponevano di una schiacciante superiorità militare. Entrambe le forze molti anni dopo si ritirarono con ignominia e insuccesso. In Vietnam è successo più di sei anni dopo l’offensiva del Tet che, come l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, fu vissuta all’epoca come una sconfitta militare. Ma il segnale di una controffensiva dopo così tanti anni di assedio si dimostrò decisivo nella guerra.

In Francia le cicatrici dell’Algeria durano ancora oggi. In ogni guerra di liberazione la determinazione del più debole a resistere si è dimostrata più decisiva della potenza di fuoco del più forte.

A Gaza è stata la determinazione del popolo palestinese a rimanere sulla propria terra – anche se veniva ridotta in macerie – a dar prova di essere il fattore decisivo in questa guerra. E questa è un’impresa stupefacente, tenendo conto che il territorio di 360 km2 è stato interamente tagliato fuori dal mondo, senza alleati che rompessero l’assedio né un terreno naturale per proteggersi.

Hezbollah ha combattuto nel nord, ma questo è stato di poco aiuto per i palestinesi di Gaza sul campo, sottoposti a bombardamenti notturni e attacchi di droni che hanno fatto a pezzi le loro tende.

Né la fame forzata, né l’ipotermia, né le malattie, né la violenza e gli stupri di massa per mano degli invasori hanno potuto spezzare la loro volontà di rimanere sulla propria terra.

Mai prima, nella storia del conflitto, i combattenti e i civili palestinesi avevano mostrato questo livello di resistenza – e questo potrebbe dimostrarsi rivoluzionario.

Perché ciò che Israele ha perso nella sua campagna per schiacciare Gaza è incalcolabile. Ha dilapidato decenni di costanti sforzi economici, militari e diplomatici per presentare il Paese come una Nazione occidentale liberale e democratica agli occhi dell’opinione mondiale.

Memoria generazionale

Israele non ha perso solo il Sud globale, dove ha investito tali e tanti sforzi in Africa e Sudamerica. Ha anche perso il sostegno di una generazione in Occidente, la cui memoria non va oltre Biden.

Il ragionamento non è mio. È ben argomentato da Jack Lew, l’uomo che Biden ha nominato suo ambasciatore in Israele un mese prima dell’attacco di Hamas.

Nell’intervista di commiato Lew, un ebreo ortodosso, ha detto al Times of Israel che l’opinione pubblica negli USA era ancora ampiamente filoisraeliana, ma che questo stava cambiando.

Ciò che ho detto alla gente qui e di cui deve preoccuparsi quando questa guerra finirà è che la memoria generazionale non risale fino alla fondazione dello Stato, o alla Guerra dei 6 giorni, o alla guerra del Kippur, o addirittura all’Intifada.

Inizia con questa guerra e non si può ignorare l’impatto di questa guerra sui futuri politici – non le persone che prendono le decisioni oggi, ma quelle che oggi hanno 25,35,45 anni e che saranno i leader per i prossimi 30 o 40 anni.”

Biden, ha detto Lew, è stato l’ultimo presidente della sua generazione i cui ricordi e conoscenze risalgono alla “storia della fondazione” di Israele.

La frecciata finale di Lew a Netanyahu è ampiamente documentata dai recenti sondaggi. Più di un terzo degli adolescenti ebrei americani simpatizza per Hamas, il 42% ritiene che Israele stia commettendo un genocidio a Gaza e il 66% simpatizza con il popolo palestinese nel suo complesso.

Non è un fenomeno nuovo. Due anni prima della guerra i sondaggi mostravano che un quarto degli ebrei americani concordava sul fatto che “Israele è uno Stato di apartheid” e molti intervistati non ritenevano che questa affermazione fosse antisemita.

Grave danno

La guerra a Gaza è diventata il prisma attraverso il quale una nuova generazione di futuri leader del mondo guarda il conflitto israelo-palestinese. È una sconfitta strategica importante per un Paese che il 6 ottobre 2023 pensava di aver chiuso la questione della Palestina e di avere in tasca l’opinione pubblica mondiale.

Ma il danno è più ampio e più profondo di così.

Le proteste contro la guerra, condannate dai governi occidentali prima come antisemite e poi perseguite dalle leggi come terroriste, hanno costituito un fronte globale per la liberazione della Palestina. Il movimento per il boicottaggio di Israele è più forte che mai.

Israele è sul banco degli imputati della giustizia internazionale come mai prima. Non solo ci sono mandati d’arresto per Netanyahu e Gallant per crimini di guerra e una causa pendente per genocidio alla Corte Internazionale di Giustizia, ma una miriade di altre denunce stanno per investire i tribunali in tutte le più importanti democrazie occidentali.

Nel Regno Unito è stata avviata una causa giudiziaria contro BP per fornitura dal suo oleodotto dall’Azerbaigian alla Turchia a Israele di petrolio greggio che sarebbe poi stato usato dall’esercito israeliano.

Inoltre recentemente l’esercito israeliano ha deciso di occultare le identità di tutti i militari che hanno partecipato alla campagna di Gaza, per timore che possano essere perseguiti quando si recano all’estero.

Questa importante iniziativa è stata resa nota da un piccolo gruppo di attivisti che porta il nome di Hind Rajab, una bambina di 6 anni uccisa dalle truppe israeliane a Gaza nel gennaio 2024. Il gruppo, con sede in Belgio, ha inviato prove di crimini di guerra presso la Corte Penale Internazionale contro 1000 israeliani, includendo video, audio, rapporti forensi ed altri documenti.

Un cessate il fuoco a Gaza quindi non è la fine dell’incubo palestinese, ma l’inizio di quello israeliano. Queste iniziative legali acquisteranno slancio solo quando la verità su ciò che è accaduto a Gaza verrà svelata e documentata dopo la fine della guerra.

Divisioni interne

Sul piano interno Netanyahu tornerà dalla guerra in un Paese diviso al suo interno come non mai. C’è un conflitto tra l’esercito e gli Haredi [ebrei ultraortodossi, ndt.] che rifiutano il servizio militare. C’è un conflitto tra sionisti laici e nazional-religiosi. Con il ritiro di Netanyahu da Gaza i coloni di estrema destra hanno la sensazione che l’opportunità di creare il Grande Israele sia stata sottratta alle grinfie della vittoria militare. Al contempo vi è stato un esodo senza precedenti di ebrei da Israele.

A livello regionale, Israele ha ancora truppe in Libano e Siria. Sarebbe folle pensare che queste operazioni in corso possano ripristinare la deterrenza che Israele ha perso quando Hamas ha colpito il 7 ottobre 2023.

L’asse della resistenza iraniano potrebbe aver ricevuto alcuni duri colpi dopo che la leadership di Hezbollah è stata eliminata e dopo essersi scoperto ampiamente sopraffatto in Siria. Ma, come Hamas, Hezbollah non è stato sconfitto come forza combattente.

E il mondo arabo sunnita si è arrabbiato per Gaza e per la repressione in atto nella Cisgiordania occupata come raramente prima.

Il palese tentativo di Israele di dividere la Siria in cantoni è altrettanto provocatorio verso i siriani di tutte le confessioni e le etnie quanto i suoi piani di annettere le aree B e C della Cisgiordania sono una minaccia esistenziale per la Giordania. L’annessione sarebbe considerata da Amman come un atto di guerra.

L’uscita dal conflitto sarà il lavoro paziente di ricostruzione per decenni e Trump non è un uomo paziente.

Adesso Hamas e Gaza passeranno in secondo piano. Con l’enorme costo in vite umane, ogni famiglia è stata colpita da una perdita. Ma ciò che Gaza ha ottenuto negli scorsi 15 mesi potrebbe trasformare il conflitto.

Gaza ha mostrato a tutti i palestinesi e al mondo intero che si può sopportare una guerra totale senza muoversi dal terreno su cui ci si trova. Dice al mondo, con comprensibile orgoglio, che gli occupanti ci hanno lanciato contro tutto ciò che avevano e non vi è stata un’altra Nakba. 

Gaza dice a Israele che i palestinesi esistono e che non si arrenderanno finché gli israeliani non parleranno con loro da pari a pari riguardo ad uguali diritti.

Potrebbero volerci molti più anni perché si faccia strada questa consapevolezza, ma per alcuni esiste già: “Anche se conquistassimo l’intero Medio Oriente e anche se tutti si arrendessero a noi, non vinceremmo questa guerra,” ha scritto su Haaretz il giornalista Yair Assulin.

Ma ciò che ha ottenuto chiunque a Gaza sia rimasto al suo posto ha un significato storico.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non rispecchiano necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla regione ed analista sull’Arabia Saudita. È stato il principale corrispondente estero di The Guardian e inviato in Russia, Europa e a Belfast. È passato a The Guardian da The Scotsman, dove è stato corrispondente per l’istruzione.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Con il suo ultimo atto Mahmoud Abbas ha tradito la causa palestinese

Sami Al-Arian

17 dicembre 2024 – Middle East Eye

Nel disperato tentativo di conservare una certa importanza il fedele “leader scelto con cura” da USA e Israele ha intensificato la repressione contro i palestinesi in Cisgiordania e si è impegnato a collaborare con Trump.

Mahmoud Abbas, il presidente dell’Autorità Palestinese (AP) sta cercando di conservare una certa importanza, mentre gli eventi a Gaza, in Cisgiordania e nel resto della regione si susseguono a un ritmo molto più veloce di quanto il politico ottuagenario sia in grado di gestire.

Questa settimana, nel mezzo del genocidio israeliano che infuria incessantemente a Gaza da 14 mesi, le forze di sicurezza di Abbas hanno sfacciatamente ucciso a Jenin diversi importanti combattenti della resistenza, nel tentativo di compiacere gli israeliani e i loro benefattori americani.

Quando nel gennaio 2020 l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump annunciò il cosiddetto “accordo del secolo”, una proposta totalmente allineata con Israele su tutti i temi del contenzioso, Abbas disse: “Voglio dire al duo, Trump e [il primo ministro israeliano Benjamin] Netanyahu, che Gerusalemme non è in vendita, che nessuno dei nostri diritti è in vendita o contrattabile. Il vostro accordo, la cospirazione, non accadrà… diciamo mille volte no, no, no all’accordo del secolo”.

Tuttavia, quando il 5 novembre Trump è stato rieletto, Abbas l’ha chiamato per congratularsi con lui e gli ha promesso di lavorare insieme a un accordo politico che egli stesso aveva respinto a priori cinque anni prima.

A questo è seguito un accordo che gli egiziani hanno stretto due settimane fa tra Hamas e Fatah, la fazione palestinese presieduta da Abbas. Esso prevede la nomina di un comitato indipendente di palestinesi di spicco e professionisti di Gaza per gestirne gli affari e la ricostruzione dopo la guerra.

Si tratta di una richiesta del regime sionista e dell’amministrazione Biden per estromettere Hamas da qualsiasi futuro ruolo nel governo di Gaza.

Tuttavia, Fatah di Abbas ha rapidamente ritirato la sua approvazione, poiché gli israeliani hanno respinto qualsiasi ruolo o contributo di Hamas nel futuro di Gaza. Sembra che un accordo del genere non si accordi con la promessa di Netanyahu di una “vittoria totale” su Hamas e la resistenza.

Quindi qual è l’obiettivo finale di Abbas e dove sta andando nei suoi anni di declino?

Leader’ scelto con cura

A fine novembre, nel suo ventesimo anno di mandato quadriennale e pochi giorni dopo aver compiuto 89 anni, Abbas ha annunciato il piano per la sua successione.

Ha emesso un decreto che prevede la nomina di Rawhi Fattouh, il poco ambizioso, non carismatico e debole leader di Fatah, come presidente ad interim dopo Abbas.

Fattouh, 75 anni, è attualmente presidente del Consiglio nazionale palestinese, il parlamento in esilio dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) che in 28 anni si è riunito solo una volta, nel 2018.

È interessante che Fattouh sia anche la stessa persona che ricoprì il ruolo di presidente ad interim dopo la morte dell’ex presidente dell’Autorità Palestinese Yasser Arafat nel novembre 2004, fino all’elezione di Abbas che lo sostituì nel gennaio 2005.

Abbas è stato sotto pressione americana per oltre un anno affinché nominasse un successore compiacente e disponibile con Israele e gli Stati Uniti, come è stato lui durante il suo lungo mandato.

Come ha ricordato nelle sue memorie uscite nel 2011, No Higher Honor, Condoleezza Rice, che ha ricoperto il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale del presidente degli Stati Uniti George W. Bush, ha raccontato come nel 2003 un gruppo ristretto di persone, tra cui lei, Bush, il direttore della CIA George Tenet e Ariel Sharon, il primo ministro israeliano dell’epoca, avesse scelto personalmente Abbas perché diventasse il leader del popolo palestinese.

Per gran parte del 2002 Sharon si rifiutò di trattare con Arafat, ma alla fine riuscì a convincere Bush a mettere da parte il leader dell’OLP in favore di Abbas, un leader di Fatah più sottomesso e arrendevole.

Prima di essere nominato primo ministro nel 2003 a seguito delle pressioni americane ed europee, Abbas fu pubblicamente ridicolizzato da Arafat che lo definì il “Karzai della Palestina”, un riferimento ad Hamid Karzai, l’ex presidente afghano, che nel mondo arabo era ampiamente considerato un burattino degli Stati Uniti.

Abbas, alias Abu Mazen, arrivò alla guida di Fatah e dell’OLP quasi in automatico.

Sebbene fosse considerato uno dei fondatori di Fatah della prima generazione, quando si unì al movimento nei primi anni ‘60 non fu notato né ricoprì posizioni di rilievo se non decenni dopo.

Risorsa strategica’

Abu Mazen iniziò a ricoprire posizioni più significative all’interno di Fatah e dell’OLP solo dopo che la maggior parte dei primi fondatori e dei principali dirigenti, come Khalil al-Wazir (Abu Jihad), Salah Khalaf (Abu Iyad), Sa’ad Sayel, Abu Yusuf al-Najjar e molti altri, furono assassinati da Israele tra gli anni ‘70 e l’inizio degli anni ’90.

Quando nel 1974 l’OLP adottò il suo piano in 10 punti, aprendo la strada a una soluzione politica basata sul riconoscimento di Israele in cambio di uno Stato palestinese mutilato, Abbas era noto per essere favorevole all’abbandono di qualsiasi forma di resistenza armata all’occupazione israeliana.

Riguardo a questa ideologia politica Abu Iyad, considerato il prossimo in linea nel movimento palestinese dopo Arafat prima del suo assassinio nel 1991 da parte del regime sionista, ironizzò: “La cosa che temo di più è che un giorno il tradimento venga semplicemente (normalizzato come) un’opinione”.

Quando Israele non riuscì a schiacciare la Prima Intifada (1987-1991), adottò un percorso politico che avrebbe preservato le sue politiche espansionistiche e di colonizzazione. Questo percorso culminò con gli Accordi di Oslo del 1993.

Abbas non fu solo uno dei pochi interlocutori palestinesi in questo processo, ma anche la persona che effettivamente firmò gli accordi sul prato della Casa Bianca per conto dei palestinesi.

Inutile dire che il processo di Oslo fu niente meno che un disastro destinato a fallire fin dall’inizio.

I negoziatori palestinesi guidati da Arafat e Abbas rinunciarono fin dall’inizio alla loro carta principale e alla loro leva più forte, ovvero il riconoscimento del regime sionista sul 78% del territorio storico della Palestina.

In cambio Israele si limitò a impegnarsi in un vano processo politico che avrebbe dovuto concludersi con la creazione di uno Stato palestinese indipendente entro il 1999, o almeno così pensavano i leader dell’OLP.

Tuttavia, più di trent’anni dopo Oslo, il regime sionista ha ucciso non solo la cosiddetta soluzione dei due Stati, ma ha anche consolidato i suoi piani per un “Grande Israele”, tra cui un incremento di oltre sei volte dei coloni illegali in Cisgiordania, da circa 115.000 nel 1993 a oltre 750.000 oggi.

Secondo un rapporto del 2015 dell’International Crisis Group, la maggior parte dei funzionari israeliani considera Abbas la propria “risorsa strategica” più importante.

Il motivo è abbastanza chiaro.

Ciò è avvenuto principalmente attraverso una filosofia politica sostenuta da Abbas, che ha respinto decenni di resistenza palestinese, spingendo un esperto a osservare: “Mai nella sua vita Abbas ha adottato né sostenuto la resistenza armata”.

Spesso prendeva in giro qualsiasi idea di resistenza armata da parte di qualsiasi gruppo, compreso il suo, anche quando Israele uccideva, senza provocazioni, decine di palestinesi.

Una forza di sicurezza brutale

Il suo stile di leadership trasformò un movimento nazionale palestinese relativamente vivace in una filiazione dell’occupazione israeliana, spesso definita “occupazione a cinque stelle”, poiché aveva liberato il regime sionista dall’apparire come potenza occupante, pur attuando politiche coloniali di insediamento aggressive e autoritarie, peggiori del regime di apartheid del Sudafrica.  

Durante il suo mandato ha sposato il dettato americano di cambiare la dottrina di sicurezza delle forze di sicurezza palestinesi da un ruolo di controllo e protezione dei centri abitati palestinesi a una forza di sicurezza brutale che agisce come prima linea di difesa delle colonie israeliane e dell’esercito di occupazione contro ogni forma di resistenza, anche in quelle popolari passive.

Sin dalla sua ascesa alla guida dell’Autorità Palestinese nel 2005 ha adottato il piano americano del tenente generale Keith Dayton per l’addestramento delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese, che si sono impegnate nella repressione e nella repressione del dissenso, nonché in arresti illegali e torture, causando molte volte la morte, come nel caso di Nizar Banat nel 2021.

Coordinandosi con gli Stati Uniti e il regime sionista, Abbas ha creato una forza di sicurezza eccessiva la cui missione principale è il coordinamento della sicurezza con l’esercito israeliano per ostacolare qualsiasi resistenza o operazione contro l’occupazione.

Egli definì sacra questa missione e per decenni si rifiutò di interromperla, nonostante la condanna di gran parte dell’opinione pubblica palestinese.

Decine di organismi e fazioni politiche palestinesi gli hanno chiesto di porre fine a queste pratiche vergognose.

Un rapporto dettagliato del 2017 rilevò che il settore della sicurezza palestinese impiegava circa la metà di tutti i dipendenti pubblici, quasi 1 miliardo di dollari del bilancio dell’AP, e riceveva circa il 30% del totale degli aiuti internazionali forniti ai palestinesi, inclusa la maggior parte dei fondi provenienti dagli Stati Uniti.

Lo studio inoltre scoprì che il settore della sicurezza palestinese spendeva più del bilancio dell’AP per i settori dell’istruzione, della sanità e dell’agricoltura messi insieme. Comprendeva più di 80.000 persone, con un rapporto tra personale di sicurezza e popolazione pari a 1 a 48, uno dei più alti al mondo.

Nel 2017, nel primo incontro di Abbas con Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti si vantò del continuo coordinamento della sicurezza dell’Autorità Palestinese con Israele, elogiandone l’efficacia nel proteggere l’occupazione israeliana e affermando: “Vanno incredibilmente d’accordo. Sono rimasto davvero molto colpito e in un certo senso sorpreso da quanto andassero d’accordo. Lavorano insieme splendidamente”.

Un dittatore da quattro soldi”

Quando Hamas vinse le elezioni legislative del 2006, Abbas si coordinò con americani e israeliani, come spiegato in dettaglio nel resoconto di Rice nel suo libro, per impedire al governo guidato da Hamas di andare al governo in quanto partito eletto democraticamente.

In realtà furono le forze di sicurezza di Abbas, sempre in coordinamento con gli americani, a tentare nel 2007 di rovesciare il governo di Hamas a Gaza, solo per essere superate in astuzia da Hamas, che prese il controllo di Gaza, dando di fatto vita a due governi palestinesi separati.

Nel 2008 David Wurmser, all’epoca funzionario dell’amministrazione Bush, spiegò in un articolo su Vanity Fair che l’amministrazione Bush era impegnata “in una guerra sporca nel tentativo di garantire la vittoria a una dittatura corrotta [guidata da Abbas]”, aggiungendo che Hamas non aveva intenzione di prendere Gaza finché Fatah non la costrinse a farlo.

Wurmser inoltre osservò: “Mi sembra che quello che è successo non sia stato tanto un colpo di Stato di Hamas quanto un tentativo di colpo di Stato di Fatah che è stato prevenuto prima che avvenisse”.

Da allora, Gaza ha vissuto sotto un assedio israeliano paralizzante con pochi interventi da parte di Abbas.

Con il supporto degli americani, degli israeliani e degli attori regionali, Abbas ha preso il controllo totale della vita politica palestinese. Ha iniziato a emanare decreti unilaterali come qualsiasi dittatore da quattro soldi di una repubblica delle banane.

I suoi decreti incostituzionali e illegali hanno licenziato governi, insediato primi ministri, annullato elezioni, speso miliardi, coperto la corruzione dei suoi compari, famigliari e figli e nominato una corte costituzionale per sciogliere il consiglio legislativo guidato da Hamas.

Ma forse il comportamento che ha scioccato maggiormente i palestinesi è stato l’assordante silenzio di Abbas durante i primi giorni della guerra genocida di Israele.

Mentre la guerra di sterminio e la campagna di pulizia etnica israeliane si intensificavano, Abbas da un lato ha espresso la sua forte ma vuota opposizione alla brutalità israeliana, dall’altro ha continuato a coordinare la sicurezza con lo stesso vigore come se, per oltre un anno, non si fossero verificati un genocidio a Gaza, attacchi quotidiani dei coloni in Cisgiordania o sistematiche incursioni nel complesso di Al-Aqsa.

Mentre la guerra genocida israeliana a Gaza entra nel suo quindicesimo mese senza una fine in vista, e mentre Israele prepara la sua occupazione a lungo termine di Gaza, oltre a promuovere aggressivamente la sua politica di annessione effettiva dell’Area C in Cisgiordania, sembra che l’attuale governo fascista israeliano sia sul punto di abbandonare Abbas in favore di un nuovo accordo di sicurezza che favorirebbe per governare il popolo palestinese.

È chiaro che l’attuale regime sionista, con il suo grandioso disegno di imporre il progetto del Grande Israele, vuole risolvere il problema demografico palestinese e porre fine una volta per tutte al conflitto israelo-palestinese a suo favore.

Pertanto parte della grande strategia di Israele per realizzare questo obiettivo non consiste semplicemente nell’accontentarsi di vietare l’Unrwa, stroncare la soluzione dei due Stati o stabilire l’egemonia israeliana nella regione.

Ma in sostanza si sta muovendo in modo aggressivo per ridisegnare tutte le istituzioni palestinesi e le fonti di potere che hanno definito la lotta palestinese per decenni.

Indipendentemente dai decreti di Abbas o da cosa gli accadrà nel prossimo futuro mentre entra nel crepuscolo della sua vita, Israele si assicurerà che sia l’ultimo leader palestinese che unisce in sé tutti i titoli che definiscono le istituzioni palestinesi: presidente dell’Autorità Palestinese, presidente dell’OLP, leader di Fatah e presidente dello “Stato di Palestina”.

Da una prospettiva israeliana, ha assolto la sua funzione e ora è il momento della soluzione finale.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Sami Al-Arian è il direttore del Center for Islam and Global Affairs (CIGA) presso l’Università Zaim di Istanbul. Originario della Palestina, è vissuto per quarant’anni negli USA (1975-2015) dove è stato accademico di ruolo, un oratore di spicco e un attivista per i diritti umani prima di trasferirsi in Turchia. È autore di numerosi studi e libri.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Un ministro israeliano di estrema destra sta ordinando preparativi per l’annessione della Cisgiordania

Redazione di Al Jazeera

11 novembre 2024 – Al Jazeera

Smotrich, il ministro israeliano delle Finanze, spera che il neoeletto presidente USA Trump sosterrà il piano per annettere la Cisgiordania occupata nel 2025.

Bezalel Smotrich, ministro israeliano delle Finanze di estrema destra, ha ordinato preparativi per l’annessione della Cisgiordania occupata prima dell’insediamento del neoeletto presidente USA Donald Trump nel gennaio 2025.

Lunedì in una dichiarazione Smotrich ha espresso la sua speranza che la nuova amministrazione a Washington riconoscerà l’iniziativa di Israele per rivendicare la “sovranità” sul territorio occupato.

Oltre al suo incarico alle finanze Smotrich, lui stesso un abitante di una colonia israeliana illegale, detiene anche una posizione nel Ministero della Difesa da cui sovrintende l’amministrazione della Cisgiordania occupata e delle sue colonie.

2025: l’anno della sovranità su Giudea e Samaria,” ha scritto Smotrich su X, usando i nomi biblici con cui Israele si riferisce alla Cisgiordania occupata.

Lunedì, in un incontro della sua fazione di estrema destra nel parlamento israeliano o Knesset, Smotrich ha accolto con favore l’elezione di Trump e la sua vittoria contro Kamala Harris e ha detto di aver dato istruzioni alla Direzione delle colonie e dell’Amministrazione Civile del Ministero della Difesa di gettare le basi per l’annessione.

Ho ordinato l’inizio del lavoro da parte di professionisti per preparare le infrastrutture necessarie per esercitare la sovranità israeliana su Giudea e Samaria,” ha detto, “non ho dubbi che il presidente Trump, che ha mostrato coraggio e determinazione nelle sue decisioni durante il suo primo mandato, sosterrà lo Stato di Israele in questa decisione,” ha aggiunto.

Smotrich ha detto che nella coalizione al governo in Israele ci sono un ampio accordo su questa iniziativa e un’opposizione alla formazione di uno Stato palestinese.

L’unico modo di rimuovere questo pericolo dal programma è di esercitare la sovranità israeliana sulle colonie in Giudea e Samaria,” ha dichiarato.

Nabil Abu Rudeineh, portavoce del presidente palestinese Mahmoud Abbas, ha detto che le considerazioni di Smotrich confermano le intenzioni del governo d’Israele di annettere la Cisgiordania occupata in violazione del diritto internazionale.

Noi riteniamo le autorità israeliane di occupazione completamente responsabili delle ripercussioni di tali pericolose politiche. Gli Stati Uniti sono anche responsabili del continuo sostegno offerto all’aggressione israeliana”, ha detto.

Gideon Saar, ministro degli Esteri israeliano, ha detto che mentre i leader del movimento dei coloni possono essere fiduciosi che Trump potrebbe essere incline a sostenere tali decisioni il governo non ha preso alcuna decisione.

Nessuna decisione è stata presa a proposito,” ha detto Saar lunedì nel corso di una conferenza stampa a Gerusalemme.

L’ultima volta in cui abbiamo discusso il tema è stato durante il primo mandato di Trump,” ha detto. “E quindi diciamo che se sarà pertinente verrà ridiscusso anche con i nostri amici a Washington.”

La Cisgiordania è occupata dal 1967 e da allora le colonie israeliane si sono ampliate nonostante siano illegali ai sensi del diritto internazionale e, nel caso degli avamposti, della legge israeliana.

Smotrich aveva già dichiarato la sua intenzione di estendere la sovranità israeliana sui territori occupati ostacolando la nascita di uno Stato palestinese.

Ha anche minacciato di destabilizzare la coalizione di Benjamin Netanyahu se si negoziasse un cessate il fuoco con Hezbollah sul fronte settentrionale di Israele.

Quando [Smotrich] parla di rafforzare la sovranità israeliana sta parlando dell’annessione della Cisgiordania che fa parte del programma governativo israeliano,” ha detto Nour Odeh di Al Jazeera, che scrive da Amman, Giordania perché ad Al Jazeera è stato proibito di operare da Israele.

Odeh fa osservare che Netanyahu ha anche aggiunto al suo gabinetto un ministro senza portafoglio del partito di Smotrich.

Quando Smotrich parla di annessioni molti osservatori dicono che dobbiamo credergli,” aggiunge.

Durante il suo primo mandato nel 2017 Trump ha riconosciuto Gerusalemme quale capitale di Israele ribaltando decenni di politiche USA e di consenso internazionale. Ha anche sostenuto politiche che hanno consentito la continua espansione delle colonie e proposto un piano per una “entità palestinese” che non avrebbe piena sovranità.

All’inizio dell’anno l’Amministrazione Civile dell’esercito israeliano ha ceduto un maggiore controllo sulla Cisgiordania occupata all’Amministrazione delle colonie guidata da Smotrich, conferendole competenze in ambiti che vanno dai regolamenti sugli edifici alla gestione di terreni agricoli, parchi e foreste.

Da quando è entrato nella coalizione governativa di Netanyahu Smotrich ha apertamente sostenuto l’espansione delle colonie israeliane nella Cisgiordania occupata quale passo verso un’eventuale annessione.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




No, per la Palestina e il Medio Oriente Trump non sarà peggio di Biden

Muhannad Ayyash – Professore di sociologia alla Mount Royal University di Calgary, Canada.

11 novembre 2024 – Al Jazeera

Perché l’amministrazione Biden ha semplicemente continuato la politica estera della prima amministrazione Trump nella regione.

All’indomani della vittoria elettorale dell’ex-presidente degli Stati Uniti Donald Trump, molti osservatori hanno previsto che la sua amministrazione sarebbe stata di gran lunga peggiore per la Palestina e il Medio Oriente. La sua retorica filo-israeliana e le sue minacce di bombardare l’Iran, dicono, sono indicative delle sue intenzioni in politica estera.

Ma un più attento esame della politica estera statunitense negli ultimi otto anni rivela che non cambierà niente di sostanziale per il popolo palestinese e per la regione nel suo insieme. L’amministrazione del presidente Joe Biden infatti ha di fatto continuato le politiche della prima presidenza Trump senza significativi cambiamenti. Certo, ci potrebbero essere sorprese e sviluppi imprevisti, ma la seconda amministrazione Trump continuerà nella stessa direzione che ha stabilito già nel 2017 e che Biden ha deciso di mantenere nel 2021.

Questa politica estera ha tre elementi principali. Il primo è la decisione di abbandonare ogni residua finzione circa il sostegno statunitense a favore di una “soluzione a due Stati”, in virtù della quale la Palestina godrebbe di piena autodeterminazione e sovranità all’interno dei confini del 1967 e avrebbe Gerusalemme Est come capitale.

La prima amministrazione Trump ha chiarito questo punto spostando l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, accettando l’annessione israeliana di territori palestinesi, incentivando l’espansione degli insediamenti coloniali illegali e sostenendo la creazione di una “entità palestinese” priva di sovranità.

Quello che l’amministrazione Trump ha offerto ai palestinesi è un po’ di sostegno economico in cambio della rinuncia ai loro diritti politici e aspirazioni di autodeterminazione.

Mentre l’amministrazione Biden ha sostenuto a parole la “soluzione a due Stati”, essa non ha fatto niente per promuoverne la realizzazione. Anzi, essa ha continuato le politiche avviate dall’amministrazione Trump che pregiudicano tale soluzione.

Biden non ha chiuso l’ambasciata statunitense a Gerusalemme e non ha fatto nulla per fermare l’espansione delle colonie o per contrastare gli sforzi israeliani tesi all’annessione di ampie porzioni della Cisgiordania occupata. Sebbene siano state applicate alcune sanzioni a coloni israeliani come singoli individui, si è trattato in gran parte di una mossa simbolica che non ha ostacolato il progredire degli insediamenti coloniali o l’espulsione dei palestinesi dalle loro case e dalle loro terre.

Inoltre l’amministrazione Biden ha accettato l’idea che qualsivoglia futuro Stato palestinese non avrà pieni diritti di autodeterminazione e sovranità.

Lo possiamo asserire perché l’amministrazione Biden sostiene che si può arrivare a uno Stato palestinese soltanto “attraverso negoziati diretti tra le parti”. Ma poiché Israele ha fatto capire sia a livello politico che legislativo che non accetterà mai uno Stato palestinese, la posizione dell’amministrazione Biden significa di fatto il rifiuto dell’autodeterminazione e della sovranità palestinesi.

Il secondo elemento della politica estera Trump-Biden è l’avanzamento della normalizzazione dei rapporti tra mondo arabo e Israele attraverso gli Accordi di Abramo. La prima amministrazione Trump ha avviato questo percorso con accordi di normalizzazione tra Israele e Marocco, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. L’amministrazione Biden ha seguito con decisione questo percorso, profondendosi in sforzi considerevoli per normalizzare le relazioni tra Israele e Arabia Saudita. Non fosse per il genocidio in corso da un anno, ormai questo accordo di normalizzazione sarebbe già stato ottenuto.

Il percorso degli Accordi di Abramo comporta essenzialmente che gli Stati arabi riconoscano la piena sovranità di Israele sulla Palestina storica, mettendo fine alle rivendicazioni di restituzione e giustizia per il popolo palestinese. Esso negherebbe ai palestinesi il diritto al ritorno e abolirebbe lo status di rifugiato per i profughi palestinesi. Esso inoltre garantirebbe legittimazione e riconoscimento da parte del mondo arabo a un’entità palestinese creata su un territorio compreso tra il 5 e l’8 per cento della Palestina storica, dotata di limitata autonomia amministrativa e priva di ogni diritto all’autodeterminazione.

Il terzo elemento della politica Trump-Biden è il contenimento dell’Iran. L’amministrazione Trump ha notoriamente cancellato il Piano d’azione congiunto globale (JCPOA), che garantiva l’attenuazione delle sanzioni in cambio di limiti al programma nucleare iraniano. Essa ha inoltre imposto all’Iran sanzioni più severe e ha tentato di isolarlo politicamente ed economicamente. L’amministrazione Biden non ha ripristinato il JCPOA e ha mantenuto le stesse sanzioni contro l’Iran.

Per di più essa ha anche continuato a promuovere la strategia di Trump per l’instaurazione di un nuovo assetto economico e di sicurezza nella regione tra Israele e Stati arabi, tale da garantire gli interessi degli Stati Uniti e isolare l’Iran.

Se dovesse concretizzarsi, questo patto rafforzerebbe la capacità degli Stati Uniti di proiettare la propria potenza militare, garantirebbe loro l’accesso a risorse energetiche e rotte commerciali di primaria importanza e indebolirebbe la resistenza all’imperialismo statunitense, cosicché gli Stati Uniti si troverebbero in una posizione migliore per affrontare non solo l’Iran ma anche la Cina e altri avversari.

Così, in sintesi, nonostante le vuote dichiarazioni e il preteso impegno per i diritti umani, l’amministrazione Biden non ha fatto nulla di diverso dal suo predecessore. Entrambe le amministrazioni hanno lavorato negli ultimi otto anni per mettere fine alla lotta palestinese per l’autodeterminazione e la piena sovranità e creare un Medio Oriente in cui Israele gioca un ruolo economico e militare ancora più preminente nella difesa degli interessi imperiali statunitensi.

L’amministrazione Biden si è spinta ancora più in là, permettendo a Israele di trasformare il suo genocidio da lento in accelerato, laddove i palestinesi sono sterminati in numeri inimmaginabili e ampie porzioni di Gaza spopolate.

Sulla base dei proclami durante la campagna elettorale di Trump durante la campagna elettorale e dei consiglieri, finanziatori e sostenitori di cui si è circondato, ci sono tutte le ragioni per credere che la sua seconda amministrazione continuerà a spingersi in avanti lungo questo percorso bipartisan per eliminare la “Questione palestinese” una volta per tutte.

Possiamo aspettarci di vedere più sostegno incondizionato a Israele mentre annette ufficialmente la maggior parte della Cisgiordania, la colonizzazione israeliana permanente di parti della Striscia di Gaza, l’espulsione di masse di palestinesi con la scusa di perseguire “pace, sicurezza e prosperità” e l’avanzamento dell’integrazione economica e securitaria di Israele nella regione per indebolire l’Iran e i suoi alleati, Cina inclusa.

Coloro che intralciano questo piano sono il popolo palestinese con le sue aspirazioni nazionali di libertà ed emancipazione e autonomia così come altre nazioni nel mondo arabo che sono stanche di guerra, violenza politica, repressione e impoverimento.

L’amministrazione Trump tenterà di occuparsi di questa resistenza comprandola con incentivi economici e minacce di violenza e repressione. Ma questo approccio avrà – come ha sempre avuto – un impatto limitato.

La resistenza a questi piani continuerà perché i palestinesi e altri nella regione capiscono che rinunciare al proprio diritto alla giustizia significa rinunciare alla propria stessa identità di essere umano libero e provvisto di dignità. E le persone preferirebbero subire le minacce dell’impero piuttosto che rinunciare alla propria umanità.

Ciò significa che in ultima istanza non solo la resistenza continuerà, ma probabilmente crescerà e si intensificherà, portando il mondo più vicino a un periodo di grandi guerre – l’esatto opposto di ciò per cui gli americani hanno votato alle elezioni del 5 novembre.

I palestinesi, insieme ad altre nazioni nella regione e, in una certa misura, agli americani comuni, soffriranno le conseguenze di una politica estera bipartitica che ha messo gli Stati Uniti sulla via fondamentalmente essenzialmente distruttiva del genocidio e della guerra.

Le posizioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)