La pandemia di coronavirus sta portando ad un incremento del razzismo contro gli ebrei indiani in Israele

Saudamini Jain

20 marzo 2020 – +972

In Israele un ebreo indiano di 28 anni è finito in ospedale dopo essere stato aggredito da israeliani che lo hanno chiamato “corona”.

Sabato scorso Am Shalem Singson, ventottenne studente di una scuola religiosa, stava camminando verso il centro di Tiberiade con alcuni amici quando due uomini israeliani hanno arricciato il naso e li hanno chiamati “corona, corona”. Singson ha detto loro di non essere neanche cinese, ma indiano – lui e i suoi amici sono Bnei Menashe [lett. Figli di Menasseh, una delle tribù ebraiche citate nella Bibbia, ndtr.], una comunità di ebrei indiani [ma di aspetto mongoloide, ndtr.], alcune migliaia dei quali vivono in Israele. Ma gli uomini, furiosi per essere stati contestati, prima lo hanno spintonato, poi lo hanno ripetutamente colpito. Singson ha dovuto essere sottoposto ad un intervento chirurgico al torace e ai polmoni.

Singson, che è ancora ricoverato in ospedale, crede che la nuova pandemia di coronavirus sia diventata un catalizzatore perché i razzisti accentuino il proprio fanatismo. “Non vogliono vivere con noi, vogliono solo picchiare,” dice. “Approfittano (della situazione) utilizzando il coronavirus…e non solo io, molte persone lo subiscono.”

Ci sono state rilevanti informazioni di attacchi razzisti contro asiatici in tutto il mondo da parte di persone che li incolpano dell’epidemia e della diffusione del coronavirus. Il presidente USA Donald Trump, che continua a chiamarlo “cinesevirus”, è stato accusato di danneggiare gli asiatici incoraggiando l’individuazione razzista di un capro espiatorio mentre si accentuano la rabbia e il timore per la diffusione del virus.

I “Bnei Manashe” hanno dovuto affrontare il peso di questo tipo di razzismo – in prevalenza, essi pensano, perché la grande maggioranza degli israeliani non sa molto di loro. I “Bnei Menashe”, cinquemila persone in Israele, sono emigrati da due Stati del nord est indiano – Manipur e Mizoram, sui confini con il Myanmar —e credono di essere i discendenti di una “tribù perduta” di Israele di 2.700 anni fa. In base alla legge israeliana del ritorno non hanno i requisiti per emigrare, ma sono riusciti ad arrivare poco alla volta in piccoli gruppi di qualche centinaio di persone tramite “Shavei Israel”, una Ong israeliana che lavora per individuare comunità ebraiche “perdute” in tutto il mondo e portarle in Israele. Signson è immigrato con sua madre, sua nonna e suo fratello da Manipur nel 2017.

I Bnei Menashe hanno manifestato il proprio sdegno e la propria amarezza per il razzismo rivolto contro di loro, e nelle ultime settimane denunciano numerosi esempi in cui membri della comunità sono stati chiamati “coronavirus” da altri israeliani.

È veramente triste vedere molti israeliani infettati non dal coronavirus ma dal virus del razzismo,” dice il ventiquattrenne Shlomo Thangminlien Lhungdim, amico di Singson. Pochi giorni fa, mentre viaggiava in pullman con alcuni amici “Bnei Menashe”, gli altri passeggeri lo hanno guardato in modo strano e molti si sono coperti il naso. “Persino l’autista si è messo intenzionalmente a tossire appena ci ha visti,” dice. “La gente tende a correre via da noi. Ci guardano come diversi alle stazioni degli autobus, nei supermercati…siamo discriminati ovunque. La vita è orribile. Perché? Solo perché abbiamo un aspetto diverso?”

Isaac Thangjom, un responsabile di progetto della Federazione Ebraica del New Mexico, emigrato in Israele nel 1997, dice che a Ramle o nei dintorni, dove vive, la sua famiglia non ha dovuto subire nessuno di tali episodi. Ma questi esempi sono frequenti in città più piccole come Tiberiade, Kiryat Arba in Cisgiordania e San Giovanni d’Acri, dove vive anche la maggior parte dei “Bnei Menashe”, afferma. Ha anche sentito di molti episodi di razzismo legati al coronavirus. C’è stata una donna che ha preso un pullman da Kiryat Arba per Gerusalemme ed ha detto che si è sentita a disagio perché, mentre viaggiava su un autobus urbano, la gente la teneva a distanza.”

I “Bnei Menashe” hanno sempre dovuto affrontare il razzismo in Israele. Nonostante i loro vestiti da ebrei ortodossi, sono spesso confusi con i lavoratori thailandesi e i filippini. Ma la pandemia del coronavirus ha portato i pregiudizi a un livello più alto, dice Thangjom.

Le aggressioni come quella contro Singson in Israele si riscontrano anche in India. Gli indiani del nordest sono sottoposti a discriminazioni ed aggressioni in altre parti del Paese, dove sono una minoranza razziale. Pare che molti siano stati chiamati “corona”, “coronavirus” e “cinesi”, anche in grandi città come Delhi e Mumbai. In un video diventato virale la scorsa settimana, studenti indiani del nordest hanno fatto appello ai loro connazionali indiani perché smettano di prenderli di mira.

Nella colonia israeliana di Kiryat Arba la ventenne Dimi Lhungdim, in licenza dal servizio militare, si è infuriata dopo aver visto un video di “Shevet Achim Va’achayot” (una tribù di fratelli e sorelle), la canzone ufficiale dei festeggiamenti per il Giorno dell’Indipendenza di Israele del 2019. Alla luce dell’aggressione contro Singson, per Lhungdim il messaggio di fratellanza della canzone suona vuoto.

Pensavo: perché state cantando questa canzone e dite che siamo fratelli e sorelle?” dice Lhungdim. “Ogni volta che tornava quella frase pensavo: ‘Non sapete quello che state dicendo.’ Sostengono: ‘ questa è la nostra casa in Israele, questo è il nostro cuore.’ Quello che hanno fatto ad Am Shalem non è quello che stanno cantando nella canzone. Ero furiosa.”

Saudamini Jain è una scrittrice che abita a Nuova Delhi. Ha scritto articoli da tutta l’India, dalla Cisgiordania e da New York.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Adolescente palestinese ucciso durante un tentativo del suo villaggio di difendere una montagna dai coloni israeliani

Yumna Patel 

11 marzo 2020 – Mondoweiss

Per i palestinesi della zona nord della Cisgiordania occupata mettere a rischio la vita per difendere la propria terra fa semplicemente parte dell’esistenza.

Innumerevoli palestinesi hanno pagato il prezzo più alto per aver tentato di respingere i coloni e i soldati dalle loro città, cittadine e villaggi. Mercoledì un altro palestinese si è aggiunto a questa lista.

Mercoledì il quindicenne Mohammed Abdel Karim Hamayel, ore dopo essere stato colpito dalle forze israeliane insieme a decine di altri giovani della sua cittadina di Beita, a sud di Nablus, è deceduto in seguito alle ferite.

Hamayel è stato colpito quando decine di soldati israeliani armati hanno invaso Jabal al-Arma, o la montagna di Al-Arma, nei dintorni di Beita, ed hanno iniziato a scontrarsi violentemente contro una folla di palestinesi che stavano facendo un sit-in sulla montagna.

A quanto pare i militari avrebbero usato proiettili veri, pallottole ricoperte di gomma e lacrimogeni per reprimere i manifestanti, che per settimane hanno inscenato dei sit in su al-Arma nel tentativo collettivo di scacciare i coloni che hanno cercato di prendere il controllo della montagna.

Informazioni ufficiali del ministero della Salute indicano che durante l’attacco oltre 100 palestinesi sono rimasti feriti, tra cui due in modo grave da proiettili veri.

Altre decine, compreso il ministro dell’ANP Walid Assaf, che si occupa della resistenza popolare contro il muro e le colonie in Cisgiordania, sono stati asfissiati e curati per aver inalato gas lacrimogeno.

Settimane di scontri

L’uccisione di Hamayel e la violenta repressione dei manifestanti di mercoledì mattina sono state il culmine di settimane di proteste sulla montagna e di scontri tra persone del luogo, soldati e coloni israeliani.

Circa due settimane fa coloni del notoriamente violento insediamento di Itamar hanno pubblicato un appello sulle reti sociali per occupare la montagna, che pensano sia un antico luogo religioso ebraico, e prenderne il controllo.

Dopo essere venuti a conoscenza dei progetti dei coloni, decine di uomini e giovani di Beita sono andati sulla montagna ed hanno eretto tende di protesta per rimarcare la loro presenza come deterrente contro i coloni.

Benché il gruppo di coloni non abbia ricevuto il permesso dell’esercito israeliano di andare sulla montagna, un piccolo numero di giovani coloni ha deciso di comunque proseguire.

C’erano circa 10 coloni e un reparto di soldati che sono venuti a proteggerli e a scortarli su per la montagna,” ha detto a Mondoweiss Minwer Abu al-Abed, un attivista del posto di 56 anni.

Secondo al-Abed, i soldati hanno inutilmente cercato di scortare i coloni sulla montagna, sparando lungo il percorso proiettili veri, pallottole ricoperte di gomma e lacrimogeni.

I coloni hanno tentato una conquista violenta della nostra terra, ma ovviamente loro (i soldati) erano là solo per sparare ai palestinesi,” dice al-Abed.

Video degli scontri, diventati virali sulle reti sociali palestinesi, mostrano gruppi di giovani palestinesi lanciare pietre contro i coloni e i soldati finché questi ultimi sono stati obbligati a lasciare la zona.

Nonostante quel giorno si siano registrati più di 90 feriti, il villaggio l’ha festeggiata come una vittoria. “Abbiamo fatto sapere che ci siamo e abbiamo difeso la nostra terra contro i coloni,” afferma al-Abed, aggiungendo orgogliosamente che “neppure una colonia è stata costruita sulla terra di Beita, cosa che attribuisce alla fermezza degli abitanti.

Tuttavia i coloni hanno fatto altri due tentativi di impossessarsi della montagna, ogni volta con maggior potenza di fuoco e l’appoggio dell’esercito israeliano.

Il 2 marzo un altro fallito tentativo ha portato al ferimento di decine di palestinesi, di cui due feriti da proiettili veri.

Il terzo tentativo, mortale, è avvenuto mercoledì [11 marzo] mattina, poche ore dopo che Israele ha compiuto una massiccia retata nel villaggio, e, benché i coloni non siano riusciti ad impossessarsi della montagna, è finito con la morte di un ragazzino.

Non lasceremo mai questa terra”

Scontri tra coloni e palestinesi, come l’ultimo tentativo di impossessarsi della terra di questi ultimi, non sono rari in Cisgiordania, soprattutto a Nablus.

Colonie come Yitzhar, Itamar e Brakha sono diventati nomi familiari nei vicini villaggi palestinesi, che affrontano continui attacchi dei coloni contro la loro terra, le loro attività agricole, il loro bestiame, le loro case e le persone.

Quindi, quando i coloni hanno messo gli occhi su al-Arma, gli abitanti di Beita non sono rimasti sorpresi. “La lotta per difendere al-Arma non è nuova,” dice al-Abed a Mondoweiss, aggiungendo che i coloni hanno tentato per decenni di occupare la cima della collina, addirittura fin dagli anni ’80. “Pensano che ci sia un sito ebraico sulla montagna e che ciò dia loro diritti su di essa,” sostiene. “Ma lì ci sono rovine cananee, che dimostrano il nostro legame con questa terra.”

Secondo al-Abed nel corso degli anni centinaia di abitanti di Beita sono stati arrestati, molti per le proteste a Jabal al-Arma. Altri due, dice, sono stati resi martiri mentre cercavano di difendere la cima della montagna.

Questa montagna non ha solo un significato storico per noi, ma è importante per la vita quotidiana della gente di Beita,” afferma al-Abed, aggiungendo che gli abitanti della cittadina non solo ne coltivano la cima, ma la usano anche per attività ricreative, picnic e grigliate in famiglia. “In quanto palestinesi non lasceremo mai questa montagna. La gente di Beita non cederà mai,” sostiene.

Sono da condannare Trump e Netanyahu

Mentre le cime che circondano Nablus sono costellate da decine di colonie e avamposti israeliani, buona parte della terra rubata ai palestinesi utilizzata per costruirli si trova nell’Area C – più del 60% della Cisgiordania sotto totale controllo israeliano – rendendo più facile ai coloni occuparla. Tuttavia, in base agli accordi di Oslo, Jabal al-Arma è designata come Area B, il che pone sotto l’autorità dell’ANP questioni come edilizia e accesso alle terre da coltivare.

Per anni gli abitanti del villaggio hanno creduto che il fatto che la montagna si trovi nell’Area B l’avrebbe difesa dall’occupazione da parte dei coloni.

Ma quando il ministro della Difesa israeliano Naftali Bennett ha attizzato i tentativi di estendere il controllo israeliano sull’Area B, la sensazione di sicurezza provata dagli abitanti è svanita.

Questi recenti tentativi dei coloni di impossessarsi di Jabal al-Arma sono chiaramente legati alle politiche del governo di destra israeliano,” dice al-Abed.

E a peggiorare le cose, nota al-Abed, la pubblicazione del piano di pace USA in gennaio ha solo ulteriormente imbaldanzito il movimento dei coloni in Cisgiordania.

Chi pensi abbia dato ai coloni e a Netanyahu il permesso di andare avanti con l’annessione e con tutti i loro piani?” chiede. “Lo ha fatto Trump. Quando ha reso pubblico il piano di pace ha detto ad Israele ‘prendi quello che vuoi’. Ed ora i palestinesi ne stanno pagando il prezzo.”

Yumna Patel è corrispondente dalla Palestina per Mondoweiss.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’attacco di Israele al pane palestinese

Mariam Barghouti

7 Mar 2020 – Al Jazeera

Perché è importante la chiusura di un vecchio forno palestinese a Gerusalemme.

Nelle rare occasioni in cui le autorità israeliane mi concedono il permesso di andare a Gerusalemme, mia madre insiste sempre che le porti una provvista di ka’ak al-Quds (ka’ak di Gerusalemme).

Il ka’ak è un pane a forma ovale ricoperto da un generoso strato di semi di sesamo. È ampiamente disponibile in tutta la Palestina e anche a Ramallah, dove viviamo. Ma per la maggior parte dei palestinesi, il ka’ak di Gerusalemme è una prelibatezza inimitabile. Come mia madre, anch’io chiedo agli amici che hanno occasione di andare a Gerusalemme di portarmi pacchi di ka’ak al-Quds – non solo perché è particolarmente buono, ma perché porta in sé parte della storia culturale di Gerusalemme.

Il 19 febbraio, la polizia israeliana ha fatto irruzione e chiuso un panificio palestinese attivo da 60 anni, e ha arrestato il suo giovane proprietario Nasser Abu Sneina. Chiunque abbia vagato per i quartieri della Città Vecchia è probabilmente passato accanto a questo vecchio forno e ha annusato il caldo aroma di pane che diffondeva. È vicino al quartiere di Bab Hutta, un luogo centrale nel corso delle proteste palestinesi del 2017 contro le misure di sorveglianza israeliane.

Le autorità israeliane hanno dichiarato che il panificio è stato chiuso perché non rispettava gli standard sanitari richiesti. Molti palestinesi, tuttavia, sostengono che il panificio sia stato preso di mira semplicemente perché distribuiva pane ai fedeli diretti alla moschea di al-Aqsa.

Il ka’ak di Gerusalemme e le panetterie che lo vendono sono – in parte – simboli dell’identità palestinese della città. Un panificio palestinese che distribuisce ka’ak ai fedeli sulla strada per la moschea di Al-Aqsa è una minaccia per le autorità israeliane perché è una dimostrazione palese della solidarietà palestinese. Mostra che i palestinesi non solo sono ancora nel cuore della città, ma sono anche pronti a sostenersi a vicenda di fronte all’oppressione israeliana.

Ricordano al mondo e agli israeliani che Gerusalemme è una città palestinese.

Questa è la vera ragione per cui il forno di Abu Sneina e molti altri esercizi simili sono stati costretti a chiudere dalle autorità israeliane.

Negli ultimi anni a Gerusalemme più di 50 negozi sono stati costretti a chiudere a causa delle pressioni finanziarie e delle continue restrizioni alla circolazione che rendono difficile la gestione di un’attività commerciale.

La chiusura di questo forno è stata solo l’ultimo capitolo di un più ampio assalto sistematico alla presenza palestinese a Gerusalemme in generale e nella Città Vecchia in particolare. Con metodi diversi Israele sta cercando di costringere tutti i palestinesi ad andarsene, rendendo insopportabile la vita quotidiana con l’imperante presenza di soldati armati che consentono ai coloni di avanzare in città, quartiere dopo quartiere.

I palestinesi a Gerusalemme vivono con la costante minaccia di umilianti perquisizioni corporali, sfratti da casa, ritiro della residenza o aggressioni da parte di coloni israeliani o forze israeliane – che si tratti di polizia o esercito.

Soprattutto nella Città Vecchia, oltre alle palesi aggressioni dell’occupazione come arresti arbitrari, azioni giudiziarie ingiustificate, restrizioni di movimento e ingiuste chiusure di negozi, i palestinesi sono costretti a barcamenarsi in una burocrazia pensata unicamente per fornire sostegno legale al tentativo di cacciarli.

Le autorità israeliane richiedono agli esercizi palestinesi di procurarsi una enorme quantità di permessi e documenti per rimanere in attività. Per molti imprenditori palestinesi, tuttavia, è sia troppo costoso che difficile ottenere questi documenti.

Le irragionevoli pressioni esercitate sui palestinesi residenti a Gerusalemme a volte raggiungono livelli tali da forzarli a fare cose che in altre parti del mondo sarebbero difficili da credere.

Proprio il mese scorso, ad esempio, un uomo palestinese che viveva a Gerusalemme ha demolito da sé la propria casa su ordine del Comune israeliano. Ha fatto da sé per evitare i costi esorbitanti che avrebbe dovuto pagare al Comune stesso se gli avesse consentito di eseguire la demolizione.

Israele sta facendo di tutto per allontanare i palestinesi da Gerusalemme a causa del significato che la città detiene per la lotta palestinese – non ha solo un valore religioso, ma è l’epicentro storico, culturale e politico della vita palestinese.

La decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump nel 2017 di dichiarare Gerusalemme capitale di Israele e di spostarvi l’ambasciata USA ha fornito un significativo sostegno politico alle affermazioni israeliane che la città appartenga a loro.

Tuttavia, Israele sa che non può dichiarare Gerusalemme esclusivamente “città israeliana” se i palestinesi continuano a viverci e a mantenere viva l’identità palestinese della città. Dai negozietti di spezie e di dolci sparsi per la Città Vecchia al vecchio negozio di musicassette aperto nel 1973, alle voci dei bambini palestinesi che ridono nei vicoli Gerusalemme è ancora una città molto palestinese.

Questo è il motivo per cui le autorità israeliane prendono di mira le panetterie come quella di Abu Sneina.

Noi palestinesi non veniamo espulsi dalle nostre terre e città ancestrali solo attraverso demolizioni, insediamenti, revoca arbitraria di permessi di residenza o semplici proiettili. Siamo anche spinti via dallo sforzo sistematico di renderci impossibile mantenere il nostro modo di vivere nel nostro Paese. Israele sta cercando di cancellare la cultura e l’identità palestinesi dalle strade, dai bazar, dai panifici e dai ristoranti.

Questo succede da molto tempo. Ein Kerem, per esempio, un tempo era un villaggio palestinese a Gerusalemme [ovest, ndtr.]. Oggi vi abitano per lo più israeliani delle classi alte. Camminarci dentro è come camminare in un insediamento israeliano, non in un villaggio palestinese.

Ovviamente, Israele sa che non può cancellare tutta la storia e la tradizione di Gerusalemme. Quindi a volte cerca di appropriarsi di aspetti della cultura palestinese come fossero i propri.

Questo è il motivo per cui il falafel viene ora venduto come spuntino nazionale di Israele, anche se il piatto è più vecchio dello Stato. E questo è il motivo per cui i ristoranti di tutto il mondo hanno “Shakshuka [piatto tipico arabo, ndtr.] israeliano” e “Tabbouleh [insalata di grano, anch’essa araba, ndtr.] israeliano” nei loro menu.

Per un osservatore esterno, il definire “israeliano” un vecchio piatto palestinese o la chiusura di una panetteria per motivi di “salute e sicurezza” possono sembrare questioni banali.

Tuttavia, per noi palestinesi, questi atti non sono diversi da demolizioni di case, espulsioni, detenzioni illegali e coprifuoco. Rappresentano solo un altro aspetto dell’occupazione: sono tentativi di cancellare dalle nostre città e strade, insieme ai nostri fisici corpi, la nostra cultura e il nostro modo di vivere.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Mariam Barghouti è una scrittrice palestinese americana residente a Ramallah.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




‘Un poliziotto, un prete e un palestinese’: i ‘cilestinesi’ sono un modello di unità per i palestinesi

Ramzy Baroud

9 marzo, 2020 – Middle East Monitor

Ho sentito per la prima volta il termine ‘cilestinesi’ solo nel febbraio scorso a una conferenza a Istanbul, durante un intervento di Anuar Majluf, il direttore della Federazione Palestinese del Cile.

Quando Majluf si è riferito alla comunità palestinese in Cile, ben radicata e che conta dai 450.000 al mezzo milione di persone, usando quella parola poco familiare e strana, io ho sorriso. E anche altri hanno sorriso.

È abbastanza raro che a una conferenza sulla Palestina, ovunque, si crei un’atmosfera così piena di ottimismo come quella evocata dal leader cileno-palestinese, perché oggi, quando si parla di Palestina, i discorsi sono saturi di un profondo senso di fallimento politico, divisioni e tradimenti.

Io dico ‘cileno-palestinese’ solo per comodità, perché in seguito mi sono reso conto che il termine ‘cilestinese’ non è stato coniato a vanvera o per scherzo.

Lina Meruane, una docente cilena di origini italo-palestinesi, ha detto a Bahira Amin della rivista online ‘Scene Arabia’, che il termine ‘cilestinese’ è diverso da ‘cileno-palestinese’ nel senso che è una demarcazione di un’identità unica.

Non è un’identità doppia e unita con un trattino, ma la fusione di due identità inscindibili e che non hanno problemi a stare bene insieme” ha detto Meruane. La Amin ne parla come di un ‘terzo spazio’ che si è creato nella diaspora nel corso di 150 anni.

Potrebbe sorprendere chi non abbia familiarità con l’esperienza palestinese in Cile scoprire il vecchio adagio: “In ogni villaggio in Cile troverai tre persone: un poliziotto, un prete e un palestinese.” In effetti, il detto descrive un legame storico fra la Palestina e un Paese situato sull’estrema costa sud-occidentale del Sud America.

L’immensa distanza, oltre 13.000 chilometri, fra Gerusalemme e Santiago può spiegare, in parte, la ragione per cui il Cile e la sua ampia popolazione ‘cilestinese’ non occupano la posizione che si meriterebbero nell’immaginario collettivo dei palestinesi nel resto del mondo.

Ma ci sono anche altre ragioni, la principale è che vari leader palestinesi che si sono susseguiti non sono riusciti ad apprezzare appieno l’immenso potenziale delle comunità palestinesi della diaspora, specialmente di quella in Cile. La loro storia non è solo fatta di lotta e perseveranza, ma anche di grandi successi e contributi vitali alla loro società e alla causa palestinese.

A cominciare dalla fine degli anni ’70, i leader palestinesi si sono adoperati per coinvolgere politicamente Washington e altre capitali occidentali, arrivando a condividere la sensazione diffusa che, senza l’approvazione politica degli USA, i palestinesi sarebbero sempre rimasti marginali e irrilevanti.

I calcoli dei palestinesi si sono rivelati disastrosi. Dopo decenni al servizio di aspettative e diktat di Washington, la leadership palestinese è rimasta a mani vuote dopo che è stato finalmente svelato “l’accordo del secolo” dell’amministrazione Trump.

Le decisioni politiche hanno anche ripercussioni culturali. Per almeno tre decenni, i palestinesi si sono riorientati politicamente e culturalmente, disconoscendo i loro alleati storici in tutto l’emisfero meridionale. E, ancor peggio, il nuovo modo di pensare ha allargato lo iato fra palestinesi in Palestina e i loro fratelli, come le comunità palestinesi in Sud America, intensamente legate alla loro identità, lingua, musica e amore per la madrepatria ancestrale.

Quello che è così unico dei palestinesi, in Cile e di altre comunità palestinesi in Sud America, è che le loro radici risalgono a decenni prima della distruzione della Palestina e della fondazione sulle sue rovine di Israele nel 1948.

Israele afferma spesso che le sue vittime palestinesi mancavano di un’identità nazionale nel senso moderno del termine. Alcuni studiosi, talvolta benintenzionati, concordano, sostenendo che una moderna identità palestinese si espresse solo dopo la Nakba, la ‘catastrofica’ distruzione della Palestine storica.

Chi è ancora fermo a questa distorsione storica deve familiarizzarsi con storici palestinesi come Nur Mashala e il suo libro imprescindibile ‘Palestine: A Four Thousand Year History’.

I ‘cilestinesi’ offrono un autentico esempio vivente della vera forza dell’identità collettiva palestinese che esisteva prima che Israele fosse violentemente imposto sulla mappa della Palestina.

Il ‘Deportivo Palestino’, una famosa squadra di calcio che gioca nella prima divisione cilena, fu fondato non ufficialmente nel 1916 e ufficialmente quattro anni dopo. Ho saputo dalla delegazione ‘cilestinese’ a Istanbul che i fondatori della comunità palestinese in quel Paese che il ‘Palestino’ fu costituito per far sì che i loro figli non lo dimenticassero mai e che continuassero a gridare il nome della Palestina per molti anni a venire.

La società calcistica, nota come ‘la seconda squadra nazionale di football’ della Palestina celebra cent’anni dalla sua fondazione, una celebrazione che probabilmente avverrà fra cori di: ‘Gaza resiste; Palestina esiste’.

La Cisterna, lo stadio del Palestino a Santiago, uno svettante edificio adorno di bandiere palestinesi, non è solo una testimonianza della tenacia dell’identità palestinese, ma anche della generosità della cultura della Palestina, dato che lo stadio è uno dei centri comunitari più grandi della città che riunisce persone di tutte le estrazioni in una costante celebrazione di tutto ciò che abbiamo in comune.

Per evitare ogni semplificazione della comprensione dell’esperienza palestinese in Cile, e in tutto il Sud America, dobbiamo accettare che, come ogni altra società, i palestinesi hanno anche là le loro divisioni, che sono spesso dominate da reddito, classe e politica.

Queste divisioni hanno raggiunto il loro apice durante il colpo di stato, sostenuto dagli USA, del dittatore cileno Augusto Pinochet nel 1973. Ma la spaccatura non durò a lungo e i ‘cilestinesi’ si sono di nuovo uniti dopo il massacro di Sabra e Shatila nel Libano meridionale nel 1982 [durante la prima guerra di Israele contro il Libano, l’esercito israeliano consentì alle milizie cristiane di entrare nei campi profughi palestinesi a Beirut e massacrarne la popolazione, ndtr.], orchestrato da Israele.

Da allora la comunità palestinese in Cile ha imparato ad accettare le differenze politiche al suo interno, concordando che il loro rapporto con la Palestina deve essere il loro fattore comune unificante. Da anni, i ‘cilestinesi’ lavorano insieme, mano nella mano, con altre comunità palestinesi in Sud America per accentuare la necessità di unità, prendendo le distanze dal disaccordo e dalla politica settaria che hanno gettato nel caos l’identità politica palestinese nella Palestina stessa.

Lentamente, i palestinesi del Sud America si stanno unendo per occupare il centro della scena nel più ampio contesto palestinese, non solo come parte integrante dell’identità collettiva palestinese, ma anche come modello che deve essere completamente capito e persino emulato.

Non passa giorno senza che io controlli la mia app sportiva per seguire i progressi del ‘Deportivo Palestino’. So che molti palestinesi in altre parti del mondo fanno lo stesso perché, nonostante distanza, lingua e fuso orario, in fondo resteremo sempre un solo popolo.

Ramzy Baroud

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.




L’importanza della deputata velata alla Knesset

Suhail Kewan

5 marzo 2020 Middle East Monitor

Dobbiamo occuparci del fatto che quattro donne arabe sono state elette nel nuovo parlamento israeliano, una delle quali è la prima deputata araba che indossa l’hijab [velo che copre capelli, fronte, orecchie e nuca, ndtr.], Iman Al-Khatib. Spesso si sono viste donne velate in posizioni di responsabilità e normalmente hanno forti personalità, cosa indispensabile perché le donne in generale, velate o no, incontrano grandi ostacoli sulla via dell’auto-affermazione. Le sfide iniziano nelle loro stesse comunità, molte delle quali ancora dubitano delle loro capacità di leadership, come anche nei consigli comunali. È ancora più difficile del normale per le donne che indossano il velo in un ambiente caratterizzato da razzismo e odio verso gli arabi e i musulmani in generale.

Vedere Al-Khatib alla Knesset riporta alla mente Ilhan Omar, la deputata democratica al Congresso USA, nei confronti della quale il grande amico di Netanyahu, il presidente Donald Trump, ha esplicitato il suo odio. Come noto, Trump l’ha invitata a tornare al suo Paese d’origine, la Somalia, a causa del suo attivismo antirazzista. È stata anche accusata dai sionisti americani di essere “antisemita” per via delle sue dure critiche delle politiche israeliane.

Tuttavia, per quanto riguarda gli immigrati in qualunque luogo, Iman Al-Khatib non è una di loro. Proviene da Yafa An-Naseriyye; è nativa del Paese. Ha un master in Scienze Sociali ed è madre di tre bambini. Ovviamente non è la prima deputata araba; tale onore spetta a Husnia Jabara, membro del partito di estrema sinistra [sionista, ndtr.] Meretz, seguita da Haneen Zoabi, la prima donna deputata di un partito arabo, l’“Assemblea Nazionale Democratica” [noto anche come Balad, si batte per l’uguaglianza di tutti i cittadini israeliani, ndtr.]. Le altre sono Aida Touma-Suleiman del Fronte Democratico per la Pace e l’Uguaglianza [alleanza tra il partito Comunista e altri gruppi di sinistra, ndtr.]; per alcuni mesi Niven Abu Rahmoun della Lista Unita [coalizione di tutti i partiti arabo-israeliani, ndtr.]; e poi Heba Yazbek di Balad. Oltre a Sonia Saleh di Ta’al (Movimento Arabo per il Rinnovamento [partito di Ahmad Tibi, uno dei leader della “Lista Unita”, ndtr.] ), che è stata eletta alle ultime elezioni.

La presenza nella Knesset di quattro donne elette con la Lista Unita segnala la consapevolezza dei partiti della necessità di una forte presenza di donne politicamente attive nel parlamento. C’è anche una crescente consapevolezza dei diritti, dello status e della forza delle donne. Una così forte rappresentanza araba nella Knesset è notevole e l’hijab ha il suo peso in proposito, sollevando, come sta facendo, il problema sia per gli arabi che per gli ebrei di che cosa debba essere la Knesset nei prossimi anni.

I candidati arabi saranno in grado di raggiungere il numero di deputati equivalente al potere di un partito politico. Questo è importante per due motivi: nei prossimi vent’anni gli arabi diventeranno decisivi e partner nelle questioni cruciali nella Knesset e i partiti sionisti incrementeranno le misure ostili contro di loro per fermarne la crescente influenza. Ciò significa rafforzare le già draconiane leggi discriminatorie che Netanyahu ha avviato, prima fra tutte la legge dello Stato-Nazione e la norma per ridurre il numero massimo di deputati arabi al 10% del totale. Questo verrà attuato per preservare il carattere ebraico dello Stato o per impedire il diritto al voto a chi non ha fatto il servizio militare [cioé i palestinesi di Israele, ndtr.] o in altri impieghi statali.

Nulla di nuovo: analoghi suggerimenti sono già stati fatti. Ci sono chiari segnali che verranno approvate leggi che delegittimano i partiti che non accettano l’esclusiva ebraicità dello Stato e li metteranno fuori legge. Questi sforzi nei prossimi anni diventeranno aggressivi man mano che crescerà l’influenza degli arabi nella composizione della Knesset; ciò riguarderà la Lista Unita con le sue quattro deputate e chiunque vi si aggiungerà in seguito. Forse che i partiti sionisti permetteranno che 30 deputati arabi siedano in parlamento per i prossimi vent’anni, a prescindere che le donne indossino o no il velo e che siano comuniste, musulmane o nazionaliste? In verità questo è ciò che Netanyahu ha cercato di evitare approvando la legge sullo Stato-Nazione e cancellando l’arabo come lingua ufficiale in Israele, anche se il 20% della popolazione parla arabo. Ci sono già disegni di legge per impedire ai partiti che non riconoscono l’ebraicità dello Stato di partecipare alle elezioni, eliminando così la possibilità di una presenza araba significativa e quindi influente nella Knesset. Qualunque presenza rimanente sarà una mera formalità finalizzata a dare di Israele l’immagine di uno Stato ebreo e democratico.

L’aumento da 9 a 15 deputati dei rappresentanti arabi alla Knesset nell’ultimo anno ha messo in luce il potere dei cittadini arabi palestinesi di Israele, e anche la sostanza dell’imminente conflitto nell’arena parlamentare, che ci pone di fronte a due possibilità. La prima è la perpetuazione dell’approccio razzista e di apartheid, che sarà intensificato con l’approvazione di leggi maggiormente razziste. La seconda è la creazione di un ampio fronte pacifista arabo ed ebreo che impedisca un ulteriore deterioramento della situazione.

Questo è ciò che suggerisce la Lista Unita attraverso il suo capo Ayman Odeh, ma nelle attuali circostanze è un sogno lontano. È chiaro che l’estrema destra è più forte ed è in totale sintonia con il generale spostamento a destra e l’ostilità verso l’islam e gli arabi, come dimostra Trump. I razzisti non accetteranno gli arabi come partner eguali e faranno tutto ciò che è in loro potere per fermare questa avanzata araba nella roccaforte del processo decisionale israeliano. La presenza di una deputata che indossa il velo nel parlamento israeliano è solo una parte del conflitto diffuso in molti ambiti riguardo al carattere, alla forma e al destino di questo Paese, del suo popolo e di coloro che ci vivono.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Per la prima volta nella storia di Israele, tra la popolazione ebraica si profila un vero campo della pace

Jonathan Cook

giovedì 5 marzo 2020  Middle East Eye

Nonostante il fatto che Benjamin Netanyahu e l’estrema destra siano i grandi vincitori del voto di lunedì, un numero senza precedenti di ebrei israeliani sembra aver sostenuto la “Lista Unita”

Gli ci sono forse voluti un anno e tre elezioni per riuscirci, ma martedì Benjamin Netanyahu ha iniziato ad assomigliare al grande Houdini – il re dell’evasione – della politica israeliana.

La coalizione di Netanyahu, composta da partiti di coloni ed estremisti religiosi, ha ottenuto 58 seggi sui 120 del parlamento, e quindi gli mancano 3 seggi per avere la maggioranza assoluta.

Ma, cosa ancor più importante, il suo Likud ha ottenuto tre seggi in più del suo principale rivale, Benny Gantz, ex-generale dell’esercito che guida il partito laico di destra “Blu e Bianco”.

Netanyahu ha vinto, anche se il procuratore generale recentemente lo ha incriminato per una serie di accuse di corruzione. Il suo processo deve iniziare tra due settimane.

I palestinesi vanno a votare

Eclissato dalla trama principale, che si è giocata tra Netanyahu e Gantz, l’altro argomento importante di queste elezioni è l’ondata di sostegno alla “Lista Unita”, la fazione che rappresenta la grande minoranza palestinese d’Israele.

Ha ottenuto quindici seggi – due deputati in più che in settembre – cioè la sua rappresentanza più numerosa alla Knesset. La “Lista Unita” è ora di gran lunga il terzo più grande partito del Paese.

Benché sia troppo presto per sapere con certezza perché il tasso di partecipazione a favore della Lista sia aumentato, ci sono tre probabili spiegazioni.

Una di queste è che i cittadini palestinesi, ossia un quinto della popolazione israeliana, sembrano avere per la prima volta l’impressione che il loro voto sia importante, o almeno che dovrebbe esserlo.

Lo scorso aprile, alle prime elezioni dell’attuale serie [di votazioni], meno della metà degli elettori di questa minoranza era andata alle urne, facendo ottenere alla Lista 10 seggi. È probabile che questa volta abbiano votato circa i due terzi.

Ciò è in parte legato al piano Trump, che favorisce quello che viene chiamato uno “scambio di terre”, un obiettivo della destra guidata da Netanyahu. Questo scambio permetterebbe a Israele di annettere delle colonie e in cambio circa 250.000 palestinesi sarebbero privati della cittadinanza israeliana e assegnati allo “Stato (palestinese) in attesa” ridotto a brandelli.

Questa minaccia – la pulizia etnica attraverso un gioco di prestigio – ha molto probabilmente fatto infuriare molti cittadini palestinesi d’Israele che in precedenza avevano boicottato le elezioni o che erano troppo disillusi per andare a votare. Volevano dimostrare che il fatto che siano cittadini non può essere ignorato, né da Trump né da Netanyahu.

Un nuovo potere

Ma la rimonta della “Lista Unita” è precedente al piano Trump. In settembre il tasso di partecipazione della minoranza era salito a circa il 60%.

Fino a poco tempo fa – e sicuramente dopo lo scoppio della seconda Intifada, vent’anni fa -, la sensazione era che la politica israeliana fosse una faccenda esclusivamente ebraica. La maggioranza sionista era d’accordo sulle questioni politiche fondamentali, e i cittadini palestinesi non credevano di poter cambiare le cose. La loro voce non aveva la minima importanza.

Ma le ultime tre elezioni suggeriscono un lieve cambiamento. È vero che questa minoranza continua a non essere ascoltata. Di fatto gli oppositori di Netanyahu, che si tratti di “Blu e Bianco” di Gantz o della nuova coalizione guidata dai laburisti, hanno attivamente preso le distanze dalla “Lista Unita”, dato che Netanyahu ha ribattuto loro che sarebbe immorale contare sui deputati “arabi” per governare.

Quello che hanno invece dimostrato le tre elezioni è che, con il suo voto, la minoranza potrebbe bloccare il cammino di Netanyahu verso il potere e vendicarsi così del suo costante incitamento all’odio contro di loro e i loro rappresentanti in quanto traditori e nemici dello Stato ebraico.

Infatti, se il tasso di partecipazione dei cittadini palestinesi fosse stato sensibilmente minore, Netanyahu avrebbe probabilmente ottenuto i 61 seggi di cui ha bisogno.

È precisamente il suo timore del voto dei palestinesi che ha portato Netanyahu a moderare le sue provocazioni contro la minoranza durante le ultime tappe della campagna elettorale. Precedenti considerazioni, del tipo che “gli arabi ci vogliono annientare tutti, uomini, donne e bambini,” durante le ultime elezioni di settembre gli si sono rivoltate contro, facendo salire la partecipazione della minoranza.

Tuttavia questa nuova sensazione di potere potrebbe non durare. Deriva dal fatto che Netanyahu ha profondamente diviso l’elettorato ebraico. Senza di lui potrebbe ristabilirsi rapidamente un consenso sionista, che tratta i palestinesi come semplici pedine da spostare a piacere sullo scacchiere ebraico.

Scomparsa del campo della pace

L’altra spiegazione probabile, e ottimistica, di questa ondata è che un numero senza precedenti di ebrei israeliani sembrano aver sostenuto la “Lista Unita”.

La Lista comprende quattro partiti politici, di cui uno solo – il socialista “Hadash” – si presenta come un partito di arabi ed ebrei. L’unico posto che riservava di solito a un parlamentare ebreo in una posizione nella sua lista che ne permettesse l’elezione rifletteva il fatto che pochissimi ebrei israeliani sostenevano il partito.

La riduzione del sostegno degli ebrei non ha fatto che aumentare quando “Hadash” è stato obbligato da una nuova legge che ha imposto una soglia di sbarramento ad entrare nell’accordo della “Lista Unita” in tempo per le elezioni del 2015. Ha dovuto stare insieme a un partito islamista e a un partito liberale che rifiuta esplicitamente Israele in quanto Stato ebraico.

E allora, perché questo palese cambiamento in queste elezioni?

Gli ebrei che si identificano come parte del campo della pace si sono sentiti abbandonati dai loro partiti tradizionali di “sinistra sionista” – laburisti e Meretz. Nel momento in cui l’opinione pubblica ebraica si sposta sempre più a destra, i due partiti della “pace” si sono affrettati a seguirla. Né l’uno né l’altro ormai parlano più di uno Stato palestinese o della fine dell’occupazione.

Il colpo finale è stato durante queste elezioni quando, per salvarsi dall’oblio elettorale, il Meretz, il partito sionista più a sinistra, è entrato in una coalizione formale non solo insieme al partito Laburista, di centro, ma con “Gesher”, la cui dirigente Levy-Abekasis è una transfuga del partito di estrema destra di Lieberman, “Israel Beytenu [Israele Casa Nostra, ndtr.].

I laburisti, partito fondatore di Israele, e il Meretz speravano che questa decisione li avrebbe rafforzati. Al contrario, segna un altro importante passo verso la loro scomparsa. Insieme dovrebbero ottenere sette seggi, uno in più di quelli che i laburisti avevano conquistato da soli lo scorso aprile – il peggior risultato del partito fino ad allora.

Una vera sinistra”

Il centro israeliano è schiacciato da ogni lato: i sostenitori più guerrafondai del partito Laburista si sono rivolti verso “Blu e Bianco”, mentre i pacifisti del Meretz sembrano attratti dalla “Lista Unita”.

Può darsi che si tratti di un piccolo numero, ma è uno sviluppo incoraggiante – quasi rivoluzionario. Ciò suggerisce che per la prima volta nella storia d’Israele nella popolazione ebraica si profila un vero campo della pace. Non un campo alla ricerca di un’illusoria soluzione a due Stati, fondata sui privilegi degli ebrei, ma un campo pronto a sedersi a fianco dei partiti palestinesi in Israele e a sostenerli, anche se come partner di minoranza.

Il capo della “Lista Unita”, Ayman Odeh, martedì ha festeggiato questo cambiamento, dichiarando: “È l’inizio della nascita di una vera sinistra.”

Questo potrebbe dimostrarsi l’aspetto positivo in un quadro molto più cupo di queste elezioni, nelle quali gran parte della popolazione ebrea israeliana ha chiaramente indicato non solo che, ancora una volta, non si interessa affatto delle violenze contro i palestinesi, sotto occupazione o cittadini [d’Israele, ndtr.], ma che ora è diventata insensibile all’autoritarismo e agli abusi contro ciò che resta delle loro istituzioni democratiche.

Jonathan Cook è un giornalista britannico residente dal 2001 a Nazareth. Ha scritto tre libri sul conflitto israelo-palestinese. Ha vinto il Martha Gellhorn Special Prize for Journalism [il premio speciale Martha Gellhorn per il giornalismo].

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




“Il Donald Trump che conosco”: il discorso di Abbas alle Nazioni Unite e la crisi della politica palestinese

Ramzy Baroud

21 febbraio 2020  – palestinechronicle.

Ha sprecato un momento prezioso, il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas, l’11 febbraio scorso quando avrebbe avuto la possibilità di correggere un errore storico e ribadire le priorità nazionali palestinesi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con un discorso politico che fosse del tutto indipendente da Washington e dai suoi alleati.

Per molto tempo Abbas è stato ostaggio dello stesso discorso che definiva lui e la sua autorità come “moderati” agli occhi di Israele e dell’Occidente. Nonostante l’esplicito rifiuto da parte del leader palestinese dell’ “accordo del secolo” statunitense – che praticamente dichiara nulle le aspirazioni nazionali palestinesi – Abbas è ansioso di mantenere le su credenziali “moderate” il più a lungo possibile.

Certamente Abbas in passato ha tenuto molti discorsi alle Nazioni Unite e non è mai riuscito a impressionare i palestinesi. Questa volta, tuttavia, le cose avrebbero dovuto essere diverse. Washington non ha solo totalmente disconosciuto Abbas e l’ANP, ha anche rottamato il suo discorso politico sulla pace e sulla soluzione di due Stati. Inoltre, l’amministrazione Trump dà ufficialmente la sua benedizione a Israele perché annetta quasi un terzo della Cisgiordania, escluda Gerusalemme dalla trattativa ed elimini il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi.

Invece di parlare subito con i leader dei vari partiti politici palestinesi e fare passi concreti per riattivare istituzioni politiche centrali ma inattive come il Consiglio Nazionale Palestinese (PNC) e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), Abbas ha preferito incontrare a New York l‘ex primo ministro della destra israeliana Ehud Olmert, e continuare a ripetere a pappagallo la sua dedizione nei confronti di un’epoca ormai passata.

Nel suo discorso alle Nazioni Unite, Abbas non ha detto nulla di nuovo – il che, in questo caso, è peggio che non dire nulla.

“Questo è l’esito del progetto che ci è stato presentato”, ha detto Abbas tenendo in mano la mappa di come sarebbe lo Stato palestinese secondo l’“accordo del secolo” di Donald Trump. “E questo è lo Stato che ci stanno dando”, ha aggiunto Abbas, definendo il futuro Stato “gruviera”, ovvero uno Stato frammentato da insediamenti ebraici, tangenziali e zone militari israeliane.

Perfino l’espressione “gruviera”, riportata da alcuni media come fosse una nuova frase in quel discorso assolutamente ridondante, è una vecchia definizione ripetutamente utilizzata dalla stessa leadership palestinese a partire dall’inizio del cosiddetto processo di pace, un quarto di secolo fa.

Abbas si è sforzato di apparire eccezionalmente risoluto, sottolineando alcune parole, come quando ha equiparato l’occupazione israeliana ad un sistema di apartheid. Il suo discorso, tuttavia, appariva poco convincente, carente e, a volte, senza senso.

Abbas ha parlato della sua grande “sorpresa” quando Washington dichiarò Gerusalemme capitale indivisa di Israele, trasferendo successivamente l’ambasciata nella città occupata, come se non ce ne fossero stati chiari segnali e in realtà la mossa dell’ambasciata non fosse uno dei principali impegni di Trump con Israele anche prima della sua inaugurazione nel gennaio 2017.

“E poi hanno tagliato gli aiuti finanziari che ci davano”, ha detto Abbas con voce lamentosa, riferendosi alla decisione nell’agosto 2018 degli Stati Uniti di tagliare i suoi aiuti all’ANP. “Ci sono stati tagliati 840 milioni di dollari”, ha detto. “Non so chi stia dando a Trump un consiglio così orribile. Trump non è così. Il Trump che conosco non è così,” ha detto con una singolare esclamazione Abbas, come per inviare un messaggio all’amministrazione Trump che l’Autorità Nazionale Palestinese ha ancora fiducia nell’opinione del Presidente degli Stati Uniti.

“Vorrei ricordare a tutti che abbiamo partecipato alla conferenza di pace di Madrid, ai negoziati di Washington e all’accordo di Oslo e al vertice di Annapolis sulla base del diritto internazionale”, ha raccontato Abbas, manifestando un rinnovato impegno in quella stessa agenda politica che non ha raccolto alcun risultato per il popolo palestinese.

Abbas ha poi continuato dipingendo una realtà immaginaria, dove la sua Autorità starebbe costruendo le “istituzioni nazionali di uno Stato rispettoso della legge, moderno e democratico, fondato sui valori internazionali, basato su trasparenza, responsabilità e lotta alla corruzione “.

“Sì”, ha sottolineato Abbas guardando il suo pubblico con serietà teatrale, “Siamo uno dei più importanti Paesi (al mondo) che sta combattendo la corruzione”. Il leader dell’ANP, quindi, ha invitato il Consiglio di Sicurezza a inviare una commissione per indagare sulle accuse di corruzione all’interno dell’ANP, un invito sconcertante e inutile, considerando che è la leadership palestinese che dovrebbe far appello alla comunità internazionale perché collabori a far rispettare le leggi internazionali e a por fine all’occupazione israeliana.

Si è proseguito così, con Abbas indeciso tra la lettura di note pre-scritte che non propongono nuove idee o strategie, e invettive inutili che riflettono il fallimento politico dell’ANP e la mancanza di immaginazione di Abbas.

Il presidente dell’ANP, ovviamente, si è premurato di offrire la sua abituale condanna del “terrorismo” palestinese promettendo che i palestinesi non faranno “ricorso alla violenza e al terrorismo indipendentemente dall’atto di aggressione contro di noi”. Ha assicurato al suo pubblico che la sua Autorità crede nella “pace e nella lotta alla violenza”. Senza pensarci, Abbas ha dichiarato la sua intenzione di proseguire sulla strada di una “resistenza popolare e pacifica” che, di fatto, non esiste da nessuna parte.

Questa volta il discorso di Abbas alle Nazioni Unite è stato particolarmente inappropriato. In effetti, è stato un fallimento sotto ogni aspetto. Il minimo che il leader palestinese avrebbe potuto fare sarebbe stato articolare un discorso politico palestinese potente e collettivo. Invece, le sue affermazioni sono state semplicemente un triste omaggio alla sua stessa eredità, piena di delusioni e inettitudine.

Presumibilmente, Abbas è tornato a Ramallah per salutare ancora una volta i suoi fan, sempre pronti e impazienti di sollevare manifesti del leader che invecchia, come se il suo discorso alle Nazioni Unite fosse riuscito a spostare fondamentalmente la dinamica politica internazionale a favore dei palestinesi.

Bisogna dire che il vero pericolo dell’ “accordo del secolo” non sono le effettive clausole di quel piano sinistro, ma il fatto che la leadership palestinese probabilmente troverà modo di coesistere con esso, a spese del popolo palestinese oppresso, finché i soldi dei donatori continueranno a fluire e finché Abbas continuerà a chiamarsi presidente.

– Ramzy Baroud è giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons” [Queste catene saranno rotte: storie palestinesi di lotta e ribellione nelle carceri israeliane], (Clarity Press, Atlanta). Il dr. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA), Istanbul Zaim University (IZU).

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il “campo pacifista” di Israele rischia di scomparire

Jonathan Cook

7 Febbraio 2020 –The Electronic Intifada

Per il cosiddetto “campo pacifista” di Israele gli scorsi 12 mesi di elezioni generali – la terza è prevista il 2 marzo – sono stati vissuti come una continua roulette russa, con sempre minori opportunità di sopravvivenza.

Ogni volta che la canna della pistola elettorale è stata ruotata, i due partiti parlamentari collegati al sionismo liberale, Labour e Meretz, si sono preparati alla loro imminente scomparsa.

Ed ora che la destra israeliana ultranazionalista celebra la presentazione del cosiddetto “piano” per la pace di Donald Trump, sperando che porterà ancora più dalla sua parte l’opinione pubblica israeliana, la sinistra teme ancor di più l’estinzione elettorale.

Di fronte a questa minaccia Labour e Meretz – insieme ad una terza fazione di centro-destra ancor più minuscola, Gesher – a gennaio hanno annunciato l’unificazione in una lista unica in tempo per il voto di marzo.

Amir Peretz, capo del Labour, ha ammesso francamente che i partiti sono stati costretti ad un’alleanza.

“Non c’è scelta, anche se lo facciamo contro la nostra volontà”, ha detto ai dirigenti del partito.

Alle elezioni di settembre i partiti Labour e Meretz, presentatisi separatamente, hanno a malapena superato la soglia di sbarramento.

Il partito Labour, un tempo egemone, i cui leader hanno fondato Israele, ha ottenuto solo cinque dei 120 seggi in parlamento – il risultato più basso di sempre.

Il partito sionista più di sinistra, il Meretz,, ha ottenuto solo 3 seggi. È stato salvato solo dall’alleanza con due partiti minori, teoricamente di centro.

Sempre fragile

Anche al culmine del processo di Oslo alla fine degli anni ’90, il “campo pacifista” israeliano era una costruzione fragile, senza sostanza. Al tempo vi era un dibattito scarsamente rilevante tra gli ebrei israeliani riguardo a quali concessioni fossero necessarie per raggiungere la pace, e sicuramente riguardo a come potesse configurarsi uno Stato palestinese.

Le recenti elezioni, che hanno fatto del leader del Likud Benjamin Netanyahu il Primo Ministro israeliano più a lungo in carica, e la generale euforia riguardo al piano “di pace” di Trump, hanno indicato che l’elettorato ebraico israeliano favorevole ad un processo di pace – anche del tipo più blando – è del tutto scomparso.

Da quando Trump è diventato presidente, la principale opposizione a Netanyahu è passata dal Labour al partito Blu e Bianco, guidato da Benny Gantz, un ex capo di stato maggiore dell’esercito israeliano che è stato il responsabile della distruzione di Gaza nel 2014.

Il suo partito è nato un anno fa, in tempo per l’ultimo voto di aprile e nelle due elezioni generali dello scorso anno i partiti di Gantz e Netanyahu hanno praticamente pareggiato.

I commentatori, soprattutto in nord America e in Europa, hanno accomunato Blu e Bianco con Labour e Meretz come il “centro sinistra” israeliano. Ma il partito di Gantz non si è mai presentato come tale.

Si pone stabilmente a destra, attraendo gli elettori stanchi dei guai molto discussi sulla corruzione di Netanyahu –deve affrontare tre diverse imputazioni per frode e corruzione – o del suo continuo accondiscendere ai settori più religiosi della società israeliana, come i seguaci del rabbinato ortodosso e il movimento dei coloni.

Gantz e il suo partito si sono rivolti agli elettori che vogliono un ritorno ad un sionismo di destra più tradizionale e laico, che un tempo era rappresentato dal Likud – capeggiato da figure come Ariel Sharon, Yitzhak Shamir e Menachem Begin.

Non è stata quindi una sorpresa che Gantz abbia fatto a gara con Netanyahu nell’appoggiare il piano di Trump che sancisce l’annessione delle colonie illegali della Cisgiordania e della Valle del Giordano.

Ma le difficoltà della destra israeliana sono iniziate molto prima della nascita di Blu e Bianco. E per un po’ di tempo sia il Labour che il Meretz hanno cercato di reagire ostentando una linea più intransigente.

Abbandonare Oslo

Sotto la guida di diversi leader il Labour si è progressivamente allontanato dai principi degli accordi di Oslo che ha firmato nel 1993. Il discredito di quel processo è avvenuto in larga misura perché lo stesso Labour all’epoca ha rifiutato di impegnarsi in buona fede nei colloqui di pace con la leadership palestinese.

Nel 2011, dando un segnale generalmente interpretato come il riposizionamento del partito Laburista, la candidata alla sua guida ed ex capo del partito, Shelly Yachimovich, ha puntualizzato che le colonie, che violano il diritto internazionale, non erano un “peccato” o un “crimine”.

In un momento di sincerità ha attribuito direttamente al Labour la loro creazione: “È stato il partito Laburista che ha dato inizio all’impresa coloniale nei territori. Questo è un fatto. Un fatto storico.”

Questo graduale allontanamento dal sostegno anche solo a parole il processo di pace è culminato nell’elezione del ricco uomo d’affari Avi Gabbay come leader del partito Laburista nel 2017.

Nel 2014 Gabbay aveva contribuito a finanziare, insieme a Moshe Kahlon, un ex Ministro delle Finanze del Likud, il partito di destra Kulanu. Lo stesso Gabbay, benché non eletto, ha ricoperto brevemente un ruolo ministeriale nella coalizione di estrema destra di Netanyahu dopo le elezioni del 2015.

Una volta diventato leader del Labour, Gabbay ha fatto eco alla destra stralciando in gran parte il processo di pace dal programma del partito. Ha dichiarato che qualunque concessione ai palestinesi non doveva includere l’“evacuazione” delle colonie.

Ha anche suggerito che fosse più importante per Israele mantenere per sé l’intera Gerusalemme, compresa la parte est occupata, piuttosto che raggiungere un accordo di pace.

Il suo successore (e due volte predecessore) Amir Peretz potrebbe sembrare teoricamente più moderato. Ma ha mantenuto legami con il partito Gesher, fondato da Orly Levi-Abekasis alla fine del 2018.

Levi-Abekasis è un ex deputato di Yisrael Beitenu [Israele è casa nostra], il partito di estrema destra che è ripetutamente entrato nei governi di Netanyahu ed è guidato da Avigdor Lieberman, ex Ministro della Difesa e colono.

Abbandonare la minoranza palestinese di Israele.

Il Meretz ha intrapreso un percorso ancor più drastico di allontanamento dalle proprie origini di partito pacifista, lo scopo per il quale è stato espressamente creato nel 1992.

Fino a poco tempo fa il partito aveva l’unico gruppo parlamentare apertamente impegnato per la fine dell’occupazione e posto i colloqui di pace al centro del proprio programma. Tuttavia, a partire dall’indebolimento (degli accordi) di Oslo alla fine degli anni ’90, non ha mai conquistato più di una mezza dozzina di seggi.

Di fatto dal 2014 il Meretz si è pericolosamente avvicinato alla scomparsa elettorale. In quell’anno il governo Netanyahu ha alzato la soglia elettorale a quattro seggi per poter entrare in parlamento, nel tentativo di eliminare quattro partiti che rappresentavano l’ampia minoranza di 1,8 milioni di cittadini palestinesi di Israele.

I partiti palestinesi hanno reagito creando una Lista Unita per superare la soglia. Ed in un chiaro esempio di conseguenze impreviste, la Lista Unita è attualmente il terzo più grande partito della Knesset [parlamento israeliano, ndtr.].

Da parte sua, il Meretz è stato lacerato dalle divisioni su come procedere.

Dopo le elezioni di aprile dello scorso anno, in cui a fatica ha superato la soglia, nel Meretz ci sono state voci che chiedevano di prendere una nuova direzione, promuovendo la partnership ebraico-araba. I suoi molto votati rappresentanti “arabi”, Issawi Freij e Ali Salalah, si dice abbiano salvato il partito raccogliendo in aprile un quarto dei voti dai cittadini palestinesi di Israele, quelli che rimasero di quanti vennero espulsi dalle proprie terre nel 1948 durante la Nakba.

La minoranza palestinese è diventata sempre più politicamente polarizzata, esasperata dall’incapacità dei partiti ebraici di affrontare le sue preoccupazioni riguardo alla sistematica discriminazione che subisce.

I più votano per la Lista Unita. Ma una piccola parte della minoranza palestinese sembra stanca di gettare via quello che finisce per essere un voto di protesta.

Di fronte ad una sempre più forte istigazione anti-araba da parte della destra, guidata dallo stesso Netanyahu, alcuni erano sembrati pronti ad andare verso la società ebraica israeliana attraverso il Merertz.

Alcuni dirigenti del Meretz, guidati da Freij, hanno anche proposto di scindere la Lista Unita e creare un’alleanza con alcuni dei suoi partiti, soprattutto Hadash-Jebha, un’alleanza socialista che già include un gruppo ebraico minoritario.

Ma nella corsa al voto di settembre i dirigenti del Meretz hanno di fatto cassato qualunque ulteriore intenzione di promuovere questi tentativi di collegamento con la minoranza palestinese. In luglio il partito ha istituito un nuovo gruppo, chiamato Unione Democratica, con due nuovi partiti guidati da ex politici del Labour – il Movimento Verde di Stav Shaffir e il partito Democratico di Ehud Barak.

Improbabili alleati

Shaffir si era inimicata molti cittadini palestinesi durante le brevi proteste per la giustizia sociale nel 2011 in cui si è messa in risalto. I leader della protesta hanno lavorato sodo per mantenere a distanza i cittadini palestinesi e hanno ignorato le questioni relative all’occupazione, in modo da creare un’ampia coalizione ebraica sionista.

I precedenti di Barak – l’ex Primo Ministro è stato colui che ha messo il campo pacifista sulla sua strada di autodistruzione dichiarando che i palestinesi non erano “partner per la pace” –erano ancor più problematici.

Ha descritto il suo partito Democratico come “a destra del partito Laburista”. Il suo programma non faceva menzione di una soluzione di due Stati e della necessità di porre fine all’occupazione.

Nitzan Horowitz, il leader del Meretz, in quel momento ha giustificato l’alleanza in base al fatto che “abbiamo bisogno di aumentare la nostra forza (elettorale)”.

E, a parte il ruolo di Barak nell’ostacolare il processo di Oslo, nel 2000 come Primo Ministro all’inizio della seconda intifada diresse anche una violenta repressione poliziesca delle proteste civili dei cittadini palestinesi, in cui furono uccise 13 persone.

L’anno seguente Barak perse le elezioni a Primo Ministro dopo che i cittadini palestinesi infuriati boicottarono in massa il voto, di fatto spianando la strada alla vittoria del suo sfidante del Likud, Ariel Sharon.

Solo l’anno scorso, vent’anni dopo, Barak ha espresso le scuse per il suo ruolo in quelle 13 morti, come verosimile prezzo per entrare nell’alleanza con Meretz.

Ora il Meretz ha rotto l’alleanza con Barak e Shaffir. Ma facendolo, si è spostato ancor più a destra. Il suo accordo elettorale di gennaio con Labour e Gesher per le elezioni del 2 marzo sembra chiudere la porta ad ogni futura alleanza arabo-ebraica.

Il Meretz ha relegato Freij, il suo candidato palestinese di punta, in una irrealistica undicesima posizione [nella lista dei candidati].

Recenti sondaggi indicano che la nuova coalizione si aggiudicherà solo nove seggi.

Un improbabile scenario

Né il Meretz né il Labour hanno mai veramente rappresentato un significativo campo pacifista. Entrambi hanno una storia precedente di entusiastico appoggio a ogni recente guerra che Israele ha lanciato, benché parti del Meretz abbiano avuto abitualmente dei ripensamenti quando le operazioni si prolungavano e aumentavano le vittime.

Pochi, anche nel Meretz, hanno chiarito che cosa significhi il campo pacifista o come considerino uno Stato palestinese.

La “prospettiva” di Trump ha risposto a queste domande in modo del tutto negativo per i palestinesi. Ma il suo piano si allinea ai sondaggi che indicano che molto meno della metà degli ebrei israeliani sostiene alcun tipo di Stato palestinese, praticabile o no.

Ugualmente problematico per i sionisti liberali del Meretz e del partito Laburista è come contrastare la sistematica discriminazione nei confronti dei cittadini palestinesi di Israele senza compromettere lo status ebraico dello Stato imposto per legge.

I fondamenti sionisti di Israele implicano privilegi per i cittadini ebrei rispetto a quelli palestinesi, dall’immigrazione ai diritti sulla terra e la separazione tra le due popolazioni negli ambiti sociali, dalla residenza all’istruzione.

Ma senza qualche forma di accordo con la minoranza palestinese è impossibile immaginare come il cosiddetto campo pacifista possa ottenere qualche successo elettorale, come previsto l’anno scorso dall’ex leader del Meretz Tamar Zandberg.

L’enigma è che sottrarre potere alla destra estremista e religiosa guidata da Netanyahu dipende da una quasi impossibile alleanza sia con la destra laica e militarista guidata da Gantz, sia con la Lista Unita.

Dato il razzismo anti-arabo dilagante nella società israeliana, nessuno crede davvero che una tale configurazione politica sia realizzabile. Questo è in parte il motivo per cui Netanyahu, gli estremisti religiosi e i coloni continuano a dettare l’agenda politica, mentre il “centro-sinistra” israeliano rimane a mani vuote.

Jonathan Cook ha vinto il Premio Speciale per il Giornalismo ‘Martha Gellhorn’.

I suoi ultimi libri sono: ‘Israel and the clash of civilization: Iraq, Iran and the plan to remake the Middle East’ [Israele e lo scontro di civiltà: Iraq, Iran e il piano per ridefinire il Medio Oriente] (Pluto Press) e ‘Disappearing Palestine: Israel’s experiments in human despair’ [Palestina che scompare: esperimenti israeliani di disperazione umana] (Zed Books).

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Dove sono finite le masse arabe?

Amira Abo el-Fetouh

10 febbraio 2020 – Middle East Monitor

Donald Trump ha fatto scoppiare una bomba con il suo “accordo del secolo”, che elimina ciò che rimane della Palestina storica e liquida completamente la causa palestinese. I Paesi arabi avrebbero dovuto ribellarsi all’unanimità contro di esso. Le masse arabe avrebbero dovuto scendere in piazza a milioni come reazione naturale all’accordo. Non è successo, nemmeno nei territori palestinesi occupati in Cisgiordania. Quelli che sono scesi in strada, un po’ timidamente, lo hanno fatto in Giordania, Algeria e Marocco.

Che cosa è successo al popolo arabo? Dove sono finite le masse? Si sono affievoliti i loro sentimenti verso la principale causa araba, la Palestina? Abbiamo assistito a manifestazioni di massa negli anni passati, quando, ad esempio, Ariel Sharon profanò la moschea di Al-Aqsa; quando Mohammad Al-Durra, 12 anni, fu ucciso; quando lo sceicco Ahmed Yassin, Abdel Aziz Al-Rantisi e altri furono trasformati in martiri. Le masse sono scese in piazza anche durante i frequenti attacchi israeliani contro i palestinesi nella Striscia di Gaza.

La recente debole risposta ricorda la reazione alla decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale “indivisa” dello Stato di Israele. All’epoca lo stesso presidente degli Stati Uniti dichiarò di essersi aspettato una reazione maggiore dagli arabi. Sono sicuro che sia stata la mancanza di una reazione infuriata che lo ha incoraggiato a fare tante altre mosse ingiuste a favore del nemico sionista, che avrebbero dovuto provocare gli arabi – ma gli era stato assicurato che, come Nazione unita, sono moribondi. Tali mosse includono il via libera a Israele per annettere le alture del Golan siriano e gli insediamenti sionisti illegali, oltre al taglio delle donazioni statunitensi all’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e il Lavoro [per i rifugiati palestinesi in Medio Oriente, ndtr.] (UNRWA), tutte preludio al malaugurato accordo.

Invece di scendere in strada, le masse arabe apparentemente si accontentano di dichiarare la loro rabbia attraverso i social media, senza dubbio perché sono essi stessi oppressi da dittatori che governano con il pugno di ferro e non consentono alcun tipo di dissenso pubblico. Quando hanno preso il controllo della situazione, durante e dopo le rivoluzioni delle primavere arabe, le bandiere palestinesi sventolavano nelle piazze in solidarietà con il popolo palestinese.

In Egitto, ad esempio, dopo la rivoluzione un uomo scalò il muro del grattacielo dove al 12 ° piano si trova l’ambasciata israeliana e tirò giù la bandiera israeliana, che fu poi gettata a terra e bruciata; l’atto fu applaudito dai presenti. Al confronto è ben diverso il destino del giovane che qualche mese fa ha alzato una bandiera palestinese mentre guardava una partita di calcio. É stato arrestato e mandato a processo.

Questo è ciò che è accaduto al popolo arabo, e chiarisce perché Israele abbia cospirato contro le primavere arabe con i suoi agenti nella regione, in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti, in modo che leader nazionali controllati da Israele possano essere suoi subordinati a guardia dei confini. Nel suo discorso alla cosiddetta Lega araba il presidente del coordinamento della sicurezza con Israele, Mahmoud Abbas, ha ammesso il proprio tradimento. Ha detto di aver dato agli israeliani informazioni che potevano solo sognare di avere, ma che ora ha smesso e che dovranno difendersi da soli. Ha anche detto di credere che i palestinesi non abbiano bisogno di armi, e che cercherà di rendere lo Stato palestinese un’entità demilitarizzata. È un dato di fatto che i sovrani arabi vedano Israele come un’ancora di salvezza, per cui si affrettano a compiacerlo in ogni modo per garantirsi di rimanere sui propri troni.

È quindi vergognoso che il presidente del Consiglio militare di transizione in Sudan, Abdel Fattah Al-Burhan, abbia incontrato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in Uganda dopo l’annuncio dell’accordo della vergogna di Trump e abbia annunciato di aver accettato di normalizzare le relazioni con lo Stato sionista. Incredibilmente, ha affermato che la sua visita a Entebbe andrà a beneficio del popolo palestinese.

Dopo il viaggio di Al-Burhan – un tradimento sia per la nostra religione che per il popolo arabo – possiamo dire senza esagerazione che l’intera Valle del Nilo è ora sotto il dominio israeliano. Così si conclude l’assedio arabo totale del popolo palestinese, a cui viene ora chiesto di rinunciare a tutto all’interno del documento di resa mascherato da “piano di pace”.

Tuttavia, questo non accadrà. L’eroico popolo palestinese non si arrenderà mai e non abbandonerà mai la lotta. I palestinesi hanno già iniziato con azioni individuali, ma vogliamo che mettano in atto una rivolta collettiva guidata da una leadership unita che faccia tremare la terra sotto i piedi dei sionisti. Vogliamo una resistenza unita e un ritorno alla lotta del passato. La terra storica della Palestina, dal fiume al mare [cioè dal Giordano al Mediterraneo, ndtr.], sarà recuperata solo attraverso ogni tipo di legittima resistenza.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dallinglese di Luciana Galliano)




Israele blocca le esportazioni agricole palestinesi

Redazione di MEE

8 febbraio 2020 – Middle East Eye

In seguito alla presentazione dell’“accordo del secolo” Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese hanno intensificato le sanzioni economiche

Sabato l’agenzia di notizie ufficiale dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) Wafa ha informato che le autorità israeliane hanno bloccato le esportazioni palestinesi verso l’estero che passano dalla Giordania, in quanto le tensioni sono notevolmente cresciute da quando il 28 gennaio il presidente Donald Trump ha presentato la sua tanto criticata proposta per la soluzione del conflitto israelo-palestinese.

Mentre secondo il quotidiano israeliano Haaretz è prevista l’applicazione di un divieto ufficiale israeliano alle esportazioni palestinesi a partire da domenica, in un comunicato pubblicato dalla Wafa il ministero dell’Economia dell’ANP ha affermato che parecchi camion carichi di prodotti agricoli palestinesi sono già stati fatti tornare indietro dalle autorità israeliane dal valico con la Giordania.

L’unico posto di frontiera tra la Cisgiordania occupata e la Giordania è presidiato dalle autorità israeliane, che controllano l’entrata e l’uscita di persone e prodotti nei e dai territori palestinesi occupati.

L’iniziativa è arrivata dopo che all’inizio di questa settimana l’ANP ha annunciato che avrebbe vietato l’ingresso sul mercato palestinese di un certo numero di prodotti israeliani, come reazione per la decisione del ministro della Difesa Naftali Bennett del 31 gennaio di interrompere l’importazione in Israele di prodotti della Cisgiordania.

Nel contempo l’ordine di Bennett è una conseguenza del fatto che l’ANP ha boicottato per tre mesi l’importazione di bovini israeliani.

Con tutti i confini controllati da Israele, l’economia palestinese è molto vulnerabile alle sanzioni israeliane. Secondo la Wafa, nel 2018 le esportazioni agricole palestinesi, due terzi delle quali dirette in Israele, sono state del valore di 130 milioni di dollari.

La guerra commerciale arriva in un momento in cui la dirigenza palestinese ha categoricamente respinto il piano di Trump “pace per la prosperità”, che propone che Israele annetta formalmente Gerusalemme est e circa due terzi della Cisgiordania in cambio di uno Stato palestinese frammentato e smilitarizzato con un diritto al ritorno solo ridotto per i rifugiati palestinesi attualmente all’estero.

Chi ha criticato il cosiddetto “accordo del secolo” ha sostenuto che in effetti il piano intende ufficializzare un sistema di apartheid.

Come reazione il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ha minacciato di porre fine al coordinamento per la sicurezza con Israele, anche se l’ANP deve ancora mettere in atto questa iniziativa.

Da quando gli USA hanno presentato il piano completo, almeno cinque palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane. Mentre giovedì un palestinese cittadino di Israele è stato ucciso nella Città Vecchia di Gerusalemme dopo che aveva tentato di sparare a poliziotti israeliani, la maggioranza delle vittime stava partecipando a manifestazioni contro le proposte USA.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)