Trump: Israele sta perdendo influenza sul Congresso e la battaglia per l’opinione pubblica

Redazione di MEMO

2 settembre 2025 – Middle East Monitor

Lunedì il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che una volta, 15 anni fa, Israele aveva la più forte lobby nel Congresso, ma adesso ha perso tale influenza nonostante conservi la sua superiorità militare.

Israele aveva la più forte lobby che io abbia mai visto. Avevano il controllo totale del Congresso, adesso non più.”

Israele sta vincendo la guerra militarmente ma sta perdendo la battaglia per l’opinione pubblica,” ha aggiunto.

Ha sottolineato che nessuno ha dato ad Israele tanto quanto ha fatto lui durante la sua presidenza, descrivendo il suo supporto, incluso quello agli attacchi contro l’Iran, come “totale e senza precedenti.”

Trump ha osservato che i politici americani “non temono più di criticare Israele” come una volta, indicando i cambiamenti sulla scena politica statunitense riguardo alla guerra in Medio Oriente.

Ha anche affermato che Israele dovrebbe terminare la sua guerra contro Gaza perché “sta facendo male agli israeliani.”

Dal 7 ottobre 2023 le forze israeliane, sostenute direttamente dagli Stati Uniti e dagli Stati occidentali, hanno continuato una guerra di distruzione a Gaza che secondo il ministero della Sanità del territorio finora ha ucciso e ferito più di 224.000 palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Potere e resistenza: un nuovo rapporto mostra come la repressione antipalestinese rafforzi l’autoritarismo

Michael Arria

5 agosto 2025, Mondoweiss

Sappiamo che la repressione antipalestinese inevitabilmente porta all’inasprimento della repressione contro tutta la popolazione, ma un nuovo studio mostra nel dettaglio come questo avviene.

L’associazione dei Musulmani Americani per la Palestina (AMP) ha appena pubblicato un esauriente rapporto intitolato “Come la repressione antipalestinese sta creando un precedente autoritario in America”.

Dall’inizio del secondo mandato presidenziale di Trump il governo degli Stati Uniti ha drasticamente intensificato gli sforzi per punire l’attivismo filopalestinese creando modelli e precedenti legali per la repressione degli immigrati e delle minoranze in tutto il paese”, spiega il rapporto. “In effetti questi attacchi non hanno solo un effetto dissuasivo ma mirano a punire e criminalizzare qualsiasi protesta contro le politiche del governo USA. L’amministrazione Trump ha strumentalizzato le agenzie federali e gli organismi di regolamentazione (compreso il sistema giudiziario statunitense) e il Congresso dominato dai Repubblicani allo scopo di rafforzare il potere del presidente e sostenere provvedimenti incostituzionali volti a mettere a tacere e indebolire le lotte interconnesse per i diritti dei palestinesi, i diritti degli immigrati e la giustizia razziale”.

L’AMP ha tracciato gli attacchi del governo federale contro studenti e amministratori, la revoca dei visti, la detenzione illegale di attivisti e le minacce contro i finanziamenti alle università.

Inoltre, ha identificato i principali responsabili che rendono possibile o mettono in atto la repressione antipalestinese, tra cui funzionari dell’amministrazione Trump, organizzazioni filoisraeliane, social media e parlamentari.

Il rapporto evidenzia alcuni casi connessi alla repressione in ambito universitario. Ad esempio, ecco una voce che riguarda una studente di psicologia della Virginia Commonwealth University (VCU):

  • Sereem Haddad, una studente palestinese americana di 20 anni, faceva parte del movimento studentesco della VCU che mirava a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’oppressione dei palestinesi e sul genocidio a Gaza. Più di 200 componenti della sua famiglia allargata sono stati uccisi durante il genocidio. Nell’aprile del 2024 insieme ad altri studenti ha tentato di allestire un accampamento di solidarietà ben visibile nel campus della VCU. La stessa notte l’amministrazione dell’università ha chiamato la polizia perché sgomberasse gli studenti. Quando gli studenti si sono rifiutati di abbandonare l’accampamento la polizia li ha attaccati violentemente con spray al peperoncino, ha confiscato i loro beni e ha arrestato 13 di loro. Haddad ha dovuto essere portata in ospedale dopo che la polizia l’ha sbattuta per sei volte sul cemento causandole ferite alla testa, emorragie, tagli e contusioni. È stata arrestata senza alcuna accusa. In seguito, ha aiutato ad allestire una commemorazione pacifica per le vittime del genocidio di Gaza. Dato però che l’università ha cambiato velocemente le regole riguardanti le proteste nel campus, la commemorazione è stata considerata una violazione ai protocolli universitari per le proteste studentesche. Le è stata quindi negata la laurea dopo quattro anni, nonostante avesse conseguito il massimo dei voti”.

Il rapporto dell’AMP si conclude con una serie di raccomandazioni politiche. Il gruppo invita, tra le altre cose, a opporsi al progetto di legge n. 9495 della Camera dei deputati, tristemente noto come “ammazza associazioni senza scopo di lucro”, alla controversa definizione di antisemitismo della International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), e a sostenere le iniziative del movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS).

Chi lavora nell’ambito della giustizia per gli immigrati, della giustizia razziale, delle tutele sociali e più in generale della democrazia deve inoltre aver ben chiaro che l’eccezione palestinese alla libertà di parola e altri diritti ha reso possibile lo sgretolamento delle fondamenta istituzionali di tutte queste cause”, conclude il rapporto. “Proprio come la giustizia razziale e penitenziaria, insieme alla giustizia per gli immigrati, sono le stelle polari della fedeltà ai valori americani, non si può più tollerare che i palestinesi, i musulmani o i difensori della causa palestinese siano vittime giustificabili della violenza dello Stato o della cancellazione mediatica e istituzionale. I casi di repressione antipalestinese costituiscono un precedente autoritario e contro le minoranze”.

La Columbia paga 200 milioni di dollari per ripristinare i finanziamenti

Il mese scorso la Columbia University di New York ha annunciato che avrebbe pagato 200 milioni di dollari all’amministrazione Trump in relazione alle accuse di violazione delle leggi antidiscriminazione.

Questo accordo costituisce un importante passo avanti dopo un prolungato periodo di controlli governativi e di incertezza istituzionale”, ha dichiarato la presidente ad interim dell’università Claire Shipman.

La Columbia University è inoltre tenuta a pagare 21 milioni di dollari per chiudere le indagini avviate dalla Commissione statunitense per le pari opportunità sul lavoro (U.S. Equal Employment Opportunity Commission) e ha accettato di porre fine all’utilizzo della razza come criterio per promuovere la diversità nel processo di ammissione.

La decisione arriva mesi dopo che l’università ha accettato una serie di richieste da parte dell’amministrazione Trump, quasi tutte volte a soffocare le proteste filopalestinesi nel campus. Tra queste figurano il divieto di indossare maschere durante le proteste, l’aumento del numero di agenti di sicurezza nel campus e la revisione dei corsi di studi sul Medio Oriente, l’Asia meridionale e l’Africa.

La decisione coincide con la sospensione e l’espulsione di quasi 80 studenti coinvolti nelle proteste riguardanti Gaza.

Le interruzioni delle attività accademiche costituiscono una violazione delle politiche e delle regole dell’università e tali violazioni comporteranno inevitabilmente delle conseguenze”, ha dichiarato l’università.

Su Mondoweiss, Tamara Turki descrive in dettaglio come gli studenti attivisti si stanno riorganizzando in risposta a questa ondata di repressione.

È semplicemente assurdo che mentre vediamo i bambini morire di fame a Gaza siano gli studenti della Columbia a finire sotto processo”, ha dichiarato uno studente.

Rashid Khalidi cancella il corso

Rashid Khalidi, professore emerito di studi arabi moderni alla Columbia nella cattedra intitolata a Edward Said, afferma che si ritirerà dall’insegnamento del suo corso autunnale a causa dell’accordo.

Mi rammarico profondamente che le decisioni della Columbia mi abbiano costretto a privare dell’opportunità di seguire questo corso i quasi 300 studenti che si sono iscritti per frequentarlo nel prossimo semestre, così come hanno fatto centinaia di altri studenti per oltre vent’anni, negando loro la possibilità di conoscere la storia del Medio Oriente moderno”, ha scritto Khalidi in un articolo pubblicato sul Guardian. “Sebbene non sia possibile compensarli pienamente della privazione dell’opportunità di seguire il corso, ho intenzione di offrire una serie di conferenze pubbliche a New York incentrate su alcune parti del programma, che saranno trasmesse in streaming e rese poi disponibili online. I proventi, se ce ne saranno, andranno alle università di Gaza, tutte distrutte da Israele con munizioni statunitensi, un crimine di guerra sul quale né la Columbia né altre università statunitensi hanno ritenuto opportuno dire una sola parola”.

La capitolazione della Columbia ha trasformato un’università che un tempo era un luogo di libera ricerca e apprendimento nell’ombra di ciò che era, un’anti-università, una zona di sicurezza recintata con controlli elettronici all’ingresso, un luogo di paura e disgusto, dove docenti e studenti ricevono dall’alto indicazioni su ciò che possono insegnare e dire, sotto pena di severe sanzioni”, ha continuato. “È vergognoso che tutto questo venga fatto per coprire uno dei più grandi crimini di questo secolo, il genocidio in corso a Gaza, un crimine di cui la leadership della Columbia è ora pienamente complice”.

In un’intervista con Democracy Now, a Khalidi è stato chiesta specificatamente un’opinione sulla presidente ad interim dell’università Claire Shipman, che ha difeso l’accordo.

Khalidi:

Penso che stia fungendo da portavoce di quella che io chiamo la quinta colonna all’interno del Consiglio di amministrazione, della comunità dei donatori e fra alcuni docenti, per i quali qualsiasi critica a Israele è inaccettabile, certamente molte critiche a Israele sono inaccettabili, e qualsiasi o molte critiche al sionismo sono inaccettabili.

Non credo che i valori della Columbia includano la possibilità che un supervisore nominato dal governo e proveniente da un’azienda che a giugno ha celebrato l’indipendenza di Israele, o ha celebrato Israele, possa entrare nelle aule, possa partecipare alle riunioni, possa raccogliere i nostri dati. Se questo è il valore che la Columbia sostiene, è un valore da Stasi [ la principale organizzazione di sicurezza e spionaggio della Germania dell’Est, ndt.]. È un valore dittatoriale, in cui il governo nomina un supervisore per controllare ciò che accade all’interno di un’università privata e indipendente. Quali valori sono protetti dalla definizione dell’IHRA? L’unico valore protetto è l’impunità di Israele mentre commette un genocidio.

Ci sono molti altri aspetti dell’accordo, come la nomina di un amministratore speciale, un vice-rettore. Perché i corsi di studio sul Medio Oriente richiedono un esame approfondito? Cosa c’è di sbagliato in ciò che viene insegnato alla Columbia? Si tratta di corsi estremamente popolari. Rappresentano il sapere di una vasta gamma di persone, non solo di coloro che insegnano alla Columbia. Rappresentano, in sostanza, il sapere più rispettato nel campo. Non c’è bisogno di qualcuno che supervisioni gli studi sul Medio Oriente alla Columbia, così come non c’è bisogno di nessuno che supervisioni altri studi di area, che è poi quello a cui si mira. E senza dubbio l’amministrazione Trump continuerà a tirare la corda su questioni di razza, di genere, sull’espansione della Columbia ad Harlem. Queste cose saranno proibite. Non sarà permesso parlare di razza, non sarà permesso parlare di genere, proprio come presto non sarà permesso parlare di… ora, secondo queste regole, non è permesso parlare di certi aspetti di Israele e del sionismo.

Secondo alcuni, per quanto riguarda la Columbia non si può parlare di “capitolazione”, dato che l’amministrazione stava già prendendo di mira gli studenti filopalestinesi prima che Trump entrasse in carica.

Non possiamo inquadrare la questione come ‘capitolazione di fronte all’amministrazione Trump’ SPECIALMENTE nel caso della Columbia. Trump fa la parte del poliziotto cattivo mentre l’amministrazione universitaria fa la parte del poliziotto buono in un assalto coordinato alla solidarietà con la Palestina, ha scritto su Twitter il critico dei media Adam Johnson. “I donatori e i dirigenti della Columbia sono in larga parte d’accordo con Trump su questo punto”.

[traduzione di Federico Zanettin]




L’euforia della “vittoria” di Israele sull’Iran sta rapidamente cedendo il passo alla disillusione.

Meron Rapoport

27 giugno 2025- +972Magazine

Politicamente, Netanyahu potrebbe sembrare il vincitore della “Guerra dei 12 giorni”. Ma Israele non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi militari ed è impossibile ignorare Gaza.

“Possiamo dire che questa è la più grande vittoria nella storia dello Stato di Israele?”. È quanto ha chiesto un conduttore del Canale 12 israeliano al generale in pensione dell’esercito israeliano Giora Eiland – padre del cosiddetto “Piano dei Generali” per affamare e ripulire etnicamente le città più settentrionali di Gaza – circa due ore dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco tra Israele e Iran, il 24 giugno. Eiland si è mostrato modesto. La vittoria nella guerra del 1967 è stata più grande, ha rassicurato il conduttore, ma si è trattato certamente di un risultato straordinario.

Essendo abbastanza vecchio da ricordare l’euforia seguita alla guerra del 1967, non posso negare gli echi tra la Guerra dei Sei Giorni e questa “Guerra dei Dodici Giorni” con l’Iran: lo stesso sollievo collettivo per una minaccia esistenziale percepita come presumibilmente eliminata, lo stesso disprezzo e la stessa presa in giro per le prestazioni del nemico, lo stesso orgoglio travolgente per l’abilità militare di Israele, unito alla convinzione che una tale vittoria garantisca il futuro del Paese per i decenni a venire.

Ma come la storia ci ricorda, la guerra del giugno 1967 non fu l’ultima per Israele. Tutt’altro. Per molti versi, segnò l’inizio di una nuova era di spargimenti di sangue. L’attuale guerra a Gaza, e forse anche quella con l’Iran, possono essere viste come una diretta continuazione di quel “glorioso trionfo”.

Ci vollero anni dopo il 1967 perché gli israeliani capissero che la guerra non aveva inaugurato la trasformazione che speravano. Questa volta, la disillusione si è fatta sentire quasi immediatamente. Poche ore dopo l’improvviso annuncio del cessate il fuoco da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump era già evidente che una vittoria sull’Iran difficilmente avrebbe posto fine al conflitto di Israele con la Repubblica Islamica, per non parlare di tutte le sue guerre future.

Nelle prime ore di domenica mattina, subito dopo l’attacco statunitense ai siti nucleari iraniani, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato: “Vi avevo promesso che gli impianti nucleari iraniani sarebbero stati distrutti, in un modo o nell’altro. Quella promessa è stata mantenuta”. In un discorso televisivo, Trump ha ribadito tale opinione, sostenendo che i siti erano stati “totalmente distrutti” nell’attacco aereo di sabato sera.

Gli iraniani hanno subito replicato di aver rimosso la maggior parte dell’uranio arricchito da Fordow prima dell’attacco, mentre un servizio della CNN che citava fonti di intelligence statunitensi ha rivelato che l’attacco aveva probabilmente ritardato il programma nucleare iraniano di “qualche mese” al massimo. Dato che l’obiettivo dichiarato della guerra era quello di eliminare la minaccia immediata di una bomba iraniana – e che l’intelligence statunitense non ha mai creduto che l’Iran fosse vicino a produrne una – è difficile sostenere che questo obiettivo sia stato raggiunto.

L’ “amaro sapore ” della guerra

Un altro punto interrogativo incombe sull’impatto della guerra sulla deterrenza di Israele in Medio Oriente. Da un lato, l’esercito israeliano ha chiaramente dimostrato una schiacciante superiorità: ha sorvolato lo spazio aereo iraniano senza ostacoli, possedeva informazioni precise sulla posizione di alti funzionari della difesa e scienziati nucleari iraniani e ha effettuato attacchi mirati con notevole precisione. Le sue capacità operative e tecnologiche si sono mostrate pienamente. Israele ha anche dimostrato di poter agire come un bullo di quartiere nella regione – ignorando il diritto internazionale e aggirando i negoziati in corso tra l’Iran e l’amministrazione Trump – pur continuando a godere di un sostegno incrollabile da parte dell’Occidente, soprattutto di Washington.

Ma mentre il successo di Netanyahu nel trascinare gli Stati Uniti in una guerra da lui stesso avviata ha il rafforzato l’immagine di Israele come potenza regionale, sarebbe un errore sottovalutare il livello di deterrenza che l’Iran è riuscito a stabilire.

Dal 1948, le principali città israeliane non avevano mai affrontato il tipo di minaccia prolungata sperimentata durante questa guerra: numerosi edifici ridotti in macerie; altri 25 destinati alla demolizione a causa di danni strutturali; 29 civili israeliani uccisi; quasi 10.000 persone rimaste senza casa; oltre 40.000 richieste di risarcimento presentate all’autorità fiscale, strade delle città svuotate e attività economiche bloccate. Il 7 ottobre è stato orribile, ma è stato ampiamente percepito dagli israeliani come una catastrofe senza precedenti. La guerra di 12 giorni con l’Iran, tuttavia, ha intaccato il loro consolidato senso di sicurezza. Milioni di persone hanno sentito che iniziava a incrinarsi il loro senso di invulnerabilità.

L’Iran ha dimostrato che, nonostante le difese all’avanguardia di Israele, il territorio di quest’ultimo è pur sempre vulnerabile. Le immagini di distruzione da Tel Aviv, Bat Yam e Be’er Sheva assomigliavano a scene di Gaza e sono state ampiamente diffuse in tutta la regione, anche da coloro che non necessariamente sostengono il regime iraniano. Anche se la maggior parte degli israeliani ritiene che la sofferenza “valga il prezzo” di infliggere un duro colpo all’Iran, la costante corsa ai rifugi, le notti insonni e il disorientamento quotidiano hanno lasciato un segno psicologico duraturo. Se il conflitto dovesse riaccendersi, è improbabile che gli israeliani lo affronteranno con la stessa compostezza.

È chiaro che Netanyahu e la leadership israeliana non cercavano un confronto prolungato con l’Iran, proprio perché avrebbe minato la narrazione della “vittoria totale” che ha dominato i primi giorni della campagna. Questo probabilmente spiega perché subito dopo l’attacco statunitense al nucleare iraniano la maggior parte dei commentatori e degli analisti israeliani ha iniziato a parlare di “chiudere la storia”.

Eppure anche in questo limitato confronto di 12 giorni Israele non ha raggiunto i suoi obiettivi dichiarati. In una conferenza stampa poco dopo l’inizio dell’offensiva Netanyahu ha definito tre obiettivi: smantellare il programma nucleare iraniano, eliminare le sue capacità missilistiche balistiche e troncare il suo sostegno all'”asse del terrore”. Il Ministro della Difesa Israel Katz si è spinto oltre, affermando che uno degli obiettivi di Israele era assassinare l’ayatollah Ali Khamenei – di fatto, innescare un cambio di regime.

Quell’obiettivo “finale” non è stato raggiunto. Infatti, mentre i dettagli dell’accordo di cessate il fuoco tra Trump e Teheran rimangono poco chiari, è evidente che nessuno dei tre obiettivi di Netanyahu è stato raggiunto. L’Iran non ha fretta di tornare ai colloqui sul nucleare, accusando Washington di doppiezza per aver intrapreso azioni diplomatiche mentre dava il via libera agli attacchi israeliani. Non è stato limitato l’arsenale missilistico iraniano in espansione, che il Capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano Eyal Zamir ha indicato come la ragione principale dell'”attacco preventivo”. E non vi è alcuna riduzione del sostegno iraniano al suo cosiddetto “anello di fuoco”: la rete regionale di alleati dell’Iran che circonda Israele.

Se Israele è emerso come la potenza militare superiore, diplomaticamente sembra aver guadagnato poco, se non nulla. Questo risultato non dovrebbe sorprendere: dall’inizio della guerra a Gaza Netanyahu ha in gran parte abbandonato gli sforzi per stabilire chiari obiettivi diplomatici per l’azione militare, affidandosi invece alla forza come unico strumento politico, da Gaza e dal Libano alla Siria e ora all’Iran.

Quest’ultimo fronte ha nuovamente messo in luce i limiti di tale approccio. Fin dal primo giorno l’Iran ha dichiarato che non avrebbe negoziato sotto il fuoco nemico, chiedendo un cessate il fuoco prima di qualsiasi ritorno ai colloqui sul nucleare. Israele ha rifiutato e Netanyahu è sembrato applicare la stessa strategia precedentemente riservata ad Hamas: negoziati solo sotto il fuoco nemico. Eppure, alla fine, il cessate il fuoco è stato dichiarato senza alcuna (nota) precondizione, esattamente come richiesto dall’Iran.

Il divario tra “obiettivi” ambiziosi e “risultati” più sfuggenti sta già seminando delusione, almeno nella destra israeliana. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha parlato di un “sapore amaro” che accompagna la “vittoria decisiva”. Benny Sabti, un analista israeliano di origine iraniana che è diventato una voce di spicco nei notiziari israeliani durante la guerra, ha twittato che “un cessate il fuoco in mezzo al continuo lancio di razzi e alle vittime è una decisione irrazionale. L’Iran ne uscirà più forte”.

Persino l’apparente successo diplomatico di Netanyahu, che ha trascinato le forze armate statunitensi in una guerra iniziata da Israele, è ora in fase di rivalutazione. Solo pochi giorni fa è stato salutato come un trionfo personale per il premier israeliano, con il parlamentare Aryeh Deri che ha definito Trump “messaggero di Dio per il popolo ebraico”. Ma affidandosi agli Stati Uniti per sferrare il colpo finale a Fordow Israele ha di fatto ceduto una parte della sua autonomia, il che ha reso evidente che Trump ha ancora l’ultima parola. Dopo che l’Iran ha lanciato un missile tre ore dopo il cessate il fuoco Israele ha inviato aerei da guerra per rispondere. Ma mentre erano già in volo Trump ha pubblicamente avvertito Israele sul suo account Truth Social: “NON SGANCIATE QUELLE BOMBE”, costringendo gli aerei a tornare indietro.

Una restaurazione politica?

In apparenza Netanyahu sembra essere in Israele il grande vincitore di questa guerra. Persino i suoi più accaniti critici sui media gli hanno attribuito il merito del successo militare, per non parlare dei suoi sostenitori, che sono tornati a parlare di lui in termini quasi divini. Lui stesso sembra rinato: rilascia interviste, visita i siti di impatto missilistico, mangia falafel con la gente – gesti che aveva praticamente abbandonato dall’avvio della sua riforma giudiziaria, e certamente dal 7 ottobre. Non sorprende che sui media stiano già circolando speculazioni su una sua possibile convocazione di elezioni anticipate per capitalizzare sulla sua gloria ritrovata.

Ma i sondaggi pubblicati dopo l’attacco iniziale di Israele contro l’Iran sono stati meno incoraggianti per Netanyahu di quanto ci si poteva aspettare. Il Likud ha guadagnato terreno, ma il blocco di coalizione di destra rimane fermo alla previsione di 50 seggi alla Knesset, non sufficienti a impedire all’opposizione di formare un governo. Una possibile spiegazione è che i piloti dell’aeronautica e gli ufficiali dell’intelligence, i due gruppi forse più associati al movimento di protesta anti-Netanyahu, siano emersi come i veri eroi della guerra.

Il motivo principale per cui Netanyahu ha scelto questo momento per lanciare una guerra contro l’Iran è stato quello di far scomparire Gaza dalla vista: far dimenticare alla gente il suo fallimento nell’eliminare Hamas; far dimenticare gli ostaggi ancora prigionieri; far dimenticare la crescente indignazione internazionale per le immagini orribili provenienti dalla Striscia; far dimenticare la crescente frustrazione interna per la guerra; e far dimenticare che il mostruoso piano di spingere i palestinesi nel sud di Gaza in preparazione dell’espulsione è in stallo, ottenendo ben poco se non sparare ai civili affamati in attesa di cibo. Ma ora che la guerra con l’Iran è finita Gaza è di nuovo impossibile da ignorare.

Se qualche israeliano avesse avuto bisogno di un avvertimento, non ha dovuto aspettare a lungo: il 25 giugno sette soldati sono stati uccisi da un ordigno esplosivo improvvisato a Khan Yunis. E contrariamente alle speranze di Netanyahu, la pressione per porre fine alla guerra a Gaza non potrà che intensificarsi.

Anche prima del mortale incidente di Khan Yunis si percepiva già un palpabile senso di stanchezza e disperazione tra le truppe israeliane in servizio a Gaza, in particolare tra i riservisti. La guerra con l’Iran potrebbe infatti rafforzare la crescente convinzione tra gli israeliani che, se il Paese riesce ad affrontare con successo una minaccia apparentemente esistenziale come il programma nucleare iraniano, allora può certamente gestire una sfida di gran lunga inferiore come Hamas, raggiungendo un accordo per porre fine alla guerra in cambio di tutti gli ostaggi.

In effetti il “Forum degli Ostaggi e delle Famiglie Scomparse”, il principale gruppo che rappresenta le famiglie degli israeliani ancora prigionieri a Gaza, non ha perso tempo a fare il collegamento. “Chiunque praggiungere un cessate il fuoco con l’Iran può anche porre fine alla guerra a Gaza” ha dichiarato in una nota dopo il cessate il fuoco. Non è ancora chiaro se ora Trump farà pressione per porre fine alla guerra a Gaza al fine di rafforzare la sua immagine di pacificatore. Ma se dovesse procedere in questa direzione sarà molto più difficile per Netanyahu resistere, soprattutto dopo aver di fatto consegnato a Trump le chiavi per porre fine alla guerra con l’Iran.

Lo sfogo furioso di Steve Bannon, figura di spicco del MAGA, che ha definito Netanyahu uno “sfacciato bugiardo” per aver violato il cessate il fuoco mediato da Trump, è un segnale d’allarme. E i Paesi europei, molti dei quali hanno sostenuto Israele durante la guerra con l’Iran per un istintivo riflesso Occidente contro Oriente, potrebbero ora intensificare le loro minacce di sanzionare Israele, e forse persino darvi seguito, a meno che non “metta fine alle sofferenze” a Gaza..

Per oltre 30 anni la “minaccia esistenziale” dell’Iran – e l’affermazione che solo lui potesse neutralizzarla – è stata una delle carte politiche più potenti di Netanyahu. Ma ora l’ha giocata. E non sarà facile giocarla di nuovo. Non può affermare in modo credibile nel prossimo futuro che l’Iran sia sul punto di costruire una bomba senza minare proprio quella “vittoria decisiva” che ha celebrato in diretta televisiva.

Questo lascia la pulizia etnica a Gaza e l’annessione della Cisgiordania come obiettivi rimanenti del programma di Netanyahu. Ma politicamente queste sono carte molto più deboli, soprattutto se restano in piedi da sole, senza l’incombente spettro di un “asse del male” iraniano.

Senza una carta forte da giocare Netanyahu potrebbe arrivare a considerare un accordo globale su Gaza – come quello recentemente proposto da Gilad Erdan, ex ambasciatore a Washington e fedele sostenitore di Netanyahu – come la via più praticabile: porre fine alla guerra, riportare a casa gli ostaggi (i pochi ancora vivi) e andare alle elezioni cavalcando l’entusiasmo per la vittoria in Iran e le immagini di lui che abbraccia gli ostaggi al loro ritorno.

Smotrich e Ben Gvir probabilmente abbandonerebbero la coalizione. Ma se Netanyahu dovesse vincere le elezioni quasi certamente i due tornerebbero nel governo per portare avanti la riforma giudiziaria e l’annessione della Cisgiordania. Sarebbe una scommessa drammatica, e un’inversione di rotta rispetto a quasi tutto ciò che Netanyahu ha fatto negli ultimi 20 mesi. Ma paradossalmente, le probabilità di un simile cambiamento potrebbero essere aumentate dopo la conclusione poco chiara della guerra con l’Iran.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call.

(Traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Un sondaggio rivela che quasi la metà degli israeliani sostiene l’uccisione di tutti i palestinesi a Gaza da parte dell’esercito.

Nadav Rapaport , Tel Aviv, Israele

24 maggio 2025 – Middle East Eye

La stragrande maggioranza degli israeliani, compresi i laici, appoggia il trasferimento forzato dei palestinesi da Gaza e da Israele

Secondo un sondaggio dell’università statale della Pennsylvania la schiacciante maggioranza di ebrei israeliani appoggia il trasferimento dei palestinesi da Gaza.

L’indagine, condotta a marzo e pubblicata dal quotidiano Haaretz giovedì, ha rivelato che l’82% degli ebrei israeliani sostiene l’espulsione forzata dei palestinesi dalla Striscia di Gaza.

Nel contempo il 47% degli ebrei israeliani ha risposto affermativamente alla domanda: “Concordate con l’affermazione che l’esercito israeliano quando conquista una città nemica dovrebbe agire in modo simile a quello degli israeliti quando conquistarono Gerico sotto la guida di Giosué, cioè uccidendo tutti i suoi abitanti?”. Il riferimento è al racconto biblico della conquista di Gerico.

All’inizio di questo mese Israele ha lanciato nella Striscia assediata l’“Operazione Carri di Gedeone” che, secondo l’organo di informazione israeliano Ynet, ha lo scopo di portare avanti il piano del presidente USA Donald Trump di “svuotare Gaza”.

Ynet ha riferito che nel corso dell’operazione l’esercito israeliano intende spingere il maggior numero di palestinesi verso la zona di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, dove verranno distribuiti cibo e aiuti. Secondo Ynet il nuovo piano militare mira anche a promuovere l’“emigrazione volontaria” dei palestinesi.

Il nuovo piano ha ottenuto l’appoggio della maggioranza dell’opinione pubblica israeliana, nonostante che il capo di stato maggiore dell’esercito, Eyal Zamir, abbia avvertito che avrebbe costituito un danno per le vite degli ostaggi israeliani a Gaza.

Secondo un diverso sondaggio di Canale 13 il 44% dell’opinione pubblica israeliana approva l’operazione, mentre il 40% è contrario.

Lo stesso sondaggio rivela che l’opinione pubblica israeliana sostiene anche il proseguimento dell’assedio totale che Israele ha imposto alla Striscia di Gaza dall’inizio di marzo. Rivela che il 53% dell’opinione pubblica israeliana ritiene che Israele non dovrebbe consentire l’ingresso degli aiuti umanitari nell’enclave.

All’inizio della settimana il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che uno degli obbiettivi della guerra di Israele è realizzare il piano proposto da Trump di espellere i palestinesi da Gaza.

Durante una conferenza stampa Netanyahu ha detto che intende porre fine alla guerra, ma soltanto “a chiare condizioni che garantiscano la sicurezza di Israele: tutti gli ostaggi ritornino a casa, Hamas deponga le armi e lasci il potere, la sua leadership venga esiliata dalla Striscia.”

E noi portiamo avanti il piano di Trump – un piano che è veramente giusto e rivoluzionario”, ha aggiunto.

L’opinione pubblica laica appoggia l’espulsione

Secondo il sondaggio [dell’università] dello Stato della Pennsylvania l’appoggio all’espulsione di massa dei palestinesi dall’enclave si riscontra anche tra il 70% degli ebrei laici, parte dei quali sono considerati progressisti. Nel contempo il sostegno tra le comunità dei Masortim (tradizionalisti), dei religiosi e degli ultra-ortodossi supera il 90%.

L’ampio e trasversale appoggio a livello politico e sociale all’espulsione dei palestinesi non si ferma ai confini della Striscia di Gaza occupata. Secondo il sondaggio il 56% degli ebrei israeliani sostiene l’espulsione dei cittadini palestinesi di Israele dalla loro terra.

Mentre i livelli più alti di sostegno allo spostamento si sono registrati nelle comunità Masortim, religiose e ultra-ortodosse, superando il 60%, vi è anche un significativo sostegno tra i laici. Il sondaggio rivela che il 38% degli ebrei israeliani laici sostiene l’espulsione dei cittadini palestinesi di Israele dal Paese.

Commentando i risultati dell’indagine, Shay Hazkani, professore di storia e studi ebraici all’università del Maryland, e Tamir Sorek, docente del dipartimento di storia dell’università statale della Pennsylvania, hanno scritto: “C’è chi vede nello shock e nell’angoscia che hanno colpito l’opinione pubblica israeliana in seguito agli eventi del 7 ottobre l’unica spiegazione di questa radicalizzazione.

Ma il massacro sembra aver solo scatenato demoni che sono stati alimentati per decenni nei media e nel sistema giudiziario e in quello educativo.”

Durante tutta la guerra i media israeliani hanno ripetuto appelli all’espulsione e all’uccisione dei palestinesi. Recentemente organizzazioni israeliane per i diritti umani hanno inoltrato alla Corte Suprema la richiesta di aprire un’indagine contro Canale 14, considerato fedele a Netanyahu, con le accuse di “istigazione al genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.”

Anche il sistema educativo ha giocato un ruolo nel formare posizioni estremiste tra i giovani israeliani. Hazkani e Sorek affermano che dall’inizio degli anni 2000 si è sviluppato un processo di radicalizzazione.

Secondo il sondaggio solo il 9% degli uomini ebrei sotto i 40 anni, che rappresentano la maggioranza dei soldati in servizio effettivo o riservisti, è del tutto contrario alle idee di espulsione e trasferimento.

Linguaggio religioso

Solo lo scorso marzo la Corte Suprema ha respinto all’unanimità un ricorso presentato da organizzazioni per i diritti umani che tentava di costringere il governo a consentire l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Nella sentenza uno dei giudici ha utilizzato un linguaggio religioso per giustificare il verdetto.

Fin dall’inizio della guerra il linguaggio religioso è stato ampiamente usato in Israele per descrivere la guerra a Gaza. Uno dei termini frequentemente richiamato è “Amalek” – in riferimento ad un antico nemico degli Israeliti, contro il quale la tradizione ebraica impone una guerra totale.

Una settimana dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre Netanyahu ha esortato le truppe di terra a prepararsi ad entrare a Gaza per “ricordare che cosa vi ha fatto Amalek”.

Tuttavia il discorso religioso in Israele non si limita al pubblico religioso. Il sondaggio ha rivelato che il 65% della popolazione ebrea crede che vi sia un “Amalek” dei giorni nostri. E di questi, il 93% pensa che il “mitzvah”, o comandamento, di “spazzare via la memoria di Amalek” dovrebbe essere applicato ancora oggi.

Il sionismo, oltre ad essere un movimento nazionale, è anche un movimento di coloni immigrati, che cerca di cacciare via la popolazione locale”, scrivono Hazkani e Sorek.

L’aspirazione ad una assoluta e permanente sicurezza può condurre ad un piano operativo per eliminare la popolazione ostile e quindi ogni progetto coloniale di insediamento contiene potenzialmente la pulizia etnica e il genocidio.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Netanyahu definisce “inevitabile” l’espulsione forzata dei palestinesi da Gaza

Redazione di MEE

12 maggio 2025 – Middle East Eye

Di fronte a una commissione parlamentare il primo ministro israeliano si vanta del fatto che l’esercito sta “distruggendo sempre più case” per obbligare la gente ad andarsene.

Domenica il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che “il risultato inevitabile” della distruzione di Gaza da parte dell’esercito israeliano sarà l’espulsione forzata dei palestinesi dal territorio. Maariv [giornale israeliano di centro destra, ndt.] ha riportato che, rivolgendosi alla Commissione Affari Esteri e Difesa, Netanyahu ha detto che le forze israeliane stanno distruggendo “sempre più case” e che l’“unico risultato inevitabile sarà il desiderio dei gazawi di emigrare fuori dalla Striscia di Gaza,”.

Nel suo discorso alla commissione Netanyahu ha anche fatto riferimento per la prima volta ai controversi piani di USA e Israele per la distribuzione di aiuti nell’enclave, affermando che i palestinesi li riceveranno solo se non torneranno nelle zone da cui sono arrivati.

Le sue affermazioni contraddicono quanto è stato detto finora dall’esercito israeliano, dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale e dal Coordinatore per le Attività di Governo nei Territori (COGAT) riguardo al piano per la distribuzione degli aiuti.

Secondo il progetto di USA e Israele per consegnare aiuti alla Striscia, che è stato rifiutato dall’ONU in quanto “incompatibile con i principi umanitari”, i rappresentanti delle famiglie si recheranno a raccogliere gli aiuti da centri di distribuzione e li ripartiranno tra i propri familiari.

Per più di due mesi, da quando ha rotto unilateralmente il cessate il fuoco con Hamas, Israele si è rifiutato di consentire l’ingresso di ogni aiuto nella Striscia di Gaza.

Lunedì un istituto di monitoraggio della fame nel mondo ha sostenuto che a Gaza una carestia è imminente e che mezzo milione di persone è a rischio.

Far arrivare gli ebrei statunitensi”

Netanyahu ha anche detto alla commissione che il suo governo “per il momento non sta parlando di colonie israeliane nella Striscia”, ma ha confermato che gli USA sono interessati all’enclave.

Limor Son Har-Malech, parlamentare di estrema destra del partito Potere Ebraico che da molto tempo chiede la colonizzazione di Gaza, ha risposto alle affermazioni di Netanyahu suggerendo che Israele “faccia arrivare gli ebrei statunitensi in modo da prendere due piccioni con una fava.”

A febbraio il presidente USA Donald Trump ha affermato di progettare di impossessarsi della Striscia di Gaza, trasferire la popolazione palestinese in altri Paesi e ricostruire il territorio [trasformandolo] nella “Riviera del Medio Oriente”.

All’inizio di questo mese il governo Netanyahu ha ordinato l’estensione della guerra contro l’enclave palestinese, obbligando i palestinesi a spostarsi nel sud di Gaza.

Quando è stato annunciato il piano il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, di estrema destra, ha affermato che “alla fine” Israele occuperà Gaza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il Gabinetto di Sicurezza israeliano approva all’unanimità l’espansione delle operazioni militari a Gaza

Jonathan Lis e Nir Hasson

5 maggio 2025 – Haaretz

Secondo un funzionario israeliano, Netanyahu ha chiarito che questo piano differisce dai precedenti in quanto passa da operazioni basate su raid a “l’occupazione del territorio e una presenza israeliana di lungo periodo a Gaza”.

Nella notte tra lunedì e venerdì il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato all’unanimità un piano per espandere le operazioni nella Striscia di Gaza, secondo quanto riferito da fonti a conoscenza del dibattito. In linea di principio i ministri hanno anche approvato un progetto per la distribuzione di aiuti umanitari a Gaza tramite compagnie straniere.

I ministri sono stati informati di un piano in varie tappe che, come prima fase, prevede la presa e l’occupazione di aree aggiuntive lungo la Striscia e l’espansione della zona cuscinetto in mano alle IDF [le forze armate israeliane, ndt.], nel tentativo di fornire a Israele una ulteriore leva nei negoziati con Hamas.

Il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, era assente dalla riunione di gabinetto e ha inviato il suo vice al suo posto.

Il Capo di Stato Maggiore delle IDF, Eyal Zamir, ha dichiarato domenica, durante la visita a una base di commando della marina, che le IDF “opereranno in aree aggiuntive e distruggeranno tutte le infrastrutture, sia sopra che sottoterra”.

Durante la discussione del gabinetto di sicurezza è stato chiarito che la prossima fase della manovra militare mira ad aumentare la pressione su Hamas e a spingerla a mostrare flessibilità e ad accettare il rilascio di altri ostaggi con un altro accordo.

Secondo un funzionario israeliano, il piano prevede il trasferimento della popolazione della Striscia di Gaza a sud dell’enclave. Il funzionario ha affermato che Netanyahu ha chiarito che questo piano differisce dai precedenti in quanto passa da operazioni basate su raid a “l’occupazione del territorio e una presenza israeliana prolungata a Gaza”.

“Nel corso della discussione Netanyahu ha affermato che questo è un buon piano poiché può raggiungere gli obiettivi di sconfiggere Hamas e riavere gli ostaggi”, ha affermato il funzionario, aggiungendo che Netanyahu sta ancora spingendo per il piano di trasferimento [dei palestinesi fuori da Gaza, ndt.] e che sono attualmente in corso negoziati con diversi paesi su questo progetto.

Il Forum degli Ostaggi e delle Famiglie Scomparse ha risposto che il piano dovrebbe essere denominato “piano Smotrich-Netanyahu” di “rinuncia agli ostaggi, alla sicurezza e alla resilienza nazionale di Israele”. Nella dichiarazione hanno affermato che questo piano è un’ammissione da parte del governo di scegliere i territori anziché gli ostaggi, il che, a loro dire, è contro la volontà di oltre il 70% degli israeliani.

In linea di principio i ministri del governo hanno anche approvato un piano per la futura distribuzione di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza tramite aziende private straniere. Il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir è stato l’unico a opporsi a questa proposta, discutendo l’argomento con il capo di stato maggiore delle IDF. “Non capisco perché dovremmo dare loro qualcosa: hanno abbastanza cibo lì. Dovremmo bombardare le riserve alimentari di Hamas”, ha dichiarato Ben-Gvir. Il Capo di Stato Maggiore ha risposto: “Queste idee sono pericolose per noi” e Ben-Gvir ha replicato: “Non abbiamo alcun obbligo legale di sfamare coloro che stiamo combattendo, c’è abbastanza cibo”.

Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu è intervenuto, dicendo al Capo di Stato Maggiore che i ministri “possono esprimere opinioni diverse da quelle degli ufficiali dell’esercito”.

Il Procuratore Generale israeliano Gali Baharav-Miara ha osservato che Israele è legalmente obbligato a consentire l’ingresso di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Il Segretario di Gabinetto Yossi Fuchs ha osservato: “Per essere chiari, nessun ministro ha suggerito di farli morire di fame”. “Non l’ho detto”, ha replicato il Procuratore Generale.

Il Ministro Itamar Ben-Gvir ha interloquito: “C’è abbastanza cibo lì, non capisco. Da quando dovremmo automaticamente fornire aiuti a chiunque combatta contro di noi? Dove sta scritto esattamente nel diritto internazionale?”

A livello politico i presenti hanno indicato la prevista visita del presidente degli Stati Uniti Donald Trump in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti tra circa dieci giorni come un potenziale catalizzatore che potrebbe spingere entrambe le parti verso un accordo, nonostante permangano significative divergenze.

Nel frattempo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha dichiarato domenica che nelle ultime nove settimane Israele ha bloccato l’ingresso di tutti i rifornimenti a Gaza. Di conseguenza, panetterie e mense comunitarie non sono più operative e i magazzini alimentari sono stati svuotati. “La struttura del piano che ci è stata presentata significherà che ampie zone di Gaza, comprese le persone meno mobili e più vulnerabili, continueranno a rimanere senza rifornimenti”, ha scritto l’organizzazione, aggiungendo che il piano “contravviene i fondamentali principi umanitari… È pericoloso costringere i civili a recarsi in zone militarizzate per ricevere cibo”. L’organizzazione ha inoltre osservato che il Segretario Generale delle Nazioni Unite e il Coordinatore dei Soccorsi di Emergenza hanno chiarito che non parteciperanno a piani che non rispettino i “principi umanitari globali di umanità, imparzialità, indipendenza e neutralità”.

Il governo israeliano si è riunito domenica, dopo che le IDF sabato hanno iniziato a emettere migliaia di ordini di chiamata alle armi per i riservisti in preparazione dell’espansione della campagna a Gaza. Secondo fonti militari non è ancora chiaro quanto durerà il nuovo servizio dei riservisti, ma si prevede che sarà di “durata significativa”.

Le IDF hanno inoltre affermato che Hamas continua a respingere le proposte avanzate durante i negoziati e che gli obiettivi dichiarati della guerra, in particolare la restituzione degli ostaggi, non sono cambiati. La maggior parte dei riservisti verrà schierata per sostituire i soldati regolari attualmente in servizio al confine settentrionale e in Cisgiordania, liberando così ulteriori unità permanenti dell’esercito destinate a rafforzare le operazioni di combattimento a Gaza.

Questa mossa segna un allontanamento dal dispiegamento operativo pianificato per il prossimo anno, presentato in precedenza ai riservisti. Ancor prima della pubblicazione degli ordini di chiamata molti ufficiali e soldati avevano annunciato di non volersi presentare per la successiva tornata di combattimenti, spesso perché esausti.

Dopo che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu la scorsa settimana ha dichiarato che “l’obiettivo supremo è ottenere la vittoria sui nostri nemici”, il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha dichiarato ai ministri durante l’incontro che il ritorno degli ostaggi è più importante e che le IDF comprendono quanto questo sia un obiettivo cruciale per le decine di migliaia di riservisti che si arruolano per questo scopo.

Zamir ha anche recentemente chiarito ai ministri di opporsi all’impiego delle IDF per distribuire aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Ieri sera il governo ha approvato in linea di principio un piano per la distribuzione di aiuti umanitari a Gaza tramite aziende straniere.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Mahmoud Khalil e la necropolitica del regime trumpiano di deportazione È in questione la morte.

Natasha Lennard 

11 aprile 2025 – The Intercept

Questa settimana l’amministrazione di Donald Trump si è attivata per decretare la morte di migliaia di immigrati.

Le oltre 6.000 persone vive e vegete, per lo più immigrati latinoamericani senza documenti, continuano a mangiare, dormire, respirare e lavorare sul territorio statunitense. Ciononostante i loro nomi sono stati inseriti nell’“archivio principale dei defunti” della Previdenza Sociale, la banca dati utilizzata per elencare le persone morte che non dovrebbero più riceverne le prestazioni.

Il New York Times, il primo a informare sulla perversa riconversione dell’archivio principale dei defunti, ha rilevato con inusuale chiarezza che l’amministrazione stava includendo “i nomi di persone vive che il governo crede dovrebbero essere trattate come se fossero morte.”

Inserire gli immigrati nella lista dei defunti è uno sporco espediente per impedire rapidamente l’accesso alla sopravvivenza in questo Paese, tagliandoli fuori in modo permanente dall’accesso a prestazioni, conti bancari e dalla possibilità di lavorare legalmente. È solo l’ultima mossa per rendere invivibile l’esistenza agli immigrati, in modo che siano obbligati a scegliere di andarsene, se non sono stati prima rastrellati e deportati dall’Immigration and Customs Enforcement [ICE, l’agenzia federale USA per l’immigrazione e le frontiere, ndt.].

È qualcosa di più di un espediente crudele. È in questione la morte.

L’amministrazione Trump sta esprimendo apertamente la sua volontà di condannare milioni di persone alla morte civile e sociale su molteplici fronti, dagli immigrati catalogati come morti dalla Sicurezza Sociale al diniego del rilascio del passaporto ai trans, a una corretta documentazione o a ogni forma di esistenza in base alla documentazione governativa.

Non si tratta solo di un’uccisione metaforica: l’espulsione dalla vita pubblica ufficiale può essere realmente mortale. L’escalation del dominio necropolitico —il concetto dello storico Achille Mbembe del governo organizzato per esporre certe categorie di persone a una morte prematura e all’eliminazione — da parte di Trump sta determinando una situazione fascista, che minaccia di revocare i diritti giuridici di interi settori della popolazione.

In fin dei conti i morti non possono rivendicare alcun diritto.

Queste violazioni necropolitiche non sono visibili solo nei registri della Sicurezza Sociale. Sono anche una parte implicita di molti dei casi relativi all’immigrazione che ci troviamo davanti. Si prenda per esempio quello di Mahmoud Khalil, uno studente universitario della Columbia University, dove ha partecipato alle proteste contro il genocidio, residente permanente la cui moglie, cittadina statunitense, sta aspettando il primo figlio.

Chi ha diritto ad avere diritti?” ha chiesto Khalil in una lettera del marzo scorso da un centro di detenzione dell’ICE in Louisiana. “Non sono certo gli esseri umani ammassati in queste celle. Non è il senegalese che ho incontrato, il quale da un anno è stato privato della sua libertà, la sua situazione legale è in un limbo e la sua famiglia a distanza di un oceano. Non è il detenuto ventunenne che ho incontrato, che mise piede in questo Paese all’età di nove anni solo per essere deportato senza neanche un processo.”

Venerdì un giudice per l’immigrazione della Louisiana ha sentenziato che Khalil può essere deportato in base alle affermazioni senza fondamento dell’amministrazione Trump secondo cui rappresenta una minaccia per la politica estera statunitense.

Questa è esattamente la ragione per cui l’amministrazione Trump mi ha spedito in questo tribunale, a 1.000 miglia di distanza dalla mia famiglia,” ha detto Khalil alla giudice dopo che lei lo ha informato della sentenza. “Spero solo che l’urgenza che avete ritenuto opportuna nel mio caso sia garantita alle centinaia di altre persone che sono qui senza processo da mesi.”

Gli avvocati di Khalil presenteranno appello contro questa decisione e stanno promuovendo un ricorso di habeas corpus in un tribunale federale del New Jersey. Come il rapimento e la detenzione di Rümeysa Öztürk,  studentessa di dottorato alla Tufts University, perché ha scritto un editoriale e la revoca del visto a centinaia di studenti a quanto pare per aver partecipato a proteste contro un genocidio, la difficile situazione di Khalil si fa beffe delle garanzie costituzionali.

La lotta di Khalil contro la deportazione sulla base di accuse infondate di “antisemitismo” e minaccia alla “sicurezza nazionale” è in effetti un banco di prova dei limiti di fondamentali diritti costituzionali e umani sotto Trump.

Il diritto di avere diritti”, menzionato per la prima volta dalla filosofa Hannah Arendt, una rifugiata dalla Germania nazista, evidenzia che una persona non è intrinsecamente titolare di diritti ma perché le venga concesso ogni altro diritto deve essere riconosciuta come parte di una comunità politica. Si potrebbe parlare di diritti universali, ma essi devono essere riconosciuti ed hanno una forza materiale solo quando sono riconosciuti dai poteri di uno Stato.

È precisamente l’eliminazione del diritto di avere diritti, il diritto di essere riconosciuti come esseri umani per legge, a cui mira Trump.

Non è un caso che i palestinesi e i loro sostenitori siano tra i primi ad essere presi di mira. Israele, gli Stati Uniti e il cosiddetto ordine internazionale basato sulle regole hanno dichiarato i palestinesi fuori dai confini del riconoscimento legittimo, vale a dire espellibili, arrestabili e potenzialmente vittime di uccisione, per 76 anni.

Vedo nella mia situazione delle somiglianze con l’uso da parte di Israele della detenzione amministrativa, l’incarcerazione senza processo o imputazione, per togliere ai palestinesi i loro diritti,” ha scritto Khalil nella sua lettera.

Gli avvocati di Khalil ritengono che sia stato preso di mira dall’amministrazione solo per aver espresso un’opinione che dovrebbe essere protetta dal Primo Emendamento. C’è persino una specifica misura nella legge su Immigrazione e Nazionalità del 1990 che dovrebbe impedire al governo di deportare persone in quanto minacce alla “politica estera” solo per aver espresso la propria opinione.

Eppure far valere questa protezione si è dimostrato inutile. Dove sono i diritti di Khalil?

Necropolitica alla luce del sole

Quando Trump ha invocato l’Alien Enemies Act [Legge sui Nemici Stranieri, ndt.] del 1798 per rastrellare immigrati venezuelani, anche quello è stato un attacco contro il diritto di avere diritti. E si è dimostrato un successo: la maggioranza degli oltre 200 uomini rastrellati sulla base di accuse assolutamente infondate di appartenenza a una gang non aveva precedenti penali. Ciò non ha impedito che venissero spediti, senza un regolare processo, in un brutale campo di prigionia nel Salvador.

Questa politica di consegna straordinaria come deportazione è diventata solo ancora più oscura con ogni nuovo dettaglio. La catalogazione come criminale da parte degli USA è stata a lungo utilizzata per togliere alla gente diritti fondamentali. La deportazione potenzialmente permanente verso un campo di prigionia totalitario non sarebbe giustificata neppure se ogni detenuto fosse stato condannato per gravi reati.

Si prenda il caso di un uomo che l’amministrazione Trump ammette sia stato erroneamente inviato nel Salvador. Nonostante questa ammissione il governo sta lottando per non dover riprendere questo uomo, arrivando venerdì perfino a sfidare un ordine del tribunale. Ciò riflette l’impegno a escludere persone ben definite dalla comunità che detiene diritti.

Il partito Repubblicano di Trump è stato definito come un “culto della morte” fin dal suo primo mandato, quando il negazionismo del COVID da parte dei MAGA [seguaci di Trump, ndt.] ha assunto forme omicide e suicide. Il rifiuto della scienza medica, l’accoglienza positiva a una decimazione ambientale, un vero e proprio attacco contro le fondamentali disposizioni del welfare, uno straordinario sfruttamento dei lavoratori, i veti all’assistenza sanitaria riproduttiva, un’inesauribile dedizione al potere delle armi sono tipiche ossessioni per la morte della reazione del capitalismo americano, imbevute sotto Trump di una carica messianica.

Come molti dei progetti trumpiani, questa volta l’amministrazione ha una modalità mortale più raffinata, violenta ed esplicitamente fascista.

Le politiche di Trump possono rendere l’intera popolazione, compresa la sua base devota, più vulnerabile a una morte e a una fragilità premature; le politiche trumpiane di dominio, tuttavia, si basano su cosiddetti nemici chiaramente definiti e minacciati come già morti, espellibili o potenzialmente vittime di uccisione.

Tuttavia c’è almeno un modo in cui il “culto della morte” di Trump fa ricadere la necropolitica sulla sua testa. Il governo necropolitico, l’ordinamento di vita e morte letale e razzista da parte delle democrazie liberali occidentali, ha tradizionalmente cercato di amministrare la morte dietro porte chiuse o lontano dalla patria.

Si supponeva che l’opinione pubblica non venisse a sapere delle torture nella prigione di Abu Ghraib in Iraq o degli abusi a Guantanamo, delle uccisioni da parte della polizia, della brutalità razzista nelle prigioni, dell’inquinamento e della distribuzione grossolanamente diseguale della devastazione ambientale, e molto altro. La mossa trumpiana è indossare la testa da morto [simbolo utilizzato anche dalle SS naziste, ndt.], adottare e potenziare questo mostruoso e palesemente diseguale quadro di morte.

Tuttavia Khalil continua a dimostrarci cosa significhi lottare per la vita. “Dopo l’udienza Khalil si è girato a guardare in faccia i 22 osservatori e giornalisti fuori dall’aula di tribunale e ha formato un cuore con le sue mani,” ha riportato l’NPR [rete di radio indipendenti USA, ndt.]. “Ha sorriso.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Le Real Housewives della Hasbara: quando la guerra di Gaza fa bene agli affari

Rachel Fink

6 aprile 2025 – Haaretz

Una schiera di donne influencer si è trasformata in megafoni della propaganda filo-israeliana dopo il 7 ottobre. Le “hasbariste” mescolano con disinvoltura contenuti lifestyle e attivismo sionista privo di sfumature. Ma questa strategia è davvero utile alla causa? E la hasbara ha mai giovato a Israele?

Lizzy Savetsky sta vivendo un anno fantastico.

Ha partecipato alle celebrazioni per l’insediamento del presidente Donald Trump, si è assicurata un posto nella lista tutta influencer per il Congresso Sionista Mondiale, ha lanciato una linea di costumi da bagno per bambini – indossati dai suoi tre figli – e ha persino trovato il tempo per una vacanza a Miami, documentando ogni momento per i suoi 412.000 follower su Instagram.

E tutto questo mentre respingeva i jihadisti mascherati che si infiltravano alla Columbia University, sosteneva la battaglia esistenziale di Israele su sette fronti e affrontava i peggiori nemici del popolo ebraico: il senatore democratico Chuck Schumer e i rabbini contrari alla pulizia etnica di Gaza. Hashtag benedetta.

Questa ex cheerleader nata a Dallas e diventata fashion designer e mamma-influencer a Manhattan si è avvicinata all’ebraismo ortodosso dopo aver incontrato il chirurgo plastico Ira Savetsky. Nel 2022 Lizzy era stata scelta per la quattordicesima stagione di The Real Housewives of New York City – il reality show che segue le vite glamour e piene di drammi di donne ricche – ma poco dopo l’annuncio e prima dell’inizio delle riprese aveva dichiarato di aver deciso di lasciare il programma. Aveva anche detto che la scelta era dovuta a un’ondata di insulti antisemiti ricevuti dopo la notizia della sua partecipazione.

Ma altre fonti, tra cui Page Six [sito americano di notizie su celebrità e mondo dello spettacolo, ndt.], hanno invece riportato che la tensione era nata quando un’altra concorrente aveva chiesto a Savetsky – nota per la sua abilità nel combinare incontri – di presentarle un uomo ebreo. Lizzy avrebbe rifiutato, spiegando di combinare solo coppie ebree per preservare la continuità ebraica. La discussione si era scaldata, portando il marito a usare un insulto razzista in una telefonata con i produttori. Nonostante le scuse, la situazione aveva decretato l’addio di Lizzy al programma.

Tornata a postare video della sua famiglia che celebravano l’ebraismo e Israele, dopo l’attacco del 7 ottobre Lizzy si è lanciata in quella che può essere definita solo come vera e propria hasbara– un termine ebraico che può essere inteso come diplomazia pubblica o propaganda, a seconda dei punti di vista.

Come la stessa hasbara, Savetsky è una figura polarizzante. I fan la hanno osannata come una “leonessa ebraica” e una “moderna Regina Ester”, come ha scritto entusiasta un sito web. Ma ha anche una schiera di detrattori che la accusano di aver distorto i fatti, aver difeso azioni militari israeliane considerate da alcuni crimini di guerra e persino aver strumentalizzato i figli per suscitare reazioni emotive.

Poi ci sono i suoi veri sostenitori: quelli che generalmente la appoggiano ma che non esitano a criticarla quando le sue posizioni si fanno troppo estreme, come quando a febbraio ha condiviso un video del rabbino estremista Meir Kahane, elogiandolo per aver detto che la forza è «l’unica lingua che gli arabi capiscono».

Savetsky non è sola. Dal 7 ottobre, è esploso il numero di influencer donne (e in misura minore uomini) che hanno trasformato i loro account in macchine da propaganda filo-israeliana. Raffinate e benestanti, queste donne hanno mescolato con naturalezza contenuti lifestyle [moda, benessere, viaggi, alimentazione, ndt.] e attivismo sionista.

Il loro messaggio è sorprendentemente uniforme e si articola in tre categorie: sostegno incondizionato a Israele nella guerra contro Hamas, appelli urgenti per il ritorno degli ostaggi e un’ossessione per l’antisemitismo globale, dipinto come una minaccia pervasiva ed esistenziale. I loro post spesso riducono questioni complessissime a netti scontri tra bene e male: un approccio che ha funzionato sui social, ma che nel mondo reale non ha lasciato spazio alle sfumature. Eppure, la loro portata [il numero di utenti singoli raggiunti da un contenuto pubblicato via social, ndt.] è innegabile.

Ma in un dibattito globale sempre più polarizzato questa strategia giova davvero agli interessi di Israele nel lungo termine? O ridurre il conflitto a uno scontro morale assoluto non ha semplificato il compito dei critici e rischia di alienare potenziali alleati?

Ecco a voi le Real Housewives della Hasbara.

“Attiviste per caso”

Le frasi che queste “hasbariste” usano per descriversi sono spesso ripetitive: “imprenditrice”, “creatrice di contenuti digitali”, “ebrea orgogliosa”. Ma una spicca su tutte: “attivista per caso”.

Molte dicono di “aver trovato la propria voce” dopo l’attacco di Hamas. Il fatto di avere già un seguito sui social grazie alle loro attività nel campo della moda, del wellness o degli affari aiuta. Ma è innegabile che l’antico adagio “la guerra fa bene agli affari” si applichi anche qui. O meglio, la guerra fa bene agli affari degli influencer. Queste donne hanno visto i loro follower schizzare alle stelle, con i contenuti filo-israeliani che trainano un engagement [numero di interazioni attive come “mi piace”, commenti e condivisioni, ndt.] senza precedenti.

Ne è un esempio perfetto Shai Albrecht (centoseimila follower), personal trainer ortodossa moderna [l’ebraismo ortodosso moderno promuove una sintesi fra i principi di fede ebraici e la società moderna e attribuisce un significato religioso allo Stato di Israele, ndt.]. In un’intervista recente, ha ammesso di aver guadagnato decine di migliaia di follower dopo aver spostato i suoi contenuti dal fitness alla propaganda filo-israeliana. Prima del 7 ottobre, Albrecht – che non corrisponde allo stereotipo della donna ortodossa tradizionalmente vestita – postava soprattutto video che la ritraevano mentre ballava in tenuta da palestra, sfidando l’idea che tutte le donne religiose debbano vestirsi con modestia. Le sezioni commenti dei suoi post su Instagram erano spesso animate discussioni, un ottimo allenamento per il veleno che ora riceve ogni giorno.

La sua indifferenza per le norme ortodosse sull’abbigliamento la accomuna a Savetsky, ma le somiglianze non finiscono qui. Entrambe, pur vivendo in America, si trovavano in Israele il 7 ottobre 2023, giorno di una festa ebraica. I loro post emotivi di quel giorno sono incredibilmente simili ed entrambe lo descrivono come un punto di svolta nel loro attivismo. Da donne focalizzate sul personal branding sono ora totalmente immerse nella propaganda filo-israeliana. E sono diventate sostenitrici dichiarate di Trump.

Come molte hasbariste, Savetsky e Albrecht sono persuasive quando parlano degli ostaggi, dei soldati caduti e della causa israeliana. Ma dimostrano anche che queste donne facoltose possono essere, beh, cattive.

Dopo lo sfogo emotivo iniziale Albrecht ha attraversato una sorta di rebranding social. Ora gran parte dei suoi contenuti consiste nello stitch – una funzione di TikTok che permette di rispondere a un video altrui – di clip filo-palestinesi per confutarle, spesso con toni sarcastici.

Albrecht è fermamente convinta che non ci sia alcuna sofferenza tra i gazawi (tutti sostenitori di Hamas a suo dire), che l’esercito israeliano sia il più morale al mondo e che le accuse di abusi sui prigionieri palestinesi – confermate dall’esercito israeliano – siano false.

Anche se Albrecht ha messo in pausa il suo business del fitness, ogni tanto pubblica ancora qualche annuncio a pagamento (o spon-con, come si dice sui social). Ma molte “attiviste per caso” scelgono di integrare le loro attività commerciali con la propaganda filo-israeliana.

L’accostamento a volte è stridente: un video straziante di Yarden Bibas che pronuncia l’elogio funebre per la moglie e i due figli piccoli, uccisi mentre erano prigionieri di Hamas, seguito subito da un post outfit of the day [come mi vesto oggi, ndt.]. Altre volte, i due mondi si fondono: come quando Savetsky ha postato una serie di foto in cui posa indossando costumi da bagno di designer israeliani, con la didascalia “thirst trap sionista” [con “thirst trap” si intende la condivisione sui social media di foto o video in abiti succinti e/o pose provocanti con lo scopo di richiamare l’attenzione, ndt.].

L’effetto Tishby

Se l’alveare della Hasbara avesse un’ape regina, sarebbe Noa Tishby (ottocentotrentaseimila follower su Instagram). Nata e cresciuta in Israele, si è trasferita negli USA nei primi anni 2000, ottenendo una certa fama dapprima come attrice e produttrice. Nel 2022 è stata nominata primo inviato speciale israeliano per la lotta all’antisemitismo, ma è stata licenziata l’anno dopo per aver criticato la riforma giudiziaria di Netanyahu.

Da allora, è diventata una delle voci più influenti a sostegno di Israele, usando la sua piattaforma per contrastare la disinformazione, promuovere la narrazione israeliana e denunciare l’antisemitismo. Benché non sia una giornalista, i suoi video esplicativi ben curati, i reportage sul campo e le interviste a soggetti di alto profilo le danno un’aura da professionista.

E le hasbariste hanno preso nota. Ispirate da Tishby, molte sono passate da video casuali e improvvisati – spesso su musiche di tendenza – a uno stile più professionale. Il microfono portatile usato dai giornalisti indipendenti è diventato un accessorio onnipresente, così come i monologhi scritti su immagini di repertorio, che danno ai loro contenuti un’aria autorevole. Ma nonostante l’upgrade estetico le fonti sono raramente citate, le affermazioni non sono verificate e l’accuratezza passa spesso in secondo piano rispetto all’engagement [spesso sui social network i contenuti più divisivi sono quelli che ottengono il maggior numero di reazioni dagli utenti, a tutto vantaggio di chi li diffonde, ndt.].

Durante i loro frequenti viaggi in Israele, molte hanno abbracciato il “reportage sul campo”: visitano le rovine dei kibbutz distrutti indossando giubbotti antiproiettile e caschi, filmano al memoriale del festival Nova e imitano Anderson Cooper [giornalista americano celebre per i suoi reportage, ndt.] con interviste in loco. Un camion di aiuti al valico di Kerem Shalom viene presentato come prova definitiva che Gaza riceve tutto l’aiuto umanitario necessario. L’estetica è giornalistica; l’approccio molto meno.

Ma importa davvero? Secondo il comico Matt Lieb, conduttore del podcast Bad Hasbara (che analizza le strategie di pubbliche relazioni israeliane), nonostante non sia mai stato così facile smascherare le falsità, non è neanche mai stato così irrilevante.

“Non contano i fatti, ma le emozioni”, sostiene. “Si tratta di rafforzare una visione del mondo preesistente. Se l’obiettivo fosse convincere chi è fermamente anti-Israele allora sì, le prove sarebbero importanti. Ma la propaganda israeliana è sempre stata rivolta agli ebrei del mondo occidentale – quelli che vogliono vedere Israele come un baluardo di democrazia, femminismo, anti-razzismo e altri valori liberali. Ecco perché tanta hasbara ha sempre enfatizzato i pride di Tel Aviv o il fatto che, in un mondo di donne arabe in burqa, solo Israele permette di indossare il bikini”.

Tutto è cambiato dopo il 7 ottobre, quando è emerso un nuovo pubblico, più infervorato.

“Conosco molte persone che da 17 mesi vivono in un costante stato di allerta, consumando solo media che dicono loro che gli ebrei sono sotto attacco”, dice Lieb. In molti di questi contenuti, suggerisce, c’è un sottotesto inquietante: che Israele sia giustificato qualsiasi cosa faccia ai palestinesi – perché, se le cose peggiorassero, gli ebrei potrebbero aver bisogno di un piano B.

Ironia della sorte, aggiunge, queste influencer potrebbero ottenere un effetto opposto a quello desiderato. “La gente guarda I Kardashian per odiarli. Ora per alcuni l’unica esposizione all’ebraismo è un’influencer ricca di Beverly Hills che fa la vittima”. Nella migliore delle ipotesi è imbarazzante. Nella peggiore, alimenta un’ostilità che altrimenti non esisterebbe.

Ma forse è proprio questo il punto. Un’analisi approfondita dell’ecosistema dell’indignazione performativa rivela uno schema ricorrente: un post provocatorio scatena un’ondata di odio, in parte chiaramente antisemita. L’influencer inserisce schermate dei commenti peggiori, li riposta come prova dell’odio crescente, e l’indignazione genera più engagement, più follower, più validazione. E il ciclo continua.

“Tutto questo è nettamente dannoso”, si lamenta Lieb.

#Riportateliacasa

Una delle cause principali delle hasbariste è la lotta per la liberazione dei 251 ostaggi presi il 7 ottobre (59 sono ancora a Gaza). Addobbate con piastrine di riconoscimento militari e nastri gialli [usati già in occasione della guerra in Vietnam come simbolo di sostegno ai soldati al fronte e speranzosa attesa del loro ritorno, ndt.], inondano i social di simboli, partecipano a ogni possibile evento e raduno. Quelle con un seguito ampio ottengono persino interviste con le famiglie degli ostaggi. Denunciano online Hamas e il silenzio del mondo. Ma quasi mai riconoscono il ruolo del governo israeliano nei falliti negoziati.

Come Lieb, anche Alana Zeitchik è preoccupata per la faziosità del discorso – ma da una prospettiva completamente diversa. Il 7 ottobre sei suoi parenti sono stati rapiti da Hamas, incluso un cugino di primo grado. Ora divide il tempo tra il suo lavoro di consulente media freelance e un’instancabile campagna a favore della loro liberazione per conto della famiglia e di tutti gli ostaggi ancora a Gaza. In questa veste, ha interagito con queste influencer sia online che di persona.

Benché apprezzi i loro sforzi per sensibilizzare l’opinione pubblica e creda che siano sinceramente coinvolte nella causa, Zeitchik è frustrata dalla mancanza di sfumature nei loro messaggi.

“Penso che sia una questione di confine tra il loro ruolo e il nostro”, dice. “Alcune non parlano ebraico. Alcune non seguono da vicino gli eventi in Israele. Altre potrebbero semplicemente non voler criticare il governo”. Ma per Zeitchik e altre famiglie di ostaggi la focalizzazione esclusiva sulla brutalità di Hamas – ignorando i fallimenti israeliani – non sembra essere d’aiuto nel tentativo di spingere il governo a rispondere delle sue azioni.

In alcuni casi la narrazione va oltre, anteponendo agende politiche al ritorno degli ostaggi. “Credo di essere molto aperta a opinioni diverse”, dice Zeitchik. “Ma traccio un confine quando qualcuno costruisce un’agenda politica sulla nostra sofferenza. Quando lo vedo, parlo”.

Cita la famiglia Bibas come esempio. Dopo la liberazione di Yarden Bibas a febbraio, lui e il mondo hanno ricevuto la terribile conferma di ciò che si temeva da tempo: sua moglie e i due figli erano stati uccisi durante la prigionia.

La tragedia ha sconvolto Israele e la comunità ebraica, ma alcuni hanno colto l’occasione per invocare vendetta. “Mai perdonare, mai dimenticare” è diventato un mantra – nonostante la richiesta esplicita della famiglia di non usare il loro nome per incitare alla violenza. In un post durissimo Zeitchik ha denunciato chi ignorava le loro parole: “A chi invoca vendetta e violenza infinita nel nome dei Bibas: non pronunciate più il loro nome, non ne siete degni”.

Zeitchik è chiara: non ha bisogno che queste donne parlino per lei, né si aspetta che condividano le sue opinioni. “Vorrei solo che seguissero il nostro esempio nel tenere insieme diverse verità”, dice. “Usate le vostre piattaforme per amplificare le voci delle famiglie degli ostaggi. Ripostate le nostre storie, non solo i frammenti che vi fanno comodo”.

La cultura della Hasbara

Se un’intelligenza artificiale analizzasse le decine di migliaia di post prodotti dalle hasbariste, parole come Israele, Hamas, ostaggi, 7 ottobre e sionismo dominerebbero. Ma una le eclisserebbe tutte: antisemitismo.

Oltre a difendere il diritto di Israele a esistere, si considerano in missione per sradicare dal mondo l’odio per gli ebrei. E sebbene le due cause siano intrecciate nulla ha la priorità rispetto alla salvezza del popolo ebraico da quella che considerano una forza inarrestabile di odio cieco – che, a loro dire, ha permeato ogni istituzione, movimento e spazio pubblico.

Il giornalista Yakov Hirsch, che da anni analizza le campagne di hasbara globale (e i cui lavori sono apparsi su Mondoweiss e Tablet), sostiene: “La hasbara è una tattica, ma la cultura della hasbara è un’identità”.

Per lui, questa identità include la convinzione incrollabile che esista uno specifico tipo di odio, unicamente per gli ebrei ma completamente scollegato da qualsiasi azione compiuta da ebrei (o israeliani). Un odio visto come inevitabile, eterno e immutabile.

Ma le hasbariste non si sono svegliate un giorno convinte che l’antisemitismo sia una forza inarrestabile della natura, sostiene Hirsch. Questa visione è un’eredità: plasmata da leader israeliani come Menachem Begin e, soprattutto, Netanyahu, rafforzata da giornalisti come Bari Weiss (un milione e centomila follower) e Yair Rosenberg (millecentonovanta follower), e infine distillata in slogan social da influencer come Rach Moon (centoquattromila follower) e una donna che si fa chiamare Barbie Sionista (ventimila follower).

“Le loro argomentazioni sono diventate una realtà alternativa”, dice Hirsch. “Non è più solo retorica. È la lente attraverso cui loro e molti altri vedono il mondo. E cercano conferme”.

Questo spiegherebbe perché il 7 ottobre sia stato un punto di svolta per tanti attivisti online: “È stata la prova che cercavano”, sostiene. “Vedete? Loro santificano la morte, noi la vita. Loro la crudeltà, noi la compassione”.

E aggiunge: “Molti si sono convinti che questa guerra sia un’eccezione, che il diritto internazionale valga per le guerre normali, ma che questo scontro tra israeliani e palestinesi – che loro vedono davvero come uno scontro tra ebrei e i loro nemici, tra bene e male – sia unico. E quindi valgono regole uniche”.

Per Hirsch il 7 ottobre ha creato una frattura profonda nel mondo ebraico, che va oltre le divisioni tradizionali. “C’è una spaccatura tra gli ebrei oggi”, dice. “E non è sionisti contro anti-sionisti, liberali contro conservatori o religiosi contro laici.

È qualcosa di più profondo: la divisione tra chi riconosce – e userò una parola sporca – il contesto dietro l’attacco di Hamas, cioè che l’occupazione e il trattamento dei palestinesi sono parte della storia, e chi crede che non ci sia alcun collegamento”.

Per i cultori della hasbara, che rientrano chiaramente nel secondo gruppo, Hamas è solo l’ultima incarnazione di un nemico eterno – nessuna differenza con Amàn, Adriano, Hitler o Hussein.

Per loro, ogni manifestante universitario è un potenziale pogromista; ogni kefiyyah una divisa terroristica; ogni bullo scolastico un presagio di rovina ebraica. Basta scorrere velocemente i feed di queste influencer per rendersene conto. L’antisemitismo non è un problema tra tanti: è il problema, il centro gravitazionale attorno a cui ruota tutto. E che scherma Israele da qualsiasi critica, perché la critica stessa è antisemita.

La “vibe” di Israele

A fine gennaio, circa 25 influencer e creatori di contenuti sono arrivati in Israele per un viaggio sponsorizzato dal Ministero degli Esteri, progettato per generare contenuti filo-israeliani. Tra loro c’erano diverse note hasbariste, che hanno visitato le rovine di Nir Oz [kibbutz attaccato dalle brigate Al Qassam il 7 ottobre e oggi disabitato, ndt.], visitato il centro riabilitativo del Soroka Medical Center [situato a Beersheba, vicino al confine con la Striscia di Gaza, è l’ospedale dove vengono curati i soldati feriti e i sopravvissuti agli attacchi di Hamas, ndt.], filmato camion di aiuti al valico di Kerem Shalom e incontrato Michal Herzog, moglie del presidente Isaac Herzog.

Questo viaggio è solo uno dei tanti progetti simili, con nomi come “Vibe Israel” e “Project Upload”, pensati per sfruttare la portata degli influencer e modellare la percezione internazionale di Israele, mescolando attivismo e contenuti lifestyle.

E il governo sta investendo molto in questa strategia. A dicembre Israele ha approvato un aumento di 550 milioni di shekel (150 milioni di dollari) al budget della hasbara – oltre 20 volte le allocazioni precedenti – come parte di un accordo politico tra Netanyahu e il neo-nominato ministro degli Esteri Gideon Sa’ar. All’epoca, Sa’ar aveva dichiarato che i fondi sarebbero stati usati per “campagne mediatiche all’estero, sulla stampa estera, sui social e altro”.

Questa enfasi sul ruolo attivo dell’hasbara nel plasmare la percezione pubblica è uno sviluppo relativamente recente. Secondo Nimrod Goren, presidente e fondatore di Mitvim, l’Istituto Israeliano per le Politiche Estere Regionali, nei primi anni di Israele le preoccupazioni sulla sicurezza avevano la priorità rispetto alla comunicazione.

“Negli anni ’50 la hasbara serviva soprattutto a rompere l’isolamento diplomatico e assicurarsi sostegno militare e politico”, racconta Goren. “Solo dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, quando Israele passò dall’essere percepito come sfavorito a potenza occupante, l’opinione pubblica divenne un campo di battaglia primario”.

Per decenni, dice Goren, Israele ha operato sulla base di un semplice postulato: se solo il mondo capisse meglio le nostre azioni, le accetterebbe.

Ma nel 2019 la hasbara israeliana ha subìto una svolta, allontanandosi dalla diplomazia governativa tradizionale verso un approccio digitale, decentralizzato e sempre più politicizzato.

“Era l’epoca d’oro del Ministero degli Affari Strategici, poi chiuso, quando i portavoce ufficiali hanno cominciato a essere rimpiazzati da gruppi di pressione privati e campagne social”, spiega Goren. “Ma è stato anche il momento in cui la narrazione si è allineata alla politica di destra sotto Netanyahu e i suoi alleati”.

Paradossalmente, aggiunge, nel 2023 Israele ha avuto un colpo di fortuna con le proteste contro la riforma giudiziaria, sebbene il governo non l’abbia visto così. “Anche se la coalizione di Netanyahu si opponeva alle manifestazioni, esse sono diventate una delle campagne di hasbara più efficaci – mostrando al mondo che la società israeliana resisteva a mosse anti-democratiche”.

Ora, dopo il 7 ottobre, con l’indignazione globale per la campagna militare israeliana e i suoi leader che corteggiano estremisti di destra all’estero, Goren avverte che la hasbara deve liberarsi dalla politica, abbracciare le sfumature e ammettere gli errori del governo. Altrimenti, Israele rischia di diventare uno Stato paria.

Se le Real Housewives della Hasbara vogliono davvero aiutare il Paese che dicono di amare, farebbero bene ad ascoltare.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




“Stiamo assistendo all’ultimo sussulto della violenza israeliana”: una conversazione con Avi Shlaim.

Sebastian Shehadi

21 marzo 2025 – Novara Media

“Il sionismo è in procinto di autodistruggersi.”

Pochi storici israeliani hanno messo alla prova i miti nazionali del [loro] Stato come Avi Shlaim. Professore emerito di relazioni internazionali presso l’università di Oxford, Shlaim è tra i più illustri studiosi della storia palestinese e israeliana contemporanea.

Nato nel 1945 in una famiglia di ebrei arabi iracheni che poi si è spostata in Israele, il percorso accademico di Shlaim è segnato dal suo approccio critico, sfaccettato e personale formatosi in modo non marginale durante il servizio militare nell’esercito israeliano a metà degli anni ’60.

In quanto una delle principali personalità del movimento dei “Nuovi Storici” degli anni ’80, Shlaim ha contribuito a smantellare alcune delle narrazioni sulla fondazione di Israele sfidando i tradizionali punti di vista sionisti. Il suo lavoro sulla guerra arabo-israeliana del 1948 e sulla Nakba, soprattutto il suo fondamentale libro The Iron Wall: Israel and the Arab World [Il Muro di Ferro. Israele e il mondo arabo, Il Ponte, Bologna, 2003], offre un’analisi critica delle azioni israeliane che portarono alla guerra e delle sue conseguenze.

Il professor Shlaim ha incontrato Novara Media nella sua casa di Oxford per discutere del suo ultimo libro “Genocide in Gaza: Israel’s Long War on Palestine” [Genocidio a Gaza: la lunga guerra di Israele contro la Palestina]. Questo fondamentale saggio giunge nel momento della catastrofica crisi dei palestinesi a Gaza, mentre la campagna israeliana di espulsione e sterminio continua a godere dell’appoggio militare e diplomatico dei governi occidentali.

Come scrive lo stesso Shlaim, i saggi del libro nascono da una sensazione profondamente sentita (e declinata storicamente) del “dovere morale di dire la verità al potere e schierarsi con i palestinesi nell’ora del bisogno.” Con precisione e lucidità etica elenca i molti crimini di guerra, compreso il genocidio, che Israele ha perpetrato e reso normali contro il popolo palestinese, il cui diritto all’autodeterminazione e alla dignità umana è stato incessantemente attaccato e annientato di fronte agli occhi del mondo. Nel farlo il libro offre un’analisi inflessibile della logica razzista e tipica del colonialismo di insediamento che caratterizza le pratiche politiche e militari di Israele.

Il genocidio a Gaza funge anche da puntuale verifica delle celebrate memorie di Shlaim, “Three Worlds: Memoirs of an Arab-Jew” [Tre Mondi: memorie di un ebreo arabo] del 2023, che riesaminano (e modificano) la domanda sollevata in quel libro se termini come “apartheid”, “fascismo” e “genocidio” debbano applicarsi allo Stato di Israele. Soppesando le prove disponibili e citando le osservazioni giuridiche, tra gli altri, della relatrice speciale ONU sui Territori Palestinesi Occupati Francesca Albanese, che ha anche scritto l’introduzione al suo nuovo libro, Shlaim si impegna in una conclusione definitiva: Israele sta commettendo un genocidio.

Prima di occuparci del libro, può spiegare qual è la cosa principale che le ha fatto prendere posizione come “antisionista”? So che quando lei è arrivato per la prima volta a Oxford, decenni fa, non si definiva tale. Cos’è cambiato?

È stato un lungo percorso, ma quello che mi ha cambiato è stata la ricerca d’archivio. Mi sono radicalizzato negli archivi. In Israele sono stato indottrinato a scuola e ancora di più quando ho fatto il servizio militare nelle Forze di Difesa Israeliane [l’esercito israeliano, ndt.] a metà degli anni ’60. Credevo che Israele fosse un piccolo Paese amante della pace circondato da arabi ostili che volevano buttarci a mare, il che comportava che non avessimo altra scelta che difenderci e combattere. Accettai questa fondamentale narrazione sionista finché iniziai a interessarmi come storico al conflitto arabo israeliano.  Passai un anno intero andando ogni giorno negli archivi di Stato israeliani, guardando i documenti che mi raccontavano una storia totalmente diversa: che Israele era aggressivo, che Israele aveva deliberatamente provocato conflitti con i suoi vicini e che Israele non era interessato alla pace.

Quando nel 1993 vennero firmati gli accordi di Oslo ero euforico. Pensavo che fosse una cosa seria, che sarebbe iniziato un processo di lento ma irreversibile ritiro dai territori occupati e che sarebbe nato uno Stato palestinese. Ricordo di aver parlato con Edward Said, che era mio amico, su questo dopo che entrambi avevamo scritto articoli sulla London Review of Books [prestigiosa rivista bimestrale britannica di letteratura e politica, ndt.].

Quello di Edward era intitolato “Una Versailles palestinese. Oslo come strumento della resa palestinese.” Il mio riconosceva tutti i limiti dell’accordo, ma affermava che si trattava di un modesto passo nella giusta direzione.

Mi sbagliavo. Ho erroneamente pensato che il processo di Oslo fosse irreversibile. Fui ingenuo riguardo a Oslo. Sono ingenuo riguardo ad altre cose, ma non sono un codardo. Quando, sulla base delle prove, giungo a una conclusione, non falsifico il quadro, scrivo esattamente com’è. È così che mi sono radicalizzato, denunciando quello che ho visto dai documenti esistenti di Israele in quanto opposti alla sua propaganda. Ora Netanyahu ha chiuso le sale di lettura negli archivi pubblici israeliani. Quando vado in Israele entro con il mio passaporto israeliano e non sono mai stato fermato. Ma ora che sono stato così esplicito e che ho scritto un nuovo libro che si intitola “Genocidio a Gaza” non so cosa succederà la prossima volta che andrò là.

Alcuni sostengono che i simpatizzanti israeliani della causa palestinese dovrebbero rinunciare alla loro cittadinanza israeliana. Cosa pensa di questa forma di protesta? 

Penso che sia assolutamente fuori luogo affermare che un israeliano non sia un alleato credibile finché non rinuncia alla sua cittadinanza. Ciò detto, ho preso seriamente in considerazione di rinunciare alla mia cittadinanza israeliana. Ho parlato con una donna del consolato israeliano a Londra e mi ha detto: ‘So chi è lei, conosco le sue opinioni e simpatizzo con esse. Ma se vuole il mio parere, non vale la pena di rinunciare al suo passaporto. Le autorità si vendicherebbero e non le consentirebbero di tornare.’ In altre parole se avessi rinunciato al mio passaporto israeliano non sarei più riuscito ad andare negli archivi.

Negli anni scorsi si era astenuto dall’utilizzare la parola “genocidio” riguardo a Israele. Cosa esattamente le ha fatto cambiare posizione?

Ho esitato prima di chiamare il mio libro “Genocidio a Gaza” perché genocidio è una parola veramente molto seria. Ma le prove che ho davanti agli occhi sono schiaccianti e sempre più gravi. Questo è il primo genocidio che viene trasmesso in diretta. In genere Paesi e dirigenti politici non dicono “stiamo commettendo un genocidio” e “vogliamo spazzare via il nemico”. In genere lo nascondono, invece gli israeliani parlano apertamente di genocidio.

In uno dei capitoli del libro faccio riferimento a una banca dati di affermazioni genocide. Quello che è stato pubblicamente affermato, non solo da figure marginali ma da persone come il presidente israeliano Isaac Herzog, che ha proclamato che “non ci sono innocenti a Gaza”, è scioccante. Nessun innocente tra le 50.000 persone che sono state uccise e i circa 20.000 minori. Ci sono citazioni di Netanyahu che sono genocidarie, così come quelle del suo ex-ministro della Difesa Yoav Gallant, che ha affermato che “affrontiamo bestie umane.”

Ho esitato a chiamare certi eventi genocidio prima dell’ottobre 2023, ma quello che per me ha fatto pendere l’ago della bilancia è stato quando Israele ha bloccato ogni aiuto umanitario a Gaza. Stanno utilizzando la morte per fame come arma di guerra. Questo è genocidio.

Perché i politici occidentali sono così riluttanti a chiamare le cose con il loro nome? La risposta è ovvia: l’eccezionalismo israeliano. Israele è al di sopra delle leggi internazionali e i dirigenti occidentali lo consentono. Quando al ministro degli Esteri britannico David Lammy è stato chiesto se è in corso un genocidio, ha detto che genocidio è un concetto giuridico e che dobbiamo aspettare che la Corte si pronunci. Si sbaglia completamente. Quello che Israele sta facendo risponde alla Convenzione dell’ONU sul Genocidio, che non afferma che i Paesi debbano attendere che un tribunale prenda l’iniziativa. La Gran Bretagna e l’America non sono solo complici dei crimini di guerra israeliani, ma sono parte attiva assistendo Israele nella sua campagna genocida contro i palestinesi.

L’assurdità morale di questa situazione ha avuto anche un effetto interessante su di me dal punto di vista personale. Sono sia un ebreo che un israeliano, ma non mi sono mai identificato come ebreo in quanto non sono praticante. Tuttavia dall’attacco genocida contro Gaza ho voluto avvicinarmi di più all’ebraismo perché i suoi valori fondamentali sono l’altruismo, la verità, la giustizia e la pace.

Il governo Netanyahu è l’antitesi di questi fondamentali valori ebraici. L’essenza dell’ebraismo è la non-violenza, ma l’attuale regime è il governo più violento della storia di Israele. Io, in quanto ebreo, sento di avere il dovere morale di schierarmi ed essere preso in considerazione. Il nuovo libro è il mio modesto contributo personale alla lotta contro il fascismo sionista, sostenuto dall’imperialismo americano. È una presa di posizione personale.

Cos’altro rende questo libro diverso da quello che è già stato scritto, sia in termini del suo lavoro che della letteratura in generale?

Nel 2023 ho pubblicato un’autobiografia intitolata “Three Worlds: Memoirs of an Arab Jew” [Tre Mondi: Memorie di un Arabo Ebreo, ndt.]. In tutto quel libro c’è una critica implicita al sionismo. Sono uno studioso di relazioni internazionali, quindi penso sempre che i palestinesi siano le principali vittime del sionismo. Ma quando ho scritto questa storia di famiglia ho capito che c’è un’altra categoria di vittime del sionismo di cui non si parla molto e che sono gli ebrei arabi.

In quel libro ho affermato di pensare che Israele abbia commesso molti crimini contro l’umanità, come l’apartheid e la continua pulizia etnica fin dalla Nakba, ma non un genocidio. Ora dico che sta commettendo anche un genocidio. Vedo Israele come uno Stato di colonialismo d’insediamento e la logica del colonialismo d’insediamento è l’eliminazione del nemico. É quello che Israele ha fatto fin dall’inizio.

Dal 7 ottobre l’obiettivo non dichiarato dell’attacco israeliano contro Gaza è stato la pulizia etnica e c’è un rapporto governativo fatto filtrare che delinea lo spopolamento di Gaza. Lo spopolamento di 2.3 milioni di persone. Ciò non è avvenuto per la resistenza egiziana, ma questo è lo scopo iniziale della guerra. Quando non ha funzionato, Israele è passato a una fase successiva attraverso il genocidio, l’uccisione e la morte per fame dei gazawi.

Ho seguito le politiche israeliane a Gaza fin dal ritiro israeliano dalla Striscia nel 2005, ma niente mi aveva preparato a quello che Israele sta facendo ora che prende di mira i civili. Morte e distruzione descritte cinicamente dai generali israeliani come “falciare l’erba”: è agghiacciante. Qualcosa di meccanico che si fa così spesso. Qualcosa che infligge morte e distruzione, lasciando nel contempo irrisolto il problema politico sottostante.

L’attuale compagna a Gaza è qualitativamente diversa da tutte quelle precedenti. Se aggiungiamo tutte le vittime palestinesi in tutti i precedenti attacchi contro Gaza (otto negli ultimi 15 anni) esse sono una frazione di quelle di questa guerra.

Cosa risponde alle giustificazioni israeliane per questa violenza degli ultimi 16 mesi?

Israele sostiene, come i suoi alleati occidentali, di “agire per autodifesa”. Al primo ministro [britannico] Keir Starmer è stato chiesto se togliere cibo, acqua e carburante alla gente di Gaza da parte di Israele fosse giustificato ed egli ha ripetuto che “Israele ha il diritto di difendersi”. È un mantra. Io direi agli apologeti di Israele che, in base alle leggi internazionali, Israele ha un solo diritto: porre fine all’occupazione e andarsene.

Israele non ha il diritto all’autodifesa come definita nell’articolo 51 della carta dell’ONU. In base al diritto internazionale Israele a Gaza è il potere occupante. Non hai diritto all’autodifesa se l’attacco contro di te è venuto da una zona sotto il tuo controllo.

Israele giustifica sempre i suoi attacchi contro Gaza affermando che Hamas ha lanciato razzi sui suoi cittadini e di avere il dovere di proteggerli. Hamas ha accettato molti accordi di cessate il fuoco ed ha buoni precedenti nell’averli rispettati. Israele ha rotto ogni accordo di cessate il fuoco con Hamas quando non gli conveniva più.

Si prenda per esempio quando l’Egitto mediò l’accordo di pace per il cessate il fuoco tra Israele e Hamas a metà del 2008. Hamas rispettò e impose il cessate il fuoco ad altri gruppi più radicali come il Jihad Islamico fino al 4 novembre 2008, quando Israele attaccò Gaza e uccise combattenti di Hamas, rinnovando di conseguenza le ostilità. Hamas offrì a Israele il rinnovo di questo accordo di cessate il fuoco alle sue condizioni originarie. Israele ignorò totalmente questa proposta. Israele aveva una via diplomatica per risolvere il conflitto ma non la prese, lanciando invece l’operazione Piombo Fuso. É così che Israele protegge i suoi cittadini.

Fino a che punto l’Occidente ha tracciato una linea rossa? Pare che Israele possa uccidere palestinesi senza limite.

Il genocidio non è una questione di numeri. È l’intenzione di distruggere, del tutto o in parte, un gruppo religioso o etnico. Ciò detto, i 50.000 morti a Gaza sono largamente sottostimati. Ce ne sono probabilmente molte migliaia in più sepolti sotto le macerie. The Lancet [prestigiosa rivista medica, ndt.] stima che ci siano piuttosto 180.000 vittime. Non riesco a immaginare un momento in cui Trump dirà “ora basta”.

Biden è stato totalmente inefficace. Ha occasionalmente criticato Israele per i bombardamenti indiscriminati contro i civili, ma non ha mai smesso di fornire armi, così Israele non gli ha dato per niente retta. Ha dato il via libera a Israele. Trump è diverso perché appoggia il progetto della destra israeliana, che è la pulizia etnica di Gaza in Cisgiordania. E ora abbiamo il piano di Trump per Gaza, cioè che tutti gli abitanti di Gaza vadano altrove, in Egitto o Giordania, e che l’America occupi Gaza e la trasformi in una Riviera. Chiama Gaza un “sito di demolizione” che deve essere ripulito. Si noti l’arroganza imperialista.

Dove ci porteranno i prossimi quattro anni sotto Trump?

Il governo Netanyahu afferma che il popolo ebraico ha il diritto esclusivo all’autodeterminazione su tutta la terra di Israele, che naturalmente include la Cisgiordania. Questo governo è più estremista di qualunque altro in precedenza. Sostiene la sovranità esclusiva su tutta la terra di Israele. (Il ministro delle Finanze Bezalel) Smotrich e (l’ex-ministro della Sicurezza Nazionale Itamar) Ben-Gvir non lo nascondono. Vogliono che la pulizia etnica venga accelerata a Gaza e in Cisgiordania e che l’espansione delle colonie continui a tutta velocità, con l’obiettivo finale dell’annessione formale della Cisgiordania.

Finora Israele non ha incontrato alcuna effettiva opposizione dall’Unione Europea, dalla Gran Bretagna, dall’America o dalle Nazioni Unite. La comunità internazionale è stata impotente, come lo è stata per oltre 75 anni.

Dato che lei è stato così esplicito, nel corso degli ultimi 16 mesi ha ricevuto molte molestie da parte di ambienti filo-israeliani?

No. Di fatto da quando è iniziata la guerra a Gaza non ho praticamente ricevuto mail ostili e sono stato più radicale e mi sono espresso pubblicamente più che in precedenza. Al contrario ho ricevuto molti messaggi di appoggio. Persone che mi scrivono e dicono: “Grazie. Parli per noi, ci hai dato voce.” È molto incoraggiante. In qualche modo sono finito in video su Tik Tok.

Per me è molto interessante il fatto di non aver ricevuto alcun messaggio di odio negli ultimi 16 mesi, perché di solito succede. L’opinione pubblica sta cambiando in tutto il mondo. Israele è passato dalla parte del torto. Il BDS chiede la fine dell’occupazione, il diritto al ritorno e uguali diritti per i palestinesi cittadini di Israele. È un movimento globale non violento. Israele non ha alcun argomento per ribattere.

Come puoi giustificare l’occupazione e l’apartheid? Non puoi, ed è la ragione per cui Israele ha intrapreso una scontata campagna per confondere deliberatamente l’antisionismo con l’antisemitismo. Ma la gente è diventata più accorta e se si ha un messaggio onesto da trasmettere come faccio io, chiamando le cose per quello che sono, le persone ascoltano.

Ha qualche speranza che un giorno una parte neutrale si occuperà della giustizia per la Palestina?

L’asimmetria di potere tra Israele e i palestinesi è talmente grande che un accordo volontario non è possibile. Tutta la storia, soprattutto da Oslo in poi, dimostra che non possono raggiungere un accordo che sia equo. Dire a israeliani e palestinesi “risolvete le vostre divergenze” è come mettere un leone e un coniglio in una gabbia e dire loro di “risolvere le loro divergenze”. Una parte neutrale è necessaria per spingere i due contendenti a un accordo. Avrebbe dovuto essere l’ONU. Ma l’America ha messo da parte l’ONU e l’UE e ha stabilito un monopolio sul processo di pace. Tuttavia non ha mai spinto Israele a fare un accordo.

Non riesco a vedere che in Israele ci possa essere una spinta dall’interno per il cambiamento. Non riesco a vedere gli israeliani svegliarsi dopo il 7 ottobre e dire: “Finora ci siamo sbagliati. Dobbiamo veramente andare al tavolo delle trattative con i palestinesi.” Non succederà. La tendenza è totalmente opposta.

Prima dell’attacco di Hamas c’è stata una frattura nella società israeliana sulla riforma giudiziaria, una divisione molto profonda che ha quasi portato a una guerra civile. Ma poi c’è stato l’attacco di Hamas e tutta la società israeliana si è unita dietro la guerra. Pensano che Israele abbia il diritto di fare qualunque cosa voglia indipendentemente dalle leggi internazionali, e che chiunque accusi Israele di qualunque cosa sia un antisemita.

Questo oggi è il consenso in Israele. Nel contempo i governi occidentali hanno garantito l’impunità a Israele, benché stiano iniziando a cambiare. Guardi le iniziative positive di Irlanda, Norvegia, Slovenia e Spagna che negli ultimi 16 mesi si sono schierate con la Palestina.

Ciò detto, non ripongo le mie speranze nei governi, ma nella società civile, nel BDS, nelle manifestazioni a Londra e altrove e negli studenti e nei loro accampamenti di protesta. Gli studenti sono motivati dalla giustizia e dall’etica. Sono dalla parte giusta della storia. I governi statunitense e britannico sono dalla parte sbagliata. È per questo che Israele è così spaventato dal BDS e dagli studenti. Israele è passato dalla parte del torto. È una società brutale, aggressiva, militarista, ed è destinato a seguire la stessa strada del Sudafrica grazie alle sanzioni.

Penso che nel XXI secolo l’apartheid non sia sostenibile a lungo termine e pertanto che il sionismo stia per autodistruggersi. Gli imperi diventano molto violenti proprio quando sono in declino e penso che questo sia ciò a cui stiamo assistendo adesso, gli ultimi sussulti della violenza israeliana. Una volta che sarà finito, le fratture nella società israeliana continueranno. Israele sarà diventato più debole all’interno e il sostegno dall’esterno diminuirà. Questa combinazione di fattori porterà alla disintegrazione del sionismo e del colonialismo d’insediamento. Israele è sulla via dell’autodistruzione, ma non succederà da un giorno all’altro, ci vorranno ancora molti anni.

In qualche modo questo momento straordinario la fa sentire fiducioso?

L’Occidente, e in particolare gli USA, sostenendo Israele senza riserve ha distrutto il cosiddetto sistema internazionale basato sulle regole. È un tempo terribile, più di quanto possa ricordare. Israele ha mostrato il suo vero volto. Vediamo quanto sia brutale e quello che è capace di fare.

L’elezione di Trump ha gravi conseguenze perché non gli importa delle leggi internazionali, dell’ONU o della Nato. Gli interessa solo prima l’America. Userà ogni mezzo a sua disposizione per favorire l’America. È un potere imperiale senza limiti politici, morali o giuridici.

Cosa ritiene che si stia delineando dopo la caduta del sionismo israeliano?

C’è ancora un vasto consenso internazionale per la soluzione a due Stati. Ho appoggiato questa soluzione ma Israele l’ha sotterrata. Oggi Israele non parla neppure più della soluzione a due Stati. Al contrario sembra che resista apertamente ad oltranza allo Stato palestinese.

Una soluzione a due Stati non è più una possibilità. Israele sta continuando la politica di annessione strisciante. Di conseguenza quello che rimane ai palestinesi della Cisgiordania sono poche enclave isolate, non le fondamenta di uno Stato sostenibile. Perciò la scelta è tra uno Stato con diritti uguali per tutti i suoi cittadini o lo status quo: apartheid, etnocrazia e genocidio. Ho fatto una chiara scelta a favore della libertà e di uguali diritti per tutti. È quello che io e molti altri intendiamo quando diciamo: “Dal fiume al mare.”

Genocide in Gaza: Israel’s Long War on Palestine di Avi Shlaim è pubblicato dalla Irish Pages Press.

Sebastian Shehadi è un giornalista indipendente e collaboratore di The New Statesman [rivista politica britannica fondata nel 1913, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 




Stati Uniti e Israele cercano di trasferire i palestinesi di Gaza in Somalia, Somaliland e Sudan: i particolari

Rina Bassist

14 marzo 2025 – Al Monitor

Secondo quanto riportato dall’Associated Press funzionari israeliani e statunitensi hanno preso contatti con Sudan, Somalia e Somaliland per un possibile reinsediamento dei gazawi in questi paesi.

In seguito alla proposta avanzata a febbraio dal presidente Donald Trump di trasferire gli abitanti di Gaza altrove per un periodo imprecisato, funzionari statunitensi e israeliani avrebbero contattato Sudan, Somalia e Somaliland per verificare la possibilità di reinsediarvi i palestinesi sfollati di Gaza.

I fatti

Venerdì l’Associated Press ha riferito che funzionari statunitensi e israeliani avrebbero confermato che tali richieste erano state avanzate ai tre Paesi africani. Secondo i funzionari statunitensi non è chiaro quanto siano progrediti questi colloqui ed essi hanno sottolineato che Israele sta guidando le discussioni. Il rapporto cita anche fonti sudanesi che affermano di aver rifiutato tali offerte, mentre fonti in Somalia e Somaliland hanno dichiarato di non essere a conoscenza di alcuna discussione in merito.

“Contatti separati da parte degli Stati Uniti e di Israele con le tre potenziali destinazioni sono iniziati lo scorso mese, pochi giorni dopo che Trump ha avanzato il piano per Gaza insieme a Netanyahu”, si legge nel rapporto.

I funzionari della Casa Bianca non si sono resi immediatamente disponibili per un commento. Al-Monitor ha anche contattato il Ministero degli Esteri israeliano per un commento.

Il contesto

Trump ha proposto per la prima volta il reinsediamento degli oltre 2 milioni di palestinesi della Striscia di Gaza durante il suo incontro del 4 febbraio con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca. Ha sostenuto che la Striscia di Gaza è diventata inabitabile e ha suggerito di trasferire tutti i gazawi in altri Paesi. Ha aggiunto che gli Stati Uniti avrebbero preso il controllo di Gaza e l’avrebbero ricostruita.

“Sarà nostra”, ha detto Trump. “Prenderemo il controllo di quella zona, la svilupperemo e creeremo migliaia e migliaia di posti di lavoro, e sarà qualcosa di cui tutto il Medio Oriente potrà essere orgoglioso”. Ha anche affermato che i palestinesi trasferiti in una nuova terra “starebbero molto meglio che a Gaza, che ha attraversato decenni e decenni di morte” e che “saranno reinsediati in aree dove potranno vivere una bellissima vita”. Successivamente Trump ha dichiarato di aver discusso il piano con i leader di Giordania ed Egitto, secondo lui potenziali destinazioni dei gazawi sfollati.

Il piano di Trump ha suscitato un’ampia reazione negativa nel mondo arabo e in Europa. Sebbene abbia aggiunto che i gazawi non saranno costretti a lasciare la Striscia, non ha ritirato la sua proposta. Al contrario, le fazioni di estrema destra israeliane hanno abbracciato l’idea di un trasferimento di massa dei palestinesi, con Netanyahu che l’ha definita una “visione audace”.

Per saperne di più

Le relazioni che Stati Uniti e Israele mantengono con i tre Paesi africani in questione sono complesse.

Il Sudan è uno dei quattro Paesi – insieme agli Emirati Arabi Uniti, al Bahrain e al Marocco – che hanno inizialmente firmato gli Accordi di Abramo del 2020 per normalizzare i rapporti con Israele. Come parte dell’accordo, Washington ha rimosso il Sudan dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo. In effetti, mesi prima della firma degli accordi, Netanyahu ha incontrato in Uganda il leader del Consiglio Sovrano Sudanese [organo di governo sciolto da un golpe nel 2021, ndt.], Abdel Fattah al-Burhan. Nel corso degli anni le informazioni hanno suggerito che Israele abbia fornito supporto militare al regime di Burhan. Intanto dal 2023 il Sudan è stato travolto da una guerra civile. Giovedì l’UNICEF ha avvertito che il Sudan “è ora la più grande e devastante crisi umanitaria al mondo”, affermando che dopo due anni di guerra “oltre 30 milioni di persone – più della metà delle quali bambini – vivono nella morsa di atrocità di massa, carestia e malattie mortali”.

Nell’ultimo decennio gli Stati Uniti hanno collaborato con la Somalia per combattere il gruppo jihadista al-Shabaab nel sud del paese. Washington è il principale fornitore di armi della Somalia. Con una popolazione stimata di 18 milioni di persone distribuite su 640.000 km2, la Somalia rimane una delle nazioni più povere del continente. Un rapporto del 2023 del Times of Israel ha indicato che il ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen ha cercato di normalizzare le relazioni con la Somalia nonostante il sostegno di lunga data di Mogadiscio alla causa palestinese. I due Paesi attualmente non hanno relazioni diplomatiche.

Il Somaliland, regione autoproclamatasi indipendente, rappresenta un caso diverso, poiché non è riconosciuto a livello internazionale come Stato sovrano. La Somalia considera il Somaliland parte del suo territorio. Posizionato sul Golfo di Aden vicino allo strategico stretto di Bab al-Mandab, il Somaliland attira da anni l’interesse israeliano. Nel 2024 il Middle East Monitor ha riferito che Israele avrebbe cercato di stabilirvi una base militare in cambio del riconoscimento della sua indipendenza, anche se i funzionari israeliani non hanno confermato la notizia.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)