La ‘normalizzazione’ di Israele: l’Arabia Saudita sta ammorbidendo la sua posizione?

16 settembre 2020 – Al Jazeera

Dopo gli accordi con Emirati Arabi Uniti e Bahrain, ci sono segnali che l’Arabia Saudita stia preparando la sua gente a relazioni amichevoli con Israele.

Quando nel corso del mese uno dei principali leader musulmani dell’Arabia Saudita ha chiesto ai suoi correligionari di evitare “emozioni irruente e passioni infuocate” nei confronti degli ebrei, ciò ha costituito un netto cambiamento di tono da parte di chi in passato ha versato lacrime durante le sue prediche a favore della Palestina.

Il sermone di Abdulrahman al-Sudais, imam della Grande Moschea della Mecca, trasmesso dalla televisione di Stato saudita il 5 settembre, è arrivato tre settimane dopo che gli Emirati Arabi Uniti avevano concordato uno storico accordo per normalizzare le relazioni con Israele e pochi giorni prima che lo Stato del Golfo del Bahrain, uno stretto alleato saudita, ne seguisse l’esempio.

Sudais, che in passato pregava nei suoi sermoni perché i palestinesi conseguissero la vittoria sugli ebrei “invasori e aggressori”, ha spiegato come il profeta Maometto fosse buono con il suo vicino ebreo e ha sostenuto che il modo migliore per persuadere gli ebrei a convertirsi all’Islam fosse “trattarli bene”.

Anche se non ci si aspetta che l’Arabia Saudita segua presto l’esempio dei suoi alleati del Golfo, le osservazioni di Sudais potrebbero essere un indizio su come il regno affronta il delicato tema dell’amicizia con Israele – una prospettiva un tempo inconcepibile. Nominato dal re, egli è una delle figure più influenti del paese, che riflette le opinioni della propria istituzione religiosa conservatrice e della corte reale.

I plateali accordi con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain hanno costituito un colpo di scena da parte di Israele e del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che si sta atteggiando a pacificatore in vista delle elezioni di novembre.

Ma il grande risultato diplomatico riguardo un accordo con Israele riguarderebbe l’Arabia Saudita, il cui re è il custode dei siti più sacri dell’Islam e governa il più grande Stato esportatore di petrolio del mondo.

“Testare la reazione del pubblico”

Marc Owen Jones, un accademico dell’Istituto di studi arabi e islamici dell’Università di Exeter, ha affermato che la normalizzazione degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrain ha consentito all’Arabia Saudita di mettere alla prova l’opinione pubblica, ma un accordo formale con Israele sarebbe un “compito gravoso” per il regno.

“Dare una ‘spintarella’ ai sauditi tramite un influente imam è ovviamente un passo nel tentativo di testare la reazione del pubblico e di incoraggiare il concetto di normalizzazione”, ha aggiunto Jones.

L’appello di Sudais onde evitare emozioni accese è ben distante dal suo passato, quando decine di volte è scoppiato in lacrime nel pregare per la moschea Al-Aqsa di Gerusalemme, il terzo luogo più sacro dell’Islam.

Il sermone del 5 settembre ha suscitato una reazione mista, con alcuni sauditi che lo difendevano con la motivazione che egli stesse semplicemente comunicando gli insegnamenti dell’Islam. Altri su Twitter, per lo più sauditi all’estero e apparentemente critici nei confronti del governo, lo hanno definito “il sermone sulla normalizzazione”.

Ali al-Suliman, intervistato in uno dei centri commerciali di Riyadh, ha detto, in risposta all’accordo con il Bahrain, che da parte degli altri Stati del Golfo o facenti parte del più vasto Medio Oriente sarebbe stato difficile abituarsi alla normalizzazione con Israele, poiché “Israele è una nazione occupante e ha cacciato i palestinesi dalle loro case”.

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MBS), il sovrano di fatto del regno, ha promesso di promuovere il dialogo inter-religioso come parte delle sue riforme interne. Il principe aveva affermato in precedenza che gli israeliani hanno il diritto di vivere pacificamente nella propria terra con la condizione di un accordo di pace che assicuri stabilità a tutte le parti.

La paura condivisa di Arabia Saudita e Israele nei confronti dell’Iran potrebbe essere un fattore chiave per lo sviluppo dei legami.

Ci sono stati altri segnali che l’Arabia Saudita, uno dei paesi più influenti del Medio Oriente, stia preparando la sua gente a stabilire rapporti di amicizia con Israele.

Una serie televisiva, “Umm Haroun” [La madre di Haroun, ndtr.], andata in onda alla televisione della MBC [la più grande compagnia privata di radio-telediffusione satellitare del Medio Oriente e del Nord Africa, controllata dai sauditi, ndtr.] ad Aprile durante il Ramadan, in un periodo in cui il numero di spettatori in genere aumenta, era incentrata sui processi subiti da un’ostetrica ebrea.

La serie immaginaria parla di una comunità multireligiosa in uno Stato non specificato del Golfo arabo dagli anni ’30 ai ’50. Lo spettacolo ha attirato le critiche del gruppo palestinese di Hamas, secondo cui [la serie] ritraeva gli ebrei sotto una luce di indulgenza.

All’epoca, la MBC ha sostenuto che lo spettacolo fosse lo sceneggiato ambientato nel Golfo più apprezzato in Arabia Saudita nel corso del Ramadan. Gli autori dello spettacolo, entrambi del Bahrain, hanno affermato che non conteneva nessun messaggio politico.

Ma esperti e diplomatici hanno detto che si trattava di un altro indizio dello spostamento del discorso pubblico su Israele.

All’inizio di quest’anno, Mohammed al-Aissa, ex ministro saudita e segretario generale della Muslim World League [organizzazione non governativa islamica che si propone di diffondere il panislamismo, ndtr], ha visitato Auschwitz. A giugno ha preso parte a una conferenza organizzata dall’American Jewish Committee [gruppo di difesa ebraica, ndtr.] dove ha auspicato un mondo senza “islamofobia e antisemitismo”.

“Certamente – ha affermato Neil Quilliam, ricercatore presso la Chatham House [Royal Institute of International Affairs, comunemente noto come Chatham House, centro di studi britannico, specializzato in analisi geopolitiche, ndtr.] – MBS è intenzionato a moderare i messaggi approvati dallo Stato condivisi dall’istituzione clericale, e ciò in parte probabilmente funzionerà per giustificare qualsiasi accordo futuro con Israele, che in precedenza sarebbe sembrato impensabile”.

Palestinesi isolati

La normalizzazione tra Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Israele, firmata martedì alla Casa Bianca, ha ulteriormente isolato i palestinesi.

L’Arabia Saudita, il luogo di nascita dell’Islam, non ha preso direttamente parte agli accordi di Israele con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain, ma ha affermato di rimanere impegnata per la pace sulla base delle iniziative di pace arabe di vecchia data.

L’Arabia Saudita, che non riconosce Israele, ha elaborato l’iniziativa del 2002 con la quale le nazioni arabe si sono offerte di normalizzare i legami con Israele in cambio di un accordo con i palestinesi per uno Stato [indipendente] e del completo ritiro israeliano dal territorio occupato nel 1967.

Trump ha detto che si sarebbe aspettato che l’Arabia Saudita aderisse agli accordi per normalizzare i rapporti diplomatici e creare nuove e ampie relazioni.

Ma il re dell’Arabia Saudita Salman bin Abdulaziz ha detto al presidente degli Stati Uniti che il paese del Golfo intende prima vedere una soluzione equa e permanente per i palestinesi.

Non è chiaro se e come il regno cercherà di scambiare la normalizzazione con un accordo sui termini dell’Iniziativa di pace araba.

In un altro accattivante gesto di buona volontà, il regno ha consentito ai voli Israele-Emirati Arabi Uniti di utilizzare il suo spazio aereo. Il genero e alto consigliere di Trump, Jared Kushner, che ha uno stretto rapporto con MBS, ha elogiato la mossa la scorsa settimana.

Un diplomatico del Golfo ha detto che per l’Arabia Saudita la questione è più legata a quella che ha definito la sua posizione religiosa come guida del mondo musulmano, e un accordo formale con Israele richiederebbe tempo ed è improbabile che avvenga mentre il re Salman resta al potere.

“Qualsiasi normalizzazione da parte saudita aprirà le porte a Iran, Qatar e Turchia per chiedere l’internazionalizzazione delle due sacre moschee”, ha detto, riferendosi alle periodiche richieste degli oppositori di Riyadh affinché la Mecca e Medina siano poste sotto la supervisione internazionale.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il Bahrein segue gli EAU e normalizza i rapporti con Israele

Al-Jazeera e agenzie

12 settembre 2020 – Al-Jazeera

La Palestina richiama l’inviato in Bahrein, denunciando l’ultimo accordo come “un’altra coltellata a tradimento contro la causa palestinese.”

Il Bahrein si è unito agli Emirati Arabi Uniti accettando di normalizzare i rapporti con Israele, con un accordo mediato dagli USA che i dirigenti palestinesi hanno denunciato come “un’altra coltellata a tradimento contro la causa palestinese”.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato l’accordo venerdì su Twitter, dopo aver parlato per telefono con il re del Bahrain Hamad bin Isa Al Khalifa e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

È veramente un giorno storico,” ha detto Trump ai giornalisti nello Studio Ovale, affermando di credere che altri Paesi faranno altrettanto.

Era impensabile che ciò potesse avvenire e così in fretta.”

Con un comunicato congiunto gli Stati Uniti, il Bahrein e Israele hanno detto che “aprire un dialogo e rapporti diretti tra queste due società dinamiche e le loro economie avanzate continuerà la trasformazione positiva del Medio Oriente e aumenterà la stabilità, la sicurezza e la prosperità nella regione.”

Un mese fa gli EAU hanno accettato di normalizzare i rapporti con Israele in base ad un accordo mediato dagli USA che dovrebbe essere firmato martedì durante una cerimonia alla Casa Bianca ospitata da Trump, che sta cercando di essere rieletto il 3 novembre.

Alla cerimonia parteciperanno Netanyahu e il ministro degli Esteri degli Emirati, lo sceicco Abdullah bin Zayed Al Nahyan. Il comunicato congiunto afferma che il ministro degli Esteri del Bahrein Abdullatif al-Zayani si aggiungerà a questa cerimonia e firmerà una “storica dichiarazione di pace” con Netanyahu.

La storia della normalizzazione tra arabi e israeliani

Come l’accordo degli EAU, quello di venerdì tra il Bahrain e Israele normalizzerà le relazioni diplomatiche, commerciali, per la sicurezza ed altro tra i due Paesi. Il Bahrein, insieme all’Arabia Saudita, ha già annullato il divieto di passaggio sul suo spazio aereo ai voli israeliani.

Il comunicato congiunto di venerdì menziona solo marginalmente i palestinesi, che temono che le iniziative del Bahrein e degli EAU indeboliscano la tradizionale posizione di tutti i Paesi arabi di chiedere il ritiro di Israele dai territori già illegalmente occupati e l’accettazione di uno Stato palestinese in cambio della normalizzazione dei rapporti con i Paesi arabi.

Il comunicato afferma che il Bahrain, Israele e gli USA continueranno nel tentativo di “raggiungere una soluzione giusta, esauriente e duratura del conflitto israelo-palestinese per consentire al popolo palestinese di realizzare appieno il suo potenziale.”

Grave danno”

Netanyahu ha accolto positivamente l’accordo ed ha ringraziato Trump.

Ci sono voluti 26 anni tra il secondo accordo di pace con un Paese arabo e il terzo, ma solo 29 giorni tra il terzo e il quarto, e ce ne saranno altri,” ha detto in riferimento al trattato di pace del 1994 con la Giordania e all’accordo più recente.

Secondo l’agenzia di stampa statale [del Bahrein] BNA, per parte sua il Bahrein ha affermato di appoggiare una pace “giusta ed esauriente” in Medio Oriente. Questa pace dovrebbe essere basata su una soluzione a due Stati per risolvere il conflitto israelo-palestinese, dice l’articolo citando re Hamad.

Il genero di Trump e importante consigliere alla Casa Bianca Jared Kushner ha salutato gli accordi come “il culmine di quattro anni di grande lavoro” da parte dell’amministrazione Trump.

Parlando al telefono con i giornalisti dalla Casa Bianca subito dopo l’annuncio di venerdì, Kushner ha detto che gli accordi degli EAU e del Bahrein “contribuiranno a ridurre le tensioni nel mondo musulmano e consentiranno al popolo di separare la questione palestinese dai propri interessi nazionali e dalla politica estera, che dovrebbe essere concentrata sulle priorità interne.”

Tuttavia la dirigenza palestinese ha condannato l’accordo come un tradimento della causa palestinese e ha richiamato per consultazioni l’ambasciatore palestinese in Bahrein.

In un comunicato l’Autorità Nazionale Palestinese ha dichiarato di “respingere la decisione presa dal regno del Bahrein e gli chiede di ritrattarlo immediatamente per il grave danno che causa agli inalienabili diritti nazionali del popolo palestinese e all’azione congiunta degli arabi.”

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), con sede a Ramallah, in Cisgiordania, ha definito la normalizzazione “un’altra coltellata a tradimento alla causa palestinese.” E a Gaza il portavoce di Hamas Hazem Qassem ha affermato che la decisione del Bahrein di normalizzare i rapporti con Israele “rappresenta un grave danno per la causa palestinese e appoggia l’occupazione.”

Una decisione puramente saudita”

Khalil Jahshan, direttore esecutivo dell’Arab Center [Centro Arabo] di Washington, ha detto che il consenso saudita è stato fondamentale per la decisione del Bahrain.

È una decisione puramente saudita. Non potendo rispondere positivamente a Trump a causa di contrasti interni, la dirigenza dell’Arabia Saudita gli ha dato il Bahrein su un piatto d’argento.”

Il Bahrein, un piccolo Stato insulare, è sede del quartier generale regionale della flotta USA. Nel 2011 l’Arabia Saudita ha inviato truppe in Bahrein per contribuire a reprimere una rivolta, e nel 2018, insieme al Kuwait e agli EAU, ha offerto al Bahrein un salvataggio finanziario di 10 miliardi di dollari.

Nida Ibrahim, inviata di Al Jazeera a Ramallah, nella Cisgiordania occupata, concorda, affermando che fonti ufficiali palestinesi credono che gli accordi di Bahrein e EAU non ci sarebbero stati “senza un sostegno regionale.”

Il timore tra i palestinesi è che questi accordi rappresentino la luce verde perché altri Stati arabi normalizzino i rapporti con Israele,” dice. “E molti palestinesi che dicono di aver per anni visto gli USA come avvocati o partner di Israele, ora li vedono come i rappresentanti di Israele. Perché è Trump che annuncia gli accordi di normalizzazione.”

Da quando ha assunto il potere, l’amministrazione Trump ha perseguito politiche risolutamente filo-israeliane, compreso lo spostamento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, ordinando la chiusura dell’ufficio di rappresentanza dell’OLP a Washington e riconoscendo l’occupazione israeliana delle Alture del Golan siriane. Il presidente USA e i suoi consiglieri hanno promosso la proposta del cosiddetto “accordo del secolo” per risolvere il conflitto israelo-palestinese ed hanno corteggiato gli Stati arabi del Golfo per cercare di ottenere appoggio all’iniziativa.

Per esempio nel giugno 2019 il Bahrein ha ospitato la conferenza organizzata dagli USA per rivelare gli aspetti economici della proposta, e all’epoca dirigenti emiratini e sauditi hanno espresso il loro appoggio a qualunque accordo economico che beneficiasse i palestinesi. Tuttavia i dirigenti palestinesi hanno boicottato quel summit, affermando che l’amministrazione Trump non era un mediatore imparziale per qualunque futuro negoziato con Israele.

Riferendo da Washington, Kimberly Halkett di Al Jazeera afferma che, mentre gli accordi tra Israele, il Bahrein e gli EAU non sono tra le principali priorità per molti elettori USA, gran parte dei sostenitori di Trump sono cristiani evangelici, favorevoli alle sue posizioni a favore di Israele.

Halkett dice che Trump sta cercando di dimostrare loro prima delle elezioni del 3 novembre che può ottenere l’“accordo del secolo” durante il suo secondo mandato.

Sta agendo come se questo fosse il quadro che porterà al cosiddetto “accordo del secolo”, afferma Halkett, nonostante il fatto che “finora il presidente e i rappresentanti della sua amministrazione non abbiano neppure parlato con i palestinesi.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Netanyahu mette gli ebrei gli uni contro gli altri

Akiva Eldar

2 settembre 2020 – Al Jazeera

Mentre procede alla normalizzazione nelle relazioni estere, il primo ministro israeliano sta seminando tensioni etniche in casa

In questi giorni in Israele tutti parlano di “normalizzazione”. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e i suoi sostenitori stanno festeggiando la normalizzazione dei rapporti di Israele con gli Emirati Arabi Uniti (EAU).

Gli opinionisti politici stanno scommettendo su quale sarà il prossimo Stato musulmano che normalizzerà le sue relazioni con lo Stato ebraico: il Bahrain o il Sudan, o presto sarà la bandiera saudita a sventolare nel cuore di Tel Aviv?

Netanyahu, con il generoso aiuto del suo compare presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha effettivamente colmato con successo la frattura formale tra Israele e i governanti di diversi Stati del Golfo.

Tuttavia, anche se pontifica sulla storica riconciliazione tra Israele e il mondo arabo (mentre inasprisce l’occupazione israeliana sul territorio palestinese), sta lasciando traccia negli annali del popolo ebraico come arci-divisore, che mette gli ebrei gli uni contro gli altri. Il suo talento nel creare spaccature sta rivaleggiando con quello di Trump.

Nel tentativo di liberarsi dell’accusa di corruzione e della possibile incarcerazione, Netanyahu si è ripetutamente presentato come vittima della persecuzione della sinistra liberale, che molti chiamano “l’élite ashkenazita” riferendosi agli ebrei che provengono dall’Europa, tradizionalmente considerati privilegiati rispetto ai loro fratelli provenienti dagli Stati arabi, noti come ebrei mizrahi.

Netanyahu e i suoi seguaci considerano le decine di migliaia di manifestanti che ogni settimana protestano in massa davanti alla porta della sua residenza ufficiale a Gerusalemme come una banda di “mestatori” intenti a spodestare lui e la destra politica. Sono gli stessi appartenenti alle “tribù bianche” che nel 1997, in un rumoroso sussurro all’orecchio dell’anziano rabbino capo sefardita, ha accusato di “dimenticare cosa significa essere ebrei” data la loro propensione per i valori occidentali, liberali e la politica di sinistra.

Usando come portavoce il suo impudente figlio Yair, Netanyahu ha fatto presto a cavalcare l’onda della discussione pubblica del momento e a farla crescere contro le “élite ashkenazite” – nonostante suo padre sia nato a Varsavia e sia stato docente universitario negli Stati Uniti.

Il suo ultimo ricorso a tattiche ciniche riguarda una disputa tra la parte orientale della città di Beit She’an e il vicino kibbutz chiuso di Nir David in merito all’accesso a un tratto del fiume Hasi che attraversa la comunità.

Piuttosto che proporre una soluzione a una ferita socioeconomica vecchia di decenni e ormai purulenta, che ha contrapposto gli ebrei mizrahi che vivono in alloggi angusti ai kibbutzim possessori di terre prevalentemente ashkenaziti, Netanyahu, che possiede una villa sul mare a Cesarea, ha invece alimentato le fiamme. Suo figlio Yair ha twittato contro i fondatori dei kibbutz e la loro condizione privilegiata, definendoli “dannati comunisti che hanno rubato metà delle terre statali a spese delle città di sviluppo “, riferendosi alle città costruite per gli immigrati mizrahi negli anni ’50.

Il movimento dei kibbutz, a lungo considerato baluardo della politica di sinistra in Israele, ha reagito, sottolineando il proprio ruolo pionieristico. “Mentre in Galilea i bambini dei kibbutz stanno in rifugi, il perdigiorno di Balfour pensa sia meglio calunniarci” ha postato su Facebook, riferendosi al giovane disoccupato Netanyahu che vive nella residenza ufficiale del primo ministro in via Balfour a Gerusalemme. “Non andiamo da nessuna parte. Se c’è qualcuno che dovrebbe andare via sei tu, da Balfour.”

Nella sua corsa al potere, Netanyahu non è affatto il primo politico di destra a sfruttare quello che gli israeliani chiamano “il demone etnico”. Il defunto Menachem Begin, primo leader del Likud [lo stesso partito di destra di Netanyahu, ndtr.] a diventare primo ministro, mise gli abitanti delle “città di sviluppo” e dei quartieri urbani poveri, la maggior parte immigrati dal Medio Oriente e dal Nord Africa, contro gli abitanti dei kibbutz (“proprietari di piscine”, come li chiamava), in maggioranza di origine europea.

Tuttavia, se Begin aveva il diritto di accusare il partito laburista dominato dagli ashkenaziti e la sinistra politica – che governarono lo Stato dal 1948 fino alla sua vittoria nel 1977 – di discriminare gli immigrati mizrahi, Netanyahu è a capo di un partito che ha governato Israele quasi senza interruzioni per quattro decenni. Tuttavia, nonostante denunci costantemente il privilegio ashkenazita, il primo ministro israeliano non ha fatto quasi nulla per migliorare le condizioni dei mizrahi.

E’ stato sotto lo sguardo suo e del suo partito, il Likud, che il tasso di laureati tra gli ebrei ashkenaziti di terza generazione è arrivato a essere 1,5 volte superiore a quello dei loro coetanei mizrahi.

Questo divario era già comparso fra le generazioni precedenti perché i mizrahi si indirizzavano a scuole professionali, sulla base della loro origine, indipendentemente dalle capacità, piuttosto che a scuole superiori con maggiori possibilità di raggiungere l’università e migliorare il proprio status sociale.

Tra gli ashkenaziti era il contrario.

Nel corso degli anni, ciò ha determinato un più alto tasso di povertà e scarsa mobilità socioeconomica all’interno della comunità mizrahi.

Begin mobilitava i mizrahi alla lotta politica, e Netanyahu sta facendo lo stesso per minare i guardiani della democrazia israeliana: il ministero della Giustizia, la procura generale, il capo della polizia, i media, le organizzazioni per i diritti umani e i manifestanti contro la corruzione al vertice.

Diversi giornalisti di spicco e docenti universitari hanno preso posizioni alla destra di Netanyahu, del suo governo e dei suoi adulatori in parlamento.

Il più eminente ed esplicito è un analista della televisione Canale 13, il dottor Avishay Ben Haim, diventato il portabandiera di quello che chiama “il secondo Israele”, sinonimo di ebrei mizrahi.

A maggio, quando stava per iniziare il processo per corruzione a Netanyahu, Ben Haim ha dichiarato: “Sono sotto processo,” intendendo che il processo di Netanyahu fosse un complotto del “primo Israele” per vanificare la scelta del primo ministro fatta dagli elettori del “secondo Israele” e per umiliare la “personalità ebrea più ammirata del XXI secolo”.

A luglio, mentre stava facendo un reportage sulle manifestazioni davanti alla residenza di Netanyahu a Gerusalemme, i manifestanti lo hanno identificato e lo hanno coperto di insulti. Uno o due di loro lo hanno chiamato “feccia marocchina” [“marocchino” è il termine dispregiativo per indicare tutti i mizrahi, ndtr.]. Diversi leader di spicco della manifestazione hanno sostenuto che le persone che hanno attaccato e insultato Ben Haim fossero provocatori di destra.

Ciò non ha impedito ad Aryeh Deri – ministro degli Interni e leader del partito conservatore Shas [partito religioso sefardita, ndtr.], che esclude le donne e gli ashkenaziti dalle sue fila – di intervenire rapidamente.

“Non importa che Avishai Ben Haim abbia un dottorato di ricerca, sia stato tenente colonnello in un’unità militare di combattimento, sia un giornalista rispettato: per la gente della società israeliana rimane ‘feccia marocchina’ solo a causa delle sue origini”, ha twittato Deri. “Non chineremo più la testa a simili affermazioni […] Siamo orgogliosi di essere marocchini!” ha dichiarato l’anziano ministro, salito alla ribalta grazie al “demone etnico”, che negli anni ’90 ha radunato manifestanti contro la sua condanna per corruzione, affermando fosse basata su motivi etnici.

Nonostante i tentativi di Netanyahu e dei suoi alleati di presentare le proteste come esclusivamente ashkenazite, la folla che si raduna da mesi davanti alla sua residenza è piuttosto varia. Tra i manifestanti devoti ci sono persone di origini diverse, da giovani donne tatuate a uomini che portano la kippa [copricapo degli ebrei religiosi, ndtr.].

L’opposizione a Netanyahu supera le divisioni etno-religiose. Un recente sondaggio indica che solo il 30 % degli ebrei di confessione tradizionale (che tendono ad essere mizrahi/sefarditi), e solo il 20 % dei laici (che tendono ad essere ashkenaziti) pensa che gli obbiettivi di Netanyahu siano il bene dello Stato o un’ideale. La maggioranza fra i religiosi (52%) e la maggioranza assoluta tra i laici (68%) pensano che Netanyahu sia mosso principalmente dal proprio futuro in tribunale. I suoi elettori più devoti sono membri delle comunità ultraortodosse sia ashkenazite che sefardite.

I tuoi distruttori e i tuoi devastatori si allontaneranno da te” (Isaia 49:17), così il profeta Isaia avvertiva il popolo d’Israele. Da te, non da Dubai e non da Riad. La normalizzazione deve iniziare a casa.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione della redazione di Al Jazeera.

Akiva Eldar è un analista israeliano

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Mustafa al-Barghouti: “Di fronte all’annessione occorre mostrarsi combattivi”

Mustafa Barghouti

15 agosto 2020 – Chronique de Palestine

Il governo di occupazione non cessa di intensificare i propri abusi in parecchi ambiti: l’espansione delle colonie e gli ordini di demolizione di case palestinesi, i quotidiani arresti di palestinesi – alcuni dei quali si accompagnano ad odiosi omicidi, come nel caso della martire Dalia Al-Samoudi a Jenin, gli attacchi contro le istituzioni di Gerusalemme ed il tentativo di ridurre la presenza palestinese nella città.

La decisione israeliana di costruire 1.000 nuovi blocchi di colonie nella zona E1 tra Gerusalemme e la Valle del Giordano è stata di fatto il segnale d’avvio del processo di annessione e di ebraizzazione.

Alcuni analisti pensano che questo processo sia stato rinviato o interrotto, nonostante il fatto che Benjamin Netanyahu non smetta di ripetere che esso è all’ordine del giorno e la sua attuazione viene accuratamente predisposta.

Ma occorre guardare in faccia la realtà: anche senza questo, le costanti pratiche degli israeliani sul terreno modificano lo status quo, attraverso l’ebraizzazione delle aree palestinesi e l’annessione di fatto di tutte le zone che sono purtroppo classificate come zona “C”, cioè il 62% della Cisgiordania [la zona C è sotto completo controllo israeliano in base agli accordi di Oslo del ’93, ndtr.].

Ciò dimostra l’importanza della dichiarazione dei diplomatici americani ai loro omologhi internazionali, che è stata oggetto di una fuga di notizie, relativa al mancato rispetto delle Risoluzioni 242 e 338 delle Nazioni Unite (due delle principali risoluzioni dell’ONU, del 1967 e del 1973, che essenzialmente impegnano al ritiro dai territori occupati e al diritto al ritorno dei profughi, ndtr.) e di altre risoluzioni internazionali. Queste violazioni sono antiche, essi affermano, e la realtà sul terreno cambia con gli anni e si evolve quotidianamente.

Non bisogna collegare le iniziative necessarie a contrastare il processo di annessione e impedire l’attuazione dell’Accordo del Secolo all’annuncio ufficiale dell’annessione. Bisogna collegarle in termini generali alla politica di colonizzazione israeliana e all’applicazione concreta del suo sistema di apartheid.

Il governo israeliano studia le reazioni alle sue pratiche e alle sue dichiarazioni relative all’attuazione dell’annessione ufficiale e tenta di contenere tali reazioni e prendere le sue misure in base ad esse.

Tuttavia si scontra con tre ostacoli evidenti: la presenza fisica di palestinesi che resistono ai suoi piani e rifiutano il regime di apartheid; l’eventualità di dover affrontare sanzioni concrete, compreso un boicottaggio che si sviluppa in modo esponenziale a livello popolare; l’unanimità palestinese riguardo al rifiuto dell’Accordo del Secolo, delle sue mappe geografiche e dei suoi inganni.

Inoltre per Israele il tempo stringe, perché Donald Trump potrebbe perdere le elezioni presidenziali di novembre.

Dal lato palestinese la cosa più pericolosa che potrebbe verificarsi sarebbe adottare una posizione di attesa passiva, o sopravvalutare ed esagerare le conseguenze di un’eventuale caduta di Trump ed elezione di Biden. Infatti, anche se Biden è contrario al piano di annessione di Netanyahu, non farebbe niente per impedire che proseguano i tre processi in atto sul terreno di cui ho parlato prima.

Proseguire il processo di modifica dello status quo, ufficialmente o no, significa eliminare la possibilità di creare uno Stato palestinese indipendente. Basti pensare che il numero di coloni presenti in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza non superava i 120.000 all’epoca della firma degli Accordi di Oslo (1993), mentre ora ammonta a 750.000.

Che alla Casa Bianca ci sia Trump o Biden, e che il primo ministro israeliano sia Netanyahu o Gantz, le iniziative palestinesi che devono essere avviate urgentemente sono le stesse: una reale unità nazionale, l’adozione di una strategia nazionale di lotta unitaria e azioni efficaci per imporre il boicottaggio dell’occupazione e del regime di apartheid.

Non sarà un male per il popolo palestinese se le sue differenti fazioni e dirigenti adotteranno un approccio adeguato. Ma sarà pericoloso se esse si accontenteranno di reagire invece di prendere l’iniziativa.

Il dottor Mustafa al-Barghouti è Segretario generale dell’Iniziativa Nazionale Palestinese, presidente della Società palestinese di assistenza sanitaria e membro del Consiglio Legislativo Palestinese.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Thomas Friedman si sbaglia di nuovo – questa volta sull’accordo tra Emirati Arabi Uniti e Israele

James North

14 agosto 2020 – MondoWeiss

Thomas Friedman [commentatore e autore politico americano, tre volte vincitore del Premio Pulitzer ed editorialista settimanale del New York Times, ndtr.] sbaglia sempre sul Medio Oriente, e ha di nuovo sbagliato. Il suo articolo sul New York Times di sabato, “Un terremoto geopolitico ha appena colpito il Medio Oriente”, interpreta male l’accordo Israele-Emirati Arabi Uniti – e mostra ancora una volta come Friedman abbia avuto paura di prendere posizione sulla prevista annessione da parte di Israele del 30 % della Cisgiordania palestinese.

Friedman l’ha presa al contrario. L’accordo, che si limita a ratificare la cooperazione già esistente tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele, non è un “terremoto” – ma, almeno per ora, ha ridotto le occasioni di disordini in Palestina ed evitato un’enorme crisi del sostegno statunitense a Israele, in particolare all’interno della comunità ebraica. Lo stesso Friedman riconosce che:Se Israele avesse annesso parte della Cisgiordania, avrebbe diviso ogni sinagoga e comunità ebraica in America in annessionisti intransigenti contro anti-annessionisti progressisti.

Oggi riconosce che l’annessione costituirebbe “un disastro incombente” per “la comunità ebraica americana”.

Fermiamoci un attimo e consideriamo il patetico primato di Friedman nelle ultime settimane. È il giornalista di affari esteri più influente al mondo, venerato specialmente in molte delle case ebraiche statunitensi. Si è fatto un nome coprendo dal 1980 il Medio Oriente. Ma non ha pubblicato una sola parola contro l’annessione di Israele fino a ieri, quando gli Emirati Arabi Uniti e Donald Trump lo hanno spiazzato. Friedman è un codardo intellettuale. Si è comportato esattamente come l’organizzazione di punta della lobby israeliana americana, l’AIPAC, che allo stesso modo non ha dichiarato alcun allarme per l’annessione, ma è subito intervenuta nel sostenere l’accordo Emirati Arabi Uniti-Israele.

Larticolo di Friedman include ulteriori prove della sua negligenza giornalistica. Dopo aver sottolineato che la proposta di annessione è “un piano molto pro-Israele” – punto di vista su cui aveva sinora mantenuto il silenzio – ha aggiunto: “(Mi chiedo se l’ambasciatore di Trump in Israele, David Friedman, un estremista pro-colonie, abbia incoraggiato Bibi [Netanyahu] a pensare che avrebbe potuto farla franca.)”

Friedman “si chiede”? Il punto centrale dell’essere un giornalista influente è poter raggiungere al telefono chiunque si voglia. Ieri non ha avuto problemi ad ottenere immediatamente una risposta di prima mano da Itamar Rabinovich, ex ambasciatore israeliano, e da Ari Shavit, lo scrittore.

Non ha Friedman sicuramente qualche fonte in Israele che avrebbe potuto fornire dettagli eloquenti sull’ “estremismo pro-colonie” dell’ambasciatore statunitense Friedman? Il quotidiano israeliano Haaretz copre Friedman continuamente.

Thomas Friedman ha commesso in passato errori peggiori sul Medio Oriente. Ha appoggiato con entusiasmo l’invasione dell’Iraq del 2003 e, a differenza di molti appassionati sostenitori dellepoca non ha mai ammesso di essersi sbagliato o detto di essere dispiaciuto. “Lo rifarei”, ha detto. Ha parlato enfaticamente del sovrano de facto dell’Arabia Saudita, il principe ereditario Mohammed, e ha fatto un po’ marcia indietro solo dopo che il principe ereditario ha ordinato il terribile omicidio del giornalista dissidente saudita Jamal Khashoggi.

Ma ci sono segnali incoraggianti del fatto che l’influenza di Friedman stia progressivamente diminuendo. I commenti dei lettori all’editoriale di oggi, ad esempio, sono fortemente critici. La migliore risposta a Friedman da un lettore, “Russell in Oakland”, andava direttamente al punto: Insomma Israele ha annunciato il suo piano per commettere un crimine, l’annessione dei territori della Cisgiordania, e poi accetta di firmare la “pace” con un paese con cui, per quanto ne so, non era in guerra in cambio di non commettere quel crimine. Per ora.

La tragedia è che Friedman continua ad occupare spazi giornalistici che potrebbero essere occupati da qualcuno intelligente che non ha paura di scrivere quello che pensa.

(traduzione dall’ inglese di Luciana Galliano)




“Una pugnalata alle spalle”: i palestinesi denunciano l’accordo di normalizzazione tra gli Emirati e Israele

MEE e agenzie

venerdì 14 agosto 2020 – Middle East Eye

I palestinesi e i loro sostenitori hanno condannato duramente l’accordo concluso da Abu Dhabi con Israele, che ha peraltro annunciato per bocca del suo primo ministro Benjamin Netanyahu che l’annullamento del progetto di annessione che si pensava fosse previsto nel patto non è garantito

Questo giovedì in un comunicato l’Autorità Nazionale Palestinese ha denunciato l’accordo di normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti (EAU) con il sostegno degli Stati Uniti, definendolo un “tradimento di Gerusalemme, di Al-Aqsa e della causa palestinese” ed esigendone il ritiro.

Questo accordo, che dovrà essere firmato tra tre settimane a Washington, farebbe di Abu Dhabi la terza capitale araba a seguire questa via dalla creazione di Israele.

La direzione (palestinese) afferma che né gli EAU né nessun’altra controparte hanno il diritto di parlare in nome del popolo palestinese, né consente a chicchessia di intervenire negli affari palestinesi riguardanti i loro legittimi diritti sulla loro patria.”

L’Autorità Nazionale Palestinese ha richiamato il suo ambasciatore ad Abu Dhabi e chiesto una “riunione d’urgenza” della Lega Araba e dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OCI) per denunciare il progetto.

La normalizzazione delle relazioni tra Israele e le potenze del Golfo come Bahrein, Arabia Saudita ed Emirati è uno degli aspetti del piano dell’amministrazione Trump per il Medio Oriente, accolto dagli israeliani ma duramente criticato dai palestinesi.

Questo piano prevede anche l’annessione da parte di Israele della Valle del Giordano e di centinaia di colonie ebraiche in Cisgiordania, giudicate illegali dal diritto internazionale. Giovedì sera il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto di aver “rinviato” questo progetto, senza tuttavia “avervi rinunciato”.

La dirigenza palestinese “rifiuta questo scambio tra la sospensione dell’annessione illegale e la normalizzazione con gli EAU che avviene a spese dei palestinesi,” continua il comunicato, che definisce l’accordo tra Israele e gli Emirati “un’aggressione contro i palestinesi.”

Hanan Ashrawi, una dei maggiori esponenti dell’Autorità Nazionale Palestinese che governa la Cisgiordania, ha dichiarato che in questo modo Israele è stato ricompensato per le sue azioni illegali dal 1967 nei territori palestinesi.

Gli EAU hanno rivelato alla luce del sole i loro rapporti segreti e la normalizzazione con Israele. Vi preghiamo, non fateci dei favori. Non siamo la foglia di fico di nessuno!” ha twittato.

Possiate voi non provare mai la sofferenza di vedersi rubare il proprio paese; possiate voi non provare mai il dolore di vivere prigionieri sotto occupazione; possiate voi non assistere mai alla demolizione della vostra casa o all’uccisione dei vostri cari. Possiate voi non essere mai venduti dai vostri ‘amici’,” ha aggiunto.

Awni Almashni, un responsabile del movimento Fatah del presidente palestinese Mahmoud Abbas, e attivista della città di Betlemme, in Cisgiordania, ha dichiarato a Middle East Eye che la pace nella regione non potrà essere ottenuta che risolvendo i problemi che i palestinesi devono affrontare.

Gli accordi che Israele cerca di concludere con i Paesi musulmani ed arabi sono un mezzo per eludere ed evitare la questione palestinese, ma qualunque piano di pace con un Paese arabo non è che un’illusione e non risolverà il problema principale tra Israele e la Palestina,” ha avvertito.

In passato Israele ha cercato di costruire la pace con certi Paesi arabi, ma noi sappiamo che non ha raggiunto nessun tipo di pace nella regione.”

L’attivista nota che l’annessione è stata congelata molto prima dell’annuncio di giovedì, grazie al popolo palestinese e al rifiuto categorico da parte della comunità internazionale.

Secondo lui legare l’annessione all’intesa tra gli EAU e Israele “è un tentativo di presentare l’accordo con Israele come un successo, cosa che non è affatto.”

Hamas, il movimento palestinese che governa la Striscia di Gaza assediata da Israele, ha definito “pericoloso” l’accordo tra Israele e gli Emirati.

L’accordo tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti è uno sviluppo pericoloso nel segno della normalizzazione e un colpo a tradimento contro i sacrifici del popolo palestinese,” ha dichiarato.

Per i comitati di resistenza popolare della Striscia di Gaza l’accordo “rivela l’ampiezza della cospirazione contro (il) popolo e (la) causa (palestinesi).”

Lo consideriamo una pugnalata alle spalle perfida e velenosa contro la nazione e la sua storia,” ha aggiunto l’organizzazione.

Anche la Jihad islamica, un altro gruppo della resistenza che opera da Gaza, ha condannato il patto: “Chiunque non sostenga la Palestina con una pallottola dovrebbe vergognarsi,” ha dichiarato.

Da parte sua l’Alleanza Nazionale Democratica, nota anche con il nome di partito Balad [gruppo politico arabo-israeliano, ndtr.], ha dichiarato che la decisione “incoraggia Israele a continuare con le attuali politiche (…) che privano i palestinesi dei loro legittimi diritti storici. Gli EAU si sono ufficialmente uniti a Israele contro la Palestina e si sono collocati nel campo dei nemici del popolo palestinese.”

Una “sciocchezza strategica di Abu Dhabi e di Tel Aviv”

Anche vari Paesi della regione hanno condannato l’accordo.

Questo venerdì la Turchia ha così accusato gli Emirati Arabi Uniti di “tradire la causa palestinese” accettando di firmarlo.

Gli Emirati Arabi Uniti cercano di presentarlo come una sorta di sacrificio per la Palestina, mentre tradiscono la causa palestinese per i propri meschini interessi,” ha reagito in un comunicato il ministero degli Esteri turco.

La storia e la coscienza dei popoli della regione non dimenticheranno questa ipocrisia e non la perdoneranno mai,” ha aggiunto.

Ardente difensore della causa palestinese, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan critica regolarmente i Paesi arabi che accusa di non adottare un atteggiamento sufficientemente fermo di fronte a Israele.

La vivace reazione di Ankara arriva anche nel momento in cui le relazioni tra la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti, due rivali regionali, sono tese. I due Paesi si scontrano in particolare in Libia, dove sostengono campi opposti.

Anche l’Iran ha condannato duramente l’accordo, descritto come una “sciocchezza strategica di Abu Dhabi e di Tel Aviv, che rafforzerà senza dubbio l’asse della resistenza nella regione. Il popolo oppresso di Palestina e tutte le Nazioni libere del mondo non perdoneranno mai la normalizzazione dei rapporti con l’occupante e il regime criminale di Israele, così come la complicità con i crimini del regime,” ha dichiarato in un comunicato il ministero iraniano.

La Giordania, che nel 1994 ha firmato un trattato di pace con Israele, diventando il secondo Paese arabo dopo l’Egitto a farlo, non ha né accolto favorevolmente né condannato l’accordo, ritenendo che il suo futuro dipenderà dalle prossime iniziative di Israele e in particolare dal fatto che possa spingere Israele ad accettare uno Stato palestinese sulla terra che ha occupato dopo la guerra arabo-israeliana del 1967.

Se Israele l’ha considerato come un incitamento a mettere fine all’occupazione (…) ciò porterà la regione verso una pace giusta,” ha dichiarato il ministro degli Affari Esteri Ayman Safadi in un comunicato ai mezzi di informazione statali.

Annullamento o semplice rinvio dell’annessione?

Secondo Abu Dhabi, in cambio di questo accordo Israele ha accettato di “mettere fine alla realizzazione dell’annessione dei territori palestinesi.”

Durante una telefonata tra il presidente Trump e il primo ministro Netanyahu si è trovato un accordo per mettere fine a una qualunque ulteriore annessione,” ha affermato il principe ereditario di Abu Dhabi, lo sceicco Mohammed ben Zayed al-Nahyane sul suo account twitter.

Ma il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non lo ha confermato, parlando di un semplice “rinvio”.

L’annessione di parti di questo territorio palestinese occupato è “rinviata”, ma Israele non vi ha “rinunciato”, ha affermato Netanyahu. “Ho portato la pace, realizzerò l’annessione,” ha persino proclamato.

La formulazione è stata scelta con cura dalle diverse parti. ‘Pausa temporanea’, non è definitivamente scartata,” ha sostenuto da parte sua l’ambasciatore americano in Israele David Friedman.

Ciononostante l’accordo è stato ben accolto da gran parte della comunità internazionale.

Così la Francia ha giudicato che “la decisione presa in questo contesto dalle autorità israeliane di sospendere l’annessione dei territori palestinesi (è) una tappa positiva, che (dovrebbe) diventare una misura definitiva,” secondo il capo della diplomazia francese, Jean-Yves Le Drian.

Per le Nazioni Unite questo accordo potrebbe creare “un’occasione per i dirigenti israeliani e palestinesi di riprendere negoziati concreti, che portino a una soluzione dei due Stati in base alle risoluzioni dell’ONU a questo riguardo,” ha dichiarato il segretario generale dell’organizzazione, António Guterres.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Gestire l’occupazione e nascondere i crimini di guerra: come Israele ha trasformato il paesaggio in Palestina

Clothilde Mraffko

sabato 1 agosto 2020 – Middle East Eye

Vegetazione, architettura, strade, muri…Il progetto sionista ha rimodellato il paesaggio in Israele e nei territori occupati, creando complessi intrecci in cui la presenza palestinese è nascosta, quando non è messa sotto sorveglianza o rinchiusa

Per il viaggiatore europeo che arriva dall’aeroporto di Tel Aviv l’ingresso a Gerusalemme offre un panorama stranamente familiare. Poco prima che la città santa scopra le sue prime colline, l’autostrada si snoda tra monti verdeggianti. Qui gli alberi ricordano più le foreste europee che i paesaggi del vicino Libano. Lungi dall’immagine biblica di uliveti, sono pini e cipressi a coprire i rilievi.

Ancor prima della creazione di Israele nel 1948 “gli immigrati sionisti che arrivarono qui dall’Europa, in particolare da quella dell’est, volevano che il paesaggio fosse più verde, con alberi, che assomigliasse a quello che conoscevano”, ricorda a Middle East Eye Noga Kadman, ricercatrice indipendente, autrice del libro Erased from Space and Consciousness: Israel and the Depopulated Palestinian Villages of 1948 [Cancellati dallo spazio e dalla consapevolezza: Israele e i villaggi palestinesi spopolati del 1948].

Allora molti emigrarono con in testa un mito: la Palestina è una terra senza popolo per un popolo senza terra, gli ebrei. Solo che in realtà, all’inizio del 1948 circa 900.000 palestinesi vivevano all’interno delle frontiere di quello che sarebbe diventato Israele.

Nell’immaginario dei nuovi arrivati ebrei sussisteva nonostante tutto l’“idea che il paese fosse stato abbandonato per centinaia di anni,” continua Noga Kadman. Quindi gli immigrati si misero a piantare a tutto spiano sul territorio, ricorrendo principalmente a due specie di alberi: l’eucalipto e il pino di Aleppo, o pino di Gerusalemme.

Importato dall’Australia l’eucalipto venne inizialmente piantato ovunque: serviva a prosciugare le paludi e soprattutto cresceva molto in fretta. Ma, troppo avido di acqua, non era effettivamente adatto alla Palestina.

Venne sostituito un po’ alla volta dal pino di Aleppo che, a differenza di quello che farebbe pensare il suo nome, non è neppure lui una specie locale. Si trova piuttosto nel Mediterraneo occidentale, ad esempio nel sud della Francia. Anch’esso cresce rapidamente, resiste alla siccità, ma al contempo è più vulnerabile agli incendi.

Il paesaggio si trasformò dunque un po’ alla volta, soggetto alle iniziative del Fondo Nazionale Ebraico (FNE). L’agenzia, creata dall’inizio del XX secolo per acquisire terre in Palestina per gli immigrati ebrei, dal 1948 venne incaricata di occuparsi delle terre da cui erano stati cacciati i palestinesi, definite, in assenza dei loro proprietari, proprietà dello Stato.

Attualmente il Fondo gestisce soprattutto le foreste in Israele e si vanta di aver piantato “centinaia di milioni di alberi”, asserisce in sua difesa uno dei portavoce del Fondo, Alon Brandt, in una lettera di risposta a Middle East Eye. Precisa che l’organizzazione non ha piantato solo pini di Aleppo, ma anche ulivi, la specie locale per eccellenza.

Ma alcune critiche fanno notare che le piantagioni del FNE non hanno creato dei veri ecosistemi. Al contrario, dato che queste specie non sono abbastanza diversificate, questi luoghi non hanno l’aspetto di vere foreste: i pini hanno reso il suolo acido e gli animali non abitano effettivamente in questi luoghi in cui il sottobosco non ha messo radici.

Prendere possesso della terra”

Ma il FNE non cerca solo di rinverdire la Palestina. “Piantare alberi era un modo per prendere possesso della terra,” sostiene Noga Kadman. A tutt’oggi, nelle “località palestinesi in Israele, se non si vuole che le città si ingrandiscano con la costruzione di nuove case, gli si piantano attorno dei boschi,” aggiunge.

Nel Negev, nel sud di Israele, le autorità israeliane hanno demolito addirittura un intero villaggio per rimboschire il deserto. Lo scorso 12 febbraio la località di al-Araqib è stata distrutta per la 175sima volta. Su appezzamenti di terra che gli abitanti, beduini arabi israeliani discendenti dei palestinesi rimasti sulle loro terre nel 1948, sostengono essere loro, nel 2006 il FNE ha iniziato a piantare alberi: conta di crearvi con il tempo due boschi.

Gli alberi servono anche a nascondere le stigmate della nascita violenta di Israele: “La priorità della politica di riforestazione portata avanti dal FNE è di nascondere i suoi crimini di guerra in modo che Israele sia considerato come l’unica democrazia del Medio Oriente,” denunciava nel 2005 il militante israeliano dei diritti civili Uri Davis.

Tra il 1947 e il 1949, dai 750.000 agli 800.000 palestinesi vennero espulsi dalle proprie terre dalle milizie sioniste, cacciati con la forza o in fuga dai combattimenti per trovare rifugio nei Paesi confinanti. Nel maggio 1948 venne creato lo Stato di Israele; per i palestinesi questa data infausta è commemorata come la Nakba, la “catastrofe” in arabo.

Più di 400 villaggi vennero allora distrutti, ricorda Noga Kadman: “La metà di questi villaggi sono sepolti sotto cittadine israeliane o sono stati inglobati in esse.”

Ma una parte di essi, secondo lei 68, si trovano oggi su terre appartenenti al FNE, di cui “46 sono sepolti sotto un bosco.” Dal 1948 gli alberi vennero rapidamente piantati sulle rovine delle case palestinesi; Israele sperava così di dissuadere i rifugiati dal tentare di tornare e ricostruire le loro abitazioni.

Una politica proseguita nel 1967. Durante la guerra dei Sei Giorni le battaglie di Latrun permisero agli israeliani di impossessarsi di tutta Gerusalemme. Spinsero anche sulla via dell’esilio circa 10.000 palestinesi che vivevano in questa enclave, all’epoca sotto controllo della Transgiordania, molto vicina alla città santa.

Oggi palestinesi e israeliani conoscono il luogo soprattutto perché è uno degli spazi di svago più belli nei dintorni di Gerusalemme: 700 ettari con cascate, piste ciclabili e tavoli per scampagnate all’ombra.

Solo che il parco Ayalon in realtà è stato costituito sulle rovine di due villaggi palestinesi, Amwas e Yalu, totalmente rasi al suolo nel 1967, così come sulle terre di un’altra località, Beit Nuba. Oggi non ne resta che un santuario e dei fichi d’india che, in Palestina, servivano per delimitare i terreni delle famiglie. Le forme spinose con frutti rossi e gialli, che hanno paradossalmente dato il loro nome agli israeliani (sabra [frutto dei fichi d’india in ebraico. Si riferisce agli ebrei nati n Palestina, ndtr.]), costellano i sentieri del parco, come per ricordare che una volta vi si trovavano dei villaggi palestinesi.

I generosi donatori canadesi che resero possibile la costituzione del parco Ayalon, inaugurato dal FNE nel 1976, di questa tragica storia non ne sapevano niente.

Nel 1991 un servizio della televisione canadese rivelò al pubblico d’oltre Atlantico che il parco non solo venne in parte costituito dall’altra parte della Linea verde, la frontiera internazionalmente riconosciuta nel 1949 tra un futuro Stato palestinese e Israele – quindi su territorio occupato -, ma che servì soprattutto a seppellire le rovine di più di un migliaio di case distrutte. Il FNE fu costretto a scusarsi. Non ha risposto alle domande di MEE su questo argomento.

Si dovrà attendere il 2006 e una decisione della giustizia israeliana perché i visitatori potessero finalmente venire a conoscenza della tragica storia del luogo, sintetizzata in ebraico su cartelli in legno. L’organizzazione israeliana “Zochrot”, “Ricordi” in ebraico [associazione israeliana che si dedica a mantenere viva la memoria dei villaggi palestinesi distrutti da Israele, ndtr.], ha intentato un’azione legale contro il FNE per obbligarlo a non cancellare la memoria di Amwas e Yalu.

Una segregazione visibile

Se centinaia di villaggi palestinesi vennero rasi al suolo quando fu creato Israele, le grandi città vennero preservate, ma depurate da ogni presenza araba. Così, racconta lo storico israeliano Ilan Pappé nella sua opera “La pulizia etnica della Palestina”, nel 1948, insieme al mercato, “uno dei più belli del suo genere”, 227 case furono demolite a Haifa e circa 500 altre abitazioni palestinesi furono ridotte in polvere a Tiberiade, nel nord-est del Paese, a Jaffa e ancora a Gerusalemme ovest.

Israele si costruì così su un principio: nessuna mescolanza tra ebrei israeliani e quelli che vengono chiamati arabi israeliani, discendenti dei palestinesi rimasti sulle loro terre nel 1948 e che vissero sotto amministrazione militare fino al 1966.

Salvo rare eccezioni, spesso nelle zone più povere, “su tutto il territorio si nota una segregazione tra israeliani e palestinesi,” spiega a Middle East Eye Efrat Cohen-Bar, architetto dell’Ong israeliana per la difesa dei diritti umani “Bimkom”. L’idea principale “è che non si voglia stare insieme, e questo vale per entrambe le parti,” ritiene. A ognuno il suo quartiere, ognuno nella sua città.

Un credo ancora più evidente in Cisgiordania, territorio palestinese sotto occupazione israeliana dal 1967. Qui due mondi, i coloni israeliani e i palestinesi sotto occupazione, si incrociano ma non si incontrano mai. Una segregazione iscritta, in modo molto più brutale, nel paesaggio.

Così, dall’uscita da Gerusalemme, lungo la strada di Betlemme, il simbolo più evidente di questi paesaggi sotto occupazione compare da quando si supera il primo tunnel: a volte fatto di blocchi di cemento, a volte di staccionate più alte dei muri antirumore delle autostrade o ancora imponente recinzione, il muro di separazione costruito da Israele negli anni 2000, giudicato illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia chiude l’orizzonte. In basso le case palestinesi si distinguono appena.

Questa frontiera, iscritta nel paesaggio, incarna di per sé sola tutte le altre strutture militari contro cui vanno a sbattere i palestinesi quando si avventurano fuori dalle loro città e villaggi: blocchi stradali, check point, torri di guardia, barriere…

Al contrario, attraverso un ingegnoso dedalo di tunnel, strade riservate alle vetture israeliane e ponti, i coloni israeliani passano da una colonia all’altra senza mai entrare in contatto con una località palestinese. Uno stato di fatto che l’annessione delle colonie, promessa da Israele in questi ultimi mesi con l’appoggio degli Stati Uniti, dovrebbe rafforzare. La segregazione non potrà che essere più impressionante.

La collocazione stessa delle colonie racconta questa storia di dominazione: “Storicamente i villaggi palestinesi erano costruiti in base a dove si trovavano le fonti d’acqua, quindi generalmente non sulla cima delle colline,” spiega Efran Cohen-Bar.

Ma praticamente tutte le colonie israeliane sono iniziate dalla cima. Anche un modo per dire: noi possediamo questa terra, è nostra.” La cima delle colline, meno fertile, è anche spesso il luogo più a disposizione per nuove costruzioni.

L’occupazione israeliana si sviluppa in modo strategico: il paesaggio cambia in base all’evoluzione degli interessi israeliani.

All’inizio era un tentativo di controllare il territorio, un po’ come se le colonie fossero dei mezzi corrazzati e delle basi militari. Poi sono state piazzate in modo da bloccare la creazione di uno spazio palestinese contiguo, distruggendo così la possibilità di uno Stato,” precisa a Middle East Eye Eyal Weizman, fondatore di “Forensic Architecture” [Architettura Forense], un’organizzazione che indaga le violazioni dei diritti dell’uomo utilizzando, tra le altre cose, l’architettura.

Del resto la mappa dello Stato palestinese immaginato da Donald Trump nel quadro del suo “piano di pace” è il risultato di questa strategia: vi si individua un insieme di isolette palestinesi legate le une alle altre da tunnel e ponti, senza omogeneità geografica.

Così in Cisgiordania il visitatore può identificare due mondi con un solo colpo d’occhio: da una parte case palestinesi con i tetti piatti, sparse sul fianco della collina, sopra i campi, dall’altra le colonie, spesso un insieme di edifici tutti uguali, identificabili per i loro tetti rossi, a punta, all’occidentale, e arroccati sulla cima dei rilievi.

In Israele non abbiamo bisogno di quel tipo di tetti, che servono per la neve,” rileva Efran Cohen-Bar. “Ma non volevamo assomigliare a loro (ai palestinesi), volevamo differenziarci.”

Per parte sua Eyal Weizman sostiene che i tetti rossi erano obbligatori: permettono all’esercito israeliano di individuare rapidamente dal cielo le colonie, e quindi i luoghi da non bombardare.

Le case dei coloni israeliani sono disposte in cerchio e “si affacciano sul paesaggio per sorvegliare, per ragioni militari e di sicurezza e per godere del panorama”, spiega. “Da un lato gli israeliani non vogliono palestinesi sul posto, hanno distrutto la loro cultura e vogliono che se ne vadano. Ma dall’altra leggono gli elementi tradizionali del paesaggio, ad esempio gli uliveti e le case di pietra, come rappresentazioni bibliche.”

Perché Israele, pur avendo modificato profondamente il paesaggio palestinese per i suoi scopi strategici, continua a vendere ai turisti e ai suoi abitanti l’immagine di una terra vergine, identica a quella dove gli ebrei vivevano ai tempi della Bibbia.

Quando fanno pubblicità (per spingere la gente a sistemarsi nelle colonie) dicono: ‘Venite a vivere nella natura, venite a vivere nel Paese della Bibbia’,” evidenzia Eyal Weizman. Un paesaggio tuttavia plasmato da quelli che essi [gli israeliani] non vogliono vedere: i palestinesi. È un paradosso,” conclude l’architetto.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




“Voglio che Battir vada all’inferno”. Coloni avanzano su un sito palestinese patrimonio dell’umanità

Yuval Abraham

29 luglio, 2020 +972

I palestinesi del villaggio agricolo di Battir in Cisgiordania si imbattono in coloni israeliani armati che cercano di cacciarli dalla loro terra.

Khaled e Miriam Muammar vivono a Battir, un villaggio agricolo nella Cisgiordania occupata, a sud di Gerusalemme.Khaled lavora nell’edilizia e Miriam nel campo di famiglia, dove coltiva melanzane, per le quali Battir – iscritta nella lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO e del Patrimonio mondiale in pericolo nel 2014 – è nota. “Ogni melanzana è di 40 centimetri [16 pollici]. Sono enormi. Il mondo intero le vuole “, dice Khaled.

Un mese fa, quando Miriam venne a lavorare nei campi, vide qualcosa che la fece immediatamente tornare a casa: otto coloni israeliani armati e un doberman camminavano per il campo. Hanno costruito una tenda in un appezzamento di terreno vicino, appartenente al residente di Battir Ghassan Alyan, dove avevano legato le loro pecore. Rimasero fino al tramonto prima di andarsene.

“Questo è quello che hanno fatto per un mese, un gruppo di coloni, più volte alla settimana. Ieri (26 luglio) sono venuti di nuovo ” afferma Alyan. “Ho una cisterna da cui bevo. Il colono si spoglia e si arrampica nella cisterna per nuotare al suo interno. “Se ti dessi un bicchiere d’acqua e ci avessi messo un dito prima, lo berresti?” Chiede Alyan. “Penso proprio di no. Quindi ora immagina cosa provo. È ripugnante. Mi fa impazzire. Sono impotente “.

L’uomo a cui Alyan si riferisce è Lior Tal, un capo dei coloni che arriva in questo punto ad est di Battir dalla sua casa nell’avamposto illegale di Neve Ori, a soli 4 km di distanza, costruito meno di un anno fa. Alyan dice di aver visto per la prima volta Tal allevare pecore nella terra di Battir. “Non ho avuto problemi con questo, purché non distrugga nulla – perché dovrebbe importarmene? Ma ora è andato oltre. Arriva, lega le pecore al sole dalle 8 di mattina fino a sera e non le fa pascolare. Lui rimane lì. Per provocazione. La scorsa settimana, ha bussato alle porte dei residenti di Battir e ha chiesto loro di presentargli i documenti di proprietà terriera “.

Khaled Muammar spiega che l’area è strategicamente importante per l’ attività di insediamenti in Cisgiordania. “Vogliono occupare quest’area per tre motivi: prima di tutto, a causa della sua altezza: si affaccia sulla regione. In secondo luogo, separa [Battir da] al-Walajeh; stabilirsi lì crea un cuneo tra due villaggi palestinesi. E in terzo luogo, perché crea continuità geografica tra [l’insediamento israeliano] Har Homa e Gerusalemme ”.

Dror Etkes, uno dei maggiori esperti israeliani di insediamenti e il capo di Kerem Navot, un’organizzazione che controlla e ricerca la politica fondiaria israeliana in Cisgiordania, ritiene che l’arrivo dei coloni a Battir alla fine di giugno non sia una coincidenza. “Perché? A causa del piano Trump ” spiega. “Questa area, secondo il piano, dovrebbe essere territorio palestinese. Vogliono ora occupare l’area, prima che il governo dichiari che accetterà il piano. Per creare fatti sul terreno. “

Questa non è la prima volta che i coloni hanno tentato di conquistare quest’area. Nel dicembre 2018, centinaia di coloni sono arrivati durante la notte con bulldozer e trattori, hanno scavato una strada di accesso attraverso la montagna e hanno cercato di impiantare un avamposto. Hanno fallito: ha piovuto, i veicoli si sono bloccati e al mattino l’amministrazione civile – il braccio del governo militare israeliano che governa i 2,8 milioni di palestinesi in Cisgiordania – li ha evacuati.

 

Una coppia palestinese torna a casa lungo i binari della ferrovia dopo una giornata di lavoro, nel villaggio palestinese di Battir, Cisgiordania, 23 aprile 2014. (Hadas Parush / Flash90)

“Il lavoro nel 2018 è stato ben finanziato”, aggiunge Etkes. “Tutto è stato fatto in modo molto professionale, con veicoli pesanti. È un investimento di centinaia di migliaia di shekel. “

Un esercito indifferente

Quando Alyan vide la tenda di Tal sulla sua terra, chiamò la polizia israeliana, che a sua volta chiamò l’esercito. “Alcuni soldati arrivarono rapidamente”, racconta Muammar, che all’epoca era con Alyan. “Abbiamo indicato Lior. Abbiamo detto che era solo seduto qui con i suoi doberman e armi e che c’erano varie persone con lui, tutte armate. Spiegammo che erano entrati nelle piantagioni di ulivi e datteri, che stavano creando un attrito non necessario che avrebbe portato qualcuno a farsi male. Abbiamo detto loro che questo non va bene, che non vogliamo problemi.

“Le prime tre volte, uno dei soldati mi ha detto:” Non parlare con Lior. Ignoralo. Lo rimuoveremo “, continua Muammar. “Quindi il soldato andò da Lior e gli disse: ‘Sei in terra palestinese privata. Devi andartene. “Ed è quello che è successo. “Ma le cose sono cambiate. Le ultime due volte è arrivato un soldato diverso. Si è seduto vicino a Lior gli ha parlato. Poi mi ha detto che non potevo stare qui. Ho detto: “Che vuoi dire? Questa è la mia terra, ecco i documenti. “Ma non mi ha ascoltato. Ha detto che Lior può stare qui e se c’è un problema, devo andare all’Amministrazione Civile di Gush Etzion [il vicino blocco degli insediamenti] e dimostrare che è la mia terra ”.

Quando Tal e la sua banda sono arrivati di nuovo il 25 luglio, gli abitanti di Battir decisero di non chiamare l’esercito. “Ci siamo resi conto che non avrebbero fatto nulla. Non ha senso. “

Confische annuali

Non c’è nulla di casuale nella decisione dei coloni di costruire la loro tenda sulla terra di Alyan. Nel 1982, Israele dichiarò la sua proprietà, insieme a una parte sostanziale della terra nella zona, “terra statale”, usando il codice della terra ottomana – un meccanismo legale del 19 ° secolo adottato da Israele che gli conferiva l’autorità di trasformare terreni agricoli incolti in terra statale.

Dall’inizio dell’occupazione nel 1967, Israele ha usato il Codice per sequestrare centinaia di migliaia di dunam di terra; Il 99,76 percento delle terre statali nei territori occupati è stato assegnato agli insediamenti israeliani, mentre un minuscolo 0,24 percento è stato assegnato per uso palestinese.

Alyan spiega che non ha coltivato la sua terra per un breve periodo perché l’aveva usata per coltivare tabacco e voleva lasciarla riposare prima di avviare colture diverse. “Quando sono tornato a lavorare sulla mia terra, è venuto un rappresentante dell’Amministrazione Civile e mi ha detto che ero in terra statale. Mi ha chiesto di lasciare i locali e fatto multe ai miei dipendenti. L’amministrazione civile non mi ha neppure informato di aver espropriato la terra “.

Alyan continua: “È una buona terra. Appartiene alla mia famiglia da generazioni, con un atto di proprietà. Voglio piantarci sopra, ma per lavorare la terra ho bisogno di trattori per l’aratura. Abbiamo portato un trattore e l’abbiamo usato per tre o quattro ore. Poi venne l’Amministrazione Civile e ci disse che questo era proibito perché eravamo in terra statale. Hanno confiscato il trattore. Ogni anno proviamo a lavorare la terra: vengono e confiscano “.

Battere i pugni sull’”affare del secolo”

L’avamposto di Tal, Neve Ori, è stato costruito senza permesso a soli cinque minuti di auto da Battir. Adolescenti da tutta Israele vengono come volontari all’avamposto, dove “lavorano, sudano e assorbono molti valori”, secondo il sito web di Neve Ori. Le famiglie sono anche invitate “a divertirsi con i loro figli e prendere parte alla presenza ebraica sulla montagna e alla protezione della terra”. C’è anche uno zoo.

Ho chiamato Tal per chiedergli perché sta invadendo la terra di Battir. Ha insistito sul fatto che ha agito “legalmente” sulla terra che lo stato “ha ripreso”, affermando che “Loro [palestinesi] mi hanno rubato la terra”. Ho chiesto perché fosse venuto a Battir dato che si trova a 4 miglia di distanza dal suo avamposto, e Tal ha risposto “La mia fattoria è su un terreno che appartiene al Fondo nazionale ebraico ed è circondata da un terreno privato con uliveti. [La terra di Battir] è l’unica terra nell’area di cui nessuno può rivendicare la proprietà “.

Tal è esplicito nel suo antagonismo verso i palestinesi di Battir. “Voglio che tutto Battir vada all’inferno … lo Stato di Israele appartiene al popolo ebraico”, dice. “Non ho alcun problema che rimangano [i palestinesi] se concordano con le Sette Leggi di Noè [una serie di divieti che gli ebrei ortodossi ritengono vincolanti per tutti] o se vogliono convertirsi”.

È facile definire Tal un fanatico religioso. Ma l’essenza delle sue parole – il desiderio di massimizzare l’insediamento ebraico a spese dei palestinesi – ha sempre caratterizzato anche l’ala sinistra del movimento sionista. Ciò include il partito di colombe Meretz, che ha rappresentanti nel Jewish National Fund – la stessa organizzazione sulla cui terra Tal ha costruito il suo avamposto.

Quando Neve Ori è stata fondata nel 2019, l’amministrazione civile ha affermato che le strutture di insediamento “sono state erette illegalmente e senza un permesso adeguato e saranno quindi evacuate”. Da allora è passato quasi un anno e l’avamposto è ancora in piedi. Martedì, un portavoce dell’amministrazione civile ha dichiarato che “l’applicazione in loco verrà eseguita in accordo con le autorità e le procedure e soggetta alle priorità [dell’amministrazione]”.

Secondo l’ONG Kerem Navot, i coloni hanno creato 37 nuovi avamposti israeliani in Cisgiordania negli ultimi cinque anni. Il processo attraverso cui vengono creati questi avamposti è molto simile: una famiglia si stabilisce in “terra statale” e inizia a costruire strutture senza permessi, e quelle strutture rimangono “illegali” fino a quando lo stato non le approva retroattivamente.

La sessantenne Mariam Bader innaffia il suo raccolto sulle antiche terrazze di Battir, con vista sui binari della ferrovia israeliana che attraversavano il terreno agricolo del villaggio, West Bank, 7 aprile 2014. (Hadas Parush / Flash90)

L’avamposto più recente è stato istituito solo una settimana fa, ad est della città palestinese di Yatta vicino a Hebron, anch’esso su un terreno che secondo il piano Trump dovrebbe essere dalla parte palestinese. “I tempi e la posizione non sono una coincidenza”, afferma Etkes di Kerem Navot.

“Lo spazio si sta esaurendo”

Vivien Sansour, una attivista ecologista palestinese, è nata nella città di Beit Jala in Cisgiordania, un’area panoramica piena di antiche terrazze, sorgenti, vigneti e uliveti – e anche il sito scelto dai coloni israeliani per stabilire l’avamposto di Tal. Esplorare i dintorni di Beit Jala ha “plasmato” Sansour da bambina, dice. Ma Tal ha cambiato le cose. “Da quando l’avamposto è stato istituito l’anno scorso, non mi sento più a mio agio ad avvicinarmi”, afferma. “Un uomo armato è lì costantemente. Non mi sento sicuro come donna, e certamente no come donna palestinese ”.

L’avamposto, aggiunge Sansour, è anche dannoso per l’ambiente. “C’è un recinto per animali di plastica nera enorme, brutto, che non corrisponde al tradizionale modo [palestinese] di costruire su una montagna – dato che si basano su materiali naturali. L’avamposto ha tagliato una contiguità geografica che esisteva da secoli. Camminavamo qui da una collina all’altra a piedi, su sentieri, e poi è finito. Ciò danneggia l’ambiente, l’ecologia e, naturalmente, gli esseri umani. “

Sansour gestisce una biblioteca di semi di famiglia di Battir. “La cultura ecologica palestinese viene distrutta. Salvando questi semi, sto salvando chi sono, la mia cultura e ricordando alle generazioni seguenti che siamo preziosi “, afferma. “La terra presa da questo colono è l’ultimo spazio di Battir a respirare”, continua Sansour. “Le persone sono costrette a emigrare a Betlemme perché non ci permettono di costruire qui”.

Battir è circondato dall’Area C, sotto il pieno controllo militare israeliano, su cui raramente ai palestinesi vengono concessi permessi di costruzione. L’amministrazione civile respinge il 98,6 % delle richieste di permessi in queste aree e distrugge ciò che i palestinesi costruiscono di propria iniziativa. “Le persone sono stipate in città dove lo spazio si sta esaurendo”, afferma Sansour. “Di giorno in giorno, le città palestinesi si stanno trasformando in ghetti, in campi di rifugiati di cemento. È impossibile coltivare cibo sul cemento. Da ricca società agricola, stiamo diventando dipendenti dalle aziende israeliane per nutrirci ”.

Una versione in ebraico di questo articolo è stata pubblicata su Local Call. Read it here.

Yuval Abraham è fotografo e studente di lunguistica

Traduzione a cura di Alessandra Mecozzi da palestinaculturalibertà.org




E’ trapelato un elenco di obbiettivi israeliani: Tel Aviv teme il peggio nell’indagine della CPI sui crimini di guerra

Ramzy Baroud

29 luglio 2020 – Palestine Chronicle

Quando nel dicembre scorso la Procuratrice della Corte Penale Internazionale (CPI), Fatou Bensouda, ha confermato che la Corte dispone di ampie prove per condurre un’indagine sui crimini di guerra nella Palestina occupata, il governo israeliano ha reagito con la consueta retorica, accusando la comunità internazionale di pregiudizio e sostenendo il “diritto di Israele a difendersi.”

Al di là dei luoghi comuni e del classico discorso israeliano, il governo di Israele sapeva fin troppo bene che un’indagine della CPI sui crimini di guerra in Palestina potrebbe costare molto caro. Un’indagine, di per sé, rappresenta in certo modo un atto d’ accusa. Se individui israeliani venissero imputati di crimini di guerra, questa sarebbe un’altra storia, in quanto si porrebbe un obbligo giuridico per gli Stati membri della CPI di arrestare i criminali e consegnarli alla Corte.

Israele si è mantenuto pubblicamente imperturbabile, anche dopo che lo scorso aprile Bensouda ha dettagliato la sua decisione di dicembre in un rapporto legale di 60 pagine, intitolato: “Situazione nello Stato di Palestina: risposta della Procura alle osservazioni degli ‘Amici Curiae’, dei rappresentanti legali delle vittime e degli Stati.”

Nel rapporto la CPI affronta molte delle questioni, dubbi e relazioni presentate o emerse nei quattro mesi seguiti alla sua precedente decisione. Paesi quali la Germania e l’Austria, tra gli altri, hanno utilizzato la propria posizione di ‘Amici Curiae’ – ‘amici della Corte’ – per mettere in discussione la giurisdizione della CPI e lo status della Palestina come Paese.

Bensouda ha sostenuto che “la procuratrice è convinta che vi sia una ragionevole base per avviare un’indagine sulla situazione in Palestina in base all’articolo 53 (1) dello Statuto di Roma e che l’ambito della giurisdizione territoriale della Corte comprenda la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est, e Gaza (“Territori Palestinesi Occupati”).”

Tuttavia Bensouda non ha previsto scadenze definitive per l’indagine; ha invece richiesto che la Camera Preliminare della CPI “confermi l’ambito della giurisdizione territoriale della Corte in Palestina”, un passaggio ulteriore di cui non c’era bisogno, dato che lo Stato di Palestina, firmatario dello Statuto di Roma, è quello che concretamente ha presentato il caso direttamente all’ufficio della procuratrice.

Il rapporto di aprile in particolare è stato una sveglia per Tel Aviv. Tra la decisione iniziale di dicembre e la pubblicazione del suddetto rapporto, Israele ha esercitato pressioni su vari fronti, garantendosi l’aiuto di membri della CPI e arruolando il suo principale benefattore, Washington – che non è membro della CPI – perché intimidisse la Corte per farle revocare la sua decisione.

Il 15 maggio il Segretario di Stato USA, Mike Pompeo, ha diffidato la CPI dal proseguire l’indagine, prendendo di mira in particolare Bensouda per la sua decisione di ritenere responsabili i criminali di guerra in Palestina.

L’11 giugno gli USA hanno colpito con sanzioni senza precedenti la CPI e il presidente Donald Trump ha emesso un “ordine esecutivo” che autorizza il congelamento dei beni e un divieto di viaggio nei confronti di funzionari della CPI e delle loro famiglie. Inoltre l’ordine consente di punire altri individui o enti che assistano la CPI nella sua indagine.

La decisione di Washington di procedere con misure punitive proprio contro la Corte, che è stata creata con l’unico scopo di rendere responsabili i criminali di guerra, è sia oltraggiosa che odiosa. Inoltre mette in luce l’ipocrisia dell’America – il Paese che sostiene di difendere i diritti umani sta cercando di impedire l’attribuzione della responsabilità legale a coloro che hanno violato i diritti umani.

Dopo aver fallito nel bloccare le procedure legali della CPI relative all’indagine sui crimini di guerra, Israele ha iniziato a prepararsi al peggio. Il 15 luglio il quotidiano israeliano Haaretz ha riferito di una ‘lista segreta’ stilata dal governo israeliano. Essa include “da 200 a 300 importanti personalità pubbliche”, che spaziano da politici a funzionari dell’esercito e dei servizi segreti passibili di arresto all’estero se la CPI avviasse ufficialmente l’indagine sui crimini di guerra.

I nomi iniziano dal vertice della piramide politica israeliana, tra cui il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ed il suo attuale partner di coalizione, Benny Gantz.

Il numero stesso dei dirigenti israeliani presenti sulla lista è indicativo dell’obbiettivo dell’indagine della CPI e, in qualche modo, è un’autoaccusa, in quanto include ex Ministri israeliani della Difesa – Moshe Ya’alon, Avigdor Lieberman e Naftali Bennett; capi ed ex capi di stato maggiore dell’esercito – Aviv Kochavi, Benny Gantz e Gadi Eisenkot, e del servizio di sicurezza interno, lo Shin Bet – Nadav Argaman e Yoram Cohen.

Autorevoli organizzazioni internazionali dei diritti umani hanno già ripetutamente accusato tutti questi individui di gravi violazioni dei diritti umani nel corso delle letali guerre di Israele nella Striscia di Gaza sotto assedio, a partire dalla cosiddetta ‘Operazione Piombo Fuso’ del 2008-2009.

Ma l’elenco è molto più lungo e riguarda “persone in posizioni molto inferiori, compresi ufficiali dell’esercito di grado inferiore e forse anche dirigenti coinvolti nel rilascio di vari tipi di permessi per colonie e loro avamposti.”

Israele così si rende pienamente conto del fatto che la comunità internazionale sostiene ancora che la costruzione di colonie illegali nella Palestina occupata, la pulizia etnica dei palestinesi ed il trasferimento di cittadini israeliani in territori occupati sono tutte iniziative inammissibili in base al diritto internazionale e costituiscono crimini di guerra. Netanyahu deve essere deluso nel sapere che tutte le concessioni fatte da Washington a Israele sotto la presidenza Trump non sono riuscite a modificare in alcun modo la posizione della comunità internazionale e l’applicabilità del diritto internazionale.

Inoltre non sarebbe esagerato sostenere che il rinvio da parte di Tel Aviv del suo piano di annettere illegalmente circa un terzo della Cisgiordania sia direttamente collegato all’indagine della CPI, in quanto l’annessione avrebbe completamente annullato gli sforzi degli amici di Israele tesi ad impedire che l’indagine venga anche solo iniziata.

Mentre il mondo intero, soprattutto i palestinesi, gli arabi ed i loro alleati, attendono ancora con ansia la decisione finale della Camera Preliminare, Israele continuerà la sua campagna, palese e occulta, per intimidire la CPI ed ogni altra istituzione che intenda far luce sui suoi crimini di guerra e processare i criminali di guerra israeliani.

Anche Washington continuerà a cercare di rassicurare Netanyahu, Gantz e gli altri “200 o 300” dirigenti israeliani che non compariranno mai di fronte alla Corte.

Tuttavia il fatto che esista una “lista segreta” è un segnale che Tel Aviv comprende che ora le cose sono cambiate e che il diritto internazionale, che ha abbandonato i palestinesi per oltre 70 anni, potrebbe, per una volta, rendere almeno un minimo di giustizia.

Ramzy Baroud è giornalista e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo saggio è “Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle carceri israeliane” (Clarity Press, Atlanta). Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA), Istanbul Zaim University (IZU).

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Buone notizie da Washington: l’AIPAC e Israele stanno perdendo consensi tra i democratici progressisti

Ramzy Baroud

14 luglio 2020 – Middle East Monitor

Mentre l’amministrazione USA del presidente Donald Trump rimane irremovibile nel suo appoggio ad Israele, la dirigenza democratica di sempre continua ad utilizzare un linguaggio subdolo, il tipo di “ambiguità strategica” che offre pieno sostegno ad Israele e nient’altro che vuote promesse per la Palestina e la pace.

Le politiche di Trump su Israele e Palestina sono state dannose, culminate con il vergognoso e iniquo “accordo del secolo”, e la sua amministrazione rimane largamente impegnata a favore della tendenza verso una crescente vicinanza tra il gruppo dirigente repubblicano e il campo di destra israeliano del primo ministro Benjamin Netanyahu.

Le opinioni della leadership democratica, rappresentata dal probabile sfidante democratico nelle prossime elezioni di novembre, Joe Biden, sono ancora quelle di un’epoca di fanatismo, quando l’amore incondizionato dei democratici per Israele era pari a quello dei repubblicani. Si può affermare con sicurezza che quei giorni stanno volgendo al termine, in quanto successivi sondaggi di opinione stanno ribadendo un cambiamento di panorama politico a Washington.

Una volta l’élite politica americana, le cui politiche differivano su molte questioni, concordava senza riserve su un unico argomento di politica estera: l’amore e l’appoggio ciechi e incondizionati del loro Paese per Israele. In quei giorni l’influente gruppo lobbystico filo-israeliano, l’American Israel Public Affairs Committee [Comitato per gli Affari Pubblici Americani e Israeliani] (AIPAC), faceva il bello e il cattivo tempo, regnando incontrastato sul Congresso USA e decidendo praticamente da solo il destino di parlamentari in base al fatto che appoggiassero o meno Israele.

Anche se è troppo presto per affermare che “quei tempi sono finiti”, a giudicare dal discorso politico su Palestina e Israele notevolmente mutato, i molti sondaggi di opinione e i successi elettorali di candidati contrari all’occupazione israeliana in elezioni nazionali e locali, si è obbligati a dire che la salda presa dell’AIPAC sulla politica estera USA si sta finalmente allentando.

Tale affermazione può sembrare prematura, considerando la parzialità senza precedenti dell’attuale amministrazione a favore di Israele – l’illegale spostamento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, il rifiuto del “diritto al ritorno” dei rifugiati palestinesi e il sostegno dell’amministrazione al progetto israeliano di annettere illegalmente parti della Cisgiordania, e via di seguito.

Tuttavia si deve fare una distinzione tra l’appoggio a Israele tra chi governa, la sempre più isolata cricca di politicanti, e il sentimento generale di un Paese che, nonostante le numerose violazioni della democrazia negli ultimi anni, è ancora in qualche modo democratico.

Il 25 giugno un incredibile numero di circa 200 parlamentari democratici, compresi alcuni dei più strenui sostenitori di Israele, ha chiesto in una lettera a Netanyahu e ad altri importanti politici israeliani di annullare il progetto di annettere illegalmente circa il 30% della Cisgiordania.

Esprimiamo la nostra profonda preoccupazione riguardo all’intenzione dichiarata di procedere con una qualunque annessione unilaterale di territori della Cisgiordania, e invitiamo il vostro governo a riconsiderare il progetto di attuarla,” afferma fra l’altro la lettera.

Mentre il linguaggio della lettera è lungi dall’essere etichettabile come “minaccioso”, il fatto che sia stata firmata da fedelissimi alleati di Israele come i parlamentari della Florida Tedo Deutch e dell’Illinois Brad Schneider la dice lunga sul cambiamento di discorso su Israele tra i vertici centristi e persino conservatori del partito Democratico. Tra i firmatari ci sono anche figure importanti dell’establishment democratico, come la congressista Debbie Wasserman Schultz e il capo della maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, Steny Hoyer.

Altrettanto importante è il fatto che l’influenza della generazione più giovane e progressista dei politici democratici continui a spostare i confini del discorso del partito su Israele, grazie al lavoro instancabile della parlamentare Alexandria Ocasio-Cortez e dei suoi colleghi. Insieme a decine di rappresentanti democratici, il 30 giugno Ocasio-Cortez ha inviato un’altra lettera, questa volta al segretario di Stato USA, Mike Pompeo.

A differenza della prima, la seconda lettera è decisa e molto audace: “Se il governo israeliano dovesse continuare lungo questo cammino (dell’annessione), lavoreremo per garantire il mancato riconoscimento dei territori annessi così come porteremo avanti leggi che condizionino i finanziamenti militari USA di 3.8 miliardi di dollari a Israele per assicurare che i contribuenti USA non stiano appoggiando in alcun modo l’annessione,” dice tra l’altro la lettera.

Si immagini se queste esatte parole fossero state utilizzate dai rappresentanti democratici nel luglio 1980, quando il parlamento israeliano annesse illegalmente Gerusalemme est con un atto che era – e rimane – contrario alle leggi internazionali. Il destino di quei politici sarebbe stato simile a quello di altri che osarono opporsi, col rischio di perdere il proprio seggio al Congresso, ossia di fatto tutta la loro carriera politica in una volta.

Ma i tempi sono cambiati. È veramente inconsueto, e consolante, vedere l’AIPAC affannarsi a spegnere i molti focolai accesi dalle nuove voci radicali tra i democratici.

La ragione per cui non è più facile per la lobby filo-israeliana conservare la sua pluridecennale egemonia sul Congresso è che quelli come Ocasio-Cortez sono anche loro risultato del cambiamento generazionale e probabilmente irreversibile che è avvenuto tra i democratici nel corso degli anni.

La tendenza alla polarizzazione dell’opinione pubblica americana riguardo a Israele risale a vent’anni fa, quando gli americani iniziarono a considerare il proprio supporto a Israele in base a linee di partito. Sondaggi più recenti suggeriscono che questa polarizzazione sia in aumento. Un sondaggio di opinione della Pew [gruppo di esperti statunitensi che si occupano di inchieste ed analisi socio-politiche, ndtr.] pubblicato nel 2016 ha mostrato che tra i repubblicani la simpatia per Israele era passato a un inaudito 74%, mentre tra i democratici era scesa al 33%.

Inoltre, per la prima volta nella storia, tra i democratici l’appoggio a Israele e ai palestinesi era praticamente diviso in parti uguali: rispettivamente il 33% e il 31%. Era il periodo in cui abbiamo iniziato a vedere inusuali prime pagine dei principali mezzi di informazione come “Perché i democratici stanno abbandonando Israele?”

Questo “abbandono” è continuato senza sosta, come hanno indicato sondaggi più recenti. Nel gennaio 2018 un’altra inchiesta di Pew ha dimostrato che l’appoggio dei democrati a Israele si è ridotto al 27%. Non solo la base democratica si sta allontanando da Israele in seguito alla crescente consapevolezza dei continui crimini israeliani e della violenta occupazione in Palestina: anche i giovani ebrei stanno facendo altrettanto.

Le mutate opinioni su Israele tra i giovani ebrei americani stanno finalmente dando frutti, fino al punto che nell’aprile 2019 i dati di Pew hanno concluso che nel loro complesso probabilmente gli ebrei americani sono ancor più (42%) dei cristiani ad affermare che il presidente Trump stia “favorendo troppo gli israeliani.”

Mentre molti democratici al Congresso sono sempre più in sintonia con le opinioni dei loro elettori, quelli che comandano, come Biden, rimangono caparbiamente legati a programmi che sono promossi dall’AIPAC e dal resto della vecchia guardia.

La buona notizia da Washington è che, nonostante l’attuale appoggio di Trump a Israele, un graduale ma durevole cambiamento strutturale continua ad avvenire tra i sostenitori del partito Democratico ovunque in tutto il Paese. Una ancor più sorprendente notizia è che la tradizionale roccaforte di Israele nelle comunità ebraiche del Paese sta vacillando, e molto rapidamente.

Mentre l’AIPAC probabilmente continuerà ad utilizzare e improvvisare vecchie tattiche per difendere gli interessi di Israele nel Congresso USA, la cosiddetta “potente lobby” probabilmente non riuscirà a riportare indietro il tempo. Anzi, l’epoca del totale dominio di Israele sul Congresso USA è probabilmente finita, e, si spera, questa volta per sempre.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)