L’inchiesta della CPI renderà giustizia alla Palestina?

Romana Rubeo, Ramzy Baroud

9 luglio 2020 – Chronicle de Palestine

In passato ci sono stati numerosi tentativi di obbligare i criminali di guerra israeliani a rispondere del proprio operato.

Il caso dell’ex primo ministro israeliano Ariel Sharon (noto, tra l’altro, con il soprannome di “macellaio di Sabra e Shatila”), è particolarmente significativo, in quanto nel 2002 le sue vittime tentarono di farlo comparire davanti a un tribunale belga.

Come ogni altra iniziativa, la possibilità di un processo in Belgio è stata abbandonata in seguito a pressioni americane. La storia sembra ripetersi.

Il 20 dicembre la procuratrice generale della Corte Penale Internazionale (CPI), Fatou Bensouda, ha deciso di aver raccolto elementi sufficientemente solidi per avviare un’inchiesta per presunti crimini di guerra commessi nella Cisgiordania occupata, a Gerusalemme est e nella Striscia di Gaza. La decisione senza precedenti della CPI concludeva che non c’era “nessuna ragione sostanziale per credere che un’inchiesta non fosse al servizio degli interessi della giustizia.”

Da quando Bensouda, benché con molto ritardo, ha preso la decisione, l’amministrazione americana ha rapidamente preso misure per bloccare il tentativo della Corte di far sì che i responsabili israeliani rispondano del proprio operato. L’11 giugno il presidente americano Donald Trump ha firmato un decreto che impone sanzioni contro i membri dell’organo giudiziario internazionale, in riferimento alle inchieste della CPI sui crimini di guerra americani in Afghanistan e quelli israeliani in Palestina.

Gli Stati Uniti riusciranno ancora una volta a bloccare un’indagine internazionale?

Il 19 giugno abbiamo parlato con il dottor Triestino Mariniello, membro del gruppo di giuristi che rappresenta le vittime di Gaza davanti alla CPI. Mariniello è anche docente all’università John Moore di Liverpool, nel Regno Unito.

Ci sono molti dubbi sulla serietà, la volontà o la capacità della CPI di arrivare a questo processo. A un certo punto sono state poste questioni tecniche per sapere se la giurisdizione della CPI si estendesse alla Palestina occupata. Questi dubbi sono stati superati?

Lo scorso dicembre la procuratrice ha deciso di porre la seguente domanda alla Camera preliminare: “La CPI è competente, cioè, in base allo Statuto di Roma, la Palestina è uno Stato, non in generale in base al diritto internazionale, ma almeno secondo lo Statuto istitutivo della CPI? E, in caso affermativo, qual è la competenza territoriale della Corte?”

La procuratrice ha sostenuto che la Corte è competente per i crimini commessi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, e a Gaza. Questa richiesta alla Camera preliminare non era necessaria per una ragione molto semplice: la domanda è stata presentata dallo Stato di Palestina. Così, quando uno Stato (che faccia parte della CPI) deferisce una situazione alla procura, questa non ha bisogno dell’autorizzazione della Camera preliminare. Ma analizziamo le cose in un contesto più ampio.

L’impegno ufficiale dello Stato di Palestina con la CPI è iniziato nel 2009, in seguito alla guerra di Gaza (l’operazione “Piombo fuso”). All’epoca la Palestina aveva già accettato la giurisdizione della CPI. Al precedente procuratore ci sono voluti più di due anni per decidere se la Palestina fosse o meno uno Stato. Dopo tre anni ha dichiarato: “Non sappiamo se la Palestina è uno Stato, quindi non sappiamo se possiamo riconoscere la giurisdizione della CPI.” In seguito questa questione è stata sollevata davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e all’assemblea degli Stati Membri. In altri termini, hanno delegato la risposta a degli organi politici e non alla Camera preliminare.

Questa indagine non c’è mai stata e non abbiamo mai ottenuto giustizia per le vittime di quella guerra.

Nel 2015 la Palestina ha accettato la giurisdizione della Corte ed è anche diventata uno Stato Membro. Tuttavia la Camera preliminare ha deciso di coinvolgere un certo numero di Stati, organizzazioni della società civile, Ong, accademici ed esperti per porre loro la domanda: in base allo Statuto di Roma la Palestina è uno Stato? La risposta è stata la seguente: la Camera preliminare si pronuncerà su questa questione dopo aver ricevuto le opinioni delle vittime, degli Stati, delle organizzazioni della società civile… e si pronuncerà nelle prossime settimane o nei prossimi mesi.

Oltre all’amministrazione Trump, altri Paesi occidentali, come la Germania e l’Australia, fanno pressione sulla CPI perché abbandoni l’inchiesta. Ci riusciranno?

Ci sono almeno otto Paesi che sono apertamente contrari a un’indagine sulla situazione palestinese. La Germania è una di essi. Certi altri Paesi, ad essere onesti, ci hanno sorpresi perché almeno quattro di essi, l’Uganda, il Brasile, la Repubblica Ceca e l’Ungheria, avevano esplicitamente riconosciuto che la Palestina è uno Stato di diritto internazionale, e tuttavia ora presentano dichiarazioni davanti alla Camera preliminare della CPI in cui sostengono che non lo è più.

Naturalmente la questione è un po’ più complessa, ma in fondo questi Paesi sollevano davanti alla CPI argomenti politici che non hanno alcuna base giuridica. È sorprendente che questi Stati da una parte sostengano di essere favorevoli a una Corte Penale Internazionale indipendente, ma da un’altra cerchino di esercitare una pressione politica (su questo stesso organo giudiziario).

L’11 giugno Trump ha firmato un decreto in cui impone sanzioni alle persone legate alla CPI. Gli Stati Uniti e i loro alleati possono bloccare l’inchiesta della CPI?

La risposta è no. L’amministrazione Trump fa pressione sulla CPI. Per “pressione” intendo principalmente riguardo alla situazione in Afghanistan, ma anche a quella israelo-palestinese. Così ogni volta che c’è una dichiarazione di Trump o del segretario di Stato Mike Pompeo riguardo alla CPI, non dimenticano mai di citare la questione dell’Afghanistan.

In effetti la procuratrice sta facendo un’indagine anche su presunti crimini di guerra commessi da membri della CIA e soldati americani. Finora questa pressione non è stata particolarmente efficace. Nel caso dell’Afghanistan la Corte d’appello ha direttamente autorizzato la procuratrice ad aprire un’inchiesta, modificando una decisione presa dalla Camera preliminare.

Le successive amministrazioni americane non sono mai state molto favorevoli alla CPI e il principale problema a Roma durante la redazione dello Statuto nel 1998 riguardava proprio il ruolo del Procuratore. Fin dall’inizio gli Stati Uniti si sono opposti a un ruolo indipendente del Procuratore, o che egli potesse aprire un’inchiesta senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Questa opposizione risale alle amministrazioni Clinton, Bush, Obama e Trump.

Tuttavia oggi assistiamo a una situazione totalmente nuova, in quanto l’amministrazione americana è pronta ad imporre sanzioni economiche e restrizioni al rilascio di visti al personale legato alla CPI e forse anche ad altre organizzazioni.

L’articolo 5 dello Statuto di Roma – il documento che ha fondato la CPI – presenta una definizione allargata di ciò che costituisce “crimini gravi”, cioè crimini di genocidio, contro l’umanità, di guerra e di aggressione. Si potrebbe quindi sostenere che Israele dovrebbe essere considerato responsabile di tutti questi “crimini gravi”. Tuttavia la CPI ha scelto quello che si chiama il “campo di applicazione ristretto”, per cui l’indagine riguarderà solo la componente dei crimini di guerra. Perché?

Se esaminiamo la richiesta della procuratrice alla Camera preliminare, in particolare il paragrafo 94, è sorprendente constatare che la portata dell’inchiesta è piuttosto ridotta, e le vittime lo sanno. Non include (nel quadro della sua inchiesta sui crimini di guerra) che alcuni avvenimenti legati alla guerra di Gaza del 2014, crimini commessi nel contesto della “Grande Marcia del Ritorno” e le colonie ebraiche (illegali).

È sorprendente che non ci sia nessun riferimento alle presunte azioni di “crimini contro l’umanità” che, come dicono le vittime, sono ampiamente documentate. Non c’è alcun riferimento agli attacchi sistematici condotti dalle autorità israeliane contro la popolazione civile in Cisgiordania, a Gerusalemme est o a Gaza. L’ “ambito di applicazione ridotto”, che esclude i crimini contro l’umanità, è un elemento sul quale la procuratrice dovrebbe riflettere. La situazione generale a Gaza è ampiamente ignorata; non c’è alcun riferimento all’assedio che dura da 14 anni; non c’è alcun riferimento all’insieme delle vittime della guerra contro Gaza nel 2014.

Ciò detto, il campo d’indagine non è vincolante per il futuro. La procuratrice può decidere, in qualunque momento, di includere altri crimini. Speriamo che ciò avvenga, perché in caso contrario molte vittime non otterranno mai giustizia.

Ma perché la Striscia di Gaza viene esclusa? È a causa del modo in cui i palestinesi hanno presentato la loro causa o di come la CPI ha interpretato il caso palestinese?

Non penso che si debba dare la colpa ai palestinesi, perché le organizzazioni palestinesi hanno presentato (una grande quantità di) prove. Penso che si tratti di una strategia di perseguimento giudiziario a questo stadio e speriamo che ciò cambi in futuro, in particolare riguardo alla situazione a Gaza, dove è stato ignorato persino il numero totale di vittime. Più di 1.600 civili, tra cui donne e minori, sono stati uccisi.

A mio parere ci sono parecchi riferimenti al concetto stesso di conflitto. La parola “conflitto” si basa sul presupposto che ci siano due parti che si affrontano allo stesso livello e che l’occupazione israeliana in sé non sia oggetto di un’attenzione sufficiente.

Inoltre sono stati esclusi tutti i crimini commessi contro i prigionieri palestinesi, come la tortura e i trattamenti inumani e degradanti. Non è stato incluso neppure l’apartheid in quanto crimine contro l’umanità. Ancora una volta, ci sono prove schiaccianti che questi crimini vengono commessi contro i palestinesi. Speriamo che in futuro ci sarà un approccio diverso.

Quali sono secondo lei i diversi scenari e tempi che potrebbero risultare dall’inchiesta della CPI? Cosa dobbiamo aspettarci?

Penso che se esaminiamo i possibili scenari dal punto di vista dello Statuto di Roma, della legge vincolante, non credo che i giudici abbiano altra possibilità che confermare alla procura che in base allo Statuto di Roma la Palestina sia uno Stato e che la giurisdizione territoriale comprenda la Cisgiordania, Gerusalemme est e Gaza.

Mi sembrerebbe estremamente sorprendente se i giudici arrivassero ad una conclusione diversa. Lo Stato palestinese è stato ratificato nel 2015, e quindi non si può tornare dai palestinesi e dire loro: “No, voi non siete più membri.” Nel frattempo la Palestina ha partecipato all’assemblea degli Stati Membri, fa parte della commissione di sorveglianza della CPI ed ha preso parte a decisioni importanti.

È probabile che la procuratrice ottenga in via libera dalla Camera preliminare. Se ciò non avviene la procuratrice può (ancora) portare avanti l’inchiesta.

Gli altri possibili scenari non possono essere che negativi, perché impedirebbero alle vittime di ottenere giustizia. Se la questione viene portata davanti alla CPI è perché le vittime non hanno mai ottenuto giustizia davanti ai tribunali nazionali: lo Stato di Palestina non può giudicare i cittadini israeliani, mentre le autorità israeliane non vogliono giudicare le persone che hanno commesso dei crimini internazionali.

Se i giudici della CPI decidessero di non accettare la giurisdizione sui crimini di guerra commessi in Palestina, ciò priverebbe le vittime dell’unica possibilità di ottenere giustizia.

Uno scenario particolarmente pericoloso sarebbe la decisione dei giudici di confermare la competenza della CPI su certe parti del territorio palestinese escludendone altre, cosa che non ha alcun fondamento giuridico in base al diritto internazionale. Ciò sarebbe pericoloso, perché darebbe una legittimità internazionale a tutte le misure illegali che le autorità israeliane, ed ora anche l’amministrazione Trump, mettono in atto, compreso il piano di annessione, totalmente illegale (in base al diritto internazionale).

* Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e direttore di Palestine Chronicle. Il suo prossimo libro è “The Last Earth: A Palestinian Story” [L’ultima terra: una storia palestinese] (Pluto Press). Baroud ha un dottorato di studi sulla Palestina dell’università di Exeter ed è ricercatore associato al Centro Orfalea di studi mondiali e internazionali, università della California.

* Romana Rubeo è traduttrice freelance e vive in Italia. È titolare di un master in lingua e letteratura straniera ed è specializzata in traduzione audiovisiva e giornalistica. Lettrice accanita, si interessa di musica, politica e geopolitica.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Alexandra Ocasio-Cortez, Tlaib, Jayapal, McCollum minacciano di condizionare l’aiuto USA a Israele a causa dell’annessione

Michael Arria

29 giugno 2020 – Mondoweiss

Una lettera indirizzata al Segretario di Stato Mike Pompeo cita un Relatore Speciale delle Nazioni Unite che ha detto che l’annessione “cristallizzerebbe un’apartheid del XXI secolo, lasciandosi alle spalle la scomparsa del diritto all’autodeterminazione dei palestinesi”.

Jewish Insider [sito informativo con un’ottica ebraica, ndtr.] riferisce che quattro deputate del Congresso stanno attualmente facendo circolare una lettera tra i membri della Camera che prenderebbe di mira l’aiuto militare a Israele se il Paese procedesse con il previsto piano di annettere parti della Cisgiordania.

La lettera, indirizzata al Segretario di Stato Mike Pompeo, è promossa dalle deputate Alexandra Ocasio-Cortez (Deputata –New York), Pramila Jayapal (Dep.-Washington), Betty McCollum (Dep. -Minnesota) e Rashida Tlaib (Dep.-Michigan). In essa si specifica che il piano israeliano viola il diritto internazionale e si cita il Relatore Speciale dell’ONU sul conflitto, che ha affermato che l’annessione “cristallizzerebbe un’apartheid del XXI secolo, lasciandosi alle spalle la scomparsa del diritto all’autodeterminazione dei palestinesi.”

Alla fine della lettera le deputate dichiarano che si impegneranno affinché i finanziamenti militari ad Israele vengano condizionati se il Paese procedesse con i suoi piani: “Se il governo israeliano procedesse con la prevista annessione [di parti della Cisgiordania, ndtr.] con l’avallo di questa amministrazione, noi lavoreremo per fare in modo che [l’annessione] non venga riconosciuta e per imporre condizioni sui 3,8 miliardi di dollari del finanziamento militare USA ad Israele, includendo clausole relative ai diritti umani e il blocco dei fondi per forniture all’estero di armamenti israeliani pari o superiori all’ammontare della spesa annua israeliana per finanziare le colonie, come anche le politiche e le prassi che le appoggiano e le consentono.”

Benché la lettera non sia stata ancora pubblicata ufficialmente, l’AIPAC (la principale organizzazione lobbistica filoisraeliana americana, ndtr.) ha già inviato un tweet di condanna.

Il gruppo di esperti sul Medio Oriente dell’amministrazione Trump si è riunito la settimana scorsa e ha detto di essere in procinto di fare un annuncio riguardo all’annessione, ma non ha ancora preso una decisione ufficiale. Ieri Barak Ravid di Axios [sito web americano di informazioni, ndtr.] ha riferito che il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu si sta rivolgendo ai gruppi evangelici negli USA perché lo appoggino nel fare pressione sull’amministrazione Trump in merito alla questione. “Dirigenti israeliani dicono che Netanyahu pensa che a quattro mesi dalle elezioni USA il presidente Trump sia politicamente debole e che potrebbe perdere contro il probabile candidato democratico alla presidenza Joe Biden”, ha scritto Ravid. “Pensa che, per avere una possibilità di vincere, Trump abbia bisogno che la base degli evangelici vada a votare.

Michael Arria è il corrispondente di Mondoweiss per gli USA. I suoi lavori sono comparsi su ‘In These Times’, ‘The Appeal’, ‘Truthout’. É autore di ‘Medium Blue: The politics of MSNBC’

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

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Senza il via libera USA, Netanyahu rinvia l’annessione ma non rinuncia

Michele Giorgio

1 luglio 2020, Nena News  da Il Manifesto

Oggi avrebbe dovuto essere il giorno previsto dal governo israeliano per l’avvio della cosiddetta estensione di sovranità al 30% della Cisgiordania. Ma in assenza dell’ok definitivo da Washington, scrive la stampa locale, il premier congela il piano. Previste per oggi manifestazioni di protesta nei Territori Occupati, mentre cresce la contrarietà al piano dei democratici statunitensi

Non sarà il primo luglio la data di inizio dell’annessione unilaterale a Israele del 30% della Cisgiordania, ma nei Territori occupati si svolgeranno ugualmente le previste manifestazioni di protesta del «Giorno della rabbia» palestinese.

«Stiamo lavorando (all’annessione) e continueremo a lavorarci nei prossimi giorni», ha detto ieri il premier israeliano Netanyahu dopo aver incontrato l’ambasciatore Usa Friedman e l’inviato speciale americano Berkowitz. Oggi perciò non accadrà nulla. E sarà così per il resto della settimana, scriveva ieri il Jerusalem Post citando fonti americane.

In più di una occasione Netanyahu aveva indicato il primo giorno di luglio come quello dell’avvio dell’iter legislativo per «l’estensione della sovranità israeliana» su larghe porzioni di Cisgiordania, territorio palestinese che Israele ha occupato nel 1967 al termine della Guerra dei sei giorni. Ora frena ma non rinuncia. Non lo preoccupano più di tanto le critiche dell’Onu e gli ammonimenti dell’Ue. E neppure le esitazioni del suo principale partner di governo Gantz.

Gli occorre però il via libera definitivo degli Usa all’annessione che con ogni probabilità sarà limitata nella sua prima fase – quindi senza la Valle del Giordano – e completata nei prossimi mesi, prima delle presidenziali Usa di novembre quando il suo alleato Trump rischierà di lasciare la Casa Bianca al suo rivale democratico Biden. Il premier israeliano vede crescere nel Partito democratico il dissenso verso le politiche di Israele.

Ieri anche il senatore democratico Sanders, il rappresentante più noto e autorevole della corrente socialista nel suo partito, ha aggiunto il suo nome a una lettera, «Apartheid», contro il piano di Israele di annettere parti della Cisgiordania. Fatta circolare dalla deputata Alexandria Ocasio-Cortez, la lettera chiede di bloccare gli aiuti militari statunitensi a Israele se Netanyahu attuerà il piano di annessione che, si legge, creerebbe una realtà di apartheid in Cisgiordania.

Il testo di Ocasio-Cortez è diverso per contenuto e tono da una lettera anti-annessione più moderata diffusa all’inizio di giugno e firmata da oltre 190 deputati democratici della Camera dei rappresentanti, tra i quali persino storici alleati di Israele come Ted Deutch e Steny Hoyer. L’iniziativa non pare destinata a raccogliere un alto numero di firme. Tuttavia, assieme alla lettera diffusa all’inizio del mese scorso, conferma che tra i democratici il dibattito su Israele e palestinesi è più vivo che mai e si sta intensificando. E Joe Biden, pur rappresentando l’establishment tradizionale del partito, non potrà non tenerne conto.




Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ammonisce Israele a rinunciare ai piani di annessione

23 giu 2020 – Al Jazeera

L’alto rappresentante dell’ONU afferma che una simile mossa sarebbe “devastante” per le speranze di nuovi colloqui e sull’eventuale soluzione dei due Stati.

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres ha invitato Israele ad abbandonare il piano di annessione di parti della Cisgiordania occupata, affermando che tale mossa sarebbe una “grave violazione del diritto internazionale”.

L’alto rappresentante dell’ONU ha formulato queste affermazioni martedì nel corso di una relazione al Consiglio di sicurezza, un giorno prima che la commissione, composta da 15 membri, si riunisse per l’incontro semestrale sul conflitto israelo-palestinese.

Il governo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che il processo di annessione potrebbe avere inizio dal 1° luglio.

Nel documento, Guterres ha affermato che un’annessione israeliana sarebbe “devastante” per le speranze di nuovi negoziati e sull’eventuale soluzione dei due stati.

“Ciò sarebbe disastroso per palestinesi, israeliani e per la regione”, ha detto, aggiungendo che il piano è una minaccia contro “i tentativi di far progredire la pace nella regione”.

Le affermazioni di Guterres sono giunte il giorno dopo la protesta di migliaia di palestinesi a Gerico contro il piano israeliano, con una manifestazione alla quale hanno partecipato anche decine di diplomatici stranieri.

La scorsa settimana la leadership palestinese ha proposto un piano che mira a creare uno “Stato palestinese sovrano, indipendente e smilitarizzato”, con Gerusalemme est come capitale. Lascia inoltre la porta aperta a modifiche dei confini tra lo Stato proposto e Israele, così come a scambi di territori di uguale “dimensione, volume e valore – alla pari”.

La proposta palestinese è arrivata in risposta al controverso piano del presidente degli Stati Uniti Donald Trump che ha dato il via libera a Israele sull’annessione di ampie zone della Cisgiordania occupata, comprese le colonie considerate illegali ai sensi del diritto internazionale, e della Valle del Giordano.

Presentato alla fine di gennaio, il piano di Trump propone l’istituzione, sul restante mosaico di parti frammentate dei territori palestinesi, di uno Stato palestinese smilitarizzato, con l’esclusione di Gerusalemme est occupata. Il piano è stato respinto nella sua interezza dai palestinesi.

La riunione del Consiglio di sicurezza, che si terrà in videoconferenza, sarà l’ultima grande riunione internazionale sulla questione prima della scadenza del 1 luglio.

“Qualsiasi decisione sulla sovranità sarà presa solo dal governo israeliano”, ha detto martedì nel corso di una dichiarazione l’inviato israeliano alle Nazioni Unite Danny Danon.

I diplomatici si aspettano che mercoledì la stragrande maggioranza dei membri delle Nazioni Unite si opponga nuovamente al piano israeliano.

“Dobbiamo inviare un messaggio chiaro”, ha detto un inviato all’agenzia di stampa AFP [l’agenzia di stampa France Presse, ndtr.], aggiungendo che “non è sufficiente” limitarsi a condannare la politica israeliana, e ha prospettato la possibilità di portare il caso dinanzi alla Corte internazionale di giustizia.

Per decenni Israele ha goduto del sostegno bipartisan [sia dei democratici che dei repubblicani, ndtr.] degli Stati Uniti che gli ha permesso di ignorare le critiche internazionali e le numerose risoluzioni delle Nazioni Unite sulla sua occupazione dei territori palestinesi.

Quando Trump alla fine del 2017 ha cambiato la politica degli Stati Uniti riconoscendo Gerusalemme come capitale di Israele, 14 dei 15 membri del Consiglio di sicurezza hanno adottato una risoluzione di condanna dell’iniziativa, ma gli Stati Uniti hanno posto il veto.

Una risoluzione simile è stata quindi presentata all’Assemblea generale delle Nazioni Unite (UNGA), dove nessuna nazione ha il potere di veto: è stata approvata con 128 voti a favore, 9 contrari e 35 astensioni.

I diplomatici, tuttavia, sembrerebbero escludere la possibilità che per la prevista annessione Israele possa subire sanzioni, quali quelle imposte da alcuni Paesi dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia.

“Qualsiasi annessione avrebbe conseguenze piuttosto gravi per la soluzione dei due Stati contenuta nel processo di pace”, ha detto un altro ambasciatore in forma anonima all’AFP.

Ma l’inviato ha affermato che non è un'”operazione semplice” mettere a confronto la Cisgiordania con la Crimea.

All’inizio di questo mese, centinaia di docenti e studiosi di diritto internazionale hanno firmato una lettera aperta che condanna il piano israeliano di annessione dei territori della Cisgiordania, definendolo una “flagrante violazione delle regole fondamentali del diritto internazionale e costituirebbe anche una grave minaccia alla stabilità internazionale in una regione instabile”.

Kevin Jon Heller, docente di diritto internazionale, ha dichiarato ad Al Jazeera che l’annessione prevista da Israele è “una chiara e sostanziale violazione del diritto internazionale, che vieta l’annessione dei territori presi con la forza”.

“L’annessione da parte di Israele delle alture del Golan e di Gerusalemme,” ha affermato Heller, “e il contemporaneo silenzio internazionale e arabo, l’hanno incoraggiato a intraprendere ulteriori azioni in quella direzione, come sta ora pianificando”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Il macabro piano di Israele culmina nell’annessione”

Richard Falk

24 giugno 2020 Nena News

Grazie a Trump, scrive l’ex relatore speciale delle Nazioni Unite, il governo israeliano insiste sui Territori palestinesi occupati: «Sono una necessità per la nostra sicurezza». Nessuno pensa ai diritti dei palestinesi, nessuno ha intenzione di ascoltarli. È una geopolitica da gangster nella giungla globale in aperta violazione della Carta dell’Onu.

Viviamo in tempi strani. In giro per il mondo le vite sono devastate dal Covid-19 oppure da crisi sociali, economiche e politiche. In momenti così, non sorprende che emergano il peggio e il meglio dell’umanità. Eppure la geopolitica da gangster nelle sue varie manifestazioni sembra spingersi ancora oltre.

Si pensi all’inasprimento delle sanzioni statunitensi nel bel mezzo della crisi sanitaria che colpisce società già gravemente provate e popolazioni sofferenti in Iran, Venezuela, Siria e Cuba.

Un’altra pagina nera è la danza macabra di Israele intorno alla plateale illegalità dell’annessione che il premier Benjamin Netanyahu ha promesso di avviare da luglio, grazie all’assenso del rivale e alleato di governo Benny Gantz. Israele è pronta ad annettere i territori senza nemmeno cercare di giustificare la violazione del diritto internazionale, secondo il quale uno Stato sovrano non può annettere un territorio estero occupato militarmente.

QUESTA MOSSA unilaterale di Israele per riclassificare il territorio che «occupa» nella West Bank e per incorporarlo stabilmente nell’autorità sovrana israeliana viola completamente il diritto internazionale umanitario della Quarta convenzione di Ginevra. Quella che perfino al tempo della Lega delle Nazioni era sempre stata una «norma sacra», nell’era della geopolitica post-coloniale da gangster diventa disprezzo patente per i popoli e i loro diritti.

LA MOSSA annessionista è così estrema che anche alcuni pesi massimi di Israele, fra i quali gli ex capi del Mossad e dello Shin Bet, e ufficiali in pensione delle Israel Defence Forces, lanciano l’allarme. Alcuni militanti sionisti sono contrari all’annessione in questo momento perché svelerebbe l’illusione della democrazia israeliana, e perché montano i timori che assorbire i palestinesi della West Bank minaccerebbe a tempo debito l’egemonia etnica ebraica. Naturalmente, nessuno di questi «ripensamenti» contesta l’annessione perché viola il diritto internazionale, scavalca e mina l’autorità dell’Onu e ignora i diritti inalienabili dei palestinesi. Le preoccupazioni riguardano gli impatti negativi per il paese, in termini di sicurezza a livello interno e regionale israeliana, e di status internazionale.

I critici nell’establishment della sicurezza nazionale temono di disturbare i vicini arabi e di alienarsi ulteriormente l’opinione pubblica internazionale, soprattutto in Europa; in una certa misura si dicono preoccupati anche della reazione dei «sionisti liberal», con il conseguente indebolimento dei legami di solidarietà con Israele da parte della diaspora ebraica che vive negli Stati uniti e in Europa.

ANCHE LA PARTE pro-annessione evoca la sicurezza, specialmente rispetto alla Valle del Giordano e agli insediamenti, ma in misura molto minore. Gli annessionisti fanno riferimento alla Giudea e alla Samaria di cui parla la Bibbia (il nome noto internazionalmente è West Bank). Il diritto verrebbe rafforzato dal riferimento alle profonde tradizioni culturali ebraiche nonché a secoli di connessioni storiche fra una piccola e stabile presenza ebraica in Palestina e questo territorio considerato sacro custode del popolo ebraico.

IN OGNI CASO, tanto gli israeliani critici sull’annessione quanto i favorevoli non sentono alcun bisogno di confrontarsi con i diritti e le istanze dei palestinesi. Come è sempre avvenuto lungo tutta la narrazione sionista, le aspirazioni e le rivendicazioni del popolo palestinese e la sua stessa esistenza non fanno parte dell’immaginario sionista: salvo quando si frappongono ostacoli o si crea una minaccia demografica alla regola della maggioranza ebraica. Se si considera l’evoluzione della principale corrente del sionismo, l’obiettivo di lungo periodo di emarginare i palestinesi in un unico Stato ebraico dominante che comprenda tutta la «terra promessa» di Israele non è mai stato abbandonato.

In questo senso il piano di partizione messo a punto dalle Nazioni unite, benché accettato nel 1947 dalla dirigenza sionista come soluzione del momento, è da interpretarsi piuttosto come una pietra miliare per il recupero della maggiore quantità possibile di terra promessa. Nel corso degli ultimi cent’anni, dal punto di vista israeliano l’utopia è diventata una realtà, mentre da quello palestinese è diventata una distopia.

IL MODO IN CUI Israele e Stati uniti affrontano questo preludio all’annessione sconcerta quanto la conseguente «scomparsa» dei palestinesi. Israele ha già privilegiato l’annessione nell’accordo di coalizione Gantz-Netanyahu, che prevede di presentare una proposta alla Knesset (Parlamento) a partire dal 1 luglio. L’unica precondizione accettata con l’accordo alla base del governo Gantz-Netanyahu fa coincidere l’annessione con le allocazioni territoriali incorporate nelle famose proposte unilaterali Trump-Kushher «Dalla pace alla prosperità».

COME PREVEDIBILE, gli Stati uniti di Trump non creano frizioni, né suggeriscono a Netanyahu di offrire una parvenza di giustificazione legale o di esplicitare gli effetti negativi dell’annessione sulle prospettive del processo di pace israelo-palestinese. Finora, il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha dato luce verde all’annessione della West Bank ancora prima che Israele formalizzasse il proprio piano, dichiarando provocatoriamente che sono gli israeliani a dover decidere in materia: come se né i palestinesi né la legge internazionale avessero la minima importanza. Ecco un’altra indicazione del fatto che le relazioni israelo-statunitensi sono all’insegna di una geopolitica da gangster.

Ma forse, i segnali di possibili ripercussioni indurranno Washington a chiedere a Netanyahu di posticipare l’annessione o ridimensionarne la portata. E, anche se questa geopolitica sembra esaurire le residue speranze palestinesi di un compromesso politico e di una diplomazia basata su un genuino impegno di equità ed eguaglianza, voci di resistenza e solidarietà si levano contro quest’ultimo oltraggio. Nena News




Il piano di annessione israeliano pregiudicherà la normalizzazione arabo-israeliana?

Yousef Alhelou

17 giugno 2020 – Middle East Monitor

La posizione adottata dagli Stati Arabi sul piano israeliano di annettere dal prossimo mese aree della Cisgiordania occupata, compresa la Valle del Giordano, può essere scomposta in linea di massima in tre orientamenti: i Paesi come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Oman, Bahrain, Qatar, Marocco ed Egitto offrono un esplicito sostegno all’ “accordo del secolo” degli Stati Uniti, che comprende l’annessione e lo scambio di territori; alcuni Paesi, come Palestina, Giordania, Algeria, Iraq e Tunisia respingono totalmente il piano; e altri hanno delle riserve e non hanno espresso un parere in un senso o nell’altro.

L’annessione implica il controllo della terra e il trasferimento degli attuali abitanti. In Palestina, si tratta di una continuazione della pulizia etnica israeliana dei territori iniziata nel 1948 che non sarebbe nemmeno all’ordine del giorno senza il sostegno degli Stati Uniti. L’attuale amministrazione di Washington guidata dal presidente Donald Trump ha già riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele, ha spostato l’ambasciata americana da Tel Aviv alla Città Santa e ha affermato che gli insediamenti israeliani costruiti sulla terra palestinese “non necessariamente” sarebbero illegali. Ha anche bloccato tutti gli aiuti statunitensi ai palestinesi.

Tuttavia, con una mossa insolita, l’ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti a Washington, Yousef Al-Otaiba, ha scritto un commento su Yedioth Ahronoth, il più diffuso quotidiano in lingua ebraica d’ Israele. “Annessione o Normalizzazione” si rivolge principalmente all’ala destra israeliana e invia un velato avvertimento ai funzionari e all’opinione pubblica in generale. Ha anche twittato un video in inglese per enfatizzare il suo messaggio. Al-Otaiba ha messo in guardia contro la prospettiva dell’annessione e ha menzionato le sue probabili conseguenze. L’ambasciatore desidera proteggere la normalizzazione formale dei legami con Israele, legami diplomatici, economici, culturali e sulla sicurezza.

Mentre i critici affermano che il suo messaggio è più un consiglio amichevole che un avvertimento formale, altri credono che Al-Otaiba stia cercando di salvare la faccia dopo che gli Emirati Arabi Uniti si sono viste respinte due diverse spedizioni di aiuti medici per i palestinesi perché non si sarebbero coordinati in anticipo con l’Autorità Nazionale Palestinese. Inoltre, gli Emirati Arabi Uniti ospitano anche l’ex funzionario di Fatah Mohammed Dahlan, espulso dal movimento da Mahmoud Abbas. Tuttavia, gli Emirati Arabi Uniti rimangono un grande sostenitore dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione (UNRWA) che fornisce i beni di prima necessità a milioni di rifugiati palestinesi.

È chiaro che qualsiasi instabilità che facesse seguito all’annessione potrebbe ravvivare nella coscienza araba lo spirito della lotta armata in tutta la regione. Se esplodesse, in aperta solidarietà con i palestinesi oppressi, la rabbia popolare, potrebbe anche danneggiare i rapporti diplomatici in fase di sviluppo, mettendo a repentaglio la piena e pubblica normalizzazione dei legami tra gli Stati arabi e Israele.

L’Iran e i suoi alleati nello Yemen, nel Libano meridionale e a Gaza non possono essere ignorati, poiché Teheran è il nemico comune di Israele e di alcuni Stati musulmani sunniti. Qualsiasi destabilizzazione dello status quo in Cisgiordania o Gerusalemme potrebbe incoraggiare la mobilitazione di gruppi filo-iraniani e attacchi contro obiettivi nel Golfo. La Turchia, nel frattempo, potrebbe sostituire il sostegno arabo alla legittima causa palestinese e fornire sostegno finanziario a coloro che vivono sotto l’occupazione militare di Israele. Inoltre, le industrie petrolifere e del turismo potrebbero soffrirne se, ad esempio, gli Houthi filo iraniani cercassero di vendicarsi contro la coalizione araba guidata dai sauditi che combattono nello Yemen e sostengono i palestinesi e i loro diritti. Hamas e altri gruppi di resistenza palestinese hanno anche avvertito delle gravi conseguenze se l’annessione dovesse procedere. Tutte le opzioni, a quanto pare, sono sul tavolo.

Quando a gennaio Trump ha annunciato i dettagli del suo “piano di pace”, gli ambasciatori degli Emirati Arabi Uniti, del Bahrain e dell’Oman si trovavano alla Casa Bianca in piedi accanto al Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu . Trump li ha ringraziati per il loro supporto. Nessun funzionario palestinese era presente. L'”accordo” è stato una pugnalata alle spalle; un piano pro-Israele; un matrimonio forzato della “sposa” israeliana con un “sposo” palestinese riluttante. Gli stati arabi intenzionati a normalizzare i legami con Israele hanno bisogno di pace e coesistenza tra palestinesi e israeliani, per porre fine alla loro imbarazzante diplomazia sotto copertura e consentire loro di avere un rapporto economico aperto con lo Stato occupante.

Sorprendentemente, gli unici due Paesi arabi che hanno firmato trattati di pace con Israele – Egitto e Giordania, rispettivamente nel 1979 e nel 1994 – non hanno partecipato alla cerimonia della Casa Bianca. Entrambi hanno intense relazioni con l’Autorità Nazionale Palestinese e condividono più o meno la stessa visione su come porre fine al conflitto Israele-Palestina: piena normalizzazione in cambio della fine dell’occupazione militare israeliana in Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme, e un ritorno ai confini del 1967. Questa è la base dell’iniziativa di pace araba approvata dalla Lega araba nel 2002 al suo vertice di Beirut.

Gli accordi di Oslo firmati nel 1993 dovevano portare alla costituzione di uno Stato palestinese entro cinque anni. Quasi tre decenni dopo centinaia di migliaia di coloni ebrei vivono in enormi blocchi di insediamenti costruiti da Israele nonostante gli Accordi. Ancora altri territori palestinesi sono stati rubati per costruire il muro dell’apartheid lungo 708 chilometri che si snoda lungo il confine della Cisgiordania [in prevalenza il muro si trova nel territorio cisgiordano, n.d.tr.]; ci sono più di 600 posti di blocco militari fissi e mobili; e le comunità palestinesi sono state isolate, creando bantustan separati. Inoltre, le case e gli altri edifici palestinesi vengono regolarmente demoliti dagli israeliani e i palestinesi nativi di Gerusalemme si vedono revocare i loro permessi di residenza mentre la giudaizzazione della Città Santa continua. Sotto i governi consecutivi di estrema destra di Netanyahu, la più estremista della storia di Israele, Israele ha fatto fuori la cosiddetta “soluzione a due Stati”.

La Giordania ha respinto il piano di annessione perché la valle del Giordano occupata si estende lungo il confine del Regno Hascemita [la dinastia hashemita, fondata nel 1916, dominò prima nel igiāz (regione comprendente La Mecca e Medina) in Arabia, poi in Iraq e Transgiordania, e infine nel Regno hashemita di Giordania, n.d.tr.] L’area costituisce circa il 30% della Cisgiordania, con una popolazione di circa 65.000 palestinesi e 11.000 coloni illegali. In realtà, Israele ha quasi il controllo totale di quello che è già di fatto un territorio annesso.

Tutto ciò suggerisce che l’avvertimento di Al-Otaiba potrebbe essere ascoltato, perché Netanyahu non vorrà perdere alleati nel mondo arabo, non ultimi nuovi amici come il Sudan, nel caso che la situazione si dovesse deteriorare nei territori palestinesi occupati. Il leader israeliano è il più consapevole di tutti del fatto che il presidente dell’ANP Abbas ha annunciato il mese scorso che sta ponendo fine a tutti gli accordi con Israele e gli Stati Uniti, inclusa la cooperazione in materia di sicurezza con le forze di occupazione.

È vero che la causa palestinese è diventata un grattacapo per alcuni regimi arabi, in particolare nel Golfo, ma per altri è ancora la “questione centrale” che unisce tutti gli arabi e i musulmani. Senza una giusta soluzione in Palestina, non ci sarà mai stabilità in Medio Oriente. Sebbene l’ANP sotto Abbas sia accusata di aver aperto per prima le porte alla normalizzazione, i palestinesi insistono sul fatto che i legami con Israele non devono procedere a spese del popolo palestinese che ha lottato per decenni per la libertà e l’autodeterminazione .

Israele ha investito molto nella normalizzazione dei legami con gli Stati del Golfo. Sono stati fatti molti incontri reciproci segreti e sono state utilizzate molte applicazioni di social media per colmare le lacune culturali e politiche esistenti, nell’incoraggiare gli arabi del Golfo a rivoltarsi contro i palestinesi demonizzandoli come ostacolo alla pace con Israele.

Al momento, tuttavia, tutto ciò che conta per Netanyahu è la luce verde di Trump. È stato in grado di mettere insieme un governo di “unità” che condivide il potere e rimanere al potere significa tutto per lui. L’annessione faceva parte della sua campagna elettorale ed è tempo di adempiere al suo impegno. Le posizioni palestinesi e arabe non gli interessano molto, ma è un politico esperto e scaltro, che prenderà in considerazione i pro e i contro con attenzione.

Il velato avvertimento del capo ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti a Washington, Al-Otaiba, sarà sufficiente per fermare o ritardare il piano di annessione? O Israele andrà avanti a prescindere e quindi pregiudicherà la normalizzazione con gli Stati arabi che temono disordini popolari nei loro paesi? Solo il tempo lo dirà, ma ci sono rischi per tutti i soggetti coinvolti, in particolare per i palestinesi, indipendentemente dal modo in cui si guardi la cosa.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Aldo lotta)




Mentre lo Stato ebraico si lancia in un baratro, la temibile lobby dell’AIPAC non fa assolutamente niente

PHILIP WEISS e JAMES NORTH

17 giugno 2020 – Mondoweiss

Di tutti i drammi che stanno avvenendo nel contesto del piano del governo israeliano di annettere grandi aree della Cisgiordania a partire da luglio, è passato in buona misura sotto silenzio un prodigio politico: l’American Israel Public Affairs Committee [Comitato Americano per le Questioni Pubbliche di Israele] (AIPAC), la temibile lobby israeliana a Washington, non ha avuto niente da dire e di conseguenza con il suo silenzio potrebbe avere preannunciato il suo stesso declino.

Ciò in quanto l’iniziativa israeliana è senza dubbio una grande minaccia per il futuro dello “Stato ebraico”, sicuramente la maggiore crisi che Israele abbia affrontato almeno negli ultimi 10 anni, e ciononostante l’organizzazione, il cui unico scopo è garantire il futuro di Israele, è stata assolutamente silenziosa. Il sito tweet dell’AIPAC è pieno di pubblicità del genere camera di commercio (“L’innovazione israeliana ci rende più sicuri e più sani”), e neppure una parola sull’annessione.

Ma se ci si mette in contatto con singoli importanti sionisti negli Stati Uniti, progressisti o conservatori, sono tutti contrari all’annessione. Persone come Jeremy Burton, Dennis Ross, Robert Satloff, Martin Indyk, Jeremy Ben-Ami, Jeffrey Goldberg, persino Daniel Pipes. Essi si rendono conto della minaccia rappresentata dall’annessione per il futuro dello Stato ebraico. La minaccia è molteplice e ovvia: l’annessione isolerà Israele nel mondo e farà sì che gli europei impongano sanzioni contro Israele; l’annessione minaccia il trattato di pace con la Giordania; l’annessione minerà così tanto il movimento palestinese da rendere possibile una terza Intifada, tanto che persino i sionisti laburisti prevedono una “rivolta” come risposta naturale di un popolo messo all’angolo; l’annessione frammenterà e inizierà a dissolvere il sostegno del partito Democratico a Israele; l’annessione renderà l’apartheid ufficiale e innegabile, persino agli occhi di molti ebrei americani che hanno resistito a rendersene conto per anni; l’annessione darà forza alla campagna per il boicottaggio.

L’unica obiezione a questa sfilza di argomenti è l’illusione messianica: dio (o i britannici) hanno promesso la terra agli ebrei, perciò, di cosa vi preoccupate? Se sei una persona seria che crede nella necessità di uno Stato ebraico, questo è davvero un periodo veramente pericoloso. Un governo israeliano con un limitato appoggio dell’opinione pubblica sta per lanciare una nuova era che potrebbe produrre anni e anni di isolamento e di violenza in Israele. Persino uno dei beniamini dell’AIPAC, che fa parte del movimento dei coloni, è contrario!

Ancora una volta la domanda è: dov’è l’AIPAC? È la maggiore organizzazione filoisraeliana, che in una notte può avere 76 firme del Senato su un tovagliolo e riunire ogni anno in un centro congressi di Washington 20.000 sostenitori di Israele. È talmente famoso che chiunque lo conosce anche solo dalle sue iniziali. E oggi tutta questa potenza di fuoco è silenziosa. Durante una vera e propria crisi per lo Stato ebraico, l’AIPAC non ha niente da dire.

Ci sono un paio di spiegazioni plausibili per questo silenzio. Primo, l’AIPAC, per sua stessa politica, non ha mai criticato il governo israeliano. Va bene, ma cosa succede se questo governo sta per spingere lo Stato ebraico in un baratro? L’AIPAC è talmente condizionato da un ragionamento tattico da non poter vedere una reale minaccia quando si presenta? Forse.

Ma in questo caso la lobby ha dimostrato di aver esaurito la sua utilità per Israele ed è una vittima della sua stessa irresponsabilità. Per decenni ha affermato che non avrebbe mai criticato Israele mentre colonizzava la terra di un altro popolo ed ora, quando Israele è sul punto di fare un enorme passo in quella direzione, non si può smentire.

O forse l’AIPAC pensa di non poter criticare un presidente USA, di non poter danneggiare il suo accesso alla carica più alta del Paese. Trump è assolutamente pronto all’annessione. Pensa che ciò possa fargli avere i milioni di Sheldon Adelson [miliardario americano che finanzia Trump, Israele e le colonie, ndtr.] e forse la Florida in novembre, e l’AIPAC non può essere minimamente critico con un presidente o potrebbe perdere la possibilità di avervi accesso.

Ma di nuovo: il portabandiera della lobby israeliana ha sacrificato la sua stessa missione a una tattica burocratica. Ha costruito una potenza mostruosa e malefica a Washington per appoggiare Israele ed ora, in un momento di crisi, non dice niente.

Il fallimento dell’AIPAC ha chiaramente rafforzato altre organizzazioni sioniste. J Street [associazione di sionisti progressisti contrari all’occupazione, ndtr.] sta conducendo la lotta contro l’annessione insieme ad “Americans for Peace Now [Americani per la pace adesso, organizzazione sionista statunitense a favore della soluzione dei due Stati, ndtr.]. La graduale conquista della lobby israeliana da parte di J Street che abbiamo visto più o meno nell’ultimo anno sembra ormai inevitabile, data l’abdicazione dell’AIPAC. Di fatto l’unico commentatore ad evidenziarlo è il nuovo presidente di APN, Hadar Suskind, che ha scritto su Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.] che le principali organizzazioni della lobby israeliana hanno consentito a Israele di sacrificare il suo futuro “sull’altare dell’etno-nazionalismo”.

Con una disperata richiesta di aiuto, Suskind ha scritto che è a rischio nientemeno che lo Stato ebraico: “Quando questo futuro sarà minacciato, noi ci esprimeremo a voce alta, denunceremo apertamente e lotteremo per una prospettiva che rifletta l’opinione sia dei fondatori di Israele che della grande maggioranza degli ebrei americani. Chiediamo a tutti i nostri colleghi di unirsi a noi per proteggere un Israele ebraico e democratico opponendoci chiaramente e fortemente all’annessione. Non aspettate che sia troppo tardi.”

Qualunque cosa si pensi del progetto sionista – e noi siamo contrari – da una prospettiva politica, l’abdicazione dell’AIPAC è sia mistificatoria che patetica, e potrebbe portare a una caotica lotta generazionale all’interno della lobby israeliana in cui i giovani ebrei di IfNotNow [SeNonOra, organizzazione di ebrei statunitensi contraria alle politiche israeliane, ndtr.] e Open Hillel [Hillel Aperto, associazione universitaria ebraica con posizioni critiche, ndtr.] stanno improvvisamente contendendo la leadership all’American Jewish Committee [Comitato Ebraico Americano, storica organizzazione ebraica statunitense filosionista, ndtr.].

Come in un atto di spontanea autodistruzione politica, il silenzio dell’AIPAC è un prodigio, proprio come in primo luogo l’accumulazione di potere della lobby.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




I punti in comune tra Minneapolis e Gerusalemme sono maggiori di quanto sembri

Jonathan Cook

11 giugno 2020 – Middle East Eye

In un mondo in cui le risorse sono in esaurimento e le economie in contrazione gli Stati si preparano a future rivolte da parte delle classi inferiori in aumento

È difficile ignorare i sorprendenti parallelismi tra le recenti scene di brutalità della polizia nelle città degli Stati Uniti e decenni di violenza da parte delle forze di sicurezza israeliane contro i palestinesi.

Alla fine del mese scorso un video diventato virale di un agente di polizia di Minneapolis, Derek Chauvin, che uccide un uomo di colore, George Floyd, premendo con un ginocchio sul suo collo per quasi nove minuti, ha scatenato due settimane di proteste di massa in tutti gli Stati Uniti e altrove.

Le immagini sono l’ultima inquietante testimonianza visiva di una formazione culturale della polizia degli Stati Uniti per cui essa sembra trattare gli afro americani come un nemico – e rinnova il ricordo di come troppo raramente venga punito il comportamento criminale dei poliziotti.

Il linciaggio di Floyd da parte di Chauvin mentre altri tre agenti osservavano o partecipavano ricorda scene inquietanti e familiari nei territori occupati. I video di soldati israeliani, polizia e coloni armati che picchiano, sparano e esercitano abusi su uomini, donne e bambini palestinesi sono stati a lungo un punto fermo dei social media.

La disumanizzazione che ha permesso l’omicidio di Floyd è stata regolarmente messa in evidenza nei territori palestinesi occupati. All’inizio del 2018 i cecchini israeliani hanno iniziato a utilizzare i palestinesi, compresi minorenni, infermieri, giornalisti e disabili come poco più che bersagli dei poligoni di tiro durante le proteste settimanali presso la barriera perimetrale che circonda Gaza tenendoveli rinchiusi.

Diffusa impunità

E proprio come negli Stati Uniti, l’uso della violenza da parte della polizia e dei soldati israeliani contro i palestinesi raramente porta a procedimenti giudiziari, per non parlare di condanne.

Pochi giorni dopo l’omicidio di Floyd, un uomo palestinese affetto da autismo, Iyad Hallaq, che secondo la sua famiglia aveva un’età mentale di sei anni, è stato colpito con sette colpi dalla polizia a Gerusalemme. Nessuno degli agenti è stato arrestato.

Di fronte all’imbarazzante attenzione internazionale in seguito all’omicidio di Floyd, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha rilasciato una dichiarazione inconsueta nei casi di uccisione di un palestinese da parte dei servizi di sicurezza. Ha definito l’omicidio di Hallaq “una tragedia” e ha promesso un’indagine.

I due omicidi, a distanza di pochi giorni, hanno rivelato il motivo per cui gli slogan “Black Lives Matter” e “Palestinian Lives Matter” siano intimamente legati, sia nelle proteste che nei post sui social media.

Ci sono differenze tra i due casi, ovviamente. Oggi i neri americani hanno la cittadinanza, la maggior parte di loro può votare (se riescono a raggiungere un seggio elettorale), le leggi non sono più esplicitamente razziste e hanno accesso agli stessi tribunali – se non sempre alla stessa giustizia – della popolazione bianca.

Non è questa la situazione per la maggior parte dei palestinesi sotto il dominio israeliano. Vivono sotto l’occupazione di un esercito straniero, ordinanze militari arbitrarie governano le loro vite e hanno un accesso molto limitato a qualsiasi tipo di concreto ricorso per adire a vie legali.

E c’è un’altra ovvia differenza. L’omicidio di Floyd ha scosso molti americani bianchi tanto da indurli a partecipare alle proteste. L’omicidio di Hallaq, al contrario, è stato ignorato dalla stragrande maggioranza degli israeliani e apparentemente accettato ancora una volta come prezzo da pagare per il mantenimento dell’occupazione.

Trattati come un nemico

Tuttavia, vale la pena mettere in evidenza i confronti tra le culture razziste delle due polizie. Entrambe scaturiscono da una visione del mondo costruita da società colonialiste, fondate sull’ espropriazione, la segregazione e lo sfruttamento.

Israele vede ancora in gran parte i palestinesi come un nemico che deve essere espulso o costretto a sottomettersi. Nel contempo i neri americani convivono coll’eredità di una cultura bianca razzista che fino a non molto tempo fa giustificava la schiavitù e l’apartheid.

Da tempo palestinesi e afroamericani sono stati depredati della loro dignità; troppo spesso le loro vite sono considerate di scarso valore.

Purtroppo la maggior parte degli ebrei israeliani nega ostinatamente l’ideologia razzista che sta alla base delle loro principali istituzioni, compresi i servizi di sicurezza. In pochi protestano in solidarietà con i palestinesi e quelli che lo fanno sono ampiamente visti dal resto dell’opinione pubblica israeliana come traditori.

Molti americani bianchi, d’altra parte, sono rimasti scioccati nel vedere quanto velocemente le forze di polizia statunitensi, di fronte a proteste diffuse, hanno fatto ricorso a metodi violenti di controllo della folla di un genere fin troppo familiare ai palestinesi.

Tali metodi comprendono la dichiarazione di coprifuoco e la chiusura di zone delle principali città; il dispiegamento di squadre di cecchini contro i civili; l’uso di squadre antisommossa con indosso uniformi o passamontagna senza contrassegno; arresti e aggressioni fisiche di giornalisti chiaramente identificabili; l’uso indiscriminato di gas lacrimogeni e proiettili di acciaio rivestiti di gomma per ferire i manifestanti e terrorizzarli per le strade.

E non finisce qui.

Il presidente Donald Trump ha descritto i manifestanti come “terroristi”, facendo eco al modo in cui gli israeliani definiscono tutte le proteste palestinesi, e ha minacciato di inviare l’esercito americano, il che riproporrebbe con ancora maggiore precisione la situazione affrontata dai palestinesi.

Come i palestinesi, la comunità nera degli Stati Uniti – e ora i manifestanti – hanno registrato esempi degli abusi sui loro telefoni e pubblicato i video sui social media per evidenziare le menzogne delle dichiarazioni della polizia e dei resoconti dei media su ciò che è accaduto.

Testato su palestinesi

Nessuno di questi parallelismi dovrebbe sorprenderci. Per anni le forze di polizia statunitensi, insieme a molte altre in tutto il mondo, hanno fatto la fila alla porta di Israele per imparare dalla sua esperienza decennale nella repressione della resistenza palestinese.

In un mondo caratterizzato dall’esaurimento delle risorse e dalla contrazione a lungo termine dell’economia globale, Israele ha capitalizzato la necessità tra gli Stati occidentali di prepararsi a future rivolte interne da parte di classi inferiori in aumento.

Potendo fare tranquillamente esperimenti nei territori palestinesi occupati, Israele è stato a lungo in grado di sviluppare e testare sul campo sui palestinesi oppressi nuovi metodi di sorveglianza e subordinazione. Essendo le più cospicue classi inferiori degli Stati Uniti, le comunità nere urbane hanno sempre avuto molte più probabilità di trovarsi in prima linea quando le forze di polizia statunitensi hanno adottato nelle loro pratiche un approccio più militarizzato.

Alla fine questi cambiamenti si sono manifestati in modo evidente durante le proteste scoppiate a Ferguson, nel Missouri, nel 2014 dopo che un uomo di colore, Michael Brown, è stato ucciso dalla polizia. Vestita in tenuta antisommossa e sostenuta da camionette blindate, la polizia locale sembrava entrare in una zona di guerra piuttosto che trovarsi lì per “servire e proteggere” [motto di molte polizie locali negli USA, ndtr.].

Addestrati in Israele

È stato allora che le organizzazioni per i diritti umani e altri hanno iniziato a mettere in evidenza in che misura le forze di polizia statunitensi venivano influenzate dai metodi israeliani per assoggettare i palestinesi. Molte forze erano state addestrate in Israele o coinvolte in programmi di scambio.

Soprattutto la famigerata polizia di frontiera paramilitare israeliana [il MAGAV, che non segue la regolare struttura di comando della polizia militare ma risponde direttamente all’agenzia per la sicurezza israeliana, ndtr.] è diventata un modello per altri Paesi. È stata la polizia di frontiera a sparare a morte su Hallaq a Gerusalemme poco dopo che Floyd è stato ucciso a Minneapolis.

La polizia di frontiera svolge la duplice funzione di una forza di polizia e di un esercito, operando contro i palestinesi nei territori occupati e all’interno di Israele, dove esiste una folta minoranza palestinese con diritti di cittadinanza molto ridotti. 

La premessa istituzionale della polizia di frontiera è che tutti i palestinesi, compresi quelli che sono formalmente cittadini israeliani, dovrebbero essere trattati come nemici. È il nucleo della cultura razzista della polizia israeliana, identificata 17 anni fa dal Rapporto Or [frutto del lavoro di una commissione istituita dal governo israeliano nel 2000 durante la seconda Intifada, ndtr.], l’unica analisi seria del Paese riguardo le sue forze di polizia.

La polizia di frontiera sembra sempre più il modello che le forze di polizia statunitensi stanno emulando in città con le vaste comunità di neri.

Molte decine di agenti di polizia di Minneapolis sono stati addestrati da esperti israeliani in tecniche di “antiterrorismo” e di “contenimento” durante un seminario a Chicago nel 2012.

Il soffocamento da parte di Derek Chauvin, con l’utilizzo del ginocchio per fare pressione sul collo di Floyd, è una procedura di “immobilizzazione” molto nota ai palestinesi. In modo inquietante, quando ha ucciso Floyd Chauvin stava addestrando due agenti alle prime armi trasmettendo le competenze istituzionali del dipartimento alla nuova generazione di agenti.

Monopolio della violenza

Queste somiglianze avrebbero dovuto essere previste. Gli Stati inevitabilmente prendono in prestito e imparano gli uni dagli altri sulle questioni più importanti per loro, come reprimere il dissenso interno. Il compito di uno Stato è garantirsi il mantenimento del monopolio della violenza all’interno del proprio territorio.

È la ragione per cui diversi anni fa nel suo libro War Against the People [Guerra contro il popolo, Edizioni Epoké, 2017, ndtr.] lo studioso israeliano Jeff Halper ammoniva che Israele è stato fondamentale nello sviluppo di quella che egli chiamava l’industria della “pacificazione globale”. I solidi muri tra i militari e la polizia si erano sgretolati, creando quelli che lui definiva “poliziotti guerrieri”.

Il pericolo, secondo Halper, è che a lungo termine, man mano che la polizia diventerà più militarizzata, è probabile che verremo tutti trattati come i palestinesi. Ecco perché è necessario mettere in evidenza un ulteriore legame tra la strategia degli Stati Uniti nei confronti della comunità nera e quella di Israele nei confronti dei palestinesi.

I due Paesi non stanno solo condividendo tattiche e metodi di polizia contro le proteste una volta scoppiate. Hanno anche sviluppato congiuntamente strategie a lungo termine nella speranza di smantellare la capacità delle comunità nere e palestinesi sotto la loro oppressione di organizzarsi in modo efficace e sviluppare la solidarietà con altri gruppi.

Perdita di direzione storica

Se un insegnamento è chiaro, è quello che l’oppressione può essere meglio contrastata attraverso la resistenza organizzata da un movimento di massa con richieste chiare e una visione coerente di un futuro migliore.

In passato dipendeva da leader carismatici con un’ideologia pienamente sviluppata e ben articolata in grado di ispirare e mobilitare i sostenitori. Si basava anche su reti di solidarietà tra gruppi oppressi di tutto il mondo che condividevano la loro conoscenza ed esperienza.

Una volta i palestinesi erano guidati da figure che avevano il sostegno e il rispetto nazionali, da Yasser Arafat a George Habash e allo sceicco Ahmed Yassin. La lotta che essi conducevano era in grado di galvanizzare i sostenitori di tutto il mondo.

Questi leader non erano necessariamente uniti. Ci furono discussioni sul fatto che il colonialismo di insediamento israeliano sarebbe stato minacciato meglio attraverso la lotta secolare o la forza religiosa, trovando alleati all’interno della Nazione degli oppressori o sconfiggendola usando i suoi metodi violenti.

Questi dibattiti e disaccordi hanno formato ampi strati della comunità palestinese, hanno chiarito la posta in gioco per loro e fornito il senso di una direzione e uno scopo nella storia. E questi leader sono diventati punti di riferimento per la solidarietà internazionale e la passione rivoluzionaria.

Ciò è scomparso da tempo. Israele ha perseguito una politica implacabile di incarcerazioni e assassinii di leader palestinesi. Nel caso di Arafat, è stato confinato dai carri armati israeliani in un complesso a Ramallah prima di essere avvelenato a morte in circostanze fortemente sospette. Da allora, la società palestinese si è trovata orfana, alla deriva, divisa e disorganizzata.

Anche la solidarietà internazionale è stata ampiamente messa a tacere. I popoli degli Stati arabi, già impegnati nelle proprie lotte, appaiono sempre più stanchi della causa palestinese, scissa e apparentemente senza speranza. E, come segnale del nostro tempo, la solidarietà occidentale oggi si impegna principalmente in un movimento di boicottaggio che ha dovuto condurre la sua lotta sul campo di battaglia dei consumi e delle finanze, più favorevole al nemico.

Dallo scontro alla consolazione rassegnata

La comunità afroamericana negli Stati Uniti ha subito processi paralleli, anche se è più difficile accusare i servizi di sicurezza statunitensi in modo così diretto per la perdita, decenni fa, di una leadership nazionale nera. Martin Luther King, Malcolm X e il movimento Black Panther furono perseguitati dai servizi di sicurezza statunitensi. Sono stati incarcerati o abbattuti da assassini, nonostante i loro approcci molto diversi alla lotta per i diritti civili.

Oggi nessuno va in giro a fare discorsi illuminanti e a mobilitare larghi strati di popolazione, americani bianchi o neri, per agire sul palcoscenico nazionale.

Privata di una forte leadership nazionale, a volte la comunità nera organizzata è sembrata essersi ritirata nello spazio più sicuro ma più limitato delle chiese, almeno fino alle ultime proteste. Una politica della consolazione rassegnata sembrava aver sostituito la politica dello scontro.

L’identità al centro

Questi cambiamenti non possono essere attribuiti unicamente alla perdita di leader nazionali. Negli ultimi decenni anche il contesto politico globale è stato trasformato. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica 30 anni fa gli Stati Uniti non solo sono diventati l’unica superpotenza al mondo, ma hanno schiacciato lo spazio fisico e ideologico in cui potrebbe prosperare l’opposizione politica.

L’analisi di classe e le ideologie rivoluzionarie – una politica di giustizia – sono state deviate dai loro percorsi e poste sempre più ai margini del mondo accademico.

Invece gli attivisti politici occidentali sono stati incoraggiati a dedicare le loro energie non all’antimperialismo e alla lotta di classe, ma ad una molto più angusta politica identitaria. L’attivismo politico è diventato una competizione tra gruppi sociali per attirare attenzione e privilegi.

Come per l’attivismo solidaristico palestinese, la politica dell’identità negli Stati Uniti ha condotto le sue battaglie sul terreno di una società ossessionata dal consumo. Gli hashtag e le segnalazioni virtuali sui social media sono spesso apparsi come sostitutivi della protesta sociale e dell’attivismo.

Un momento di transizione

La domanda posta dalle attuali proteste statunitensi è se questo tipo di politica timida, individualista e mirata ad acquisire vantaggi non stia iniziando a sembrare inadeguata. I manifestanti statunitensi sono ancora in gran parte privi di leader, la loro lotta rischia di essere atomizzata, le loro richieste sottaciute e in gran parte confuse – è più chiaro ciò che i manifestanti non vogliono rispetto a ciò che vogliono.

Ciò riflette un attuale stato d’animo per cui le sfide che tutti noi affrontiamo, dalla crisi economica permanente e dalla nuova minaccia di pandemie all’incombente catastrofe climatica, sembrano troppo grandi, troppo gravi per dar loro un significato. Sembra che siamo intrappolati in un momento di transizione, destinato [a precorrere] una nuova era, buona o cattiva, che non possiamo ancora definire chiaramente.

Ad agosto, ci si aspetta che milioni di persone si dirigano a Washington in una marcia che ricordi quella guidata da Martin Luther King nel 1963. Il pesante fardello di questo momento storico dovrebbe essere portato sulle anziane spalle del reverendo Al Sharpton [religioso, attivista e politico statunitense, ndtr.].

Quel simbolismo può essere appropriato. Sono trascorsi più di 50 anni da quando gli Stati occidentali sono stati per l’ultima volta coinvolti dal fervore rivoluzionario. Ma la fame di cambiamento, che raggiunse il suo apice nel 1968, per la fine dell’imperialismo, della guerra infinita e della dilagante disuguaglianza, non è mai stata saziata.

Le comunità oppresse in tutto il mondo hanno ancora fame di un mondo più giusto. In Palestina e altrove, coloro che soffrono per la brutalità, la miseria, lo sfruttamento e l’indignazione hanno ancora bisogno di un paladino. Guardano a Minneapolis e alla lotta che ne è scaturita come ad un seme di speranza.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica

Jonathan Cook

Jonathan Cook, giornalista britannico che opera a Nazareth dal 2001, è autore di tre libri sul conflitto israelo-palestinese. È stato vincitore del premio speciale Martha Gellhorn per il giornalismo.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La Corte Suprema israeliana: non si possono legalizzare colonie su terra palestinese rubata

9 giugno 2020 – Middle East Monitor

La [agenzia di notizie britannica] Reuter informa che martedì la Corte Suprema israeliana ha bocciato una legge che aveva legalizzato retrospettivamente circa 4.000 case di coloni costruite su terreni di proprietà privata palestinese nella Cisgiordania occupata.

Una giuria composta da nove giudici ha votato l’abrogazione della misura del 2017 in base alla quale i coloni potrebbero rimanere sulla terra se vi hanno costruito senza sapere in precedenza che era di proprietà di un palestinese o se le case sono state costruite su indicazione dello Stato. Otto giudici hanno votato a favore [della bocciatura] e uno contro.

Le associazioni per i diritti umani affermano che la misura, che è stata sospesa poco dopo l’approvazione in attesa che la Corte esaminasse i ricorsi contro di essa, aveva legalizzato più di 50 avamposti dei coloni costruiti senza l’approvazione del governo.

Nella sentenza del tribunale la presidentessa della Corte Suprema Esther Hayut ha scritto che la legge: “…indubbiamente viola i diritti di proprietà degli abitanti palestinesi dando la prevalenza agli interessi di proprietà dei coloni israeliani.”

Il partito Likud del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che è “deplorevole” che la Corte sia intervenuta su “una legge importante per le attività di colonizzazione e sul loro futuro” e che si attiverà per reintrodurla.

Ma il partner della nuova coalizione, Blu e Bianco, ha affermato che la legge “nella sua formulazione è in contrasto con il contesto istituzionale di Israele e al momento della sua approvazione i suoi problemi di carattere giuridico erano noti.”

Blu e Bianco ha detto: “Noi rispettiamo la sentenza dell’Alta Corte e garantiremo che venga applicata.”

Sotto Netanyahu il governo si è impegnato ad estendere la sovranità alle colonie ebraiche e alla Valle del Giordano in Cisgiordania, territori che Israele ha conquistato nella guerra mediorientale del 1967 e su cui i palestinesi intendono fondare il proprio Stato.

È previsto che il governo inizi a discutere l’annessione di fatto il 1 luglio, ma non è chiaro se il principale alleato di Israele, gli Stati Uniti, darà il via libera all’iniziativa. Lunedì Netanyahu ha affermato che gli USA non hanno ancora dato il loro consenso.

Le parole di Netanyahu sembrano contraddire quelle di importanti politici USA, compreso il segretario di Stato Mike Pompeo, che lo scorso mese, dopo un viaggio di un giorno in Israele, ha detto: “Il governo israeliano deciderà in merito a quando e come esattamente farlo.”

Ciò è avvenuto poche settimane dopo che l’ambasciatore USA in Israele David Friedman ha affermato: “Non stiamo dichiarando noi la sovranità, lo deve fare il governo israeliano. E poi noi siamo pronti a riconoscerla…Quindi dovete cominciare voi.”

I palestinesi hanno rifiutato la bozza di accordo per la pace del presidente USA Donald Trump in base al quale la maggior parte delle colonie israeliane verrebbe incorporata nel “territorio israeliano contiguo.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’ANP prospetta uno Stato demilitarizzato come controproposta al piano Trump

Ali Younes

9 giugno 2020 – Al Jazeera

I palestinesi inviano una risposta ai mediatori sul piano americano, il quale favorisce Israele con l’annessione di parti della Cisgiordania occupata.

L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) afferma di aver inviato ai mediatori internazionali una controproposta al piano mediorientale del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, proponendo l’istituzione di uno Stato palestinese demilitarizzato e sovrano nella Cisgiordania occupata, Gerusalemme est e Gaza.

Martedì, nel corso di una conferenza stampa con giornalisti stranieri, il primo ministro palestinese Mohammad Shtayyeh ha affermato che la proposta è stata presentata al Quartetto, un organo internazionale composto da Nazioni Unite, Unione Europea, Stati Uniti e Russia che ha il compito di mediare i colloqui di pace tra Israele e i palestinesi.

Secondo Shtayyeh, la proposta palestinese mira alla creazione di uno “Stato palestinese sovrano, indipendente e demilitarizzato”, con Gerusalemme est come capitale. Inoltre lascia aperta la porta a modifiche dei confini tra lo Stato proposto e Israele, così come a scambi di aree di territorio uguali “per dimensioni, volume e valore – uno contro uno”.

Nessun altro dettaglio è al momento disponibile.

La proposta palestinese è arrivata in risposta al controverso piano di Trump che dà il via libera all’annessione da parte di Israele di ampie zone della Cisgiordania occupata, comprese le colonie illegali e la Valle del Giordano.

Presentato alla fine di gennaio, il piano di Trump propone l’istituzione di uno Stato palestinese demilitarizzato sul restante mosaico di parti sconnesse dei territori palestinesi senza Gerusalemme est, che i palestinesi vogliono come capitale del loro Stato.

I palestinesi hanno respinto il piano di Trump in quanto del tutto fazioso a favore di Israele e hanno minacciato di ritirarsi dagli accordi di Oslo.

La leadership palestinese aveva già tagliato i rapporti con l’amministrazione Trump nel 2017 a proposito della sua posizione pro-Israele, compreso il suo riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e il trasferimento lì dell’ambasciata americana nel maggio 2018.

La prevista annessione da parte israeliana priverebbe i palestinesi delle principali risorse agricole di terra e acqua, specialmente nella regione della Valle del Giordano. Inoltre affosserebbe definitivamente la soluzione dei due Stati al conflitto arabo-israeliano basata sull’idea di terra in cambio della pace.

Shtayyeh ha avvertito che se il governo israeliano andasse avanti con la prevista annessione, “il governo palestinese annuncerà la costituzione dello Stato [previsto] e l’istituzione di un Consiglio” che svolgerebbe le funzioni di Parlamento.

Questi sforzi, ha detto ad Al Jazeera, mirano a contrastare le politiche sia israeliane che statunitensi volte a minare il “diritto” palestinese ad uno Stato indipendente e il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi che furono espulsi con la forza dalle loro case e città quando fu fondato Israele nel 1948.

Wasel Abu Yousef, alto dirigente e membro del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), ha descritto l’annuncio di martedì come “parte di diversi passi su cui sta lavorando la leadership palestinese, come raggiungere l’unità palestinese, boicottare i prodotti israeliani e portare avanti presso la Corte Penale Internazionale (CPI) le incriminazioni per crimini di guerra di Israele per la sua guerra contro Gaza del 2014”.

Abu Yousef ha affermato che la leadership palestinese non ha altra scelta se non quella di controbattere agli obiettivi statunitensi e israeliani di negare ai palestinesi i loro diritti e di respingere le attuali proposte di “pace” che vanno ben al di sotto delle richieste dei palestinesi.

“Nessun leader palestinese – ha detto – può essere d’accordo con le condizioni poste da americani e israeliani di dover rinunciare ai diritti o al ritorno dei rifugiati palestinesi, accettando l’annessione di Gerusalemme o permettendo a Israele di annettere parti della Cisgiordania dove ha costruito le sue illegali colonie ebree”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)