La battaglia legale per aprire Gaza alla stampa straniera è fallita. È il momento di cambiare strategia

Amos Brison

6 febbraio 2026 – +972 Magazine

Mentre la Corte Suprema israeliana conferma il divieto imposto dal governo ai media stranieri, i giornalisti palestinesi ne pagano il prezzo. Ulteriori iniziative legali sono inutili

Da oltre due anni l’Associazione della Stampa Estera (FPA) si batte contro il governo israeliano presso la Corte Suprema per il divieto assoluto di ingresso autonomo di giornalisti stranieri nella Striscia di Gaza. In tutto questo tempo il governo israeliano non ha vacillato nella sua posizione e la Corte si è dimostrata poco disposta a forzare la mano.

L’ultima udienza in questa vicenda kafkiana si è tenuta il 26 gennaio. In una dichiarazione presentata alla Corte l’avvocato del governo, Jonathan Nadav, ha sostenuto che “l’ingresso dei giornalisti rappresenta ancora un rischio per la sicurezza, sia per i giornalisti stessi che per le forze militari”. Né il recupero del corpo dell’ultimo ostaggio israeliano, né l’apertura limitata del valico di frontiera di Rafah, ha sottolineato, giustificano alcun cambiamento in questa politica.

L’FPA, che rappresenta circa 400 giornalisti stranieri con sede in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati, ha presentato ricorso alla Corte Suprema per la prima volta nel dicembre 2023 e di nuovo all’inizio del 2024, dopo che il suo primo ricorso era stato respinto. Da allora la Corte ha concesso allo Stato non meno di 10 proroghe per presentare la sua risposta, consentendo di fatto al governo di eludere del tutto la questione.

Questa volta la pazienza della Corte nei confronti dello Stato sembrava essersi esaurita. La giudice Ruth Ronnen ha fatto pressioni sui rappresentanti dello Stato affinché chiarissero quali cambiamenti concreti sul terreno sarebbero stati necessari per revocare il divieto di accesso ai media stranieri. “Non si può più dire che il rischio sia invariato”, ha affermato, riferendosi al cessate il fuoco in vigore da oltre tre mesi. “Dovete spiegare cos’altro deve accadere perché l’ingresso dei giornalisti sia consentito. Non basta addurre preoccupazioni per la sicurezza senza spiegarle”.

Nadav ha risposto che avrebbe potuto fornire ulteriori dettagli solo in una sessione a porte chiuse, una richiesta che la Corte ha accolto, negando però a Gilad Shaer, l’avvocato che rappresentava la FPA, l’accesso alle informazioni presentate loro in segreto. Dopo la sessione a porte chiuse la Corte ha nuovamente rifiutato di emettere una sentenza, ordinando invece allo Stato di presentare un altro aggiornamento entro due mesi.

“La FPA è profondamente delusa dal fatto che la Corte Suprema israeliana abbia nuovamente rinviato la decisione sulla nostra richiesta”, ha affermato l’organizzazione in una dichiarazione ufficiale in risposta alla mancata decisione della Corte. “Non esistono argomentazioni relative alla sicurezza che giustifichino il divieto assoluto di Israele di consentire ai giornalisti stranieri di accedere autonomamente a Gaza, in un momento in cui ciò è reso possibile a operatori umanitari e altri funzionari. Il diritto del pubblico all’informazione non dovrebbe essere ridotto a un fattore secondario”.

Tania Kraemer, corrispondente di Deutsche Welle a Gerusalemme e attuale presidente della FPA, ha scritto ai membri il giorno dopo l’udienza, informandoli che la Corte aveva fissato il prossimo procedimento per il 31 marzo e che gli avvocati dell’organizzazione intendevano presentare ricorso contro la decisione. Tuttavia in un aggiornamento inviato ai membri dopo una riunione del consiglio direttivo del 4 febbraio non vi era alcuna indicazione di ulteriori passi concreti oltre all’intenzione di “lanciare una campagna sui social media se ne avremo la capacità“.

Si potrebbe quasi provare compassione per la FPA, che da oltre due anni si trova in una situazione difficile, stretta tra un governo israeliano ostinato e una Corte Suprema debole. Tuttavia, tale comprensione lascia rapidamente il posto alla rabbia e alla disperazione quando si scorre l’elenco delle dichiarazioni dell’organizzazione, costellato da una serie pressoché infinita di comunicati quasi identici che esprimono delusione” nei confronti del governo, sgomento” per l’ennesimo rinvio da parte della Corte, “speranza” che i giudici si oppongano con fermezza allo Stato” e, immancabilmente, indignazione e sgomento” per le continue uccisioni di giornalisti di Gaza.

Invece di cambiare approccio l’FPA continua a giocare secondo le regole e a rimettersi alla Corte Suprema, nonostante non vi siano indicazioni che forzerà mai la mano del governo. Così facendo l’FPA non solo non riesce a raggiungere il suo obiettivo di revocare il divieto di accesso alla stampa a Gaza, ma contribuisce anche a legittimare la percezione esterna di un “controllo giudiziario” in buona fede, un pilastro dell’autoproclamata democrazia liberale di Israele.

“Il consiglio dell’FPA è debole, e Israele lo sa”

Un caso giudiziario simile, al di fuori dell’ambito dell’accesso alla stampa, offre un utile precedente. Lo scorso settembre quattro organizzazioni israeliane per i diritti umani – Gisha, HaMoked, l’Associazione per i diritti civili in Israele e Medici per i diritti umani-Israele – hanno preso la straordinaria decisione di ritirare una petizione urgente all’Alta Corte che chiedeva l’immediato invio di sufficienti aiuti umanitari a Gaza. Depositata a maggio, la petizione era rimasta in sospeso per oltre tre mesi senza un’udienza poiché la Corte si era ripetutamente rifiutata di esercitare un controllo giudiziario su una politica che aveva portato ad una carestia di massa.

Nello spiegare i motivi della decisione le organizzazioni hanno affermato di non poter più partecipare a quello che era diventato una “inutile procedura” che consentiva allo Stato di continuare ad agire senza alcun controllo appellandosi alla mera esistenza del controllo giudiziario come garanzia di responsabilità. [Questa è un procedura] da cui solo lo Stato trae vantaggio”, hanno scritto gli avvocati di Gisha nella loro richiesta di ritiro della petizione. Continua a esercitare una forza incontrollata, ad affamare persone innocenti e a negare loro gli aiuti umanitari salvavita… mentre pubblicamente si lava le mani da ogni responsabilità”.

Le ONG hanno osservato che questi ripetuti rinvii hanno aiutato Israele anche nelle sue battaglie legali presso i tribunali internazionali. Sebbene i rappresentanti dello Stato abbiano sostenuto dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia che il suo sistema giuridico rimaneva aperto a chiunque volesse contestare le sue azioni, questo importantissimo caso è rimasto irrisolto e lo Stato non è mai stato chiamato a rendere conto del proprio operato.

Potrebbe la FPA emulare l’esempio di queste ONG israeliane? Le circostanze sono certamente diverse: gran parte del lavoro quotidiano dell’FPA – facilitare l’accesso, l’accreditamento e la comunicazione tra giornalisti stranieri e autorità israeliane – dipende dal continuo impegno con gli stessi organismi che ora contesta, rendendo il disimpegno un passo particolarmente significativo per i suoi membri.

Eppure l’FPA ha l’obbligo di chiedersi quali risultati abbia effettivamente ottenuto il suo attuale approccio, sia per i suoi membri che per le popolazioni più vulnerabili di questo Paese. Considerando la facilità con cui Israele respinge i ricorsi dell’FPA alla Corte Suprema – con l’attivo supporto di quest’ultima – la risposta sembra chiara.

Continuare a partecipare a questa farsa non serve a nessuno tranne che al governo israeliano. Non fa altro che permettere al Primo Ministro Benjamin Netanyahu e ai suoi alleati di estrema destra di ostentare una facciata democratica partecipando a procedimenti legali, certi che la Corte concederà infinite proroghe che impediranno qualsiasi cambiamento significativo nella politica.

“Il consiglio direttivo dell’FPA è debole, e Israele lo sa”, ha affermato un membro dell’FPA che ha parlato con +972 in condizione di anonimato. “Ci sono voci all’interno dell’FPA che hanno chiesto, e continuano a chiedere, interventi più incisivi, come una cessazione dell’inserimento di giornalisti al seguito dell’esercito israeliano [a Gaza] o un boicottaggio dell’ufficio del Primo Ministro”. Secondo un altro membro dell’FPA il consiglio ha respinto una proposta di “suggerire ai responsabili editoriali delle agenzie di informazione di accettare il boicottaggio di interviste, conferenze stampa e briefing di approfondimento con ufficiali dell’esercito fino a quando ai media stranieri non verrà concesso un accesso indipendente a Gaza”.

Un altro membro dell’FPA, anche lui in forma anonima, ha descritto l’attuale procedura di richiesta come “un’evasione penosamente debole e patetica della responsabilità giornalistica da parte dei ‘principali’ media tradizionali mondiali, mentre l’attacco genocida prosegue. La storia giudicherà in modo molto severo questo episodio vergognoso, che ha visto anche il massacro e la mutilazione di diverse centinaia di giornalisti. E in cima alla lista delle colpe ci saranno i principali media internazionali che hanno insultato il buon senso con questo contenzioso puramente dimostrativo“.

Una questione di vita o di morte

Finché Israele continuerà a impedire ai media internazionali di entrare a Gaza i giornalisti palestinesi sul terreno rimarranno gli unici occhi del mondo esterno a documentare la vita sotto continui bombardamenti, sfollamenti e assedio, con un immenso rischio personale. Sostenere il loro lavoro non è quindi solo una questione di solidarietà professionale, ma di necessità.

Ma il fatto stesso che i giornalisti palestinesi siano stati lasciati soli a sopportare questo fardello è di per sé un’accusa. I recenti sviluppi chiariscono che il continuo divieto israeliano di accesso a Gaza ai media stranieri comporta conseguenze di vita o di morte.

Solo pochi giorni prima dell’udienza, il 21 gennaio, l’esercito israeliano ha effettuato uno degli attacchi più mortali contro Gaza dall’entrata in vigore del cosiddetto cessate il fuoco lo scorso ottobre, aggiungendo altri 11 morti ai circa 500 palestinesi uccisi dal fuoco israeliano negli ultimi quattro mesi.

Tra le vittime due ragazzi di 13 anni, uno ucciso da un attacco di droni israeliani nel centro di Gaza e l’altro a colpi d’arma da fuoco dalle truppe israeliane a Khan Younis. Altri tre – Muhammad Salah Qishta, Abdel Raouf Sha’at e Anas Ghneim – erano giornalisti in missione per il Comitato Egiziano per il Soccorso a Gaza. Sono stati uccisi da un attacco aereo israeliano che ha colpito l’auto su cui viaggiavano mentre si recavano a documentare le condizioni in un campo profughi di recente istituzione nella zona di Al-Zahra, a sud di Gaza City.

I giornalisti, che il portavoce dell’esercito israeliano ha successivamente descritto come “sospetti che operavano con un drone affiliato ad Hamas”, si trovavano a diversi chilometri dalla cosiddetta “Linea Gialla” quando sono stati colpiti pur non potendo plausibilmente rappresentare una minaccia per le forze israeliane. E come mostrano le immagini successive all’attacco, il veicolo era chiaramente contrassegnato come appartenente al Comitato Egiziano.

Dopo il massacro l’FPA ha condannato la condotta di Israele. “Ancora una volta dei giornalisti sono stati uccisi da attacchi militari israeliani mentre svolgevano i loro doveri professionali”, ha affermato l’organizzazione. “Troppi giornalisti a Gaza sono stati uccisi senza giustificazione, mentre Israele continua a negare ai media internazionali indipendenti l’accesso al territorio”.

Tralasciando la questione di cosa possa costituire una “giustificazione” per l’uccisione di giornalisti, è chiaro che l’attuale strategia dell’FPA non è riuscita a fare nulla per proteggere i colleghi palestinesi. Quanti altri giornalisti palestinesi saranno uccisi prima della scadenza fissata dal tribunale per lo Stato alla fine di marzo, scadenza che quasi certamente non sarà meno aleatoria di quelle precedenti?

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il bilancio delle morti del genocidio di Gaza è stato rivisto al rialzo: ora supera le 680.000 unità, di cui quasi mezzo milione di bambini.

Skwawkbox,

12 settembre 2025, The Canary

Come già riferito in un precedente articolo, il numero delle persone uccise durante la guerra genocida di Israele contro i civili a Gaza supera di molto le cifre fornite dai media durante gli ultimi quasi due anni. Erano 450.000 all’inizio dell’estate, quasi tutti civili, secondo i dati dello stesso esercito israeliano.

Ma l’ultima analisi pubblicata nella rivista di medicina The Lancet rivela un bilancio molto maggiore, in cui la proporzione di minori tra le vittime del terrorismo israeliano è anche maggiore delle precedenti stime che lo ponevano al 50 percento.

La campagna genocida di Israele vede aumentare il bilancio dei morti

Nella totale distruzione di Gaza compiuta da Israele ci sono circa 120.000 corpi ancora non recuperati e quindi non inclusi nei conteggi ufficiali delle persone decedute, ma l’impatto della carestia e delle malattie dopo che per mesi Israele ha bloccato l’ingresso di generi alimentari e medicinali essenziali ha ormai superato i numeri di coloro che sono stati assassinati violentemente dall’occupazione.

Uno studio di The Lancet basato sulla carneficina compiuta durante i primi nove mesi del massacro di Gaza da parte di Israele ha stabilito che il numero totale di morti violente fino ad aprile 2025, quasi cinque mesi fa, era di 136.000 persone. The Lancet ha inoltre stimato che ad ogni morte causata direttamente dalla violenza corrispondano almeno altre quattro morti ‘indirette’ causate dalla carestia, dalle malattie e da altre cause collegate al genocidio. Anche considerando questa cifra “al ribasso”, alle 136.000 morti violente fino ad aprile corrispondono altri 544.000 palestinesi morti a causa delle privazioni imposte.

Questo significa che il bilancio totale di morti causate dal genocidio israeliano fino ad ora raggiungerebbe la sconvolgente cifra di 680.000 persone, al 25 aprile di quest’anno, diventate molte di più dopo altri cinque mesi di omicidi di massa e carestia.

Inoltre, come ha notato l’avvocato Ali Jamal Awad, secondo lo studio di The Lancet il numero di bambini uccisi corrisponde a una percentuale molto maggiore del cinquanta percento stimato in precedenza.

Il 3 settembre 2025 il dottor Gideon Polya e il professor Richard Hill hanno calcolato il numero totale di morti a Gaza dal 7 ottobre.

Mi tremano le dita mentre lo scrivo.

In base a tutti i dati raccolti, il bilancio di morti a Gaza è di almeno 680.000.

Ma anche peggio, 380.000 sono bambini sotto i cinque anni, 99.000 hanno cinque o più anni, 63.000 sono donne e 138.000 sono uomini.

Israele ha dato inizio al genocidio a Gaza dopo aver accusato i combattenti palestinesi di avere decapitato e messo nel forno dei bambini il 7 ottobre del 2023. Nulla di questo era vero. Ma lo stato terrorista ha compiuto un massacro di bambini di una portata che si vorrebbe inconcepibile, e più di dieci volte maggiore dei “63.000” che la BBC e altri media del Regno Unito continuino ad usare, un numero già orrendo ma che non si avvicina nemmeno alla realtà dei fatti.

(Traduzione dall’inglese di Federico Zanettin




ONU: da gennaio registrati oltre 1000 attacchi israeliani contro i palestinesi in Cisgiordania

Amira Haas

28 agosto 2025 Haaretz

Secondo i rapporti delle Nazioni Unite, che includono solo gli attacchi che hanno provocato morti, feriti o danni alle proprietà, nel 2025 sono stati finora uccisi 11 palestinesi e 696 sono rimasti feriti. I dati indicano una continua tendenza al rialzo nel numero di incidenti violenti da parte di israeliani in Cisgiordania

Nei primi otto mesi di quest’anno le Nazioni Unite hanno registrato oltre 1.000 aggressioni perpetrate da civili israeliani contro palestinesi e le loro proprietà in decine di località in Cisgiordania. Undici palestinesi sono stati uccisi durante questi attacchi mentre cercavano di proteggere le loro case, i greggi di pecore o campi e boschi contro gli aggressori militari e civili. Altri 696 sono rimasti feriti.

Queste cifre attestano la crescente tendenza alla violenza esercitata dai civili israeliani contro i palestinesi dal 2021, anno in cui sono stati documentati 532 casi di questo tipo. Nel 2024 si sono verificati 1.449 simili episodi di violenza, in cui soldati e civili israeliani hanno ucciso 11 palestinesi e ne hanno feriti altri 486.

Tutti questi attacchi sono stati e sono perpetrati in aree sotto la piena responsabilità delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), ovvero nelle aree B e C (una definizione che ha diviso arbitrariamente il controllo in Cisgiordania tra le Forze di Difesa Israeliane e l’Autorità Nazionale Palestinese, una divisione che avrebbe dovuto terminare nel 1999). Secondo il diritto internazionale questo significa che l’esercito deve proteggere le popolazioni locali, le loro vite, i loro mezzi di sussistenza e le proprietà.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (UNHCR), che documenta questi attacchi, non include nei suoi rapporti bisettimanali gli attacchi che non si concludono con morti, feriti o danni alle proprietà.

Il dipartimento per gli affari negoziali dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che documenta tutti gli incidenti legati al controllo israeliano in Cisgiordania (da uccisioni e ferimenti a incursioni, detenzioni, espropriazioni di terreni ed erezione di posti di blocco permanenti o mobili), include nei suoi rapporti anche gli attacchi dei coloni che non si concludano con feriti, e tali attacchi si verificano quotidianamente.

Tra questi rientrano le incursioni [nelle proprietà palestinesi, n.d.t.], le minacce con armi e cani, il blocco delle strade, l’intimidazione dei pastori e il disturbo delle loro greggi, l’impedimento dell’accesso agli uliveti, il bagno – spesso con l’accompagnamento dell’esercito – nelle sorgenti dei villaggi e le molestie agli abitanti.

I dati pubblicati da questo dipartimento indicano anche un netto aumento: a luglio 2021 erano stati registrati 51 attacchi e episodi di molestie di varia intensità da parte di cittadini israeliani mentre a luglio di quest’anno ne sono stati registrati 369. A titolo di confronto, nel luglio di quest’anno l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari ha segnalato 163 attacchi.

Il più grave di questi ultimi attacchi si è concluso con l’uccisione di Awdah Hathaleen del villaggio di Umm al-Kheir. Il presunto assassino è Yinon Levi, un colono di uno degli avamposti della zona. Secondo quanto riportato da palestinesi e organizzazioni israeliane per i diritti umani due giorni fa i coloni hanno allestito roulotte proprio accanto alle case del villaggio, a pochi metri dal luogo in cui si trovava Levi quando ha iniziato a sparare con la sua pistola.

Anche ad agosto si sono verificati decine di attacchi. Solo tra il 12 e il 18 agosto le Nazioni Unite hanno documentato 29 attacchi in 23 comunità della Cisgiordania da parte di civili israeliani contro palestinesi conclusasi con lesioni personali o danni alle proprietà. Undici persone sono rimaste ferite in questi attacchi, nove delle quali da parte dei coloni e due da parte di soldati. Tra i feriti ci sono un uomo anziano, un bambino e tre donne. La documentazione mostra che sono stati danneggiati anche 700 alberi.

I danni agli ulivi e alle aree agricole sono uno degli aspetti più odiosi di tali attacchi. Secondo le prove accumulate nel corso degli anni e documentate da Haaretz in numerose occasioni, i metodi sono vari: includono incendi, tagli, sradicamenti, segatura di rami e, durante la stagione della raccolta delle olive, furto del raccolto. Il danno arrecato pregiudica i ricavi previsti da queste colture. Ogni albero abbattuto o sradicato vanifica anni di lavoro, insieme agli investimenti nelle risorse utilizzate per la loro cura, tra cui acqua e insetticidi.

Gli agricoltori palestinesi sentono una vicinanza emotiva e personale in particolare con i loro ulivi, poiché questi rappresentano la continuità delle generazioni e del loro modo di vivere. Gli alberi sono sia un bene familiare che si trasmette per eredità, sia un simbolo nazionale che attesta l’esistenza di un popolo e il suo legame con la terra. Danneggiare questi alberi non è percepito come vandalismo fine a se stesso, ma come un deliberato intento di cancellare i legami familiari e nazionali delle persone che li possiedono e li coltivano.

Così, quando la scorsa settimana, su ordine del comandante del Comando Centrale delle IDF maggior generale Avi Bluth l’esercito ha sradicato migliaia di ulivi con frutti quasi maturi nel villaggio di al-Mughayyir, lo shock e l’orrore sono stati immensi. Lo sradicamento di massa in pieno giorno è riuscito a fare in due o tre giorni ciò che i civili israeliani “riescono” a fare di nascosto in molti attacchi. Bluth ha presentato questo massiccio sradicamento come la risposta a una sparatoria in cui era rimasto ferito un civile israeliano nei pressi dell’avamposto di Adei Ad; il presunto attentatore proveniva da quel villaggio.

Solo ad al-Mughayyir ci sono stati da gennaio 2023 83 attacchi da parte di civili israeliani. Tra questi l’incendio di auto e case e danni agli alberi. Due abitanti del villaggio che stavano proteggendo le loro case e i loro alberi sono stati uccisi dai soldati nell’aprile 2024 e a metà agosto di quest’anno. Quasi la metà degli attacchi, 39, è stata perpetrata da gennaio di quest’anno. Il numero più alto, 11, si è registrato a maggio.

Secondo B’Tselem almeno 40 comunità di pastori palestinesi hanno dovuto abbandonare le loro residenze negli ultimi tre anni a causa dell’aumento degli attacchi. In molti villaggi si segnala la presenza di israeliani armati che impediscono agli abitanti di raggiungere i loro appezzamenti di terra. I palestinesi affermano che gli aggressori provengono solitamente da avamposti di pastori, che si sono moltiplicati notevolmente negli ultimi anni sia che vi risiedano, che siano in visita o vi lavorino per curare le greggi.

Gli abitanti di questi avamposti si vantano di controllare vaste aree di terreni agricoli e pascoli. Così, ad esempio, in un video pubblicato sui social media questa settimana allo scopo di raccogliere donazioni per questi avamposti, la persona che ha fondato un avamposto a est di al-Mughayyir, Eliav Libi, racconta al rabbino Shmuel Eliyahu che 12 avamposti agricoli ora controllano 90.000 dunam (22.240 acri) tra la catena montuosa centrale e la valle del Giordano.

In un gruppo WhatsApp di sostenitori degli avamposti si possono trovare messaggi come: “Gli arabi riferiscono che degli ebrei festanti hanno incendiato due veicoli nel villaggio di Abu Falah, vicino all’insediamento di Shilo”, oppure “Arabi piagnoni riferiscono che ebrei felici hanno incendiato diversi veicoli nel villaggio di Silwad, vicino all’insediamento di Ofra”. Entrambi sono apparsi il 31 luglio.

Anche i palestinesi hanno gruppi WhatsApp pensati per segnalare in tempo reale attacchi e molestie da parte dei coloni. Lo scorso lunedì mattina uno di questi gruppi ha riferito che un anziano contadino di Halhul è stato picchiato duramente dagli israeliani, che da un mese impediscono alle famiglie di accedere ai loro vigneti. Più tardi nello stesso giorno è stata segnalata la presenza di pastori israeliani con le loro pecore nei vigneti e negli uliveti nei villaggi di Asira al-Qibliya (a sud-ovest di Nablus) e di Atara, a nord di Ramallah.

Quella sera sono stati pubblicati video di due fuoristrada e di un gregge di pecore che invadevano il territorio della comunità di pastori palestinesi di al-Tiran, a sud di Dahariya. Nel 2024 i residenti della vicina Khirbet Zanuta sono stati costretti ad abbandonare le loro case con i loro greggi a causa di molestie simili, sempre più frequenti.

Al portavoce delle IDF è stato chiesto se queste statistiche indichino il fallimento dell’esercito e di commentare la conclusione che gli attacchi sono coerenti con la politica israeliana di accaparrarsi quanta più terra palestinese possibile.

In risposta, il portavoce ha dichiarato: “Le forze delle IDF, l’Amministrazione Civile e la Polizia Israeliana stanno lavorando per prevenire la violenza e mantenere l’ordine pubblico nel settore di Giudea e Samaria. Le IDF prendono molto seriamente, rifiutano e condannano qualsiasi comportamento illegale e agiscono con risolutezza in conformità con gli ordini e i valori delle IDF.

“Le IDF stanno adottando le misure a loro disposizione, inclusi arresti e ordini di espulsione. La missione delle IDF è quella di mantenere la sicurezza di tutti i residenti della regione e di lavorare per prevenire il terrorismo e le attività che mettono in pericolo i cittadini dello Stato di Israele, e questa violenza distoglie l’attenzione delle forze di sicurezza dalla loro missione.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Stiamo morendo di fame.

Ruwaida Amer

21 luglio 2025 – +972 Magazine

Il mio corpo cade a pezzi. Mia madre sta crollando per la stanchezza. Mio cugino ogni giorno sfida la morte per un pezzetto di cibo. I bambini di Gaza stanno morendo davanti ai nostri occhi e noi non possiamo aiutarli.

Ho tanta fame.

Non ho mai attribuito a queste parole il significato che hanno per me adesso. Portano con sé una sorta di umiliazione che non riesco a descrivere appieno. Ogni momento mi ritrovo a esprimere un desiderio: se questo fosse solo un incubo. Se potessi svegliarmi e tutto finisse.

Dallo scorso maggio, dopo essere stata costretta a fuggire da casa e a rifugiarmi da alcuni parenti nel campo profughi di Khan Younis, ho sentito tantissime persone intorno a me pronunciare le stesse parole. La fame qui viene percepita come un attacco alla nostra dignità, una crudele contraddizione in un mondo che si vanta di progresso e innovazione.

Ogni mattina ci svegliamo pensando a una cosa sola: come trovare qualcosa da mangiare. Il mio pensiero va subito a nostra madre malata, che ha subito un intervento chirurgico alla colonna vertebrale due settimane fa e ora ha bisogno di nutrimento per riprendersi. Non abbiamo nulla da offrirle.

Poi ci sono i miei nipotini, Rital, 6 anni, e Adam, 4, che chiedono sempre del pane. E noi adulti cerchiamo di resistere alla fame solo per conservare qualche pezzetto di cibo per i bambini e gli anziani.

Da quando all’inizio di marzo Israele ha imposto su Gaza un blocco totale (allentato solo minimamente a fine maggio) non abbiamo più assaggiato carne, uova o pesce. Anzi, siamo rimasti senza quasi l’80% del cibo che mangiavamo prima. Il nostro fisico si sta esaurendo. Ci sentiamo costantemente deboli, confusi e scombussolati. Ci irritiamo con facilità, ma il più delle volte restiamo in silenzio. Parlare consuma troppe energie.

Cerchiamo di comprare quanto disponibile al mercato, ma i prezzi stanno diventando proibitivi. Un chilo di pomodori ora costa 90 NIS [nuovi shekel israeliani, ndt.] (oltre 23 euro). I cetrioli costano 70 NIS al chilo (circa 18 euro). Un chilo di farina costa 150 NIS (oltre 38 euro). Queste cifre sono scandalose e crudeli.

Sopravviviamo con un solo pasto al giorno: di solito solo pane, fatto con la farina che riusciamo a trovare. Se siamo fortunati, il pranzo può comprendere del riso, ma nemmeno quello ci sazia. Cerchiamo di mettere da parte un po’ di cibo per mia madre, magari delle verdure, ma non è mai abbastanza. Quasi sempre è troppo debole per stare in piedi, troppo esausta persino per recitare le sue preghiere.

Ormai usciamo raramente di casa, per paura che le gambe possano cedere. È già successo a mia sorella: mentre cercava per strada qualcosa, qualsiasi cosa, per sfamare i suoi figli, è improvvisamente crollata a terra. Il suo corpo non aveva nemmeno la forza per stare in piedi.

Abbiamo iniziato a percepire la gravità della crisi alimentare quando il fornaio Abu Hussein, conosciuto da tutti nel campo, ha iniziato a ridurre la sua attività. Prima sfornava per decine di famiglie al giorno che, come la nostra, non avevano più gas o energia elettrica per cucinare. I suoi forni a legna erano in funzione senza sosta dalla mattina alla sera.

Ma di recente è stato costretto a lavorare sempre meno giorni alla settimana. Mia sorella tornava a casa e diceva: “Il forno di Abu Hussein è chiuso. Forse aprirà domani”. Ora cercare di procurarsi impasto e farina è diventata una sofferenza in più.

Tre generazioni di affamati

Nel campo ho potuto cogliere in pieno la crudeltà di questo genocidio: il soffocante sovraffollamento, la massa di rifugiati costretti a lasciare le loro case e le infinite storie di fame.

Attualmente vivo a casa di mia zia, che ci ha accolti dopo essere stati sfollati e ci ha ospitati nel corso degli ultimi due mesi. Come quasi tutti gli altri edifici del campo, la sua casa è stata quasi completamente distrutta dagli attacchi israeliani. I fratelli di mia zia hanno lavorato giorno e notte per riparare il possibile, riuscendo a rendere abitabile una stanza.

La casa è piena di nipoti, ognuno dei quali sta lottando contro la fame. Il mio cugino più grande, Mahmoud, è il padre di quattro di loro. Lui stesso ha perso quasi 40 chili negli ultimi mesi. I segni della malnutrizione sono visibili ovunque sul suo viso pallido e sul suo corpo emaciato.

Ogni giorno, prima dell’alba, Mahmoud si reca ai centri di distribuzione degli aiuti umanitari gestiti dagli americani rischiando la vita per cercare di portare a casa del cibo per i suoi figli affamati. Da quando sono arrivata per stare con loro mi racconta le stesse storie strazianti giorno dopo giorno.

“Oggi mi sono trascinato carponi tra una folla di migliaia di persone”, ha raccontato di recente, mostrandomi un sacchetto con gli avanzi di cibo che era riuscito a recuperare. “Ho dovuto raccogliere tutto quello che era caduto a terra: lenticchie, riso, ceci, pasta, persino il sale. Mi fanno male le ossa perché mi hanno calpestato, ma devo farlo per i miei figli. Non sopporto il borbottio della loro fame”.

Un giorno Mahmoud è tornato senza niente. Aveva il volto cadaverico e sembrava sul punto di crollare. Mi ha raccontato che l’esercito israeliano aveva aperto il fuoco senza preavviso. “Il sangue di un ragazzo accanto a me è schizzato sui miei vestiti”, ha detto. “Per un attimo, ho pensato di essere stato colpito. Mi sono bloccato, ero sicuro che il proiettile fosse dentro il mio corpo”.

Il ragazzo è caduto a terra proprio davanti a lui, ma Mahmoud non ha potuto fermarsi per aiutarlo. “Ho corso più di sei chilometri senza voltarmi indietro. I miei figli hanno fame e aspettano che porti del cibo”, ha detto con la voce rotta, “ma non sarebbero contenti se tornassi a casa morto”.

L’altro mio cugino, Khader, ha 28 anni. Ha una figlia di 2 anni e sua moglie è incinta. È tormentato dalla preoccupazione per il loro bambino, che nascerà tra due mesi. Sua moglie non mangia come dovrebbe e ogni giorno lui siede in silenzio, tormentato dalle solite domande: questa carestia danneggerà mia moglie? Il bambino che partorirà sarà sano o malato?

La sua bambina di 2 anni, Sham, piange tutto il giorno per la fame. Implora il pane, qualsiasi cosa tranne i cibi insipidi e pesanti come riso, lenticchie e fagioli che l’hanno fatta star male più volte procurandole mal di stomaco.

Un giorno un amico di Khader gli ha dato una manciata di acini d’uva per lei. È stato un piccolo miracolo: Khader si è inginocchiato accanto a Sham offrendole l’uva, ma lei si è limitata a fissarla, giocherellando con le sue piccole mani e rifiutandosi di mangiarla. Non la riconosceva: nei suoi due anni di vita a Gaza non aveva mai visto dell’uva.

Solo quando suo padre sorridendo si è messo un acino in bocca lei, esitante, lo ha imitato. Ha masticato l’uva e poi ha riso.

Corpi che si spengono

Spesso mi fermo sulla porta di casa a osservare i bambini del campo. Passano la maggior parte del tempo seduti per terra, a fissare i passanti con sguardo assente. Quando chiedo a uno di loro di comprarmi una scheda internet per poter lavorare, o di chiamare mia nipote dalla casa accanto, rispondono con voce bassa e stanca. Mi dicono che hanno fame. Che non mangiano pane da giorni.

Ho solo 30 anni, ma non sono più la donna energica di una volta. Lavoravo molte ore tra l’insegnamento e il giornalismo, ma da quando è iniziata questa guerra non ho avuto un attimo di riposo. Mi destreggio tra le estenuanti faccende domestiche, prendermi cura di mia madre e della mia famiglia, e allo stesso tempo cerco di continuare a documentare e scrivere di tutto ciò che accade intorno a me.

Da circa un mese però ho perso la capacità di seguire le notizie. La mia concentrazione sta calando. Il mio corpo sta collassando. Soffro di anemia perché per mesi ho mangiato solo lenticchie e altri legumi. E da due giorni non riesco a deglutire a causa di una grave infiammazione alla gola, conseguenza del fatto che mi affido alla dukkah [miscela di erbe, spezie e frutti essiccati e tritati, ndt.] e ai peperoncini rossi piccanti per cercare di placare la fame.

Anche Mahmoud, un fotografo di 28 anni che lavora con me ai video, sta facendo fatica. “Non mangio niente da due giorni, tranne la zuppa”, mi ha detto di recente. “Non ho l’energia per lavorare”. Nessuno ce l’ha. Lavorare durante un genocidio richiede una quantità di forza impossibile da mantenere. La fame ha paralizzato la produttività di ogni lavoratore a Gaza.

Ieri ho accompagnato mia madre all’ospedale Nasser per una seduta di fisioterapia dopo l’operazione. Lungo il tragitto abbiamo visto decine di persone che non riuscivano a camminare più di pochi metri senza dover riposare. Anche mia madre era così: le sue gambe erano troppo deboli per reggersi. Si è seduta su una sedia di plastica sul ciglio della strada e ha recuperato un poco di forza per proseguire.

Mentre continuavamo a camminare abbiamo sentito delle urla. Giovani uomini e donne correvano, gridando con gioia: “Ci sono camion di farina per strada!”. Si era formata una folla enorme. La gente correva disperatamente verso i camion per accaparrarsi un sacco di farina.

È scoppiato il caos. Nessuno scortava i camion per garantire che tutti potessero ottenere la loro parte in sicurezza. Abbiamo visto invece la folla correre verso zone a rischio, sotto il controllo dell’esercito israeliano, solo per la farina.

Alcuni sono tornati indietro con i sacchi. Altri sono stati uccisi. Abbiamo visto corpi portati via sulle spalle, uccisi a colpi d’arma da fuoco proprio nei luoghi in cui gli aiuti avrebbero dovuto salvarli.

18 morti in 24 ore

Dopo la seduta di fisioterapia abbiamo lasciato l’ospedale e abbiamo incontrato donne che piangevano per i loro bambini affamati, che morivano davanti ai nostri occhi. Una donna, Amina Badir, urlava, stringendo tra le braccia la sua bambina di 3 anni.

“Ditemi come salvare mia figlia Rahaf dalla morte”, gridava. “Per una settimana non ha mangiato altro che un cucchiaio di lenticchie al giorno. Soffre di malnutrizione. Non ci sono cure, non c’è latte in ospedale. Le hanno tolto il diritto di vivere. Vedo la morte nei suoi occhi”.

Secondo il Ministero della Salute di Gaza il bilancio delle vittime per fame e malnutrizione dal 7 ottobre è salito a 86 persone, 76 delle quali bambini. Ieri è stato riferito che solo nelle 24 ore precedenti 18 persone sono morte di fame. Il personale medico ha organizzato una manifestazione all’ospedale Nasser per chiedere un intervento internazionale prima che altre persone muoiano di fame.

Non sono riuscita a trovare un taxi per tornare a casa. Mia madre mi aspettava al cancello dell’ospedale mentre cercavo un mezzo di trasporto, ma il carburante scarseggia e i taxi sono praticamente inesistenti. Ho trascorso un’ora intera ad attendere.

Quando sono tornata, ero stordita e debole. Sono crollata. Ho cercato di rimanere forte per mia madre, ma non c’era nessun altro con noi. Intorno a me, vedevo persone svenire ovunque. Un uomo mi ha detto: “Se ci fosse del cibo decente, tua madre non si sarebbe ammalata così.

Tutti noi stiamo solo cercando di confortarci a vicenda in questa carestia senza fine. Su Facebook la gente riversa la propria rabbia, scrivendo post dopo post sulla politica israeliana della fame che ha messo Gaza in ginocchio. Non possiamo più fare le cose più elementari che le persone in tutto il mondo fanno ogni giorno. La fame ci ha privato di tutto.

Ruwaida Amer è una giornalista freelance di Khan Younis.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il Ministero della Salute di Gaza afferma che Israele ha ucciso 25 persone in attesa di aiuti, mentre il bilancio delle vittime supera i 56.000

Associated Press

24 giugno 2025 – Haaretz

Testimoni hanno riferito all’Associated Press che le forze israeliane hanno aperto il fuoco mentre la gente avanzava verso est per avvicinarsi ai camion dei soccorsi in arrivo.

Secondo quanto riferito da testimoni e fonti ospedaliere palestinesi martedì di primo mattino le forze armate israeliane e i droni hanno aperto il fuoco contro centinaia di persone in attesa, nel centro di Gaza, dei camion degli aiuti umanitari.

In risposta a un’inchiesta dell’Associated Press l’esercito ha dichiarato di aver esaminato i rapporti sulle vittime causate dal fuoco israeliano dopo che un gruppo di persone si è avvicinato alle truppe in un’area adiacente al corridoio est-ovest di Netzarim, che taglia in due la striscia di Gaza.

L’ospedale Awda nel campo profughi urbano di Nuseirat, che ha accolto le vittime, ha dichiarato che i palestinesi stavano aspettando i camion sulla Salah al-Din Road a sud di Wadi Gaza.

Testimoni hanno riferito all’Associated Press che le forze israeliane hanno aperto il fuoco mentre le persone avanzavano verso est per avvicinarsi ai camion in arrivo.

È stato un massacro”, ha detto Ahmed Halawa, aggiungendo che carri armati e droni hanno sparato contro la gente “persino mentre fuggiva. Molti sono rimasti uccisi o feriti”.

Hossam Abu Shahada, un altro testimone oculare, ha affermato che all’inizio droni hanno sorvolato la zona per sorvegliare la folla poi, mentre la gente si dirigeva verso est, si sono sentiti colpi d’arma da fuoco provenienti da carri armati e droni. Ha descritto una scena “caotica e sanguinosa” mentre la gente cercava di fuggire.

Dice di aver visto mentre fuggiva almeno tre persone a terra immobili e molte altre ferite.

L’ospedale Awda ha dichiarato che altri 146 palestinesi sono rimasti feriti. Tra loro, 62 sono in condizioni critiche e sono stati trasferiti in altri ospedali nel centro della Striscia di Gaza.

Nella città centrale di Deir al-Balah, l’ospedale Martiri di Al-Aqsa ha dichiarato di aver ricevuto i corpi di sei persone uccise nello stesso incidente.

Testimoni e funzionari sanitari palestinesi affermano che le forze israeliane hanno ripetutamente aperto il fuoco sulla folla alla ricerca disperata del cibo necessario, uccidendo nelle ultime settimane centinaia di persone. L’esercito afferma di aver sparato colpi di avvertimento contro persone che si sarebbero avvicinate alle sue forze con fare sospetto.

Questo è avvenuto mentre il Ministero della Salute palestinese dichiarava che l’operazione militare israeliana a Gaza ha ucciso più di 56.000 persone dall’inizio della guerra seguita all’attacco a sorpresa di Hamas nel sud di Israele il 7 ottobre 2023.

Il Ministero ha dichiarato che dall’inizio della guerra sono state uccise 56.077 persone mentre altre 131.848 sono rimaste ferite, affermando che tra le vittime 5.759 sono state uccise da quando Israele ha ripreso i combattimenti il ​​18 marzo interrompendo un cessate il fuoco di due mesi.

Il Ministero non fa distinzione tra civili e combattenti, ma afferma che più della metà delle vittime sono donne e bambini.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Massiccia incursione di Israele a Nablus, si teme in un attacco prolungato

Fayha Shalash,

10 giugno 2025, Middle East Eye

L’esercito israeliano apre il fuoco contro i palestinesi, compreso il personale sanitario, saccheggia le abitazioni e annuncia il coprifuoco nella città vecchia.

Martedì 10 giugno l’esercito israeliano ha lanciato un attacco su vasta scala nel cuore della città di Nablus nella Palestina occupata, in quello che fonti locali descrivono come la più grande offensiva degli ultimi due anni. Le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro i palestinesi, tra cui un paramedico, hanno utilizzato gas lacrimogeni, arrestato diverse persone ed effettuato violente irruzioni nelle abitazioni durante l’offensiva ancora in corso.

In filmati circolati sui media locali si vede un palestinese con le mani alzate che si avvicina ai soldati, a cui segue una colluttazione mentre si sentono degli spari in sottofondo. Secondo i media israeliani i due palestinesi sarebbero stati uccisi dopo aver provato a impossessarsi dell’arma di un soldato. Le autorità palestinesi non hanno ancora confermato i decessi.

Mujahed Tabanja, un giornalista presente ai fatti, ha raccontato a Middle East Eye che i due uomini sono stati colpiti mentre tentavano di rientrare nelle proprie case nella città vecchia. Alle ambulanze è stato impedito di avvicinarsi per soccorrerli. La Mezzaluna Rossa palestinese di Nablus ha riferito che sono stati feriti almeno 65 palestinesi.

Un operatore della Mezzaluna Rossa, Fawaz al-Bitar, ha riferito a Middle East Eye che alcuni dei feriti sono stati raggiunti da colpi di arma da fuoco alle gambe, mentre altri sono stati aggrediti fisicamente dai soldati. Si sono verificati anche casi di intossicazione da gas lacrimogeno, che l’esercito israeliano ha lanciato nelle case e nei vicoli della città vecchia, un’area densamente popolata.

«Il nostro lavoro è stato ostacolato a più riprese e ci è stato impedito di avvicinarci ai due giovani feriti» ha riferito Bitar a Middle East Eye. «Hanno anche sparato contro un’ambulanza, e uno dei paramedici è stato colpito», ha aggiunto. L’incursione è iniziata poco dopo la mezzanotte ora locale, quando un grande numero di mezzi militari provenienti da diverse direzioni è entrato in città.

L’esercito israeliano ha dichiarato che l’operazione militare sarebbe durata 24 ore e si sarebbe concentrata nella città vecchia. Nel frattempo, tramite altoparlanti l’esercito ha annunciato un coprifuoco, intimando ai residenti di non uscire di casa fino alla mattina di mercoledì. Si tratta della prima volta che una misura di questo genere viene imposta a Nablus dalla fine della Seconda Intifada nel 2000. I contatti con diverse famiglie si sono interrotti dopo che l’esercito israeliano ha assalito le loro case.

«I soldati ci hanno puntato addosso le armi e hanno urlato contro di noi quando abbiamo provato ad entrare nella città vecchia», ha riferito Tabanja a Middle East Eye. «L’attacco si sta estendendo ad altre parti della città, compreso il campo profughi di Balata», ha aggiunto. Nel frattempo, i soldati hanno arrestato decine di giovani durante le incursioni nelle abitazioni e hanno arbitrariamente confiscati beni ai residenti.

Attacco politico

L’ampiezza dell’attacco contro Nablus, nonostante l’annuncio che sarebbe durato solo un giorno, ha suscitato timori fra i residenti, che temono che possa portare a un’aggressione militare prolungata e devastante come sta avvenendo a Jenin e Tulkarem.

Munadil Hanani, che fa parte del Comitato di Coordinamento cittadino, ha riferito a Middle East Eye che vi sono dei segnali che l’attacco potrebbe durare a lungo, notando che i soldati israeliani hanno portato avanti l’aggressione da diverse direzioni e sono arrivati con decine di mezzi militari. Inoltre, hanno portato riserve di carburante, cosa che non avviene spesso durante attacchi di breve durata.

I soldati si sono inoltre avvicendati nel corso dell’incursione, suggerendo che potrebbe rimanere a lungo in città. «Sembra essere un’incursione politica, non collegata a questioni di sicurezza» è l’opinione di Hanani. «Israele ha dichiarato che lo scopo è quello di “eliminare il terrorismo”, ma l’attacco è invece da porre in relazione alla crisi politica interna ed è un tentativo di trarre d’impaccio [il Primo Ministro Israeliano] Netanyahu», ha aggiunto Hanani. Intanto la vita a Nablus è completamente paralizzata dall’incursione, i mercati sono deserti e le scuole, le università e le istituzioni pubbliche sono chiuse fino a nuovo ordine.

[Traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]




Una dottoressa americana è stata a Gaza e ha visto l’orrore da vicino. Cinque casi che la tormentano

Nir Hasson

29 maggio 2025 – Haaretz

Le stragi causate dai raid aerei, la fame, le deportazioni da una zona all’altra: la crudeltà di Israele sta raggiungendo nuovi livelli. La dottoressa Mimi Syed, una dottoressa americana che si è offerta volontaria per aiutare gli abitanti di Gaza, ora racconta alcune loro storie.

Siamo entrati in una fase terrificante. Secondo organizzazioni umanitarie la carestia nella Striscia di Gaza è ormai acuta. Da quando Israele ha iniziato a bloccare l’ingresso di cibo non meno di 10.000 bambini sono sprofondati in stati di malnutrizione che necessitano trattamento.

Il Primo Ministro ha annunciato la ripresa degli aiuti, ma ciò che sta arrivando è “il minimo del minimo”, come ha affermato il Gabinetto di Sicurezza. In effetti, il responsabile degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite ha definito gli aiuti “una goccia nell’oceano rispetto a ciò di cui c’è urgente bisogno”.

Oltre alla fame l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani sottolinea i “ripetuti attacchi alle tende degli sfollati” e “la distruzione metodica di interi quartieri”.

La distruzione avviene di pari passo con le espulsioni di massa all’interno della Striscia. Nelle ultime settimane quasi un terzo degli abitanti di Gaza ha dovuto lasciare il luogo in cui viveva. Ora l’intera popolazione si sta accalcando in appena un quinto dell’enclave.

Anche il sistema sanitario è stato distrutto. L’esercito israeliano sta prendendo di mira con maggiore intensità ospedali e ambulatori (28 attacchi in una settimana), dove, a suo dire, sarebbe presente Hamas. Non consente l’ingresso di molti farmaci e attrezzature di base e ostacola l’evacuazione di moltitudini di feriti e malati per cure mediche all’estero.

Un Palestinese porta il corpo di un bambino ucciso il 26 maggio 2025. Foto: AFP/OMAR AL-QATTAA

In questo modo l’esercito, oltre ad uccidere, sta provocando ulteriori cause di decesso. Senza cure, persino infezioni e tumori facilmente rimovibili hanno un esito mortale.

E gli attacchi continuano quotidianamente. Questa settimana in un attacco ad una scuola sono state uccise trentuno persone, tra cui 18 bambini e sei donne.

“Ho avuto tanta paura”, ha detto Hanin al-Wadiya, una bambina fuggita dalle fiamme con ustioni sul viso. “Ero sotto le coperte e improvvisamente il fuoco mi ha investita. Mi sono alzata per cercare mamma e papà, ma non li ho trovati.” Tutta la sua famiglia è morta.

Il pianto di un bambino ferito ricoverato all’ospedale Al Awda il 29 maggio 2025.Foto: AFP/EYAD BABA

“Penso che tutto questo sia reso possibile dalla paura, dal razzismo e dalla disumanizzazione”, afferma la dottoressa Mimi Syed, medico d’urgenza americana che l’anno scorso ha svolto due turni di volontariato a Gaza. “Se non li consideri esseri umani, puoi fargli qualsiasi cosa”.

Sembra che questa settimana l’asticella del “fargli qualsiasi cosa” sia stata sollevata di una tacca. Sempre più civili, compresi molti bambini, vengono uccisi attraverso la carestia e gli sfollamenti forzati.

Lunedì le Forze di Difesa Israeliane [IDF] e il servizio di sicurezza Shin Bet hanno rilasciato una dichiarazione sull’attacco alla scuola Fahmi Al-Jarjawi a Gaza City. La terminologia è familiare: gli obiettivi erano ” terroristi chiave” in un “centro di comando e controllo”. Anche questa volta “sono state adottate numerose misure per ridurre il rischio di danni ai civili”.

L’attacco è iniziato verso l’una di notte. Hanin al-Wadiya, una bambina di 4 anni che alloggiava nella scuola sfollata con la sua famiglia, si è svegliata mentre le fiamme la circondavano e sua sorella urlava “Mamma, mamma!” come si vede nelle immagini del disastro.

“Ho sentito Mimi [la sorella di Hanin] chiamare la mamma, ma non riuscivo a trovarla. Ho anche gridato ‘mamma, mamma’. Sono uscita e ho iniziato a piangere”, ha raccontato Hanin in ospedale, con gli occhi gonfi e chiusi, metà del viso ed entrambe le mani coperte di ustioni. Sua madre, suo padre e sua sorella sono morti nell’incendio insieme ad altre 30 persone.

Ricoverato in un altro ospedale nel sud di Gaza c’è Adam al-Najjar, l’unico sopravvissuto di 10 fratelli la cui casa è stata attaccata due giorni prima dell’attacco alla scuola. Sua madre è uscita illesa, suo padre è rimasto gravemente ferito.

Anche in questo caso le IDF hanno affermato di aver fatto tutto il possibile; anzi, hanno rimproverato la famiglia per non essersi allontanata nonostante l’ordine di evacuazione emesso dalla divisione in lingua araba dell’Unità Portavoce delle IDF.

Ma l’ultimo ordine di evacuazione non includeva l’area in cui si trovava la casa della famiglia. Solo nell’ordine precedente, di un mese e mezzo prima, era stata ingiunta l’evacuazione da quell’area.

Gli ordini non hanno una data di scadenza e non c’è alcun segnale di cessato allarme, quindi i cittadini di Gaza devono indovinare se il pericolo è passato, e molti corrono il rischio. Non hanno scelta: i cittadini di Gaza hanno sempre meno spazio in cui muoversi; oltre l’80% dell’enclave è sotto il diretto controllo israeliano o sotto ordine di evacuazione.

Questi ordini mappe con aree contrassegnate in rosso e pubblicate su X e Telegram sono la manifestazione geografica della politica israeliana a Gaza. Lunedì il portavoce delle IDF ha emesso un altro ordine di evacuazione, uno dei più importanti della guerra: il 43% di Gaza è stato contrassegnato in rosso, con la dicitura “Zona di combattimento pericolosa”.

Nei due mesi e mezzo trascorsi da quando Israele ha violato il cessate il fuoco di due mesi oltre 630.000 persone sono state sradicate.

I ripetuti spostamenti stanno spingendo gli abitanti di Gaza sull’orlo della sopravvivenza. È molto difficile trovare cibo e beni di prima necessità come acqua pulita, un sistema fognario funzionante, un alloggio e assistenza medica. Due milioni di persone vengono spinte in un’area sempre più ristretta, dove vivono tra le macerie o in tende che si distruggono rapidamente.

I bambini non vanno a scuola da quasi due anni. L’affollamento, il caldo, la mancanza di acqua corrente o di un sistema fognario funzionante, insieme alla sistematica distruzione del sistema sanitario, stanno aumentando notevolmente il rischio di malattie ed epidemie.

La logica brutale di questa politica è nascosta in uno degli obiettivi ufficiali della guerra: “concentrare e spostare la popolazione”.

A Gaza è soprattutto la fame a fare da padrona. La scorsa settimana, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato la ripresa degli aiuti alla Striscia, ma sono stati ripresi con parsimonia. Ogni giorno solo poche decine di camion entrano dal valico di Kerem Shalom. Moltitudini di bambini continuano a stare in piedi per ore con una pentola vuota nella speranza di ricevere del cibo.

Martedì una grande folla ha preso d’assalto il centro di distribuzione alimentare creato da Israele. Migliaia di persone correvano tra le dune spingendosi contro le recinzioni e imploravano del cibo dagli uomini armati della sicurezza americana. (Per gli americani, si tratta di 1.100 dollari per una giornata di lavoro.)

“Non credo che gli israeliani lo vogliano. Non vogliono che tutto questo accada in loro nome”, dice Syed. “Penso che la cosa più importante che ho imparato a Gaza è che è impossibile ignorare la verità. Dopo aver visto cosa sta succedendo lì diventa molto semplice distinguere tra il bene e il male.”

Come puntualizza: “Oltre il 50% della popolazione di Gaza è composta da bambini. Il governo degli Stati Uniti sta finanziando una guerra illegale contro i bambini. Quasi tutte le agenzie umanitarie mondiali hanno definito ciò che sta accadendo a Gaza un crimine di guerra, eppure gli Stati Uniti continuano a fornire armi per commettere questi crimini.

“Mentre sono comodamente seduta a casa mia a scrivere la storia di Sami [un bambino di Gaza], mi viene in mente che questi crimini deliberati e atroci vengono ancora commessi contro bambini come Sami. Quando finirà? Quando il governo degli Stati Uniti si mostrerà per quello che una volta pensavo fosse? Non siamo stati noi a impedire alla Germania di sterminare così tante vite innocenti? Non dovremmo essere i “buoni”?

Syed ha svolto i suoi due periodi di volontariato a Gaza lo scorso agosto e a dicembre. In entrambi i casi ha constatato la morte di decine di bambini. Ha visto otto bambini morti per ipotermia in inverno, una bambina di 9 anni deceduta perché era impossibile ottenere farmaci standard per l’epilessia e una bambina di 9 mesi morta per aver bevuto acqua contaminata.

Ora, rientrata negli Stati Uniti, Syed afferma di essere ancora in contatto con i medici di Gaza: “Mi dicono che non c’è cibo. Per la prima volta li sento dire: ‘Moriremo tutti e il mondo non sta facendo nulla per salvarci'”.

Da quando è tornata negli Stati Uniti, Syed ha raccontato a chiunque volesse ascoltarla cosa sta succedendo a Gaza. Non risparmia ai suoi ascoltatori descrizioni grafiche accompagnate da foto. Di seguito sono riportate alcune delle tristi storie a cui ha assistito; la dottoressa Syed ha già raccontato parte della sua testimonianza da Gaza in altre testate giornalistiche in lingua inglese.

Sami di 8 anni portato in braccio dal fratello più grande all’ospedale Al Aqsa il 14 dicembre 2024.Foto: Moiz Salhi / AFP

Sami, 8 anni, è stato portato in braccio dal fratello maggiore. I due sono arrivati ​​all’ospedale Al-Aqsa, nel centro di Gaza, su un carretto trainato da un asino pochi minuti dopo che i frammenti di missile avevano lacerato il volto di Sami.

Giornalisti e curiosi si sono accalcati intorno a Sami e gli hanno scattato una foto; indossava una maglia a strisce rosse e bianche. La parte ferita del viso era nascosta alle telecamere, appoggiata sulla spalla del fratello.

“Sami aveva una ferita da esplosione al viso che gli aveva lacerato la maggior parte delle strutture vitali”, racconta Syed. “La ferita comprendeva bocca, naso e palpebre. Il resto del corpo era in buone condizioni, a parte un paio di ferite più lievi. Quando è arrivato in sala rianimazione è stato adagiato sul lettino senza altri adulti in vista. Era coperto da una giacca insanguinata.

Mentre giaceva davanti a me gorgogliando e soffocando con il suo stesso sangue gli ho aspirato la bocca e il naso per rimuovere eventuali ostruzioni nelle vie respiratorie. In seguito ad un leggero movimento del suo viso mi sono resa conto che aveva la mandibola completamente disarticolata e strappata via, appesa solo a un piccolo lembo di pelle. C’erano ustioni e schegge su tutto il viso e il collo.

Mentre mi occupavo di lui si è verificato un altro incidente con un elevato numero di feriti, con pazienti ancora più gravi. Sono stata costretta a spostare il piccolo Sami a terra per far spazio agli altri feriti.

Mentre lo stendevo sul pavimento sono arrivati la madre e lo zio, che urlavano per la disperazione. Sua madre si è gettata immediatamente a terra e ha iniziato a pregare Dio che suo figlio fosse risparmiato. Mi ha guardata dritto negli occhi e ha afferrata con forza la mia mano, implorandomi di fare tutto il possibile per salvarlo.

Ho annuito… ma sapevo nel mio intimo che non potevo fare una promessa del genere. Date le sue condizioni, sapevo che sarebbe stato un miracolo se si fosse salvato. Sono riuscita a stabilizzarlo temporaneamente, così da poterlo trasportare alla TAC funzionante più vicina.

Ma la TAC non si trovava all’ospedale di Al-Aqsa, bensì all’ospedale Yaffa, a pochi minuti di auto. In base alle norme di sicurezza del Ministero della Salute palestinese ai volontari stranieri era vietato l’accesso all’ospedale Yaffa, che all’epoca si trovava vicino alle postazioni militari israeliane.

Ho scelto di salire comunque sull’ambulanza per mantenere pervie le vie respiratorie e assicurarmi che arrivasse alla TAC in sicurezza”, racconta Syed. “Nella stessa ambulanza veniva trasportata per un esame diagnostico un’altra donna, tra la vita e la morte.

Respirava attraverso un tubo ed era accompagnata dal figlio adolescente che le teneva la mano. L’ambulanza ha attraversato macerie e folle di persone per strada”

Sami è stato sottoposto a una TAC ed è stato riportato ad Al-Aqsa per un intervento di ricostruzione facciale. “Il giorno dopo, stavo camminando per l’ospedale quando qualcuno mi ha afferrato il braccio.

Era la madre di Sami”, racconta Syed.

“Era seduta su un letto d’ospedale, nell’angolo di un corridoio anch’esso pieno di pazienti a terra o su brandine. Ho guardato il letto e c’era il piccolo Sami con i punti di sutura. Riusciva a malapena ad aprire la bocca per bere da una cannuccia e continuava a piangere di dolore ogni volta che si muoveva”.

Lo scorso ottobre sul New York Times è stata pubblicata una foto di una radiografia: ​​Mira, una bambina di 4 anni, aveva un proiettile conficcato in testa. È diventata un simbolo della guerra, mentre l’immagine è diventata una delle più controverse dei quasi 20 mesi di combattimenti.

Il New York Times ha pubblicato nella sezione opinioni altre tre foto di radiografie; facevano parte di un articolo firmato da 65 medici, infermieri e paramedici che si erano offerti volontari a Gaza. Questi operatori sanitari affermavano che Israele stava deliberatamente sparando ai bambini, e il Times ha ricevuto una serie di lettere che sostenevano che la notizia fosse falsa.

Il 15 ottobre la direttrice editoriale del Times, Kathleen Kingsbury, ha pubblicato una risposta: il giornale si era assicurato che tutti i medici e gli infermieri avessero lavorato a Gaza. Le immagini della TAC erano state inviate a esperti indipendenti in ferite da arma da fuoco, radiologia e traumatologia pediatrica, che ne hanno corroborato l’autenticità. Inoltre, i metadati digitali delle immagini sono stati confrontati con le foto dei bambini.

Secondo Kingsbury il Times possedeva foto che corroboravano le immagini della TAC, ma erano “troppo raccapriccianti per essere pubblicate”. Ha concluso: “Sosteniamo questo report e la ricerca su cui si basa. Qualsiasi insinuazione che le immagini siano inventate è semplicemente falsa”.

I genitori di Mira hanno raccontato ad Al Jazeera di essersi svegliati presto quel giorno di agosto nella loro tenda nella zona umanitaria di Muwasi, perché le loro figlie erano emozionate per il compleanno della sorella maggiore di Mira. Improvvisamente è scoppiata una sparatoria.

Mira è entrata nella tenda con il viso coperto di sangue e una ferita aperta sopra la fronte. Suo padre l’ha portata all’ospedale Nasser di Khan Yunis, nel sud della Striscia.

In base al crudele triage che si è reso necessario a Gaza, dopo le stragi di massa le persone con ferite cerebrali non vengono curate. La regola è che nel caso di penetrazione intracranica di proiettili o di esposizione di materia cerebrale non ha senso lottare per la vita del paziente a causa della carenza di neurochirurghi, attrezzature e materiali sanitari.

Syed avrebbe dovuto lasciare che Mira morisse. “Ho iniziato a visitarla”, racconta. “Uno dei medici mi ha detto: ‘Non perdere tempo’. Ma sentivo che si muoveva ancora; reagiva al dolore questo mi ha fatto pensare che dovevo provarci.”

La foto della radiografia del proiettile conficcato nella testa di Mira ,una bambina di 4 anni pubblicata dal New York Times. Ospedale Nasser 25 Agosto 2024.

Così ha inserito dei tubi per aiutare Mira a respirare ed è riuscita a stabilizzarla. Mira è stata sottoposta a un intervento chirurgico al cervello, il proiettile è stato rimosso e la sua vita è stata salvata.

Syed è rimasta in contatto con i genitori della ragazza e di recente ha ricevuto un video emozionante: Mira camminava e parlava. “L’ultima volta che l’ho vista apriva a malapena gli occhi”, racconta Syed.

Ma come gli altri pazienti sopravvissuti, Mira è sempre in pericolo. Ha bisogno di cure costanti per ridurre la pressione alla testa, soffre di debolezza al lato sinistro e deve assumere farmaci.

A gennaio la tenda della famiglia è stata colpita nel corso di un attacco e la madre di Mira ha perso un braccio. “Hanno fame, non hanno farmaci e non hanno un posto sicuro”, dice Syed, che sta cercando di aiutare la famiglia a lasciare Gaza per necessità di cure mediche.

Syed ha portato la foto della radiografia a Washington e si è confrontata con dei senatori per cercare di convincerli a smettere di sostenere Israele. “Ho incontrato scetticismo sull’autenticità della foto”, dice.

“Ma l’ho toccata, le mie mani l’hanno curata, l’ho salvata. Mettere in dubbio tutto questo mi ha davvero spezzato il cuore. Mi è stato chiesto perché Israele prendesse di mira i bambini, ma questo è normale se si vuole distruggere il futuro.”

Shaban è morto a causa della guerra. Non è stato colpito da una scheggia o da un proiettile, ma dalla distruzione delle reti fognarie e idriche di Gaza. Era nato nel dicembre del 2022. A due anni, nel bel mezzo della guerra, si è ammalato e la sua pelle è diventata giallastra. “Aveva la stessa età del mio figlio più piccolo, eppure sembrava tanto piccolo per la sua età. Il bianco degli occhi emanava un bagliore arancione fosforescente, la sua pelle aveva il colore intenso del Tang”, dice Syed, riferendosi alla bevanda in polvere. “Giaceva immobile, respirava con affanno, aveva l’addome gonfio. Ogni movimento gli causava dolore”.

Shaban soffriva di insufficienza epatica causata dall’epatite A. “Negli Stati Uniti e in ogni Paese avanzato, è molto difficile contrarre l’epatite, e anche se succede è abbastanza semplice da curare. A Gaza, non avevamo modo di aiutarlo”, racconta Syed.

La madre di Shaban ha mostrato a Syed le foto del bambino scattate un anno prima. “Quando la madre ha condiviso una foto di suo figlio di appena un anno fa, raggiante di salute e felicità, mi sono sentita sommergere da un’ondata di tristezza”, dice Syed. Il bambino aveva bisogno di un trapianto di fegato, ma anche in questo caso la famiglia non aveva ricevuto il permesso da Israele per lasciare Gaza per l’intervento.

Syed ha fotografato la madre mentre lasciava l’ospedale con il figlio. “Non riesco a liberarmi dall’immagine della madre che portava in braccio il suo bambino, il suo corpicino aggrappato a lei, entrambi avvolti nella disperazione”, dice.

“La sofferenza di questo bambino mi tormenta in modi che le parole non possono esprimere. Il medico che è in me sa che quel bambino è morto quel giorno, poco dopo essere stato dimesso dall’ospedale, ma la madre che è in me non vuole accettare la realtà.

Fatma, 29 anni, è arrivata in ospedale con tre bambini piccoli, tutti sotto i 7 anni. Non era stata ferita dalle bombe, ma sanguinava copiosamente da un seno.

“I suoi figli sedevano in silenzio al suo fianco, con i volti segnati dalla paura”, racconta Syed. “Ho cercato nella borsa con i guanti insanguinati, e ho tirato fuori qualche palloncino per distrarli. I loro volti si sono illuminati mentre dimenticavano per un attimo l’orrore che li circondava.”

Si è scoperto che la madre soffriva di un tumore al seno in stadio molto avanzato. “Mi sono trovata di fronte a una scena che, nonostante la mia esperienza in zone svantaggiate, non avevo mai visto: una massa mammaria così grande e deturpante che era chiaramente la causa della sua abbondante emorragia”, dice Syed.

La zia della paziente, che accompagnava lei e i suoi figli, ha raccontato che i medici avevano scoperto il nodulo, all’epoca delle dimensioni di un’oliva, sette mesi prima, all’inizio della guerra.

Le era stato prescritto un intervento chirurgico e la chemioterapia, ma a causa della guerra e della distruzione del sistema sanitario non ha potuto curarsi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva approvato la sua evacuazione per motivi sanitari, ma la sua richiesta è stata respinta da Israele, oppure i permessi hanno impiegato troppo tempo per arrivare.

“Era evidente che il suo cancro era curabile”, dice Syed. “In qualsiasi altro Paese, o persino a Gaza prima del 7 ottobre, avrebbe ricevuto cure e sarebbe guarita. Ma ora non potevamo fare nulla. Non avevamo le scorte di sangue per stabilizzarla ed era preferibile riservare le risorse chirurgiche necessarie per la riduzione del tumore a pazienti con maggiori speranze di guarigione.

“Sarebbe morta presto con i suoi figli accanto. Questa madre non avrebbe mai visto i suoi figli crescere, non avrebbe mai visto sua figlia laurearsi o suo figlio diventare un uomo. L’ingiustizia di tutto ciò bruciava dentro di me, un fuoco che non si sarebbe mai spento.”

Alla fine Fatma è stata trasferita in un altro ospedale. Quando Syed ha chiamato per avere notizie, le è stato detto che Fatma era morta quel giorno.

Nelle conversazioni con i medici che hanno curato civili a Gaza si parla sempre dei primi minuti dopo una strage di massa. Le descrizioni sono le stesse.

Pochi minuti dopo l’attacco missilistico o la bomba i pronto soccorso e le unità di terapia intensiva diventano una scena da film dell’orrore. Le urla di dolore si fondono con le grida di angoscia delle persone che scoprono la morte di una persona cara.

I letti, le barelle e poi il pavimento si riempiono di feriti, mentre tra di loro si formano pozze di sangue. E i medici devono ripetutamente prendere decisioni crudeli: chi scartare perché con nessuna prospettiva di sopravvivenza o perché richiede l’utilizzo di risorse in grado di salvare altre persone con più possibilità di successo.

Syed è tornata a Gaza il 4 dicembre dopo il precedente periodo di volontariato in agosto. “Il viaggio è stato straziante, con strade dissestate e bambini che camminavano da soli, tale da risvegliare un familiare senso di angoscia nello stomaco”, racconta. Dopo un’ora di macchina siamo arrivati all’ospedale Nasser. La disposizione degli alloggi era rimasta invariata: angusti letti a castello e l’onnipresente odore di fogna proveniente dal bagno.

Mentre iniziavo a disfare i bagagli una forte esplosione ha scosso l’edificio. Ho subito capito che questo attacco aereo era più vicino del solito. Le urla echeggiavano mentre la gente correva verso l’ospedale. Conoscendo fin troppo bene la procedura, mi sono precipitata verso il reparto di traumatologia.

Mentre indossavo con difficoltà i miei guanti già strappati, ho visto che due bambini piccoli venivano portati di corsa. Le loro famiglie li hanno sdraiati sul pavimento dato che non c’erano letti disponibili. Prima ancora di toccarli ho capito che non erano più in vita. Mi ha travolto un senso di totale impotenza.

“Poi è arrivata una bambina di 8 anni di nome Alaa, la stessa età di mia figlia. Suo padre mi ha spiegato che stava giocando davanti alla loro tenda quando in seguito ad un attacco aereo delle schegge sono penetrate nel suo cranio. Era gravemente ferita, il suo corpo si muoveva a malapena e la materia cerebrale era esposta. Secondo il protocollo era da considerare irrecuperabile.

Ma quando ho visto la disperazione negli occhi di suo padre non sono riuscita a stare a guardare. Ho preso dalla mia borsa il laringoscopio che avevo dovuto far passare di nascosto dall’esercito israeliano e ho assicurato la pervietà delle vie respiratorie, poi l’abbiamo portata di corsa in sala operatoria.

Pochi giorni dopo sono stata trasferita in un altro ospedale e ho perso traccia dei progressi di Alaa. Suo padre aveva promesso aggiornamenti, ma temevo il peggio. Una sera, verso la fine del mio soggiorno di un mese, ho ricevuto un messaggio con due video.

“Il primo video mostrava Alaa seduta mentre leggeva un libro con una benda attorno alla testa. Nel secondo la si vedeva camminare, leggermente instabile ma autonoma. Si è fermata al centro dell’inquadratura e ha detto: ‘Shokran doktora, anam khair’ Grazie, dottoressa, sto bene.”

Ma Alaa ha bisogno di un intervento chirurgico per la protezione del cervello, un’operazione che non può essere eseguita a Gaza. Come per altri casi, è in attesa di essere evacuata dalla Striscia.

“Negli Stati Uniti abbiamo la possibilità di intervenire in diversi modi e salvare vite umane”, dice Syed. “A Gaza anche se salvi una vita non è detto che ci sia veramente riuscito.

“Alaa potrebbe morire domani. Il suo cervello è esposto. Se domani inciampa tra le macerie o contrae un’infezione, morirà. Tutto è così incerto. La sensazione che si prova è di non fare molto, di non portare alcun cambiamento.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)

Vedi video della relazione del dr. Feroze Sidhwa al Consiglio di Sicurezza dell’ONU 




Gaza, la fondazione usata come facciata umanitaria per mascherare il genocidio israeliano

Pietro Stefanini

28 maggio 2025 – Middle East Eye

La Gaza Humanitarian Foundation (GHF) è l’ultimo strumento che Israele usa per stravolgere il diritto internazionale umanitario allo scopo di legittimare la violenza a Gaza.

Tra le incessanti uccisioni di massa, la morte per fame e l’espropriazione tra le rovine di Gaza, Israele continua a intrecciare gli attacchi genocidi con un discorso umanitario di attenzione alle sofferenze dei civili.

Questa volta la strategia di occultamento dell’intenzione genocidaria è la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), una trovata di marketing di Israele e Stati Uniti rivolta al pubblico progressista internazionale come gesto di ottemperanza alle norme del diritto umanitario durante le operazioni militari.

In realtà si tratta di un altro esempio di come Israele persegue la volontà di eliminare i palestinesi con la violenza utilizzando il pretesto di azioni umanitarie.

Il 16 maggio Israele ha iniziato l’invasione territoriale denominata Operazione Carri di Gedeone, segnalando quella che sembra essere la fase finale della campagna genocida per ricolonizzare definitivamente Gaza.

Appena una settimana prima, la Integrated Food Security Phase Classification [Classificazione Integrata della Sicurezza Alimentare (IPC), lo strumento internazionale utilizzato per analizzare e classificare la gravità e l’entità dell’insicurezza alimentare acuta e cronica in un’area geografica, ndt.], aveva lanciato un allarme urgente: un palestinese su cinque a Gaza rischia di morire di fame. Un funzionario delle Nazioni Unite aveva inoltre avvertito che, a causa dell’intensificarsi dell’assedio, potrebbero morire ben 14.000 bambini palestinesi.

Mentre l’attenzione internazionale si concentra nuovamente sull’uso della fame come arma di guerra, la GHF stava già svolgendo la sua funzione anche prima di diventare operativa. Molte importanti testate giornalistiche hanno iniziato a discutere della legittimità dell’iniziativa del GHF, distogliendo di fatto l’attenzione dai massacri quotidiani in corso.

Una foglia di fico per coprire il genocidio

La relativamente oscura GHF, costituita in Svizzera, ha recentemente iniziato a distribuire gli aiuti in centri controllati dall’esercito israeliano e da appaltatori privati stranieri. Tutti gli aiuti forniti dalle Nazioni Unite o da altre organizzazioni dovrebbero essere distribuiti attraverso questi siti designati.

Quanto emerso dopo il primo giorno di operazioni è scioccante, ma del tutto prevedibile.

Dapprima i palestinesi disperati e affamati sono stati ammassati dentro a gabbie in condizioni disumanizzanti all’interno di una zona militarizzata, in attesa di piccole porzioni di cibo che non avrebbero potuto sfamare a lungo le famiglie. Poi, quando chi era incaricato di distribuire gli aiuti ha perso il controllo ed è scoppiato il caos, l’esercito israeliano ha aperto il fuoco sulla folla, a quanto si è appreso uccidendo almeno una persona e ferendone 48.

L’obiettivo del piano che coinvolge la GHF è quello di fornire una limitata quantità di cibo a una popolazione allo stremo per la fame a condizione che accetti il trasferimento di massa da una parte all’altra del territorio di Gaza.

Nelle parole di Tom Fletcher, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari, si tratta di una “foglia di fico per ulteriori violenze e sfollamenti”. Anche il capo del GHF, Jake Wood, un ex marine statunitense che ha prestato servizio nelle guerre imperialiste in Iraq e Afghanistan, recentemente dimessosi, si è rifiutato di portare avanti il piano.

Si tratta di un sistema che evoca fortemente pratiche radicate nella storia coloniale del genocidio in generale e nel fenomeno dei campi di concentramento in particolare.

I campi di concentramento sono nati tra la fine del XIX e all’inizio del XX secolo allo scopo di segregare le popolazioni indigene in riserve ed espellere le popolazioni indesiderate dai loro luoghi di residenza originari verso spazi inabitabili per far posto allo sviluppo del territorio per i coloni.

Israele sta sperimentando questo tipo di zone di internamento fin dalla prime fasi del genocidio.

Dopo il fallimento dell’esperimento condotto dall’esercito israeliano nel gennaio 2024 delle “bolle umanitarie”, zone che avrebbero dovuto essere amministrate da figure locali senza legami con Hamas, Israele ha preso in considerazione l’esternalizzazione della consegna degli aiuti a società di sicurezza private.

Una svolta nella decisione di Israele di subappaltare la distribuzione degli aiuti si è avuta dopo quello che è diventato noto come il “massacro della farina” del 29 febbraio 2024, quando i soldati israeliani hanno sparato indiscriminatamente su folle di palestinesi che cercavano disperatamente di raccogliere farina a sud-ovest di Gaza City. L’attacco ha ucciso almeno 112 persone e ne ha ferite circa 760.

In seguito a questo gli Stati Uniti hanno iniziato a lanciare cibo su Gaza dal cielo, con un’operazione che è presto diventata il simbolo dell’inefficacia di tali misure. In un’occasione, un bancale di aiuti sganciato da un aereo militare statunitense ha ucciso cinque palestinesi e ne ha feriti altri 10 dopo che i paracadute non si sono aperti correttamente.

In coordinamento con gli Stati Uniti, l’esercito israeliano ha anche supervisionato la costruzione di un molo galleggiante temporaneo davanti alla costa di Gaza, apparentemente destinato a facilitare la consegna di aiuti umanitari via mare.

Un nuovo piano

Oltre che a scopo di distrazione e per conferire legittimità all’Operazione Carri di Gedeone, i punti di distribuzione degli aiuti creati dalla GHF potrebbero anche fornire una copertura per le operazioni di controinsurrezione israeliane.

Questo è ciò che sembra essere accaduto nel giugno 2024, quando sono comparse immagini che mostrano le forze speciali israeliane operare vicino al molo durante una missione per recuperare i prigionieri israeliani detenuti da Hamas.

L’operazione, che ha provocato l’uccisione di oltre 200 palestinesi, ha portato molti osservatori locali e internazionali a concludere che il molo è stato usato per camuffare un’azione militare.

Durante la stessa operazione, le forze israeliane, travestite da civili, hanno usato camion di aiuti umanitari per infiltrarsi nel campo profughi di Nuseirat a Gaza e compiere l’assalto mortale.

Insieme alla GHF, Israele sta cercando di introdurre un nuovo piano di distribuzione degli aiuti, in cui le forniture essenziali saranno fornite a persone pre-selezionate. I destinatari riceveranno messaggi di testo sui loro telefoni cellulari che li informeranno su quando e dove ritirare le loro razioni di aiuti, ma solo dopo averne verificato l’identità tramite un software di riconoscimento facciale.

Gli Stati Uniti e Israele giustificano queste misure sostenendo che sono necessarie per impedire ad Hamas di rubare gli aiuti, ma hanno offerto poche prove concrete a sostegno di questa affermazione.

Non può sfuggire che questa aggressiva facciata umanitaria che viene usata per mascherare il terrore e la distruzione della violenza coloniale prevale anche tra l’estrema destra sionista e religiosa israeliana. Figure di spicco di quest’area, tra cui ministri come Bezalel Smotrich, hanno proposto di ridefinire l’espulsione di massa dei palestinesi in Egitto e oltre nei termini di una “soluzione umanitaria”.

La legittimazione della violenza genocida

Quello a cui stiamo assistendo è perciò un tentativo di umanitarizzazione del genocidio, che si sovrappone, in parte, ai concetti di “camuffamento umanitario” e “violenza umanitaria”.

Questi concetti hanno la capacità di rivelare come Israele distorce le norme di protezione del diritto internazionale umanitario su evacuazioni, zone sicure e scudi umani – per citare alcuni esempi importanti – allo scopo di legittimare la violenza genocida.

Attraverso questi ripetuti tentativi di umanitarizzazione Israele tenta anche di appropriarsi di pratiche radicate nel sistema umanitario globale contemporaneo, ovvero la fornitura di aiuti e il reinsediamento dei rifugiati.

Ciò comporta l’attuazione di una politica di completa distruzione in collaborazione con le organizzazioni umanitarie, gli appaltatori di sicurezza privati e i militari disposti a fornire assistenza umanitaria, nonché la ridefinizione delle espulsioni genocide come forma benevola di reinsediamento umanitario.

Le organizzazioni umanitarie internazionali che operano a Gaza si sono finora giustamente rifiutate di collaborare con la GHF.

È importante che la catastrofe in corso diventi un momento di riflessione per un settore umanitario internazionale troppo a lungo afflitto dalla collusione con le potenze dominanti attraverso concetti individualistici di neutralità.

La solidarietà anticoloniale con i movimenti di liberazione rimane l’unica strada da percorrere per ribadire collettivamente la necessità dell’emancipazione di tutti.

(traduzione dall’inglese di Federico Zanettin)




Un ex-ministro della Difesa afferma che l’esercito israeliano ha avuto 15.000 soldati morti o feriti

12 marzo 2025 – Middle East Monitor

L’ex-ministro della Difesa israeliano Moshe Ya’alon ha affermato che 15.000 soldati sono stati uccisi o feriti dal 7 ottobre 2023 nella guerra genocida contro la Striscia di Gaza assediata.

Ya’alon ha detto al quotidiano Yedioth Ahronoth che la guerra contro la Striscia di Gaza ha provocato centinaia di morti e migliaia di feriti tra i soldati dell’Israel Defence Forces (IDF) [l’esercito israeliano, ndt.]. Ha sottolineato la necessità di approvare una legge che ponga fine alle esenzioni date agli ebrei ultraortodossi dal servizio militare obbligatorio per compensare la grave mancanza di uomini nell’IDF.

Inoltre Ya’alon ha affermato che il coinvolgimento degli americani nel cessate il fuoco e nei negoziati in Qatar è stato il risultato del fatto che Israele per motivi politici non ha rispettato i suoi impegni in base all’accordo [raggiunto con Hamas]. Ha spiegato che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha provato a guadagnare tempo e sostituito il gruppo professionale di negoziatori con un altro che è politicamente sottomesso a lui.

Riguardo alla nomina del nuovo capo di stato maggiore dell’IDF, il generale Eyal Zamir, e alle elevate speranze che Netanyahu e il suo governo nutrono nella vittoria a Gaza, Ya’alon ha affermato che sia Netanyahu sia il ministro delle finanze Bezalel Smotritch [esponente dell’estrema destra religiosa, ndt.] hanno addossato la colpa del fallimento militare a Gaza al capo di stato maggiore uscente e che ora ripongono grandi speranze su Zamir, anche se l’esercito è destinato a implementare il volere della dirigenza politica e la vittoria in una guerra non si basa solo sul capo di stato maggiore.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Mia sorella è stata il 166° medico ad essere assassinato a Gaza

Ramzy Baroud

15 ottobre 2024 – Middle East Monitor

La vostra vita andrà avanti. Con nuovi avvenimenti e nuovi volti: i volti dei vostri figli, che riempiranno la casa di chiasso e risate.

Queste sono state le ultime parole scritte da mia sorella in un messaggio a una delle sue figlie.

La dottoressa Soma Baroud è stata assassinata il 9 ottobre quando gli aerei da guerra israeliani hanno bombardato il taxi che la trasportava insieme ad altri sfiniti abitanti di Gaza nei pressi della rotonda di Bani Suhaila vicino a Khan Yunis, nella parte meridionale della Striscia di Gaza.

Ancora non so se stesse andando all’ospedale in cui lavorava o se lo stesse lasciando per tornare a casa. Ma che importanza ha?

La notizia del suo assassinio (che è stato un omicidio politico; Israele ha deliberatamente preso di mira e ucciso 986 operatori sanitari, tra cui 166 medici) è arrivata tramite una schermata copiata da una pagina Facebook: Aggiornamento: questi sono i nomi dei martiri dell’ultimo bombardamento israeliano su due taxi nella zona di Khan Yunis…” Seguiva un elenco di nomi. “Soma Mohammed Mohammed Baroud” era il quinto della lista, il numero 42.010 nell’elenco sempre più lungo dei martiri di Gaza.

Mi rifiutavo di credere alla notizia, anche quando altri post hanno iniziato a spuntare ovunque sui social media, indicando il suo nome come il quinto, a volte sesto nella lista dei martiri dell’attacco aereo di Khan Yunis.

Ho continuato a chiamarla, più e più volte, sperando che la linea gracchiasse un po’ e dopo un breve silenzio la sua voce gentile e materna dicesse: “Marhaba Abu Sammy. Come stai, fratello?” Ma non ha mai risposto alla chiamata.

Le avevo ripetuto che non doveva preoccuparsi di inviare elaborati messaggi scritti o audio, data la precarietà della connessione Internet e dell’energia elettrica.

Ma passavano diversi giorni senza che scrivesse, spesso a causa della mancanza di una connessione Internet. Poi, arrivava un messaggio, anche se mai breve. Buttava giù un fiume di pensieri, passando dalla sua lotta quotidiana per sopravvivere alle paure per i figli, alla poesia, a un versetto del Corano, a uno dei suoi romanzi preferiti e così via.

“Sai, quello che hai detto l’ultima volta mi ricorda Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez”, mi ha detto in più di un’occasione, prima di portare la conversazione sui più complessi pensieri filosofici. Ascoltavo e ripetevo semplicemente: “Sì… assolutamente… sono d’accordo… al cento per cento”.

Per noi Soma era una figura straordinaria. Questo è esattamente il motivo per cui la sua improvvisa mancanza ci ha scioccati fino all’incredulità. I ​​suoi figli, sebbene cresciuti, si sono sentiti orfani. Ma non diversamente dai suoi fratelli, me compreso.

Ho scritto di Soma come personaggio centrale nel mio libro My Father Was a Freedom Fighter [Mio padre è stato un combattente per la libertà, ndt], perché era davvero centrale nelle nostre vite e nella nostra stessa sopravvivenza in un campo profughi di Gaza.

Primogenita e unica figlia femmina, dovette sobbarcarsi una quota di lavoro e aspettative molto più grandi rispetto a noi. Era solo una bambina quando il mio fratello maggiore, Anwar, ancora neonato, morì in una clinica dell’UNRWA nel campo profughi di Nuseirat a causa della mancanza di medicine. Allora conobbe la sofferenza, il tipo di sofferenza che con il tempo si trasformò in uno stato di dolore permanente che non l’avrebbe mai abbandonata fino al suo omicidio a Khan Yunis per opera di una bomba israeliana fornita dagli Stati Uniti.

Due anni dopo la morte di Anwar nacque un altro bambino. Abbiamo chiamato anche lui Anwar, in modo che potesse portare avanti l’eredità del primo ragazzo. Soma amava il nuovo arrivato, e nei decenni a venire ha mantenuto con lui un’amicizia speciale.

Mio padre iniziò la sua esistenza come lavoratore minorile, poi combattente nell’Esercito di Liberazione della Palestina, agente di polizia durante l’amministrazione egiziana di Gaza, poi di nuovo lavoratore, perché si rifiutò di unirsi alla polizia di Gaza finanziata da Israele dopo la Naksa [lo sfollamento di circa 280.000-325.000 palestinesi dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza, ndt.] del 1967 (la Guerra dei sei giorni).

Un uomo intelligente, di sani principi e intellettuale autodidatta, mio ​​padre fece tutto il possibile per garantire un minimo di dignità alla sua piccola famiglia; e Soma, da bambina, spesso scalza, lo sostenne in ogni momento del suo cammino. Quando decise di diventare un commerciante, come quando comprava oggetti scartati e strani in Israele e li riconfezionava per venderli nel campo profughi, Soma fu la sua principale aiutante. Nonostante la guarigione della pelle i tagli sulle dita dovuti al confezionamento, uno ad uno, di migliaia di rasoi, rimasero come testimonianza della difficile esistenza vissuta.

“Il mignolo di Soma vale più di mille uomini”, ripeteva spesso mio padre, per ricordarci, per quanto fossimo cinque ragazzi, che nostra sorella sarebbe sempre stata l’eroina principale della storia della famiglia. Ora che è una martire, quel lascito è stato assicurato per l’eternità.

Anni dopo i miei genitori la mandarono ad Aleppo per conseguire una laurea in medicina. Tornò a Gaza, dove trascorse oltre tre decenni a curare le sofferenze degli altri, ma mai la sua.

Ha lavorato, tra l’altro, all’ospedale Al-Shifa e al Nasser Hospital. In seguito, ottenne un’altra specializzazione in medicina di base e aprì una clinica tutta sua. Non faceva pagare i poveri e faceva tutto il possibile per curare le vittime della guerra.

Come equipe hanno voluto mettere in primo piano i diritti delle donne all’assistenza medica e hanno ampliato la visione della medicina di base includendovi il trauma psicologico, con particolare enfasi sulla centralità e sulla vulnerabilità delle donne in una società dilaniata dalla guerra.

Quando mia figlia Zarefah è riuscita a farle visita a Gaza poco prima della guerra in corso mi ha poi raccontato che “quando zia Soma entrava in ospedale un seguito di donne, medici, infermiere e altro personale medico la circondava in totale adorazione”.

A un certo punto sembrava che tutte le sofferenze di Soma stessero finalmente dando i loro frutti: una bella casa a Khan Yunis, con un piccolo uliveto e qualche palma; un marito amorevole, docente di legge e infine preside della facoltà di giurisprudenza di una prestigiosa università di Gaza; tre figlie e due figli, con titoli di studio che spaziano dall’odontoiatria alla farmacia, dal diritto all’ingegneria.

Anche sotto assedio la vita, almeno per Soma e la sua famiglia, sembrava gestibile. È vero, non le è stato permesso di lasciare la Striscia per molti anni a causa del blocco, e quindi per anni e anni ci è stata negata la possibilità di vederla. È vero, era tormentata dalla solitudine e dall’isolamento: da qui la sua storia d’amore con García Márquez e la costante citazione del suo principale romanzo. Ma almeno suo marito non è stato ucciso o andato disperso. La sua bella casa e la clinica erano ancora in piedi. E lei viveva e respirava, comunicando i suoi preziosi spunti filosofici sulla vita, la morte, i ricordi e la speranza. E poi…

“Se solo potessi trovare i resti di Hamdi, così potremmo dargli una degna sepoltura”, mi ha scritto lo scorso gennaio, quando circolava la notizia che suo marito fosse stato giustiziato da un quadrirotore israeliano a Khan Yunis. Poiché il suo corpo era scomparso si aggrappava a una flebile speranza che fosse ancora vivo. I suoi ragazzi, d’altra parte, continuavano a scavare tra le macerie e i detriti della zona in cui Hamdi era stato colpito, sperando di trovarlo e dargli una degna sepoltura. Spesso durante i loro tentativi di dissotterrare il corpo del padre venivano attaccati dai droni israeliani. Scappavano e poi tornavano con le loro pale per continuare il loro triste compito.

Per sfruttare al meglio le possibilità di sopravvivenza la famiglia di mia sorella decise di dividersi tra campi profughi e altre abitazioni nel sud di Gaza. Ciò significava che Soma doveva spostarsi e viaggiare costantemente, spesso percorrendo lunghe distanze a piedi, tra città, villaggi e campi profughi, solo per controllare i suoi figli, dopo ogni incursione e ogni massacro.

Queste speranze semplici e ragionevoli sembravano un miraggio, soprattutto quando il mese scorso la sua casa nella zona di Qarara, a Khan Yunis, è stata demolita dall’esercito israeliano. “Il mio cuore soffre”, ha scritto. “Tutto è andato. Tre decenni di vita, di ricordi, di conquiste, tutto trasformato in macerie”.

Ha sottolineato che quella storia non parlava di pietre e cemento. “È molto più grande. È una storia che non può essere raccontata del tutto, per quanto a lungo scriva o parli. Sette anime hanno vissuto qui. Si mangiava, beveva, rideva, si litigava e, nonostante tutte le sfide della vita a Gaza, siamo riusciti a ritagliare per la nostra famiglia una vita felice”.

Pochi giorni prima di essere uccisa mi ha detto che aveva dormito in un edificio semidistrutto di proprietà dei suoi vicini a Qarara. Mi ha mandato una foto scattata da suo figlio, mentre era seduta su una sedia improvvisata sulla quale pure dormiva, in mezzo alle rovine. Appariva stanca, molto stanca.

Non c’era niente che potessi dire o fare per convincerla ad andarsene. Ha insistito dicendo che voleva tenere d’occhio le macerie di ciò che restava della sua casa. La sua logica non aveva senso per me. L’ho supplicata di andarsene. Mi ha ignorato e ha continuato a inviarmi foto di ciò che aveva recuperato dalle macerie, una vecchia foto, un piccolo ulivo, un certificato di nascita…

Il mio ultimo messaggio per lei, poche ore prima che venisse uccisa, è stato una promessa che quando la guerra fosse finita, avrei fatto tutto ciò che era in mio potere per risarcirla per tutto questo. Che l’intera famiglia si sarebbe incontrata in Egitto, o in Turchia, e l’avremmo ricoperta di regali e di un amore familiare sconfinato. Ho concluso con: “Cominciamo a pianificare ora. Qualunque cosa tu voglia. Dillo e basta. In attesa delle tue istruzioni…” Non ha mai visto il messaggio.

Anche quando il suo nome, come l’ennesima vittima del genocidio israeliano a Gaza, è stato menzionato nelle notizie palestinesi locali, mi sono rifiutato di crederci. Ho continuato a chiamare. “Per favore, Soma, per favore, rispondi”, supplicavo.

Solo quando è comparso un video in cui dei sacchi bianchi per cadaveri arrivavano al Nasser Hospital sul retro di un’ambulanza ho pensato che forse mia sorella se n’era davvero andata.

Alcuni sacchi recavano i nomi delle altre persone menzionate nei post sui social media. Ogni sacco è stato portato fuori separatamente e appoggiato a terra. Un gruppo di persone piangenti in lutto, uomini, donne e bambini, si sono precipitate ad abbracciare il corpo, urlando le stesse grida di agonia e disperazione che hanno accompagnato dal primo giorno questo genocidio in atto.

I suoi colleghi hanno trasportato il suo corpo adagiandolo delicatamente a terra. Stavano per aprire il sacco per confermare la sua identità. Ho distolto lo sguardo.

Mi rifiuto di vederla sotto altri aspetti se non quello che desiderava: una persona forte, che esprimeva amore, gentilezza e saggezza; qualcuno il cui “mignolo vale più di mille uomini”.

Ma perché continuo a controllare i miei messaggi nella speranza che mi scriva per dirmi che tutta la faccenda è stata un grosso, crudele malinteso e che sta bene?

Mia sorella Soma è stata sepolta sotto un piccolo cumulo di terra, da qualche parte a Khan Yunis.

Niente più messaggi da lei.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

Ramzy Baroud è un giornalista e direttore del Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons” [Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e ribellione nelle prigioni israeliane, ndt.] (Clarity Press). Baroud è un Ricercatore Senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA) e anche presso l’Afro-Middle East Center (AMEC). Il suo sito web è www.ramzybaroud.net

(traduzione dall’inglese di Aldo lotta)