Rapporto OCHA del periodo 24 dicembre 2019 – 6 gennaio 2020

A Gaza, il 27 dicembre si è tenuta l’ultima dimostrazione (del 2019) della “Grande Marcia del Ritorno” (GMR), registrando il minor numero di partecipanti e di feriti da quando, il 30 marzo 2018, la GMR è iniziata.

Secondo il Ministero della Salute palestinese a Gaza, sono rimasti feriti 50 palestinesi, tra cui 26 minori; 39 dei feriti sono stati ricoverati in ospedale. Fonti israeliane hanno riferito che, in alcune occasioni, manifestanti si sono avvicinati alla recinzione ed hanno lanciato ordigni esplosivi e bottiglie incendiarie contro le forze israeliane, senza provocare feriti. Nel corso del 2019, durante le proteste collegate alla GMR, le forze israeliane hanno ucciso 33 palestinesi, ferendone 11.523. Il totale di morti, dall’inizio delle manifestazioni, ammonta a 212, mentre i feriti sono stati 36.134.

Il 26 dicembre, il Comitato organizzatore della GMR ha annunciato che le manifestazioni settimanali si concluderanno il 30 marzo 2020, in corrispondenza del secondo anniversario delle proteste; dopo tale data proseguiranno con cadenza circa mensile e in ricorrenze particolari.

Un razzo, lanciato da Gaza verso Israele, e attacchi aerei israeliani su Gaza non hanno provocato vittime, né palestinesi né israeliane. Secondo fonti israeliane, il razzo, lanciato da Gaza il 25 dicembre, è stato intercettato in aria. A seguito di questo episodio, Israele ha effettuato una serie di attacchi aerei contro strutture militari a Gaza, secondo quanto riferito, appartenenti ad Hamas.

In almeno 15 occasioni, forze israeliane hanno aperto il fuoco in aree prossime [interne] alla recinzione perimetrale di Gaza e al largo della costa di Gaza; non sono stati segnalati feriti. Gli israeliani hanno effettuato cinque incursioni [nella Striscia] e operazioni di spianatura del terreno vicino alla recinzione perimetrale, nelle aree di Beit Hanoun, Beit Lahiya, Khan Younis e Rafah.

In Cisgiordania, durante numerosi scontri, sono stati feriti da forze israeliane 24 palestinesi, tra cui almeno due minori [segue dettaglio]. Di questi feriti, 13 si sono avuti nella città di Nablus e nel villaggio di Halhul (Hebron), durante scontri innescati dall’ingresso di gruppi di israeliani in visita a siti religiosi, accompagnati da soldati. Altri tre palestinesi sono rimasti feriti nel villaggio di Al Mughayyir (Ramallah), durante una protesta contro la violenza dei coloni e l’espansione degli insediamenti. Sei degli altri feriti sono stati registrati durante scontri verificatisi nella Città Vecchia di Gerusalemme, nel villaggio di Beit Ummar (Hebron) e vicino al checkpoint di Beit El / DCO (Ramallah). Nel 2019, durante proteste e scontri in Cisgiordania, le forze israeliane hanno ucciso 15 palestinesi e ne hanno feriti 3.162 (104 colpiti con armi da fuoco).

Le forze israeliane hanno sparato e ferito, e successivamente arrestato, un ragazzo palestinese di 17 anni; a quanto riferito, aveva brandito un coltello quando i soldati gli si erano avvicinati. Non sono stati riportati ferimenti di israeliani. L’episodio è avvenuto il 2 gennaio, vicino all’area dell’insediamento colonico di Gush Etzion (Betlemme).

In tutta la Cisgiordania, le forze israeliane hanno effettuato 117 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 140 palestinesi, tra cui dieci minori. La maggior parte delle operazioni è avvenuta nel governatorato di Hebron (35 operazioni), seguita dai governatorati di Gerusalemme (29) e Ramallah (14).

Il 28 dicembre, l’esercito israeliano ha interdetto ai veicoli, per cinque giorni, l’ingresso principale al Campo profughi di Al Fawwar (Hebron). La chiusura è conseguita a scontri con residenti, verificatisi nelle vicinanze del Campo. Di conseguenza, per circa 20.000 residenti del Campo e dei villaggi vicini è stato reso problematico l’accesso ai servizi e ai mezzi di sussistenza.

In Area C e Gerusalemme Est, citando la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato otto strutture, sfollando 26 persone e creando ripercussioni su altre 29. Cinque di queste strutture, di cui tre precedentemente fornite come assistenza umanitaria, sono state demolite o sequestrate in due Comunità di pastori situate in aree chiuse dalle autorità israeliane e destinate all’addestramento militare e ad “esercitazioni a fuoco”. Le altre tre strutture erano situate a Gerusalemme Est. Nel 2019, in Cisgiordania, sono state demolite o sequestrate 621 strutture palestinesi, la maggior parte per mancanza di permessi [edilizi israeliani], sfollando 914 palestinesi. Rispetto al 2018, questi numeri rappresentano rispettivamente un aumento del 35% (delle demolizioni o sequestri) e del 95% (delle persone sfollate).

Il 2 gennaio, nell’area di Massafer Yatta, nel sud di Hebron, le autorità israeliane hanno sequestrato un veicolo 4×4 utilizzato per il trasporto di personale medico e di attrezzature (presidio sanitario mobile). L’equipaggio del veicolo è stato trattenuto per alcune ore. Senza questo presidio mobile, i residenti sono costretti a percorrere lunghe distanze per accedere ai servizi di assistenza sanitaria di base. I motivi del sequestro del veicolo, fornito dal Ministero della Salute palestinese, rimangono poco chiari. Massafer Yatta è designata [da Israele] “zona per esercitazioni a fuoco” ed i suoi 1.300 residenti rischiano il trasferimento forzato.

Il 1° gennaio, nel villaggio di Al Jaba (Betlemme), le autorità israeliane hanno sradicato 147 ulivi, colpendo mezzi di sostentamento di otto famiglie palestinesi. Secondo le autorità israeliane, gli alberi, che avevano 25-30 anni, si trovavano in un’area designata [da Israele] “terra di stato”. Una delle famiglie colpite ha riferito che è ancora pendente una “opposizione allo sradicamento” presentata all’Amministrazione civile israeliana.

Il 5 gennaio, nella zona H2 della città di Hebron, controllata da Israele, coloni israeliani hanno fatto irruzione in una casa palestinese, dove hanno aggredito fisicamente e ferito un ragazzo palestinese di 17 anni. La casa (un appartamento) si trova in un edificio che è stato rilevato da coloni nel 2017. L’unica famiglia palestinese rimasta nell’edificio ha riferito di continue molestie.

Secondo fonti israeliane, su strade della Cisgiordania, una ragazza e un uomo israeliani sono rimasti feriti e almeno otto veicoli israeliani sono stati danneggiati da pietre e, in un caso, da una bottiglia incendiaria, lanciati da palestinesi. Secondo quanto riferito, l’episodio che ha provocato i due ferimenti, è avvenuto il 6 gennaio vicino al villaggio di Azzun (Qalqiliya).

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali. Il neretto è di OCHAoPt.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Rapporto OCHA del periodo 10 – 23 dicembre 2019

Durante le manifestazioni della “Grande Marcia del Ritorno” (GMR), tenute nei pressi della recinzione perimetrale che separa la Striscia di Gaza da Israele, 129 palestinesi, tra cui 44 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane.

Secondo il Ministero palestinese della Salute di Gaza, 60 persone sono state ricoverate in ospedale per ferite, mentre le rimanenti sono state curate sul campo. Fonti israeliane hanno riferito che, in diverse occasioni, i manifestanti si sono avvicinati alla recinzione ed hanno lanciato ordigni esplosivi, senza provocare feriti israeliani. Le proteste del 13 e del 20 dicembre hanno fatto registrare il più basso numero di ferimenti dal marzo 2018, data di inizio della GMR.

In alcune occasioni, fazioni armate di Gaza hanno lanciato missili contro Israele che, a sua volta, ha effettuato attacchi aerei su Gaza, prendendo di mira, a quanto riferito, strutture militari. Nessuno degli attacchi ha provocato vittime. A Gaza, circa 10 edifici residenziali, prossimi agli obiettivi citati sopra, hanno subito lievi danni.

Il 19 dicembre, secondo quanto riferito in risposta al lancio di un razzo, Israele ha ridotto da 15 a 10 miglia nautiche (NM) la zona di pesca consentita [ai palestinesi] al largo della costa meridionale di Gaza; il limite di 15 miglia è stato poi ripristinato il 23 dicembre. Sulla costa settentrionale rimangono immutate le restrizioni di pesca imposte da Israele; qui la distanza massima consentita dalla costa è di sei miglia nautiche. Durante il periodo in esame, al largo della costa di Gaza le forze israeliane hanno aperto il fuoco verso pescatori palestinesi in almeno sette occasioni; non risultano feriti, ma una barca è stata affondata.

L’esercito israeliano ha riferito che a Gaza, il 17 dicembre, ad est di Khan Younis, un palestinese 18enne armato è stato colpito e ucciso dalle forze israeliane mentre si stava avvicinando alla recinzione. Il giovane non è stato riconosciuto da alcuna fazione armata e il suo corpo è stato trattenuto dalle autorità israeliane. In un altro caso, le forze israeliane hanno sparato e ferito, e successivamente arrestato, un palestinese che era entrato in Israele attraverso la recinzione; secondo quanto riferito era in possesso di un coltello.

In almeno altre 15 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco [di avvertimento] allo scopo di far rispettare le restrizioni di accesso [imposte da Israele ai palestinesi] sulle aree [di Gaza] adiacenti alla recinzione perimetrale; non sono stati segnalati feriti. Le forze israeliane hanno effettuato una incursione [nella Striscia] ed hanno svolto una operazione di spianatura del terreno vicino alla recinzione. In due episodi separati, vicino alla recinzione perimetrale tra Gaza e Israele, sono stati arrestati quattro palestinesi, tra cui tre minori.

Il 22 dicembre, le autorità israeliane hanno annunciato che, in occasione delle festività natalizie, avrebbero agevolato l’accesso dei residenti cristiani di Gaza e della Cisgiordania ai luoghi sacri di Gerusalemme Est e Betlemme. Secondo lo stesso annuncio, i permessi per uscire da Gaza ed entrare in Gerusalemme Est (destinati ai titolari di documento di identità della Cisgiordania) consentiranno agli interessati di dover sostenere unicamente il controllo di sicurezza individuale, indipendentemente dalla loro età. Secondo la consueta politica israeliana nei confronti di Gaza, avrebbero invece ottenuto permessi di uscita solo palestinesi appartenenti a determinate categorie ben definite, fermo restando il controllo di sicurezza individuale.

In Cisgiordania, in diverse circostanze, sono stati feriti dalle forze israeliane 14 palestinesi, tra cui almeno tre minori [segue dettaglio]. Nella zona di Tulkarm, in tre diverse occasioni, le forze israeliane hanno sparato con armi da fuoco ed hanno ferito sei palestinesi; ne hanno aggredito fisicamente altri due che, a quanto riferito, per motivi di lavoro avevano tentato di entrare in Israele valicando la Barriera, senza permesso e attraverso aperture non autorizzate. Altri quattro ferimenti sono stati segnalati durante scontri avvenuti nel corso di operazioni di ricerca-arresto. Un altro palestinese di 16 anni è stato colpito e ferito con arma da fuoco sulla strada 60, vicino a Betlemme; a quanto riferito, stava per lanciare una bottiglia incendiaria contro veicoli israeliani; il ragazzo è stato successivamente arrestato.

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno effettuato un totale di 154 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 146 palestinesi, tra cui almeno 17 minori. Il maggior numero di operazioni è stato registrato nel governatorato di Gerusalemme (41) (principalmente nel quartiere di Al ‘Isawiya a Gerusalemme Est), seguito dai governatorati di Ramallah (34) e Hebron (27).

In Area C e Gerusalemme est, citando la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o costretto le persone ad autodemolire 29 strutture, sfollando 45 persone e creando ripercussioni su altre 100. Dodici delle strutture prese di mira, di cui cinque precedentemente fornite come assistenza umanitaria, si trovavano nei governatorati di Tubas, Nablus e Gerico, presso tre Comunità di pastori situate in aree designate come “zone per esercitazioni a fuoco” e destinate [da Israele] all’addestramento militare. In Cisgiordania nel 2019, finora, sono state demolite o sequestrate 617 strutture, sfollando 898 palestinesi; queste cifre rappresentano rispettivamente un aumento del 35% (strutture) e del 92% (sfollati), rispetto al corrispondente periodo del 2018. Oltre il 20% di tutte le strutture prese di mira nel 2019 e circa il 40% di tutte le strutture di sostegno finanziate da donatori, si trovavano in “zone per esercitazioni a fuoco”; questa denominazione viene attribuita a circa il 30% dell’Area C.

Durante una delle demolizioni in una “zona per esercitazioni a fuoco” ad est di Nablus, le forze israeliane hanno sradicato o tagliato circa 2.500 alberi forestali e alberelli. Gli alberi facevano parte di un’area ricreativa (anche descritta dai palestinesi come una “riserva naturale”) fruibile da circa 14.000 residenti della vicina città di Beit Furik e della Comunità di pastori di Khirbet Tana. Quest’area era stata attivata con il sostegno del Ministero dell’Agricoltura palestinese e di una Organizzazione internazionale. In Area C, questa è la terza area ricreativa distrutta nel 2019.

Il 10 dicembre, circa 80 agricoltori palestinesi di tre villaggi del governatorato di Salfit hanno perso il diritto di accesso alla loro terra situata dietro la Barriera della Cisgiordania; infatti le autorità israeliane hanno confiscato i loro permessi di ingresso. L’episodio si è verificato al cancello della Barriera che porta ai terreni degli agricoltori, secondo i quali non è stata data loro alcuna motivazione. Il 5 dicembre, gli agricoltori di questi tre villaggi avevano presentato una petizione alla Corte Suprema di Israele contro la abituale trascuratezza delle autorità nell’apertura del cancello all’ora prevista.

In otto attacchi di coloni israeliani, quattro palestinesi sono rimasti feriti e circa 330 alberi di ulivo e sette veicoli sono stati danneggiati [segue dettaglio]. Nella Zona (H2) della città di Hebron, controllata da Israele, tre donne palestinesi sono state aggredite con spray al peperoncino e ferite. Nei pressi dell’insediamento colonico avamposto [cioé, non autorizzato da Israele] di Ibei Hanahal (Betlemme), un pastore palestinese che stava pascolando le sue pecore è stato attaccato e ferito da un cane sguinzagliato da coloni. Presso i villaggi di Al Khadr (Betlemme) e Al Mughayyir (Ramallah), assalitori (ritenuti coloni) hanno vandalizzato circa 330 alberi di ulivo; questo episodio si è verificato in un’area in cui i palestinesi, per accedere alla loro terra, devono richiedere una autorizzazione alle autorità israeliane. In altri due episodi verificatisi nel villaggio di Far’ata (Qalqiliya) e nella Zona H2 della città di Hebron, coloni israeliani hanno dato fuoco a due veicoli palestinesi, hanno forato le gomme di altri due ed hanno spruzzato scritte tipo “Questo è il prezzo da pagare”. Altri tre veicoli palestinesi, in transito su strade principali, sono stati colpiti da pietre e danneggiati.

Secondo resoconti di media israeliani, nel corso di sette episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi, verificatisi su strade prossime a Betlemme, Hebron, Gerusalemme e Ramallah, un israeliano è stato ferito e almeno otto veicoli sono stati danneggiati.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali. Il neretto è di OCHAoPt.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

 




La Corte Penale internazionale (CPI) avvierà un’indagine approfondita sui crimini di guerra israeliani.

Redazione di MEE

20 dicembre Middle East Eye

Le associazioni palestinesi e israeliane per i diritti umani salutano la decisione della procuratrice della Corte Penale Internazionale di aprire un’indagine ufficiale

La procuratrice capo della Corte Penale Internazionale ha dichiarato che aprirà un’indagine approfondita su presunti crimini di guerra nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme est, e nella Striscia di Gaza, un annuncio che è stato accolto favorevolmente dai palestinesi ma che ha suscitato una forte critica da Israele.

“Sono persuasa che ci sia una base ragionevole per procedere a un’indagine sulla situazione in Palestina”, ha detto venerdì Fatou Bensouda in un comunicato.

“In breve, sono convinta del fatto che i crimini di guerra siano stati commessi o si stiano commettendo in Cisgiordania, tra cui Gerusalemme est e nella Striscia di Gaza”.

Bensouda ha aggiunto che prima di aprire l’ indagine avrebbe chiesto al tribunale dell’Aja di pronunciarsi sui territori sui quali è competente, poiché Israele non è membro della Corte.

La questione della giurisdizione del tribunale deve essere risolta prima che la CPI possa procedere alle indagini.

Un’indagine approfondita da parte della CPI può comportare accuse contro singoli. Gli Stati non possono essere processati.

Questa fondamentale questione dovrebbe essere decisa ora e il più rapidamente possibile nell’interesse delle vittime e delle comunità colpite “, ha detto Bensouda.

Ha aggiunto che “non ci sono ragioni sostanziali per credere che un’indagine non servirebbe a fare giustizia”.

Il 5 dicembre, dopo cinque anni di indagini preliminari ed esame di prove di violenti azioni israeliane contro i palestinesi, la CPI ha pubblicato un rapporto.

La CPI ha esaminato le prove relative al conflitto tra Israele e Gaza del 2014,in cui sono morti 2.251 palestinesi, di cui la maggior parte erano civili e 74 israeliani, la maggior parte dei quali soldati.

L’annuncio è stato accolto con favore dalla leadership palestinese come un “passo atteso da tempo”.

“La Palestina si compiace di questo … come passo atteso da tempo per far avanzare il processo verso un’indagine, dopo quasi cinque lunghi e difficili anni di esame preliminare”, si afferma in una dichiarazione del ministero degli Esteri

Anche Hanan Ashrawi funzionara palestinese di alto livello, ha accolto con favore l’annuncio, affermando che i palestinesi “hanno fatto affidamento sulla Corte Penale Internazionale”.

“Israele deve essere ritenuto responsabile”

Mohammed Bassem, un attivista della Cisgiordania occupata, ha dichiarato a Middle East Eye di sostenere la decisione della CPI.

“Penso che sarà una buona opportunità per discutere della colonizzazione della Palestina e di come Israele ha portato avanti la sua occupazione”, ha detto Bassem.

Tuttavia ha affermato che alcuni palestinesi sono scettici sul fatto che l’inchiesta porti a risultati concreti.

“Siamo anche preoccupati di cosa si occuperà effettivamente l’indagine “, ha detto Bassem. “Per esempio l’inchiesta non seguirà le questioni dei rifugiati e il loro diritto al ritorno e questo è preoccupante, perché è una delle maggiori questioni al centro di ciò che riguarda il conflitto, e sappiamo che, a tal proposito, la Corte non farà nulla “.

In seguito all’annuncio di Bensouda, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si è scagliato contro quello che ha definito “un giorno oscuro per la verità e per la giustizia”.

“La Corte non ha giurisdizione in questo caso. La CPI ha giurisdizione solo sulle petizioni presentate da Stati sovrani. Ma non c’è mai stato uno Stato palestinese”, ha detto Netanyahu in un comunicato.

Nel contempo anche il procuratore generale israeliano Avichai Mandelblit si è opposto alla decisione della CPI, affermando che la Corte non ha la giurisdizione per processare [cittadini] israeliani per crimini di guerra.

“Solo gli Stati sovrani possono delegare alla Corte la giurisdizione penale. Ai sensi del diritto internazionale e dello statuto istitutivo della Corte l’Autorità Nazionale Palestinese chiaramente non soddisfa i criteri di statualità”, ha affermato Mandelblit.

L’Autorità Nazionale Palestinese è riconosciuta come uno Stato non membro dalle Nazioni Unite, il che le consente di firmare trattati e godere della maggior parte delle prerogative, in modo simile agli Stati membri a pieno titolo.

Nel 2015 l’ANP ha firmato lo Statuto di Roma che governa la CPI. Alcuni Paesi, tra cui gli Stati Uniti e Israele, non sono firmatari e pertanto sono protetti dall’accusa all’Aja per crimini di guerra.

Il centro legale per i diritti delle minoranze arabe [palestinesi ndt] in Israele “Adalah” ha accolto con favore la decisione della CPI, affermando di ritenere che la Corte “abbia la piena giurisdizione per decidere sui casi penali in questione”

“Sulla base dei numerosi rapporti delle organizzazioni per i diritti umani e delle commissioni d’inchiesta delle Nazioni Unite nel corso degli anni, il procuratore della CPI, alla luce dei fatti, ha preso la giusta decisione”, ha scritto Adalah in un comunicato venerdì. Ha aggiunto che “nessun’ altra decisione avrebbe potuto essere possibile”.

Anche B’Tselem, un’associazione israeliana per i diritti umani, ha affermato che la decisione di aprire un’indagine “è stato l’unico possibile risultato derivante dai fatti”.

In una dichiarazione dell’associazione si afferma che “alle acrobazie legali di Israele nel tentativo di nascondere i propri crimini non deve essere consentito di bloccare i tentativi giudiziari internazionali, che finalmente se ne stanno occupando”.

(Traduzione dall’inglese di Carlo Tagliacozzo)

 




Rapporto OCHA del periodo 26 novembre – 9 dicembre 2019

Nella Striscia di Gaza, ad est di Khan Yunis, le forze israeliane hanno sparato, uccidendo un ragazzo palestinese 16enne e ferendo altri otto palestinesi, tra cui sei minori.

L’episodio è avvenuto venerdì 29 novembre, quando un gruppo di giovani si è avvicinato alla recinzione perimetrale israeliana che circonda Gaza, scontrandosi con le forze israeliane. Secondo fonti israeliane, i giovani avevano bruciato pneumatici e lanciato pietre ed ordigni esplosivi contro i soldati israeliani.

Sempre nei pressi della recinzione perimetrale che circonda Gaza, altri 90 palestinesi, tra cui 36 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane durante le dimostrazioni della “Grande Marcia del Ritorno” (GMR); queste sono riprese il 6 dicembre, dopo una pausa di tre settimane. Secondo il Ministero della Salute Palestinese di Gaza, quarantaquattro [dei 90] feriti sono stati ricoverati in ospedale. Fonti israeliane hanno riferito che, in diverse occasioni, i manifestanti si sono avvicinati alla recinzione ed hanno lanciato contro le forze israeliane ordigni esplosivi e bottiglie incendiarie; nessun israeliano è rimasto ferito. Dal 30 marzo 2018, data di inizio della GMR, durante le proteste le forze israeliane hanno ucciso 213 palestinesi (tra cui 47 minori).

Il cessate il fuoco, concordato a metà novembre, è stato generalmente rispettato ma, in alcune occasioni, le fazioni armate di Gaza hanno lanciato missili contro la regione meridionale di Israele che, a sua volta, ha effettuato attacchi aerei su Gaza, colpendo siti militari e aree aperte e provocando il ferimento di due palestinesi, tra cui una donna. Nelle città di Gaza e Rafah numerosi siti militari, case e strutture civili hanno subito danni. Il 29 novembre, un membro di un gruppo armato è deceduto in conseguenza delle ferite riportate durante l’ultimo confronto armato; sale quindi a 36 il numero di vittime palestinesi degli scontri del 12-14 novembre (nella cifra sono inclusi almeno 14 civili, di cui otto minori).

In almeno 13 occasioni, non riferibili a proteste e scontri, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento allo scopo di far rispettare [ai palestinesi] le restrizioni di accesso [imposte da Israele] sulle aree di Gaza adiacenti alla recinzione perimetrale ed al largo della costa. Non sono stati segnalati feriti. Vicino alla recinzione perimetrale le forze israeliane hanno arrestato due uomini; secondo quanto riferito, stavano tentando di entrare in Israele.

Il 30 novembre, nel villaggio di Beit ‘Awwa (Hebron), le forze israeliane hanno sparato e colpito mortalmente un giovane palestinese di 18 anni; secondo quanto riferito, aveva lanciato una bottiglia incendiaria contro una pattuglia militare israeliana; il cadavere è stato trattenuto dalle autorità israeliane. Durante lo stesso episodio sono stati arrestati altri due palestinesi, tra cui un minore.

In Cisgiordania, durante molteplici proteste e scontri, sono stati feriti dalle forze israeliane altri 181 palestinesi, tra cui almeno 18 minori. Oltre la metà dei [181] ferimenti è stata registrata il 26 novembre, durante le proteste contro una recente dichiarazione del Segretario di Stato americano, attestante la legalità degli insediamenti israeliani. Le proteste erano anche connesse alla morte di un prigioniero palestinese, malato di cancro e detenuto in un carcere israeliano, oltre che in solidarietà con i prigionieri palestinesi in sciopero della fame nelle carceri israeliane. Funzionari palestinesi hanno attribuito la morte del detenuto a negligenza medica. La maggior parte dei rimanenti ferimenti è stata registrata durante operazioni di ricerca-arresto, durante le ricorrenti dimostrazioni tenute nel villaggio di Kafr Qaddum (Qalqiliya) contro le restrizioni di accesso, e nel corso di altri scontri scoppiati localmente. Di tutti i ferimenti, circa il 76% è da attribuire ad inalazione di gas lacrimogeni richiedenti cure mediche e il 19% a proiettili di gomma.

A Hebron City, le tensioni sono aumentate dopo che, il 1° dicembre, le autorità israeliane hanno annunciato la loro intenzione di abbattere un ex mercato palestinese, chiuso nel 1994 per ordine militare israeliano; l’area sarebbe destinata alla costruzione di un nuovo insediamento colonico israeliano. In risposta, il 9 dicembre, i palestinesi hanno messo in atto uno sciopero generale (negozi e scuole compresi) ed hanno effettuato una protesta cittadina che si è evoluta in scontri con le forze israeliane e conseguente ferimento di tre palestinesi. Per diverse ore l’accesso dei palestinesi all’area della città in cui si trovano gli insediamenti israeliani è stato soggetto a restrizioni. In tale area le politiche e le pratiche israeliane hanno comportato lo sfollamento forzato di palestinesi dalle loro case e un peggioramento delle condizioni di vita di coloro che vi rimangono.

Nel corso di 11 distinti episodi, oltre 800 alberi e 200 veicoli di proprietà palestinese sono stati vandalizzati; si ritiene ad opera di coloni israeliani. Non sono stati riportati ferimenti di palestinesi. In concomitanza con la fine della stagione dell’annuale raccolta delle olive, sono stati registrati danneggiamenti di alberi (soprattutto ulivi) nei villaggi di Sebastiya (Nablus), Al Khadr (Betlemme) e As Sawiya (Nablus). In quest’ultimo villaggio (attaccato due volte in tre giorni), coloni israeliani hanno installato una tenda vicino al terreno preso di mira. Dall’inizio del 2019, oltre 7.500 alberi di proprietà palestinese sono stati vandalizzati, secondo quanto riferito, da coloni israeliani. Il 9 dicembre, nel quartiere Shu’fat di Gerusalemme Est, aggressori hanno tagliato le gomme di 189 auto palestinesi ed hanno imbrattato i muri di diversi edifici con scritte, in ebraico, tipo “questo è il prezzo”. Altri veicoli sono stati vandalizzati o incendiati nei villaggi di Khallet Sakariya (Betlemme), Deir Ammar e At Tayba (entrambi a Ramallah).

Citando la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito 22 strutture di proprietà palestinese in Area C ed una in Gerusalemme Est, sfollando 49 persone e creando ripercussioni su altre 800. La metà delle strutture demolite in Area C era stata precedentemente fornita come assistenza umanitaria. Quattro delle località, colpite dalla demolizione di dieci strutture, sono Comunità beduine palestinesi situate all’interno, o nel circondario, di un’area destinata [da Israele] all’espansione degli insediamenti colonici (piano “E1”); sono pertanto a rischio di trasferimento forzato. Altre otto delle strutture demolite erano localizzate in aree [da Israele] dichiarate chiuse e destinate all’addestramento militare israeliano (“zone per esercitazioni a fuoco”); oltre il 20% di tutte le strutture prese di mira finora nel 2019 erano situate in zone “per esercitazioni a fuoco”; esse coprono circa il 30% dell’area C.

Il 28 novembre, nel villaggio di Beit Kahil (Hebron), in Area B, [amministrazione palestinese e controllo militare israeliano] le forze israeliane hanno demolito “per punizione” quattro case e tre cisterne d’acqua, sfollando 15 persone, tra cui sei minori. Le strutture appartengono alle famiglie di quattro palestinesi accusati del rapimento e uccisione, nell’agosto 2019, di un soldato israeliano non in servizio. L’episodio ha innescato scontri con le forze israeliane: sei palestinesi, tra cui due minori, sono stati feriti. Finora, quest’anno, questo è il settimo caso di demolizione “punitiva” giustificato da “necessità di deterrenza”. Le demolizioni punitive sono illegali ai sensi del Diritto internazionale.

Secondo media israeliani, almeno sei veicoli israeliani sono stati colpiti con pietre e danneggiati da palestinesi. Gli episodi sono avvenuti su strade vicino ai villaggi di Tuqu’, Al Khader (entrambi a Betlemme), Beit Ummar (Hebron) e Huwwara (Nablus) e al Campo [profughi] di Al Aroub (Hebron).




Quest’anno Israele ha ucciso quasi 3 palestinesi alla settimana

Maureen Clare Murphy

29 novembre 2019 – Electronic Intifada

Venerdì 29 novembre il sedicenne Fahd al-Astal è morto dopo essere stato colpito all’addome dalle forze di occupazione israeliane durante le proteste lungo il confine tra Gaza e Israele.

Lo stesso giorno, Raed Rafiq Ahmad al-Sirsawi, 30 anni, è morto per le ferite riportate il 13 novembre nel corso della spirale di violenza israeliana contro Gaza.

Le loro morti portano a 132 il numero totale di palestinesi deceduti finora nel corso dell’anno a causa del fuoco israeliano. Ciò equivale a una media di quasi tre morti alla settimana.

Nel contempo un totale di 10 israeliani sono morti nello stesso periodo a causa della violenza palestinese.

Tredici volte più palestinesi che israeliani sono morti quest’anno per la violenza legata all’occupazione.

 

Prigioniero muore sotto custodia israeliana

Ma questa cifra non include i palestinesi che sono morti nelle carceri israeliane, tra cui Sami Abu Diyak, che martedì 26 novembre si è arreso al cancro [mentre era sotto la] custodia di Israele, fra le accuse di anni di mancanza di cure mediche.

Abu Diyak quest’anno è il quinto palestinese a morire nelle prigioni israeliane.

Contribuiscono alle morti palestinesi non comprese nelle statistiche della mortalità legata al conflitto anche le restrizioni agli spostamenti [inflitte] da Israele.

Tra questi casi vi sono [quelli dei] palestinesi morti in attesa del permesso di viaggio per [essere sottoposti] a cure mediche non disponibili nella Striscia di Gaza assediata.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità riferisce che in ottobre Israele ha accolto solo il 58% delle oltre 1.750 domande presentate dai palestinesi di Gaza bisognosi di cure mediche in Israele e in Cisgiordania.

L’ organizzazione sanitaria internazionale ha anche affermato che il tasso di permessi concessi da Israele per i palestinesi feriti durante le proteste lungo il confine Gaza-Israele è molto più basso del tasso complessivo di concessioni. Da quando la Grande Marcia del Ritorno di Gaza è iniziata il 30 marzo 2018, è stato autorizzato solo il 18% delle domande di cure mediche in Israele e in Cisgiordania per i feriti nel corso delle proteste.

 

Trattamenti crudeli verso i pazienti

[Il caso di] una paziente preso in esame dall’Organizzazione Mondiale della Sanità illustra il trattamento crudele da parte di Israele nei confronti dei palestinesi a Gaza che richiedono cure mediche specialistiche.

Identificata dall’organizzazione sanitaria mondiale come Sherehan, una donna di 33 anni madre di quattro figli, la paziente è stata indirizzata dai medici di Gaza ad un ospedale nella città di Ramallah, in Cisgiordania, per cure mediche specialistiche dopo averle riscontrato un tumore addominale in crescita.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità “per Sherehan questo significava [dover] richiedere che Israele le rilasciasse un permesso per uscire da Gaza. Dal suo primo rinvio, al momento [Sherehan] ha fatto per 12 volte richiesta per [poter] uscire da Gaza per l’assistenza sanitaria e ogni volta senza successo.”

Le è stato negato un permesso otto volte, mentre in tre occasioni alla data del suo appuntamento la sua domanda è risultata “in fase di studio”, e una volta le è stato detto che il trattamento di cui aveva bisogno era disponibile a Gaza.

“Secondo il Ministero della Salute di Gaza, la complessa assistenza multidisciplinare richiesta per Sherehan non è disponibile localmente”, afferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Sherehan ha dichiarato all’organizzazione: “Ho sofferto un anno di malattia, ma negli ultimi tre mesi mi sono sentita così abbattuta e depressa. Il tumore sta diventando più grande e i miei sintomi stanno peggiorando. Non dispongo di cure, solo di antidolorifici.”

Pur negando ai palestinesi come Sherehan l’accesso alle cure mediche necessarie, l’esercito israeliano si vanta dei suoi soldati che donano i capelli ai malati di cancro.

Il COGAT [coordinamento delle attività governative nei territori, ndtr.], il braccio burocratico dell’occupazione militare israeliana che si occupa delle autorizzazioni per le domande di viaggio presentate da pazienti come Sherehan, si è lamentato del rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Secondo il COGAT, in ottobre è stato accolto solo il 51% di tutte le domande di pazienti, il che è inferiore alla cifra del 58% fornita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Diamo a Cesare quel che è di Cesare – almeno il COGAT desidera essere riconosciuto come più crudele di quanto suggeriscono i rapporti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

 

Maureen Clare Murphy è redattrice associata di The Electronic Intifada e vive a Chicago.

 

(traduzione dall’Inglese di Aldo Lotta)




Come i media occidentali permettono a Israele di farla franca su Gaza

Ramzy Baroud

16 novembre, 2019 Middle East Monitor

Un attacco israeliano a Gaza era imminente e non a causa di qualche provocazione da parte di gruppi palestinesi nella impoverita e assediata striscia di Gaza. L’escalation dell’esercito israeliano era prevedibile perché si colloca perfettamente nel controverso scenario politico israeliano. La guerra non era una questione di “se”, ma di “quando”.

La risposta è arrivata il 12 novembre quando l’esercito israeliano ha lanciato un grave attacco contro Gaza, uccidendo il comandante della Jihad islamica Bahaa Abu al-Ata e la moglie Asma.

Sono seguiti altri attacchi contro quelle che l’esercito israeliano ha descritto come basi della Jihad islamica. Comunque le identità delle vittime, insieme a video incriminanti sui social media, foto e resoconti di testimoni indicano che sono stati bombardati anche civili e distrutte infrastrutture civili.

Quando il 14 novembre è stata annunciata la tregua, durante l’aggressione israeliana erano stati uccisi 32 e feriti oltre 80 palestinesi.

Quello che veramente ostacola ogni seria discussione sull’orrenda situazione a Gaza è la blanda reazione sia delle organizzazioni internazionali, che esistono con il solo scopo di mantenere la pace nel mondo, che dei principali media occidentali, che incessantemente celebrano la propria accuratezza ed imparzialità. Una reazione estremamente deludente alla violenza israeliana è stata quella di Nickolay Mladenov, il coordinatore speciale ONU per il processo di pace in Medio Oriente.

Mladenov, il cui compito da tempo avrebbe dovuto essere considerato inutile dato che non esiste al momento alcun “processo di pace”, ha espresso la sua “preoccupazione” circa la “seria e costante escalation fra la Jihad islamica palestinese e Israele”.

La dichiarazione di Mladenov non solo stabilisce un’equivalenza morale fra una potenza di occupazione, che per prima ha provocato la guerra, e un piccolo gruppo di poche centinaia di uomini armati, ma è anche disonesta.

Il lancio indiscriminato di razzi e colpi di mortaio contro centri abitati è assolutamente inaccettabile e deve cessare immediatamente” ha aggiunto Mladenov, dando grande enfasi al fatto che “non c’è alcuna giustificazione per degli attacchi contro civili”.

Sorprendentemente Mladenov si stava riferendo ai civili israeliani, non a quelli palestinesi. Quando questa dichiarazione è stata rilasciata ai media, c’erano già decine di civili palestinesi feriti e uccisi mentre i reportage dei media israeliani parlavano dei pochi israeliani che erano stati curati per “ansia”.

L’Unione Europea non ha fatto molto di meglio, ripetendo la solita reazione automatica americana di condanna “al fuoco di fila di attacchi di razzi che penetrano profondamente in territorio israeliano”.

Non è possibile che Mladenov e i vertici dei responsabili della politica estera dell’UE non capiscano correttamente il contesto politico dell’ultimo massacro israeliano, cioè che il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu sotto attacco sta usando l’escalation militare per rafforzare il suo controllo sul potere che si sta sempre più indebolendo.

Tenendo presente questo, cosa si deve pensare della scadente copertura mediatica, delle analisi inadeguate e dell’assenza di servizi equilibrati sui principali media occidentali?

In un servizio diffuso dalla BBC il 13 novembre, l’emittente britannica ha parlato di “violenza alla frontiera fra Israele e i militanti a Gaza”.

Ma Gaza non è un Paese indipendente e, secondo le leggi internazionali, è ancora occupata da Israele. Israele ha dichiarato Gaza un “territorio ostile” nel settembre 2007, stabilendo arbitrariamente un “confine” fra il Paese e il territorio palestinese assediato. Per qualche ragione la BBC pensa che questa definizione sia accettabile.

Dal canto suo, il 13 novembre la CNN ha riportato che “la campagna militare israeliana contro la Jihad islamica” è al suo secondo giorno, enfatizzando la condanna ONU degli attacchi con i razzi.

La CNN, come la maggior parte degli altri principali media americani, riporta le campagne militari israeliane come parte integrante di una immaginaria “guerra al terrorismo”. Perciò analizzare il linguaggio dei principali media USA allo scopo di sottolineare e enfatizzare i suoi errori e pregiudizi è un esercizio inutile. Purtroppo, i pregiudizi USA sulla Palestina si sono estesi ai media principali in quei Paesi europei che erano, in parte, più imparziali, se non più solidali con la situazione dei palestinesi.

Lo spagnolo El Mundo, per esempio, ha parlato di un certo numero di palestinesi, avendo cura di sottolineare che erano “quasi tutti miliziani” che sono “morti” e non che “erano stati uccisi” dall’esercito israeliano.

L’escalation ha fatto seguito alla morte del leader del braccio armato di Gaza” ha riportato El Mundo, omettendo, ancora una volta, di identificare i responsabili di queste morti apparentemente misteriose.

La Repubblica, che in Italia è considerata una testata di “sinistra”, sembrava più un giornale israeliano di destra nella sua descrizione degli eventi che hanno portato alla morte e al ferimento di molti palestinesi. Il quotidiano italiano ha usato una sequenza degli avvenimenti inventata che esiste solo nella mente dell’esercito e dei responsabili politici israeliani.

La violenza continua. Secondo “The Jerusalem Post” (un giornale israeliano di destra) e l’esercito israeliano parecchi razzi sono stati lanciati dai (miliziani) della Jihad islamica di Gaza verso Israele, violando la breve tregua”.

Resta poco chiaro a quale “tregua” si riferisse La Repubblica.

Il francese Le Monde ha fatto lo stesso, riportando le stesse frasi israeliane, fuorvianti e stereotipate e enfatizzando le dichiarazioni dell’esercito e del

governo israeliano. Stranamente la morte e il ferimento di molti palestinesi a Gaza non merita un posto sulla homepage del giornale francese.

Invece si è scelto di dare evidenza a una notizia relativamente poco importante, in cui Israele denunciava la definizione di prodotti delle colonie illegali come “discriminatoria”.

Forse si sarebbero potute scusare queste mancanze giornalistiche e morali ad ampio raggio se non fosse per il fatto che la storia di Gaza è stata una di quelle più ampiamente riportate ovunque nel mondo da oltre un decennio.

È ovvio che i “i quotidiani più importanti” occidentali non hanno volutamente fatto dei reportage onesti su Gaza e hanno intenzionalmente nascosto la verità ai loro lettori per molti anni, per non offendere la sensibilità del governo israeliano e dei suoi potenti alleati e lobby.

Se non si può che deplorare la morte del buon giornalismo in Occidente, è anche importante riconoscere con grande ammirazione il coraggio e i sacrifici dei giovani giornalisti e dei blogger di Gaza che, in più occasioni, sono stati presi di mira e uccisi dall’esercito israeliano per aver trasmesso la verità sulla situazione di emergenza dell’assediata, ma tenace Striscia.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale del Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Rapporto OCHA del periodo 29 ottobre – 11 novembre 2019 (due settimane)

Il 2 novembre, un civile palestinese 27enne è stato ucciso ed un altro è rimasto ferito durante una serie di attacchi aerei israeliani contro siti militari ed aree non urbane della Striscia di Gaza.

I due uomini sono stati colpiti a sud-ovest di Khan Younis; si trovavano all’interno di una struttura agricola che, secondo fonti israeliane, veniva utilizzata a scopi militari. Nei due giorni precedenti, un gruppo armato palestinese aveva lanciato verso la regione meridionale di Israele diversi missili; uno di questi aveva colpito un edificio nella città di Sderot, provocando danni.

Vicino alla recinzione israeliana che perimetra la Striscia di Gaza, sono proseguite le manifestazioni della “Grande Marcia del Ritorno”, durante le quali le forze israeliane hanno ferito 396 palestinesi, tra cui 171 minori. Secondo il Ministero della Salute palestinese, 102 di loro, tra cui 39 minori, sono stati colpiti con armi da fuoco. Fonti israeliane hanno riferito che contro le forze israeliane sono stati lanciati ordigni esplosivi improvvisati, bombe a mano e bottiglie incendiarie e che ci sono stati diversi tentativi di violare la recinzione; non sono state riportate vittime israeliane.

In almeno 30 occasioni, allo scopo di far rispettare [ai palestinesi] le restrizioni di accesso, le forze israeliane hanno aperto il fuoco nelle aree della Striscia di Gaza adiacenti alla recinzione perimetrale e, in mare, al largo della costa; non sono stati segnalati feriti. In un caso separato, due pescatori palestinesi sono stati arrestati e la loro barca è stata confiscata dalle forze navali israeliane. In un altro caso, le forze israeliane hanno arrestato un minore palestinese che avrebbe tentato di entrare in Israele attraverso la recinzione perimetrale. Le forze israeliane hanno anche compiuto tre incursioni [nella Striscia], effettuando operazioni di spianatura del terreno vicino alla recinzione perimetrale.

L’11 novembre, durante scontri all’ingresso del campo profughi di Al ‘Arrub (Hebron), le forze israeliane hanno sparato e ucciso un palestinese di 22 anni. Il Coordinatore Speciale delle Nazioni Unite, Nickolay Mladenov, ha dichiarato che le registrazioni video dell’uccisione mostrano che, al momento in cui gli hanno sparato, l’uomo ucciso non costituiva alcuna minaccia per le forze israeliane. Secondo resoconti di media israeliani, le autorità israeliane hanno avviato un’indagine penale sul caso. Gli scontri erano scoppiati durante una manifestazione che commemorava il 15° anniversario della morte del Presidente palestinese Yasser Arafat.

In Cisgiordania, durante molteplici proteste e scontri, 56 palestinesi, tra cui almeno 17 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane. Gli scontri più ampi sono stati registrati durante la summenzionata manifestazione nel campo di Al ‘Arrub; nel corso della protesta settimanale contro l’espansione degli insediamenti e le restrizioni di accesso a Kafr Qaddum (Qalqiliya) e durante una protesta nel villaggio di Surif (Hebron) contro la confisca della terra. Complessivamente, le forze israeliane hanno condotto 84 operazioni simili, tre delle quali hanno portato a scontri e a feriti.

Inoltre, 285 scolari e 35 insegnanti sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeni: nella Zona (H2) della città di Hebron, controllata da Israele, in tre diverse circostanze, le forze israeliane avevano sparato gas lacrimogeni e bombe sonore nei cortili di due complessi scolastici. Secondo varie fonti palestinesi, solo uno dei tre casi (il 3 novembre) era stato preceduto dal lancio di pietre contro le forze israeliane da parte di minori palestinesi.

Nel quartiere Al Isawiya di Gerusalemme Est, le operazioni di polizia hanno sconvolto, quasi quotidianamente, la vita di circa 18.000 palestinesi; la maggior parte di queste operazioni ha provocato scontri e arresti. Il 2 novembre, per protestare contro la violenza della polizia, il Comitato dei genitori ha dichiarato uno sciopero di due giorni in tutte le scuole del quartiere. Sebbene non sia stato possibile accertare il numero delle persone ferite durante gli scontri di cui sopra, c’è particolare preoccupazione per un bambino di otto mesi e una donna incinta che hanno inalato gas lacrimogeno. Diciannove residenti, tra cui sette minori, sono stati arrestati. Ad Al Isawiya, dallo scorso giugno, si registrano alti livelli di tensione e violenze.

Due palestinesi, un ragazzo 15enne e una donna di 37 anni, sono stati feriti dalle forze israeliane in due episodi separati: secondo quanto riferito, avevano tentato di aggredire con un coltello le forze israeliane; nessun israeliano è rimasto ferito. I due episodi sono avvenuti il 28 e il 30 ottobre, rispettivamente nella Città Vecchia di Gerusalemme e nella zona H2 della città di Hebron. I due sospetti autori sono stati arrestati. Vicino al villaggio di Qaffin (Tulkarm), le forze israeliane hanno sparato e ferito un palestinese che aveva tentato di attraversare la Barriera senza permesso.

In Area C e Gerusalemme Est, citando la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito, o costretto le persone a demolire, 19 strutture: 49 palestinesi sono stati sfollati mentre altri 61 hanno subìto ripercussioni di diversa entità [segue dettaglio]. Sei di queste strutture, di cui quattro precedentemente fornite come aiuti umanitari, si trovavano in Comunità di pastori situate in aree da Israele dichiarate chiuse e dedicate ad “addestramento a fuoco” delle forze armate israeliane. Altre tre strutture (tutte abitative) erano situate nelle Comunità beduine palestinesi ad est di Gerusalemme, vicino a un’area destinata all’espansione dell’insediamento colonico di Ma’ale Adummim (piano E1). Le rimanenti nove strutture sono state demolite a Gerusalemme Est, inclusa una casa in Al Isawiya, auto-demolita dai proprietari. Dall’inizio dell’anno ad oggi [11 novembre], il numero di strutture demolite (513) indica un incremento di quasi il 33%, rispetto al corrispondente periodo del 2018.

In diverse aree della Cisgiordania la raccolta delle olive è stata sconvolta dalla violenza di coloni israeliani che hanno danneggiato almeno 1.050 alberi e rubato diverse tonnellate di olive. Nove episodi documentati hanno avuto luogo [su terreni palestinesi] vicino ad insediamenti colonici; l’accesso dei palestinesi a questi luoghi è limitato e regolato dalle autorità israeliane. Le Comunità colpite includevano Qaryut, Burin, Al Lubban ash Sharqiya e Deir al Hatab (tutte a Nablus), Kafr Qaddum (Qalqiliya), Mas-ha (Salfit) e Umm Safa (Ramallah). Altri sette episodi che hanno visto coloni come protagonisti sono stati segnalati nei villaggi di Yatma, Sawiya e Burin (Nablus), Kafr Qaddum (Qalqiliya) e Yasuf (Salfit). La raccolta delle olive, che si svolge ogni anno tra ottobre e novembre, è un evento basilare per i palestinesi, sia da punto di vista economico che sociale e culturale.

Altri cinque attacchi di coloni hanno provocato ferimenti e danni a proprietà palestinesi. In tre di questi episodi, accaduti sulle strade della Cisgiordania, un palestinese è stato ferito e tre veicoli palestinesi hanno subito danni a seguito del lancio di pietre. In altri due casi, coloni israeliani hanno vandalizzato almeno 32 veicoli ed hanno spruzzato scritte tipo “Questo è il prezzo da pagare” su tre case nei villaggi di Tublas (Gerusalemme) e Qabalan (Nablus). A Qarawat Bani Hassan (Salfit), coloni israeliani avrebbero danneggiato una baracca e dato fuoco a 400 balle di fieno. Finora nel 2019, OCHA ha registrato 299 episodi in cui coloni israeliani hanno ucciso o ferito palestinesi o danneggiato loro proprietà; nei corrispondenti periodi dei due anni precedenti, gli episodi erano stati 213 nel 2018 e 124 nel 2017.

Media israeliani hanno riferito di sei episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli di coloni israeliani: due coloni sono rimasti feriti e diversi veicoli sono stati danneggiati. Finora, nel 2019, OCHA ha registrato 93 episodi in cui palestinesi hanno ucciso o ferito coloni o altri civili israeliani o danneggiato loro proprietà; quindi si registra un calo rispetto al numero di episodi verificatisi in periodi corrispondenti del 2018 (141 casi) e 2017 (211 casi).

¡

Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento)

Nelle prime ore del 12 novembre, l’aeronautica israeliana ha preso di mira e ucciso un comandante dell’ala armata del gruppo palestinese della Jihad islamica (PIJ) e sua moglie, mentre dormivano nella loro casa. L’episodio ha innescato, per circa 48 ore, un crescendo di ostilità tra Israele e varie fazioni armate palestinesi; ne è rimasta estranea Hamas. Secondo il Ministero della Salute palestinese (MoH), a Gaza, durante questi attacchi sono state uccise 34 persone, di cui 23 uomini, otto minori e tre donne. Delle vittime fanno parte otto persone appartenenti alla stessa famiglia; stando a quanto riferito, sono rimaste uccise durante un attacco diretto contro un agente PIJ di alto livello. Il MoH ha anche riferito che 111 palestinesi sono rimasti feriti, tra cui almeno 41 minori e 13 donne. In Israele, sarebbero state ricoverate in ospedale, in stato di shock o ferite in vario modo, 77 persone, incluse donne e bambini. La mattina del 14 novembre, con la mediazione delle Nazioni Unite e dell’Egitto, è stato annunciato un cessate il fuoco informale che, al momento, pare tenere.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




I lacrimogeni devastano le condizioni di vita a Gaza

Amjad Ayman Yaghi

6 novembre 2019 – The Electronic Intifada

Attraverso le sue fotografie Atia Darwish ha documentato come, nonostante il fatto di essere sottoposta a un brutale blocco israeliano, la gente di Gaza riesca ancora a trovare momenti di gioia.

La sua immagine di bambini palestinesi che mangiano un’anguria in spiaggia è stata ospitata in un’esposizione all’aperto che in settembre ha circolato in Libano.

Molti di quelli che si sono meravigliati dell’immagine probabilmente non erano a conoscenza del fatto che l’uomo che l’ha fotografata attualmente non può lavorare. Darwish ha perso parzialmente la vista – indispensabile per un fotografo – a causa di ferite inflittegli da Israele.

Il 14 dicembre dello scorso anno Darwish stava lavorando durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno nella zona orientale di Gaza. Stava scattando foto da circa mezz’ora quando è stato ferito da un candelotto lacrimogeno.

Darwish ha perso conoscenza. Quando l’ha riacquistata, si è ritrovato in terapia intensiva all’ospedale al-Shifa di Gaza City.

Il candelotto lo aveva colpito sotto l’occhio sinistro. Ha perso alcune ossa attorno all’occhio e anche la mascella è stata danneggiata.

L’occhio ha continuato a sanguinare per una settimana e il mio orecchio nei due giorni successivi,” dice.

Darwish teme di non poter recuperare la vista.

Nel febbraio di quest’anno è andato a farsi curare in Egitto. Lì un medico gli ha diagnosticato una fibrosi della retina e ha detto che non è curabile.

Posso solo essere sottoposto ad [un intervento di] chirurgia estetica,” dice Darwish. “Mi sento abbandonato. Il mondo non considera le bombe lanciate contro di noi da Israele come pericolose. Ma possono uccidere persone e i sogni dei nostri giovani.”

Darwish con l’occhio sinistro non può vedere a più di 15 cm. È anche diventato parzialmente sordo.

Il drammatico cambiamento del suo aspetto provocato dalla ferita lo ha scioccato. “Quando sono tornato a Gaza (dall’Egitto), mi sono sentito senza speranza guardando le vecchie foto di me su Facebook e Instagram,” dice. “Non sarò mai più così.”

Darwish spera di riprendere a lavorare come fotografo, facendo affidamento sul suo occhio destro. “Dovrò stare più attento,” afferma.

Non era la prima volta che Darwish veniva colpito da un candelotto lacrimogeno mentre fotografava la Grande Marcia del Ritorno.

Nel luglio dello scorso anno uno di questi candelotti lo ha colpito alla gamba destra. In seguito ha dovuto essere curato per le ustioni.

Non letali?

Le sue ferite sono tutt’altro che rare. Benché l’esercito israeliano descriva i lacrimogeni come “non letali”, queste armi hanno ucciso [dei] palestinesi.

Almeno sette persone sono morte perché colpite da candelotti lacrimogeni sparati da Israele durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno, iniziate il 30 marzo 2018. Quattro delle vittime erano minorenni.

Hasan Nofal è morto dopo essere stato colpito a febbraio da un lacrimogeno sparato verso i manifestanti. Aveva solo 16 anni.

Suo padre Nabil sta ancora cercando di capire cosa sia successo.

In un primo tempo, quando ha saputo che Hasan era stato ferito, Nabil non ha pensato che la ferita potesse essere troppo grave. Hasan si trovava ad una distanza sufficiente dalla barriera che separa Gaza da Israele, ha pensato Nabil.

Hasan è morto quattro giorni dopo essere stato portato in ospedale.

Mio figlio era innocente,” dice Nabil. “Israele sa che le bombe che lancia stanno uccidendo persone?”

Mentre la loro tragedia viene spesso ignorata dai mezzi di comunicazione occidentali, i manifestanti sono regolarmente feriti a Gaza. “Al Mezar”, un’organizzazione per i diritti umani, ha informato che solo il 25 ottobre 13 persone che hanno partecipato alla Grande Marcia del Ritorno sono state direttamente colpite da candelotti lacrimogeni. Ahmad Ammar, un ventitreenne di al-Shujaiyeh, un quartiere di Gaza City, è stato colpito da uno di questi candelotti a settembre. La bocca e la guancia destra sono rimaste gravemente ustionate, provocando danni a lungo termine al suo volto.

Ero lontano dalla barriera di confine,” dice Ammar. “Stavo bevendo un succo perché avevo la nausea a causa dei gas lacrimogeni, che hanno un forte odore. Quando ho iniziato lentamente ad allontanarmi ho sentito qualcuno gridarmi di stare attento alle bombe lacrimogene visibili vicino a me. Mi sono girato e improvvisamente sono stato colpito da una di loro.”

Disoccupato

Ammar ha perso conoscenza. “Quando mi sono risvegliato ero in ospedale,” racconta. “Alcuni dei miei amici erano vicino a me. Ho chiesto loro uno specchio per vedere la mia faccia, ma si sono rifiutati di darmelo.”

Ammar era solito vendere ortaggi in un mercato locale. Da quando è stato ferito non è tornato a lavorare. Non può pensare ad altro che alla sua ferita e ad ottenere una terapia correttiva. “Ho bisogno di una chirurgia estetica,” dice. “Sfortunatamente non si può avere a Gaza. Alcuni dottori mi hanno detto che qui non abbiamo le risorse necessarie. E fuori da Gaza è molto cara.”

I lacrimogeni che l’occupazione israeliana spara contro di noi uccidono i nostri sogni e le nostre speranze,” afferma. “Ogni giorno mi alzo e mi vedo allo specchio. Mi sento malissimo.”

Anche Mohammad Fseifes è rimasto disoccupato a causa delle ferite riportate durante una protesta a fine maggio.

Lavorava nelle costruzioni e nell’agricoltura nella zona di Khan Younis a Gaza. Da quando è rimasto ferito non è riuscito a trovare un lavoro.

Da circa cinque mesi ha frequenti dolori alla testa e stenta a dormire. Non si sente sufficientemente bene neppure per giocare a pallone.

Fseifes si trovava nei pressi della barriera di confine quando le truppe israeliane lo hanno colpito con un candelotto lacrimogeno. “Ricordo di essere caduto a terra,” dice. “Sei giorni dopo mi sono svegliato e ho visto mio padre. Ho forti dolori alla testa. Il medico mi ha detto che il mio cranio è stato fratturato.”

Sono molto triste quando mi guardo allo specchio,” aggiunge. “Il medico dice che posso essere operato al cranio, ma solo fuori da Gaza. Non so cosa ne sarà di me.”

Amjad Ayman Yaghi è un giornalista con sede a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 1- 14 ottobre 2019 (due settimane)

Il 4 ottobre, ad est di Jabalia (Gaza nord), vicino alla recinzione israeliana di Gaza, un palestinese 28enne è stato ucciso dalle forze israeliane durante una manifestazione della “Grande Marcia del Ritorno” (GMR).

Un altro palestinese, 20enne, è morto il 7 ottobre per le ferite riportate durante una protesta svolta nell’aprile 2019. Dal marzo 2018, data di inizio delle proteste GMR, sono stati complessivamente uccisi 210 palestinesi, tra cui 46 minori. Inoltre, nel corso delle proteste tenute durante il periodo di riferimento [1-14 ottobre], sono stati feriti dalle forze israeliane 261 palestinesi (di cui 127 minori); 48 di loro presentavano ferite di arma da fuoco. Fonti israeliane hanno riferito che contro le forze israeliane sono stati lanciati ordigni esplosivi improvvisati, bombe a mano e bottiglie incendiarie; inoltre ci sono stati diversi tentativi di forzare la recinzione: non sono state riportate vittime israeliane. Jamie McGoldrick, Coordinatore umanitario per i Territori palestinesi occupati, in una dichiarazione rilasciata prima della protesta dell’11 ottobre, organizzata sul tema “Our Child Martyrs”, ha invitato Israele e Hamas a proteggere i minori, ribadendo che “i minori non devono mai essere il bersaglio di violenza, né dovrebbero essere messi a rischio di subire violenza o essere incoraggiati a partecipare alla violenza”.

In almeno 18 occasioni non collegate alla GRM, allo scopo di far rispettare le restrizioni di accesso [imposte ai palestinesi], le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso aree [interne] di Gaza adiacenti alla recinzione perimetrale e [in mare] al largo della costa; non sono state riportate vittime. In un’altra occasione, le forze israeliane hanno arrestato tre civili palestinesi, incluso un minore che, presumibilmente, avevano tentato di entrare illegalmente in Israele attraverso la recinzione.

In Cisgiordania, durante proteste e scontri, sono stati feriti dalle forze israeliane 37 palestinesi, tra cui almeno due minori. Tale numero [37] rappresenta una riduzione significativa rispetto alla media bisettimanale di ferimenti di palestinesi (129), registrata dall’inizio del 2019. 14 dei 37 ferimenti si sono verificati venerdì 4 e 11 ottobre a Kafr Qaddum (Qalqiliya), durante le proteste settimanali contro l’espansione degli insediamenti [colonici] e contro le restrizioni di accesso. Altre 10 persone sono rimaste ferite nei giorni 1 e 4 ottobre, vicino al checkpoint di Beit El / DCO (Ramallah), in due manifestazioni tenute in solidarietà con i prigionieri palestinesi in sciopero della fame. In un altro caso, avvenuto il 5 ottobre nel villaggio di Azzun (Qalqiliya), un bambino di un anno e una donna hanno subìto lesioni causate da inalazione di gas: la loro casa è parzialmente bruciata a causa di un incendio innescato da candelotti lacrimogeni lanciati dalle forze israeliane durante scontri con i residenti palestinesi. Complessivamente, quasi la metà dei feriti è stata curata per inalazione di gas lacrimogeno, il 38% per lesioni provocate da proiettili di gomma; i rimanenti erano stati aggrediti fisicamente o feriti con armi da fuoco.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno effettuato 152 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 101 palestinesi, tra cui quattro minori. La maggior parte delle operazioni sono state condotte nel governatorato di Ramallah (42), seguita dai governatorati di Hebron (35) e Gerusalemme (33).

In Area C e Gerusalemme Est, citando la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito o costretto le persone ad autodemolire 31 strutture; come conseguenza, 52 persone sono state sfollate ed altre 98 hanno subito ripercussioni [segue dettaglio]. L’episodio più consistente si è verificato nel quartiere di Jabal al Mukabbir, a Gerusalemme Est, dove sono state prese di mira 13 strutture, tra cui una abitazione; rappresentanti delle famiglie colpite hanno riferito di non aver ricevuto ordini di demolizione, né alcun preavviso. Sempre a Gerusalemme Est, nel quartiere di Beit Hanina, palestinesi sono stati costretti ad autodemolire tre edifici abitativi, provocando lo sfollamento di sei famiglie di rifugiati. A Gerusalemme Est, oltre un quarto delle demolizioni di quest’anno (46 su 173 strutture) sono state eseguite dagli stessi proprietari palestinesi, principalmente per evitare di pagare al Comune il costo della demolizione. In Area C, una delle undici strutture demolite era un pannello solare finanziato da donatori, fornito come assistenza umanitaria in risposta a una precedente demolizione avvenuta nella Comunità di Shib al Harathat (Hebron). Ad oggi, il numero di strutture demolite quest’anno in Cisgiordania rappresenta un aumento di quasi il 40% rispetto al corrispondente periodo del 2018.

Durante il periodo di riferimento, in occasione delle festività ebraiche, le autorità israeliane hanno bloccato su larga scala, per cinque giorni, gli spostamenti tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania; il provvedimento ha colpito i titolari di permessi palestinesi, compresi i commercianti. Sono state fatte eccezioni per emergenze sanitarie e, in Cisgiordania, anche per studenti e impiegati palestinesi presso ONG internazionali e agenzie delle Nazioni Unite. Per israeliani e titolari di documenti di identità di Gerusalemme, coloni compresi, gli spostamenti tra Israele e la Cisgiordania sono proseguiti senza restrizioni. Inoltre, a Tulkarm e Jenin, a causa delle festività ebraiche, le autorità israeliane hanno rimandato fino al 23 ottobre l’apertura dei cancelli della Barriera della Cisgiordania, interrompendo l’accesso degli agricoltori alle loro terre per la raccolta delle olive.

La stagione della raccolta delle olive, iniziata ai primi di ottobre, è stata interrotta in diverse aree dalla violenza di coloni israeliani. Gli episodi includono l’aggressione fisica ed il ferimento di tre contadini palestinesi a Tell e Jit (entrambi a Nablus) e Al Jab’a (Betlemme). Includono inoltre l’incendio di circa 100 ulivi e sette furti di raccolti nei villaggi di Kafr ad Dik (Salfit) e Burin (Nablus). Per i palestinesi, la stagione della raccolta delle olive, che si svolge ogni anno tra ottobre e novembre, è un evento chiave, sia dal punto di vista economico che sociale e culturale.

Altri cinque attacchi di coloni hanno provocato ferimenti di palestinesi e danni alle proprietà. In due di questi attacchi, verificatesi nella zona della città di Hebron controllata da Israele e nella Comunità di Khirbet al Marajim, quattro palestinesi, tra cui un minore e una donna, sono stati aggrediti e feriti fisicamente da coloni israeliani. In altri due casi, avvenuti nei villaggi di Qira e Marda (entrambi a Salfit) oltre 20 veicoli e alcune abitazioni sono stati vandalizzati; in altri due casi separati due veicoli sono stati colpiti da pietre e danneggiati. Finora, nel 2019, OCHA ha registrato 243 episodi in cui coloni israeliani hanno ucciso o ferito palestinesi o danneggiato proprietà palestinesi. Questo numero indica un limitato aumento rispetto al corrispondente periodo del 2018 (213 casi), ma un numero di casi quasi doppio rispetto al 2017 (124).

Media israeliani hanno riportato tre episodi di lancio di pietre e bottiglie incendiarie da parte di palestinesi contro veicoli o case di coloni israeliani: non sono state segnalate vittime o danni. Finora, nel 2019, OCHA ha registrato 84 episodi in cui palestinesi hanno ucciso o ferito coloni o altri civili israeliani oppure danneggiato le loro proprietà: un declino rispetto al numero di episodi verificatisi nei corrispondenti periodi del 2018 (141 episodi) e 2017 (211 episodi).

258

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Israele uccide un cittadino di Gaza durante le proteste

Maureen Clare Murphy

4 ottobre 2019 – Electronic Intifada

Venerdì, nel corso della 77a settimana delle proteste della Grande Marcia del Ritorno, lungo il confine orientale di Gaza le forze di occupazione israeliane hanno ucciso un palestinese ­­­­

Alaa Nizar Ayyash Hamdan, 28 anni, colpito al petto con pallottole vere nella zona nord di Gaza, è il duecentotreesimo palestinese ucciso durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno.

Venerdì il gruppo per i diritti umani Al Mezan ha dichiarato che nel corso delle proteste di quella giornata le forze israeliane hanno ferito 29 palestinesi con pallottole vere e ne hanno colpiti direttamente altri 16 con candelotti lacrimogeni.

Secondo Al Mezan, un medico volontario è stato colpito alla testa con un candelotto lacrimogeno mentre portava via due manifestanti feriti.

Il mese scorso, durante le manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno, sono stati uccisi tre palestinesi, tra cui due minorenni.

L’esercito israeliano ha sostenuto che la scorsa settimana, quando è stato ucciso Saher Awadallah Jeer Othman, 20 anni, non avrebbe utilizzato contro i manifestanti pallottole vere.

L’esercito continua a sparare e uccidere i manifestanti nonostante alcuni mesi fa abbia modificato, come riportato lo scorso mese dai media israeliani, le sue “regole di ingaggio”.

Secondo il quotidiano di Tel Aviv Haaretz, invece di fare affidamento sui cecchini per dissuadere i manifestanti dall’avvicinarsi alla barriera di confine tra Gaza e Israele, ai comandanti israeliani verrebbe ora “ordinato di schierare le forze all’interno di veicoli blindati a poche decine di metri dalla barriera”.

“Ciò ha comportato un numero notevolmente inferiore di vittime – ha aggiunto Haaretz – poiché i cecchini devono sparare con minore frequenza”.

Da un’indagine indipendente delle Nazioni Unite sull’uso da parte di Israele della forza contro la Grande Marcia del Ritorno, è emerso che “l’uso di pallottole vere da parte delle forze di sicurezza israeliane contro i manifestanti è stato illegale”.

Israele trasferirà il gettito fiscale

Sempre venerdì, l’Autorità Nazionale Palestinese ha annunciato che Israele trasferirà una parte delle entrate fiscali che ha rifiutato di versare [ad iniziare] da febbraio.

Quel mese Israele ha dichiarato che avrebbe ridotto i trasferimenti delle entrate fiscali all’ANP di circa 127 milioni di euro, l’importo destinato ai palestinesi incarcerati da Israele e alle loro famiglie. L’Autorità Nazionale Palestinese ha rifiutato di accettare trasferimenti inferiori all’intera cifra raccolta.

Una legge approvata l’anno scorso consente a Israele di detrarre i pagamenti effettuati ai prigionieri palestinesi e alle loro famiglie dalle entrate fiscali dell’Autorità Nazionale Palestinese, di cui Israele possiede il controllo.

La situazione di stallo dei trasferimenti delle tasse ha favorito una “grave crisi di liquidità” dell’ANP, la cui soluzione ha avuto la massima priorità nel corso di una conferenza internazionale di donatori sponsorizzata dall’ONU e tenutasi la scorsa settimana.

Ad agosto è stato effettuato un primo trasferimento delle entrate fiscali congelate. In tale circostanza, secondo quanto riferito da Haaretz, l’ANP ha dichiarato che Israele avrebbe “accettato di esentare l’ANP dall’accisa che applica per il carburante [fornito da Israele] … e di applicare retroattivamente questa esenzione [agli] ultimi sette mesi”.

Israele continuerà a trattenere i fondi equivalenti a quanto l’ANP versa alle famiglie dei prigionieri. Pertanto, il problema alla base della crisi che dura da mesi resta irrisolto.

Secondo l’organizzazione per i diritti umani Al Mezan il trattenimento da parte di Israele delle entrate fiscali palestinesi è una violazione degli obblighi di Israele ai sensi dei contenuti del Protocollo di Parigi, stabilito a metà degli anni ’90 come parte degli accordi di Oslo .

Come ha affermato B’Tselem, un’altra organizzazione per i diritti umani [israeliana], in base al Protocollo di Parigi Israele riscuote le tasse per conto dell’Autorità Naizonale Palestinese, dandole il “controllo esclusivo sulle frontiere esterne e sulla riscossione delle tasse sull’importazione e del VAT [IVA, ndtr.]”.

Il quadro dell’unione doganale del Protocollo di Parigi è stato adottato perché, aggiunge B’Tselem, Israele “non voleva stabilire una frontiera [in materia] economica con l’Autorità Nazionale Palestinese, un provvedimento che avrebbe avuto un chiaro sentore di sovranità”.

L’Autorità Nazionale Palestinese valuta che l’economia della Cisgiordania e di Gaza subisca una perdita di almeno 320 milioni di euro all’anno a causa del modo in cui Israele mette in pratica il Protocollo di Parigi.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)