Rapporto OCHA del periodo 29 giugno – 12 luglio 2021

Il 3 luglio, coloni israeliani, accompagnati da soldati, sono entrati nel villaggio di Qusra (Nablus), scontrandosi con i residenti palestinesi. Nel corso di tali scontri è stato ucciso un 21enne palestinese:

secondo i militari, l’uomo ha lanciato un ordigno esplosivo e le forze israeliane gli hanno sparato. Coloni israeliani e residenti palestinesi si sono lanciati pietre reciprocamente e, secondo fonti locali, dopo che il 21enne palestinese era stato colpito, alcuni coloni lo hanno percosso. Nel corso di manifestazioni in cui i palestinesi hanno chiesto alle autorità israeliane la restituzione del corpo dell’ucciso, le forze israeliane hanno disperso la folla sparando proiettili veri, proiettili di gomma e gas lacrimogeni: diversi palestinesi hanno subito lesioni.

In Cisgiordania, in scontri, le forze israeliane hanno ferito complessivamente almeno 981 palestinesi, tra cui 133 minori [seguono dettagli]. Del totale dei feriti, 892 sono stati registrati nel governatorato di Nablus, includendo i feriti nei suddetti eventi di Qusra, e quelli collegati alle proteste contro l’espansione degli insediamenti nei villaggi di Beita e Osarin; 19 sono rimasti feriti nei quartieri di Ras al ‘Amud e Silwan a Gerusalemme Est; 13 nel villaggio di Halhul (Hebron) e i rimanenti in altre località. Complessivamente, 36 palestinesi sono stati colpiti da proiettili veri, 214 da proiettili di gomma; i rimanenti sono stati curati principalmente per l’inalazione di gas lacrimogeni o sono stati aggrediti fisicamente. Oltre ai 981 feriti direttamente dalle forze israeliane, 58 sono rimasti feriti a Beita e Osarin cercando di sfuggire alle forze israeliane o in circostanze non verificabili.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno effettuato 163 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 134 palestinesi, tra cui sei minori. La maggior parte delle operazioni è avvenuta a Nablus, seguita da Hebron e Gerusalemme Est; le restanti operazioni sono state effettuato in altri governatorati.

Il 4 luglio, nella Città Vecchia di Gerusalemme, le autorità israeliane hanno convocato un bambino palestinese di nove anni per un interrogatorio le cui ragioni restano sconosciute. Da metà aprile, a Gerusalemme Est, sono stati arrestati dalle autorità israeliane almeno 65 minori palestinesi, più della metà dei quali sono stati arrestati nel solo mese di giugno.

A Gaza, palestinesi hanno lanciato palloni incendiari verso Israele e le forze israeliane hanno effettuato quattro attacchi aerei, prendendo di mira siti militari, ferendo due persone e danneggiando case ed una manifattura. Vicino alla recinzione perimetrale e al largo della costa, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento, in almeno nove occasioni; secondo quanto riferito per far rispettare [ai palestinesi] le restrizioni di accesso [loro imposte]. Hanno anche svolto almeno quattro operazioni di spianatura del terreno vicino alla recinzione perimetrale, all’interno di Gaza.

Il 12 luglio, le autorità israeliane hanno esteso da 9 a 12 miglia nautiche la zona di pesca consentita [ai palestinesi] al largo della costa meridionale di Gaza, mentre l’hanno mantenuta a sei miglia nella parte settentrionale. Lo stesso giorno, le autorità israeliane hanno annunciato l’ampliamento della gamma di merci consentite in entrata e in uscita dalla Striscia di Gaza; le limitazioni erano state imposte dall’inizio del conflitto del 10-21 maggio.

In Cisgiordania, per mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, sono state demolite o sequestrate 59 strutture di proprietà palestinese, sfollando 81 persone e determinando ripercussioni su circa altre 1.300 [seguono dettagli]. 30 strutture sono state demolite a Humsa – Al Bqai’a (Valle del Giordano), una clinica mobile è stata confiscata nella Comunità di Umm Qussa (Hebron) e una scuola in costruzione è stata demolita a Shu’fat (Gerusalemme Est). L’8 luglio, nel villaggio di Turmus’ayya (Ramallah), le forze israeliane hanno demolito, con motivazioni punitive, una casa appartenente alla famiglia di un palestinese (con cittadinanza statunitense), che era stato arrestato dopo che, il 2 maggio, aveva ucciso un colono e ferito altri due.

Il 2 luglio 2021, coloni israeliani, sotto scorta della polizia israeliana, si sono trasferiti in un edificio vuoto nella zona di Wadi Hilweh, nel quartiere di Silwan, a Gerusalemme Est. Dall’inizio dell’anno, questo è il secondo insediamento di coloni all’interno di Comunità palestinesi a Gerusalemme Est, ed entrambi in Silwan.

Coloni israeliani hanno ferito nove palestinesi, tra cui quattro minori e due donne, aggredendoli fisicamente, lanciando loro pietre o spruzzando liquido al peperoncino su di loro. Sei dei ferimenti sono avvenuti nella zona H2 di Hebron, due a Maghayir al Abeed, uno a Tuba (tutti in Hebron) e uno a Kisan (Betlemme). In Cisgiordania, autori conosciuti o ritenuti coloni israeliani hanno danneggiato almeno 1.120 alberi o alberelli, almeno cinque veicoli, oltre a pali elettrici, recinzioni ed altre proprietà palestinesi.

Palestinesi hanno ferito, lanciando pietre, almeno tre coloni israeliani che viaggiavano su strade della Cisgiordania. Secondo fonti israeliane, sono state danneggiate almeno 21 auto israeliane.

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Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento)

Il 14 luglio, le forze israeliane hanno confiscato almeno 49 strutture nella Comunità palestinese di Ras al Tin, sfollando 84 persone, tra cui 53 minori.

Il 15 luglio, a Humsa – Al Bqai’a, le forze israeliane hanno confiscato una struttura recentemente installata per ospitare una famiglia di otto persone, tra cui sei minori, che aveva già perso la casa in un precedente episodio avvenuto una settimana prima (vedi paragrafo 7 di questo Rapporto).

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La polizia israeliana ha preso di mira i palestinesi con arresti discriminatori, torture e uso illegale della forza

Amnesty International

24 giugno 2021

  • Arresti a tappeto contro attivisti palestinesi

  • Uso illegale della forza contro manifestanti palestinesi

  • Tortura nei confronti di detenuti palestinesi

  • Mancata protezione dei palestinesi da attacchi pianificati da parte di gruppi di suprematisti ebrei

Amnesty International oggi ha riferito che la polizia israeliana ha commesso in Israele e nella Gerusalemme est occupata una serie di reati nei confronti dei palestinesi conducendo, durante e dopo gli scontri in Israele e Gaza, una campagna repressiva discriminatoria attraverso arresti di massa, l’uso illegale della forza contro manifestanti pacifici e la pratica di torture e altri maltrattamenti nei confronti dei detenuti.

Inoltre la polizia israeliana ha omesso di proteggere i cittadini palestinesi di Israele da attacchi premeditati da parte di gruppi di suprematisti ebrei armati, anche quando le loro intenzioni sono state rese note in anticipo e la polizia ne era o avrebbe dovuto esserne a conoscenza.

“Le prove raccolte da Amnesty International dipingono un quadro accusatorio di discriminazione e uso eccessivo e spietato della forza da parte della polizia israeliana contro i palestinesi in Israele e nella Gerusalemme est occupata”, ha affermato Saleh Higazi, vicedirettore per il Medio Oriente e il Nord Africa di Amnesty International.

La polizia ha l’obbligo di proteggere tutte le persone sotto il controllo di Israele, siano esse ebree o palestinesi. Invece, la stragrande maggioranza degli arrestati durante la repressione della polizia che ha fatto seguito allo scoppio delle violenze tra comunità è palestinese. I pochi cittadini ebrei di Israele arrestati sono stati trattati con più indulgenza. Inoltre mentre i palestinesi subiscono la repressione, i suprematisti ebrei continuano a organizzare manifestazioni”.

I ricercatori di Amnesty International hanno parlato con 11 testimoni e il suo Crisis Evidence Lab [laboratorio delle prove durante le situazioni di crisi, ndtr.] ha esaminato 45 video e altri contenuti digitali per documentare più di 20 casi di violazioni da parte della polizia israeliana tra il 9 maggio e il 12 giugno 2021. Nel corso della repressione sono stati feriti centinaia di palestinesi e un ragazzo di 17 anni è stato ucciso.

Repressione discriminatoria

Dal 10 maggio, quando le manifestazioni si sono diffuse all’interno di Israele nelle città con popolazione palestinese, sono scoppiate delle violenze tra comunità. Decine di persone sono rimaste ferite e due cittadini ebrei di Israele e un cittadino palestinese sono stati uccisi. Sinagoghe e cimiteri musulmani sono stati vandalizzati. Il 13 maggio ad Haifa 90 auto di proprietà di palestinesi sono state distrutte e sono stati lanciati sassi contro le loro case. A Gerusalemme est i coloni israeliani hanno continuato a vessare con violenza gli abitanti palestinesi.

In risposta, il 24 maggio le autorità israeliane hanno lanciato l’operazione “Legge e ordine” principalmente contro i manifestanti palestinesi. I media israeliani hanno affermato che l’operazione mirava a “regolare i conti” con coloro che avevano partecipato alle manifestazioni e a “dissuaderli” dal continuare a farlo.

Secondo Mossawa, organizzazione palestinese a sostegno dei diritti umani, sino al 10 giugno la polizia ha arrestato più di 2.150 persone, oltre il 90% delle quali cittadini palestinesi di Israele o abitanti di Gerusalemme est. L’associazione ha anche affermato che sono state presentate 184 accuse contro 285 imputati. Secondo Adalah, un’altra organizzazione per i diritti umani, il 27 maggio un rappresentante della Procura di Stato ha dichiarato che tra gli indagati figuravano solo 30 cittadini ebrei di Israele.

Secondo la commissione di controllo per i cittadini arabi di Israele la maggior parte dei palestinesi è stata arrestata per reati come “insulto o aggressione a un agente di polizia” o “partecipazione a un raduno illegale” più che per violenze contro persone o proprietà.

“Questa repressione discriminatoria è stata orchestrata come atto di ritorsione e intimidazione per reprimere le manifestazioni pro-palestinesi e mettere a tacere coloro che fanno sentire la loro voce per condannare la discriminazione istituzionalizzata da parte di Israele e l’oppressione sistemica dei palestinesi”, ha affermato Saleh Higazi.

Uso illegale della forza contro i dimostranti

Amnesty International ha documentato l’uso eccessivo e non necessario della forza da parte della polizia israeliana per disperdere le proteste palestinesi contro gli sgomberi forzati a Gerusalemme est e contro l’offensiva a Gaza. Le proteste sono state per lo più pacifiche, anche se una minoranza ha attaccato beni della polizia e lanciato pietre. Al contrario, i suprematisti ebrei continuano impunemente a organizzare manifestazioni. Il 15 giugno migliaia di coloni ebrei e suprematisti hanno marciato provocatoriamente nei quartieri palestinesi di Gerusalemme est.

Le testimonianze e i video analizzati confermano che durante una protesta del 9 maggio nella Colonia Tedesca di Haifa [quartiere storico costruito nel 1869 come insediamento di una setta protestante proveniente dalla Germania, ndtr.], nel nord di Israele, un gruppo di circa 50 manifestanti stava protestando pacificamente quando la polizia armata, senza nessuna provocazione, li ha assaliti picchiando alcuni di loro.

Il 12 maggio Muhammad Mahmoud Kiwan, un ragazzo di 17 anni, è stato colpito da uno sparo alla testa vicino a Umm el-Fahem, nel nord di Israele, ed è morto una settimana dopo. Testimoni oculari hanno detto che era seduto in un’auto nei pressi di una manifestazione quando la polizia israeliana gli ha sparato. La polizia ha contestato l’accusa e ha sostenuto di aver avviato delle indagini.

Lo stesso giorno, agenti di polizia hanno disperso con la violenza e senza preavviso una protesta pacifica di circa 40 persone nella piazza del Pozzo di Santa Maria a Nazareth, nel nord di Israele, aggredendo fisicamente i manifestanti.

La polizia israeliana dovrebbe proteggere il diritto alla libertà di riunione, non assalire manifestanti pacifici. La Commissione d’inchiesta del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, istituita nel maggio 2021, deve indagare sull’allarmante sequenza di violazioni da parte della polizia israeliana”, ha affermato Saleh Higazi.

La polizia israeliana ha fatto un uso illegale della forza anche nella Gerusalemme est occupata. Il 18 maggio ha sparato alla schiena alla quindicenne Jana Kiswani mentre stava entrando nella sua casa a Sheikh Jarrah. Poche ore prima c’era stata una protesta davanti. Suo padre, Muhammad, ha detto ad Amnesty International che le sue vertebre sono state fratturate e che i medici non sanno se riprenderà a camminare. Le riprese video verificate mostrano Jana Kiswani che cade a terra mentre viene colpita alle spalle da uno sparo. Altre immagini prese in esame mostrano un agente di polizia israeliano che spara con freddezza con un lanciagranate IWI GL 40 Stand Alone verso una persona fuori dallo schermo, e subito dopo delle urla.

Violenze, torture e altri maltrattamenti della polizia

Il 12 maggio a Giaffa, a sud di Tel Aviv, Ibrahim Souri è stato colpito al volto da uno sparo da parte di agenti di polizia israeliani mentre dal balcone della sua casa filmava con il suo telefono cellulare la polizia mentre pattugliava la strada.

In un video verificato si sente uno degli agenti di polizia dire: “Cosa ha in mano?” Ibrahim Souri grida in risposta: Sto filmando, non è permesso? Spara, è tutto registrato”. In seguito ha detto ad Amnesty International: Non immaginavo che avrebbero sparato davvero. Pensavo di avere dei diritti e di trovarmi al sicuro in un Paese democratico”. Le fotografie esaminate dal patologo forense di Amnesty International e dai referti medici indicano che molto probabilmente è stato colpito da un KIP 40 mm, con conseguente frattura delle ossa facciali.

Amnesty International ha anche documentato le torture del 12 maggio nella stazione di polizia del Russian Compound (Moskobiya) [complesso di costruzioni edificate nei primi anni del 1900 per ospitare i pellegrini russi, ndtr.] a Nazareth. Un testimone oculare ha detto di aver visto forze speciali picchiare un gruppo di almeno otto detenuti legati che erano stati arrestati durante una protesta:

Era come un brutale campo di prigionieri di guerra. Gli ufficiali colpivano i giovani con manici di scopa e li prendevano a calci con stivali con rinforzo d’acciaio. Quattro di loro hanno dovuto essere portati via in ambulanza e uno aveva un braccio rotto”, ha riferito.

L’avvocato di Ziyad Taha, un altro manifestante rinchiuso il 14 maggio nel centro di detenzione di Kishon vicino ad Haifa, ha affermato che il suo cliente è stato legato per i polsi e le caviglie a una sedia e sottoposto per nove giorni a deprivazione del sonno.

Mancata protezione dei palestinesi dagli attacchi dei suprematisti ebraici

La polizia ha anche omesso di proteggere i palestinesi dagli attacchi organizzati da gruppi di suprematisti ebrei armati, le cui intenzioni erano state spesso rese note in anticipo.

Amnesty International ha verificato 29 messaggi di testo e audio provenienti da canali aperti di Telegram e WhatsApp, rivelando come le app siano state utilizzate per reclutare uomini armati e organizzare tra il 10 e 21 maggio aggressioni contro palestinesi in città con popolazioni ebraiche e arabe, come Haifa, Acri, Nazareth e Lod.

Tra i messaggi vi erano istruzioni su dove e quando riunirsi, il tipo di armi da usare e persino gli abiti da indossare per evitare di confondere gli ebrei di origine mediorientale con gli arabi palestinesi. I membri del gruppo hanno condiviso selfie in posa con pistole e messaggi come: “Stasera non siamo ebrei, siamo nazisti”.

Il 12 maggio centinaia di suprematisti ebrei si sono riuniti sul lungomare di Bat Yam [Bat Yam è una città situata nella parte centrale della fascia costiera, ndtr], nel centro di Israele, in risposta ai messaggi ricevuti dal partito politico Jewish Power [Potere Ebraico, di estrema destra, ndtr.] e da altri gruppi. I video esaminati mostrano decine di attivisti che attaccano gli esercizi commerciali di proprietà araba e incoraggiano gli aggressori. Una delle persone picchiate, Said Musa, è stato anche investito dagli aggressori ebrei con uno scooter. Sono solo sei gli israeliani sotto processo per l’attacco.

Anche politici e funzionari governativi hanno istigato alla violenza.

L’11 maggio sono scoppiati disordini dopo che Itamar Ben-Gvir, rappresentante parlamentare del partito Jewish Power, ha chiamato a raccolta i sostenitori perché si recassero a Lod e in altre città e ha incitato a sparare contro i lanciatori di pietre.

Il giorno prima, Musa Hassuna è stato ucciso da un cittadino ebreo di Israele a Lod durante violenze tra comunità. Un video lo mostra quando è stato colpito da uno sparo mentre si trova vicino a un gruppo di palestinesi che lanciano sassi. Suo padre ha accusato il sindaco della città, Yair Revivo, di “aver chiamato gli estremisti per compiere questo crimine brutale” in riferimento a una dichiarazione in cui il sindaco ha descritto gli eventi di Lod come un pogrom contro gli ebrei. Quattro sospetti, arrestati in seguito all’omicidio, sono stati tuttavia rilasciati su cauzione tre giorni dopo. Il ministro israeliano della Pubblica Sicurezza, Amir Ohana, ha condannato apertamente gli arresti, definendoli terribili”.

A titolo di esempio della discriminazione, Kamal al-Khatib, vice segretario del Movimento islamico del nord, è stato arrestato il 14 maggio con l’accusa di incitamento alla violenza e sostegno a un’organizzazione terroristica per i commenti pubblici in cui ha manifestato orgoglio per la solidarietà con la popolazione di Gaza e Gerusalemme Est e ha affermato che i cambiamenti allo status dei luoghi santi di Gerusalemme hanno portato alla violenza tra palestinesi ed ebrei.

Le ripetute omissioni da parte della polizia israeliana di esercitare la protezione dei palestinesi dagli attacchi organizzati da gruppi di suprematisti ebrei armati e la mancata assunzione di responsabilità per tali aggressioni sono vergognose e mostrano il disprezzo delle autorità per la vita palestinese”, Molly Malekar, direttrice di Amnesty Israel.

“Il fatto che ai cittadini ebrei di Israele, comprese figure preminenti, sia stato permesso di istigare apertamente alla violenza contro i palestinesi senza doverne rispondere evidenzia l’entità della discriminazione istituzionalizzata che affligge i palestinesi e l’urgente bisogno di protezione [nei loro confronti]”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Rapporto OCHA del periodo 1 – 14 Giugno 2021

In Cisgiordania, in tre circostanze diverse, le forze israeliane hanno ucciso cinque palestinesi, compreso un ragazzo; un sesto palestinese è morto per ferite di arma da fuoco

Il 10 giugno, a Jenin, forze israeliane sotto copertura hanno colpito ed ucciso un presunto membro della Jihad islamica palestinese ed hanno arrestato un’altra persona; nella stessa operazione, altri tre palestinesi, membri delle forze di sicurezza, sono stati colpiti dalle forze israeliane: due sono stati uccisi, il terzo è rimasto gravemente ferito. Il giorno successivo, a Beita (Nablus), in scontri scoppiati durante una manifestazione settimanale contro la creazione di un insediamento avamposto israeliano, le forze israeliane hanno ucciso un minore palestinese. Il 12 giugno, al checkpoint di Qalandiya, una donna palestinese ha ignorato l’alt delle forze israeliane ed ha continuato a camminare verso i militari: è stata colpita ed uccisa; secondo fonti israeliane, portava un coltello. In precedenza, il 2 giugno, era morto un palestinese, colpito il 18 maggio dalle forze israeliane in scontri scoppiati al checkpoint di Beit El (Ramallah) durante una manifestazione palestinese.

A Gaza sono morti tre palestinesi, compreso un minore [seguono dettagli]. Il 9 giugno, nella città di Gaza, un bambino di nove anni è stato ucciso ed il fratello maggiore è stato gravemente ferito dalla esplosione di un residuato bellico; le recenti azioni di guerra hanno lasciato detriti e terreni agricoli pesantemente contaminati da ordigni inesplosi. Durante il periodo di riferimento, un uomo e una donna sono morti per le ferite riportate tra il 10 ed il 21 maggio, durante il suddetto conflitto.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno ferito almeno 495 palestinesi, inclusi quattro minori [seguono dettagli]. Di questi, 374 sono rimasti feriti a Beita, durante le già citate proteste [vedere primo paragrafo]; 23 sono rimasti feriti a Silwan (Gerusalemme Est), compreso un ragazzo. I restanti ferimenti si sono verificati in governatorati diversi.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno effettuato 129 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 265 palestinesi, tra cui 30 minori [seguono dettagli]. Trenta operazioni sono state condotte a Hebron, 44 a Gerusalemme e Ramallah (22 ciascuna), 28 a Betlemme e Nablus (14 ciascuna), mentre le restanti operazioni si sono svolte in altri governatorati. Dei 265 arresti, 114 sono stati effettuati a Gerusalemme, tra cui 17 minori.

In Cisgiordania, per mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito, sequestrato, o costretto ad autodemolire, 53 strutture di proprietà palestinese, sfollando 71 persone, tra cui 43 minori, e creando ripercussioni di diverse entità su più di 1000 palestinesi [seguono dettagli]. La maggior parte delle persone colpite dai provvedimenti si trovava nell’area Massafer Yatta di Hebron, dove le autorità israeliane hanno distrutto due strade e una rete idrica che serviva più Comunità. Altre strutture includevano proprietà utilizzate per l’agricoltura, il commercio o i servizi. 48 delle 53 strutture e 66 dei 71 palestinesi sfollati erano in Area C; i rimanenti erano in Gerusalemme Est.

Persone, riconosciute come coloni israeliani o ritenute tali, hanno ferito 11 palestinesi, tra cui quattro minori, e hanno danneggiato veicoli, centinaia di alberi, sistemi idrici e altre proprietà palestinesi [seguono dettagli]. A Gerusalemme Est, un palestinese e due minori, suoi figli, sono stati spruzzati con spray al peperoncino ed hanno richiesto cure mediche; così è stato per una donna che, in un altro episodio accaduto a Sheikh Jarrah, è stata aggredita da una persona penetrata nella sua casa. Altri palestinesi sono rimasti feriti ad Al Khadr (Betlemme), Huwwara (Nablus) e nella zona H2 di Hebron. Ad Al Jab’a (Betlemme), sono stati incendiati circa 1.000 ulivi; a Ni’lin (Ramallah) 30 ulivi e una casa; a Beita (Nablus) 70 ulivi e a Tuba (Hebron) circa 80 balle di fieno.

Secondo fonti israeliane, lanciatori di pietre palestinesi, o ritenuti tali, hanno ferito nove coloni israeliani ed hanno danneggiato almeno 26 auto israeliane.

In aree di Gaza adiacenti alla recinzione perimetrale o al largo della costa, le forze israeliane hanno aperto il fuoco d’avvertimento in almeno nove occasioni, presumibilmente per far rispettare le restrizioni di accesso [imposte ai palestinesi]. In una occasione, le forze israeliane sono entrate nella Striscia ed hanno spianato un terreno vicino alla recinzione.

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Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento)

Il 16 giugno, durante proteste palestinesi contro la creazione di un insediamento israeliano vicino a Beita (Nablus), un 16enne palestinese è stato ucciso dalle forze israeliane. Lo stesso giorno, vicino a Hizma (Gerusalemme), è stata uccisa una donna palestinese 29enne che avrebbe tentato di investire le forze israeliane e, successivamente, avrebbe brandito un coltello.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Rapporto OCHA del periodo 24 – 31 maggio 2021

Nota relativa al recente scontro armato tra Palestinesi ed Israele (10-21 maggio)

Secondo OHCHR [Ufficio dell’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani], durante il periodo delle ostilità, a Gaza sono stati uccisi 256 palestinesi, tra cui 66 minori e 40 donne; e, secondo il Ministero della Salute locale, quasi altri 2.000 sono stati feriti. In Israele sono state uccise 13 persone, tra cui due minori e sei donne. In Cisgiordania, sono stati uccisi 26 palestinesi e circa 6.900 sono stati feriti. Il bilancio delle vittime registrate in Cisgiordania include 11 persone uccise il 14 maggio, segnando il numero più alto di vittime palestinesi in un solo giorno da quando, nel 2005, l’OCHA ha iniziato a documentare le uccisioni.

I rapporti specifici, inerenti lo scontro armato, sono disponibili [in inglese] a questo indirizzo: https://www.ochaopt.org/crisis

Forze israeliane hanno sparato e ucciso tre palestinesi [seguono dettagli]. Ad oggi, il numero di vittime palestinesi registrate in Cisgiordania nel 2021 è 36 di cui sei minori.

Il 24 maggio, a Gerusalemme Est, un palestinese 17enne ha accoltellato due israeliani: un civile ed un soldato, ed è stato poi ucciso da un agente di polizia israeliano. Il giorno successivo, durante un’operazione nel Campo Profughi di Al Amari (Ramallah), forze israeliane sotto copertura hanno sparato ad un altro palestinese. Il 28 maggio, nel corso di una protesta contro la creazione di un nuovo insediamento avamposto israeliano vicino al villaggio di Beita (Nablus), le forze israeliane hanno sparato e ucciso un terzo palestinese.

Complessivamente, in Cisgiordania, forze israeliane hanno ferito 100 palestinesi [seguono dettagli]. Almeno 69 di loro sono rimasti feriti durante la suddetta manifestazione a Beita; altri 15 vicino al villaggio di Ni’lin (Ramallah), in una separata protesta contro l’espansione degli insediamenti; dieci sono stati feriti durante una protesta contro la chiusura dell’ingresso principale del villaggio di Al Mughayyir (Ramallah) ad opera delle forze israeliane e sei in altri episodi. Dei 100 feriti complessivi, 50 sono stati curati per aver inalato gas lacrimogeni, 18 sono stati colpiti da proiettili di gomma, 16 sono stati colpiti da proiettili di arma da fuoco e altri 16 sono stati aggrediti fisicamente o colpiti dai contenitori dei gas lacrimogeni.

A Gaza, il 24 e il 26 maggio, due palestinesi sono morti per le ferite riportate durante il recente conflitto.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno effettuato 115 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 145 palestinesi. La maggior parte delle operazioni è stata svolta nel governatorato di Gerusalemme, soprattutto a Gerusalemme Est, dove da quando (a metà aprile) sono aumentati disordini e violenze, le forze israeliane hanno svolto 99 [delle 115] operazioni, arrestando 97 palestinesi, tra cui sei giornalisti.

A Gerusalemme Est, le autorità israeliane hanno continuato a limitare l’accesso all’area di Al Ja’ouni di Sheikh Jarrah. Dal 3 maggio, l’accesso a tale area è consentito solo ad ambulanze, veicoli dell’ONU e, previ severi controlli di identificazione, ai palestinesi residenti. Queste restrizioni conseguono alle proteste contro un piano israeliano per sfrattare famiglie palestinesi dalle loro case nel quartiere (in seguito ad una causa intentata in tribunale da gruppi di coloni) ed agli scontri tra palestinesi e forze israeliane.

Il 31 maggio, per mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno confiscato cinque strutture nelle Comunità di Umm Zaitunah e Al Buweib in Hebron, sfollando nove persone, tra cui quattro minori e minando i mezzi di sussistenza di altre 17. Le strutture comprendevano tre abitazioni e due strutture di sostentamento. Questa confisca viene dopo una riduzione delle demolizioni durante il Ramadan ed il recente conflitto di maggio.

Persone note o ritenute coloni israeliani hanno ferito cinque palestinesi e danneggiato decine di alberi di proprietà palestinese [seguono dettagli]. In episodi accaduti nella città di Hebron e a Deir Jarir (Ramallah), coloni hanno spruzzato spray al peperoncino su tre palestinesi, tra cui un ragazzo e un anziano, mentre a Qaqiliya altri coloni hanno aggredito fisicamente un contadino che stava lavorando la propria terra. Un altro agricoltore è stato aggredito fisicamente vicino al villaggio di Ar Rihiya (Hebron), dove colture appartenenti a palestinesi sono state sradicate e almeno 100 ulivi sono stati dati alle fiamme. Inoltre, a Sinjil (Ramallah), sono stati danneggiati circa 70 alberi. Palestinesi hanno riferito che coloni, a Burin (Nablus), hanno rubato oltre 100 balle di fieno e a Kisan (Betlemme) si sono impossessati di una cisterna per la raccolta dell’acqua. Il 24 maggio, una guardia della colonia israeliana di Dolev (Ramallah) ha sparato, ferendo un 16enne palestinese in circostanze non ancora chiare.

Secondo fonti israeliane, in Cisgiordania, alcuni palestinesi, noti o ritenuti tali, hanno lanciato pietre ferendo una israeliana che transitava in auto e danneggiando 17 auto israeliane.

Il valico di Kerem Shalom, per il transito delle merci, rimane aperto per l’ingresso di specifici prodotti di base, tra cui foraggio, forniture mediche, forniture e carburante per il settore privato e per UNRWA. Dal 10 maggio, nessuna merce è stata autorizzata ad uscire da Gaza attraverso il medesimo valico. Il valico di Erez rimane chiuso per la maggior parte dei palestinesi di Gaza: solo per visite mediche urgenti è stata consentita l’uscita ad un numero molto limitato di persone. Dal 25 maggio è sta autorizzata la pesca nel mare di Gaza, ma solo entro sei miglia nautiche dalla costa.

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Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento)

Il 2 giugno, un palestinese è morto per le ferite riportate il 18 maggio: le forze israeliane gli avevano sparato durante scontri al checkpoint di Beit El.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

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Israele vanifica la distinzione tra civili e militari

Muhammad Ali Khalidi – 24 maggio 2021

Institute for Palestine Studies

Basta un’occhiata alle cifre delle vittime civili durante l’offensiva israeliana su Gaza per rendersi conto del numero terribilmente sproporzionato di civili palestinesi uccisi o feriti rispetto al numero dei militanti. Secondo i dati preliminari, a Gaza gli attacchi aerei e di artiglieria israeliani hanno ucciso 248 persone di cui almeno 66 bambini (il 27% di tutti i decessi), facendo 1.900 feriti. Il 16 maggio in un unico attacco Israele ha distrutto quattro case uccidendo 42 civili, seppellendo gli abitanti sotto le macerie.

L’elevata percentuale di vittime civili è una caratteristica degli attacchi militari israeliani sia sul fronte palestinese che su quello libanese. Nel 2014 l’assalto israeliano a Gaza ha provocato un totale di 2.189 morti, di cui 1.486 civili (68%) e circa 360 bambini sotto i 12 anni (16% del totale). Negli attentati del 2008-2009 sono stati uccisi ben 1.419 palestinesi, di cui 1.167 civili (82%) e 318 bambini (il 22% di tutte le vittime). Nella guerra del 2006 in Libano sono stati uccisi dall’esercito israeliano circa 1.200 civili libanesi (circa il 96% del totale).

I principali media hanno dato le vittime civili palestinesi come semplici incidenti e deplorevoli danni collaterali di una campagna israeliana diretta precisamente contro i militanti di Hamas. Ma è una forzatura credere che Israele, con una delle macchine militari tecnologicamente più avanzate che il mondo abbia mai visto possa essere così incapace ad evitare di causare danni ai civili. Data la pubblicità negativa associata all’infliggere morte e ferite a una popolazione civile disarmata, cosa c’è dietro il numero elevato e enormemente sproporzionato di vittime civili palestinesi?

Una risposta parziale si trova in uno stupefacente articolo pubblicato nel 2005 su una rivista accademica dall’ex capo dell’intelligence militare israeliana, Amos Yadlin, e da un professore israeliano, Asa Kasher. Il documento delineava l’ “etica militare” che dovrebbe guidare la guerra di Israele al “terrore”. Gli autori spiegavano il loro rifiuto del “principio di distinzione” del diritto internazionale, che richiede alle parti in conflitto di distinguere tra combattenti e non, e di adottare tutte le misure necessarie per evitare danni ai non combattenti.

Secondo Michael Walzer, una delle maggiori autorità in materia di etica militare (e talvolta difensore delle azioni militari israeliane), il principio di distinzione afferma che gli eserciti dovrebbero fare attenzione a evitare danni ai non combattenti dell’altra parte, anche a rischio dei propri militari. Come dice Walzer, “se salvare vite di civili significa rischiare la vita di soldati, il rischio dev’essere accettato.” (Walzer, Just and Unjust Wars, p. 156).

Ma Kasher e Yadlin ignorano tale principio. A loro avviso, la sicurezza dei loro soldati dovrebbe avere la meglio sulla sicurezza dei civili dall’altra parte. Scrivono: “Se lo Stato non ha controllo effettivo sulle adiacenze, non deve assumersi la responsabilità del fatto che le persone coinvolte nel terrorismo operino in prossimità di persone che non lo sono” (p. 18). Ma anche se si accetta che i civili “operino” nelle adiacenze dei combattenti, ciò non esonera i militari dall’adottare tutte le misure per evitare di danneggiarli. Questo tentativo di giustificazione è moralmente e legalmente inaccettabile.

Gli apologeti di Israele affermano regolarmente che le vittime civili sono giustificate dal presunto uso di scudi umani da parte di Hamas. Ma il Rapporto Goldstone delle Nazioni Unite non ha trovato prove dell’uso di scudi umani da parte di Hamas a Gaza nel 2009. Invece è stato ampiamente documentato l’uso di scudi umani palestinesi da parte di Israele in precedenti attacchi a Gaza, nel Rapporto Goldstone, da Amira Hass su Haaretz e da Clancy Chassay sul Guardian. In effetti, la Corte Suprema israeliana ha riscontrato come l’esercito israeliano abbia usato palestinesi come scudi umani in 1.200 occasioni nei cinque anni precedenti al 2014. Per citare solo un caso, durante l’invasione di Gaza del 2008-2009 due soldati israeliani hanno ordinato a un ragazzo di nove anni, puntandogli il fucile, di aprire una borsa che sospettavano fosse una trappola esplosiva.

Ci sono numerose prove di come questa deviazione dalle regole di guerra da parte dell’ex capo dell’intelligence militare israeliana e del suo coautore non sia solo un esercizio accademico o un proclama teorico. È stata indubitabilmente trasmessa agli alti ufficiali militari, ai comandanti di medio livello e alla base. Ora fa parte della dottrina militare israeliana, corroborata da numerose dichiarazioni e interviste.

Per quel che riguarda il personale militare superiore, il concetto di fondo è stato chiaramente articolato nel 2006 in riferimento al Libano dal generale israeliano Gadi Eisenkot, allora capo del Comando Settentrionale dell’esercito israeliano e in seguito Capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano. Ha affermato che i militari israeliani avrebbero esercitato una forza sproporzionata sulle aree civili considerando tali aree basi militari. Divenne nota come “Dottrina Dahiya” (dal sobborgo meridionale di Beirut) ed Eisenkot segnalò che si trattava di un piano “autorizzato”.

I rapporti di organizzazioni come il Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele e Breaking the Silence [organizzazione di soldati veterani che espongono al pubblico israeliano la realtà dei Territori occupati, ndtr.] da dieci anni confermano che dai comandi militari vengono date istruzioni di privilegiare la vita dei soldati israeliani rispetto ai civili palestinesi. Riferiscono anche dell’ordine di non fare distinzione tra civili palestinesi e militanti e di non correre alcun rischio per evitare danni ai civili.

Tutto ciò porta inesorabilmente alla lampante conclusione che Israele semplicemente rifiuta il principio di distinzione sancito dal diritto internazionale e rifiuta di riconoscere la differenza legale e morale tra civili e militari. Lo fa sia in teoria che nella pratica, eppure questo fatto evidente sembra essere ignorato dalla copertura mediatica e dal discorso politico prevalente a proposito dell’ultima offensiva israeliana. Quasi a giustificare questa equazione tra i civili palestinesi e i militanti da parte dei media occidentali, la CNN ha recentemente ordinato al suo staff di riferirsi al Ministero della Salute a Gaza come “gestito da Hamas”. Questa direttiva conferma efficacemente il rifiuto israeliano di distinguere tra obiettivi civili e militari.

Muhammad Ali Khalidi è Professore Emerito di filosofia presso il Graduate Center della City University di New York e ha lavorato sugli aspetti filosofici della questione palestinese.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele e Hamas dichiarano il cessate il fuoco dopo 11 giorni di conflitto 

20 maggio 2021 Al Monitor

Il Gabinetto di Sicurezza di Israele ha approvato all’unanimità una proposta egiziana di cessate il fuoco nell’undicesimo giorno di conflitto con i militanti palestinesi nella Striscia di Gaza, che ha causato più di 200 morti.

Giovedì il Gabinetto di Sicurezza di Israele ha approvato all’unanimità una proposta egiziana di cessate il fuoco, nell’undicesimo giorno di conflitto con i militanti palestinesi nella Striscia di Gaza, che ha causato più di 200 morti.

I rapporti dei media israeliani hanno informato che il cessate il fuoco inizierà venerdì alle 2 del mattino (ora locale), circa quattro ore dopo l’annuncio.

Hamas, il movimento islamista palestinese che dall’inizio delle ostilità il 10 maggio ha lanciato migliaia di razzi contro Israele, ha confermato il cessate il fuoco.

Mercoledì il vice capo politico di Hamas Mousa Abu Marzouk ha sottolineato che il cessate il fuoco sarà un’interruzione dei lanci, non una tregua. I colpi da entrambe le parti probabilmente continueranno fino a quando non inizierà il cessate il fuoco.

I dirigenti israeliani hanno smentito voci secondo cui avrebbero concordato ulteriori condizioni al di là dello stop alle operazioni militari, suggerendo che le ragioni sottostanti al conflitto – le denunce palestinesi di espropriazioni di fronte al mancato raggiungimento di una soluzione a due Stati o altra equa soluzione – continueranno.

I dirigenti di Hamas hanno richiesto che le forze di sicurezza di Israele si astengano dall’entrare nel complesso della moschea di Al- Aqsa e interrompano i tentativi da parte dei coloni israeliani di sfrattare attraverso pratiche legali sei famiglie palestinesi dal quartiere di Gerusalemme Sheikh Jarrah.

La settimana scorsa Israele ha respinto una precedente offerta accompagnata da simili richieste, optando per il proseguo dei bombardamenti mirati contro i comandanti di Hamas e della Jihad a Gaza.

Le bombe israeliane hanno ucciso almeno 230 persone a Gaza, tra cui moltissime donne e bambini. In seguito al lancio di 4.000 razzi all’interno di Israele sono morti dodici israeliani. La gran parte di essi comunque sono stati intercettati dal sistema di difesa antimissile israeliana Iron Dome.

L’annuncio è giunto poche ore dopo che il Presidente USA Joe Biden ha telefonato al Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. Dirigenti egiziani hanno condotto la mediazione tra Hamas e Israele. Anche diplomatici del Qatar e della Giordania, come anche funzionari delle Nazioni Unite, sono stati coinvolti nel compito di fare pressione per porre fine al conflitto.

Secondo una lettera del Congresso ottenuta da Al-Monitor, all’inizio di giovedì deputati USA ancora una volta hanno premuto su Biden perché chiedesse un immediato cessate il fuoco.

I rappresentanti democratici Hank Johnson della Georgia e Pramila Jayapal di Washington e leader democratici progressisti, compresa Alexandra Ocasio Cortez di New York, hanno chiesto a Biden di fare pressioni più intense sul governo Netanyahu ed hanno avvertito che non facendolo avrebbe potuto danneggiare ulteriormente la credibilità USA a livello internazionale.

Questa settimana si sono sollevate ulteriori proteste, in larghissima parte di democratici, sia nel Congresso che in Senato, dopo che è stato reso noto che l’amministrazione Biden ha programmato di concedere alla Boeing la licenza per rifornire Israele di armi teleguidate simili a quelle che sarebbero state usate nel conflitto.

La portavoce del Congresso Nancy Pelosi, democratica della California, all’inizio di questa settimana ha chiesto un immediato cessate il fuoco, quando si sono intensificate le critiche su una percepita riluttanza da parte della Casa Bianca a fare pressioni sul governo Netanyahu per un alleggerimento della sua devastante campagna.

Biden mercoledì ha detto a Netanyahu che si aspettava per quella sera una “significativa de-escalation” nel conflitto.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




“Vogliono uccidere”: i medici di Gaza raccontano le esperienze vissute durante la guerra

Ana Adli

20 Maggio 2021 – Al Jazeera

I medici dell’ospedale al-Shifa riportano ad Al Jazeera le difficoltà emotive e pratiche che devono affrontare mentre lavorano per salvare vite umane nel corso dei bombardamenti israeliani

Gaza City – Per più di 10 giorni i medici palestinesi di al Shifa, principale ospedale della Striscia di Gaza, durante gli incessanti bombardamenti dell’esercito israeliano sull’enclave assediata, hanno lavorato 24 ore su 24 per salvare vite umane.

Da quando il 10 maggio Israele ha iniziato a bombardare la Striscia di Gaza almeno 230 persone, tra cui 65 minori, sono state uccise. I feriti sono stati più di 1.500.

Questa settimana l’uccisione di due dirigenti medici – Ayman Abu al-Ouf, primario della medicina interna all’ospedale al-Shifa, e il neuro-psichiatra Mooein Ahmad al-Aloul – ha inferto un ulteriore colpo psicologico ai medici che già lavoravano sotto un’immensa pressione e si trovavano di fronte a una grave carenza di risorse sanitarie a causa di molteplici guerre e un blocco che dura da 14 anni.

Al Jazeera ha discusso con i medici di al-Shifa su cosa significhi, fisicamente ed emotivamente, lavorare in mezzo ad un violento conflitto. Le interviste che seguono hanno subito delle modifiche per brevità e chiarezza.

Sarah El-Saqqa, 33 anni, specialista in chirurgia generale

“Durante l’attuale escalation lavoro sotto pressione per circa 13 ore al giorno: vengo in ospedale alle 19:30 e me ne vado alle 8 o alle 8:30 del giorno successivo.

Questo è stressante ed estenuante … essere lontana dalla famiglia nel mezzo dei bombardamenti è preoccupante. Ho paura che tra le persone che accogliamo in ospedale possa esserci uno dei miei familiari.Sono casi molto difficili, simili a quelli che si vedono solo durante le guerre. Non sappiamo che tipo di armi vengano utilizzate, ma l’obiettivo è uccidere, non terrorizzare o causare ferite. La maggior parte dei casi che giungono in ospedale sono persone che sono state uccise o con gravi ferite.

La morte del dottor Ayman Abu al-Auf è stata una delle notizie più difficili da sopportare. È stato mio docente all’università e poi sono diventata sua collega nel dipartimento di medicina interna dell’ospedale, che lui dirigeva.

“Quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza è un crimine di guerra e un crimine di genocidio, e le organizzazioni internazionali per i diritti umani devono intervenire per fermare questa guerra e non permettere che si ripeta di nuovo”.

Hani al-Shanti, 42 anni, medico consulente specialista in malattie vascolari

In questa guerra il numero di persone uccise è superiore al numero di feriti gravi. Nella guerra del 2014, quando il campo di Shati [campo profughi nel nord della Striscia di Gaza, ndtr.] è stato colpito, ci sono stati molti feriti e abbiamo dovuto trascorrere diversi giorni in sala operatoria per salvare vite umane. Non sono un esperto militare, ma questa volta l’obiettivo principale sembra quello di uccidere le persone. Ecco perché abbiamo avuto meno interventi chirurgici per salvare vite umane.

In ospedale ci sentiamo al sicuro, ma l’ansia per mia moglie, i miei figli e i miei familiari è forte. A casa, questa sensazione è ancora più intensa perché i bombardamenti sono intorno a te, vicino a te. Vivo in uno stato di emergenza a casa e in ospedale.

Il suono dei bombardamenti durante questa guerra è terrificante; il rumore stesso ha causato danni alle persone e ci sono state morti non per lesioni dirette ma per attacchi di cuore dovuti al rumore dei missili.

Soffriamo per la mancanza di sonno, in ospedale e a casa. Ciò causa insonnia cronica e depressione. Inoltre la guerra, in aggiunta alla diffusione del COVID-19, ha iniziato a colpire servizi come acqua, elettricità e rifiuti, oltre, lasciando il settore sanitario sull’orlo del collasso.

Il martirio del mio collega Ayman Abu al-Auf e della sua famiglia è stato devastante. Solo suo figlio è sopravvissuto all’attacco, ma è in terapia intensiva. Non è a conoscenza della loro morte e continua a chiedere ogni giorno di suo padre e della sua famiglia – gli abbiamo detto che si trovano nel reparto di chirurgia.

Il mondo ha calpestato la Striscia di Gaza. Rimarremo nella condizione di crisi e di guerre per diversi motivi: gli israeliani infrangono le promesse e i donatori internazionali non rispettano i loro impegni né per ricostruire né per fermare l’assedio.

Vorrei che Gaza potesse vivere in pace. Vorrei poter vivere in un paese indipendente, vivere dignitosamente “.

Amid Awad, 48 anni, specialista in chirurgia vascolare

I medici sono qui 24 ore su 24. Iniziamo la giornata esaminando i feriti per verificare se ci sono state complicazioni o se è necessario un intervento medico o un intervento chirurgico.

Le necessità di un intervento chirurgico vascolare durante questa guerra non sono le stesse che durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno, quando i cecchini israeliani sparavano col proposito di rendere invalidi i palestinesi, specialmente quelli di età inferiore ai 18 anni. Questa volta, la maggior parte delle persone che arrivano in ospedale sono già morte.

“Ci sono esplosioni che non abbiamo mai sperimentato prima. Ciò ha influito sullo stato psicologico dei nostri figli. I nostri figli non hanno visto una bella giornata da più di 15 anni.

Penso alla mia famiglia a casa tutto il giorno, ma quando vengo in ospedale dimentico l’ansia perché Dio li protegge.

C’è una carenza di materiali e dispositivi medici. Abbiamo competenze che non sono disponibili nei Paesi vicini. Quando le delegazioni mediche vengono qui sono stupite da quello che stiamo facendo nel settore.

Serve un appoggio internazionale. Siamo un popolo indifeso e i nostri media e il nostro arsenale, a differenza di Israele, sono deboli. Ho un’altra nazionalità, sono russo e ho votato per il presidente Vladimir Putin. Voglio chiedere il suo sostegno a noi, cittadini russi, per fermare questa escalation e i massacri. Anche mia moglie è russa, ha assistito a tre guerre israeliane contro Gaza ed è in grado di far fronte alla situazione attuale meglio di me.

Temo che le future generazioni di palestinesi saranno sfigurate dalle armi e dalle bombe che Israele sta usando. Non abbiamo laboratori per esaminarle, ma la questione emergerà nei prossimi anni. I tumori sono molto numerosi e questo è il risultato di ciò che hanno usato nelle guerre precedenti”.

Muhammad Ibrahim al-Ron, 40 anni, consulente chirurgo e responsabile del dipartimento di chirurgia generale

“In questa guerra è dura. La famiglia ha bisogno di te e l’ospedale ha bisogno di te, ma non puoi trovarti in due posti contemporaneamente. In ospedale il lavoro è diviso in tre squadre che lavorano 24 ore e riposano 24 ore. Ma veniamo in servizio anche durante i turni di riposo.Il nemico ha come obiettivo l’uccisione di civili innocenti. I casi che provengono dalle case bombardate sono soprattutto bambini e donne. Queste sono tattiche militari, forse il nemico sta cercando di sconfiggere psicologicamente le persone e le uccisioni seminano la paura tra le persone e le destabilizzano. Questa è la realtà che ho sotto gli occhi.

Il morale generale nella Striscia di Gaza in risposta [agli eventi a] Gerusalemme è alto. Ma c’è anche paura perché stanno bombardando civili, quindi il movimento delle persone e i loro spostamenti non sono gli stessi di prima.

La guerra ha colpito il cuore di Gaza, l’economia, le aziende, la stampa, le torri, i civili e altro.

Il settore sanitario sta soffrendo a causa del blocco. Nel complesso ha periodi buoni e periodi cattivi, ma è peggiorato durante la crisi legata al coronavirus. Non abbiamo l’attrezzatura. Lavoriamo con dispositivi obsoleti e abbiamo bisogno di molte attrezzature mediche, formazione e manutenzione di dispositivi diagnostici e terapeutici.

I 15 anni del blocco corrispondono a 150 anni del progresso medico che avviene al di fuori della Striscia di Gaza. Ciò che è necessaria ora è una giusta soluzione alla questione palestinese, che ci possa consentire di vivere come gli altri”.

Abdul Hadi Mohammad Abu Shahla, 37 anni, specialista in chirurgia vascolare

Da quando è iniziata questa guerra, arriviamo in ospedale alle 7 del mattino e lavoriamo per 24 ore, poi ci prendiamo un giorno per riposarci. Riceviamo vittime che necessitano di interventi specialistici di chirurgia vascolare. Ma portiamo assistenza anche in altre specialità, come chirurgia generale e toracica.

Ci occupiamo di casi clinici provenienti da tutta la Striscia di Gaza. Una delle situazioni più difficili è stata quando è arrivato un bambino di 11 anni con schegge conficcate nell’aorta e nell’arteria epatica [che rifornisce di sangue il fegato, ndtr.]. Abbiamo usato un cerotto sintetico per riparare l’arteria e l’operazione ha avuto successo. Ma il bambino è morto due giorni dopo a causa di ferite alla testa e al torace.

“Le notti in cui sono a casa con la mia famiglia mi sento più tranquillo, e le notti in cui lavoro in ospedale … è difficile trovare un equilibrio tra il prendermi cura dei feriti e il pensare alla mia famiglia e proteggerla.

Ma abbiamo ancora energie e le squadre sono pronte a continuare a lavorare nonostante la carenza di forniture mediche, gravissima nei periodi di guerra e di crisi.

“Voglio che la guerra finisca, poiché la maggior parte delle vittime sono martiri”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Oggi siamo noi i nazisti,” afferma il membro di un gruppo israeliano di ebrei estremisti

Ali Abunimah e Tamara Nassar

19 maggio 2021 The Electronic Intifada

Ebrei israeliani estremisti hanno utilizzato servizi di messaggistica istantanea per organizzare milizie armate con lo scopo di attaccare palestinesi di cittadinanza israeliana.

Messaggi vocali, sms e altro indicano che hanno coordinato attacchi in città dove i palestinesi vivono in stretta vicinanza con gli ebrei – quali Haifa, Bat Yam e Tiberiade a nord, Ramla e Lydd – Lod in ebraico – al centro fino a Beersheba [Be’er Sheva in ebraico, ndtr] nel sud di Israele.

Agli attacchi coordinati si sono uniti anche coloni di insediamenti coloniali ebraici in Cisgiordania, sembra con la conoscenza e collusione di funzionari israeliani.

La comunicazione è avvenuta tramite WhatsApp e Telegram, oltre a gruppi Facebook.

In molti casi gli estremisti organizzatori hanno detto di avere contato sul sostegno attivo o passivo delle autorità israeliane.

Gli organismi di ricerca israeliani Fake Reporter e HaBloc hanno intercettato dei messaggi di alcuni gruppi e hanno riferito le loro scoperte alla polizia israeliana definendole una “bomba ad orologeria.”

“E’ triste sapere che nonostante i nostri sforzi, si sia fatto concretamente pochissimo,”, ha dichiarato Fake Reporter.

“Nessuna autorità competente potrebbe sostenere di non avere saputo,”, ha dichiarato HaBloc.

“Siamo noi i nazisti”

Fake Reporter ha pubblicato schermate dove membri di quei gruppi discutevano quali armi usare e decidevano dove incontrarsi per attaccare palestinesi e bruciare moschee. Animati da violento razzismo, impegnati nelle provocazioni contro i palestinesi.

Tali messaggi venivano diffusi contestualmente a recenti attacchi di estremisti ebrei israeliani contro i palestinesi, le loro case e imprese, e mentre Israele nell’ultima settimana intensificava gli attacchi contro Gaza e la Cisgiordania occupata.

“Non siamo più ebrei oggi,” scriveva un utente di un gruppo Telegram che si definisce “Il popolo di Holon, Bat Yam e Rishon Lezion scende in guerra.”

“Oggi siamo nazisti.”

Questi paesi si trovano nella cintura meridionale di Tel Aviv.

I video postati da HaBloc, che sembra siano stati girati il 12 e 13 maggio, mostrano persone già presenti a Bat Yam o che lo stanno raggiungendo, ed alcuni di loro scandiscono “morte agli arabi.”

Il 12 maggio una gran folla di ebrei israeliani ha trascinato fuori dalla macchina un palestinese e lo ha brutalmente percosso mentre l’aggressione veniva trasmessa dal vivo in televisione.

La vittima, Said Musa, è rimasto gravemente ferito prima di venire trasportato in ospedale.

“Mi hanno chiesto se fossi arabo, credevo che avessero bisogno di aiuto e ho detto: sì, posso aiutarvi?” ha raccontato Musa ad un giornalista israeliano.

In un gruppo WhatsApp che si chiama “Gruppo di combattimento – Morte agli arabi di Haifa”, i partecipanti avevano ricevuto istruzioni di portare bandiere israeliane e di trovarsi mascherati all’ingresso della città vecchia di Acri.

In un altro gruppo WhatsApp denominato “Fanculo gli arabi, sede di Afula, morte agli arabi” che conta 165 membri, uno ha postato la foto di una fiocina.

Sempre lo stesso ha scritto, “bottiglie molotov, ecco l’arma per oggi.”

Un video postato nello stesso gruppo mostra due uomini mascherati, uno dei quali impugna due grandi coltelli e dice, “coltellate in testa, oggi terrore.”

In un altro messaggio per i membri del gruppo La Familia, una persona incita a dar fuoco ad una moschea a Lydd.

La Familia è il famigerato gruppo di ultrà del Beitar Jerusalem, la squadra di calcio che dall’anno scorso è proprietà congiunta di un membro della famiglia reale di Abu Dhabi.

I tifosi del club sono tristemente noti per le violenze ai danni dei palestinesi, generalmente accompagnate da cori di “morte agli arabi.”

La polizia “ci darà man forte”

Adalah, gruppo che sostiene i diritti dei palestinesi in Israele, è venuto in possesso di messaggi vocali e comunicazioni interne fra estremisti ebrei che concertavano aggressioni contro i palestinesi.

Tutti i messaggi vocali pubblicati da Adalah sono del 13 maggio, serata che numerosi osservatori hanno paragonato ad un pogrom.

“La polizia non ci farà nulla, ci darà man forte e farà finta di niente,” dice un israeliano in un messaggio vocale ad altri attivisti ebrei di estrema destra.

“Le regole non valgono più. Tutto brucia,” dice una persona.

“In marcia con le armi, in marcia con quello che ti pare,” dice un altro.

“I tizi di Yitzhar, loro sono già arrivati, arrivati con sei pullman,” dice un altro in un diverso messaggio vocale.

Yitzhar è una colonia costruita su centinaia di acri di terra rubati ad Urif e ad altri villaggi palestinesi nella Cisgiordania occupata.

E’ abitata da coloni estremamente violenti, che attaccano sovente sia i palestinesi sia le loro greggi, frutteti e proprietà.

“Sei pullman vuol dire 380 persone, 380 persone tutte armate, raga. Tutti mascherati,” aggiunge.

“Ognuno di loro, raga, non vede l’ora di ammazzare gli arabi, raga. Vogliono ammazzare gli arabi.”

L’Alto Comitato di Controllo per i Cittadini Arabi di Israele (High Follow-Up Committee for Arab Citizens of Israel) ha dichiarato che “le autorità di polizia conoscono bene questi gruppi” e “risulta che proteggano i giustizieri ebrei israeliani e i gruppi dei coloni.”

L’Alto Comitato di Controllo, formato da rappresentanti eletti, dirigenti di partito e rappresentanti della comunità, è l’organismo rappresentante de facto dei palestinesi di cittadinanza israeliana.

Con l’approvazione delle autorità

Ci sono ulteriori prove che le autorità israeliane non solo ne fossero al corrente, ma che addirittura abbiano sostenuto le premeditate violenze di massa.

Un video diffuso il 12 maggio da alcuni giornalisti israeliani mostra Yossi Harush, vicesindaco di Lydd, mentre dice a diversi parlamentari di primo piano che centinaia di coloni stavano arrivando dalla Cisgiordania per “proteggere” le case degli ebrei.

“Il consiglio che darei a tutti i cittadini arabi è di non lasciare le proprie case,” dice Harush.

Ha poi detto che i coloni si erano “offerti volontari” per “incrementare la sicurezza.”

Un video in possesso di Adalah mostra una dozzina di auto in sosta con diverse persone intorno e un uomo che parla in ebraico.

“Questa è gente della Giudea e Samaria,” dice, usando i nomi con cui Israele chiama la Cisgiordania occupata.

“Fucili a canna corta M-16, chiunque voglia venire a proteggere lo Stato è il benvenuto,” dice.

“Oggi gli spacchiamo le ossa.”

Adalah ha annunciato che avrebbe proceduto per vie legali contro le autorità israeliane per non avere impedito le aggressioni contro i palestinesi da parte di queste bande di ultranazionalisti.

In diverse schermate di messaggi Telegram e WhatsApp postate da israeliani e utenti di social media si vedono tattiche e istigazioni simili.

Il gruppo israeliano di diritti umani B’Tselem ha rivelato che gruppi di coloni, quali l’organizzazione di estrema destra Regavim e un’altra chiamata My Israel, stavano costituendo milizie armate per recarsi in città miste all’interno di Israele il 13 maggio.

My Israel ha chiamato a raccolta “veterani militari armati”, “proprietari di mezzi corazzati” e “diplomati a corsi per ufficiali di combattimento” perché si coalizzassero.

Le bande ultranazionaliste sono state di parola: la scorsa settimana hanno devastato città, distrutto imprese commerciali palestinesi, marchiato case di palestinesi e aggredito cittadini palestinesi nelle strade.

Morti e feriti

I palestinesi di cittadinanza israeliana hanno protestato nelle strade in solidarietà con i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania occupata.

Sono stati segnalati i casi di una sinagoga di Lydd data alle fiamme e di aggressioni ad israeliani, poliziotti e militari compresi.

Lunedì scorso Yigal Yehoshua, un ebreo di 56 anni, è deceduto per una ferita alla testa che sembra sia stata causata da un mattone scagliato contro la sua macchina durante una rivolta palestinese avvenuta a Lydd il martedì precedente.

Secondo quanto riferito da Sheikh Yusef al-Bazz, l’imam locale, Yehoshua sarebbe stato aggredito da ebrei israeliani che lo avevano scambiato per un arabo.

La causa della ferita mortale di Yehoshua non è stata ancora chiarita.

La sera prima che Yehoshua rimanesse ucciso, Moussa Hassouna, palestinese con cittadinanza israeliana, era stato colpito a morte da abitanti ebrei di Lydd, che avevano invocato la “legittima difesa”, secondo il Times of Israel.

Secondo quanto scritto dal giornale, l’inchiesta iniziale aveva evidenziato che “Hassouna si trovava a decine di metri dagli ebrei indiziati quando è stato colpito dallo sparo.”

Le autorità israeliane hanno arrestato per poi rilasciarli quattro ebrei sospettati del crimine.

E a Giaffa un dodicenne palestinese ha riportato gravi ustioni dopo che la sua casa è stata attaccata con bombe incendiarie. Anche la sorellina di dieci anni ha riportato ferite, seppur meno gravi, nel corso dell’attacco.

Sembra che le videocamere di sorveglianza abbiano ripreso prima dell’attacco due uomini incappucciati in un vicolo contiguo.

La polizia ha arrestato un sospetto arabo. Ma secondo Haaretz, il padre dei bambini “stenta a credere che chi ha aggredito la sua famiglia fosse un arabo, e che la polizia abbia fatto un errore di identificazione.”

Infatti la sua casa era decorata con mezzelune per il Ramadan – anche se le luci delle decorazioni non funzionavano.

In un discorso del 15 maggio, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha esortato i cittadini ebrei e palestinesi di Israele ad astenersi dall’uso della violenza. Il suo linguaggio, però, rifletteva il razzismo sistemico dello Stato di Israele.

“Non lasceremo che i nostri cittadini ebrei vengano linciati o minacciati da bande di arabi assassini,” ha dichiarato Netanyahu, che contestualmente si è limitato ad ammonire i cittadini ebrei a non “farsi giustizia da soli e aggredire arabi innocenti, o linciare un arabo innocente.”

Minimizzando la portata della violenza degli ebrei israeliani, Netanyahu ha dichiarato che “si era in effetti verificato un caso simile.”

Adalah ha affermato che Netanyahu “continua a rimarcare che la polizia israeliana, che agisce con brutale violenza nei confronti dei cittadini palestinesi, otterrà il pieno sostegno politico alle sue azioni.”

I palestinesi con cittadinanza israeliana sono i sopravvissuti e discendenti della Nakba, la pulizia etnica della Palestina perpetrata dalle milizie sioniste prima e dopo la creazione dello Stato di Israele nel 1948.

A differenza dei milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, essi godono di qualche diritto civile, quale il diritto di voto. Sono però soggetti a radicate forme di discriminazione sancite da decine di leggi.

“La certezza del diritto non vale quando si tratta di palestinesi” e questo riguarda l’intera Palestina storica, aggiunge Adalah. Come affermato all’inizio dell’anno da B’Tselem, la “supremazia ebraica” è “l’unico principio guida” di Israele.

“I cittadini palestinesi, a livello collettivo, temono per la propria vita,” ha dichiarato domenica l’Alto Comitato di Controllo per i Cittadini Arabi di Israele, appellandosi alla comunità internazionale perché intervenga per aiutare a proteggerli “sia dallo Stato sia dai privati.”

Tamara Nassar è direttore associato e Ali Abunimah è direttore esecutivo di The Electronic Intifada.

traduzione dall’inglese di Stefania Fusero




La polizia non è in grado di arginare la violenza nelle città miste israeliane

AfifAbuMuch

17 maggio 2021 – Al-Monitor

Lo Shin Bet è stato chiamato ad affiancare la polizia israeliana nel compito di contrastare le rivolte nelle città arabe e miste ebraico-arabe.

L’Alto Comitato di Follow-up per i cittadini arabi di Israele [organizzazione extraparlamentare che rappresenta i cittadini arabo-israeliani, ndtr.] ha proclamato per domani uno sciopero generale nelle città e nelle comunità arabe in seguito all’aggressione nella moschea di Al-Aqsa e alle violenze dei coloni nelle città miste. I membri del Comitato si sono incontrati ieri con gli abitanti di Giaffa e Lod per ascoltare i loro pareri e preoccupazioni.

L’incontro si è tenuto mentre per la seconda settimana di seguito nelle città miste ebraico-arabe le tensioni continuavano a crescere. La scorsa settimana scontri e tensioni a Gerusalemme est durante il Ramadan, immagini angoscianti dalla moschea di Al-Aqsa che mostrano la polizia israeliana mentre irrompe nella moschea, proteste violente in tutta Gerusalemme e la battaglia in corso nel quartiere di Sheikh Jarrah hanno creato una situazione esplosiva caratterizzata dal lancio di razzi verso Gerusalemme da parte di Hamas. E mentre Israele scatenava sulla Striscia di Gaza una valanga di bombardamenti aerei contro Hamas, in città miste come Lod, Giaffa e Ramie esplodevano scontri interni tra gli abitanti arabi e i loro vicini ebrei.

Durante il Ramadan ci sono stati anche diversi violenti scontri nelle città arabe e proteste per i fatti di Gerusalemme. Tali incidenti, tra cui lanci di pietre, disordini, l’incendio di una sinagoga, aggressioni a cittadini ebrei da parte di arabi e a cittadini arabi da parte di ebrei e distruzioni di proprietà private e pubbliche, hanno provocato molti feriti. A Lod un uomo è stato ucciso. Mousa Hassouna, 32 anni, è stato colpito a morte da un ebreo che è stato arrestato.

Il caos ha indotto il presidente Reuven Rivlin a chiedere alla leadership araba di far sentire la propria voce contro la violenza montante. Egli ha definito il suo silenzio “vergognoso, tale da offrire supporto al terrorismo e alle rivolte e incoraggiare la frattura della società in cui viviamo e in cui continueremo a vivere una volta che tutto questo sarà passato”. Ha anche invitato il governo israeliano a “perseguire i rivoltosi con mano ferma e ripristinare la sicurezza e l’ordine durante la battaglia senza compromessi contro il terrorismo proveniente da Gaza”. Il presidente ha poi tenuto un incontro con tutti i sindaci delle città arabe ed ebraiche del Negev per chiedere loro di calmare la loro gente e porre fine alla violenza.

A testimonianza della portata delle violenze lo Shin Bet [l’intelligence interna israeliana, ndtr.] ha fatto l’insolito annuncio che, alla luce dell’escalation, l’agenzia agirà a fianco della polizia israeliana all’interno delle città per fermare la violenza tra arabi ed ebrei. Con la presenza dello Shin Bet, la situazione è sembrata modificarsi, e c’è stata una drastica diminuzione degli scontri e dei disordini causati da ebrei o arabi.

Fermare gli scontri è un compito troppo arduo per la polizia, proprio come la lotta alla violenza e alla criminalità nella comunità araba, la quale perde più di 100 vite all’anno in seguito ad omicidi? È Lo Shin Bet la risposta a entrambe le sfide?

Uno degli aspetti positivi è che la leadership israeliana sembra aver finalmente capito che il gran numero di armi circolanti nella comunità araba potrebbe un giorno essere rivolto contro gli ebrei. Coloro che in passato hanno chiesto la confisca di armi illegali sono scoraggiati e affermano che il governo e le forze dell’ordine non si preoccupano della questione fintanto che gli arabi continuano a sparare agli arabi.

Ieri il leader del partito arabo Raam ,[ di tendenza islamista, ndtr.] Mansour Abbas ha visitato Lod, invitando entrambe le parti a riportare la calma. Durante la visita Abbas ha incontrato per la prima volta la famiglia di Hassouna e ha poi visitato il sito della sinagoga che è stata data alle fiamme dai rivoltosi.

Il Paese sta ora affrontando anche la crisi politica in atto, aggravata dalle tensioni interne e dall’operazione militare a Gaza. Il presidente di Yamina [alleanza di partiti politici israeliani di destra ed estrema destra nata in occasione delle elezioni del settembre 2019, ndtr.] Naftali Bennett ha annunciato di aver interrotto i negoziati riguardanti il cosiddetto Change Bloc per la formazione di un governo a rotazione con il leader di Yesh Atid [partito politico israeliano centrista e laico, ndtr.] Yair Lapid, che attualmente detiene il mandato di formare un governo. Bennett è tornato a negoziare con il Likud e il primo ministro Benjamin Netanyahu, affermando che la sicurezza deve avere priorità sulle questioni civili. Sembra che Bennett abbia detto: “A causa della situazione di emergenza nelle città miste, non è un ‘governo di cambiamento’ così come era stato pianificato a potersene occupare. Abbiamo bisogno della forza, per mettere in campo i militari e fare arresti. Queste cose non possono essere fatte se dipendiamo da Mansour Abbas [che avrebbe dovuto appoggiare il governo di Lapid, ndtr.]”.

(traduzione dall’inglese di Aldo lotta)




Alcuni palestinesi uccisi dal fuoco israeliano nelle proteste in Cisgiordania

Mel Frykberg

14 maggio 2021 – Al Jazeera

Le forze israeliane feriscono più di 500 palestinesi durante un’ondata di proteste in Cisgiordania contro i bombardamenti israeliani contro Gaza.

Beit El, Cisogiordania – Le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso 11 palestinesi nella Cisgiordania occupata, in quanto molteplici proteste sono scoppiate per la crescente rabbia riguardo all’intensificazione dei bombardamenti aerei contro Gaza da parte di Israele e la minaccia di espulsione forzata di palestinesi dalle loro case a Gerusalemme est.

Il ministero della Salute palestinese ha affermato che venerdì [14 maggio] durante le proteste in Cisgiordania 10 palestinesi sono stati uccisi da forze israeliane e un altro è stato ucciso durante un tentativo di accoltellare un soldato israeliano nei pressi di una illegale colonia israeliana a Yabad, vicino a Jenin.

Dopo le preghiere del venerdì migliaia di palestinesi hanno protestato in più di 200 località in Cisgiordania. La Mezzaluna Rossa ha affermato che più di 500 palestinesi sono rimasti feriti in tutto il territorio, con manifestanti colpiti da proiettili, lacrimogeni e colpi di arma da fuoco letali da parte israeliana.

Venerdì anche in Giordania centinaia di palestinesi hanno cercato di riunirsi sul confine con Israele, ma sono stati bloccati dalle forze di sicurezza giordane, mentre i palestinesi nel Libano meridionale hanno tentato di superare il confine con Israele.

Le proteste sono giunte nel contesto di un’escalation durante giorni di scontri tra Israele e Hamas, che governa la Striscia di Gaza. Venerdì Israele ha scatenato più attacchi aerei e colpi sparati da carri armati contro la Striscia di Gaza, mentre i gruppi armati palestinesi hanno continuato a lanciare razzi su Israele dall’enclave costiera assediata.

Al posto di controllo di Beit El a al-Bireh, nei pressi di Ramallah, nella Cisgiordania occupata, centinaia di palestinesi delle fazioni politiche rivali di Hamas, Fatah e del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP), di sinistra, hanno manifestato insieme ad altri senza affiliazione politica, gridando slogan in appoggio a Gaza e agli abitanti palestinesi di Gerusalemme est.

Il suono degli spari di proiettili veri e di quelli di acciaio ricoperto di gomma hanno sibilato nell’aria mentre le ambulanze correvano avanti e indietro portando feriti e nuvole di fumo si levavano nell’aria da copertoni bruciati dai manifestanti.

Malak Abu Rab, di Ramallah, ha detto ad Al Jazeera di aver partecipato al corteo insieme a sua figlia, Tuleen, 13 anni, e suo figlio Jad di 10 anni, per appoggiare le vittime di Gaza e anche i palestinesi di Gerusalemme est minacciati di espulsione a Sheikh Jarrah e le centinaia ferite nelle recenti incursioni della polizia israeliana nella moschea di Al-Aqsa, in città [Gerusalemme].

A Gerusalemme coloni israeliani, appoggiati da soldati, stanno cercato di cacciare la gente dalle proprie case, un comportamento in cui Israele è impegnato da decenni, ed è ora di porvi fine,” ha detto.

I palestinesi stanno parlando la stessa lingua riguardo a questi problemi e le loro opinioni sono le stesse.”

Lo scontro si intensifica

I morti di venerdì hanno portato almeno a 13 il numero totale di palestinesi uccisi dal fuoco israeliano negli scontri in Cisgiordania da lunedì, quando Israele ha lanciato raid aerei contro la Striscia di Gaza assediata in risposta agli attacchi di Hamas con i razzi.

Il ministero della Salute di Gaza afferma che da quando è iniziato l’ultimo ciclo di violenze almeno 126 palestinesi, tra cui 31 minorenni, sono stati uccisi e più di 900 feriti nell’enclave.

Negli ultimi giorni l’esercito israeliano ha lanciato più di 600 attacchi contro l’enclave ed ha ammassato truppe e carri armati nei pressi di Gaza mentre lo scontro si è intensificato.

In Israele da lunedì almeno sette persone sono state uccise nei più di 2.000 attacchi con i razzi lanciati dai gruppi armati a Gaza

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha promesso che l’offensiva contro Gaza continuerà “finché necessario per ripristinare la calma nello Stato di Israele”, nonostante gli appelli internazionali per un’immediata interruzione delle ostilità. L’ultima escalation della violenza ha fatto seguito a settimane di tensioni nella Gerusalemme occupata riguardo a un’udienza del tribunale, ora rinviata, in relazione all’espulsione con la forza di una serie di famiglie palestinesi dalle loro case nel quartiere di Sheikh Jarrah per far posto a coloni israeliani.

In città sono scoppiate tensioni anche nel complesso della moschea di Al-Aqsa, in cui le forze israeliane hanno fatto incursione per tre giorni di seguito durante l’ultima settimana di Ramadan, sparando lacrimogeni e granate assordanti contro fedeli all’interno della moschea e ferendone centinaia.

A Beit El il banchiere Salama Khalil, 42 anni, ha affermato di aver partecipato alle proteste con suo figlio Saji, 13 anni, per manifestare solidarietà con la gente di Gaza contro il “terrorismo perpetrato dall’esercito israeliano sui palestinesi.”

La stupidità degli israeliani nel cercare di cacciare i palestinesi dalle loro case a Sheikh Jarrah e le loro ripetute invasioni ad Al-Aqsa sono riuscite ad unire i palestinesi di Israele fino a Gaza e alla Cisgiordania, dalla Giordania al Libano e persino a livello internazionale,” ha detto.

å“Ci sono molte possibilità che se non ci sono speranze e nessun processo di pace si vada verso una terza Intifada,” ha aggiunto.

I palestinesi non stanno per scomparire.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)