Rapporto OCHA del periodo 5 – 18 dicembre 2017

Nei Territori palestinesi occupati [vengono indicati come tali: Striscia di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est], il periodo cui si riferisce il presente rapporto è stato contrassegnato da un’ondata di proteste, scontri, lanci di razzi e attacchi aerei che hanno provocato la morte di 8 palestinesi e il ferimento di altri 2.900 circa, tra cui almeno 345 minori; anche 7 israeliani sono stati feriti.

La sollevazione palestinese, seguita all’annuncio del 6 dicembre con il quale gli Stati Uniti riconoscevano Gerusalemme come capitale di Israele, desta preoccupazione per la possibilità che possa innescare un nuovo periodo di ostilità.

Nella Striscia di Gaza, nel corso di proteste e scontri, tre civili palestinesi (tutti uomini) sono stati uccisi con armi da fuoco dalle forze israeliane, mentre altri 658 civili, tra cui 79 minori, sono stati feriti. Gli eventi, quotidiani, hanno avuto luogo nei pressi della recinzione perimetrale ed hanno comportato lanci di pietre contro le forze israeliane schierate sul lato israeliano. Queste, a loro volta, hanno sparato contro i manifestanti con armi da fuoco, proiettili di gomma e bombolette lacrimogene. Le tre uccisioni sono avvenute in due distinti episodi: l’8 dicembre ad est di Khan Younis e il 15 dicembre ad est della città di Gaza. In questo secondo caso, uno degli uccisi era un uomo di 29 anni che, nel 2008, ferito durante un attacco aereo israeliano, aveva subìto l’amputazione di entrambe le gambe. Oltre un terzo dei feriti negli scontri (223) sono stati colpiti con armi da fuoco; i rimanenti sono stati colpiti da proiettili di gomma o bombolette lacrimogene o hanno inalato gas lacrimogeno con esigenza di trattamento medico.

In risposta al lancio quasi quotidiano di razzi da Gaza verso il sud di Israele, l’aviazione israeliana ha lanciato una serie di attacchi aerei contro siti militari di Gaza, uccidendo tre palestinesi: un civile e due membri di un gruppo armato. Altri 25 civili sono rimasti feriti, compresi nove minori. Il civile ucciso era un 54enne, ferito l’8 dicembre durante un attacco aereo su un sito di Beit Lahia e morto poco dopo per infarto. Oltre ai siti-obiettivo, diversi edifici residenziali e due scuole hanno subìto danni (da moderati a lievi). La maggior parte dei razzi lanciati dai palestinesi sono ricaduti all’interno della Striscia di Gaza, ferendo una donna ed un minore e danneggiando una scuola. Uno dei razzi è caduto nella città di Sderot, in Israele, causando danni ad un asilo infantile.

In Cisgiordania, nello stesso contesto di proteste e scontri quotidiani, le forze israeliane hanno ucciso due palestinesi e ferito altri 2.222, tra cui 254 minori. Entrambi gli uomini uccisi (di 19 e 29 anni), sono stati colpiti il 15 dicembre, rispettivamente durante gli scontri al checkpoint DCO (Ramallah) e nella città di Anata (Gerusalemme). Nel primo caso (al checkpoint), un giovane palestinese ha accoltellato e ferito un ufficiale della polizia di frontiera israeliana ed è stato successivamente colpito e ucciso. La maggior parte delle lesioni (70%, 1.556 persone) sono state causate da inalazione di gas lacrimogeni con esigenza di trattamento medico, seguite da ferimenti da proiettili di gomma (20%, 447) e armi da fuoco (4%, 82). La città di Gerico conta il maggior numero di feriti, seguita da Tulkarm, Al Bireh (vicino al checkpoint DCO, Ramallah) e vicino al checkpoint di Huwwara (Nablus). A Gerusalemme Est, le proteste si sono svolte quasi quotidianamente, per lo più alla porta di Damasco, l’ingresso principale della Città Vecchia, dove c’era un grosso dispiegamento di polizia israeliana; gli scontri hanno provocato il ferimento di 90 palestinesi.

Il 10 dicembre, a Gerusalemme Ovest, presso la Stazione Centrale degli Autobus, un palestinese di 24 anni ha accoltellato e ferito una guardia della Sicurezza israeliana ed è stato successivamente arrestato.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno condotto 162 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 364 palestinesi, tra cui 63 minori. Almeno 50 delle operazioni hanno provocato scontri ed il ferimento di sei palestinesi. Il 12 dicembre, nel villaggio di Az Zubeidat (Gerico), durante un’operazione di ricerca-arresto, una donna palestinese di 60 anni è morta per infarto, per l’esplosione di una granata assordante sparata dalle forze israeliane nei pressi della sua casa.

In un’area del villaggio di Anata situata all’interno del confine municipale di Gerusalemme, per mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito due strutture abitative in costruzione. Sono state colpite tre famiglie di 17 persone, di cui 11 minori. Nella zona di Ras Al Amud a Gerusalemme Est, un’altra struttura disabitata è stata demolita dal proprietario per evitare multe: colpita una famiglia palestinese.

In Area C, durante il periodo di riferimento, non sono state registrate demolizioni. Tuttavia, per la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno emesso ordini di demolizione e arresto-lavori contro almeno 17 strutture di proprietà palestinese. Le strutture prese di mira includevano due aule scolastiche nella Comunità beduina palestinese di Abu Nuwar (Gerusalemme) i cui residenti, sottoposti ad un contesto coercitivo, sono a rischio di trasferimento forzato.

In due distinti episodi, coloni israeliani, secondo quanto riferito provenienti da Yitzhar (Nablus), hanno vandalizzato proprietà agricole e una casa in due villaggi palestinesi. Uno degli episodi si è verificato in un’area agricola del villaggio di Qusra, con danni a 45 alberi di ulivo e ad un serbatoio d’acqua. Per i palestinesi l’accesso a tale area richiede la concessione di un’autorizzazione speciale da parte delle autorità israeliane. Nell’altro caso, coloni israeliani hanno attaccato una casa nel villaggio di Burin, causando il danneggiamento di pannelli solari. Nella Città Vecchia di Gerusalemme un palestinese è stato fisicamente aggredito e ferito da coloni israeliani; un altro è stato ferito da pietre lanciate contro il suo veicolo in transito sulla strada 60, nei pressi dell’abitato di Yitzhar (Nablus).

Nelle zone di Hebron, Ramallah e Gerusalemme, i media israeliani hanno segnalato sette episodi di lancio di pietre e bottiglie incendiarie, da parte di palestinesi, contro veicoli israeliani, con danni a cinque veicoli privati ed a due autobus, nonché alla metropolitana leggera nell’area di Shu’fat a Gerusalemme Est.

Il 19 dicembre, nella striscia di Gaza, per ragioni di sicurezza collegate allo svolgimento di operazioni militari, le autorità israeliane hanno chiuso, per un giorno, i valichi di Erez e Kerem Shalom. L’attraversamento di Erez è stato comunque consentito agli operatori umanitari, al personale delle organizzazioni internazionali e ai titolari di permessi di ricongiungimento familiare; è stato altresì consentito l’attraversamento di Kerem Shalom ai rifornimenti di gas da cucina e carburante.

Il valico di Rafah sotto controllo egiziano è stato eccezionalmente aperto tre giorni durante il periodo di riferimento (16-18 dicembre) in entrambe le direzioni, consentendo a 1.827 persone di lasciare Gaza e a 630 di tornarvi. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 20.000 persone, tra cui casi umanitari, sono registrate e in attesa di attraversare Rafah.

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Colono israeliano uccide un contadino ma vengono accusati dei palestinesi

Maureen Clare Murphy

19 dicembre 2017,Electronic Intifada

Un palestinese – ma ancora nessun israeliano – deve rispondere di gravi accuse in merito a uno scontro tra coloni e abitanti di un villaggio della Cisgiordania, che lo scorso mese ha lasciato un bilancio di un contadino palestinese ucciso.

Muhammad Wadi è stato accusato di tentato omicidio da un tribunale militare israeliano.

Il quotidiano israeliano Haaretz informa che l’atto di accusa sull’incidente del 30 novembre nel villaggio di Qusra sostiene che Wadi è entrato in una grotta in cui un gruppo di bambini e un adulto si erano rifugiati ed ha lanciato grosse pietre contro di loro da distanza ravvicinata, ferendo l’adulto alla testa.

Il giornale aggiunge che altri diciannove palestinesi sono stati arrestati perché sospettati di essere coinvolti [nell’episodio].

Lo scontro mortale è avvenuto quando un gruppo di bambini sono stati portati a fare un’escursione nei pressi del villaggio palestinese come parte di una festa di bar mitzvah [rito ebraico che celebra l’ingresso a pieno titolo nella comunità dei bambini maschi di 13 anni, ndt.].

I coloni sostengono che gli abitanti di Qusra li hanno attaccati e che uno degli accompagnatori dell’escursione ha sparato con il suo fucile per difendersi, uccidendo Mahmoud Zaal Odeh, di 48 anni.

Lo sparatore è stato interrogato dalla polizia in quanto sospettato di omicidio colposo e successivamente rilasciato.

Il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman ha affermato che l’israeliano ha agito “per legittima difesa”, sostenendo che un gruppo di palestinesi ha tentato di “linciare” i bambini.

I miei ringraziamenti e il mio apprezzamento alla scorta armata che ha salvato gli escursionisti da un pericolo evidente ed immediato per le loro vite,” ha aggiunto.

Gli abitanti di Qusra, tuttavia, hanno detto ai mezzi di comunicazione che Odeh stava lavorando la propria terra quando è stato colpito.

Secondo il gruppo per i diritti umani “Adalah” a insaputa e senza il permesso della sua famiglia l’esercito israeliano ha portato il corpo di Odeh a Tel Aviv per l’autopsia, prima che venisse restituito ai suoi cari per il funerale.

Una settimana dopo, decine di coloni sono tornati a Qusra per continuare l’escursione con una massiccia scorta militare e insieme al vice ministro degli Esteri israeliano Tzipi Hotovely ed al ministro dell’Agricoltura Uri Ariel:

Circa 100 coloni arrivano fuori da Qusra per terminare il percorso del bar mitzvah che era finito in scontri con palestinesi la scorsa settimana. Ad accompagnare il ragazzino del bar mitzvah è il ministro Uri Ariel.

Alla domanda se fosse proprio il caso di portare così tanti bambini in una zona che si sta ancora tranquillizzando dopo la violenza della scorsa settimana, Ariel ha detto: “Abbiamo un forte esercito e ci sentiamo sicuri ovunque andiamo sulla nostra terra.”

E si parte. Si uniscono alla festa anche il vice ministro degli Esteri Tzipi Hotovely e Itamar Ben Gvir” [citazione di una cronaca twittata da Jacob Magid, giornalista del quotidiano indipendente israeliano “Times of Israel”, ndt.]

Con loro c’era anche Itamar Ben Gvir, un colono, militante di estrema di destra e avvocato che è considerato “un amico a cui rivolgersi” per gli israeliani che hanno commesso atti di violenza contro i palestinesi, compresi due adolescenti sospettati di essere coinvolti in un attacco incendiario che ha ucciso tre membri di una famiglia palestinese in un villaggio della Cisgiordania [a Duma, nei pressi di Nablus, in cui morì anche un bambino di 18 mesi, ndt.] nel 2015.

Sarit Michaeli, responsabile internazionale del gruppo israeliano per i diritti umani “B’Tselem”, ha definito l’escursione una “sfilata provocatoria dei coloni”.

La gita si è conclusa con una foto di gruppo e un raduno alla grotta in cui i coloni accusano i palestinesi di aver assediato il gruppo di bambini.

Violenza dei coloni

Gli abitanti di Qusra sono da molto tempo vittime di violenze, danni alle proprietà e vessazioni da parte dei coloni.

Nel settembre 2011 la moschea del villaggio è stata devastata e bruciata con gomme incendiate come atto di “price tag” [lett. “pagare il prezzo”; indica le azioni di rappresaglia dei coloni contro i palestinesi, ndt.] o vendetta dopo che la polizia ha demolito tre strutture dell’avamposto non autorizzato dei coloni “Migron”.

Quello stesso mese l’abitante di Qusra Issam Badran è stato ucciso dai soldati durante scontri che sono scoppiati dopo che i coloni sono entrati nelle terre del villaggio.

Un’inchiesta dell’esercito riguardo all’uccisione di Badran è stata chiusa senza che venisse presentato un atto d’accusa. Nel gennaio 2014 gli abitanti di Qusra hanno bloccato più di dodici coloni che avevano fatto incursione nel villaggio e avevano tentato di sradicare ulivi.

Gli abitanti di Qusra sono stati anche sottoposti a incursioni notturne nelle loro case da parte delle forze israeliane come parte delle loro “procedure di mappatura” per censire tutta la popolazione civile palestinese.

Invece un minore israeliano della vicina colonia di Itamar che aveva aggredito un attivista dei diritti umani e lo aveva minacciato con un coltello è stato condannato a svolgere un lavoro socialmente utile per l’incidente dell’ottobre 2015.

L’adolescente aveva attaccato Arik Ascherman, allora capo di Rabbis for Human Rights [gruppo di rabbini che si oppone all’occupazione dei territori palestinesi, ndt.], mentre quest’ultimo stava aiutando un contadino palestinese a raccogliere le olive.

Haaretz ha informato che la giudice che ha emesso la sentenza contro il giovane “ha scritto di aver optato per i lavori socialmente utili perché una detenzione avrebbe potuto danneggiare le possibilità per il ragazzo di essere arruolato nell’esercito israeliano, e perché era convinta che avesse buone possibilità di essere rieducato.”

L’adolescente era rappresentato in giudizio da Itamar Ben-Gvir.

Bambini palestinesi arrestati da Israele per imputazioni come aver tirato pietre ai soldati non godono di una simile indulgenza.

Un crescente numero di parlamentari statunitensi sta appoggiando una legge che imporrebbe al Segretario di Stato [il ministro degli Esteri USA, ndt.] di attestare ogni anno che nessuno dei fondi USA destinati ad Israele venga utilizzato per “finanziare la detenzione militare, gli interrogatori, gli abusi o i maltrattamenti contro i bambini palestinesi.”

La legge condanna i procedimenti giudiziari israeliani contro i minori palestinesi nei tribunali militari, mentre nello stesso territorio i coloni israeliani sono sottoposti alle leggi civili.

Nella Cisgiordania occupata Israele mette in atto un sistema giuridico a due livelli: i palestinesi sono sottoposti ai tribunali militari, in cui viene loro negato un processo minimamente equo e si trovano a dover affrontare una detenzione quasi certa, mentre i coloni israeliani sono soggetti alla giurisdizione della polizia e dei tribunali civili israeliani.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




L’uccisione di un uomo senza gambe

Amira Hass

17 dicembre 2017,Haaretz

Ibrahim Abu Thuraya, con entrambe le gambe amputate e su una sedia a rotelle, si distingueva tra la folla di manifestanti sul confine di Gaza. È stato il suo coraggio che ha innervosito un soldato che si trovava sul lato israeliano?

I fanali della macchina illuminano due soldati nel buio, con fucili ed altro equipaggiamento all’ingresso della città cisgiordana di A-Ram, sovrappopolata e ammassata. I nostri occhi si sono incrociati per un attimo, come si suol dire. I loro volti esprimevano quel familiare misto di arroganza, ignoranza e paura. Come sembrano giovani, ho pensato. Ho anche riflettuto su quello che pensa in questi giorni chiunque guidi davanti a soldati: una lieve deviazione dell’auto e loro supporranno che questa signora sia decisa ad investirli. Una successiva inchiesta della polizia militare stabilirà che avevano avuto l’impressione che la loro vita fosse in pericolo e quindi che avevano agito correttamente. Concéntrati sulla guida, mi sono detta, pensando di nuovo a quanto fossero giovani.

Non credo che venerdì si sia vista alcuna paura negli occhi dei soldati israeliani che hanno sparato a Ibrahim Abu Thuraya, 29 anni, uccidendolo. Erano dall’altra parte della barriera di confine, a est del quartiere di Shujaiyeh a Gaza. Forse erano su una torre di guardia, forse su una collina o in una jeep blindata, che ha sparato a raffica sui manifestanti palestinesi.

Quale pericolo rappresentava Abu Thuraya? Certo si distingueva tra gli altri manifestanti: amputato delle due gambe, è avanzato sulla sua carrozzella, sceso da questa si è mosso rapidamente con l’aiuto delle braccia, andando verso est attraverso una collinetta sabbiosa. Il suo coraggio e la sua mancanza di paura hanno turbato un soldato sul lato israeliano della barriera?

Abu Thuraya era stato gravemente ferito durante l’offensiva israeliana del 2008-09 contro Gaza, quando perse entrambe le gambe. Nel 2015 una storia sul sito web palestinese di notizie Al Watan raccontava che lui e i suoi amici erano stati presi di mira da un bombardamento israeliano nel campo di rifugiati di Bureij. In seguito si era ripreso dalle gravi ferite e si guadagnava da vivere pulendo i finestrini delle auto nelle strade di Gaza, muovendosi tra le macchine sulla sua sedia a rotelle. Una ripresa video senza data lo mostra mentre si arrampica su un palo della luce nei pressi del confine di Gaza e sventola una bandiera. In un altro video, probabilmente registrato venerdì, lo si vede sulla sua carrozzella allo scoperto di fronte alla recinzione, mentre sventola di nuovo una bandiera palestinese.

Venerdì a mezzogiorno davanti a una telecamera diceva che la manifestazione era un messaggio all’esercito sionista di occupazione che “questa è la nostra terra e non ci vogliamo arrendere.” Poi un montaggio video lo mostra sulla sua sedia a rotelle, circondato da decine di giovani sconvolti. La sua testa è reclinata, viene messo in un’ambulanza e portato in ospedale. È stato dichiarato morto quel pomeriggio, ucciso da un proiettile alla testa.

Il montaggio video omette qualche scena che lo potrebbe accusare? Per esempio, Abu Thuraya ha puntato un razzo contro i soldati? Se questa è stata la ragione per cui un soldato ha sparato ad un uomo senza gambe su una sedia a rotelle, si è trattato di un errore dell’esercito e dei portavoce del Coordinamento delle Attività Governative nei Territori [COGAT, l’amministrazione israeliana dei territori palestinesi occupati, ndt.]. Perché non hanno emesso un comunicato ai mezzi di informazione riguardo ad un attacco con i razzi da parte dei manifestanti, evitando in questo modo qualunque danno che possa colpire i nostri soldati?

Di nuovo in Cisgiordania, un prurito al naso mi ha avvisato della presenza di soldati sulla strada che porta al campo di rifugiati di Jalazun –il che significa che c’erano anche quelli che lanciano sassi. Ma non era possibile tornare indietro. Il diffuso fumo di lacrimogeni aumentava di intensità e la strada procedeva a curve. Da una parte, tra alcune case, si erano accovacciati alcuni giovani – ed erano molto giovani. Avevano pietre in mano ma per il momento non le stavano tirando. Dall’altra parte, nei pressi di un muro che protegge la colonia di Beit El, stava uno spaventoso furgone passeggeri blindato, con di fianco qualche soldato. Forse erano della polizia di frontiera (il mio senso di panico mi ha fatto dimenticare qualche dettaglio). Sotto i loro elmetti e da lontano era difficile stabilire quanto fossero giovani. Ma nel loro atteggiamento arroganza e ignoranza erano evidenti.

Il mio tentativo di andare da Ramallah a Betlemme venerdì (per un concerto e l’esibizione di un coro di bambini) era fallito. Ad un incrocio verso il checkpoint di Beit El, alcuni giovani – quanto erano giovani! – hanno tirato fuori da un’auto dei copertoni con l’intenzione di incendiarli. Ho capito quello che stava succedendo e sono tornata indietro verso Qalandiyah. Il traffico era lento.

A un certo punto dei fedeli stavano uscendo da una moschea e in un altro della gente camminava in mezzo alla strada portando ceste dal mercato. Altrove c’erano macchine parcheggiate in doppia fila o uomini che uscivano da un salone per le feste portando tazze di caffè usa e getta e pezzi di torta. Un’ambulanza, a sirene spiegate, stava arrivando dalla direzione del checkpoint, segnalando quello che mi aspettava. Qualche decina di metri più in là si poteva chiaramente vedere una nuvola di lacrimogeni. Ogni desiderio che avevo di andare a vedere la situazione in ognuna delle altre uscite dalla prigione 5 stelle che è Ramallah mi era passato. In seguito si è saputo che una persona era morta al checkpoint di Beit El e un’altra era stata gravemente ferita a Qalandiyah.

Venerdì, durante una gita con amici, lui ha detto: “Per un verso, so che dovrei essere là con quei coraggiosi ragazzi al checkpoint. Per l’altro, so che solo se centinaia di migliaia di persone andassero lì, con le mani in tasca, qualcosa cambierebbe.”

Lei ha aggiunto: “Una volta quando sentivamo di una persona ferita a Gaza tutta la Cisgiordania era in fiamme. Ora sentiamo di qualcuno che è morto a Ramallah o un giovane che ha perso un occhio per un candelotto lacrimogeno e tutto quello che facciamo è scuotere la testa in segno di solidarietà e continuiamo con le nostre vite.”

Una persona che vive in una strada nei pressi del checkpoint di Beit El ha aperto la porta di casa a quelli che scappavano dal fumo dei lacrimogeni. Il fazzoletto impregnato di alcool fatto giare da un paramedico aiutava, ma solo in casa le lacrime e la sensazione di bruciore sono cessate.

I nostri dirigenti sono isolati,” ha dichiarato l’ospite. “Non gli importa della gente, ma solo dei soldi e degli affari. Non posso dire ai giovani di non andare ai checkpoint, ma so che il loro coraggio è inutile.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 24 ottobre – 6 novembre (due settimane)

Il 30 ottobre, le forze israeliane hanno fatto esplodere un tunnel sotterraneo che, a quanto riferito, correva sotto la recinzione che separa Gaza da Israele; 12 membri di gruppi armati palestinesi sono morti e altri 12 sono rimasti feriti. Si tratta del maggior numero di vittime registrate in un singolo episodio dopo le ostilità del 2014. Il 5 novembre, l’esercito israeliano ha recuperato dal tunnel cinque cadaveri che, al momento, sono trattenuti da Israele. Altri cinque addetti della Difesa Civile palestinese sono rimasti feriti durante un tentativo di salvataggio delle vittime.

L’UNRWA ha annunciato che il 15 ottobre ha scoperto quello che sembrava essere un tunnel sotto una delle sue scuole in Gaza. Secondo l’Agenzia, essa attuò tutte le misure necessarie per rendere la scuola sicura, consentendo la ripresa della attività dopo dieci giorni. L’UNRWA ha chiesto a tutti i soggetti interessati il ​​pieno rispetto per la neutralità e l’inviolabilità dei locali dell’ONU in ogni tempo.

[nota: UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East) è stata istituita nel 1948 dalle Nazioni Unite per il soccorso, lo sviluppo, l’istruzione, l‘assistenza sanitaria, i servizi sociali e gli aiuti di emergenza ad oltre cinque milioni di rifugiati palestinesi che vivono in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Striscia di Gaza.]

Il 31 ottobre, le forze israeliane hanno fatto fuoco, uccidendo un palestinese 29enne e ferendo la sorella; i due stavano viaggiando sulla strada 465, nei pressi dell’insedia-mento colonico di Halamish (Ramallah). Secondo fonti israeliane, i soldati hanno aperto il fuoco contro il veicolo poiché il conducente ha proseguito nonostante gli fosse stato ordinato di fermarsi. Le autorità israeliane hanno riferito di aver avviato un’indagine penale sulle circostanze dell’episodio. Il corpo dell’uomo, che era del villaggio di Deir Ballut (Salfit), è stato trattenuto per tre giorni.

29 palestinesi, nove dei quali minori, sono stati feriti dalle forze israeliane durante scontri nei territori palestinesi occupati [Cisgiordania e Gaza]. Diciotto feriti sono stati registrati nel contesto di operazioni di ricerca-arresto condotte in Campi Profughi, tra cui: Al Jalazun (Ramallah), Qalandiya (Gerusalemme), Ad Duhaisha e Ayda (Betlemme), Balata (Nablus), Jenin ed anche nelle città di Al Bireh (Ramallah) ed Hebron. In totale, le forze israeliane hanno condotto 166 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 179 palestinesi. Altri 11 feriti sono stati segnalati a Kafr Qaddum (Qalqiliya), durante la manifestazione settimanale contro le restrizioni di accesso e durante quattro proteste attuate accanto alla recinzione perimetrale che circonda Gaza.

In almeno 15 casi, le forze israeliane hanno aperto il fuoco verso agricoltori e pescatori per far rispettare le restrizioni di accesso imposte ai palestinesi in terraferma [ai terreni di Gaza lungo la recinzione] e nelle zone di pesca; due pescatori sono stati feriti, arrestati e la loro barca confiscata. In due occasioni, le forze israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza, vicino a Khan Younis e nell’area centrale, ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo nelle vicinanze della recinzione perimetrale. Due palestinesi, tra cui un paziente, sono stati arrestati dalle forze israeliane al valico di Erez controllato da Israele.

Per la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito cinque strutture in due località solo parzialmente situate nell’Area C, compromettendo il sostentamento di nove famiglie. Si tratta di quattro botteghe artigiane in Barta’a ash Sharqiyeh (Jenin), un villaggio situato nell’area chiusa dietro la Barriera (la zona di Seam), e una struttura agricola nel Campo Profughi di Al ‘Arrub (Hebron).

Presso la Comunità di Ad Dawa (Nablus), un’altra struttura agricola è stata colpita e distrutta da un colpo di cannone durante una esercitazione militare; ne risulta compromesso il sostentamento di quasi 100 persone. La Comunità si trova in un’area dichiarata da Israele “zona per esercitazioni a fuoco”. Negli ultimi anni, a causa soprattutto della violenza e delle intimidazioni dei coloni, i residenti in questa comunità hanno abbandonato le proprie abitazioni, accedendovi esclusivamente per le attività agricole.

In un’altra “zona per esercitazioni a fuoco” situata nel sud di Hebron, la vita di tre comunità è stata stravolta da esercitazioni, svolte con elicotteri, in prossimità delle loro abitazioni. Le comunità coinvolte sono Tuba, Sfai e Majaz, situate in un’area conosciuta come Massafer Yatta. Le coperture di alcuni ripari e i foraggi per gli animali sono stati spazzati via, mentre i bambini hanno sofferto paura e traumi. Le “zone per esercitazioni a fuoco” coprono quasi il 30% della Zona C ed in esse vivono circa 6.200 persone, distribuite in 38 comunità che presentano alti livelli di necessità umanitaria.

A metà ottobre, la sentenza di una corte israeliana ha aperto la strada alla demolizione (per mancanza di permessi edilizi) di quattro edifici nella zona Kafr ‘Aqab di Gerusalemme Est. Gli edifici comprendono circa 100 unità abitative, di cui sei abitate, e si trovano sul tracciato di una strada progettata per raggiungere il checkpoint di Qalandiya. Di conseguenza, sei famiglie (25 persone, tra cui 13 minori) rischiano lo sfollamento. Successivamente, a seguito dell’emissione di un provvedimento provvisorio, l’esecuzione delle demolizioni è stata sospesa fino a dicembre. Kafr ‘Aqab si trova all’interno dei confini comunali di Gerusalemme, ma dal 2002 è stata fisicamente separata dal resto della città dalla costruzione della Barriera; fruisce quindi di pochissimi servizi comunali.

Nel contesto della raccolta delle olive, ancora in corso, sono stati segnalati otto episodi di intimidazione e/o furto di prodotti da parte di coloni israeliani. Sette di questi episodi sono avvenuti in aree vicine agli insediamenti colonici; per i palestinesi, l’accesso a tali aree è soggetto a “coordinamento preventivo” con le autorità israeliane. Le comunità colpite comprendono: Deir al Hatab, As Sawiya, Deir Sharaf e Huwwara (Nablus), At Tuwani (Hebron), Sinjil (Ramallah), Al Jaba’a (Betlemme). Secondo quanto riferito, da ottobre di quest’anno, inizio della stagione della raccolta delle olive, almeno 1.073 alberi di proprietà palestinesi sono stati vandalizzati da coloni israeliani. Sono stati inoltre segnalati alcuni episodi di lancio di pietre ad opera di coloni contro agricoltori palestinesi.

Due palestinesi sono stati feriti e una rete di irrigazione è stata vandalizzata da coloni israeliani. I ferimenti si sono verificati nel contesto di due aggressioni fisiche: nella Città Vecchia di Gerusalemme e nei pressi della Comunità di Ein al Beida, nella valle del Giordano settentrionale. In quest’ultima zona si è avuto un secondo episodio: secondo testimoni oculari palestinesi, un gruppo di coloni israeliani ha divelto circa 1.000 metri di tubature per l’acqua da una rete di irrigazione e li ha gettati in una fossa vicino al confine con la Giordania. Le tubature erano state collocate nell’ambito di un progetto umanitario finanziato da donatori a sostegno degli agricoltori della zona che, in seguito ad una sentenza della Corte Suprema israeliana, avevano riacquistato il diritto di accesso ai propri terreni privati.

Secondo rapporti di media israeliani, a Ramallah e nei governatorati di Betlemme ed Hebron, un colono israeliano è stato ferito e diversi veicoli sono stati danneggiati dal lancio di pietre da parte di palestinesi. Per gli stessi motivi ha subito danni anche la metropolitana leggera nel tratto che attraversa il quartiere di Shu’fat (Gerusalemme Est).

Il 1° novembre le Autorità di Hamas hanno ceduto all’Autorità Nazionale Palestinese il controllo, sul versante di Gaza, dei valichi di Erez e Kerem Shalom [confine israeliano] e Rafah [confine egiziano]. In conseguenza, le precedenti restrizioni imposte dalle autorità di Hamas, sono state attenuate. Questo passaggio fa parte degli accordi di riconciliazione nazionale tra Fatah e Hamas, raggiunti il 12 ottobre. Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah sotto controllo egiziano è rimasto chiuso in entrambe le direzioni.

[nota: Gli accordi di riconciliazione nazionale sono stati raggiunti grazie alla mediazione dell’Egitto. Il valico di Rafah, fra due settimane, riaprirà al transito di persone e merci sotto la sorveglianza della guardia presidenziale di Abu Mazen e possibilmente del contingente europeo di osservatori. (fonte ANSA)]

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

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Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Rapporto OCHA del periodo 26 settembre – 9 ottobre 2017 (due settimane)

Il 26 settembre, ad un cancello della Barriera vicino all’insediamento di Har Hadar (nel governatorato di Gerusalemme), un 37enne palestinese ha sparato e ucciso tre israeliani: due guardie di sicurezza e un poliziotto di frontiera, ed ha ferito un altro poliziotto di frontiera. L’aggressore è stato colpito e ucciso sul posto ed il corpo è trattenuto dalle autorità israeliane.

Il Coordinatore Speciale dell’ONU per il Processo di Pace in Medio Oriente, Nickolay Mladenov, ha fortemente condannato l’attacco. L’episodio di cui sopra fa salire a 14 il numero di israeliani (di cui nove membri delle forze di sicurezza) uccisi da palestinesi dall’inizio del 2017, mentre sale a 23 il numero di palestinesi (di cui sei minori) autori e/o sospetti autori di attacchi, uccisi nello stesso periodo.

Dopo l’attacco, le forze israeliane hanno chiuso i due ingressi principali del villaggio di Beit Surik (governatorato di Gerusalemme), dove viveva l’aggressore e, per un periodo di tre giorni, hanno limitato l’accesso alla strada principale che collega al resto della Cirgiordania questo ed altri otto villaggi circondati dalla Barriera. Come conseguenza, l’accesso ai servizi e ai mezzi di sussistenza delle circa 35.000 persone residenti in questi villaggi è stato gravemente compromesso. Le forze israeliane hanno anche individuato e messo sotto sorveglianza la casa della famiglia dell’aggressore.

Il 4 ottobre, nella città di Kafr Qasim in Israele, è stato trovato il corpo di un colono israeliano 70enne con ferite da coltello. Secondo media israeliani, fonti di sicurezza israeliane hanno indicato che l’uomo è stato ucciso da palestinesi per “ragioni nazionaliste”. Due palestinesi del villaggio di Qabatiya (Jenin), sospettati dalle autorità israeliane dell’uccisione, sono stati arrestati dalle forze israeliane.

62 palestinesi, tra cui 23 minori e due donne, sono stati feriti nei territori palestinesi occupati [Cisgiordania e Striscia di Gaza] in scontri con le forze israeliane. Sei dei ferimenti sono avvenuti nella Striscia di Gaza, durante le proteste in prossimità della recinzione perimetrale, ed i restanti in Cisgiordania. La maggior parte delle lesioni (42) sono state registrate durante nove operazioni di ricerca e arresto in Biddu, Beit Surik, Silwan, Campo profughi di Shu’fat (governatorato di Gerusalemme) e nel Campo profughi di Jalazun ed in Al Bireh a Ramallah. Altri scontri che hanno causato lesioni si sono verificati durante le manifestazioni settimanali a Kafr Qaddum (Qalqiliya), An Nabi Saleh e Ni’lin (entrambi a Ramallah); all’entrata di Beit ‘Ummar e nel Campo profughi di Al’ Arrub (entrambi a Hebron); ed a seguito dell’ingresso di coloni israeliani in un sito religioso vicino a Gerico.

Nel complesso, le forze israeliane hanno condotto 121 operazioni di ricerca-arresto in Cisgiordania ed hanno arrestato 205 palestinesi, di cui nove minori. Il numero più alto di operazioni (36) è stato effettuato nel governatorato di Hebron, mentre il maggior numero di arresti (53) è stato compiuto nel governatorato di Gerusalemme. Ancora in Cisgiordania, durante il periodo di riferimento [due settimane], le forze israeliane hanno allestito almeno 156 chekpoint “volanti”, più del doppio della media dall’inizio dell’anno.

A motivo delle feste ebraiche, per dieci giorni durante il periodo di riferimento, le autorità israeliane hanno imposto una chiusura generale nella Cisgiordania. A tutti i titolari di documenti di identità della Cisgiordania, inclusi i lavoratori ed i commercianti con permessi validi, è stato impedito di entrare in Gerusalemme Est ed in Israele attraverso tutti i punti di controllo, ad eccezione dei casi medici urgenti, degli studenti e dei dipendenti palestinesi delle ONG internazionali e delle agenzie delle Nazioni Unite.

Nella Striscia di Gaza, in almeno dieci episodi, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso civili palestinesi presenti in Aree ad Accesso Riservato, in terra e in mare; non ci sono stati feriti. Inoltre, in un caso, le forze israeliane sono entrate nella Striscia, ad est di Deir El-Balah, nella zona centrale, ed hanno svolto operazioni di spianatura e di scavo in prossimità della recinzione perimetrale.

Le autorità israeliane, citando la mancanza di permessi di costruzione, hanno demolito tre strutture ed hanno sequestrato materiali e attrezzature in varie comunità in Area C, con ciò colpendo i mezzi di sussistenza di più di 800 palestinesi. Faceva parte delle strutture prese di mira un tratto di strada agricola, finanziata da un donatore, la quale consentiva l’accesso ai terreni agli agricoltori di tre comunità nella valle del Giordano settentrionale; durante questa operazione, è stata danneggiata parte di una rete di irrigazione, finanziata da donatori, che forniva acqua alla stessa area. In altri due episodi, le forze israeliane hanno sequestrato fogli di lamiera zincata da utilizzare nella costruzione di una struttura residenziale nella Comunità pastorale di Mak-hul, nella valle del Giordano settentrionale e una serie di materiali e attrezzature utilizzati per la costruzione di una scuola nella Comunità beduina di Abu Nuwar, nel governatorato di Gerusalemme.

Quattro comunità di pastorizia nella valle del Giordano settentrionale (Mak-hul, Humsa-Al Bqai’a, Al Farisiya – Ihmayyer e Al Farisiya – Nabe ‘Al Ghazal) sono diventate ad alto rischio di sfollamento a seguito di sentenze dell’Alta Corte di Giustizia israeliana, emesse all’inizio di ottobre 2017, che hanno annullato la sospensione degli ordini di demolizione in queste Comunità. Si stima che più di 200 strutture in queste Comunità possano, da ora, essere demolite in qualsiasi momento, con ciò ponendo circa 170 persone, di cui 90 minori, a rischio di sfollamento.

In tre diverse azioni di coloni israeliani, due palestinesi sono stati feriti e sono stati segnalati danni materiali. Nei pressi di Qabalan (Nablus), coloni israeliani hanno fisicamente assalito e ferito un palestinese, membro delle forze di sicurezza palestinesi; un altro uomo, una donna e una ragazza sono stati feriti in un episodio di lancio di pietre al raccordo stradale di Beit ‘Einoun (Hebron). Secondo fonti locali palestinesi, la raccolta di 70 ulivi è stata rubata, da coloni israeliani a quanto riferito, in una zona vicino a Kafr Qaddum (Qalqiliya) cui i palestinesi possono accedere solo previo coordinamento con l’autorità israeliana.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, controllato dall’Egitto, è rimasto chiuso in entrambe le direzioni. Nel corso del 2017 il valico è stato parzialmente aperto per soli 29 giorni. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 20.000 persone, tra cui casi umanitari, sono registrate ed in attesa di attraversare.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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Il soldato medico assassino israeliano “ha sofferto molto” – per cui una condanna breve è stata ridotta di quattro mesi

Jonathan Ofir

28 settembre 2017, Mondoweiss

Elor Azarya ha “sofferto molto”, ha detto un portavoce dell’esercito israeliano, annunciando la decisione del capo di stato maggiore Gadi Eisenkot di ridurre di 4 mesi la già mite condanna a 18 mesi del soldato medico per aver ucciso con una pallottola in testa a bruciapelo un presunto aggressore palestinese ferito ed immobile in una strada di Hebron nel 2016.

Non c’è fine alla vittimizzazione ebraica. Dopotutto egli è “figlio di tutti noi”, ha fatto eco una dichiarazione di Netanyahu.

Azarya ha appena iniziato a scontare la sua condanna lo scorso mese, e la scorsa settimana ha avuto un permesso per “Rosh Hashanah”, il capodanno ebraico – un’iniziativa inusuale dopo un periodo così breve di detenzione. Come ha notato Israel National News [rete informativa del movimento sionista religioso, ndt.], “ai soldati in genere vengono concesse licenze dal carcere solo dopo aver scontato un terzo della pena”.

L’avvocato di Azarya Yoram Sheftel è speranzoso:

Speriamo che questo sia una rondine che preannuncia la primavera e un rilevante alleggerimento della pena dell’esercito,” ha detto.

Ma la stagione delle feste ebraiche non è finita. Lo Yom Kippur, il giorno dell’espiazione, è domani, e il capo di stato maggiore ha forse sentito di dover espiare per i suoi peccati, in quanto in un primo tempo aveva detto che Azarya “aveva sbagliato” e poi che Azarya non era “figlio di tutti noi”.

Che traditore! Intendo dire, politici di destra e di sinistra (compresa Shelly Yachimovitch del partito Laburista) si sono messi in fila per chiedere la grazia per Azarya subito dopo il verdetto (ancor prima che la condanna venisse pronunciata).

Perciò Eisonkot ha dato ad Azarya un tardivo regalo per “Rosh Hashanah”, forse un precoce perdono per lo “Yom Kippur”. Eisenkot ha persino specificato che il fatto che Azarya non abbia manifestato pentimento per aver ucciso l’aggressore, Abdel Fattah al-Sharif, ha influenzato la sua decisione. Cioè – se egli si fosse detto pentito, gli avrebbe concesso di più.

Ma come i bambini viziati, che ricevono regali anche se si comportano male, Azarya doveva semplicemente ricevere fin d’ora questo regalo – ma lui viene “punito” con un regalo più piccolo di quello che altrimenti avrebbe ottenuto se almeno avesse “espresso pentimento”.

Non è che l’inizio. Su Haaretz Amos Harel ha calcolato:

Supponendo che ad Azaria venga annullato un terzo della condanna per buona condotta, potrebbe essere già rilasciato il 30 marzo 2018. Altrimenti dovrebbe scontrare la pena fino al 30 settembre del prossimo anno.”

Cioè, nel peggiore dei casi, Azarya sarà libero entro la fine della festa di “Sukkot” (la festa dei tabernacoli), che segue lo Yom Kippur, del prossimo anno. Ma ci sono buone possibilità che sia in realtà libero prima della prossima Pasqua, come una “rondine che preannuncia l’arrivo della primavera”, come l’ha descritto l’avvocato Sheftel.

Suppongo che allora aggiungeranno qualcosa nell’ “Haggadah” (la lettura tradizionale) della Pasqua, in cui, oltre alla commemorazione della liberazione dalla prigionia egiziana, si potrà festeggiare la liberazione di Elor Azarya dalla prigione. Perché abbiamo tutti “sofferto molto”, e Azarya sta “pagando per tutti noi”.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Rapporto OCHA 18 – 31 luglio 2017 ( due settimane)

Tre israeliani e tre presunti aggressori palestinesi sono stati uccisi durante cinque attacchi e presunti attacchi palestinesi; nel corso di tali episodi sono stati feriti altri quattro israeliani e un palestinese.

Il 21 luglio, nell’insediamento colonico israeliano di Halamish (Ramallah), un palestinese 19enne ha fatto irruzione in una casa e ha pugnalato e ucciso tre israeliani, (due uomini e una donna) ed ha ferito un’altra donna; le vittime erano tutti membri della stessa famiglia. L’autore è stato colpito e ferito da un soldato israeliano, quindi arrestato. Il 18 luglio, presso il raccordo stradale Beit ‘Einoun (Hebron), un palestinese ha guidato il suo veicolo contro un gruppo di soldati israeliani ferendone due; subito dopo è stato colpito e ucciso. Due palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane all’ingresso del villaggio di Tuqu (20 luglio) e vicino all’incrocio di Gush Etzion (28 luglio). Secondo quanto riferito, avrebbero tentato di uccidere soldati israeliani; non sono state segnalate vittime israeliane. Infine, secondo i resoconti di media israeliani, il 24 luglio, nella città di Petach Tikva (Israele) un palestinese ha accoltellato e ferito un israeliano ed è stato successivamente arrestato.

Le forze israeliane hanno fatto irruzione nel villaggio di Kobar (Ramallah), dove abitava il responsabile dell’attacco condotto nell’insediamento colonico di Halamish [vedere paragrafo precedente], ed hanno bloccato tutti gli ingressi (il blocco è ancora in atto al termine del periodo di riferimento di questo Rapporto). Ad esclusione dei casi umanitari preventivamente concordati, ai circa 5.000 residenti è stato impedito l’accesso ai servizi e ai luoghi di lavoro. Durante l’irruzione, le forze israeliane hanno confiscato veicoli, documenti e soldi nella casa dell’aggressore; si sono anche verificati scontri con i giovani del villaggio e 24 palestinesi sono rimasti feriti.

Gli scontri in corso tra palestinesi e forze israeliane in Gerusalemme Est e nel circondario, hanno provocato la morte di cinque palestinesi, nonché il ferimento di 1.015 palestinesi, di cui almeno 34 minori, e di due poliziotti israeliani. La maggior parte degli scontri sono seguiti ai numerosi assembramenti di fedeli che pregavano in strada in segno di protesta contro l’installazione di metal detector agli ingressi del Complesso Haram ash Sharif / Monte del Tempio; l’installazione aveva fatto seguito all’attacco del 14 luglio in prossimità del Complesso. Due dei morti (18 e 21 anni) sono stati uccisi il ​​21 luglio nelle aree di Ras al ‘Amud e At Tur; uno di essi da un colono israeliano. Altri due palestinesi (18 e 23 anni) sono stati uccisi durante gli scontri avvenuti nella città di Abu Dis, il 21 e 22 luglio. Un altro (28 anni) è morto per le ferite riportate il 24 luglio in analoghi scontri avvenuti nel villaggio di Hizma. 19 dei feriti palestinesi sono stati colpiti da armi da fuoco; la maggior parte degli altri feriti sono stati colpiti da pallottole di gomma o hanno necessitato di trattamento medico per inalazione di gas lacrimogeno. Due dei feriti palestinesi, un minore e un uomo, hanno perso un occhio. Il 24 luglio le autorità israeliane hanno rimosso i metal detector, riducendo notevolmente il livello di tensione e gli scontri.

Il 21 luglio, poliziotti di frontiera israeliani hanno fatto irruzione con la forza nell’ospedale di Al Maqased a Gerusalemme Est, secondo quanto riferito, alla ricerca di manifestanti feriti in quello stesso giorno, ed hanno interrotto l’assistenza medica di emergenza. È stato riferito che i poliziotti hanno molestato alcuni operatori dell’ospedale e, uscendo dall’ospedale, hanno sparato una bomboletta di gas lacrimogeno ai palestinesi che si erano riuniti nel cortile dell’ospedale. Una incursione analoga, nello stesso ospedale, era stata registrata il 17 luglio.

Ulteriori scontri, verificatisi in varie località dei Territori occupati, anche in connessione con gli accadimenti di Gerusalemme Est, hanno provocato un altro morto palestinese e 535 feriti palestinesi. Il 28 luglio, un ragazzo di 15 anni è stato colpito e ucciso dalle forze israeliane durante scontri vicino alla recinzione perimetrale di Gaza, ad est del Campo Profughi di Al Bureij; in questo ed in episodi analoghi verificatisi lungo la recinzione della Striscia di Gaza sono stati feriti altri 34 palestinesi. Il maggior numero di ferimento occorsi in Cisgiordania, al di fuori della zona di Gerusalemme, sono stati registrati durante scontri presso i checkpoint di Beit El / DCO (Ramallah) e di Huwwara (Nablus).

A Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) in terra e in mare, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento, o diretto, in almeno 15 occasioni, senza causare feriti. In alcuni casi, il lavoro degli agricoltori e dei pescatori palestinesi è stato interrotto. In altre quattro occasioni, le forze israeliane hanno effettuato spianature del terreno e scavi all’interno di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale.

Riguardo alla crisi elettrica di Gaza non sono stati registrati sviluppi; permangono i tagli di corrente per 18-20 ore al giorno, con gravi ricadute sulla fornitura dei servizi essenziali. PNGO, la rete delle ONG palestinesi, ha riferito che le prolungate mancanze di energia elettrica colpiscono particolarmente le oltre 44.000 persone affette da disabilità, tra cui alcune dipendenti da dispositivi elettrici che forniscono ossigeno e supporto alla mobilità.

Sono stati segnalati cinque attacchi di coloni che hanno causato ferimenti di palestinesi o danni alla proprietà. Due minori palestinesi sono stati feriti, in due distinti casi di lancio di pietre, al raccordo stradale di Beit ‘Einoun (Hebron) e ad ‘Asira al Qibliya (Nablus), mentre vicino al checkpoint di Za’tara (Nablus) un uomo palestinese è stato ferito da un cane sguinzagliato da coloni. Nei villaggi di Jalud e Madama, entrambi nel governatorato di Nablus, sono stati registrati due casi di incendio di terra palestinese, a quanto riferito, ad opera di coloni israeliani; ne sono risultati danneggiati una struttura agricola e reti di irrigazione.

Il 25 luglio coloni israeliani hanno occupato un appartamento in un edificio situato nella zona H2 della città di Hebron, violando un ordine israeliano che dichiarava quella parte dell’edificio come area militare chiusa. Una famiglia palestinese (16 persone, la metà delle quali minori), residente in un altro appartamento dello stesso edificio, ha riferito di limitazioni all’accesso ed intimidazioni dopo l’occupazione [effettuata dai coloni]. Una istanza che contestava i diritti di proprietà dei coloni, presentata tre anni fa dalla famiglia palestinese ad un tribunale israeliano, è ancora in sospeso.

Secondo resoconti di media israeliani, nei pressi di Gerusalemme, Ramallah, Hebron e Betlemme, tre coloni israeliani tra cui un minore sono stati feriti e almeno cinque veicoli sono stati danneggiati in diversi episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi.

Nell’Area C della Cisgiordania, a causa della mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato quattro strutture di proprietà palestinese, compromettendo i mezzi di sussistenza di circa 250 persone. Le strutture in questione includevano una roulotte per uso commerciale nel villaggio di Battir (Betlemme), due chioschi commerciali nella città di Ar Ram (Gerusalemme) ed un tratto di strada per il collegamento della Comunità di Wadi Sneysel alla Strada n° 1. Quest’ultima è una delle 46 comunità beduine della Cisgiordania centrale a rischio di trasferimento forzato. Le autorità hanno altresì emesso almeno 17 ordini di demolizione e blocco-lavori contro strutture residenziali e di sostentamento in tre comunità dell’Area C, nel sud di Hebron; tra queste, quattro strutture finanziate da donatori e fornite come assistenza umanitaria alla Comunità di Al Bowereh.

Il Valico di Rafah, controllato dall’Egitto, durante il periodo di riferimento è rimasto eccezionalmente aperto, ma solo per l’ingresso di combustibile, primariamente destinato alla Centrale Elettrica, mentre è rimasto chiuso al transito delle persone. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 20.000 persone, tra cui casi umanitari, sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah. L’ultima volta in cui il valico venne aperto al transito di persone fu il 9 maggio. Nel 2017, fino ad ora, il valico è stato aperto per 16 giorni.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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Un tribunale israeliano conferma la sentenza per omicidio colposo, con condanna a 18 mesi nei confronti di Elor Azarya

30 luglio 2017 , Ma’an News

BETLEMME (Ma’an) – Domenica un tribunale israeliano ha confermato la sentenza per omicidio colposo e la condanna a 18 mesi di carcere emessa nei confronti dell’ex soldato israeliano Elor Azarya, per aver sparato con modalità da esecuzione al ventunenne palestinese Abd al-Fattah al-Sharif nel 2016.

Azarya è stato condannato per omicidio colposo ad un anno e mezzo di prigione per aver sparato ed ucciso Al-Sharif mentre il palestinese disarmato era a terra gravemente ferito, dopo che aveva presumibilmente compiuto un attacco col coltello nella città di Hebron, nel sud della Cisgiordania occupata, nel marzo 2016.

Il collegio di difesa di Azarya ha fatto appello sia contro la sentenza per omicidio colposo che contro la condanna a 18 mesi di prigione, in quanto troppo severa, mentre la procura militare israeliana ha fatto ricorso in appello per aggravare la sentenza.

Secondo il Times of Israel, i giudici della corte d’appello hanno deciso di confermare la sentenza per omicidio colposo, definendo l’azione di Azarya “proibita, grave, immorale” e sostenendo che “ l’etica è fondamentale perché l’esercito sia in grado di resistere sia al suo interno che rispetto all’esterno.”

I giudici hanno espresso tre voti contro due per la conferma della sentenza. “La punizione è la più mite tra le possibili sentenze applicabili,” hanno sottolineato, lamentando che “un così eccellente soldato abbia commesso un simile tremendo errore”.

La corte ha puntualizzato che Azarya, che è stato trasferito agli arresti domiciliari all’inizio di questo mese in attesa del processo d’appello, “non ha mai espresso rimorso o messo in discussione le sue azioni” e questa è stata una delle principali ragioni per cui la pena non è stata ridotta.

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Il quotidiano Haaretz ha riportato che Azarya, che ha scontato solo nove giorni in carcere ed ha trascorso la maggior parte della sua detenzione all’interno di una base militare, sarebbe stato trasferito in un carcere militare se la sentenza fosse stata confermata.

Tuttavia, riferisce Haaretz, il collegio di difesa di Azarya potrebbe compiere parecchi altri passi per tentare di eludere la sentenza.

Gli avvocati di Azarya potrebbero portare il caso davanti alla Corte Suprema israeliana per chiedere che la condanna dell’ex soldato sia rinviata una seconda volta, cercare di ottenere una riduzione della pena da parte del capo di stato maggiore dell’esercito israeliano – un’iniziativa che sarebbe possibile solo se Azarya assumesse pubblicamente la responsabilità delle sue azioni – o chiedere la grazia al Presidente Reuven Rivlin.

La procura ha anche fatto appello contro la sentenza sostenendo che la condanna di Azarya non era congruente con la decisione dei giudici, che avevano respinto nel dettaglio ogni obiezione del collegio di difesa quando lo hanno incriminato ed avevano accettato l’argomentazione della procura, secondo cui il soldato ha commesso un ingiustificato omicidio per vendetta. Comunque, la difesa ha sostenuto che Azarya aveva subito un ingiusto accanimento e che la sua condanna rappresenta “un’applicazione selettiva della legge”, secondo Human Rights Watch (HRW).

In giugno l’associazione per i diritti ha affermato: “Certo, Human Rights Watch ha reiteratamente documentato il fatto che il problema non è la condotta di un singolo soldato, ma il clima di impunità per le uccisioni illegali di palestinesi.

La responsabilità di applicare le norme morali e giuridiche non grava solo sulle spalle di un singolo soldato ventenne, ma anche sugli ufficiali di alto grado che hanno inviato a lui – e a molti altri – il messaggio sbagliato relativamente all’uso letale della forza.”

Al-Sharif è stato colpito e gravemente ferito dopo aver presumibilmente aggredito col coltello un altro soldato israeliano ed in seguito è stato lasciato a terra sanguinante per circa dieci minuti. Azarya gli ha sparato alla testa e parecchi testimoni lo hanno sentito dire “Questo cane è ancora vivo” e “ Questo terrorista merita di morire”, prima di premere il grilletto.

Prima della condanna, il caso era già stato denunciato come “processo dimostrativo” per accendere i riflettori su questo caso in modo da distogliere l’attenzione da una più generale cultura dell’impunità per le forze armate israeliane, in quanto Azarya è stato accusato di omicidio colposo per ciò che veniva definito dalle associazioni per i diritti come un’ “esecuzione extragiudiziale” e dalla famiglia della vittima come “omicidio a sangue freddo”.

In seguito all’iniziale notizia della condanna a 18 mesi, la famiglia Al-Sharif aveva detto di “non essere sorpresa” dalla mite sentenza – sottolineando che il soldato aveva ricevuto una pena detentiva minore di quella che sarebbe toccata ad un bambino palestinese che avesse tirato pietre.

Secondo Human Rights Watch, Azarya è stato l’unico membro delle forze armate israeliane ad essere accusato di aver ucciso un palestinese nel 2016 – quando almeno 109 palestinesi sono stati colpiti ed uccisi dalle forze armate e dai coloni israeliani.

Secondo l’associazione (israeliana) per i diritti Yesh Din, su 186 inchieste giudiziarie condotte dall’esercito israeliano per sospetti reati contro palestinesi, solo quattro hanno portato ad incriminazioni.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Senza precedenti e incendiario: perché il boicottaggio di Al-Aqsa è importante

Richard Silverstein – 21 luglio 2017, Middle East Eye

Le nuove misure di sicurezza sull’Haram al-Sharif violano gli accordi tra Giordania ed Israele, non evitano la ripetizione dell’ultimo attacco di venerdì e alimentano ulteriormente l’odio.

Lo scorso venerdì tre palestinesi con cittadinanza israeliana della città settentrionale di Umm al Fahm hanno attaccato poliziotti fuori dall’Haram al-Sharif [la Spianata delle Moschee, ndt.], il terzo luogo più sacro per l’Islam (noto agli ebrei israeliani come il “Monte del Tempio”).

Negli ultimi anni Israele ha imposto una serie di misure che restringono l’accesso dei musulmani al luogo, mentre periodicamente ha anche incrementato aggressioni armate da parte di poliziotti contro la moschea di Al-Aqsa e i fedeli che vi si trovavano.

Queste violazioni della sacralità dei luoghi hanno fatto infuriare i musulmani in tutto il mondo, ma soprattutto i palestinesi, sia in Israele che in Cisgiordania. Molte delle continue violenze degli attacchi di ‘lupi solitari’ contro bersagli israeliani, che hanno lasciato circa 50 israeliani e 250 palestinesi uccisi, sono state motivate da sdegno religioso contro la condotta di Israele.

L’attacco di venerdì è stato il più audace in tempi recenti. Tre membri di un clan locale, tutti denominati Muhammad Jabareen, sono riusciti a far passare armi all’interno della città santa di Gerusalemme, poi le hanno recuperate ed hanno sparato contro la polizia. Hanno ucciso due poliziotti drusi israeliani e ne hanno leggermente ferito un altro.

Come è tipico di queste situazioni, lo Shin Bet ha imposto un ordine restrittivo delle informazioni su alcuni aspetti del caso. Ha rifiutato di dire il nome degli aggressori, benché avesse le loro carte d’identità e sapesse chi erano. Ho pubblicato i loro nomi e foto delle carte d’identità con l’aiuto di fonti riservate della sicurezza israeliana. In seguito la misura restrittiva è stata tolta.

Dopo aver attaccato la polizia, gli uomini armati sono fuggiti all’interno dell’Haram al Sharif, dove le forze di sicurezza israeliane li hanno inseguiti ed uccisi. Un video girato da palestinesi mostra uno degli aggressori a terra disarmato. Dopo essersi alzato ed aver tentato di scappare, viene abbattuto da una scarica di proiettili.

E’ normale che in simili circostanze le forze israeliane uccidano gli attaccanti indipendentemente dal fatto che siano armati o che abbiano causato danno ad altri. Il metodo di esecuzione è a volte definito il “colpo di grazia”. Una volta che un palestinese ha ucciso o ferito un israeliano in questi attacchi, la sua vita è considerata nella maggioranza dei casi persa.

Tante accuse, nessuna responsabilità

In altri Paesi, dopo una minaccia grave alla sicurezza, le autorità prenderebbero approfonditamente in esame le circostanze che hanno consentito che avvenisse l’incidente, una assunzione di responsabilità che l’opinione pubblica pretenderebbe a gran voce.

Mentre i responsabili israeliani della sicurezza potrebbero aver condotto questa analisi, pochi hanno messo in discussione come lo Shin Bet [servizio di intelligence interno, ndt.] e la polizia abbiano permesso a tre uomini armati di lanciare un attacco così sanguinoso. Invece questi due organi si sono impegnati in una guerra tra loro, additandosi per incolparsi l’un l’altro. Nel frattempo nessuno si è assunto la responsabilità concreta.

La principale discussione riguarda se i metal detector, che sono stati installati immediatamente dopo l’attacco, avrebbero dovuto essere stati usati prima, e se avrebbero evitato l’aggressione.

Tuttavia non c’è una tale sicurezza, salvo che la polizia israeliana voglia obbligare ogni palestinese che entra da ogni porta della Città Vecchia a sottomettersi a simili controlli. Ciò richiederebbe la militarizzazione totale di una delle più sacre città al mondo e il posizionamento di decine, se non centinaia, di metal detector. Ciò significherebbe lunghe file per chi desidera entrarvi, anche per i turisti che alimentano una parte importante dell’economia locale.

I poliziotti e gli aggressori

L’identità etnica sia dei poliziotti morti che dei loro assassini è di particolare importanza. I poliziotti erano drusi israeliani. La loro religione è una derivazione dell’islam, ma sono sempre stati considerati una minoranza e a volte perseguitati.

Dalla fondazione di Israele nel 1948, lo Stato ha coltivato relazioni di amicizia con i drusi ed essi in cambio hanno servito nell’esercito israeliano, a differenza del resto dei musulmani palestinesi, che rifiutano il servizio militare.

Anche se ciò sta cambiando negli ultimi anni, i drusi sono visti come ancora più aggressivi del soldato ebreo israeliano medio. I soldati drusi sono stati coinvolti in molte uccisioni controverse di civili disarmati a Gaza ed altrove.

I rapporti tra i drusi e gli ebrei israeliani sembrano seguire un tipico modello coloniale, in cui il potere dominante cerca di dividere la popolazione nativa maggioritaria favorendo una singola tribù minoritaria a danno del resto. In altre parole, divide et impera.

Gli sparatori erano, come ho detto, di una città del nord di Israele. Umm al Fahm è un focolaio a sostegno della sezione settentrionale del Movimento Islamico, guidato dal leader musulmano, l’ imam Raed Salah. E’ anche la sua città natale. E’ stato più volte arrestato per aver incitato alla resistenza contro la gestione israeliana dei luoghi santi musulmani di Gerusalemme.

Negli ultimi anni la maggior parte degli attacchi palestinesi contro israeliani sono stati perpetrati da persone che vivevano a Gerusalemme, nei dintorni o in Cisgiordania. Relativamente pochi di questi attacchi hanno coinvolto palestinesi con cittadinanza israeliana, che sono in genere considerati una popolazione più leale e “affidabile” di quella fuori da Israele (in Cisgiordania e a Gaza).

Con questa rivolta, che ora coinvolge la minoranza palestinese israeliana, Israele entra in un periodo ancora più teso ed instabile di quello che ha affrontato in passato.

Resistenza alla repressione

La risposta ufficiale israeliana all’attacco è stata pronta e pesante. Tutta la Haram al-Sharif è stata chiusa per la prima volta da quando un cristiano evangelico australiano con problemi mentali tentò di iniziare una guerra santa facendo saltare in aria la moschea di Al-Aqsa nel 1969.

Andando persino oltre, le forze di sicurezza hanno chiuso tutta la Città Santa con molteplici posti di controllo destinati ad evitare che chiunque entrasse nella parte palestinese della all’interno delle mura. Mercanti con i negozi nel suk sono stati minacciati con pesanti sanzioni se li avessero tenuti aperti. Anche questa è stata un’iniziativa senza precedenti.

Mentre Israele l’ha presentato come un tentativo di impedire ai palestinesi di mettere in atto proteste di massa che avrebbero potuto portare a una nuova “Intifada”, ciò ha colpito i palestinesi come una forma di punizione collettiva per l’attacco contro la polizia israeliana. Simili azioni sono una violazione delle Convenzioni di Ginevra, a cui in simili circostanze Israele spesso attribuisce scarso valore.

Lunedì Israele ha riaperto l’Haram al-Sharif e in parte la Città Vecchia, benché la maggior parte delle porte nella zona siano rimaste chiuse. Ma ci sono stati cambiamenti radicali nelle procedure della sicurezza. Personale della sicurezza ha installato metal detector e videosorveglianza in modo unilaterale. Questa è stata una violazione del cosiddetto status quo, a cui il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha falsamente detto che Israele si stava attenendo.

In base a queste regole, qualunque cambiamento dei luoghi sacri deve essere accettato sia dalle autorità giordane (che sono i custodi dei luoghi musulmani) che israeliane. Ma Israele ha messo in pratica questi cambiamenti senza alcuna consultazione.

Se i britannici reprimessero i cattolici

Il risultato è stato un prolungato boicottaggio musulmano al luogo sacro. Nei tre giorni successivi i fedeli hanno pregato appena fuori dai nuovi metal detector installati, rifiutando di sottoporsi a questo atto avvilente. I musulmani vedono questo come una dissacrazione dello status sacro del luogo e un insulto alla loro fede.

Immaginate se i britannici, che hanno quella anglicana come religione di Stato, decidessero che i fedeli cattolici rappresentano una minaccia alla sicurezza nazionale e imponessero metal detector, videocamere e una massiccia presenza della polizia fuori dalla principale cattedrale cattolica. Ci sarebbe sicuramente una rivolta di massa, non solo tra i cattolici ma probabilmente anche tra gli anglicani.

La classe politica israeliana tratta il problema palestinese in modo schizofrenico. Rifiutano di vedere gli interessi dei palestinesi come parte dei più complessivi interessi israeliani. Essi si dividono in due classi diverse: gli interessi degli ebrei israeliani che sono di primaria importanza e tutto il resto che è isolato e secondario.

E’ così che Netanyahu, di fronte a una gravissima crisi di fiducia tra la minoranza palestinese-israeliana, può ignorare la questione e iniziare un viaggio di cinque giorni nelle capitali centro-europee (tra cui Budapest e Varsavia), i cui governi appoggiano massicciamente il suo programma islamofobo e contro i rifugiati.

I media israeliani vedono il viaggio come un disperato tentativo di uscire dal peso di un crescente scandalo che coinvolge la corruzione legata all’acquisto di sottomarini nucleari tedeschi per 10 miliardi di dollari.

Nessuno suggerisce che Netanyahu dovrebbe posticipare il suo viaggio per affrontare la crisi di Gerusalemme. Non c’è neppure un ripensamento nelle sue valutazioni politiche, nonostante il primo ministro in difficoltà abbia appena annunciato che avrebbe ridotto di un giorno la sua visita.

– Richard Silverstein scrive sul blog Tikun Olam, dedicato a denunciare gli eccessi dello Stato della sicurezza nazionale israeliano. Il suo lavoro appare su “Haaretz”, su “Forward”,” sul “Seattle Times” e sul “Los Angeles Times”. Ha contribuito alla raccolta di saggi dedicata alla guerra del Libano del 2006 “Tempo di denunciare apertamente” (Verso) e ha un altro saggio nella raccolta che sta per uscire: “Israele e Palestina: prospettive di statualità alternative” (Rowman & Littlefield).

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA periodo 4 – 17 luglio ( due settimane)

Il 14 luglio, nella Città Vecchia di Gerusalemme, presso uno degli ingressi del Complesso Haram Ash Sharif / Monte del Tempio, tre palestinesi, cittadini di Israele, hanno sparato e ucciso due poliziotti israeliani; sono stati a loro volta uccisi nel successivo scontro a fuoco all’interno del Complesso.

Nell’episodio è rimasto ferito un altro poliziotto. I corpi degli attentatori sono stati trattenuti dalle autorità israeliane. Sono stati segnalati altri due speronamenti con auto contro soldati israeliani: il 9 luglio, all’entrata del villaggio di Tuqu’ (Betlemme) e il 17 luglio, nella zona H2 della città di Hebron. Il primo – che, a quanto riferito, ha comportato anche un tentativo di accoltellamento – si è concluso con il ferimento di un soldato israeliano e l’uccisione dell’aggressore, un palestinese di 23 anni; mentre il secondo si è concluso con il ferimento e l’arresto dell’attentatore.

Le misure adottate dalle autorità israeliane dopo l’attacco a Gerusalemme Est hanno provocato tensioni e scontri. Le forze israeliane hanno fatto irruzione nel Complesso Haram Ash Sharif / Monte del Tempio, secondo quanto riferito, alla ricerca di armi. Per la prima volta dal 1969, il Complesso è stato chiuso totalmente, anche per la preghiera del venerdì. Tutti gli ingressi alla Città Vecchia di Gerusalemme sono stati ugualmente bloccati, salvo che per i residenti. Il Complesso è stato riaperto il 16 luglio, a seguito dell’installazione, in alcune porte del Complesso, di metal-detector per il controllo della sicurezza. Le autorità palestinesi e il Muslim Waqf [fondazione pia che cura i luoghi religiosi musulmani] hanno protestato contro questa misura e hanno invitato la popolazione a non entrare nel Complesso fino a quando i metal-detector non verranno rimossi. Nella Città Vecchia ed in altre zone di Gerusalemme Est (in primo luogo Silwan) sono stati registrati numerosi alterchi e scontri tra palestinesi e forze israeliane che hanno portato al ferimento di 58 palestinesi e di tre poliziotti israeliani.

Quattro palestinesi, compreso un minore, sono stati uccisi con armi da fuoco dalle forze israeliane durante tre distinte operazioni di ricerca-arresto. Due dei morti, un 21enne ed un 17enne, sono stati uccisi il 12 luglio durante un’operazione di ricerca-arresto nel Campo Profughi di Jenin: secondo fonti israeliane, i due sono stati implicati in uno scontro a fuoco. Un 18enne è stato ucciso il 14 luglio nel Campo Profughi di Ad Duheisha (Betlemme), durante scontri con lancio di pietre contro le forze israeliane. L’altro morto, un uomo di 34 anni, è stato ucciso il 15 luglio nel villaggio di An Nabi Saleh (Ramallah), secondo quanto riferito, dopo essersi opposto all’arresto. Secondo le autorità israeliane, poche ore prima l’uomo era stato coinvolto in una sparatoria e, prima di essere colpito dai soldati, aveva estratto una pistola artigianale.

Il 7 luglio, un bimbo palestinese di un anno è morto per le lesioni riportate il 19 maggio 2017, a seguito di una grave inalazione di gas lacrimogeno. Durante l’episodio, verificatosi all’ingresso principale del villaggio di ‘Abud (Ramallah), le forze israeliane avevano sparato, verso i palestinesi che tiravano pietre, bombolette di gas lacrimogeno, una delle quali era caduta all’interno della casa del bambino.

Complessivamente, nei Territori palestinesi occupati, durante diversi scontri, sono stati feriti dalle forze israeliane 102 palestinesi, di cui nove minori. Trenta dei ferimenti, tutti causati da armi da fuoco, sono avvenuti durante scontri scoppiati dopo operazioni di ricerca-arresto (incluse quelle sopra citate). Le lesioni restanti, in gran parte dovute a proiettili di gomma e ad inalazione di gas lacrimogeno, sono state registrate presso la recinzione perimetrale nella Striscia di Gaza durante proteste e scontri ad esse correlati, durante la manifestazione settimanale a Kafr Qaddum (Qalqiliya) e nel corso dei già citati scontri verificatisi a Gerusalemme Est. Uno di questi ultimi scontri, in Silwan, ha anche causato il ferimento, per inalazione di gas lacrimogeno, di tre coloni israeliani residenti nella zona.

Il 17 luglio, la polizia israeliana è entrata nell’ospedale Al Maqased a Gerusalemme Est e vi si è fermata per una notte alla ricerca di un paziente: un 19enne palestinese ferito con arma da fuoco lo stesso giorno, durante scontri verificatisi in città, nel quartiere Silwan. La polizia ha lasciato l’ospedale il giorno successivo, dopo che il padre del ferito si era impegnato a consegnarlo alla polizia israeliana all’atto della dimissione dall’ospedale.

A Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato di terra e di mare, in almeno dieci occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento o diretto, causando il ferimento di due pescatori palestinesi. In altri due casi, le forze israeliane hanno effettuato livellamenti del terreno e scavi all’interno di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale.

Nella Striscia di Gaza, nel contesto della precarietà delle fonti di approvvigionamento energetico, le interruzioni di elettricità continuano per 18-20 ore al giorno, con grave impatto sull’erogazione dei servizi e sui mezzi di sussistenza. A causa del malfunzionamento delle linee di alimentazione, l’approvvigionamento di energia elettrica dall’Egitto è rimasto bloccato durante la maggior parte del periodo di riferimento, mentre la Centrale Elettrica di Gaza, avendo esaurito le riserve di combustibile, è stata ferma per un giorno. Più di 108 milioni di litri di acque reflue, quasi totalmente non trattate a causa delle carenze di elettricità e di combustibile, vengono scaricate in mare ogni giorno. Secondo l’ultimo test condotto dal Dipartimento di Qualità dell’Acqua di Gaza, il 73% delle spiagge di Gaza sono contaminate, presentando alti rischi per l’ambiente e per la salute pubblica. A causa della contaminazione del mare, le autorità israeliane hanno emesso un divieto di balneazione in alcune spiagge del sud di Israele.

In Gerusalemme Est e in Area C, per mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito 23 strutture palestinesi, sfollando 15 persone e colpendo i mezzi di sostentamento di altre 96. Sedici delle strutture colpite si trovavano a Gerusalemme Est; sale così a 94 il numero totale di strutture demolite dall’inizio del 2017, contro le 85 demolite nello stesso periodo del 2016. Le altre sette strutture demolite in Area C erano nelle comunità di Khirbet Tell Al Himma, nella Valle del Giordano, e di Wadi Abu Hindi e Al Muntar, nel governatorato di Gerusalemme.

Nello stesso contesto, le autorità israeliane hanno rilasciato almeno 13 ordini di blocco lavori e demolizione nei confronti di 13 strutture finanziate da donatori e fornite come assistenza umanitaria a comunità palestinesi dell’Area C. Esse comprendevano 12 strutture residenziali in Jinba, una comunità nella zona di Massafer Yatta di Hebron, ed una scuola primaria in ‘Arab ar Ramadin al Janubi, nell’area chiusa dietro la Barriera (Qalqiliya) [è un’area inglobata da Israele tramite la costruzione della Barriera all’interno del territorio della Cisgiordania]. Inoltre, sono stati emessi otto ordini contro una parte di rete elettrica nel villaggio di Jayyus (Qalqiliya) e contro 7 strutture in Jabal al Baba (Gerusalemme).

A quanto riferito, due palestinesi sono stati feriti e 40 alberi di proprietà palestinese sono stati incendiati in tre distinti episodi di cui sono stati protagonisti coloni israeliani. Nella zona H2 (a controllo israeliano) della città di Hebron e nei pressi del villaggio di Kifl Haris (Salfit), coloni israeliani hanno fisicamente aggredito e ferito due palestinesi. Agricoltori del villaggio di Burin (Nablus) hanno riferito che 40 alberi di proprietà palestinese sono stati incendiati da coloni israeliani di Yitzhar o di attigui insediamenti avamposti [gli insediamenti avanposti sono formalmente illegali anche per la legge israeliana]. Dall’inizio del 2017, almeno 1.400 alberi, soprattutto nella zona di Nablus, sono stati vandalizzati da coloni; nell’intero 2016 furono 361.

Media israeliani hanno riportato cinque episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli israeliani nei pressi di Betlemme, Hebron e Ramallah; in almeno uno degli episodi ci sono stati danni a veicoli.

Il Valico di Rafah, controllato dall’Egitto, durante il periodo di riferimento è rimasto eccezionalmente aperto, ma solo per l’ingresso di combustibile, soprattutto per la Centrale Elettrica, mentre è rimasto chiuso al transito delle persone. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 20.000 persone, tra cui casi umanitari, sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah. L’ultima volta in cui il valico venne aperto al transito di persone fu il 9 maggio. Nel 2017, fino ad ora, il valico è stato aperto per 16 giorni.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Secondo i resoconti dei media, il 18 luglio, al raccordo stradale di Beit ‘Enoun (Hebron), un palestinese ha guidato il suo veicolo contro un gruppo di soldati israeliani, ferendone due: è stato colpito ed ucciso dalle forze israeliane.

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