Israele ammette di aver ucciso due minori nel nord di Gaza

Redazione di MEMO

2 dicembre 2025 – Middle East Monitor

Lunedì l’esercito israeliano ha affermato che le sue forze hanno ucciso due palestinesi nel nord di Gaza, dichiarando che essi erano entrati in un’area sotto il suo controllo in base all’accordo del cessate il fuoco.

In una dichiarazione l’esercito ha detto che le truppe della brigata Carmeli hanno colpito a morte i due palestinesi in incidenti diversi nel nord della Striscia, sostenendo che ponevano “una minaccia immediata.” Questa è la stessa affermazione che Israele usa spesso quando viola il cessate il fuoco.

La dichiarazione aggiunge che i soldati hanno sparato loro non appena sono entrati nella zona controllata da Israele secondo l’accordo del cessate il fuoco e li ha uccisi per “eliminare la minaccia.”

Il cessate il fuoco è entrato in vigore il 10 ottobre 2025. Secondo valutazioni dell’esercito israeliano Israele controlla più della metà del territorio di Gaza secondo quanto previsto dalla prima fase dell’accordo.

Lunedì mattina un altro palestinese è stato ucciso dal fuoco di un drone quadricottero israeliano ad est del quartiere Zeitoun, nella zona sud-orientale di Gaza City.

L’attacco ha colpito un’area fuori dalla zona dalla quale Israele si è ritirato secondo il cessate il fuoco con Hamas.

Dati precedenti provenienti da enti governativi, gruppi palestinesi e organizzazioni per i diritti umani mostrano che Israele ha commesso decine di violazioni del cessate il fuoco, uccidendo e ferendo centinaia di palestinesi, inclusi minori e donne.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il ministro israeliano Ben Gvir promuove il capo dell’unità coinvolta nell’esecuzione di due palestinesi

Mera Aladam

1 dicembre 2025 – Middle East Eye

Il ministro di estrema destra chiede anche la fine delle indagini sulle uccisioni di palestinesi

Il ministro della sicurezza nazionale di estrema destra israeliano ha promosso il comandante di un’unità sotto copertura responsabile dell’esecuzione a distanza ravvicinata di due palestinesi disarmati a Jenin, nella Cisgiordania occupata.
La decisione di Itamar Ben Gvir di far avanzare il comandante nella polizia di frontiera al grado di colonnello arriva giorni dopo che gli omicidi hanno avuto luogo nel quartiere di Abu Dhahir
.

L’incidente di giovedì è stato ripreso in video e mostra i due uomini che emergono da un edificio con le braccia alzate e le magliette sollevate, indicando chiaramente che erano disarmati, si stavano arrendendo e non rappresentavano alcuna minaccia per i soldati.
Il ministero della salute palestinese ha identificato le vittime come Al-Muntasir Abdullah, 26 anni, e Yousef Asasa, 37 anni.

Secondo quanto riferito una fonte all’interno della polizia israeliana ha affermato che la decisione di promuovere il comandante è stata presa due settimane fa dall’ispettore generale e dal comandante di polizia senior, aggiungendo che la decisione avrebbe richiesto l’approvazione di Ben Gvir.
L’esercito e la polizia israeliani, che operano congiuntamente nell’area, hanno ammesso la sparatoria e hanno affermato che sarebbe stata avviata un’indagine.

Secondo i media locali tre agenti della stessa unità sotto copertura sono stati indagati dal Dipartimento investigativo interno della polizia con l’accusa di omicidio e sparatoria illegale.

I tre militari hanno affermato di essersi sentiti “minacciati” dopo che i due palestinesi “non hanno risposto alle loro istruzioni e hanno fatto movimenti sospetti”.

Venerdì, le Nazioni Unite hanno descritto gli omicidi come una “esecuzione sommaria”. “Siamo sconvolti per la sfacciata uccisione ieri da parte della polizia di frontiera israeliana di due uomini palestinesi a Jenin”, ha detto venerdì ai giornalisti a Ginevra il portavoce dell’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani Jeremy Laurence.

Porre fine alle indagini sugli omicidi di palestinesi

Ben Gvir ha anche promesso di porre fine alle indagini sull’uccisione di palestinesi, da lui etichettati come “terroristi”.
In una dichiarazione video si può vedere Ben Gvir visitare la base militare dove era di stanza l’unità responsabile dell’uccisione dei due palestinesi, annunciando di essere “venuto qui ad abbracciare gli eroici combattenti”.

“Questa procedura distorta per la quale se un nostro combattente spara a un terrorista viene sottoposto immediatamente ad un’indagine, deve finire”, ha detto. “Stiamo combattendo nemici e assassini che vogliono stuprare donne e bruciare bambini”.
Le indagini militari interne israeliane sulle azioni dei soldati non portano quasi mai a un’azione penale.

Il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha dichiarato venerdì che l’uso della tortura da parte dello stato israeliano è “organizzato e diffuso” ed è notevolmente aumentato dall’inizio della guerra a Gaza il 7 ottobre 2023.
Il rapporto ha osservato che Israele non ha una legislazione che criminalizzi la tortura e che le sue leggi consentono ai funzionari pubblici di essere esenti da responsabilità penale secondo il principio della “necessità”.

Dal 7 ottobre 2023 Israele ha intensificato le sue già estese operazioni militari e presenza in Cisgiordania.
Negli ultimi due anni, le forze israeliane hanno ucciso più di 1.000 palestinesi e ne hanno arrestati migliaia in tutto il territorio occupato.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il servizio di soccorso afferma che Israele ha liberato un soccorritore di Gaza che era scomparso dopo l’attacco mortale ai medici

Redazione di MEMO

29 aprile 2025 – Middle East Monitor

Secondo l’agenzia Reuters, oggi la Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS) ha affermato che le forze di occupazione israeliane hanno liberato un soccorritore palestinese che era scomparso verso fine marzo quando 15 operatori umanitari erano stati uccisi dai soldati a Gaza mentre stavano rispondendo ad una chiamata.

Il membro della Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS) Asaad Al-Nsasrah era scomparso dopo che 15 paramedici ed altri soccorritori erano stati colpiti a morte il 23 marzo in tre diverse sparatorie nello stesso luogo vicino alla città di Rafah nel sud della Striscia di Gaza. Un filmato della scena mostra i soldati dell’occupazione israeliana aprire il fuoco indiscriminatamente mentre i soccorritori arrivavano sul posto.

I 15 sono stati seppelliti in una fossa poco profonda, vicino ai loro veicoli distrutti, dove i loro corpi sono stati trovati una settimana dopo da funzionari delle Nazioni Unite e della PRCS.

Le forze di occupazione hanno appena rilasciato il medico Asaad Al-Nsasrah, che era stato incarcerato il 23 marzo 2025 mentre stava svolgendo il suo compito umanitario durante il massacro del team medico nell’area Tel Al-Sultan del Governatorato di Rafah,” ha affermato la PRCS in un post su X (precedentemente Twitter, Ndt.).

L’esercito israeliano non ha commentato subito dopo l’evento.

L’esercito inizialmente ha mentito nella sua ricostruzione degli eventi, dichiarando che i soldati avevano aperto il fuoco su veicoli che si erano avvicinati “in modo sospetto” nel buio senza luci o segni distintivi. Ma il video recuperato dallo smartphone di uno degli uomini uccisi e pubblicato dalla PRCS mostrava i soccorritori nelle loro uniformi, ambulanze chiaramente segnalate e camion dei pompieri con le loro luci accese mentre venivano prese di mira dai soldati.

Il 20 aprile l’esercito israeliano ha affermato che una revisione dell’uccisione dei soccorritori a Gaza ha rilevato che sono stati fatti “molti errori professionali”. Ha affermato che il vice-comandante, un riservista che ricopriva il ruolo di comandante sul campo, sarebbe stato rimosso dal suo ruolo per aver fornito un rapporto incompleto e non accurato e ha aggiunto che il comandante sarebbe stato formalmente ammonito.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Soldati israeliani hanno usato un ottantenne gazawi come scudo umano. Poi lo hanno ucciso

Illy Pe’ery 

16 febbraio 2025 – +972 Magazine

Alcuni soldati gli hanno messo una miccia esplosiva al collo e lo hanno obbligato a perlustrare edifici per otto ore. Quando è stato rilasciato un altro reparto lo ha ucciso.

Un ufficiale superiore della brigata Nahal dell’esercito israeliano ha legato una miccia esplosiva attorno al collo di un ottantenne palestinese e lo ha obbligato a fare da scudo umano, ordinandogli di perlustrare case abbandonate e minacciandolo di fargli saltare in aria la testa. Dopo averlo usato a questo scopo i soldati hanno ordinato all’uomo di scappare con sua moglie, ma dopo essere stati avvistati da un altro battaglione entrambi sono stati uccisi sul posto.

I soldati che hanno assistito alla scena hanno detto alla rivista israeliana d’inchiesta The Hottest Place in Hell [Il Posto Più Caldo dell’Inferno, pseudo-citazione dantesca riferita agli ingnavi, ndt.] che questo incidente è avvenuto a maggio nel quartiere di Zeitun, a Gaza City. Mentre perlustravano le case della zona alcuni soldati si sono imbattuti nella coppia di anziani nella loro abitazione, che hanno detto ai soldati arabofoni di non essere stati in grado di scappare nel sud di Gaza a causa delle loro difficoltà motorie; i figli erano già scappati e l’uomo aveva bisogno di un bastone per camminare.

“A quel punto il comandante ha deciso di utilizzarli come ‘zanzare’, ha spiegato un soldato in riferimento a una procedura rivelata di recente in base alla quale l’esercito obbliga civili palestinesi a servire come scudi umani in zone di conflitto per proteggere i soldati dall’essere colpiti o saltare in aria.

Alcuni soldati hanno tenuto la donna in casa mentre l’uomo, con il suo bastone, è stato fatto camminare davanti ai soldati del reparto. “É entrato in ogni casa prima di noi in modo che, se dentro ci fossero stati (ordigni esplosivi) o miliziani, sarebbe stato colpito lui al nostro posto,” ha spiegato un militare.

Secondo uno dei soldati, prima di iniziare la perlustrazione un ufficiale ha preso una miccia, utilizzata per collegare cariche esplosive, l’ha attaccata a un innesco esplosivo e l’ha girata attorno al collo dell’anziano “in modo che non potesse scappare, benché stesse camminando con un bastone. Gli è stato detto che se avesse fatto qualcosa di sbagliato o non avesse eseguito gli ordini il soldato dietro di lui avrebbe tirato il cavo e lui sarebbe stato decapitato.”

Dopo otto ore così i soldati hanno riportato a casa l’anziano e hanno ordinato a lui e a sua moglie di andarsene a piedi verso la “zona umanitaria” nel sud di Gaza. Secondo le testimonianze i soldati non hanno informato le forze di altre divisioni che si trovavano nei dintorni che una coppia di anziani stava per attraversare l’area. “Dopo 100 metri l’altro battaglione li ha visti e gli ha immediatamente sparato,” ha affermato un soldato. “Sono morti così, in strada.”

Come indicato anche da altre testimonianze raccolte da The Hottest Place in Hell, le regole d’ingaggio dell’esercito su quando aprire il fuoco a Gaza stabiliscono esplicitamente che chiunque si muova in una zona di combattimento dopo che sia passato il “tempo di evacuazione” definito è considerato un nemico combattente, anche quando si tratti di una coppia di anziani ottantenni. L’esercito israeliano lo nega, ma la procedura esiste.

Il mese scorso The Hottest Place in Hell ha evidenziato un altro caso di Procedura della Zanzara, sempre messa in atto dalla brigata Nahal. Secondo questo reportage, un palestinese che aveva ottenuto il permesso di rimanere in un edificio con i soldati è stato colpito a morte da un comandante che non era stato informato della sua presenza. In risposta all’articolo l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] ha affermato che l’incidente era stato indagato e che “la lezione era stata appresa”.[ vedi Zeitun, ndt]

In risposta a un’inchiesta di Haaretz dello scorso agosto che denunciava la Procedura della Zanzara, il portavoce dell’IDF ha affermato: “Le direttive e gli ordini dell’IDF vietano l’utilizzo di civili gazawi trovati nella zona per compiti militari che mettano deliberatamente in pericolo la loro vita. Gli ordini e le istruzioni dell’IDF a questo proposito sono stati chiariti alle truppe.” L’uso di civili come scudi umani è stato vietato anche dalla Corte Suprema israeliana durante la Seconda Intifada in seguito all’adozione da parte dell’esercito della tattica nota all’epoca come la “Procedura del Vicino”. Tuttavia alcuni soldati hanno testimoniato a The Hottest Place in Hell che, soprattutto dal 7 ottobre, “questa procedura è diventata di norma nell’esercito.”

“La Procedura della Zanzara è assolutamente istituzionalizzata ed è veramente una zona grigia all’interno dell’esercito,” ha affermato un soldato della brigata Nahal, spiegando che l’esercito tenta di nasconderla incolpando i soldati più giovani: “E’ un qualcosa che arriva come un ordine esplicito dal livello del comandante di battaglione in giù. Ma da qualche parte a livello del comando di brigata lo negano tassativamente. Quando iniziano i problemi attribuiscono la responsabilità a un livello di comando inferiore e dicono di non farlo.”

“Persino quando [le conclusioni] delle inchieste vengono pubblicate non c’è verso che l’IDF ammetta che si tratta di un ordine ufficiale,” ha spiegato un soldato. “Ma se chiedi a ogni soldato in prima linea che combatte a Gaza non ce n’è uno che ti dica che non succede. Non c’è alcun battaglione, almeno nell’esercito regolare, che possa onestamente dire di non aver usato questa pratica.”

L’uso di una miccia esplosiva come parte della Procedura della Zanzara non era ancora stato riportato. È possibile che sia avvenuto anche altrove, ma questo è stato un fatto estremo,” ha detto un soldato. Il portavoce dell’IDF ha risposto: “In seguito a un’indagine basata sull’informazione fornita da questa richiesta [di spiegazioni] sembra che il caso sia sconosciuto. Se si dovessero ricevere dettagli aggiuntivi si condurranno ulteriori accertamenti.”

Illy Pe’ery è una giornalista d’inchiesta e co-redattrice della rivista on line indipendente israeliana The Hottest Place in Hell.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




FOTO: Israele devasta i campi profughi in Cisgiordania

Wahaj Bani Moufleh

12 febbraio 2025 – +972

Le forze israeliane hanno sfollato 40.000 palestinesi da quattro campi profughi nella più grande operazione militare in Cisgiordania dalla Seconda Intifada.

Il 21 gennaio, appena due giorni dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco a Gaza, Israele ha lanciato una nuova grande operazione militare nella Cisgiordania occupata. Concentrata dapprima sul campo profughi di Jenin, l’Operazione muro di ferro si è poi allargata ad altri tre campi nel nord della Cisgiordania: Tulkarem, Nur Shams e Al-Far’a.

Queste incursioni, sostenute dalle forze aeree, sono intese a reprimere la resistenza armata palestinese che negli ultimi anni si è rafforzata nei campi profughi. Ma l’esercito israeliano ha anche provocato gravissimi danni alle infrastrutture civili: ha divelto strade, raso al suolo interi isolati a uso abitativo e sfollato forzosamente dalle loro case 40.000 persone. Si tratta, sia per scala che per intensità, della più grande operazione militare israeliana in Cisgiordania dai tempi della Seconda Intifada, conclusasi vent’anni fa.

Soldati israeliani avanzano per le strade del campo profughi di Tulkarem, 6 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Israele dichiara di avere ucciso nelle ultime tre settimane più di 50 militanti palestinesi, ma il suo esercito ha ucciso anche diversi civili. Tra questi si contano anche una bambina di due anni, vicino a Jenin, due giovani donne di poco più di vent’anni nel campo di Nur Shams, una delle quali incinta di otto mesi, e un bambino di 10 anni a Tulkarem.

Saddam Hussein Iyad Rajab, il bambino di 10 anni, era arrivato il 28 gennaio dal villaggio di Kafr Al-Labad per fare visita ai parenti di Tulkarem quando un soldato israeliano gli ha sparato all’addome. “Saddam era in piedi di fronte alla casa mentre ci preparavamo alla preghiera”, ha raccontato suo padre Iyad a +972. “Nelle vicinanze non c’erano veicoli dell’esercito né cecchini o combattenti della resistenza. È uscito prima di me per andare a parlare a sua madre. Venti secondi dopo ho sentito le sue grida”.

Nel campo profughi di Nur Shams, Cisgiordania occupata, un operatore umanitario assiste una famiglia in fuga lungo una strada sterrata mentre i soldati israeliani osservano sullo sfondo, 10 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Poiché da due anni la sua mobilità è limitata a causa di un infortunio sul lavoro, Iyad ha faticato a raggiungere suo figlio in fretta. “Mi ci è voluto un po’ per metterlo al riparo e portarlo in ospedale”, ha detto. Una settimana e mezza dopo, Rajab soccombeva alle sue ferite.

“Dopo il mio infortunio lo consideravo l’uomo di casa”, ha raccontato Iyad. “Mi aiutava sempre in tutto, mi accompagnava all’ospedale e alla moschea. Possa Dio avere pietà di lui”.

Soldati israeliani lanciano una granata stordente verso un gruppo di donne e bambini su una strada tra il campo di Nur Shams e quello di Tulkarem, Cisgiordania occupata, 9 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Da quando il 27 gennaio Israele ha allargato l’assalto anche a Tulkarem, la stragrande maggioranza dei residenti è stata sfollata con la forza. Quelle famiglie adesso sono sparpagliate tra le case dei parenti, le scuole e varie strutture pubbliche, dove dipendono dall’aiuto delle autorità municipali e dei villaggi circostanti.

Ahmed Al-Dosh, che lavora per il Ministero dell’Istruzione a Tulkarem, ha una disabilità e si avvale di una sedia a rotelle per spostarsi. La distruzione delle infrastrutture del campo gli ha reso estremamente difficile lasciare la zona. “Quattro giovani mi hanno sollevato con la mia sedia a rotelle per aiutarmi ad andarmene” ha riferito a +972.

Ahmed Al-Dosh sulla sua sedia a rotelle al Centro culturale di Tulkarem, Cisgiordania occupata, 7 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Oggi ha trovato rifugio con la sua famiglia presso il Centro Culturale di Tulkarem, insieme a una cinquantina di altri sfollati di ogni età. Lo spazio è organizzato in tre sezioni: una per le scorte di cibo, una per donne e bambini, una per gli uomini.

Mentre queste famiglie cercano di adeguarsi alla loro nuova realtà, i loro cuori rimangono nel campo, dove molte delle loro case sono ormai macerie e il loro futuro incerto. Al-Dosh è affranto per aver dovuto abbandonare i suoi uccelli e il suo gatto. “Sono sicuro che non li troverò vivi, ci penso a ogni pasto che consumo qui”, ha aggiunto.

Una strada principale distrutta dai bulldozer nel campo profughi di Jenin, Cisgiordania occupata, 10 febbraio 2025. (Ahmad Al-Bazz)

Più di 20.000 palestinesi sono stati sfollati dal solo campo di Jenin.

Nell’ultima settimana alcuni di loro hanno rischiato la vita per cercare di raggiungere le loro case e recuperare alcuni dei beni, come vestiti, cibo e documenti importanti che avevano lasciato mentre nel campo fervevano le attività dell’esercito israeliano. Se alcuni hanno avuto fortuna, altri sono stati arrestati dai soldati israeliani e i loro beni sono stati confiscati, mentre altri ancora si sono persino trovati sotto il fuoco delle armi.

Queste foto ci offrono una testimonianza, ancorché parziale, della distruzione in alcuni dei quartieri più esterni del campo assediato, ma i residenti riferiscono di devastazioni ancora più gravi più all’interno. Gli sfollamenti e i martirii si ripetono e l’occupazione continua a sradicare i palestinesi, lasciando dietro di sé ferite infinite.

Famiglie palestinesi fuggono dal campo profughi di Jenin dopo essere tornate a raccogliere gli effetti personali dalle loro case, Cisgiordania occupata, 10 febbraio 2025. (Ahmad Al-Bazz)

Wahaj Bani Moufleh è un fotografo originario della città palestinese di Beita, in Cisgiordania, ed è membro del collettivo Activestills. Per anni ha documentato le proteste contro la colonizzazione e l’occupazione israeliane nel suo villaggio. Il suo lavoro è stato pubblicato da diverse testate ed esposto in diversi paesi, tra cui una mostra personale al Museo WORM di Rotterdam, Olanda.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




“Umiliante e doloroso”: testimonianze dalle evacuazioni di massa nella Cisgiordania settentrionale  

Qassam Muaddi  

11 febbraio 2025 Mondoweiss

L’evacuazione forzosa di oltre 40.000 persone nella Cisgiordania settentrionale sta riproponendo scene viste a Gaza e alimenta il timore di una pulizia etnica. “La cosa più importante è restare a casa nostra”, dice a Mondoweiss una residente del campo profughi di al-Far’a

Israele ha esteso la sua offensiva nella Cisgiordania settentrionale dal campo profughi di Jenin ai campi profughi di Nur Shams a Tulkarem e di al-Far’a a Tubas. Denominato “Operazione Muro di Ferro”, secondo una dichiarazione dell’UNRWA di lunedì, l’attacco israeliano è in corso da tre settimane, ha ucciso almeno 25 palestinesi ferendone oltre 100 e costringendo 40.000 persone a lasciare le loro case. “Lo sfollamento forzato delle comunità palestinesi nella Cisgiordania settentrionale sta aumentando a un ritmo allarmante”, ha affermato l’UNRWA. “L’uso di attacchi aerei, bulldozer blindati, esplosioni controllate e armi avanzate da parte delle forze israeliane è diventato una cosa normale, una ricaduta della guerra a Gaza”.

La settimana scorsa le forze israeliane hanno fatto esplodere 20 edifici residenziali nel campo profughi di Jenin, una delle più grandi demolizioni in Cisgiordania degli ultimi anni. I residenti locali e le fonti dei media hanno paragonato l’effetto della distruzione alla strategia della “cintura di fuoco” impiegata a Gaza da Israele, che prevede il bombardamento concentrato e ripetuto di piccole aree che distrugge interi isolati residenziali. L’offensiva di Israele in Cisgiordania è in corso da metà gennaio, di fatto l’invasione militare più lunga e di più ampia portata dalla Seconda Intifada. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha affermato che l’offensiva si estenderà al resto della Cisgiordania con le invocazioni dei politici israeliani di estrema destra di trasferire la guerra da Gaza alla Cisgiordania prima di annetterla ufficialmente. Si prevede che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump farà presto un annuncio sulla possibilità che gli Stati Uniti sostengano una simile mossa.

“È stato umiliante e doloroso”

Come conseguenza i palestinesi della Cisgiordania hanno visto le loro vite paralizzate e sconvolte dalla repressione israeliana. Le chiusure e i blocchi stradali israeliani sono diventati una pratica quotidiana, rendendo gli spostamenti tra città e paesi carichi di incertezze per centinaia di migliaia di palestinesi. Questi fatti hanno trasformato la Cisgiordania in una zona di guerra, soprattutto nei campi profughi. “Prima di essere costretti a lasciare la nostra casa con mio marito e i miei figli abbiamo trascorso due giorni senza acqua, poiché le forze di occupazione hanno tagliato l’acqua all’intero campo”, ha detto a Mondoweiss Nehaya al-Jundi, residente del campo profughi di Nur Shams e direttrice del locale Centro di Riabilitazione per Disabili.

“I soldati dell’occupazione andavano di casa in casa e costringevano la gente ad andarsene, mentre io e la mia famiglia abbiamo aspettato due giorni che arrivasse il nostro turno”, ha continuato al-Jundi. “La mia vicina, Sundos Shalabi, incinta all’ottavo mese, ha deciso con suo marito di andarsene domenica per paura di dover partorire durante l’assedio del campo”. La straziante tragedia di Sundos Shalabi ha fatto notizia all’inizio di questa settimana. “Suo marito stava guidando sulla strada verso la città di Bal’a, appena fuori dal campo profughi, quando i soldati dell’occupazione hanno aperto il fuoco contro l’auto”, ha raccontato al-Jundi. “Lui è stato ferito e ha perso il controllo, quindi l’auto si è ribaltata e Sundos e il suo bambino non ancora nato sono rimasti entrambi uccisi. Suo marito è ancora in terapia intensiva nell’ospedale di Tulkarem”.

“Lunedì i soldati hanno demolito il muro esterno della mia casa, poi con gli altoparlanti hanno invitato tutti i residenti del quartiere ad andarsene”, ha continuato al-Jundi. “Ho preso un po’ di cose necessarie e qualche cambio di vestiti, poi abbiamo chiuso a chiave le porte di casa e ci siamo uniti agli altri residenti in strada, mentre i soldati dell’occupazione separavano gli uomini dalle donne”. “Ci hanno perquisito e interrogato, e ci hanno fatto andare dieci alla volta in una certa direzione”, ha ricordato. “Camminavamo per le strade piene di buche e distrutte in mezzo a pozze di acqua piovana. Alcuni inciampavano e cadevano, uomini e donne, bambini e anziani. Alcuni piangevano. È stato molto umiliante e doloroso”.

La cosa più importante è restare nella nostra casa”

Dopo aver bloccato per dieci giorni gli ingressi del campo profughi ad al-Far’a a Tubas l’esercito israeliano ha intensificato le sue operazioni. Martedì i residenti hanno riferito che le forze israeliane stavano iniziando a demolire negozi e case all’interno del campo.

Avevamo sperato che oggi l’occupazione si sarebbe ritirata dal campo, ma siamo rimasti senza parole nel vederli demolire e in alcuni casi far esplodere i negozi nelle strade interne, senza sosta dalla mattina”, ha detto martedì a Mondoweiss Lara Suboh, una residente di al-Far’a di circa venti anni.

Per dieci giorni non abbiamo avuto acqua, perché la prima cosa che hanno fatto le forze di occupazione è stata di far saltare le tubature dell’acqua e noi dipendiamo dalle cisterne di riserva idrica sui nostri tetti”, ha spiegato. “Alcune persone se ne sono andate subito perché hanno familiari malati o disabili, ma altre persone sono state costrette ad andarsene ieri. I soldati dell’occupazione hanno intimato loro di andarsene entro dieci minuti”.

“Nella nostra strada non l’hanno ancora fatto”, ha aggiunto. “Siamo in cinque in casa, con i miei due fratelli e entrambi i miei genitori. Stiamo sopravvivendo con il cibo che avevamo comprato prima che iniziasse l’assedio, sperando che l’offensiva finisse prima del nostro cibo e della nostra acqua. La cosa più importante per me è che restiamo nella nostra casa, anche se la distruggono e distruggono tutto il resto, possiamo ricostruirla più tardi. Ma non voglio che la mia famiglia e io veniamo sfollati”. In una dichiarazione di martedì il Comitato di Emergenza del campo profughi di al-Far’a ha detto che le forze israeliane hanno già sfollato 3.000 persone su una popolazione del campo di 9.000. A Tulkarem il Comitato di Emergenza del campo profughi di Nur Shams ha affermato che metà della popolazione del campo è stata sfollata e che le forze israeliane hanno distrutto completamente 200 case e “parzialmente” altre 120.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Fantasie di controllo [Prima parte]

Tom Stevenson

Hamas: La ricerca del potere

di Beverley Milton-Edwards e Stephen Farrell.

Politica, 331 pp., £17.99, giugno 2024, 978 1 5095 6493 4

London Review of Books, Vol. 47 No. 2 · 6 febbraio 2025

La storia di Hamas è incomprensibile senza un riferimento alla straordinaria vita del suo fondatore, Ahmed Yassin. Nacque nel 1936, l’anno della Grande Rivolta contro gli inglesi, e la sua vita seguì una traiettoria per molti versi analoga a quella della Palestina stessa. Nel 1948 il suo villaggio natale, vicino ad Ashkelon, fu ripulito etnicamente dalle forze israeliane e la sua famiglia fu costretta a trasferirsi a Gaza, dove rimase paralizzato in un incidente infantile. Divenne un mullah ribelle e un carismatico predicatore della liberazione nazionale. Quando non teneva sermoni alla moschea di al-Abbas a Gaza City Yassin dirigeva un’organizzazione religiosa rivolta a fornire quei servizi sociali che l’occupazione israeliana trascurava o distruggeva. Ma la vita sotto l’occupazione lo portò a concludere che la logica di Gaza era quella della lotta, non quella di alleviare le difficoltà. Fu arrestato per la prima volta da Israele nel 1984, quando le forze di sicurezza dello Stato scoprirono che la sua organizzazione di beneficenza stava accumulando armi. Fondò Harakat al-Muqawamah al-Islamiyyah, il Movimento di Resistenza Islamico, o Hamas, dopo essere stato rilasciato nel 1985 in cambio di alcuni soldati israeliani catturati.

La riunione fondativa di Hamas si tenne nella casa di Yassin a Gaza nel 1987, all’inizio della prima intifada. Vi parteciparono professori, medici, ingegneri e aspiranti rivoluzionari che conservavano il ricordo del 1936 e le ferite del 1967. Invece dell’irraggiungibile accordo politico con Israele cercato da Yasser Arafat e dall’OLP gli strumenti di Hamas sarebbero stati la bomba e il coltello. Dopo la prima intifada Yassin fu nuovamente arrestato, condannato all’ergastolo e tenuto in isolamento per lunghi periodi. Non fu liberato fino al 1997 (come conseguenza del tentativo di assassinio di Khalid Mishal, capo dell’ufficio politico di Hamas ad Amman, da parte di Israele), molto tempo dopo l’accordo di Oslo, che fu visto da Hamas e da molti altri come una capitolazione.* Al momento del suo rilascio Yassin era più conosciuto di qualsiasi altra figura politica palestinese, a parte lo stesso Arafat. A Gaza ricevette un’accoglienza da eroe. Ma anni di prigionia avevano lasciato il segno. Costretto su una sedia a rotelle e quasi cieco, sarebbe rimasto il leader spirituale di Hamas, ma la sua effettiva capacità di leadership era limitata. Le sue infermità non lo protessero: nel 2004 fu assassinato a Gaza City da un elicottero da combattimento israeliano.

Dopo la morte di Yassin Hamas ha avuto tre generazioni di leader. Il successore naturale fu Abdel Aziz al-Rantisi, un medico a cui le autorità israeliane impedirono di esercitare la professione e che si dedicò invece a promuovere l’attività politica tra i professionisti del settore medico. Nato all’inizio della Nakba, Rantisi era più giovane di Yassin di dieci anni e aveva presenziato alla fondazione del movimento. Ma il suo mandato durò solo un mese, prima che anche lui venisse assassinato. Mishal, nato nell’anno della crisi di Suez [1956, ndt.], fu il primo leader di Hamas a vivere, per precauzione, fuori dai territori occupati. Da Amman, Doha e Damasco condusse Hamas a una clamorosa vittoria alle elezioni palestinesi del 2006. Nel 2017 gli succedettero Ismail Haniyeh e Yahya Sinwar, entrambi nati a Gaza nel 1962. Haniyeh visse per la maggior parte della sua vita in una modesta casa ad Al-Shati, nel nord di Gaza. Quando assunse la carica di capo dell’ufficio politico di Hamas seguì l’esempio di Mishal e si trasferì a Doha, lasciando Sinwar a gestire gli affari all’interno della striscia. Lo scorso luglio Haniyeh è stato assassinato a Teheran, probabilmente da una bomba fatta esplodere a distanza. Tre mesi dopo Sinwar è stato ucciso da un carro armato israeliano nel sud di Gaza, a meno di cinque miglia dal luogo in cui era nato.

Nonostante tutto il successo di Israele nell’uccidere i leader di Hamas, molto poco ne ha avuto nel fermare la diffusione del movimento. In parte perché non esiste un solo Hamas, ce ne sono tre. C’è il movimento politico, plasmato dall’ideologia religiosa e impegnato a porre fine all’occupazione israeliana della Palestina attraverso la lotta armata. È stato fondato da un uomo (Yassin) in un luogo particolare (Gaza) e in un momento particolare (la fine degli anni ’80). Ha una gerarchia e una politica interna. Ha una storia. Poi c’è l’Hamas presente nelle menti dell’establishment politico e di sicurezza israeliano. Questo è un Hamas immaginario, ma l’immaginazione è guidata dalla conoscenza: questo Hamas è odiato ma anche rispettato a malincuore. C’è anche un terzo Hamas, che esiste solo nelle dichiarazioni pubbliche dei politici israeliani e, cosa fondamentale, in Occidente. Questa non è tanto un’organizzazione quanto un esempio di primordiale ferocia mediorientale, uno dei tanti nemici caricaturali dell’Occidente. È un Hamas senza storia, che è saltato fuori già completamente formato.

Israele ha preferito combattere l’Hamas di sua creazione piuttosto che l’Hamas noto agli studiosi seri, sebbene per molti anni lo studio fondamentale del movimento sia stato condotto da due israeliani in The Palestinian Hamas di Shaul Mishal e Avraham Sela, pubblicato nel 2000. Mishal e Sela hanno descritto un movimento sociale con radici profonde tra “la gente comune”. Intellettualmente, Hamas ha attinto dai principali pensatori politici religiosi della tradizione riformista islamica: Rachid Ghannouchi in Tunisia e Hassan al-Turabi in Sudan. Non era una banda di criminali ma una forza politica e sociale ben organizzata. Ha diviso la Striscia di Gaza e la Cisgiordania in distretti e sottodistretti, suddividendoli ulteriormente in unità locali guidate da membri del movimento. Ha esercitato una pressione implacabile per imporre norme religiose conservatrici, con l’obiettivo di una resistenza pura, e quindi forte, epurata da scettici e oppositori compresi i sostenitori di Fatah, il partito più potente all’interno dell’OLP. La presenza di Hamas a tutti i livelli della società, a provvedere all’assistenza sociale e medica oltre che all’educazione religiosa, ha garantito un livello basilare di sostegno.

L’attrattiva di Hamas nasceva da una combinazione di ideologia e pragmatismo politico. Mentre l’OLP arrancava verso un’accettazione della spartizione, iscritta negli Accordi di Oslo, Hamas rimase impegnata, almeno in linea di principio, nella liberazione dell’intera Palestina storica. Il suo statuto originario, pubblicato nell’agosto 1988, sosteneva obiettivi politici molto simili a quelli dell’OLP, ma espressi in un linguaggio esplicitamente religioso, consolidato da un antisemitismo. Tuttavia Mishal e Sela sostenevano che, nonostante un’immagine di organizzazione fondamentalista dogmatica, Hamas era in effetti impeccabilmente pragmatica. I suoi documenti interni erano caratterizzati dal “realismo politico”. Poteva essere comunitaria e riformista quando il momento lo richiedeva e passare ad una ribellione violenta quando si presentava l’opportunità. I ​​suoi metodi erano “violenza controllata, coesistenza negoziata e processo decisionale strategico”. Hamas non era un movimento di liberazione nazionale laico: la sua definizione di vittoria era una Palestina restituita al dominio islamico e palestinese. Ma si comprendeva che tale obiettivo fosse lontano. Il movimento lavorava per promuovere un conservatorismo religioso dal basso attraverso i suoi progetti sociali. Spesso inquadrava questioni politiche usando riferimenti religiosi: in particolare decisioni politiche non ortodosse o controverse venivano giustificate con il ricorso ad un linguaggio religioso. Ma molto poco di Hamas trovava spiegazione in uno zelo religioso. La principale funzione pratica della sua religiosità, sostengono Mishal e Sela, era quella di stimolare una mobilitazione tra tutte le classi.

L’ala armata di Hamas, le Brigate Al-Qassam, venne fondata nel 1991. Ma per il primo decennio della sua esistenza la realtà era piuttosto diversa dall’immagine di militanti col parapendio a cui è ora associata. Quadri scarsamente armati trascorrevano la maggior parte del loro tempo a spostarsi tra la campagna e gli appartamenti delle loro madri. Se erano fortunati avevano accesso ad alcune mitragliatrici rubate (per lo più Uzi e Carl-Gustaf m/45), ma poco di più. Israele sperava che l’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania avrebbe fornito un facsimile di autogoverno e uno sbocco sicuro ma inefficace alle richieste di liberazione palestinesi. Ma le carenze dell’ANP continuavano a motivare la richiesta di forme di lotta più attive, di cui Hamas si appropriava. Nel 1994 condusse il suo primo attentato suicida all’interno di Israele dopo il massacro di 29 palestinesi da parte di un estremista ebreo di estrema destra nella Grotta dei Patriarchi a Hebron. Una volta che i tunnel di Rafah entrarono in funzione negli anni 2000 gli armamenti di Hamas migliorarono e l’organizzazione iniziò a produrre in loco esplosivi e munizioni. Sotto la supervisione di Adnan al-Ghoul, Yahya Ayyash e Mohammed Deif, questa divenne alla fine un’importante industria che sfornava lanciarazzi “Yassin” e missili “Qassam”.

Hamas fu fondata per perseguire la resistenza armata contro l’occupazione, ma nella pratica il confronto violento è sempre stato in attrito con il calcolo politico. Per trovare un equilibrio il movimento ricorse al concetto religioso di sabr, o “pazienza”. Lo scoppio della seconda intifada, in risposta ai falliti colloqui di pace a Camp David nel 2000 e alla provocatoria visita di Ariel Sharon al Monte del Tempio, colse di sorpresa Hamas. La leadership reagì intensificando gli attentati suicidi, ma si trovava a seguire gli eventi piuttosto che guidarli. Il movimento era stato fondato sul rifiuto della partizione e dell’accordo politico con Israele. Ma in pratica la sua leadership stava accettando l’idea di due Stati sulla base dei confini del 1967. Nel giugno 2003 Ismail Abu Shanab, un membro fondatore di Hamas, sostenne un accordo a due Stati (due mesi dopo fu assassinato da un attacco missilistico di un elicottero Apache israeliano). Nel 2006 Ismail Haniyeh chiese [la nascita di] “uno Stato palestinese sovrano che comprendesse la Cisgiordania e la Striscia di Gaza con capitale a Gerusalemme Est”. Gli sforzi fallimentari degli Stati Uniti in Medio Oriente dopo l’11 settembre crearono dilemmi anche per Hamas. Nel corso della seconda intifada condannò gli attacchi di al-Qaeda, ridusse le sue operazioni militari contro Israele e offrì un cessate il fuoco unilaterale. Al contrario, Israele riuscì a trasformare con successo l’occupazione in un altro campo di battaglia nella guerra globale al terrore. Negli Stati Uniti Hamas divenne rapidamente assimilato all’asse del male (gli attentatori suicidi non erano stati d’aiuto) e fu associato ad al-Qaida.

La seconda intifada, tra il 2000 e il 2005, costò la vita a gran parte dei vertici di Hamas, tra cui Yassin, Rantisi e Salah Shehadeh, il primo leader delle Brigate Qassam, che fu assassinato in un attacco aereo insieme ad altre quattordici persone, tra cui sette minori. Eppure ad appena un anno dalla fine dell’intifada Hamas aveva preso parte ad elezioni regolari vincendole e stava rimodellando le sue relazioni con l’Autorità Nazionale Palestinese. Con il suo quartier generale politico all’estero, fu sottoposto all’accusa che i suoi leader fossero al riparo dalle realtà della vita a Gaza. Ma una leadership remota aveva dei vantaggi pratici. Dai suoi uffici a Doha e Damasco Mishal coltivò migliori relazioni con l’Iran, che si era allontanato dall’OLP negli anni ’80 e aveva tagliato i legami con essa dopo Oslo. Ancora più di Mishal incarnava la nuova strategia di sensibilizzazione internazionale il vicepresidente del movimento, Mousa Abu Marzouk, che aveva vissuto per un po’ negli Stati Uniti (per un certo periodo l’attività editoriale di Hamas è stata condotta principalmente a Dallas).

La vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi colse quasi tutti di sorpresa. L’intelligence israeliana era convinta che Fatah avrebbe vinto. Il Dipartimento di Stato americano sotto Condoleezza Rice era d’accordo. La morte di Arafat aveva indebolito l’OLP e la lussuosa condotta di vita dei suoi leader tornati dall’estero dopo Oslo l’aveva screditata. Ma questa era ben lontana dall’essere la storia completa. Nel 2009 la giornalista italiana Paola Caridi pubblicò un prezioso resoconto sulla corsa alle elezioni, Hamas: dalla Resistenza al Regime [Ed. Feltrinelli, ndt.]. Esordiva riflettendo sul motivo per cui Hamas avesse ottenuto un sostegno così forte tra i palestinesi comuni. Il movimento si era impegnato in una campagna elettorale tradizionale e il suo slogan, “Cambiamento e Riforma”, era conciliante. Ma Caridi sosteneva che il voto non fosse semplicemente “una protesta contro la corruzione, il clientelismo e l’inefficienza di Fatah”. Hamas aveva vinto perché “ha fornito un’alternativa ai laici considerata più che semplicemente plausibile”.

La risposta degli Stati Uniti e di Israele alla vittoria di Hamas fu molto dura. Abu Marzouk scrisse un articolo sul Washington Post in cui faceva appello alla “lunga tradizione americana di sostenere i diritti degli oppressi all’autodeterminazione”. Il ministro degli Esteri di Hamas, Mahmoud al-Zahar, scrisse a Kofi Annan. Non cambiò nulla. Quando Hamas tentò di formare un governo di coalizione con Fatah gli Stati Uniti glielo impedirono. Un blocco tra Stati Uniti e Israele causò presto carenze di pane a Gaza. Gli Stati Uniti applicarono sanzioni nel tentativo di costringere il presidente Mahmoud Abbas, che riceveva regolarmente Condoleezza Rice a Ramallah, a indire nuove elezioni. Nel frattempo la CIA stava lavorando direttamente con le forze di sicurezza di Fatah guidate da Mohammed Dahlan, all’epoca un segreto di Pulcinella nei territori occupati. La conseguenza fu una guerra civile tra Fatah e Hamas che si concluse nel giugno 2007 quando le forze di Hamas occuparono l’edificio di sicurezza e intelligence di Fatah a Gaza City, noto come “Ship”. Ciò fece sì che Hamas rimanesse escluso in Cisgiordania ma tenesse il controllo esclusivo di Gaza.

I ministeri grossomodo funzionavano, la spazzatura veniva raccolta e l’accesso a Internet era stato stabilito. I ritratti di Arafat furono sostituiti con le insegne di Hamas. L’ex insediamento israeliano di Neve Dekalim fu trasformato in un campo di addestramento. Il blocco era un problema più difficile da risolvere. I confini di Gaza furono sigillati, il suo spazio aereo controllato e presto sarebbe stato sotto costante attacco. In risposta alla cattura da parte di Hamas del soldato israeliano Gilad Shalit nel giugno 2006 (Shalit sarebbe stato poi scambiato con detenuti palestinesi), Israele aveva distrutto la centrale elettrica di Gaza. Gli ospedali spesso dovevano essere alimentati da generatori di emergenza e talvolta avevano elettricità solo per poche ore al giorno. Il primo grande attacco di Israele a Gaza, l’operazione Piombo Fuso, fu lanciato il 27 dicembre 2008. Iniziò con massicci bombardamenti aerei e causò 1400 morti e 46.000 case distrutte. Ci sarebbe stato un attacco di questo tipo, anche se non sempre di tale portata, ogni due anni fino all’ottobre 2023. La principale risposta difensiva di Hamas fu quella di estendere la rete di tunnel per alleviare il blocco e fornire riparo dagli attacchi aerei, la mossa che chiunque farebbe se fosse messo a capo di una Gaza assediata.

Per Israele e i suoi sostenitori Hamas, come l’OLP, è sempre stata un’organizzazione terroristica, in base alla logica secondo cui qualsiasi violenza commessa dai palestinesi giustifica ogni violenza da parte di Israele mentre nessuna violenza commessa da Israele giustifica quella da parte dei palestinesi. Nel 2016, sul suo sito web ufficiale, sotto il titolo un po’ aziendale “Informazioni sul movimento: chi siamo”, Hamas ha affermato di essere “un movimento di liberazione nazionale con un’ideologia islamica moderata” che “limita la sua lotta e il suo lavoro alla causa palestinese”. Vale la pena di tenere in considerazione l’autodescrizione, in particolare se viene regolarmente trascurata. Ma l’autodescrizione è necessariamente parziale. Dire che Hamas è semplicemente il campione zelante di una lotta giusta contro una brutale occupazione militare ed esercita il diritto legale alla resistenza armata significa tralasciare molti elementi.

Hamas è stata fondata come organizzazione militante clandestina. Nel governare Gaza si è trovata di fronte a una dinamica essenzialmente diversa da qualsiasi cosa avesse sperimentato prima. Lo studio più significativo su quel periodo di Hamas è stato Hamas Contained [Hamas sotto controllo, ndt.] di Tareq Baconi, pubblicato nel 2018. Baconi ha preso di mira la condanna categorica e infondata del movimento, che sosteneva fosse solo un altro modo per “rendere accettabile la demonizzazione e la sofferenza di milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza”. Qualunque cosa fosse, Hamas, come l’OLP negli anni ’60 e ’70, era la fazione palestinese “più rappresentativa della nozione di resistenza armata contro Israele”. Fin dall’inizio aveva cercato di presentarsi più come un’espressione formalizzata di resistenza che come un partito politico tradizionale. Di conseguenza anche per i palestinesi che non gradivano che Hamas fosse al governo la lotta armata che incarnava rimaneva un motivo di orgoglio.

Il lavoro di Baconi è basato su uno studio rigoroso delle principali pubblicazioni di Hamas, la rivista Al-Resalah, pubblicata a Gaza City e distribuita localmente, e Filastin al-Muslima, l’organo intellettuale del movimento. La sua analisi ha colto ciò che molti altri avevano tralasciato, vale a dire cosa è successo al movimento tra le elezioni del 2006 e il 2023. All’interno dell’establishment della sicurezza israeliano da tempo si riteneva che una Gaza governata da Hamas fosse una variabile prevedibile. Hamas poteva essere facilmente etichettata come un’organizzazione terroristica, esponendo così l’intera Gaza alla condanna internazionale. Tuttavia, di fronte alle responsabilità di governo Hamas si trovò a dover limitare le proprie operazioni armate contro Israele. Il lancio di razzi era per lo più limitato a rispondere a gravi violazioni israeliane. Il potere che gli era stato conferito ha iniziato a sembrare più un vincolo alla lotta che una sua promozione. Una Gaza gestita da Hamas costituiva una risorsa per Israele, come ha affermato Netanyahu nel 2019?

C’erano segnali che Hamas si fosse reso conto di essere stato messo all’angolo. Quando la giunta di Abdel Fattah el-Sisi in Egitto attaccò il sistema di contrabbando dal Sinai attraverso i tunnel nell’inverno del 2013-14 Hamas decise di resuscitare gli sforzi di riconciliazione con Fatah. Ma il governo di unità formato nel giugno 2014 si rivelò di breve durata a causa di un altro importante attacco israeliano a Gaza, l’operazione Margine Protettivo. Nell’estate del 2014 in 51 giorni di bombardamenti furono uccisi 2220 palestinesi (alcune delle armi utilizzate furono fornite dalla Gran Bretagna). Hamas aveva voluto condividere il peso della responsabilità amministrativa per Gaza e Israele e i suoi sostenitori si erano rifiutati di permetterlo. Alla base di tutto questo c’era un modello consueto, osserva Baconi, “per cui le provocazioni israeliane, spesso dopo la firma di accordi di unità palestinese, innescano opportunità per Israele di rivendicare l’autodifesa e lanciare attacchi impressionanti contro Gaza”. Hamas era stata in grado di prendere il potere a Gaza perché Israele non era riuscito a circoscrivere la politica palestinese entro i confini dettati dal trattato di Oslo. Ma alla fine Hamas è stata utile alla più ampia strategia di occupazione israeliana. “Attraverso un duplice processo di controllo e pacificazione”, scrive Baconi, Hamas è stata “forzatamente trasformata in poco più che un’autorità amministrativa nella Striscia di Gaza, per molti versi simile all’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania”. Non ci sarebbe stato alcun ritorno alla strategia degli attentati suicidi della seconda intifada. Hamas sembrava essere stata cooptata.

Eppure c’era una domanda senza risposta: per quanto tempo Gaza poteva rimanere sotto controllo? Quando nel 2017 Haniyeh e Sinwar presero il comando, i primi segnali furono di un’ulteriore pacificazione. Quell’anno Hamas pubblicò il suo nuovo patto, che eliminava l’antisemitismo del suo statuto fondativo e riconosceva ufficialmente la possibilità di un accordo sui confini del 1967. In sostanza già da un decennio Hamas aveva accettato la possibilità di una soluzione a due Stati, ma averlo messo per iscritto era un’altra cosa. Sinwar aveva una reputazione di spietatezza (negli anni ’80 era stato incaricato da Yassin di gestire il controspionaggio nella parte meridionale di Gaza), ma ora si appellava personalmente a Netanyahu per una “nuova fase”. Nel 2018, invece di una ripresa generale delle ostilità, Hamas optò per la disobbedienza civile, la Grande Marcia del Ritorno, con manifestazioni in gran parte pacifiche tenute ogni venerdì lungo la barriera di confine con Israele. Israele rispose uccidendo centinaia di dimostranti e ferendone migliaia. Mohammed Deif, capo delle Brigate Qassam, propose una reazione armata; Sinwar lo scavalcò.

* Adam Shatz ha scritto del complotto per uccidere Mishal sul London Review of Books del 14 maggio 2009

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Dopo il cessate il fuoco a Gaza Israele rivolge la sua potenza di fuoco contro la Cisgiordania

Basel Adra

28 gennaio 2025 – +972 Magazine

Laila Al-Khatib, di due anni, è la vittima più giovane della campagna militare israeliana a Jenin, mentre i blocchi stradali soffocano l’intero territorio.

Bassam Assous stava cenando a casa con la sua famiglia quando sono iniziati gli spari. Erano circa le 20:00 di sabato 25 gennaio e, ad insaputa degli abitanti, i soldati israeliani erano entrati nel villaggio di Muthalath Al-Shuhada, situato vicino a Jenin nella Cisgiordania occupata. “Le finestre e le persiane erano chiuse: non avevamo idea di cosa stesse succedendo fuori finché non abbiamo sentito degli spari molto vicini”, ha raccontato Assous a +972 Magazine.

Assous e sua moglie Ghada si sono allontanati rapidamente dalle finestre, mentre le loro due figlie, Shaimaa e Teema, si sono nascoste in una camera da letto con la figlia di 2 anni di Teema, Laila.

All’improvviso Assous ha sentito le figlie urlare. “Sono corso in camera da letto con mia moglie; Shaimaa teneva stretta Laila mentre Teema urlava accanto a loro”, racconta. “Ho afferrato Laila e le mie mani si sono rapidamente ricoperte di sangue. Proveniva dalla testa: era stata colpita da un proiettile”.

Con in braccio la nipote sanguinante e priva di sensi Assous è corso fuori in strada, ma si è reso conto che era piena di soldati israeliani e veicoli blindati. “Mia moglie ha urlato: ‘Perché avete ucciso la bambina? Cosa vi ha fatto?'”, continua Assous. “Uno dei soldati, in piedi a una certa distanza, ha risposto, ‘Mi dispiace.’ Al che ho urlato anch’io, ‘Perché le avete sparato?’ I soldati mi hanno puntato le armi e mi hanno detto di non avvicinarmi. Mia moglie continuava a gridare e uno dei soldati ha indicato un punto a 100 metri di distanza e le ha detto, ‘Vai lì e aspetta un’ambulanza.'”

Quando è arrivata l’ambulanza Ghada è salita con Laila. Shaimaa, che in seguito agli spari aveva riportato ferite da schegge alla mascella e al fianco, e Teema, che aveva ferite da schegge alla mano destra, avevano anche loro bisogno di cure. “Ho detto ai soldati che volevo andare con le mie figlie ma loro hanno risposto: ‘No, tu vieni con noi'”, aggiunge Assous.

“I soldati mi hanno portato a casa di mio zio, dove avevano già trattenuto quattro dei suoi figli mentre mio zio e il resto della famiglia si trovavano nelle vicinanze”, racconta. “Non avevo idea di cosa stesse succedendo a mia moglie e alle mie figlie: non ci era permesso usare i nostri telefoni o anche solo parlare. Quando ho insistito per chiamare un soldato ha minacciato di ammanettarmi. Sono rimasto trattenuto in questo modo fino alle 23:30 circa, quando i soldati si sono ritirati dalla zona. Non hanno arrestato nessuno né confiscato nulla.

Dopo che i soldati se ne sono andati i vicini sono venuti a controllare come stavamo”, continua Assous. “È stato allora che ho saputo che Leila era morta, mentre cominciavano a porgerci le loro condoglianze. Ero sotto shock, ma ho capito subito che dovevo mostrarmi forte per mia figlia Teema, che è scoppiata a piangere e non riusciva a farsi una ragione della perdita della figlia. L’ho portata in un centro medico lì vicino, dove le hanno dato dei sedativi”.

Assous spiega che Teema, una studentessa magistrale all’Università An-Najah di Nablus, specializzata in ingegneria ambientale e idraulica, aveva già perso il marito, Mohammad Al-Khatib, due anni fa in un incidente sul lavoro. “Stava lottando con il trauma della perdita del marito, quindi ho portato lei e sua figlia a vivere con noi a casa”, ha spiegato. “Diceva sempre: ‘Voglio solo crescere mia figlia e prendermi cura di lei’. Ora continua a chiedermi: ‘Perché hanno ucciso mia figlia? Cosa ha fatto questa bambina per meritarsi questo?’

In risposta all’inchiesta di +972 un portavoce dell’esercito israeliano ha affermato di “rammaricarsi per qualsiasi danno causato a civili non coinvolti” e di aver ricevuto informazioni su terroristi barricati all’interno di un edificio nel villaggio. Secondo il portavoce prima di aprire il fuoco i soldati hanno intimato “più volte” a chi si trovava dentro la casa di uscire. Assous nega di aver sentito alcuna intimazione del genere.

“Uno stato di terrore” nel campo profughi di Jenin

L’uccisione di Laila non è stato un fatto isolato. Dalla mattina del 21 gennaio, solo due giorni dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco a Gaza, l’esercito israeliano è impegnato in una grande campagna militare nella Cisgiordania settentrionale. L’esercito afferma che l’operazione, denominata “Muro di ferro”, ha lo scopo di “preservare la libertà di azione dell’IDF” e reprimere la resistenza armata nei territori occupati, e fa seguito a una campagna di sette settimane dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) contro i gruppi armati nel campo profughi di Jenin.

Anche l’attività dell’esercito israeliano è focalizzata su Jenin e i suoi dintorni, così come su Tulkarem. Finora l’operazione ha ucciso 16 palestinesi a Jenin e tre a Tulkarem, causando al contempo una vasta distruzione delle infrastrutture civili in entrambe le città e costringendo migliaia di palestinesi a lasciare le loro case.

“Martedì scorso, verso le 11:00, una forza speciale dell’esercito di occupazione ha preso d’assalto il campo”, ha detto a +972 Ahmed Hawashin, ricercatore presso il Palestinian Centre for Human Rights (PCHR) e abitante nel campo profughi di Jenin. “I soldati, immagino costituissero una squadra di cecchini, si sono posizionati negli edifici che dominano il campo e hanno iniziato a sparare indiscriminatamente mentre dall’alto cadevano missili. I veicoli dell’Autorità Nazionale Palestinese, presenti nel campo da 45 giorni, hanno iniziato a ritirarsi.

“Mentre circolavano notizie sull’operazione militare a Jenin la paura si è diffusa tra tutti i cittadini”, continua Hawashin. “La mia famiglia è fuggita dal campo ed è finita sotto il fuoco nonostante fossero civili. Mi sono rifugiato a casa di un amico nel quartiere Joret A-Dahab.

“Altri veicoli militari sono arrivati ​​e hanno imposto un assedio al campo mentre le forze hanno iniziato le incursioni”, racconta. “Per tutta la notte i suoni degli spari e delle esplosioni non si sono fermati. Due volte mentre ero seduto con un gruppo di volontari del soccorso davanti alla casa di un mio amico un drone ci ha lanciato delle granate. Uno dei giovani è stato ferito da schegge: eravamo in uno stato di terrore”.

La mattina seguente un drone israeliano ha trasmesso un messaggio dell’esercito che ordinava a tutti gli abitanti del campo di evacuare. Mentre una folla di famiglie iniziava a uscire Hawashin ha deciso che sarebbe stato troppo pericoloso restare: “La situazione sul campo e ciò che circolava sui media riguardo all’incursione ci spaventava: non sapevamo cosa avrebbero fatto”.

Hawashin racconta che un gruppo di circa 100 persone del quartiere Jorat A-Dahab si è radunato per andare via insieme ed è stato accompagnato da un drone militare fino all’ingresso occidentale del campo. A quel punto, i soldati hanno ordinato loro tramite altoparlante di dividersi in gruppi di cinque e presentarsi per l’ispezione. “C’era una telecamera che scattava foto e i soldati decidevano chi fermare in base ai dati della telecamera”, racconta. “Abbiamo poi continuato il nostro cammino verso la città“.

Anche nella stessa città di Jenin, dove le forze israeliane hanno assediato gli ospedali, “la vita è ferma. Si verificano alcuni scontri [tra l’esercito israeliano e i gruppi di resistenza palestinesi] e veicoli militari attraversano le strade. I negozi sono chiusi e la maggior parte dei cittadini non esce di casa temendo per la propria vita”.

Le condizioni nel campo stanno rapidamente peggiorando. Le scuole sono chiuse dall’inizio dell’operazione dell’ANP ai primi di dicembre, mentre da più di un mese l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione lavorativa (UNRWA) non è in grado di fornire alcun servizio. Anche l’energia elettrica è stata completamente interrotta.

“Il campo è diventato anche rischioso per la salute”, aggiunge Hawashin. “Dall’inizio della campagna dell’ANP i rifiuti non sono stati raccolti e si sono accumulati ammassi di spazzatura ai lati delle strade. Le strade e le infrastrutture idriche sono ancora devastate dalle precedenti invasioni israeliane, quindi le persone hanno fatto affidamento su cisterne d’acqua e serbatoi sui tetti, ma molti di questi sono stati danneggiati dagli spari durante la campagna dell’ANP e l’attuale operazione israeliana e sono stati resi inutilizzabili”.

“Non ho mai dovuto aspettare così a lungo al checkpoint”

Oltre agli attacchi al campo profughi di Jenin e alle aree circostanti l’esercito israeliano, come forma di punizione collettiva, ha chiuso le strade principali in tutta la Cisgiordania tramite posti di blocco, cancelli di ferro e cumuli di terra, tenendo aperte solo alcune strade in orari specifici della giornata. Queste interruzioni costringono i residenti ad aspettare per lunghe ore in mezzo ad ingorghi, a prendere percorsi alternativi attraverso campi e strade sterrate o a evitare del tutto di viaggiare. Ai posti di blocco i soldati impiegano ulteriori pratiche repressive come la confisca arbitraria per ore e ore delle chiavi delle auto.

La settimana scorsa Mohammad Hureini, studente di letteratura inglese alla Birzeit University vicino a Ramallah e attivista di Youth of Sumud [Gioventù della Perseveranza: organizzazione palestinese di protesta non violenta contro l’occupazione, ndt.] avrebbe dovuto sostenere un esame, rinviato in seguito all’operazione militare di Israele in Cisgiordania che ha impedito a molti studenti di raggiungere l’università.

Il giorno seguente Hureini, che si trovava già nei pressi dell’università, ha deciso di tornare al suo villaggio di A-Tuwani nelle colline a sud di Hebron, un viaggio che prima del 7 ottobre di solito durava circa due ore. Tuttavia, dopo l’inizio della guerra a Gaza e l’intensificazione delle restrizioni alla circolazione dei palestinesi in Cisgiordania, Hureini impiegava quattro o cinque ore per tornare a casa. Questa volta, con le ulteriori interruzioni, il viaggio è durato 13 ore.

“Da Nablus mi sono diretto al checkpoint di ‘Atara’, a nord di Ramallah, ma era chiuso e decine di auto erano bloccate”, ha detto. “Ho fatto dietrofront per andare al posto di blocco di Jaba’, a sud-ovest di Ramallah, ma avvicinandomi ho visto pesanti ingorghi: i soldati avevano chiuso il checkpoint a praticamente tutto il traffico e stavano ispezionando i veicoli uno ad uno”.

Hureini è rimasto bloccato nel traffico per ore mentre centinaia se non migliaia di auto si trovavano in fila per l’ispezione. “Sembrava che passasse un veicolo ogni mezz’ora”, racconta. Dopo tre ore ho visto persone abbandonare i loro veicoli e chiamare dei taxi per farsi venire a prendere dall’altro lato del checkpoint dopo aver attraversato a piedi. Non avevo mai vissuto un’attesa così lunga a questo checkpoint.

Circa sei ore dopo è stato finalmente il turno di Hureini. “Al posto di blocco c’erano due soldati”, spiega. “Uno mi ha fatto segno di fermarmi, quindi ho spento il motore. Entrambi i soldati erano al telefono, senza prestare attenzione a me o a tutti i veicoli in coda dietro di me. Mentre aspettavo mi è diventato chiaro che lo stavano facendo per umiliare le persone, fiaccare loro il morale e sconvolgere le nostre vite, niente di più.

“Dieci minuti dopo il soldato mi ha chiesto i documenti e ha iniziato a perquisire il veicolo domandandomi: ‘Da dove vieni? Dove stai andando? Cosa fai?’ Dopo cinque minuti mi ha detto di proseguire”.

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Il calvario di Hureini non era finito. “Dopodiché ho percorso la strada di circonvallazione, che ovviamente non ha posti di blocco perché la usano i coloni, finché non ho raggiunto il posto di blocco dei container, che separa la parte settentrionale da quella meridionale della Cisgiordania. C’erano tre corsie di traffico che portavano al checkpoint. Di nuovo, per la prima volta, ho visto quelli che sembravano migliaia di veicoli fermi. Ho scoperto che i soldati avevano chiuso il posto di blocco senza fornire una ragione e non lasciavano passare nessuno.

Ho aspettato per mezz’ora senza muovermi mentre altre auto continuavano ad arrivare dietro di me”, prosegue. “Uno degli autisti mi ha parlato di una strada sterrata che poteva essere utilizzata per aggirare il posto di blocco. Ha iniziato a guidare e io l’ho seguito. Dietro di noi si sono presto aggiunti decine di veicoli. La strada era pericolosa, piena di rocce e buche. Ho guidato con cautela per 45 minuti, temendo che la mia auto si rompesse. Quella distanza avrebbe potuto essere coperta in cinque minuti se non fosse stato per il posto di blocco”.

E c’era ancora di più. “Sono arrivato a Betlemme alle 19:30 solo per trovare l’ingresso principale della città chiuso. Ho preso una strada alternativa attraverso Beit Jala, dove i soldati avevano messo su un posto di blocco e stavano perquisendo i veicoli. Dopo aver saputo di una strada alternativa che aggirava il checkpoint l’ho seguita fino a raggiungere di nuovo la strada principale e ho continuato a guidare verso il mio villaggio.

Dopo essere partito dall’Università di Birzeit vicino a Ramallah alle 8 del mattino sono arrivato a casa alle 9 di sera, esausto e con il mal di testa. Non avevo mangiato niente per tutto il giorno, quindi ho cenato e sono andato subito a letto. Da quando l’esercito israeliano ha lanciato la sua nuova operazione la situazione è diventata insopportabile”.

In risposta alla richiesta di +972 di rilasciare un commento sui nuovi e più estesi blocchi stradali l’esercito israeliano ci ha rimandato ad una dichiarazione del portavoce internazionale dell’esercito in cui si afferma: “I posti di blocco sono uno strumento da noi utilizzato nella lotta al terrorismo, che consente il movimento dei civili fornendo al contempo un livello di controllo per impedire ai terroristi di fuggire e rendere l’operazione inefficace”.

“L’occupazione non ha bisogno di scuse per distruggerci”

Per comprendere i motivi della nuova operazione militare di Israele e delle misure di punizione collettiva i palestinesi in Cisgiordania tracciano un collegamento diretto con il cessate il fuoco di Gaza.

Omar Assaf, che abita nel campo profughi di Deir Ammar vicino a Ramallah, promotore di un’iniziativa per ricostruire una leadership popolare palestinese in tutta la Palestina e nella diaspora, ha dichiarato a +972: “Dopo aver lasciato Gaza il governo israeliano è moralmente a pezzi, nonostante abbia commesso un genocidio uccidendo decine di migliaia di persone e distruggendo la Striscia. Per compensare, ha lanciato una campagna militare prendendo di mira il campo profughi di Jenin e isolando il resto delle città e dei villaggi palestinesi, nel tentativo di ottenere un’immagine di vittoria in questa guerra.

La Cisgiordania è sempre stata un fronte importante per l’occupazione, ma c’è sempre stata una resistenza palestinese contro le sue ambizioni”, continua Assaf. “Negli ultimi anni nella Cisgiordania settentrionale si sono costituiti gruppi armati che si oppongono all’occupazione, agli attacchi dei coloni e all’espansione delle colonie sulla terra palestinese. In risposta, c’è stata un’evoluzione della relazione tra l’ANP e l’occupazione al fine di contrastare questi gruppi, passando dal coordinamento alla vera e propria collaborazione nelle operazioni di sicurezza.

“L’ANP è riuscita a sconfiggere [l’organizzazione denominata] Fossa dei Leoni a Nablus reclutando alcuni dei suoi combattenti nelle forze di sicurezza dell’ANP”, ha affermato. “L’occupazione [israeliana] ha dovuto affrontare i gruppi armati nel campo profughi di Jenin [con la forza], e finora non è riuscita a sconfiggerli”.

L’incursione di sette settimane dell’ANP nel campo, prima dell’ultima operazione di Israele, è stata “una mossa senza precedenti nella storia della causa palestinese”, dice Assaf. E mentre l’ANP ha affermato di aver represso la resistenza armata per proteggere il campo dal destino a cui è andata incontro la Striscia di Gaza, lui è del parere che questa sia “una dichiarazione vergognosa” e aggiunge: “L’occupazione non ha bisogno di scuse per distruggerci, occupare la nostra terra e costruire insediamenti coloniali; lo fa perché questo è il suo progetto principale”.

L’ANP, conclude Assaf, dovrebbe fare una di queste due cose: “Può tornare verso il popolo palestinese, stare al suo fianco contro le politiche di occupazione, unificare il suo fronte interno e porre fine alla divisione. Oppure, se non può farlo, dovrebbe tenere elezioni per consentire al popolo palestinese di scegliere una leadership che lo rappresenti e lo guidi verso il raggiungimento delle sue aspirazioni. Se l’ANP continua con il suo attuale approccio aumenterà le tensioni tra le persone e indebolirà il fronte interno di fronte all’occupazione”.

Basel Adraa è un attivista, giornalista e fotografo del villaggio di a-Tuwani, sulle colline a sud di Hebron.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Finché ci saranno indagini farsa, in Cisgiordania l’IDF continuerà a sparare ai bambini

Editoriale di Haaretz

28 gennaio 2025 – Haaretz

La “Gazificazione” della Cisgiordania continua, compresa l’intollerabile facilità con cui vengono uccisi dei bambini.

All’inizio di gennaio Reda Besharat, 8 anni, e suo cugino Hamza Besharat, 10 anni, sono stati uccisi dall’attacco di un drone israeliano nel villaggio di Tammun. Il padre di uno dei ragazzini ha affermato il giorno seguente che, quando sono stati colpiti, suo figlio e suo nipote si stavano preparando per andare a scuola e si trovavano nel cortile di casa. Nell’attacco è stato ucciso anche un terzo cugino, il ventitreenne Adam Besharat.

Le Forze di Difesa Israeliane hanno risposto a questa terribile tragedia con un’indagine che non si può che definire offensiva. Ha rilevato che il drone ha sparato “sulla base dell’indicazione che nel momento dell’incidente era difficile stabilire che (i bersagli) erano dei minorenni.” Se un drone che sta sorvegliando la zona non è in grado di distinguere tra bambini e adulti, allora perché i suoi dati vengono utilizzati per approvare attacchi così letali?

In effetti l’indagine è un modello per sottrarsi a ogni responsabilità. Secondo l’IDF i bambini sono stati erroneamente identificati come adulti che avevano collocato un ordigno esplosivo, benché in seguito nella zona non sia stata trovata alcuna bomba.

L’indagine ha anche rivelato che questo errore fatale non è stato bloccato da nessuno lungo la catena di comando, incluso il capo del Comando Centrale, il generale Avi Bluth. Una delle conclusioni dell’indagine dell’esercito è che sarebbe stato opportuno prendere ulteriori iniziative per verificare l’identità dei bersagli.

Sarebbe stato opportuno” è un eufemismo. Un’indagine su un’azione irresponsabile con tali orribili conseguenze non dovrebbe concludersi con quello che “sarebbe stato opportuno” fare, ma piuttosto prendendo misure significative contro i responsabili.

Nel passato la polizia militare apriva automaticamente un’indagine dopo l’uccisione di palestinesi in Cisgiordania. Ora il comportamento predefinito è aprire un’indagine sugli “incidenti di combattimento” solo dopo un controllo della procura generale militare. Ovviamente gli avvenimenti in Cisgiordania sono sempre più spesso classificati come incidenti di combattimento. Le conclusioni dell’indagine riguardo ai bambini sono state trasmesse al capo del comando generale e non sono state ancora sottoposte alla procura generale militare.

Sabato sera una bambina di 2 anni è stata colpita e uccisa dal fuoco dell’IDF in un villaggio nei pressi di Jenin. L’esercito ha affermato che le forze hanno sparato contro un edificio in cui, secondo l’intelligence, si nascondeva un uomo armato. Tuttavia in casa della bimba non c’era un uomo armato barricato all’interno, bensì una famiglia che stava cenando.

Appena si sono accorti di aver colpito una bambina i soldati hanno chiamato la Mezzaluna Rossa palestinese e hanno portato via anche la madre, lievemente ferita a un braccio. L’IDF sta ancora indagando sull’incidente. Ma che benefici trarrà dai suoi risultati la bimba uccisa?

Dopo le massicce uccisioni a Gaza di decine di migliaia di persone, tra cui minori, sembra che l’IDF stia perdendo ogni freno anche in Cisgiordania. Questa tendenza pericolosa deve essere immediatamente fermata.

Il presente articolo è l’editoriale principale di Haaretz come pubblicato in Israele nelle edizioni in ebraico e in inglese del giornale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un comunicato afferma che un palestinese a Gaza è stato ucciso a colpi di arma da fuoco da un comandante israeliano mentre copriva le forze dell’IDF

Redazione Haaretz

7 gennaio 2025 – Haaretz

I media israeliani hanno riferito che il palestinese, costretto dall’IDF a fungere da scudo umano e a perquisire gli edifici nell’area di Khan Yunis a Gaza, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco da un comandante che non sapeva che il palestinese era autorizzato a trovarsi lì

Secondo una comunicazione pubblicata da “The Hottest Place in Hell” [Il posto più caldo dell’inferno, ndt.] un comandante della Brigata Nahal delle Forze di Difesa Israeliane ha sparato e ucciso un palestinese che stava coprendo le truppe nella città di Rafah, nella parte meridionale di Gaza”.

In base al report pubblicato sul sito web di giornalismo investigativo indipendente in lingua ebraica il palestinese, costretto a fungere da scudo umano e perquisire gli edifici nell’area di Khan Yunis, aveva ricevuto l’autorizzazione dell’IDF ad accedere all’edificio. Al suo arrivo un comandante della brigata ha identificato l’uomo come palestinese, ha preso un fucile e lo ha ucciso, non sapendo che era autorizzato a trovarsi nell’edificio.

Secondo il sito web l’esercito israeliano ha confermato i dettagli dell’accaduto e ha risposto che “l’incidente è stato indagato dal comandante della brigata e si è tenuto conto dei risultati durante le operazioni delle truppe in corso“.

Ad agosto Haaretz ha riferito che i palestinesi sono stati usati dalle unità dell’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza come scudi umani per i soldati. I palestinesi, che i soldati chiamano shawish, un’oscura parola araba di origine turca che significa sergente, vengono inviati negli edifici per condurre delle perquisizioni prima che i soldati israeliani entrino nei locali.

“Le nostre vite sono più importanti delle loro”, è stato detto ai soldati. “L’idea è che sia meglio che i soldati israeliani rimangano in vita e che siano gli shawishim a saltare in aria a causa di un ordigno esplosivo”.

A fine ottobre la CNN ha riferito che dei palestinesi, tra cui adolescenti, hanno affermato di essere stati costretti a fare da scudi umani a Gaza. Secondo il rapporto l’uso dei palestinesi come scudi umani è conosciuto tra i soldati delle IDF come “protocollo delle zanzare”.

L’uso dei palestinesi come scudi umani non è iniziato il 7 ottobre. Durante l’operazione Scudo Difensivo, condotta nel 2002 in Cisgiordania, le IDF hanno utilizzato il cosiddetto “protocollo del vicino”, in cui i soldati hanno utilizzato i civili per perquisire le case alla ricerca di trappole esplosive o hanno inviato i palestinesi nelle case prima delle forze delle IDF per localizzare gli individui ricercati.

Dopo la pubblicazione di numerosi articoli sull’argomento alcune organizzazioni per i diritti umani hanno presentato una petizione alla Corte Suprema di Israele per fermare questa pratica. La corte ha accettato la petizione nel 2005 e ha stabilito che la pratica è contro il diritto internazionale ed è quindi illegale. L’allora capo di stato maggiore delle IDF Dan Halutz ha ordinato all’esercito di far rispettare la sentenza della corte. Tuttavia più di 20 anni dopo la pratica sembra essere tornata in auge.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)