Netanyahu promette “attacchi massicci” a Gaza mentre sale il numero di morti

Al Jazeera

5 maggio 2019

Nove palestinesi e tre israeliani uccisi, mentre le forze israeliane si ammassano sul confine di Gaza, alimentando il timore di un’invasione di terra.[ i dati aggiornati sono 27 palestinesi uccisi e 4 israeliani ndt]

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ordinato “attacchi massicci” contro la Striscia di Gaza dopo un’escalation di due giorni che ha portato all’uccisione di nove palestinesi e tre israeliani.

Domenica aerei da guerra e cannoniere israeliani hanno continuato a colpire la Striscia di Gaza mentre combattenti nell’enclave assediata hanno sparato una raffica di razzi sul sud di Israele.

Un comandante di Hamas di 34 anni è stato ucciso in quello che l’esercito israeliano ha descritto come un attacco mirato. Un comunicato dell’esercito ha accusato Hamad al-Khodori di “aver trasferito grandi somme di denaro” dall’Iran alle fazioni armate di Gaza.

È stato il quinto palestinese che si dice sia stato ucciso domenica. Altre vittime palestinesi hanno incluso una donna incinta e la sua nipotina di un anno, uccise sabato a Gaza.

Nella città israeliana di Ashkelon un cinquantottenne israeliano è stato ucciso dopo essere stato colpito dalle schegge per un attacco con i razzi. Altri due israeliani, gravemente feriti domenica pomeriggio in diversi attacchi con i razzi contro una fabbrica, in seguito sono morti.

Questa mattina ho dato istruzioni alle IDF (l’esercito israeliano) di continuare con massicci attacchi contro i terroristi nella Striscia di Gaza,” ha detto domenica in un comunicato Netanyahu, che ha anche l’incarico di ministro della Difesa, dopo aver consultato il gabinetto di sicurezza.

Ha detto di aver anche ordinato che “carri armati, artiglieria e forze di fanteria” rinforzino le truppe già schierate nei pressi di Gaza, un’iniziativa che suscita timori di un’invasione di terra.

Hamas è responsabile non solo per i suoi attacchi contro Israele, ma anche per quelli della Jihad Islamica, e sta pagando un prezzo molto alto per questo,” ha aggiunto Netanyahu.

Sabato a Gaza fazioni armate, altrimenti note come “Joint Operations Room” [Sala Operativa Unitaria], che include il braccio armato di Hamas e quello del Movimento della Jihad Islamica in Palestina, hanno giurato di “estendere la propria risposta” se l’esercito israeliano continua a prendere di mira la Striscia.

La nostra risposta sarà più vasta e più dolorosa nel caso in cui (Israele) estenda l’aggressione, e continueremo ad essere lo scudo protettivo del nostro popolo e della nostra terra,” ha affermato in un comunicato la Joint Operations Room.

Harry Fawcett, che informa dal lato israeliano del confine con Gaza per Al Jazeera, ha affermato che l’escalation è “tutt’altro che finita”.

È potenzialmente una grave escalation militare pericolosa e lunga,” dice. “I mezzi di informazione israeliani hanno citato importanti fonti della difesa, che hanno detto di aspettarsi che questo scontro durerà alcuni giorni.”

I media israeliani hanno informato che negli ultimi due giorni i combattenti di Gaza hanno lanciato più di 400 razzi verso città e cittadine nella parte meridionale di Israele e che il sistema antimissile israeliano Iron Dome ne ha intercettati più di 250.

L’ufficio stampa del governo a Gaza ha detto che aerei da guerra israeliani hanno condotto circa 150 raid, oltre ai bombardamenti dell’artiglieria che hanno preso di mira 200 luoghi di interesse civile nella Striscia di Gaza, compresi edifici residenziali, moschee, negozi e mezzi d’informazione.

Secondo il ministero della Salute di Gaza circa 70 palestinesi sono rimasti feriti negli attacchi.

In seguito ai raid aerei l’abitante di Gaza Um Alaa Abu Absa ha passato la domenica a raccogliere pezzi di vetro e detriti nella sua proprietà.

Ci sono stati molti bombardamenti, i vicini sono stati molto colpiti, la scena per strada era indescrivibile, la gente aveva paura, era terrorizzata e correva, e ognuno si occupava dei propri figli, nessuno era nelle condizioni di vedere gli altri,” ha detto Abu Absa.

Uno degli edifici distrutti ospitava l’ufficio dell’agenzia ufficiale di notizie dello Stato turco Anadolu a Gaza.

Chiediamo alla comunità internazionale di agire prontamente per allentare le tensioni che si sono accentuate a causa delle azioni sproporzionate di Israele nella regione,” ha affermato un comunicato del ministero degli Esteri turco.

Domenica l’esercito israeliano ha negato che Falastine Abu Arar, madre incinta di 37 anni, e la sua nipotina di 14 mesi, Siba, siano state uccise dalle forze israeliane. Ha invece incolpato un errore nel lancio di un razzo palestinese.

Sabato notte anche due palestinesi, Imad Nseir, di 22 anni, e Khaled Abu Qaleeq, di 25, sono stati uccisi da attacchi aerei israeliani.

Il gruppo della Jihad Islamica palestinese ha detto che i due uomini uccisi durante la notte di domenica, Mahmoud Issa, di 26 anni, e Fawzi Bawadi, di 23, erano membri del suo braccio armato.

Il ministero della Salute ha affermato che nel primo pomeriggio altri due palestinesi sono stati uccisi dopo che un raid aereo israeliano ha preso di mira un gruppo di persone nel quartiere orientale di Gaza City di Shujayea,. Gli uomini sono stati identificati come Bilal Mohammed al-Banna e Abdullah Abu Atta, pare entrambi sui vent’anni.

Poco dopo, in quello che i palestinesi hanno definito il primo assassinio mirato dal 2014, a Gaza City un attacco aereo israeliano ha colpito l’auto di al-Khoudary, comandante di Hamas. Altri tre palestinesi sono rimasti feriti nell’attacco.

Pericolosa escalation”

Il Coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, Nickolay Mladenov, ha chiesto a tutte le parti di “ridurre immediatamente la tensione e di tornare alle intese degli ultimi mesi.”

Sono profondamente preoccupato di un’ennesima pericolosa escalation a Gaza e della tragica perdita di vite umane,” ha detto.

I miei pensieri e le mie preghiere vanno alle famiglie e agli amici di tutti quelli che sono stati uccisi, e auguro una rapida guarigione ai feriti.”

L’ultima crisi è arrivata dopo che venerdì altri quattro palestinesi sono rimasti uccisi in due diversi incidenti.

Due di loro sono stati colpiti a morte durante le proteste settimanali della Grande Marcia del Ritorno nei pressi del confine orientale di Gaza, mentre un raid aereo che ha preso di mira un avamposto di Hamas ha ucciso due membri del braccio armato del movimento.

L’esercito israeliano ha affermato che il raid aereo era una risposta a una sparatoria che ha ferito due suoi soldati nei pressi del confine.

Il nostro corrispondente ha detto che un attacco israeliano con un drone nei pressi di un veicolo, che ha ferito tre palestinesi, ha preceduto il lancio di una raffica di razzi.

Da quando Hamas ha preso il controllo del territorio nel 2007 Israele ed Egitto hanno mantenuto un blocco asfissiante contro Gaza.

Dopo pesanti scontri, alla fine di marzo Israele ha accettato di alleggerire il blocco in cambio di un’interruzione del lancio di razzi. Ciò ha incluso l’estensione della zona di pesca lungo le coste di Gaza, un aumento delle importazioni a Gaza e il permesso al Qatar, Stato del Golfo, di consegnare aiuti all’immiserito territorio.

Tuttavia Israele non ha rispettato gli accordi su questi temi e alla fine di aprile ha ridotto l’estensione della zona di pesca.

Varie intese rese note riguardo all’alleggerimento delle restrizioni economiche, alla creazione di lavoro e all’intenzione di aumentare la fornitura di elettricità a Gaza – non c’è stato niente del genere,” ha detto Harry Fawcett.

Circa due milioni di palestinesi vivono a Gaza, la cui economia ha sofferto per anni di blocco così come per il recente taglio agli aiuti. Secondo la Banca Mondiale la disoccupazione arriva al 52% e la povertà è dilagante.

Dal dicembre 2008 Israele ha scatenato tre offensive contro Gaza.

L’ultima guerra, nel 2014, ha gravemente danneggiato le già carenti infrastrutture di Gaza, inducendo le Nazioni Unite ad avvertire che la Striscia sarà “inabitabile” entro il 2020.

Fonte: Al Jazeera e agenzie di notizie

(traduzione di Amedeo Rossi)




L’esercito israeliano ha ucciso un paramedico palestinese, poi ha distribuito un video ingannevole

Middle East Monitor1 maggio 2019

Le forze di occupazione israeliane hanno colpito e ucciso un volontario paramedico durante un’incursione in un campo di rifugiati, dopo di che l’esercito ha diffuso un ingannevole video di propagandistico.

Secondo un’inchiesta del gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem, Sajed Mizher, di 17 anni, è stato colpito all’addome mentre accorreva in aiuto di un abitante ferito. Il 27 marzo, alle 2,30 circa, soldati hanno fatto incursione nel campo profughi di Dheisheh, che si trova a sud di Betlemme, nella parte meridionale della Cisgiordania occupata. I soldati hanno arrestato un abitante, poi si sono ritirati.

Poche ore dopo decine di soldati israeliani hanno di nuovo fatto un raid nel campo e si sono scontrati con abitanti del posto che hanno lanciato pietre contro le forze di occupazione.

Durante questa incursione”, nota B’Tselem, “tre abitanti sono rimasti feriti da proiettili veri – uno alla spalla, un altro a una mano e il terzo a una gamba. Durante entrambe le incursioni era presente un’equipe di paramedici e volontari del campo affiliati alla Palestinian Medical Relief Society [Società Palestinese di Soccorso Medico] (PMRS).”

Mentre i soldati israeliani si stavano ritirando “uno di loro ha sparato a M.J., 20 anni, un abitante del campo, ferendolo a una gamba.” Sajed Mizher, “che portava un giubbotto dell’equipe medica e si trovava poche decine di metri dietro al ferito,” è corso in suo aiuto.

A quel punto un soldato israeliano ha sparato a Sajed all’addome. Portato d’urgenza all’ospedale, un’ora dopo il ricovero Sajed è spirato in conseguenza delle ferite.

Più tardi lo stesso giorno il portavoce dell’esercito israeliano ha reso pubblico un filmato in arabo “che mostrava un paramedico che si toglieva il giubbotto d’identificazione, portava una maglietta bianca e lanciava pietre da un tetto.” Come ha notato B’Tselem, “il video intendeva presumibilmente giustificare il fatto di aver colpito Mizher.”

Tuttavia “l’inchiesta di B’Tselem ha chiaramente scoperto che la persona ripresa nel filmato non era Sajed Mizher, che era stato colpito in un luogo diverso, sulla strada principale del campo di rifugiati.”

Quindi,” aggiunge l’ong, “persino per scopi propagandistici il video che ha pubblicato l’esercito è per lo meno di dubbio valore. Sicuramente non costituisce una spiegazione o una giustificazione per il fatto di aver colpito a morte un volontario paramedico di 17 anni.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Cecchino israeliano uccide donna di Gaza, prima vittima del 2019

Maureen Clare Murphy

11 gennaio 2019 Electronic Intifada

Una donna colpita venerdì durante le proteste nella Striscia di Gaza occupata è la prima vittima palestinese per mano delle forze di occupazione israeliane nel 2019. Lo stesso giorno un uomo palestinese è stato colpito e gravemente ferito dalle forze israeliane in Cisgiordania.

Amal al-Taramsi, 44 anni, è morta a est di Gaza City dopo che le hanno sparato con proiettili veri alla testa durante le manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno. Secondo il gruppo per i diritti umani con sede a Gaza “Al Mezan”, quando è stata colpita si trovava a 200 metri dalla barriera di confine.

Al-Taramsi è la terza donna ad essere uccisa durante la serie di proteste iniziate il 30 marzo dello scorso anno. Le altre due vittime sono state la dottoressa Razan al-Najjar e la quattordicenne Wesal al-Sheikh Khalil.

Più di 180 palestinesi sono stati uccisi durante le dimostrazioni della Grande Marcia del Ritorno che si sono tenute lungo i confini orientali e settentrionali di Gaza.

Secondo Al Mezan, le forze israeliane hanno anche lanciato di proposito candelotti lacrimogeni contro i corpi di palestinesi durante le proteste di venerdì, ferendo 68 persone.

Paramedici e giornalisti presi di mira

Il paramedico volontario Mustafa al-Sinwar, 22 anni, è rimasto gravemente ferito quando è stato colpito alla gola da un lacrimogeno mentre svolgeva il suo lavoro durante le manifestazioni a est di Khan Younis, a sud di Gaza.

Husni Salah, 25 anni, fotogiornalista che lavora per l’agenzia di notizie AFP [Agenzia France Presse, ndtr.], è stato colpito al volto con un candelotto lacrimogeno mentre stava informando sulle proteste lungo il confine centro-orientale di Gaza.

Anche un altro giornalista, Hussein Karsou, 44 anni, è stato colpito al volto da un lacrimogeno a est di Gaza City.

Circa 150 palestinesi sono rimasti feriti durante le proteste di venerdì. Un filmato mostra una persona che sarebbe stata gravemente ferita dopo essere stata colpita alla testa.

Il ministero della Salute di Gaza ha affermato che, da quando sono iniziate, circa 14.000 persone sono state ricoverate in ospedale per le ferite riportate durante le manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno.

I dimostranti chiedono la fine dell’assedio israeliano contro il territorio e che i rifugiati palestinesi possano esercitare il loro diritto al ritorno alle terre da cui le loro famiglie sono state espulse nel periodo della fondazione di Israele nel 1948.

Due terzi dei più di due milioni di abitanti di Gaza sono rifugiati, molti dei quali originari delle terre che si trovano appena al di là della barriera di confine di Israele.

Nel contempo nella Cisgiordania occupata un uomo palestinese è stato colpito da un civile israeliano e da soldati.

L’esercito israeliano sostiene che Ghazi Skafi, 35 anni, ha cercato di accoltellare dei soldati a un posto di controllo militare nella colonia di Kiryat Arba [colonia di stremisti nazional-religiosi, ndtr.], nei pressi di Hebron.

Un video mostra che l’uomo è stato colpito due volte, prima da un uomo con abiti civili e poi da un soldato in uniforme. “Uccidilo” dice nel filmato in inglese un uomo non ripreso dalla telecamera.

Si sentono anche persone che assistono alla scena affermare “Dio è buono, dio è buono” e “Brucia all’inferno, stronzetto” in inglese con accento nordamericano.

Il video mostra Skafi steso sulla strada con sopra una coperta. La cinepresa si sposta verso destra e mostra a terra quello che sembra un piccolo coltello.

Secondo quanto riferito dai media, Skafi è stato curato all’ospedale per ferite all’addome e alle gambe.

Lo scorso anno le forze israeliane e civili armati hanno ucciso 15 palestinesi responsabili, o presunti tali, di attacchi contro israeliani in Cisgiordania.

Incursioni a Ramallah

Questa settimana per cinque giorni consecutivi le forze israeliane hanno fatto incursioni a Ramallah, la sede dell’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania, e nella vicina città di al-Bireh.

Gli attacchi hanno avuto luogo nel contesto di una caccia all’uomo alla ricerca di un palestinese che la scorsa settimana ha aperto il fuoco contro un autobus che trasportava coloni israeliani, ferendone uno.

Le forze di occupazione hanno fatto irruzione in negozi ed hanno sequestrato riprese di telecamere di sicurezza.

Un’abitante di Ramallah si è servita di Twitter per descrivere come le incursioni hanno colpito la sua vita familiare.

Durante gli attacchi giovani palestinesi si sono scontrati con le forze di occupazione israeliane.

All’inizio della settimana le forze israeliane hanno arrestato Assem Barghouti, che Israele accusa di aver perpetrato l’aggressione armata in cui il mese scorso sono rimasti feriti a morte due soldati in Cisgiordania.

È anche accusato da Israele di essere coinvolto in un’altra sparatoria in Cisgiordania a dicembre, in cui una donna israeliana incinta è stata gravemente ferita. Il suo bambino, nato prematuro, è morto pochi giorni dopo il parto indotto.

Israele ha incolpato Saleh Barghouti, fratello di Assem, di essere l’uomo armato che ha perpetrato l’attacco.

Lo scorso mese il gruppo palestinese per i diritti umani Al-Haq ha fatto un pressante appello riguardo al caso di Saleh Barghouti al Gruppo di Lavoro dell’ONU per le Persone Forzatamente o Involontariamente Scomparse.

Secondo la documentazione di Al-Haq, compresi testimoni oculari, Barghouti è stato catturato vivo il 12 dicembre. Qualche ora dopo la sua scomparsa, i media israeliani hanno informato che Barghouti era stato ucciso da Yamam, un’unità speciale della polizia di frontiera di Israele.

(traduzione di Amedeo Rossi)




L’IDF non indaga sulle morti di palestinesi ma le insabbia

Hagai El-Ad

1 gennaio 2019, + 972

L’esercito israeliano vorrebbe condurre indagini sui palestinesi che uccide o ferisce. L’unico problema? Non è in grado di farlo seriamente.

Poco più di un anno fa, l’ultimo giorno dell’ottobre 2017, Muhammad Musa e sua sorella Latifah stavano viaggiando verso Ramallah per fare delle commissioni. Poco dopo che si erano filmati in un corto video lungo il percorso, alcuni soldati aprivano il fuoco contro la loro auto nei pressi dell’incrocio di Halamish. Latifah rimaneva ferita, Muhammad ucciso. Lui aveva 26 anni.

L’inchiesta di B’Tselem sulla sua uccisione è stata resa pubblica circa 5 settimane dopo e includeva una serie di racconti di testimoni oculari come dichiarazioni di paramedici che erano arrivati sul posto. Uno di questi testimoni, Muhammad Nafe’a, è stato identificato con nome e cognome, foto, indirizzo e occupazione.

Eppure circa sei mesi dopo, nel maggio 2018, la “Military Police Investigations Unit” [Unità Investigativa della Polizia Militare] (MPIU) stranamente ha scritto a B’Tselem che sarebbe stata molto grata “di avere le informazioni personali complete di Muhammad Nafe’a per contattarlo e per fare in modo che rilasciasse la sua dichiarazione in materia.”

Benvenuti nell’universo parallelo noto come “inchieste della MPIU”. In questo universo le “inchieste” procedono alla velocità della luce e l’esercito – che controlla totalmente la Cisgiordania e non ha molti problemi ad avere nelle sue mani i palestinesi – agisce come se non potesse individuare un testimone senza l’assistenza di un’organizzazione per i diritti umani, persino quando i suoi dati sono a disposizione di chiunque, insieme al resto delle prove di un’inchiesta indipendente resa pubblica da molto tempo.

Se questa fosse una commedia, la goffaggine e l’assurdità di tutto ciò sarebbero veramente divertenti. Ma questa è realtà, non teatro. Fare indagini sulle uccisioni è estremamente importante, sia in termini di giustizia per le vittime che per evitare il ripetersi di altri incidenti.

La penosa esibizione nell’”inchiesta” sull’uccisione di Muhammad Musa non è un’eccezione – è parte di una politica di lunga data di un sistema di applicazione delle leggi militari che colpisce centinaia, se non più, di casi di uccisioni, ferimenti e violenze. La vasta esperienza acquisita da B’Tselem nel corso di decenni, mentre cercava di promuovere l’assunzione di responsabilità, ha dimostrato che il sistema non ha nessun interesse reale nel promuovere indagini e nel rendere giustizia alle vittime. Il suo principale obiettivo è creare l’apparenza di un sistema giudiziario funzionante, mentre in realtà insabbia i reati e protegge quelli che provocano danni senza giustificazione.

Ecco i dati: dall’inizio della Seconda Intifada, alla fine del 2000, fino al 2015 B’Tselem ha chiesto alla MPIU di aprire un’inchiesta su 739 casi in cui soldati hanno ucciso o in qualche modo danneggiato palestinesi. Il 97% di questi casi sono stati chiusi sia dopo che è stata condotta un’“inchiesta”, sia persino senza che fosse neppure iniziata. Solo in 25 casi sono stati presentati capi d’accusa. Il numero di sentenze è naturalmente persino molto più basso. Inutile dire che quasi nessuno è stato ritenuto colpevole.

Questi dati sono il risultato diretto del modo in cui funziona il sistema. In primo luogo, esso è inaccessibile ai palestinesi che presentano una denuncia – le vittime che si suppone protegga. In secondo luogo, le indagini si trascinano per mesi, persino per anni, e sono quasi esclusivamente basate su interrogatori con i sospetti e in qualche caso con le vittime, invece che su prove esterne. Senza prove la Procura Militare per le Questioni Operative, che riceve le pratiche delle inchieste, può chiuderle proprio per questa ragione.

La Procura Generale militare, che è incaricata sia di dare indicazioni all’esercito in merito alla legalità delle sue azioni e direttive, sia di decidere se iniziare un’indagine sugli incidenti scaturiti da quelle stesse azioni e direttive, si trova in un conflitto di interessi. Come se non bastasse, l’intero sistema si limita a verificare la condotta dei soldati sul terreno invece di quella degli alti ufficiali e dei decisori politici. In queste circostanze la sua idoneità a fare realmente giustizia è estremamente ridotta.

Circa due anni e mezzo fa B’Tselem ha deciso di smettere di chiedere all’esercito israeliano di aprire inchieste e di essere complice degli insabbiamenti della MPIU. Da allora l’organizzazione ha continuato a condurre indagini indipendenti sui casi in cui le forze di sicurezza colpiscono palestinesi ed ha fatto inchieste sulla maggior parte degli incidenti in cui civili palestinesi sono stati uccisi. B’Tselem non contatta più la MPIU, ma rende noti i propri risultati all’opinione pubblica, come per la morte di Muhammad Musa e di centinaia di persone come lui.

Benché la posizione di B’Tselem sia pubblica e ben nota, i funzionari della MPIU occasionalmente inviano ancora all’organizzazione ogni sorta di richieste riguardanti loro “indagini”. A volte chiedono informazioni che sono già state rese pubbliche, altre volte chiedono di aiutarli a trovare testimoni che l’esercito non ha nessuna difficoltà a trovare, e così via.

B’Tselem ha ricevuto simili richieste riguardanti l’uccisione di Ahmad Zidani, un palestinese diciassettenne che è stato ucciso dalle forze di sicurezza mentre stava scappando da loro; o di Ali Qinu, anche lui di 17 anni, che è stato colpito alla testa dai soldati; o di Ahmad Salim, 28 anni, colpito a morte in testa; o di Muhammad Musa.

Recentemente B’Tselem ha ricevuto un’altra lettera dalla MPIU relativa a quello che questa definisce “le circostanze della morte di Muhammad Habali,” un palestinese con problemi mentali che è stato colpito alla testa da soldati all’inizio di dicembre. I soldati hanno sparato da una distanza di circa 80 metri mentre Habali si stava allontanando di corsa da loro; non rappresentava un pericolo. Nella lettera l’investigatore della MPIU afferma che condurrà un’”inchiesta approfondita”, e chiede le riprese video e le informazioni per prendere contatto con un testimone. B’Tselem ha già messo in rete le riprese video inedite complete. La ripetuta richiesta della MPIU di informazioni per avere dati personali la dice lunga sulla vera natura delle sue inchieste.

Ed ecco la risposta che B’Tselem ha inviato al comandante della MPIU col. Gil Mamon:

Nella sua lettera lei ci ha contattato riguardo all’‘avvenimento riguardante la morte di Muahammad Habali’ a Tulkarem il 4 dicembre 2018.

A quanto pare la carta non arrossisce. Tuttavia, dato che lei si è superato, è necessario mettere le cose in chiaro e precisare che quello a cui lei si riferisce come la ‘circostanza della morte’ è stata l’uccisione da lontano di un passante da parte di un soldato.

Inoltre nella sua lettera lei sottolinea che ha intenzione di condurre un’‘inchiesta approfondita’ per ‘scoprire la verità’. Tuttavia, dati i nostri anni di esperienza con il meccanismo di insabbiamento denominato MPIU, la prima parte non è vera, e la seconda non avverrà.

Per inciso, notiamo che, contrariamente al modo in cui nella sua lettera ha scritto il nome dell’organizzazione, non si tratta di un acronimo. Il nostro nome è una parola biblica, B’Tselem, ‘nell’immagine di’. Vedi Genesi 1:27: ‘E dio creò l’uomo a sua immagine. Nell’immagine di dio lo creò.’”

B’Tselem è impegnata a continuare il suo lavoro indipendente documentando le violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di sicurezza nei territori occupati e la mancanza dell’obbligo di rendere conto di questi atti da parte delle autorità dello Stato. L’organizzazione tuttavia continuerà il suo lavoro senza il sistema di applicazione delle leggi militari, che perpetua questa violenza sul terreno. Collaborare con questo inganno non è solo semplicemente inutile, ma è dannoso, in quanto conferisce credibilità a un sistema che dovrebbe essere condannato, consentendogli di continuare a legittimare violazioni dei diritti umani.

Non si tratta solo di una questione teorica. La totale mancanza di responsabilizzazione per l’uccisione e la violenza significa che esse verranno sicuramente ripetute. È per questo che B’Tselem continuerà a fare indagini, a renderle pubbliche e a svelare la verità riguardo all’insabbiamento della cosiddetta applicazione della legge – finché l’occupazione non avrà termine.

L’autore è il direttore esecutivo di B’Tselem, il Centro di Informazione Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati. Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in ebraico su “Local Call” [Chiamata Locale, sito israeliano di notizie affiliato a +972, ndtr.].

(traduzione di Amedeo Rossi)




Ashrawi condanna “l’uccisione di 6 palestinesi in 24 ore da parte di Israele”

19 settembre 2018, Ma’an News

Ramallah (Ma’an) – Mercoledì l’esponente del Comitato Esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) Hanan Ashrawi ha duramente condannato “l’uccisione di 6 palestinesi nelle ultime 24 ore da parte di Israele nell’assediata Striscia di Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme est occupata, ” accusando le forze israeliane di aver preso di mira deliberatamente i palestinesi.

In un comunicato Ashrawi ha affermato: “La deliberata uccisione di sei palestinesi da parte delle forze israeliane nelle ultime ventiquattr’ore è un’ulteriore escalation nella brutalità e inumanità dell’occupazione israeliana.”

Muhammad Zaghlul Rimawi, 24 anni, del villaggio di Beit Rima nella Cisgiordania occupata, è stato brutalmente aggredito e ripetutamente colpito nella sua casa, provocandone la morte qualche ora dopo.

Muhammad Youssef Elayyan, 26 anni, del campo di rifugiati di Qalandiya, è stato colpito ed ucciso dalle forze israeliane perché avrebbe tentato di perpetrare un attacco all’arma bianca a Gerusalemme est occupata.

Ahmad Mahmoud Muhsen Omar, 20 anni, e Muhammad Ahmad Abu Naji, 34 anni, sono stati colpiti ed uccisi dalle forze israeliane nella parte settentrionale della Striscia di Gaza assediata mentre partecipavano ad una protesta pacifica per chiedere la fine dell’assedio israeliano di Gaza durato quasi 12 anni.

Naji Jamil Abu Assi, 18 anni, e Alaa Ziad Abu Assi, 21 anni, sono stati presi di mira e uccisi da un attacco aereo israeliano nel sud di Gaza lunedì notte per essersi avvicinati alla barriera di sicurezza sul confine [con Israele].

Ashrawi ha evidenziato che “incoraggiato dal totale sostegno dell’amministrazione USA, Israele ha intensificato il proprio comportamento criminale e la politica di esecuzioni sommarie prendendo di mira vittime palestinesi innocenti con crudeltà e impunità deliberate.”

“La comunità internazionale è invitata a porre fine al disprezzo israeliano per le vite dei palestinesi e ad abbandonare il doppio standard quando si tratta di perdita di vite umane, indipendentemente dalla nazionalità o dalla religione.” Ashrawi ha chiesto alla Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aiya “di prendere iniziative immediate ed aprire un’inchiesta penale ufficiale su tali diffusi e palesi crimini di guerra e contro l’umanità commessi in tutta la Palestina occupata.”

Ha continuato chiedendo alle Alte Parti contraenti della Quarta Convenzione di Ginevra e all’ONU “di aprire un’indagine sulle gravissime violazioni, le illegalità e le azioni provocatorie da parte di Israele e chiamarlo a risponderne con misure punitive e sanzioni.”

“Gli assassinii sono ulteriori prove che i palestinesi hanno urgentemente bisogno di protezione dalla campagna criminale di Israele e da un’occupazione militare durata decenni,” ha aggiunto Ashrawi, che ha concluso: “La vera soluzione rimane la fine dell’occupazione e consentire al popolo palestinese di esercitare il suo diritto all’autodeterminazione in uno Stato libero e sovrano sulla sua terra con Gerusalemme come capitale.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 22maggio – 4 giugno (due settimane)

Durante manifestazioni di massa, svolte il 25 maggio e il 1 giugno lungo la recinzione perimetrale che separa Israele da Gaza, le forze israeliane hanno ucciso una donna e ferito altri 170 palestinesi.

Durante il periodo di riferimento di questo Rapporto [dal 22.5 al 4.6] altri sette palestinesi sono morti per le ferite subite durante le manifestazioni delle settimane precedenti. La donna uccisa il 1 giugno aveva 21 anni e stava prestando servizio come volontaria con la Società di Soccorso Medico Palestinese. Funzionari e Agenzie delle Nazioni Unite hanno espresso indignazione per l’omicidio. Un altro palestinese è morto il 5 giugno: il giorno prima era stato colpito dalle forze israeliane a Khan Yunis, vicino al recinto perimetrale. Il suo corpo è trattenuto dalle autorità israeliane. Le dimostrazioni della “Grande Marcia di Ritorno”, iniziata il 30 marzo, dovrebbero concludersi l’8 giugno.

A Gaza e nel sud di Israele, durante il periodo di riferimento, si è avuto un crescendo di violenza: la più grave dalle ostilità del 2014. In due distinti episodi, verificatisi il 27 e il 28 maggio, a est di Khan Yunis e a nord di Beit Lahia, le forze israeliane hanno aperto il fuoco con carri armati contro postazioni militari palestinesi, uccidendo quattro membri di gruppi armati e ferendone un altro. Nei giorni successivi, gruppi armati palestinesi hanno lanciato più di 150 tra razzi e colpi di mortaio contro Israele. Uno dei razzi è caduto nel nord di Gaza, all’interno di una casa, provocando lievi danni; secondo quanto riportato da media israeliani, la maggior parte dei rimanenti è caduta in aree aperte o è stata intercettata in aria. Tre soldati israeliani sono rimasti feriti e, all’interno di Israele, i danni sono stati limitati, compresi quelli ad un asilo nido. Le forze israeliane hanno effettuato decine di attacchi aerei contro siti militari e aree aperte di Gaza: è stato registrato un ferito e danni ai siti bersagliati; danneggiate anche sette barche da pesca, una struttura produttiva, terreni agricoli e una scuola. L’intensificarsi di violenza è terminata alla fine del periodo di riferimento [di questo Rapporto].

Durante il periodo di riferimento, in particolare nel corso delle dimostrazioni vicino alla recinzione, i palestinesi hanno fatto volare centinaia di aquiloni di carta e palloni gonfiabili caricati con materiali infiammabili che, nel sud di Israele, hanno danneggiato terreni agricoli e colture. Secondo il ministro della Difesa israeliano, le cui dichiarazioni sono state riportate da media israeliani, dei circa 600 aquiloni lanciati, due terzi sono stati intercettati in aria, mentre un terzo ha raggiunto Israele, provocando incendi su una superficie di circa 900 ha.

Il 5 giugno, per carenza di carburante, l’unica Centrale Elettrica di Gaza ha spento la turbina ancora operativa. La Centrale ha cessato di funzionare a causa di dispute irrisolte tra le Autorità palestinesi di Gaza e quelle della Cisgiordania, in merito al finanziamento e alla tassazione del carburante. A Gaza le carenze di energia elettrica comportano interruzioni di corrente di 20-22 ore al giorno, rendendo precaria l’erogazione di servizi, tra cui quelli sanitari, l’acqua potabile, il trattamento dei reflui e l’istruzione.

Per far rispettare le restrizioni di accesso a zone di terra e di mare, in almeno 28 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro agricoltori e pescatori. Hanno anche arrestato quattro pescatori e confiscato una barca. Il 29 maggio, le forze navali israeliane hanno intercettato e sequestrato un natante che, da Gaza, stava tentando di rompere il blocco navale ed hanno arrestato 17 persone presenti a bordo. In due casi, le forze israeliane sono entrate a Gaza, vicino a Beit Lahiya e Jabalia (a nord di Gaza), ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo nei pressi della recinzione perimetrale.

Il 2 giugno, nell’area H2 della città di Hebron, controllata da Israele, le forze israeliane hanno sparato e ucciso un palestinese 35enne che stava lavorando in un cantiere edile. Secondo fonti militari israeliane, l’uomo è stato colpito con armi da fuoco per aver tentato di investire i soldati con un bulldozer. Testimoni palestinesi respingono questa versione ed affermano che l’uomo non si era fermato all’intimazione dell’alt, a causa del forte rumore presente nel luogo in cui si è verificato l’episodio.

In Cisgiordania un soldato israeliano è stato ucciso e 33 palestinesi sono rimasti feriti durante scontri scoppiati nel corso di operazioni di ricerca-arresto. I maggiori scontri si sono verificati il 26 maggio, durante un’operazione nel Campo Profughi di Al Amari (Ramallah), dove un palestinese ha lanciato una lastra di marmo su un soldato che è morto due giorni dopo per le ferite riportate. In Cisgiordania le forze israeliane hanno condotto, complessivamente, 114 operazioni di questo tipo, arrestando 207 palestinesi, tra cui sette minori. Il più alto numero di operazioni (42), è stato registrato nel governatorato di Hebron, seguito dai governatorati di Gerusalemme (17) e di Ramallah (15).

Durante manifestazioni e scontri, altri 12 palestinesi sono rimasti feriti. Un 15enne palestinese, colpito con arma da fuoco il 15 maggio, durante una manifestazione vicino a Beit El / DCPO, è morto in seguito al ferimento. In Cisgiordania questo è il quarto minore palestinese ucciso, dall’inizio del 2018, nel corso di manifestazioni ed episodi di lancio di pietre. La maggior parte dei ferimenti si è verificata durante scontri scoppiati nelle manifestazioni settimanali a Kafr Qaddum (Qalqiliya) e nel villaggio di An Nabi Saleh (a Ramallah). In due diversi episodi, accaduti vicino a Tulkarem e vicino a Betlemme, altri due palestinesi sono stati colpiti con armi da fuoco e feriti mentre stavano cercando di attraversare la Barriera senza permesso.

Secondo fonti ufficiali israeliane, il secondo e il terzo venerdì del Ramadan, le forze israeliane hanno consentito l’ingresso a Gerusalemme Est a circa 87.000 e 122.000 fedeli palestinesi rispettivamente. I maschi sopra i 40 anni e sotto i 12 anni e tutte le donne hanno potuto attraversare i posti di controllo senza permesso, mentre agli altri maschi erano stati concessi dei permessi. I residenti di Gaza non hanno avuto permessi per il Ramadan.

Il 24 maggio, l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha respinto le petizioni presentate dalla comunità palestinese beduina di Khan Al Ahmar – Abu al Helu (Governatorato di Gerusalemme), aprendo così la strada per la demolizione del villaggio, motivata dalla mancanza di permessi di costruzione, ed il trasferimento forzato dei suoi 180 residenti. La Comunità ha respinto il piano di trasferimento in un sito vicino, proposto dalle autorità israeliane. Tra le strutture a rischio c’è una scuola finanziata da donatori che serve le comunità beduine della zona. La comunità coinvolta è una delle 18 situate all’interno, o vicine, ad un’area parzialmente destinata ad un piano di insediamento strategico denominata E1. Il 1 giugno, il Coordinatore Umanitario e il Direttore delle operazioni dell’UNRWA, hanno invitato Israele a fermare i suoi piani di demolizioni di massa e di trasferimento della Comunità.

Nel periodo in esame non sono state registrate demolizioni o confische. Ciò è in accordo con la prassi, già riscontrata negli anni precedenti, di interrompere le demolizioni durante il mese del Ramadan.

In un caso, per consentire esercitazioni militari, le forze israeliane hanno sfollato, per sei ore, cinque famiglie della comunità di pastori di Humsa al Bqai’a, nella Valle del Giordano settentrionale. Questa comunità affronta sistematiche demolizioni, restrizioni di accesso e sfollamenti temporanei che sollevano preoccupazioni sul rischio di trasferimento forzato.

In Cisgiordania, in episodi che hanno visto coloni israeliani come protagonisti, tre palestinesi sono rimasti feriti e oltre 1.200 alberi di proprietà palestinese sono stati vandalizzati. In due distinti casi, coloni israeliani hanno aggredito fisicamente e ferito tre uomini palestinesi nel quartiere di Sur Bahir, a Gerusalemme Est e vicino al villaggio di Urif (Nablus). Nell’ultima località, un gruppo di 30 coloni israeliani ha aggredito, con pietre e bastoni, un uomo di 71 anni che stava pascolando le pecore, innescando scontri con i residenti della zona. A seguito di tali scontri, sono intervenute le forze israeliane che hanno ferito due palestinesi. Secondo fonti della Comunità, in sei distinti episodi, sono stati vandalizzati da coloni israeliani circa 1.265 alberi e colture su terre appartenenti a palestinesi di Ein Samiya e Kafr Malik (entrambi a Ramallah), ‘Urif (Nablus), Khallet Sakariya (Betlemme), Bani Na’im ed Halhul (entrambi in Hebron).

I media israeliani hanno riportato nove episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli israeliani; non sono stati segnalati feriti, ma un veicolo è stato danneggiato.

Le autorità egiziane avevano annunciato l’apertura del valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto per tutto il mese del Ramadan. Tra l’apertura, avvenuta il 12 maggio, e la fine del periodo di riferimento [4 giugno] sono state registrate 8.786 uscite da Gaza e 1.587 ingressi. Dal 2014, questa è la più lunga apertura continuativa del valico di Rafah.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 6 giugno, nel villaggio di An Nabi Saleh (Ramallah), durante scontri scoppiati nel corso di un’operazione di ricerca-arresto, le forze israeliane hanno ucciso un palestinese di 21 anni.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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Pare che quattro palestinesi siano stati uccisi e decine feriti da fuoco israeliano durante proteste a Gaza*

Jack Khoury, Yaniv Kubovich, Almog Ben Zikri

8 giugno 2018, Haaretz

 In migliaia hanno protestato in cinque punti nei pressi della barriera di confine Oltre 600 feriti, di cui 117 da proiettili veri L’esercito israeliano piazza batterie “Iron Dome” per fronteggiare il lancio di razzi I palestinesi chiedono all’Assemblea Generale dell’ONU di condannare Israele.

Secondo il ministero della Sanità di Gaza venerdì quattro palestinesi sono stati uccisi e 92 feriti dal fuoco dell’esercito israeliano durante proteste sul confine di Gaza. In migliaia hanno partecipato a quella che si prevedeva sarebbe stata la più grande marcia contro la barriera di confine israeliano da settimane.

Secondo il ministero 618 palestinesi sono stati feriti in totale negli scontri fino alle 7 di sera, di cui 254 sono stati ricoverati in ospedale. Uno dei feriti era in condizioni gravissime, otto hanno subito gravi ferite e 125 sono stati lievemente feriti. Il ministero afferma che 117 persone sono state colpite da proiettili veri.

L’esercito israeliano si stava preparando nel caso in cui Hamas e la Jihad Islamica palestinese avessero iniziato a sparare colpi di mortaio e razzi quando fossero finite le proteste. L’esercito ha schierato un numero significativo di batterie “Iron Dome” [sistema di difesa antimissile, ndt.] nei pressi delle vicine comunità [ebreo-israeliane, ndt.].

Mentre nelle settimane precedenti l’esercito ha affermato che Hamas non era interessato a uno scontro più ampio, il recente lancio di decine di colpi di mortaio contro Israele ha portato l’esercito a pensare che i gruppi islamici potessero cercare uno scontro limitato che includesse il lancio di razzi. Circa 10.000 dimostranti hanno manifestato in cinque punti lungo la barriera. Una postazione dell’esercito israeliano è stata danneggiata quando è stata colpita da spari da Gaza durante le proteste. Inoltre decine di aquiloni e di palloni aerostatici che trasportavano bottiglie molotov ed esplosivi sono state fatte volare all’interno di Israele, e sono stati lanciati contro le truppe israeliane ordigni esplosivi e granate.

Israele si aspettava che le proteste sarebbero state delle stesse dimensioni e violenza di quella del 14 maggio, quando circa 60 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane. Tuttavia pare che il numero dei presenti sia stato inferiore alle attese.

Si prevedeva che alcuni dei palestinesi che protestavano nel contesto della “Marcia del Ritorno” avrebbero sfoggiato indumenti che ricordano l’Olocausto, compresa una divisa a strisce che rappresentava l’abbigliamento che gli ebrei erano obbligati a indossare nei campi nazisti.

Gli organizzatori della protesta hanno detto che lo spunto intendeva mandare il messaggio che i palestinesi non sono responsabili dell’Olocausto, tuttavia ne pagano il prezzo. Hanno affermato che lo scopo complessivo della protesta era di mostrare al mondo che Israele sta commettendo crimini contro il popolo palestinese.

Venerdì i palestinesi e i loro sostenitori hanno chiesto che l’Assemblea Generale dell’ONU tenga una riunione d’emergenza per adottare una risoluzione che condanni l’”uso eccessivo della forza” da parte di Israele, soprattutto a Gaza, e vorrebbero raccomandazioni che garantiscano la protezione dei civili palestinesi. L’ambasciatore palestinese all’ONU Riyad Mansour ha detto di credere che il presidente dell’Assemblea Generale Miroslav Lajcak fisserà “molto presto” una data. Ha affermato che “molto probabilmente” avverrà il prossimo mercoledì pomeriggio. Mansour ha detto che la risoluzione presentata all’Assemblea Generale, come una precedente risoluzione del Kuwait, chiederà al segretario generale dell’ONU Antonio Guterres di fare una proposta entro 60 giorni “su modi e mezzi per garantire la sicurezza, la protezione e il benessere della popolazione civile palestinese sotto occupazione israeliana.”

Hamas ha esortato i palestinesi della Cisgiordania ad unirsi alla “Marcia del Ritorno” andando a Gerusalemme a pregare alla moschea di Al Aqsa o ai posti di blocco israeliani lungo la strada. Hamas controlla la Striscia di Gaza, ma in Cisgiordania la dirigenza dell’Autorità Nazionale Palestinese è dominata dall’organizzazione Fatah del presidente palestinese Mahmoud Abbas.

Come durante precedenti manifestazioni nelle scorse settimane, l’esercito ha schierato cecchini lungo il confine con Gaza. Afferma di aver ricevuto avvertimenti su possibili tentativi di prendere di mira soldati con spari o esplosivi. Il comitato che organizza le marce settimanali ha affermato di progettare di continuare a farle, nonostante l’alto numero di vittime palestinesi durante le 11 manifestazioni precedenti. Sostiene che l’obiettivo è dire al mondo che i palestinesi continuano a rivendicare i propri diritti, compreso quello al ritorno. I gazawi, che hanno fatto volare aquiloni incendiari oltre il confine, avevano previsto di inviarne decine in Israele venerdì.

“Non siamo legati a nessuna organizzazione,” ha detto uno di quelli che hanno fatto volare gli aquiloni. “L’idea è nata quando abbiamo visto nella prima marcia bambini con aquiloni che avevano bandiere palestinesi. Abbiamo visto che un aquilone vola velocemente ed entra in territorio israeliano, e allora abbiamo pensato di legargli materiale infiammabile o qualcosa che brucia.”

“Non siamo terroristi,” ha insistito. “Siamo una generazione senza speranza e senza una prospettiva che vive sotto un assedio asfissiante, e questo è il messaggio che stiamo cercando di mandare al mondo. In Israele piangono per i campi e i boschi che bruciano. E che ne è di noi, che stiamo morendo ogni giorno? Personalmente, sono andato varie volte alla barriera ed è chiaro che è una questione di tempo prima che mi prenda una pallottola in testa o mi amputino una gamba a causa delle ferite [si riferisce al fatto che i cecchini israeliani usano proiettili a frammentazione che provocano ferite gravissime, soprattutto agli arti inferiori, ndt.]. Per cui faccio volare aquiloni e partecipo alle proteste piuttosto che morire.”

Afferma che, se Hamas o qualunque altra organizzazione palestinese stesse appoggiando gli aquiloni incendiari, lui e i suoi compagni non avrebbero tanti problemi ad avere il materiale per fabbricarli.

“Ogni aquilone costa circa 5 shekel (1,40 $),” spiega. “A Gaza sono parecchi soldi. Quindi la creatività ci porta a utilizzare ogni cosa a disposizione – cartone usato e plastica o qualunque cosa che possa essere usata per costruire un aquilone, che è molto semplice ma sta sfidando l’esercito più potente del Medio Oriente.”

Giovedì mattina l’esercito [israeliano] ha lanciato volantini sulla Striscia di Gaza, avvertendo gli abitanti di non avvicinarsi alla barriera o di non cercare di attaccare gli israeliani.

“Abitanti della Striscia di Gaza! Auguri, e che il Ramadan vi porti fortuna,” dicevano i volantini.

“Un uomo saggio tiene conto delle conseguenze delle proprie azioni in anticipo e sceglie quelle i cui vantaggi sono maggiori dei costi. Se ne tenete conto riguardo all’avvicinarvi o all’attraversare la barriera, arriverete alla conclusione che questa azione non ne vale la pena ed è persino dannosa.”

I volantini invitavano anche i gazawi: “Non lasciate che Hamas vi trasformi in uno strumento per i suoi meschini interessi. Dietro a questi interessi c’è l’Iran sciita, il cui obiettivo è incendiare la regione a favore dei propri interessi religiosi ed etnici. Non dovreste lasciare che Hamas vi trasformi in suoi ostaggi, in modo che possa raccogliere un capitale politico a spese del benessere e del futuro dei gazawi in generale e dei giovani in particolare. Per evitare risultati dannosi, vi invitiamo a non partecipare alle manifestazioni e al caos e a non mettervi in pericolo.”

L’ “Associated Press” [agenzia di stampa USA, ndt.] ha contribuito all’articolo.

*[L’articolo deve essere stato scritto quando la notizia delle uccisioni non era stata ancora confermata e così si spiega il titolo ipotetico. ndt]

(traduzione di Amedeo Rossi)




Promemoria al “New York Times”: andate al villaggio di Ahed Tamimi in Palestina e dite la verità

Mondoweiss

22 marzo 2018

A: David Halbfinger, capo della redazione di Gerusalemme del New York Times

Ahed Tamimi, che ha solo diciassette anni, è ormai una dei palestinesi più noti di sempre, ma i lettori del tuo “New York Times” sono ancora all’oscuro di tutto. Hai scritto solo due articoli su di lei: il primo, un testo relativamente lungo a dicembre, era un resoconto con una “narrazione a confronto” su come palestinesi ed israeliani interpretano in modo diverso la sua resistenza all’occupazione. (Il tuo secondo articolo, oggi, è solo una sintesi su come un tribunale militare israeliano l’ha condannata a 8 mesi di reclusione. Il resoconto di oggi non è neanche incluso nell’edizione cartacea del “Times”).

Basta con le “narrazioni a confronto”. Vai al suo villaggio nella Palestina occupata, Nabi Saleh, e racconta qualche fatto. Finora tutto quello che hai avuto da dire nel tuo primo articolo è stato che i Tamimi vivono in “un piccolo villaggio” che ha “da molto tempo un contenzioso con un vicino insediamento israeliano, Halamish, che secondo gli abitanti di Nabi Saleh avrebbe rubato la loro terra e la loro acqua.”

Un momento. Restiamo ai fatti. Verifica se gli abitanti di Nabi Saleh hanno ragione. Ben Ehrenreich, che nel 2013 ha pubblicato un lungo articolo sulla vostra rivista a proposito del villaggio, ha già fornito qualche precedente. Alla fine degli anni ’70 Israele si è impossessato di più di 60 ettari delle terre di Nabi Saleh, apparentemente per “ragioni militari”, ma poi li ha dati a coloni ebrei. Negli anni seguenti Israele ha rubato altra terra palestinese nella zona, come racconta Ehrenreich nel suo eccellente libro “The Way to the Spring: Life and Death in Palestine” [La via per la sorgente: vita e morte in Palestina]. In base alle leggi internazionali l’esproprio di terre è illegale, come riconosce ogni altro Paese al mondo, tranne Israele. In seguito i coloni ebrei hanno confiscato una sorgente d’acqua palestinese, chiamata “Sorgente dell’Arco”, ed hanno costruito vicino a questa uno stagno per i pesci. I palestinesi hanno di nuovo protestato. Anni dopo, spiega Ehrenreich, “i coloni hanno retroattivamente fatto richiesta per avere una licenza edilizia, che le autorità israeliane hanno rifiutato di concedere, sentenziando che “i richiedenti non hanno dimostrato i loro diritti sulla terra in questione.” Così ora i coloni non stanno sfidando solo le leggi internazionali, ma le loro stesse autorità. Eppure in qualche modo continuano a controllare la sorgente. Scopri perché.

Potresti anche fare un resoconto intervistando sia i coloni israeliani che i palestinesi della zona. Noi di “Mondoweiss” abbiamo scoperto che i coloni ebrei sono piuttosto disponibili a parlare apertamente e in modo aggressivo, per cui non censurare il loro estremismo. I coloni ebrei fanno vendere più copie e possiamo garantire che le loro colorite citazioni attireranno lettori per il tuo articolo.

Poi comincia a indagare sul livello di violenza nella zona, e chi ne è responsabile. Fai pure, racconta che alcuni giovani palestinesi lanciano pietre contro l’esercito israeliano (anche se dovresti sottolineare che neppure un solo soldato israeliano è mai stato ucciso da chi lancia pietre). Ma dovresti anche verificare quanti palestinesi di Nabi Saleh sono stati uccisi o seriamente feriti durante anni di manifestazioni per lo più non violente. Lo zio materno di Ahed Tamimi, Rushdie, è stato ucciso da proiettili letali e sua madre, Nariman, è stata colpita a una gamba e per un anno ha dovuto usare un bastone.

Non ti sarà difficile fare interviste a palestinesi di Nabi Saleh. A quanto pare Ben Ehrenreich non ha avuto problemi a trovare abitanti che parlassero con lui. Anche il fondatore di “Mondoweiss”, Phil Weiss, ha visitato il villaggio, ed ha scoperto che Bassem Tamimi, il padre di Ahed, parla un inglese fluente ed è ospitale.

Dovresti anche parlare con i soldati di leva israeliani che sono lì. Come i coloni, anche loro possono fornirti citazioni senza peli sulla lingua. Ma poi contatta “Breaking the Silence”, la coraggiosa organizzazione dei veterani israeliani contro l’occupazione. Forse qualcuno di loro è stato distaccato a Nabi Saleh e può dirti quello che sta dietro alla vicenda. E non dimenticare di verificare a B’Tselem, la famosa organizzazione per i diritti umani israeliana. A quanto pare alcuni dei tuoi predecessori del “New York Times” hanno avuto dei problemi a trovarli.

Infine dovresti cercare di intervistare la stessa Ahed Tamimi. Lei a quanto pare rimarrà in prigione fino a luglio, e Israele ovviamente cercherà di zittirla. Ma il “New York Times” è un’istituzione potente e potresti almeno chiedere.

Potrai sicuramente parlare con i membri della sua famiglia che non sono in prigione. Permettici di ricordarti che non hai citato neppure uno dei Tamimi in nessuno dei tuoi articoli. Dovresti iniziare dando loro la possibilità di rispondere a quell’affermazione che hai inserito nel tuo primo articolo di dicembre: “Che la sua famiglia sembri incoraggiare i rischiosi scontri dei figli con i soldati offende alcuni palestinesi e fa infuriare molti israeliani.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 27febbraio- 12 marzo ( due settimane)

Nell’area di Nablus, durante scontri seguiti a cinque episodi di infiltrazione di coloni israeliani armati all’interno di comunità palestinesi, un palestinese è stato ucciso e altri 50 sono stati feriti dalle forze israeliane.

Quattro degli episodi si sono verificati attorno agli insediamenti colonici di Yitzhar e Bracha. Da lunga data questi insediamenti sono fonte di vessazioni e violenze sistematiche nei confronti dei palestinesi residenti nei sei villaggi circostanti. L’uccisione del palestinese ventiduenne [di cui sopra] ed il ferimento, con arma da fuoco, di un quindicenne sono stati registrati entrambi il 10 marzo, nel villaggio di ‘Urif (Nablus). Su questo episodio le autorità israeliane hanno annunciato l’apertura di un’indagine penale. Nei giorni precedenti, in Burin ed Einabus, ed anche in ‘Urif, si erano già verificati scontri simili che avevano causato il ferimento di 44 palestinesi. I restanti quattro feriti sono stati registrati nella città di Nablus, durante scontri seguiti all’ingresso di coloni israeliani, accompagnati da forze israeliane, in visita ad un sito religioso (la Tomba di Giuseppe).

Nei Territori palestinesi occupati, ulteriori scontri tra palestinesi e forze israeliane hanno portato all’uccisione di un palestinese e al ferimento di altre 478 persone, tra cui 219 minori. La vittima, un 24enne sordo, è stato ucciso il 12 marzo, nella città di Hebron, durante una manifestazione. Secondo l’esercito israeliano, gli spari che hanno provocato l’uccisione erano in risposta al lancio di bottiglia incendiaria. Testimoni oculari palestinesi hanno dichiarato che, quando gli hanno sparato, l’uomo non era coinvolto negli scontri. Cinquanta dei ferimenti di questo periodo si sono verificati in scontri vicino alla recinzione perimetrale di Gaza, i rimanenti in Cisgiordania. La maggior parte di questi ultimi hanno avuto luogo durante le dimostrazioni settimanali contro l’espansione degli insediamenti e le restrizioni all’accesso a Kafr Qaddum (Qalqiliya), An Nabi Saleh e Al Mazra’a al Qibliya (entrambi a Ramallah); altre durante le manifestazioni contro il riconoscimento, da parte degli Stati Uniti, di Gerusalemme quale capitale d’Israele, le più vaste delle quali si sono verificate in Al Bireh / DCO (Ramallah), nella città di Hebron e al checkpoint di Huwwara (Nablus); altre ancora nel corso di una protesta contro un’operazione militare condotta dalle forze israeliane nell’università di Birzeit (Ramallah). Ulteriori scontri, che non hanno provocato feriti, si sono verificati nella scuola di Lubban ash Sharqiya (Nablus), dopo che le forze israeliane hanno impedito agli studenti di entrare nella loro scuola, secondo quanto riferito, come punizione per aver lanciato pietre contro veicoli israeliani.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno condotto 457 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 243 palestinesi, compresi 21 minori. La maggior parte degli arresti (60, di cui 12 minori), si sono avuti nel governatorato di Gerusalemme, mentre nel governatorato di Ramallah è stato registrato il maggior numero di operazioni (84), compresa l’operazione nell’università di Birzeit (Ramallah), citata al paragrafo precedente.

In Cisgiordania, oltre alle incursioni riportate sopra, in dieci episodi di violenza ad opera di coloni, otto palestinesi sono stati feriti direttamente da coloni e proprietà palestinesi sono state vandalizzate oppure rubate. Tre di questi casi si sono verificati attorno ai già menzionati insediamenti di Yitzhar e Bracha a Nablus: l’aggressione fisica di tre contadini e il danneggiamento di un veicolo a Einabus; la vandalizzazione di 115 ulivi a Madama; il furto di un asino a Burin. Altri tre episodi di lancio di pietre contro veicoli palestinesi hanno provocato il ferimento di tre studenti che viaggiavano su uno scuolabus vicino a Salfit e danni a due veicoli. In tre diverse occasioni, coloni israeliani, secondo quanto riferito, provenienti dall’avamposto [= insediamento colonico non autorizzato da Israele] di Havat Ma’on, hanno danneggiato 18 alberi di proprietà palestinese nei pressi del villaggio di At Tuwani (Hebron). Dall’inizio del 2018, la media settimanale di attacchi di coloni, con vittime palestinesi o danni alle proprietà, è aumentata del 50%, rispetto al 2017 e del 67% rispetto al 2016.

Il 4 marzo, ad est di Khan Younis, vicino alla recinzione perimetrale che circonda Gaza, nel contesto della persistente imposizione, da parte di Israele, delle restrizioni di accesso alle ARA [cioè le zone che Israele ha stabilito come “Aree ad Accesso Riservato”], un agricoltore palestinese di 59 anni, al lavoro sulla propria terra, è stato ucciso dalle forze israeliane. Secondo un gruppo per la difesa dei diritti umani, il contadino si trovava a circa 200 metri dalla recinzione [all’interno di essa]. In almeno altre 31 occasioni, nelle zone lungo la recinzione e in mare, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso contadini e pescatori, senza provocare feriti. Dall’inizio del 2018, in “Aree ad Accesso Riservato”, di terra o di mare, sono stati segnalati almeno 142 episodi di spari verso contadini o pescatori palestinesi, che hanno provocato 2 morti e 11 feriti. In un caso, undici pescatori, tra cui un minore, sono stati costretti a togliersi i vestiti e a nuotare verso le imbarcazioni militari israeliane, dove sono stati arrestati; le loro barche e le reti da pesca sono state sequestrate. All’interno della Striscia di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale, in cinque occasioni, le forze israeliane [sono entrate ed] hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo. Agricoltori palestinesi hanno riferito che, il 4 marzo, vicino alla recinzione nel nord di Gaza, aerei israeliani hanno irrorato erbicidi su terreni agricoli.

Il 10 marzo, a Beit Lahiya (Gaza Nord), un palestinese è morto ed altri due sono rimasti feriti (tutti membri di un gruppo armato) dall’esplosione, nel sito del lancio, di un razzo che gruppi armati palestinesi di Gaza stavano tentando di sparare verso il sud di Israele.

In Cisgiordania, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato otto strutture di proprietà palestinese: non ci sono stati sfollamenti, ma sono stati colpiti i mezzi di sostentamento di circa 50 persone. Tutti gli episodi si sono verificati a causa della mancanza di permessi di costruzione. Quattro delle strutture colpite erano a Gerusalemme Est (Silwan, Beit Hanina e Al ‘Isawiya) e le altre quattro nell’Area C, ad Al’ Auja (Jericho) e Hizma (Gerusalemme).

Nell’area H2 di Hebron, controllata da Israele, a conclusione di una lunga controversia, l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha ordinato l’evacuazione di alcune parti di un edificio di proprietà palestinese (Abu Rajab), che, nel luglio 2017, erano state occupate da coloni israeliani. Altre parti dell’edificio erano già state occupate da coloni nel 2012 e nel 2013. Nella città di Hebron, le politiche e le pratiche attuate dalle autorità israeliane e giustificate da ragioni di sicurezza, hanno portato al trasferimento forzato di palestinesi dalle loro case, riducendo una zona fiorente ad una “città fantasma”.

In Cisgiordania, secondo quanto riportato dai media israeliani, sono stati segnalati almeno otto episodi di lancio di pietre e bottiglie incendiarie, da parte palestinese, contro veicoli israeliani: un israeliano è stato ferito e sette veicoli sono stati danneggiati. Gli episodi si sono verificati su strade vicino ad Al Khadr e Husan (entrambi a Betlemme), vicino al Campo profughi di Tuqu’ e Al ‘Arrub (entrambi in Hebron) e vicino a Gerico. Inoltre, a Gerusalemme Est, nella zona di Shu’fat, sono stati segnalati danni alla metropolitana leggera.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, controllato dall’Egitto, è stato aperto solo per un giorno in una direzione, consentendo a 22 palestinesi di entrare a Gaza. Secondo le autorità palestinesi a Gaza, oltre 23.000 persone, compresi i casi umanitari, sono registrate e in attesa di attraversare Rafah. Dall’inizio del 2018, il valico è stato aperto solo per 7 giorni; quattro giorni in entrambe le direzioni e tre giorni in una direzione.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Rapporto OCHA del periodo 13-26 febbraio ( due settimane)

Gaza: il 17 febbraio, a sud-est di Rafah, due minori palestinesi di 15 e 17 anni sono stati uccisi ed altri due sono rimasti feriti dalle forze israeliane che hanno aperto il fuoco contro un gruppo di palestinesi che, a quanto riferito, si avvicinava al recinto per entrare in Israele.

Lo stesso giorno, presso la recinzione, ad est di Khan Younis, quattro soldati israeliani sono rimasti feriti per l’esplosione di un ordigno. In conseguenza di questo episodio, le forze israeliane hanno lanciato numerosi attacchi, a quanto riferito contro siti militari ed aree aperte all’interno di Gaza. Tre case adiacenti a questi obiettivi hanno subito danni. Gruppi palestinesi hanno lanciato diversi razzi verso il sud di Israele, uno dei quali ha colpito e danneggiato una casa israeliana.

Sempre a Gaza, al largo di Beit Lahiya, il 25 febbraio, un pescatore palestinese di 18 anni è stato ucciso e altri due sono stati feriti dalle forze navali israeliane che hanno aperto il fuoco contro una barca da pesca. Secondo un portavoce dell’esercito israeliano, il pescatore stava navigando oltre la zona consentita e si è rifiutato di fermarsi, nonostante diversi avvertimenti. In almeno altre 22 occasioni, le forze navali israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso pescatori che navigavano nell’Area di mare ad Accesso Riservato (ARA), provocando il ferimento di un altro pescatore. Finora, nel 2018, in mare, ci sono stati almeno 68 casi di apertura del fuoco [verso pescatori palestinesi] che hanno provocato l’uccisione di cui sopra e undici feriti.

Il 22 febbraio, nella città di Gerico, durante un’operazione di ricerca-arresto, un palestinese è stato ucciso dai soldati israeliani. Una sequenza videoregistrata mostra l’uomo che corre con un grosso oggetto verso un gruppo di soldati che gli sparano da distanza ravvicinata, quindi lo aggrediscono fisicamente e lo trascinano in un veicolo militare. Le autorità israeliane hanno annunciato l’apertura di un’indagine penale. Il corpo è stato trattenuto dalle autorità israeliane. Ciò porta a cinque, dall’inizio del 2018, il numero di palestinesi uccisi dalle forze israeliane in operazioni di ricerca-arresto; le uccisioni nel 2017erano state nove. In aggiunta a quanto sopra, in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est , le forze israeliane hanno condotto 258 operazioni di ricerca-arresto; di queste almeno 61 hanno innescato scontri nel corso dei quali 55 palestinesi sono stati feriti.

Un palestinese è morto per le ferite riportate durante una manifestazione che ha avuto luogo nel precedente periodo di riferimento [30 gennaio -12 febbraio] mentre, nel periodo relativo al presente bollettino, 384 palestinesi, tra cui almeno 115 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane in manifestazioni e scontri. Il giovane deceduto aveva18 anni ed era stato ferito durante una manifestazione che si era tenuta il 16 febbraio in Gaza, vicino alla recinzione perimetrale. Dei [384] feriti di questo periodo [13-26 febbraio], 74 si sono avuti in scontri vicino alla recinzione di Gaza ed i rimanenti in Cisgiordania. La maggior parte di questi ultimi si sono verificati durante le dimostrazioni settimanali a Kafr Qaddum (Qalqiliya), An Nabi Saleh, Ni’lin, Bil’in e Al Mazra’a al Qibliya (tutti a Ramallah), e in manifestazioni contro il riconoscimento, da parte degli Stati Uniti, di Gerusalemme come capitale d’Israele. Di queste, le più ampie si sono verificate ad Al Bireh (Ramallah) e al checkpoint di Huwwara (Nablus). Altri feriti sono state segnalati durante scontri all’ingresso di Beit ‘Ummar e del Campo profughi Al ‘Arrub (entrambi a Hebron); altri ancora per l’intervento delle forze israeliane a seguito di scontri tra palestinesi e gruppi di coloni israeliani (vedi sotto). Di tutte le lesioni, 59 sono state causate da armi da fuoco, 102 da proiettili di gomma e 205 da inalazione di gas lacrimogeno, richiedente un intervento medico, o perché colpiti direttamente da bombolette lacrimogene.

Nella Striscia di Gaza, due bambini palestinesi (di 6 e 11 anni) sono rimasti feriti in seguito alla detonazione di un ordigno inesploso (UXO). L’episodio è avvenuto a Jabalia (nel nord della Striscia), quando uno dei bambini ha raccolto e cominciato a maneggiare l’ordigno trovato sul terreno, innescando la sua esplosione.

In Cisgiordania, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 20 strutture di proprietà palestinese, sfollando 18 persone, tra cui 10 minori, e colpendo i mezzi di sostentamento di altre 70 persone circa. Tutti i provvedimenti di cui sopra sono stati motivati con la mancanza dei permessi di costruzione. 15 delle strutture prese di mira si trovavano in Gerusalemme Est e cinque in Area C, nelle Comunità di Al Baqa’a, Al Bowereh e Khirbet al Hasaka, a Hebron, e nella Comunità beduina di Jabal al Baba nel governatorato di Gerusalemme. Tre delle cinque strutture in Area C erano state fornite come assistenza umanitaria in risposta a precedenti demolizioni.

In attacchi e incursioni ad opera di coloni israeliani sono stati feriti sedici palestinesi, e proprietà palestinesi sono andate perdute o sono state danneggiate. Quattro degli episodi si sono verificati nei villaggi di Einabus e Asira al Qibliya (Nablus) e, a quanto riferito, sono opera di coloni provenienti dagli insediamenti di Yitzhar, Bracha e dai loro circostanti avamposti: è stato aggredito fisicamente e ferito un vecchio di 91 anni; sono state uccise 17 pecore e rubate altre 37; una abitazione è stata vandalizzata. Nella stessa zona, cinque palestinesi sono stati feriti dai soldati israeliani durante scontri scoppiati dopo un’incursione di coloni all’interno di un villaggio. Nella Zona H2 della città di Hebron, controllata da Israele, coloni israeliani hanno lanciato pietre contro tre case palestinesi e, negli scontri successivi, hanno ferito sei palestinesi, tra cui due minori. Altri quattro palestinesi sono stati aggrediti fisicamente e feriti da coloni in quattro distinti episodi verificatisi in altre località della Cisgiordania. Sei veicoli di proprietà palestinese sono stati danneggiati in cinque episodi di lancio di pietre. Dall’inizio del 2018, la violenza dei coloni è in aumento, con una media settimanale di sei attacchi, contro una media di tre nel 2017 e di due nel 2016.

Da media israeliani sono stati segnalati almeno tredici episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli israeliani con conseguenti danni a cinque veicoli. Gli episodi si sono verificati su strade vicino a Umm Safa e Sinjil (Ramallah), vicino a Tuqu’, Beit’ Ummar e nei pressi del Campo profughi di Al ‘Arrub (Hebron) e vicino ad Al Khadr (Betlemme). Inoltre, nella zona di Shu’fat a Gerusalemme Est sono stati segnalati danni alla metropolitana leggera.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato aperto per due giorni in entrambe le direzioni e per un giorno in una sola direzione, consentendo a 1.665 persone di attraversare (1.317 in uscita, 348 in entrata). Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 23.000 persone, compresi i casi umanitari, sono registrate e in attesa di attraversare Rafah. Dall’inizio del 2018 il valico è stato aperto per 6 giorni (nel 2017 lo era stato per 36 giorni); in alcuni di questi giorni, l’attraversamento è stato consentito solo in una direzione.

Nella Striscia di Gaza proseguono le interruzioni di energia elettrica fino a 20 ore al giorno, compromettendo gravemente l’erogazione dei servizi. Rispetto al periodo precedente ciò rappresenta un leggero aumento dei blackout elettrici, attribuibile alla interruzione della fornitura di energia elettrica egiziana, determinata dal malfunzionamento tecnico delle tre linee di alimentazione.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

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Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it