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L’accordo tra le polizie di UE e Israele potrebbe essere modificato dopo che sono state sollevate obiezioni riguardo alla condivisione di dati sulla Cisgiordania

Jonathan Shamir

5 dicembre 2022 – Haaretz

Preoccupazioni relative al fatto che i dati dell’Europol possano essere utilizzati in Cisgiordania hanno suggerito alla Commissione Europea di tornare al tavolo negoziale, ma questa volta avrà a che fare con il governo israeliano entrante, di estrema destra

Un accordo di collaborazione che ha richiesto cinque anni di negoziati tra le forze di sicurezza dell’Unione Europea e quelle israeliane ha subito una battuta d’arresto lunedì, quando la Commissione Europea ha annunciato che dovrà riprendere i negoziati per precisare l’inapplicabilità dell’accordo nei territori [palestinesi] occupati. Ciò potrebbe mettere la commissione in contrasto con i partiti di estrema destra del governo israeliano entrante.

Nel 2018 Israele firmò un accordo operativo con Europol per contrastare il crimine transfrontaliero. Un’estensione di questo accordo, raggiunto in settembre, ma non ancora firmato o ratificato, consentirebbe di scambiare informazioni personali, compresi dati biometrici su razza, etnia, fede religiosa e politica e persino orientamento sessuale, per combattere “gravi delitti e terrorismo”,

Ma, mentre il precedente e più ridotto accordo di collaborazione tra Israele ed Europol non limitava esplicitamente la sua applicazione ai confini di Israele prima del 1967 [cioè escludeva i territori palestinesi occupati dopo la guerra del ‘67, ndt.], la bozza di accordo più recente vieta di estendere la condivisione di dati ai territori occupati da Israele.

Nel contempo prevede quelle che una fonte europea ha descritto come eccezioni “senza precedenti”. Esse includono “la prevenzione di un reato penale nel caso di un’imminente minaccia alla vita,” o, con il consenso europeo, quando “necessaria per la prevenzione, l’indagine, la detenzione o il perseguimento di reati penali.”

Ma mentre l’accordo operativo precedente e più limitato tra Israele ed Europol non limitava esplicitamente la sua applicazione ai confini di Israele prima del 1967, la bozza di accordo più recente vieta di estendere la condivisione dei dati ai territori occupati da Israele.

Il rappresentante israeliano presso l’UE Haim Regev aveva già salutato l’accordo di settembre come una “pietra miliare”, ma un parere giuridico del Servizio Legale del Consiglio Europeo e la crescente opposizione da parte di Stati membri rendono sempre più improbabile che si concretizzi.

Il parere legale chiede di eliminare le eccezioni in quanto non rispettano la politica dell’Unione Europea che dal 2012 “specifica inequivocabilmente ed esplicitamente l’inapplicabilità ai territori occupati da Israele nel 1967.”

Secondo l’eurodeputato svedese Evin Incir, almeno 13 su 27 Stati membri “hanno reagito duramente” all’uso di questi dati nei territori palestinesi occupati.

Pur riconoscendo che, nella complessa situazione sul terreno, “dati e informazioni non sono vincolati territorialmente”, Rob Rozenburg, capo della Cooperazione nell’Applicazione della Legge nella Commissione Europea, ha detto al Comitato per le Libertà Civili, la Giustizia e gli Affari Interni che “varie delegazioni sono preoccupate riguardo… alla clausola territoriale e alle eccezioni che sono state proposte.”

Rozenburg ha aggiunto che è stata inviata una lettera all’ambasciatore israeliano presso la UE per avviare una quinta tornata di negoziati, ma il nuovo governo di estrema destra potrebbe dimostrarsi meno collaborativo dei suoi predecessori.

A essere incaricato di supervisionare l’applicazione di questo accordo sarà Itamar Ben-Gvir, nominato ministro della Sicurezza Nazionale. Esponente dell’estrema destra portato al potere da una base elettorale favorevole ai coloni, difficilmente arriverà a un compromesso sull’argomento.

A seconda delle tendenze del suo governo Israele ha opposto differenti livelli di resistenza alla politica di differenziazione dell’Unione Europea. A causa della stessa “clausola territoriale” che impedisce di estendere il progetto alle istituzioni israeliane in Cisgiordania, a settembre Naftali Bennett [ex-primo ministro ed esponente dell’estrema destra dei coloni, ndt.] ha posto il veto all’ingresso di Israele in Creative Europe, un programma di collaborazione culturale con l’Unione Europea.

Con una mossa inconsueta, un protocollo d’intesa tra Unione Europea, Israele ed Egitto sul gas naturale firmato nel giugno 2022 ha omesso di citare tale clausola territoriale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Perché i poliziotti israeliani sono un “partner strategico” per l’Unione Europea?

David Cronin

4 novembre 2022 – Electronic Intifada

I sostenitori di Israele, che ci crediate o no, fanno una o due cose giuste.

La ripetuta affermazione che il loro amato Stato abbia a cuore l’innovazione contiene un granello di verità. Quale altro oppressore considera Facebook e Twitter strumenti tanto essenziali da allertare il mondo sulla loro brutalità?

L’8 ottobre, le forze di polizia israeliane hanno effettivamente ammesso di soggiogare in massa i civili.

L’esercito ha pubblicato su Internet foto dei suoi agenti che contribuivano a isolare il campo profughi di Shuafat vicino a Gerusalemme.

La punizione collettiva è vietata dalle Convenzioni di Ginevra e da altre norme del diritto internazionale. Ogni volta che ricorre a punizioni collettive, Israele commette un crimine di guerra.

Eludendo un controllo democratico, l’Unione Europea ha stretto un’alleanza formale con la polizia israeliana.

L’UE ha addirittura firmato a settembre un accordo per approfondire i rapporti con la polizia israeliana, solo poche settimane prima che quelle forze di sicurezza si vantassero implicitamente di aver commesso un crimine di guerra nel campo di Shuafat.

Grazie a questo accordo, Israele può scambiare con Europol, l’agenzia di polizia dell’UE, dati personali sui palestinesi che vivono sotto occupazione.

L’accordo è stato stilato abbastanza rapidamente per quelli che sono gli standard dell’UE. I negoziati volti a siglarlo sono iniziati nel novembre 2021.

Più o meno nello stesso periodo dell’inizio dei colloqui, Israele ha inviato a Bruxelles una delegazione di 30 diplomatici di alto rango.

Cooperazione ancora più stretta”

Tra i tanti funzionari che hanno incontrato c’era Laurent Muschel, del dipartimento Migrazione e Affari Interni della Commissione europea (l’esecutivo dell’UE).

Una nota informativa preparata per le discussioni con Muschel – ottenuta grazie alle norme sulla libertà di informazione – afferma che “Israele è un Paese partner strategico per l’UE nella cooperazione in materia di sicurezza”.

L’accordo firmato a settembre di quest’anno fa seguito a un “accordo di lavoro” del 2018 tra Israele e l’Europol.

La nota informativa per Muschel sostiene che dovrebbe esserci “una cooperazione ancora più stretta” con Israele.

Sottolinea che l’Europol assiste le autorità nazionali dei governi dell’UE nell’identificazione dei “legami transfrontalieri” con la criminalità organizzata. Il “contributo israeliano in questi casi continua ad essere della massima importanza”, si aggiunge.

Dall’entrata in vigore dell’accordo del 2018 Israele ha istituito un ufficio di collegamento presso la sede dell’Europol all’Aia. Tali passi rappresentano “un notevole potenziale” per “promuovere il contributo operativo”, afferma la nota informativa.

L’accordo del 2018 fornisce un elenco di crimini su cui Israele e l’Europol potrebbero collaborare. Includono terrorismo e crimini di guerra.

Prevede, inoltre, che le informazioni scambiate tra le due parti non debbano essere raccolte in “palese violazione dei diritti umani.

Uno scherzo?

Qualcuno ha voluto scherzare?

Le forze di polizia israeliane – come già notato – commettono attivamente crimini di guerra, e servono uno Stato che etichetta come terrorismo ogni forma di resistenza alla sua sistematica violenza.

Israele usa sistematicamente la tortura contro i palestinesi nelle cosiddette indagini sul terrorismo, metodi che ufficialmente sono sanzionati e perseguiti ma questo nell’impunità.

Il fatto che le forze di polizia israeliane abbiano sede nella Gerusalemme Est occupata dovrebbe essere sufficiente per escludere che si possa trattare con loro.

Nonostante sulla carta si sia opposta alla colonizzazione israeliana di Gerusalemme Est, l’UE ha accolto come interlocutore una forza di polizia che svolge un ruolo fondamentale nella colonizzazione.

E cosa si intende in questo contesto per “palese violazione dei diritti umani”? L’UE vuole seriamente che Israele sia un po’ più discreto nel modo in cui sottomette i palestinesi?

Le forze di polizia israeliane non sono l’unica istituzione spregevole a godere ultimamente dell’abbraccio metaforico dei rappresentanti dell’UE.

L’ambasciata dell’UE a Tel Aviv ha appena stabilito una collaborazione – e non per la prima volta – con l’European Leadership Network, forse l’organizzazione dal nome più ingannevole dell’esercito di lobbisti professionisti israeliani.

Sia l’ambasciata che l’European Leadership Network hanno recentemente ospitato una conferenza per “diplomatici, funzionari ed esperti”. Tra i pochi dettagli pubblicati sull’evento è stato riferito che si è discusso dell’aggressione della Russia contro l’Ucraina.

È certo che i partecipanti erano troppo educati per denunciare l’aggressione di Israele contro i palestinesi. Figure di spicco dell’European Leadership Network hanno raccolto fondi per sostenere l’aggressione.

A un certo punto, il gruppo contava tra i suoi dirigenti persino Michael Herzog, ora ambasciatore di Israele negli Stati Uniti, che ha avuto un ruolo significativo nella pianificazione del bombardamento del 2002 su Gaza in cui sono stati uccisi otto bambini.

Non ci si può aspettare che l’UE ripudi i macellai di bambini palestinesi. Israele, dopo tutto, è un “partner strategico”.

David Cronin è redattore associato di The Electronic Intifada. I suoi libri includono Balfour’s Shadow: A Century of British Support for Sionism [L’ombra di Balfour: un secolo di sostegno britannico al sionismo ] e Israel e Europe’s Alliance with Israel: Aiding the Occupation [Israele e l’alleanza dell’Europa con Israele: aiutare l’occupazione].

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’UE si schiera a favore di Israele contro i suoi stessi Stati membri

Ali Abunimah

19 luglio 2022 – The Electronic Intifada

L’Unione Europea è più fedele a Israele che ai propri Stati membri? Sembra proprio di sì.

All’inizio di questo mese nove governi dell’UE hanno finalmente definito una cavolata la designazione di “organizzazioni terroristiche” da parte di Israele di sei organizzazioni palestinesi per i diritti umani molto stimate.

La designazione di ottobre faceva parte della lunga campagna di Israele volta a criminalizzare, definanziare e sabotare chiunque tenti di chiamarlo a rispondere dei suoi crimini contro i palestinesi.

Da Israele non sono pervenute informazioni sostanziali che giustifichino la revisione della nostra politica” nei confronti delle sei organizzazioni, afferma la dichiarazione congiunta del 12 luglio di Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Paesi Bassi, Spagna e Svezia.

“In assenza di tali prove – aggiungono – continueremo la nostra cooperazione e forte sostegno alla società civile nei territori palestinesi occupati”.

Molte delle associazioni prese di mira da Israele ricevono finanziamenti direttamente da questi governi e dall’apparato burocratico dell’UE a Bruxelles.

Tre di loro – Addameer, Al-Haq e Defence for Children International-Palestine – hanno collaborato strettamente con le indagini della Corte Penale Internazionale sui crimini di guerra in Cisgiordania e a Gaza.

Quindi, appena è stata resa nota la dichiarazione dei nove governi, ho scritto a Peter Stano, portavoce dell’UE per gli affari esteri, per chiedere se Bruxelles l’avesse adottata.

Dopo oltre una settimana – e nonostante due solleciti – il solitamente tempestivo Stano non ha inviato alcuna risposta.

Posso solo interpretare questo silenzio come un segnale che l’irresponsabile apparato burocratico dell’UE non sia d’accordo con i propri Stati membri e stia adottando in modo ancora più deciso il proprio approccio filo-israeliano.

In effetti Bruxelles è schierata a favore di Tel Aviv contro i governi dell’UE che sono arrivati ad essere talmente esasperati dalle diffamazioni e dalle bugie di Israele da dichiararlo pubblicamente.

Anche senza una risposta di Stano le prove di ciò sono abbastanza chiare.

The Electronic Intifada ha rivelato in ottobre che Israele ha comunicato in anticipo all’UE la sua intenzione di designare le organizzazioni palestinesi come “terroriste”, ma Bruxelles non ha respinto [la designazione] e non ha nemmeno inviato tale comunicazione ai propri Stati membri.

In quell’occasione Stano ha ammesso che l’UE aveva bisogno di “maggiori informazioni a proposito di queste designazioni” – un’ammissione del fatto che Israele non aveva fornito alcuna prova effettiva.

Sospensione illegittima”.

Il mese scorso Al-Haq è riuscita a presentare una petizione alla Commissione europea perché revocasse la sospensione dei finanziamenti per uno dei progetti dell’ organizzazione per i diritti umani sponsorizzati dall’UE.

Al-Haq ha affermato che la “sospensione vergognosa” era stata “illegale fin dall’inizio e basata sulla propaganda e sulla disinformazione israeliane”.

Una lettera dell’UE ha confermato che l’unità antifrode del blocco OLAF [Ufficio europeo per la lotta antifrode, istituito per contrastare le frodi, la corruzione e qualsiasi attività illecita lesiva degli interessi finanziari della Comunità europea, ndt.] aveva “concluso che non vi sono sospetti di irregolarità e/o frode ai danni dei fondi dell’UE” forniti ad Al-Haq.

Al-Haq ha accusato della sospensione Olivér Várhelyi, un alto funzionario non eletto dell’UE, affermando che [la sospensione, ndt.] fosse “mirata a dare al governo israeliano un aiuto nei suoi tentativi di danneggiare e diffamare la società civile palestinese e di opprimere le voci delle organizzazioni e difensori palestinesi dei diritti umani”.

Várhelyi è stato anche responsabile della sospensione degli aiuti dell’UE ai palestinesi, compresi i finanziamenti per pagare le cure salvavita per i malati di cancro palestinesi.

Tali aiuti sono stati sbloccati il mese scorso, poco prima che la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si recasse in Israele e nella Cisgiordania occupata, dove ha trascorso la maggior parte del suo tempo a compiacere Tel Aviv.

L’UE rilancia il forum ad alto livello con Israele

Ma qualunque disaccordo possa esserci tra l’UE e i suoi Stati membri sulle sei organizzazioni, ciò non ha intaccato la loro unanimità quando si tratta di offrire a Israele riconoscimenti incondizionati per i suoi crimini contro il popolo palestinese.

Lunedì i 27 ministri degli esteri del blocco hanno deciso di riprendere le riunioni del Consiglio di associazione UE-Israele.

Questo forum di alto livello non si riuniva da un decennio, con grande disappunto di Israele e della sua lobby.

Secondo un comunicato di Bruxelles i ministri “hanno convenuto di riconvocare gli incontri e di iniziare a lavorare per determinare la posizione dell’Ue”.

“La posizione dell’UE sul processo in Medio Oriente non è cambiata rispetto alle conclusioni del Consiglio del 2016 a sostegno della soluzione dei due Stati”, si legge nella dichiarazione.

Sebbene l’UE abbia mantenuto il sostegno verbale alla moribonda “soluzione dei due Stati”, continua a premiare e incentivare la colonizzazione violenta da parte di Israele dei territori palestinesi occupati, vanificando l’idea di uno Stato palestinese indipendente.

La reazione di Várhelyi alla decisione di lunedì sottolinea che non c’è motivo di aspettarsi alcun cambiamento.

Egli ha salutato la ripresa del forum ad alto livello come un ulteriore segno che l’UE è “fermamente impegnata” nelle sue relazioni con Israele e ha esortato il blocco “a cogliere l’opportunità di normalizzare le relazioni tra Israele e un certo numero di Paesi arabi .”

Dimiter Tzantchev, l’ambasciatore dell’UE a Tel Aviv, ha affermato che il Consiglio di associazione UE-Israele “dovrebbe permettere di impegnarci con i nostri partner israeliani e di riflettere sul processo di pace in Medio Oriente e sul ruolo dell’UE in esso”.

La generica formulazione di Tzantchev è stata senza dubbio elaborata con cura per dare l’impressione che questo sfacciato riconoscimento ad Israele farebbe in qualche modo progredire il “processo di pace” morto da tempo, pur non offrendo assolutamente alcun sostegno concreto da parte di Bruxelles per promuovere i diritti dei palestinesi.

Secondo il giornalista israeliano Barak Ravid la decisione dell’UE di ripristinare il dialogo ad alto livello è un “risultato importante” per il primo ministro israeliano Yair Lapid.

Ravid osserva che questo era uno degli obiettivi chiave di Lapid quando ha assunto la carica di ministro degli Esteri israeliano poco più di un anno fa.

Rinvio compiacente

Citando un anonimo “alto funzionario europeo”, il Times of Israel [giornale israeliano online in lingua inglese, ndt.] ha riferito lunedì che Josep Borrell, capo della politica estera dell’UE, ha rinviato la ripresa delle riunioni del consiglio UE-Israele “a causa dell’uccisione della giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh” a maggio.

Lo stesso mese Israele ha anche annunciato una massiccia espansione delle sue colonie in Cisgiordania, provocando un’insolita condanna da parte di Borrell.

Secondo The Times of Israel l’anonimo funzionario europeo ha detto: ”Ci sono state due cose inaccettabili sul piano diplomatico: l’uccisione della giornalista e l’annuncio di 4.000 nuovi insediamenti coloniali“.

“Borrell ci ha detto:Come potete immaginare che metta all’ordine del giorno un incontro di cooperazione con le immagini in TV… suvvia!’“, ha aggiunto il funzionario.

Ma questa non è stata una posizione di principio.

Il codardo Borrell era semplicemente preoccupato di salvare le apparenze e pensava che fosse prudente aspettare che l’omicidio della corrispondente di Al Jazeera non fosse più sulle prime pagine dei giornali prima di offrire ulteriori ricompense a Israele.

The Times of Israel riferisce che Borrell ha annunciato che avrebbe portato avanti la questione solo durante i sei mesi di presidenza ceca, iniziata il 1° luglio.

Ed è esattamente quello che è successo – nonostante l’ininterrotta espulsione da parte di Israele degli abitanti dei villaggi palestinesi da Masafer Yatta nella Cisgiordania occupata – tra gli altri crimini di guerra che l’UE pretende di contrastare.

“Il fatto che 27 ministri degli Esteri dell’UE abbiano votato all’unanimità a favore del rafforzamento dei legami economici e diplomatici con Israele è una prova della forza diplomatica di Israele e della capacità di questo governo di creare nuove opportunità con la comunità internazionale”, si è vantato il primo ministro israeliano Lapid dopo la decisione dell’UE di lunedì.

È anche la prova dell’assoluta codardia e della volontaria complicità dell’Unione Europea e di ogni suo membro.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




NRC: Vite palestinesi in pericolo se l’UE continuerà a sospendere gli aiuti

Redazione di Al Jazeera

24 maggio 2022 – Al Jazeera

L’UE tiene in sospeso 215 milioni di euro di aiuti in attesa di una modifica dei libri di testo scolastici lasciando i palestinesi nell’impossibilità di acquistare cibo e medicine.

Un’organizzazione umanitaria ha avvertito che il persistente ritardo dell’Unione europea nella distribuzione degli aiuti per settori vitali della Cisgiordania occupata e della Striscia di Gaza sta mettendo a rischio la vita dei palestinesi, con gravi conseguenze per i pazienti che necessitano di cure negli ospedali della Gerusalemme est occupata.

Dal 2021 l’UE ha sospeso gran parte dei suoi finanziamenti ai palestinesi – quasi 215 milioni di euro – con il pretesto che i libri di testo delle scuole palestinesi devono subire revisioni e modifiche.

Ma, secondo il Norwegian Refugee Council (NRC) [Il Consiglio norvegese per i rifugiati è un’organizzazione umanitaria non governativa che tutela i diritti delle persone costrette a lasciare le proprie case, ndtr.], la sospensione degli aiuti sta paralizzando settori cruciali e ostacolando servizi, compresa l’assistenza sanitaria nella Gerusalemme est occupata, dove gli ospedali forniscono cure salvavita ai palestinesi di tutti i territori.

Queste restrizioni puniscono i malati terminali che non possono ricevere medicine salvavita e costringono i bambini a soffrire la fame allorché i genitori non possono permettersi di acquistare il cibo. I palestinesi stanno pagando il prezzo più crudele per le decisioni politiche prese a Bruxelles”, ha affermato martedì Jan Egeland, segretario generale dell’NRC.

L’organizzazione per i diritti umani, che aiuta gli sfollati, ha affermato che almeno 500 malati di cancro, diagnosticati da settembre 2021, non hanno potuto accedere a cure adeguate e salvavita presso l’Augusta Victoria Hospital nella Gerusalemme est occupata.

Secondo la Lutheran World Federation, una confederazione internazionale di confessioni religiose che gestisce l’ospedale, ciò ha portato a morti evitabili. I pazienti già in cura presso l’ospedale hanno subito ritardi significativi delle cure essenziali, ha dichiarato l’organizzazione.

La decisione della UE di tenere in sospeso gli aiuti estremamente necessari ha avuto anche terribili conseguenze sul sostegno finanziario necessario per i mezzi di sussistenza dei palestinesi. L’associazione ha affermato che ben 120.000 persone, la maggior parte delle quali a Gaza, non hanno ricevuto un sostegno finanziario, mentre i dipendenti dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) hanno subito una riduzione degli stipendi del 20%.

“Non chiediamo di vivere come il resto dell’umanità, basterebbe solo un quarto del loro tenore di vita, non di più”, ha detto Muhammad, un uomo di 74 anni di Gaza la cui unica fonte di reddito è l’assistenza del Ministero dello sviluppo sociale, che a sua volta fa affidamento sull’aiuto della UE.

Da quasi due anni non riceve alcun aiuto economico, assolutamente necessario per mantenere la moglie disabile e potersi permettere un alloggio adeguato.

Al Jazeera ha contattato la UE per un commento.

La Striscia di Gaza è stata martoriata da anni di assedio e bombardamenti israeliani, che hanno spinto gran parte della popolazione al di sotto della soglia di povertà e reso il 63% dei suoi abitanti bisognoso di una qualche forma di assistenza umanitaria.

Secondo l’ECHO, la Direzione generale per la protezione civile e le operazioni di aiuto umanitario europee, circa 2,1 milioni dei 5,3 milioni di palestinesi hanno bisogno di assistenza umanitaria.

Con circa 1,31 miliardi di euro spesi nell’ambito della strategia congiunta dell’Unione europea 2017-2020 e circa 830 milioni di euro in assistenza umanitaria dal 2000, la UE è il principale donatore dell’ANP.

Quindici Stati membri della UE hanno firmato una lettera alla Commissione europea in cui criticano il ritardo nella fornitura dei fondi e ne hanno chiesto l’immediato invio.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’UE usa i fondi del “Green Deal” per fornire elettricità alle colonie israeliane

Ali Abunimah

31 gennaio 2022 – Electronic Intifada

La scorsa settimana l’Unione Europea ha annunciato finanziamenti per oltre 884 milioni di euro per i progetti del “Green Deal”, teoricamente mirati a facilitare la “transizione verso energie pulite.”

Ma della fetta maggiore, circa 618 milioni e 916 mila euro, beneficerà direttamente Israele, incluse le sue colonie costruite su terre palestinesi occupate.

L’Unione Europea sostiene di opporsi a queste colonie, riconoscendo regolarmente che sono costruite in violazione del diritto internazionale.

I nuovi finanziamenti andranno alla costruzione dell’EuroAsia Interconnector, un cavo sottomarino che collegherà la rete elettrica israeliana a quella europea.

Secondo il sito web del progetto, l’EuroAsia Interconnector sarà un “ponte di energia” che consentirà la “trasmissione bidirezionale di elettricità” fra il Mediterraneo orientale e l’Europa.

L’impresa ha ottenuto il sostegno dall’UE ai più alti livelli fin da quando, nel giugno 2017, i leader di Grecia, Cipro e Israele hanno firmato un accordo per dargli il via.

Bruxelles dice che l’ultima iniezione di contanti, che fa seguito a una precedente di circa 88.412.400 € in fondi EU, è una “continuazione del sostegno finanziario e politico al progetto EuroAsia.”

L’UE ha dato il suo completo appoggio al collegamento elettrico, anche se è sempre stato chiaro che ciò avrebbe significato collegare all’Europa le colonie israeliane, in pratica quindi fornendo loro energia.

Nel 2018 il Comitato Nazionale del movimento palestinese Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni (BDS) ha dichiarato: “In questo modo si collegherebbero le colonie israeliane illegali con la rete elettrica europea,” e l’UE violerebbe le sue stesse politiche e l’obbligo di non riconoscere o assistere atti israeliani illegali.

L’annuncio più recente riguardante i finanziamenti UE arriva proprio mentre Amnesty International ha accusato Israele del crimine contro l’umanità di apartheid.

L’anno scorso Human Rights Watch e il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem avevano raggiunto la stessa conclusione, denunciando finalmente la natura del sistema israeliano di segregazione razziale e controllo imposto con la violenza che, da decenni, i palestinesi hanno descritto come apartheid.

Sostegno di Washington

L’UE ha ricevuto una pacca sulla spalla dall’amministrazione Biden per i fondi all’EuroAsia Interconnector che Ned Price, portavoce del Dipartimento di Stato, ha definito “un elemento chiave per rafforzare la sicurezza energetica regionale e incrementare l’uso di energie pulite.”

Non ha detto però che potenzierebbe e rafforzerebbe le colonie israeliane a cui Kerry, in qualità di Segretario di Stato nell’amministrazione Obama, ha sostenuto di essere contrario.

Questo mese l’amministrazione Biden ha ritirato il sostegno USA a un gasdotto per fornire l’Europa di gas fossile estratto da Israele nel Mediterraneo da giacimenti contesi.

I funzionari USA sostengono che il progetto è finanziariamente ed ecologicamente insostenibile.

È tuttavia scorretto che UE e USA stiano facendo passare il loro continuo sostegno a Israele e alle sue colonie come una fonte di “energia pulita”, specialmente quando Israele confisca o distrugge regolarmente i pannelli solari dei palestinesi, alcuni pagati dall’UE, per costringerli a lasciare le loro terre.

Inutile dire che non c’è niente di “verde” o “pulito” nel finanziare un regime di apartheid e nel contribuire a elettrificare le sue colonie insediate su terra rubata.

Ma il greenwashing è anche usato per coprire un piano sostenuto da Washington e dagli Emirati Arabi Uniti per collegare la rete elettrica giordana a Israele e alle sue colonie, rendendo la Giordania ancora più dipendente politicamente ed economicamente da Tel Aviv.

Il recente regalo finanziario dell’EU ricompensa e incoraggia il comportamento criminale di Israele. Non potrebbe essere più lontano dall’aiuto all’ambiente.

È tuttavia in linea con lo storico sostegno europeo alla colonizzazione a scapito dei popoli indigeni.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




L’UE ammette di finanziare la ricerca israeliana sugli strumenti di sorveglianza di massa

David Cronin

12 gennaio 2022 – Chronique de Palestine

L’Unione Europea finanzia ricerche che coinvolgono la polizia israeliana, pur ammettendo che possono essere utilizzate a scopi di spionaggio.

Nel corso degli ultimi anni un progetto chiamato Roxanne ha studiato il modo di identificare i criminali con l’aiuto della tecnologia di riconoscimento vocale e riconoscimento facciale.

I documenti destinati all’opinione pubblica presentano il progetto finanziato dall’UE – per un costo di 8 milioni di dollari – come marginale. Tuttavia nelle discussioni a porte chiuse sono state sollevate gravi questioni etiche.

Documenti interni all’UE, ottenuti grazie alle norme sulla libertà di informazione, confermano che esiste il rischio che i risultati di Roxanne vengano utilizzati per la sorveglianza di massa.

Un “controllo etico” del progetto, condotto nel 2020, fa riferimento a piani secondo i quali dati personali verranno condivisi tra l’UE e Israele. Secondo questo documento i dati raccolti nel corso del progetto saranno inseriti in “categorie speciali”, quali i dettagli sulle caratteristiche genetiche, “la salute, i comportamenti sessuali, le opinioni politiche, le convinzioni religiose o filosofiche” delle persone.

I problemi che si pongono sono diventati ancor più rilevanti dopo che è stato svolto il “controllo etico”. Accurate indagini condotte lo scorso anno da associazioni di difesa dei diritti umani hanno dimostrato che il software spia Pegasus viene utilizzato più ampiamente di quanto si sapeva in precedenza per sorvegliare i militanti e i giornalisti in diversi Paesi.

La polizia israeliana e il suo Ministero della Pubblica Sicurezza sono tra i partecipanti al progetto Roxanne.

Una delle condizioni per la loro partecipazione è che tutti i dati che inviano all’UE vengano raccolti in modo legale.

La garanzia di un comportamento corretto dal punto di vista legale è evidentemente ritenuta sufficiente – ai fini dei “controlli etici” dell’UE – per dimostrare che i problemi di tutela della privacy sono trattati seriamente.

Nel mondo reale una garanzia israeliana non ha a rigore alcun valore.

Razzismo istituzionale

La polizia israeliana cerca di ottenere nuovi strumenti operativi che le consentano di esercitare una sorveglianza rafforzata senza dover richiedere un mandato.

Una delle principali proposte è di utilizzare delle videocamere nei luoghi pubblici per trovare la corrispondenza dei volti delle persone con le informazioni contenute nella banca dati della polizia.

Una indicazione del genere dovrebbe di per sé escludere la polizia israeliana da Roxanne, che difende in modo puramente formale il principio della “presa in considerazione della privacy”.

Ovviamente ci sono molte altre ragioni per cui la polizia israeliana non dovrebbe beneficiare dei finanziamenti UE per la scienza.

Una di queste è che la polizia israeliana è istituzionalmente razzista.

Un recente rapporto di Human Rights Watch su Lydda, una città israeliana nota anche come Lod, mostra un eclatante esempio di razzismo da parte della polizia.

Descrive come lo scorso maggio la polizia abbia lanciato gas lacrimogeni e granate paralizzanti contro una manifestazione di cittadini palestinesi di Israele a Lydda.

Tuttavia in certi casi, quando estremisti ebrei hanno attaccato dei palestinesi nella stessa città nello stesso mese, la polizia non ha fatto niente né ha protetto i palestinesi.

La polizia e il Ministero di Pubblica Sicurezza israeliani hanno entrambi la propria sede a Gerusalemme est, sotto occupazione militare dal 1967.

Collaborare con loro dovrebbe, per definizione, essere vietato all’Unione Europea, che si è formalmente impegnata ad evitare ogni azione che possa attribuire una qualche legittimità alla presa di controllo e alla colonizzazione di Gerusalemme est.

Tutto porta a credere che Israele non sia stato per niente sincero con i funzionari di Bruxelles.

I documenti relativi al progetto Roxanne riportano un indirizzo in Israele come contatto ufficiale del Ministero di Pubblica Sicurezza. Se i funzionari di Bruxelles consultassero il sito web del Ministero, scoprirebbero che i suoi principali uffici si trovano di fatto in via Clermont-Ganneau a Gerusalemme est.

Ho inviato una e-mail alla Commissione Europea, che amministra Horizon 2020 [programma della Commissione Europea di finanziamento nell’ambito della ricerca, ndtr.] per chiedere se intendesse prendere delle misure relativamente alle operazioni del Ministero israeliano di Pubblica Sicurezza a Gerusalemme est.

Un portavoce della Commissione Europea ha affermato che i progetti di ricerca sono oggetto di una “valutazione etica rigorosa” e che “nessuna accusa di utilizzo abusivo” delle sovvenzioni di Horizon 2020 “è mai stata provata fino ad oggi”.

Dopo questa affermazione ho continuato a chiedere se la Commissione Europea contestasse l’informazione secondo cui il Ministero israeliano di Pubblica Sicurezza sembra essere stato scorretto riguardo all’indirizzo della sua sede a Gerusalemme est. Il portavoce ha risposto che “questa non è una questione che riguarda la Commissione.”

Quando ho espresso la mia perplessità di fronte a questa risposta – sostenendo che la questione era palesemente pertinente, poiché l’UE ha da tempo espresso il proprio punto di vista sullo status di Gerusalemme – il portavoce ha ammesso che avevo ragione.

Il portavoce ha tuttavia eluso la domanda limitandosi a citare le linee guida dell’UE formulate nel 2013.

Queste linee guida affermano che “gli enti israeliani” che ricevono sovvenzioni dall’UE “devono stabilire la propria sede entro i confini di Israele precedenti il 1967”.

Non ho altro da aggiungere”, ha dichiarato il portavoce.

Esperto in oppressione

La partecipazione della polizia israeliana e del Ministero di Pubblica Sicurezza a Roxanne e ad un altro progetto finanziato dall’UE, chiamato Law-Train, ha suscitato proteste da parte del movimento di solidarietà con la Palestina.

Altre proteste sono necessarie. La polizia israeliana e il Ministero di Pubblica Sicurezza sono stati ammessi ad almeno altri otto progetti nell’ambito di Horizon 2020, l’attuale fondo per la ricerca dell’UE.

Tra essi compaiono due iniziative di sorveglianza delle frontiere: Andromeda e SafeShore. Stante che la sorveglianza delle frontiere è diventata sinonimo di crudeltà nei confronti dei rifugiati, occorre interrogarsi sul ruolo preciso ricoperto qui dalla polizia razzista israeliana.

Un aspetto particolarmente inquietante di tutta questa cooperazione è che le millanterie della polizia israeliana sono apparentemente prese per oro colato.

Un progetto finanziato dall’UE, chiamato Shuttle, sta per creare un data base su sangue, residui di polvere da sparo, capelli e saliva. La polizia israeliana vi partecipa e “porterà la propria esperienza in quanto esperta in medicina legale ed eccellenza tecnologica”, secondo il sito web di Shuttle.

Non vi è nessun riconoscimento del fatto che Israele è nei fatti un esperto in oppressione.

Accordando sovvenzioni per la ricerca alla polizia israeliana, l’UE dà contributi ad una forza che incarcera bambini palestinesi, terrorizza intere famiglie facendo incursione delle loro case e apre il fuoco sui fedeli della moschea al-Aqsa di Gerusalemme.

L’ipocrisia dell’UE sembra non avere limiti….

Poco prima che ad inizio settimana Hisham Abu Hawash mettesse fine al suo sciopero della fame, diplomatici europei si sono dichiarati “seriamente preoccupati” per la sua salute.

I diplomatici non erano abbastanza preoccupati da chiedere all’UE di smettere di collaborare con il Ministero israeliano di Pubblica Sicurezza – il dipartimento governativo che sovrintende alle carceri, dove Abu Hawash e molti altri palestinesi sono rinchiusi senza accuse né processo.

A dicembre è stato firmato un accordo perché Israele possa beneficiare del prossimo fondo per la ricerca dell’UE. Chiamato Horizon Europa, questo fondo è dotato di un budget di circa 110 miliardi di dollari.

Come ci si poteva aspettare, l’UE ha fatto la promozione del nuovo accordo esaltando il modo in cui la sua cooperazione con Israele ha a suo dire permesso grandi progressi in materia di medicina e di protezione dell’ambiente.

In modo altrettanto prevedibile non è stato menzionato il fatto che tale cooperazione è un affare d’oro per la polizia razzista di Israele.

* David Cronin è corrispondente dell’agenzia di stampa Inter Press Service. Nato a Dublino nel 1971, ha scritto per diverse pubblicazioni irlandesi prima di iniziare a lavorare a Bruxelles nel 1995. Il suo ultimo libro, “Corporate Europe: How big business sets policies on food, climate and war” [Europa Societaria: come i grandi interessi economici definiscono le politiche su cibo, clima e guerra], è edito da Pluto Press.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




I palestinesi rendono omaggio a Desmond Tutu

Ali Abunimah 

27 dicembre 2021 – Electronic Intifada

L’arcivescovo Desmond Tutu è stato un “vero profeta di giustizia e pace,” ha affermato domenica il movimento palestinese per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni facendo seguito alla notizia che l’icona della lotta per la libertà del Sudafrica era morto all’età di 90 anni.

Nel corso dei decenni della sua lotta contro l’apartheid e tutte le forme di ingiustizia, Arch, come gli piaceva essere chiamato, ha insegnato a milioni di persone in tutto il mondo, inclusi i palestinesi, il senso di una lotta basata su principi etici, sull’efficacia e su profonde convinzioni per ottenere ‘il menu completo dei diritti.’”

Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità Palestinese che lavora in stretto contatto con le forze di occupazione israeliane, ha lodato Tutu quale “eroe al servizio dell’umanità e delle sue cause.”

L’arcivescovo Atallah Hanna di Gerusalemme ha detto che Tutu “sarà sempre ricordato, anche in Palestina, per il suo ripudio di razzismo e apartheid.”

La Palestina, come il Sudafrica, ha perso un vero patriota, un grande paladino dei diritti umani, un oppositore del razzismo e uno strenuo difensore della causa palestinese,” è il commento del movimento di resistenza Hamas.

A quelli abbastanza vecchi da ricordare la lotta contro l’apartheid in Sudafrica, la faccia e la voce di Tutu sono familiari come quelle di Nelson Mandela, forse persino di più. Ma mentre Mandela e altri leader dell’African National Congress [ANC, Congresso Nazionale Africano, il più importante partito del Paese, fondato nel 1912 e al governo dalla caduta del regime] furono imprigionati dal regime razzista e tenuti lontani dalla vista pubblica, Tutu è stato a tutti gli effetti il portavoce del popolo sudafricano nel mondo.

Con la fine dell’apartheid nel 1994, Tutu ha riservato lo stesso appassionato amore della giustizia alla lotta palestinese.

Durante la mia visita in Terra Santa sono rimasto profondamente turbato perché mi ha ricordato moltissimo quello che è successo a noi neri in Sudafrica,” scrisse nel 2002. “Ho visto le umiliazioni dei palestinesi ai checkpoint e ai blocchi stradali, soffrono come noi quando i giovani poliziotti bianchi ci impedivano di muoverci liberamente nel Paese.”

Ho visitato Israele/Palestina in molte occasioni e ogni volta sono stato colpito dalle somiglianze con il regime sudafricano di apartheid,” scrisse nel 2011. “Le strade e le zone separate per palestinesi, le loro umiliazioni ai checkpoint e ai posti di blocco, gli sfratti e le demolizioni delle case.”

Aggiunse che zone di Gerusalemme Est assomigliano a quello che era il Distretto Sei a Città del Capo”, una comunità multirazziale vecchia di un secolo, distrutta nel 1966 dal regime di apartheid e dichiarata zona riservata solo ai bianchi.

Sostegno al boicottaggio

Avendo capito le somiglianze fra le dinamiche di potere nelle due società colonialiste, Tutu sostenne subito la richiesta palestinese di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS).

Spesso offrì, pubblicamente e in privato, il proprio appoggio direttamente alle campagne BDS nel mondo.

Dopo aver sollecitato le chiese americane a disinvestire dalle compagnie complici dei crimini israeliani contro i palestinesi, come prevedibile attirò le ire della lobby israeliana.

Il suo status di icona non riuscì a proteggerlo dalle calunnie della Anti-Defamation League [Lega Antidiffamazione (ADL), ong USA che combatte “l’antisemitismo e tutte le forme di pregiudizio” e che fa parte della lobby filo-israeliana, ndtr] di aver deviato nell’“antisemitismo.”

Quest’attacco proveniva dalla stessa Lega che negli anni ’80 aveva spiato il movimento anti-apartheid e passato informazioni al governo razzista del Sudafrica.

Ma questi attacchi non impedirono mai a Tutu di sostenere il BDS.

Nel 2014 disse al quotidiano israeliano Haaretz che il boicottaggio internazionale del Sudafrica aveva giocato un ruolo cruciale per favorire il dialogo che portò poi alla transizione alla democrazia.

A un certo punto, il punto di svolta, l’allora governo si rese conto che il costo di cercare di preservare l’apartheid superava i benefici,” spiegò Tutu.

Negli anni ’80 lo stop ai commerci con il Sudafrica delle multinazionali con una coscienza fu in sostanza uno degli aspetti essenziali che misero in ginocchio, senza spargimento di sangue, lo Stato di apartheid.”

Chi continua a fare affari con Israele, chi contribuisce a un senso di ‘normalità ’ nella società israeliana, sta danneggiando i popoli di Israele e Palestina,” aggiunse. “sta contribuendo alla perpetuazione di uno status quo profondamente ingiusto.”

Elogi dagli ipocriti

Adesso Tutu è lodato da molte istituzioni e da molti leader che non avevano prestato ascolto agli appelli per il boicottaggio durante la lotta in Sudafrica e ora nel caso della Palestina.

Membri di spicco dell’Unione Europea, specialmente Germania e Regno Unito, si sono a lungo opposti alle sanzioni al Sudafrica.

Oggi la UE continua a premiare Israele, militarmente, economicamente e politicamente, mentre c’è un’escalation dei suoi crimini contro i palestinesi.

Nulla di tutto ciò ha portato i maggiori dirigenti dell’UE a riflettere prima di rendere omaggio a Tutu come se avessero imparato qualcosa da lui.

Anche Liz Truss, ministra degli Esteri britannica, il cui governo ha recentemente firmato un accordo di “partenariato strategico” militare ed economico con Israele, ha elogiato Tutu:

Addolorata nell’apprendere della morte dell’arcivescovo Desmond Tutu. Fu la forza trainante della fine dell’apartheid in Sudafrica e un meritevole vincitore del Premio Nobel per la Pace. Sono vicina al popolo del Sudafrica.”

Per contrasto il governo di Israele è rimasto in silenzio, forse un raro caso di autoconsapevolezza.

Ma Yishai Fleisher, un leader dei coloni ebrei nella Cisgiordania occupata, ha festeggiato la scomparsa di Tutu: “Oggi è morto un antisemita.”

Fleisher probabilmente parla anche per molti politici israeliani che sono rimasti in silenzio, ma che etichettarono Tutu come “un pericoloso nemico di Israele.”

Oggi un antisemita è morto. Tutu è scomparso, ma Israele è ancora qui.

Questo ha spinto gli utenti di molti social media, me incluso, a sbeffeggiare l’ipocrisia di Starmer [segretario del partito Laburista britannico, ndtr.].

Se Tutu fosse stato un membro del partito laburista, Starmer avrebbe certamente cercato di farlo espellere, come i molti altri che sono stati allontanati per posizioni simili a sostegno dei diritti dei palestinesi.

Uno dei leader dei laburisti e predecessore di Starmer, l’ex primo ministro Tony Blair, ha detto di essere “addolorato” per la morte di Tutu.

Nel 2012 Tutu si ritirò da un summit sulla “leadership” con Blair dicendo che non poteva sedere vicino alla persona che, con il presidente USA George W. Bush, aveva ordinato la catastrofica invasione dell’Iraq basata su menzogne.

Tutu sottolineò l’evidente ipocrisia di un sistema mondiale che trascina leader africani e asiatici davanti ai tribunali e lascia liberi quelli come Blair.

Su quali basi decidiamo che Robert Mugabe deve essere giudicato dalla Corte Penale Internazionale” mentre “Tony Blair entra nel club degli oratori internazionali?” si chiese Tutu.

Desmond Tutu ha vissuto la vita fino alla fine lottando e parlando a favore di giustizia e verità in Sudafrica, Palestina e nel mondo intero.

Sta a noi compiere il resto del viaggio, ma lui ci ha mostrato la via.

(Traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Disegno di legge finlandese metterebbe fuorilegge i prodotti delle colonie

Ali Abunimah

22 dicembre 2021 – The Electronic Intifada

In Finlandia un nuovo disegno di legge vieterebbe l’importazione di prodotti dalle colonie israeliane costruite su terra palestinese e siriana occupate.

I palestinesi stanno soffrendo per la più lunga occupazione della storia contemporanea e le politiche israeliane che infrangono sistematicamente le leggi internazionali e violano i diritti umani,” afferma Veronika Honkasalo, la parlamentare dell’Alleanza di Sinistra che ha presentato la legge. “Dobbiamo smettere di appoggiare le illegali colonie israeliane.”

La legge non cita specificamente alcun Paese.

Si applicherebbe a qualunque situazione di occupazione militare e di colonizzazione riconosciuta a livello internazionale, tra cui potenzialmente il Sahara occidentale o la Crimea.

Interventi legislativi di questo genere sono totalmente a favore del e coerenti con il diritto internazionale,” afferma Michael Lynk, consulente speciale dell’ONU sui diritti umani nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza occupate.

Lynk, un esperto indipendente nominato dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, ha parlato a una tavola rotonda del 15 dicembre presieduta da Honkasalo.

È coerente con le decisioni delle Nazioni Unite,” ha aggiunto Lynk, “e, cosa più importante, è coerente con un approccio basato sui diritti umani che potrebbe realmente portare a una pace giusta e durevole in Medio Oriente.”

Attualmente ci sono circa 700.000 coloni che vivono in quasi 300 colonie in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, e altri 20.000 sulle Alture del Golan siriane, tutte costruite da quando Israele occupò i territori nel 1967.

L’illegalità delle colonie israeliane è “estremamente chiara”, ha affermato Lynk, sottolineando che almeno in sette occasioni il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha dichiarato che la loro costruzione è una “flagrante violazione” delle leggi internazionali.

Lo Statuto di Roma, il documento costitutivo della Corte Penale Internazionale, definisce l’insediamento di civili in un territorio occupato un crimine di guerra.

Più di quarant’anni fa il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha chiesto a tutti gli Stati “di non fornire alcuna assistenza che possa essere utilizzata specificamente in relazione con le colonie nei territori occupati.”

Lynk ha detto che la formulazione era “sufficientemente ampia” da “includere qualunque rapporto commerciale con queste colonie, perché ciò fornisce loro l’ossigeno economico di cui hanno bisogno per poter essere sostenibili e in grado di crescere.”

Bruxelles non la può bloccare

La proposta di legge di Honkasalo non è il primo tentativo all’interno dell’Unione Europea di vietare l’importazione dalle colonie.

La legge irlandese sui territori occupati, che ha lo stesso scopo, è stata approvata da entrambi i rami del parlamento di quel Paese.

Tuttavia il governo irlandese ha bloccato la sua applicazione in quanto sarebbe in contrasto con le leggi dell’UE.

Ma all’inizio di quest’anno questo pretesto è stato spazzato via. In seguito alla sentenza di un tribunale, l’UE è stata obbligata a riconoscere che il bando contro i prodotti delle colonie è una questione commerciale piuttosto che una forma di sanzione. Secondo Tom Moerenhout, un esperto di diritto commerciale internazionale che insegna alla Columbia University di New York, questa astrusa distinzione ha importanti implicazioni giuridiche.

Ciò significa che singoli Stati membri dell’UE come Irlanda e Finlandia hanno il pieno diritto di vietare prodotti delle colonie senza il permesso di Bruxelles, ha affermato Moerenhout durante la tavola rotonda del 15 dicembre.

Egli ha affermato che in base alle leggi internazionali gli Stati sono vincolati a non riconoscere o prestare assistenza all’annessione o alla colonizzazione di un territorio occupato.

Benché l’UE non conceda ai prodotti delle colonie israeliane il trattamento preferenziale in base agli accordi commerciali con Israele, essa tuttavia consente loro un accesso regolare ai suoi mercati. Questa è una forma di “riconoscimento implicito” delle colonie, ha spiegato Moerenhout.

Un modello per altri Paesi

I sostenitori della legge di Honkasalo, che probabilmente non verrà votata prima della primavera, devono ora raccogliere consensi tra i parlamentari finlandesi. Anche se sarà indubbiamente un lavoro duro, ci sono basi su cui costruire.

In Finlandia attualmente c’è un impegno di lunga data da parte del partito Socialdemocratico, condiviso dai suoi omologhi di Svezia, Norvegia e Islanda, che si sono impegnati a lavorare per un bando internazionale sui prodotti delle colonie,” ha affermato Syksy Räsänen, un fisico che è presidente di ICAHD Finlandia, un’associazione apartitica che sostiene i diritti dei palestinesi.

Attualmente il partito Socialdemocratico guida la coalizione di governo a Helsinki.

La legge “rispetterebbe parzialmente l’obbligo per lo Stato finlandese di non riconoscere una situazione illegale,” ha detto Räsänen alla tavola rotonda.

Ciò perché essa vieterebbe solo le importazioni, senza affrontare gli altri modi in cui i rapporti economici con l’estero sostengono la colonizzazione illegale attraverso investimenti, finanziamenti o la fornitura di servizi alle colonie.

Ma secondo Räsänen la legge modificherebbe comunque il modo di trattare le colonie “dal contesto della politica di potenza e dai rapporti tra Stati a essere guidato piuttosto da obiettivi riguardanti i diritti umani e più fondato sulle leggi internazionali.”

Benché la sua proposta di legge sia in una fase iniziale, Honkasalo ha affermato di aver già ricevuto richieste da parlamentari di altri Paesi che sono interessati a utilizzarla come modello per le loro iniziative.

Sono molto contenta di quante reazioni positive questa legge ha ottenuto,” ha affermato Honkasalo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il Belgio è sulla strada giusta, ma l’Europa ha tradito la Palestina

Dr Ramzy Baroud

30 novembre 2021 Middle East Monitor

Anche se la decisione presa il 25 novembre dal governo belga di etichettare i prodotti provenienti dalle colonie illegali israeliane è lodevole, alla fine si dimostrerà inefficace.

Paragonato ad altri Paesi europei, quali Gran Bretagna, Germania, Francia, il Belgio ha una tradizione di solidarietà nei confronti della Palestina. Sia attraverso la cancellazione di missioni commerciali, sia attraverso l’aperto sostegno da parte della società civile, artisti, intellettuali e gente comune, il Belgio ha dimostrato il desiderio di giocare un ruolo costruttivo per porre fine all’occupazione israeliana della Palestina.

E’ evidente che non basteranno una simbolica solidarietà e dichiarazioni politiche per costringere Israele al rispetto della legge internazionale, allo smantellamento dell’apartheid, alla fine dell’occupazione militare e al riconoscimento del diritto alla libertà per i palestinesi.

Il dilemma cui si trova di fronte il Belgio vale anche per il resto dell’Europa. Mentre i governi europei insistono sulla centralità di tematiche quali democrazia, diritti umani e legge internazionale nelle loro relazioni con Israele, essi non fanno però alcun gesto significativo per garantire che Israele rispetti quelle che l’Unione Europea proclama essere le sue politiche.

La decisione belga di distinguere fra prodotti israeliani provenienti da Israele e quelli che arrivano dalle colonie israeliane illegali non si basa sul quadro normativo di riferimento del Belgio, ma su varie importanti sentenze prese dalla UE. Ad esempio, nel novembre del 2015 l’Unione Europea ha emesso nuove direttive per garantire che i prodotti delle colonie illegali vengano etichettati come tali. Nel gennaio del 2016, poi, pare che la UE abbia ‘ribadito’ la volontà di etichettare in modo chiaro tali prodotti.

Tuttavia da allora non si sono viste molte etichette di quel tipo, tanto da costringere i cittadini UE, con il sostegno di varie organizzazioni della società civile, a rivolgersi direttamente ai tribunali dell’Unione per rimediare al fallimento dell’establishment politico europeo. Nel novembre del 2019 il più importante organo giurisdizionale della UE, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, ha deliberato che i prodotti provenienti dalle colonie illegali israeliane devono fornire “l’indicazione di tale provenienza (consentendo così ai consumatori di fare) scelte consapevoli.”

Vale a dire che la recente decisione presa dal Belgio non è che una tardiva implementazione di varie sentenze prese in passato e mai fatte rispettare nella maggioranza dei Paesi della UE.

Invece di dimostrare il proprio inequivocabile sostegno al Belgio e di cominciare ad implementare anche loro la sentenza della Corte di Giustizia della UE, la maggior parte dei Paesi europei è rimasta in silenzio di fronte all’attacco di Israele, che ha dichiarato che la decisione del Belgio è “anti- israeliana”, e ha impropriamente sostenuto che “rafforza gli estremisti”.

Non appena i media internazionali hanno dato notizia della decisione del governo belga, Israele ha fatto le solite scenate. Il viceministro degli Esteri Idan Roll ha immediatamente annullato una riunione programmata in precedenza con dei funzionari belgi, costringendo così il ministero degli esteri a Bruxelles a giustificare e a chiarire meglio la propria posizione.

Come prevedibile, l’Autorità Nazionale Palestinese, organizzazioni di attivisti e della società civile e molti soggetti individuali hanno lodato il Belgio per la sua coraggiosa posizione, che è analoga a quelle adottate in passato da Paesi come l’Irlanda, che è stata la prima nazione dell’Unione Europea a dare attuazione a questo provvedimento lo scorso maggio.

Questa euforia è prevalentemente alimentata dalla convinzione che questi passi possano preludere ad altre azioni concrete, che alla fine darebbero la spinta decisiva per un totale boicottaggio europeo di Israele. Ma è davvero così?

Alla luce delle divisioni fra gli europei in tema di etichettatura dei prodotti provenienti dalle colonie illegali, di una netta distinzione fra colonie e “Israele vero e proprio”, e della crescita esponenziale degli scambi fra Israele e Unità Europea, bisogna guardarsi dal saltare a conclusioni affrettate.

Secondo dati della Commissione Europea, la UE è il maggiore partner commerciale di Israele, con un valore totale di scambio di 31 miliardi di euro nel 2020.

Ma, cosa più importante, l’Unione Europea è stata il principale punto di accesso per l’integrazione di Israele in una più vasta dinamica globale non solo di politica e sicurezza, ma anche di cultura, musica e sport. Se il commercio europeo con Israele è facilitato dall’Accordo Euromediterraneo del 1995 [regola l’import-export di prodotti agricoli fra UE e Israele, ndtr], l’integrazione di Israele in Europa è regolata principalmente dal piano di Politica Europea di Vicinato (PEV) del 2004. Il secondo accordo, in particolare, aveva l’obiettivo di controbilanciare i successi ottenuti dai palestinesi e dai loro sostenitori nella delegittimazione dell’occupazione e apartheid praticati da Israele in Palestina.

Non sarebbe verosimile credere che proprio la UE, che ha fatto la scelta strategica di legittimare, integrare e normalizzare Israele agli occhi degli europei e del resto della comunità internazionale, possa essere lo stesso soggetto che costringerà Israele a rispondere dei suoi obblighi rispetto alla legge internazionale.

E non dimentichiamo che, anche se tutti i Paesi europei decideranno di etichettare i prodotti delle colonie, non basterà questo a smuovere Israele, tanto più perché la UE farà quanto in suo potere per compensare qualsiasi deficit commerciale dovesse derivarne.

Inoltre qualsiasi tipo di pressione, simbolica o reale che sia, esercitata dalla UE avviene spesso nel contesto della soluzione dei due Stati in Israele e Palestina, dichiaratamente abbracciata dagli europei. Se è pur vero che quella ‘soluzione’ resta l’unica ratificata dalla comunità internazionale, la complessità del problema, il buon senso e i ‘fatti compiuti’ ci dicono che la coesistenza in un unico Stato laico e democratico rimane l’unica conclusione pratica, possibile e evidentemente giusta per questa tragedia prolungata.

Nonostante le dichiarazioni eloquenti ed inequivocabili della UE sull’illegalità dell’occupazione israeliana, è ovvio che gli europei non hanno una vera strategia su Palestina e Israele. Se invece una strategia c’è, essa è piena di confusioni e contraddizioni. Insomma, Israele non ha alcun motivo di prendere l’Europa sul serio.

E’ facile accusare la UE di ipocrisia. Tuttavia la condotta della UE verso Israele non si spiega solo con l’ipocrisia, ma presumibilmente deriva dalla mancanza di unità politica e di una comunità di vedute fra gli Stati membri dell’Unione. Nei fatti la UE aiuta a sostenere l’occupazione israeliana, finanziandola vuoi direttamente o indirettamente. Attraverso gli scambi commerciali, la legittimazione politica e l’integrazione culturale di Israele, l’Unione Europea ha consentito che si perpetuasse lo status quo dell’occupazione apparentemente senza fine della Palestina. Se anche si imponessero etichette su tutti i prodotti delle colonie ebraiche, non basterà certo questo ad invertire la marcia.

Se la posizione del Belgio è di per sé lodevole – in quanto riflette l’attivismo e pressione incessantemente esercitati dalla società civile del Paese – essa non dovrebbe esser vista come alternativa ad una coraggiosa posizione politica e morale simile a quella adottata durante la lotta anti-apartheid in Sudafrica. Prima di allora, l’Europa ha l’obbligo di dimostrare la volontà di stare dalla parte giusta della storia.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Monitor.

traduzione dall’inglese di Stefania Fusero




Non si paga nessun prezzo per la distruzione di un villaggio palestinese?

Sarit Michaeli

26 luglio 2021 +972 Magazine

I diplomatici vedono che il nuovo governo israeliano continua ad espellere i palestinesi. Per quale motivo gli Stati continuano a tributare onori a chi compie questi crimini?

Negli annali dei tentativi israeliani di espellere comunità di pastori palestinesi nella Cisgiordania occupata, un ruolo centrale è svolto dalla burocrazia, coi suoi uffici dotati di aria condizionata, e dalle aule di tribunali. Le udienze della Corte Suprema di Israele, che quotidianamente autorizza la politica di espulsione del governo e le ordinanze di demolizione dell’Amministrazione Civile, forse non sono spettacolari come la vista del bulldozer che distrugge tende e cisterne, o della gru che solleva le macerie per depositarle in un camion. Ma è su questi magistrati, politici, e generali che ricade la maggiore responsabilità di queste distruzioni e sofferenze.

Eppure a volte basta un’immagine sola presa sul campo per ottenere il quadro globale della politica condotta da Israele per perseguitare alcune delle comunità palestinesi più svantaggiate della Cisgiordania con l’unico obiettivo di portarle alla disperazione, cacciarle via dalle loro case e comunità, per impadronirsi delle loro terre. E’ un momento topico che mette in luce tutto, chiaro come il sole che in estate picchia cocente sulla Valle del Giordano.

Lo scorso 7 luglio camion, bulldozer e altri mezzi pesanti israeliani sono arrivati in località Khirbet Humsa, un borgo di pastori formato da quattro gruppi di tende e catapecchie in cui vivono 61 persone, di cui 34 sono minori. I soldati, gli agenti della polizia di frontiera e gente assoldata dall’Amministrazione Civile – il ramo dell’esercito israeliano che controlla la vita quotidiana di milioni di palestinesi sotto occupazione – hanno iniziato senza perdere tempo la loro opera di distruzione.

Le donne delle famiglie Abu al-Kabash e Awawdeh, che si trovavano a casa mentre gli uomini erano fuori a pascolare le greggi, hanno visto i bulldozer che dopo aver tirato e strappato i pali metallici e i rivestimenti di plastica delle tende li trasferivano nei camion. Stavano a guardare mentre il conducente del bulldozer spaccava prima i serbatoi delle acque nere e poi ne buttava giù uno di acque bianche prima di colpirlo ripetutamente sul terreno arido, attento che non ne restasse più niente.

Parte degli avvenimenti è stato ripreso da una donna della comunità con un cellulare avuto in precedenza dagli attivisti di Machsom Watch [associazione di volontarie israeliane che monitora la vita dei palestinesi sotto occupazione, ndtr] prima che la batteria si esaurisse. Più in là c’erano attivisti palestinesi provenienti da altre parti della Valle del Giordano, ricercatori di B’Tselem [Centro di informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati, ndtr], operatori umanitari, personale ONU e diplomatici europei che documentavano. I soldati non li hanno lasciati avvicinare.

Dopo che i bulldozer hanno finito di schiacciare le tende e i recinti degli animali del villaggio, i lavoratori a contratto si sono dedicati agli effetti personali dei residenti. Per ore hanno caricato sui camion tutto ciò che si trovava nelle case appena distrutte: mobili, materassi, abiti, fornelli, cibo. Poi i camion si sono diretti in località Ein Shibli, ai margini dell’Area C della Cisgiordania, quella sotto totale controllo militare israeliano, dove hanno scaricato il tutto. Israele sta cercando di spostare i residenti espulsi proprio qui, nonostante essi rifiutino strenuamente di spostarsi da nessuna parte, men che meno a Ein Shibli, dove la mancanza di pascoli gli impedirebbe di continuare a vivere secondo le loro tradizioni.

Gli abitanti di Humsa hanno dovuto trascorrere la notte solo con i vestiti che avevano indosso, privi dei servizi basilari e di un riparo. Era la sesta volta nell’ultimo anno che la comunità ha dovuto opporre resistenza per non essere espulsa da Israele. Anche se questa demolizione è stata forse più spudorata delle altre, la giustificazione è rimasta invariata: negli anni Settanta Israele aveva designato l’area come “zona di tiro” – poco importa se ciò violava le leggi internazionali.

Nessuna ripercussione

La distruzione di Humsa non è un’aberrazione. E’ la norma che Israele ha stabilito. E’ parte dell’ininterrotta politica dei governi israeliani che creano condizioni di vita insostenibili per i palestinesi con l’obiettivo di cacciarli dalle loro case, concentrarli in enclave, ed impadronirsi delle loro terre senza problemi. Cercare di trasferire con la forza persone prive di protezione costituisce crimine di guerra per il diritto internazionale umanitario, ed è tale per lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale dell’Aia.

La responsabilità di questo crimine è di chi lo ordina, approva e controlla: i funzionari del governo, i comandanti militari di alto livello, le alte cariche nell’Amministrazione Civile, e i magistrati della Corte Suprema che forniscono l’approvazione legale. In effetti, quando la Corte Penale Internazionale prenderà in considerazione i trasferimenti forzati [di popolazione] come parte della sua indagine sui potenziali crimini di guerra israeliani, dovrà accertare tutte le responsabilità di chi ha reso possibile tale crimine.

Alle precedenti demolizioni della comunità sono seguite visite da parte di delegazioni di alti diplomatici dell’Unione Europea. Questi hanno detto ai residenti che la UE sostiene la loro lotta per la terra e si oppone alla politica di Israele. Gli ambasciatori della UE hanno ripetuto questo messaggio tramite un’iniziativa formale presso il governo di Israele, che ha scelto di ignorarlo e di andare avanti – scelta che non ha provocato alcuna ripercussione da parte europea.

Anzi, è vero il contrario. Dopo l’ultima demolizione in ordine di tempo di Humsa, il ministro degli esteri Yair Lapid è stato accolto con ogni onore al Consiglio Affari Esteri della UE, composto dai ministri degli esteri degli Stati membri. Secondo quanto riferito, l’Unione Europea ha convenuto di accettare Israele in “Creative Europe”, uno strumento finanziario europeo per sostenere l’arte, che proibisce di finanziare le colonie, quando Israele dichiara pubblicamente di respingere la posizione UE sull’illegalità delle colonie. Gli Stati Uniti, che con la presidenza di Joe Biden hanno ripreso a parlare della soluzione dei due Stati e di diritti umani, non hanno detto alcunché sugli eventi di Humsa.

La notte del sette luglio, dopo una giornata di distruzioni, un bulldozer militare è ritornato in zona per seppellire i rottami e detriti abbandonati. Khirbet Humsa è stato cancellato dalla faccia della terra. Ai margini della zona, i residenti cercano di aggrapparsi alla loro terra in ripari di fortuna. Dopo la distruzione, di tanto in tanto arrivano in zona attivisti palestinesi ed israeliani, oltre ad operatori umanitari. I soldati che pattugliano con i loro fuoristrada li avvisano di non entrare nella zona chiusa.

I residenti di Humsa non riusciranno a sopportare le condizioni attuali ancora a lungo. Con i loro atti i responsabili di governo della cosiddetta “coalizione del cambiamento” di Israele hanno reso ampiamente chiaro di non avere alcuna intenzione di rinunciare alla politica di espulsioni e distruzioni. La chiave ce l’ha soltanto la comunità internazionale. Farà capire ad Israele che danneggiare Humsa e le altre comunità palestinesi ha un prezzo, oppure i suoi richiami ancora una volta non saranno altro che vuota retorica?

Questo articolo è stato pubblicato originariamente in ebraico su Local Call. Clicca qui per leggerlo.

traduzione dall’inglese di Stefania Fusero