Un ragazzo palestinese ripreso in una foto virale sarà giudicato da un tribunale con il 99,74% di probabilità di condanna

Sheren Khalel

18 dicembre 2017, Mondoweiss

Fawzi al-Junaidi, di 16 anni, affronterà oggi un’audizione presso un tribunale militare israeliano, dopo essere stato detenuto dagli israeliani per più di una settimana.

Junaidi è stato arrestato durante gli scontri scoppiati nella città di Hebron, nella Cisgiordania occupata, il 7 dicembre, il giorno dopo l’annuncio del Presidente USA Donald Trump del riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele.

Una foto scattata dal fotografo Wisam Hashlamoun durante l’arresto è diventata virale: mostrava il ragazzo disorientato e bendato mentre era malmenato, circondato da almeno venti soldati israeliani armati quando è stato portato via.

Brad Parker, dirigente ed avvocato per la Difesa Internazionale di ‘Defense for Children International – Palestine (DCIP)’, ha detto a Mondoweiss che la foto dovrebbe essere considerata come un simbolo delle normali pratiche israeliane riguardo ai ragazzi palestinesi, e non come una situazione eccezionale.

L’immagine ha fornito un’istantanea vivida e cruda della disparità di potere implicita nell’occupazione militare israeliana dei palestinesi ed ha contribuito a palesare i continui e diffusi maltrattamenti, sistematici ed istituzionalizzati, dei minori palestinesi detenuti dalle forze israeliane”, ha detto Parker.

L’avvocata di Fawzi, Farah Bayadsi, ha riferito ai media che il ragazzo era stato picchiato e presentava “contusioni sul collo, sul petto e sulla schiena.” Il ragazzo ha detto che i soldati lo hanno colpito con un fucile. Fawzi è accusato di aver lanciato pietre durante gli scontri, fatto che lui nega. Se ritenuto colpevole, la massima pena per il lancio di pietre è di 20 anni nelle prigioni israeliane.

Le probabilità che Fawzi venga giudicato colpevole sono alte, poiché, in base alla stessa documentazione interna del tribunale, il 99,74% dei casi portati davanti al tribunale militare israeliano si conclude con un verdetto di colpevolezza.

Tuttavia Parker ha detto che il tribunale non è in errore, ma agisce piuttosto secondo le direttive per cui è stato concepito. “Se i ragazzi palestinesi come Fawzi continuano a subire diffuse esperienze di maltrattamenti e torture e il sistematico diniego dei dovuti diritti al processo, è evidente che la detenzione militare israeliana ed il sistema giudiziario non non sono interessati a fare giustizia”, ha spiegato Parker. “Ciò che emerge è un sistema di controllo che si spaccia per giustizia. Non è che sistema di detenzione militare non funzioni, sta lavorando precisamente come previsto per negare i diritti fondamentali.”

In un reportage di al Jazeera, l’avvocata di Fawzi ha detto ai giornalisti che il primo giudice che ha esaminato il suo caso è rimasto “sbalordito dall’eccessivo uso della forza” a cui è stato sottoposto il ragazzo.

Si è presentato con grosse ciabatte fornite dal carcere. Aveva perso le sue scarpe ed ha parlato del modo in cui è stato maltrattato durante il trasferimento alla prigione,” ha detto l’avvocata ai giornalisti.

La procura non ha neanche detto se i soldati saranno indagati per l’uso eccessivo della forza. Finora l’intero caso è stato trattato con negligenza.”

Parker ha detto a Mondoweiss di dubitare che gli agenti che lo hanno arrestato verranno accusati o giudicati responsabili di uso eccessivo della forza, visto che tre ragazzi palestinesi su quattro arrestati dalle forze israeliane riferiscono di aver subito aggressioni fisiche.

Le forze israeliane godono di completa impunità per le violenze fisiche contro i ragazzi palestinesi detenuti. Anche nei casi in cui le prove evidenziano che esse hanno illegalmente ucciso un ragazzo con proiettili veri, senza che egli rappresentasse una minaccia nei confronti dei soldati, non vi è stata giustizia né attribuzione di responsabilità.”

Secondo la documentazione di Addameer [associazione palestinese per la difesa dei detenuti, ndtr.], attualmente ci sono più di 300 minori palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.

In un rapporto diffuso da Addameer il 17 dicembre, l’associazione rivela che almeno 350 palestinesi sono stati arrestati nei primi 11 giorni dopo l’annuncio di Trump, che ha scatenato disordini in tutta la Cisgiordania occupata, a Gerusalemme est e a Gaza. Almeno nove degli arrestati sono minori palestinesi – anche se il numero potrebbe essere più elevato, in quanto il lavoro di documentazione è lento e complicato.

Il 16 dicembre le forze israeliane hanno arrestato nella Città Vecchia di Gerusalemme Sultan Ashour, di 16 anni, Mahmoud Taha, di 15, Muhammad Hamadeh, di 14 e Adnan Siyam, di 16. Il 15 dicembre hanno arrestato il tredicenne Abed al-Kareem Yassien, il quindicenne Muhammad Lutfi Melhem del villaggio di A’aneen e il diciassettenne Muhammad Ayman Sherydeh è stato arrestato a Tubas. Giovedì 14 dicembre il quindicenne Mutassem Hammas è stato arrestato a Ramallah.

In media, ogni anno vengono arrestati, detenuti e giudicati dal sistema giudiziario militare israeliano tra i 500 e i 700 minori palestinesi – dal 2000 sono passati nel sistema più di 8.000 minori palestinesi.

Dopo la condanna, circa il 60% dei ragazzi viene trasferito dai territori occupati alle carceri all’interno di Israele – una chiara violazione della Quarta Convenzione di Ginevra.

La conseguenza pratica di ciò è che molti di loro ricevono poche visite dei familiari, quando non nessuna, a causa delle restrizioni nella libertà di movimento e del tempo necessario a rilasciare un permesso di visita in carcere”, ha rilevato il DCIP.

Dato che nel 1991 Israele ha firmato la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia, dovrebbe attenersi agli standard della giustizia minorile internazionale, che prevedono che i minori “vengano privati della libertà soltanto come misura estrema”; tuttavia le associazioni internazionali per i diritti hanno riscontrato che l’arresto di minori palestinesi da parte delle forze israeliane e la condanna presso il sistema dei tribunali militari è una pratica diffusa e normale, anche per violazioni della legge di scarsa gravità.

Sheren Khalel è una giornalista multimediale indipendente, che si occupa di Israele, Palestina e Giordania. È specializzata in diritti umani, questioni femminili e conflitto israelo-palestinese. Khalel ha precedentemente lavorato per l’Agenzia Ma’an News a Betlemme e vive attualmente a Ramallah e Gerusalemme.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Cara Europa, prendi nota: se lo vuoi, si può fare pressione su Israele

Amira Hass

23 ottobre 2017, Haaretz

 

Un recente caso riguardante pannelli solari olandesi dimostra che Paesi amici possono far retrocedere Israele quando viola il diritto umanitario internazionale.

I giudici dell’Alta Corte hanno di nuovo trovato una scappatoia; ancora una volta, non dovranno discutere il fondamentale, vergognoso fatto che Israele non sta collegando migliaia di palestinesi (da entrambi i lati della Linea Verde [il confine tra Israele e i Territori Palestinesi Occupati, ndt.]) al sistema nazionale elettrico e idrico. Questa volta la via d’uscita è stata trovata nel villaggio di Jubbet ad-Dhib, ai piedi della collina di Herodion, a sudest di Betlemme. Esso necessitava di un sistema elettrico ibrido (solare e diesel), che è stato installato dall’organizzazione umanitaria israelo-palestinese Comet-ME, poiché Israele non aveva adempiuto al suo obbligo internazionale di connetterlo alla rete elettrica.

Tutti coloro che accusano l’Alta Corte di essere di sinistra possono stare sereni. Ha perso centinaia di occasioni per sentenziare che non fornire acqua ed elettricità è illegale in base al diritto internazionale, illegale in base alle leggi israeliane ed inaccettabile in base alla legge ebraica. Centinaia di volte – stando al numero di petizioni che sono state presentate – la corte ha avuto la possibilità di imporre allo Stato di collegare le comunità palestinesi al sistema elettrico e idrico, ma ha evitato di farlo, spesso adducendo motivi tecnici. Già quando l’attuale ministra della Giustizia Ayelet Shaked [di estrema destra, ndt.] era ancora una bambina, la corte sistematicamente ha continuato a perdere le occasioni di impedire alla reputazione della moralità ebraica di cadere nel fango del nazionalismo e nella passione per l’espulsione.

L’escamotage di Jubbet ad-Dhib è stato mostrato ai giudici dal generale di brigata Ahvat Ben Hur, ma è stato niente di meno che il primo ministro Benjamin Netanyahu a creare quella opportunità. Il governo olandese, che aveva finanziato il sistema elettrico ibrido, era furibondo per la confisca dei pannelli solari e Netanyahu ha fatto una promessa scritta agli olandesi che i pannelli confiscati al villaggio da Israele in giugno sarebbero stati restituiti. E allora che cosa fa Ben Hur, il responsabile diretto della confisca da parte dell’Amministrazione Civile [il governo militare israeliano sui territori occupati, ndt.]? Informa il procuratore di Stato, che ha informato l’Alta Corte, di aver deciso la restituzione dei pannelli.

Ben Hur non lo ha fatto per onorare l’obbligo dello Stato verso una popolazione protetta. Piuttosto, ha fatto ricorso ad un tecnicismo. Ha spiegato che i pannelli sono stati confiscati otto mesi dopo che erano stati installati e messi in funzione. Quindi la petizione scritta dagli avvocati Michal Sfard e Michal Pasovsky è diventata inutile. E’ una vergogna. Sarebbe stato interessante capire quali acrobazie avrebbero trovato i giudici per rispondere alle argomentazioni (accettate anche dal governo olandese) secondo cui negare l’accesso all’elettricità e distruggere gli impianti elettrici sono atti che violano il diritto umanitario internazionale.

L’affermazione di Ben Hur ha permesso al procuratore ed ai giudici di evitare anche di affrontare il fatto che l’Amministrazione Civile aveva fatto un uso improprio di un ordine militare. Gli ordini di sequestro consegnati ai residenti di Jubbet ad-Dhib il giorno della confisca citavano l’articolo 60 dell’ordinanza relativa alle norme di sicurezza. Questo articolo definisce possibile il sequestro cautelativo per un reato penale che sia stato commesso utilizzando l’impianto che si prevede di sequestrare. L’ordine di confisca non specificava quale crimine fosse stato presumibilmente commesso con i pannelli solari. Le indagini degli avvocati su questo punto presso l’Amministrazione Civile sono rimaste senza risposta. Quindi probabilmente (stando alla risposta del portavoce del COGAT [Coordinamento delle Attività Governative nei territori, ndtr.] ai giornalisti) il presunto crimine è relativo alla normativa urbanistica ed edilizia. Ma questo è un reato amministrativo che non ricade sotto l’ordinanza militare relativa alle misure di sicurezza. Le procedure per occuparsi di questo sono differenti – ordini di interruzione lavori ed ordini di demolizione, audizioni, argomentazioni contro l’ordine, appelli, trattative, una petizione all’Alta Corte.

Sfard e Pasovsky affermano che, per quanto a loro conoscenza, questa è stata la prima volta che l’Amministrazione Civile ha fatto uso dell’articolo 60 per confiscare un impianto. Non è successo per caso, hanno scritto nella petizione: “ O i pannelli solari non sono materiali ‘da costruzione’ e quindi la loro installazione senza permessi non è una violazione della legge in base alla quale può essere adottato un provvedimento esecutivo (come noi riteniamo), oppure l’ambito giuridico che afferisce alla costruzione di queste strutture è la normativa urbanistica ed edilizia, e le procedure esecutive devono essere avviate solamente in virtù ed in accordo con essa.”

Evidentemente qualcuno ha fatto forti pressioni sull’Amministrazione Civile ed i suoi giuristi e squadre di demolizione per scollegare dall’elettricità il villaggio – che è circondato da avamposti non autorizzati e ben trattati di coloni. Le leggi urbanistiche ed edilizie non permettevano la confisca e perciò al loro posto è stato citato un irrilevante articolo della legislazione militare.

Qualcosa di ancora più potente stava dietro a questo qualcuno: una decisa assistenza legale e la posizione dell’Olanda. I dettagli sono già stati descritti, ma, lo ammetto, mi fa particolarmente piacere riscriverli un’altra volta. La restituzione dei pannelli solari è stata preceduta da: la protesta e condanna da parte del ministro degli esteri olandese; la protesta del primo ministro olandese Mark Rutte in un incontro bilaterale con il primo ministro israeliano pochi giorni dopo il sequestro; due audizioni al parlamento olandese riguardo al sequestro; interrogazioni presentate da tre partiti del parlamento olandese; le chiare e dettagliate risposte da parte del ministro degli esteri olandese e del ministro della Cooperazione Internazionale e dello Sviluppo. All’interno di queste attività parlamentari, è stata data informazione dell’incontro di Netanyahu con la sua controparte olandese ed in seguito della promessa scritta di restituzione dei pannelli solari.

L’ufficio del primo ministro [israeliano] non ha rilasciato commenti ad Haaretz.

Olanda e tutta Europa, prendete nota: quando lo volete, si può fare pressione su Israele. Sapete che la violazione da parte di Israele del diritto internazionale a Jubbet ad-Dhib non è un evento eccezionale. Quindi, per favore, continuate, per il bene dei palestinesi e degli ebrei che vivono in questo Paese.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)