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Come se Israele non avesse fatto niente di cui vergognarsi prima dell’avvento degli smartphone

Amira Hass

16 aprile 2018, Haaretz

I soldati israeliani che hanno ucciso palestinesi disarmati non sono spuntati dal nulla per la prima volta tre settimane fa. Né le giustificazioni dell’esercito sono iniziate solo allora. Siete voi che non leggete, ricordate o credete.

La vergogna è importante, è un peccato che arrivi così tardi. La vergogna è necessaria, è triste che così poche persone la provino. Quello che rende possibile questa tardiva apparenza di vergogna è la tecnologia che ha trasformato ogni persona con uno smartphone in un fotografo e ogni applicazione delle reti sociali in uno schermo gigante, portando in ogni casa prove fotografiche imbarazzanti. In rari casi filtrano attraverso il muro dell’insabbiamento e della menzogna innalzato dall’esercito israeliano e attraverso la corazza del “sono comunque tutti terroristi” che gli israeliani indossano volontariamente.

Dalla vergogna a lungo rimandata possiamo intuire che ci sono israeliani che credono che i soldati dell’esercito abbiano iniziato solo poche settimane fa a sterminare palestinesi disarmati. Cioè credono che solo da quando sono comparsi gli smartphone, con la loro possibilità di smascherare pubblicamente in tutta la loro nuda vergogna i soldati e i loro superiori, i comandanti abbiano iniziato a ordinare ai loro soldati di uccidere anche in assenza di un pericolo mortale. In altre parole, che fino a poco tempo fa, finché non sono arrivati gli smartphone, la purezza delle armi venisse scrupolosamente rispettata e non ci fosse spazio per la vergogna. E quindi che sia così anche oggi, in tutti i casi in cui soldati e poliziotti uccidono e feriscono palestinesi quando non ci sono telefonini a riprenderli. Gli israeliani che si vergognano credono che l’esercito menta solo quando c’è una prova fotografica della bugia. In sua assenza l’esercito israeliano e la polizia dicono la verità, i palestinesi e un pugno di persone di sinistra sono quelli che mentono.

La vergogna è demoralizzante per un’altra ragione: ci ricorda della debolezza della parola scritta quando non si basa sulla versione degli avvenimenti del regime, ma piuttosto sulla testimonianza delle vittime del regime. Prima che ci fossero cellulari con videocamera e telecamere di sicurezza ad ogni angolo, raccoglievamo le testimonianze di decine di testimoni oculari. Incrociavamo le loro versioni, verificavamo, esaminavamo, facevamo domande – spesso eravamo sul posto quando avvenivano gli incidenti – e scrivevamo e pubblicavamo. Ma era sempre la nostra parola contro quella dell’essere assolutamente puro: l’ufficio del portavoce dell’esercito.

L’immagine che si voleva trasmettere dell’esercito e del governo era fabbricata sulle scrivanie delle redazioni e nelle strade di Tel Aviv e di Kfar Sava. Ogni giorno e in ogni operazione, il superpotere palestinese risorge per distruggerci e per attaccare la piccola Israele e i suoi teneri figli diciottenni che sono apparsi nel territorio della superpotenza. Non è così: i soldati israeliani che uccidono palestinesi disarmati non sono spuntati fuori per la prima volta tre settimane fa. Né le giustificazioni dell’esercito sono iniziate solo allora. Siete voi che non leggete o non ricordate o non credete.

Alla vostra attenzione

Ma ditemi, voi che vi vergognate, e a ragione, non vi vergognate del fatto che Israele rubi l’acqua ai palestinesi e imponga loro limitate quote di consumo? Non vi vergognate del rifiuto di Israele di collegare migliaia di palestinesi della Cisgiordania e del Negev israeliano al servizio idrico?

E quando Israele espelle gli abitanti di Umm al-Hiran dalla loro baraccopoli del Negev, non morite di vergogna per lo Stato e per la bella comunità modello, basata su valori ebraici, che sarà costruita sulla terra degli espulsi? Non vi vergognate dello Stato che in tutti questi anni ha impedito il collegamento di Umm al-Hiran alla rete idrica ed elettrica, o dei giudici della Corte Suprema che hanno permesso le espulsioni? Non provate vergogna quando un pugno di israeliani scende dalle proprie colonie e dagli avamposti per attaccare ripetutamente i villaggi palestinesi dei dintorni? Non arrossite, né sbiancate, alla vista dei soldati che stanno a guardare e lasciano che essi aggrediscano, distruggano, sradichino e taglino? E quando la polizia non fa nessuna ricerca dei responsabili, persino quando sono stati filmati e il loro luogo di residenza è noto, non vi vergognate ancora di più? Non provate vergogna per il solo fatto di sapere che questo metodo di violenza dei coloni – incoraggiato dal silenzio delle autorità – è vecchio tanto quanto la stessa occupazione?

Il seguente fatto – 2,5% della terra dello Stato è destinata al 20% della popolazione (i cittadini palestinesi di Israele) – non fa sì che voi, per la vergogna, vogliate che la terra si apra e vi inghiotta?

E cosa ne dite dei pochi abitanti di Gaza a cui è permesso di viaggiare all’estero attraverso il ponte di Allenby [posto di confine tra la Cisgiordania occupata e la Giordania, ndt.] che sono obbligati a promettere per iscritto di non tornare per un anno? E dei palestinesi della Cisgiordania a cui non è consentito incontrarsi con amici e parenti che vivono nella Striscia di Gaza? E del divieto di vendita dei prodotti di Gaza in Cisgiordania e di esportarli, tranne pochi camion che trasportano una ridotta quantità di beni? E cosa dite del fatto di tener imprigionate 2 milioni di persone dietro il filo spinato e il controllo militare e le torri da cui sparare? Secondo voi tutto questo non meriterebbe di essere incluso nell’elenco delle disgrazie collettive degli ebrei?

Israele non si è mai spaventato e non si spaventa ora ad uccidere civili palestinesi – individualmente, separatamente e in massa. Ma uccidere palestinesi non è un fine in sé. Al contrario i 70 anni di esistenza di Israele dimostrano che l’appropriazione della terra palestinese è un obiettivo supremo del nostro Stato, e che l’appropriazione si unisce alla riduzione del numero di palestinesi su quella terra.

Espellere palestinesi dalle loro case, dalla loro patria e dal loro Paese in tempo di guerra è un mezzo collaudato per ridurre il numero di una popolazione. Quando questo non è fattibile, concentrare i palestinesi in affollate riserve (su entrambi i lati della Linea Verde [il confine tra lo Stato di Israele e la Giordania prima dell’occupazione della Cisgiordania, ndt.]) è un altro metodo, di routine e continuo. Chiunque abbia trovato ciò difficile da credere prima del 1993 ha ottenuto la prova definitiva negli accordi di Oslo: sotto l’ombrello del processo di pace il principale obiettivo dei governi (laburisti e del Likud) e delle loro burocrazie è stato di dimostrare la giustezza delle accuse secondo cui nel profondo siamo davvero un’entità coloniale. Ciò vi fa sentire orgogliosi?

(traduzione di Amedeo Rossi)




Coloni israeliani incendiano auto e distruggono proprietà durante un’aggressione contro un villaggio nella zona di Ramallah

Ma’an News

Mercoledì 9 agosto 2017

Betlemme (Ma’an) – Mercoledì durante un attacco coloni israeliani hanno dato fuoco a due veicoli di proprietari palestinesi nel villaggio di Umm Safa, nella zona centrale del distretto di Ramallah nella Cisgiordania occupata presumibilmente per vendicare tre coloni israeliani che il mese scorso sono stati uccisi da un palestinese nella vicina colonia di Halamish.

L’agenzia di notizie palestinese Wafa ha raccolto la testimonianza di Marwan Sabah, il capo del consiglio di villaggio, che ha detto che i coloni israeliani hanno dato fuoco ai veicoli verso le 2.30 del mattino.

Sabaha ha detto che, mentre i soldati israeliani, secondo quanto riportato, si trovavano di notte all’ingresso del villaggio, dopo che se ne sono andati i coloni hanno attaccato case alla periferia del villaggio.

Peraltro di rado i soldati israeliani sono in grado di controllare i coloni israeliani, e spesso emergono racconti di soldati israeliani che stanno a guardare gli attacchi dei coloni contro palestinesi senza intervenire. Se i soldati prendono qualche iniziativa, si tratta in genere di sparare “mezzi per il controllo della folla”, come gas lacrimogeni e proiettili rivestiti di gomma o spesso letali contro i palestinesi.

Secondo quanto riferito, i coloni hanno anche scritto sui muri del villaggio slogan di odio, invocando attacchi vendicativi contro i palestinesi in risposta all’aggressione mortale del mese scorso, quando un palestinese del villaggio di Kobar, nella zona di Ramallah, è entrato nella colonia di Halamish ed ha accoltellato a morte tre coloni israeliani.

Secondo l’esercito israeliano dell’incidente si occuperà la polizia israeliana. Tuttavia non è stato possibile reperire nessun portavoce della polizia israeliana per un commento.

Secondo Sabah, la mattina dopo l’attacco sono arrivate forze israeliane “per ispezionare la zona.” Una portavoce dell’esercito israeliano ha detto a Ma’an che avrebbe preso in considerazione ogni rapporto su quanto avvenuto.

Nelle prime ore dell’alba di mercoledì le forze israeliane hanno fatto irruzione nel villaggio di Kobar, arrestando il padre e lo zio dell’aggressore di Halamish, il diciannovenne Omar al-Abed. Anche altre tre persone del villaggio sono state arrestate durante scontri che hanno lasciato 15 feriti, alcuni con ferite da arma da fuoco.

La scorsa settimana circa 200 coloni dell’insediamento di Halamish hanno attaccato il villaggio di Kobar. Le forze israeliane hanno risposto reprimendo violentemente gli scontri scoppiati tra i coloni ed i residenti palestinesi, con un bilancio di un palestinese ferito da proiettili veri sparati dall’esercito israeliano. Più di circa 600.000 coloni israeliani abita nei territori palestinesi occupati in violazione delle leggi internazionali. La comunità internazionale ha ripetutamente definito la loro presenza e la loro popolazione in aumento il principale impedimento per una possibile pace nella regione.

Sabato l’ONU ha informato che dopo una riduzione delle aggressioni dei coloni contro i palestinesi durante tre anni, la prima metà del 2017 ha mostrato il maggiore aumento di questi attacchi, con 89 incidenti documentati finora nell’anno.

“Su base mensile ciò rappresenta un incremento dell’88% rispetto al 2016,” ha detto l’ONU. Gli attacchi durante questo periodo hanno comportato la morte di tre palestinesi.

I media israeliani hanno informato che anche lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interna israeliano, ha messo in guardia il governo israeliano sull’allarmante tendenza e gli ha “chiesto di adottare urgenti misure per evitare un’ulteriore peggioramento,” secondo l’ONU.

Attivisti e gruppi per i diritti umani palestinesi hanno a lungo accusato Israele di favorire una “cultura dell’impunità” per i coloni ed i soldati israeliani che commettono violenze contro i palestinesi.

Secondo l’ong israeliana Yesh Din, negli ultimi tre anni le autorità israeliane hanno incriminato solo nell’8,2% dei casi i coloni israeliani che hanno commesso reati contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata.

Al contempo palestinesi che avrebbero o hanno attaccato israeliani sono spesso uccisi sul posto, cosa nella quale i gruppi per i diritti umani hanno ravvisato “esecuzioni extragiudiziarie”, o hanno affrontato lunghe condanne alla prigione.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 2 maggio – 15 maggio (due settimane)

Quattro aggressioni e tentate aggressioni con coltello contro le forze israeliane hanno provocato l’uccisione di due sospetti aggressori: un minore palestinese e un cittadino della Giordania; oltre al ferimento di un israeliano e di due palestinesi.

Il 7 maggio, nella città vecchia di Gerusalemme, le forze israeliane hanno sparato e ucciso una ragazza palestinese di 16 anni che, secondo fonti ufficiali israeliane, avrebbe tentato di accoltellare un gruppo di poliziotti. B’Tselem, organizzazione israeliana dei diritti umani, ha affermato che, sebbene la ragazza brandisse un coltello, “si era fermata a diversi metri dagli ufficiali, [e] non rappresentava un pericolo per loro”. Ad oggi, nel 2017, in Cisgiordania questo è il sesto minore palestinese ucciso dalle forze israeliane nel contesto di aggressioni, presunte aggressioni e scontri. Sempre a Gerusalemme, il 13 maggio, un cittadino giordano 57enne (rifugiato palestinese) ha pugnalato e ferito un poliziotto israeliano e successivamente è stato colpito e ucciso. Inoltre, in base ai resoconti dei media israeliani, il 10 e 15 maggio, in due distinti episodi, presso il checkpoint di Salem (Jenin) e nella zona H2 della città di Hebron, le forze israeliane hanno sparato e ferito due giovani palestinesi che avrebbero tentato di accoltellare dei soldati israeliani.

Nel periodo in esame [2-15 maggio], in Cisgiordania le violenze e gli scontri con le forze israeliane sono aumentati: una giovane palestinese è stata uccisa ed altri 255 palestinesi, di cui 26 minori, sono stati feriti. La maggioranza degli scontri si è verificata il 15 maggio, durante le manifestazioni per commemorare il 69° anniversario di quello che i palestinesi chiamano “An Nakba” [= la catastrofe, cioè la proclamazione unilaterale, nel 1948, della nascita dello Stato di Israele], così come durante le manifestazioni in solidarietà con i palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, che sono in sciopero della fame da più di 30 giorni per protestare contro le loro condizioni di detenzione. La giovane (di cui sopra) è una palestinese di 22 anni, uccisa con arma da fuoco durante gli scontri scoppiati nel villaggio di Nabi Salah (Ramallah), nel corso della manifestazione settimanale contro l’acquisizione di terre da parte di coloni israeliani. Almeno 35 dei feriti (14%) sono stati colpiti da armi da fuoco, mentre la maggior parte dei rimanenti ha subito lesioni da inalazione di gas lacrimogeni (circa il 40%) e da proiettili di gomma (quasi il 30%).

In numerosi checkpoints della Cisgiordania sono stati rilevati lunghi ritardi che hanno reso difficile l’accesso ai servizi e ai luoghi di lavoro. Durante il periodo di riferimento, nel contesto di crescenti tensioni e violenze, le forze israeliane hanno dispiegato almeno 160 “checkpoint volanti” ad hoc, più che raddoppiando la media bisettimanale registrata dall’inizio dell’anno; tra questi i “checkpoint volanti” allestiti agli ingressi principali delle città di Qalqiliya, Hebron e Betlemme. Inoltre, in diversi momenti di questo periodo, 40 checkpoint parziali (cioè non presidiati in modo permanente) sono stati attivati e presidiati da soldati che fermavano i veicoli palestinesi per effettuare controlli e ricerche.

Il 15 maggio, nel mare a nord-ovest della città di Gaza, le forze navali israeliane hanno aperto il fuoco contro una barca da pesca, uccidendo un pescatore di 23 anni. Secondo il Centro Palestinese per i Diritti Umani, l’episodio si è verificato a circa tre miglia nautiche dalla costa [cioè in zona non vietata da Israele]. In almeno altre 22 occasioni, le forze navali israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento in direzione di pescatori che navigavano nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA): in uno dei casi hanno ferito un pescatore. All’inizio di questo mese, e fino al 7 giugno, in occasione della stagione della pesca delle sardine, nella parte meridionale della Striscia di Gaza, i militari israeliani hanno esteso la zona di pesca consentita, portandola da sei a nove miglia nautiche; viceversa, lungo la costa settentrionale, l’accesso oltre le sei miglia è rimasto precluso. Dall’inizio del 2017 ad oggi ci sono già stati, in mare, almeno 133 casi di apertura del fuoco: il bilancio è di un morto [vedi sopra] e otto feriti.

In Area C e Gerusalemme Est, per mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito 13 strutture palestinesi sfollando 22 persone e colpendo i mezzi di sostentamento di altre 40. Nove delle strutture abbattute si trovavano a Gerusalemme Est; sei di queste ultime erano collocate nella comunità di Al Walaja, nella parte illegalmente annessa ad Israele e dove le autorità israeliane hanno recentemente ripreso la costruzione della Barriera. Le altre quattro strutture demolite erano in Area C, nelle comunità di Al Jiftlik (valle del Giordano) e di Ar Ram (governatorato di Gerusalemme).

Due palestinesi sono stati feriti e strutture agricole sono state vandalizzate in episodi di cui sono stati protagonisti coloni israeliani. Nella zona H2 della città di Hebron, coloni israeliani hanno fisicamente aggredito e ferito il Direttore della scuola elementare di Qurtuba; nei pressi dell’insediamento colonico di Kiryat Arba (Hebron), un palestinese è rimasto ferito dai frammenti di vetro della sua auto contro la quale coloni israeliani avevano lanciato pietre. Gli agricoltori dei villaggi di Al Khadr (Betlemme) e Qusra (Nablus) hanno riferito che una recinzione e due serbatoi per l’acqua sono stati vandalizzati da coloni israeliani, rispettivamente di Ahiya e di Alon Shevut.

Secondo resoconti di media israeliani, cinque coloni israeliani sono stati feriti e almeno dieci veicoli sono stati danneggiati in diversi casi di lancio di pietre e bottiglie incendiarie ad opera di palestinesi, nei pressi di Gerusalemme, Ramallah, Hebron e Betlemme.

È rimasta ferma la Centrale elettrica di Gaza, chiusa il 17 aprile per esaurimento delle proprie riserve di carburante; perdurano così i tagli di 20-22 ore giornaliere alla erogazione di energia elettrica. L’approvvigionamento elettrico dall’Egitto, dopo la riparazione dei guasti alle linee elettriche, è ripreso temporaneamente il 7 maggio, ma è stato nuovamente interrotto il 12 maggio. Questa situazione continua a compromettere la fornitura dei servizi essenziali, operanti ai livelli minimi e affidati al funzionamento di generatori elettrici di emergenza.

Il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato eccezionalmente aperto in una direzione per quattro giorni durante il periodo (6-9 maggio), consentendo a 3.068 palestinesi di entrare a Gaza. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 20.000 persone, tra cui casi umanitari, sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah.

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Ultimi sviluppi

Secondo le prime notizie dei media, il 18 maggio, durante una protesta nella città di Huwwara (Nablus), un colono israeliano ha sparato, uccidendo un 23enne e ferendo un fotografo, entrambi palestinesi.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it