Sono tornati in Cisgiordania i coloni che Israele aveva evacuato nel 2005

Majd Jawad

5 gennaio 2026 Mondoweiss

Israele ha iniziato a ricostruire le quattro colonie evacuate nel 2005 dalla Cisgiordania settentrionale. I coloni e l’esercito stanno cercando di espellere i palestinesi che vivono nella zona, rendendo la terra “impossibile da abitare”, affermano gli abitanti.

Muhammad Jaradat non avrebbe mai immaginato che il 2025 sarebbe stato l’ultimo anno in cui avrebbe potuto visitare le colline della Cisgiordania settentrionale con il suo gruppo di escursionisti.

“Tornavamo una o due volte l’anno, colpiti dalla bellezza dei carrubi e delle querce”, ha detto con pacato dolore.

Jaradat, fondatore del gruppo Tijawal wa Tirhal di Jenin, racconta che con i suoi compagni di escursione si erano presi la libertà di esplorare le ondulate pianure e le foreste che punteggiano il paesaggio che si estende intorno a Jenin. “La nostra prima escursione è stata nelle terre di Umm al-Tout quasi 13 anni fa”, ha raccontato a Mondoweiss. “Eravamo soliti esplorare anche le terre di Jenin, Sanur e Raba”.

“Non camminiamo solo per svago”, ha detto Jaradat. “Camminiamo per affermare il nostro diritto su queste colline. Ogni carrubo ha un nome. Ogni collina porta con sé una storia”. Le aree visitate da Jaradat e dal suo gruppo erano occupate illegalmente dalle quattro colonie israeliane di Ganim, Kadim, Homesh e Sa-Nur, prima che Israele le evacuasse unilateralmente nel 2005, in seguito all’approvazione della cosiddetta Legge sul Disimpegno.

Ma le colonie ci sono di nuovo e l’accesso alle terre palestinesi circostanti è stato progressivamente limitato dalle autorità israeliane a partire dal 2023, quando la Knesset israeliana ha avviato il processo di ri-legalizzazione delle colonie attraverso successivi emendamenti alla Legge sul Disimpegno del 2005.

Da allora, il governo israeliano ha legalizzato retroattivamente 19 avamposti di insediamento in ​​Cisgiordania, incluse le quattro colonie evacuate nel nord. Sul piano giuridico Israele ha di fatto annullato la Legge sul Disimpegno avendola revocata del tutto nel luglio 2024. Dopo un anno Israele ha annunciato l’intenzione di costruire 22 nuove colonie a giugno, anche dove un tempo si trovavano Sa-Nur e Homesh.

L’obiettivo di questa mossa fa parte dell’intenzione più ampia complessiva di Israele di annettere ampie zone della Cisgiordania dopo aver costretto i suoi abitanti ad abbandonare le loro terre. Intende farlo rendendo la vita insopportabile ai palestinesi nelle aree destinate alla ri-colonizzazione, finché non se ne andranno “volontariamente”.

Sanur e Homesh: le colline sopra Nablus e Jenin

Il villaggio palestinese di Sanur, situato in cima a Tal al-Tarsala, da tempo ricopre un’importanza strategica per l’esercito israeliano. Situato su un terreno elevato nella Cisgiordania settentrionale, domina le principali strade che collegano Jenin e Nablus. La vicina ex colonia israeliana di Sa-Nur, che ha preso il nome dal villaggio palestinese, in precedenza profittava della presenza di un’importante base militare che controllava ampie zone della regione prima del disimpegno del 2005.

A seguito della recente decisione del governo israeliano di rioccupare l’area, un reparto militare è stato schierato nell’area intorno a Sanur, in preparazione della creazione di una base militare permanente e per facilitare il ritorno delle famiglie dei coloni.

L’operazione fa parte del piano più ampio di trasferire il quartier generale della Brigata Menashe, l’unità militare israeliana responsabile della Cisgiordania settentrionale, dall’interno di Israele al territorio occupato.

Un’altra parte dei preparativi riguarda la costruzione della cosiddetta “Variante di Silat”, una strada finanziata con circa 20 milioni di shekel [circa 5 milioni e mezzo di euro] dal Ministero delle Finanze israeliano sotto la direzione di Bezalel Smotrich del Partito del Sionismo Religioso.

La scorsa settimana Smotrich ha annunciato l’avvio dei piani per la costruzione di 126 nuove unità abitative nell’ambito della rinata colonia di Sa-Nur, descrivendo l’iniziativa come “correzione di un’ingiustizia storica” ​​e “l’attuazione di una visione sionista sul campo”. Ha sottolineato che il ritorno a Sa-Nur non avverrà attraverso slogan, ma attraverso “piani, budget, strade e passi concreti”.

Unaltra colonia destinata a rinascere è Homesh, costruita su terreni appartenenti ai villaggi palestinesi di Burqa, Silat al-Dhahr e Bazariya. Homesh occupa una collina altrettanto strategica tra Jenin e Nablus, e la sua evacuazione nel 2005 è stata fortemente osteggiata dai coloni. Da allora, il sito è rimasto un punto di costante scontro tra palestinesi e coloni, spesso sostenuti dall’esercito.

Ma oggi le schermaglie con i coloni non sono più necessarie perché i palestinesi delle vicinanze si sentano minacciati: il semplice fatto di avvicinarsi ai propri terreni agricoli è spesso sufficiente per provocare l’arrivo dei soldati israeliani.

Negli ultimi anni gli abitanti di Burqa, Silat al-Dhahr e Bazariya hanno documentato decine di episodi in cui contadini e pastori sono stati oggetto di aggressioni verbali e fisiche.

Ahmad Abu Fahd, un contadino di Silat al-Dhahr, afferma che negli ultimi anni l’accesso alla sua terra è stato fortemente limitato. “Ogni mattina ci poniamo la stessa domanda: ci sarà permesso oggi raggiungere la nostra terra o i coloni ci bloccheranno di nuovo?”, dice mentre scruta le colline che dominano i suoi campi. “Da quando [la colonia di] Homesh è tornata, ogni passo verso le nostre terre è diventato un azzardo. A volte arrivano con la protezione dell’esercito. A volte ci inseguono, lanciano pietre e ci costringono ad andarcene a mani vuote”.

Per le comunità che circondano Homesh la minaccia va oltre le ferite fisiche o i danni ai raccolti. L’imprevedibilità stessa – non sapere mai quando la terra sarà accessibile, quando arriveranno i soldati o quando scoppierà la violenza – è diventata uno strumento di dominio.

“Non hanno bisogno di espellerci tutti in una volta”, ha detto a Mondoweiss un abitante che ha preferito rimanere anonimo. “Rendono semplicemente invivibile la terra.”

Kadim e Ganim: il fianco scoperto di Jenin

A metà dicembre gli abitanti di Jenin sono rimasti sorpresi dalle luci intense che brillavano sulle colline di Ganim e Kadim. Non si trattava degli accampamenti temporanei che i coloni avevano occasionalmente eretto in precedenza, ma di celebrazioni organizzate da gruppi di coloni in occasione di festività religiose ebraiche, che chiedevano apertamente una rinnovata presenza ebraica in loco.

La cosa è accaduta solo pochi giorni dopo la decisione di Israele di consentire loro di tornare sul posto, segnando il primo passo verso il ripristino del controllo con due colonie situate a poche centinaia di metri dalle case palestinesi nei quartieri orientali di Jenin.

Nelle ultime settimane l’area di Jenin e altre parti della Cisgiordania settentrionale sono state sottoposte a un’ampia operazione militare israeliana volta a creare una “nuova realtà di sicurezza” nell’area, che avrebbe consentito il ripristino delle colonie già evacuate. La campagna militare ha suscitato la condanna internazionale dopo uno specifico episodio a Jenin in cui soldati israeliani sono stati ripresi dalle telecamere mentre giustiziavano due uomini palestinesi che si erano già arresi all’esercito.

Prima del 2005 le colonie di Ganim e Kadim erano state fondate con uno scopo sia di sicurezza che agricolo e in seguito si sono gradualmente evolute in comunità residenziali permanenti che ospitavano famiglie di coloni religiosi e nazionalisti. L’esercito israeliano forniva protezione e infrastrutture essenziali, strade, elettricità e acqua, contribuendo a consolidare la presenza delle colonie sul territorio.

Prima della decisione di ritirarsi, gli abitanti palestinesi della zona ricordano che l’attività militare su queste colline e nei dintorni precedeva spesso le incursioni a Jenin. Secondo loro le colonie non erano mai semplicemente siti civili, ma luoghi in cui la presenza di soldati spesso segnalava un raid imminente.

Con la chiusura delle strade dirette, in assenza di percorsi alternativi accessibili, spostamenti che un tempo coprivano solo quattro chilometri si sono tramutati in deviazioni di decine di chilometri. Quando le colonie furono evacuate nel 2005, le loro strutture prefabbricate furono smantellate e rimosse, lasciando il terreno bonificato ma ben lungi dall’essere restituito ai proprietari palestinesi.

I tentativi dei coloni di tornare a Ganim, Kadim, Homesh e Sanur hanno perseguito una strategia deliberata e cumulativa. Tutto è iniziato con ripetute incursioni nei siti evacuati, in particolare a Homesh, dove negli ultimi anni i coloni si accampavano per la notte e erigevano tende temporanee sotto la protezione dell’esercito.

I ripetuti tentativi di rioccupare la cima della collina hanno portato nel 2007 alla formazione dei gruppi di coloni “Homesh First”, che periodicamente tornavano sulla cima con l’aiuto di reti di coloni che fornivano cibo, acqua e assistenza logistica, consentendo a un gruppo consistente, sebbene ufficialmente illegale, di radicarsi.

Questa presenza si è poi espansa attraverso la fondazione di istituzioni religiose ed educative, in particolare la yeshiva [scuola religiosa, ndt.] di Homesh. Ciò che era iniziato con le tende si è gradualmente evoluto in roulotte, segnando un chiaro passaggio verso una colonia civile permanente e segnalando la trasformazione di Homesh da sito militare formalmente evacuato a una colonia civile di fatto.

Secondo un rapporto di Yesh Din Volunteers for Human Rights, tra il 2015 e il 2018 la presenza di coloni in zone soggette a restrizioni è stata documentata più di 40 volte, talora in gruppi di decine o centinaia. Le indagini della polizia sulla presenza di coloni su terreni palestinesi privati ​​sono state sistematicamente chiuse, a dimostrazione della tolleranza istituzionale per queste violazioni della legge.

Tra il 2017 e il 2020 Yesh Din ha documentato 21 episodi di violenza scoppiati nel sito di Homesh, contro palestinesi di Burqa, Silat al-Dhahr, al-Funduqomiya e Bazariya.

Sul campo sono state tracciate nuove strade per le colonie e nei quattro siti sono state installate infrastrutture temporanee. Amir Dawud, ricercatore della Commissione per la Resistenza al Muro e alle Colonie dell’Autorità Nazionale Palestinese, spiega che queste strade sono progettate per impedire agli agricoltori l’accesso alle loro terre, interrompere la continuità geografica nel nord e frammentare lo spazio palestinese in preparazione di nuove colonie non solo come enclave civili, ma anche come zone militari.

Resistenza popolare e continui ritorni

Nonostante la dura realtà, i palestinesi continuano ad affermare la loro presenza. Muhammad Jaradat racconta delle iniziative guidate dai giovani per ripiantare gli alberi sradicati dai coloni e organizzare campagne di pulizia nelle aree evacuate prima di nuove chiusure.

“Prima della decisione di ricostituire le colonie usavamo queste terre come spazi condivisi”, ricorda Jaradat. “Le famiglie venivano per i picnic, i bambini giocavano a calcio e la comunità si riuniva per piccoli eventi. Abbiamo anche lavorato per restaurare vecchie case vicino a Ganim e Kadim e organizzato attività culturali e sportive. Era un lavoro silenzioso, ma ogni passo manifestava l’intenzione di confermare la nostra presenza e il nostro legame con la terra nonostante le restrizioni militari”.

A Homesh, il più conteso dei quattro siti, i proprietari terrieri del villaggio palestinese di Burqa hanno presentato una petizione all’Alta Corte di Giustizia israeliana chiedendo il pieno e illimitato accesso ai loro terreni privati ​​nell’ex colonia. I ricorrenti chiedevano non solo il ripristino dei loro diritti di proprietà, ma anche garanzie per la loro sicurezza, avviando una lunga serie di procedimenti legali volti a garantire sia l’accesso ai loro terreni che la protezione da potenziali minacce.

La battaglia legale si è rivelata un successo che esiste però solo sulla carta. L’ordinanza di sequestro è stata revocata e l’area è stata rimossa dall’elenco delle località elencate nei consigli regionali [che gestiscono dal punto di vista amministrativo le colonie, ndt.], ma nella pratica permane la presenza israeliana in una colonia illegale e non autorizzata.

Lo stesso vale per le altre colonie, che creano di fatto una presenza di coloni che colpisce direttamente i proprietari terrieri palestinesi: intorno a Sanur gli agricoltori che tentano di coltivare i loro terreni o raccogliere le olive sono regolarmente soggetti a complessi regimi di permessi e a frequenti dinieghi di accesso.

Secondo Dawud la ricostruzione delle colonie di Homesh, Sa-Nur, Ganim e Kadim è un microcosmo della visione più ampia di Israele per la Cisgiordania.

“Israele cerca di creare cantoni isolati circondati da insediamenti e basi militari”, spiega, aggiungendo che ciò creerebbe una “cintura di sicurezza” che separa la Cisgiordania settentrionale e centrale e mina ogni possibilità di sovranità palestinese.

Tuttavia i contadini continuano a tornare.

“Le foreste di Umm al-Tout e le colline di Tal al-Tarsala continueranno ad assistere a questa lotta tra volontà diverse”, ha detto Jaradat. ” Aspettano il giorno in cui l’escursionismo tornerà senza il timore del proiettile di un cecchino o della pietra di un colono. Allora i carrubi e le querce torneranno ai loro legittimi custodi”.

Majd Jawad è un giornalista e ricercatore di Jenin, Palestina, con un master in Democrazia e Diritti Umani conseguito presso l’Università di Birzeit e una laurea triennale in giornalismo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Morte di un villaggio

Yigal Bronner

11 luglio 2025, London Review of Books

Quando i coloni sono entrati nel villaggio palestinese di Mu’arrajat, tutti sapevamo che cosa sarebbe successo subito dopo. Quello che è successo tante e tante volte in Cisgiordania. Invasione, molestie, furti e terrore, fino al raggiungimento dell’obiettivo non nascosto: ripulire l’area dai non-ebrei. Io e gli altri attivisti che erano con me però non potevamo smettere di tentare. Quindi alle 22.30 del 2 luglio alcuni di noi sono partiti da Gerusalemme e hanno percorso la strada tortuosa che scende verso la valle del Giordano. Mu’arrajat prende il nome da quelle curve. O lo prendeva.

Verso sera diverse decine di coloni dai vicini avamposti illegali si sono radunati nel villaggio. Alcuni sono arrivato con materiale da campeggio, altri hanno portato un gregge di pecore. Poi hanno fatto irruzione nelle case dei palestinesi. In una hanno spostato i mobili nella veranda, si sono seduti e hanno fatto come se fossero a casa propria. Un altro gruppo ha fatto uscire un gruppo di sessanta capre e pecore dal recinto di Ibahim e le ha portato via dal villaggio. Nessuno ha più rivisto quegli animali. Un terzo gruppo ha tagliato la corrente a una delle case. Dentro c’erano donne e bambini. Terrorizzati che venisse dato fuoco alla loro casa sono scappati portando con sé solo i vestiti che avevano addosso. I coloni sono entrati e hanno rubato soldi e oggetti di valore.

I leader di questo attacco ben orchestrato, uomini provenienti dalle colonie e dagli avamposti intorno al villaggio, erano sul posto e davano ordini. Ma la maggior parte degli aggressori erano degli adolescenti, i cosiddetti “giovani delle colline” che sono alla testa del crescente movimento di supremazia ebraica in Israele.

Siamo arrivati al villaggio dopo che il gregge di pecore era stato rubato ma prima dell’attacco alla casa a cui era stata tagliata la corrente. La polizia era stata chiamata ma non si vedeva da nessuna parte. L’ho chiamata alle 23.48. Hanno detto che stavano arrivando. L’ho chiamata di nuovo a mezzanotte e 34 minuti, spiegando in dettaglio il pericolo che correvano le famiglie palestinesi, gli attivisti (i coloni stavano lanciando pietre ai miei colleghi e li colpivano con delle mazze) e le proprietà. “Cosa state aspettando” ho chiesto. “Che succeda qualche disgrazia? Perché non mandate una macchina della polizia? Vi abbiamo chiamato molte volte!” Mi è stato rimproverato di avere un tono isterico e mi hanno detto di aspettare pazientemente, perché le forze di sicurezza stavano arrivando. Anche altri avevano chiamato e ricevuto risposte simili. La polizia non è mai arrivata.

A Gerusalemme un’avvocata che rappresenta il villaggio stava preparando una richiesta urgente alla Corte Suprema di Israele di emettere un ordine che imponesse alla polizia e l’esercito di rimuovere i coloni invasori. Ci mandava continue richieste di aggiornamento. Le mandavamo continue risposte. La richiesta è stata presentata il giorno seguente, ma il giudice della Corte Suprema Alex Stein ha detto che non c’era motivo di intervenire, data che si presumeva che le forze di sicurezza avrebbero agito per preservare l’ordine. L’avvocata ha fatto ricorso, che è stato nuovamente respinto. Non ci sarebbe stato nessun intervento della polizia, dell’esercito o dei tribunali, come i leader dei coloni ben sapevano. Hanno detto ai palestinesi che avevano 24 ore per andarsene, o sarebbe stato peggio per loro.

I residenti conoscevano la procedura. La stessa che avevano visto in tutta la Cisgiordania. Alla fine di maggio la stessa cosa era successa a Mahayer al-Dir: i coloni avevano stabilito un avamposto nel villaggio, avevano attaccato i residenti e svaligiato le loro case; anche lì la polizia e i tribunali non erano intervenuti quando i coloni avevano dato i loro ultimatum. Gli abitanti del villaggio che avevano tardato a fare i bagagli erano stati picchiati dai coloni, e diversi tra loro erano finiti in ospedale con ferite gravi. I residenti di Mu’arrajat, che avevano amici e familiari a Maghayer al-Dir, non hanno aspettato fino alla mattina per andarsene. L’ultimatum dei coloni è stato rispettato entro le 24 ore. Le case erano state smantellate, i beni di prima necessità impacchettati e portati via, la scuola svuotata. Tutti i 250 residenti se ne sono andati.

Ne ho conosciuto bene alcuni durante gli ultimi cinque anni. Ho parlato con Alia ogni volta che iniziavo il turno di notte, di modo che sapesse chi chiamare in caso di emergenza. Suliman mi chiamava quasi tutte le notti, quando i coloni prendevano a pugni la sua porta di casa. Erano vessati, invasi e terrorizzati; i coloni hanno dato fuoco alla moschea del villaggio; nonostante questo hanno mantenuto la loro dignità. Ho visto i villaggi intorno a loro cadere uno dopo l’altro, ma loro continuavano a resistere. Adesso anche loro sono dispersi, senza casa, sradicati.

I coloni, nel frattempo, stanno celebrando un’altra vittoria nei social media: l’espulsione di un’altra comunità di “nemici” o “invasori”, come chiamano le persone la cui terra e le cui case hanno invaso e occupato. L’intera valle del Giordano è stata ebraicizzata.

Quando una persona muore, ci sono dei rituali che ci aiutano a piangerne la scomparsa, e persone che ci guidano nell’elaborazione del lutto. Ma cosa possiamo fare quando un intero villaggio è cancellato, quando la vita di un’intera comunità viene distrutta? Specialmente quando nessuno intorno a noi sembra farci caso, quando a nessuno sembra importare nulla?

Mu’arrajat non esiste più.

[traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]




Coloni israeliani hanno incendiato case, recinti per capre, sparato a residenti palestinesi in Cisgiordania

Hagar Shezaf

 24 aprile 2025 Haaretz

Gli abitanti del villaggio di Bardala hanno raccontato che i coloni sono entrati nel villaggio, seguiti dai soldati dell’IDF, che hanno poi arrestato cinque abitanti del luogo sospettati di aver lanciato pietre. “Siamo scappati da casa e non abbiamo preso nulla, tutto è andato perso”, dice un abitante del villaggio.

Secondo i testimoni, mercoledì i coloni israeliani hanno dato fuoco a case e a un recinto per il bestiame e hanno aperto il fuoco contro gli abitanti del villaggio di Bardala, nel nord della Cisgiordania.

I soldati israeliani sono entrati nel villaggio insieme ai coloni e hanno arrestato cinque palestinesi, hanno aggiunto i testimoni.

Un funzionario della sicurezza israeliana ha confermato che quattro palestinesi sono stati feriti negli scontri tra i coloni di un vicino avamposto e gli abitanti locali, aggiungendo che almeno alcune delle ferite sono state causate dagli spari dei coloni.

I residenti hanno raccontato che l’incidente è iniziato quando i coloni hanno attaccato i palestinesi che lavoravano nei terreni agricoli vicini e sono fuggiti nel villaggio chiedendo aiuto. Ahmad Jahalin, la cui casa a Bardala è stata attaccata, ha raccontato ad Haaretz che i coloni e i soldati hanno seguito i contadini nel villaggio. Ha detto che i coloni sono entrati nel complesso abitativo della sua famiglia e hanno incendiato due case, un recinto per le capre e tutti i beni presenti.

Siamo fuggiti dalla casa senza prendere nulla: né l’oro, né il kushan [titolo di proprietà], né i documenti di identità”, ha raccontato Jahalin. “Hanno bruciato tutto. Vestiti, materassi, soldi; non è rimasto nulla”.

Jahalin ha detto che durante l’incidente i soldati hanno arrestato suo figlio di 20 anni e non sa dove sia detenuto.

Il portavoce dell’IDF ha dichiarato in un comunicato di aver ricevuto una segnalazione riguardante palestinesi che lanciavano sassi contro un civile israeliano di passaggio nei pressi di Bardala, provocando uno scontro con diversi palestinesi che gli lanciavano pietre. L’esercito ha aggiunto: “Durante lo scontro sono arrivati altri civili israeliani che hanno sparato in aria”.

L’IDF ha dichiarato che quando è stata ricevuta la segnalazione, “una forza dell’esercito si è precipitata sul posto per disperdere gli scontri e ha sparato contro alcuni palestinesi per eliminare una immediata minaccia”. Secondo la dichiarazione, i soldati hanno arrestato “un certo numero di palestinesi sospettati di aver lanciato pietre”, che sono stati trattenuti per “ulteriori interrogatori da parte di ufficiali della difesa”. L’esercito ha dichiarato che sta ancora indagando sull’incidente.

Quello di mercoledì non è stato il primo assalto che la famiglia Jahalin ha subito dai coloni. Circa tre mesi fa, secondo membri della famiglia, i coloni sono entrati nel villaggio e hanno lanciato pietre contro la loro casa mentre erano all’interno.

A dicembre gli israeliani hanno stabilito un nuovo avamposto illegale vicino a Bardala. Da allora gli abitanti del villaggio hanno dovuto affrontare ripetuti attacchi violenti. Inoltre, l’IDF ha ostacolato l’accesso locale ai pascoli dopo aver recentemente costruito una strada tra il villaggio e i suoi terreni agricoli e pascoli.

A febbraio Ibrahim Sawafta, membro del consiglio del villaggio di Bardala, ha dichiarato ad Haaretz che la strada ha bloccato l’accesso di 25 famiglie alla terra, loro principale fonte di sostentamento. “Ci impediscono di seminare e di lavorare in Israele, e portano i coloni a vivere lì. Dove può andare la gente? Questo li porterà verso posizioni radicali ”, ha detto. In un altro incidente, secondo gli abitanti mercoledì sera i coloni hanno invaso Kifl Haris, un villaggio vicino ad Ariel, e hanno lanciato sassi contro le case e le auto. Nella stessa notte i coloni hanno fatto irruzione nel villaggio di Sinjil, vicino a Ramallah, dopo che le Forze di Difesa Israeliane e la Polizia di Frontiera avevano evacuato un vicino avamposto di insediamento. Gli abitanti hanno detto che i coloni hanno distrutto un edificio e un’auto nel villaggio.

( Traduzione dall’inglese di Carlo Tagliacozzo)




‘Picchiato mentre era in arresto’: Israele scarcera il regista vincitore dell’Oscar

Redazione di MEMO

25 marzo 2025 – Middle East Monitor

Le autorità di occupazione israeliane hanno rilasciato Hamdan Ballal il regista palestinese vincitore del premio Oscar dopo che ieri è stato picchiato e imprigionato dalle forze di occupazione israeliane.

Dopo aver passato una notte ammanettato e picchiato in una base militare, Hamdan Ballal è adesso libero e sta per ricongiungersi alla sua famiglia,”, ha scritto il co-regista israeliano del film Yuval Abraham in un post sul social media X [precedentemente Twitter, ndt.].

Condividendo una fotografia di Ballal su Instagram, il loro co-regista Basil Adraa ha scritto: “Hamdan è stato scarcerato ed è adesso in un ospedale di Hebron per essere curato. È stato picchiato dai soldati e dai coloni su tutto il corpo. Durante la scorsa notte nella base militare i soldati lo hanno lasciato bendato e ammanettato.”

Ballal è stato portato via dalla sua casa presso il villaggio di Susya, nella Cisgiordania occupata, dopo che ieri i coloni l’hanno attaccata. Questi ultimi non solo lo hanno picchiato, ma hanno vandalizzato la sua proprietà, hanno frantumato i vetri dell’auto e squarciato le gomme.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Uno sguardo sulla guerra di Israele contro gli attivisti stranieri che aiutano i palestinesi in Cisgiordania

Hagar Shezaf

17 novembre 2024 – Haaretz

Nell’ultimo anno il ministro della sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir ha iniziato a mettere in pratica una politica di espulsione degli attivisti stranieri filo-palestinesi, molti dei quali americani, con una serie di pretesti. Il risultato: un picco nel numero di attivisti costretti ad andarsene

Quando circa un mese fa l’attivista americano per i diritti umani Jaxson Schor, 22 anni, è stato arrestato in Cisgiordania, non capiva cosa stesse succedendo. Quella mattina era uscito con diversi altri attivisti stranieri per aiutare i palestinesi a raccogliere le olive vicino al villaggio di Qusra nella zona di Nablus quando all’improvviso i soldati lo hanno chiamato. “Mi hanno detto ‘Ciao, ciao’ e mi hanno chiesto il passaporto”, ricorda. “Gliel’ho dato e ho chiesto se c’era un qualche problema”.

I soldati gli hanno detto che non gli era permesso stare lì. “È stato molto surreale”, aggiunge, e descrive il seguito di una lunga giornata caratterizzata da interrogatori in una stazione di polizia, accuse di essere “un sostenitore di Hamas”, umiliazioni da parte della polizia e un’udienza presso la Population and Immigration Authority [Autorità su Popolazione e Immigrazione, ndt.]. Al termine della disavventura il suo visto e quello di un altro attivista arrestato insieme a lui sono stati revocati. E così i due stranieri venuti in Israele con l’intento di fare volontariato con i palestinesi si sono ritrovati espulsi dal Paese.

Non sono gli unici. L’anno scorso sempre più attivisti stranieri giunti per fare del volontariato con i palestinesi sono stati espulsi. I dati ottenuti da Haaretz mostrano che dall’ottobre 2023 almeno 16 di questi attivisti sono stati estradati da Israele dopo essere stati arrestati in Cisgiordania con l’accusa di varie violazioni.

L’avvocato Michal Pomeranz, che ha rappresentato alcuni degli attivisti espulsi, afferma che c’è stato un aumento del numero di arresti di volontari stranieri con falsi pretesti, nel tentativo di fare pressione su di loro affinché se ne andassero. “La situazione non è sorprendente alla luce del carattere dei decisori al governo, ma è esasperante”, afferma Pomeranz. “È inquietante e basata su analisi fittizie”.

Non è un caso che il numero di espulsioni sia aumentato, è anzi il risultato di una politica dichiarata del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir che viene realizzata sul campo tramite una stretta cooperazione tra l’esercito, la polizia e la Population and Immigration Authority. Nel quadro di tale politica negli ultimi mesi Ben-Gvir ha ordinato che gli attivisti stranieri vengano interrogati presso l’Unità Centrale di Polizia di Giudea e Samaria [denominazione israeliana della Cisgiordania occupata, ndt.], incaricata dei crimini gravi nel distretto di polizia che controlla i territori della Cisgiordania.

Parallelamente la sottocommissione della Knesset per la Giudea e la Samaria, guidata dal parlamentare Tzvi Succot (Partito del Sionismo Religioso), si è occupata ampiamente e approfonditamente della questione. Negli ultimi mesi la sottocommissione ha dedicato almeno cinque sessioni alla questione e ha invitato a partecipare rappresentanti dell’esercito e della polizia. Secondo Succot in queste sessioni i rappresentanti dell’esercito hanno riferito che ai soldati è stato chiesto di fotografare gli attivisti e i loro passaporti e di consegnare gli attivisti o la loro documentazione alla polizia.

La collaborazione fattiva dell’esercito è fondamentale, poiché sono i soldati che, per la maggior parte, eseguono gli arresti sul campo. Un documento ottenuto da Haaretz indica che l’esercito non esita a mettere in pratica la visione di Ben-Gvir e Succot. Nel documento, una lettera del GOC [comandante generale dell’esercito) Avi Bluth inviata dal Comando Centrale a una coalizione di organizzazioni di sinistra chiamata Olive Picking Partners Forum [forum degli attivisti volontari nella raccolta delle olive, ndt.], si afferma esplicitamente che “Il Comando Centrale impedirà e farà rispettare [sic] l’ingresso di attivisti stranieri che arrivano nei siti di raccolta delle olive con l’obiettivo di creare attriti”. In risposta a una domanda di Haaretz il portavoce dell’esercito israeliano ha negato che ci siano istruzioni ai soldati di arrestare gli attivisti stranieri.

Nel frattempo sembra che la collaborazione sia produttiva: la polizia riferisce che dall’inizio di quest’anno sono stati indagati 30 attivisti stranieri. Secondo i dati ottenuti da Haaretz, la maggior parte di coloro che sono stati espulsi sono stati interrogati con l’accusa di aver commesso reati minori come ostacolare un agente di polizia o un soldato durante lo svolgimento dei suoi doveri o la disobbedienza a un ordine in un’area militare interdetta. Tuttavia, alcuni sono stati indagati anche per reati più gravi come il sostegno a un’organizzazione terroristica o l’istigazione.

Dopo l’interrogatorio alcuni dei detenuti sono stati inviati a un’udienza presso la Population and Immigration Authority e successivamente espulsi, in quanto sospettati di aver commesso reati e col pretesto di violazione delle condizioni del loro visto. Altri non sono stati formalmente espulsi ma costretti di fatto a lasciare il Paese dalla polizia, che ha trattenuto i loro passaporti fino a quando non hanno presentato un biglietto aereo. In tutti i casi nella dichiarazione rilasciata sugli arresti la polizia si è assicurata di segnalarli come “anarchici”, assecondando la politica del ministro Ben-Gvir.

Sospetto: sostegno al terrorismo

Schor afferma che da quando è arrivato in Cisgiordania in agosto la maggior parte della sua attività lì consisteva nel fornire una “presenza protettiva”, ovvero accompagnare le comunità palestinesi con l’obiettivo di proteggere gli abitanti dall’esercito o dai coloni. Questo, dice, è ciò che stava facendo alla fine dell’estate quando è stato arrestato e gli è stato confiscato il passaporto. Per tre ore è stato trattenuto sul posto, mentre attivisti di destra documentavano l’arresto e dicevano agli amici di Schor che era proibito filmare o scattare foto e che lo avrebbero “buttato fuori” da Israele.

Uno di loro era Bnayahu Ben Shabbat, dell’organizzazione di destra Im Tirtzu. Alla fine è arrivata la polizia e hanno ammanettato i due volontari. Solo allora, afferma Schor, gli è stato detto che l’area era stata designata come zona militare interdetta. A quel punto è stato trasferito alla stazione di polizia, gli è stato sequestrato il cellulare e gli è stato comunicato che era in arresto con l’accusa di aver ostacolato un soldato nello svolgimento dei suoi compiti, di aver violato un ordine relativo ad un’area militare interdetta e di aver sostenuto un’organizzazione terroristica.

Durante l’interrogatorio gli è stato chiesto cosa stesse facendo in Cisgiordania, chi gli avesse indicato dove recarsi e chi fosse il “capo” della raccolta delle olive. Aggiunge che chi faceva da interprete in simultanea era inesperto e che gli ha persino urlato contro. In seguito a Schor è stato chiesto se avesse partecipato a una manifestazione di Hamas contro Israele, e ha risposto negativamente. Mi hanno detto che stavo mentendo e che ero venuto per combattere gli ebrei e per svolgere azioni terroristiche e che mi avrebbero cacciato dal Paese”, racconta. “Mi hanno chiesto più e più volte se stessi combattendo contro gli ebrei”.

Dopo di che hanno mostrato a Schor quattro sue fotografie. Dice che una di queste era stata scattata da un soldato, un’altra da un colono, una terza era stata presa da un social network e la quarta da un sito di notizie che aveva pubblicato la documentazione di una manifestazione a Ramallah a cui aveva partecipato qualche giorno prima. Ciò ha suscitato il sospetto che fosse stato pedinato anche prima del suo arresto. Alla fine dell’interrogatorio, racconta Schor, un poliziotto gli ha chiesto se fosse un anarchico e se fosse ebreo e gli ha detto: “Noi c’eravamo prima di te e Israele starà qui dopo di te”, e poi ha aggiunto: “Ti butteremo fuori da Israele per sempre”.

Dalla stazione di polizia Schor e l’altro attivista arrestato con lui sono stati portati per un’udienza presso la Population and Immigration Authority, dove i loro visti sono stati revocati. Nell’ultimo anno altri tre attivisti sono stati espulsi da Israele con una procedura simile, in seguito ad un’udienza ufficiale presso l’Authority. Ad altri sette è stato confiscato il passaporto dalla polizia, ed è stato restituito solo dopo la presentazione di un biglietto aereo; a tre è stato offerto il rilascio durante l’indagine a condizione che lasciassero il Paese e a uno, un ebreo britannico di nome Leo Franks, non è stato rinnovato il visto. Successivamente il suo passaporto è stato confiscato e la procedura che aveva iniziato per l’aliyah, l’immigrazione in Israele, è stata bloccata.

Una condotta simile si ritrova anche nella trascrizione dell’udienza di un attivista inglese espulso ad aprile, arrestato a Masafer Yatta in Cisgiordania con l’accusa di aver violato un divieto relativo ad un’area militare interdetta e di aver ostacolato un soldato nello svolgimento dei suoi compiti. Durante l’udienza all’attivista è stato chiesto perché fosse venuto in Israele insieme alle seguenti domande: “Hai visto che Israele sta attaccando i palestinesi e sei venuto per questo?” “Perché sei andato in giro con una macchina fotografica e hai scattato foto ai soldati? Ci sono delle ragioni particolari?” “Vuoi documentare gli attacchi dei soldati contro i palestinesi?”

Secondo l’avvocato Pomeranz, la Population and Immigration Authority non era tenuta ad accettare le considerazioni della polizia riguardo agli attivisti, specialmente nei casi in cui non erano stati portati in tribunale per la custodia cautelare o non erano stati incriminati. L’udienza presso l’Authority ha lo scopo di consentire loro di esporre le loro versioni e servire da premessa per giungere alla decisione se espellerli o meno.

Donne aggredite’

Gli attivisti in Cisgiordania provengono da vari Paesi, tra cui Stati Uniti, Belgio e Inghilterra: alcuni di loro affermano di aver sentito parlare per la prima volta della possibilità di andarci tramite post sui social media, altri grazie a conoscenze. I loro numeri non sono molto alti, con una stima di poche decine di arrivi ogni anno.

Il numero raggiunge il picco con l’avvicinarsi della stagione della raccolta delle olive, che è considerata a rischio. Nell’ultimo anno, affermano gli attivisti, il loro numero è cresciuto. Molti sono arrivati ​​di recente in risposta a un appello dell’organizzazione palestinese Faz3a (Fazaa), che mette in contatto gli attivisti stranieri con le comunità palestinesi minacciate. Altri sono collegati al più veterano e noto International Solidarity Movement (noto come ISM), in parte perché nel 2003 una delle sue attiviste, Rachel Corrie, è stata uccisa da un bulldozer dell’IDF nella Striscia di Gaza. Un’altra delle sue attiviste, Ayşenur Ezgi Eygi, una donna turco-americana, è stata uccisa a settembre a Beita, vicino a Nablus, dal fuoco vivo dell’esercito israeliano.

Di recente il lavoro degli attivisti stranieri in Cisgiordania si è insediato in un appartamento nel villaggio di Qusra. L’11 ottobre i soldati dell’IDF hanno sfondato la porta e perquisito il posto. Secondo gli attivisti i soldati hanno rovistato tra i loro effetti personali, fotografato i loro passaporti e arrestato un attivista palestinese residente nel villaggio. Inoltre, affermano, i soldati hanno esaminato le lettere scritte dagli attivisti che se ne erano andati.

Sebbene non siano qui da molto alcuni degli attivisti hanno già sperimentato violenze estreme. Ad esempio Vivi Chen, una residente del New Jersey giunta in Cisgiordania a luglio, afferma di aver già assistito a due aggressioni da parte di coloni che l’hanno segnata. “Sono rimasta così sorpresa perché loro [i coloni] erano ragazzi adolescenti e stavano aggredendo con tutta la loro forza donne che avrebbero potuto essere le loro madri”, afferma riferendosi ad un fatto avvenuto il 21 luglio a Qusra. Riguardo ad un altro più grave incidente racconta che cinque giovani palestinesi sono stati colpiti da proiettili veri, alcuni sparati dall’esercito.

Un’altra attivista, Lu Griffen, una siriana-americana di 22 anni, racconta che il 4 settembre, durante la sua seconda settimana in Cisgiordania, è stata violentemente aggredita dai coloni mentre accompagnava un pastore a Qusra. “Hanno iniziato a lanciarci pietre. Stavo correndo e una pietra mi ha colpito la testa e me l’ha spaccata”, racconta. Ricorda che anche dopo essere caduta i coloni hanno continuato a lanciare pietre su di lei e hanno spruzzato su di lei e gli altri dello spray al peperoncino.

Griffen spiega di essere stata attratta dall’attivismo in Cisgiordania dopo aver partecipato all’inizio di quest’anno alle proteste contro la guerra nei campus degli Stati Uniti. “È difficile spiegare come mi sento: l’indignazione, la tristezza. Qui la situazione è semplicemente sconvolgente”, dice. “Ho trascorso parte della mia vita in una zona di guerra, ma in quel momento non potevo fare nulla per il mio popolo siriano. E ora che sono abbastanza grande ho tempo, non ho figli o responsabilità che mi trattengano, non c’è niente che voglio fare di più che andare ad aiutare i palestinesi come loro ci stanno chiedendo”.

Indubbiamente però l’evento più traumatico per gli attivisti è stato l’uccisione dell’attivista turco-americana Ezgi Eygi. “All’inizio non credevo fosse morta”, ricorda Chen. “Quando è caduta e sono corsa da lei, potevo sentire il suo polso e ho detto ‘Sopravviverà’.” L’esperienza è stata particolarmente difficile, dice, a causa della diffamazione del nome e dell’attività di Ezgi Eygi. “Molti di noi hanno finito per scrivere le proprie ultime volontà come precauzione, perché vorremmo rendere le cose più facili alle nostre famiglie nel caso in cui accada qualcosa.”

Chen collega la morte di Ezgi Eygi a un incidente che l’ha preceduta nello stesso luogo: il ferimento di unattivista americana durante una manifestazione nel villaggio di Beita. “Se il governo americano avesse condannato l’uccisione di una cittadina americana in quel momento, non avrebbero avuto l’audacia di uccidere un altro straniero”, aggiunge. Secondo l’IDF, un’indagine preliminare sulla morte di Ezgi Eygi ha concluso che non sarebbe stata colpita intenzionalmente. La divisione investigativa criminale della polizia militare ha avviato un’indagine sull’incidente.

Dirgli addio’

Alcuni membri della Knesset, in particolare Tzvi Succot, hanno un problema di vecchia data con gli attivisti stranieri e sostengono che stanno causando danni allo Stato di Israele. All’interno del sottocomitato che presiede, Succot è molto impegnato nelle misure contro gli attivisti. “La legge afferma che chiunque entri nel Paese e violi i termini del suo visto può essere espulso”, dice ad Haaretz. “Quei ragazzi sono un danno strategico. In definitiva, le campagne contro Israele e le sanzioni provengono da loro. E quindi, quando vengono e molestano i soldati o entrano in un’area militare interdetta o commettono la più piccola infrazione, lo Stato di Israele deve dire loro addio/congedarli“.

Durante la conversazione con Haaretz Succot ha continuato a ripetere che il suo problema con gli attivisti consiste nel fatto che starebbero promuovendo un boicottaggio contro Israele. La sua argomentazione si basa sulla legge sull’ingresso in Israele del 2017, che proibisce di concedere un visto a chiunque promuova un boicottaggio dello Stato.

Nel frattempo Succot afferma di stare attualmente lavorando a una legislazione con l’obiettivo di istituire un’organizzazione statale che monitorizzi gli attivisti stranieri mentre sono in Israele e decida la loro espulsione nel caso che dopo il loro ingresso si scopra che abbiano fatto degli appelli al boicottaggio. “Al momento questo non sta accadendo, e quindi la soluzione tampone in questo momento è che se qualcuno viola le condizioni del visto, la legge consente di revocarlo”, aggiunge.

Il monitoraggio degli attivisti durante la loro permanenza in Israele, afferma, è attualmente svolto da organizzazioni civili senza scopo di lucro. Afferma che il recente aumento dell’attività sulla questione è il risultato di un coordinamento rafforzato tra l’IDF, la polizia e il Ministero dell’Interno. “Un soldato sul campo che incontra qualcuno del genere che violi la legge sa di dover registrare i suoi dati personali e il suo passaporto e inviarli alla polizia e poi al Ministero dell’Interno. Da lì, spiega, il passo verso la revoca del visto o l’espulsione dal Paese è breve.

La questione del boicottaggio è emersa nell’inchiesta sull’attivista Michael Jacobsen, 78 anni, dello Stato di Washington. Dopo la sua espulsione Succot ha rilasciato un comunicato stampa di encomio in cui ha ringraziato, tra gli altri, un’organizzazione non-profit chiamata The Legal Forum for the Land of Israel. Il 10 ottobre Jacobsen, che ha militato nell’esercito americano durante la guerra del Vietnam, stava accompagnando un palestinese che pascolava un gregge a Masafar Yatta. Ricorda che un soldato che ha identificato come colono gli ha chiesto il passaporto e poi gli ha detto che era ricercato dalla polizia. “Ha chiesto: ‘sei un membro dell’ISM [International Solidarity Movement]’, e io ho detto di no. E poi ha chiesto ‘sei un ebreo?’ e io ho detto di no, e lui [ha chiesto] ‘sei un terrorista?’ E io ho detto ‘no, sono un turista”.

Jacobsen è stato arrestato e portato alla stazione di polizia. Afferma che durante il tragitto ha cercato di scoprire perché lo stavano arrestando, ma non ha ricevuto informazioni. “Mi hanno detto che ero un terrorista perché ero un membro del BDS”, ha aggiunto, riferendosi al movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Alla stazione di polizia è stato interrogato con l’accusa di aver ostacolato un agente di polizia nell’adempimento dei suoi doveri e di soggiorno illegale, un sospetto basato sull’accusa attribuitagli di sostegno al boicottaggio. “Chi ha condotto l’interrogatorio è stato molto borioso e maleducato con me”, racconta. “Ha detto che ero coinvolto in cinque diverse organizzazioni terroristiche”, ha continuato Jacobsen, citando le cinque come IHH Humanitarian Relief Foundation, Meta Peace Team, International Solidarity Movement, BDS e MPT.

Jacobsen afferma che Meta Peace Team è un’organizzazione di attivisti che gli ha fornito una formazione sulla resistenza non violenta, mentre IHH è un’organizzazione ombrello sotto la cui egida ha partecipato nell’aprile di quest’anno alla flottiglia verso Gaza per portare cibo e attrezzature mediche nella Striscia. Durante l’interrogatorio gli è stata anche mostrata la documentazione sulla sua attività presso Veterans for Peace in Corea del Sud, dove ha lavorato con i dimostranti contro l’istituzione di una base navale. Alla fine dell’interrogatorio gli è stata data una scelta. Poteva rimanere in stato di arresto o poteva essere inviato al confine con la Giordania. Ha scelto di andarsene, senza [partecipare ad] un’udienza presso la Population and Immigration Authority e senza sapere se sarebbe mai potuto tornare in Israele.

A ottobre due attivisti tedeschi sono stati espulsi da Israele in modo simile. Sono stati arrestati con l’accusa di aver ostacolato un agente di polizia nell’adempimento del suo dovere, di riunione illegale e di far parte di un’organizzazione terroristica. Il sospetto di riunione illegale è stato attribuito a causa della loro appartenenza all’International Solidarity Movement, nonostante in Israele l’organizzazione non sia stata messa al bando.

La loro detenzione è stata prorogata due volte, e poi la polizia ha offerto loro la possibilità di scegliere tra lasciare il Paese o affrontare un’altra richiesta di proroga della loro detenzione. Se ne sono andati. Di recente la polizia ha fatto un’offerta simile a due donne americane, una suora e una pensionata di 73 anni, arrestate a South Hebron Hills con l’accusa di aver ostacolato un soldato nell’adempimento del suo dovere. Dopo il loro rifiuto, sono state rilasciate con un divieto di ingresso di due settimane in Cisgiordania.

Dalla sua attuale residenza negli Stati Uniti Jacobsen afferma che il fatto che la sua attività non violenta sia stata definita terroristica lo ha portato a opporsi alle azioni di Israele con ancora più veemenza: “Ok, mi chiami terrorista? Allora esprimerò le mie opinioni su ciò che sta facendo lo Stato sionista di Israele come attività terroristiche. In effetti, lo Stato di Israele sta usando tattiche terroristiche, sicuramente in Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza”.

L’unità portavoce dell’IDF ha risposto: “Le forze di sicurezza, la polizia israeliana e l’amministrazione civile stanno agendo per consentire agli abitanti della zona di raccogliere le olive sui terreni di loro proprietà e, allo stesso tempo, stanno agendo per mantenere la sicurezza dei civili e delle comunità israeliane. In generale, non ci sono istruzioni per arrestare gli attivisti stranieri”. Il portavoce ha aggiunto che la decisione di effettuare una perquisizione nella casa degli attivisti a Qusra è derivata da una “segnalazione di attività insolite” in quel sito.

Per quanto riguarda la sparatoria contro l’attivista americana a Beita ad agosto l’esercito ha aggiunto che ciò sarebbe avvenuto dopo una segnalazione di “violento disturbo dell’ordine pubblico durante il quale i terroristi hanno lanciato pietre contro i militari, che hanno risposto utilizzando mezzi per disperdere le dimostrazioni e sparando in aria”. Hanno anche aggiunto che la segnalazione “è nota ed è in corso una verifica“.

La polizia israeliana ha risposto: “La polizia israeliana attua l’applicazione della legge con tutti i mezzi legali contro gli attivisti israeliani e stranieri che agiscono illegalmente interferendo con l’attività operativa delle forze di sicurezza e dimostrando sostegno e condivisione nei confronti delle organizzazioni terroristiche. Dall’inizio dell’anno circa 30 attivisti stranieri sono stati indagati per ostacolo e provocazione contro le forze di sicurezza, e incitamento, sostegno e incoraggiamento verso le organizzazioni terroristiche Hamas e Hezbollah. Alcuni di loro hanno lasciato il Paese al termine del loro interrogatorio e per altri è stata tenuta un’udienza dalla Populating and Immigration Authority, al termine della quale è stato revocato il loro permesso di soggiorno in Israele ed è stato proibito per il futuro l’ingresso nel Paese”.

La Population and Immigration Authority ha risposto: “Di norma un cittadino straniero che entra in Israele con un visto turistico è tenuto a rispettare lo scopo per cui è stato concesso il visto. Un turista che sfrutta la concessione del visto per altre attività, tra cui una condotta di disturbo contro le forze dell’ordine, viola le condizioni per cui è stato concesso il visto ed è consentito annullare il visto e richiedere la sua espulsione dal Paese. In pratica, stiamo parlando di una manciata di incidenti e solo di quelli in cui la polizia presenta prove di reati penali commessi dal titolare del visto”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Coloni israeliani puntano una pistola alla testa di una bambina palestinese di 3 anni in Cisgiordania

Redazione

11 agosto 2024-The New Arab

Quando una famiglia palestinese diretta a Nablus ha sbagliato strada ed è entrata in un insediamento i coloni si sono scatenati e li hanno attaccati bruciando la loro auto e prendendoli a sassate.

Venerdì quando una famiglia palestinese ha sbagliato strada entrando in un insediamento nella Cisgiordania occupata i coloni israeliani scatenati hanno puntato una pistola alla testa della bambina di tre anni, li hanno presi a sassate e hanno bruciato la loro auto.

Secondo i media israeliani, la famiglia Al-Jaar stava viaggiando verso la città di Nablus, nella Cisgiordania occupata, quando ha sbagliato strada entrando nell’insediamento  Giva’at Ronen.

Nofa, la madre, ha detto al sito di notizie israeliano Ynet che il sistema di navigazione che stavano usando in auto li ha tratti in inganno portandoli fuori dalla strada principale in una strada secondaria che conduce all’insediamento israeliano.

Ha raccontato: “Loro [i coloni] hanno iniziato a rincorrerci. Abbiamo girato [l’auto] perché volevamo scappare da, ma non c’era via d’uscita. Non potevamo tornare indietro, non potevamo andare avanti…”.

Ha proseguito: “Molte persone sono corse nella nostra direzione, due avevano le pistole. Dopo aver rotto tutti i finestrini uno ha puntato la pistola e la nostra bambina ha iniziato a urlare. Hanno chiesto, ‘siete dei territori? Venite da Gaza? Avete qualcuno di Gaza? ‘Vogliamo uccidervi’ ci hanno detto”.

Il rapporto afferma che i coloni hanno poi spruzzato la famiglia con gas lacrimogeni, allontanandoli e hanno preso a sassate la loro auto.

“Abbiamo chiamato la polizia, ma non abbiamo riscontrato alcun senso di urgenza”, ha detto la famiglia a Ynet.

Nofa ha aggiunto: “…Cosa abbiamo fatto? Abbiamo visto la morte davanti ai nostri occhi. Volevano ucciderci. Dopo di che hanno bruciato la nostra auto prima che arrivasse la polizia. Hanno puntato una pistola alla testa della mia bambina di tre anni”.

Il sito israeliano N12 News ha riferito che i membri della famiglia hanno riportato ustioni e contusioni dopo essere stati attaccati dai coloni e hanno dovuto essere trasferiti al Rabin Medical Centre-Beilinson Campus per le cure.

Le forze di sicurezza israeliane hanno dichiarato al sito israeliano Maariv News che l’attacco costituisce una “grave escalation nelle azioni degli attivisti di destra” e che è stata avviata un’indagine dall’agenzia di sicurezza israeliana Shin Bet.

I media israeliani hanno anche riferito che la polizia ha aperto un’indagine sull’attacco.

Dall’inizio della guerra di Israele a Gaza il 7 ottobre, c’è stato un aumento della violenza, dei raid e degli arresti contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata. Secondo Amnesty International da ottobre Israele ha compiuto “uccisioni illegali, anche usando la forza letale senza necessità o in modo sproporzionato durante le proteste e i raid per arrestare palestinesi, negando l’assistenza medica ai feriti”.

Gli israeliani hanno ucciso oltre 500 palestinesi nella Cisgiordania occupata dal 7 ottobre e ne hanno arrestati almeno altri 10.000. Peace Now, un’organizzazione non-profit, ha affermato che Israele ha sequestrato 23,7 kmq di terra palestinese mentre infuria la guerra in corso a Gaza, rendendo quest’anno il più alto per numero di sequestri di terre da parte di Israele negli ultimi tre decenni.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




I coloni approfittano della guerra di Gaza per lanciare pogrom in Cisgiordania

Yuval Abraham

13 ottobre 2023 – +972 Magazine

Coloni e soldati israeliani hanno ucciso 51 palestinesi [questo numero è in costante aumento, ndt.] in Cisgiordania la scorsa settimana, con due villaggi completamente spopolati dopo gli attacchi

Questo articolo è stato prodotto in collaborazione con Local Call e The Intercept.

Mentre il mondo si concentra sul massacro di Hamas nel sud di Israele e sul massiccio bombardamento israeliano della Striscia di Gaza, i coloni nella Cisgiordania occupata stanno approfittando del caos per attaccare ed espellere i palestinesi da una serie di piccoli villaggi.

Secondo il Ministero della Sanità palestinese a Ramallah da sabato soldati e coloni israeliani hanno ucciso 51 palestinesi in Cisgiordania. Almeno due villaggi, Al-Qanub e Wadi Al-Sik, sono stati completamente spopolati a causa delle violenze dei coloni israeliani.

Un palestinese di At-Tuwani, villaggio nella regione di Masafer Yatta sulle colline a sud di Hebron, è in condizioni critiche dopo che un colono, accompagnato da un soldato israeliano, ha invaso la comunità venerdì e gli ha sparato a bruciapelo. L’attacco è stato documentato dall’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem.

I soldati israeliani stanno istituendo nuovi posti di blocco per bloccare i movimenti degli abitanti dei villaggi palestinesi. Giovedì sera, vicino a Yabrud, a nord-est di Ramallah i soldati hanno sparato contro un veicolo che trasportava una famiglia palestinese, secondo i membri della famiglia. Randa Abdullah Abdul Aziz Ajaj, 37 anni, è stata uccisa e suo figlio, Ismail Ajaj, è stato colpito a un piede e a una spalla. A bordo del veicolo c’erano anche il marito e un altro bambino, ma non sono rimasti feriti. Un portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che i soldati hanno aperto il fuoco perché l’auto “guidava all’impazzata” e i soldati si sentivano minacciati.

In tutta la Cisgiordania gli abitanti palestinesi stanno assistendo a una crescente presenza di coloni armati intorno ai loro villaggi, a più blocchi stradali militari e a restrizioni di movimento più severe. Un residente del villaggio di Qaryut ha riferito: “In questo momento viviamo effettivamente sotto assedio. La maggior parte dei villaggi in Cisgiordania sono chiusi da cumuli di terra ed è impossibile uscirne”. “Ci sono coloni ovunque. Ogni volta che ci avviciniamo alle case vicine a un insediamento ci sparano. Stanno approfittando della situazione della sicurezza a Gaza per vendicarsi sulla Cisgiordania. Perché nessuno ora fa attenzione alla Cisgiordania”.

Mercoledì, nel villaggio di Qusra vicino a Nablus, tre palestinesi – Moa’th Odeh, Musab Abu Rida e Obida Abu Sarur – sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco, mentre una bambina di 6 anni è stata ferita alla parte superiore del corpo. Non è chiaro chi abbia aperto il fuoco su di loro. Secondo tre testimoni oculari e il personale medico che ha curato i feriti sul posto l’attacco è iniziato con coloni mascherati che sparavano contro le case del villaggio. Le riprese video mostrano sei uomini mascherati, armati di pistole e fucili M-16, che aprono il fuoco all’interno del villaggio. Più tardi quello stesso giorno, secondo testimoni oculari, anche un altro abitante, Hassan Abu Sarur, 13 anni, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco quando i soldati sono entrati dopo che i coloni si erano ritirati dal villaggio.

I media palestinesi hanno riferito giovedì che i coloni hanno attaccato i funerali dei quattro residenti di Qusra che erano stati uccisi il giorno prima. Secondo il Ministero della Sanità palestinese i coloni hanno ucciso a colpi di arma da fuoco padre e figlio, Ibrahim e Ahmed Wadi.

Nei due giorni precedenti i coloni di Esh Kodesh e dell’area circostante avevano inviato messaggi di avvertimento agli abitanti di Qusra in cui minacciavano di vendicarsi in risposta all’assalto di Hamas nel sud di Israele. In una foto, inviata agli abitanti pochi giorni fa, si vede un gruppo di uomini mascherati con in mano serbatoi di carburante, una sega elettrica e asce, con una didascalia in ebraico e arabo: “A tutti i topi di fogna del villaggio Qusra, vi stiamo aspettando e non ci dispiacerà per voi. Il giorno della vendetta sta arrivando”.

Secondo un abitante di Qusra, che ha chiesto di essere identificato solo con il suo nome, Abed, “Tutto è iniziato a mezzogiorno, quando 20 uomini mascherati hanno invaso il villaggio e hanno preso a sassate le case delle famiglie che vivevano ai margini del villaggio. Provenivano dall’avamposto di Esh Kodesh. Siamo corsi lì per far uscire le famiglie dalle loro case, perché i coloni hanno cercato di dare fuoco a una delle case. Dentro c’erano una madre, un padre e una ragazza. Mentre cercavamo di far uscire di casa la bambina, hanno iniziato a spararci addosso colpendo la bambina. Hanno ucciso tre persone”.

Secondo testimoni oculari, almeno 15 palestinesi sono rimasti feriti da colpi di arma da fuoco. Il personale medico che ha curato i feriti ha affermato che le condizioni di alcuni di loro erano critiche.

Bashar al-Kariyuti, un autista di ambulanza palestinese arrivato sul posto durante l’attacco ha riferito: “Ho evacuato una ragazza a cui hanno sparato; è rimasta ferita all’interno della sua casa e stava sanguinando, anche il padre della ragazza è stato colpito in faccia. Era impossibile riconoscerlo”.

Ahmed, un terzo testimone oculare dell’incidente che ha chiesto che il suo cognome fosse omesso per motivi di sicurezza, ha raccontato che i militari sono rimasti all’interno del loro posto di osservazione mentre i coloni aprivano il fuoco contro i residenti di Qusra. Ha affermato: “Mio cugino è stato colpito alla testa, mio fratello è stato colpito proprio all’ingresso di casa sua, poi i soldati hanno preso il [videoregistratore digitale] che registrava tutto; un’ora dopo l’evento sono entrati e hanno confiscato le telecamere. Sono sicuro che lo hanno fatto per cancellare le prove”.

Gli abitanti di Qusra hanno riferito che un piccolo numero di soldati ha accompagnato i coloni durante l’attacco. Secondo loro quando gli abitanti del villaggio hanno lanciato pietre contro i coloni per respingerli i soldati hanno sostenuto i coloni con le armi da fuoco.

Commentando l’attacco un portavoce militare israeliano ha detto: “Una forza dell’esercito che operava alla periferia di Qusra ha riferito di aver sentito degli spari. Si sta indagando sulla denuncia secondo cui i palestinesi sarebbero stati colpiti da colpi di arma da fuoco”.

Secondo Yesh Din, un gruppo israeliano per i diritti umani, oltre a Qusra dall’assalto di Hamas di sabato i coloni hanno attaccato almeno 18 villaggi palestinesi in tutta la Cisgiordania. L’esercito ha annunciato che, a causa della situazione di sicurezza, la polizia distribuirà fucili M-16 ai coloni in Cisgiordania. Le organizzazioni mediatiche affiliate ai gruppi di coloni estremisti della zona hanno invitato i coloni a prepararsi a “conquistare i villaggi vicino a voi” e a “distruggere chiunque si unisca al nemico”.

Lunedì la violenza dei coloni ha portato all’espulsione di tutti gli abitanti di Al-Qanub: un piccolo villaggio a nord di Hebron che comprende otto famiglie e che si trova vicino agli insediamenti di Ma’ale Amos e Asfar. Gli abitanti del villaggio hanno detto che i coloni hanno bruciato tre case – fatte di tondini di ferro ricoperti di panno spesso – con tutti i loro averi all’interno.

“[I coloni] sono venuti da noi, mi hanno afferrato e hanno detto che avevamo un’ora per lasciare il villaggio”, ha detto Abu Jamal, un abitante di Al-Qanub. “Poi sono arrivati circa 10 coloni, hanno versato benzina e hanno dato fuoco alla mia casa. Là vivevano sette persone. Gli armadi, il cibo, tutto ha preso fuoco. Hanno anche bruciato la casa di mio figlio e hanno rubato tutte le mie pecore e i miei mezzi di sostentamento. Non torneremo lì. Ho 67 anni e i miei figli sono psicologicamente traumatizzati”.

Wa’ed, un’abitante del villaggio, ha preso i suoi figli e si è nascosta in una valle vicina. Ha riferito: “Ho dei figli, un bambino di 6 mesi, uno di 2 anni e uno di 5 anni, sono corsa a nascondermi con loro nella valle quando sono entrati i coloni. Ho sentito il rumore delle esplosioni e ho pensato che avessero ucciso mio marito. Quando se ne sono andati ho visto che avevano bruciato tutte le nostre cose”.

Le famiglie che vivono alla periferia di Turmus Ayya, vicino all’insediamento di Shiloh, hanno affermato che otto coloni armati e parzialmente vestiti con uniformi militari hanno ordinato loro di lasciare le loro case; hanno anche istituito una sorta di checkpoint che presidiano da quel momento. Abdullah, un abitante del posto, ha detto: “Il primo giorno di guerra un gruppo di coloni ha costruito una postazione a pochi metri dalle nostre case, ha chiuso la strada di accesso alle case e da allora è sempre stato lì. Siamo 25 persone, molti bambini e donne, che non possono uscire né entrare nel villaggio. Raggiungiamo le nostre case attraverso gli uliveti. Chiunque esce di casa, comprese le donne, viene fermato e perquisito”.

Martedì in una zona montuosa nel sud di Hebron i coloni hanno attaccato violentemente i residenti di due minuscoli villaggi e i coloni hanno demolito due case nel villaggio di Simri precedentemente abbandonato dai suoi abitanti a causa della violenza dei coloni.

Tre coloni sono venuti per i miei figli. Uno con un’arma dell’esercito, il secondo con una pistola, il terzo con un coltello”, ha detto un anziano residente ricoverato in ospedale con ferite alla schiena e alle gambe, che ha chiesto di rimanere anonimo per paura che i coloni si vendicassero di lui. “Mi hanno detto di stare zitto e hanno iniziato a picchiarmi con il calcio di un fucile. Mi hanno buttato a terra, hanno chiuso la porta di casa ai bambini e hanno picchiato anche mia moglie al petto. Hanno detto che ormai è una guerra e che se dico qualcosa ai media torneranno di notte e bruceranno la mia famiglia. Ho gridato loro che sono un pastore e che non sono collegato alla guerra di Gaza”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




“L’anno più difficile della mia vita”: i pastori di Masafer Yatta soffrono sotto la minaccia di espulsione

Hamdan Mohammed Al-Huraini,

5 giugno 2023 – +972 Magazine

L’escalation della repressione da parte di Israele dopo la sentenza dell’Alta Corte dello scorso anno ha avuto un grave impatto sui pastori palestinesi, un pilastro della sopravvivenza delle loro comunità.

Per quanto ne ho memoria qui a Masafer Yatta, nella regione delle colline a sud di Hebron nella Cisgiordania occupata, i pastori hanno pascolato liberamente le loro pecore ogni primavera per migliaia di dunam [1 dunum equivale a 1000 mq, ndt.] di terra. Si spostavano tra pascoli abbondanti, senza bisogno di acquistare acqua o foraggio per i loro animali, perché l’approvvigionamento era abbondante. Fintanto che i nostri villaggi dipenderanno dall’agricoltura e dal bestiame [la pastorizia] è qualcosa di più di una forma di sussistenza: è il nostro modo di vivere tradizionale.

Ma un anno fa, tutto è cambiato. Nel maggio 2022 l’Alta Corte dell’occupazione israeliana si è pronunciata contro gli abitanti palestinesi di Masafer Yatta e a favore dell’esercito israeliano che ha trasformato l’area in una “zona di tiro” per l’addestramento militare. In conseguenza della sentenza della corte, l’esercito ha intensificato la sua repressione contro i palestinesi della zona per cercare di espellerci con la forza dalla terra in cui i nostri antenati hanno vissuto per secoli. E queste politiche hanno avuto un impatto particolarmente grave sui pastori.

Tutto è proibito con il pretesto che viviamo in una zona di addestramento di tiro, anche pascolare le pecore”, spiega Issa Makhamra del villaggio di Jinba, accanto al quale in seguito alla decisione della corte l’esercito israeliano ha stabilito una nuova base. Ogni volta che andiamo da qualche parte istituiscono un posto di blocco. Quando voglio andare in città devo attraversare questo posto di blocco e vengo fermato e trattenuto per lunghe ore. Te lo giuro, se l’esercito riuscisse a tenerci lontano dalla luce del sole e dall’aria, lo farebbe.»

Muhammad Ayoub Abu Subha, un altro pastore del villaggio di Al-Fakheit, era solito pascolare il suo gregge di pecore attraverso i pascoli della sua terra. Ma nell’ultimo anno l’accesso a quella terra è diventato impossibile. “L’esercito ha chiuso le strade e istituito posti di blocco”, dice. I nostri raccolti agricoli sono stati distrutti da carri armati, bulldozer e veicoli militari, e ci è stato impedito di raggiungere i nostri pascoli con il pretesto che questa zona era diventata proprietà dell’esercito. Non avrei mai immaginato che la mia casa, che è di mia proprietà, sarebbe diventata un’area chiusa. Mi sento come se stessi impazzendo e perdendo la testa.

Poiché migliaia di dunam di pascoli naturali sono andati perduti i pastori di Masafer Yatta devono ora acquistare il foraggio da città vicine come Yatta e poi trasportarlo a prezzi esorbitanti. Sempre che siano in grado di trasportarlo, dato il forte dispiegamento dell’esercito in tutta l’area e il fatto che i soldati spesso confiscano le auto dei palestinesi e arrestano i conducenti con il pretesto che si trovano all’interno di una zona di addestramento militare.

Lo scorso inverno Makhamra è stato trattenuto presso un posto di blocco eretto dall’esercito all’ingresso di Jinba. Avevo bisogno di comprare il foraggio per le mie pecore, quindi sono andato con un trattore. Quando ho raggiunto il posto di blocco non hanno permesso all’autista di entrare e l’hanno costretto a mettere il foraggio a terra vicino al posto di blocco. Avevo paura che piovesse e che il foraggio si deteriorasse, così ho prelevato dal villaggio mio figlio insieme ad un gruppo per trasportare il foraggio sugli asini per oltre 500 metri. Questo è un semplice esempio di ciò che ci accade quotidianamente a causa del divieto di raggiungere i nostri pascoli, della confisca della nostra terra, della distruzione delle strade e dell’uso dei posti di blocco”.

“Volevo urlare e piangere”

La vita a Masafer Yatta non era certo facile prima della sentenza della corte dello scorso anno. I residenti sono stati a lungo esposti alla medesima violenza da parte dei coloni israeliani e alle restrizioni dell’esercito che hanno lo scopo di cacciare i palestinesi dalle loro case in gran parte delle zone agricole della Cisgiordania, in modo che la loro terra possa essere espropriata per ulteriori insediamenti coloniali ebraici.

Abu Subha, ad esempio, ha visto demolire la sua casa dall’esercito in quattro diverse occasioni perché l’aveva costruita senza permessi, che Israele rende per i palestinesi quasi impossibile da ottenere. Ora però l’intensificarsi della presenza dell’esercito sta causando ai pastori della regione gravi difficoltà economiche.

“Abbiamo sempre nutrito le nostre pecore grazie alla nostra terra, sia attraverso il pascolo diretto sia alimentandole con colture coltivate sulla nostra terra, a seconda della stagione”, spiega Abu Subha. A volte poteva capitare che comprassimo un po’ di foraggio in caso di carenza. Ho guadagnato abbastanza soldi per me e la mia famiglia. Ma poi la Corte dell’occupazione ha deciso di dare il via libera all’esercito per l’addestramento militare nel mezzo del nostro villaggio, proprio nel cuore della nostra terra e dei nostri pascoli naturali.

“Questo è stato l’anno più difficile della mia vita”, continua. Ho una famiglia e dei figli, alcuni dei quali vanno a scuola e alcuni sono ancora troppo piccoli. Ma hanno tutti delle necessità, come vestiti, cibo e materiale scolastico di base. Prima non mi preoccupavo di questi bisogni perché ero in grado di soddisfarli facilmente, ma oggi non posso.

Le difficoltà finanziarie hanno avuto un impatto profondamente emotivo su Abu Subha. Un giorno stavo uscendo per andare in città a comprare delle cose per la casa, e mio figlio, che non ha nemmeno quattro anni, mi ha detto: ‘Papà, ho bisogno di scarpe nuove, le mie scarpe sono rotte,’ e ho dovuto dirgli che non c’erano abbastanza soldi. Cosa dovrei fare? Volevo piangere. Volevo urlare. Cerco il più possibile di stare calmo di fronte alla mia famiglia in modo che possano trarre forza da me. Ma in realtà avrei voglia di piangere.

Un anno dopo la terribile sentenza è evidente quanto devastante sia già stato l’impatto sulla vita dei pastori palestinesi a Masafer Yatta, dove il bestiame è considerato un pilastro della vita e da cui dipende la stabilità economica delle famiglie. I cambiamenti che hanno avuto luogo nell’area, concedendo all’esercito israeliano il diritto di fare tutto ciò che vuole in mezzo ai nostri villaggi, sono una condanna a morte di civili. Rendono le nostre vite insostenibili; sono un crimine contro l’umanità. Questa sentenza deve essere abrogata e ai palestinesi deve essere concesso il diritto di vivere in sicurezza sulla loro terra e nelle loro case.

Hamdan Mohammed Al-Huraini è un attivista e difensore dei diritti umani di Susiya. Documenta gli abusi dell’occupazione contro i palestinesi a Masafer Yatta ed è membro del progetto Humans of Masafer Yatta. E’anche impegnato come ricercatore volontario sul campo con B’Tselem e altre organizzazioni per i diritti umani.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Coloni ebrei aggrediscono un anziano contadino palestinese, i soldati israeliani lo arrestano

Redazione di Palestine Chronicle (WAFA, PC)

7 marzo 2023 – Palestine Chronicle

L’agenzia di notizie WAFA [agenzia di stampa dell’ANP, ndt.] ha riferito che martedì un anziano agricoltore palestinese è stato arrestato dalle forze israeliane dopo essere stato aggredito da coloni ebrei illegali mentre stava lavorando la sua terra nella Cisgiordania settentrionale

Ghassan Daghlas, un attivista locale, ha detto a WAFA che i coloni ebrei provenienti dalla colonia illegale di Yitzhar hanno attaccato un anziano agricoltore mentre stava lavorando la sua terra nella parte orientale della città di Urif, vicino a Nablus.

L’uomo è stato successivamente arrestato dai soldati dell’occupazione israeliana che sono intervenuti a proteggere i coloni.

Daghlas ha affermato che gli abitanti della città sono corsi ad aiutare l’agricoltore e hanno respinto i coloni che hanno attaccato le case palestinesi, ma sono stati affrontati da soldati israeliani che gli hanno tirato contro gas lacrimogeni.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Rapporto OCHA del periodo 10 – 30 Gennaio 2023

Questo rapporto copre eccezionalmente tre settimane.

1). In Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, durante il periodo di riferimento, sono stati uccisi 31 palestinesi, 6 israeliani e un cittadino straniero; sono rimasti feriti 441 palestinesi e nove israeliani, compreso un membro delle forze israeliane.

2). Durante una operazione condotta da forze israeliane nel Campo profughi di Jenin sono stati uccisi dieci palestinesi, tra cui due minori e una donna, e altri 26 sono rimasti feriti: tutti colpiti con proiettili veri. Questo è il numero più alto di palestinesi uccisi in una singola operazione da quando, nel 2005, l’OCHA iniziò a registrare in Cisgiordania il numero di vittime. Lo stesso giorno, un undicesimo palestinese è stato ucciso da forze israeliane nella città di Ar Ram (Gerusalemme), nel corso di una protesta contro l’operazione condotta a Jenin (seguono dettagli). Il 26 gennaio, forze israeliane hanno fatto irruzione nel Campo. Secondo l’esercito israeliano, citato dai media israeliani, l’operazione era finalizzata all’arresto di palestinesi sospettati di pianificare attacchi contro israeliani. Durante l’operazione le forze israeliane hanno circondato un edificio; ne è nato uno scambio a fuoco con palestinesi, tre dei quali sono stati uccisi e un altro è stato arrestato; tutti e quattro sono stati rivendicati dalla Jihad islamica come affiliati. Altri tre palestinesi sono stati uccisi in scontri a fuoco con forze israeliane: costoro sono stati rivendicati come affiliati sia dalla Brigata dei martiri di Al-Aqsa che dalla Jihad islamica. Inoltre, tre palestinesi, tra cui due minori (16 e 17 anni) e una donna palestinese di 61 anni, sono stati colpiti e uccisi con proiettili veri da forze israeliane, benché, secondo quanto riferito, non costituissero alcuna minaccia immediata. Durante l’operazione di cui sopra, le forze israeliane hanno sparato gas lacrimogeni nelle vicinanze dell’ospedale di Jenin, colpendo l’unità pediatrica e rendendo necessaria l’evacuazione dei pazienti, compresi i minori. Quando le forze israeliane hanno sparato con missili a spalla contro l’edificio residenziale dove sono stati uccisi i tre palestinesi, sono stati distrutti diversi appartamenti, provocando lo sfollamento di tre persone. Durante l’operazione nessun soldato israeliano ha riportato ferite. Un palestinese, rivendicato come affiliato dalla Brigata dei martiri di Al-Aqsa, è deceduto il 29 gennaio per le ferite da arma da fuoco riportate il 26 gennaio nel Campo profughi di Jenin. Dopo l’operazione, in tutta la Cisgiordania, i palestinesi hanno tenuto manifestazioni; nel corso di alcune di esse i partecipanti hanno lanciato pietre e mortaretti contro le forze israeliane che, a loro volta, hanno sparato lacrimogeni, proiettili di gomma e proiettili veri. Un palestinese è stato ucciso vicino alla città di Ar Ram (Gerusalemme) durante una protesta contro l’operazione di Jenin e almeno altri 147 sono rimasti feriti (vedi sotto).

3). In un insediamento israeliano a Gerusalemme est, un palestinese ha sparato, uccidendo sei israeliani, tra cui un minore, e un cittadino straniero (per un totale di sette vittime); cinque israeliani sono rimasti feriti in questo e in un altro attacco palestinese, sempre in Gerusalemme est (seguono dettagli). Il 27 gennaio, un palestinese ha sparato, uccidendo sei israeliani, tra cui un ragazzo di 14 anni, e un cittadino straniero; ne ha quindi feriti altri tre nell’insediamento israeliano di Neve Ya’acov a Gerusalemme est. L’aggressore è stato successivamente colpito e ucciso dalla polizia israeliana. Dal 2008 questo è l’attacco più mortale condotto da palestinesi contro israeliani.

Il 28 gennaio, a Silwan, Gerusalemme est, un palestinese di 13 anni ha sparato, ferendo due israeliani, prima di essere colpito e ferito. Sono state segnalate altre due sparatoria: una vicino ad Almog, un insediamento israeliano a sud di Gerico, e un secondo contro un autobus israeliano sulla strada 60 vicino all’insediamento di Karmei Tsur, a nord di Hebron. Non sono stati segnalati feriti, solo danni al bus. Sulle strade della Cisgiordania, in ulteriori tre episodi separati, almeno tre veicoli israeliani sono stati danneggiati da pietre o bottiglie incendiarie lanciate da persone conosciute come palestinesi, o ritenute tali.

4). In Cisgiordania, forze israeliane hanno ucciso sette palestinesi, tra cui un ragazzo; altri due palestinesi sono morti per le ferite riportate durante operazioni di ricerca-arresto e altre operazioni condotte da forze israeliane (seguono dettagli). L’11 gennaio, nel Campo profughi di Balata (Nablus), durante uno scontro a fuoco seguito a un’incursione sotto copertura di un’unità dell’esercito israeliano, forze israeliane hanno sparato con proiettili veri, ferendo un palestinese che in seguito è morto per le ferite riportate.

Il 12 gennaio, nel Campo profughi di Qalandiya (Gerusalemme), durante un’operazione di ricerca-arresto, un palestinese è stato ucciso da forze israeliane mentre cercava di impedire loro di arrestare il figlio.

Il 16 gennaio, forze israeliane hanno fatto irruzione nel Campo profughi di Ad Duheisha (Betlemme), innescando scontri con palestinesi che hanno lanciato pietre e bottiglie molotov, mentre le forze israeliane hanno sparato proiettili veri e lacrimogeni: un ragazzo palestinese di 14 anni è rimasto ucciso, colpito da proiettili veri.

Il 19 gennaio, forze israeliane hanno effettuato una operazione nel Campo profughi di Jenin, dove hanno avuto uno scontro a fuoco con palestinesi; due palestinesi sono stati uccisi, tra cui un insegnante che stava cercando di aiutare uno dei palestinesi feriti durante l’operazione. Durante la stessa operazione, secondo quanto riferito, un soldato israeliano è stato ferito da un ordigno esplosivo lanciato da un palestinese e tre palestinesi sono stati arrestati.

Il 12 gennaio, forze israeliane hanno fatto irruzione nella città di Qabatiya (Jenin), dove hanno avuto uno scontro a fuoco con palestinesi, due dei quali sono stati colpiti e uccisi.

Inoltre, il 14 e il 25 gennaio, un palestinese è morto per le ferite riportate il 2 gennaio ad opera delle forze israeliane a Kafr Dan (Jenin); un altro è stato ucciso nel Campo profughi di Shu’fat (Gerusalemme), colpito da proiettili veri sparati da forze israeliane durante scontri tra manifestanti e forze israeliane; entrambi sono rimasti uccisi durante demolizioni punitive di case di due palestinesi che avevano ucciso soldati israeliani prima di essere uccisi a loro volta.

5). In episodi separati, alcuni dei quali avvenuti ai checkpoints militari israeliani prossimi a Ramallah, Qalqilya e Hebron, forze israeliane hanno ucciso altri sette palestinesi, compreso un minore (seguono dettagli). Il 14 gennaio, nei pressi di Al Fandaqumiya (Jenin), forze israeliane hanno inseguito due palestinesi, colpendoli ed uccidendoli nel loro veicolo; secondo l’esercito israeliano, avevano aperto il fuoco contro soldati nei presi di Jaba’ (Jenin).

Il 15 gennaio, a un checkpoint volante disposto all’ingresso di Silwad (Ramallah), forze israeliane hanno sparato, uccidendo un palestinese; secondo testimoni oculari, è stato colpito da una distanza ravvicinata, dopo essere sceso dall’auto per controllare il figlio, che era stato spruzzato da forze israeliane con spray al peperoncino. Secondo i media israeliani, le forze israeliane hanno inizialmente affermato che l’uomo aveva lanciato pietre o aveva cercato di sottrarre l’arma ad un soldato; tuttavia, successivamente hanno ammesso che l’uccisione potrebbe essere stata ingiustificata.

Il 17 gennaio, un palestinese ha aperto il fuoco contro soldati in servizio ad un checkpoint militare vicino all’ingresso di Halhul (Hebron); è stato colpito e ucciso. Secondo le forze israeliane, che ne hanno trattenuto il corpo, l’uomo era sospettato di aver sparato contro un autobus il 15 gennaio. Durante l’episodio, due passanti palestinesi sono stati colpiti e feriti con proiettili veri dalle forze israeliane.

In un altro episodio, accaduto il 30 gennaio al checkpoint militare di Al Salaymeh, nell’area H2 della città di Hebron, forze israeliane hanno sparato, uccidendo un palestinese che, secondo le forze israeliane, aveva cercato di fuggire dopo essere passato con l’auto sul piede di un soldato.

Altri due distinti episodi sono stati registrati nei pressi dell’insediamento israeliano di Kedumim a est di Qalqiliya. Nel primo, accaduto il 25 gennaio, forze israeliane hanno sparato, uccidendo un palestinese che, secondo le forze israeliane, aveva cercato di accoltellare soldati israeliani posizionati a un checkpoint. Nel secondo caso, accaduto il 29 gennaio, una guardia dell’insediamento israeliano ha sparato, uccidendo un palestinese che, secondo le forze israeliane, era stato avvistato vicino all’insediamento con una pistola. In nessuno dei cinque episodi sopra descritti è stato registrato alcun ferimento di israeliani.

Il 27 gennaio, un sedicenne palestinese è deceduto per ferite: il 25 gennaio era stato colpito da forze israeliane durante una manifestazione palestinese tenutasi nell’area di Silwan a Gerusalemme Est per protestare contro una demolizione punitiva avvenuta nel Campo profughi di Shu’fat (altri dettagli sotto).

6). Nei pressi degli avamposti di insediamenti di nuova costituzione a Hebron e Ramallah, coloni israeliani hanno sparato, uccidendo due palestinesi: il primo aveva accoltellato un colono israeliano; il secondo aveva tentato l’accoltellamento (seguono dettagli). L’11 gennaio, nei pressi di un nuovo avamposto colonico costruito su un terreno appartenente a palestinesi di As Samu’ (Hebron), un palestinese ha aggredito e ferito con un coltello un colono israeliano; a sua volta l’aggressore è stato colpito, con arma da fuoco, e ucciso da un altro colono.

Il 21 gennaio, nei pressi di un avamposto colonico di nuova costituzione vicino a Kafr Ni’ma (Ramallah), un altro palestinese è stato colpito e ucciso da un colono israeliano; come mostrato in un filmato pubblicato sui media israeliani, il palestinese aveva tentato un accoltellamento. I corpi di entrambi i palestinesi sono stati trattenuti dalle autorità israeliane.

7). In Cisgiordania, durante il periodo di riferimento, 422 palestinesi, tra cui almeno 49 minori, sono stati feriti da forze israeliane; 74 di loro (18%) sono stati colpiti da proiettili veri (seguono dettagli). Dei feriti, 249 (59 %) sono stati registrati in varie manifestazioni, comprese quelle contro l’espansione degli insediamenti e le restrizioni di accesso relative agli insediamenti vicino a Kafr Qaddum (Qalqilya), Beit Dajan, Beita e Jurish (tutte a Nablus) e altre manifestazioni contro l’operazione Jenin che ha comportato la morte di dieci palestinesi (vedi sopra).

In altri sette episodi separati, tutti registrati nel governatorato di Nablus, 95 palestinesi sono rimasti feriti in seguito all’ingresso di coloni israeliani nelle Comunità palestinesi, accompagnati dalle forze israeliane.

Altri 70 feriti si sono avuti in operazioni di ricerca-arresto e in altre operazioni condotte da forze israeliane; tre si sono verificati durante demolizioni (vedi sotto); altri cinque feriti sono stati registrati a Tulkarm, Jenin e Qalqilya, quando forze israeliane hanno sparato proiettili veri contro palestinesi che cercavano di attraversare varchi nella Barriera per raggiungere il loro posto di lavoro in Israele. Complessivamente, 288 palestinesi sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeni, 74 sono stati colpiti da proiettili veri, 45 sono stati feriti con proiettili di gomma, sei sono stati aggrediti fisicamente, uno è stato colpito da una granata assordante, quattro da lacrimogeni e quattro da schegge.

8). Coloni israeliani hanno ferito 18 palestinesi, tra cui almeno un minore, in nove episodi, e persone conosciute come coloni israeliani, o ritenute tali, hanno causato danni a proprietà palestinesi in altri 42 casi (oltre a quelli feriti da forze israeliane nel summenzionato episodio riferito a coloni / seguono dettagli). Il 27 gennaio, sulla strada 60 vicino all’ingresso di Beita (Nablus), cinque palestinesi sono stati colpiti e feriti con proiettili veri sparati da coloni israeliani che hanno aperto il fuoco su un gruppo di palestinesi.

L’11 e il 28 gennaio, su una strada principale, vicino a Huwwara e Qusra (entrambe a Nablus), coloni israeliani hanno preso a sassate un veicolo palestinese, ferendo tre palestinesi.

Il 13 gennaio, in prossimità della Comunità di Al Mu’arrajat East (Ramallah), coloni israeliani hanno attaccato con bastoni e manganelli escursionisti palestinesi, ferendo due donne.

Il 18 gennaio, nelle vicinanze della Comunità di Khirbet Bir Al Idd di Masafer Yatta (Hebron), coloni israeliani hanno ferito due pastori palestinesi ed hanno attaccato il loro bestiame.

Il 20 gennaio, nel villaggio di Jurish (Nablus), coloni avevano collocato delle roulottes per impossessarsi di terreni di proprietà palestinese; ne è seguito uno scontro, con reciproco lancio di pietre, tra coloni israeliani e palestinesi e due palestinesi e un colono sono rimasti feriti.

Il 28 gennaio, a Qusra, coloni israeliani hanno attaccato i residenti palestinesi con pietre: due palestinesi sono rimasti feriti e sono stati segnalati danni a due veicoli e a una casa.

Il 27 e il 29 gennaio, in altri due distinti episodi, coloni israeliani hanno attaccato palestinesi che viaggiavano sulle strade vicino a Salfit e Huwwara, aggredendoli fisicamente e spruzzandoli con gas al peperoncino, ferendo due uomini e provocando danni ai loro veicoli.

In altri diciassette episodi, più di 1.500 alberi sono stati vandalizzati su terreni palestinesi, alcuni dei quali vicino a insediamenti israeliani, comprese aree in cui l’accesso palestinese richiede l’approvazione dell’esercito israeliano (comunemente indicato come “previo coordinamento”).

In altre tredici occasioni, persone conosciute come coloni, o ritenute tali, hanno lanciato pietre contro veicoli palestinesi, danneggiandone almeno ventuno. Altre proprietà palestinesi sono state danneggiate in dodici episodi registrati nei pressi di Al Ganoub e A Seefer (entrambi a Hebron), Kisan (Betlemme), Ras ‘Ein al ‘Auja (Gerico) e Beit Sira, Al Mazra’a al Qibliya, Turmus’ayya (tutti a Ramallah); secondo testimoni oculari e fonti della Comunità locale, questi includevano strutture agricole, trattori, raccolti e bestiame.

9). A Gerusalemme Est e nell’Area C della Cisgiordania, adducendo la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, che sono quasi impossibili da ottenere, le autorità israeliane hanno demolito, confiscato o costretto la gente a demolire 88 strutture, comprese 21 abitazioni. Tre delle strutture erano state fornite da donatori come assistenza umanitaria. Di conseguenza, 99 palestinesi, tra cui 54 minori, sono stati sfollati e i mezzi di sussistenza di oltre 21.000 altri ne sono stati colpiti. Cinquantacinque delle strutture si trovavano in Area C, comprese cinque strutture demolite in base al Military Order 1797, che fornisce solo un preavviso di 96 ore e motivi molto limitati per impugnare legalmente una demolizione. Le restanti ventisei strutture sono state demolite a Gerusalemme est, di cui otto sono state distrutte dai loro proprietari, per evitare il pagamento di multe alle autorità israeliane. In Area B della Cisgiordania, le autorità israeliane hanno sigillato due pozzi d’acqua artigianali in costruzione, uno ad Habla e un altro a Kaqr Laqif (entrambi a Qalqiliya); entrambi i pozzi avrebbero fornito la principale fonte di acqua potabile e irrigazione per almeno 1.500 famiglie palestinesi in quattro Comunità.

10). Il 25 gennaio forze israeliane hanno fatto irruzione nel Campo profughi di Shu’fat, e il 28 gennaio a Ras al ‘Amud, entrambi a Gerusalemme est, dove hanno demolito o sigillato due edifici a più piani appartenenti a famiglie i cui membri avevano ucciso un soldato israeliano il 19 ottobre 2022, e sei israeliani e un cittadino straniero il 27 gennaio 2023. Di conseguenza, due famiglie, composte da 13 persone, tra cui cinque minori, sono state sfollate. Durante la demolizione nel Campo profughi di Shu’fat, i palestinesi hanno lanciato pietre contro le forze israeliane, che hanno sparato proiettili veri: un palestinese è stato ucciso (riportato sopra). Dall’inizio dell’anno, le autorità israeliane hanno demolito o sigillato, per motivi punitivi, quattro case e un’altra struttura, rispetto alle undici in tutto il 2022 e tre nel 2021. Queste includono tre strutture in Area B e due a Gerusalemme est. Queste demolizioni punitive sono una forma di punizione collettiva, proibita dal diritto internazionale e spesso innescano scontri tra le Comunità palestinesi e le forze israeliane, con conseguenti vittime.

11). Nel sud di Hebron una scuola finanziata da donatori è a rischio imminente di demolizione. Il 18 gennaio, l’Alta Corte di giustizia israeliana ha stabilito che il piano delle autorità israeliane di demolire la scuola può procedere a partire dal 28 gennaio. La scuola finanziata da donatori è frequentata da 47 minori della Comunità beduina palestinese di Khashm Al Karem, situata in un’area designata come “Zona a fuoco 917” nel sud di Hebron.

12). In Cisgiordania le chiusure continuano a interrompere l’accesso di migliaia di palestinesi a mezzi di sussistenza e servizi. A seguito di un attacco con armi da fuoco, accaduto il 28 gennaio nei pressi di Almog (un insediamento israeliano a sud di Gerico) dove non sono stati segnalati feriti o danni, forze israeliane hanno dispiegato checkpoints volanti davanti a tutti gli ingressi e le uscite della città di Gerico, e successivamente hanno chiuso tutti e cinque i punti di accesso da e per Jericho City per un giorno intero (28 gennaio). Da allora sono stati eretti cinque checkpoints, compreso l’utilizzo di blocchi di cemento, e gli ingressi principali della città sono presidiati da forze israeliane. Ai checkpoints sono state effettuate lunghe perquisizioni, soprattutto all’uscita dalla città di Gerico. Ciò ha limitato il movimento di circa 50.000 persone, costringendo i residenti a utilizzare strade sterrate alternative e lunghe deviazioni per accedere a cliniche, scuole e mercati. In altri due circostanze, il 23 e il 29 gennaio, nell’area H2 della città di Hebron, forze israeliane hanno chiuso l’As Salaymeh (Checkpoint 160) per diverse ore durante l’orario scolastico. Ciò ha limitato gli spostamenti di circa 1.200 residenti della zona ed ha pregiudicato l’accesso di circa 300 studenti alle undici scuole vicine. In una di queste occasioni, le forze israeliane hanno applicato limiti di età, consentendo di attraversare il checkpoint solo ai minori sotto i 13 anni. Il 15 gennaio, l’esercito israeliano ha bloccato, con cumuli di terra e blocchi di cemento, l’ingresso della Comunità di Khirbet ‘Atuf a Tubas, ostacolando il movimento di almeno 120 palestinesi; secondo quanto riferito in risposta al lancio di pietre palestinesi contro veicoli israeliani.

13). Nella Striscia di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale israeliana o al largo della costa, presumibilmente per far rispettare le restrizioni di accesso, in almeno 56 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento; non sono stati segnalati feriti o danni. In una occasione, bulldozer militari israeliani hanno spianato terreni all’interno di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale a est di Khan Younis.

14). Sempre nella Striscia di Gaza, il 25 e 26 gennaio, gruppi armati palestinesi hanno lanciato una serie di razzi e proiettili verso il sud di Israele; i razzi sono stati intercettati o sono caduti in aree aperte a Gaza e in Israele. Forze israeliane hanno lanciato una serie di attacchi aerei contro siti militari appartenenti a gruppi armati della Striscia di Gaza. Non sono stati segnalati feriti da entrambe le parti, ma sono stati provocati danni ai siti presi di mira a Gaza.

Questo rapporto riflette le informazioni disponibili al momento della pubblicazione. I dati più aggiornati e ulteriori analisi sono disponibili su ochaopt.org/data.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it