Rapporto OCHA del periodo 28 luglio -10 agosto

Il 7 agosto, nella città di Jenin, durante scontri tra palestinesi e forze israeliane, una donna palestinese 23enne è stata uccisa da un proiettile penetrato nella sua casa.

Gli scontri sono avvenuti nel corso di un’operazione di ricerca-arresto, durante la quale giovani palestinesi hanno lanciato pietre ed esplosivi artigianali contro le forze israeliane, che hanno risposto sparando lacrimogeni. Secondo quanto riferito, la donna è stata colpita dal proiettile nel momento in cui stava chiudendo la finestra della casa, per impedire l’afflusso di gas lacrimogeno. Anche l’ambulanza che ha trasportato la donna in ospedale è stata colpita con proiettili di arma da fuoco. Fonti palestinesi hanno attribuito alle forze israeliane lo sparo fatale. Secondo l’esercito israeliano, citato dai media, le forze israeliane coinvolte nell’operazione non hanno usato le armi da fuoco. Gli scontri si sono conclusi senza feriti o arresti.

In Cisgiordania, in vari scontri, sono rimasti feriti 100 palestinesi, tra cui 15 minori [segue dettaglio]. L’episodio più grave, che ha causato 91 feriti, è avvenuto il 7 agosto nel villaggio di Turmus’ayya (Ramallah) durante una protesta contro la confisca di terreni [palestinesi] e l’espansione degli insediamenti colonici [israeliani]. Altri otto feriti sono stati registrati durante quattro delle 117 operazioni di ricerca-arresto condotte durante il periodo di riferimento. Un altro palestinese è rimasto ferito durante le manifestazioni settimanali a Kafr Qaddum (Qalqiliya). Quattro dei 100 ferimenti sono stati causati da armi da fuoco, 11 da proiettili di gomma e 13 da aggressione fisica, mentre i rimanenti sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeno. Inoltre, nell’area H1 della città di Hebron, un soldato israeliano, colpito da una pietra, è rimasto ferito.

Dal 5 agosto, palestinesi della Striscia di Gaza hanno quotidianamente lanciato decine di palloni igniferi, provocando estesi incendi di terreni agricoli nel sud di Israele. Questa pratica era stata interrotta nel dicembre 2019, in seguito alla sospensione delle proteste collegate alla “Grande Marcia del Ritorno”. A partire dal 10 agosto, l’Autorità israeliana per la Natura ed i Parchi ha segnalato l’incendio di almeno 100 ettari di terra. A seguito di questi atti, l’aviazione israeliana ha colpito diversi siti militari a Gaza, senza provocare vittime.

Il 2 agosto, un gruppo armato palestinese ha lanciato un razzo [da Gaza] verso il sud di Israele; a seguire, l’aviazione israeliana ha attaccato la postazione di un gruppo armato e terreni coltivati. Da entrambe le parti sono stati segnalati limitati danni alle proprietà.

Nella Striscia di Gaza, presumibilmente per far rispettare [ai palestinesi] le restrizioni di accesso alle aree prossime alla recinzione perimetrale israeliana e al largo della costa, in almeno 27 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento. Non sono stati segnalati ferimenti né danni alle proprietà.

In Cisgiordania, per mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, sono state demolite o sequestrate 43 strutture palestinesi, causando lo sfollamento di 108 persone e ripercussioni su altre 240 [seguono dettagli]. Trentatré delle strutture erano in Area C, e 13 di esse si trovavano in quattro Comunità beduine palestinesi situate all’interno o a ridosso di un’area destinata [da Israele] all’espansione dell’insediamento colonico di Ma’ale Adummim (l’area E1). Sempre in Area C, 14 persone sono state sfollate nel villaggio di Susiya (Hebron sud) dopo che la tenda dove vivevano, finanziata da donatori, è stata demolita. Altre quattro strutture sono state prese di mira a Khallet Sakariya (Betlemme) e Fraseen (Jenin) sulla base di un “Ordine Militare 1797”, che consente di effettuare le demolizioni entro 96 ore dall’emissione degli ordini di rimozione. A Fraseen, 18 strutture sono state raggiunte da ordini di fermo-lavori o ordini di rimozione. Le altre dieci strutture demolite erano a Gerusalemme Est ed includevano cinque case auto-demolite dai proprietari [palestinesi] a seguito dell’emissione degli ordini di demolizione.

Tre palestinesi sono stati feriti e proprietà palestinesi sono state vandalizzate da aggressori ritenuti coloni [seguono dettagli]. A quanto riferito, tre degli episodi hanno avuto come protagonisti coloni dell’insediamento avamposto [non autorizzato] di Adei Ad, nel nord-est di Ramallah: un’aggressione fisica a due contadini; uno speronamento con auto che ha ucciso otto pecore e ne ha ferite altre 12; e, infine, l’incendio di 30 viti. Durante quest’ultimo episodio, un colono ha sparato contro palestinesi che tentavano di spegnere il fuoco, costringendoli ad andarsene; non sono stati segnalati feriti. In prossimità dell’insediamento colonico di Shilo, altre 15 pecore sono morte, a quanto riferito, per aver mangiato erba che era stata avvelenata. A Kafr ad Dik e Yasuf (Salfit), 15 ulivi sono stati vandalizzati e recinzioni e pali di ferro sono stati rubati. A Fara’ata (Qalqiliya), due veicoli sono stati dati alle fiamme e sui muri di alcune case del villaggio sono state spruzzate scritte in ebraico.

Secondo fonti israeliane, una donna israeliana è stata ferita e sei veicoli in transito su strade della Cisgiordania sono stati danneggiati dal lancio di pietre effettuato da palestinesi.

Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

12-13 agosto: in risposta al continuo lancio, dalla Striscia di Gaza, di palloni incendiari che hanno bruciato terreni agricoli nel sud di Israele, le autorità israeliane hanno interrotto l’ingresso della maggior parte delle merci dirette a Gaza, (compreso il carburante), hanno ridotto l’area di pesca consentita [ai palestinesi] lungo la costa ed hanno attaccato diverse postazioni militari.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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Rapporto OCHA del periodo 14-27 luglio 2020

In Cisgiordania, 20 palestinesi sono rimasti feriti in scontri con forze israeliane.

Questo dato è più basso di circa l’80% rispetto al numero medio di feriti registrati dall’inizio del 2020 in analoghe circostanze. Dei venti feriti, quattordici si sono avuti durante scontri scoppiati in due separate proteste contro la realizzazione di due avamposti colonici [israeliani] nei pressi dei villaggi di Asira ash Shamaliya e di Beita (entrambi in Nablus); tali avamposti sono stati successivamente smantellati dalle autorità israeliane. Gli altri sei palestinesi [dei 20], incluso un minore, sono rimasti feriti durante scontri innescati da operazioni di ricerca-arresto nei Campi profughi di Balata (Nablus), Al Jalazun (Ramallah) e Jenin, e nella città di Tulkarm.

Il 21 luglio, due ragazzi palestinesi (di 11 e 14 anni) sono rimasti ustionati (uno in modo grave) maneggiando un oggetto caduto da un aeromobile israeliano durante un addestramento militare, secondo quanto riferito; l’oggetto ha spontaneamente preso fuoco dopo la caduta. L’episodio è avvenuto nella città di Hebron, nell’Area (H2) controllata da Israele, nei pressi della casa dei ragazzi.

Il 25 luglio, nella città di Nablus, durante scontri, le forze di sicurezza palestinesi hanno sparato, uccidendo un palestinese e ferendone diversi altri. Gli scontri sono scoppiati quando le forze palestinesi, nell’intento di applicare le norme di blocco imposte nel contesto della pandemia, hanno tentato di chiudere negozi e arrestare i proprietari. Le autorità palestinesi hanno annunciato l’apertura di un’inchiesta.

A Gerusalemme Est, le forze israeliane hanno condotto 26 operazioni di ricerca-arresto; due di tali operazioni sono state effettuate presso sedi di istituzioni culturali ed una presso un centro di magazzinaggio della Società della Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS). In quest’ultimo caso, le forze israeliane hanno requisito circa 100 confezioni di alimenti destinati, secondo quanto riferito, alle famiglie in quarantena domiciliare per il COVID-19; le motivazioni dell’azione non sono ancora chiare. In seguito all’operazione svolta nei due centri culturali e all’arresto dei loro direttori, una rete di ONG palestinesi ha rilasciato una dichiarazione nella quale esorta la Comunità internazionale a difendere lo spazio civico e a proteggere le Organizzazioni della società civile palestinese. In una delle operazioni, svolta nel quartiere di Al ‘Isawiya, una unità sotto copertura ha aggredito fisicamente e arrestato un ragazzo palestinese di 12 anni.

Nella Striscia di Gaza, presumibilmente per far rispettare le restrizioni di accesso alle aree [interne alla Striscia e] prossime alla recinzione perimetrale israeliana e al largo della costa, in almeno 22 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento; non sono stati segnalati feriti né danni alle proprietà. In due occasioni, le forze israeliane sono entrate in Gaza ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo vicino alla recinzione perimetrale.

In Area C e Gerusalemme Est, per mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, sono state demolite o sequestrate trenta strutture di proprietà palestinese, sfollando 25 persone e creando ripercussioni su altre 140 [seguono alcuni dettagli]. In un episodio accaduto il 21 luglio, le autorità israeliane hanno demolito una struttura alla periferia della città di Hebron che, secondo la Municipalità di Hebron, era pianificata per essere utilizzata come centro diagnostico del COVID-19; l’affermazione è contestata dalle autorità israeliane. Questa e altre tre strutture sono state demolite in base ad un “Ordine Militare 1797”, che consente la demolizione di edifici “non autorizzati” entro 96 ore dalla consegna della notifica. Le Organizzazioni Umanitarie e per i Diritti Umani hanno ripetutamente manifestato preoccupazione per questa procedura che, sostanzialmente, impedisce alle persone destinatarie dei provvedimenti di essere ascoltate da un organo giudiziario.

Dal 5 marzo (data di inizio dell’emergenza COVID-19), citando la mancanza di permessi [israeliani] di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 19 case abitate, esistenti prima di tale data, sfollando 104 palestinesi. Ciò è in contrasto con l’impegno, da parte delle autorità [israeliane], di sospendere la demolizione di tali strutture durante la pandemia. Durante questo periodo, altre sette case abitate sono state autodemolite dai proprietari, in ottemperanza all’emissione di ordini di demolizione. Dall’inizio dell’emergenza COVID-19, adducendo la motivazione della mancanza di permessi di costruzione, 282 strutture palestinesi di ogni tipo [abitazioni e/o strutture di servizio] sono state demolite o sequestrate in violazione del diritto umanitario internazionale.

Assalitori, ritenuti coloni israeliani, hanno ferito tre palestinesi ed hanno vandalizzato una moschea, circa 30 alberi ed altre proprietà [seguono dettagli]. Dei tre feriti, due sono stati aggrediti fisicamente con bastoni e pietre nel villaggio di Turmus’ayya (Ramallah) e un altro nella Zona H2 della città di Hebron. Il 27 luglio, nella città di Al Bireh (Ramallah,) una moschea è stata incendiata, danneggiandone parti e scritte in lingua ebraica sono state dipinte sui suoi muri. È stato riferito che la polizia israeliana ha aperto un’inchiesta. Nei villaggi di Turmus’ayya, Burin, Qaryut (tutti in Nablus) e Sa’ir (Hebron) sono stati incendiati o abbattuti circa 30 ulivi. Tra le altre proprietà vandalizzate sono da includere escavatori e altri strumenti di lavoro in una cava nel villaggio di Jamma’in (Nablus) e negozi chiusi nella Zona H2 della città di Hebron.

Un colono israeliano è stato aggredito fisicamente e ferito da palestinesi nell’Area H2 della città di Hebron. Secondo fonti israeliane, altri quattro israeliani sono rimasti feriti per il lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli in transito sulle strade della Cisgiordania. A quanto riferito, sei veicoli israeliani hanno subito danni a causa del lancio di pietre ed uno a causa del lancio di una bottiglia incendiaria da parte di palestinesi.

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nota 1:

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Rapporto OCHA del periodo 30 giugno – 13 luglio 2020

In Cisgiordania, il 9 luglio, nei pressi del villaggio di Kifl Haris (Salfit), le forze israeliane hanno sparato, uccidendo un palestinese di 33 anni e ferendone un altro.

Fonti ufficiali israeliane hanno riferito che i soldati hanno aperto il fuoco contro due palestinesi visti lanciare una bottiglia incendiaria contro una postazione militare; uno dei due è stato ferito, mentre l’altro è fuggito. Successivamente il ferito [forse già morto] è stato prelevato da un’ambulanza palestinese. Fonti palestinesi hanno affermato che l’uomo rimasto ucciso era un passante. Le autorità israeliane hanno aperto un’indagine. Questo episodio porta a 17 il numero di palestinesi uccisi in Cisgiordania dalle forze israeliane dall’inizio del 2020. Un altro palestinese è stato colpito e ferito da forze israeliane durante scontri scoppiati dopo il funerale dell’uomo ucciso. Un cancello all’ingresso principale di Kifl Haris, che era stato chiuso il giorno prima dell’accaduto, è rimasto chiuso fino al 12 luglio, ostacolando gli spostamenti degli oltre 4.300 residenti [palestinesi].

Sempre in Cisgiordania, in numerosi scontri, sono stati feriti dalle forze israeliane altri 72 palestinesi [segue dettaglio]. Quaranta di questi feriti si sono avuti durante operazioni di ricerca-arresto condotte nella città di Abu Dis (Gerusalemme), nel quartiere di Al ‘Isawiya (Gerusalemme Est) e nella città di Nablus. Complessivamente, in tutta la Cisgiordania, ci sono state 150 operazioni di questo tipo, il 30% delle quali compiute a Gerusalemme Est e dintorni. Altri 30 feriti sono stati segnalati durante varie proteste contro attività riferibili a coloni: ad ‘Asira ash Shamaliya (Nablus), contro la creazione di un nuovo avamposto colonico in prossimità del villaggio; a Biddya (Salfit) per protestare contro i continui attacchi ad agricoltori (vedi sotto); a Kafr Qaddum (Qalqiliya), contro le restrizioni di accesso di lunga data e contro l’espansione degli insediamenti colonici nell’area. Nella città di Hebron, un palestinese è rimasto ferito durante una protesta contro il Piano di annessione previsto da Israele, e un altro è stato ferito nel governatorato di Tulkarm, ad un checkpoint della Barriera. Tre dei ferimenti sono stati provocati da proiettili di arma da fuoco; i rimanenti sono da attribuire ad inalazione di gas lacrimogeno, proiettili di gomma ed aggressioni fisiche.

Durante il periodo di riferimento, quasi ogni giorno e per diverse ore, uno dei principali checkpoint che controllano l’accesso all’Area riservata della città di Hebron è rimasto chiuso, ostacolando l’accesso dei residenti palestinesi ai servizi di base dislocati in altre parti della Città. Le chiusure sono state attuate durante e dopo le quasi quotidiane proteste anti-annessione e successivi scontri avvenuti vicino al checkpoint (al di fuori dell’Area riservata). Queste restrizioni hanno esacerbato il contesto coercitivo imposto agli oltre 1.000 palestinesi che vivono in questa area della città di Hebron, dove sono stati costituiti insediamenti israeliani dedicati.

Il 5 luglio, un gruppo armato palestinese ha lanciato tre missili contro la regione meridionale di Israele; a seguito del lancio, forze [aeree] israeliane hanno attaccato la postazione di un gruppo armato e diverse aree aperte di Gaza. Non ci sono state vittime da ambo le parti; tre case ed una fattoria palestinesi sono state danneggiate dai raid aerei israeliani.

Nella Striscia di Gaza, presumibilmente per far rispettare le restrizioni di accesso sia ad aree [interne alla Striscia, ma] prossime alla recinzione perimetrale israeliana, sia al largo della costa, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento in almeno 18 occasioni. Non sono stati registrati feriti, ma, in un caso, le forze navali israeliane hanno arrestato quattro pescatori e confiscato due barche; successivamente i pescatori sono stati liberati. Inoltre, in due casi, le forze israeliane hanno arrestato due palestinesi che stavano tentando di entrare in Israele: uno attraverso la recinzione e l’altro dal mare. In tre casi, le forze israeliane sono entrate a Gaza ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo vicino alla recinzione.

Per mancanza di permessi di costruzione israeliani, sono state demolite o sequestrate trentuno strutture di proprietà palestinese, sfollando 13 persone e intaccando il sostentamento di oltre 100 altre [segue dettaglio]. Nella valle del Giordano, nella Comunità beduina palestinese di Fasayil, le autorità israeliane hanno demolito 12 abitazioni e strutture di sostentamento ad utilizzo stagionale. Quattro delle strutture colpite erano situate in quattro Comunità beduine, interne o attigue ad un’area destinata [da Israele] all’espansione dell’insediamento colonico di Ma’ale Adumim (Piano E1). Due strutture della Comunità di At Taybeh (Hebron), anch’esse in Area C, sono state demolite sulla base di un “Ordine militare 1797”, che prevede la rimozione accelerata di strutture prive di licenza, in quanto ritenute “nuove”. Nove strutture sono state demolite a Gerusalemme Est, di cui due nel quartiere di Al ‘Isawiya; qui, il 19 febbraio 2020, il Comune di Gerusalemme aveva annunciato un arresto semestrale delle demolizioni.

In due località situate nell’Area C del governatorato di Hebron, le forze israeliane hanno spianato con bulldozer terreni agricoli, con la motivazione che l’area è designata [da Israele] come “terra di Stato” [segue dettaglio]. Ad Al Baq’a, vicino alla città di Hebron, 0,4 ettari di colture stagionali e un muro di sostegno sono stati distrutti con bulldozer, mentre vicino alla città di Sair sono stati sradicati 70 ulivi.

Cinque palestinesi sono stati feriti e decine di alberi e veicoli sono stati vandalizzati da coloni israeliani. Tutti i ferimenti si sono verificati in due episodi accaduti nel villaggio di Biddya (Salfit), quando coloni hanno attaccato agricoltori al lavoro sulla propria terra: tre sono stati colpiti con armi da fuoco, uno è stato aggredito fisicamente e un altro è stato morso da un cane sguinzagliato da coloni. Nel villaggio di Burin (Nablus) sono stati incendiati decine di ulivi, mentre alcuni altri sono stati sradicati nella Comunità di As Seefer (Hebron), situata in un’area chiusa, dietro la Barriera. Coloni israeliani hanno anche fatto irruzione nel villaggio Al Lubban ash Sharqiya (Nablus) dove hanno vandalizzato 12 veicoli.

Secondo una ONG israeliana, quattro israeliani, incluso un minore, che viaggiavano su varie strade della Cisgiordania, sono stati colpiti e feriti con pietre; un totale di 19 veicoli israeliani avrebbero subito danni a causa del lancio di pietre ed uno a causa del lancio di una bottiglia incendiaria da parte di palestinesi.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

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L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

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Rapporto OCHA del periodo 16 – 29 giugno

Il 18 giugno è morto un bambino di otto mesi: necessitava di un intervento al cuore, da effettuare presso un ospedale israeliano, ma non è potuto uscire da Gaza.

Infatti, dal 21 maggio, l’Autorità Palestinese, in risposta al piano israeliano di annessione di parti della Cisgiordania [ha interrotto tutti gli accordi e la collaborazione con Israele e, pertanto], non accetta e/o non trasferisce alle Autorità israeliane le richieste di permesso di uscita da Gaza. Da quella data, solo pochi pazienti tra quelli rinviati in Cisgiordania o Israele per cure mediche, sono riusciti ad uscire da Gaza, e solo grazie all’aiuto di ONG o Agenzie internazionali.

Il 23 giugno, a un checkpoint, un palestinese ha lanciato la sua auto contro una ufficiale di polizia di frontiera israeliana, ferendola; successivamente è stato colpito e ucciso. Il checkpoint di Wadi an Nar (governatorato di Gerusalemme), dove si è verificato l’episodio, è utilizzato dalle Autorità israeliane per controllare il traffico palestinese tra la Cisgiordania meridionale e quella settentrionale. Una registrazione video dell’episodio suggerisce la volontarietà dell’attacco. Per i familiari del presunto aggressore, l’uomo potrebbe aver perso il controllo del veicolo; essi affermano anche che, dopo essere stato colpito, è stato lasciato a terra sanguinante.  [vedi in merito articolo su zeitun]

Finora quest’anno, durante attacchi o presunti attacchi contro israeliani, le forze israeliane hanno ucciso sette palestinesi.

In Cisgiordania, nel corso di molteplici scontri, le forze israeliane hanno ferito 121 palestinesi [segue dettaglio]. Settantatre di questi sono rimasti feriti ad Abu Dis (Gerusalemme) durante tre giorni di scontri seguiti all’uccisione di cui al paragrafo precedente. Altri venti palestinesi sono rimasti feriti nella Valle del Giordano, in tre distinte manifestazioni contro l’annunciata annessione di parti della Cisgiordania da parte di Israele. Altri sette sono rimasti feriti nel villaggio di Kafr Qaddum (Qalqiliya), durante le manifestazioni settimanali. In Deir Abu Mash’al (Ramallah), un ragazzo di 15 anni è stato ferito con arma da fuoco, presumibilmente dopo aver lanciato una bottiglia contro veicoli israeliani. I rimanenti sono rimasti feriti durante vari episodi accaduti a Gerusalemme Est, nei Campi profughi di Qalandiya e Al Jalazun, oltre che nella città di Nablus. Quanto alle cause delle lesioni, 63 hanno respirato gas lacrimogeno e sono stati sottoposti a trattamento medico, 44 sono stati colpiti da proiettili di metallo rivestiti di gomma, otto sono stati aggrediti fisicamente e sei sono stati colpiti con proiettili di arma da fuoco.

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno effettuato 125 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 156 palestinesi; numeri leggermente superiori alla media, ad oggi, del 2020.

Il 26 giugno, un gruppo armato palestinese ha lanciato due missili verso il sud di Israele: uno è caduto all’interno di Gaza e l’altro ha colpito un’area israeliana non abitata. Successivamente, le forze israeliane hanno effettuato attacchi aerei, prendendo di mira, a quanto riferito, la postazione di un gruppo armato situato in un’area popolata. In nessuno degli attacchi sono stati registrati feriti; la postazione presa di mira, e quattro case vicine, hanno subito danni non gravi.

All’interno della Striscia di Gaza, sia in aree adiacenti alla recinzione israeliana che perimetra la Striscia, sia in mare, al largo della costa, le forze israeliane hanno aperto il fuoco in almeno 26 occasioni, presumibilmente per imporre [ai palestinesi] le restrizioni di accesso; non sono stati segnalati feriti. In altre tre occasioni, le forze israeliane sono entrate nella Striscia (ad est di Gaza City, di Beit Hanoun e di Rafah) ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e scavi vicino alla recinzione.

Ventuno strutture di proprietà palestinese sono state demolite o sequestrate per mancanza dei permessi di costruzione rilasciati da Israele; 30 persone, tra cui 13 minori, sono state sfollate ed i mezzi di sussistenza di oltre 90 altre sono stati colpiti [segue dettaglio]. Dieci delle 21 strutture citate sono state demolite a Gerusalemme Est (tre erano case abitate); quattro [delle dieci], inclusa una casa abitata, sono state demolite dai proprietari per evitare tasse e danni alle suppellettili. Undici strutture sono state demolite o sequestrate in otto Comunità dell’Area C; due di queste [11] demolizioni sono state effettuate ad Al Khadr (Betlemme), in base ad un “Ordine Militare 1797” che prevede la rimozione, in tempi stretti, di strutture senza licenza, considerate come “nuove”. Nel contesto della pandemia in corso, la demolizione di case e strutture di sostentamento desta grave preoccupazione.

Dieci palestinesi sono rimasti feriti, centinaia di ulivi sono stati incendiati e sei veicoli sono stati vandalizzati da aggressori ritenuti coloni israeliani [segue dettaglio]. Dei 10 feriti, sette sono stati spruzzati con liquido al peperoncino, in due episodi separati: vicino al villaggio di Beitillu (Ramallah) e nel quartiere Silwan di Gerusalemme Est. Due, tra cui una ragazza 14enne, sono stati colpiti con pietre nella città di Hebron (nell’area H2 controllata da Israele) e a sud di Nablus. Uno è stato aggredito fisicamente a Deir al Qilt (Gerico) mentre pascolava le pecore. A quanto riferito, centinaia di ulivi sono stati incendiati da coloni israeliani in quattro diversi episodi accaduti nei villaggi di Burin, Qaryut (entrambi a Nablus) e Wadi Fukin (Betlemme). A Burin, l’incendio si è esteso a terre vicine, appartenenti a palestinesi di Kafr Qalil e Huwwara, e diversi alberi hanno preso fuoco. Finora, nel 2020, nel corso di aggressioni compiute da coloni, sono stati danneggiati almeno 4.000 tra ulivi ed altri alberi.

Secondo una ONG israeliana, quattro veicoli israeliani che viaggiavano sulle strade della Cisgiordania sono stati danneggiati dal lancio di pietre ad opera di palestinesi; non sono stati segnalati feriti.

Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

A causa del forte aumento del numero di persone colpite da COVID-19, l’Autorità Palestinese (PA) ha annunciato un blocco completo di cinque giorni della Cisgiordania, a partire dalle ore 08:00 del 3 luglio. Tutti i negozi resteranno chiusi, ad eccezione di supermercati, panetterie e farmacie; saranno consentiti solo spostamenti essenziali.

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nota 1:

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L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

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Rapporto OCHA del periodo 12 maggio – 1 giugno 2020 (tre settimane)

Il 30 maggio, nella Città Vecchia di Gerusalemme, poliziotti di frontiera israeliani hanno aperto il fuoco, uccidendo un 31enne palestinese autistico che era fuggito all’intimazione dell’alt.

Le autorità israeliane hanno aperto un’inchiesta. In Cisgiordania, dall’inizio dell’anno, in circostanze diverse, sono stati uccisi 15 palestinesi e un soldato israeliano.

Nel corso di quattro separati attacchi palestinesi contro forze israeliane, due palestinesi sono stati uccisi, mentre altri due palestinesi e un soldato israeliano sono rimasti feriti [seguono dettagli]. Le due persone uccise, il 14 ed il 29 maggio, avevano guidato le loro auto contro soldati israeliani in servizio presso checkpoint vicini ai villaggi di Beit ‘Awwa (Hebron) e An Nabi Saleh (Ramallah). Il soldato israeliano [sopraccitato] è rimasto ferito nell’episodio avvenuto il 14 maggio. Gli altri due palestinesi sono stati colpiti e feriti in due distinti episodi avvenuti a Gerusalemme Est dove avevano tentato di accoltellare soldati israeliani: nei pressi di una torretta militare nel quartiere di Jabal al Mukkabir ed al checkpoint di Qalandiya; non ci sono stati feriti da parte israeliana.

Durante due diverse operazioni di ricerca-arresto, un ragazzo palestinese e un soldato israeliano sono stati uccisi; altri 18 palestinesi sono rimasti feriti [seguono dettagli]. Il 12 maggio, nel villaggio di Ya’bad (Jenin), durante un’operazione di ricerca-arresto, un soldato israeliano è morto, colpito al volto da un sasso lanciato da palestinesi da un tetto. Altri 14 palestinesi sono rimasti feriti durante scontri scoppiati nello stesso villaggio durante operazioni israeliane attuate a seguito di quanto sopra. In ulteriori scontri scoppiati il 13 maggio, durante un’operazione di ricerca-arresto nel Campo profughi di Al Fawwar (Hebron), le forze israeliane hanno sparato, uccidendo un 15enne palestinese e ferendo altri quattro palestinesi.

In Cisgiordania, altri 45 palestinesi sono rimasti feriti in numerosi episodi e scontri con forze israeliane [seguono dettagli]. Ventitre sono stati feriti nel villaggio di As Sawiya (Nablus), nel corso di una manifestazione contro l’esproprio di terreni per l’espansione del vicino insediamento colonico [israeliano] di Rechalim. Cinque palestinesi sono rimasti feriti nel villaggio di Turmus’ayya, in scontri scoppiati dopo che agricoltori al lavoro sui loro terreni vicini al villaggio erano stati costretti da un colono israeliano ad andarsene dalla zona. Nel corso di scontri con forze israeliane tre palestinesi sono stati feriti con arma da fuoco nella città di Abu Dis (Gerusalemme) ed altri tre sono stati aggrediti fisicamente ad Huwwara (Nablus).

Complessivamente, in Cisgiordania, nel corso del periodo di riferimento (tre settimane), le forze israeliane hanno effettuato 145 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato circa 199 palestinesi. Di queste operazioni, 44 sono avvenute nei quartieri di Gerusalemme Est, 28 a Hebron, 19 nel governatorato di Ramallah e 15 a Jenin, prevalentemente nel villaggio di Ya’bad.

Nella Striscia di Gaza, per far rispettare le restrizioni di accesso alle aree [interne alla Striscia] prossime alla recinzione perimetrale israeliana ed al largo della costa, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento in almeno 59 occasioni. In due casi separati, due pescatori sono rimasti feriti ed una barca e l’attrezzatura da pesca hanno subìto danni. Da aprile, in mare, c’è stato un notevole aumento del numero di aperture del fuoco di avvertimento. In quattro occasioni, le forze israeliane sono entrate nella Striscia, ad est di Gaza, di Beit Hanoun e del Campo Profughi di Al Bureij, ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo vicino alla recinzione perimetrale.

Nella Striscia di Gaza, a Beit Lahiya, un 14enne è morto per l’esplosione di un residuato bellico (ERW) trovato vicino a casa.

Il 12 maggio, il valico di Rafah con l’Egitto ha riaperto in una direzione per tre giorni consecutivi, per consentire il rientro a Gaza di 1.168 palestinesi. Dal 15 marzo, per impedire la diffusione di COVID-19, il valico era rimasto prevalentemente chiuso in entrambe le direzioni.

Una prima valutazione fa ritenere che la sospensione, da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese, di ogni coordinamento con le autorità israeliane abbia reso più difficile l’uscita dei palestinesi da Gaza. I titolari di permessi di uscita hanno avuto difficoltà a lasciare Gaza attraverso il valico di Erez, mentre l’Autorità Palestinese non ha ricevuto nuove richieste in tal senso. Questa misura era stata adottata in risposta all’annuncio del governo israeliano circa l’intenzione di annettere parti della Cisgiordania.

In Area C e Gerusalemme Est, a motivo della mancanza di permessi di costruzione, cinquantanove (59) strutture di proprietà palestinese sono state demolite o sequestrate dalle autorità israeliane, sfollando 37 persone e creando ripercussioni su altre 260 [seguono dettagli]. Quarantacinque [delle 59] strutture demolite in Area C hanno interessato 16 Comunità; sette di queste demolizioni sono state attuate in base all’Ordine Militare 1797, che prevede la rimozione accelerata di strutture senza licenza, in quanto ritenute “nuove”. Metà delle 14 strutture demolite a Gerusalemme Est si trovavano nel villaggio di Al Walaja, situato sul “lato Gerusalemme” della Barriera. Dal 4 marzo, queste sono state le prime demolizioni effettuate dalle autorità israeliane nell’area municipale di Gerusalemme. Le demolizioni delle restanti sette strutture in Gerusalemme Est, sono state effettuate dagli stessi proprietari. Durante il mese di Ramadan, conclusosi il 23 maggio, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 42 strutture; erano state 13 nel Ramadan del 2019, una nel 2018, nessuna nel 2017.

Il 25 maggio, l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha accolto una petizione volta ad impedire la demolizione “punitiva” di un appartamento nel villaggio di Beit Kahil a Hebron. La casa, dove vivono una donna e tre minori, appartiene alla famiglia di un palestinese accusato di aver ucciso un israeliano, nell’agosto 2019, vicino all’insediamento colonico di Gush Etzion. La sentenza della Corte è la prima nel suo genere dal 2016.

Tredici palestinesi sono rimasti feriti e circa 480 ulivi sono stati vandalizzati da aggressori ritenuti coloni israeliani [seguono dettagli]. Cinque dei feriti erano minori e sono stati aggrediti fisicamente da coloni nella parte della città di Hebron controllata da Israele (Zona H2). Sei sono rimasti feriti durante le irruzione di coloni nei villaggi di Huwwara e Yatma (Nablus). Due sono stati aggrediti da coloni nei pressi di una sorgente vicina al villaggio di Deir Nidham (Ramallah). Coloni hanno fatto irruzione nei villaggi di Al Jab’a (Betlemme) e Beitin (Ramallah) e nel quartiere di Tel Rumeida nella città di Hebron, danneggiando case, muri e automobili. In due casi, i residenti hanno riferito che coloni hanno abbattuto oltre 50 ulivi appartenenti ai villaggi di Yatma e di Nahhalin, mentre altri 280 sono stati vandalizzati vicino al villaggio di Shufa (Tulkarm). Vicino al villaggio di Haris (Salfit), coloni hanno sradicato 150 alberi di ulivo. Nel sud di Hebron, in tre distinti episodi, assalitori ritenuti coloni hanno dato fuoco o hanno fatto pascolare le loro pecore su terreni di proprietà palestinese, causando danni ad alcuni ettari di terreno coltivati con colture stagionali.

Sono stati segnalati diversi episodi di lancio di pietre, bottiglie incendiarie e bottiglie contenenti vernici, da parte di palestinesi contro veicoli israeliani che viaggiavano su strade della Cisgiordania. Di conseguenza, secondo una ONG israeliana, un bambino di cinque anni è stato leggermente ferito e 18 veicoli hanno subìto danni.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




In Palestina più di 100 violazioni da parte di Israele in una settimana

29 maggio 2020 – Middle East Monitor

Il Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR) ha documentato più di 100 violazioni del diritto internazionale sui diritti umani perpetrate dalle forze di occupazione e dai coloni israeliani un una sola settimana nei Territori Palestinesi Occupati (TPO).

Secondo un rapporto del PCHR pubblicato ieri, è stato registrato complessivamente un totale di 106 violazioni di diritti umani da parte di Israele; tuttavia le restrizioni imposte dallo stato di emergenza hanno limitato la capacità della ONG di monitorare tutti gli incidenti nei TPO.

“Questa settimana, segnata dalla festa musulmana di Eid al-Fitr, che celebra la fine del mese di Ramadan, non è stata diversa, essendo continuati gli attacchi delle forze israeliane; inoltre i coloni hanno sparato, ferendoli, ad agricoltori palestinesi, hanno incendiato terreni e attaccato case”, ha dichiarato la ONG per i diritti umani.

Come segnalato dal PCHR, le forze israeliane hanno ucciso illegalmente cinque civili palestinesi, compreso un bambino che non costituiva una minaccia imminente per la vita, usando proiettili veri durante le incursioni militari israeliane a Ramallah e Tuba.

Inoltre Israele ha continuato ad ampliare le colonie illegali e le relative infrastrutture nella Cisgiordania occupata, compreso lo smantellamento di una roulotte e la demolizione di una casa ancora in costruzione nella zona centrale della Valle del Giordano, in quanto non disponeva del permesso necessario da parte delle autorità di occupazione israeliane.

Questi permessi sono quasi impossibili da ottenere da parte dei palestinesi. Si dice che tre palestinesi siano stati costretti a demolire essi stessi le proprie case.

Il PCHR ha dichiarato che le estese demolizioni hanno comportato anche l’uso di bulldozer nel sito archeologico di Sebastia e il furto di pietre antiche nei dintorni.

Attualmente vi sono circa 650.000 coloni ebrei che vivono nel territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme est. Tutte le colonie israeliane sono illegali in base al diritto internazionale. La Quarta Convenzione di Ginevra proibisce ad una potenza occupante di trasferire la propria popolazione sulla terra occupata.

(Traduzione dallo spagnolo di Cristiana Cavagna)




Rapporto OCHA del periodo 16 – 29 luglio 2019 (due settimane)

Nella Striscia di Gaza, il 26 luglio, un palestinese 23enne è stato colpito con arma da fuoco ed ucciso durante la manifestazione settimanale della “Grande Marcia del Ritorno” (GMR) che si svolge vicino alla recinzione perimetrale con Israele. Dal 10 maggio 2019, questa è stata la prima uccisione registrata nelle manifestazioni GMR.

Durante il periodo di riferimento, altri 473 palestinesi sono stati feriti nelle suddette manifestazioni e in attività correlate; per 188 di loro si è reso necessario il ricovero in ospedale.

In almeno dodici occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento, allo scopo di far rispettare [ai palestinesi] le restrizioni di accesso [imposte da Israele] sulle aree di Gaza adiacenti alla recinzione perimetrale e al largo della costa. In un caso, due pescatori sono stati arrestati e la loro barca è stata confiscata; in un altro episodio, un uomo è stato arrestato mentre stava tentando di infiltrarsi in Israele attraverso la recinzione. Le forze israeliane hanno effettuato due incursioni [nella Striscia] ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno vicino alla recinzione; in un’altra occasione hanno lanciato razzi illuminanti, danneggiando una abitazione nell’Area Centrale [della Striscia].

Tra il 17 e il 23 luglio, le autorità israeliane hanno restituito 35 barche da pesca che la marina israeliana aveva confiscato nell’applicazione delle restrizioni di accesso. Secondo il Sindacato palestinese dei Pescatori, ciò porta a 66 il numero totale di pescherecci restituiti dall’inizio del 2019.

Nei villaggi e nelle città della Cisgiordania, complessivamente, le forze israeliane hanno effettuato 146 operazioni di ricerca-arresto, di cui 36 a Hebron e 30 a Gerusalemme, soprattutto ad Al ‘Isawiya. Durante queste operazioni almeno 200 palestinesi sono stati arrestati.

In Cisgiordania, 75 palestinesi, tra cui 22 minori, hanno subìto lesioni da parte delle forze israeliane o per inalazione di gas lacrimogeno o perché colpiti con proiettili di gomma o proiettili di arma da fuoco o perché aggrediti fisicamente [di seguito il dettaglio]. Ad Al ‘Isawiya, durante scontri, due poliziotti di frontiera israeliani sono stati feriti da pietre; in questo villaggio, negli ultimi due mesi, le forze israeliane sono entrate quasi quotidianamente, innescando scontri con i residenti. Trentatré palestinesi [dei 75] sono rimasti feriti in operazioni di ricerca-arresto: 24 in Al ‘Eizariya ed in Al’ Isawiya (Gerusalemme), 5 nei Campi Profughi di Ad Duheishah (Betlemme) e Jenin e 3 in altrettante località diverse. Altri sei palestinesi sono rimasti feriti il 22 luglio, nel quartiere di Sur Bahir a Gerusalemme Est, nel corso di scontri innescati dalla demolizione di dieci strutture (vedi sotto). Altri 31 [sempre dei 75] palestinesi sono rimasti feriti a Kafr Qaddum (Qalqiliya), durante la protesta settimanale contro l’espansione degli insediamenti; questi ferimenti sono stati causati principalmente da proiettili di gomma e inalazione di gas lacrimogeni. Infine, 5 palestinesi sono rimasti feriti nella Comunità di Fasayil (Gerico), nel corso di scontri con le forze israeliane; i residenti protestavano contro la mancanza di elettricità in quell’area.

Un detenuto palestinese 31enne è morto il 16 luglio in una prigione israeliana. L’uomo era stato arrestato nel giugno 2019; dopo l’arresto la sua salute era peggiorata e, secondo il Comitato dei prigionieri, sarebbe morto per negligenza medica. Secondo resoconti dei media israeliani, il Servizio penitenziario israeliano avrebbe fornito al detenuto adeguata assistenza medica e starebbe indagando sulla sua morte.

In un episodio avvenuto il 16 luglio, un colono israeliano ha aggredito e ferito fisicamente un bambino di 6 anni nella zona di Batn al Hawa, nel quartiere Silwan di Gerusalemme Est. In altri quattro episodi, agricoltori palestinesi e residenti hanno riferito che sospetti coloni israeliani hanno vandalizzato circa 150 ulivi appartenenti a residenti di Yasuf e Wadi Qana (Salfit), e Susiya e Ash Shuyukh (Hebron). Inoltre, durante il periodo di riferimento, l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha respinto una petizione avanzata da palestinesi per liberare una casa occupata da coloni nella zona (H2) di Hebron controllata da Israele. Dopo la sentenza, coloni hanno installato una roulotte vicino alla casa.

In Cisgiordania, durante il periodo in esame, un totale di 44 strutture di proprietà palestinese sono state demolite, sfollando 38 persone e causando ripercussioni di varia entità su oltre 6.000 altre persone [segue dettaglio]. 34 demolizioni [delle 44] erano motivate dalla mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele; 32 di queste si trovavano in Area C e due a Gerusalemme Est. In Area C, le demolizioni includevano 14 strutture finanziate da donatori, tra cui quattro cisterne d’acqua che approvvigionavano le comunità di Umm al Kheir e Khashem ad Daraj (1.750 persone). Entrambe le Comunità già affrontano gravi carenze idriche; così come altre Comunità situate nel sud di Hebron. Inoltre, nel villaggio di Asira Ash Shamaliya (Nablus), le autorità israeliane hanno fatto spianare tratti di quattro strade (finanziate da donatori) che portano a terreni agricoli, colpendo oltre 4.000 residenti; le strade sono state riaperte dagli abitanti il giorno seguente.

Le restanti dieci strutture [delle 44] sono state demolite il 22 luglio, citando problemi di sicurezza. Queste includevano nove edifici residenziali (tre dei quali abitati); tutti, tranne uno, si trovavano sul “lato Gerusalemme” della Barriera, in Aree A, B e C del quartiere di Sur Bahir. Queste demolizioni hanno comportato lo sfollamento di quattro famiglie (24 persone, di cui 14 minori) e sono conseguenti ad una sentenza dell’Alta Corte di Giustizia israeliana. La sentenza è imperniata su un ordine militare che, in prossimità della Barriera, fissa una zona cuscinetto di sicurezza in cui qualunque edificio è vietato. In risposta a questa vicenda, le Nazioni Unite hanno emesso una dichiarazione, in cui si afferma che “la politica israeliana di distruggere la proprietà palestinese non è compatibile con i suoi obblighi derivanti dal Diritto umanitario internazionale”.

Secondo fonti israeliane, in tre occasioni, palestinesi hanno lanciato pietre, fuochi d’artificio e barattoli di vernice su veicoli israeliani che viaggiavano su strade della Cisgiordania, in prossimità di Gerusalemme, Hebron e Ramallah. Almeno tre auto sono state danneggiate.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

 




Rapporto OCHA del periodo 7 – 20 maggio 2019

Il 10 maggio, nella Striscia di Gaza, vicino alla recinzione israeliana che la delimita, durante proteste avvenute ad est di Rafah nell’ambito della “Grande Marcia di Ritorno” (GMR), un palestinese di 24 anni è stato ucciso ed altri 425 circa sono stati feriti.

Oltre il 47% dei feriti sono stati ospedalizzati; 56 di questi erano stati colpiti con armi da fuoco.

In aree [di terraferma] adiacenti alla recinzione perimetrale [sul lato interno della Striscia] e [di mare,] al largo della costa di Gaza, le forze israeliane, per far rispettare le restrizioni di accesso [imposte ai palestinesi], hanno aperto il fuoco di avvertimento in almeno 21 occasioni non collegate a proteste per la GMR, provocando tre feriti, tra cui un contadino e un pescatore. In tre occasioni, le forze israeliane sono entrate a Gaza, vicino a Beit Hanoun (Nord della Striscia), Deir al Balah (Area Centrale) e Rafah [Area Sud], ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo vicino alla recinzione perimetrale.

In Cisgiordania, durante proteste e numerosi scontri, le forze israeliane hanno ferito 24 palestinesi, tra cui quattro minori [dettaglio nel paragrafo seguente]; questo numero rappresenta una riduzione significativa, di circa l’85%, rispetto alla media quindicinale di 155 feriti registrata nei primi mesi di quest’anno. Sei palestinesi [dei 24] sono rimasti feriti durante scontri con le forze israeliane verificatisi nei pressi dell’area di Bab al Amud nella Città Vecchia di Gerusalemme. Altri due palestinesi sono stati aggrediti fisicamente e feriti dalle forze israeliane vicino all’area di Beit Hanina, a Gerusalemme Est, mentre tentavano di attraversare la Barriera senza autorizzazione. Il 10 maggio, a due ambulanze palestinesi è stato negato l’accesso alla Città Vecchia di Gerusalemme e due paramedici sono stati fermati, aggrediti fisicamente e feriti dalla polizia israeliana; questo episodio è avvenuto successivamente ad una intesa con le autorità israeliane che prevedeva l’attenuazione delle restrizioni di accesso a Gerusalemme Est durante il mese musulmano del Ramadan [vedi più avanti]. Un altro palestinese è stato ferito nel villaggio di Kafr Qaddum (Qalqiliya) negli scontri scoppiati durante la protesta settimanale contro le restrizioni di accesso e contro l’espansione degli insediamenti [colonici israeliani]. Altri tre palestinesi sono stati feriti dalle forze israeliane durante scontri scoppiati dopo l’accesso di coloni israeliani alla sorgente di Ein Harrasheh ed in un parco pubblico nella zona B del villaggio di Al Mazra’a al Qibliya (Ramallah). Secondo fonti della Comunità locale, i coloni israeliani avevano sparato in aria ed avevano istituito un checkpoint improvvisato, impedendo ai palestinesi l’accesso alla zona. Due palestinesi sono stati arrestati.

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno condotto 81 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 110 palestinesi. La quota maggiore di operazioni (21) è stata compiuta nel governatorato di Hebron mentre il più alto numero di arresti (30) è stato effettuato nel governatorato di Gerusalemme.

Nella Valle del Giordano settentrionale, per consentire una esercitazione militare israeliana, in sei occasioni le forze israeliane hanno sfollato, per 7-20 ore ogni volta, 125 palestinesi (per l’80% donne e minori) appartenenti a due Comunità di pastori, Tell al Khashaba (Nablus) e Humsa al Bqai’a. Le famiglie hanno dovuto stazionare all’aperto o trovare ricovero presso Comunità vicine; nella maggior parte dei casi lo sfollamento è avvenuto di notte, ed hanno dovuto lasciare sul posto le greggi ed il bestiame. Il 16 maggio, l’Associazione per i Diritti Civili in Israele, ha presentato una petizione all’Alta Corte di Giustizia israeliana contro lo sgombero della Comunità di Humsa al Bqai’a. Il 22 maggio, l’Alta Corte di Giustizia ha respinto la petizione. Entrambe le Comunità devono affrontare sistematiche demolizioni e restrizioni di accesso che, insieme ai ripetuti sfollamenti temporanei dovuti all’addestramento militare, destano preoccupazioni sul rischio di trasferimento forzato dei residenti.

Citando la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito una struttura di sussistenza di proprietà palestinese, situata nella zona C del villaggio di Haris (Salfit), colpendo una famiglia di sette persone, tra cui quattro minori.

In concomitanza con il mese musulmano del Ramadan, iniziato il 6 maggio, le autorità israeliane hanno annunciato l’attenuazione delle restrizioni di accesso. Il provvedimento include l’emissione di circa 150.000 permessi per visite familiari in Gerusalemme Est e Israele; inoltre, per le preghiere del venerdì, agli uomini sopra i 40 anni, ai minori di 16 anni e alle donne di tutte le età è consentito l’ingresso a Gerusalemme Est senza necessità di permesso. I residenti di Gaza non hanno avuto permessi per il Ramadan. Secondo il Distretto di Coordinamento israeliano (DCL), per le preghiere del primo e del secondo venerdì di Ramadan, le forze israeliane hanno consentito l’ingresso in Gerusalemme Est, attraverso tre checkpoints circostanti, a circa 75.744 palestinesi il 10 maggio e circa 92.188 il 17 maggio. Nel 2018 i permessi per il primo e secondo venerdì di Ramadan erano stati, rispettivamente, circa 39.300 e 87.085.

Il 13 maggio, Israele ha riaperto entrambi i valichi sotto suo controllo al transito sia di persone che di merci: il valico passeggeri di Erez ed il valico merci di Kerem Shalom. Il provvedimento ha fatto seguito alle severe restrizioni che avevano accompagnato la recente ondata di violenza [vedi il Rapporto precedente] ed alla successiva chiusura generale praticata durante le festività nazionali israeliane.

Durante il periodo di riferimento sono stati segnalati tredici attacchi di coloni israeliani: sette palestinesi sono rimasti feriti e 60 alberi di proprietà palestinese sono stati vandalizzati o incendiati [seguono dettagli]. Tre degli episodi si sono verificati nelle vicinanze dei villaggi di Asira al Qibliya, Qiryat e Yanun (entrambi a Nablus) e Marda (Salfit). In queste località cinque alberi, almeno 50.000 m2 di coltivazioni e un veicolo sono stati vandalizzati, a quanto riferito, da coloni provenienti dagli insediamenti di Yitzhar, Shilo, Itamar, Ariel e Mitzpe Ya’ir. Altri tre attacchi incendiari portati nei villaggi di Asira al Qibliya e Burin (entrambi a Nablus) e Izbat Shufa (Tulkarm), secondo quanto riferito, ancora ad opera di coloni israeliani, hanno provocato estesi danni a terreni coltivati e ad almeno 20 ulivi. Dall’inizio del 2019, l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari nei Territori palestinesi occupati (OCHAoPt) ha registrato lo sradicamento, l’incendio o la vandalizzazione di 1.845 alberi da parte di coloni israeliani. Tuttavia, rispetto alla media mensile [di fatti analoghi avvenuti nel] 2018 e nel 2017, il numero sopraccitato rappresenta una riduzione del 44% e del 22% rispettivamente. Nell’area H2 di Hebron, controllata da Israele, coloni israeliani hanno aggredito e ferito tre palestinesi, tra cui due minori, in quattro distinti episodi. Inoltre, secondo il Consiglio del villaggio di Qaryut (Nablus), il 20 maggio, coloni israeliani dell’insediamento di Eli hanno scaricato liquami su terreni palestinesi coltivati ad ulivi; 10.000 m2 di terreni e 40 ulivi sono stati contaminati. Altri quattro palestinesi sono stati aggrediti fisicamente e feriti da coloni israeliani in due distinti episodi accaduti nel quartiere di Sheikh Jarrah e nella Città Vecchia di Gerusalemme.

In Cisgiordania, in almeno tre occasioni, palestinesi hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani vicino a Gerusalemme, Betlemme e Ramallah; secondo fonti israeliane sono stati danneggiati almeno tre veicoli privati, ma non sono stati segnalati feriti.

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Ultimi sviluppi

Per la seconda volta in due settimane, il 23 maggio le autorità israeliane hanno ridotto l’ampiezza della zona di pesca consentita [ai palestinesi] lungo la costa meridionale di Gaza; a quanto riferito, la riduzione (da 15 a 10 miglia nautiche) è stata comminata come risposta al lancio di palloncini incendiari verso Israele.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

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Rapporto OCHA del periodo 23 aprile – 6 maggio 2019 (due settimane)

Nella Striscia di Gaza e in Israele, tre giorni di intense ostilità hanno provocato l’uccisione di 25 palestinesi (tra cui tre minori e due donne incinte) e quattro civili israeliani. Tra i feriti 153 palestinesi e 123 israeliani.

Lo scontro ha raggiunto il culmine tra il 3 e il 6 maggio, in seguito al ferimento di due soldati israeliani durante le proteste settimanali per la “Grande Marcia di Ritorno” (GMR) del 3 maggio. A quanto riferito, il ferimento sarebbe stato opera di un cecchino palestinese, al quale ha fatto seguito l’attacco dell’aeronautica israeliana contro le postazioni di Hamas e l’uccisione di due suoi membri. Nei giorni successivi, le forze israeliane hanno colpito circa 320 obiettivi in Gaza, mentre gruppi armati palestinesi hanno sparato quasi 700 tra missili e proiettili di mortaio contro Israele. Secondo prime valutazioni, a Gaza sono state distrutte 41 abitazioni e altre 16 sono state gravemente danneggiate e rese inabitabili. Sono state danneggiate anche 13 strutture scolastiche, un centro sanitario e varie reti elettriche. Un accordo informale per il cessate il fuoco, raggiunto attraverso mediazione egiziana e delle Nazioni Unite, è entrato in vigore nella prima mattina del 6 maggio e risulta rispettato al momento della pubblicazione del presente rapporto.

Inoltre, in proteste svolte il 26 aprile ed il 3 maggio vicino alla recinzione israeliana di Gaza nell’ambito delle manifestazioni per la GMR, le forze israeliane hanno sparato e ucciso due palestinesi, ferendone altri 370 circa. Secondo fonti mediche palestinesi, di tutti i palestinesi feriti durante proteste tenute nel periodo di riferimento [del presente rapporto] , 237 sono stati ricoverati in ospedale; 91 di questi presentavano ferite da armi da fuoco.

Il 30 aprile, in risposta al lancio di missili da Gaza verso il mare, effettuato da gruppi armati palestinesi, le autorità israeliane hanno ridotto da 15 a 6 miglia nautiche la zona di pesca consentita lungo la costa meridionale di Gaza. Il 4 maggio, in un contesto di crescenti ostilità, le autorità israeliane hanno proibito tutte le attività di pesca al largo della costa di Gaza. Inoltre, il valico pedonale di Erez e il valico per le merci di Kerem Shalom, entrambi controllati da Israele, sono stati chiusi al transito di persone e merci; fanno eccezione determinati viaggiatori (internazionali) e l’importazione di carburante per la Centrale Elettrica di Gaza.

Il 20 aprile, al checkpoint di Za’tara (Nablus), le forze israeliane hanno sparato e ferito un 20enne palestinese che, presumibilmente, aveva tentato di pugnalare un soldato israeliano; per le ferite riportate, l’aggressore è deceduto il 27 aprile in un ospedale israeliano e il suo corpo è ancora trattenuto dalle autorità israeliane. Nessun israeliano risulta ferito nell’episodio. Ciò porta a sei, dall’inizio del 2019, il numero di palestinesi uccisi dalle forze israeliane in attacchi e presunti attacchi. In un altro episodio, avvenuto il 29 aprile, vicino al villaggio di Ya’bad (Jenin), un palestinese è stato colpito e ferito dalle forze israeliane, presumibilmente dopo aver aperto il fuoco contro una postazione militare israeliana.

In aree [di terra, interne alla Striscia e] adiacenti alla recinzione perimetrale ed [in aree di mare,] al largo della costa di Gaza, in circa 30 occasioni estranee alle proteste per la GMR, le forze israeliane, in applicazione delle restrizioni di accesso, hanno aperto il fuoco di avvertimento, provocando il ferimento di tre palestinesi. In uno degli episodi, due pescatori palestinesi sono stati arrestati e le loro imbarcazioni sono state confiscate dalle forze navali israeliane.

In Cisgiordania, durante il periodo di riferimento, in numerosi scontri con le forze israeliane, complessivamente sono rimasti feriti 63 palestinesi. Ciò rappresenta una riduzione significativa di circa il 63%, rispetto alla media quindicinale di 170 feriti registrata, fino ad ora, nel 2019. 17 palestinesi [dei 63] sono stati feriti nella città di Nablus, durante scontri con le forze israeliane che stavano accompagnando coloni israeliani in visita alla Tomba di Giuseppe. Altri due palestinesi sono rimasti feriti nel villaggio di Kafr Qaddum (Qalqiliya) durante scontri scoppiati nel corso della protesta settimanale contro le restrizioni all’accesso e l’espansione degli insediamenti. Altri 40 feriti si sono avuti ad Al ‘Eizariya, nella città di Abu Dis, nel Campo profughi di Qalandiya (Gerusalemme) e nella città di Qalqiliya, in scontri seguiti a cinque operazioni di ricerca-arresto condotte da forze israeliane. Nel complesso, le forze israeliane hanno condotto 141 di queste operazioni, il 4% delle quali ha provocato scontri.

A Gerusalemme Est e nella zona C della Cisgiordania, citando la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 41 strutture di proprietà palestinese, sfollando 38 persone e creando danno ad altre 121. 37 strutture [delle 41 citate] erano a Gerusalemme Est e 4 nella Zona C. Nella sola giornata del 29 aprile, le autorità israeliane hanno demolito 31 strutture in diversi quartieri di Gerusalemme Est, segnando il maggior numero di strutture demolite in un solo giorno a Gerusalemme Est da quando, nel 2009, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari nei Territori palestinesi occupati (OCHAoPt) ha avviato sistematicamente il monitoraggio delle demolizioni. Il 3 maggio, il Coordinatore Umanitario Jamie Mc Goldrick, insieme ai Capi dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e il Lavoro per i Profughi della Palestina nel Vicino Oriente (UNRWA) e dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR), hanno rilasciato una dichiarazione congiunta che invita Israele al rispetto del diritto internazionale e a porre fine alla distruzione di proprietà palestinesi a Gerusalemme Est.

Il 25 aprile, le autorità israeliane hanno demolito una casa nel villaggio di Az Zawiya (Salfit), nella zona B, con motivazione “punitiva”, sfollando una famiglia di sette persone, di cui cinque minori. La casa apparteneva alla famiglia di un palestinese di 19 anni accusato di aver ucciso, il 17 marzo 2019, vicino all’insediamento israeliano di Ariel (Salfit), un soldato israeliano e un colono israeliano, oltre ad aver ferito un altro soldato. Il giovane fu ucciso da forze israeliane in un successivo episodio. Dall’inizio del 2019, questa è la quinta demolizione del genere. Nel 2018 tali demolizioni furono sei e nove nel 2017.

In Cisgiordania sono stati registrati tredici attacchi attribuiti a coloni israeliani, con conseguente ferimento di tre palestinesi e danni a proprietà palestinesi. Nel villaggio di Kafr Ni’ma (Ramallah), un gruppo di coloni israeliani, alcuni dei quali armati, hanno aggredito fisicamente e ferito tre palestinesi che stavano misurando terreni. Inoltre, in cinque episodi verificatesi nelle ultime due settimane, coloni israeliani, accompagnati dall’esercito israeliano, hanno vandalizzato proprietà palestinesi nella zona della sorgente di Ein Harrasheh, ed un parco pubblico nella zona B del villaggio Al Mazra’a Al Qibliya (Ramallah); secondo fonti della comunità locale, i coloni hanno lanciato pietre contro due case, hanno molestato palestinesi ed hanno vandalizzato tubature dell’acqua e infrastrutture del parco. Nel villaggio di ‘Urif (Nablus), dopo che coloni avevano lanciato pietre contro una scuola per ragazzi e contro le case circostanti, sono scoppiati scontri che hanno visto palestinesi contrapposti ai coloni ed alle forze israeliane che li accompagnavano. In altri cinque episodi verificatisi a Burqa (Ramallah), Isla (Qalqiliya), Huwwara (Nablus) ), al Ganoub (Hebron) e nella zona H2 della città di Hebron, coloni israeliani hanno vandalizzato 51 ulivi, hanno bucato le gomme di dodici veicoli palestinesi, hanno spruzzato scritte “questo è il prezzo” su quattro case palestinesi e danneggiato un negozio. Dall’inizio del 2019, la media bisettimanale [14 giorni] di attacchi di coloni (con vittime palestinesi o danni alle proprietà) ha registrato un aumento del 40% rispetto alla media bisettimanale [14 giorni] del 2018, e del 133% rispetto al 2017.

Media israeliani hanno riferito di nove episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli di coloni israeliani; una colona israeliana è stata ferita e diversi veicoli sono stati danneggiati.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, controllato dall’Egitto, è rimasto aperto per tre giorni in entrambe le direzioni e quattro giorni in una direzione. Un totale di 2.662 persone, tra cui 1.451 pellegrini, sono entrati a Gaza e 2.466 ne sono usciti, tra cui 1.603 pellegrini.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Rapporto sulla Protezione dei Civili nei Territori Palestinesi occupati

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Rapporto OCHA del periodo 26 marzo – 8 aprile 2019 (due settimane)

Nella Striscia di Gaza, nel contesto delle manifestazioni della “Grande Marcia di Ritorno” (GMR), quattro palestinesi, tra cui due minori, sono stati uccisi dalle forze israeliane e altri 1.456 sono rimasti feriti.

Tre dei quattro, tra cui due ragazzi 17enni, sono stati uccisi sabato 30 marzo, giornata anniversario sia del “Giorno della Terra” che dell’inizio, un anno fa, delle manifestazioni [per la GMR]. Il quarto uomo, ferito durante le manifestazioni, è morto tre giorni dopo. La mattina del 30 marzo, in un episodio non collegato alle manifestazioni della GMR, un altro uomo è stato colpito e ucciso vicino alla recinzione perimetrale.

Sempre nella Striscia di Gaza, per imporre [ai palestinesi] le restrizioni di accesso [stabilite da Israele] sia alle aree lungo la recinzione perimetrale [lato interno a Gaza] che a quelle di mare, le forze israeliane, in almeno 27 occasioni non legate agli eventi della GMR, hanno aperto il fuoco verso agricoltori e pescatori, senza provocare feriti. In altre quattro occasioni, le forze israeliane sono entrate nella Striscia ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo nelle vicinanze della recinzione perimetrale. In altri due episodi, cinque palestinesi, tra cui tre minori, sono stati arrestati mentre tentavano di infiltrarsi in Israele.

In Cisgiordania, in due operazioni di ricerca e arresto, le forze israeliane hanno ucciso due palestinesi [di seguito il dettaglio]. Un paramedico volontario palestinese 18enne è stato ucciso dalle forze israeliane il 27 marzo, con arma da fuoco: il giovane era in servizio nel Campo Profughi di Duheisheh, a Betlemme, mentre si svolgeva un’operazione militare. Secondo fonti palestinesi, nell’area interessata all’uccisione non erano in corso scontri. Il secondo palestinese, 24enne, è stato ucciso dai soldati israeliani il 2 aprile, nelle vicinanze del Campo Profughi di Qalandiya; qui erano scoppiati scontri tra palestinesi e l’esercito israeliano durante operazioni di ricerca-arresto. Nel contesto di questi due episodi sono stati feriti, con armi da fuoco, altri quattro palestinesi, tra cui due minori.

Ancora in Cisgiordania, in altri scontri, per lo più conseguenti a operazioni di ricerca-arresto e proteste, sono stati feriti dalle forze israeliane 304 palestinesi, tra cui 239 minori [78,6%]. Nel complesso, in Cisgiordania, le forze israeliane hanno condotto 169 operazioni di ricerca, otto di esse hanno provocato scontri nel corso dei quali sono stati feriti undici palestinesi [dei 304 riportati sopra]. I palestinesi arrestati sono stati 197, tra cui quindici minori. Il governatorato di Gerusalemme ha registrato il maggior numero di tali operazioni. In due distinti episodi, il 7 e l’8 marzo, nell’area a controllo israeliano della città di Hebron (zona H2), le forze israeliane, a quanto riferito facendo seguito al lancio di pietre da parte di minori palestinesi, hanno sparato bombolette lacrimogene all’interno di un complesso scolastico; come risultato 225 studenti e 35 insegnanti sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeno. Altri otto palestinesi sono rimasti feriti durante scontri scoppiati nel contesto di diverse proteste: in commemorazione del “Giorno della Terra”e durante la protesta settimanale contro la violenza dei coloni e contro l’espansione degli insediamenti colonici nel villaggio di Al Mughayyir (Ramallah) e nell’area della Valle del Giordano. Complessivamente, il 90% delle lesioni sono state causate da inalazione di gas lacrimogeno richiedente cure mediche (o perché colpiti dalle bombolette contenenti il gas); il 7% da proiettili di gomma; il 2% da armi da fuoco.

Il 3 aprile, vicino al raccordo stradale di Beita (Nablus), un colono israeliano della colonia Elon Moreh ha aperto il fuoco per tre volte, ferendo due palestinesi. Uno dei due, un 23enne, è morto più tardi in ospedale; secondo Organizzazioni per i Diritti Umani, il giovane, quando è stato colpito, stava lanciando pietre contro veicoli israeliani. L’altro ferito palestinese è stato colpito mentre lavorava nella sua bottega situata nella zona. Non sono stati segnalati ferimenti di israeliani.

Altri undici attacchi da parte di coloni israeliani hanno provocato lesioni o danni a proprietà palestinesi. Tre degli episodi hanno visto la vandalizzazione di 35 ulivi nei villaggi di Buring e Yanun (entrambi a Nablus) e 400 alberi e alberelli in terreni privati del villaggio di Deir Jarir (Ramallah). Nel villaggio di Ras Karkar (Ramallah), coloni israeliani hanno distrutto, su terreno di proprietà privata, un edificio parte di un progetto agricolo; il danno causato ricade su nove persone. Un ragazzo palestinese è rimasto ferito e quattro veicoli sono stati vandalizzati in cinque distinti episodi di lancio di pietre da parte di coloni a Ya’bad (Jenin), e nei villaggi di Al Mughayyir, Beitin e An Nabi Salih (tutti a Ramallah). Vicino al villaggio di Jibiya (Ramallah), i componenti di una famiglia di tre persone, tra cui una ragazza di 17 anni, sono stati feriti da coloni mentre si stavano recando sui loro terreni. Nella città di Beit Hanina (Gerusalemme Est), coloni hanno forato le gomme di 15 veicoli ed hanno spruzzato scritte su veicoli e muri delle case; danneggiate 15 famiglie, per un totale di 75 persone. Nel 2019, OCHA [Office for the Coordination of Humanitarian Affairs] ha registrato 104 episodi in cui coloni israeliani hanno ucciso o ferito palestinesi o hanno danneggiato proprietà palestinesi (compresi oltre 2.500 alberi): un incremento del 53% del numero di episodi rispetto al corrispondente periodo del 2018.

I media israeliani hanno riferito di nove episodi di lancio di pietre, da parte di palestinesi, contro veicoli di coloni israeliani; non sono state riportate vittime, ma sono state danneggiati cinque veicoli.

A Gerusalemme Est, in sei diverse località, per mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, sono state demolite dieci strutture, sfollando nove palestinesi e colpendo i mezzi di sostentamento di altri 83. Delle dieci strutture demolite, cinque erano abitative e sono state autodemolite dagli stessi proprietari che avevano ricevuto ordini definitivi di demolizione; secondo quanto riferito, per evitare di incorrere in ulteriori multe. In Cisgiordania, dall’inizio del 2019, complessivamente, sono state demolite o sequestrate dalle autorità israeliane 145 strutture.

In concomitanza con le elezioni nazionali israeliane, il 9 aprile, le autorità israeliane hanno imposto ai Territori Palestinesi occupati la chiusura di un giorno. Il valico commerciale di Kerem Shalom e il passaggio pedonale di Erez con la Striscia di Gaza sono stati chiusi, fatta eccezione per i casi urgenti autorizzati. In Cisgiordania la chiusura ha comportato il divieto di accesso in Gerusalemme e in Israele per tutti i detentori di documento di identità della Cisgiordania e titolari di regolari permessi di ingresso rilasciati da Israele; è stata fatta eccezione per il personale ONU, delle Ong e per il personale diplomatico.

Il 1° aprile, le autorità israeliane hanno esteso a 15 miglia nautiche la zona di pesca permessa [ai palestinesi] lungo la parte meridionale della costa di Gaza: la più ampia consentita dal 2000 ad oggi. Lungo le aree settentrionale e centrale l’accesso rimane limitato a 6-12 miglia nautiche. Si prevede che l’ampliamento aumenterà il volume e la qualità del pescato.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, controllato dall’Egitto, è stato aperto per sei giorni in entrambe le direzioni e per quattro giorni in una direzione. Sono entrate a Gaza 3.267 persone e ne sono uscite 3.393.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

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