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Dopo l’attacco di Tel Aviv i palestinesi manifestano poca gioia ma comprendono le ragioni di chi ha sparato

Ogni settimana, centinaia di palestinesi sono soggetti a colpi di arma da fuoco da parte degli israeliani e scappano terrorizzati. Secondo loro quello che hanno provato gli israeliani in questo unico attacco è nulla rispetto a quello che sperimentano ogni giorno.

di Amira Hass | 10 giugno, 2016 |

Haaretz

Wafa, l’agenzia ufficiale di notizie dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina [OLP], ha messo sul suo sito una spettacolare fotografia dei fuochi d’artificio a Gaza in onore del sacro mese musulmano del Ramadan e non per inneggiare all’attacco armato di mercoledì a Tel Aviv. Anche se ci sono stati palestinesi che hanno espresso soddisfazione per l’attacco di fronte alle telecamere che li hanno trovati proprio nel momento e nel luogo giusti, né la soddisfazione né l’appoggio[all’attacco] potrebbero descrivere con precisione i sentimenti della maggior parte dei palestinesi sulla sparatoria.

C’è una generale comprensione riguardo al motivo che ha spinto [ad agire]i due attaccanti della città cisgiordana di Yatta, insieme all’apprezzamento per quello che è apparso il loro coraggio. Vi è anche molta preoccupazione rispetto a quale sarà la risposta di Israele.

L’agenzia Wafa ha anche pubblicato una condanna dell’attacco proveniente dall’ufficio del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas. Sicuramente gli israeliani non si accontenteranno di questo, mentre allo stesso tempo i palestinesi si arrabbiano per la sua equidistanza. “L’ufficio di presidenza ha espresso la sua ripetuta condanna di ogni azione da qualunque parte provenga che prenda di mira i civili indipendentemente da quello che potrebbero essere le motivazioni,” afferma il comunicato. Ha anche affermato che la creazione di un clima positivo e la realizzazione di una giusta pace potrebbero garantire la sicurezza dei civili.

L’opposizione di Abbas a qualsiasi escalation ha avuto un riflesso concreto. Per esempio, le sue forze di sicurezza stanno arrestando e imprigionando gli attivisti che non sono stati arrestati da Israele e che hanno guidato le manifestazioni contro il muro di separazione a Betlemme. Di conseguenza sono cessati gli scontri in uno dei punti più caldi. Ma con questo suo comunicato moderato, Abbas ha evidentemente cercato di evitare di urtare la suscettibilità del suo pubblico.

Il suo partito Fatah non ha potuto condannare l’attacco di Tel Aviv. Un comunicato dell’organizzazione ha definito la sparatoria “una risposta individuale e naturale” alla violenza dello Stato israeliano. Un portavoce ha spiegato che per “violenza dello Stato” si intendeva la politica delle demolizioni delle case e lo sradicamento dei palestinesi dalle loro comunità, le “irruzioni dei coloni” sulla spianata delle moschee di Al-Aqsa a Gerusalemme e “gli omicidi a sangue freddo di palestinesi ai checkpoint”.

Da parte sua il movimento Hamas ha elogiato l’attacco, mentre il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina [FPLP] lo ha definito un punto di svolta nell’attuale intifada e una condivisibile reazione al gran numero di palestinesi uccisi da Israele. Riferendosi al luogo dell’attacco di Tel Aviv, avvenuto di fronte al Ministero della difesa, [il FPLP] ha detto che si è trattato di una sfida al nuovo ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, e che è la conferma che la lotta armata è il modo migliore per garantire i diritti dei palestinesi.

Il comunicato del Fronte Popolare si avvicina allopinione prevalente nell’opinione pubblica palestinese rispetto alle posizioni di Abbas o di Fatah, come riportato dal sondaggio pubblicato questa settimana dal Palestinian Center for Policy and Survey Research [Centro palestinese di ricerca e analisi politica]. Il sondaggio ha rivelato che il 58% degli intervistati (il 68% nella Striscia di Gaza e il 52% in Cisgiordania) è convinto che la rivolta degli attacchi individuali esplosa a ottobre, caratterizzata in prevalenza da attacchi all’arma bianca e che si sta trasformando in un’intifada armata, potrebbe essere più utile agli interessi nazionali palestinesi rispetto ai negoziati con Israele.

L’appoggio agli attacchi all’arma bianca è diminuito. Solamente il 36% degli intervistati nella Cisgiordania è solidale. Nella più lontana Gaza, invece, gli attacchi all’arma bianca sono stati appoggiati dal 75% degli intervistati.

In altre parole, vi è un ampio sostegno a parole da parte di coloro che sono lontani e che non sono coinvolti, mentre quelli che possono agire sono restii a farlo.

L’uso delle armi conserva nelle analisi e nelle dichiarazioni la propria aura quale punto più alto della lotta nazionale contro l’occupazione israeliana. Ma né il FPLP, né Hamas o Fatah hanno cercato o osato trasformare l’escalation dell’anno scorso in una lotta armata, perché non possono oppure sanno che fallirebbe, o che la gente non è realmente interessata o preparata.

I programmi televisivi che hanno mostrato gli israeliani che scappavano terrorizzati dagli attentatori sono scene familiari ai palestinesi. Giorno dopo giorno, sperimentano la paura asfissiante degli israeliani armati. Ogni settimana centinaia di palestinesi sono esposti alle sparatorie degli israeliani e fuggono terrorizzati; qualche volta sono feriti o uccisi. Secondo la loro opinione, quello che hanno passato gli israeliani in questo unico attacco è nulla rispetto a quello che sperimentano ogni giorno.

I palestinesi si prendono qualche rivalsa se viene sconvolta la normalità di Tel Aviv, solo a un’ora di macchina dalle zone di disperazione individuale e nazionale a Gaza e in Cisgiordania. La maggior parte è ben consapevole che questo sconvolgimento non cambierà l’orientamento e il comportamento degli israeliani. Tuttavia neppure le dimostrazioni pacifiche, le trattative diplomatiche e i resoconti dei media hanno trasformato gli israeliani in sostenitori del Meretz [partito sionista della sinistra moderata sostenitore della soluzione dei due Stati, ndt]. Quindi tutto quello che rimane è una soddisfazione momentanea di vendetta.

( Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Perché le donne palestinesi attaccano i checkpoint israeliani ?

 

Che cosa spinge le donne palestinesi ad attaccare i checkpoint israeliani rischiando la morte?

I palestinesi temono che parlare delle motivazioni personali possa sollevare Israele dalla responsabilità di uccidere le donne che si avvicinano ai checkpoints armate di coltelli.

Di Amira Hass – Haaretz, 12 giugno 2016

 

La figura di una donna avvolta in una veste nera con il viso coperto da un velo ha attirato l’attenzione degli automobilisti. Il suo vestito sembrava ancora più nero sullo sfondo grigio degli alberi di ulivo impolverati dalle vicine pietraie.

Giovedì 2 giugno camminava verso ovest, in direzione del checkpoint di Einav, in un tratto di strada dove raramente si vedono passanti (eccetto i residenti dei villaggi vicini diretti ai loro uliveti) – certo non nelle ore più torride della giornata.

Questo checkpoint, che separa l’enclave di Tul Karm verso est dalle colonie della zona, non consente il passaggio di pedoni, ma solo di veicoli.

Almeno un automobilista, che trasportava bombole del gas, si è fermato per chiedere alla donna se avesse bisogno di aiuto. Lei ha detto che stava aspettando qualcuno che la venisse a prendere. Questo accadeva a circa 200 metri di distanza dal checkpoint.

Un’altra persona si trovava sul lato ovest ed ha visto con spavento quando la donna ha raggiunto le lastre di cemento intorno al posto di blocco. Ha raccontato ad Haaretz di aver diretto velocemente la vettura verso di lei. Si è fermato e l’ ha avvertita che le sarebbe accaduto qualcosa, che i soldati l’ avrebbero uccisa se fosse rimasta là.

“Non mi ha risposto,” ha raccontato. Non si potevano vedere i soldati tra i blocchi di cemento o lungo la corsia delle auto. Ha sentito uno di loro gridare dalla cima della torretta intimandogli di proseguire, e che se non lo avesse fatto gli avrebbero sparato.

“Sono andato avanti, non volevo morire”, ha detto. E’ convinto che gli automobilisti che la oltrepassavano erano giunti alla conclusione, come lui, che lei avesse deciso di morire. L’opinione diffusa è che i soldati israeliani oggi sparano per uccidere.

Una terza persona l’ha vista e gli ha fatto ricordare Maram Hassouna, che il primo dicembre si presentò allo stesso checkpoint con un coltello e fu uccisa dai soldati. Questa volta i soldati gli hanno permesso di avvicinarsi a piedi e di parlare con la donna.

“I soldati ti spareranno, vieni con me,” le ha detto la terza persona. “Allahu Akhbar,” ha risposto lei, ed ha estratto dalla borsa un lungo coltello, puntando la lama contro di lui in modo minaccioso. Si è spaventato ed è corso via.

Il primo automobilista, quello con le bombole del gas, è tornato indietro. Ha detto che, quando si è fermato davanti al checkpoint, ha notato la donna che usciva dai blocchi di cemento e stava in piedi di fronte a due soldati.

Stavano a due o tre metri da lei, forse un po’ di più. Lei ha alzato le braccia, ha riferito al ricercatore di B’Tselem Abed al-Karim Saadi, che ha rintracciato anche gli altri testimoni ed ha parlato con loro. E allora sono stati esplosi i colpi.

Le parole “voleva morire” non sono state dette chiaramente a Qaffin, il villaggio da dove proveniva la venticinquenne Ansar Hirsha, la donna che i soldati hanno ucciso. La sua famiglia e l’amministrazione locale erano preoccupati in merito a quando le autorità israeliane avrebbero restituito il corpo per poterlo seppellire. Poiché fino a sabato [11 giugno, ndt.] il suo cadavere non era ancora stato consegnato, non si sa ancora quante pallottole l’hanno colpita e dove.

Un figlio e una figlia  

L’Ufficio del portavoce dell’esercito israeliano non ha risposto alla domanda di Haaretz, che è anche la domanda posta dalla famiglia: perché non era possibile arrestare Hirsha o al limite soltanto ferirla? Dopotutto, era già rimasta alcuni minuti al checkpoint e la sua presenza là non aveva preso di sorpresa i soldati, che l’hanno vista dalla torretta da cui sono poi scesi.

Il portavoce dell’esercito non ha neanche risposto su come tre o quattro soldati non siano stati in grado di aver ragione di una donna senza doverla ammazzare. Il giorno dopo l’uccisione, il sito web Sikha Mekomit (della rivista +972) ha pubblicato quattro fotografie tratte dal filmato della telecamera di sicurezza, che mostrano che i soldati si tenevano ad una distanza da Hirsha tale da non poter essere feriti.

Un’altra domanda rimasta senza risposta è se l’esercito intenda pubblicare il filmato come prova della sua versione dei fatti, secondo cui i soldati erano in pericolo.

Il portavoce dell’esercito ha solamente detto che “in base all’esame preliminare eseguito giovedì scorso, 2 giugno 2016, le forze dell’esercito israeliano al checkpoint di Einav hanno identificato una persona sospetta che si avvicinava al checkpoint ed hanno iniziato la procedura prevista per l’arresto di un sospetto. La terrorista era armata di un coltello ed ha cercato di accoltellare i soldati. Per impedire la minaccia questi hanno risposto con colpi di arma da fuoco, dai quali la terrorista è stata uccisa.”

Ansar Hirsha lascia il marito Shadi e due bambini. Nei primi due giorni dopo la sua morte, Yaman, di quattro anni, ha continuato a chiedere dove fosse sua mamma e non voleva credere che lei fosse a Tul Karm, come gli hanno detto gli adulti.

Quando la casa ed il cortile del nonno si sono riempiti di visitatori, lui ha chiesto con rabbia chi fossero e che cosa ci facessero lì. Poi ha detto: “La mamma è morta, vero?”

“Capisce quello che è successo meglio di un ragazzo di vent’anni”, dice il nonno, Mohammed Hirsha. Mohammed e suo figlio Shadi hanno cercato invano di calmare il bambino, con gelato, pizza, una macchina giocattolo.

La sua sorellina Talia di due anni ancora non capisce. Quando hanno appeso dei poster in memoria di sua mamma nella casa e sui muri del villaggio, Talia è corsa verso il ritratto sul poster chiamando “Mamma, mamma” ed ha cercato di abbracciare il suo viso con le mani.

Ansar Hirsha non ha lasciato alcuna lettera o post su Facebook, ha detto Shadi Hirsha, di 28 anni, che lavora nel settore edilizio in Israele. Sia a lui che a suo padre è stato ora vietato di lasciare la Cisgiordania per andare a lavorare. Suo padre ha lavorato in Israele per decenni ed ora il suo permesso è stato revocato, come i permessi di una dozzina di altri parenti.

Shadi ha detto che Ansar ha cominciato a coprirsi il volto circa sette mesi fa. Gli ha detto che era la sua volontà; lui non sa perché. Nel poster, il suo volto è scoperto. La fotografia risale ad un anno e mezzo fa, alla cerimonia di laurea dell’Università Aperta di Al-Quds (Gerusalemme, ndt.), dove studiava amministrazione aziendale.

Nel poster, che il movimento giovanile di Qaffin si è affrettato a stampare, lei viene definita una shahida, una martire. Dei versetti del Corano ed una poesia proclamano che la morte di un martire è fonte di orgoglio. Ma nei discorsi del villaggio nessuno ipotizza che lei sia andata verso il checkpoint in quanto membro della lotta contro l’occupazione. E’ l’unica persona del villaggio ad essere stata uccisa durante l’ultima ondata di violenza.

Secondo l’associazione per i diritti B’Tselem il numero dei palestinesi della Cisgiordania e di Gerusalemme che sono stati uccisi dalle forze di sicurezza israeliane (e dai civili) da settembre è di 171. Alcuni hanno compiuto attacchi terroristici letali, alcuni hanno provocato feriti, altri hanno minacciato persone o erano sospettati di prepararsi ad attaccare un israeliano.

Parole d’ordine

Hirsha è una delle 16 donne uccise, la maggior parte ai checkpoint. La prima è stata Hadeel al-Hashlamoun, che come Hirsha aveva il volto coperto ed era vestita di nero. E’ arrivata ad un checkpoint di Hebron con un coltello, e l’inchiesta dell’esercito israeliano ha rivelato che i soldati avrebbero semplicemente potuto arrestarla.

Una giovane donna, Samah Abdallah, è stata uccisa a fucilate dai soldati dell’esercito mentre si trovava nell’auto di suo padre. Neppure l’esercito sostiene che abbia cercato di attaccare i soldati. Riguardo ad un’altra madre, Mahdia Hammad, è stato sostenuto che aveva cercato di investire dei soldati. Un’inchiesta di B’Tselem solleva dubbi su questa tesi.

Riguardo alle donne che hanno cercato di accoltellare israeliani o che brandivano coltelli, c’è un forte divario tra ciò che la gente pensa e dice in privato ed il modo in cui i media e le autorità palestinesi presentano il fenomeno. Fino alla morte di Hadeel al-Hashlamoun l’opinione comune era che le donne che si recavano ai checkpoint e minacciavano i soldati con un coltello volessero essere arrestate – ed in tal modo fuggire dai problemi che avevano in casa: diverse forme di violenza, una lite con il padre o il fratello, una depressione non curata.

Le parole d’ordine erano “motivazioni sociali”, contrapposte a “ragioni nazionaliste”. A livello ufficiale e pubblico, attraverso l’arresto, il processo e il rilascio, le donne erano dipinte come persone che lottavano contro l’occupazione.

Negli scorsi anni, a causa del numero crescente di incidenti in cui i soldati israeliani hanno ucciso i palestinesi ai checkpoint, il “ desiderio di essere arrestate per motivi sociali” è stato sostituito dalla “volontà di suicidarsi”.

In una società tradizionale e religiosa che non vede di buon occhio il suicidio, è possibile che la morte per mano di un soldato appaia come una valida via d’uscita. Se la morte è una via d’uscita, significa che le donne non sanno come e a chi chiedere aiuto. La discussione sul pericolo di questo fenomeno in crescita esiste – soprattutto tra le attiviste femministe ed in diversi gruppi della società civile – ma non pubblicamente.

Alla domanda sul perché, le attiviste femministe hanno dato ad Haaretz diverse risposte. Soprattutto all’inizio dell’attuale rivolta individuale, le donne erano arrabbiate per il fatto che la gente sospettava che una giovane donna che si univa alla sollevazione e cercava di aggredire un soldato fosse spinta da motivi non “nazionalisti”. Vedevano questo come un ulteriore elemento di denigrazione delle donne.

Inoltre, come ha detto una militante di una storica organizzazione femminista, “come tutta la popolazione, noi rifiutiamo le pretese israeliane che ogni palestinese, uomo o donna, ucciso ad un checkpoint intendesse veramente aggredire un soldato o un civile israeliano. In ogni caso, siamo convinte che non ci fosse bisogno di uccidere. I soldati adesso ci terrorizzano più di prima, sono più violenti che mai.”

I palestinesi temono che la discussione sulle motivazioni personali possa contribuire ad esonerare Israele dalla responsabilità delle uccisioni. Ma le donne attiviste di varie organizzazioni ora vogliono fare distinzione tra le due cose e concentrare l’attenzione sul loro ruolo sociale, ma lontano dai riflettori dei media.

“Non sono solo donne ad andare ai checkpoint in modo sospetto e per disperazione, ma anche giovani uomini.”, ha detto un’attivista.

“E indipendentemente dal fatto che la disperazione dipenda da motivi personali, come è possibile distinguerla dalla generale disperazione della giovane generazione, che proviene direttamente dalla dominazione israeliana, che non consente di guadagnarsi da vivere e di produrre un cambiamento, dall’umiliazione quotidiana, dalla paura costante?”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Il futuro di Israele è terrificante: la “moralità” inquietante di Moshe Yaalon e di Israele

1 giugno 2016

Ma’an news

di Ramzy Baroud

La società israeliana sta continuamente andando a destra e, di conseguenza, viene regolarmente ridefinita l’intera scala di valori [del sistema] politico.

La società israeliana sta continuamente andando a destra e, di conseguenza, viene regolarmente ridefinita l’intera scala di valori [del sistema] politico. Che Israele sia ora governato dal “governo di destra più estrema della sua storia” è passato nel giro di pochi anni dall’essere un’affermazione fondata ad un vuoto luogo comune.

Infatti quella stessa argomentazione è stata utilizzata nel maggio del 2015 quando il primo ministro di destra Benjamin Netanyahu ha formato il suo governo con una risicata maggioranza di esponenti della destra con idee simili, con fanatici religiosi e ultranazionalisti. Lo stesso concetto, praticamente con le medesime parole viene nuovamente adottato, quando Netanyahu ha allargato la sua coalizione imbarcando l’ultranazionalista Avigdor Lieberman.

Così mercoledì 25 maggio Lieberman è diventato anche il ministro della difesa d’Israele. Tenendo conto della sua politica facinorosa e violenta, come ha dimostrato nei suoi due incarichi come ministro degli esteri (dal 2009 al 2012 e di nuovo dal 2013 al 2015), con lui come ministro della difesa del “governo di destra più estrema della storia” ci si aspetta ogni tipo di terrificante futuro”.

Mentre molti commentatori ricordano opportunamente le passate provocazioni di Lieberman e le [sue ] rozze affermazioni, per esempio, la sua dichiarazione del 2015 in cui minacciava di decapitare con un’ascia i cittadini palestinesi d’Israele se non avessero manifestato piena lealtà nei confronti di Israele; in cui propugnava la pulizia etnica dei palestinesi d’Israele; il suo ultimatum [con minaccia] di morte all’ex primo ministro palestinese Ismail Haniyeh e così via, al suo predecessore, Moshe Yaalon è stata risparmiata gran parte delle critiche.

Peggio, l’ex ministro della difesa Yaalon è stato additato da alcuni come un esempio di professionalità e di moralità. Egli è “ben stimato”, ha scritto William Booth sul Washington Post, paragonato a Lieberman “ un ribelle divisivo”. Ma “stimato bene” da chi? Dalla società israeliana la cui maggioranza appoggia l’assassinio a sangue freddo di palestinesi?

Israele si è attenuto per un lungo periodo a una definizione sua propria della terminologia politica. Il suo “socialismo” di prima maniera era una combinazione di vita in comune resa possibile dai massacri dei militari e basata sul colonialismo. La sua attuale definizione di “sinistra”, “destra” e “centro” è relativa, valida solo per Israele.

Yaalon è ora un esempio di livello di ragionevolezza e di moralità grazie a Lieberman, l’ex immigrato russo , buttafuori nei club trasformatosi in politico che sta organizzando costantemente il milione circa di ebrei russo- israeliani in base al suo programma politico sempre più violento.

Infatti, la citazione riportata numerose volte dai media sulle ragioni delle dimissioni di Yaalon è che ha perso fiducia “nella capacità decisionale di Netanyahu e nella sua moralità”.

Moralità? Analizziamo la realtà.

Yaalon ha partecipato a ogni importante guerra israeliana fin dal 1973 e il suo nome è stato più tardi associato alle più atroci guerre ed ai massacri israeliani prima in Libano e dopo a Gaza.

La sua “moralità” non gli ha mai impedito di ordinare alcuni dei più indicibili crimini di guerra perpetrati contro la popolazione civile, sia a Qana in Libano(1996) sia a Shujayya ,Gaza (2014).

Yaalon si è rifiutato di collaborare con qualsiasi inchiesta internazionale organizzata dalle Nazioni Unite o da qualsiasi altra organizzazione sulla sua violenta condotta. Nel 2005 è stato portato in giudizio in un tribunale degli Stati Uniti dai sopravissuti al massacro di Qana dove centinaia di civili e di operatori delle forze di pace delle Nazioni Unite sono stati uccisi e feriti dalle incursioni militari israeliane in Libano. In questo caso, non è prevalsa né la moralità israeliana né quella americana, e la giustizia deve ancora fare il suo corso.

Yaalon, che ha ricevuto l’addestramento militare all’inizio della sua carriera presso il British Army’s Camberley Staff College dell’esercito inglese [scuola di guerra inglese di origine coloniale e che ha formato molti ufficiali superiori israeliani, tra cui Rabin, ndtr], ha continuato ad avanzare di grado nell’esercito fino al 2002 quando è stato nominato capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane [IDF]. Rimasto per quasi tre anni in tale veste di conseguenza ha ordinato l’assassinio di centinaia di palestinesi e ha sovrainteso a diversi massacri che sono stati perpetrati dall’esercito israeliano durante la seconda intifada.

L’allora ministro della difesa, Shaul Mofaz, l’ha sollevato dal suo incarico nel 2005. Anche in questo caso è stata l’immoralità, non la moralità che ha giocato un ruolo nel conflitto tra lui e i suoi superiori. Yaalon era e rimane un fervente sostenitore della colonizzazione illegale del territorio palestinese. Nel 2005 egli si è opposto con forza al cosiddetto trasferimento dalla Striscia di Gaza dalla quale poche migliaia di coloni illegali sono stati ricollocati in colonie ebraiche nella Cisgiordania.

Nel 2006 in Nuova Zelanda fu raggiunto[da un ordine di cattura] per i suoi crimini di guerra riguardo all’assassinio di un comandante di Hamas, Saleh Shehade, insieme a 14 membri della sua famiglia e ad altri civili. L’ ordine di arresto fu emesso ma revocato in seguito, dopo pesanti pressioni politiche, permettendo a Yaalon di scappare dal paese.

È tornato alla guida dell’esercito nel 2013, giusto in tempo per intraprendere la guerra devastante contro Gaza nel 2014 nella quale furono uccisi 2.257 palestinesi in 51 giorni. L’OCHA , l’agenzia delle Nazioni Unite per il monitoraggio della situazione [nei territori occupati], ha calcolato che oltre il 70% degli uccisi fossero civili, tra cui 563 bambini.

La distruzione di Shujayya, in particolare, era una strategia preordinata concepita dallo stesso Yaalon. In un incontro nel luglio del 2013 con il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, Yaalon informò il capo dell’ONU che avrebbe bombardato l’intero quartiere in caso di guerra. L’ha fatto.

Nel maggio del 2015 non si era ancora pentito. Parlando a una conferenza a Gerusalemme, ha minacciato di ammazzare civili nel caso di un’altra guerra contro il Libano. “ Noi colpiremo i civili libanesi comprese le famiglie con bambini” ha detto.

Abbiamo discusso molto approfonditamente. Lo abbiamo fatto allora, lo abbiamo fatto nella Striscia di Gaza e lo rifaremo in futuro in qualunque altro conflitto”, ha detto. Ha anche parlato implicitamente di sganciare una bomba nucleare sull’Iran.

Yaalon ha più volte dato via libera all’esercito israeliano di occupazione perché metta in pratica la politica di “sparare per uccidere” i palestinesi per contrastare la “tensione” in aumento nei Territori Occupati.

Queste sono le parole [pronunciate]da Yaalon durante una visita alla base militare di Gush Etzion nel novembre del 2014:[prima colonia costruita dagli israeliani in Cisgiordania, ndtr.]

Deve essere chiaro che chiunque viene per uccidere ebrei deve essere eliminato. Qualunque terrorista che usa un’arma, un coltello o una pietra, che prova a investire o in qualsiasi modo attaccare ebrei deve essere ammazzato.”

Centinaia di palestinesi sono stati uccisi nei mesi scorsi nella Gerusalemme Est occupata e in Cisgiordania. Molte delle vittime sono ragazzi che tiravano le pietre per fronteggiare i veicoli dell’esercito israeliano e migliaia di coloni ebrei felici di premere il grilletto.

Nella sua prima dichiarazione publica dopo le dimissioni, Yaalon ha accusato “una minoranza chiassosa” in Israele di attaccare “i valori fondamentali” del paese, affermando che si sono persi i “punti di riferimento morali” del paese .

La cosa preoccupante è che molti israeliani sono d’accordo con Yaalon. Considerano come un esempio di moralità e un difensore di principi fondamentali l’uomo che è stato accusato di aver commesso crimini di guerra per la maggior parte della sua carriera.

Mentre Lieberman ha dimostrato di essere una mina vagante e di essere politicamente irresponsabile, Yaalon ha parlato pubblicamente di colpire i bambini e più volte ha mantenuto le sue promesse.

Quando i “mi piace” per Yaalon , un uomo dal passato sanguinario, diventa il volto della moralità in Israele, si può comprendere perché c’è poca speranza per il futuro di quel Paese, specialmente adesso che Lieberman ha portato il suo partito “Israele è Casa Nostra” nel terrificante covo di partiti politici[del governo] di Netanyahu.

Ramzy Baroud è un editorialista di fama internazionale, scrittore e fondatore di Palestine Chronicle.com. Il suo ultimo libro è “Mio padre era un combattente per la libertà: la storia non raccontata di Gaza.”

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia Ma’an News.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Il sistema giudiziario militare d’Israele sembra essersi spinto troppo lontano.

Editoriale Haaretz 6 giugno, 2016

La crescente resistenza violenta all’occupazione non deve dare a Israele e al suo apparato di sicurezza il diritto di negare la libertà a persone innocenti.

La parlamentare palestinese Khalida Jarrar è stata rilasciata venerdì dopo 14 mesi di detenzione in una prigione israeliana. Jarrar era una prigioniera politica e la sua detenzione è stata una detenzione politica.

Dapprima Israele voleva tenerla in prigione senza processarla; solamente dopo una protesta internazionale è stata giudicata da una corte militare per una serie di accuse, la maggior parte delle quali erano ridicole e assurde: aver partecipato ad una fiera del libro, aver pagato una telefonata di condoglianze a una famiglia palestinese e cose simili. Il fatto che Jarrar, in quanto rappresentante eletta, goda di un certo livello di immunità parlamentare è ininfluente per il sistema giudiziario militare; ci sono altri parlamentari palestinesi nelle carceri israeliane.

Jarrar, che presiedeva la commissione del Consiglio legislativo palestinese sui prigionieri politici, ha trascorso molti anni a lavorare a favore dei prigionieri palestinesi, cercando di ottenere il loro rilascio. Ma 700 palestinesi detenuti amministrativi sono attualmente nelle prigioni israeliane, alcuni dei quali sono stati incarcerati da lungo tempo senza processo. Mentre Jarrar era in carcere è stato raggiunto un altro record; 61 donne palestinesi, 14 delle quali sono minorenni, sono tenute nelle galere israeliane. Il Servizio israeliano delle prigioni [IPS] ha dovuto aprire una nuova ala nel carcere di Damon in aggiunta a quello di Hasharon per tenerle tutte in detenzione.

Insieme il numero totale di minori detenuti da Israele, più di 400 secondo B’Tselem, questi dati sono una prova dell’intollerabile e ignobile politica del sistema giudiziario militare nei confronti dei palestinesi. Nessuno si aspetta che agisca come un vero sistema di giustizia penale, ma persino per un sistema militare di giustizia sembra che si sia spinto troppo lontano nei mesi scorsi, [in quanto] Israele si è arrogato il diritto di negare la libertà alle persone che vivono sotto la sua occupazione in modo quasi illimitato.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Duecento ex ufficiali della sicurezza presentano un piano per porre fine alla situazione di stallo

Associated Press, Ynet

28/05/2016

Generali dell’IDF e loro pari grado di Mossad, Shin Bet [rispettivamente servizi segreti e servizio di sicurezza interna di Israele. Ndtr] e polizia chiedono il congelamento della costruzione nelle colonie, l’accettazione dell’iniziativa di pace araba [proposta di un accordo di pace con Israele formulata dall’Arabia Saudita ed accolta dalla Lega Araba nel 2002. Ndtr.] e il riconoscimento che Gerusalemme est dovrebbe fare parte del futuro Stato palestinese; gli ex ufficiali della sicurezza invocano anche il completamento della barriera di sicurezza [o Muro di separazione. Ndtr.].

Venerdì [27 maggio] un gruppo di oltre 200 militari ed ufficiali dell’intelligence hanno criticato il governo per la sua inazione nella soluzione del conflitto israelo-palestinese ed hanno presentato un piano dettagliato che secondo loro potrebbe porre fine alla situazione di stallo. La pubblicazione del rapporto segue di poco la nomina del leader del partito Yisrael Beytenu [partito ultranazionalista. Ndtr], Avigdor Lieberman, a ministro della Difesa.

Con i colloqui di pace completamente bloccati, venerdì il piano dei “Comandanti per la Sicurezza di Israele” ha indicato le “condizioni di garanzia” per negoziare con i palestinesi. Chiede un complesso di iniziative politiche e per la sicurezza insieme alla contestuale concessione di miglioramenti economici per i palestinesi di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme est.

 Auspica un congelamento della costruzione di colonie, l’accettazione in linea di massima dell’ “Iniziativa di Pace Araba” e il riconoscimento che Gerusalemme est debba essere parte di un futuro Stato palestinese “quando ciò sia stabilito come parte di un futuro accordo.”

Il leader del gruppo, Amnon Reshef, un ex-generale dell’IDF, ha detto che il piano “smentisce i venditori di paura” che sostengono che attualmente non ci sia una controparte palestinese per la pace o che le condizioni non sono adeguate per i negoziati. Ha affermato che questo argomento, comune in Israele dopo anni di conflitto e di fallimenti dei negoziati, “non dovrebbe essere una scusa per la passività e l’inazione.”

Reshef ha messo in guardia:”L’attuale status quo è un’illusione” che danneggia una soluzione dei due Stati del conflitto.

Il piano chiede anche alle autorità di completare la costruzione del Muro di sicurezza, in modo tale da non impedire la soluzione dei due Stati. In particolare, invita le autorità a completarne la costruzione attorno a Gush Etzion, Ma’ale Adumim [due colonie nei pressi di Gerusalemme, in Cisgiordania. Ndtr.]e nel sud della Cisgiordania.

Reshef ha detto che il suo gruppo intende garantire le condizioni per futuri colloqui di pace con i palestinesi ottimizzando nel frattempo la sicurezza nazionale di Israele e le relazioni regionali e internazionali. ” Sappiamo per esperienza che non puoi sfidare il terrore solo con mezzi militari, devi migliorare la qualità della vita dei palestinesi,” ha affermato.

Il gruppo di veterani militari ha detto di sperare che il piano sia preso in considerazione dai decisori politici e dall’opinione pubblica in Israele e negli USA, dove la prossima settimana verrà lanciata una campagna con l’ ong “Israel Policy Forum” [organizzazione statunitense di ricerca, studio e formazione impegnata per la realizzazione della soluzione dei due Stati. Ndtr.].

(traduzione di Amedeo Rossi)




La comunità ebraica degli USA spinge Israele verso la soluzione dei due Stati

di Yivonne Ridley – Middle East Monitor

31 maggio 2016

I palestinesi sono continuamente accusati di essere il vero ostacolo alla pace nel Medio Oriente, ma questa settimana una nuova iniziativa da parte di un gruppo di ebrei molto influenti potrebbe dimostrare il contrario.

Per decenni molti politici occidentali hanno discusso della soluzione dei due Stati. Questa è stata citata praticamente da tutti al di fuori di Israele, ma non è mai stata presa realmente sul serio all’interno dello Stato di Israele. Ora, improvvisamente, sembra che Tel Aviv voglia adottarla ed ha inviato istruzioni alle proprie ambasciate, amici nei campus universitari e all’interno di altre istituzioni in ogni dove perché promuovano lidea che Israele vuole parlare di una pace sulla base dei due Stati.

Yiftah Curiel, il capo delle operazioni mediatiche presso l’ambasciata israeliana a Londra, per esempio, è stato inviato a Oxford la scorsa settimana per discutere del valore e della realizzazione della soluzione dei due Stati durante il prestigioso dibattito dell’università in merito alla sua praticabilità. ” Chutzpah” è una parola yiddish estremamente espressiva, che deriva dall’ebraico “ḥutspâ”; non credo che ne esista una simile in lingua inglese che possa esprimere pienamente la sfrontatezza del governo israeliano. Pertanto in questo caso dovremo attenerci alla parola “chutzpah”, in quanto è ciò che meglio descrive l’esibizione di Curiel.

Il pungente editorialista e giornalista israeliano Gideon Levy, che ha seguito da vicino il dibattito, ha osservato ironicamente: “Avete capito? Israele sostiene di appoggiare la soluzione dei due Stati, forse perché ha capito che la soluzione dei due Stati non è più realizzabile.” Che cosa, ha chiesto, ha impedito a Israele di mettere in atto questa soluzione negli ultimi circa 50 anni di occupazione? “E come può il rappresentante ufficiale dello Stato, che non ha mai cessato di costruire sempre più colonie, il cui unico scopo era di vanificare la soluzione dei due Stati, avere il coraggio di dire che Israele è favorevole alla divisione del territorio?”

Scrivendo su Haaretz, Levy ha ammesso: “Ma né la “chutzpah” israeliana né la temerarietà dei suoi propagandisti hanno limiti.”

Perciò, cosa sta dietro a questo nuovo entusiasmo del governo israeliano per la soluzione dei due Stati? La risposta, forse, si trova a migliaia di chilometri, in America, dove due diversi documenti di lavoro stanno per essere pubblicati in un tentativo di preparare il terreno per una soluzione dei due Stati che possa rispondere alle aspirazioni palestinesi e alle richieste israeliane di sicurezza.

Le proposte includeranno la RICOLLOCAZIONE dei coloni; il CONGELAMENTO degli insediamenti illegali; la SOVRANITÀ palestinese; un RADICALE allontanamento dalle politiche del governo di destra israeliano; PREPARARE il nuovo presidente USA ad insistere sui colloqui di pace.

Le notizie sugli audaci progetti devono aver colpito duramente Benjamin Netanyahu, perché egli ha messo decisamente in chiaro all’amministrazione Obama – così come alle altre parti interessate, come le Nazioni Unite, Gran Bretagna e Francia – che non avrebbe tollerato interferenze esterne. Mentre finora respingere le iniziative di Washington è stato relativamente facile, persino Netanyahu sembra aver capito che né Donald Trump né Hillary Clinton presumibilmente tollereranno lo stesso irritante trattamento. Entrambi i candidati alla presidenza hanno messo in chiaro che hanno l’intenzione di portare la pace nella regione ponendo fine al conflitto israelo-palestinese, benché Netanyahu ed i suoi predecessori abbiano, con grande facilità, fatto in modo da portare molti presidenti USA a lasciarlo nel dimenticatoio durante i loro mandati.

L’ultima fase della vicenda, tuttavia, è diversa. Quello che dovrebbe aver scosso il primo ministro israeliano è che quest’ultima iniziativa è stata guidata da una serie di influenti organizzazioni indipendenti che fino ad ora hanno sempre garantito di essere dalla stessa parte di Tel Aviv. Con una mossa imprevista sembra che il molto influente “Israel Policy Forum” [organizzazione ebraica statunitense impegnata per la soluzione dei due Stati. Ndtr.] abbia preso il controllo del progetto sionista, lasciando isolato Netanyahu o obbligandolo a rincorrerlo. Dopo il discorso di Curiel alla “Oxford Union” [un luogo di dibattito indipendente dell’università di Oxford. Ndtr.] lo scorso giovedì, sembra che Tel Aviv, presa dal panico, stia mettendo in atto la seconda ipotesi.

L’IPF, di cui si dice sia allarmato degli sviluppi e dell’imprevedibilità del governo di destra di Netanyahu, sta ora lavorando insieme a un certo numero di ex militari e ufficiali dell’intelligence altrettanto preoccupati, così come con un gruppo di studio di Washington. Il fondatore dell’IPF Alan Solow, alcuni comandanti della sicurezza israeliana e il Centro per la Nuova Sicurezza Americana, un gruppo di lavoro sulla politica internazionale appoggiato da molti pesi massimi della politica, compreso l’ex senatore Joe Lieberman [democratico, poi passato ai repubblicani e sostenitore della guerra in Iraq. Ndtr.], questa settimana sveleranno i loro progetti per i due Stati.

Mentre il destrorso American Israel Public Affairs Committee (AIPAC — probabilmente il principale gruppo lobbistico filo-israeliano negli USA) appoggia anchesso l’idea di colloqui di pace, ma non darà mai impulso a nessuna iniziativa senza l’assenso di Tel Aviv, né pubblicherebbe progetti che mostrino come sarebbero i due Stati senza consultare prima Israele, questo è esattamente quello che faranno questi altri gruppi statunitensi tra pochi giorni.

“Il dibattito sul futuro di Israele non si sta svolgendo in Israele,” ha commentato Gideon Levy dopo l’incontro di Oxford. “Sta avvenendo ovunque meno che in Israele. Israele non sta pensando al suo futuro, si sta occupando del suo presente e, soprattutto, del suo passato. Qui la gente non parla del futuro.”

Questa nuova iniziativa a Washington, che una volta era considerata come occupata politicamente da Israele mentre i palestinesi soffrono sotto la sua occupazione militare, potrebbe cambiare il narcisismo di Tel Aviv. Tuttavia, se gli israeliani e il loro primo ministro di destra Netanyahu tornano alla loro posizione predefinita, allora lo Stato sionista apparirà come il vero ostacolo alla pace, che è una cosa che i palestinesi ed i loro sostenitori sanno da lungo tempo. Ci vorrà molto più dell’usuale chutzpah sionista per uscire da questo particolare impiccio.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Centinaia di accademici chiedono il boicottaggio della conferenza sui genocidi in Israele

23 maggio,2016

In una lettera alla Rete Internazionale degli Studiosi dei Genocidi (International Network of Genocide Scholars – INoGS), 270 accademici di 19 Paesi hanno chiesto la cancellazione della quinta “Conferenza Globale sul Genocidio”, prevista dal 26 al 29 giugno all’Università Ebraica di Gerusalemme.

La lettera, inviata agli organizzatori della conferenza il 3 maggio, punta il dito contro l’ipocrisia di tenere la conferenza in Israele nel momento in cui le azioni israeliane sono “sempre più viste alla luce della pulizia etnica e del genocidio legato al colonialismo di insediamento.” I firmatari chiedono agli studiosi ed ai professionisti di boicottare la conferenza se non dovesse essere annullata.

John Dugard, ex relatore ONU per i Diritti Umani nei TPO [Territori Palestinesi Occupati] e uno dei firmatari della lettera, ha commentato: “Ci sono serie accuse che Israele abbia commesso crimini contro l’umanità nel suo attacco del 2014 contro Gaza. In queste circostanze è assolutamente sbagliato tenere una conferenza sui genocidi in Israele.”

Citando il trattamento riservato da Israele ai palestinesi, la lettera esprime stupore per il fatto che “l’INoGS abbia programmato di tenere la sua conferenza globale del 2016 nel campus sul monte Scopus dell’Università Ebraica, costruita in parte sulla terra palestinese rubata a Gerusalemme est occupata.” Il sito web della conferenza dell’INoGS reclamizza Gerusalemme come parte di Israele, sfidando il consenso internazionale sulla questione e ignorando la continua e sistematica campagna israeliana di espulsione dei palestinesi dalla città.

Secondo il professor John Docker, che ha ampiamente scritto nel campo degli studi su genocidi e massacri: “Sembra ormai chiaro che lo studio sui genocidi stia ora attivamente cercando opportunità per essere complice delle violazioni israeliane delle leggi internazionali, non ultima la Quarta Convenzione di Ginevra.”

L’ INoGS non ha risposto alla lettera aperta ed ha ignorato un precedente appello della Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (PACB)I [Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel].

Il professor Haidar Eid, membro del PACBI, ha affermato: “Sono un docente universitario che vive sotto assedio a Gaza. Ho assistito a tre massacri compiuti da Israele, ho quasi perso la vita e ho visto molti compagni, colleghi, familiari e studenti morire durante questi attacchi. Ho letto con angoscia i nomi di 44 dei nostri studenti e colleghi che hanno perso la vita e di 66 famiglie spazzate via dalle armi israeliane. L’ INoGS si sta prestando il proprio nome ai perpetratori dei questi crimini con una scelta che sarebbe come tenere una conferenza sul razzismo nel Sud Africa dell’apartheid.”

La conferenza é sponsorizzata da cinque istituzioni accademiche israeliane, compresa l’Università Ebraica, che è stata attivamente complice della pluridecennale oppressione dei palestinesi da parte di Israele. Migliaia di accademici nel Regno Unito, in Irlanda, in Italia, in Sud Africa, negli USA e in Brasile hanno firmato impegni a livello nazionale per boicottare le istituzioni accademiche israeliane. Gli appelli sono parte del crescente movimento per rendere le università israeliane responsabili del loro ruolo nella sistematica violenza di Stato israeliana contro il popolo palestinese.

L’appello rimane aperto per le adesioni al seguente link.

(Traduzione di Amedeo Rossi)

fonte PACBI