Rapporto OCHA periodo 13 – 19 giugno 2017 (una settimana)

Il 19 giugno, l’Azienda Elettrica israeliana ha iniziato a ridurre la sua fornitura di energia elettrica alla Striscia di Gaza; in alcune zone le interruzioni di energia elettrica sono passate da 19-20 ore/giorno a 20-21 ore/giorno.

Ciò in seguito alla decisione del governo palestinese della Cisgiordania di ridurre del 30% i pagamenti dovuti ad Israele per la fornitura di energia. In una dichiarazione emessa il 14 giugno, Robert Piper, Coordinatore Umanitario dell’ONU nei Territori palestinesi occupati (oPt), ha avvertito delle “conseguenze disastrose” che tali decisioni avranno sulle condizioni di vita dei quasi due milioni di residenti di Gaza.

Il 16 giugno, nei pressi della Città Vecchia di Gerusalemme Est, nel corso di una aggressione con coltello ed arma da fuoco, è stata pugnalata ed uccisa una donna, ufficiale della polizia israeliana di frontiera; i tre aggressori palestinesi, tra i 18 e i 19 anni, sono stati colpiti e uccisi sul posto. I loro corpi sono trattenuti dalle autorità israeliane. Nello stesso contesto sono stati feriti altri tre palestinesi ed un poliziotto israeliano. Nickolay Mladenov, Coordinatore Speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, ha duramente condannato l’attacco. Quest’ultima aggressione ha portato a sei il numero di israeliani uccisi da palestinesi dall’inizio del 2017: tutti appartenenti alle forze di sicurezza. Il numero di aggressori e sospetti aggressori palestinesi uccisi nello stesso periodo è giunto a 13, di cui quattro minori.

A seguito dell’attacco di cui sopra, le forze israeliane hanno fatto irruzione a Deir Abu Mash’al (Ramallah), località dalla quale provenivano ​​gli autori dell’aggressione ed hanno bloccato tutti gli ingressi del villaggio. L’irruzione israeliana ha innescato scontri con giovani del villaggio, con conseguente ferimento di cinque palestinesi e la confisca di veicoli e documenti. Al momento della chiusura del presente rapporto, ai residenti (circa 4.500) era ancora proibita l’uscita dal villaggio, ad eccezione dei casi umanitari preventivamente concordati; rientrano fra questi gli studenti e gli insegnanti impegnati in esami di immatricolazione [il cui superamento consente l’immatricolazione ai corsi del livello successivo] che si svolgono in villaggi vicini. Viene riferito che le autorità israeliane hanno effettuato sopralluoghi e rilievi riguardanti le case di famiglia degli aggressori, in previsione della loro demolizione punitiva.

Sempre in relazione allo stesso attacco, le autorità israeliane hanno revocato circa 200.000 permessi di ingresso per le visite familiari in Israele; erano stati rilasciati, in occasione del mese di Ramadan, a palestinesi in possesso di carte di identità della Cisgiordania. Tuttavia, secondo quanto riferito, verranno mantenuti sia i permessi rilasciati per accedere a Gerusalemme Est per le preghiere del venerdì durante il Ramadan, sia la temporanea esenzione dal relativo obbligo di autorizzazione, concessa ai maschi di età superiore ai 45 anni e alle femmine di tutte le età.

Sempre il 16 giugno, per ragioni non specificate, le autorità israeliane hanno chiuso gli ingressi principali ai villaggi di Beit Tammar, Jannatah e Marah Rabah nel governatorato di Betlemme. Al momento della chiusura del presente rapporto circa 18.500 palestinesi sono ancora costretti a lunghe deviazioni che rendono difficile l’accesso ai servizi e ai luoghi di lavoro.

Gli scontri con le forze israeliane nei Territori occupati hanno causato il ferimento di 67 palestinesi, tra cui nove minori, e di tre poliziotti israeliani. Gli scontri più estesi si sono verificati il ​​18 giugno a Gerusalemme Est, nel complesso di Haram Al Sharif / Monte del Tempio, dopo che la polizia israeliana aveva fatto irruzione nel sito, causando il ferimento di 22 palestinesi e di tre israeliani. Altri 17 feriti sono stati registrati nella Striscia di Gaza, durante la protesta settimanale presso la recinzione perimetrale. Ancora scontri, con feriti, si sono verificati durante una dimostrazione a Kafr Qaddum (Qalqiliya), durante operazioni di ricerca-arresto in Al Bireh (Ramallah), Silwan (Gerusalemme Est) e nel corso della già citata operazione a Deir Abu Mash’al (Ramallah). Tredici dei ferimenti di questa settimana sono stati procurati da armi da fuoco; i restanti da proiettili di gomma, aggressioni fisiche e inalazioni di gas lacrimogeno, tali da richiedere trattamento medico.

Nella striscia di Gaza, oltre ai suddetti scontri, in 17 occasioni durante la settimana, le forze israeliane hanno aperto il fuoco verso palestinesi presenti nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) in terra e in mare, senza provocare feriti. In uno degli episodi, una barca da pesca è stata danneggiata.

In Cisgiordania diversi episodi di lancio di pietre contro veicoli, sia da parte palestinese che da parte di coloni israeliani, hanno provocato il ferimento di una donna israeliana e danni ad almeno quattro veicoli israeliani e a tre veicoli palestinesi. Il 17 giugno, vicino allo raccordo stradale di Gush Etzion (Hebron), un colono israeliano è stato fisicamente aggredito e ferito da un palestinese, secondo quanto riferito, in un tentativo di aggressione con coltello.

Secondo fonti ufficiali israeliane, per le preghiere del terzo venerdì del Ramadan (16 giugno), circa 95.000 palestinesi della Cisgiordania sono stati ammessi in Gerusalemme Est attraverso checkpoint prefissati. Ciò è da attribuire, come menzionato in precedenza, principalmente alla temporanea sospensione dell’obbligo di permesso per i titolari di documenti di identità rilasciati dalla Cisgiordania. Inoltre, a circa 100 palestinesi di Gaza sopra i 55 anni è stato concesso di entrare a Gerusalemme Est per le preghiere del venerdì, e ad altri 300 durante i giorni feriali.

Il Valico di Rafah, controllato dall’Egitto, è stato tenuto chiuso in entrambe le direzioni durante l’intero periodo di riferimento. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 20.000 persone, tra cui casi umanitari, sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah. Il valico è stato ultimamente aperto eccezionalmente il 9 maggio, portando a 16 il numero di giorni di apertura nel 2017.

Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento di questo Rapporto)

Secondo l’Azienda di Distribuzione Elettrica di Gaza, dal 19 al 22 giugno, Israele ha ridotto progressivamente la sua fornitura di energia elettrica alla Striscia di Gaza da 120 a 72 megawatt (MW). Questa riduzione è stata compensata dalla ripresa parziale dell’attività della Centrale Elettrica di Gaza (55 MW) che ha consentito di mantenere l’erogazione di energia per circa quattro ore al giorno; la Centrale era stata chiusa il 17 aprile. L’impianto è stato in grado di riprendere le attività perché l’Egitto ha aperto il valico di Rafah per due giorni consecutivi, consentendo l’ingresso di combustibile industriale.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Traduzione a cura di “Associazione per la pace – gruppo di Rivoli”




Il carburante importato dall’Egitto evita il totale collasso della Striscia di Gaza.

24 giugno, 2017 , Maan News

Gaza City (Ma’an). – Un milione di litri di carburante fornito dall’Egitto, ultimo di diverse forniture mandate dalle autorità egiziane,. sta per entrare sabato nella Striscia sotto assedio attraverso il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, per venire in soccorso del territorio colpito da una devastante carenza di elettricità.

Lo scorso mese le autorità israeliane hanno annunciato il drastico taglio dell’energia fornita al territorio assediato su richiesta dell’Autorità Nazionale Palestinese della Cisgordania occupata, che paga la bolletta mensile di Gaza a Israele detraendo[la] dalle tasse raccolte da Israele per conto dell’ANP.

In base ai resoconti di giovedì le autorità israeliane hanno ridotto l’offerta di elettricità del 60%. Tuttavia, notizie più recenti hanno verificato che Israele ha approvato di ridurre del 40% la fornitura di carburante al territorio.

Il carburante egiziano allevia la crisi energetica di Gaza

Khalil Shaqfa, capo della Commissione petrolifera della Striscia di Gaza, ha riferito a Ma’an che, in seguito a colloqui tra Hamas, che governa de facto Gaza, e le autorità egiziane, l’Egitto avrebbe fornito carburante per il consumo nelle stazioni di benzina private e nell’unica centrale di energia elettrica dell’enclave costiera, chiusa in aprile quando i funzionari del servizio elettrico a Gaza hanno affermato di non poter pagare una tassa sul diesel imposta dall’ANP, che avrebbe raddoppiato il costo di esercizio dell’impianto.

La centrale elettrica non ha funzionato a pieno regime per anni, per il durissimo blocco israeliano che ha limitato fortemente le importazioni di carburante nell’enclave costiera.

Ciò ha fatto sì che le linee elettriche israeliane fossero le uniche sorgenti efficienti di energia che alimentavano il territorio impoverito, dal momento che le linee egiziane che fornivano elettricità alla parte meridionale di Gaza erano spesso fuori servizio per problemi tecnici.

A quanto riferisce Shaqfa, 700.000 litri di diesel sono stati forniti alle stazioni di servizio private di Gaza per essere venduti ai residenti a 4.37 shekel al litro (1,10 euro), mentre un litro di diesel importato da Israele è venduto a 5,37 shekel (circa 1,30 euro). Gli abitanti , ha detto, faranno la loro scelta rispetto a quale carburante preferiscono comprare.

Shafqa ha messo in evidenza che, mentre il carburante egiziano continua a essere importato dentro Gaza, insieme alla quantità ridotta israeliana, non è sufficiente a sostituire tutto il carburante israeliano da cui dipendono i palestinesi di Gaza.

Shaqfa non ha detto per quanto tempo è prevista l’importazione del carburante egiziano nella Striscia e se l’accordo sia di lungo periodo o solamente temporaneo.

Alleanze improbabili in presenza di tensioni più forti tra Hamas e l’ANP

Secondo quanto riferito, l’ANP ha tentato di impedire la fornitura di carburante egiziano alla centrale elettrica di Gaza e ha minacciato misure punitive, incluso che l’ANP avrebbe cessato il pagamento mensile alla centrale se avesse importato il carburante egiziano, costringendo Hamas a ottenere un’ordinanza della magistratura per imporre all’impianto di accettare la fornitura di carburante.

Altre notizie hanno riportato che la fornitura di carburante è il risultato di recenti colloqui tra Hamas e il dimissionato dirigente di Fatah Muhammad Dahlan, il rivale politico del presidente Mahmoud Abbas.

Dahlan, che, nonostante risieda a Abu Dhabi in esilio, continua ad avere un’influenza politica nella regione, in base a notizie riportate ha convinto il governo egiziano a mandare il carburante al territorio sotto assedio.

Dahlan, essendo stato un fiero oppositore del governo di Hamas a Gaza dopo il successo di quest’ultima alle elezioni del 2006 che ha provocato un prolungato conflitto interno tra Fatah e Hamas, sembra essere l’improbabile alleato politico di Hamas.

Ciononostante Dahlan e il movimento di Hamas hanno iniziato una serie di colloqui che gli esperti hanno interpretato come l’opposizione concomitante di Hamas e Dahlan all’Autorità Nazionale Palestinse (ANP) guidata da Abbas nella Cisgiordania occupata.

Sebbene l’ANP abbia giustificato la propria decisione di tagliare i fondi per l’elettricità al fatto che Hamas non stesse rimborsando il governo con sede a Ramallah, in genere tra i palestinesi e tra chi critica [l’ANP] a livello internazionale si ritiene che l’ANP a guida Fatah stia realmente cercando di esercitare una pressione su Hamas perché rinunci al controllo dell’enclave costiera assediata e ceda il territorio all’ANP.

Con un altro colpo di scena, il ministro israeliano della Difesa Avigdor Lieberman, di destra, ha criticato la decisione di Abbas di tagliare da parte dell’ANP il pagamento del carburante israeliano alla Striscia di Gaza e ha accusato Abbas di cercare di influenzare Hamas a intraprendere la guerra contro Israele esasperando deliberatamente la crisi nel territorio assediato.

Abbas sta aumentando i tagli e fra poco cesserà di pagare i salari a Gaza e anche l’importazione di carburante nella Striscia in base a una duplice strategia: colpire Hamas e trascinarlo alla guerra contro Israele” ha detto, secondo quanto riferito.

Israele costretto ad assicurare la fornitura di carburante a Gaza

Gaza, che la scorsa settimana ha segnato il decimo anno sotto il blocco imposto da Israele, ha lottato per anni con la carenza di energia dovuta al limitato ingresso di carburante e al degrado delle infrastrutture

Anche l’Egitto, che confina con il sud di Gaza, ha partecipato al blocco, dopo che il presidente Al Sisi ha spodestato il governo dei Fratelli Musulmani nel 2013, chiudendo in seguito il valico di Rafah ai palestinesi.

Molti gazawi non possono entrare o uscire dall’enclave costiera assediata, a volte per diversi mesi, dal momento che le autorità egiziane aprono solo periodicamente il valico di Rafah, rimanendo bloccati i palestinesi su entrambi i lati del valico durante le chiusure.

La settimana scorsa il responsabile del dipartimento di radiologia degli ospedali pubblici di Gaza Ibrahim Abbas ha detto che il macchinario della diagnostica radiologica che è stato acquistato nel decennio passato – a un valore stimato in 10 milioni di dollari ( 894.000.000 euro) -, potrebbe presto andare perso per la sensibilità alle interruzioni di elettricità – aggravate da un’altra crisi finanziaria del centro ospedaliero in seguito ai tagli operati dall’ANP ai finanziamenti per le apparecchiature mediche e farmaci.

La crisi umanitaria a Gaza deve essere un campanello d’allarme per chiunque sia in grado di risolvere il problema” ha detto Ran Goldstein, direttore esecutivo dei Medici per i Diritti Umani di Israele (PHRI).

I bambini di Gaza sono diventati ostaggio del gioco politico portato avanti da ANP, Hamas e Israele. Ci vuole un mutamento drastico e immediato, fornendo farmaci, finanziamenti ed elettricità, aprendo Gaza al mondo esterno e offrendo assistenza umanitaria urgente” ha aggiunto Goldstein.

Mercoledì Chris Gunness , portavoce del UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, in un comunicato ha sottolineato che prima dell’attuale crisi Gaza stava già ricevendo meno della metà dei 450/ 500 megawatt necessari all’enclave costiera.

Gunness ha citato il ministro della Sanità di Gaza, che ha avvertito che 40 camere operatorie e 11 camere operatorie di ginecologia, che conducono circa 250 interventi chirurgici al giorno a Gaza, sono ora a rischio.

La scorsa settimana l’associazione israeliana per i diritti umani “Gisha” ha affermato che, con altre 15 associazioni della società civile, ha mandato una lettera al procuratore generale chiedendo che il governo israeliano ritorni sulla sua decisione di ridurre [l’approvvigionamento] di carburante a Gaza.

Secondo il gruppo la Corte suprema israeliana nel 2008 ha emesso una sentenza affermando che “anni di occupazione militare israeliana nell’area hanno determinato una completa se non totale dipendenza di Gaza dall’elettricità fornita da Israele”, e ha stabilito che Israele ha una responsabilità nel permettere le importazioni delle merci per assicurare le necessità umanitarie basilari dei palestinesi a Gaza.

Gisha ha sottolineato che tuttavia Israele ha continuato a fornire all’enclave assediata solamente 120 megawatt, nonostante una crescita della popolazione e una domanda di elettricità, raddoppiata da quando la corte ha emanato la sentenza.

Inoltre, nonostante l’aggravarsi della crisi di carburante, Israele ha continuato a centellinare l’ingresso della maggior parte delle attrezzature richieste dai palestinesi di Gaza per attenuare la carenza di energia, quali “generatori e i loro pezzi di ricambio, batterie e componenti per evitare le interruzioni di energia”, facendo riferimento alla valutazione israeliana secondo cui questi beni hanno un “uso duplice”, Gisha ha riferito, nel senso che possono essere usati sia per scopi civili che militari.

Israele non può sostenere di non essere altro che un fornitore di servizi, che risponde in modo neutrale a una richiesta di un cliente. Dato il suo totale controllo sulla vita della Striscia, Israele, in qualità di potenza occupante nella Striscia, ha il dovere di assicurare una vita normale ai suoi abitanti”, è scritto nella lettera.

La lettera afferma che Israele è “obbligato a trovare soluzioni” alla crisi e a continuare a fornire il carburante a Gaza “alla capacità esistente”, aggiungendo che Israele deve intraprendere dei passi verso un incremento dell’offerta per permettere agli abitanti, le cui tasse sono raccolte da Israele, un accesso a condizioni di vita accettabili”.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




L’UE si disinteressa totalmente di Gaza

Ali Abunimah 22 giugno 2017, Electronic Intifada

Dopo 10 anni di blocco israeliano le condizioni dei due milioni di palestinesi intrappolati nella Striscia di Gaza sono da tutti i punti di vista peggiori che mai.

Il blocco da parte di Israele, secondo il gruppo [israeliano] per i diritti umani B’Tselem, ha portato gli abitanti di Gaza “a vivere in terribile povertà con condizioni praticamente disumane senza precedenti nella storia contemporanea.”

Eppure l’Unione Europea, che si presenta come un campione di libertà, democrazia e diritti umani, si disinteressa totalmente delle persone che vi vivono.

Dopo quattro giorni di seguito di riduzioni, Israele ora ha tagliato del 60% l’elettricità che fornisce alla Striscia di Gaza.

Ciò si aggiunge ad una carenza cronica che determina il fatto che la maggior parte delle famiglie abbia circa quattro ore di elettricità al giorno.

Come hanno avvertito numerosi organismi internazionali, il territorio è nel bel mezzo di una crisi umanitaria in corso.

A metà maggio il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha affermato che Gaza era sull’orlo di un “collasso del sistema”, in quanto sale operatorie e sistemi idrici e sanitari hanno smesso di funzionare. Ormai il principale ospedale di Gaza City ha tagliato di un terzo le operazioni chirurgiche e, in seguito al blocco, accentuato dalla crisi elettrica, il territorio è sommerso dalle acque fognarie.

La crudeltà dell’Autorità Nazionale Palestinese

Israele si nasconde dietro all’Autorità Nazionale Palestinese, che ha chiesto ad Israele di ridurre la fornitura di elettricità come parte del tentativo del leader dell’ANP Mahmoud Abbas di nuocere ad Hamas, che governa all’interno di Gaza.

Le forniture di combustibile per l’unico impianto di Gaza per la produzione di energia si sono interrotte ad aprile, trasformando la grave carenza cronica di elettricità in un imminente disastro. Le autorità di Gaza sono ora riuscite a garantire qualche giorno di fornitura di combustibile dall’Egitto – nonostante i tentativi dell’ANP di bloccare questo breve miglioramento temporaneo offerto dall’Egitto.

La crudele campagna dell’ANP contro la gente di Gaza ha incluso anche l’interruzione della fornitura di medicinali per il territorio. In seguito a ciò, tra altre immediate minacce per la vita e la salute, secondo “Medici per i Diritti Umani – Israele” più di 300 malati di fibrosi cistica sono in pericolo di vita e il 90% dei malati di tumore non riceve cure adeguate.

Avalli dell’UE

Ma, come hanno sottolineato numerosi gruppi per i diritti umani, Israele non può sfuggire alla proprie responsabilità.

Israele continua ad essere il potere occupante a Gaza. E’ l’unico ad avere il potere di porre immediatamente fine alle sofferenze, e in base alla Quarta Convenzione di Ginevra ha l’obbligo giuridico di farlo. Tuttavia Israele agisce impunemente perché è appoggiato e gli viene consentito dalle potenze mondiali, soprattutto dall’Unione Europea, il suo principale partner commerciale.

Per giorni “Electronic Intifada” ha chiesto al “Servizio per l’Azione Esterna” dell’Unione Europea – di fatto il suo ministero degli Esteri – di fornire un commento sulla situazione di Gaza e di spiegare se sta facendo qualcosa, se lo fa, per esercitare pressione su Israele affinché revochi i tagli alla fornitura elettrica.

Martedì Maja Kocijancic, portavoce della responsabile della politica estera europea Federica Mogherini, ha confermato di aver ricevuto la domanda di Electronic Intifada ed ha promesso “di acquisire le ultime informazioni” e di “farsi viva il prima possibile.” Ma, trascorsi altri due giorni e passata la scadenza di giovedì pomeriggio, c’è stato un silenzio totale dall’UE, nonostante ripetute richieste di risposta a Kocijancic ed ai suoi colleghi.

Silenzio assenso

L’UE fornisce ad Israele ogni sorta di concessioni commerciali e finanziamenti in base al cosiddetto “Accordo di Associazione”.

Questo accordo specifica che i rapporti tra l’UE ed Israele “si devono basare sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici,” una clausola ritenuta “elemento essenziale” dell’accordo.

Decine di membri del parlamento europeo hanno esortato Mogherini a sospendere l’accordo – alla luce delle ripetute e flagranti violazioni dei diritti dei palestinesi da parte di Israele.

Invece l’UE sembra solo determinata a premiare ulteriormente Israele.

Un indicatore affidabile di ciò è l’ufficio del rappresentante dell’UE a Tel Aviv, che produce un flusso costante di tweets sul proprio account ufficiale in cui celebra la “cooperazione” dell’UE con Israele – compresi programmi “di ricerca” che finanziano l’industria bellica israeliana.

Persino questa settimana, mentre le condizioni di Gaza stavano peggiorando, l’UE ha promosso la propria cooperazione militare con Israele sulle cosiddette “sfide condivise”.

Nel contempo il “Servizio per l’Azione Esterna” dell’Unione Europea non ha twittato niente su Gaza dal 2015.

L’ultima crisi di Gaza si è sviluppata a partire da aprile ed ha provocato moniti sul fatto che potrebbe portare a un’altra guerra.

Il silenzio dell’UE non può quindi essere una svista.

Dovrebbe essere visto come un’approvazione dell’inasprimento del blocco di Gaza e delle sofferenze che Israele sta consapevolmente infliggendo a una popolazione stremata e traumatizzata da un decennio di isolamento e da una successione di attacchi militari israeliani.

L’Unione Europea sta quindi approfondendo la sua tanto decantata cooperazione con Israele. Una cooperazione che è complicità in un crimine.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Lieberman: neanche un solo rifugiato palestinese tornerà nella sua terra in Israele

23 giugno 2017,Ma’an News

Betlemme (Ma’an) – In un discorso tenuto alla conferenza di Herzliya in Israele, in cui si discutono [periodicamente] le politiche nazionali del Paese, il ministro della Difesa di estrema destra Avigdor Lieberman ha negato la possibilità, per i palestinesi profughi dalla Palestina storica su cui è stato costruito Israele, di ritornare alle loro terre all’interno dei confini del 1967, diritto sancito dalla Risoluzione 194 delle Nazioni Unite.

Non accetteremo il ritorno anche di un solo rifugiato all’interno dei confini del ‘67”, avrebbe detto Lieberman. “Non ci sarà mai più un altro primo ministro che faccia proposte ai palestinesi come ha fatto Ehud Olmert”, ha aggiunto, riferendosi ad una proposta di pace del 2008 avanzata dall’ex primo ministro.

Il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi è una delle principali richieste tra i palestinesi e i loro dirigenti. Essa rappresenta anche un potente legame simbolico con le loro terre e case da cui furono espulsi, in quanto molti palestinesi possiedono ancora le chiavi originali delle loro case occupate dallo Stato di Israele 69 anni fa.

Secondo i media israeliani, Lieberman ha anche detto che una conclusione del decennale conflitto israelo-palestinese “non risolverà i problemi – li peggiorerà”, ed ha sottolineato che Israele dovrebbe anzitutto “raggiungere un accordo regionale con gli Stati sunniti moderati e solo in seguito un accordo con i palestinesi.”

Ha poi messo in discussione anche la legittimità della presenza dei cittadini palestinesi al parlamento israeliano, la Knesset, evidenziando che il blocco politico ‘Lista Unita’ – che rappresenta nella Knesset partiti guidati da cittadini palestinesi di Israele – ha rifiutato di aderire alle ideologie sioniste.

L’unico luogo che non vogliono lasciare è Israele. Perché? Perché stanno bene qui”, ha detto, riferendosi ai palestinesi cittadini di Israele, che costituiscono circa il 20% della popolazione, le cui famiglie vivevano nelle terre della Palestina storica prima della creazione dello Stato di Israele.

Secondo l’Ufficio Centrale di Statistica Palestinese (PCBS), il 66% dei palestinesi che viveva nella Palestina del mandato britannico nel 1948 fu espulso dalla Palestina storica e scacciato dalle proprie case e terre durante il processo di creazione dello Stato di Israele, evento a cui i palestinesi si riferiscono come Nakba, o catastrofe.

Riguardo a Gaza, Lieberman avrebbe detto “Non credo che abbiamo bisogno di parlarne. Non finirà presto”, dopo aver definito la tremenda situazione nel territorio palestinese sotto assedio una “crisi interna ai palestinesi”, facendo eco alle dichiarazioni dell’ambasciatore USA alle Nazioni Unite Nikki Haley, che ha attribuito tutta la colpa della tragica situazione umanitaria nella Striscia di Gaza assediata ad Hamas, ed assolto Israele da ogni responsabilità per la perdurante crisi.

Lieberman ha anche accusato il presidente palestinese Mahmoud Abbas di cercare di spingere Hamas alla guerra contro Israele esacerbando la crisi a Gaza con il taglio dei pagamenti da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) per l’elettricità fornita a Gaza da Israele.

Abbas sta per incrementare i tagli e presto interromperà i pagamenti dei salari a Gaza ed il rifornimento di carburante alla Striscia, nell’ambito di una strategia su due fronti: colpire Hamas e spingerlo alla guerra con Israele”, avrebbe detto.

Le dichiarazioni di Lieberman sono state rilasciate nel bel mezzo di un tentativo di ripresa del processo di pace tra israeliani e palestinesi da parte del destrorso Presidente USA Donald Trump.

Recentemente, mercoledì sera, nella città di Ramallah nella Cisgiordania occupata si è tenuto un incontro tra Abbas ed il genero e principale consigliere di Trump, Jared Kushner, per discutere di una ripresa dei colloqui di pace con Israele.

In quell’occasione il membro del Comitato Esecutivo dell’OLP, Wasel Abu Yousif , in una dichiarazione ha detto che rilanciare un processo politico richiede certi requisiti basati sul diritto internazionale: deve essere fissato un limite di tempo per porre fine alla cinquantennale occupazione israeliana dei territori palestinesi, per stabilire uno Stato palestinese lungo i confini del 1967 con capitale Gerusalemme est, e i rifugiati palestinesi devono avere garanzia del diritto al ritorno alle case ed ai villaggi da cui sono stati espulsi.

Tuttavia i dirigenti israeliani sono stati espliciti nel respingere le pretese dell’ANP su Gerusalemme est, che è stata ufficialmente annessa da Israele nel 1980, e hanno ripetutamente proclamato la loro opposizione al ritorno dei rifugiati palestinesi o persino alla sospensione dell’espansione delle colonie israeliane illegali nei territori palestinesi occupati.

Naftali Bennett, il ministro dell’Educazione della destra israeliana, ha anche presentato un disegno di legge al parlamento israeliano che impedirebbe ogni futura divisione di Gerusalemme, emendando la Legge Fondamentale israeliana su Gerusalemme in modo che sia necessaria l’approvazione di 80 dei 120 membri della Knesset per apportare cambiamenti alla legge, invece della maggioranza semplice.

Lo scopo di questa legge è di unificare Gerusalemme per sempre”, avrebbe detto Bennett, aggiungendo che la sua proposta di legge renderebbe “impossibile” dividere Gerusalemme.

Mentre l’ANP e la comunità internazionale non riconoscono la legittimità dell’occupazione di Gerusalemme est, di Gaza e della Cisgiordania a partire dal 1967, molti palestinesi ritengono che tutta la Palestina storica sia stata occupata fin dalla creazione dello Stato di Israele nel 1948.

Un crescente numero di militanti ha criticato la soluzione dei due Stati per il conflitto israelo-palestinese come insostenibile e non atta a consentire una pace durevole, stante l’esistente contesto politico, proponendo al suo posto uno Stato binazionale con eguali diritti per israeliani e palestinesi.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Come Israele imprigiona palestinesi perché corrispondono al ‘profilo del terrorista’

Orr Hirschauge e Hagar Shezaf – 31 maggio 2017Haaretz

Israele ha arrestato centinaia di palestinesi dall’inizio dell’intifada “dei lupi solitari” nel settembre 2015, in parte sulla base dell’analisi dei post sui social media. Le autorità affermano che questi arresti sono legittimi, ma altri vi scorgono una grave violazione dei diritti umani.

Il marito di Su’ad Zariqat è stato investito ed ucciso in un incidente in Israele nel 2010. Da allora, la ventinovenne palestinese dice di aver postato regolarmente sue fotografie sulla propria pagina Facebook. Ma nelle prime ore del 2 dicembre 2015 le forze israeliane sono entrate in casa sua e l’hanno arrestata. Questo è successo nel momento più critico delle violenze che erano iniziate due mesi prima in Cisgiordania e Israele. Era la seconda volta che veniva arrestata, dopo essere stata in prigione nel 2008 con l’accusa di contatti con organizzazioni ostili ad Israele. Questa volta, dice, le è stata mostrata una schermata di un post su Facebook con la fotografia di suo marito accompagnata dalla scritta “Che Dio ci riunisca in paradiso.”

Zariqat dice che la parola shahda (affine a shahid, ‘martire’ in arabo) nel suo post Facebook sembrava allarmare chi la stava interrogando. “Gli ho detto che si tratta di una parola che usiamo regolarmente. Il fatto che l’ho scritta su Facebook non significa che io farò alcunché, anche quando qualcuno muore in un incidente automobilistico lo chiamiamo shahid.”

In seguito all’interrogatorio, nei confronti di Zariqat è stato emesso un ordine di detenzione amministrativa di quattro mesi – detenzione senza processo che viene utilizzata come detenzione cautelare da Israele, soprattutto contro palestinesi della Cisgiordania. Essa è stata successivamente prorogata di altri quattro mesi. La maggior parte del materiale nei casi di detenzione amministrativa è riservata e al difensore non vengono mostrate né la documentazione né l’imputazione.

Quando le si chiede come la sua vita abbia risentito della detenzione, Zarikat dipinge un quadro fosco. Prima del suo arresto, dice, la sua vita ruotava intorno al desiderio di finire gli studi universitari, lavorare e aiutare economicamente la sua famiglia. Tuttavia dopo il suo rilascio non è stata in grado di riprendere gli studi e raramente esce di casa. La detenzione l’ha cambiata, dice, ed è stata traumatica.

Il caso di Zariqat non è un’eccezione. Nei primi mesi dell’ondata di violenze iniziata nel settembre 2015, molti palestinesi sono stati arrestati e interrogati in relazione alla loro attività sui social network. A partire dall’ottobre 2015, Israele ha arrestato più di 200 palestinesi con l’accusa di istigazione [alla violenza] sui social media. I loro avvocati descrivono circostanze e sequenze di eventi analoghi a quelli che hanno caratterizzato l’esperienza della giovane vedova. Il suo profilo – una congiunta di uno shahid che vive nella zona di Hebron – corrisponde perfettamente al profilo creato dalle forze di sicurezza israeliane per valutare il livello di minaccia di individui palestinesi che potrebbero compiere attacchi con coltelli o con automobili.

In base ai dati del Ministero degli Esteri, 43 israeliani sono stati uccisi e 682 feriti negli attacchi terroristici in Israele e Cisgiordania da settembre 2015.

L’Ufficio dell’ONU per il Coordinamento delle Questioni Umanitarie (OCHA) afferma che nello stesso periodo sono stati uccisi 237 palestinesi, 167 dei quali mentre cercavano di compiere attacchi contro israeliani. Altri sono stati uccisi nel corso di incursioni dell’esercito israeliano e durante manifestazioni, comprese quelle svoltesi lungo il confine della Striscia di Gaza. Secondo i dati dell’OCHA, la stima dei palestinesi feriti in quel periodo è di 15.000.

Il tenente colonnello (in pensione) Maurice Hirsch è stato il procuratore capo militare per la Giudea e la Samaria (la Cisgiordania) fino all’anno scorso. Afferma che da settembre 2015 decine di post sui social media, che presumibilmente indicavano l’intenzione dell’autore di compiere un attacco terroristico, hanno portato a detenzioni amministrative. In altri casi, persone identificate come possibili esecutori di un attacco terroristico sono state accusate di istigazione sui social media.

Hirsch spiega che la procura militare è obbligata a seguire una procedura penale esaustiva prima di poter ricorrere all’opzione della detenzione amministrativa. Perciò, se vi sono prove sufficienti per un’accusa di istigazione, vi si farà ricorso – anche se vi è il dubbio che il sospettato sia un potenziale terrorista, aggiunge Hirsch. Sottolinea che questa disposizione di legge è stata utilizzata nella maggior parte dei casi in cui sono state presentate accuse penali relative ad individui sospettati di essere potenziali aggressori.

Sami Janazreh, di 43 anni, è stato posto in detenzione amministrativa nel novembre 2015. E’ stato arrestato a casa sua nel campo profughi di Al-Fawwar, vicino a Hebron. Dice che all’inizio non ha capito perché lo arrestavano. Come in tutti i casi di detenzione amministrativa, la maggior parte dei materiali del fascicolo era riservata e non gli è stato mostrato né la documentazione né l’imputazione. Poco dopo l’arresto, ha deciso di entrare in sciopero della fame, chiedendo di poter conoscere quali fossero le accuse contro di lui.

Dopo 71 giorni di sciopero della fame, la lotta di Janazreh ha avuto successo, almeno in parte. Parlando con Haaretz dalla sua casa di Al-Fawwar, dice che gli è stato comunicato che, invece della detenzione amministrativa, avrebbe subito un processo per istigazione sui social media.

La mia imputazione è stata costruita sulla base delle schermate dei miei post su Facebook”, dice. “Allora mi sono reso conto che la lotta contro gli arresti per Facebook è esattamente come la lotta contro la detenzione amministrativa – ogni palestinese oggi potrebbe essere colpevole. Per ogni palestinese che sia stato scoperto dal servizio di sicurezza dello Shin Bet ad aver condiviso una fotografia di uno shahid o di un prigioniero, o ad aver scritto un post su Facebook su di sé in quanto palestinese – loro potrebbero dire che si tratta di istigazione.”

Il dottor Itamar Mann, un professore di diritto internazionale e teoria politica all’università di Haifa, afferma che non è un caso che queste prassi – processi per istigazione e imputazioni sulla base di un’attività sui social media – esistano nei tribunali militari in Cisgiordania (gli organismi attraverso i quali Israele processa i palestinesi in Cisgiordania).

Dal punto di vista del sistema giuridico”, dice, “sussiste una differenza tra il modo in cui Israele attribuisce diritti all’interno di Israele e nei territori palestinesi. E più precisamente esiste una differenza nei limiti posti al diritto di libertà di espressione. Le leggi sui diritti umani non vengono applicate nei territori palestinesi e perciò la libertà di espressione non gode delle stesse tutele nei tribunali militari.”

Secondo l’organizzazione palestinese ‘Addameer – Associazione per il sostegno ai prigionieri e per i diritti umani’ (un’organizzazione no profit palestinese di patrocinio legale), dal 1967 sono stati arrestati in base alla legge marziale israeliana più di 800.000 palestinesi – cioè il 20% della popolazione palestinese totale e il 40% dei maschi adulti.

Profilo generico dei potenziali aggressori

Da quando, a settembre 2015, è iniziata l’ondata di violenze (nota anche come ‘intifada dei lupi solitari’) le autorità israeliane hanno messo a punto un sistema di allarme preventivo che valuta la probabilità di coinvolgimento di singoli palestinesi in attacchi terroristici. Nel luglio 2016 l’ufficio del portavoce dell’esercito israeliano ha tenuto diverse conferenze stampa in cui il sistema veniva descritto da un ufficiale dell’intelligence israeliana competente in materia. In seguito a recenti richieste, l’esercito israeliano ha negato agli autori di questo articolo la disponibilità a interviste in merito, adducendo cambiamenti di politica.

In aprile Amos Harel di Haaretz ha riferito che in poco più di un anno questo sistema ha identificato circa 2.200 palestinesi in varie fasi della decisione di condurre attacchi terroristici o nella pianificazione di tali attacchi. Circa 400 sono stati successivamente arrestati dall’esercito israeliano e dallo Shin Bet. I nomi di altre 400 persone sono stati consegnati all’Autorità Nazionale Palestinese ed essi sono stati arrestati dagli organismi di sicurezza in Cisgiordania e sono stati ammoniti.

Un ufficiale ha affermato in una conferenza tenuta in una base dell’esercito israeliano nel luglio 2016: “A differenza dei terroristi appartenenti ad Hamas o alla Jihad islamica, se ci si reca a casa sua una settimana prima dell’attacco, il ragazzo non sa ancora di essere un terrorista”. Haaretz è in possesso di una registrazione di questa dichiarazione pubblica.

Secondo l’ufficiale, subito dopo l’inizio dell’ondata di attacchi le autorità israeliane hanno incaricato decine di ufficiali dell’intelligence di delineare dei profili generici di “potenziali aggressori”. All’inizio sono stati elaborati tre o quattro profili generici dei primi aggressori, assemblando dati che includevano età, ubicazione della residenza e una valutazione della struttura psicologica e delle intenzioni degli aggressori, basati sulle informazioni a disposizione delle autorità. Queste comprendevano post sui social media e informazioni da altre fonti. Secondo l’ufficiale, durante questo processo sono stati anche interrogati alcuni degli aggressori.

In base ai profili elaborati, si è stimato che i potenziali aggressori fossero in maggioranza minori di 25 anni, che circa il 40% di loro attraversasse difficoltà personali e che presumibilmente avessero il desiderio di diventare martiri come mezzo onorevole per suicidarsi. Secondo la dichiarazione rilasciata, altri dati includono la schedatura, se esiste, ed una mappa delle attività collegate al terrorismo di soggetti in relazione con la persona, compresi i familiari. I problemi personali, comprese le tensioni in ambito familiare ed i matrimoni forzati, venivano descritti dall’ufficiale nella conferenza di luglio come forti motivazioni, soprattutto nei casi di attacchi compiuti da donne. Le autorità israeliane hanno identificato parecchi villaggi della Cisgiordania e quartieri di Gerusalemme est come basi di partenza di circa la metà degli attacchi.

Sempre secondo l’ufficiale, vengono svolte quasi quotidianamente “riunioni di gestione dei rischi” da parte degli ufficiali dell’intelligence israeliana per prendere decisioni in merito alla scelta del miglior modo di procedere nei confronti degli individui segnalati dal sistema. “Non puoi dire ‘ok, semplicemente arresterò chiunque abbia 16 anni ed abbia tendenze suicide e sia del villaggio da cui sono provenuti gli attacchi. Non puoi arrestare chiunque abbia solo qualche problema in testa tale che possa desiderare di accoltellare un soldato”, ha detto.

Come ha evidenziato il giornalista israeliano Ehud Yaari a gennaio su ‘The American Interest’, sono stati dedicati particolari sforzi per entrare nelle applicazioni per inviare messaggi in modo da ampliare la raccolta dei dati. “La gente oggi cambia il proprio modo di comunicare ogni settimana, per cui bisogna agire a raggio molto, molto ampio nei modi di raccogliere dati e sulle informazioni specifiche che si stanno cercando”, ha detto l’ufficiale nella conferenza di luglio.

Come ha sottolineato Yaari nel suo articolo, oltre a monitorare i post sui social media le autorità israeliane hanno anche fatto in modo di rimuovere i contenuti di istigazione alla violenza in rete. Ha anche aggiunto che l’insieme di queste attività ha costituito un importante spostamento nell’allocazione delle risorse dello Shin Bet, che ha portato ad assegnare fino ad un terzo del personale dell’agenzia al dipartimento tecnologico. Questa riforma è stata descritta in dettaglio da Amos Harel in un reportage di aprile su Haaretz (edizione in ebraico).

Nel corso dei primi mesi delle violenze nel 2015, il numero dei palestinesi non appartenenti ad organizzazioni terroristiche detenuti nelle prigioni israeliane è salito del 66% – da 648 arresti a 1038, secondo i dati del Servizio Penitenziario israeliano. Le cifre forniscono un indicatore dei cambiamenti che hanno avuto luogo nella popolazione dei prigionieri detenuti nelle carceri israeliane per motivi di sicurezza da settembre 2015.

E’ ragionevole ipotizzare che, con i dovuti adeguamenti, sarebbe anche possibile utilizzare lo stesso sistema per identificare potenziali aggressori ebrei. Ma secondo la conferenza stampa di luglio, esso non è stato utilizzato in tal modo né in Israele né in Cisgiordania.

I prigionieri di Facebook

Sia gli avvocati che gli ex detenuti intervistati per questo articolo descrivono i “prigionieri di Facebook” come persone che corrispondono ai criteri descritti dall’ufficiale nella conferenza di luglio – la maggior parte di loro sono giovani provenienti dalla zona di Hebron o dai campi profughi o da Gerusalemme, senza precedenti arresti alle spalle. Yousef al-Jaabri, un ventenne che ha scontato sei mesi di prigione per accuse di istigazione su Facebook, racconta a Haaretz: “Durante la mia detenzione ho incontrato altri prigionieri di Facebook, ma la maggior parte di loro era in detenzione amministrativa. Prendono di mira soprattutto la gente di Hebron.”

Secondo la documentazione dei tribunali e il personale della procura militare, tra ottobre 2015 e la fine del 2016, dai 160 ai 170 casi di istigazione relativi ai social media sono stati portati di fronte ai tribunali militari in Cisgiordania. La maggior parte dei palestinesi arrestati per sospetta istigazione è rimasta in carcere dai 6 ai 18 mesi e, nei casi in cui vi è stata incriminazione, sono stati rilasciati in seguito a patteggiamento.

In base ai dati del Ministero della Giustizia israeliano, altri 60 casi di istigazione, per la maggior parte connessi ai social media, sono comparsi di fronte ai tribunali civili in Israele in quel periodo di tempo – a fronte di soli 30 casi tra il 2011 e il 2014.

Siamo arrivati al punto che la prima cosa che viene chiesta negli interrogatori dei palestinesi arrestati in Cisgiordania è ‘qual è il nome del tuo profilo Facebook?’”, dice Fadi Qawasmi, un avvocato che rappresenta molti palestinesi nei tribunali militari in Cisgiordania. “Allora vediamo che questo elemento (l’istigazione su Facebook) è un’ ulteriore accusa che si aggiunge a quella di lancio di pietre, per esempio, oppure è un’accusa a sé stante.”

Uno dei fondamentali tasselli che hanno reso possibile l’arresto e l’incriminazione di molti palestinesi in questo periodo si può riscontrare in un caso comparso presso il tribunale militare di Ofer nel febbraio 2016, al quale era acclusa una perizia giudiziaria di un ufficiale dello Shin Bet. La perizia asserisce che il 70% degli aggressori che avevano degli account sui social media si esprimevano “in modo estremista ed illegale” su Facebook.

L’ex procuratore militare Hirsch dice di aver spiegato ai procuratori e alle autorità investigative che lui paragona i social media “ad una persona che parla da una pedana a Hide Park. Il fatto che stiamo parlando di social media fa una così grande differenza?” Secondo Hirsch, dal punto di vista della procura, una persona che mette un ‘mi piace’ su Facebook è paragonabile a qualcuno che in pubblico annuisce con la testa. Comunque, un individuo che condivide il contenuto “si pone al livello dello stesso istigatore, poiché propaga l’intero contenuto istigatorio.”

I post presentati in tribunale come prova di istigazione su Facebook spesso riportano versetti del Corano o espongono fotografie di martiri. Alcuni post possono essere visti come dichiarazioni che testimoniano tendenze suicide, o l’intenzione dell’autore di sacrificare la propria vita. “Il mio desiderio, se non tornerò, è di incontrarti in paradiso”, ha scritto un diciassettenne di Hebron in uno dei post incluso in un’incriminazione per istigazione.

Altri post presentati in tribunale avevano carattere chiaramente politico – alcuni facevano riferimento alla moschea Al-Aqsa, altri alla resistenza contro l’occupazione israeliana. Alcuni includevano un appello esplicito alla violenza contro gli israeliani. Mentre alcuni dei palestinesi incriminati di istigazione su Facebook hanno un considerevole seguito – a volte migliaia di amicizie –, in altri casi gli accusati avevano meno di 50 amici ed i loro post ricevevano non più di un paio di “mi piace”.

Il dott. Yonatan Mendel, uno studioso di lingua araba ed autore dell’articolo “La politica della non traduzione: sulle traduzioni israeliane di intifada, shahid, hudna e movimenti islamici” (pubblicato nel 2010 sulla Cambridge Literary Review), afferma che la percezione da parte israeliana dell’istigazione è favorita in parte da una comprensione unidimensionale dei termini politici e religiosi usati dai palestinesi – in riferimento al fatto che i post su Facebook e tutte le prove sono tradotti dall’arabo all’ebraico dal tribunale militare.

Molto spesso vi è una traduzione criminalizzante che non è rispettosa del contesto politico e linguistico in cui è stata scritta”, dice. “Per esempio, nell’idea degli israeliani, un appello all’intifada equivale ad un appello alla violenza. Tuttavia, se in arabo si dice ‘faccio appello all’intifada’, significa che ci si oppone alla violenza diretta contro di noi e perciò è una cosa molto più profonda. Persino riuscendo a dimostrare che si tratta di intifada, anche la resistenza non violenta è intifada. Analogamente, quando i palestinesi usano il termine ‘shahid’, si riferiscono anzitutto e soprattutto al concetto di ‘vittima’. Anche una persona che muore per un attacco cardiaco ad un checkpoint è uno shahid ed i bambini morti sotto i bombardamenti sono shahids.”

Anche gli ebrei istigano [alla violenza]

Nel maggio 2016 Arif Jaradat, un palestinese di 23 anni affetto da sindrome di Down, è stato colpito ed ucciso da soldati dell’esercito israeliano nel suo villaggio di Sa’ir, nei pressi di Hebron. La sua famiglia afferma che è stato colpito dopo che si è messo a gridare e a camminare verso un gruppo di soldati che erano entrati nel villaggio.

Due mesi dopo l’esercito ha arrestato suo fratello, Hiran, durante un’incursione notturna in casa sua. Hiran ha detto ad Haaretz che quelli che lo hanno interrogato gli hanno mostrato schermate dei post che ha pubblicato su Facebook che includevano foto che ricordavano suo fratello.

Ti è stato chiesto esplicitamente se tu avessi intenzione di compiere un attacco terroristico?

Quando mi hanno mostrato la foto di mio fratello Arif mi hanno detto: ‘Vuoi forse vendicare la morte di tuo fratello e compiere un attacco terroristico?’ Ho detto ‘No, amo la vita e non voglio vendetta per mio fratello né per chiunque altro.’”

E com’è la tua vita dopo l’arresto?

Riguardo all’uso di Facebook tornerò a postare cose lì – ma starò più attento a cosa postare. Non puoi proprio sapere se una certa immagine è considerata un’istigazione [alla violenza] o no.”

Le imputazioni contro Hiran Jaradat comprendono 33 post dalla sua pagina Facebook. La maggior parte di questi riguardano shahid e due di questi approvano violenze contro israeliani. Non includono le foto di suo fratello Arif.

Secondo un rapporto pubblicato dalla Fondazione “Berl Katznelson” (un istituto accademico israeliano legato al partito Laburista israeliano), tra il giugno 2015 e il maggio 2016 175.000 appelli alla violenza in ebraico sono stati postati in rete, il 50% dei quali diretti contro arabi. Comunque arabi sospetti sono stati coinvolti in più di metà delle 594 inchieste riguardanti l’istigazione condotte dalla polizia israeliana tra il settembre 2015 e la fine del 2016. Secondo i dati della polizia israeliana, il numero di incriminazioni presentate contro arabi è stato di quasi tre volte maggiore di quelle contro ebrei sospetti.

Casi limite’

Una delle maggiori critiche sollevate contro l’uso del sistema predittivo per scopi polizieschi riguarda la possibilità di sospettare di persone che non avrebbero commesso nessun crimine in assenza dell’intervento della polizia. Nel gergo del processamento dei dati tali casi sono chiamati “falsi positivi”. Guy Caspi è l’amministratore delegato della “Fifth Dimension Holdings Ltd.” [Aziende Quinta Dimensione, ndt.], con sede in Israele, un’impresa che sviluppa sistemi di analisi predittiva utilizzata dalle agenzie di sicurezza in Israele e all’estero. Egli afferma che i falsi positivi sono una parte integrante dell’operazione dei sistemi di previsione computerizzata, aggiungendo che attualmente ci sono solo due imprese che producono tecnologie che forniscono sistemi predittivi utilizzati per l’intelligence dagli organismi della sicurezza israeliani – “Fifth Dimension” e l’industria leader “Palantir Technologies Inc.”, con sede a Palo-Alto [in California, ndt.]. “Palantir” ha un gruppo di vendita e diffusione con uffici situati a Tel Aviv. “Palantir” non ha rilasciato dichiarazioni.

Nel 2015, dopo essersi ritirato dal servizio attivo, l’ex- capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Benny Gantz è stato nominato direttore generale di “Fifth Dimension”. Nel 2016 l’impresa ha nominato presidente Ram Ben-Barak, ex-vice capo del Mossad [servizio segreto israeliano per l’estero, ndt.]. Secondo Caspi i clienti dell’impresa possono stabilire loro stessi la proporzione di falsi positivi confrontando casi identificati come indesiderabili benché segnalati come desiderabili con casi che sono segnalati come desiderabili mentre sono indesiderabili. Nel caso di transazioni finanziarie, per esempio, un simile scambio sarebbe tra transazioni illecite considerate lecite e transazioni lecite considerate illecite.

Gli organismi di intelligence dicono: ‘Non mi importa del 2 o 3 % di falsi positivi,’” dice Caspi. Aggiunge che “Fitfth Dimension” sviluppa strumenti di supporto decisionale, e che operazioni di polizia adottate in seguito ai risultati del sistema sono decise dal personale umano delle agenzie di sicurezza.

Riferendosi al film di fantascienza di Steven Spielberg “Minority Report” del 2002, su un’unità di polizia che utilizza la premonizione per bloccare futuri crimini, afferma: “Non ci siamo ancora arrivati. Chi viene esaminato dal sistema non è automaticamente giudicato e portato davanti a un tribunale.” Aggiunge che, rispetto agli organismi di intelligence, l’incidenza di falsi positivi nel settore finanziario è molto più alta.

Il ministro per le Questioni di Intelligence Yisrael Katz – che fa anche parte della commissione per la sicurezza – nel suo ufficio di Tel Aviv ha confermato ad Haaretz che c’è una possibilità che qualcuno dei palestinesi che sono stati arrestati dopo essere stati indicati dal sistema predittivo non stesse attivamente e pienamente pianificando un attacco, e forse non avesse deciso di portare un attacco nel momento in cui è stato arrestato. Katz afferma che ciò può accadere in “casi limite”.

Come effetto dell’unico sistema che è stato sviluppato e messo in funzione qui, centinaia di casi di attacchi di questo tipo sono stati impediti. Nel dubbio se agire oppure no – può darsi che si possano includere anche casi limite,” ha aggiunto Katz.

Nel marzo 2016 una ragazza diciassettenne palestinese di un villaggio nei pressi di Jenin è stata arrestata mentre viaggiava in taxi verso l’incrocio di Tapuah, scena di molti tentativi di aggressione. Ufficiali della polizia di frontiera l’hanno bloccata dopo aver ricevuto un’allerta specifica dell’intelligence su di lei. E’ stata perquisita e si è scoperto che portava con lei un coltello, in apparenza con lo scopo di compiere un’aggressione. Secondo un rapporto del luglio 2016, un’allerta riguardante lei era stata inviata dopo che era stata segnalata dal sistema computerizzato. L’ufficiale che ha dato l’informazione ha notato che era stata segnalata sul radar del sistema in base a indicazioni secondo cui aveva dei problemi con i suoi genitori e poteva essere affetta da depressione.

Dopo un picco di 80 tentativi di aggressione nell’ottobre 2015, il numero di attacchi è costantemente diminuito. Secondo i dati del Ministero degli Esteri, fin dall’aprile 2016 il numero di tentativi è sceso a meno di 20 al mese. Katz vede questa diminuzione come una chiara prova che i metodi utilizzati da Israele per combattere le aggressioni hanno avuto effetto, compreso l’utilizzo del sistema di allerta preventiva.

Sono stati fatti arresti, gli attacchi terroristici sono diminuiti, ciò significa che erano quelle le persone, non c’è niente da dire. Statisticamente quelle erano (le persone giuste). In qualche caso abbiamo sbagliato in un modo o nell’altro? Il motivo lo giustifica – prevenire attacchi terroristici. Non è come se qualcuno avesse inventato un modo per perseguitare qualcun altro su Facebook.”

I costi e i benefici

La combinazione di un sistema di predizione computerizzata e il meccanismo di incriminazione come un modo per combattere gli attacchi di lupi solitari è unico dello Stato di Israele, ma l’utilizzo di simili tecnologie sta aumentando rapidamente tra le forze di polizia e le agenzie di sicurezza in tutto il mondo. Le imprese di tecnologia che vendono strumenti di controllo predittivo includono “Palantir”, come già rilevato, e multinazionali come IBM e Motorola.

Due studi condotti da “Rand Corporation” (un gruppo di studio no-profit fondato dal governo USA) hanno scoperto che i sistemi di predizione computerizzata utilizzati dalla polizia non hanno effetti reali sulla sicurezza pubblica. In uno degli studi di “Rand” i ricercatori hanno concluso che una prima versione del sistema utilizzato dalla polizia di Chicago non ha ridotto il numero di sparatorie in città. In un altro studio i ricercatori non hanno scoperto prove statistiche di una riduzione dei crimini nella città di Shreveport, Louisiana – in cui è stato utilizzato per la prima volta un sistema informatizzato di predizione dei delitti.

I ricercatori hanno scoperto che senza un orientamento sull’uso corretto dei dati di predizione, i funzionari di polizia di Shreveport “hanno bloccato individui che stavano commettendo infrazioni all’ordine pubblico [per esempio camminare in mezzo alla strada]” in zone previste come ad alta criminalità.

Gruppi per i diritti umani e studiosi di diritto segnalano il rischio dell’uso di strumenti di polizia predittiva. Oltre alla violazione della privacy, chi lo critica teme che sistemi di polizia predittiva possano intensificare un’inutile aumento dell’attenzione della polizia su specifici gruppi razziali ed etnici, affermando che, data la mancanza di trasparenza, risultati preconcetti possano passare inosservati.

In operazioni realizzate dalla polizia di Chicago nel 2016, la maggior parte delle persone arrestate erano comparse in liste di potenziali provatori di disordini create dal sistema di predizione computerizzata. Sono state arrestate per possesso di armi e spaccio di droga.

Riguardo alla prassi di polizia predittiva c’è un grande timore, nel mondo e negli USA, che questi mezzi portino a una privazione preventiva della libertà,” dice David Robinson, un dirigente dell’impresa di consulenza politica “Upturn”: “Il punto di vista tradizionale su come questo sistema si suppone che funzioni è che la privazione della libertà è conseguenza di un’infrazione della legge. L’idea di privare qualcuno della propria libertà prima che abbia fatto qualcosa di sbagliato è un allontanamento fondamentale dal modello su cui le politiche sono tradizionalmente basate. In ogni società vale la pena fermarsi a pensare molto seriamente se attraversare questo limite o no.”

Il portavoce dell’esercito israeliano ha risposto a questo articolo: “Negli ultimi due anni lo Stato di Israele ha affrontato un’ondata di terrorismo, accompagnata da gravi istigazioni a colpire cittadini e soldati israeliani. Allo stesso tempo, assistiamo al fenomeno di attacchi terroristici realizzati da individui o gruppi in seguito all’esposizione a contenuti che incitano [alla violenza], e che sono ispirati da simili contenuti.

Le forze di sicurezza stanno conducendo un’estesa campagna contro il terrorismo, per garantire la sicurezza dello Stato e dei suoi abitanti,” ha continuato il portavoce. “In questo contesto, si stanno prendendo varie misure per evitare attacchi terroristici e combattere il fenomeno dell’incitamento alla violenza. Il trattamento da parte degli autori dei dati, che in passato sono stati presentati in una conferenza stampa a cui essi non erano presenti, non è corretto e estrapola alcuni aspetti al di fuori del contesto. Vorremmo sottolineare che le forze di sicurezza stanno agendo per raccogliere ed esaminare approfonditamente le informazioni che arrivano nelle loro mani.

Aggiungeremo che gli ordini di detenzione amministrativa sono emanati quando ci sono informazioni di sicurezza accertate e che rendono necessario l’arresto. Questi ordini sono emessi dopo un esame accurato di informazioni rilevanti e sono soggetti a revisione da parte dei giudici. Imputazioni per crimini di istigazione sono avviate quando si sono raccolte prove che indicano l’uso di un linguaggio pesante che incita al terrorismo e a gravi violenze.”

Il portavoce dell’esercito israeliano non ha rivolto una richiesta per indicare alcuna inesattezza nell’articolo o per chiarire le parti in cui le cose dette nella conferenza stampa sono state prese fuori di contesto.

Su richiesta della censura militare, alcune parti di questo articolo su come funziona il sistema di allerta preventiva sono state eliminate.

La ricerca per quest’articolo è stata possibile grazie al sostegno di Journalismfund.eu.

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All’Unione Europea “piace” quello che Israele sta facendo?

Il controllo predittivo è stato conosciuto e praticato in vari Paesi membri dell’Unione Europea per anni. Secondo un rapporto dell’organizzazione europea per i diritti civili “Statewatch”, dipartimenti di polizia della Gran Bretagna hanno sperimentato strumenti di mantenimento predittivo dell’ordine. Tuttavia la messa in opera di sistemi predittivi a livello nazionale su base individuale sembra essere fuori dalla portata per i membri dell’UE e contraddire gli articoli relativi alla privacy ed alla non discriminazione presenti nella Carta Fondamentale dei Diritti Dell’Unione Europea.

Per esigenze di antiterrorismo – per poter dire che questa o quella persona sta per fare questo e quello – è necessario un sistema di formazione che abbia libertà normativa e che possa integrare vari flussi di informazioni”, dice Caspi, di “Fifth Dimension”.

Ciò non ha impedito a funzionari dell’UE di esprimere interesse nell’adottare metodologie israeliane. Durante conferenze in Israele e in incontri con funzionari israeliani nel 2016, il coordinatore antiterrorismo dell’UE, Gilles de Kerchove, ha manifestato interesse nell’adottare le tecnologie israeliane per combattere contro gli attacchi di lupi solitari. De Kerchove ha discusso a lungo il piano UE per lottare contro l’istigazione in rete e le difficoltà nel trovare abbastanza persone che parlino le lingue mediorientali per controllare manualmente i contenuti.

Lo scorso ottobre il giornale danese “Information” ha riportato che la polizia danese ha comprato da “Palantir Technologies” una piattaforma per il controllo predittivo. Facendo seguito a questo acquisto, a febbraio il ministro della Giustizia danese Soren Pape ha presentato un progetto di legge per una consultazione pubblica con lo scopo di ampliare l’uso dei dati da raccogliere per prevenire i delitti.

Criminalizzare la diffusione di messaggi via internet è ora una pratica di tutta l’UE sulla base di una “Decisione Quadro per Combattere il Razzismo e la Xenofobia” adottata nel 2008. Una direttiva dell’UE sulla lotta al terrorismo firmata in marzo rende obbligatorio per gli Stati membri punire la distribuzione di messaggi “che esaltino atti di terrorismo”. Gli Stati membri saranno anche obbligati a eliminare o bloccare istigazioni a commettere aggressioni terroristiche dal web.

La Spagna è al primo posto nelle condanne per “esaltazione del terrorismo”. Ci sono state 19 condanne nel 2015 e altre 27 lo scorso anno. All’inizio di quest’anno una corte spagnola ha incarcerato César Strawberry (nome vero César Montaña Lehman) per una serie di tweet del 2013. I tweet, che César ha descritto come “ironici”, includevano un commento secondo cui voleva inviare al re di Spagna “una torta esplosiva” per il suo compleanno. Nel caso di César, ha detto di non aver intenzione di commettere veramente atti di terrorismo. Ma il codice penale spagnolo non fa distinzione di intenzioni. La Corte Suprema ha stabilito che l’intenzione era “irrilevante”.

(Staffan Dahllöf e Jennifer Baker)

(traduzione di Cristiana Cavagna e Amedeo Rossi)

 




Nota redazionale sui due articoli sul blocco del Qatar

Nota redazionale: proponiamo ai lettori questi due articoli, uno di Middle East Monitor dagli USA e l’altro di Middle East Eye da Israele, sui riflessi sul conflitto israelo-palestinese della crisi tra il Qatar ed altri Paesi sunniti del Golfo, ed in particolare sul ruolo di Israele sulla vicenda. I due testi propongono una visione pressoché opposta della situazione, per cui ci è sembrato interessante offrire la possibilità di confrontare le due tesi proposte dai giornalisti. A nostro parere questi punti di vista così diversi rendono evidente la contraddittorietà della situazione mediorientale, che si presta a interpretazioni molto diverse a seconda delle fonti prese in considerazione. Lasciamo al lettore l’onere di farsi una propria opinione su quale delle due letture accogliere.

La redazione di Zeitun.info




Il blocco del Qatar potrebbe avere a che fare con la Palestina più di quanto pensiamo

Nasim Ahmed 16 giugno 2017 Middle East Monitor

I funzionari israeliani devono essersi pestati i piedi a vicenda nella loro corsa per appoggiare il blocco contro il Qatar guidata dai sauditi. “I Paesi arabi sunniti, tranne il Qatar, si trovano sulla nostra stessa barca, in quanto tutti vediamo un Iran con potenza nucleare come la principale minaccia contro tutti noi,” ha detto l’ex-ministro della Difesa israeliano Moshe Ya’alon.

Il blocco ha rappresentato una “nuova linea tracciata nella sabbia mediorientale,” ha twittato l’ex-ambasciatore israeliano nato negli USA Michael Oren, godendosi lo scompiglio regionale. “Non (è) più Israele contro gli arabi, ma Israele e gli arabi contro il terrorismo finanziato dal Qatar,” ha aggiunto.

Il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha descritto la crisi come un opportunità per Israele e “alcuni” Stati del Golfo. “E’ chiaro a chiunque, persino ai Paesi arabi, che il vero pericolo per l’intera regione è il terrorismo,” ha insistito. L’estremista di destra ha aggiunto che il blocco guidato dai sauditi ha tagliato i rapporti con il Qatar “non a causa di Israele, non a causa degli ebrei, non a causa del sionismo,” ma “piuttosto per paura del terrorismo.”

La gioia per la punizione di un Paese che i funzionari israeliani descrivono come una “spina nel fianco” solleva ogni sorta di domande, non ultima il rapporto tra l’assedio imposto al Qatar e la legge presentata dal parlamentare repubblicano Brian Mast per imporre sanzioni riguardo all’appoggio straniero al “terrorismo palestinese”, ed altre proposte.

Presentando la legge bipartisan (H.R. 2712 Palestinian International Terrorism Support Prevention Act of 2017 [Legge per la Prevenzione dell’Appoggio al Terrorismo Internazionale Palestinese]) il deputato Joshua Gottheimer ha affermato: “Sono orgoglioso di guidare questo tentativo di indebolire Hamas, una rete terroristica efferata responsabile della morte di troppi civili innocenti, sia israeliani che americani.” Secondo lui “la nostra legge bipartisan garantisce che chiunque fornisca assistenza a questo nemico degli Stati Uniti e a Israele, il nostro alleato vitale, dovrà fare i conti con la forza e determinazione del nostro Paese.”

Nelle loro conclusioni i sostenitori [della legge] hanno sostenuto che Hamas ha ricevuto un appoggio significativo sia finanziario che militare dal Qatar. Essi hanno citato la conferenza stampa allo Sheraton di Doha in Qatar, in cui Hamas ha presentato il proprio nuovo “Documento dei Principi Generali e delle Politiche”, definito la nuova carta del movimento. “Mentre questo documento intendeva trasmettere al mondo un’immagine più moderata riferendosi ai confini del 1967,” la legge sostiene che il “documento di Hamas, (che) non abroga né sostituisce la carta fondamentale…invoca ancora una prosecuzione del terrorismo per distruggere Israele.”

La legge, che propone di autorizzare sanzioni contro qualunque entità o governo stranieri che forniscano appoggio ad Hamas, continua affermando che “dovrebbe essere la politica degli Stati Uniti impedire ad Hamas, alla Jihad Islamica Palestinese (JIP) o a qualunque loro affiliato o successore di avere accesso alle sue reti di appoggio internazionale.”

Prendendo nota delle implicazioni della legge, vale la pena ricordare che la maggior parte dei propositi di questa nuova norma è in realtà superflua, tranne la parte sul Qatar. Come ha evidenziato il “Centro Arabo” di Washington – un’organizzazione di ricerca per la promozione della comprensione politica, economica e sociale tra gli arabi e gli USA -, la legge proposta introduce sanzioni già previste dall’attuale legislazione. Hamas e la JIP sono entrambe definite come “Organizzazioni Terroristiche Straniere” (FTOs in inglese) ed “Entità Terroristiche Globali Conclamate” (SDGTs in inglese) rispettivamente dallo Stato USA e dal Dipartimento del Tesoro. In questo contesto è già illegale per enti o istituzioni degli USA appoggiare questi gruppi. Perciò le sanzioni proposte in questa legge che riguardano la giurisdizione USA sono superflue.

Inoltre, sottolinea il “Centro Arabo”, anche prendere di mira in modo formale l’Iran è inutile perché Teheran è già stato dichiarato dal Dipartimento di Stato uno Stato che sostiene il terrorismo e c’è già il divieto di esportare armi, servizi finanziari e tecnologici ed aiuti in Iran. Resta solo il Qatar, che in base a questa legge dovrebbe essere l’unico nuovo bersaglio. Il modo furtivo dell’attacco al Qatar non nasconde le vere intenzioni dei sostenitori della legge. “Sono orgoglioso” ha detto Gottheimer, “di appoggiare la “Legge per prevenire l’appoggio al terrorismo internazionale palestinese che farà pagare un prezzo a Paesi come il Qatar per il loro appoggio al terrorismo. Nella lotta contro il terrorismo non ci sono vie di mezzo. Se tu appoggi il terrorismo, prima o poi giustizia verrà fatta.”

Quindi, cosa c’entra questo con Israele? Mentre Israele non è stato in grado di unirsi direttamente alla mossa guidata dai sauditi per imporre il blocco al Qatar, ciò non gli ha impedito di partecipare a un notevole lavoro di pressione dietro le quinte con gli UAE [Emirati Arabi Uniti, ndt.] per ottenere quello che in realtà è una parte della legislazione presentata contro il Qatar e portare avanti il lavoro preparatorio necessario per un blocco di queste dimensioni.

Si afferma che i sostenitori della legge alla Camera includono un certo numero di legislatori che hanno ricevuto sostanziose donazioni dai lobbysti filo-israeliani così come da quelli che sostengono l’Arabia Saudita. In effetti si riferisce che dieci parlamentari USA che appoggiano la legge contro il Qatar hanno ricevuto più di 1 milione di dollari negli ultimi 18 mesi da lobbysti e gruppi di pressione legati ad Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Lo scrittore e commentatore Trita Parsi ritiene che le similitudini tra la “lista dei terroristi” delle Nazioni arabe alleate degli USA e la legge H.R. 2712 dimostra una crescente collaborazione tra gli Stati arabi del Golfo e Israele. “La cooperazione tra gruppi filo-israeliani che sostengono la linea dura, gli EAU e l’Arabia Saudita sta andando avanti da un po’ di tempo,” ha detto Parsi ad Al-Jazeera. La novità, ha proseguito, è vedere i gruppi filo-israeliani come la “Fondazione per la Difesa delle Democrazie” “uscirsene con (articoli) filo-sauditi e fare pressione per loro (i sauditi) al Congresso.”

All’inizio di questo mese è stata riferita anche da “The Intercept” [sito web statunitense di controinformazione legato a Wikileaks, ndt.] la promozione di una narrazione politica per appoggiare l’assedio. Si afferma che mail inviate da un gruppo chiamato “Global Leaks” hanno evidenziato che l’ambasciatore degli EAU negli USA, Yousef Al-Otaiba, e la fondazione – un gruppo di esperti filo-israeliani e neoconservatori – hanno lavorato insieme per demonizzare il Qatar. Le mail ottenute da “The Intercept” mostrano la collaborazione tra la FDD e gli EAU con giornalisti che hanno pubblicato articoli che accusavano il Qatar e il Kuwait di appoggiare il “terrorismo”.

Non è quindi sorprendente che la principale ragione di questo blocco abbia poco senso. Per l’Arabia Saudita e per gli EAU accusare il Qatar di appoggiare il terrorismo è come il bue che dà del cornuto all’asino. Se ci fosse una qualche sostanza alle accuse, allora gli USA non avrebbero appoggiato un recente accordo per gli armamenti con il Qatar e Washington non avrebbe mantenuto lì un’importante base militare. Le ragioni addotte per il blocco non hanno alcun valore. Oltretutto il blocco del Qatar non può essere preso in considerazione separatamente dai tentativi in corso negli USA per eliminare la resistenza palestinese in nome della lotta contro il terrorismo. Né il Qatar né alcun Paese del Golfo trae alcun beneficio da questa situazione di stallo; per il maggior beneficiario bisogna guardare ad Israele.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Quello che Israele teme di Hamas e della crisi con il Qatar

Yuval Abraham

Middle East Eye – giovedì 15 giugno 2017

Israele non ha mai approvato l’appoggio del Qatar ad Hamas.

Ma ora le Nazioni del Golfo stanno chiedendo che Doha smetta di appoggiare il gruppo palestinese – e Israele teme quello che potrebbe succedere.

Hamas, che controlla Gaza dal 2007, è visto come una filiazione della Fratellanza Musulmana, da molto tempo un alleato del Qatar.

L’emirato ha trasferito centinaia di milioni di dollari a Gaza, assistendo al contempo Hamas dal punto di vista diplomatico e offrendo ospitalità ai suoi dirigenti e militanti in esilio. In maggio il gruppo ha presentato la revisione della sua carta fondamentale a Doha.

Dopo l’ultima guerra a Gaza, nel 2014, il Qatar ha destinato un miliardo di dollari a favore della ricostruzione, di progetti umanitari, per i costi dell’elettricità e per i salari dei dipendenti pubblici.

Alcuni analisti politici affermano che Israele ha consentito il trasferimento di fondi a Gaza – sotto assedio israeliano dal 2007 – per i suoi effetti stabilizzanti, che impediscono o forse rimandano un collasso totale nella Striscia devastata dalla guerra.

Una risposta israeliana contrastante

Le sanzioni contro il Qatar del 4 giugno sono state salutate come una vittoria da gran parte dell’opinione pubblica e dai media israeliani. Ma la risposta del governo è stata stranamente in sordina.

Eli Avidar, ex-capo della delegazione israeliana in Qatar, ha detto a MEE che Israele dovrebbe sostenere decisamente l’Arabia Saudita ed altri contro il Qatar: “E’ un’opportunità per farla finita con questa storia. Israele dovrebbe esercitare pressioni su Washington, spingere il Qatar a smettere di finanziare il terrorismo, ma non lo sta facendo.”

Continuo a chiedermi: ‘Perché Israele non è più attivo ed esplicito nell’attivarsi contro il Qatar?’”

Il ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, è stato l’unico uomo di governo ad aver commentato la crisi. Il 5 giugno, un giorno dopo che il Qatar è stato isolato, ha affermato che l’iniziativa “apre molte possibilità di collaborazione nella lotta contro il terrorismo.”

Un portavoce del ministero degli Esteri ha detto a MEE che ha avuto indicazioni ufficiali di non commentare la situazione e le sue ripercussioni per Israele e la Palestina.

Cosa c’è dietro questa risposta passiva? Molti studiosi, analisti e fonti dell’intelligence indicano che Israele potrebbe avere più da perdere che da guadagnare dalla crisi.

Yoel Guzansky e Kobi Michael, dell’Istituto Israeliano per le Ricerche sulla Sicurezza all’università di Tel Aviv, hanno affermato che la crisi è “la più grave dalla fondazione, nel 1981, del Consiglio per la Cooperazione nel Golfo.”

Sostengono che Israele ha un duplice approccio nei confronti del Qatar: “Da una parte, c’è ostilità per il suo appoggio ad Hamas e per l’ospitalità che offre ai suoi dirigenti…Dall’altra, Israele attribuisce grande importanza al sostegno qatariota alla ricostruzione della Striscia e al denaro che fornisce per gli stipendi ed i servizi pubblici al suo interno.

L’interesse israeliano è di appoggiare una mediazione americana che ponga fine alla questione indebolendo il ruolo dell’Iran e di Hamas, ma senza danneggiarne seriamente le azioni positive verso la Striscia di Gaza e di mediazione con Hamas.”

Il loro documento identifica tre possibili esiti che Israele vuole evitare: un rapporto più forte tra l’Iran e Hamas, una crisi umanitaria a Gaza e la presa del potere dell’Autorità Nazionale Palestinese a Gaza.

  1. Timore dell’Iran

Molti osservatori temono che il vuoto creato dall’assenza del Qatar possa obbligare Hamas a cercare un fonte alternativa di sostegno finanziario e si rivolga all’Iran.

Il rapporto di Yoel Guzansky e Kobi Michael sostiene che “Israele comprende che ci sono più vantaggi che svantaggi nella cooperazione con il Qatar, in quanto il Qatar indebolisce l’influenza dell’Iran su Hamas e sulla Striscia di Gaza.”

Shaul Yanai, un ricercatore israeliano sulle questioni mediorientali all’università di Haifa, ha detto a MEE: “Non c’è un segnale di pericolo più grave per l’Egitto, i sauditi, il Kuwait, l’America di Trump e Israele che un’organizzazione palestinese alleata dell’Iran.”

All’inizio di quest’anno Khaled al-Qaddumi, rappresentante di Hamas in Iran, ha detto ad Al-Monitor che l’Iran sta fornendo un continuo aiuto finanziario al movimento, nonostante la polarizzazione su scala regionale tra sciiti e sunniti, e che ci sono incontri regolari.

L’inizio del 2017 ha inaugurato una nuova era nelle relazioni tra Hamas e l’Iran, che può essere descritta come positiva e rivolta al futuro,” ha affermato.

Nel contempo Ahmed Yousef, ex importante consigliere del leader di Hamas Ismail Haniyah, ha detto a Ma’an che la crisi qatariota – così come l’alleanza tra Israele, l’America e gli Stati sunniti – “incoraggerà i movimenti islamici, come la Fratellanza Musulmana, a fare nuove alleanze con Paesi potenti della regione, come l’Iran, per proteggersi.”

Oltre a ciò, Guzansky e Michael affermano che il desiderio del campo sunnita di vedere l’Autorità Nazionale Palestinese sostituire Hamas nella Striscia non è condiviso da Israele, che, secondo chi lo critica, ha lavorato per mantenere la separazione tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.

  1. Timori di un’altra Guerra

Nel 2014 Israele ha scatenato l’operazione “Margine protettivo” contro Gaza, un attacco di 50 giorni che intendeva indebolire Hamas. Ha causato la morte di più di 2.139 palestinesi, circa un quarto dei quali bambini, di 64 soldati e di 6 civili israeliani.

Un ufficiale israeliano di alto grado, che ha lavorato con il Mossad [il servizio segreto israeliano che opera all’estero, ndtr.] per molti anni e che ha chiesto di rimanere anonimo, ha detto a MEE che, mentre il governo israeliano vuole che il Qatar smetta di finanziare Hamas, “non vuole una crisi umanitaria a Gaza, anche se vi ci stiamo avvicinando.”

Questa situazione potrebbe portarci allo stesso punto del 2014, quando Hamas è stato spinto in un angolo e l’unico posto a cui potessero sparare era Israele. Suppongo che Israele tema questo scenario, non vuole la destabilizzazione a Gaza.”

Yanai avverte anche che un Hamas disperato che perde il sostegno finanziario, insieme a discorsi su elezioni all’interno della tesa coalizione di governo israeliano, provocherebbe una miscela esplosiva. “Potrebbe rappresentare il terreno fertile per una guerra. Politici disperati tendono a fare la guerra.”

Una seconda fonte dell’intelligence israeliana – la cui ruolo è riservato – ha detto a MEE che Israele, come fa ogni estate, si sta preparando per una guerra a Gaza– ma che non si aspetta che ci sia quest’anno.

Da parte sua Hamas è ancora indebolito dall’ultimo scontro nel 2014. E Israele?

E’ contro i nostri interessi,” afferma la fonte dell’intelligence. “Israele desidera mantenere lo status quo nella Striscia:”

Dal 2004 Israele ha condotto sette offensive contro Gaza in risposta a razzi lanciati dalla Striscia. I critici affermano che questo status quo di guerra è alimentato da una mancanza di soluzioni diplomatiche del problema dei rifugiati palestinesi e dall’occupazione militare israeliana.

  1. Timore dell’Autorità Nazionale Palestinese

Domenica il governo israeliano ha accettato di ridurre la fornitura di elettricità a Gaza su richiesta del presidente dell’ANP Abbas.

L’iniziativa è vista come un tentativo da parte dell’ANP, che controlla la più vasta Cisgiordania, di indebolire il suo rivale politico. Secondo la Reuters, Tareq Rashmawi, il portavoce dell’ANP, ha chiesto che Hamas trasferisca all’ANP ogni responsabilità delle istituzioni di governo a Gaza.”

Ma lunedì Israel Katz, ministro israeliano e membro del governo per il Likud, all’annuale Convenzione Israeliana per la Pace ha criticato questa riduzione [di energia elettrica, ndt.], affermando che “Israele non ha una politica nei confronti di Gaza.”

E il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che Israele “non vuole assistere a un’escalation” a Gaza, descrivendola come “una disputa interna palestinese.”

L’ufficiale che ha lavorato con il Mossad ha ribadito questa opinione: “Mi risulta difficile spiegare la politica israeliana verso Gaza,“ ha detto, “non ha una logica.”

La riduzione della fornitura di elettricità potrebbe essere una sorta di pressione tattica su Hamas, in modo che accetti di restituire i corpi dei soldati israeliani e i tre israeliani che tengono prigionieri.”

Ma Hamas ha raggiunto il punto critico.

Lunedì ha detto su Twitter che la decisione “accelererebbe l’aggravamento e l’esplosione della situazione nella Striscia.”

Una fonte dell’intelligence israeliana ha detto a MEE che un altro scontro a Gaza è solo questione di tempo. “Se non quest’anno, sarà il prossimo, e sennò, quello dopo ancora di sicuro.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




L’ONU vede un aumento degli incontri tra l’esercito israeliano e i ribelli siriani e teme un’escalation

Barak Ravid – 19 giugno 2017,Haaretz

Israele sostiene che gli incontri si svolgono per ragioni umanitarie, ma l’ONU teme che potrebbero innescare scontri tra i ribelli e l’esercito siriano

Un rapporto reso pubblico negli scorsi giorni dal segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ai membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU afferma che negli ultimi sette mesi le Forze di Osservazione delle Nazioni Unite per il Disimpegno hanno notato un significativo incremento dei contatti e degli scambi tra le forze armate israeliane e organizzazioni di ribelli lungo la frontiera di Israele con la Siria, soprattutto nella zona del monte Hermon.

Il rapporto per la prima volta esprime la preoccupazione di Guterres che le relazioni tra gli israeliani e le organizzazioni di ribelli possano portare a un’escalation, causando un rischio per gli osservatori dell’ONU.

Pubblicato l’8 giugno, il rapporto delle Nazioni Unite descrive l’attività degli osservatori dell’ONU dal 2 marzo al 16 maggio. Durante questo periodo ogni due o tre giorni hanno osservato incontri e contatti tra l’esercito israeliano e i ribelli nella zona di confine, compresa quella del monte Hermon. Nel complesso hanno elencato almeno 16 di tali incontri in quel lasso di tempo.

Gli incontri hanno avuto luogo nei pressi di avamposti dell’ONU nella zona del monte Hermon, in quella di Quneitra e nella parte centrale delle Alture del Golan [occupate da Israele nel 1967 ed in seguito illegittimamente annesse, ndt.], nei pressi del moshav [comunità agricola israeliana, ndt.] “Yonatan”.

Rispetto ai rapporti di periodi precedenti, c’è stato un significativo incremento nei contatti tra i soldati dell’esercito israeliano e individui del lato “Bravo” [cioè dei ribelli siriani, ndt.], che si sono tenuti per quattro volte in febbraio, tre in marzo, otto in aprile e una in maggio,” afferma il rapporto, riferendosi al lato siriano della frontiera.

Questo incremento del numero di incontri tra i soldati israeliani e rappresentanti dei ribelli conferma una tendenza già rilevata nel precedente rapporto, pubblicato il 17 marzo. Quel rapporto riguardava il periodo tra il 18 novembre 2016 e il primo marzo 2017, ed elencava almeno 17 incontri lungo il confine del Golan, anche nei pressi del monte Hermon.

Secondo i due rapporti, gli osservatori dell’ONU hanno visto 33 incontri tra israeliani e rappresentanti dei ribelli negli ultimi sette mesi.

In confronto, secondo il rapporto dell’ONU, dal 30 agosto al 16 novembre dello scorso anno hanno avuto luogo solo due incontri simili, e solo nei pressi del confine, non del monte Hermon.

Una delle questioni prese in considerazione nell’ultimo rapporto sono stati i contatti che hanno avuto luogo nella zona dell’Hermon negli ultimi tre mesi. Si afferma che questi incontri sono avvenuti nei pressi di uno degli avamposti dell’esercito israeliano lì ed hanno seguito tutti le stesse modalità: persone non identificate, alcune delle quali armate, che sembravano far parte di organizzazioni ribelli, sono arrivate all’avamposto dell’IDF accompagnate da muli e sono state accolte dai soldati.

Il rapporto afferma: “In qualche caso si è osservato che persone e materiali sono stati trasferiti in entrambe le direzioni. In ogni occasione gli individui sconosciuti e i muli sono tornati sul lato Bravo.”

Nel rapporto il segretario generale dell’ONU ha chiarito che non si è potuto verificare la natura degli incontri.

L’esercito israeliano ha affermato che i rapporti erano di natura umanitaria e medica,” dice il rapporto.

Israele asserisce che tutti i contatti con i rappresentanti dei ribelli sul lato siriano sono stati per ragioni umanitarie, ma negli ultimi mesi l’ONU ha iniziato ad osservare con diffidenza questi rapporti e a temere che possano portare a un’escalation. Il rapporto nota una particolare preoccupazione in merito agli incontri nei pressi del monte Hermon, che il segretario generale dell’ONU ha definito come un’area di importanza strategica.

I contatti tra l’esercito israeliano e individui non identificati del lato “Bravo”, compresi quelli nella zona del monte Hermon, potrebbero portare a scontri tra elementi armati e l’esercito siriano. Rinnovo il richiamo ad entrambe le parti all’Accordo di Disimpegno delle Forze relativo alla richiesta di mantenere la stabilità nella zona. Ogni attività militare nell’area di separazione messa in atto da qualunque soggetto mette a rischio il cessate il fuoco e la popolazione civile della zona, oltre che il personale delle Nazioni Unite sul terreno,” ha scritto nel rapporto il segretario generale.

L’ultimo rapporto del segretario generale dell’ONU sulle attività degli osservatori dell’ONU sulle Alture del Golan, così come i tre precedenti, ha criticato l’esercito siriano per aver portato nei pressi del confine armi pesanti, violando l’accordo di disimpegno. L’ONU ha criticato anche Israele per la stessa ragione.

Secondo gli ultimi quattro rapporti, nell’ultimo anno l’esercito israeliano ha portato nel Golan una o due batterie del sistema Iron Dome [sistema di intercettazione dei missili, ndt.] e detiene nella zona anche cannoni da 155 mm e lanciarazzi, in violazione dell’accordo di disimpegno con la Siria. L’UNDOF [Forza di disimpegno degli osservatori delle Nazioni Unite sul confine tra Siria e Israele, ndt.] ha protestato per queste violazioni con entrambe le parti.

Domenica il Wall Street Journal ha informato che Israele per anni ha segretamente fornito aiuti ai ribelli siriani sulle Alture del Golan, con l’obiettivo di mantenere una zona di sicurezza di forze amiche per mantenere a distanza l’ISIS e forze alleate con l’Iran.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Rapporto OCHA del periodo 30 maggio- 12 giugno 2017 ( due settimane)

A seguito della decisione del governo palestinese di Ramallah di ridurre del 30% i pagamenti mensili a Israele per la fornitura di energia elettrica alla Striscia di Gaza, l’11 giugno il governo israeliano ha approvato un taglio della fornitura stessa.

Se questo provvedimento sarà attuato, l’elettricità sarà ridotta dalle attuali quattro ore a circa due ore al giorno, il che probabilmente porterà ad un collasso dei servizi di base. A metà aprile, l’unica centrale elettrica di Gaza, che in precedenza forniva circa un terzo dell’elettricità di Gaza, fu chiusa in conseguenza di una controversia tra le autorità di Ramallah e di Gaza sulla tassazione del carburante e sulla riscossione delle entrate.

Il 1° giugno, una ragazza palestinese di 15 anni, dopo aver accoltellato e ferito un soldato israeliano all’entrata dell’insediamento colonico di Mevo Dotan (Jenin), è stata colpita e ferita: è morta il giorno successivo in un ospedale israeliano per le ferite riportate. Sale a nove, dall’inizio del 2017, il numero di minori palestinesi uccisi dalle forze israeliane in attacchi, presunti attacchi e scontri.

Nei Territori palestinesi occupati, in vari scontri con le forze israeliane, due palestinesi sono stati uccisi e 58 sono stati feriti, tra cui sei minori. Entrambe le vittime (uomini di 20 e 25 anni), nonché 39 dei feriti, tra cui cinque minori, sono state colpite nei pressi della recinzione perimetrale di Gaza durante proteste contro il blocco [delle frontiere]. In Gaza, dal dicembre 2015, questo è il più alto numero di ferimenti ad opera delle forze israeliane. I restanti 19 feriti sono stati registrati in Cisgiordania, soprattutto nel contesto di operazioni di ricerca-arresto. Nella città di Hebron, durante uno degli scontri, un soldato israeliano è stato ferito dal lancio di pietre.

Otto palestinesi, tra cui tre minori, sono stati feriti quando uno dei minori ha causato l’esplosione di un residuato bellico (UXO). L’episodio si è verificato il 4 giugno nella zona di Al Mughraqa, a sud della città di Gaza.

Durante il periodo di riferimento sono stati registrati otto attacchi di coloni israeliani che hanno causato danni a proprietà palestinesi. In tre degli episodi, attribuiti a coloni degli insediamenti di Yitzhar e Bracha (Nablus), è stato appiccato il fuoco a terreni, con conseguente danneggiamento di 3 ettari di colture e di almeno 20 alberi appartenenti agli agricoltori di Asira al Qibliya, Burin e Huwwara. Nella stessa zona, la settimana precedente, erano stati segnalati una serie di attacchi che avevano causato il ferimento di un palestinese e danni estesi alle proprietà. A Gerusalemme Est, in quattro episodi, a 17 veicoli palestinesi sono stati squarciati i pneumatici o sono stati frantumati finestrini, specchietti o parabrezza, mentre scritte offensive sono state spruzzate nei pressi. Una famiglia della comunità di pastori di Khirbet Samra (Tubas) ha riferito che coloni israeliani sono penetrati nella comunità ed hanno vandalizzato un riparo per animali e circa 20 recipienti per l’acqua.

Nei pressi degli insediamenti di Adora e Kiryat Arba’ in Hebron, in tre episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi, un israeliano è stato ferito e tre veicoli israeliani hanno subito danni.

Secondo fonti ufficiali israeliane, per le preghiere del venerdì del Ramadan, sono stati ammessi in Gerusalemme Est, attraverso i checkpoint circostanti, circa 65.000 palestinesi per il primo venerdì e 85.000 per il secondo. Ciò è stato conseguente alla disposizione con la quale i palestinesi in possesso di carte di identità della Cisgiordania – limitatamente ai maschi ultra 40enni ed alle donne – sono stati temporaneamente esentati dall’obbligo di autorizzazione. Inoltre, circa 100 palestinesi di Gaza, di età superiore ai 55 anni, sono stati autorizzati ad entrare in Gerusalemme Est per le preghiere del venerdì e altri 300 durante i giorni della settimana.

Contestando la violazione delle normative ambientali, le autorità israeliane hanno demolito, nella zona B di Ya’bad (Jenin), tre strutture appartenenti ad una tradizionale fabbrica di carbonella e sequestrato oltre 150 tonnellate di legno. Il provvedimento colpisce i mezzi di sostentamento di 24 famiglie. Durante l’operazione si è sviluppato un grande incendio che è stato spento dopo diverse ore. Dal novembre 2016, nella medesima località sono state operate tre demolizioni e confische simili. Inoltre, le autorità israeliane hanno abbattuto 27 ulivi a Husan (Betlemme), sostenendo che gli alberi consentivano una copertura per i palestinesi che lanciano pietre contro i veicoli israeliani in transito.

L’11 giugno, il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) ha invitato le autorità israeliane a chiarire il destino di 19 palestinesi che sono scomparsi durante il conflitto del 2014 a Gaza, i cui corpi le autorità israeliane hanno pubblicamente ammesso di detenere. Qualche giorno prima, un identico invito era stato rivolto dallo stesso ICRC alle autorità di Hamas a Gaza, in relazione al destino di cinque cittadini israeliani scomparsi.

Le autorità israeliane hanno prorogato per altre tre settimane l’estensione (da sei a nove miglia marine dalla costa) dei limiti di pesca lungo la costa meridionale di Gaza. Dal 2013, adducendo preoccupazioni in materia di sicurezza, Israele aveva applicato il limite di pesca di sei miglia lungo tutta la costa di Gaza, pregiudicando seriamente le fonti di sostentamento dei pescatori.

Il Valico di Rafah, controllato dall’Egitto, è stato chiuso in entrambe le direzioni durante l’intero periodo di riferimento. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 20.000 persone, tra cui casi umanitari, sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah. Il valico è stato ultimamente aperto eccezionalmente il 9 maggio, portando a 16 il numero di giorni di apertura nel 2017.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

In una dichiarazione emessa il 14 giugno, Robert Piper, Coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati (oPt), ha avvertito delle “conseguenze disastrose” che un’ulteriore riduzione delle forniture di energia elettrica alla Striscia di Gaza avrebbe sulle condizioni di vita dei suoi due milioni di abitanti.

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