Puoi anche lasciare Gaza, ma Gaza non ti lascia mai

Abeer Ayyoub

Martedì 29 agosto 2017, Middle East Eye

Quando Abeer Ayyoub se n’è andata da Gaza per studiare in Europa, aveva deciso di smettere di leggere le notizie da casa e pensava di essere pronta a tutto. Ma ha scoperto qualcos’altro.

Stavo cercando una stanza a Londra per trascorrere la pausa primaverile dei corsi mentre facevo ricerche all’università di Oxford. Ho chiamato un amico per chiedergli se conoscesse una stanza nel centro di Londra che potessi affittare. Fortunatamente mi ha detto che ne aveva una libera per gli ospiti che io potevo usare.

Mentre mi stava parlando al telefono la sua compagna gli ha detto che la stanza di cui stava parlando non aveva l’acqua calda.

Oh, non preoccuparti,” le ha spiegato. “Abeer è di Gaza.”

Sono scoppiata a ridere per un po’, e allora gli ho chiesto se la stanza avesse invece l’elettricità.

Sì, ce l’ha, mi ha risposto. “Nella stanza non è esattamente come la vita a Gaza.”

Poco dopo che ho riagganciato ho iniziato a pensare a come le persone ricche si aspettano che quelli di noi che vengono da Gaza possano sopportare i disagi. Perché? Perché siamo sopravvissuti a tre guerre, ad una battaglia di strada, a 10 anni di assedio e di negazione della libertà di movimento dentro e fuori Gaza.

Ma la verità è che le loro aspettative devono essere estremamente basse perché una persona come me, che ha deciso di lasciare dietro di sé tutti questi particolari dolorosi, non è più disposta a sopportare nessuno di questi dolorosi particolari. Mi aspettavo molti di più da me stessa, ma un anno in Europa mi ha mostrato solo quanto sono fragile.

Mai al sicuro

Tornando a Gaza, ricordo un’amica palestinese che è arrivata nell’enclave per la prima volta per fare un qualche lavoro. Abbiamo passato un bel po’ di tempo insieme e urlava ogni volta che sentiva il rumore di una “piccola” esplosione. Io continuavo a scrivere sul mio portatile.

Abeer, stai aspettando che l’esplosione sia proprio nella porta accanto in modo che tu la possa sentire?” mi ha chiesto.

Sì, esattamente, altrimenti non starei facendo nient’altro che stare attenta alle esplosioni,” le ho detto.

E’ stato così quando ero a Gaza; la realtà era dura, e il rumore delle esplosioni è diventato una parte quotidiana della mia vita di tutti i giorni.

Ma quando sono andata per la prima volta in Europa, un semplice tuono mi faceva gelare il sangue, un aereo di linea mi terrorizzava così tanto che mi andavo a nascondere, e una porta sbattuta violentemente mi faceva gettare a terra per cercare di proteggermi.

Una volta qualcuno mi ha chiesto: “Come ci si sente a vivere in un Paese sicuro come la Germania dopo essere stata a Gaza?” Gli ho risposto che non mi sento realmente sicura in nessuna parte del mondo; i ricordi sanguinosi e violenti non mi lasciano mai, né quando sono sveglia né quando sto dormendo.

Il luogo che ha ucciso i sogni”

Prima di andarmene da Gaza, avevo preso la decisione di disattivare i miei account sulle reti sociali una volta attraversato il posto di controllo israeliano di Erez, perché non volevo più saperne niente di Gaza. Ho sempre pensato a Gaza come al posto che ha ucciso i sogni prima ancora che nascessero. Sentivo come se fosse [un posto] troppo piccolo per avermi.

Ma quando sono partita è successo l’esatto contrario. Ho seguito più agenzie di notizie locali. Sono entrata a far parte di più gruppi di WhatsApp, in modo da essere aggiornata su ogni cosa succedesse a Gaza.

Ho lasciato Gaza e al contempo un gran numero di miei amici. Sono andata nel mondo aperto per cercare la mia vita al di fuori, ma Gaza non mi lascia mai. Mi sento colpevole per il privilegio di vivere fuori mentre leggo le notizie di bambini che muoiono perché non gli viene consentito di lasciare Gaza per cure mediche.

Non sono riuscita ad essere una persona felice a Gaza e non sto riuscendo oggi a sentirmi come una persona completa fuori da Gaza, sapendo di non avere il privilegio di vedere la mia famiglia. Che gioia puoi provare quando non puoi vedere la tua famiglia nelle sue occasioni felici perché hai un permesso di sola andata verso e da Gaza?

Anche quando lasci Gaza non puoi fartene una ragione. Non puoi farti una ragione delle decine di volte in cui hai contato i secondi, sapendo che puoi essere uccisa ora. E ora. E ora.

L’inimmaginabile

Me ne sono andata da Gaza un anno fa per una borsa di studio professionale in Germania e una tesina all’università di Oxford. Mi ci sono voluti due mesi alla ricerca di visti e permessi israeliani. Non è stato per niente facile, ma ero decisa a lasciare la più grande prigione a cielo aperto del mondo.

Ora ho concluso entrambe – la borsa di studio e la ricerca – e sono partita per la Giordania alla ricerca di qualcos’altro. Sono a sole tre ore di macchina da casa mia a Gaza, eppure sono privata del diritto di visitarla perché sarei bloccata là per sempre. I membri della mia famiglia lo capiscono, eppure sono dispiaciuti che io debba affrontare queste difficoltà.

Ogni volta sono contenta di poter contattare la mia famiglia attraverso Skype durante il breve periodo al giorno in cui hanno l’elettricità, mi raccontano solo quanto sia più dura ora, con le ore di elettricità drasticamente ridotte. Mi dicono come vengano pompate acque reflue sulla spiaggia, che è l’unico luogo che la gente può visitare liberamente.

L’aria puzza terribilmente – ti rendi conto che persino l’aria è infettata da questa terribile situazione?” mi ha detto mia sorella.

Non lo posso neppure immaginare – non posso immaginare che due milioni di persone stiano pagando con le loro vite a causa degli interessi delle parti in conflitto.

Abeer Ayyoub è una giornalista palestinese di Gaza. Vi ha lavorato per cinque anni come freelance prima di spostarsi in GB per una borsa di studio all’università di Oxford. Attualmente si trova ad Amman, dove sta frequentando un master sui nuovi media.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




L’Europa non deve comprare ciò che Israele vende per combattere il terrorismo

Jeff Halper, 20 agosto 2017 , Haaretz

Israele è riuscito a trasformare 50 anni di resistenza palestinese all’occupazione in lavoro a domicilio ed ora vende al mondo intero il concetto di stato di polizia.

Ogni volta che avviene un attacco terroristico, come quello della scorsa settimana a Barcellona, i politici e gli “esperti” di sicurezza israeliani appaiono in televisione per criticare l’ingenuità degli europei. Se solo comprendessero il terrorismo come facciamo noi e prendessero le misure preventive che prendiamo noi, dicono, subirebbero molti meno attacchi. I più spregevoli in proposito sono stati i commenti del ministro israeliano dell’Intelligence Yisrael Katz dopo le bombe di Bruxelles nel marzo 2016, in cui morirono 34 persone.

Invece di porgere le condoglianze a nome del governo israeliano, ha inveito contro i belgi nel più arrogante dei modi. “Se in Belgio continuano a mangiare cioccolato, a godersi la vita e ad atteggiarsi a grandi liberali e democratici, senza tener conto del fatto che alcuni dei musulmani che vivono là organizzano azioni terroristiche,” ha sentenziato, “non saranno in grado di combatterli.”

I belgi hanno reagito con rabbia e ribadito la posizione della maggior parte dei governi europei: mentre continueremo ad essere vigili ed a prendere le necessarie precauzioni, non intendiamo sacrificare le nostre libertà e la nostra apertura politica per diventare delle copie di Israele. Poiché essi comprendono che il governo Netanyahu sta spacciando qualcosa di molto più insidioso delle mere precauzioni – ancor più delle armi, dei sistemi di sorveglianza e sicurezza e dei modelli di controllo della popolazione, che sono il pane delle esportazioni israeliane. Ciò che Israele raccomanda agli europei – e agli americani, canadesi, indiani, messicani, australiani ed a chiunque altro li ascolterà – è nulla di meno che un concetto del tutto nuovo di Stato, lo Stato sicuritario.

Che cos’è uno Stato sicuritario? Essenzialmente, è uno Stato che pone la sicurezza al di sopra di ogni altra cosa, sicuramente al di sopra della democrazia, del dovuto rispetto della legge e dei diritti umani, tutte cose che considera “lussi liberali” in un mondo sopraffatto dal terrorismo. Israele si presenta niente di meno che come il modello per i Paesi del futuro. Voi europei ed altri non dovreste criticarci, dicono Katz e Netanyahu, dovreste imitarci. Guardate che cosa abbiamo fatto. Abbiamo creato una democrazia vivace dal Mediterraneo al fiume Giordano, che dispensa ai suoi cittadini una florida economia e la sicurezza personale – anche se la metà della popolazione di quel Paese sono dei terroristi (cioè palestinesi senza cittadinanza che vivono in enclave isolate del Paese). Se noi possiamo ottenere questo, potete immaginare che cosa possiamo offrire a chi di voi è minacciato dagli attacchi terroristici?

Con un brillante ribaltamento dell’immagine, Israele è riuscito a trasformare 50 anni di resistenza palestinese all’occupazione in un’industria a domicilio. Etichettandola come “terrorismo”, non solo ha delegittimato la lotta palestinese, ma ha trasformato i territori occupati in un laboratorio di contro insorgenza e controllo della popolazione, gli elementi di avanguardia sia delle guerre estere che della repressione interna. Ha trasformato le tattiche di controllo e gli strumenti bellici dei sistemi di sorveglianza ad esse corrispondenti in prodotti commercializzabili. Non c’è da stupirsi, come ci ricorda costantemente Netanyahu, che “il mondo” ami Israele. Dalla Cina all’Arabia Saudita, dall’India al Messico, dall’Eritrea al Kazakhstan, Israele fornisce gli strumenti con cui i regimi repressivi controllano i loro popoli in agitazione.

La vasta portata militare di Israele è ben documentata. Si dispiega in oltre 130 Paesi ed ha apportato sei miliardi e mezzo di esportazioni nel 2016. Meno note ma più dannose per i diritti civili sono le esportazioni di Israele nel settore della sicurezza. Tre esempi:

1. Israele spinge le agenzie di sicurezza e le forze di polizia straniere a fare pressione per [l’adozione di] prassi da Stato sicuritario nei loro stessi Paesi. Irride alla mancanza di volontà delle democrazie occidentali di impiegare i profili etnici e razziali, come fanno la sicurezza e la polizia israeliane all’aeroporto internazionale Ben Gurion ed in tutto il Paese. In contesti specifici come gli aeroporti, i profili possono certamente essere efficaci – il Ben Gurion è senza dubbio uno degli aeroporti più sicuri al mondo – ma questo avviene al prezzo di umiliare e far perdere tempo alle persone prese di mira. Comunque, quando vengono estesi al resto della società, perdono quell’efficacia e quasi invariabilmente si trasformano in un metodo legalizzato di intimidazione nei confronti di chiunque un governo voglia controllare.

2. La polizia nazionale israeliana svolge decine di programmi e conferenze di formazione delle forze di polizia di tutto il mondo, in cui pone l’accento non sulle tattiche di polizia interne, ma piuttosto sulla “contro insorgenza interna” e la pacificazione delle popolazioni che creano problemi. Il Centro ‘International Law Enforcement Exchange’ della Georgia negli Stati Uniti sostiene che 24.000 poliziotti americani sono stati formati dalla controparte israeliana. A differenza di altri Paesi occidentali, che pongono un netto discrimine tra i loro militari che conducono operazioni all’estero e le proprie agenzie di polizia e di sicurezza interna incaricate di garantire la sicurezza, ma anche i diritti civili dei loro cittadini, Israele non ha simili limiti interni. L’esercito e la polizia costituiscono un’unità interconnessa, con forze paramilitari – lo Shin Bet (servizi di sicurezza interna, ndtr.), la polizia di frontiera, il comando patriottico, Yasam (unità speciale antisommossa della polizia israeliana, ndtr.) ed altre – che li mettono ulteriormente in comunicazione tra loro. Quindi in Israele la distinzione tra cittadini con diritti civili e non cittadini “sospetti” e presi di mira si perde, e si tratta di una distinzione che la politica israeliana tenta di cancellare anche nella sua attività di formazione della polizia straniera.

3. Israele è un leader mondiale nella messa in sicurezza delle città, dei grandi eventi e delle aree “non governabili”. C’è un legame diretto tra la chiusura dei quartieri, villaggi e campi profughi palestinesi e la vendita di queste tattiche alla polizia locale per creare “zone di sicurezza” sterilizzate e “difese perimetrali” intorno a centri finanziari, distretti governativi, ambasciate, sedi in cui il G-8 e la NATO tengono i loro incontri al vertice, piattaforme petrolifere e depositi di carburante, centri di conferenze in ambienti “insicuri” del Terzo Mondo, località turistiche, centri commerciali, porti ed aeroporti, siti di grandi eventi e le case e gli itinerari di viaggio dei ricchi. Israele è altrettanto coinvolto nella questione del muro di confine di Trump, che è soprannominato il “confine Palestina-Messico.”

Ci sono l’impresa israeliana Magna BSP, fornitrice dei sistemi di sorveglianza che circondano Gaza, che è entrata in partenariato con imprese statunitensi per inserirsi nel lucroso mercato della “sicurezza di confine” ; la NICE Systems, i cui tecnici sono laureati dell’unità di sorveglianza 8200 dell’esercito israeliano. La ‘Privacy International’ ha indagato su come i governi autocratici di Tajikistan, Kyrgyzstan, Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakhstan siano riusciti a monitorare attivisti per i diritti umani, giornalisti ed altri cittadini all’interno e fuori dai loro Paesi, rivelando i più intimi dettagli delle loro vite private. “I principali operatori”, ha concluso Human Rights Watch, “sono multinazionali con uffici in Israele – NICE Systems e Verint.”

Nella sua versione definitiva lo Stato sicuritario auspicato da Netanyahu e Katz è essenzialmente un modello di Stato di polizia in cui la popolazione è facilmente manipolata dall’ossessione della sicurezza. Il modello israeliano è particolarmente odioso perché funziona: ne è testimone la pacificazione dei palestinesi. Sembra senza dubbio un buon argomento pubblicitario. Il problema è che trasforma la gente stessa del Paese in palestinesi senza diritti. Sembrerebbe che lo Stato sicuritario possa conciliarsi con la democrazia – dopo tutto, Israele si spaccia come “l’unica democrazia nel Medio Oriente.” Ma solo i pochi privilegiati nel mondo potranno godere delle tutele democratiche dello Stato sicuritario, come fanno gli ebrei israeliani. Le masse, coloro che resistono alla repressione e all’esclusione da parte del sistema capitalistico, coloro che lottano per una vera democrazia, sono condannati ad essere palestinesi globali. L’ ‘israelizzazione’ di governi, eserciti e forze di sicurezza significa la ‘palestinizzazione’ della maggioranza di noi.

Jeff Halper è un antropologo israeliano, direttore del Comitato Israeliano contro la Demolizione delle Case (ICAHD) ed autore del libro “Guerra contro il popolo: Israele, i palestinesi e la pacificazione globale” (Londra, Pluto Books, 2015).[di prossima edizione italiana, ndt]

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




La sorveglianza di Gerusalemme rivela una “nuova generazione” di coloni ebrei radicali

Yotam Berger – 27 agosto 2017, Haaretz

Una fonte dello Shin Bet dice che il punto di svolta è stata l’evacuazione dell’avamposto illegale di Amona, e il comportamento prudente dello Shin Bet in quell’occasione. Da allora, attacchi contro palestinesi, attivisti di sinistra e soldati si sono moltiplicati.

Fino a poco tempo fa l’avamposto di Baladim, nei pressi della colonia di Kochav Hashahar in Cisgiordania, preoccupava molto il servizio di sicurezza Shin Bet. Considerava Baladim il centro del terrorismo ebraico in Cisgiordania e attribuiva attacchi contro molti palestinesi, attivisti di sinistra e soldati alle poche decine di giovani che vi si stabilivano in modo saltuariamente.

Da quando è stato evacuato due mesi fa, Baladim è rimasto praticamente vuoto; la cosiddetta “gioventù della collina” [“Hilltop Youth”, gruppi di giovani estremisti ebrei molto violenti, ndt.] non era tornata. Ma lo Shin Bet afferma che questa quiete è ingannevole: negli ultimi mesi la frangia di estremisti si è in realtà rafforzata. Lo Shin Bet la definisce “la seconda generazione dell’infrastruttura della rivolta.”

La prima generazione è stata responsabile, tra le altre azioni, dell’uccisione della famiglia Dawabsheh nel villaggio palestinese di Duma nel 2015 [in cui morirono bruciati vivi un bambino di 18 mesi e i suoi genitori, ndt.] e di aver incendiato la chiesa dei Pani e dei Pesci lo stesso anno. Ora lo Shin Bet teme una nuova ondata di terrorismo ebraico.

Ma persone al corrente sia del lavoro dello Shin Bet che dei “giovani delle colline” considera esagerati i termini “infrastruttura” e “organizzazione terroristica”. Questa “seconda generazione” è solo un gruppo amorfo, sostengono, ed i suoi membri – poche decine di persone dai 16 ai 25 anni – non funzionano come un’organizzazione coordinata e gerarchica.

Sia lo Shin Bet che molti dei giovani delle colline descrivono Meir Ettinger, un nipote del rabbino Meir Kahane [estremista ebreo americano razzista e fondatore del partito “Kach, ndt.] come il leader della prima generazione. Lo stesso nome “la rivolta” viene da un documento che egli scrisse delineando piani per rovesciare il governo. Ma persone in contatto con i giovani delle colline dicono che la decisione dello Shin Bet di fare di Ettinger il bersaglio ebreo più ricercato era essenzialmente una profezia che si autoavverava.

Se avesse potuto avrebbe mandato fiori allo Shin Bet,” dice uno. “Sono loro che hanno fatto di lui una rockstar.”

Lo Shin Bet è orgoglioso di aver smantellato la “prima generazione”, cosa che ha fatto in parte ponendone alcuni membri in detenzione amministrativa, o prigione senza imputazione, e colpendo altri con divieti di ingresso in Cisgiordania. Pur ammettendo che alcune di queste persone non avevano rapporti con gravi crimini come gli assassinii di Duma, lo Shin Bet afferma che queste misure discutibili erano necessarie per smantellare la rete terroristica.

Ma la nascita di una seconda generazione mette in questione l’efficacia di queste tattiche. Il punto di svolta, afferma una fonte dello Shin Bet, è stata l’evacuazione dell’avamposto illegale di Amona in febbraio, e specialmente il comportamento cauto dello Shin Bet in quell’occasione. Da allora attacchi contro palestinesi, attivisti di sinistra e soldati si sono moltiplicati. Lo Shin Bet sostiene che i coloni estremisti veterani hanno iniziato a tornare in Cisgiordania ed altri nuovi si sono uniti alle loro fila.

Il servizio di sicurezza afferma che questo in realtà dimostra l’efficacia delle sue misure amministrative: l’incremento [degli attacchi] è iniziato quando i divieti di ingresso in Cisgiordania sono scaduti. Riguardo alla nuova generazione, non ha subito queste misure, per cui i suoi membri “non provano il timore e l’effetto dissuasivo di molti attivisti veterani,” sostiene il servizio di sicurezza.

Secondo lo Shin Bet la “seconda generazione” consiste in qualche decina di persone. Dall’inizio dell’anno l’esercito israeliano ha emanato 47 ordini amministrativi contro di loro, di cui 28 sono ancora effettivi. Cinque sospetti sono attualmente in arresto, soprattutto per aver violato tali ordini – per esempio, per aver preso contatto con qualcuno che gli ordini vietavano di contattare – e poi hanno rifiutato la libertà condizionata. L’unico detenuto amministrativo, Elia Nativ, è stato rilasciato lo scorso fine settimana.

Il diciannovenne Nativ, della colonia di Yitzahr, è stato arrestato a giugno perché sospettato di coinvolgimento nell’incendio di due villaggi palestinesi e nel tentativo di danneggiare automobili diplomatiche a Gerusalemme nei pressi del consolato spagnolo e una struttura dell’ONU. Ma quando un giudice ha ordinato di liberarlo subito dopo per insufficienza di prove, lo Shin Bet lo ha posto in detenzione amministrativa per due mesi.

In un’intervista con Haaretz, il padre di Nativ, Yitzhak, ha smentito voci di una “seconda generazione della rivolta,” affermando di non pensare che suo figlio “abbia mai parlato con Ettinger.”

Persino il giudice li ha liberati,” nota. “Un’organizzazione terroristica è un’organizzazione che commette attacchi, che intende uccidere persone. Non è qualche ragazzino che lancia qualcosa. Che lo Shin Bet sia addirittura coinvolto in questa faccenda mi sembra allucinante.”

Una retata notturna a Gerusalemme pesca nove sospetti

Nativ è stato arrestato con altri otto durante una retata notturna in un appartamento di Gerusalemme di proprietà di un attivista dell’estrema destra che era all’estero. L’appartamento era abitato saltuariamente da circa 10 persone considerate membri della seconda generazione. Ma di questi arrestati solo Nativ e Hanoch Rabin – che lo Shin Bet considera in realtà parte della prima generazione – erano sospettati di reati contro la proprietà. E Rabin, che in precedenza aveva abitato in vari avamposti illegali in Cisgiordania, è stato rilasciato pochi giorni dopo.

Gli altri sono stati sospettati solo di aver violato ordini amministrativi, e molti sono stati rapidamente rilasciati. Ma uno, Yisrael Meir Samany di Gerusalemme, è stato di nuovo arrestato pochi giorni dopo insieme ad altre due persone, mentre portavano attrezzi che secondo lo Shin Bet pensavano di usare per danneggiare proprietà palestinesi. Un ragazzo di 16 anni che è stato arrestato con Samany è stato rilasciato, ma di nuovo arrestato qualche giorno dopo per aver violato un ordine amministrativo.

Lo Shin Bet afferma che la seconda generazione ha legami con la prima. In base alla sorveglianza dell’appartamento di Gerusalemme prima della incursione notturna, Rabin non era l’unico attivista della prima generazione che vi passava del tempo.

Un altro arrestato quella notte è stato Moshe Shahor, diciannovenne di Ramle, un altro attivista coinvolto in avamposti illegali. Suo nonno, Dov Lior, è rabbino nella colonia di Kiryat Arba [nei pressi di Hebron, una delle colonie più estremiste dei Territori Occupati, ndt.]. Shahor è stato arrestato per la violazione di un ordine amministrativo ma ha rifiutato la libertà condizionata, per cui è rimasto in carcere.

In seguito Shahor ha scritto una lettera al capo del fronte interno dell’esercito israeliano che ha firmato l’ordine amministrativo contro di lui, che è circolata tra gli attivisti dell’estrema destra.

Neanche lei pensa che il caso di un adolescente che incontra un amico per mangiare una pizza per qualche minuto sia davvero un fatto in grado di mettere in pericolo la sicurezza della regione,” ha scritto. “Al contrario, ciò dimostra chiaramente che quest’ordine intendeva liquidare i giovani delle colline…Il giudice ha proposto che io sia liberato dopo essermi impegnato a rispettare l’ordine amministrativo e a non parlare con quelli con cui mi aveva proibito di parlare. Ma ho deciso che ne avevo abbastanza. Questa volta non voglio firmare.”

Un altro attivista veterano degli avamposti che ha rifiutato la libertà condizionata è David Chai Hasdai, 22 anni. “Per tre anni mi hanno dato ordini che mi hanno allontanato dai miei amici,” ha detto in tribunale, secondo amici che erano presenti. “Non voglio obbedire a questo ordine.”

Altre persone arrestate in quella retata erano di una generazione più giovane, compresi alcuni minorenni. Sono tutti religiosi. Molti, se non tutti, sono di colonie della Cisgiordania. La maggior parte, anche se non tutti, provengono da famiglie stabili.

L’avvocato Chaim Blaycher dell’organizzazione Honenu, che difende molti giovani delle colline, afferma che per la maggior parte sono “davvero bravi ragazzi”, che hanno più bisogno di assistenti sociali che del carcere – un’affermazione ripetuta da altri adulti che li conoscono. Un parente di uno degli adolescenti arrestati afferma che molti ad un certo punto hanno lasciato la scuola per impegnarsi in lavori agricoli o nell’allevamento in avamposti della Cisgiordania.

L’avvocato Itamar Ben-Gvir, un attivista veterano del partito di Kahane che difende anche lui molti giovani delle colline, smentisce allo stesso modo voci di una “rivolta” organizzata con la prima e la seconda generazione, affermando che ciò “nasce o dalla mancanza di comprensione della situazione nella zona o dal fatto che lo Shin Bet vuole finire in prima pagina.”

Blaycher sostiene inoltre che nessuno si sognerebbe di coinvolgere lo Shin Bet per un adolescente laico accusato di danneggiare automobili. Ben-Gvir condivide. Benché gli atti vandalici non siano stati chiariti, dice, “lo stesso Shin Bet ammette che questo gruppo, che chiama la ‘seconda generazione’, non ha attaccato esseri umani,” e gli atti vandalici non riguardano il lavoro dello Shin Bet. “Se la loro visione del mondo fosse diversa, lo Shin Bet non sarebbe coinvolto in questa faccenda,” aggiunge.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Israele revoca la cittadinanza a centinaia di beduini del Negev facendoli diventare apolidi

Jack Khoury – 25 agosto 2017,Haaretz

Alcuni erano cittadini da 40 anni, hanno fatto il servizio militare e pagato le tasse, ma si sono trovati con lo status di cittadini cancellato schiacciando un tasto e senza ulteriori spiegazioni.

Decine di persone – uomini e donne, giovani e anziani – si ammassano sotto una grande tenda nel villaggio non riconosciuto [villaggi, soprattutto di beduini, che esistono da decenni ma che lo Stato israeliano non riconosce come tali, ndt.] di Bir Hadaj. Alcuni tengono i documenti in una borsa di plastica mentre altri stringono logore buste. Quello che li ha portati in questo villaggio a sud di Be’er Sheva, nel deserto del Negev israeliano, è stato che l’Autorità per la Popolazione, l’Immigrazione e le Frontiere ha revocato la loro cittadinanza, sostenendo che gli è stata concessa per errore.

A giudicare dal crescente aumento di denunce che si sono accumulate negli ultimi mesi, questo sembra un vasto fenomeno tra i beduini che abitano nel Negev. Centinaia se non migliaia di loro stanno perdendo la cittadinanza a causa di “registrazioni sbagliate”. Questa è la giustificazione che hanno ricevuto dal ministero dell’Interno, senza ulteriori dettagli o spiegazioni.

Il cinquantenne Salim al-Dantiri, di Bir Hadaj , per anni ha cercato inutilmente di ottenere la cittadinanza israeliana. Non capisce perché Israele non gliela voglia concedere; suo padre è stato soldato dell’esercito israeliano. “A volte dicono che c’è stato un errore con la registrazione dei miei genitori decine di anni fa. E’colpa nostra?” chiede al-Dantiri. Non è l’unico, ma molti di quelli che sono venuti all’incontro sono restii a dire il proprio nome per timore che ciò possa danneggiarli nei rapporti con l’Autorità per la Popolazione. Altri hanno già perso la speranza.

Mahmoud al-Gharibi, della tribù Al-Azazme della zona di Be’er Sheva è un falegname che è rimasto disoccupato per un anno in seguito a un incidente stradale. Ha 12 figli da due mogli. Una è cittadina israeliana e l’altra è della Cisgiordania. Sette dei suoi figli sono cittadini israeliani ma lui è apolide dal 2000. “Sono andato al ministero dell’Interno per rinnovare la mia carta d’identità,“ racconta. “Lì, senza nessun preavviso, mi hanno detto che hanno annullato la mia cittadinanza in quanto c’era stato un errore. Non mi hanno detto di cosa si trattasse o cosa ciò significasse. Da allora ho presentato 10 ricorsi, ricevendo 10 rifiuti, ogni volta con pretesti diversi. Ho due figli che hanno più di 18 anni ed anche loro sono apolidi. E’ inaccettabile. Ho vissuto in questa zona per decine di anni e mio padre era qui prima di me. Se c’è stato un errore, dovrebbero correggerlo.”

Nella tenda un’altra persona, che desidera rimanere anonima, dice che “molte di queste persone, soprattutto quelle che non parlano molto bene l’ebraico, non capiscono cosa gli stia succedendo. Nessuno spiega niente e improvvisamente il tuo status cambia. Entri come cittadino ed esci privato della cittadinanza, e allora inizia un processo infinito di lungaggini [burocratiche].

Per anni Yael Agmon, dei dintorni di Yeruham, ha accompagnato beduini al ministero dell’Interno per aiutarli a fare le pratiche per il passaporto o il rinnovo della carta d’identità. In molte occasioni ha assistito alla revoca della loro cittadinanza. “Puoi chiaramente vedere come un impiegato inserisce i loro dati nel computer ed essi perdono istantaneamente la loro cittadinanza. Allora devono fare i conti con un processo burocratico infinito. A volte gli costa decine di migliaia di shekel [10.000 shekel = 2.355 €] per l’onorario degli avvocati e alla fine non sempre riottengono la cittadinanza,” dice.

Salman al-Amrat arriva all’incontro nella tenda a causa dello status di sua moglie e del suo figlio maggiore. Il cinquantaseienne membro della tribù Al-Azazme è cittadino israeliano. Sua moglie di 62 anni è apolide benché sia nata qui, dice. “Ogni volta che cerchiamo di avere la sua cittadinanza ci scontriamo con un rifiuto.” Anche il figlio maggiore di Al-Amrat, che ora ha 34 anni, è apolide benché i suoi fratelli minori abbiano finalmente ottenuto la cittadinanza. “Per anni abbiamo tentato di ottenere la cittadinanza per lui, ma inutilmente. Ogni volta dicono di aver perso qualche documento. Ora stiamo tentando con un avvocato. E’ illogico che sei dei miei figli ed io abbiamo la cittadinanza e il mio figlio maggiore no,” dice.

Atalla Saghaira, un abitante del villaggio non riconosciuto di Rahma, ha lottato durante 13 anni per ottenere la cittadinanza, nonostante il suo defunto padre abbia fatto il militare nell’esercito israeliano. Ha iniziato nel 2002, quando ha fatto richiesta di un passaporto e il ministero dell’Interno gliel’ha rifiutato. “Hanno detto che i miei genitori erano diventati cittadini, ma non ne avevano il diritto,” afferma. Alla fine ha ottenuto la cittadinanza israeliana nel 2015. “Ho insistito per avere i miei diritti ed ho iniziato da solo una campagna contro la burocrazia finché ho ottenuto la cittadinanza, ma so che c’è gente che ha rinunciato,” dice. Il padre di Saghaira è stato camionista nell’esercito per molti anni, e se n’è andato dopo essere rimasto ferito. All’epoca aveva sette figli (compreso Atalla), ma tre di loro sono ancora apolidi.

Un altro residente di Bir Hadaj, Abu Garud Salame, lavora nella zona industriale di Ramat Hovav. Sostiene che tutti i suoi cinque figli e tre dei suoi fratelli hanno ricevuto la cittadinanza israeliana ma a lui è stata negata ogni volta che ha chiesto che gli venisse restituita. “Abbiamo vissuto qui per decine di anni. I miei genitori sono stati registrati negli anni ’50 ed ora sono stato privato della cittadinanza. Anche se ci fosse stato qualche errore nella registrazione non so perché devo pagarne io le conseguenze,“ dice. “Perché dobbiamo essere responsabili di quello che è successo decenni fa?”

Cambiamento automatico di status

La parlamentare Aida Touma-Suliman della Lista Unitaria [coalizione di partiti arabo-israeliani arrivata terza alle ultime elezioni israeliane, ndt.] negli ultimi mesi ha ricevuto molti appelli da persone che sono state private della loro cittadinanza israeliana. L’avvocatessa Sausan Zahar del “Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele – Adalah” recentemente ha presentato ricorso al ministro degli Interni Arye Dery e al procuratore generale Avichai Mendelblit chiedendo loro di porre fine a questa politica.

Secondo la sua petizione, queste cancellazioni generalizzate della cittadinanza vanno avanti almeno dal 2010. Quando cittadini beduini vanno agli uffici del ministero degli Interni a Be’er Sheva per occuparsi di questioni di routine come cambiare il loro indirizzo, ottenere un certificato di nascita o per registrare un nome, l’anagrafe esamina il loro status e quello dei loro genitori e nonni, risalendo fino ai primi giorni dello Stato [di Israele].

In molti casi l’impiegato dice loro che la cittadinanza israeliana gli è stata concessa per sbaglio. Immediatamente cambia la loro condizione da cittadini a residenti e si consegna loro un nuovo documento. Alle persone che hanno perso la cittadinanza non viene data nessuna spiegazione né la possibilità di presentare ricorso. Invece l’impiegato gli suggerisce di presentare domanda ed iniziare il procedimento per ottenere la cittadinanza da zero, come se fossero appena arrivati in Israele.

Molti, presi di sorpresa e senza una consulenza legale, non sanno cosa fare. Alcuni presentano una richiesta di cittadinanza, mentre altri semplicemente si disperano. Zahar dice che molte richieste vengono rigettate per la perdita di documenti, per la fedina penale (che non è una ragione valida per negare la cittadinanza) o persino per la difficoltà del postulante a parlare ebraico. Molte donne beduine che hanno perso la cittadinanza ricadono in quest’ultima categoria. Una di queste donne ha presentato appello contro la cancellazione della sua cittadinanza in base ad un presunto errore. Quando si è scoperto che il suo ebraico era lacunoso, il suo appello è stato rigettato. E’ rimasta apolide.

L’appello di “Adalah” al ministro degli Interni evidenzia che persone che sono state cittadine per 20, 30 o persino 40 anni, alcune delle quali hanno fatto il militare, che hanno votato e pagato le tasse, si sono trovate con impiegati che hanno cancellato il loro status schiacciando un tasto. Come residenti permanenti, possono votare per le elezioni amministrative ma non possono candidarsi, votare per le elezioni politiche o candidarsi alla Knesset [il parlamento israeliano, ndt.]. Ricevono servizi come quello sanitario e la sicurezza sociale, ma non possono avere un passaporto israeliano. Se stanno fuori dal Paese per un lungo periodo possono anche perdere la residenza permanente e, a differenza dei cittadini, non possono trasmettere automaticamente il loro status ai propri figli.

Tra quelli che restano senza cittadinanza israeliana ci sono persone nate in Israele da genitori che hanno la cittadinanza israeliana. Ci sono famiglie in cui un figlio è cittadino mentre un altro è residente permanente. Alcune delle persone colpite sono state private della loro cittadinanza quando hanno tentato di rinnovare il passaporto per andare in pellegrinaggio alla Mecca, un precetto obbligatorio dell’Islam e una cosa che ora non possono fare.

Registrazione durante il Mandato Britannico

Lo scorso anno la commissione della Knesset per gli Interni e l’Ambiente ha tenuto una discussione sul problema, in seguito alla serie di ricorsi per la restituzione della cittadinanza. Durante questa discussione i funzionari del ministero dell’Interno hanno confermato che questa politica esiste: quando cittadini beduini arrivano agli uffici del ministero, gli impiegati controllano l’anagrafe per [verificare] la registrazione dei loro genitori e nonni tra il 1948 e il 1952.

Forse quegli anni non sono stati scelti a caso. Tra la fondazione dello Stato [di Israele] nel 1948 e l’approvazione della legge sulla cittadinanza nel 1952, molti arabi non poterono registrarsi all’anagrafe in quanto le loro comunità erano governate da un’amministrazione militare. Ciò includeva zone del Negev che avevano un’alta concentrazione di abitanti beduini dopo il 1948. In molti casi controllare la registrazione dei nonni di una persona richiede la verifica della cittadinanza durante il Mandato Britannico – un periodo in cui la cittadinanza israeliana non esisteva neppure.

Dopo la discussione alla Knesset dello scorso anno, è stato chiesto al ministero dell’Interno di verificare le dimensioni del fenomeno, la sua legalità e tener aggiornata da allora la commissione per gli Affari Interni. Il capo del dipartimento per la cittadinanza del ministero, Ronen Yerushalmi, ha presentato i risultati al presidente della commissione, David Amsalem (del Likud), nel settembre 2016. Intitolato “Registrazioni errate dei residenti del Negev”, il rapporto afferma che “le dimensioni del problema possono riguardare 2.600 persone con cittadinanza israeliana, che potrebbero perderla a causa di errata registrazione da parte del ministero dell’Interno.” Aggiunge che, poiché non sono stati esaminati casi singoli, i dati non sono esatti e il numero potrebbe anche essere maggiore.

Durante un incontro della commissione nel dicembre 2015, il consulente legale della commissione, Gilad Keren, ha manifestato dubbi riguardo alla legalità della procedura: “La legge sulla cittadinanza si riferisce a casi in cui la cittadinanza è stata ottenuta in base a dati falsi, vale a dire in circostanze più gravi, non quando lo Stato ha commesso un errore. Riguarda persone che hanno fornito informazioni false prima di ottenere la cittadinanza. La legge consente al ministero dell’Interno di revocare la cittadinanza solo se sono passati meno di tre anni da quando è stata concessa. Dopo quel periodo per revocarla c’è bisogno dell’intervento di un tribunale. Quindi non capisco come, quando una persona è stata un cittadino per 20 anni e lo Stato fa un errore, lo status di questa persona venga modificato.”

Il ricorso di “Adalah” al ministro dell’Interno e al procuratore generale chiede una sospensione immediata della prassi di cancellazione della cittadinanza. Zahar sostiene che la persona colpita da questa cancellazione non ha neppure il diritto ad un processo prima che la sua cittadinanza israeliana gli venga ritirata. Oltre ad infrangere il diritto alla cittadinanza, scrive, questa politica viola in modo palese il diritto all’uguaglianza. Si fonda in modo discriminatorio sulla nazionalità, in quanto i cittadini non ebrei si sono trovati con la revoca della cittadinanza in seguito ad un errore nella registrazione dei loro genitori o nonni in base alla “Legge del Ritorno” [che consente a chiunque sia ebreo di ottenere la cittadinanza israeliana, ndt.].

Temo che quello che si vede sia solo la punta dell’iceberg e che quello che non si è ancora visto sia ancora più grave,” afferma Touma-Suliman. Dice che se Dery e Mendelblit non risolvono presto la questione, questa arriverà all’Alta Corte di Giustizia. “Non ci sono giustificazioni per questa politica,“ dice. “Il ministero viola in modo evidente la legge. E’ inaccettabile che in una famiglia che vive sotto lo stesso tetto metà dei bambini siano cittadini mentre l’altra metà siano residenti o persone con uno status indeterminato.”

Haaretz ha contattato una serie di importanti ex funzionari del ministero dell’Interno e dell’Autorità per la Popolazione, compreso il capo dell’agenzia fino al 2010, Yaakov Ganot, e Amnon Ben-Ami, il suo direttore fino a poco tempo fa. L’ex ministro dell’Interno Eli Ben-Yishai, che ha recentemente ricoperto l’incarico nel 2013, ha affermato che se è stata presa una decisione per revocare la cittadinanza dei beduini del Negev, “non ne so niente e non ricordo di aver avuto una discussione riguardo a questo problema durante il mio mandato.”

L’Autorità per la Popolazione ha risposto che i casi succitati non erano esempi di revoca della cittadinanza ma di errori di registrazione nel passato, in cui persone sono state registrate come cittadini ma non lo erano. Ha detto che ora è il momento di risolvere il problema, aggiungendo che il ministero sta discutendo della questione, il ministro ha preso una decisione e la commissione per gli Affari Interni della Knesset è stata informata. Afferma che “sono stati fatti dei tentativi per affrontare questo problema dal punto di vista legale in un modo che non colpisca lo status in Israele di queste persone.” L’Autorità per la Popolazione sostiene anche che il procuratore generale si occuperà del ricorso presentato da “Adalah”.

L’ufficio di Dery ha insistito sul fatto che i casi non erano assolutamente esempi di revoca della cittadinanza ma piuttosto situazioni di risistemazione dello status legale. “Il ministero ha destinato funzionari presso l’Autorità per la Popolazione e l’Immigrazione per occuparsi del processo che riguarda questo gruppo di persone nel modo più facile e semplice possibile. Il ministro Dery ha chiesto loro di trovare ogni modo possibile per accelerare la procedure nel tentativo di evitare di imporre loro qualunque tipo di disagio,” afferma l’ufficio.

L’ufficio del procuratore generale ha detto ad “Adalah” che l’anagrafe generale sta procedendo ad un esame di migliaia di persone che sono state erroneamente registrate come cittadini invece che come residenti permanenti. La risposta afferma che a coloro i quali vengano trovati registrati come tali per errore sarà concesso di ottenere la cittadinanza con un processo accelerato, nel caso in cui rispondano ai criteri legali.

In base alla risposta, finora a nessuno è stata negata la cittadinanza ed i diritti dei residenti sono stati rispettati. Di conseguenza la risposta afferma che la Procura Generale non vede ragioni per intervenire sulla decisione dell’Autorità per la Popolazione.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Solo i palestinesi possono cambiare la loro realtà

Amira Hass, 23 agosto 2017, Haaretz

I palestinesi sono dei prigionieri convinti di non potercela fare senza le donazioni dei loro carcerieri.

Cominciamo dalla fine: anche se i palestinesi avessero un’unica, unita, rispettata leadership che avesse una reputazione di integrità, ed anche se i suoi membri avessero eccellenti doti intellettuali, si dedicassero al loro popolo ed avessero capacità strategiche, sarebbe stato difficile per loro sfidare l’ attività di esproprio/acquisizione che Israele continua a rafforzare e intensificare. Difficile, ma possibile.

Ma non c’è un’unica leadership, ce ne sono parecchie, e litigano tra di loro anche quando appartengono allo stesso partito (Fatah), organizzazione (OLP) o contesto istituzionale (due governi). Non è colpa del Presidente palestinese Mahmoud Abbas, ma di un sistema e di un modus operandi di cui lui è al tempo stesso uno dei creatori ed uno dei risultati.

L’atteggiamento della popolazione verso la leadership è caratterizzato da sospetto, sdegno e disprezzo, insieme a paura. Le accuse più blande rivolte alla leadership di Ramallah parlano di mancanza di organizzazione, inefficienza e indolenza. Quelle più gravi riguardano la corruzione e l’attaccamento al potere per motivi personali e settari. Accuse simili sono lanciate in modo leggermente meno esplicito al governo ed alle Ong di Gaza.

A molti è chiaro che il quadro di riferimento di Oslo, che è scaduto nel 1999, era una trappola. I Paesi donatori a favore dei palestinesi continuano a sostenerlo per timore di un disastro umanitario ancor più grave, della perdita di controllo e perché sono incondizionatamente fedeli ad Israele. Le donazioni sono diminuite, ma restano una trappola. Implicano obbedienza e mantenimento della “calma”, o consentono solo una collera di bassa intensità. Ma i palestinesi sono dei prigionieri convinti di non potercela fare senza le donazioni dei loro carcerieri.

La testa gira ed il cuore duole, perché di fronte a loro c’è un nemico sofisticato, malvagio ed efficiente, che non ha confini.

Visivamente, l’immagine di una piovra potrebbe essere appropriata, ma vi sono due problemi nell’utilizzarla per raffigurare il regime israeliano. Uno è che ricorda le caricature antisemite, ma quello è il problema di un regime che imita le caricature. Il secondo è che Israele sfodera molto più di otto tentacoli, in quanto mette insieme diverse tradizioni di dominazione – occupazione militare, colonialismo (l’espulsione di un popolo dalla sua patria per insediare altri al suo posto) e apartheid (poiché l’espulsione non è del tutto riuscita, ne è seguita la separazione basata sull’ineguaglianza). Dovrebbe essere chiaro che questo si riferisce alla situazione su entrambi i lati della Linea Verde (linea di demarcazione tra Israele ed i Paesi arabi confinanti fino alla guerra del 1967, ndtr.). Israele ha avuto un’opportunità per cambiare nel 1993. Ha scelto di non coglierla.

Un’immagine più adeguata potrebbe essere quella di un computer che emette comandi in tutte le direzioni. Una volta programmato, non si ferma più. Spedisce squadre armate a irrompere nelle case della gente mentre dorme ed a confiscare denaro e proprietà; squadroni di distruzione a demolire asili, case e pozzi: squadre armate non ufficiali a scacciare pastori e contadini. Impiega anche ladri di terra – funzionari, progettisti, architetti e imprese di costruzione – che fanno in modo che i palestinesi soffochino nei loro centri abitati. Lo spazio è tutto per gli ebrei, dice il comando supremo. Il computer emette anche comandi mentali: ignora qualunque cosa dedicandoti in modo esclusivo all’eredità ebraica. Attraverso l’orgoglio per la nostra Nazione, che produce premi Nobel, elimina qualunque altra cosa come non importante. Declama la nostra sofferenza ed eroismo ad Auschwitz.

Contro gli efficienti e complessi apparati israeliani stanno i palestinesi, con una pletora di dirigenti in competizione, strategie in conflitto, ministri del governo che non si coordinano tra loro, un’informazione che non è di dominio pubblico e non è accurata, la faticosa duplicazione di istituzioni il cui lavoro si sovrappone, i vuoti slogan e la disperazione. Una manifestazione di questa disperazione è l’enunciato che Israele è la parte forte, per cui il cambiamento può e deve venire solo da Israele. Ma no, gli israeliani non hanno interesse a cambiare la situazione. Noi ne traiamo beneficio. La spinta al cambiamento può e deve venire dagli stessi palestinesi, a casa loro.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Acquirente fai attenzione: l’impresa israeliana che aiuta i governi a spiare i loro stessi cittadini

Richard Silverstein ,martedì 22 agosto 2017, Middle East Eye

Consentendo ai governi di violare i telefoni dei loro cittadini, un’azienda israeliana di sicurezza informatica ha presumibilmente reso il mondo più pericoloso per gli attivisti a favore dei diritti umani che lottano contro l’impunità delle imprese e degli Stati.

Dato che negli ultimi anni gli smartphone si sono moltiplicati e sono diventati un mezzo di comunicazione indispensabile per tutti noi, si sono moltiplicate anche le nuove aziende che si dedicano a violare questi telefoni a favore di governi – compresi i servizi militari, dello spionaggio e della polizia.

I clienti di queste imprese innovative utilizzano la nuova tecnologia per sorvegliare criminali e terroristi, per individuare e far fallire i loro piani. Questo è un uso legittimo. Ma ce ne sono altri che sono molto più redditizi per le imprese – e molto meno accettabili per le società democratiche.

Prendiamo per esempio l’attivista per i diritti umani degli Emirati [Arabi Uniti] Ahmed Mansoor. Nell’agosto 2016 ha ricevuto un messaggio ingannevole [ phishing message] che sembrava provenire da una fonte fidata. Ma si è insospettito ed ha immediatamente inviato il suo telefono a “Citizen’s Lab” [Laboratorio del Cittadino, centro studi interdisciplinare che si occupa del controllo sulle informazioni, ndt.] dell’università di Toronto per un’analisi forense.

Da questa verifica è risultato che le autorità degli Emirati si erano procurate “Pegasus”, il più potente programma di malware [sistemi usati per apportare modifiche indesiderate ad un apparecchio informatico, ndt.] mai creato che si possa trovare sul mercato e venduto dall’azienda israeliana “NSO Group”.

Se Mansoor avesse aperto il link, esso avrebbe preso il controllo del suo telefono e consentito alla polizia di accedere non solo a tutto quanto vi si trovava (email, contatti e messaggi di testo, per esempio), ma anche alla macchina fotografica, al video e all’audio. La polizia avrebbe sentito e visto tutto quello che faceva e sarebbe stata in grado di prevenire ogni sua azione.

      1. Attacchi di “Pegasus”

In un caso collegato del 2016, le autorità degli EAU hanno anche utilizzato “Pegasus” in un tentativo di intrusione che ha preso di mira il giornalista di MEE Rory Donaghy, che informava in modo critico sui soprusi del regime autocratico del Paese. Nel pieno di un’inchiesta su questo attacco, il “Citizen’s Lab” ha scoperto che 1.100 attivisti e giornalisti del regno erano stati presi di mira allo stesso modo e che il governo aveva pagato a “NSO Group” 600.000 dollari per questi tentativi [di intercettazione].

Anche se è un prodotto commerciale, “Pegasus” – come molti altri strumenti simili per lo spionaggio ora sul mercato – è chiaramente anche un mezzo politico che consente a regimi autoritari di spiare i propri cittadini.

Infatti potrei andare anche oltre e dire che “Pegasus” è spesso utilizzato come arma informatica offensiva usata dall’élite mondiale per proteggere i propri interessi e contrastare il legittimo controllo da parte delle Ong e di altre associazioni di attivisti.

Il governo compra (la tecnologia) e può usarla come vuole,” ha detto a “HuffPost” Bill Marczak, un ricercatore di “Citizen’s Lab” che ha analizzato molte campagne di controllo che secondo lui sono state condotte con “Pegasus”.

Sono praticamente dei mercanti di armi digitali.”

Nelle ultime settimane il gruppo finanziario privato che possiede “NSO Group”, valutato oggi 1 miliardo di dollari, ha cercato di vendere la compagnia, sollevando grandi questioni tra gli attivisti dei diritti digitali in merito a se un nuovo investitore ridurrà il sospetto uso del sistema di spionaggio dell’azienda contro dissidenti politici ed attivisti da parte di alcuni governi.

      1. Dall’esercito alla tecnologia

Ci sono parecchie imprese che creano questo tipo di software maligni in vari Paesi, ma alcune di quelle di maggior successo sono israeliane.

Ciò è principalmente un risultato della “SIGINT-Unità 8200”, la più numerosa dell’esercito israeliano, che spia i segnali elettromagnetici, monitora, intercetta e sorveglia i nemici di Israele in Medio Oriente e in tutto il mondo.

I suoi ufficiali ricevono l’addestramento più sofisticato nello spionaggio ed uso dei segnali e creano la tecnologia più avanzata per farlo. Quando lasciano il servizio attivo trovano le porte aperte nel mondo tecnologico. Possono avere un lavoro molto ben remunerato nelle grandi imprese o utilizzare le competenze che hanno acquisito nell’esercito per fondare un’azienda innovativa propria.

Alcune delle aziende di maggiore successo includono Waze, Wix, Taboola, NICE Systems, Amdocs, Onavo (acquistata da Facebook per 150 milioni di dollari), Checkpoint, Mirabilis e Verint. 

Molti dei progetti riguardano la sicurezza informatica, che è quello che l’ “Unità 8200” è stata costituita per debellare nei suoi tentativi di intercettare le comunicazioni delle forze nemiche di Israele. Alcune iniziative sono concentrate sulla protezione della sicurezza informatica. Questi sono i bravi, o i “cappelli bianchi” nella terminologia degli hacker.

Ma altri continuano lungo la direzione che gli hacker dell’”Unità 8200” perseguono durante il servizio militare: sono destinati ad aggirare le funzioni di sicurezza di vari sistemi.

Forse quella che ha avuto più successo tra queste imprese è “NSO Group” che si trova a Herziliya [importante università privata israeliana in stretti rapporti con i servizi di sicurezza, ndt.], il cui motto è “rendi il mondo un posto più sicuro.” Ma l’azienda ha reso sicuramente il mondo molto più pericoloso per un gran numero di attivisti politici e per i diritti umani che lottano contro l’impunità di imprese e governi.

      1. Vulnerabilità da miliardi di dollari

NSO” è stata fondata nel 2010 da due veterani dell’esercito israeliano, Shalev Hulio and Omri Lavie, che non erano stati nell’“Unità 8200” (nonostante informazioni in contrario). Secondo la rivista israeliana “Globes” [quotidiano di informazioni finanziarie, ndt], Lavie ha fatto il militare nei corpi di artiglieria e Hulio nel servizio di ricerca e soccorso.

Alle scuole superiori né Hulio né Lavie erano studenti particolarmente brillanti e, secondo le informazioni del “Globes”, hanno passato un sacco di tempo insieme sulla spiaggia. Dopo aver lasciato l’IDF, hanno deciso di diventare imprenditori di servizi in rete.

NSO” è la loro terza e di gran lunga più importante iniziativa imprenditoriale di successo. Secondo i fondatori, la sua nascita è avvenuta per puro caso. Vari clienti avevano chiesto loro se ci fosse un modo per prendere il controllo di un cellulare senza avere accesso fisico all’apparecchio reale.

Benché avessero sentito dire che c’era [questa possibilità], non riuscivano a trovare nessun ingegnere informatico che avesse idea di come farlo, finché un giorno, seduti in un caffè, i due udirono per caso parlarne veterani dell’“Unità 8200”. Così nel 2010, proprio quando gli smartphone stavano per essere trasformati da oggetti per un solo uso in apparecchi quotidiani potenti, multiuso e indispensabili, fondarono “NSO”.

Iniziarono a farsi una clientela tra le forze di polizia di vari Paesi, offrendo la possibilità di spiare criminali sospetti in modi che nessuno aveva mai previsto. Fondarono una succursale per le vendite negli USA, “WestBridge Technologies”, per incentivare la penetrazione commerciale in uno dei loro maggiori mercati potenziali.

Attraverso la “Francisco Partners”, la società di capitale di rischio che nel 2015 ha comprato “NSO”, questa è finita sotto l’egida di un’impresa che possiede una serie di altre compagnie di telecomunicazioni che hanno fornito informazioni sensibili per fare passi avanti nelle possibilità di hackeraggio. Per esempio, “Intelligence Online” [rivista informativa nel campo dell’informatica, ndt.] riporta che Boaz Goldman è presidente del consiglio di amministrazione di “Inno Networks”, che installa reti di comunicazione mobile (3G e 4G). E’ appena entrato nel consiglio di amministrazione di una holding con sede in Lussemburgo che include “NSO Group” in un complicato rapporto finanziario. Questo accordo d’affari fornisce all’azienda di armi informatiche un accesso diretto a grandi reti (SS7 – Signal System 7) utilizzate per trasmettere testi, email, chiamate telefoniche, dati di geo-localizzazione e chiavi di cifratura.

NSO” ha anche iniziato a crearsi fonti che gli forniscono accesso a prototipi di modelli di cellulari prima che vengano immessi sul mercato, il che gli permette di fare analisi scientifiche in modo che gli ingegneri di “NSO” possano cercare falle di vulnerabilità che consentano un accesso totale ai telefoni che i loro clienti desiderano prendere di mira.

      1. Zona grigia

Si potrebbe pensare che i produttori di telefonini intendano proteggere i propri prodotti come Fort Knox [area militare in cui sono conservate le riserve auree e monetarie degli USA, ndt.] e vietarli agli sguardi loschi di hacker come “NSO”. Ma l’impresa opera in una zona grigia e cerca di garantirsi quello di cui ha bisogno da varie fonti sia all’interno che all’esterno delle industrie produttrici.

Prima dei portatili, i criminali comunicavano nel modo in cui lo facevano tutti: con telefoni fissi, mail o di persona. La tecnologia per intercettare o controllare queste comunicazioni era semplice e primitiva: per i telefoni si usava una “cimice” [microspie per l’ascolto di conversazioni private, ndt.] su una linea telefonica.

La cimice avrebbe dovuto presumibilmente essere approvata da un giudice ed essere messa in funzione con l’aiuto di una compagnia telefonica. C’era un processo di controllo e questo veniva in genere rispettato, almeno nelle società democratiche.

La comunicazione elettronica ha cambiato tutte le regole, aprendo nuove modalità per spiare le singole persone. Si possono intercettare dall’esterno i segnali di comunicazione tra chi parla. “NSO” ne ha approfittato, sviluppando un programma che, una volta scaricato, prenderà il controllo del telefonino di chi lo utilizza.

Così non c’è più bisogno di intercettare telefonate, perché il cliente di “NSO” è effettivamente all’interno dello stesso telefono. Le forze di polizia ed i governi possono distruggere i piani per commettere reati o attacchi terroristici prima che avvengano e preservare l’ordine pubblico.

      1. Una breccia delle dimensioni di un camion

Ma c’è un aspetto problematico in questa tecnologia per altri versi benefica: “NSO Group” controlla solo quelli che l’hanno comprata, non l’utilizzatore finale. Il primo cliente può offrirla ad altri individui o enti nel suo governo, o creare un’identità commerciale fittizia per celare l’uso finale che farà di “Pegasus”.

NSO” sostiene di seguire tutte le regole israeliane che governano l’esportazione dei suoi prodotti e vende solo agli alleati di Israele e mai ai suoi nemici. Sostiene anche di vendere solo a governi e mai a singoli individui o ad utilizzatori non autorizzati. Afferma che “Pegasus” è previsto solo per lottare contro criminali e terroristi e mai per essere usato a fini politici.

Tuttavia sottolinea che, una volta che ha venduto il prodotto, non ha il controllo (o per lo meno questo sostiene) su chi usa la tecnologia o sul come. Questa è una breccia abbastanza grande da farci passare un camion Mack [marca che produce negli USA camion enormi, ndt.], e consente ad “NSO” – e a decine di altre imprese di spionaggio informatico che offrono programmi simili – di evitare la responsabilità sui modi ripugnanti in cui la loro tecnologia viene usata.

Nel caso di Mansoor l’hackeraggio è stato diretto contro un cittadino considerato un criminale dallo Stato. Ma egli non lo è da nessun punto di vista riconosciuto da una società democratica. Non è stato imputato di nessun reato, di aver rapinato qualcuno o di aver messo una bomba. Nel 2011 è stato condannato a tre anni con l’accusa di oltraggio allo Stato (in seguito è stato amnistiato e liberato) – e ciò a quanto pare è stato sufficiente in un regime autocratico come quello degli EAU per considerarlo sospetto.

La tecnologia dell’”NSO” è caduta in cattive mani anche in Messico. Come ha informato il “New York Times”, i telefoni di attivisti politici, per i diritti umani e contro la corruzione messicani che stavano facendo un’inchiesta su possibili delitti commessi dal governo e dai suoi agenti sono stati infettati da “Pegasus”. Il “Times” afferma che le vittime se ne sono accorte per la prima volta nell’estate 2016.

Una di queste era l’avvocato che rappresenta i genitori di 43 studenti medi uccisi dalla polizia messicana in un caso per cui non è mai stata perseguita. Altri stavano facendo un’inchiesta sulla corruzione di dirigenti d’azienda collusi con rappresentanti eletti.

Secondo mail interne della “NSO” datate a partire dal 2013 e lette dal “New York Times”, il governo messicano ha pagato alla “NSO” più di 15 milioni di dollari per tre progetti. Funzionari messicani hanno negato di essere coinvolti nello spionaggio ed hanno aperto un’inchiesta.

Questi usi violano le disposizioni della licenza di esportazione israeliana in base alla quale “NSO” vende i propri prodotti. Ma ci sono scarse possibilità che i funzionari israeliani intervengano in questo caso. Sono interessati a promuovere le esportazioni israeliane, non a limitarle. Né vedono il proprio ruolo come un servizio di censori nei confronti del comportamento delle imprese israeliane.

Middle East Eye” ha contattato l’agenzia di controllo dell’esportazione per la difesa del Ministero della Difesa israeliano per chiedere di commentare i suoi rapporti con “NSO”. Non ha risposto prima che questo articolo venisse pubblicato. Abbiamo anche posto delle domande all’ufficio stampa del Ministero della Difesa, e neppure questo ha risposto a tempo per la pubblicazione.

Per esempio, molti esportatori di armi israeliani sono sospettati di essere impegnati in truffe e altre pratiche corruttive per ottenere contratti per la vendita di armamenti con eserciti stranieri. Poche tra queste imprese sono state messe sotto inchiesta dalle autorità israeliane, benché a parecchie sia stato vietato di fare affari in vari Paesi.

Citizen Lab” ha detto a “Forbes” che “NSO” ha registrato domini in Israele, Kenya, Mozambico, Yemen, Qatar, Turchia, Arabia Saudita, Uzbekistan, Thailandia, Marocco, Ungheria, Nigeria e Bahrain, suggerendo che “Pegasus” potrebbe essere stato usato in questi Paesi, anche se non ci sono prove evidenti.

Secondo email interne, contratti e proposte di “NSO” visionate dal “New York Times”, “NSO” fa pagare ai clienti 650.000 dollari per spiare i proprietari di 10 iPhone, più 500.000 dollari di commissione per la configurazione.

E’ evidente quanto questo affare possa essere una miniera d’oro – ed anche perché “NSO” potrebbe essere tentata di allentare le considerazioni etiche per massimizzare il suo profitto potenziale. “Middle East Eye” ha cercato un cofondatore di “NSO” e l’addetto stampa dell’impresa per un commento. Nessuno ha risposto.

Da imprenditori astuti quali sono, Lavie e Hulio hanno deciso di poter giocare da entrambi i lati. E’ così che nel 2013 hanno fondato “Kaymera”, un’altra azienda tecnologica con sede nell’università di Herzilya destinata a proteggere i clienti contro intrusioni informatiche indesiderate.

Nella maggior parte delle iniziative imprenditoriali, questo passaggio del confine avrebbe fatto scattare l’allarme. Ci potrebbero essere dei vantaggi nel condividere informazioni: non appena un ingegnere dell’ “NSO” ha individuato il punto debole di un’impresa, potrebbe condividerlo con “Kaymera” per risolverlo.

Ma con la stessa facilità potrebbe succedere il contrario: “Kaymera” potrebbe informare “NSO” dei punti deboli che ha scoperto nei sistemi informatici o di comunicazione di un cliente. Questa informazione potrebbe effettivamente essere monetizzata a favore di entrambe le aziende. Middle East Eye ha contattato “Kaymera” per avere un commento e l’impresa non ha risposto.

Il problema è che, in uno Stato di sicurezza nazionale come Israele, considerazioni etiche come queste passano in secondo piano rispetto ai benefici per la sicurezza e finanziari.

      1. Unicorni e galline dalle uova d’oro

La crescente clientela di “NSO” e i profitti che genera hanno attirato l’attenzione di società di capitale di rischio alla ricerca di opportunità di investimenti lucrosi. Una di queste è stata la società privata di investimenti “Francisco Partners” con sede negli USA.

Nel 2014 la società ha comprato una quota di maggioranza in “NSO” per 120 milioni di dollari. Le migliori società finanziarie investono in un’impresa per un lungo periodo, offrendo non solo un investimento di capitale, ma anche consulenza strategica e gestionale. Ma altre investono a breve termine. “Francisco” è una di queste.

Cosa interessante, “Francisco Partners” e un ramo di “NSO” hanno un passato di rapporti con l’ex consigliere per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump Michael Flynn, che ha dato le dimissioni in febbraio dopo indiscrezioni sui suoi rapporti con la Russia.

Secondo moduli informativi finanziari, una controllata di “NSO” con sede in Lussemburgo, “OSY Group”, ha pagato a Flynn 40.280 dollari per il suo ruolo come membro del consiglio di amministrazione dal maggio 2016 al gennaio scorso. Flynn – che avrebbe lavorato per molte imprese di sicurezza informatica – è stato anche consulente del socio proprietario di “NSO”, “Francisco Partners”, ma non ha mai rivelato quanto lo hanno pagato.

Un mese prima che Flynn entrasse nel consiglio di amministrazione di “OSY”, “NSO Group” ha aperto una nuova branca nella zona di Washington chiamata “WestBridge Technologies” che, secondo l’ “Huffington Post”, è “in lizza per contratti con il governo federale per prodotti del gruppo “NSO”. Assumere Flynn avrebbe messo a disposizione di “NSO Group” una figura con ottimi contatti a Washington, per aiutarla a inserirsi nel mondo notoriamente esclusivo della destinazione dei fondi dei servizi segreti.”

Francisco Partners” ha tenuto “NSO” solo per un anno prima di iniziare a venderla con una valutazione di un miliardo di dollari. Nelle scorse settimane “Blackstone Group”, una delle più grandi società finanziarie di Wall Street, avrebbe accettato di acquistare una quota del 40% in “NSO”.

Un investimento di 400 milioni di dollari da parte di “Blackstone” avrebbe fatto diventare “NSO” un “unicorno” (una startup che ha raggiunto il valore di un miliardo di dollari o più) ed offerto ai suoi fondatori – e a “Francisco Partners” – un enorme guadagno.

Data la maggiore penetrazione nel mercato mondiale che l’investitore “Blackstone” avrebbe fornito a “NSO”, le notizie hanno preoccupato gli attivisti per la libertà nella rete.

Access Now”, una Ong statunitense che sostiene un internet libero e democratico, ha dato vita ad una petizione on line ed a una campagna con l’intenzione di informare l’opinione pubblica sul modello di attività di “NSO”. “Citizen Lab” si è unito al progetto scrivendo una lettera aperta al consiglio di amministrazione di “Blackstone”, invitandolo a “considerare con attenzione le implicazioni etiche e per i diritti umani” del loro potenziale investimento.

      1. Blackstone” si ritira

Questa settimana sono comparse notizie secondo cui “Blackstone” è uscita dalle trattative con “NSO” senza arrivare ad un accordo. Rispondendo ad una richiesta di commento da parte di “Middle East Eye” nel giorno in cui è stata annunciata la fine dei colloqui, un rappresentante di “Blackstone” ha rifiutato di commentare l’affare. Un’altra società di investimenti, “ClearSky Technologies”, avrebbe accettato di acquistare una quota del 10% in “NSO”. Ma anch’essa ha confermato a “Middle East Eye” che non investirà nell’azienda.

Un portavoce di “NSO” ha rifiutato di discutere con la Reuters [agenzia di stampa inglese, ndt.] dei colloqui o del perché sono saltati.

Ma pare probabile che la polemica generata da “Access Now” e le questioni sollevate dai giornalisti abbiano reso prudente la società sulla responsabilità che si sarebbe accollata.

Finché ‘Blackstone’ non parla,” ha detto Peter Micek, consulente legale di ‘Access Now’, “non sapremo se hanno ascoltato le voci di difensori dei diritti umani, giornalisti e vittime di reati le cui vite sono state sconvolte dagli strumenti di ‘NSO Group’”.

Ma questo accordo defunto dimostrerà ad altri investitori, compreso l’attuale proprietario di ‘NSO’, ‘Francisco Partners’, che non c’è niente da guadagnare – e tutto da perdere – nell’investire nelle violazioni dei diritti umani.”

Tutto ciò mette in luce nuove domande su come “NSO” fa affari e sull’inconsistenza del suo modello etico. Perché, per esempio, “Pegasus” perde il simbolo e il controllo di “NSO” una volta che viene concessa la licenza ad un cliente? Perché l’azienda non può fissare condizioni esplicite nei suoi contratti stabilendo da chi e come sarà utilizzato?

      1. Condizioni di utilizzo

Sembra ridicolo che un’impresa, la cui tecnologia è destinata a infiltrarsi e controllare le attività di singole persone prese di mira, non sia in grado di monitorare gli usi a cui vengono destinati i suoi prodotti.

Ovviamente, se “NSO” potesse controllare come i clienti utilizzano i suoi prodotti, potrebbe essere ritenuta responsabile se violano le condizioni di utilizzo. Gli attivisti per i diritti umani presi di mira o imprigionati a causa di “Pegasus” potrebbero forse fare causa per le proprie sofferenze a “NSO” in qualche sede giurisdizionale. Questa sarebbe un’ulteriore ragione per cui “NSO” preferisce non sapere quello che succede una volta che il suo malware lascia i suoi server.

E’ indispensabile che il futuro acquirente ne sia consapevole e risponda a queste preoccupazioni in modo costruttivo. Inoltre gli Stati che sono già clienti di “NSO” devono fare un lavoro molto migliore per monitorare come la tecnologia per la sorveglianza viene utilizzata nelle zone di loro competenza.

Gli Stati che stanno pensando di diventare clienti di “NSO” devono anche fornire tutele per garantire che “Pegasus” venga usato unicamente contro i veri cattivi, ma non contro civili, fautori del benessere pubblico, avvocati, giornalisti o attivisti politici.

Richard Silverstein scrive sul blog “Tikun Olam”, dedicato a smascherare gli eccessi dello Stato della sicurezza nazionale israeliano. Il suo lavoro è comparso su “Haaretz”, “Forward”, “Seattle Times” e “Los Angeles Times”. Ha contribuito alla raccolta di saggi dedicata alla guerra in Libano del 2006, “A Time to Speak Out” [Il momento di far sentire la propria voce] (Verso), e a un altro saggio nella raccolta di prossima pubblicazione “Israel and Palestine: Alternative Perspectives on Statehood” [Israele e Palestina: prospettive alternative di sovranità nazionale] (Rowman & Littlefield).

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




L’alleanza tra i sionisti ed i suprematisti bianchi nella Casa Bianca di Trump

Ali Abunimah Lobby Watch

15 agosto 2017, Electronic Intifada

Un articolo molto discusso del New York Times sulle pressioni sul presidente Donald Trump perché licenzi il suo consigliere Steve Bannon contiene questa affermazione intrigante:

La capacità del signor Bannon di inserirsi come populista all’interno dell’amministrazione Trump è in parte dovuta ai suoi collegamenti con un pugno di ricchissimi padrini politici, compreso Sheldon G. Adelson, il magnate filo-israeliano dei casinò di Las Vegas.

Come presidente esecutivo di Breitbart News prima di unirsi alla campagna elettorale di Trump, Bannon ha trasformato il sito informativo di estrema destra in quello che ha definito come la “piattaforma per l’alt-right” – l’insieme di neonazisti, suprematisti bianchi e razzisti che sabato sono stati la nuova causa di indignazione dopo la loro violenta aggressione a Charlottesville, in Virginia.

Il silenzio di Israele

Bannon è universalmente visto come il campione dei suprematisti bianchi – alcuni dei quali hanno sfilato apertamente con bandiere naziste – e la ragione per cui Trump non li ha esplicitamente condannati immediatamente dopo che uno di loro, a quanto pare James Alex Field, di 20 anni, ha lanciato la sua macchina contro i manifestanti contrari, uccidendo la 32enne Heather Hever e ne ha ferito più di una dozzina di altri.

Da qui le rinnovate pressioni su Trump perché licenzi Bannon. Ma se Bannon appoggia i suprematisti bianchi e la far-right chiaramente antisemita, perché gode del sostegno di Adelson? Il miliardario di Las Vegas, com’è ben noto, è un importante finanziatore del partito Repubblicano USA e uno dei maggior donatori delle organizzazioni filo-israeliane negli Stati Uniti. Adelson ha affermato di essere dispiaciuto per aver fatto il servizio militare nell’esercito USA invece che in quello israeliano.

E’ anche uno stretto alleato del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu – ed è qui che si può trovare la risposta.

I leader israeliani, compreso Netanyahu, sono rimasti in silenzio in maniera molto evidente riguardo ai nazisti che si sono scatenati a Charlottesville – cosa particolarmente strana dato che Israele è in genere molto lesto nello sfruttare avvenimenti internazionali a proprio vantaggio. (Dopo tre giorni di silenzio alla fine Netanyahu, martedì, ha twittato una condanna generica dell’ “antisemitismo, neonazismo e razzismo” senza citare specificamente Charlottesville).

Perché lo “Stato ebraico” è apparentemente così riluttante ad esprimersi contro i nazisti?

Le alleanze antisemite di Israele

Mentre Israele pretende di essere il protettore degli ebrei di tutto il mondo, storicamente i sionisti hanno stretto alleanza con i più letali antisemiti del mondo. Sionisti e antisemiti, dopo tutto, condividono l’analisi che gli ebrei non appartengono all’Europa, quindi perché non collaborare per trasportarli da qualche altra parte – in Palestina?

Questa odiosa alleanza continua in forme attuali, come ha osservato [in alcuni tweet] il giornalista Max Blumenthal il 14 agosto:

Un ‘liberal’ israeliano incita gli ebrei a lasciare l’America. E’ quello che vogliono che facciamo anche i nazisti che hanno marciato a Charlottesville. Che vadano entrambi al diavolo.”

Ma questa è l’essenza del Sionismo ed è la ragione per cui è stato accolto in modo così accondiscendente dai fascisti gentili [cioè non ebrei, ndt.] che vogliono anche loro che gli ebrei se ne vadano.”

Una pietra miliare della politica israeliana di oggi è rafforzare i legami con altre forze ultranazionaliste, razziste ed islamofobe in tutto il mondo – persino se sono anche anti-semite.

Un esempio lampante è l’abbraccio dello stesso di Netanyahu con il primo ministro ungherese Viktor Orban, nonostante il recente elogio di quest’ultimo a Viktor Horthy, l’alleato di Hitler durante la guerra che diresse l’uccisione di 500.000 vittime dell’Olocausto.

Gli interessi di Israele hanno assunto priorità rispetto alla preoccupazione per la sicurezza degli ebrei ungheresi, dato che Netanyahu ha ordinato al suo ministro degli Esteri di soffocare le critiche contro i richiami antisemiti di Orban.

In modo significativo Richard Spencer, l’ideologo neonazista che vuole creare una patria ariana in Nord America, ha definito la sua missione “una specie di sionismo bianco”. Spencer ha rapporti con un altro consulente importante della Casa Bianca, Stephen Miller.

Una simile alleanza ideologica prevale all’interno della Casa Bianca. E Israele l’ha protetta: Ron Dermer, l’ambasciatore israeliano a Washington, ha difeso pubblicamente Bannon nei giorni che hanno seguito le elezioni di novembre, dopo che gruppi di ebrei americani hanno duramente criticato la nomina di Bannon a posizioni di vertice.

Ideologia e convenienza

Ma l’alleanza Adelson-Bannon è anche di convenienza. L’ “Organizzazione Sionista d’America”, sostenuta da Adelson, sta conducendo una campagna contro il consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump H. R. McMaster, che intende presentare il generale dell’esercito come “ostile ad Israele”.

McMaster sembra anche essere uno dei principali oppositori di Bannon all’interno della Casa Bianca. Figure dell’establishment della lobby israeliana, come l’ambasciatore dell’amministrazione Obama in Israele Daniel Shapiro, sono insorte a difesa di Mc Master:

Due figure importanti della sicurezza israeliana smentiscono la frottola assurda ed offensiva che McMaster sia ostile ad Israele.”

Scegli la tua guerra

Ci sono diverse questioni in gioco. Parte dell’agenda dell’ultranazionalista “Prima l’America” di Bannon è l’opposizione ad alcuni interventi militari USA, in particolare a un rinnovato “slancio” in Afghanistan ,che è appoggiato da McMaster e dal ministro della Difesa USA James Mattis.

Tuttavia ciò non è interesse né di Adelson né di Netanyahu. Bannon ed altre figure dell’estrema destra, compreso il consigliere della Casa Bianca Sebastian Gorka, sono stati gli oppositori principali dell’accordo internazionale con l’Iran sul suo programma per l’energia nucleare. Per anni bloccare o indebolire l’accordo con l’Iran è stata una delle preoccupazioni di Netanyahu.

Bannon e Gorka si sono opposti furiosamente alla recente certificazione da parte del dipartimento di Stato che l’Iran sta rispettando i termini dell’accordo.

L’accusa fondamentale dell’ “Organizzazione Sionista d’America” contro McMaster è che è troppo comprensivo con l’Iran.

Informazioni riportate da “The Forward” [storica rivista ebreo-statunitense, ndt.] hanno rivelato che Gorka è membro del gruppo ungherese di estrema destra che era controllato dai nazisti durante la guerra ed ha fornito appoggio ad una milizia antisemita.

Per chi sostiene la giustizia e si oppone alla guerra e al razzismo non c’è una “parte” da scegliere in questa battaglia. Da una parte c’è la fazione di Bannon-Adelson che sostiene il sionismo estremista, l’antisemitismo, la supremazia bianca e la possibile guerra contro l’Iran. Dall’altra, c’è quella di McMaster, appoggiata dall’apparato di Washington, che vuole perpetuare le attuali guerre imperialiste dell’America, a cominciare da un’escalation in Afghanistan.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Gli israeliani che prendono molto sul serio la ricostruzione del Terzo Tempio

Ayelett Shani – 10 agosto 2017, Haaretz

Eran Tzidkiyahu, una guida per il conflitto israelo-palestinese, spiega perché gli attivisti del Tempio sono così determinati – e come la loro missione entra in conflitto con una parte fondamentale dell’identità palestinese.

Colloquio con: Eran Tzidkiyahu, 36 anni, ricercatore presso il “Forum per la Riflessione Regionale” e guida di percorsi “geopolitici”. Dove: ai piedi del Monte del Tempio. Quando: domenica [6 agosto]

Cosa vuol dire che lei è una “guida geopolitica”?

Significa che sono impegnato nel conflitto dalla prospettiva dei suoi aspetti geografici e politici. Essenzialmente, porto in giro le persone e mostro loro il conflitto sul campo – sul Monte del Tempio [la Spianata delle Moschee per i musulmani, ndt.], nei territori, nelle colonie. In luoghi che sono sacri per gli ebrei, i cristiani e i musulmani.

Quali persone sono interessate a questo tipo di visite?

Rappresentanti di varie organizzazioni della società civile, studenti e docenti di università israeliani e del resto del mondo, ebrei americani, gruppi di rabbini. Non molto tempo fa ho guidato importanti funzionari del Mossad [servizio segreto israeliano, ndt.]

Stamattina presto siamo anche saliti sul Monte del Tempio. Il poliziotto all’entrata ha chiesto se volevamo una scorta, ci ha avvertito di non toccare niente, di non entrare nelle moschee. Ha detto che la situazione è delicata.

Penso che ci dobbiamo fermare un attimo e guardare questo posto da di fuori. Cerco di leggere lo spazio come se fosse un testo. Non sono interessato solo agli eventi principali che si stanno svolgendo, ma anche alle piccole cose che li circondano. La guardia, il rancore degli Haredim (ebrei ultra-ortodossi) che attendono sul ponte. Le conversazioni dei poliziotti.

Interessante. Cosa vede lei che io non posso vedere?

Per esempio, tutte le entrate al Muro del Pianto (Spianata) sono molto larghe. Solo l’entrata (per i non-musulmani) al Monte del Tempio è stretta e in disparte. Lo Stato non è interessato a che vi si entri, intenzionalmente non fa un ingresso in un terminal con 10 punti di controllo. No, è piccolo e gli ebrei che stanno lì vi vengono trattenuti per un bel po’ di tempo.

Prima che perquisissero la mia borsa, lei mi ha chiesto se avessi portato una copia del Libro dei Salmi. Lei ha detto che ci avrebbe potuto provocare più problemi del tablet e del registratore. Che cosa intende?

Gli ebrei non hanno il permesso di portare oggetti religiosi sul Monte del Tempio. La polizia impone lo status quo che vieta agli ebrei di praticare riti sul Monte. E se qualcuno non è al corrente di ciò ed è in possesso di un simile oggetto, il suo ingresso al Monte del Tempio sarà notevolmente ritardato.

Ma c’era un folto gruppo di ebrei haredim [ebrei ultra-ortodossi, ndt.] che aspettavano di salire. Non portavano siddurim (libri di preghiera)?

Per loro ci sono armadietti speciali in basso in cui sistemare i loro oggetti. Chiunque tiri fuori un libro ebraico sulla spianata del Monte del Tempio è immediatamente arrestato dalla polizia. Una novità che ho notato oggi per la prima volta è che hanno sistemato dei parasole lungo il percorso. Qualcuno ha preso la decisione di fare ombra a questa stretta e scomoda colonna di persone che aspettano in fila.

E lei cosa ne pensa?

Secondo me riflette un cambiamento di approccio da parte della polizia. Penso sia una prova del grande numero di pressioni esercitate sulle autorità responsabili del Monte del Tempio, da vari gruppi a favore del Tempio. Che questi gruppi stanno diventando sempre più potenti.

Forse mi potrebbe dire qualcosa di questi gruppi del Tempio.

Attualmente è un vero insieme di organizzazioni, gruppi ed individui che pongono il Monte del Tempio in cima ai loro programmi, sia che si tratti di ottenere diritti per salire e pregare sul Monte o per promuovere la costruzione del Terzo Tempio. Negli anni ’90 questi gruppi erano marginali, erano considerati fuori posto. Oggi una parte notevole delle loro richieste è entrata nell’opinione comune. In larga misura il (deputato del Likud) Yehudah Glick è il responsabile dell’unificazione di questi gruppi in un ente unico che agisce per promuovere strategicamente i suoi obiettivi. Insieme al (ministro della Sicurezza Pubblica) Gilad Erdan, al (ministro della Cultura e dello Sport) Miri Regev e al comandante del distretto di polizia di Gerusalemme, ha avuto successo nel raggiungere risultati concreti.

Specifichi i risultati.

Del Monte del Tempio si parla nei corridoi della Knesset e nell’ufficio del primo ministro. Il “Comitato per gli Affari Interni e l’Ambiente” guidato da Regev ha tenuto molte audizioni sul diritto degli ebrei di pregare sul Monte del Tempio. Il Murabitun ed il Murabitat (gruppi musulmani, il primo delle donne, il secondo degli uomini, che si considerano i guardiani del Monte del Tempio) sono stati dichiarati illegali. I gruppi di ebrei salgono al Monte del Tempio in numeri e frequenza in continuo aumento. Ma il risultato principale, come ho già detto, è la penetrazione nell’opinione generale. Oggi ogni israeliano laico può affermare che abbiamo diritti sul Monte del Tempio, e molti di loro appoggiano persino il diritto di pregarvi.

E’ un cambiamento nell’opinione pubblica.

Che si esprime anche in concreto. Dal livello di Gilad Erdan, che si esprime contro lo status quo che si suppone debba garantire, alla fuga di notizie dal governo in materia di metal detector, che dimostrano che la loro condotta non è limitata solo a ciò che è pratico e fattibile – che ci sono anche aspetti che riguardano la religione, l’identità, persino credenze messianiche; a cose che posso vedere con i miei occhi.

E’ la polizia che dovrebbe incaricarsi degli ebrei che salgono al Monte del Tempio. Di impedirlo, di ritardarlo, di ridurlo. I sostenitori del Tempio sono, ovviamente, in buoni rapporti con i poliziotti sul Monte del Tempio, e i poliziotti li riconoscono. Lo scorso anno ho visto emergere un evidente rapporto più stretto tra i poliziotti e i sostenitori del Tempo. Quest’anno, circa un mese prima dell’uccisione dei poliziotti drusi (il 14 luglio 2017), il generale della polizia Yoram Halevi è salito sul Monte con un gruppo di sostenitori del Tempio, dove è stato fotografato con loro. E’ il comandante del distretto ed ha ricevuto sul Monte la loro benedizione, che è stata fotografata e documentata. Questa è pura follia. Nel suo blog Arnon Segal, un attivista del Tempio, ha scritto che questa (specifica) salita al Monte del Tempio è stata una “salita dello Stato nazionale” dedicata alla memoria di Hallel Ariel, la ragazza uccisa [da un attentatore palestinese, ndt.] a Kiryat Arba (nel 2016). I suoi genitori sono attivisti estremamente entusiasti ed impegnati del Tempio. Sua madre parla continuamente di una consapevolezza del Tempio.

Che cosa vorrebbe dire “consapevolezza del Tempio?

Vivere la propria vita con la consapevolezza che il proprio scopo in questo Paese in quanto ebreo è di vivere in base ai comandamenti della Torah e che c’è un grande numero di comandamenti che non possono essere osservati senza il Tempio. Per cui si deve vivere con una totale dedizione verso di esso. Per esempio, lavora con donne nel cuocere il pane speciale che deve essere preparato per il Tempio. Per questa gente il Tempio è la ragione per cui sono qui.

A lei sembra una cosa sincera?

Certo. Sono persone interessanti e serie, e non ho nessuna intenzione di ignorarle. In parte per le potenziali ripercussioni di quello che stanno facendo, e in parte perché stiamo parlando di persone intelligenti che hanno una profonda coscienza religiosa e nazionale, alcune delle quali sono totalmente coinvolte anima e corpo. Più li guardo e li ascolto da vicino, più vedo questa esperienza come assolutamente sincera.

Capisco che lei è in stretto contatto con loro.

Li conosco tutti personalmente. Ho anche seguito tutto un corso per guide del percorso del Monte del Tempio tenuto dalla “Fondazione per il Patrimonio del Monte del Tempio”.

Cos’è un corso per guida del percorso del Monte del Tempio?

Alla luce del fatto che sempre più ebrei stanno salendo al Monte, le organizzazioni del Monte del Tempio hanno deciso di lanciare un’iniziativa: l’obiettivo è che ogni ebreo che va al Monte trovi un altro ebreo che lo accompagnerà, gli dirà cose su di esso e gli spiegherà la storia e la teologia.

Non riesco ad immaginare lei inserito in un corso come quello.

Quando mi sono unito al corso loro erano veramente molto preoccupati. Mi hanno chiesto quali erano le mie motivazioni, perché conoscono me e le mie opinioni. Quando ho detto che volevo solo capire, hanno accettato che partecipassi – a condizione, naturalmente, che non avrei scritto nessun post su Facebook né condiviso con qualcuno i contenuti del corso.

Ma c’è un progetto ovvio.

Certamente. Il corso è tenuto da importanti attivisti del Tempio. Lo stesso Yehudah Glick mi ha consegnato il certificato che ho completato il corso.

Qual era il contenuto del corso?

C’era un contenuto principalmente storico-religioso riguardante il Tempio e il Monte. Molta attenzione era dedicata alle dimensioni del Tempio. Una delle principali ragioni del divieto halachitico (diritto ebraico) per la salita al Monte del Tempio ha a che fare con la preoccupazione in merito all’ingresso in zone sacre proibite, per cui questo è estremamente importante per loro, in quanto vogliono sapere dove gli è permesso camminare e dove è proibito. Per loro la questione più interessante è dove si trovasse in realtà esattamente l’altare sulla piattaforma rialzata ad est della Cupola della Roccia [la Moschea di Omar, che si trova sulla Spianata delle Moschee, ndt.].

Perché?

Perché non c’è bisogno di un tempio per offrire sacrifici. Il sacrificio della Pasqua ebraica, per esempio. Loro dicono: “Perché non dovremmo entrare con un capretto e offrire il sacrificio della Pasqua sul Monte del Tempio?” Dopotutto, ciò non dovrebbe violare la santità per i musulmani. E’ consentito. E’ persino prescritto. Per questo è importante sapere dov’è l’altare.

Non posso neanche cominciare a dirle quanto mi risulta difficile identificarmi con tutto ciò.

Guardi, quando lei sta lì in piedi sul Monte, con quelle persone e sono in piedi sui gradini settentrionali e guardano la Cupola della Catena [piccola costruzione musulmana adiacente alla Cupola della Roccia, ndt.], loro non vedono quello che vede lei. Stanno vedendo il luogo dell’altare dei sacrifici. Il luogo del Tempio. Si trovano in un’altra dimensione.

Come in una specie di visione? E’ questo che lei ha sentito quando si trovava tra di loro?

Assolutamente. Loro sono al settimo cielo. Non vedono le cose che li circondano – la fila o i poliziotti o il Waqf [l’associazione musulmana che si occupa della gestione della Spianata delle Moschee, ndt.]. Vogliono andare subito su, e nel momento in cui attraversano le porte, alcuni di loro si inchinano e si prostrano. Ciò è consentito dall’ebraismo solo sul Monte del Tempio. Prostrazione totale, mani e piedi stesi a terra. In qualunque altro luogo ciò sarebbe considerato idolatria ed è vietato. Questa gente sta vedendo sul Monte un passato e un futuro mitologici, e non il presente.

Sì. Questo spiega decisamente molto.

Per quanto li riguarda, la costruzione del Tempio è un’idea logica e corretta. Guardi, dopotutto “Sion” non è costruire kibbutz. Se lei avesse chiesto ad un ebreo 200 anni fa quale fosse il significato del “Ritorno a Sion”, avrebbe risposto: “Tornare alla Terra Santa e ricostruire il Tempio.” Per questo la gente prega ed è dove la consapevolezza “sionista” era diretta – fino all’avvento del Sionismo. Il Sionismo è essenzialmente un ripudio di questo discorso, un tentativo di secolarizzarlo, di renderlo nazionalista. Il sionismo ha tentato di sfuggire a questa idea del Tempio, ed ora lo stiamo vedendo tornare.

Sta tornando o è stato ripreso dal Sionismo religioso?

Essenzialmente è rientrato in gioco come risposta alla possibilità di un compromesso territoriale. La gente di “Gush Emunim” [organizzazione dei coloni israeliani, ndt.] non è concentrata sul Tempio. [Gli accordi di] Oslo sono stati la crisi che ha portato settori più ampi dell’opinione pubblica sionista religiosa a dimostrare interesse per il Monte del Tempio. Nel marzo 1996 il consiglio rabbinico “Yesha” (che rappresenta i rabbini dei coloni) emanò un appello per salire al Monte del Tempio. Era al culmine del mese di Ramadan, e il venerdì seguente la diffusione dell’appello 250.000 palestinesi si recarono a pregare lì. Questa è la dinamica nelle due parti [in conflitto]. Pochi mesi dopo, scoppiarono gli scontri del tunnel del Muro del Pianto e il Movimento Islamico (israeliano) decise di impegnarsi a pieno nella questione di Al-Aqsa.

Lo status quo, gli accordi non scritti tra le autorità e il Waqf, che avevano retto per 30 anni crollarono. Essenzialmente sia il consiglio rabbinico “Yesha” che i dirigenti del Movimento Islamico in Israele sono uniti attorno allo stesso luogo sacro. Non si tratta di una coincidenza. E’ impossibile parlare del Monte del Tempio come guida dell’identità ebraica senza parlare di Al-Aqsa (con cui i musulmani si riferiscono a tutta la Spianata) come guida dell’identità palestinese. Allo stesso modo in cui questa idea è sorta in un momento in cui c’era un tentativo di raggiungere un compromesso e forse porre fine al conflitto, la stessa cosa è successa dal lato palestinese. Non si tratta di una questione accademica o di un argomento filosofico: si tratta di un dato di fatto per tutti i palestinesi.

Ne è convinto?

Poco prima che ci incontrassimo, un vecchio palestinese nel quartiere musulmano mi ha detto: “In quanto palestinese, sono obbligato a proteggere questo luogo: le parlo col cuore e non con la testa.” Non è che ogni palestinese di Jenin [in Cisgiordania, ndt.] o di Umm al-Fahm [cittadina arabo-israeliana, ndt.] stia pensando tutto il tempo ad Al-Aqsa, ma al centro dell’identità palestinese, a cosa li differenzia dal mondo arabo e islamico attorno a loro c’è il loro rapporto con Al-Aqsa ed il senso della missione eterna di proteggerla nel corso della storia contro la conquista degli eretici. E’ un messaggio palestinese nazionale non meno che islamico religioso. Nello stesso modo in cui gli ebrei vedono come santo il periodo del Secondo Tempio, l’etica di Masada e di Hanukkah, l’ultimo periodo di sovranità ebraica, così l’Islam in questo Paese si unisce attorno all’idea della protezione dei luoghi santi di Gerusalemme -“Al-Aqsa, il cui luogo su cui sorge noi benediciamo” (dalla Surah 17:1 del Corano) – come il terzo luogo più sacro per l’Islam, là stiamo proteggendo i luoghi sacri dell’Islam dai pericoli che incombono. Queste sono le basi molto profonde dell’identità palestinese qui.

Non vogliamo ripercorrere tutta la lunga storia di scontro sul Monte del Tempio, ma quello che li accomuna tutti, penso, è una dinamica di reazione. Una parte vi viene trascinata in seguito alle azioni della parte avversa.

Le persone, sia da parte palestinese che da quella israeliana, la vedono come se “l’altra parte stia facendo ciò a noi,” mentre in effetti la situazione è come la descrive lei, c’è un flusso continuo di risposte e contr-risposte.

Forse potrebbe descrivermi questo luogo attraverso gli occhi dei palestinesi. Attraverso gli occhi dei singoli che vengono qui sul Monte per pregare cinque volte al giorno.

Il Monte del Tempio non è solo il terzo luogo più sacro per i musulmani in Israele, è il parco più grande di Gerusalemme est, lo spazio aperto più grande in una zona che per il resto è un disastro urbanistico. E’ l’unico luogo in cui c’è un certo livello di libertà e di indipendenza per i palestinesi, perché è il posto in cui la sovranità israeliana non è totale e l’occupazione israeliana è meno presente. Pertanto si possono vedere famiglie riunite per fare un picnic, persone che l’attraversano senza una ragione speciale in pieno giorno, solo per starci, per pregare, per mangiare. Questo fenomeno è gradualmente cambiato negli ultimi anni, e questo è proprio quello che i palestinesi sentono che stanno perdendo – non solo il loro simbolo nazionale, ma anche il proprio spazio di libertà personale a cui sono legati non solo al livello religioso ma anche a quello individuale. Di nuovo, si deve capire – non ci sono parchi, non ci sono giardini, c’è solo il Monte del Tempio. I ricordi dell’infanzia di molti di loro sono radicati in questo luogo. Alla luce del rapporto di forze in questo spazio, interpretano tutto quello che succede da parte israeliana come un tentativo di privarli del loro spazio qui.

Riguardo alla sovranità, ieri ho letto una vecchia citazione dello storico Shlomo Ben-Ami, che sosteneva che più abbiamo il controllo sul Monte del Tempio, più ne siamo ostaggi.

Ha ragione. Siamo ostaggi della questione della sovranità sul Monte del Tempio. La nostra sovranità qui è il problema e non la soluzione.

Ogni volta che c’è un esplosione di proteste, quando viene messa a dura prova, scopriamo che in realtà non abbiamo la sovranità [sul Monte del Tempio].

Secondo me questo è vero per tutta Gerusalemme. Lo Stato di Israele crede che la soluzione a Gerusalemme sia nel mettere in pratica la sovranità, ma sono già 50 anni che la sovranità a Gerusalemme si è manifestata solo come potere, ed ogni bambino che frequenta un corso preparatorio in scienze politiche può affermare che più si usa la forza fisica, meno tu possiedi realmente un vero potere istituzionale. Una sovranità che si esprime attraverso battaglioni di poliziotti di frontiera non è una sovranità profonda, e non ci sarà una soluzione per il Monte del Tempio finché parleremo in termini di sovranità assoluta. Chi è il proprietario “riconosciuto” del Monte del Tempio? Importa realmente? Il processo giuridico è desiderabile per la gestione di questa faccenda? In fin dei conti non abbiamo la sovranità né sul Monte del Tempio né su Gerusalemme est, e questa è la realtà. Non siamo neanche in grado di sistemarvi dei metal detector.

Qualcuno fa riferimento alla sensazione di successo tra i palestinesi in seguito a questo recente ciclo (di violenze). Lei che cosa ha sentito dire?

Ho sentito amici palestinesi, anche del tutto laici, parlare con assoluto entusiasmo del potere e dell’organizzazione comunitaria. Dicono di non essersi mai sentiti così. Se erano stati bambini durante al Seconda Intifada, o nati dopo, non sono mai stati abituati a questa sensazione di comunità; hanno conosciuto solo la sopravvivenza giorno per giorno, spaventati da chiunque vedessero. Improvvisamente si sono sentiti legati, una sensazione di comunità, una speranza che potesse cambiare. I media palestinesi sono pieni di appelli a trarre le conclusioni da questa vittoria. La prima conclusione è che Israele non può opporsi ad azioni organizzate di massa non violente.

Di chi è stata l’idea che i fedeli musulmani rifiutassero di entrare sulla Spianata (finché fossero rimasti sul posto i metal detector)? Delle preghiere di sfida fuori dalle porte?

Non lo so. Stavo seduto qui qualche giorno da con degli amici, esperti di Gerusalemme, tra loro dei palestinesi, e non riuscivamo a trovare una risposta su chi abbia iniziato tutto questo – i leader religiosi, il Waqf o gli abitanti. Dopotutto, il Waqf non avrebbe potuto sapere che gli abitanti lo avrebbero appoggiato.

Come appare sul campo?

Un sacco di gente nelle strade. Le donne della città gli hanno portato una grande quantità di cibo. Stiamo parlando di cinque preghiere al giorno, che è praticamente tutto il giorno. Gente che arriva da ogni parte del Paese. Il giorno prima ero a Baka al-Gharbiyeh [cittadina a maggioranza araba in Israele, ndt.], dove ho incontrato intellettuali arabi molto noti che stavano dicendo – domani andremo su ad Al-Aqsa, tutta la famiglia. Abbiamo una missione qui, abbiamo un dovere. La polizia ha messo sbarramenti su una strada. Di notte hanno controllato ogni macchina per cercare di scoraggiare la gente dal cercare di attraversarli, ma ciononostante decine di migliaia lo hanno fatto.

Qual è esattamente il ruolo che il Waqf ha giocato nella vicenda dell’organizzazione spontanea?

Quello che è successo qui nelle ultime due o tre settimane è sorto dalla piazza palestinese di Gerusalemme est. A Gerusalemme non c’è una dirigenza. Semplicemente non esiste. C’è il Waqf. E’ l’istituzione più vasta e più influente. In seguito a questi avvenimenti, il Waqf e la piazza si sono incontrati. Un’istituzione ben organizzata con potere, danaro e gerarchia ha incontrato una piazza che stava desiderando ardentemente una dirigenza e un’azione collettiva. Gli interessi convergevano – il Waqf ha guadagnato dalla piazza un rinnovato potere, e la piazza ha guadagnato una dirigenza. A un certo livello, è la stessa piazza di Gerusalemme che si è preoccupata per anni di Al-Aqsa.

Quando (il re di Giordania) Abdullah e Bibi (Netanyahu) si sono messi d’accordo sull’installazione di telecamere nel 2015, la piazza semplicemente non lo ha permesso. Ora la piazza è di nuovo entrata sulla scena. Secondo me c’è stato un cambiamento profondo nella concezione delle attività organizzate a Gerusalemme est. Stanno emergendo nuove strutture, un nuovo modus vivendi. E’ ragionevole ipotizzare che qui sorgeranno nuovi dirigenti. Qui è successo qualcosa di molto importante – un’organizzazione popolare non violenta che ha obbligato Israele a cedere. L’internet palestinese si sta già occupando dell’argomento.

Cosa vede lei? Cosa stanno scrivendo?

“Siamo riusciti ad incidere su Israele e dobbiamo continuare così.” Questa opinione pubblica, che ha sempre subito accordi sulla propria testa, è ora l’opinione pubblica che ha guidato gli avvenimenti, e (il presidente turco) Erdogan e (il presidente USA) Trump e re Adbullah e Bibi possono solo rimanere ai margini. La piazza di Gerusalemme sta attualmente riscoprendo la propria forza.

Pensa che Netanyahu l’abbia capito?

Non lo so. Sulla questione del Monte del Tempio, Netanyahu si è costantemente nascosto dietro poliziotti di basso rango.

Cosa pensa di Yoram Halevi, il comandante del distretto di Gerusalemme, di cui abbiamo parlato prima?

Non lo conosco. A giudicare solo dal suo risultato, è un disastro. Yoram Halevi sale sul Monte del Tempio con gli attivisti del Tempio, cambia il loro status, si esprime in modo arrogante in materia di metal detector, come se si trattasse dell’ingresso in un supermercato. Stiamo parlando di una mancanza di professionalità e di comprensione del terreno. E’ questa idea di voler impartire una lezione, di agire in modo inflessibile, tanto da scatenare la protesta popolare.

Voleva “evitare che i palestinesi avessero l’impressione della vittoria.”

E’ quello che ha detto. E alla fine ha perso. Se è davvero un professionista serio, è apparentemente motivato da altre considerazioni.

La conclusione di questa conversazione è davvero sconfortante.

In realtà sono ottimista. Penso che se togliamo dall’equazione la questione della sovranità, sarà possibile pensare a soluzioni creative. A un discorso di cooperazione. Quando saremo uguali, non ci sarà la differenza nell’equilibrio di forze che esiste attualmente: potremmo proseguire questo dialogo, e gli ebrei potrebbero pregare sul Monte del Tempio come fanno i musulmani.

Non ci conterei molto.

Perché no? E’ successo in Irlanda, con gli accordi del Venerdì Santo. Anche là c’era un conflitto di secoli, con un aspetto religioso. E’ un lungo percorso, e spetta a noi tentare e prendere quel percorso – o soccombere al pessimismo. Non possiamo cambiare il corso della storia, possiamo solo scegliere il nostro percorso.

Sa, sono tornato qui, dopo tre anni in Francia, nel mezzo dell’operazione “Margine protettivo” (nel 2014). Dalla tranquilla Strasburgo proprio dentro alle sirene dell’allarme aereo. Non è stata una cosa semplice, ma non dubito di aver fatto la scelta giusta. Sento che la mia vita è ricca di valori e di senso, nonostante le sfide e le preoccupazioni sul futuro dei bambini.

Strasburgo mi ha ispirato. Dopotutto è stata al centro del conflitto tra Francia e Germania per secoli ed è diventata un simbolo della riconciliazione europea. C’è un grande numero di coppie franco-tedesche che vivono lì e che non sono in grado di comprendere come qualcuno possa aver combattuto per questo, così come i bambini nati dopo la riconciliazione in Irlanda.

Se c’è una cosa che ho imparato è che devi essere umile quando si tratta di storia e non dire che qualcosa non accadrà perché può sempre succedere. Un bambino nato un minuto dopo la firma degli accordi sarà incapace di capire come noi abbiamo potuto pensare o vivere in modo diverso.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 1- 14 agosto 2017 (due settimane)

Il 13 agosto, per carenza di carburante, l’unica centrale elettrica di Gaza ha fermato una delle due turbine ancora operative; le interruzioni di elettricità sono così passate dalle precedenti 18-20 ore/giorno alle 22 ore/giorno.

Dal 21 giugno la Centrale opera con il combustibile importato dall’Egitto le cui consegne, tuttavia, sono state ripetutamente interrotte, innescando carenze. Ciò ha ulteriormente aggravato la già precaria erogazione dei servizi di base; in particolare le prestazioni sanitarie, la fornitura di acqua potabile ed il trattamento delle acque reflue.

Due uomini sono stati feriti da palestinesi in due distinte aggressioni con coltello. Il 2 agosto, all’interno di un supermercato nella città di Yavne, in Israele, un palestinese di Yatta (Hebron) ha accoltellato e ferito un civile israeliano. Il 12 agosto, a Gerusalemme Est, una donna palestinese ha accoltellato e ferito un palestinese, guardia di sicurezza della società che gestisce la metropolitana leggera. I due colpevoli sono stati arrestati. In un altro episodio, verificatosi il 5 agosto al checkpoint di Beit El / DCO (Ramallah), gli aggressori hanno aperto il fuoco da un veicolo in corsa; non vi sono stati feriti. Tre sospetti palestinesi sono stati arrestati. Il checkpoint è stato chiuso, e riaperto l’8 agosto.

Nei Territori occupati, in scontri con le forze israeliane, scoppiati prevalentemente durante proteste e operazioni di ricerca-arresto, sono stati feriti 61 palestinesi, di cui 12 minori. 13 di questi feriti sono stati registrati in scontri vicino alla recinzione perimetrale di Gaza; i rimanenti in Cisgiordania, con una prevalenza nel governatorato di Ramallah. Queste numeri mostrano una forte contrazione rispetto al precedente periodo di osservazione [18-31 luglio], durante il quale, in Gerusalemme Est, furono registrati numerosi scontri e vittime nel contesto delle proteste contro le misure israeliane relative al Complesso Haram ash Sharif / Monte del Tempio.

Nel governatorato di Ramallah, le autorità israeliane hanno demolito tre case nel villaggio di Deir Abu Mash’al e ne hanno sigillata una quarta a Silwad, sfollando 19 palestinesi, di cui 6 minori: si tratta di “demolizioni punitive”. Infatti le tre case del primo villaggio appartenevano alle famiglie degli autori di una aggressione che ebbe luogo a Gerusalemme Est, il 16 giugno, nel corso della quale fu uccisa una poliziotta israeliana. L’altra casa apparteneva alla famiglia del presunto autore di uno speronamento volontario con auto, avvenuto il 6 aprile presso l’insediamento di Ofra, in cui fu ucciso un soldato israeliano.

Per la mancanza di permessi di costruzione israeliani, altre tredici strutture sono state demolite o sequestrate nella zona C e in Gerusalemme Est, sfollando 19 palestinesi, di cui 7 minori, e colpendo i mezzi di sostentamento di altri 128. Sei delle strutture oggetto dell’intervento erano state fornite come assistenza umanitaria a due vulnerabili comunità di pastori in Area C: Abu Nuwar (Gerusalemme) e Khashem ad Daraj (Hebron). Nella prima Comunità (una delle 46 della Cisgiordania centrale a rischio di trasferimento forzato) le autorità hanno sequestrato pannelli solari che fornivano elettricità alla scuola locale.

Nella Striscia di Gaza, quattro palestinesi (di identità non confermata) sono stati feriti a nordovest della città di Gaza e due scuole hanno subito danni in conseguenza di raid aerei israeliani, effettuati il 9 agosto, che, a quanto riferito, avevano come obiettivo installazioni militari. L’attacco ha fatto seguito al lancio, da parte di un gruppo armato palestinese, di un missile, caduto nel sud di Israele senza provocare danni.

Per far rispettare le Aree ad Accesso Riservato di terra e di mare di Gaza, in almeno 18 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco; non sono stati segnalati ferimenti, tuttavia due pescatori sono stati arrestati e il lavoro ed il sostentamento di agricoltori e pescatori palestinesi sono stati interrotti. In tre occasioni, le forze israeliane hanno effettuato spianature del terreno e scavi all’interno di Gaza, lungo la recinzione perimetrale.

Il 14 agosto, l’UNRWA [Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei Rifugiati nel Vicino Oriente] ha annunciato la chiusura di un tunnel che, nella Striscia di Gaza, correva sotto due delle sue scuole nel Campo Profughi di Maghazi. Il tunnel era stato scoperto lo scorso giugno.

Tra il 14 e il 17 agosto le autorità egiziane hanno eccezionalmente aperto il valico di Rafah per i pellegrini palestinesi con visti validi per recarsi a La Mecca. A partire dal 16 agosto, sono stati autorizzati al transito 2.371 pellegrini e 320 palestinesi con urgenti necessità umanitarie. L’ultima apertura del valico era stata autorizzata l’8 marzo per l’uscita delle persone, e il 9 maggio per l’ingresso. Tranne sporadiche eccezioni soggette a restrizioni, il valico di Rafah era rimasto sempre chiuso dal 24 ottobre 2014.

I media israeliani hanno segnalato tre episodi di lancio di pietre e, in un caso, il lancio di bottiglie incendiarie contro veicoli israeliani in Cisgiordania. Sono stati causati danni ad almeno sei veicoli e la distruzione totale di un altro andato a fuoco.

Sette palestinesi sono stati feriti, circa 100 ulivi e due veicoli sono stati bruciati in vari episodi attribuiti a coloni israeliani. I feriti includono tre uomini aggrediti fisicamente nella zona H2 di Hebron controllata da Israele e quattro minori feriti nella zona Silwan di Gerusalemme Est, nel corso di un episodio in cui è stato coinvolto il veicolo di un colono israeliano. È stato riferito che vicino ad Aqraba (Nablus) coloni hanno incendiato circa 100 ulivi ed hanno impedito ai vigili del fuoco palestinesi di accedere alla zona interessata. Nel villaggio di Umm Safa (Ramallah) coloni israeliani hanno incendiato due veicoli palestinesi e, sui muri di una vicina casa palestinese, hanno spruzzato graffiti razzisti e scritte tipo “questo è il prezzo che dovete pagare”.

¡

Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 17 agosto, nella Striscia di Gaza, ad est del valico di Rafah, un palestinese si è fatto saltare in aria, uccidendo un membro di Hamas addetto alla sicurezza e ferendone altri quattro.

þ




“L’ANP ora può arrestare chiunque”: giornalisti palestinesi dichiarano lo sciopero della fame.

13 agosto 2017, Ma’an News

Betlemme (Ma’an) – Mentre le critiche interne ed internazionali contro l’Autorità Nazionale Palestinese di Ramallah che sta reprimendo la libertà di espressione nella Cisgiordania occupata, continuano ad aumentare, sette giornalisti palestinesi imprigionati dall’ANP hanno iniziato uno sciopero della fame dopo essere stati arrestati in base alla controversa legge sui reati informatici approvata dal presidente palestinese Mahmoud Abbas lo scorso mese.

Secondo una dichiarazione rilasciata da Omar Nazzal, membro del sindacato dei giornalisti palestinesi ed ex prigioniero di Israele, i giornalisti palestinesi Mamduh Hamamra, corrispondente di Al-Quds News, Tariq Abu Zeid, della televisione Al-Aqsa e il giornalista freelance Qutaiba Qassem giovedì hanno dichiarato uno sciopero della fame subito dopo che il loro arresto è stato prolungato fino a 15 giorni.

Issam Abdin, avvocato e responsabile del patrocinio legale dell’ong palestinese al-Haq, ha confermato a Ma’an che altri quattro giornalisti – il corrispondente Ahmad Halayqa di Al-Quds News, quello dell’agenzia Shehab News Amer Abu Arafa, ed i giornalisti Islam Salim e Thaer al-Fakhouri – giovedì hanno annunciato uno sciopero della fame per protestare contro la loro detenzione.

Secondo Abdin tutti i giornalisti erano stati arrestati parecchi giorni prima per presunte violazioni dei termini della nuova legge.

Tutti i sette giornalisti lavorerebbero per media che sono tra i 30 siti bloccati a giugno dall’ANP – tutti quanti sarebbero legati al movimento Hamas, il partito che governa nella Striscia di Gaza assediata che per 10 anni è stato coinvolto in una dura rivalità con l’ANP guidata da Fatah o con il rivale politico di Abbas da molto tempo, Muhammad Dahlan.

Mentre l’iniziativa di bloccare i siti web in Cisgiordania è stata condannata a suo tempo come una violazione senza precedenti della libertà di stampa nei territori palestinesi, lo scorso mese Abbas ha portato il giro di vite sui media ad un altro livello approvando con decreto presidenziale la legge contro i reati informatici.

Una legge draconiana”

Giovedì in una dichiarazione Nazzal ha affermato che almeno sei dei giornalisti imprigionati – non citando al-Fahouri – erano stati arrestati in base ad accuse di aver violato l’articolo 20 della legge sui reati informatici.

L’articolo afferma che una persona può essere condannata ad almeno un anno di prigione o essere punita con un’ammenda di almeno 1.410 dollari per “aver creato o gestito un sito web o una piattaforma informativa che possa danneggiare l’integrità dello Stato palestinese, l’ordine pubblico o la sicurezza interna o internazionale dello Stato.”

Nel contempo in base alle nuove leggi “ogni persona che diffonda con ogni mezzo il tipo di notizie succitate, anche con trasmissioni radiotelevisive o pubblicandole” rischia fino a un anno di prigione o un’ammenda da 282 a 1.410 dollari.

Abdin ha detto a Ma’an che questi “articoli generici”, attraverso i quali persone rischiano il carcere per aver semplicemente pubblicato certi articoli sui loro account sui media sociali, ha messo le basi per l’arresto di giornalisti palestinesi e “per distruggere la libertà del lavoro giornalistico in Palestina.”

Nadim Nashif, cofondatore e direttore del gruppo digitale di sostegno palestinese ed arabo “7amleh”, ha definito la legge “terribile” e “draconiana”.

E’ la legge peggiore nella storia dell’ANP,” ha detto Nashif a Ma’an. “Essa consente all’ANP di arrestare chiunque in base a definizioni vaghe.”

Nashif sottolinea che la legge non solo criminalizza la creazione, la pubblicazione e la diffusione di certe informazioni ritenute pericolose dall’ANP, ma stabilisce anche che persone colte ad aggirare i controlli dell’ANP sui siti web attraverso proxy server o reti private virtuali (VPN) possono rischiare condanne a tre mesi di prigione.

Nashif ha detto a Ma’an che la legge ha trascinato “indietro” la Palestina.

Nonostante l’occupazione decennale della Cisgiordania da parte di Israele e la più che decennale divisione politica con Hamas, “in genere i media e i siti web sono stati lasciati in pace,” ha detto Nashif. “Non hanno fatto parte di questa lotta politica.”

E’ come se l’ANP stesse infrangendo gli ultimi spazi di libertà di parola,” ha affermato.

I giornalisti palestinesi intrappolati nella divisione tra Hamas e ANP

I gruppi per i diritti umani hanno prontamente condannato la detenzione dei giornalisti, affermando che la nuova legge intende eliminare il dissenso politico contro Abbas e l’ANP – presumibilmente con gli auspici del coordinamento dell’ANP per la sicurezza con lo Stato di Israele universalmente condannato, anche se l’ANP ha ripetutamente affermato di aver posto fine a questa politica da luglio.

Secondo il gruppo per i diritti dei detenuti “Addameer”, un ufficiale della sicurezza dell’ANP inizialmente ha detto che almeno cinque dei giornalisti incarcerati sono stati arrestati per “aver passato informazioni e di essere in comunicazione con partiti ostili.”

Tuttavia, ha aggiunto “Addameer”, il sindacato dei giornalisti palestinesi mercoledì mattina ha contattato forze della sicurezza palestinese e gli è stato detto che i giornalisti erano stati arrestati “per fare pressione su Hamas affinché rilasci un altro giornalista detenuto nella Striscia di Gaza,” in riferimento a Fouad Jaradeh, un corrispondente del canale ufficiale di notizie dell’ANP “Palestine TV” che è stato incarcerato a Gaza per più di due mesi.

Sia Hamas che l’ANP sono stati criticati per aver condotto azioni di rappresaglia contro persone affiliate al gruppo opposto, soprattutto sotto forma di arresti e incarcerazioni per motivi politici.

Abdin ha detto a Ma’an che i giornalisti palestinesi si sono “ritrovati in mezzo alla divisione tra Hamas e Fatah,“ in quanto entrambi i gruppi hanno preso di mira giornalisti per reprimere un’opposizione che potrebbe danneggiare il loro controllo rispettivamente nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania.

Mercoledì in un comunicato il “Centro Palestinese per lo Sviluppo e le Libertà dei Media” (MADA) ha affermato che gli arresti di giornalisti sono “parte di un marcato incremento delle violazioni contro le libertà dei mezzi di informazione” sia in Cisgiordania che a Gaza.

Tuttavia la nuova legge e le iniziative di Abbas per soffocare il dissenso contro l’ANP sono “non solo problematiche per i giornalisti,” ha detto Nashif a Ma’an. “Ogni attivista o singolo individuo che l’ANP ritenga essere un oppositore può ora essere arrestato senza un motivo chiaro.”

L’ANP è stata anche accusata di condurre una generalizzata campagna di arresti contro gli abitanti della Cisgiordania militanti di Hamas, mentre l’ANP ha aumentato negli ultimi mesi le misure per fare pressione su Hamas perché ceda il controllo della Striscia di Gaza.

Uno studio del gruppo di ricerca palestinese “al-Shabaka” ha documentato le conseguenze delle campagne dell’ANP sulla sicurezza, “il cui scopo evidente è stato di ristabilire legge ed ordine,” ma sono state percepite dagli abitanti come una criminalizzazione della resistenza contro Israele.

E’ illegale in base alla legge palestinese”

Abdin sottolinea che sia il blocco dei siti web che la nuova legge sui reati informatici hanno violato l’articolo 27 della legge fondamentale palestinese, che protegge la libertà di stampa dei cittadini palestinesi, compresi i loro diritti di fondare, stampare, pubblicizzare e distribuire ogni forma di media. La legge garantisce anche la protezione dei cittadini che stanno lavorando nel campo del giornalismo.

L’articolo vieta anche la censura dei media, affermando che “nessun ammonimento, sospensione, confisca, cancellazione o restrizione può essere imposto ai media,” salvo che una legge che viola queste condizioni superi un processo di deliberazione giuridica.

Tuttavia, secondo Abdin, Abbas non ha ricevuto il via libera dal sistema giudiziario per approvare queste gravi restrizioni sulla stampa.

Da quando Hamas ha vinto le elezioni parlamentari nel 2006, il Consiglio Legislativo Palestinese [il parlamento palestinese, ndt.] non è stato convocato a Ramallah, il che significa che la grande maggioranza delle leggi approvate dall’ANP negli ultimi 10 anni è stata approvata da Abbas, che nel 2009 ha esteso la sua presidenza a tempo indeterminato, attraverso decreti presidenziali.

Al-Haq ha evidenziato che la nuova legge viola il diritto internazionale, compreso l’articolo 19 della “Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici” (ICCPR).

Gruppi per i diritti umani, attivisti e giornalisti hanno chiesto che l’ANP modifichi la legge per rispettare la preesistente legislazione palestinese, revochi il blocco dei siti di notizie e ponga fine alla pratica di arrestare sistematicamente attivisti, scrittori, giornalisti ed altri palestinesi per le loro opinioni politiche.

(traduzione di Amedeo Rossi)