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Quali segreti sta nascondendo l’archivio di Stato di Israele all’opinione pubblica?

Noam Hofstadter

26 gennaio 2018, +972

Invece di rendere noto il passato, gli archivi del governo sono impegnati a nascondere informazioni all’opinione pubblica. Le ragioni: timore di mettere in luce crimini di guerra, sconvolgere l’“opinione pubblica araba” e danneggiare l’immagine di Israele.

All’inizio di questo mese [gennaio 2018, ndt.] il capo archivista israeliano, dottor Yaakov Lozowick, ha pubblicato un rapporto esaustivo sullo stato del materiale a disposizione del pubblico negli archivi governativi. Il rapporto, che include un bilancio dettagliato del lavoro in corso negli archivi, è stato presentato all’ Alto Consiglio degli Archivi, l’ente preposto con una limitata autorità consultiva in materia di archivi. Una versione finale del rapporto si trova sul sito web degli Archivi di Stato.

Il capo archivista inizia il suo rapporto in questo modo:

Israele non si sta occupando del proprio materiale archivistico in un modo adeguato ad una democrazia. La grande maggioranza del materiale è sigillata e non verrà mai aperta. Una parte ridotta del materiale verrà resa accessibile solo con restrizioni irragionevoli. Il processo di de- secretazione dei dati è privo di qualunque controllo pubblico o di trasparenza.

Il rapporto è interessante in quanto non siamo abituati a ricevere testimonianze dettagliate e aggiornate da funzionari pubblici di alto livello sul loro lavoro. Perciò quando compare un resoconto come questo ci dobbiamo domandare: perché no? Il fatto che gli archivi di Stato stiano attraversando una lunga crisi e non rispondano al proprio dovere nei confronti dell’opinione pubblica – rendere disponibili le informazioni statali al vaglio dell’opinione pubblica – rende questo rapporto ufficiale ancora più interessante e importante. È anche un cambiamento positivo da parte degli archivi di Stato, che finora non hanno informato l’opinione pubblica dei propri progetti e della realizzazione di cambiamenti ad ampio raggio durante gli scorsi anni.

Il dottor Lozowick, che pochi mesi fa ha annunciato il suo pensionamento anticipato, presenta i dati del proprio rapporto riguardo alla misera situazione dei documenti declassificati negli archivi. Ad oggi solo circa l’1,29% del materiale degli archivi di Stato è stato reso accessibile al pubblico.

Lozowick descrive le principali ragioni di questa situazione, insieme ai passi intrapresi per incrementare la quantità di materiali accessibili ed i processi all’interno dell’archivio che hanno peggiorato l’attuale crisi. Tra questi, descrive la lotta di potere tra il capo archivista – che è responsabile degli archivi di Stato, compresi gli archivi di tutti gli enti governativi – e il consigliere giuridico degli archivi, così come con l’ufficio del primo ministro. L’ufficio del consigliere giuridico ha trasformato il processo attraverso il quale i documenti vengono declassificati in una questione puramente legale, privando di conseguenza il capo archivista della sua autorità professionale e della sua possibilità di rappresentare il pubblico interesse contro chi cerca di limitare la declassificazione dei documenti.

Tuttavia, il problema fondamentale della mancanza di accessibilità pubblica del materiale di archivio non deriva dall’attuale disputa. Il rapporto del capo archivista, come alcune petizioni all’Alta Corte riguardanti l’accessibilità pubblica degli archivi e di altri documenti durante gli anni, descrive un sistema archivistico che, per parecchio tempo, ha semplicemente fallito nel fare il proprio lavoro.

Gli archivi di Stato israeliani patiscono problemi cronici di declassificazione, compresa una grave carenza di fondi (che ha portato a un sempre crescente backup stimato di migliaia di anni, secondo il rapporto), e un’esplicita abitudine dei corpi preposti alla declassificazione a limitare l’accesso del pubblico ai documenti molto oltre l’autorità concessa loro dalla legge.

Negli scorsi anni oltre ai problemi di declassificazione, sono sorti nuovi problemi: è stata annullata la visione pubblica delle fonti primarie nella sala di consultazione, un’iniziativa descritta dai ricercatori professionali come estremamente dannosa per la loro possibilità di realizzare una ricerca approfondita ed efficace. Nel contempo l’autorità di limitare l’accesso del pubblico al materiale archivistico è stata trasferita dal capo archivista al ministro o all’autorità statale che produce lo stesso materiale, lasciando i lupi a guardia delle pecore. Gli archivi militari, per esempio, che da parecchio tempo si sono arrogati l’autorità di decidere la declassificazione dei propri documenti, hanno finora reso disponibile solo lo 0,4% dei documenti attualmente in loro possesso.

Benché la legge imponga che i documenti siano resi accessibili al pubblico, con rare eccezioni, la prassi degli archivi di Stato riflette un approccio opposto: la regola è di mantenere segreti i documenti, mentre la declassificazione diventa un’eccezione.

Si può notare questo modo di agire anche nelle considerazioni degli enti preposti alla declassificazione negli archivi di Stato. Mentre i regolamenti degli archivi forniscono solo margini ridotti per giustificare la limitazione dell’accesso pubblico, il rapporto del capo archivista descrive un’atmosfera di difesa sia del “sistema” che dell’immagine dello Stato, compresa l’estensione delle possibili giustificazioni per limitare la messa a disposizione del pubblico se i documenti potessero rindebolire le azioni in giudizio dello Stato, o per il timore di svelare crimini di guerra israeliani o “provocare la popolazione araba”. Considerazioni simili si riflettono anche nel modo in cui funzionano gli archivi militari.

Quindi persino i pochi documenti che sono controllati per la declassificazione dagli archivi di Stato sono presi in considerazione in base a criteri relativi alla sicurezza e alla politica estera (così come a motivi di privacy, ampiamente affrontati nel rapporto), che sono estesi e ampliati senza limiti e uniti alle immagini e narrazioni desiderate dello Stato nei confronti di importanti personalità ufficiali. Come chiarisce il rapporto dell’archivista capo, queste considerazioni hanno preso il sopravvento sia sull’interesse pubblico che su fondamentali valori democratici di svelamento e sul modo di affrontare il passato.

Alla luce delle difficoltà di accesso agli archivi di Stato, si è gradualmente formato un gruppo di appassionati degli archivi e di professionisti, tra cui archivisti, accademici, documentaristi, giornalisti, attivisti per la libertà di informazione, genealogisti, così come associazioni e singole persone dell’opinione pubblica.

Questo gruppo sta sostenendo la necessità di rendere correttamente disponibile al pubblico la documentazione d’archivio; di consentire ricerche approfondite delle fonti primarie non solo con il computer; rispettare gli obblighi di declassificazione dopo un certo lasso di tempo; rendere trasparente e ragionevole il processo di limitazione nell’accesso ai documenti e nel prendere queste decisioni con l’autorità stabilita dalla legge.

Uno dei problemi ripetutamente citati dall’archivista dello Stato è lo spazio ridotto destinato all’interesse pubblico quando si prende in considerazione la declassificazione dei documenti. Un significativo coinvolgimento da parte di esperti professionisti e di quelli che utilizzano gli archivi è fondamentale ed auspicabile per ogni iniziativa verso una migliore declassificazione. La competenza pratica e teorica del pubblico interessato può prevenire errori e rendere i processi più efficaci. Più persone si uniscono alla richiesta che gli archivi rispettino il loro livello minimo di responsabilità, maggiori possibilità avremo di analizzare la nostra storia condivisa – non solo l’1,29% di essa, accuratamente censurata.

Il dottor Noam Hofstadter è un ricercatore dell’Akevot Institute for Israeli-Palestinian Conflict Research” [“Istituto Akevot per la Ricerca sul Conflitto Israelo-Palestinese”, ndt.].

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




L’inconsistenza etica dei progressisti israeliani

Jonathan Cook

Middle East Eye – 26 gennaio 2018

Quando si tratta di palestinesi, i progressisti israeliani non sembrano molto diversi dai sostenitori di Netanyahu. Entrambi sono preoccupati di conservare Israele come Stato-fortezza ebraico.

Le violazioni dei diritti umani hanno talmente indignato alcuni famosi progressisti israeliani che, con un’iniziativa senza precedenti, hanno lanciato una campagna di disobbedienza civile.

Molte centinaia di loro hanno risposto ad un appello da parte di alcuni rabbini, impegnandosi a nascondere le vittime nelle proprie case per proteggerle dai servizi di sicurezza israeliani.

Preoccupazioni morali

Con uno stato d’animo parecchio amareggiato, accademici e liberi professionisti, compresi medici, piloti, dirigenti scolastici e avvocati, si sono rifiutati di essere complici della politica israeliana di oppressione. Questo mese moltissime personalità letterarie stimate, compresi Amos Oz e David Grossman, hanno ricordato al primo ministro Benjamin Netanyahu come sia fondamentale “agire moralmente, umanamente e con compassione degna del popolo ebraico…Altrimenti non avremmo ragione di esistere.”

All’estero, anche alcune organizzazioni ebraiche hanno stranamente suonato l’allarme, avvertendo che le azioni di Israele “tradiscono i valori fondamentali che noi, in quanto ebrei, condividiamo.”

Ma nessuna di queste manifestazioni di preoccupazione morale è stata espressa a favore dei palestinesi. Invece le coscienze dei progressisti israeliani sono state colpite dal dramma eccezionale di circa 40.000 richiedenti asilo africani, soprattutto sudanesi ed eritrei.

Questo mese il governo israeliano ha avviato un programma per espellere questi rifugiati, che hanno cercato scampo in Israele da zone di guerra prima che nel 2013 Israele riuscisse a completare una barriera lungo il Sinai per non lasciarli entrare.

Profonda vergogna

Ai richiedenti asilo ora viene offerta una “scelta” tra, da una parte, essere deportati di nuovo in Africa, con l’incombente pericolo di essere perseguitati, torturati e forse uccisi, e dall’altra l’incarcerazione a tempo indeterminato in Israele.

Al Paese di destinazione, il Rwanda, vengono versati 5.000 dollari per ogni richiedente asilo che accoglie. Ma le notizie dimostrano che il Rwanda non sta rispettando la promessa di dare loro lo status di residenti, obbligando i rifugiati o a tornare nelle zone da cui sono originariamente scappati o a fare una pericolosa attraversata via mare verso l’Europa.

Il loro trattamento è infatti stato davvero scioccante e viola in modo palese le convenzioni internazionali sui diritti dei rifugiati che Israele ha ratificato.

A indicare quanto scarsa sia la simpatia ufficiale per i rifugiati, solo a 10 di loro è stato concesso l’asilo – una percentuale minima di richieste, rispetto a oltre l’80% di sudanesi ed eritrei che ottengono lo status di rifugiati in molti Paesi europei.

Nel contempo alcuni ministri del governo israeliano hanno ripetutamente aizzato l’odio contro gli africani, chiamandoli “cancro” e “rischio per la salute”, cosa che a sua volta ha alimentato campagne pubbliche di odio e una mentalità da linciaggio.

La ragione per cui i progressisti israeliani provano una profonda vergogna per questo comportamento è comprensibile. Dopo tutto la logica esplicita dietro la creazione di Israele era di essere un luogo sicuro per i rifugiati ebrei che fuggivano dal crescente odio razzista e dalle persecuzioni in Europa, culminate con l’Olocausto. Spesso Israele si descrive come un Paese di rifugiati. Le convenzioni che Israele sta violando furono redatte proprio in base al riconoscimento del dramma degli ebrei che fuggivano dall’Europa.

Una catastrofe nelle pubbliche relazioni

La forte reazione in Israele è stata guidata da capi religiosi. Alcuni rabbini hanno invitato gli israeliani a far sì che il governo si vergogni promettendo di dare rifugio agli africani nelle proprie cantine e soffitte per evitare le deportazioni.

Questo per ricordare il modo in cui all’epoca alcuni europei tentarono coraggiosamente di salvare gli ebrei dai nazisti – il più famoso è il caso della giovane diarista Anna Frank, che in seguito è morta in un campo di concentramento.

Piloti della compagnia di bandiera israeliana El Al e personale aeroportuale si sono pubblicamente rifiutati di riportare i richiedenti asilo in situazioni di pericolo, unendosi alla pubblica ribellione di psicologi, avvocati, professori e molti altri.

Questa settimana un gruppo di 350 medici, compresi primari, ha affermato di far sentire la propria voce perché le deportazioni costituirebbero “un male fra i peggiori noti al genere umano.”

E, con un’iniziativa che è stata una catastrofe per le pubbliche relazioni di Netanyahu e del suo governo, questa settimana anche sopravvissuti dell’Olocausto e loro organizzazioni hanno duramente denunciato questa politica, citando il discorso all’ONU del sopravvissuto all’Olocausto Elie Wiesel nel 2005: “Il mondo avrà imparato?”

Lo shock e l’indignazione dei progressisti israeliani – benché benvenuto e confortante – ha tuttavia messo in evidenza l’inconsistenza etica che sta al centro di questa campagna di disobbedienza civile senza precedenti.

Generosità a buon mercato

Appare sospetto che i progressisti israeliani siano pronti a solidarizzare con i richiedenti asilo solo perché è una generosità relativamente a buon mercato – un atto di umanità che non osano estendere ai palestinesi.

Anche molti palestinesi sono rifugiati, a causa della creazione di Israele come auto-proclamato Stato ebraico nella loro patria e dalla campagna di pulizia etnica del 1948 che lo consentì – quello che i palestinesi chiamano la loro “Nakba”, o catastrofe.

Israele rifiutò di consentire a questi palestinesi di tornare a casa. Molti milioni hanno vissuto per decenni in condizioni miserabili nei campi di rifugiati in tutto il Medio Oriente.

Nel contempo nei territori occupati i palestinesi devono far fronte a terribili violazioni dei diritti umani – nel loro caso non con il tramite di un terzo Paese in Africa, ma direttamente da parte dello Stato di Israele.

Dove sono finite la solidarietà, le campagne di disobbedienza civile a favore di quei palestinesi dopo 70 anni di sofferenze? Solo un esiguo numero di israeliani di estrema sinistra – per lo più anarchici – si sono schierati con i palestinesi.

Per esempio si sono uniti ai palestinesi nelle manifestazioni di comunità rurali della Cisgiordania come Bilin e Nabi Saleh, che lottano contro il furto delle loro terre per alimentare l’espansione delle colonie ebraiche, affrontando soldati israeliani armati e spesso violenti.

Di fatto, lungi dal manifestare solidarietà con i palestinesi, molti progressisti israeliani hanno chiesto un trattamento perfino più duro.

La stragrande maggioranza degli israeliani ha festeggiato la recente incarcerazione di Ahed Tamimi, la ragazza sedicenne di Nabi Saleh che ha schiaffeggiato un soldato dopo che era entrato in casa sua. Poco prima la sua unità aveva sparato in faccia al suo cugino di 15 anni, perché stava sbirciando da un muro.

Ora i ragazzini palestinesi che lanciano pietre rischiano fino a 20 anni di prigione, e i loro genitori rischiano di perdere il lavoro. Due terzi dei minori palestinesi arrestati dalle forze di sicurezza israeliane raccontano di essere stati picchiati o torturati.

Ma agli occhi dei progressisti israeliani Ahed e quegli altri ragazzini non sono Anna Frank palestinesi. Sono terroristi.

Il “momento Trump” di Israele

L’ondata di indignazione contro la difficile situazione dei richiedenti asilo assomiglia in modo sospetto al “momento Trump” israeliano, facendo eco al recente sfogo di rabbia dei liberal americani contro quel facile bersaglio di odio che è il presidente USA Donald Trump.

Quegli stessi americani rimasero in silenzio mentre il predecessore di Trump scatenava guerre aggressive in tutto il mondo facendo a pezzi le leggi internazionali con programmi di esecuzioni extragiudiziarie, consegne di prigionieri e torture.

Allo stesso modo i progressisti israeliani sembrano essersi impegnati in una sorta di attività di diversione: concentrarsi su una grave ma isolata violazione per evitare di prendere in considerazione quella molto maggiore e molto più lunga nel tempo in cui sono personalmente implicati.

Sottolineando questo paradosso, i “Rabbini per i Diritti Umani” hanno chiesto alle comunità agricole, kibbutz [con gestione collettiva della produzione, ndt.] e moshav [con proprietà privata, ndt.] di porsi alla testa della campagna per nascondere i rifugiati africani.

Queste stesse comunità furono fondate sulle case distrutte dei rifugiati palestinesi obbligati all’esilio nel 1948. Queste stesse comunità agricole hanno impedito a qualunque palestinese cittadino dello Stato – uno su cinque della popolazione – di viverci. Tutti sono rimasti etnicamente “puri”.

Nella loro inconsistente difesa morale dei diritti umani, i progressisti israeliani hanno inavvertitamente svelato di non essere così lontani dal governo di destra che pubblicamente detestano.

Molto dell’appoggio ai richiedenti asilo africani, compreso quello dei più famosi scrittori israeliani, ha messo in luce quanto sia insignificante il loro numero, ora che un muro che attraversa il Sinai blocca un ulteriore ingresso di rifugiati. Si continua a dire che, se tutti i 40.000 avessero il permesso di rimanere, rappresenterebbero meno dello 0,5% della popolazione israeliana.

Un demone demografico

Confrontatelo con i palestinesi. Un quinto dei cittadini di Israele è palestinese, quelli che Israele non riuscì ad espellere nel 1948. Insieme ai palestinesi che vivono sotto l’ostile governo militare israeliano nei territori occupati – nel “grande Israele” che Netanyahu sta ritagliando – rappresentano metà della popolazione della regione.

Quando si tratta di palestinesi, i progressisti israeliani non sembrano molto diversi dai sostenitori di Netanyahu. Entrambi sono preoccupati di conservare Israele come uno Stato-fortezza ebraico. Entrambi vogliono muri per tenere fuori i non ebrei, che siano palestinesi nei territori occupati o rifugiati africani.

Entrambi dipingono i palestinesi, siano essi cittadini israeliani o vittime dell’occupazione, come “demoni demografici” e “tallone d’Achille” dello Stato ebraico. Entrambi temono un indebolimento dell’ebraicità di Israele.

In breve, sia i progressisti israeliani che quelli di destra sono ossessionati dalla demografia – il numero degli ebrei rispetto a quello dei non-ebrei – e dal preservare i privilegi degli ebrei. Entrambi stanno gettando le basi per future violazioni contro i palestinesi e ulteriori ondate di pulizia etnica.

Ma certi israeliani istruiti e progressisti di origine europea – quelli che dominano nelle università e nelle professioni che ora guidano la rivolta – possono permettersi di salvare la propria coscienza grazie a una popolazione di africani che rimarrà piccola e marginale. È improbabile che questi rifugiati riescano ad andare oltre la pulizia delle strade o fare i lavapiatti nei ristoranti della Tel Aviv liberal. Netanyahu e la destra, tuttavia, si basano sull’appoggio di molti degli israeliani più poveri, spesso ebrei immigrati in Israele dai Paesi arabi che subiscono evidenti discriminazioni da parte degli israeliani progressisti.

La destra deve costantemente creare un “uomo nero” (non ebreo) per rafforzare il suo potere politico che è basato su di loro. È stato facile per la destra suscitare la paura dei rifugiati africani in quanto parassiti venuti per “rubare il nostro lavoro e le nostre donne”.

Umanitarismo pragmatico

Con una tattica allarmistica che ricorda quella utilizzata contro i palestinesi, Netanyahu nel 2012 ha avvertito che 60.000 africani – il loro numero allora in Israele – “potrebbero diventare 600.000 e forse addirittura mettere a repentaglio la continuità dell’esistenza di Israele come democrazia ebraica”. Il governo di Netanyahu descrive ripetutamente i rifugiati africani come “infiltrati illegali” – un termine molto più sinistro di quanto possa essere “stranieri”.

Infiltrati” è il modo in cui venivano chiamati i palestinesi che cercavano di tornare nelle proprie case dopo la loro espulsione nel 1948. Una delle prime leggi israeliane in effetti dava ai funzionari della sicurezza israeliani carta bianca per sparare a questi “infiltrati”.

Il paragone dei rifugiati africani con quei palestinesi da parte del governo è pensato come una chiara forma di istigazione.

Ciò può non aver avuto corso con i progressisti israeliani, ma non ha neanche aperto loro gli occhi sulla propria ipocrisia. Il loro è un umanitarismo pragmatico, non di principio. La terribile sofferenza che Israele sta ora infliggendo ai rifugiati africani non sarebbe anche l’occasione perché gli israeliani progressisti riconoscano che i palestinesi hanno dovuto sopportare soprusi simili per settant’anni?

Non è finalmente arrivato il tempo in cui i progressisti israeliani debbano organizzare una campagna di disobbedienza civile non solo a favore degli africani, ma anche dei palestinesi?

– Jonathan Cook, giornalista inglese che vive a Nazareth dal 2001, è autore di tre libri sul conflitto israelo-palestinese. Ha vinto il “Martha Gellhorn Special Prize for Journalism”.

Le opinion esposte in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 16- 29 gennaio 2018 ( due settimane)

Il 29 gennaio, l’ospedale di Beit Hanoun, nel nord di Gaza, ha interrotto l’erogazione dei servizi medici; in una situazione di lunghi blackout della rete elettrica, tale interruzione consegue all’esaurimento dei fondi per l’acquisto di carburante per i generatori di emergenza.

In condizioni normali, questo ospedale fornisce assistenza medica ad oltre 300.000 persone nel nord di Gaza. Si prevede che i fondi forniti dalle Nazioni Unite per il carburante di emergenza destinato a situazioni critiche: sanità, acqua potabile, trattamento acque reflue e smaltimento rifiuti solidi, si esauriscano, al massimo, tra qualche settimana.

Il 18 gennaio, nella città di Jenin, durante un’operazione di ricerca-arresto, un palestinese di 31 anni è stato ucciso con arma da fuoco dalle forze israeliane. Secondo fonti israeliane, l’uccisione è avvenuta nel corso di uno scontro a fuoco con palestinesi armati. Durante lo stesso episodio, le forze israeliane hanno anche demolito, con buldozer, tre abitazioni e una serra, sfollando 16 palestinesi. Altri 12 palestinesi sono rimasti feriti durante i successivi scontri con le forze israeliane. Secondo quanto riferito, l’operazione mirava ad arrestare i presunti colpevoli di un attacco con armi da fuoco (avvenuto il 9 gennaio), durante il quale venne ucciso un colono israeliano.

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno effettuato, complessivamente, 160 operazioni di ricerca-arresto, durante le quali sono stati arrestati 187 palestinesi, tra cui 23 minori. Due delle operazioni, compresa quella sopra menzionata, hanno provocato scontri e il ferimento di 16 palestinesi. Il più alto numero di operazioni è stato registrato nel governatorato di Hebron (50), seguìto dai governatorati di Betlemme (29) e Gerusalemme (24).

Nei Territori palestinesi occupati, nel corso di scontri, le forze israeliane hanno complessivamente ferito 274 palestinesi, tra cui 67 minori. 130 di questi ferimenti (compresi i 20 occorsi nei pressi della recinzione perimetrale di Gaza) sono stati registrati durante manifestazioni contro il riconoscimento da parte degli Stati Uniti (6 dicembre 2017) di Gerusalemme quale capitale di Israele. Questo numero [130] è inferiore rispetto a quello dei ferimenti avvenuti durante manifestazioni svolte per lo stesso motivo nel precedente periodo di riferimento [191 feriti nel periodo 2-15 gennaio 2018]. Altri 92 palestinesi sono rimasti feriti in scontri con forze israeliane intervenute a seguito di risse tra palestinesi e gruppi di coloni israeliani introdottisi in tre località palestinesi: Madama (Nablus), Azzun (Qalqiliya) e Nablus.

Al posto di blocco di Za’tara/Tapuach (Nablus), forze israeliane hanno colpito, e ferito, con armi da fuoco due ragazzi palestinesi di 14 e 16 anni che avrebbero tentato di pugnalare soldati israeliani. Entrambi i minori sono stati successivamente arrestati. Inoltre, il 19 gennaio, nei pressi di un sito turistico vicino alla città di Gerico, un palestinese ha guidato il suo veicolo contro soldati israeliani, ferendone uno; l’uomo è stato arrestato. Fonti israeliane hanno riferito di un ulteriore tentativo di speronamento con auto, verificatosi il 18 gennaio, ad un posto di blocco della Polizia di Frontiera a Gerusalemme Est e conclusosi senza vittime. Il sospetto aggressore è fuggito.

Durante il periodo di riferimento [16-29 gennaio], un palestinese di 57 anni, malato di cancro, è morto in un carcere israeliano. Fonti palestinesi riferiscono che la morte è avvenuta dopo inascoltate richieste di rilascio per cure mediche fuori dal carcere.

Nella striscia di Gaza, in Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e in mare, le forze israeliane hanno aperto il fuoco in 13 occasioni; non vi sono stati feriti, ma è stato interrotto il lavoro di agricoltori e pescatori. In altre due occasioni, nei pressi della recinzione perimetrale di Deir al Balah e nel nord-est di Khan Younis, le forze israeliane hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo. Inoltre, ad est del Campo di Al-Bureij, un 19enne è stato arrestato dalle forze israeliane mentre tentava di entrare in Israele attraverso la recinzione.

In Cisgiordania, per mancanza di permessi di costruzione emessi da Israele, le autorità israeliane hanno demolito dieci strutture palestinesi, sfollando sette persone. Sei di queste strutture erano state fornite alle famiglie della comunità beduina di Al Jiftlik Abu al Ajaj (Gerico) come risposta umanitaria a una precedente demolizione. Altre due strutture (due edifici multipiano in costruzione) erano situate nella comunità di Bir Onah, che rientra nei confini municipali di Gerusalemme, ma, a causa della Barriera, è fisicamente separata dalla Città. Inoltre, vicino ad Al Khadr (Betlemme), le forze israeliane hanno spianato con i bulldozer 4.000 mq di terreno, danneggiando circa 400 alberelli: l’area è designata [da Israele] “Terra di Stato”.

Sono stati segnalati cinque attacchi di coloni israeliani che hanno ferito palestinesi o provocato danni a loro proprietà. Nella zona di Al Mu’arrajat di Gerico un giovane di 18 anni e sua madre di 55 anni, mentre pascolavano le pecore, sono stati aggrediti fisicamente e feriti da un gruppo di coloni israeliani; a Beit Safafa (Gerusalemme Est) due veicoli sono stati dati alle fiamme; all’ingresso del villaggio di Beit Iksa (Gerusalemme) 12 veicoli sono stati vandalizzati; nei villaggi di Nabi Samuel (Gerusalemme) e Aqraba (Nablus) 85 alberi sono stati sradicati o danneggiati. Secondo un rapporto dei media israeliani, la polizia israeliana ha arrestato un colono israeliano dell’insediamento di Betar Illit (Betlemme), sospettato di almeno sei violente aggressioni contro palestinesi che lavorano nell’insediamento.

Secondo quanto riportato dai media israeliani, due coloni israeliani sono rimasti feriti e almeno tre veicoli hanno subito danni in cinque episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli israeliani. Gli episodi sono stati segnalati nelle aree di Gerusalemme, Ramallah, Hebron e Betlemme.

Il 17 gennaio l’esercito israeliano, per tre giorni, ha chiuso al transito veicolare tre ingressi del villaggio di Hizma (governatorato di Gerusalemme), abitato da oltre 7.300 persone; ha inoltre tenuto chiuso l’ingresso principale per ulteriori otto giorni. L’esercito israeliano ha comunicato al consiglio del villaggio che le chiusure erano state attivate in risposta al lancio di pietre, da parte di persone del villaggio, contro veicoli di coloni israeliani che viaggiavano sulla statale 437.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è rimasto chiuso in entrambe le direzioni. Secondo le autorità palestinesi a Gaza, oltre 23.000 persone, compresi i casi umanitari, sono registrate ed in attesa di attraversare Rafah.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 30 gennaio, nel villaggio di Al Mughayyir (Ramallah), un ragazzo di 16 anni è stato ucciso, con arma da fuoco, dalle forze israeliane; il ragazzo aveva lanciato pietre contro un veicolo militare israeliano che era entrato nel villaggio. Testimoni oculari hanno dichiarato che, in quel momento, non erano in corso scontri. Le autorità israeliane hanno annunciato l’apertura di un’indagine.

þ

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




ISRAELE E I MITI SIONISTI (II)

Joseph Halevi

Recensione a: Ilan Pappé Ten Myths About Israel London: Verso 2017, pp. 171

Seconda parte

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Un paese che si basa sulla pulizia etnica e sulla colonizzazione permanente non può essere definito democratico. In verità nessuna entità statuale ove é in atto una colonizzazione a scapito della popolazione autoctona é definibile come democratica: si veda il caso dell’Australia ove fino al 1967 gli aborigeni, già violentemente decimati durante il diciannovesimo secolo, non venivano nemmeno contati nei censimenti. Eppure l’Australia era considerata una fiorente democrazia, il che significa che il termine è perfettamente malleabile a piacere senza un valore universale. Il settimo capitolo del volume di Pappé si prefigge di dimostrare la fallacia insita nella propaganda americano-israeliana riguardo l’unica democrazia nel Medioriente. Il capitolo é più incisivo di quello precedente appena discusso.

Pappé inizia osservando che la visione di Israele nel mondo, condivisa anche da rispettabili autori palestinesi, é che, dopo la guerra del 1967, il paese pur incorrendo in delle difficoltà con l’occupazione e il dominio sui palestinesi, rimane comunque uno Stato democratico. Scrive però Pappé che anche prima del 1967 in nessun modo poteva lo Stato d’Israele essere considerato democratico; a meno che, aggiungo, non si consideri la democrazia applicabile solo ad una parte della popolazione. A questo punto l’autore passa in rassegna le misure e le politiche di repressione nei confronti dei pochi palestinesi scampati alla Naqba. Nei due anni che trascorsero dalla fine della guerra del 1948-49 il parlamento, la Knesset, incorporò le leggi speciali di emergenza varate dalle autorità britanniche nel 1945 durante gli anni del terrorismo sionista dell’Irgun di Begin e compagnia, ma che non era soltanto una prerogativa della destra bensì vi partecipava anche l’establishment socialista-sionista. (10) La popolazione palestinese rimasta venne sottoposta ad un governatorato militare retto dalle leggi di emergenza, le stesse che al tempo del dominio britannico tutte le organizzazioni sioniste denunciarono come di stile nazista. La conseguenza fu la totale assenza di uno stato di diritto per questa popolazione che in teoria avrebbe dovuto godere di tutti i diritti in quanto formalmente di cittadinanza israeliana. Il governatore militare poteva – in maniera assolutamente insindacabile – requisire case, espellerne ed arrestarne gli abitanti, confiscare terreni, revocare permessi. Il governatore poteva dichiarare delle aree chiuse per motivi di sicurezza rendendo ‘illegali’ casolari e agglomerati di abitazioni palestinesi ubicate dentro queste aree che poi venivano assegnate a insediamenti che per statuto erano esclusivamente ebraici. Tale pratica continua tutt’oggi con la messa fuori legge di agglomerati beduini nel Negev a sud di Tel Aviv. Accadeva e accade, che dei palestinesi fossero – e siano ancora – condannati per aver violato un’area chiusa di cui erano o sono proprietari. (11) Spesso i villaggi palestinesi erano sottoposti a coprifuoco e fu in queste circostanze che, sottolinea Pappé, alla vigilia della guerra del 1956, accadde il massacro di Kafr Qasim che costò la vita a 49 palestinesi. Sul villaggio, assieme ad alcuni altri nelle vicinanze, il coprifuoco scattò quando molte persone erano ancora al lavoro nei campi per cui man mano che rientravano, ignare della decisione del governatore militare, venivano uccise dall’esercito israeliano. Tale evento non fu casuale: Pappé scrive che l’eccidio va inquadrato nell’ambito dell’operazione “Talpa”, un piano di espulsione dei restanti palestinesi in caso di un nuovo conflitto con i paesi arabi e il massacro di Kafr Qasim costituiva un test circa la propensione della restante popolazione palestinese a fuggire oltre la linea verde. Malgrado il governo di Ben Gurion avesse cercato di occultare l’eccidio, questo fu portato alla luce del sole grazie all’attività dei deputati comunisti e di un deputato del partito socialista sionista Mapam. Il processo che seguì inflisse delle pene molto leggere seguite da ulteriori condoni.

Gran parte delle leggi discriminatorie nei confronti dei palestinesi passano, senza mai menzionare i soggetti verso cui sono dirette, attraverso il fatto che gli arabi israeliani sono esenti dal servizio militare. Ad esempio, disposizioni riguardo l’usufrutto di servizi sociali o di altri tipi di sovvenzioni includono la clausola che i richiedenti devono aver effettuato il servizio militare. Nella popolazione ebraico-israeliana – la sola che veramente conti dato che gli altri ci sono perché o l’esercito non ha fatto in tempo a cacciarli via o perché sono riusciti a rimanere aggrappati ai loro paesi e/o a nascondersi in villaggi vicini a quelli investiti dal terrorismo dell’Haganà –  l’esonero dei palestinesi dall’esercito fornisce la giustificazione circa la natura non razzista delle misure di discriminazione. Meritatamente Pappé porta a conoscenza del grande pubblico la vera storia dell’esclusione dalla leva dei palestinesi israeliani. A metà degli anni ’50 il governo israeliano mise i palestinesi di fronte alla prova, chiamandoli ai centri di reclutamento dell’esercito. Sollecitati anche organizzativamente dal Partito Comunista d’Israele, che era la maggiore formazione politica tra i palestinesi israeliani e la sola forza di ricostituzione della loro identità palestinese, i giovani in età di leva accorsero in massa con grande sorpresa del governo. Colte in contropiede le autorità non ripeterono mai più l’esercizio ma hanno da sempre usato la falsa scusa del rifiuto palestinese di servire nell’esercito per giustificare le misure discriminatorie.

L’arbitrio del regime militare verso i palestinesi era totale. Non solo i coprifuoco erano ingiustificati e applicati per terrorizzare la popolazione palestinese ma i soldati potevano intimare l’alt e sparare, anche su bambini, in condizioni ‘normali’. Avendo, una parte di quegli anni, vissuto da ragazzo in Israele come figlio di una famiglia dell’establishment sionista socialista, posso dire che la segregazione era totale. Pappé scrive che il governatorato militare proibiva ai palestinesi l’accesso al 93% del territorio nazionale. Per noi ‘ebrei’ del luogo, Israele era – ed é per gli ‘ebrei’ israeliani di oggi – un paese liberissimo di cui si poteva e si può dire peste e corna fermo restando il fatto che gli ‘arabi’ volevano e vogliono ‘distruggerci’ e quelli rimasti in Israele – una potenziale quinta colonna – dovevano ringraziarci per tollerarli. In ogni caso, la Terra d’Israele è nostra da oltre 3000 anni, eccetera.  Noi ‘ebrei’ abbiamo quindi ragione a priori!

Benché sottoposti al regime militare i palestinesi israeliani potevano votare e questo, dal lato propagandistico, cancellava ogni discriminazione. Guardando poi da vicino si scopre che la situazione era ed é assai diversa, ma su questo tema rinvio ad un altro lavoro di Pappé. (12) La situazione, allargando il tema trattato da Pappé, era gravissima per i palestinesi cittadini israeliani di terza o quarta classe col diritto di voto come foglia di fico che copriva la realtà effettiva. L’assenza per loro di uno stato di diritto significava essere esposti ad uccisioni da far west. Ben Gurion era consapevole dello stato di cose e ne era preoccupato non per ragioni di democrazia verso i palestinesi  ma perché pensava che gli assassinii compiuti dai soldati verso gli arabi israeliani potessero ripercuotersi sull’immagine di Israele. Di recente Gidi Weitz di Ha-aretz ha riportato alla luce i verbali desecretati di una riunione del consiglio dei ministri del 1951 nella quale Ben Gurion parlò nella veste del suo secondo ruolo, quello di Ministro della Difesa, strabiliando gli stessi ministri:

“Non sono il Ministro della Giustizia, non sono il Ministro di Polizia e non sono a conoscenza di tutte le azioni criminali commesse ma come Ministro della Difesa, conosco alcuni di questi crimini e devo dire che la situazione fa paura specialmente in relazione a due aspetti: 1) omicidi e 2) atti di stupro”. E aggiunse: “persone dello Stato Maggiore mi dicono – ed é anche la mia opinione –  che fintanto che un soldato ebreo non viene impiccato per aver ucciso degli arabi, questi omicidi non cesseranno”. Ben Gurion colse perfettamente l’essenza della dimensione razzista di Israele, allora ancora in formazione ma oggi non più eradicabile su cui la professoressa (Premio Sakharov del Parlamento Europeo) Nurit Peled Elhanan dell’Università ebraica di Gerusalemme, ha scritto pagine preziosissime. (13)

Continuiamo a leggere Ben Gurion:

“In linea di massima coloro che hanno i fucili li usano”  e (alcuni) “credono che gli ebrei siano persone ma non gli arabi e che quindi sia possibile far contro di loro qualsiasi cosa. Alcuni pensano che uccidere arabi sia un comandamento e che tutto quello che il Governo dice contro le uccisioni di arabi  non sia una cosa seria e il divieto di uccidere arabi é solo una finzione ma che in effetti sia un atto ben accetto perché così vi saranno meno arabi in giro. Fintanto che continueranno a pensare in questo modo le uccisioni non si fermeranno.” E infine: “Presto non saremo più in grado di mostrare la nostra faccia al mondo. Gli ebrei incontrano un arabo e (che fanno?) lo uccidono”. (14)

La stampa ebraico-israeliana era allora completamente passiva e rarissimamente riportava gli assassinii perpetrati dai soldati – criminali a piede libero – sulle strade di campagna d’Israele, e mai come degli omicidi. A loro volta, i giornali dei movimenti kibbutzistici erano falsi, in quanto predicavano idee socialiste per poi partecipare a man bassa alla spoliazione della popolazione palestinese. Solo i giornali comunisti Kol ha-am (La voce del popolo) in ebraico e Al Ittihad (L’Unità) in arabo, costituivano una voce fortemente critica riguardo i soprusi subiti dai palestinesi. I comunisti però erano molto guardinghi proprio perché conoscevano bene la situazione sul terreno essendo la maggiore forza tra gli arabi israeliani ed erano consapevoli del rischio di una nuova ondata di pulizia etnica come erano consapevoli della pulizia etnica in atto condotta dall’esercito israeliano nella zona demilitarizzata. Tuttavia non tutto è controllabile soprattutto se la critica viene dall’élite europea degli ebrei israeliani. Anche in Sudafrica del resto il regime dell’ apartheid non riusciva a silenziare completamente le critiche provenienti da bianchi democratici specialmente se si trovavano ad essere membri del Parlamento di Città del Capo come nel caso della famosa deputata Helen Suzman (1917-2009), con 36 anni di vita parlamentare sulle spalle e amica di Nelson Mandela che andava a visitare in prigione.

Nel 1953 Azriel Karlibach, fondatore e direttore di Maariv, il maggior quotidiano – politicamente di centro – d’Israele, pubblicò un suo pezzo, scritto in forma poetica, di una potenza straordinaria, ancor oggi insuperata. Il titolo dell’articolo è molto significativo in quanto è preso da un’opera letteraria sudafricana nota per essere un testo di critica e protesta contro il tipo di società che darà vita all’apartheid. Si tratta del romanzo di Alan Paton pubblicato nel 1948 col titolo Cry Beloved Country (Piangi terra amata). (15) L’articolo di Karlibach, avendo lo stesso titolo, stabiliva un legame diretto col regime di apartheid sudafricano e – essendo l’autore liberaleggiante ed anti-socialista – puntava apertamente il dito contro la falsità dei kibbutzim che da un lato esprimevano solidarietà con gli africani e, dall’altro, derubavano gli arabi delle loro terra. Il tema del poema, stilato nella forma di un dialogo tra padre e figlia mentre vanno a vedere cosa stava succedendo in Galilea, è una disamina molto dettagliata dei meccanismi messi in atto per espropriare i palestinesi israeliani delle proprio terre. In tale contesto, il parlamento israeliano, la Knesset, viene esplicitamente accusato di essere non un’assise democratica ma un consesso ove arbitrariamente viene legalizzata la spoliazione degli arabi d’Israele, contro la quale, in seguito ai ricorsi da parte delle vittime, si erano formalmente espressi i magistrati israeliani. Tuttavia, scrive Karlibach, per aggirare le sentenze, in effetti giuste, dei tribunali israeliani, coloro che hanno partecipato al furto si riuniscono nella Knesset e decretano che questi terreni non sono regolati da alcuna legge stabilendo altresì che ai legittimi proprietari è fatto divieto di rivolgersi alla magistratura. La critica di Karlibach si connette alle osservazioni di Ben Gurion riguardo le uccisioni arbitrarie effettuate dai sodati israeliani in libertà, che si appaiano all’arbitrarietà della legislazione votata dalla Knesset, funzionante come un parlamento dell’apartheid sionista avente quindi poca o nessuna legittimità democratica. Il quadro che emerge circa la democrazia israeliana nei confronti dei palestinesi rimasti in Israele è preciso e sconvolgente.

Quando nel 1966 gran parte dei terreni arabi erano ormai stati requisiti e la popolazione ammassata in villaggi impoveriti e resi asfittici per mancanza di aree disponibili, il regime militare, divenuto troppo ingombrante rispetto alla pretesa di democraticità dello Stato nei confronti di tutti i suoi cittadini, venne abrogato. Non fu così però con le prerogative già in possesso del governatore militare che vennero trasferite alle autorità civili. Intatta rimase la prerogativa di dichiarare illegali degli insediamenti arabi, di raderli al suolo e  adibire le zone così ‘ripulite’ a nuovi insediamenti per soli ebrei.  Succede ancor oggi e non mi riferisco alle distruzioni di case palestinesi, 50 mila dal 1967, di uliveti, frutteti, e delle requisizioni di terreni che avvengono ormai da cinquant’anni nei territori conquistati con la guerra del 1967. L’ottavo capitolo del volume di Pappé tratta di tutto questo in maniera egregia. Mi riferisco invece a fatti accaduti recentemente, nel 2016, dentro la vecchia linea verde, come la distruzione del villaggio beduino di Um-Al-Hiram nel Negev settentrionale dichiarato illegale cui é seguita la rapida assegnazione del suolo alla costruzione di una località per soli ebrei. (16) I mesi intercorsi tra l’abolizione del governo militare sui palestinesi di Israele e la guerra del 1967 hanno costituito l’unico periodo in cui, dal 1948, i Palestinesi dell’ insieme della Palestina non fossero soggetti ad un regime militare. Con la conquista della Cisgiordania e di Gaza il governo israeliano, nota giustamente Pappé, trasferì l’intero apparato repressivo perfezionato dal governo militare riguardo i palestinesi di Israele sui palestinesi delle zone conquistate senza che essi potessero usufruire perfino di una minima protezione non avendo diritti politici e civili.

Rispetto all’evento del 1960, il 1967 rappresentò la grande occasione di conquistare l’insieme della Palestina. L’occupazione ebbe immediatamente un carattere di conquista – di “liberazione” di tutta la Terra di Israele, come allora recitavano in coro giornali e partiti ad eccezione del quello comunista Rakah. (17) Liberazione da chi? dal controllo arabo ovviamente. Purtroppo, per i dirigenti israeliani, i nuovi territori non vennero liberati dalla presenza della popolazione palestinese. Un esodo oltre il Giordano vi fu: circa trecentomila profughi lo attraversarono ma il restante milione e passa di abitanti della Cisgiordania rimase fissa sul posto. Da Gaza poi era impossibile andarsene sebbene Levi Eshkol, Primo Ministro laburista durante il 1967, ne avesse vagheggiato l’espulsione. Immediatamente in Israele si sviluppò il dibattito su come annettere i nuovi territori senza però assorbirne la popolazione araba, ingombrante e superflua quindi. Questo è Israele, un paese razzista fino al midollo, razzismo che nasce dall’ideologia sionista di insediamento coloniale volta espressamente a sostituire popolazione araba con una ebraica. Molto rapidamente venne prodotto un piano noto come il Piano Allon, ideato da Ygal Allon, ministro nel governo laburista di Levi Eshkol, un’importante figura nel movimento kibbutzistico e nella storia dell’esercito israeliano. Una prima versione apparve nell’estate del 1967 e una seconda agli inizi del 1968. Il piano prevedeva l’annessione di una parte della Cisgiordania, una fascia assai ampia  lungo la valle del Giordano e di tutta Gerusalemme collegata alla fascia con una striscia. In tal modo la Cisgiordania veniva spaccata in tre parti: una zona annessa ad Israele con completa continuità territoriale e due zone palestinesi separate tra loro: una a nord di Gerusalemme e del suo corridoio verso la valle del Giordano e una a sud di Gerusalemme. Queste erano le aree con la più alta concentrazione di palestinesi. Il piano non venne mai adottato ufficialmente dal governo ma servì da piattaforma di riferimento per le politiche di colonizzazione. L’idea di un’autonomia palestinese nella forma dei bantustan del Sudafrica dell’apartheid nasce col Piano Allon.

Cinquant’anni dopo stiamo ancora alla stesso punto con un’importante differenza: già nel 1990 il Piano Allon non era più realizzabile in quanto gli insediamenti coloniali, tutti al 100% illegali, punteggiavano le tre zone. L’alternativa venne in effetti da Rabin: collegare gli insediamenti con Israele e tra di loro attraverso un sistema di strade speciali chiuse ai palestinesi. Queste strade frammentano le zone della supposta autorità palestinese in un mosaico di piccole aree senza continuità territoriale e soggette al regime dei posti di blocco dell’esercito israeliano. Ciò implica che l’esercito oppressore deve essere presente in permanenza controllando i passaggi da una zona palestinese all’altra attraverso dei posti di blocco. Da molti anni i posti di blocco costituiscono uno strumento di vessazione ed umiliazione costante della popolazione palestinese, una prova quotidiana che – nella ‘democrazia’ israeliana – essi non hanno diritti e sono ciecamente soggetti al dominio militare. Parallelamente gran parte della popolazione ebrea israeliana si trova da circa due generazioni ormai a partecipare attivamente alla repressione dei palestinesi con la gestione dei posti di blocco e dell’occupazione militare, sia attraverso il servizio militare che coinvolge uomini e donne, sia attraverso il periodico richiamo nel servizio di riserva degli uomini fino a circa 50 anni.  Con una politica di bantustan come principio guida, gli accordi di Oslo non potevano che fallire. Ed è questo che dimostra Pappé nell’ottavo capitolo. All’autorità palestinese veniva richiesto di gestire i bantustan secondo i criteri dell’occupazione, di riconoscere la ‘realtà’ sul terreno, cioè la colonizzazione, e veniva escluso il riconoscimento dei diritti dei rifugiati della Naqba. Nei negoziati durante il fallito accordo di Camp David patrocinati da Clinton, fu respinta perfino la richiesta di Arafat di cessare gli abusi quotidiani nei confronti della popolazione palestinese. Gli accordi che avrebbero dovuto portare ad una soluzione negoziata del ‘conflitto’ comportavano inoltre un ulteriore restringimento e frammentazione delle aree palestinesi e, osserva Pappé, ad ogni proposta di spartizione il popolo palestinese ha visto aumentare la violenza nei suoi confronti. Le proposte di Ehud Barak, il leader laburista allora al governo, erano talmente inaccettabili che anche l’allora ministro degli esteri di Israele nel governo Barak, Shlomo Ben Amì, dichiarò nel 2006 in un dibattito televisivo sul canale di “Democracy Now”, che se fosse stato palestinese non avrebbe firmato gli accordi di Camp David. (18)

Particolarmente importante é il racconto che nel nono capitolo Pappé fa della situazione a Gaza ove ricapitola le fasi della crescita di Hamas mostrando che si tratta di un movimento politico, e non terroristico in quanto tale, sviluppatosi sul vuoto creato da Al-Fatah e con una posizione) netta sul diritto al ritorno dei profughi del 1948. Quest’ultimo aspetto è molto importante a Gaza dato che nel 1948 la striscia era stata scelta da Israele per espellervi i palestinesi delle zone meridionali del loro stesso paese. Il fallimento pianificato di Camp David e Taba (19) – località questa sul confine tra Egitto e Israele vicino a Eilat sul Golfo di Aqaba – diede luogo alla Seconda Intifada mentre Ariel Sharon del Likud (‘destra’) diventava il nuovo Primo Ministro. In questo contesto Pappé mostra come Sharon sfruttò la nuova situazione e la crescita di Hamas a Gaza per ottenere da parte degli USA via libera riguardo l’annessione di gran parte della Cisgiordania. L’impossibilità di controllare Gaza dall’interno fornì lo spunto per la messa in opera di una strategia che da un lato presentava il ritiro da Gaza come una concessione di pace e, dall’altro, chiedeva agli Stati Uniti, allora governati da Bush figlio, di escludere i profughi della Naqba da ogni negoziato. Un fatto riportato da Pappé chiarifica la strategia di Ariel Sharon. Gli Stati Uniti erano riluttanti ad accettare il piano di ritiro da Gaza proposto da Sharon. Contando sulle affinità ideologiche con Bush riguardo il mondo arabo, Sharon scommise che sarebbe riuscito a far accettare il piano alla Casa Bianca. E così in effetti fu con l’aggiunta della promessa da parte di Washington di non includere i profughi nelle trattative e di non far pressione su Israele riguardo l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania. Lo sganciamento da Gaza e la trasformazione della Striscia in una prigione controllata dall’esterno e regolarmente bombardata ha sortito, nota Pappé, l’effetto di silenziare  l’opposizione – tra gli ebrei di Israele – all’occupazione e di formare un vastissimo consenso in favore di essa. Ergo conclude Pappé nel decimo ed ultimo capitolo del libro, la sola via è quella di una battaglia per un solo Stato di tutti i cittadini, come nel caso del Sudafrica dopo l’apartheid. Anzi, prosegue Pappé, continuare a parlare della soluzione a due Stati significa appoggiare l’apartheid, dato che con i due Stati la colonizzazione non verrà eliminata né arrestata mentre lo Stato palestinese sarà una serie di bantustan e Gaza rimarrà una prigione dalle orribili condizioni di vita diventate ormai insostenibili.

Negli ultimi quattro decenni si sono formati degli storici che hanno profondamente cambiato lo studio del Medioriente. Essi sono ebrei israeliani, palestinesi israeliani e palestinesi, dai Khalidi, a Nur Masahla, a Avi Shlaim, a Joseph Massad, a Ilan Pappé. Fino alla formazione di questi storici la propaganda israeliana dominava e si basava su criteri tanto semplici quanto falsi. Secondo tale propaganda, gli “ebrei” hanno diritto alla Terra di Palestina perché era la loro storicamente e ne sono stati stati espulsi definitivamente dai romani. Nei tempi più recenti la Palestina era pressoché disabitata, atta dunque a ricevere i presunti discendenti degli abitanti originari perseguitati da un razzismo anti-ebraico immanente ed incancellabile. Al loro arrivo per costruire il loro legittimo Stato essi  si sono confrontati con l’ostilità araba anch’essa motivata da un’innata anti-ebraicità. I ‘pochi’ abitanti arabi della Palestina avrebbero potuto facilmente sistemarsi nei paesi arabi vicini solo che i governi ‘arabi’ hanno preferito la via di distruggere Israele. Gira e rigira questa è la storia ufficiale ormai del tutto invalidata. Essa è stata talmente invalidata che perfino gli storici ufficiali rimasti la negano sul piano metodologico, come é successo nel caso delle loro reazioni ai volumi di Shlomo Sand ed anche in altre circostanze, per poi farla riemergere quando respingono la natura del sionismo come un movimento di insediamento coloniale ed esclusivo.

Ilan Pappé é sicuramente la persona che ha maggiormente studiato la storia della Palestina e di Israele in tutte le sue molteplici forme fornendoci un quadro storiografico incontrovertibile. Per i suoi imprescindibili contributi, Pappé ha ricevuto, nel novembre del 2017 a Londra, il massimo premio del Palestine Book Awards. (20) Tuttavia non é detto che le conclusioni da lui raggiunte in questo volume siano realizzabili e tali da poter arrestare la colonizzazione. E’ perfettamente possibile, anzi probabile, che mentre la soluzione a due Stati sia ormai defunta, quella che liberi il popolo palestinese dall’oppressione coloniale sia di là da venire e nemmeno individuabile.

Fine

Note

10 E’ indicativo che durante il massacro di Deir Yassin perpetrato dall’Irgun nell’aprile del 1948, una formazione dell’ufficiale Haganà stazionasse a pochissimi chilometri di distanza senza alzare un dito. Le bande criminali ebbero tutto il tempo di esibire la popolazione catturata per le strade di Gerusalemme, di riportarla a Deir Yassin e di sterminarla senza che l’Haganà facesse nulla per impedirlo.

11 Vedi Mondoweiss del 27/12/2017: http://mondoweiss.net/2017/12/israeli-sentences-trespassing/?utm_source=Mondoweiss+List&utm_campaign=32481edf23-RSS_EMAIL_CAMPAIGN&utm_medium=email&utm_term=0_b86bace129-32481edf23398519897&mc_cid=32481edf23&mc_eid=9728f22b82

12 Ilan Papp é, The Forgotten Palestinians: A History of the Palestinians in Israel, New Haven, CT: Yale University Press, 2013.

13 Nurit Peled Elhanan: La Palestina nei testi scolastici di Israele. Ideologia e propaganda nellistruzione. Milano: EGA-Edizioni Gruppo Abele, 2015.

14 Le citazioni provengono dall’ edizione in inglese di Ha-aretz e sono state tradotte da me. Vedi Gedi Weitz in Ha-aretz 1/4/2016: Ben-Gurion in 1951: Only Death Penalty Will Deter Jews From Gratuitous Killing of Arabs.

https://www.haaretz.com/israel-news/.premium-1.712125

15 Azriel Karlibach: Cry Beloved Country, in ebraico in Maariv 25/2/1953. Tradotto e stampato in Inglese in Uri Davis e Norton Mezvinsky (a cura di), Documents From Israel: 1967-1973. London: Ithaca Press, 1975, pp. 14-20.

16 https://972mag.com/authorities-start-process-of-replacing-bedouin-town-with-a-jewish-one/121065/

17 Nel 1965 il Partito Comunista d’Israele si spaccò a causa del fatto che il suo segretario generale, Shmuel Mikunis effettuò una svolta filosionista e critica verso la posizione dell’ URSS sul Medioriente. Il grosso dell’ufficio politico e del partito non seguì Mikunis il quale però era il titolare legale del nome del partito MAKI (partito cominista d’Israele). Si formarono cosi due gruppi parlamentari, quello di Mikunis dal nome Maki e composto dal solo Mikunis, e RAKAH (nuova lista comunista) con tre parlamentari. Molto rapidamente il gruppo Mikunis si sciolse nelle liste piu radicali della sinistra sionista che, dopo varie mutazioni, oggi si condensano nel piccolo partito MERETZ, mentre RAKAH diede vita a HADASH (acronimo per fronte democratico per la pace) oggi facente parte della Lista Unita – terzo gruppo parlamentare alla Knesset – che raccoglie una serie di organismi politici palestineso-israeliani. In tal modo però HADASH ha perso il suo carattere di unica formazione politica israeliana non ‘etnicamente’ schierata. La scelta è stata imposta dal cambiamento delle legge elettorale che, aumentando la soglia di sbarramento, ha obbligato i partiti che operano nel settore arabo o, come i comunisti, che ricevono voti soprattutto dai palestinesi israeliani, ad accorparsi.

18 https://www.democracynow.org/2006/2/14/fmr_israeli_foreign_minister_if_i, anche:

https://www.theguardian.com/commentisfree/2010/jul/01/israel-palestinian-peace-camp-david

19 I colloqui di Taba si tennero tra il 21 e il 27 gennaio 2001 e avrebbero dovuto essere lo strumento per l’applicazione degli accordi di Camp David II dell’ anno precedente. I colloqui furono però interrotti per le elezioni israeliane che portarono al governo israeliano Ariel Sharon.

20 http://www.middleeasteye.net/news/three-authors-highlighted-palestine-book-awards-489086373

Il ringraziamento di Pappé, breve ma importante, si trova a:https://www.versobooks.com/blogs/3532-ilan-pappe-s-keynote-address-at-2017-palestine-book-awards




ISRAELE E I MITI SIONISTI (I),

Joseph Halevi

Recensione a: Ilan Pappé Ten Myths About Israel London: Verso 2017, pp. 171

Parte prima

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La situazione dei palestinesi si aggrava in una forma così accelerata che si può ormai misurare quotidianamente. Il deterioramento viene regolarmente documentato dalle agenzie specializzate delle Nazioni Unite e tuttavia sul piano politico i principali membri dell’ONU permettono la continuazione della finzione che l’occupazione israeliana sia temporanea e cesserà quando verrà firmato un accordo di pace. Israele non è però un custode temporaneo, ad interim, della Cisgiordania e di Gerusalemme orientale, nonché di Gaza. Come osserva Ilan Pappé nel capitolo su Gaza, il nono, del suo ultimo libro, non bisogna quindi farsi confondere dal ‘ritiro’  voluto nel 2005 da Ariel Sharon deciso piuttosto a metterla sotto assedio. Per l’ONU Israele rimane formalmente il paese occupante della Striscia. Dal 1967 il governo di Tel Aviv tratta i territori  della Cisgiordania e del Golan – quest’ ultimo illegalmente annesso nel 1981 – come zone di popolamento coloniale rimaneggiando ed espellendo gli abitanti dalle aree scelte per gli insediamenti, distruggendone le case e limitandone gli spostamenti, costruendo strade per soli ebrei. Il punto è che l’occupazione in corso dal 1967 non è mai stata considerata come temporanea da parte dei vari governi israeliani.  Essa si presenta come la continuazione della pulizia etnica condotta in maniera massiccia dal dicembre del 1947 fino al 1949 con prolungamenti fino agli inizi degli anni ’50 quando gli abitanti di Majdal, ribattezzata Ashkelon, furono messi su dei camion e scaricati oltre il confine della striscia di Gaza.  La questione in definitiva è assai semplice da capire: Israele è uno Stato ad insediamento coloniale concepito in modo tale da rimpiazzare una popolazione pre-esistente, quella palestinese appunto, con una nuova di provenienza in gran parte europea. E, altrettanto semplicemente, la conseguenza del progetto sionista volto a costruire uno stato istituzionalmente ebraico. Il problema pertanto non è unicamente confinabile ai territori conquistati con la guerra del giugno del 1967: tutto il processo di insediamento coloniale sionista si caratterizza come un’occupazione del suolo su cui si sorgevano i villaggi palestinesi e sulla requisizione con la forza delle loro terre agricole e fonti acquifere e sullo spostamento violento dei loro abitanti.

Sebbene la realtà dei palestinesi sia ormai ben nota, sulla maggioranza degli organi di stampa la storia della formazione di Israele e della sua evoluzione nel tempo continua ad essere caratterizzata da miti che fungono da sostegno alle politiche del governo contro il popolo palestinese, fornendo altresì l’alibi alla colpevole Europa  di non fare assolutamente nulla di concreto. In questo contesto lo storico Ilan Pappé – originariamente docente all’Università di Haifa, ma da dieci anni professore presso la University of Exeter in Gran Bretagna (1)- ha prodotto un volume il cui obiettivo consiste nella demolizione dei principali miti con cui viene presentato e descritto Israele. Il volume si articola in dieci capitoli di cui l’ultimo tratta molto criticamente della questione dei due Stati come soluzione del problema.

“Una terra senza popolo, per un popolo senza terra” costituisce lo slogan fondatore dell’ideologia sionista. La frase contiene due miti cui sono dedicati i primi due capitoli del libro. Agli inizi del ventesimo secolo la prima parte dello slogan fu smontata completamente da Max Nordau, cofondatore e vice presidente dell’Organizzazione Sionista Mondiale. Egli scrisse al presidente dell’organizzazione Theodor Herzl che la promessa sposa (*), cioè la Palestina, era già maritata, intendendo con questo che il paese già apparteneva a coloro che vi abitavano e che contavano oltre mezzo milione di persone. Pappé mostra molto bene e succintamente come la Palestina del periodo Ottomano avesse i tratti di una società evoluta in termini di centri urbani e di ceti culturali, forse tra le più avanzate del mondo arabo. Alcune delle riforme amministrative introdotte dal governo ottomano contribuirono a rendere la fisionomia territoriale della Palestina più omogenea, mentre la designazione dei confini mandatari da parte del governo britannico dopo la Prima Guerra Mondiale ne rafforzò la coerenza. Grazie ai lavori dello storico statunitense di origini palestinesi Rashid Khalidi, Pappé rileva come un movimento nazionale specificatamente palestinese si stesse formando prima del soprassalto prodotto dalla colonizzazione sionista. (2) Egli fa inoltre notare che se non fosse per il fatto che i sionisti richiedessero ed imponessero alla comunità ebraica palestinese un’ubbidienza totale, la formazione di un movimento nazionale palestinese avrebbe incluso, come nel caso dei cristiani, anche degli ebrei appartenenti alla locale comunità.

Di maggiore complessità è la critica alla seconda parte dello slogan. In verità mi sembra che l’autore non affronti la questione se gli ebrei siano o meno “un popolo senza terra”. Per farlo avrebbe dovuto discutere teoricamente della questione nazionale e ciò é assente dalle pagine del volume in questione che evita ogni argomentazione concettuale marxista. Il metodo scelto da Pappé è quello di tracciare il sentiero che collega il sionismo cristiano della prima metà dell’800 al sionismo nato successivamente nell’ambito del mondo ebraico europeo. Il primo consiste in quelle posizioni del protestantesimo e anglicanesimo che, dalla terza decade del diciannovesimo secolo fino al primo conflitto mondiale, sostenevano l’auspicabilità di far ‘tornare’ gli ebrei alla supposta terra di origine come atto di redenzione e di eliminazione di un ‘problema’ europeo. E’ da osservare che per i cristiano-sionisti, prevalentemente protestanti e anglicani la questione ebraica emanava dalla loro stessa concezione antisemita in quanto – dopo aver per secoli  contribuito teologicamente e praticamente a castigare “l’ebreo” in nome della cristianità – imputavano ai medesimi ebrei un’ innata volontà di rifiutare ogni integrazione. Ergo, meglio rispedirli al loro mitologico luogo d’origine.

Pappé evidenzia l’integrazione tra le visioni cristiano-sioniste ed il personale politico che andava formulando le politiche imperialiste britanniche nell’area mediorientale sia per il periodo in cui Londra sosteneva l’impero ottomano, che per la fase in cui mirava a subentrarvi. In conclusione, le due correnti rappresentate dal sionismo cristiano e da quello nazionalista ebraico confluirono “in una potente alleanza che trasformò l’antisemita e millenaristica idea del trasferimento degli ebrei dall’Europa alla Palestina in un concreto progetto di colonizzazione a spese della popolazione autoctona della Palestina. Quest’alleanza diventò di pubblico dominio con la proclamazione della Dichiarazione Balfour il 2 novembre 1917 –  una lettera del ministro degli esteri britannico ai leader della comunità ebraica inglese in cui in pratica veniva promessa la creazione di un focolare nazionale ebraico in Palestina” (p. 19, mia traduzione).

Il terzo capitolo del libro discute l’affermazione sionista di rappresentare tutto l’ebraismo. Questo, scrive l’autore, alla fine dell’Ottocento si divideva in due gruppi, formati rispettivamente da ebrei religiosi chiusi nelle proprie comunità e da ebrei  riformatori e laici il cui modo di vita non si distingueva dal resto della popolazione (purché del medesimo ceto sociale, aggiungo) eccetto per alcune ricorrenze. In ambo i casi il movimento sionista fu visto negativamente e in proposito Pappé cita dichiarazioni di rabbini e di varie autorità ebraiche. Particolarmente dura contro il sionismo appare, nello stesso periodo, la posizione del movimento riformatore ebraico statunitense. Esistevano però già allora dei rabbini che appoggiavano l’idea base del programma sionista e, sebbene minoritari, essi segnalarono la nascita dell’ala religiosa del sionismo oggi dominante. Per la maggioranza dei rabbini il sionismo costitutiva una grave violazione del dettato religioso-metafisico secondo il quale il ‘ritorno’ degli ebrei si sarebbe avverato solo con l’arrivo del Messia mentre per il gruppo minoritario il sionismo costituiva la realizzazione del dettato biblico. L’ostacolo principale all’accettazione del neonazionalismo da parte dei religiosi risiedeva però nella dimensione antropologico-culturale del sionismo il quale, in tutte le sue componenti, si proponeva di creare un nuovo ebreo, non particolarmente religioso, lavoratore agricolo e combattente, fisicamente robusto e non stortignaccolo come invece veniva raffigurato dalla propaganda antisemita pienamente condivisa dai sionisti.

Nella creazione dell’immagine del ‘nuovo ebreo’  i sionisti modificarono l’uso della Bibbia trattandola come un libro di storia effettivamente accaduta concentrandosi sul possesso del territorio promesso da “Elohim” a Moshé. Furono soprattutto i movimenti del sionismo socialista ad usare la Bibbia in senso storico da cui, come ammise uno dei loro esponenti, scaturì “il mito del nostro diritto di possedere questa terra” (p. 31). Arrivati in Palestina con simili idee in testa, i coloni non potevano che vedere i legittimi abitanti come degli alieni sebbene i veri stranieri fossero i nuovi arrivati: spulciando negli archivi israeliani ove sono conservati dei diari degli immigrati dei primi del ‘900, Pappé riporta dei passi illuminanti in quanto riflettono il bagaglio culturale orientalista, nel senso di Edward Said, (3) a sua volta mutuato dalla cultura profondamente eurocentrica e/o russocentrica, di cui i coloni e i loro mentori teorici erano zuppi fino al midollo (lo stesso Max Nordau, il vice di Herzl, che pur aveva colto bene la realtà che la Palestina fosse ormai sposata ai palestinesi, era un’espressione estrema e preoccupante dell’eugenismo eurobianco). Se Ilan Pappé avesse preso in considerazione l’antico ma validissimo saggio di Maxime Rodinson, uno dei maggiori mediorientalisti e pensatore marxista, avrebbe trattato il tema del rapporto sionismo e ebraismo con maggiore chiarezza. (4)  Secondo Pappé nel corso della storia varie popolazioni si sono costituite come gruppo nazionale e quindi anche gli ebrei possono passare attraverso un simile processo. Tuttavia, osserva, se ciò implica la spoliazione ed espulsione di un altro popolo la richiesta di autonomia nazionale diventa illegittima. Ma gli ebrei non sono un popolo a sé, essi appartengono alle nazioni dove abitano per cui il sionismo sarebbe rimasto un movimento marginale senza gli eventi in Germania negli anni Trenta e quelli terribili degli anni Quaranta del secolo scorso. A mio avviso Pappé avrebbe dovuto prima smantellare sia l’idea di popolo ebraico, che l’idea di una Terra di Israele, indipendentemente dal fatto che la Palestina fosse abitata o meno. Esplicitamente e stranamente Ilan Pappé non dà importanza all’assioma fondatore del sionismo, vale a dire la presunta continuità tra gli ebrei dell’antichità e quelli degli ultimi duemila anni. Egli afferma, a ragione, che anche altri casi di colonialismo di insediamento hanno visto i loro fautori appellarsi a concezioni religiose. A mio avviso, la demolizione che la leggenda della continuità tra ebrei antichi e moderni ha subito dal lato storico-antropologico è molto importante, a cominciare da Koestler 50 anni or sono, per arrivare a Shlomo Sand, docente di Storia all’Università di Tel Aviv autore di due recenti volumi sul tema. (5)

Tutti i sionisti hanno sostenuto, e – se non fossero ormai dominati da una visione biblico-religiosa della Palestina alla stregua dei fondamentalisti cristiani negli USA – ancora sosterrebbero, che il loro movimento deve essere considerato come un movimento nazionale, al pari di quello risorgimentale italiano e, per alcuni segmenti, addirittura rivoluzionario in senso socialista. Infatti nel 1920  il partito sionista marxista Paolé Zion fu invitato alla conferenza di Baku, il primo vero e proprio congresso mondiale anticolonialista, organizzata dal governo sovietico e diretta da Grigorii Zinoviev. In quell’occasione si precisò ulteriormente la differenza tra la questione nazionale dal punto di vista marxista rispetto al sionismo. Il documento presentato da Poalé Zion, che sosteneva la colonizzazione ebraica, fu l’unico a ricevere una lunga risposta severamente critica da parte del Partito Comunista russo, PC(b).

I sionisti non considerano dunque la loro ideologia e movimento politico come appartenente alle correnti del colonialismo da insediamento volto inevitabilmente a spodestare la popolazione locale. Il quarto capitolo del volume si propone pertanto di sfatare il mito secondo il quale il sionismo non é colonialismo. Sul piano storico concreto la demolizione risulta assai facile. Ogni persona razionale capisce che c’era una popolazione preesistente, che l’organizzazione dell’insediamento dei coloni, in particolare l’Agenzia Ebraica, si incaricava di acquistare le terre, e sfrattarne i residenti per adibirle unicamente alla costruzione di insediamenti ebraici. Così, ad esempio, nacque Tel Aviv nel 1909. La Naqba cominciò subito, addirittura prima della fondazione ufficiale del movimento sionista. Di fronte a tale realtà la reazione sionista si incentra sull’affermazione della priorità ebraica in quanto gli ebrei avrebbero il diritto e, secondo l’ideologia sionista mai emendata, il dovere  di  ritornare alla loro legittima terra. Un ulteriore pilastro della posizione sionista risiede nella negazione del carattere  storico e permanente della presenza palestinese sul territorio presentandola come labile e circonstanziale in un paese sostanzialmente disabitato e arretrato. Il tutto poi si condensava nei tre slogan delle organizzazioni coloniali sioniste operanti in Palestina: conquista della Terra, lavoro ebraico, produzione nazionale. Si intende ovviamente solo produzione dello Yishuv ebraico, (Yishuv significa insediamento), con la quale si preconizza la formazione di uno Stato nazionale esclusivamente ebraico. Da ciò scaturisce la posizione storiografica ufficiale israeliana che, come scrive Pappé “rifiuta ai Palestinesi perfino un modico di diritto morale a resistere alla colonizzazione ebraica della loro patria che iniziò nel 1882” (p.43). Il capitolo mostra come ogni atto della colonizzazione abbia sistematicamente comportato la spoliazione dei palestinesi. Pappé riporta che la popolazione locale accolse positivamente i primi arrivi stabilendo con gli immigrati dei buoni rapporti non ricambiati dai coloni. Fu quando emerse la volontà sionista di espropriare i fellahin – contadiniche cominciarono gli scontri. In Israele i moti del 1921 e del 1929, in quest’ultimo caso ci furono delle uccisioni di ebrei a Hebron, vengono raccontati come esplosioni di antisemitismo ma in realtà la loro natura fu diversa. Su questo punto Pappé apporta un chiarimento molto importante. Nel 1928 le autorità britanniche proposero una rappresentanza paritetica tra ebrei dello Yishuv e i palestinesi.  Fino al 1928 i dirigenti dello Yishuv erano favorevoli a tale rappresentanza mentre i leader palestinesi erano contrari. Ma, sottolinea Pappé, nel 1928 la dirigenza palestinese accettò la proposta britannica e furono invece le organizzazioni sioniste a rifiutarla. L’insurrezione palestinese del 1929 nacque da questo rifiuto. Avviandosi alla conclusione del capitolo Pappé scrive che “il Sionismo può essere presentato come un movimento di insediamento coloniale ed il movimento nazionale palestinese come un movimento anticolonialista” (p.47).

DALLA SPOLIAZIONE ALL’ESPULSIONE SISTEMATICA

Dall’inizio della colonizzazione fino al 1945 le organizzazioni sioniste erano riuscite ad accaparrarsi non più del 7% del territorio della Palestina mandataria con una popolazione ebraica che assommava a mezzo milione di persone su un totale di 2 milioni. In aiuto al progetto sionista vennero le Nazioni Unite che, con l’Unione Sovietica in prima fila e in maniera molto più decisa degli USA, posero le basi per la spoliazione dei palestinesi, proponendo la spartizione della Palestina in due Stati. Allo Stato ebraico, con una popolazione minoritaria rispetto all’insieme della Palestina, sarebbe andato il 55% del territorio mentre all’interno stesso dello Stato ebraico la popolazione palestinese ammontava al 45% del totale. La destra nazionalista sionista, il cui referente maggiore fu il giornalista di Odessa, inizialmente totalmente russofono, Vladimir Jabotinski, ha sempre sostenuto molto apertamente che la Palestina – quantomeno dal Giordano al Mediterraneo, quindi l’area che oggi costituisce l’intero territorio sotto il controllo d’Israele – dovesse essere ebraica nella totalità o quasi della popolazione. Pertanto i seguaci di Jabotinski hanno sempre auspicato un trasferimento concordato della popolazione palestinese oltre il Giordano, tanto erano ‘arabi’ come gli abitanti dei paesi vicini. Un ottimo esempio di ciò che Edward Said ha definito come ‘orientalismo’. Della stessa esatta posizione erano i sionisti socialisti, specialmente l’ala facente capo a David Ben Gurion, di gran lunga maggioritaria. La differenza riguardo i nazionalisti consisteva nel fatto che i sionisti socialisti non lo dicevano apertamente esprimendo la loro posizione in scritti, memorie e dichiarazioni all’interno degli organismi delle loro istituzioni tramite le quali controllavano in tutto e per tutto la vita dello Yishuv. In tal senso Pappé riporta affermazioni di Ben Gurion e quelle del maggiore ideologo in situ dell’espansione coloniale sionista, il socialista Berl Katzenelson. Anche per i sionisti socialisti  il trasferimento (espulsione) degli ’arabi’ doveva avvenire fuori dalla Palestina e quando nel 1937 gli inglesi proposero di spostare dei palestinesi all’interno stesso dei territori mandatari sia Ben Gurion che Katzenelson espressero il loro disappunto: per loro le destinazioni degli abitanti della Palestina dovevano essere la Siria e l’Iraq.  E’ da sottolineare che per trasferimento concordato della popolazione ‘araba’ della Palestina verso i paesi ‘arabi’ si intendeva un accordo di espulsione da raggiungere con le autorità di detti paesi sopra la testa della popolazione palestinese la quale, come già successe con la famigerata “dichiarazione Balfour” del 1917, non doveva in alcun modo essere interpellata. Lo storico palestinese-israeliano Nur Masahla in due ottimi lavori ha analizzato sia la formulazione da parte sionista dell’idea di trasferimento della popolazione autoctona, che il terreno e le condizioni di attuazione violenta nel 1948. (6) I suoi lavori si accompagnano benissimo col noto volume di Ilan Pappé sulla pulizia etnica della Palestina.

Nel 1937, riporta Pappé, in una lettera a suo figlio Amos, Ben Gurion aveva già preconizzato l’eventualità di un’espulsione violenta dei legittimi abitanti della Palestina. Questa avvenne dal dicembre del 1947 alla fine del 1948 ed é nota col termine di Naqba che in arabo significa catastrofe. Il governo del neo-Stato di Israele era ben consapevole dell’enormità di ciò che aveva combinato, soprattutto in considerazione della risoluzione dell’ONU 194 votata nel dicembre del 1948 che menzionava il diritto dei profughi di ritornare alle loro case ed a ricevere degli indennizzi. La risoluzione dell’ONU riconosceva di fatto responsabilità di Israele nel causare l’esodo, fermandosi però ad un passo dalla richiesta di misure di pressione e anche qui grazie soprattutto al lavoro pro-israeliano della delegazione sovietica dato che allora Stalin attribuiva la colpa della guerra del 1948 interamente ai paesi arabi ed alla Gran Bretagna. In tale contesto, il governo israeliano si pose il problema di come reagire alla questione dei profughi palestinesi sul piano dell’immagine e dei rapporti internazionali. Nacque così il mito di un esodo palestinese eterodiretto dai governi ‘arabi’ alimentato dalla promessa di ritornare vincitori. Il quinto capitolo del libro di Pappé intende smantellare tale mito e così facendo ci svela delle informazioni importanti circa l’attendibilità delle fonti storiografiche israeliane.

E’ doveroso dire che la parte di questo mito riguardo l’appello dei governi arabi alla popolazione palestinese – delle zone corrispondenti allo Stato ebraico proposto dalla commissione dell’ONU – a lasciare le loro case, venne dimostrata falsa già alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso da un giornalista irlandese della BBC, Erskine Barton Childers che sull’argomento scrisse nel 1961 un famoso articolo apparso sulla rivista britannica The Spectator. (7) Più recentemente l’esistenza di esortazioni a partire è stata smentita anche da uno storico statunitense molto filo-israeliano, Howard Sachar, il quale, nel suo noto libro di testo sulla storia di Israele, ha scritto di aver cercato delle prove in lungo e in largo senza riuscire a trovarle. (8) Dal canto suo Pappé riporta che dopo l’elezione di Kennedy alla presidenza degli Stati Uniti, David Ben Gurion fece commissionare una ricerca per dimostrare che nel 1948 i palestinesi delle zone assegnate allo Stato ebraico furono sollecitati a partire da appelli in tal senso da parte dei governi vicini. La mossa di Ben Gurion nasceva dal fatto che il neopresidente USA aveva aumentato le pressioni su Israele affinché si decidesse a risolvere la questione dei profughi del 1948. A Ben Gurion serviva della documentazione che scagionasse Israele da ogni responsabilità.

La vicenda della ricerca commissionata dal governo israeliano è assai interessante in quanto le conclusioni firmate dal responsabile della ricerca, Rony Gabay, che poco più tardi emigrerà per sempre in Australia per diventare un docente alla University of Western Australia a Perth, non corrispondono a quanto egli avesse realmente scritto nella sua relazione conclusiva, pertanto oscurata.  Nel 2013 un giornalista di Ha-aretz, Shay Hazkani, rivelò al pubblico l’intera storia intervistandone i protagonisti. Nella sua ricerca Gabay, cui era stato permesso l’accesso a documenti riservati, non aveva trovato alcuna prova riguardo i presunti appelli da parte dei governanti ed i media arabi. Le cause dell’esodo furono individuate nelle espulsioni, nelle minacce e nell’intimidazione della popolazione palestinese, cause ribadite nella ricerca di dottorato poi svolta da Gabay.  Nel rapporto finale firmato da Gabay l’esodo di massa é invece attribuito agli appelli dall’esterno. Intervistato da Ha-aretz, Gabay ha ribadito le conclusioni originarie della sua ricerca, nonché di non aver mai scritto il rapporto su cui, invece, appare la sua firma. La verità consiste nel fatto che le conclusioni iniziali non piacquero a Ben Gurion che ne ordinò la riscrittura effettuata da Moshé Maoz, uno dei maggiori orientalisti israeliani che oggi ha delle posizioni molto diverse di quelle ufficiali di allora le quali, piuttosto che la documentazione oggettiva, guidarono le conclusioni consegnate a Ben Gurion nel 1962. Tra le altre cose la vicenda testimonia del fatto che l’affidabilità degli archivi israeliani – la cui costruzione riflette sempre l’obiettivo colonizzatore dei dirigenti e delle istituzioni del paese – é alquanto problematica. Nur Masalha nei suoi lavori è stato un critico puntuale dell’affidabilità dei suddetti archivi mostrando come spesso offuschino le cause della Naqba.

Nel capitolo in discussione, Pappé sottolinea come la guerra del 1948, ufficialmente iniziata dagli Stati arabi all’ indomani della dichiarazione di indipendenza di Israele il 14 maggio, non fu la causa principale dell’esodo dato che oltre la metà di questo era avvenuta già a fine aprile. Inoltre, scrive Pappé, la guerra fu indotta dalla pulizia etnica che da mesi la dirigenza sionista stava conducendo in Palestina. Secondo Pappé é sbagliato pensare che il governo israeliano fosse intenzionato ad arrivare ad un accordo. Nell’arco della sua storia Israele ha mostrato di rifiutare il piano di pace contenuto nella risoluzione dell’ONU 194, approvata questa volta senza opposizione araba, dell’11 dicembre del 1949 che richiedeva, come parte dell’accordo, il rientro incondizionato dei profughi palestinesi alle proprie case, l’internazionalizzazione di Gerusalemme e la la ridefinizione territoriale dei due Stati sulla base delle nuove realtà. Tuttavia proprio durante il periodo della guerra Ben Gurion raggiunse un patto segreto col re hashemita Abdullah circa la spartizione dello Stato Palestinese tra Israele e la Giordania accordandosi quindi sulla sua cancellazione. Analogamente il governo israeliano rifiuterà di prendere in considerazione le proposte siriane del 1949, i tentativi di Nasser alcuni anni dopo (tramite il leader maltese Dom Mintoff), il tentativo di Kissinger del 1972 di mediare col monarca hashemita Hussein riguardo lo status della Cisgiordania, nonché di prendere in considerazione la dichiarazione pubblicamente espressa dal presidente egiziano Anwar Sadat secondo la quale o si intavolavano dei negoziati affinché Israele evacuasse il Sinai, oppure la guerra – che effettivamente scoppiò nell’ottobre del 1973 – sarebbe diventata inevitabile.  Questo é, a mio avviso, il principale capitolo del libro. Esso si conclude con delle considerazioni da parte dell’autore circa la necessità di arrivare ad un riconoscimento giuridico ufficiale della Naqba per dar vita ad un processo simile a quello avvenuto in Sudafrica.

Il sesto ed il settimo capitolo possono essere esaminati congiuntamente. Molti dei temi del settimo, che tratta del mito di Israele come unico Stato democratico nel Medioriente, appartengono in realtà alla fase storica che va dal 1949 alla guerra del giugno 1967 nei confronti della quale il sesto capitolo si propone di smontare l’idea che fosse stata una guerra preventivo-difensiva imposta dalla concentrazione di truppe egiziane nel Sinai. Molto opportunamente Pappé rimonta al 1960 in cui si verificò una situazione analoga con Nasser che inviò delle truppe nel Sinai. Il contesto era il medesimo del 1967: il tentativo di Israele di impossessarsi delle acque del Giordano alle sue fonti, nonché della zona smilitarizzata al confine con le alture del Golan. Ciò portava a ripetuti scontri militari con la Siria che allora faceva parte con l’Egitto della Repubblica Araba Unita. Perché dunque la guerra non scoppiò nel 1960? Il fatto che in quell’occasione Nasser non avesse richiesto lo sgombero delle forze dell’ONU dagli Stretti di Tiran, all’imboccatura del Golfo di Aqaba sul Mar Rosso, non può essere preso come l’elemento principale di differenza tra i due eventi. Infatti l’azione di Nasser nel 1960 costituiva una violazione degli accordi presi dopo la guerra franco-anglo-israeliana del 1956. Mentre USA e URSS avevano imposto ai due vecchi rottami euroimperialisti un ritiro immediato e senza condizioni, per sloggiare Ben Gurion dal Sinai e dalla striscia di Gaza ci vollero oltre due mesi. Il ritiro di Israele avvenne dopo che il Sinai fu dichiarato zona smilitarizzata sotto garanzia dell’ONU, con i caschi blu posti a sorveglianza degli Stretti di Tiran al fine di assicurare il libero passaggio delle navi israeliane provenienti dal Mar Rosso e dirette al piccolissimo porto di Eilat, vicino ad Aqaba. Sebbene i ‘falchi’ israeliani mordessero il freno, Ben Gurion, ossessionato di trovarsi con troppa popolazione araba sotto giurisdizione israeliana, vietò nel 1960 tassativamente ogni azione militare globale. In questo fu aiutato dal Segretario Generale dell’ONU Dag Hammarskjöld  il quale criticò duramente Nasser per la violazione dello status del Sinai esigendo ed ottenendo il ritiro delle forze egiziane.

Al cospetto degli eventi di sette anni prima la situazione sviluppatasi da marzo a giugno del 1967 si situava in un contesto interno israeliano completamente diverso. Ben Gurion, osserva Pappé, aveva lasciato la direzione del paese e questa volta per sempre e ciò aveva ridato fiato ai ‘falchi’, cioè a coloro che ambivano alla conquista definitiva di tutta la Palestina. Sul piano regionale Nasser si trovava a combattere contro l’Arabia Saudita nello Yemen e la performance militare egiziana non era tra le migliori. Inoltre il governo israeliano era molto preoccupato dai movimenti nazionalistici palestinesi anti-Hussein in Cisgiordania, che si svolgevano ad ondate crescenti dal 1963. Pappé si concentra prevalentemente sulla volontà dei ‘falchi’ di conquistare la Cisgiordania e completare così l’operazione del 1948. E’ necessario quindi approfondire la presentazione del quadro politico che precedette la guerra del 1967.

Ad indebolire il regime hashemita fu la sua passività nei confronti delle violente operazioni di rappresaglia israeliane in risposta a tentativi di infiltrazione e di rientro di contadini palestinesi resi profughi sia dalla Naqba del 1948 sia dalla conquista, dopo il 1949, da parte dell’esercito israeliano della zona cuscinetto smilitarizzata stabilita con gli accordi di Rodi del 1949. In questo caso furono i kibbutzim – spesso appartenenti all’estrema sinistra sionista – ed i moshavim a spingere per ripulire i territori di frontiera dai palestinesi rimasti (che avrebbero dovuto essere cittadini di Israele) e prendersi di conseguenza le loro terre. Vi fu quindi una seconda e meno conosciuta Naqba anche negli anni successivi alla fine della guerra del 1948. Con la formazione nel 1964 di Al-Fatah fondato e diretto da Yasser Arafat iniziarono una serie di attività basate prevalentemente sulla posa di mine sulle strade lungo la linea armistiziale del 1949 chiamata linea verde, creando in tal modo nuove occasioni rappresaglie israeliane sempre dirette contro i civili palestinesi. L’11 novembre del 1966 una camionetta dei reparti di frontiera saltò in aria lungo la linea verde, causando la morte di tre soldati israeliani. Due giorni dopo Israele lanciò un’operazione di rappresaglia contro il villaggio di Samu, a sud di Hebron, investendo ed uccidendo forze giordane, facendo esplodere decine di abitazioni e sequestrando circa un centinaio di civili. Bisogna tener presente che dal 1963 erano in corso  incontri segreti tra Re Hussein di Giordania e Golda Meir e Abba Eban per arrivare ad accordi di pace e di sicurezza riguardo le frontiere. L’operazione di Samu, in cui Israele attaccò violentemente l’esercito e la polizia della Giordania mentre essi facevano di tutto per impedirne le infiltrazioni in Israele, ebbe tre effetti. Da un lato mandò in frantumi il lavorio dei contatti tra le due parti, dall’altro indebolì enormemente la posizione di Hussein di Giordania che dovette far fronte a massicce manifestazioni di protesta. Ma é il terzo aspetto ad essere il più rilevante. L’operazione contro il villaggio di Samu convinse il comando israeliano che per conquistare la Cisgiordania sarebbe bastata una forza militare assai ridotta.

LA GUERRA DEI SEI GIORNI

Sebbene l’attacco a Samu sia considerato come un elemento importante nel percorso che porterà al conflitto militare generalizzato, la chiusura del cerchio avvenne nuovamente sul fronte siriano. La dinamica la rivelò proprio uno dei principali falchi, Moshé Dayan in un’intervista a Yediot Aharonot del 1976, ma pubblicata solo oltre vent’anni dopo il 27 aprile del 1997. Nell’intervista Dayan é perentorio: la Siria, afferma, non é mai stata una minaccia per Israele. Egli continua dicendo che ogni anno, all’inizio della stagione agricola, l’esercito israeliano mandava un trattore nella zona smilitarizzata al confine spingendolo sempre più avanti fintanto che i siriani non cominciavano a sparare e a quel punto Israele faceva intervenire l’esercito e l’aviazione. Nel 1967 lo scontro  – che, afferma Dayan, era per l’80% dei casi provocato da Israele – si spinse molto avanti con una battaglia aerea in aprile sui cieli di Damasco assieme a bellicose dichiarazioni da parte di alti militari israeliani riguardo un eventuale colpo al regime baathista. Fu in questo contesto che Nasser inviò le truppe nel Sinai, chiedendo poco dopo il ritiro dei caschi blu dell’ONU dagli stretti di Tiran. Infatti, malgrado lo scioglimento in precedenza della Repubblica Araba Unita, l’Egitto rimaneva legato alla Siria da un patto di alleanza. Ed é qui che sorge la questione del pericolo mortale che doveva fronteggiare Israele giustificando così l’attacco aereo scatenato il 5 giugno del 1967.

In maniera sorprendente Pappé tratta della questione senza alcun mordente perdendosi in osservazioni di dettaglio. Stranamente non menziona il grande dibattito sul pericolo di sterminio che si sviluppò sulla stampa israeliana, ed esclusivamente in ebraico, dopo la vittoria nella guerra di giugno. Il mito che Israele stesse correndo un rischio mortale per cui l’attacco del 5 giugno fu un’operazione preventiva dettata dalla necessità – non vogliamo un pollice di territorio arabo dichiarò Dayan confermando appunto nei fatti questa posizione, si fa per dire – fu smantellato per intero da quel dibattito diretto prevalentemente da generali che durò dal mese di febbraio del 1968 addirittura fino al 1972. Uno dopo l’altro, generali come Itzhak Rabin, capo di Stato maggiore durante la guerra, Haim Bar-Lev, un altro capo di Stato maggiore, Ezer Weizmann, capo del settore operativo, Maititiahu Peled, comandante dei sistemi logistici, affermarono senza mezzi termini che alla vigilia della guerra l’esistenza di Israele non era assolutamente in pericolo. Il più succinto e preciso fu il generale Ezer Weizmann che dal 1993 al 2000 diventerà il presidente dello Stato di Israele. Su Maariv del 4 aprile del 1972 Weizman dichiarò che “non c’é mai stato alcun pericolo di sterminio. Questa ipotesi non venne mai presa in considerazione in alcuna riunione importante”. (9) Nella fatidica riunione del gabinetto del Primo Ministro Levi Eshkol nella notte tra il primo ed il 2 giugno Matitiahu Peled ricoprì il ruolo principale nello spingere il governo ad attaccare. Il figlio di Peled, Miko, da anni residente in California e attivista in favore dei diritti dei palestinesi, é andato a spulciare nei verbali desecretati delle riunioni del Consiglio dei Ministri dell’epoca. Miko riporta quanto suo padre Matitiahu disse al primo ministro israeliano Levi Eshkol:  “Noi sappiamo che l’esercito egiziano non è pronto per la guerra… abbisogna ancora di un anno e mezzo per prepararvisi. A mio avviso lui (cioè Nasser, J.H.) conta sull’esitazione del governo israeliano. Agisce sulla base della sicurezza che non oseremo colpirlo… abbiamo il diritto di sapere (dal Governo, J.H.) perché dobbiamo essere costretti a subire quest’umiliazione… forse nell’occasione di questa riunione potremmo ottenere delle spiegazioni” (https://mikopeled.com/category/articles-in-hebrew/, mia traduzione dall’ebraico). La guerra del 1967 non fu una scelta obbligata, scaturì dalla volontà di terminare l’opera del 1948 e nel caso dell’aggressione alla Siria, come racconta Dayan nella succitata intervista, dalla cupidigia colonialista dei kibbutzim – quindi della sinistra israeliana di cui i kibbutzim erano l’asse portante anche sul piano militare – verso le terre agricole e le fonti acquifere del Golan, cosa che richiedeva non solo l’occupazione dell’altipiano ma anche l’espulsione della sua popolazione arabo-druza, puntualmente effettuata.

Prima parte (Continua)

(*) Una correzione e spiegazione.

In questa mia recensione del libro di Ilan Pappé “Ten Myth about Israel” ho attribuito a Max Nordau, cofondatore con Theodor Herzl dell’Organizzazione Sionistica Mondiale, la frase secondo la quale la promessa sposa (la Palestina) era già maritata. Sebbene questa espressione circolasse negli ambienti ebraici essa non é ascrivibile a Max Nordau. Mi scuso di fronte alle lettrici ed ai lettori per la mia inesattezza. Tuttavia Max Nordau espresse sì un giudizio sullo stato della Palestina come già popolata ma in maniera molto più netta e significativa della summenzionata frase metaforica.

A riportare la vicenda fu, nel lontano e fatidico 1967, il professor Zwi Werblowsky  – allora Preside della Facoltà di Dscipline Umanitische dell’Università Ebraica di Gerusalemme – in un articolo pubblicato sul numero speciale della rivista di Jean Paul Sartre Les Temps Modernes dedicato al conflitto mediorientale. Riproduco per intero il testo in francese mettendo la traduzione tra parentesi. Scriveva Werblowsky:

Buber rapporte que Max Nordau, entendant parler pour la première fois de l’existence d’une population arabe en Palestine courut trouver Herzl et s’écria: “Je ne savais pas cela; mais alors nous commettons une injustice.” 

[Buber (il famoso filosofo, n.d.a.) riferisce che Max Nordau, sentendo parlare per la prima volta dell’esistenza di una popolazione araba in Palestina corse da Herzl  e esclamò: “non sapevo di questo fatto; ma allora noi commettiamo un’ingiustizia). Da R.J. Zwi Werblowsky: ‘Israel et Erezt Israel’ , in Les Temps Modernes, 22 année, 1967, No. 253 BIS, p. 391.

J.H.

Note

1 Ilan Pappé era originariamente docente di storia presso l’Università di Haifa. Nell’estate del 2006 accettò una cattedra presso la University ofExeter ove insegna tutt’ora. La partenza da Haifa fu dovuta ad un clima di intolleranza verso le sue ricerche e le sue attività, al punto tale di ricevere delle minacce di stile mafioso. Inoltre il direttore del suo dipartimento aveva descritto le sue posizioni come un tradimento sul campo di battaglia. L’università di Haifa aprì nei suoi confronti una procedura per diffamazione poi sospesa ma non chiusa. Pappé che inizialmente proveniva dal sionismo di sinistra per poi abbandonarlo del tutto, ha raccontato la sua esperienza a Haifa nel volume autobiografico Out of the Frame, London: Pluto Press, 2010. Una chiara recensione del libro autobiografico si trova sulla rivista britannica Ceasfire al link seguente: https://ceasefiremagazine.co.uk/book-review-pappe/

2 Khalid, Rashidi: Palestinian Identity: The Construction of Modern National Consciousness, Columbia University Press, 1997. Negli USA lopera ha ricevuto dei premi importanti.

3 Edward Said, Orientalismo. L ’ immagine europea dell’Oriente, Feltrinelli, Milano, 2013, pp. 395

4 Maxime Rodinson: Israel fait colonial? in: Les Temps Modernes, 1967, no. 253 BIS, pp. 17-88.

5 Shlomo Sand: L’invenzione del popolo ebraico, Milano: Rizzoli 2010; nonché: The Invention of the Land of Israel: From Holy Land to Homeland, London: Verso, 2014. Le ricerche di Sand toccano gli aspetti geografici e antropologici della storia degli ebrei antichi. Egli svolge le seguenti osservazioni. (1) Non vi fu alcuna deportazione della popolazione palestinese, ebraica quindi, da parte dei romani. Le legioni non producevano cibo ma ne avevano bisogno e questo proveniva dalla terra lavorata dai contadini palestinesi (dagli ebrei) del tempo. (2) Sand stima a 4 milioni le persone di religione ebraica su un’area che andava dalla Persia alla Mesopotamia, alla Palestina, allo Yemen financo all’ Africa centrale. Si tratta di un numero enorme data l’epoca che non poteva essere raggiunto senza azioni di proselitismo. Pertanto la stragrande maggioranza delle persone di religione ebraica non aveva nulla a che vedere con la Palestina. (3) la scarsa consistenza di ebrei in Palestina all’epoca dell’arrivo dei primi coloni sionisti, era dovuta alla loro conversione all’Islam attraverso i secoli. Sand riporta che Ben Gurion ne era consapevole il quale affermò che i palestinesi moderni erano i discendenti degli antichi ebrei. (4) Il mito della discendenza degli ebrei moderni dall’antichità é stato creato da ebrei sionisti di estrazione ashkenazita prevalentemente abitanti dell’impero zarista. A tal proposito Sand sostiene la stessa tesi di Arthur Koestler circa la conversione in massa all’ebraismo della popolazione khazara originaria del Mar Caspio. In tal senso considero rilevanti anche le ricerche condotte dagli eminenti archeologi israeliani Israël Finkelstein e Neil Asher Silberman : La Bible dévoilé e : Les Nouvelles révélations de larchéologie, Paris: Bayard, 2002; ristampato nelle edizioni tascabili FOLIO della Gallimard.

6 Nur Masalha: Expulsion of the Palestinians: The Concept of “Transfer” in Zionist Political Thought, 1882-1948 . Beirut: Institute of Palestine Studies, 1992; A Land without a People: Israel, Transfer and the Palestinians, 1949-96. London: Faber & Faber, 1997.

7 https://web.archive.org/web/20091015133337/http://www.users.cloud9.net/~recross/israel-

watch/ErskinChilders.html

https://archive.org/details/HistoryOfIsraelFromTheRiseOfZionismToOurTimeAHowardMSachar1977

9 Lelenco delle dichiarazioni degli esponenti militari e politici israeliani del periodo si trova tradotto in inglese sul sito di Alan Hart:

http://www.alanhart.net/the-lies-about-the-1967-war-are-still-more-powerful-than-the-truth-2/




Mi rifiutavo di credere che Tel Aviv praticasse la segregazione nelle scuole materne – fino a quando ne ho visitata una

Orly Vilnay

21 gennaio 2018, Haaretz

Con il beneplacito del Comune, i bambini dei richiedenti asilo africani e i bambini del raffinato quartiere di Tzahala non giocano insieme.

Non volevamo credere alla donna del nord di Tel Aviv che ci ha parlato della segregazione. Pensavamo si stesse immaginando delle cose quando disse che ci sono scuole materne separate per bambini bianchi e neri nel quartiere Tzahala di Tel Aviv. Ma lei insisteva. Così siamo andati nel complesso della scuola materna di Tzahala e continuavamo ad andare avanti e indietro tra le aule assimilando l’incredibile vista: una scuola materna era piena di bambini bianchi; l’altra di bambini neri. In Israele, 2018.

Quando effettivamente si vede la segregazione in atto a nord di Tel Aviv, improvvisamente si capisce la lotta di Sheffi Paz – una delle leader più esplicite del movimento di protesta contro i richiedenti asilo che vivono a sud di Tel Aviv. Per anni ha urlato che nessuno sarebbe stato d’accordo nel far “invadere” il proprio quartiere dagli stranieri – e qui a nord di Tel Aviv gli abitanti stanno facendo esattamente ciò che lei rivendica.

All’inizio le intenzioni erano buone. Il Comune di Tel Aviv era nel giusto quando ha preso la decisione di “disperdere” i bambini dei richiedenti asilo e non concentrarli nel sud della città. Nell’attuale anno scolastico, il numero di bambini stranieri in età prescolare è raddoppiato e l’idea è stata che, se c’erano madri richiedenti asilo che lavoravano a nord di Tel Aviv, sarebbe stato opportuno che i loro figli andassero lì all’asilo. Il Comune fornisce anche il trasporto per i bambini da e per la scuola materna.

Bene, la sede sarà anche cambiata ma la segregazione è stata perfettamente mantenuta. Non vi è alcun contatto tra i figli degli stranieri e i bambini di questo quartiere di lusso. Non giocano insieme e non fanno attività insieme. Niente di niente. Bianco e nero.

La nostra coordinatrice di programma, Ayelet Arbel, ha contattato la scuola materna e il Comune, fornita di domande da porre come madre di un bambino in età da asilo.

Arbel: “I bambini del sud di Tel Aviv sono lì con loro?”

Insegnante dell’asilo: “No, hanno il loro personale apposta; sono in scuole secondarie separate. “

Arbel: “Non c’è mescolanza tra i bambini?”

Insegnante dell’asilo: “No, nessuna mescolanza. Ma stanno bene anche loro. Non c’è nulla di cui aver paura, sono bravi bambini. “

Arbel: “Non lo metto in dubbio, sto solo chiedendo”.

Insegnante dell’asilo: “No, no, no, loro sono nel loro cortile, hanno il loro personale. Non siamo insieme.”

L’Assessorato all’Istruzione del Comune ha fornito risposte più dettagliate, includendo anche una “analisi antropologica”.

Il rappresentante del servizio municipale di Tel Aviv: “È perché nel sud della città c’è una carenza di spazio e ci sono molti bambini e qui abbiamo spazio, quindi vengono trasportati ogni giorno, e queste sono le scuole dell’infanzia destinate agli stranieri”.

Arbel: “Perché non sono insieme agli altri bambini?”

Impiegato municipale: “Perché in linea di principio sono ospiti. Il Comune assegna i bambini in base alla loro zona di residenza, il che significa che i bambini che vivono in questo quartiere sono assegnati a una scuola in questo quartiere insieme a bambini che sono i loro vicini, che vivono vicino, così si faranno la loro cerchia di amici nella zona.”

Arbel: “È triste.”

Impiegato municipale: “Non è affatto triste, non si preoccupi. Ottengono la migliore istruzione possibile. Considerando quanto sia diversa la loro cultura e i loro standard e livelli di vita – sa, con quello a cui sono abituati – non c’è paragone “.

Arbel: “Sì, certo”.

Impiegato municipale: “Sono stato in Africa, posso dirlo per esperienza.”

Arbel: “L’hanno chiesto i genitori che non stiano insieme?”

Lavoratore municipale: “Non saprei dirlo. Sono dei politici da qualche parte che hanno deciso. Il dieci per cento dei bambini in città sono stranieri e si deve trovare un modo che vada bene. Se avessero detto ‘Dai, viviamo tutti insieme in armonia e mettiamo i bambini di Tzahala insieme ai figli degli stranieri’ penso che la maggior parte dei genitori sarebbe fuggita”.

Quindi, per il bene di quell’impiegato municipale, diciamo che qui non siamo in Africa. Che i richiedenti asilo vivono uno stile di vita completamente israeliano – o almeno ci provano. Che i loro figli sono altrettanto intelligenti, curiosi e innocenti come i nostri figli. E che se i pregiudizi fossero messi da parte e ai bambini fosse permesso “mescolarsi”, anche i bambini di Tzahala ne profitterebbero, forse anche di più.

Che vantaggio c’è per i bambini nel crescere in un ambiente totalmente omogeneo? Che l’unica persona di colore che vedono mai sia lo spazzino? E fino a quando questi bambini continueranno a essere allevati all’esclusione, all’odio e al razzismo?

Il Comune di Tel Aviv ha risposto: “Questi sono gli asili per i bambini della comunità straniera. Il loro rapido aumento numerico ha creato una penuria di spazio per le scuole vicino al loro luogo di residenza. Pertanto, i bambini vengono trasportati in scuole materne distanti e nel pomeriggio vengono trasportati nei doposcuola a sud della città”.

Per dirla tutta: chi ha scritto questo articolo è madre adottiva di un bambino eritreo. È l’unico bambino nero nella sua scuola materna, ma se chiedi ai suoi amici non vedono alcuna differenza tra lui e chiunque altro.

( Traduzione di Luciana Gagliano)




Politica, bugie e registrazioni audio

Omar Karmi

20 gennaio 2018, Electronic Intifada

Le ripercussioni del caotico lavoro di demolizione della soluzione dei due Stati da parte del presidente USA Donald Trump continuano.

Vi è invischiata una regione già in preda a caos e confusione. Vecchie certezze sono state sradicate e tradizionali alleati ed alleanze, alle quali il processo di pace forniva una copertura di comodo per non fare niente, sono stati sconvolti.

Il 14 gennaio persino Mahmoud Abbas, il leader dell’Autorità Nazionale Palestinese, finora così fiducioso in un processo della cui creazione e salvaguardia è stato determinante, è stato spinto a dichiarare che “oggi è il giorno in cui gli accordi di Oslo sono finiti.”

In un rabbioso discorso di due ore e mezza da Ramallah, egli ha annunciato poche conseguenze concrete e gli uomini del suo apparato inviati in seguito a spiegarle sono stati altrettanto vaghi (cosa mai può significare “congelare il riconoscimento di Israele”?).

Tuttavia la frustrazione era reale, e la sua descrizione dello stato delle cose – benché ovvia e in ritardo – esatta.

L’ANP è in effetti un’”autorità senza potere”; a Israele è sicuramente consentita – con la complicità dell’ANP, avrebbe dovuto aggiungere, ma non l’ha fatto – un’“occupazione senza nessun costo”; l’ambasciatore USA in Israele David Friedman è, in effetti, “un colono che si oppone al termine ‘occupazione’” e indubbiamente “un essere umano prepotente.”

Abbas ha avuto anche parole dure per i governi arabi, sostenendo che, se non offriranno ai palestinesi un “aiuto concreto”, possono “andare tutti all’inferno.”

Un problema si muove in Arabia

Non è un segreto che i Paesi arabi, soprattutto, ma non solo, quelli detti “moderati” che includono l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e la Giordania – che sono definiti tali dai circoli occidentali, soprattutto per la loro posizione verso Israele – sono stati per lo più tutto fumo e niente arrosto quando si tratta di Palestina.

Tuttavia essi hanno anche e pubblicamente da tempo tenuto (per lo più) drastiche linee rosse: a parte i Paesi confinanti come Giordania ed Egitto, non ci saranno relazioni diplomatiche complete con Israele finché la “questione” palestinese non sarà risolta. E le ricette per questa soluzione devono includere una (vagamente definita) “soluzione giusta” del problema dei rifugiati, così come (precisata più chiaramente) la costituzione di uno Stato e l’indipendenza per i palestinesi su tutta la Cisgiordania e la Striscia di Gaza con capitale a Gerusalemme est.

Quest’ultima non è mai stata vista come una questione solamente palestinese, ma come più generalmente araba e musulmana. Di conseguenza, la risposta ufficiale alla dichiarazione di Trump a dicembre che Gerusalemme è la capitale di Israele è stata unanime e priva di ambiguità.

Il 13 dicembre l’Organizzazione della Cooperazione Islamica, composta da 57 membri, che include i Paesi arabi e musulmani del mondo, ha inequivocabilmente respinto come illegale la posizione del presidente americano su Gerusalemme e ha dichiarato capitale della Palestina Gerusalemme est.

Poi il 6 gennaio la Lega Araba ha annunciato che gli Stati arabi avrebbero intrapreso un’iniziativa diplomatica alle Nazioni Unite per chiedere il riconoscimento internazionale dello Stato palestinese entro i confini del 1967, con Gerusalemme est come sua capitale.

Fin qui, come molte altre volte. Stavolta, tuttavia, per almeno alcuni di questi Paesi, pare che questa non sia solo vuota retorica: è una totale menzogna.

Il nuovo ordine del mondo (arabo)

Prendete l’Egitto. Mentre l’incontro d’emergenza dell’OIC [Organizzazione della Cooperazione Islamica, ndt.] a Istanbul ha visto la partecipazione di alcuni importanti capi di Stato della regione, compreso il presidente turco che l’ospitava, Recep Tayyip Erdogan, così come del re di Giordania Abdullah e del presidente iraniano Hassan Rouhani, erano significative anche le assenze. Non erano presenti né il re dell’Arabia Saudita Salman (o il suo principe ereditario Mohammad bin Salman) né il presidente egiziano Abdulfattah al-Sisi.

Infatti, anche se il Cairo ha condannato la nuova posizione USA su Gerusalemme, un ufficiale dell’intelligence egiziana sarebbe stato registrato in audio mentre cercava di persuadere importanti personaggi della televisione egiziana a convincere i loro telespettatori ad accettarla, sostenendo in pratica che Ramallah è un posto altrettanto valido di Gerusalemme per stabilirvi la capitale.

Il Cairo ha negato l’informazione, il procuratore di Stato egiziano ha annunciato un’inchiesta sull’articolo del New York Times che ha fatto la denuncia e le personalità della televisione di cui sopra hanno da allora ritrattato alcuni dei commenti fatti in precedenza.

Ma il Times ha confermato le proprie informazioni e, nell’attuale clima politico, non suonano per niente false. E non ci dovrebbe essere alcun dubbio che quello che alcuni governi arabi stanno sostenendo in merito al destino di Gerusalemme evidenzi fino a che punto i dirigenti e governi arabi siano diventati vulnerabili alle pressioni esterne.

La debolezza degli Stati arabi corrisponde in generale ad una caratteristica in tutta la regione: scarsa capacità di governo come risultato di sistemi statali autocratici e clientelari che resistono alle idee che vengono da fuori ma dipendono dai finanziamenti e dalla protezione esteri o economie basate su una sola risorsa. Ne conseguono logicamente corruzione, nepotismo, servilismo e stagnazione, con – per parafrasare – il settarismo, l’ultima risorsa delle canaglie.

Gli ultimi anni di rivoluzioni, controrivoluzioni, guerre civili, guerre e invasioni nelle regioni arabe hanno anche visto la questione palestinese scivolare in fondo alla lista delle priorità e perdere il suo ruolo come sfogo sicuro per la rabbia popolare. E poi c’è l’Arabia Saudita.

Rivoluzione a Ryadh

L’assunzione di una posizione di rilievo del principe ereditario Mohammad bin Salman, spesso indicato come MBS, ha sconvolto la tradizionale politica regionale e scosso le antiche alleanze e certezze. Decisa a quanto pare a rivolgersi a viso aperto verso uno scontro con l’Iran, la posizione di Riad su altre questioni regionali è improvvisamente diventata imprevedibile.

Yemen, Libano, Siria ed Egitto hanno risentito a vari livelli dei freddi venti del cambiamento in quanto il nuovo potere a Riad sonda il terreno e persegue quelli che ha identificato come gli interessi sauditi, giusti o sbagliati, con energia incontenibile e in modi senza precedenti per l’Arabia Saudita. Sono presunte informazioni saudite sulla prospettiva finale dell’amministrazione Trump per un accordo di pace – qualcosa meno di uno Stato per i palestinesi, non basato sulle frontiere del 1967 e senza Gerusalemme – che questa settimana hanno spinto davvero Abbas a perdere il controllo e gli hanno fatto venire un colpo apoplettico.

Oltretutto fonti vicine ad Abbas hanno fatto sapere che, durante una recente visita, MBS ha fatto pressione sul leader dell’ANP perché accetti il piano di Trump, indicando che Riad ora attribuisce molta più importanza al potenziale aiuto di Israele contro l’Iran rispetto ad ogni pressione per i diritti dei palestinesi.

Per quanto audaci, simili pressioni, su Abbas e su altri, probabilmente falliranno, così come finora sono fallite le recenti avventure saudite in politica estera in altre parti della regione.

In parte, un simile clamoroso scostamento è un cambiamento decisamente troppo rapido da assorbire per i pigri sistemi dello Stato arabo, soprattutto di fronte alla disapprovazione profonda e generalizzata dell’opinione pubblica. E in parte, mentre ciò potrebbe funzionare solo nei Paesi del Golfo, isolati dal denaro, né Egitto né Giordania sono probabilmente in grado di collaborare, anche se i loro dirigenti lo volessero.

Quello che i soldi non possono comprare

Al momento l’Egitto è semplicemente troppo instabile per assorbire troppi sconvolgimenti del sistema. Ancora scosso dalla rivoluzione del 2011 e dalla controrivoluzione del 2013, il Cairo se la deve vedere anche con la contagiosa guerra civile nella vicina Libia, con tensioni in Sudan, con una disputa con l’Etiopia per una diga sul Nilo che potrebbe avere effetti drammatici in Egitto e con una sempre più sanguinosa rivolta nel Sinai.

Al-Sisi potrebbe voler tentare di adeguarsi alla pressione di USA e Arabia Saudita. Le umilianti registrazioni del capitano Ashraf al-Kholi che implora i suoi interlocutori di spiegare la differenza tra Gerusalemme e Ramallah suggeriscono che il Cairo ci ha provato. Semplicemente non può.

L’ultima cosa di cui Al-Sisi ha bisogno, con tutto il resto, è di essere accusato di abbandonare Gerusalemme e i palestinesi. E solo mercoledì il presidente egiziano si è sentito obbligato a ribadire la politica egiziana di lunga data a favore dei due Stati, che rivendica Gerusalemme est come capitale palestinese.

La Giordania ha a lungo dovuto conciliare gli interessi palestinesi e giordani – o sponda ovest ed est del Giordano – e lo ha fatto in gran parte con successo. Ma la destinazione favorita da ogni rifugiato nella regione è satura, impoverita e non disposta a patteggiare la propria custodia di Al-Aqsa [la Spianata delle Moschee a Gerusalemme, ndt.] e dei luoghi sacri cristiani di Gerusalemme per avere la responsabilità di più di due milioni di palestinesi scontenti e riottosi in aree non contigue della Cisgiordania, come prospettato da qualcuno nell’amministrazione Trump.

Infatti Amman ha già messo in chiaro il proprio malcontento, e si dice che avrebbe cacciato tre principi per essere stati troppo vicini a Riad.

I soldi non possono comprarti l’amore, ma ti possono comprare un sacco di dispiaceri. E il dispiacere è ciò che attende Abbas, Abdullah e al-Sisi se dovessero stare al gioco del piano di Trump, che è un buco nell’acqua.

Probabilmente MBS lo capirà presto. Ma a quel punto il gioco sarà completamente cambiato.

Omar Karmi è un ex corrispondente da Gerusalemme e da Washington, DC, per il giornale The National [“Il Nazionale”, giornale degli Emirati Arabi Uniti, ndt.].

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




In Israele cresce il fascismo e un razzismo simile al nazismo dei primi anni

Zeev Sternhell*

19 gennaio 2018, Haaretz

Non desiderano danneggiare fisicamente i palestinesi. Vogliono solo privarli dei loro diritti umani fondamentali, come l’autogoverno nel loro stesso Stato e la libertà dall’oppressione

Mi chiedo spesso come tra 50 o 100 anni uno storico interpreterà la nostra epoca. Quando, si chiederà, il popolo di Israele ha iniziato a capire che lo Stato fondato durante la guerra d’Indipendenza [definizione israeliana della guerra del ’48 contro i Paesi arabi, che portò all’espulsione dei palestinesi ed alla nascita di Israele, ndt.], sulle rovine dell’ebraismo europeo e a costo del sangue dei combattenti, alcuni dei quali erano sopravvissuti all’Olocausto, è degenerato in un vero mostro per i suoi abitanti non ebrei? Quando alcuni israeliani hanno compreso che la loro crudeltà e capacità di angariare gli altri, palestinesi ed africani, ha iniziato ad erodere la legittimazione morale della loro esistenza come entità sovrana?

La risposta, potrebbe dire questo storico, era insita nelle azioni di membri della Knesset  come Miki Zohar [parlamentare del Likud, ndt.] e Bezalel Smotrich [parlamentare di estrema destra] e nelle leggi proposte dalla ministra della Giustizia Ayelet Shaked [del partito di estrema destra “Casa ebraica”, ndt.]. La legge sullo Stato-Nazione, che assomiglia a ciò che venne formulato dai peggiori ultra-nazionalisti europei, è stata solo l’inizio. Dato che nelle sue manifestazioni su viale Rothschild [una delle principali vie di Tel Aviv, ndt.] la sinistra non ha protestato contro di essa, ciò ha funzionato come un primo chiodo sulla bara del vecchio Israele, quello la cui Dichiarazione di Indipendenza rimarrà come un pezzo da museo. Questo reperto archeologico insegnerà alla gente quello che Israele avrebbe potuto diventare se la sua società non fosse stata disintegrata dalla devastazione morale provocata dall’occupazione e dall’apartheid nei territori [palestinesi occupati, ndt.].

La sinistra non è più in grado di controllare l’ultranazionalismo tossico che vi si è sviluppato, del genere il cui ceppo europeo ha quasi spazzato via la maggior parte del popolo ebraico. Le interviste che il giornalista di Haaretz Ravit Hecht ha fatto a Smotrich e Zohar (3 dicembre 2016 e 28 ottobre 2017) dovrebbero essere diffuse ampiamente su tutti i mezzi di comunicazione in Israele e in tutto il mondo ebraico. In entrambe si nota non solo il crescente fascismo israeliano, ma un razzismo simile al nazismo nelle sue prime fasi.

Come ogni ideologia, la teoria nazista della razza si sviluppò nel corso degli anni. All’inizio si limitò a privare gli ebrei dei loro diritti civili ed umani. È possibile che, senza la Seconda Guerra Mondiale, il “problema ebraico” sarebbe finito solo con l’espulsione “volontaria” degli ebrei dal territorio del Reich. Dopotutto, la maggior parte degli ebrei austriaci e tedeschi lo fece per tempo. È possibile che questo sia il futuro che attende i palestinesi.

Di fatto, Smotrich e Zohar non vogliono danneggiare fisicamente i palestinesi, a patto che non si ribellino ai loro padroni ebrei. Desiderano solo privarli dei loro diritti umani fondamentali, come l’autogoverno nel loro stesso Stato e la libertà dall’oppressione, o di pari diritti nel caso in cui i territori vengano ufficialmente annessi ad Israele. Per questi due rappresentanti della maggioranza alla Knesset, i palestinesi sono destinati a rimanere per sempre sotto occupazione. È probabile che il comitato centrale del Likud la pensi allo stesso modo. Il ragionamento è semplice: gli arabi non sono ebrei, per cui non possono rivendicare il possesso di nessuna parte della terra che è stata promessa al popolo ebraico.

Secondo la concezione di Smotrich, Zohar e Shaked, un ebreo di Brooklyn che non ha mai messo piede in questo Paese è il legittimo proprietario di questa terra, mentre un palestinese la cui famiglia ha vissuto qui per generazioni è uno straniero, che ci vive solo per gentile concessione degli ebrei. “Un palestinese”, ha detto Zohar a Hecht, “non ha diritto all’autodeterminazione in quanto non possiede la terra di questo Paese. Per correttezza accetto che stia qui come residente, sempre che sia nato qui e viva qui – non voglio chiedergli di andarsene. Mi spiace dirlo, ma essi hanno uno handicap fondamentale – non sono nati ebrei.”

Da ciò si può desumere che, anche se tutti loro si convertissero, si facessero crescere i riccioli dalle tempie [tipici degli ebrei ortodossi, ndt.] e studiassero la Torah, non basterebbe. Questa è la situazione riguardo ai richiedenti asilo sudanesi, agli eritrei ed ai loro figli, che sono israeliani a tutti gli effetti Era così anche per i nazisti. Poi arriverà l’apartheid, che potrebbe essere applicato in base a certe circostanze agli arabi che sono cittadini di Israele. La maggior parte degli israeliani non ne sembra turbata.

(traduzione di Amedeo Rossi)

* Nota del traduttore: Zeev Sternhell è un importante storico della politica israeliano di orientamento liberale, esperto nello studio dei fascismi ed apprezzato dallo storico Renzo De Felice e dal filosofo Augusto del Noce, entrambi di destra. È stato insignito del premio “Israel”, uno dei più importanti riconoscimenti accademici israeliani. Membro del gruppo pacifista “Peace now” e critico con la colonizzazione in Cisgiordania, nel 2008 ha subito un attentato dinamitardo ad opera di estremisti di destra israeliani.

 




Una generazione dopo, un altro crimine di guerra

Maureen Clare Murphy

19 gennaio 2018 Electronic Intifada

Un’operazione militare notturna tra la notte di mercoledì e la mattina di giovedì a Jenin, una città del nord della Cisgiordania occupata, non ha rappresentato la prima volta che Israele ha commesso un crimine di guerra mentre inseguiva un membro della famiglia Jarrar.

Più di 15 anni fa i soldati israeliani usarono un civile palestinese come scudo umano quando fecero irruzione nel nascondiglio del leader militare di Hamas Nasser Jarrar, il padre di Ahmad Nasser Jarrar, che Israele sostiene di aver ucciso nella mortale operazione di questa settimana.

Durante l’incidente del 14 agosto 2002 nella città cisgiordana di Tuba furono uccisi sia il civile palestinese, a cui sparò Jarrar, convinto che fosse un soldato israeliano, che il combattente ricercato.

Il civile ucciso era Nidal Abu Muheisen, 19 anni. Si dà il caso che Abu Muheisen fosse il nipote di Ali Daraghmeh, un ricercatore sul campo del gruppo per i diritti umani israeliano B’Tselem.

Daraghmeh, presente alla scena, disse che suo nipote era stato preso dai soldati e obbligato ad andare nella casa di Jarrar con un’arma puntata alla schiena,” affermò all’epoca B’Tselem.

Israele ha fatto frequentemente uso di civili palestinesi come scudi umani durante la Seconda Intifada, nel periodo in cui vennero uccisi Abu Muheisen e Nasser Jarrar.

Nota come la “procedura del vicino”, palestinesi che vivevano nei pressi di case prese di mira sarebbero stati obbligati a “bussare alla porta, individuare oggetti sospetti e camminare davanti ai soldati mentre l’esercito di occupazione circondava il suo obiettivo,” secondo il gruppo per i diritti umani “Adalah” [associazione arabo-israeliana formata da esperti di diritto, ndt.].

Le forze israeliane hanno ripetutamente fatto uso di minori palestinesi come scudi umani durante le invasioni a Gaza.

L’utilizzo di civili come scudi umani è un crimine di guerra in base alle leggi internazionali.

Macchinari da costruzione utilizzato per incursioni letali

Invece di utilizzare scudi umani durante la sua incursione di questa settimana, l’esercito israeliano ha portato con sé mezzi meccanici per l’edilizia e movimento terra pesanti quando ha invaso Jenin.

L’esercito sostiene che stavano cercando membri di una cellula responsabile di aver ucciso la scorsa settimana un colono israeliano nel nord della Cisgiordania.

Israele potrebbe aver utilizzato a Jenin la cosiddetta “procedura della pentola a pressione”, in cui macchinari da costruzione sono utilizzati come un’arma, insieme ad armi da fuoco ed esplosivi, per obbligare palestinesi ricercati ad arrendersi uscendo da un edificio in cui si sono nascosti.

I video postati da Jenin questa settimana sembrano mostrare l’esercito israeliano trasportare macchinari prodotti dalla ditta USA Caterpillar. Ciò include un escavatore blindato Bagger E-349, una versione bellica dell’escavatore idraulico 349E della Caterpillar.

Lo stesso macchinario della Caterpillar è stato utilizzato in una palese esecuzione extragiudiziaria nella città della Cisgiordania di Surif nel luglio 2016 e nelle distruzioni di case per punizione.

Con la procedura “della pentola a pressione”, i palestinesi che rifiutano di arrendersi vengono uccisi quando il macchinario da costruzione ed altri armamenti vengono progressivamente usati per distruggere l’edificio sopra di loro.

Testimoni hanno raccontato ai media che le forze israeliane hanno distrutto la casa di Jenin in cui si erano barricati dei palestinesi.

I mezzi di comunicazione israeliani hanno informato che uno scontro a fuoco è scoppiato quando le forze di occupazione sono arrivate alla casa in cui secondo l’esercito si erano rifugiate persone ricercate.

Tre case di proprietà della famiglia Jarrar sono state distrutte durante l’incursione.

Israele demolisce metodicamente case di proprietà delle famiglie di sospetti aggressori. Le demolizioni punitive delle case sono un atto di punizione collettiva e sono crimini di guerra in base al diritto internazionale.

Informazioni contrastanti

Giovedì ci sono state informazioni contrastanti sull’identità dell’uomo ucciso durante l’incursione di questa settimana.

Israele sostiene di aver ucciso Ahmad Nasser Jarrar, il figlio del combattente di Hamas ucciso nel 2002 e che Israele afferma sia stato responsabile dell’uccisione la scorsa settimana di un rabbino di una colonia.

Ma la famiglia Jarrar ha annunciato che Ahmad Nasser Jarrar è riuscito a scappare prima dell’incursione ed è fuggito disarmato.

Il ministro della Sanità dell’Autorità Nazionale Palestinese ha identificato la persona uccisa come Ahmad Ismail Jarrar, un cugino di Ahmad Nasser Jarrar.

La madre di Ahmad Nasser Jarrar ha detto ai media di aver visto un corpo quando ha lasciato la sua casa, “ma non ho potuto identificarlo e non confermo che si trattasse di mio figlio.”

Altri cinque palestinesi sono rimasti feriti durante l’incursione. Due soldati israeliani sono stati feriti, uno dei quali in modo grave.

Centinaia di palestinesi si sono scontrati con i soldati israeliani durante il massiccio raid durato alcune ore.

Finora quest’anno cinque palestinesi, tre dei quali minori, sono stati uccisi dalle forze israeliane. Il colono ucciso la scorsa settimana è l’unico israeliano assassinato dai palestinesi fino ad oggi nel 2018.

(traduzione di Amedeo Rossi)




La notizia che il Belgio pagherà 3 anni di aiuti UNRWA in anticipo è sbagliata

Ali Abunimah

19 gennaio 2018, The Electronic Intifada

Il Belgio ha goduto di ottima stampa quando i media hanno riportato che avrebbe aumentato i fondi di sostegno ai rifugiati palestinesi a fronte dei tagli dell’amministrazione Trump agli aiuti USA all’UNRWA

Ma si scopre che tutto ciò è stato mal riferito. Il Belgio non intende versare subito i contributi di tre anni.

E il denaro che intende devolvere nei prossimi tre anni prevede un aumento solo dell’1%.

Perciò la crisi finanziari dell’UNRWA, la peggiore della sua storia, è lungi dall’essere risolta – e, con gli ulteriori tagli annunciati dagli USA, sembra peggiorerà ulterioremente.

    1. La confusione belga

Mercoledì l’Associated Press ha riferito che “il Belgio è intervenuto per aiutare l’agenzia ONU che assiste i rifugiati palestinesi, stanziando immediatamente 23 milioni di dollari [circa 19 milioni di euro] dopo che l’amministrazione Trump ha sospeso i 65 milioni di dollari di aiuti all’organizzazione internazionale.”

L’AP ha aggiunto: “19 milioni di euro sono la quota del Belgio per tre anni, ma dato che il gruppo ne ha immediato bisogno, l’ufficio di De Croo [il vice-primo ministro belga] ha deciso di erogarli immediatamente.”

Tuttavia questo non è vero, come appare ad un’attenta lettura dell’annuncio del governo begla.

Il quale sostiene, con ulteriore enfasi: “In risposta alla richiesta del commissario generale dell’ UNRWA, il vice-primo ministro, e ministro della Cooperazione allo sviluppo, Alexander De Croo ha deciso di stanziare 19 milioni di euro nei prossimi tre anni a favore dell’UNRWA, l’ agenzia delle Nazioni Unite che fornisce aiuti umanitari ai profughi palestinesi “.

Il comunicato aggiunge: “Considerate le difficoltà finanziarie che l’UNRWA sta affrontando al momento, il contributo annuale del Belgio verrà erogato immediatamente.”

Questo non dice che l’intera somma di 19 milioni di euro verrà pagata in anticipo, solo la porzione di quest’anno – cioè poco più di 6 milioni di euro. L’UNRWA lo conferma.

Siamo riconoscenti, nella più grave crisi finanziaria della nostra storia, che il governo belga abbia preso l’iniziativa e che abbia accelerato l’erogazione della prima tranche annuale del suo impegno di tre anni, del valore totale di 23 milioni di dollari [19 milioni di euro],” ha detto il portavoce dell’agenzia Chris Gunness a The Electronic Intifada venerdì. “La prima porzione è di un terzo.”

Ma c’è un po’ di denaro in più: il precedente impegno pluriennale del Belgio, relativo al periodo 2015-2017, ammontava a 18,75 milioni di euro.

Perciò l’aumento nei prossimi tre anni sarà di 250 mila euro, ovvero dell’1.4% – che copre a malapena l’inflazione.

Anche i Paesi Bassi hanno annunciato che stanno accelerando l’erogazione del loro contributo di 16 milioni di dollari a favore dell’UNRWA per il 2018.

Date le dimensioni della crisi che sta affrontando [l’agenzia], i funzionari UNRWA apprezzeranno senza dubbio le misure tappabuchi intraprese dai donatori, ma al momento non è previsto nessun nuovo grande stanziamento di denaro.

Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno annunciato che si tireranno indietro rispetto all’impegno assunto a dicembre nei confronti dell’UNRWA di stanziare 45 milioni di dollari per finanziare gli aiuti alimentari d’emergenza.

In questo momento, non forniremo questo [aiuto],” ha detto giovedì la portavoce del Dipartimento di Stato Heather Nauert, aggiungendo “questo non significa che non sarà fornito in futuro.” Questo taglio effettivo si aggiunge ai 65 milioni di dollari che gli USA hanno annunciato di ritirare all’inizio di questa settimana.

L’UNRWA fornisce servizi sanitari ed educativi essenziali a piu’ di cinque milioni di profughi palestinesi, inclusi mezzo milione di bambini in età scolastica.

A Gaza, metà della popolazione di due milioni dipende dagli aiuti alimentari dell’UNRWA. Questo numero è cresciuto dai soli 80 mila del 2000, conseguenza di anni di embargo israeliani e di ripetuti attacchi militari che hanno distrutto l’economia del territorio, rendendolo inabitabile. L’agenzia si è occupata anche di fornire aiuti alimentari d’emergenza e altra assistenza a centinaia di migliaia di profughi palestinesi vittime della guerra civile in Siria.

Nell’affrontare una crisi crescente, l’UNRWA sta rendendo pubblica la sua richiesta d’aiuto e ha messo in rilievo sul suo website gli appelli alle donazioni dirette.

(Traduzione di Tamara Taher)