Promemoria al “New York Times”: andate al villaggio di Ahed Tamimi in Palestina e dite la verità

Mondoweiss

22 marzo 2018

A: David Halbfinger, capo della redazione di Gerusalemme del New York Times

Ahed Tamimi, che ha solo diciassette anni, è ormai una dei palestinesi più noti di sempre, ma i lettori del tuo “New York Times” sono ancora all’oscuro di tutto. Hai scritto solo due articoli su di lei: il primo, un testo relativamente lungo a dicembre, era un resoconto con una “narrazione a confronto” su come palestinesi ed israeliani interpretano in modo diverso la sua resistenza all’occupazione. (Il tuo secondo articolo, oggi, è solo una sintesi su come un tribunale militare israeliano l’ha condannata a 8 mesi di reclusione. Il resoconto di oggi non è neanche incluso nell’edizione cartacea del “Times”).

Basta con le “narrazioni a confronto”. Vai al suo villaggio nella Palestina occupata, Nabi Saleh, e racconta qualche fatto. Finora tutto quello che hai avuto da dire nel tuo primo articolo è stato che i Tamimi vivono in “un piccolo villaggio” che ha “da molto tempo un contenzioso con un vicino insediamento israeliano, Halamish, che secondo gli abitanti di Nabi Saleh avrebbe rubato la loro terra e la loro acqua.”

Un momento. Restiamo ai fatti. Verifica se gli abitanti di Nabi Saleh hanno ragione. Ben Ehrenreich, che nel 2013 ha pubblicato un lungo articolo sulla vostra rivista a proposito del villaggio, ha già fornito qualche precedente. Alla fine degli anni ’70 Israele si è impossessato di più di 60 ettari delle terre di Nabi Saleh, apparentemente per “ragioni militari”, ma poi li ha dati a coloni ebrei. Negli anni seguenti Israele ha rubato altra terra palestinese nella zona, come racconta Ehrenreich nel suo eccellente libro “The Way to the Spring: Life and Death in Palestine” [La via per la sorgente: vita e morte in Palestina]. In base alle leggi internazionali l’esproprio di terre è illegale, come riconosce ogni altro Paese al mondo, tranne Israele. In seguito i coloni ebrei hanno confiscato una sorgente d’acqua palestinese, chiamata “Sorgente dell’Arco”, ed hanno costruito vicino a questa uno stagno per i pesci. I palestinesi hanno di nuovo protestato. Anni dopo, spiega Ehrenreich, “i coloni hanno retroattivamente fatto richiesta per avere una licenza edilizia, che le autorità israeliane hanno rifiutato di concedere, sentenziando che “i richiedenti non hanno dimostrato i loro diritti sulla terra in questione.” Così ora i coloni non stanno sfidando solo le leggi internazionali, ma le loro stesse autorità. Eppure in qualche modo continuano a controllare la sorgente. Scopri perché.

Potresti anche fare un resoconto intervistando sia i coloni israeliani che i palestinesi della zona. Noi di “Mondoweiss” abbiamo scoperto che i coloni ebrei sono piuttosto disponibili a parlare apertamente e in modo aggressivo, per cui non censurare il loro estremismo. I coloni ebrei fanno vendere più copie e possiamo garantire che le loro colorite citazioni attireranno lettori per il tuo articolo.

Poi comincia a indagare sul livello di violenza nella zona, e chi ne è responsabile. Fai pure, racconta che alcuni giovani palestinesi lanciano pietre contro l’esercito israeliano (anche se dovresti sottolineare che neppure un solo soldato israeliano è mai stato ucciso da chi lancia pietre). Ma dovresti anche verificare quanti palestinesi di Nabi Saleh sono stati uccisi o seriamente feriti durante anni di manifestazioni per lo più non violente. Lo zio materno di Ahed Tamimi, Rushdie, è stato ucciso da proiettili letali e sua madre, Nariman, è stata colpita a una gamba e per un anno ha dovuto usare un bastone.

Non ti sarà difficile fare interviste a palestinesi di Nabi Saleh. A quanto pare Ben Ehrenreich non ha avuto problemi a trovare abitanti che parlassero con lui. Anche il fondatore di “Mondoweiss”, Phil Weiss, ha visitato il villaggio, ed ha scoperto che Bassem Tamimi, il padre di Ahed, parla un inglese fluente ed è ospitale.

Dovresti anche parlare con i soldati di leva israeliani che sono lì. Come i coloni, anche loro possono fornirti citazioni senza peli sulla lingua. Ma poi contatta “Breaking the Silence”, la coraggiosa organizzazione dei veterani israeliani contro l’occupazione. Forse qualcuno di loro è stato distaccato a Nabi Saleh e può dirti quello che sta dietro alla vicenda. E non dimenticare di verificare a B’Tselem, la famosa organizzazione per i diritti umani israeliana. A quanto pare alcuni dei tuoi predecessori del “New York Times” hanno avuto dei problemi a trovarli.

Infine dovresti cercare di intervistare la stessa Ahed Tamimi. Lei a quanto pare rimarrà in prigione fino a luglio, e Israele ovviamente cercherà di zittirla. Ma il “New York Times” è un’istituzione potente e potresti almeno chiedere.

Potrai sicuramente parlare con i membri della sua famiglia che non sono in prigione. Permettici di ricordarti che non hai citato neppure uno dei Tamimi in nessuno dei tuoi articoli. Dovresti iniziare dando loro la possibilità di rispondere a quell’affermazione che hai inserito nel tuo primo articolo di dicembre: “Che la sua famiglia sembri incoraggiare i rischiosi scontri dei figli con i soldati offende alcuni palestinesi e fa infuriare molti israeliani.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Questa è la giustizia per chi uccide palestinesi

Yael Marom

22 marzo 2018, +972 Magazine

Ahed Tamimi è stata condannata a otto mesi di reclusione per avere schiaffeggiato un soldato. Il colonnello Israel Shomer, che ha sparato a un adolescente palestinese tre colpi alla schiena non ha passato neanche un giorno in prigione.

Fin da quando è stata arrestata in piena notte alla fine dello scorso dicembre, la diciassettenne Ahed Tamimi è stata tenuta in una prigione israeliana. Mercoledì Tamimi ha firmato un patteggiamento con il tribunale militare israeliano e sconterà otto mesi di prigione, compresi i tre mesi già passati in carcere. Anche sua madre, Nariman, e sua cugina, Nur, hanno firmato un patteggiamento. Nariman sconterà otto mesi e Nur è stata condannata ad una detenzione che corrisponde al tempo già passato in prigione.

Il sistema giudiziario militare israeliano utilizza spesso il sistema del patteggiamento. Circa il 70% delle condanne di minori nei tribunali militari israeliani si conclude con un patteggiamento, portando la percentuale totale dei minori condannati nei tribunali militari a uno sconcertante 95%. Per gli adolescenti palestinesi è evidente che se firmano un patteggiamento ci sono molte probabilità di tornare a casa dalle loro famiglie e dai loro amici più rapidamente che se insistono a voler andare a processo – anche quando hanno qualche possibilità di vincere. Spesso le cause penali possono persino durare più a lungo della pena a cui verrebbero condannati con un patteggiamento.

Nel caso della famiglia Tamimi, si potrebbe supporre che avessero ben chiaro che ciò che era iniziato come un “processo spettacolare” sarebbe prima o poi finito con la prigione. Quindi il cammino verso il patteggiamento era già stato aperto. L’insistenza del tribunale militare nel tenere il processo ad Ahed a porte chiuse, in modo che rimanesse nascosto al pubblico, non ha lasciato alla famiglia alcuna ragione per confidare neppure in quel poco di giustizia che l’occupante avrebbe potuto garantire.

La condanna di Ahed a otto mesi giunge in un momento particolare. È sufficiente che una ragazzina palestinese umili un soldato israeliano perché tutto il sistema venga coinvolto per garantire che lei e i suoi familiari finiscano in galera. Eppure non è mai capitato che un soldato sia stato giudicato per aver spintonato o insultato un palestinese.

Ma andiamo anche oltre nel confronto – per averlo ucciso.

Proprio questa settimana la commissione per la libertà condizionata dell’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] ha deciso di ridurre di un terzo la condanna di Elor Azaria, che in precedenza era già stata ridotta dal capo di stato maggiore dell’IDF. Al momento è stato rilasciato, e sconterà un totale di 9 mesi in prigione. Azaria non ha schiaffeggiato nessuno, ma ha sparato ed ucciso Abedel Fattah Sharif, un palestinese colpito e ferito a terra, che non rappresentava un pericolo per nessuno, dopo che, pochi minuti prima, aveva aggredito un soldato con un coltello nel quartiere di Tel Rumeida a Hebron. Se non ci fosse stato sul posto un volontario di B’Tselem [associazione israeliana per i diritti umani, ndt.] a riprendere la scena in un video, Azaria sarebbe stato acclamato come un eroe che “ha neutralizzato un terrorista”.

Oppure, che dire del caso di Amir Awad, un adolescente palestinese che nel 2013 è stato colpito alla schiena da due soldati dell’IDF durante una protesta nel villaggio cisgiordano di Budrus? I soldati spararono otto proiettili nella schiena di Awad, uccidendo il sedicenne mentre cercava di scappare. In seguito a un’inchiesta fasulla i due soldati sono stati processati per uso incauto e negligente di un’arma da fuoco, eppure i loro legali non hanno accettato un patteggiamento della pena a tre mesi di servizi sociali. Durante un’udienza tenutasi la scorsa settimana, gli avvocati hanno presentato alla corte dati dell’esercito che mostrano come negli ultimi sette anni su 114 casi in cui dei soldati hanno sparato ed ucciso palestinesi sono stati presentati solo 4 atti di accusa. Ora il pubblico ministero sta prendendo in considerazione di ritirare tutti i capi d’imputazione.

Come se non bastasse, c’è il caso del colonnello Israel Shomer. Nel luglio 2015 Shomer, che all’epoca era comandante di brigata in Cisgiordania, ha sparato e ucciso il diciassettenne Muhammad al-Kasba. L’adolescente aveva lanciato pietre contro la jeep blindata di Shomer, dopodiché l’ufficiale è uscito dalla vettura e, insieme ad un altro soldato, si è messo ad inseguirlo. A un certo punto Shomer ha aperto il fuoco. Due proiettili hanno colpito il ragazzo alla schiena e un altro alla testa. Shomer non era in pericolo; forse voleva solo impartire una lezione al ragazzo. Un anno dopo l’accaduto il pubblico ministero militare ha chiuso il caso ed ha deciso che Shomer non sarebbe stato processato.

Le donne della famiglia Tamimi, che hanno osato resistere solo con pugni e parole ai soldati occupanti nel loro cortile, rimarranno in carcere per un tempo più lungo di Shomer, dei soldati che hanno ucciso Samir Awad e solo poco meno tempo di Elor Azaria. Questa è la giustizia del regime giudiziario dell’occupazione.

Yael Marom è gestore per il coinvolgimento del pubblico di “Just Vision” [organizzazione no profit che si occupa dei movimenti di base contrari all’occupazione israeliana, con sedi a Gerusalemme est e negli USA, ndt.] in Israele e co-redattore di “Local Call” [sito israeliano indipendente di informazione in ebraico, ndt.], su cui questo articolo è stato originariamente pubblicato in ebraico.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




La giovane palestinese Ahed Tamimi raggiunge un patteggiamento per restare otto mesi in un carcere israeliano

Yotam Berger

21 marzo 2018, Haaretz

Anche la cugina e la madre di Tamimi ottengono un patteggiamento – l’avvocato afferma che l’accordo è una prova che l’esercito ha voluto ‘ un regolamento di conti’.

Mercoledì la giovane palestinese Ahed Tamimi ha raggiunto un patteggiamento con la procura militare, in base al quale verrà condannata a otto mesi di prigione. Il tribunale militare che si occupava del suo caso ha approvato il patteggiamento mercoledì, trasformandolo in sentenza ufficiale.

Come parte dell’accordo, la diciassettenne si è dichiarata colpevole di quattro aggressioni, compresi gli schiaffi, ripresi in un video, a un soldato israeliano. Oltre alla condanna ad otto mesi di prigione, dovrà pagare una multa di 5.000 shekels (1.437 dollari).

La procura ha raggiunto il patteggiamento anche con Nur e Nariman Tamimi, cugina e madre di Ahed Tamimi, entrambe coinvolte nell’attacco al soldato ripreso dal video. L’accordo, anch’esso approvato dal tribunale, condanna Nur Tamimi a passare 16 giorni in prigione e ad una multa di 2.000 shekels (575 dollari). La condanna di Nariman Tamimi è di otto mesi di prigione ed una multa di 6.000 shekels (1.725 dollari).

Il caso di Ahed Tamimi è stato discusso a porte chiuse. Il tribunale militare ha respinto una richiesta, da lei presentata questa settimana, di tenere il procedimento in pubblico.

Precedentemente l’avvocato di Tamimi, Gaby Lasky, ha confermato che era stata raggiunta un’ammissione di colpevolezza. “Il fatto che il patteggiamento preveda la riduzione di tutti i capi di imputazione che hanno reso possibile tenerla in prigione fino alla fine del procedimento è la prova che l’arresto di Tamimi in piena notte e il processo contro di lei erano atti finalizzati ad un regolamento di conti”, ha detto Lasky.

Prima che la sentenza fosse confermata dal tribunale, alcune fonti hanno riferito a Haaretz che, in base al patteggiamento, Tamimi sarebbe stata dichiarata colpevole dell’aggressione di dicembre ripresa dal video, di incitamento alla violenza per aver postato il video, e di due altre aggressioni a soldati. Ulteriori accuse per aggressione e lancio di pietre sarebbero state ritirate.

Secondo una delle fonti, nel caso di Ahed Tamimi la punizione non viene considerata né particolarmente mite né particolarmente severa. L’esercito israeliano ha sentito la necessità di porre fine alla questione legale, ha detto la fonte, in quanto essa ha danneggiato la reputazione dell’esercito sui media e a livello internazionale, il che potrebbe essere il motivo per cui il patteggiamento è stato fortemente voluto.

Inizialmente, in gennaio, l’imputazione di Tamimi comprendeva 12 capi d’accusa, a partire dal 2016. Includeva cinque aggressioni contro le forze di sicurezza, compreso il lancio di pietre. E’ stata accusata di aggressione, di minacce e di intralcio ad un soldato nell’esercizio delle sue funzioni, di incitamento e lancio di oggetti contro persone o proprietà.

La madre di Tamimi, Nariman, è stata anche accusata di istigazione sui social media – ha filmato l’incidente degli schiaffi – e di aggressione. La cugina di Tamimi, Nur, è stata accusata di aggressione aggravata.

Nur Tamimi ha detto che lei e Ahed hanno preso a schiaffi i soldati in parte perché loro avevano invaso il cortile di Ahed il 15 dicembre, il giorno in cui sono state filmate – ma la ragione principale è stata che avevano appena letto su Facebook che un cugino, Mohammed Tamimi, aveva riportato una ferita alla testa apparentemente letale provocata da un proiettile [sparato da] un soldato israeliano. In realtà lui è sopravvissuto allo sparo.

Bassem Tamimi, padre di Ahed, ha detto che sua moglie e sua figlia non hanno fatto niente di male e che stanno“ lottando per la libertà e la giustizia.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Le ferite autoinflitte di Israele

Nota redazionale: l’articolo che segue non riflette per niente le opinioni della redazione di Zeitun. A nostro parere alcune affermazioni sono palesemente contrarie alla situazione in Palestina e distorcono la realtà sul terreno e il carattere storico del sionismo e dello Stato di Israele. Riteniamo tuttavia interessante proporlo ai lettori del sito in quanto ci pare estremamente significativo che persino uno dei massimi rappresentanti dell’ebraismo mondiale, esplicitamente schierato sempre e comunque con Israele (come lui stesso sostiene in questo testo) prenda una posizione critica nei confronti delle politiche messe in atto dall’attuale governo israeliano e dalla sua strategia annessionista.

RONALD S. LAUDER

18 marzo 2018,The New York Times

Mentre lo Stato di Israele si avvicina al suo settantesimo anniversario, sono molto orgoglioso quando vedo il vulnerabile Stato ebraico della mia infanzia trasformato nella nazione prospera e forte che è oggi.

In quanto presidente del Congresso Mondiale Ebraico, credo che Israele sia fondamentale per ogni identità ebraica e lo sento come mia seconda patria. Eppure oggi temo per il futuro della nazione che amo.

È vero, l’esercito israeliano è più forte di qualunque altro esercito del Medio Oriente. E sì, la capacità economica di Israele è nota in tutto il mondo: in Cina, in India e nella Silicon Valley sono celebrate la tecnologia, l’innovazione e l’intraprendenza israeliane.

Ma lo Stato ebraico democratico affronta due gravi minacce che credo potrebbero mettere in pericolo la sua stessa esistenza.

La prima è la possibile fine della soluzione dei due Stati. Sono un conservatore ed un repubblicano ed ho appoggiato il partito Likud fin dagli anni ’80. Ma la realtà è che 13 milioni di persone vivono tra il fiume Giordano ed il mar Mediterraneo. E circa la metà di esse sono palestinesi.

Se l’attuale tendenza continua, Israele dovrà affrontare una scelta drastica: concedere ai palestinesi pieni diritti e smettere di essere uno Stato ebraico o abrogare i loro diritti e smettere di essere una democrazia.

Per evitare questi risultati inaccettabili, l’unico cammino è la soluzione dei due Stati. Il presidente Trump e i suoi consiglieri sono assolutamente impegnati per una pace in Medio Oriente. Gli Stati arabi, come Egitto, Giordania, Arabia saudita ed Emirati Arabi Uniti sono ora più vicini ad Israele di quanto non lo siano mai stati, e, contrariamente a informazioni dei media, importanti dirigenti palestinesi sono pronti, mi hanno personalmente detto, a iniziare immediatamente negoziati diretti.

Ma alcuni israeliani e palestinesi stanno propugnando iniziative che minacciano di far fallire questa opportunità.

Gli incitamenti [alla violenza] e l’intransigenza dei palestinesi sono distruttivi. Ma lo sono anche i progetti di annessione, sostenuti dalla destra [israeliana] e la diffusa costruzione di colonie ebraiche oltre la linea di separazione [precedente alla guerra del 1967, ndt.]. Negli ultimi anni le colonie in Cisgiordania su terre che molto probabilmente in qualunque accordo di pace saranno parte dello Stato palestinese hanno continuato a crescere e ad estendersi. Queste ottuse politiche israeliane stanno creando una situazione irreversibile di Stato unico.

La seconda duplice minaccia è la capitolazione di Israele agli estremisti religiosi e la crescente disaffezione della diaspora ebraica. Molti ebrei fuori da Israele non sono accettabili agli occhi degli ultra-ortodossi israeliani, che controllano la vita rituale e i luoghi santi nello Stato. Sette degli otto milioni di ebrei che vivono in America, Europa, Sud America, Africa ed Australia sono ortodossi moderni, conservatori, riformati o sono laici. Molti di loro hanno cominciato a sentire, soprattutto negli ultimi anni, che la Nazione che hanno appoggiato politicamente, finanziariamente e spiritualmente gli sta voltando le spalle.

Sottomettendosi alle pressioni esercitate da una minoranza in Israele, lo Stato ebraico si sta alienando una vasta parte del popolo ebraico. La crisi è particolarmente pronunciata tra la generazione più giovane, che è prevalentemente laica. Un crescente numero di millenials ebrei – soprattutto negli Stati Uniti – si sta allontanando da Israele perché le sue politiche contraddicono i loro valori. I risultati sono prevedibili: assimilazione, disaffezione e una grave erosione dell’identificazione della comunità ebraica globale con la patria ebraica.

Nell’ultimo decennio ho visitato comunità ebraiche in oltre 40 Paesi. Membri di ognuna di esse mi hanno manifestato la propria preoccupazione e inquietudine sul futuro di Israele e sui suoi rapporti con la diaspora ebraica.

Molti ebrei non ortodossi, compreso il sottoscritto, sentono che in Israele l’espansione di una religiosità promossa dallo Stato sta trasformando una nazione moderna e liberale in una semi-teocrazia. Una grande maggioranza di ebrei in tutto il mondo non accetta l’esclusione delle donne da certe pratiche religiose, leggi restrittive sulla conversione o il bando alla preghiera paritaria al Muro del Pianto. Sono disorientati dall’impressione che Israele stia abbandonando la visione umanistica di Theodor Herzl e stia assumendo sempre più un carattere che non corrisponde ai suoi valori fondamentali o allo spirito del XXI° secolo.

I dirigenti del mondo ebraico hanno sempre rispettato le scelte fatte dai votanti israeliani ed agito di concerto con il governo democraticamente eletto in Israele. Sono anche ben consapevole che gli israeliani sono sulla linea del fronte, facendo sacrifici e rischiando le loro stesse vite ogni giorno in modo che il mondo ebraico sopravviva e prosperi. Sarò sempre in debito con loro.

Ma a volte la lealtà richiede un amico che parli a voce alta ed esponga una verità scomoda. E la verità è che lo spettro di una soluzione dello Stato unico e il crescente divario tra Israele e la diaspora stanno mettendo a rischio il futuro del Paese che mi è tanto caro.

Siamo ad un bivio. Le scelte che Israele farà nei prossimi anni saranno determinanti per il destino del nostro solo e unico Stato ebraico – e per la costante unità del nostro amato popolo.

Dobbiamo cambiare rotta. Dobbiamo spingere per una soluzione dei due Stati e trovare un terreno comune tra noi in modo che possiamo garantire il successo della nostra amata nazione.

Ronald S. Lauder è il presidente del Congresso Mondiale Ebraico.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Israele pensa di revocare la residenza ai deputati palestinesi di Hamas

Lee Yaron, Jack Khoury

20 marzo 2018 Haaretz

L’iniziativa del ministro dell’interno in base alla nuova legge farebbe perdere a 12 palestinesi coinvolti nel terrorismo il proprio status giuridico; quattro di loro sono membri del parlamento di Hamas.

Israele sta prendendo in considerazione la revoca della residenza permanente a 12 palestinesi di Gerusalemme est, a causa del loro coinvolgimento in attività terroristiche. Tra i 12 vi sono quattro rappresentanti di Hamas nel Parlamento palestinese.

In una dichiarazione si afferma che il ministro dell’Interno Arve Dery ha iniziato a considerare questo passo dopo che la Knesset (Parlamento israeliano) due settimane fa ha approvato la legge necessaria. La nuova legge consente al ministro di togliere a tutti i residenti permanenti, inclusi i palestinesi di Gerusalemme est, i loro diritti di residenza, se coinvolti in attività terroristiche o in altre azioni contro lo Stato di Israele.

La legge è stata approvata in risposta ad una sentenza dell’Alta Corte di Giustizia dello scorso settembre, che ha ribaltato una decisione, di oltre un decennio fa, di revocare la residenza permanente a quattro parlamentari. I quattro – Mohammed Abu Tir, Ahmed Atoun, Mohammed Totah e Khaled Abu Arafeh – hanno tutti ricoperto ruoli chiave nelle istituzioni di Hamas.

Dery sta anche considerando di revocare la residenza a Mohammed Abu Kef, Walid Atrash e Abed Dawiat, che hanno ucciso un israeliano quando, alla vigilia di Rosh Hashanah (uno dei tre capodanno religiosi ebraici, ndtr) del 2015, hanno preso a sassate la sua automobile a Gerusalemme. Nella lista compare anche Bilal Abu Ghanem, che nel 2015 ha compiuto un attacco su un autobus a Gerusalemme, uccidendo tre israeliani.

Avil Qassam, Asem Abbasi, Mohammed Odeh e Ali Abbasi sono nella lista perché facevano parte di una cellula coinvolta in diversi attacchi terroristici, compresa la bomba al caffè Moment di Gerusalemme nel 2002, che uccise 11 israeliani.

“L’uccisione di israeliani ed il coinvolgimento in attacchi contro civili è la più grave rottura della fiducia tra un residente e il suo Paese”, ha detto Dery. “Lo stesso vale per il coinvolgimento attivo e significativo in organizzazioni terroristiche. Residenti e cittadini che mettono a rischio la popolazione israeliana e costituiscono una minaccia alla sua sicurezza devono sapere che il loro status è in pericolo, al di là di altre punizioni previste dalla legge. Io lavorerò con tutte le mie forze e con tutti i mezzi a mia disposizione per combattere i terroristi e chiunque sia coinvolto o fiancheggi il terrorismo.”

L’avvocato Osama Saadi, che rappresenta i quattro parlamentari di Hamas, ha detto: “L’emendamento in questione è incostituzionale e persino il pubblico ministero vi si è opposto. Inoltre, la legge stabilisce che in ogni caso non è possibile revocare la residenza ai residenti di Gerusalemme est, che hanno uno status speciale, e lasciarli senza alcuna residenza.

Inoltreremo una petizione all’Alta Corte a favore di queste quattro persone che, come ricorderete, hanno condotto una battaglia legale contro la revoca della loro residenza fin dal 2006 ed hanno vinto la causa pochi mesi fa”, ha aggiunto. “Questo emendamento viola il diritto internazionale e le revoche cumulative, come sta avvenendo oggi, dimostrano che questa è una legge politica fatta da un governo folle.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Un bambino palestinese è rimasto orfano del padre disabile ucciso dall’esercito israeliano

Gideon Levy, Alex Levac

16 marzo 2018, Haaretz

A Hebron i soldati hanno ucciso Mohammed Jabri, un uomo mentalmente disabile incapace di parlare, che stava crescendo da solo il figlio di quattro anni.

Zain, poco più di 4 anni, fissa lo spazio nella sua piccola stanza con occhi spenti, senza emettere alcun suono. È seduto sulle ginocchia della nonna – anche se pensa che sia sua madre, perché così gli è stato detto. Ora gli hanno detto anche che suo padre è stato ucciso, anche se è improbabile che sia in grado di cogliere l’enormità della nuova catastrofe che lo ha colpito.

Tre anni fa, appena neonato, ha perso sua madre. Lo scorso venerdì ha perso anche suo padre, un giovane mentalmente disabile incapace di parlare. Con un gesto insensato, i soldati delle Forze di Difesa Israeliane, usando veri proiettili, gli hanno sparato al petto da una distanza di 20 metri, uccidendolo.

Abbiamo incontrato Zain tre giorni dopo la tragedia, seduto in silenzio in grembo alla nonna. A causa della terribile situazione economica della famiglia, il bimbo finirà probabilmente in un orfanotrofio, dice la nonna, che promette di andare regolarmente a trovarlo.

Mancano le parole in questa casa di dolore; è un momento di angoscia e lacrime. La casa è una struttura in pietra nella città vecchia di Hebron, sopra la Tomba dei Patriarchi e il quartiere dei coloni, ma in H1 – l’area che dovrebbe essere sotto il controllo palestinese. La penombra regna in casa.

Mentre gli occhi si abituano all’oscurità, una realtà incredibile prende forma. In questa casa vivono una coppia ed i loro 12 figli, quattro dei quali sono disabili, insieme ad alcuni giovani nipoti, tutti stretti in tre piccole stanze. I figli disabili soffrono di una varietà di problemi, tra cui malattia mentale e epilessia.

In questa casa viveva anche la giovane madre, morta a 18 anni di cancro, circa un anno dopo la nascita del suo unico figlio. E in questa casa viveva suo marito, Mohammed Jabri, 24 anni, che stava crescendo il loro giovane figlio, Zain, da solo. Adesso anche il padre è morto. Ucciso dalle forze di difesa israeliane.

Nel dimesso soggiorno vanno e vengono gli abitanti della casa, dando vita a scene indescrivibili. Ci sono il ventunenne Iyad, che ha l’epilessia e anche un handicap mentale; le sorelle Anwar, 20 anni, e Isra, 17, entrambe incapaci di parlare e che emettono solo suoni incomprensibili, esattamente come il loro fratello morto.

Ora sono tutti sconvolti dal dolore per Mohammed, figlio e fratello, ucciso vicino al recinto del liceo femminile in King Faisal Street a Hebron. Tre soldati, nascosti dietro il tronco di un ulivo secolare, stavano tendendo un agguato ai lanciatori di pietre nel cortile della scuola; improvvisamente sono balzati fuori dal loro nascondiglio e hanno sparato a Mohammed. Suo padre dice che non era in grado di cogliere un pericolo in arrivo.

“Mohammed era un semplice. Non si sarebbe accorto, per esempio, del pericolo di soldati che sparavano.” dice il padre Zain, col cui nome è stato chiamato il nipote. Né conosceva la differenza tra una banconota da cinquanta shekel e una moneta da mezzo shekel, in questa casa poverissima. “Per lui tutto era mezzo shekel”, aggiunge Zain.

A Hebron tutti conoscevano Mohammed a causa del suo strano comportamento, ed era chiamato “Akha, Akha” – un’eco dei suoni privi di significato che emetteva. “Akha, Akha” era ciò che abitualmente gridava ai soldati israeliani, alcuni dei quali sapevano anche chi fosse. Spesso li scherniva ai checkpoint tra le due parti della città, urlando loro suoni gutturali, a volte anche tirando pietre.

Era già stato arrestato due volte, ma in entrambe le occasioni fu rapidamente trasferito alla custodia dell’Autorità Nazionale Palestinese, che lo ha riportato a casa dai suoi genitori a causa delle sue condizioni. L’ultima volta è successo un anno e mezzo fa. È stato anche ferito tre volte da spari alle gambe mentre lanciava pietre, ma le ferite non erano gravi.

Quindi “Akha, Akha” ha continuato a provocare i soldati, come lo scorso venerdì, in quello che si rivelò essere l’ultimo giorno della sua vita. “Il governo israeliano e l’esercito sapevano esattamente chi era Mohammed. Dopo tutto, lo hanno arrestato e rilasciato” ci dice Zain, durante la nostra visita di questa settimana.

Ablaa, la madre, piange mentre suo marito racconta la storia. Hanno entrambi 51 anni. Zain lavora in un garage nel villaggio di Husan, i cui clienti provengono per la maggior parte dal grande insediamento ultra-ortodosso di Betar Ilit, nelle vicinanze. Mohammed faceva occasionalmente lavori saltuari come la pavimentazione stradale, per quanto consentito dalle sue disabilità. Dopo che Duah, sua moglie e madre del piccolo Zain, morì, si risposò, ma la sua seconda moglie, Amal, lo lasciò dopo un anno. Probabilmente trovava difficile vivere insieme al marito disabile in questa triste e affollata casa di tragedie.

Solo il padre e una delle sue sorelle, Asma, riuscivano a capire cosa c’era nel cuore di Mohammed e a decifrare le sue strane espressioni. Mohammed non sapeva nemmeno leggere o scrivere, e comunicare con lui era difficile.

Suo padre racconta che Mohammed era triste dopo che Amal lo aveva lasciato e aveva mandato degli intermediari alla sua famiglia, per convincerla a tornare; chiese anche a Zain di riportarla indietro, ma fu inutile. Ablaa ricorda che l’ultima sera della sua vita Mohammed era particolarmente triste. Andò a dormire prima del solito e si alzò più tardi del solito il giorno seguente. Era così preoccupata per lui che andò a controllarlo alcune volte durante la notte per assicurarsi che stesse ancora respirando, dice ora tra le lacrime.

Erano già passate le 10 venerdì quando Mohammed si è svegliato. Suo padre era da tempo andato al lavoro al garage; sua madre mandò Mohammed a comprare del pollo. Dopo di che è andato alla moschea per pregare, ma non è mai tornato. Ablaa ricorda che aveva preparato il maqluba, un piatto tradizionale a base di carne e riso; poiché era in ritardo per il pranzo, gli aveva tenuto la sua porzione sul tavolo.

“Era così sensibile”, dice ora. “Non sapevi mai dove fosse.”

Mohammed non era ancora tornato quando Zain tornò a casa dal lavoro, si lavò le mani e si sedette a mangiare. Un parente chiamò Asma per dire che Mohammed era stato ferito alle gambe. “Possa Dio avere pietà di lui”, esclamò il padre sentita la notizia, aggiungendo adesso che aveva già il sentore che la situazione fosse più seria. Lui e Ablaa andarono in fretta all’ospedale Alia di Hebron, mentre lui recitava sottovoce i versetti da pronunciare in caso di morte: “Possa Dio compensarci.” Sua moglie cercava di calmarlo. Adesso dice: “Possa Dio punire i soldati che hanno ucciso Mohammed!” e ricomincia a piangere.

Dozzine di residenti locali stavano già affollando il pronto soccorso quando sono arrivati all’ospedale. Zain dice di essere stato l’ultimo a conoscere la verità sulle condizioni di suo figlio.

Lasciata la macchina in mezzo alla strada, era corso dentro. I medici gli chiesero chi fosse e lui si identificò. In quel momento stavano ancora cercando di rianimare suo figlio. Zain dice di non aver mai visto una cosa simile: l’intero corpo di suo figlio era coperto di sangue, anche il viso. Anche il pavimento era intriso di sangue. Riusciva a malapena a identificare Mohammed e chiese ai dottori di dirgli la verità. Uno di loro disse: “Possa Dio compensarti”.

In seguito, ricorda Zain, i soldati dell’ esercito israeliano sono arrivati in ospedale per arrestare Mohammed. La famiglia in fretta e furia ha fatto uscire di nascosto il corpo su un’auto privata e l’ha trasportato nell’altro ospedale della città, Al-Ahli.

L’unità portavoce dell’esercito ha dichiarato, in risposta a una domanda di Haaretz: “Venerdì 9 marzo 2018 è scoppiato un violento disordine nella città di Hebron, con dozzine di partecipanti palestinesi che lanciavano pietre, macigni e bottiglie molotov alle forze dell’esercito.

“Da una prima indagine, sembra che durante l’evento, i soldati abbiano sparato a un dimostrante che ha sollevato una bottiglia Molotov da distanza ravvicinata con l’intenzione di colpirli. Il dimostrante fu ferito dagli spari e in seguito, all’ospedale, fu dichiarato morto. Si continua a investigare sulle circostanze dei fatti.

“Diversamente da quanto affermato [nell’articolo], in nessun momento le forze dell’esercito sono venute in ospedale in merito al corpo del defunto.”

In lutto, il fratello epilettico di Mohammed, Iyad, arriva nella stanza. Quanti anni hai? Iyad risponde “Ho 16 anni”, in realtà ne ha 21. Sembra sconvolto. “Ho perso Mohammed, ho perso Mohammed”, mormora in continuazione, e si siede. Qualche minuto dopo si alza, evidentemente agitato – molto agitato, anche se non minaccioso – finché il padre non riesce a calmarlo.

Dice Zain: “Quando vogliono uccidere qualcuno, non fanno differenza tra ricchi e poveri, sani e malati, normali e malati di mente. Avrebbero potuto arrestarlo, avrebbero potuto sparargli alle gambe, ma hanno deciso di colpirlo con quel proiettile.

Si capisce che Mohammed è stato colpito da una pallottola vera entrata nel petto sul lato destro e uscita dalla schiena sul lato sinistro. Zain dice di voler sporgere denuncia alle autorità militari per l’uccisione di suo figlio, ma teme di veder confiscare i permessi di lavoro israeliani ad alcuni membri della famiglia.

Siamo quindi andati sul luogo dell’uccisione. Alcune ragazze vagano nel campo di basket della scuola. Bisogna ricordare che questa parte di Hebron non è controllata da Israele. I soldati hanno invaso il sito, come al solito, all’inseguimento di persone che lanciavano pietre dal tetto di una casa sul vicino posto di blocco.

L’insediamento di Tel Rumeida si staglia sulla collina di fronte. King Faisal Street, via principale e rumorosa. Secondo Musa Abu Hashhash, ricercatore sul campo dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, che ha indagato sull’incidente, erano solo Mohammed e altri tre o quattro giovani a fronteggiare i soldati in quel fatidico giorno, non di più.

Si vede un foro di proiettile sul cancello di ferro grigio argento della scuola femminile. Sulla strada c’è una macchia di sangue, ora secca.

(Traduzione di Luciana Galliano)




Droni e disaffezione nella causa palestinese

Ramona Wadi

14 marzo 2018,Middle East Monitor

Sui media israeliani sono comparse immagini di droni che lo scorso venerdì hanno fatto cadere candelotti lacrimogeni su manifestanti palestinesi nei pressi del confine a sud di Gaza. Il “Times of Israel” [giornale israeliano on line che si pretende “apolitico”, ndt.] e “Haaretz” hanno entrambi informato, con racconti leggermente diversi, del fatto che la protesta è stata presa di mira.

Il primo ha raccontato che un portavoce dell’esercito israeliano (IDF) ha negato responsabilità per l’operazione con il drone, affermando che era stata la polizia di frontiera israeliana. Invece Haaretz ha attribuito l’uso del drone all’IDF, riportando fonti militari che hanno affermato: “Questo metodo di controllo della folla è al momento sperimentale e non è ancora stato reso operativo.”

Da queste informazioni si possono ricavare due importanti conclusioni. C’è una chiara ammissione che Israele sperimenta nuovi armamenti sulla popolazione palestinese di Gaza. Inoltre, che Israele sta continuamente cercando sistemi per evitare di essere considerato responsabile rendendo normale la propria violenza contro civili palestinesi. Utilizzare droni per lanciare gas lacrimogeno durante proteste legittime evita la necessità della presenza di militari sul posto. Ciò consentirà ad Israele di intensificare anche la propria narrazione sulla sicurezza, giustificando l’uso dei droni – finora sperimentale – per evitare vittime tra le truppe dell’IDF.

Essendo questa ancora una nuova forma di oppressione in nome della sicurezza, questo sviluppo consentirà inoltre a Israele di aggiungere un’ulteriore forma di violenza su cui la comunità internazionale chiuderà un occhio. L’assenza di uno scontro aperto ha molte conseguenze sui civili palestinesi. Israele non si sta astenendo dal prendere di mira i palestinesi, sta semplicemente affinando i propri metodi per farlo e lo sta sommando al disequilibrio di un’entità coloniale con potere militare preponderante che viola i diritti di una popolazione colonizzata che non ha l’opportunità di avvalersi del proprio diritto all’autodeterminazione.

Con l’uso dei droni Israele sta occultando agli occhi del mondo la sua violenza più visibile, come esemplificata dall’[intervento dell’] esercito. I media più importanti saranno in grado di sfruttare la falsa narrazione diffusa ovunque della resistenza palestinese come “terrorismo”. L’ONU e altre istituzioni internazionali faranno altrettanto, seppure all’inizio con una strategia più velata. Nel momento in cui il colonizzatore elimina dall’equazione la parte più violenta e visibile del colonialismo, la narrazione israeliana sul “terrorismo” diventa più accettabile per la comunità internazionale. In fin dei conti non sta stabilendo un precedente in termini di uso dei droni, ma estendendo la giustificazione per un simile uso, attraverso la sua stessa narrazione, proteggendo il proprio personale militare dal giudizio riguardo a palestinesi uccisi o feriti.

Israele può essere certo che il suo utilizzo dei droni per colpire i manifestanti palestinesi non metterà in allarme la comunità internazionale. In fin dei conti ha commesso azioni peggiori contro i civili palestinesi di Gaza. Mentre la guerra con i droni diventa un’opzione ideale, il mondo è diventato così insensibile alle vittime palestinesi che non solo non ha compassione per i civili, ma è anche incapace di sdegno nei confronti dei responsabili.

Per i palestinesi non si tratta solo di massacri. La più recente sperimentazione da parte di Israele non si limita alle ferite visibili, sta anche cercando l’approvazione internazionale per i suoi metodi. Una minore attenzione alla resistenza di Gaza è fondamentale per i progetti israeliani di imporre l’oblio sull’enclave. Aggiungere un’ulteriore forma di violenza alla lista delle misure già messe in atto non farà arrabbiare la comunità internazionale, ma fornirà semplicemente più materiale per statistiche e rapporti. Nel frattempo Gaza rimane imprigionata nella sua implosione, la sua voce viene eliminata da fonti ufficiali palestinesi o estere che diffondono la narrazione israeliana, mentre sostengono di parlare a favore di una popolazione civile imprigionata.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Rapporto OCHA del periodo 27febbraio- 12 marzo ( due settimane)

Nell’area di Nablus, durante scontri seguiti a cinque episodi di infiltrazione di coloni israeliani armati all’interno di comunità palestinesi, un palestinese è stato ucciso e altri 50 sono stati feriti dalle forze israeliane.

Quattro degli episodi si sono verificati attorno agli insediamenti colonici di Yitzhar e Bracha. Da lunga data questi insediamenti sono fonte di vessazioni e violenze sistematiche nei confronti dei palestinesi residenti nei sei villaggi circostanti. L’uccisione del palestinese ventiduenne [di cui sopra] ed il ferimento, con arma da fuoco, di un quindicenne sono stati registrati entrambi il 10 marzo, nel villaggio di ‘Urif (Nablus). Su questo episodio le autorità israeliane hanno annunciato l’apertura di un’indagine penale. Nei giorni precedenti, in Burin ed Einabus, ed anche in ‘Urif, si erano già verificati scontri simili che avevano causato il ferimento di 44 palestinesi. I restanti quattro feriti sono stati registrati nella città di Nablus, durante scontri seguiti all’ingresso di coloni israeliani, accompagnati da forze israeliane, in visita ad un sito religioso (la Tomba di Giuseppe).

Nei Territori palestinesi occupati, ulteriori scontri tra palestinesi e forze israeliane hanno portato all’uccisione di un palestinese e al ferimento di altre 478 persone, tra cui 219 minori. La vittima, un 24enne sordo, è stato ucciso il 12 marzo, nella città di Hebron, durante una manifestazione. Secondo l’esercito israeliano, gli spari che hanno provocato l’uccisione erano in risposta al lancio di bottiglia incendiaria. Testimoni oculari palestinesi hanno dichiarato che, quando gli hanno sparato, l’uomo non era coinvolto negli scontri. Cinquanta dei ferimenti di questo periodo si sono verificati in scontri vicino alla recinzione perimetrale di Gaza, i rimanenti in Cisgiordania. La maggior parte di questi ultimi hanno avuto luogo durante le dimostrazioni settimanali contro l’espansione degli insediamenti e le restrizioni all’accesso a Kafr Qaddum (Qalqiliya), An Nabi Saleh e Al Mazra’a al Qibliya (entrambi a Ramallah); altre durante le manifestazioni contro il riconoscimento, da parte degli Stati Uniti, di Gerusalemme quale capitale d’Israele, le più vaste delle quali si sono verificate in Al Bireh / DCO (Ramallah), nella città di Hebron e al checkpoint di Huwwara (Nablus); altre ancora nel corso di una protesta contro un’operazione militare condotta dalle forze israeliane nell’università di Birzeit (Ramallah). Ulteriori scontri, che non hanno provocato feriti, si sono verificati nella scuola di Lubban ash Sharqiya (Nablus), dopo che le forze israeliane hanno impedito agli studenti di entrare nella loro scuola, secondo quanto riferito, come punizione per aver lanciato pietre contro veicoli israeliani.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno condotto 457 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 243 palestinesi, compresi 21 minori. La maggior parte degli arresti (60, di cui 12 minori), si sono avuti nel governatorato di Gerusalemme, mentre nel governatorato di Ramallah è stato registrato il maggior numero di operazioni (84), compresa l’operazione nell’università di Birzeit (Ramallah), citata al paragrafo precedente.

In Cisgiordania, oltre alle incursioni riportate sopra, in dieci episodi di violenza ad opera di coloni, otto palestinesi sono stati feriti direttamente da coloni e proprietà palestinesi sono state vandalizzate oppure rubate. Tre di questi casi si sono verificati attorno ai già menzionati insediamenti di Yitzhar e Bracha a Nablus: l’aggressione fisica di tre contadini e il danneggiamento di un veicolo a Einabus; la vandalizzazione di 115 ulivi a Madama; il furto di un asino a Burin. Altri tre episodi di lancio di pietre contro veicoli palestinesi hanno provocato il ferimento di tre studenti che viaggiavano su uno scuolabus vicino a Salfit e danni a due veicoli. In tre diverse occasioni, coloni israeliani, secondo quanto riferito, provenienti dall’avamposto [= insediamento colonico non autorizzato da Israele] di Havat Ma’on, hanno danneggiato 18 alberi di proprietà palestinese nei pressi del villaggio di At Tuwani (Hebron). Dall’inizio del 2018, la media settimanale di attacchi di coloni, con vittime palestinesi o danni alle proprietà, è aumentata del 50%, rispetto al 2017 e del 67% rispetto al 2016.

Il 4 marzo, ad est di Khan Younis, vicino alla recinzione perimetrale che circonda Gaza, nel contesto della persistente imposizione, da parte di Israele, delle restrizioni di accesso alle ARA [cioè le zone che Israele ha stabilito come “Aree ad Accesso Riservato”], un agricoltore palestinese di 59 anni, al lavoro sulla propria terra, è stato ucciso dalle forze israeliane. Secondo un gruppo per la difesa dei diritti umani, il contadino si trovava a circa 200 metri dalla recinzione [all’interno di essa]. In almeno altre 31 occasioni, nelle zone lungo la recinzione e in mare, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso contadini e pescatori, senza provocare feriti. Dall’inizio del 2018, in “Aree ad Accesso Riservato”, di terra o di mare, sono stati segnalati almeno 142 episodi di spari verso contadini o pescatori palestinesi, che hanno provocato 2 morti e 11 feriti. In un caso, undici pescatori, tra cui un minore, sono stati costretti a togliersi i vestiti e a nuotare verso le imbarcazioni militari israeliane, dove sono stati arrestati; le loro barche e le reti da pesca sono state sequestrate. All’interno della Striscia di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale, in cinque occasioni, le forze israeliane [sono entrate ed] hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo. Agricoltori palestinesi hanno riferito che, il 4 marzo, vicino alla recinzione nel nord di Gaza, aerei israeliani hanno irrorato erbicidi su terreni agricoli.

Il 10 marzo, a Beit Lahiya (Gaza Nord), un palestinese è morto ed altri due sono rimasti feriti (tutti membri di un gruppo armato) dall’esplosione, nel sito del lancio, di un razzo che gruppi armati palestinesi di Gaza stavano tentando di sparare verso il sud di Israele.

In Cisgiordania, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato otto strutture di proprietà palestinese: non ci sono stati sfollamenti, ma sono stati colpiti i mezzi di sostentamento di circa 50 persone. Tutti gli episodi si sono verificati a causa della mancanza di permessi di costruzione. Quattro delle strutture colpite erano a Gerusalemme Est (Silwan, Beit Hanina e Al ‘Isawiya) e le altre quattro nell’Area C, ad Al’ Auja (Jericho) e Hizma (Gerusalemme).

Nell’area H2 di Hebron, controllata da Israele, a conclusione di una lunga controversia, l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha ordinato l’evacuazione di alcune parti di un edificio di proprietà palestinese (Abu Rajab), che, nel luglio 2017, erano state occupate da coloni israeliani. Altre parti dell’edificio erano già state occupate da coloni nel 2012 e nel 2013. Nella città di Hebron, le politiche e le pratiche attuate dalle autorità israeliane e giustificate da ragioni di sicurezza, hanno portato al trasferimento forzato di palestinesi dalle loro case, riducendo una zona fiorente ad una “città fantasma”.

In Cisgiordania, secondo quanto riportato dai media israeliani, sono stati segnalati almeno otto episodi di lancio di pietre e bottiglie incendiarie, da parte palestinese, contro veicoli israeliani: un israeliano è stato ferito e sette veicoli sono stati danneggiati. Gli episodi si sono verificati su strade vicino ad Al Khadr e Husan (entrambi a Betlemme), vicino al Campo profughi di Tuqu’ e Al ‘Arrub (entrambi in Hebron) e vicino a Gerico. Inoltre, a Gerusalemme Est, nella zona di Shu’fat, sono stati segnalati danni alla metropolitana leggera.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, controllato dall’Egitto, è stato aperto solo per un giorno in una direzione, consentendo a 22 palestinesi di entrare a Gaza. Secondo le autorità palestinesi a Gaza, oltre 23.000 persone, compresi i casi umanitari, sono registrate e in attesa di attraversare Rafah. Dall’inizio del 2018, il valico è stato aperto solo per 7 giorni; quattro giorni in entrambe le direzioni e tre giorni in una direzione.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Chi c’è dietro il tentativo di assassinare il primo ministro palestinese?

Amira Hass

14 marzo 2018, Haaretz

È facile incolpare Hamas dell’attacco avvenuto a Gaza, ma ci sono sospetti molto più probabili.

Hamas non ha e non potrebbe avere alcun interesse nell’attaccare importanti funzionari dell’Autorità Nazionale Palestinese mentre andavano ad inaugurare un impianto di trattamento delle acque reflue che gli abitanti della Striscia di Gaza attendevano da molto tempo.

Hamas non ha neppure interesse a far finta di niente e a lasciare che qualcun altro attacchi i visitatori [arrivati] da Ramallah. Hamas si vuole dipingere come una potenza forte che governa e che desidera cedere la propria parte di potere perché preoccupata per il popolo, e non a causa dei propri fallimenti. Il fatto che non sia riuscita a impedire questo attacco indebolirà la sua posizione nei colloqui con Egitto e Fatah, la fazione dominante nell’ANP.

Data la continua e prevedibile situazione di stallo del dialogo per la riconciliazione tra Hamas e Fatah, questo è un compromesso che conviene ad Hamas: controlla di fatto Gaza, ma gli Stati donatori che lo boicottano continuano a costruire, attraverso l’ANP, le infrastrutture vitali ed urgentemente necessarie. Il successo di questi progetti infrastrutturali mitiga il disastro ambientale ed umanitario provocato dall’assedio israeliano. Probabilmente ridurranno le enormi sofferenze della popolazione, anche se solo un poco, e di conseguenza neutralizzeranno anche una delle principali ragioni della rivolta sociale contro Hamas.

Nel 2007 cinque persone annegarono nelle acque reflue che fuoriuscirono dalla vasca del vecchio ed inadeguato impianto di trattamento di Beit Lahia. Per anni acque fognarie non trattate si sono riversate in mare e sono penetrate nell’acquifero, con tutte le implicazioni note ed ignote che ciò comporta.

L’attuale impianto, il cui costo di 75 milioni di dollari è stato coperto da Svezia, Belgio, Francia, Commissione Europea e Banca Mondiale, dovrebbe servire circa 400.000 persone. Il Quartetto per il Medio Oriente (Stati Uniti, Nazioni Unite, Unione Europea e Russia) e il dipartimento di Stato USA hanno tenuto i contatti con le autorità israeliane in modo che consentissero l’ingresso a Gaza dei materiali da costruzione e degli esperti necessari. Senza la loro assistenza probabilmente la costruzione sarebbe durata molti più anni.

Secondo il comunicato stampa della Banca Mondiale, Israele e l’ANP hanno raggiunto un accordo temporaneo per la fornitura dell’energia elettrica necessaria per far funzionare l’impianto, senza la quale sarebbe stato una cattedrale nel deserto. Israele ha già accettato di attivare un’altra linea elettrica. Ma l’ANP ed Hamas devono ancora raggiungere un accordo su come pagare questa elettricità aggiuntiva.

La disputa sul finanziamento di servizi come l’elettricità per gli abitanti di Gaza è descritta come il principale ostacolo al progresso dei tentativi di riconciliazione tra Fatah ed Hamas. Ma queste discussioni di natura finanziaria – che avvengono nel momento in cui la popolazione di Gaza è sprofondata in una povertà e in una disperazione senza precedenti – sono semplicemente una copertura dell’inimicizia e della mancanza di fiducia tra i due principali movimenti palestinesi.

L’ANP sostiene di spendere una parte significativa del suo bilancio a Gaza, mentre Hamas non condivide le proprie entrate con L’ANP. Ma i gazawi affermano che una parte significativa di queste spese è coperta dai diritti di dogana che l’ANP riscuote sulle merci importate a Gaza via Israele.

Hamas chiede che l’ANP paghi i salari di circa 20.000 dipendenti pubblici che Hamas ha assunto durante i suoi anni al potere. Ramallah chiede che prima gli venga dato il controllo totale di ogni attività governativa a Gaza, compresa la riscossione delle tasse e dei versamenti.

Hamas continua a riscuotere imposte al consumo non ufficiali per finanziare la propria amministrazione nel territorio (le sue attività militari sono finanziate soprattutto con denaro dall’estero).

Hamas sta cercando di incrementare la quantità e varietà di beni importati attraverso l’Egitto, da cui ricava tasse. Gli abitanti di Gaza dicono che l’ANP ha fatto tutto quanto in suo potere per evitare che i prodotti arrivassero attraverso l’Egitto, proprio perché questi forniscono entrate ad Hamas. I gazawi sostengono anche che il governo del presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ha preparato ulteriori “misure punitive” contro Gaza – come il taglio del bilancio municipale e ulteriori tagli ai salari che Abbas eroga ai “suoi” lavoratori del pubblico impiego, che sono stati pagati per non lavorare fin da quando nel 2007 Hamas ha preso il potere a Gaza.

Che sia vero o no, quello che importa è che i gazawi accusano Abbas e Fatah di cercare di sottometterli economicamente in modo che Hamas rinunci alle proprie richieste di condivisione nell’assunzione di decisioni politiche e nelle istituzioni dell’OLP.

La richiesta di Abbas di “un solo governo, una sola forza armata” è logica e naturale, e tale è anche il suo timore che Hamas voglia rinunciare alle responsabilità sulle questioni civili e poi raccogliere un vantaggio politico, soprattutto tra i palestinesi della diaspora, dalla sua reputazione come “movimento di resistenza”. Ma al contempo Abbas non consente [che si tengano] nuove elezioni (in Cisgiordania e a Gaza), ha bloccato da 12 anni il Consiglio Legislativo Palestinese e controlla il sistema giudiziario.

A fine aprile il Consiglio Nazionale Palestinese, il parlamento dell’OLP, si dovrebbe riunire a Ramallah. I suoi parlamentari includono tutti i membri di Hamas eletti al consiglio legislativo nel 2006. Il solo fatto che si riunisca a Ramallah piuttosto che in un posto come Il Cairo o Amman è una chiara prova che Abbas e Fatah non sono interessati alla partecipazione di delegati di Hamas e di altri gruppi di opposizione, a cui Israele non vuol concedere di uscire da Gaza o di entrare in Cisgiordania.

In questa situazione persino le ragionevoli richieste politiche di Abbas ad Hamas sono viste come passi per consolidare il suo potere autoritario e conservare il controllo di Fatah sull’OLP e sull’ANP.

Prima di arrivare alla conclusione che Mohammed Dahlan, il rivale di Abbas, o gruppi salafiti siano dietro l’attacco di martedì contro il convoglio del primo ministro palestinese Rami Hamdallah, è altrettanto possibile immaginare un altro scenario, in cui i responsabili siano stati alcuni giovani, senza un progetto politico ma con accesso ad esplosivi, influenzati dalla descrizione di Fatah e dell’ANP come collaborazionisti che hanno abbandonato Gaza.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Stephen Hawking e Hamas: come uno scienziato ha preso la parola a favore dei palestinesi

Redazione di MEE

mercoledì 14 marzo 2018,Middle East Eye

Nel 2006 il fisico, morto mercoledì, incontrò il primo ministro israeliano Ehud Olmert, ma auspicò colloqui tra Israele ed Hamas dopo la guerra contro Gaza del 2008-09

Mercoledì si sono resi omaggi al famoso fisico inglese Stephen Hawking – ricordandolo non solo per la genialità della sua mente come scienziato, ma anche come appassionato attivista che ha prestato la propria impareggiabile voce a cause come il diritto dei palestinesi a resistere e per chiedere la fine della guerra in Siria.

Hawking, morto mercoledì mattina a 76 anni, raggiunse la fama internazionale in seguito alla pubblicazione nel 1988 di “Una breve storia del tempo”, il suo libro sulla ricerca di fisica teorica per una teoria unitaria che permettesse di risolvere [la contraddizione tra] la relatività generale e la meccanica quantistica.

Il libro arrivò a vendere più di 10 milioni di copie e trasformò Hawking in uno dei più rinomati scienziati al mondo.

A quel tempo Hawking era costretto su una sedia a rotelle e in grado di parlare solo tramite il suo particolare sintetizzatore vocale, poiché all’età di 22 anni gli venne diagnosticata una patologia neuronale.

Tra quanti hanno postato sui social media omaggi alla sua memoria ci sono stati i militanti per i diritti dei palestinesi, che hanno ricordato il suo appoggio al movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS), che chiede il boicottaggio accademico di Israele.

Nel 2013 Hawking si è ritirato da una conferenza a Gerusalemme sul futuro di Israele, affermando di aver deciso di “rispettare il boicottaggio” in base al parere di accademici palestinesi.

Hawking è stato condannato da sostenitori di Israele ; un portavoce del ministero degli Esteri israeliano ha detto: “Mai uno scienziato di una tale importanza ha boicottato Israele.”

Israel Maimon, il presidente della conferenza, ha affermato: “Il boicottaggio accademico di Israele secondo noi è vergognoso e scorretto, sicuramente da parte di una persona per la quale lo spirito di libertà è alla base della propria missione umana e accademica.”

Nel gennaio 2009, parlando con Al Jaazera dell’invasione israeliana di Gaza, “Piombo fuso”, in cui vennero uccisi più di 1.000 palestinesi, Hawking disse: “Un popolo sotto occupazione continuerà a resistere in ogni modo possibile. Se Israele vuole la pace dovrà parlare con Hamas come la Gran Bretagna ha parlato con l’IRA (l’Irish Republican Army) [il gruppo armato degli indipendentisti irlandesi, ndt.].”

Hamas è il rappresentante democraticamente eletto del popolo palestinese e non può essere ignorato.”

In quel periodo la posizione di Hawking sulla Palestina sembrò essersi radicalizzata, dai tempi della visita di otto giorni in Israele nel 2006, quando si incontrò con l’allora primo ministro Ehud Olmert.

Durante quel viaggio Hawking tenne anche una lezione presso l’Università Ebraica di Gerusalemme e visitò l’università [palestinese] di Birzeit nella Cisgiordania illegalmente occupata.

Hawking ha anche utilizzato la sua pagina Facebook per appoggiare gli scienziati palestinesi, chiedendo lo scorso anno ai suoi followers di donare fondi per sostenere l’apertura di una seconda scuola palestinese di studi di fisica avanzata.

Nel 2014 Hawking ha anche fatto sentire la propria voce sulla guerra in Siria, come parte di una campagna di “Save the Children”, per ricordare quello che allora era il terzo anno del conflitto, dando voce alle esperienze dei bambini colpiti dagli scontri.

Hawking ha affermato: “Quello che sta avvenendo in Siria è un abominio che il mondo sta guardando impotente dall’esterno. Dobbiamo lavorare insieme per porre fine a questa guerra e per proteggere i bambini siriani.”

Nel 2003 Hawking si espresse anche contro l’invasione dell’Iraq guidata dagli USA.

Nel 2004, rivolgendosi ad un raduno contro la guerra, Hawking disse che la guerra era stata giustificata sulla base delle “due menzogne”, secondo cui l’Iraq possedeva ordigni di distruzione di massa e insinuazioni su legami tra il governo di Saddam Hussein e gli attacchi dell’11 settembre 2001 contro gli USA.

È stata una tragedia per tutte le famiglie. Se questo non è un crimine di guerra, che cos’è?” disse Hawking. “Mi scuso per la mia pronuncia. Il mio sintetizzatore vocale non è stato impostato per i nomi iracheni.”

(traduzione di Amedeo Rossi)