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Israele afferma che l’uccisione di un membro di Hamas a Gaza è stata frutto di un ‘malinteso’

MEE e agenzie di stampa

11 luglio 2019 – Middle East Eye

Hamas dice che la morte di un membro del suo braccio armato, che stava seguendo altri palestinesi che si avvicinavano alla barriera, “non resterà impunita”

Giovedì un portavoce dell’organizzazione ha detto che un membro palestinese del braccio armato di Hamas è stato colpito a morte dalle forze israeliane vicino alla barriera di confine nel nord della Striscia di Gaza.

Hamas ha indicato il nominativo dell’uomo ucciso come Mahmoud al-Adham.

In una dichiarazione ha affermato che non lascerà questa morte “impunita” e che Israele “pagherà le conseguenze di questo atto criminale.”

Secondo una fonte di Hamas che ha parlato con Haaretz, il compito di Adham era di “impedire (ai palestinesi) di oltrepassare la barriera di confine.”

L’esercito israeliano lo ha confermato al sito di informazioni, dicendo che “una prima indagine evidenzia che un membro di Hamas si è avvicinato alla zona della barriera di confine seguendo due palestinesi che si avvicinavano alla barriera.”

Le truppe dell’esercito israeliano sono giunte sul luogo e hanno identificato il membro di Hamas come un terrorista armato. Hanno iniziato una sparatoria che è nata da un equivoco. Sull’incidente verranno fatte indagini.”

Il braccio armato di Hamas ha dei punti di osservazione vicino alla barriera di confine.

Da quando massicce proteste sostenute da Hamas sono iniziate lungo la barriera di confine nel marzo 2018, a Gaza sono stati uccisi dal fuoco israeliano almeno 295 palestinesi.

La maggior parte di loro è stata uccisa nel corso delle manifestazioni, ma altri sono stati uccisi da attacchi aerei o dal fuoco di carri armati. Sono stati uccisi sei israeliani.

L’enclave è sotto assedio dal 2007, il che ha causato grave penuria e stagnazione economica.

In base ad un accordo informale raggiunto a novembre, Israele avrebbe dovuto alleggerire le restrizioni in cambio di una tregua, ma da allora Hamas ha accusato Israele di non rispettare l’accordo.

lLe forniture di combustibile, che sono coordinate con le Nazioni Unite e pagate dallo Stato del Golfo del Qatar, facevano parte di quell’accordo di tregua.

Secondo l’ONU, esse hanno migliorato la fornitura di elettricità nell’enclave, dove gli abitanti attualmente usufruiscono di circa 12 ore di elettricità al giorno.

Prima dell’accordo la fornitura quotidiana di elettricità era abitualmente solo di sei ore.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Israele isola università palestinesi

Maureen Clare Murphy

11 luglio 2019 – Electronic Intifada

Israele sta isolando le università palestinesi per obbligare studiosi internazionali a lasciare i propri incarichi accademici nella Cisgiordania occupata.

Due gruppi palestinesi per i diritti umani, così come l’università di Birzeit, stanno chiedendo a Israele di togliere le restrizioni che impediscono ad accademici internazionali di lavorare in Cisgiordania e di rendere nota “una procedura chiara e legale per il rilascio di visti di ingresso e di lavoro.”

La politica di Israele di negare a stranieri l’ingresso in Cisgiordania, così come di negare e non trattare per tempo le richieste per l’estensione dei visti, ha colpito decine di studiosi che lavorano nelle università palestinesi.

Ranking a rischio

L’istituzione educativa e i gruppi per i diritti affermano che le restrizioni israeliane minacciano il ranking di Birzeit, inclusa nel 3% delle migliori università del mondo. La percentuale di docenti e studenti internazionali è un indicatore fondamentale per determinare il livello dell’università.

Impedendo a Birzeit di assumere corpo docente straniero, Israele sta ostacolando la sua possibilità di funzionare come un’università che risponda agli standard internazionali,” hanno affermato l’università e i gruppi per i diritti “Al-Haq” e “Adalah”.

Negli ultimi due anni quattro docenti a tempo pieno e tre a tempo parziale di Birzeit, la più antica università palestinese aperta in Cisgiordania, sono stati obbligati a lasciare il Paese e non hanno potuto continuare ad insegnare dopo che Israele ha rifiutato di rinnovare i loro visti.

Quest’anno Israele ha negato l’ingresso a due [docenti] stranieri con contratti a tempo pieno alla Birzeit. Sei membri del corpo docente sono attualmente senza visto valido e altri cinque, compreso un direttore di dipartimento, “sono all’estero senza chiare indicazioni se potranno tornare.”

Decine di membri del personale e docenti stranieri sono stati “colpiti durante gli ultimi due anni dalle restrizioni israeliane riguardo alle richieste di nuovi visti o di prolungamento del visto o dal rifiuto di consentire loro di entrare in Cisgiordania.”

Molti sono palestinesi con passaporto internazionale e la maggioranza proviene dagli USA e da Stati membri dell’Unione Europea.

La politica di Israele nei confronti degli accademici stranieri “viola la libertà delle università di espandere le aree di ricerca e di studio che offrono agli studenti sia palestinesi che stranieri. Di conseguenza Israele sta impedendo alla popolazione palestinese occupata di decidere da sé che tipo di educazione voglia avere.”

Un regolamento emanato dal COGAT, il braccio burocratico dell’occupazione militare israeliana, consente a “docenti ed esperti” stranieri di presentare domanda per un visto di soli tre mesi. Nel contempo le università israeliane “possono reclutare professori stranieri con una procedura separata che consente l’ingresso e il lavoro di stranieri per periodi fino a cinque anni.”

Regime dei permessi

Il regime dei permessi israeliani impedisce ai palestinesi di Gaza di studiare nelle università della Cisgiordania e viceversa.

Una volta gli studenti di Gaza rappresentavano il 35% degli iscritti nelle università della Cisgiordania. A causa del blocco israeliano che dura da più di 10 anni, lo scorso anno la disoccupazione tra i neolaureati ha raggiunto a Gaza circa l’80%.

Le associazioni internazionali di docenti, comprese l’“Associazione per gli Studi sul Medio Oriente”, con sede negli USA, “Docenti della California per la Libertà Accademica” e la “Società Britannica per gli Studi sul Medio Oriente”, hanno condannato le restrizioni israeliane sui docenti stranieri nelle università palestinesi. Nel contempo accademici e ricercatori europei hanno chiesto la fine dei finanziamenti dell’UE alle istituzioni accademiche israeliane con “stretti legami con l’industria militare israeliana.”

L’Unione Europea ha destinato più di 800 milioni di dollari ai ricercatori israeliani, soprattutto attraverso il suo programma di finanziamenti “Horizon 2020”.

Dal 2004 gruppi della società civile palestinese hanno chiesto un boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane.

L’appello al boicottaggio afferma che tali istituzioni “hanno contribuito direttamente a mantenere, difendere o comunque giustificare” l’oppressione dello Stato di Israele o “con il loro silenzio” sono state complici.

In quella che si dice sia la prima volta, un’associazione di studiosi della salute mentale ha appena annullato il progetto di tenere la sua conferenza del 2021 a Gerusalemme.

ENMESH” avrebbe preso la decisione dopo la reazione fortemente negativa di alcuni membri della direzione che non vogliono che l’organizzazione passi i prossimi due anni sotto pressione da parte di attivisti solidali con i palestinesi.

Secondo il giornale israeliano Haaretz, “è la prima volta che un’organizzazione di questo genere fa marcia indietro su sulla decisione già approvata di tenere un convegno in Israele, dimostrando il fatto che la campagna di boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane forse sta prendendo piede.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




La polizia israeliana espelle una famiglia palestinese a Gerusalemme est, mentre entra un gruppo di coloni

Redazione di MEE

10 luglio 2019 – Middle East Eye

La famiglia Siyam ha sostenuto una battaglia legale di 24 anni sulla proprietà contro il potente gruppo di coloni “Elad”

Mercoledì la polizia israeliana ha espulso una madre con i suoi quattro figli dalla loro casa nel quartiere della Gerusalemme est occupata di Silwan per consegnarla all’organizzazione di coloni “Elad”.

Negli ultimi 24 anni Jawad Siyam, un importante attivista locale che ha condiviso la titolarità della proprietà con la sua famiglia, è stato impegnato in una interminabile battaglia legale contro la ricca e potente “Elad” riguardo alla proprietà.

Secondo i media locali, è stato arrestato durante lo sfratto di sua sorella e dei suoi figli.

Dagli anni ’90 la famiglia Siyam ha vinto vari ricorsi nei tribunali israeliani contro Elad, ma il gruppo di coloni ogni volta ha presentato appello e esibito documenti ai giudici per dimostrare il proprio possesso della proprietà.

Lo scorso mese il tribunale distrettuale di Gerusalemme ha sentenziato a favore di Elad, una potente organizzazione il cui patrimonio è stimato ammontare a oltre 300 milioni di shekel (circa 74 milioni di euro).

Ora alla famiglia Siyam sono rimaste solo due unità abitative di un edificio di otto unità, dopo che Elad ne ha ottenute quattro.

Altre due unità immobiliari sono andate alla “Custodia israeliana delle proprietà di assenti” – un ente coloniale istituito in seguito alla Nakba (Catastrofe) del 1948 per prendere il controllo delle proprietà di palestinesi fuggiti dalla repressione durante la creazione dello Stato di Israele.

Secondo testimoni, mercoledì membri di Elad hanno occupato l’ultimo appartamento dei Siyam, buttando fuori gli effetti personali della famiglia, cambiando le serrature, erigendo cancelli tra loro e i Siyam e tagliando alberi in giardino.

Il capo di Elad, David Beeri, è stato filmato mentre esaminava la proprietà e poi stringeva la mano a un ufficiale della polizia israeliana. Nel 2017 Beeri ha ricevuto il Premio Israel alla carriera.

Jawad Siyam è il fondatore e direttore del centro d’informazione “Wadi al-Hilweh”, una Ong che intende fornire informazioni ai media e all’opinione pubblica sulle attività israeliane di colonizzazione nei quartieri di Silwan e Wadi al-Hilweh e e sugli scavi e i tunnel realizzati sotto le case palestinesi dalle autorità israeliane.

A lungo i palestinesi hanno accusato Israele di cercare di “ebraicizzare” la Gerusalemme est occupata e di cacciare i suoi 300.000 abitanti palestinesi per avere il controllo totale sulla città santa.

I due quartieri si trovano a sud delle mura della Città Vecchia di Gerusalemme e nei pressi della moschea di Al-Aqsa. Il quartiere è stato una zona di attività dei coloni e delle autorità israeliane, dove vengono tuttora effettuati scavi sotto le case dei palestinesi per trovare la perduta Città di Davide.

Negli ultimi 30 anni Elad ha occupato circa 75 case palestinesi. Lo scorso mese l’ambasciatore USA in Israele David Friedman e l’inviato della Casa Bianca per il Medio Oriente Jason Greenblatt hanno partecipato all’inaugurazione di un discusso tunnel sotto Silwan.

Il progetto del tunnel, chiamato dal governo israeliano “Via del pellegrinaggio”, è stato costruito nel corso degli ultimi otto anni con il sostegno di Elad. Passa sotto il quartiere in maggioranza palestinese di Wadi al-Hilweh.

Dal 1995 l’Autorità Israeliana per le Antichità, con l’appoggio della fondazione di coloni “Ir David”, ha scavato siti archeologici a Wadi al-Hilweh, ufficialmente per creare una nuova attrazione turistica e scoprire nella zona prove dell’esistenza della trimillenaria “Città di David”.

Il completamento del progetto della nuova “Città di David”, compreso un viale di stile romano costruito su strade che hanno ospitato generazioni di palestinesi, rafforzerebbe la posizione dei 450 coloni illegali che attualmente vivono a Silwan sotto scorta pesantemente armata, ed emarginerebbe i 10.000 abitanti palestinesi del quartiere.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Come i cristiani evangelici rischiano di incendiare il Medio Oriente

Jonathan Cook

8 luglio 2019 – Middle East Eye

TB Joshua è l’ultimo di una serie di predicatori filo-sionisti che si interessano a Israele – e i palestinesi ne pagheranno le conseguenze

Il recente arrivo del più popolare telepredicatore evangelico africano, TB Joshua, per rivolgersi a migliaia di pellegrini stranieri a Nazareth, ha prodotto un insieme di costernazione e di rabbia nella città dell’infanzia di Gesù.

C’è stata un’opposizione generalizzata da parte di movimenti politici di Nazareth, così come tra i gruppi comunitari e i leader religiosi, che hanno invocato un boicottaggio dei suoi due raduni. Si è aggiunto anche il consiglio dei mufti [autorità religiosa islamica, ndtr.], che ha descritto gli eventi come “una linea rossa per la fede nei valori religiosi.”

I raduni di Joshua, che includono episodi di esorcismo in pubblico, hanno avuto luogo in un anfiteatro all’aria aperta su una collina sopra Nazareth originariamente costruita per i fedeli del papa. Il luogo è stato utilizzato da papa Benedetto nel 2009.

Il pastore nigeriano, che ha milioni di seguaci in tutto il mondo e si autodefinisce un profeta, ha sollevato l’ostilità locale non solo perché il suo modello di cristianesimo si allontana di molto dalle più tradizionali dottrine delle chiese mediorientali. Rappresenta anche una tendenza dei cristiani stranieri, guidati da una lettura apocalittica della Bibbia, che si intromettono ancor più esplicitamente in Israele e nei territori palestinesi occupati – e in un modo che aiuta direttamente le politiche del governo israeliano di estrema destra.

Incremento del turismo di cui c’è molto bisogno

Nazareth è la più grande comunità palestinese in Israele sopravvissuta alla Nakba, o catastrofe, del 1948, che cacciò la maggioranza della popolazione autoctona da gran parte della propria patria e la sostituì con uno Stato ebraico. Oggi un quinto dei cittadini israeliani è palestinese.

La città e le sue immediate vicinanze includono la più alta concentrazione di palestinesi cristiani della regione. Ma ha a lungo patito dell’ostilità delle autorità israeliane, che hanno privato Nazareth di risorse per impedire che diventasse una capitale politica, economica o culturale della minoranza palestinese.

La città praticamente non ha terre su cui espandersi o zone industriali per ampliare le proprie risorse economiche, e Israele ha rigidamente limitato le sue possibilità di sviluppare un’adeguata industria turistica. La maggioranza dei fedeli vi passa brevemente per visitare la basilica dell’Annunciazione, il luogo in cui l’angelo Gabriele avrebbe detto a Maria che avrebbe portato in grembo Gesù.

Le autorità municipali di Nazareth hanno approfittato dell’occasione di sfruttare la pubblicità, e le entrate, fornite dalla visita di Joshua. La speranza a lungo termine del Comune è che, se la città potesse attirare almeno una piccola parte dei più di 60 milioni di cristiani evangelici degli USA e gli altri milioni in Africa ed Europa ciò fornirebbe un’enorme spinta all’economia della città.

Dati recenti mostrano che il turismo evangelico verso Israele è costantemente aumentato, rappresentando ora circa un settimo di tutti i visitatori dall’estero.

Giocare con il fuoco

Ma, come indicano le conseguenze negative della visita di Joshua, Nazareth potrebbe giocare con il fuoco incoraggiando questo tipo di pellegrini a interessarsi maggiormente alla regione. La maggior parte dei cristiani locali comprende che gli insegnamenti di Joshua non sono rivolti a loro – e, di fatto, probabilmente li danneggiano.

Il pastore nigeriano ha scelto Nazareth per diffondere il suo messaggio, ma si è trovato di fronte la viva opposizione di quanti credono che stia utilizzando la città solo come scenario per la sua più grande missione – che appare totalmente indifferente al dramma dei palestinesi, sia di quelli che vivono in Israele in luoghi come Nazareth o di quelli sotto occupazione.

A Nazareth le fazioni politiche hanno sottolineato i “legami di Joshua con circoli di estrema destra e dei coloni in Israele.” Egli avrebbe avuto incontri riguardo al fatto di avviare attività nella Valle del Giordano, il luogo in cui si ritiene che sia stato battezzato Gesù, ma anche la spina dorsale agricola della Cisgiordania. L’area è presa di mira dal governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu per l’espansione delle colonie e la possibile annessione, condannando di conseguenza i tentativi di creare uno Stato palestinese.

Una visione dell’Apocalisse

Durante la sua visita in Israele, Joshua ha anche avuto modo di parlare con figure importanti del governo, come Yariv Levin, uno stretto alleato di Netanyahu, che è stato titolare di due ministeri considerati fondamentali dalla comunità evangelica: quello del turismo e quello dell’integrazione in Israele di nuovi ebrei immigrati dagli USA e dall’Europa.

Nella comunità evangelica molti, compreso Joshua, pensano che sia loro dovere incoraggiare gli ebrei a spostarsi dai loro Paesi d’origine alla Terra Promessa per anticipare la fine del mondo, che sarebbe stata profetizzata dalla Bibbia.

Questa è l’Assunzione in cielo, quando Gesù ritornerà per costruire il suo regno sulla terra e i buoni cristiani prenderanno il loro posto al suo fianco. Tutti gli altri, compresi gli ebrei che non si saranno pentiti, è implicito, bruceranno nel fuoco eterno dell’inferno.

Il dirupo sulla valle di Megiddo, dove Joshua e i suoi discepoli si sono riuniti, offre una veduta su Tel Megiddo, il nome attuale del sito biblico di Armageddon, dove molti evangelici credono avverrà presto la fine del mondo.

Accelerare la seconda venuta

Questi cristiani non sono semplici osservanti di un progetto divino rivelato, sono parte attiva, cercando di avvicinare la fine del mondo.

Difatti i traumi del conflitto israelo-palestinese – i decenni di spargimenti di sangue, colonizzazione ed espulsione violenta dei palestinesi – non possono essere compresi separandoli dall’influenza dei dirigenti cristiani dell’Occidente in Medio Oriente nello scorso secolo. Essi hanno progettato in molti modi l’Israele che oggi conosciamo.

Dopotutto i primi sionisti non furono ebrei, ma cristiani. Un forte movimento cristiano-sionista – noto allora come “restaurazionismo” – sorse all’inizio del XIX° secolo, anticipando e influenzando pesantemente la sua successiva controparte ebraica.

La particolare lettura “restaurazionista” della Bibbia comportava che essi credessero che la seconda venuta del Messia avrebbe potuto essere accelerata se il popolo eletto da dio, gli ebrei, fosse tornato alla Terra Promessa dopo 2.000 anni di presunto esilio.

Charles Taze Russell, un pastore USA della Pennsylvania, viaggiò in tutto il mondo dagli anni ’70 dell’Ottocento in poi implorando gli ebrei di fondare un focolare nazionale per sé stessi in quella che allora era la Palestina. Produsse persino un progetto su come uno Stato ebraico potesse essere creato là. Lo fece circa 20 anni prima che il giornalista ebreo viennese Theodor Herzl pubblicasse il suo famoso libro che delineava uno Stato Ebraico.

Il laico Herzl non si interessava molto di dove questo Stato ebraico sarebbe stato fondato. Ma i suoi seguaci – profondamente consapevoli della presa del sionismo cristiano nelle capitali occidentali – concentrarono la propria attenzione sulla Palestina, la Terra Promessa biblica, nella speranza di conquistarsi potenti alleati in Europa e negli USA.

Parola d’ordine per i seguaci di Herzl

L’appoggio dell’impero britannico era particolarmente prezioso. Nel 1840 Lord Shaftesbury, che grazie a sua moglie era in rapporto con Lord Palmerston, in seguito primo ministro, pubblicò sul “London Times” un’inserzione che sollecitava il ritorno degli ebrei in Palestina.

Il sionismo cristiano fu un importante fattore che influenzò il governo inglese nel 1917 per l’emanazione della Dichiarazione Balfour – di fatto un impegno della Gran Bretagna che divenne la matrice per la creazione di uno Stato ebraico sulle rovine della patria della popolazione autoctona.

Scrivendo a proposito della dichiarazione, lo storico israeliano Tom Segev ha osservato: “Gli uomini che l’hanno prodotta erano cristiani e sionisti e, in molti casi, antisemiti.” Ciò perché i cristiani sionisti partivano dal presupposto che gli ebrei non si potessero integrare nei loro Paesi d’origine. Invece avrebbero potuto servire come strumenti del volere di dio, spostandosi in Medio Oriente in modo che i cristiani potessero essere redenti.

Edwin Montagu fu l’unico ministro del governo britannico ad opporsi alla Dichiarazione Balfour, ed era anche l’unico membro ebreo. Avvertì – per buone ragioni – che il documento si sarebbe “dimostrato un terreno comune per gli antisemiti in ogni Paese al mondo.”

Lotta fino all’Assunzione”

Mentre un secolo fa gli ebrei sionisti guardavano alla potenza imperiale britannica perché li appoggiasse, oggi il loro patrono sono gli USA. I portabandiera del sionismo cristiano hanno goduto di una crescente influenza a Washington a partire dalla guerra dei Sei Giorni del 1967.

Questo processo ha raggiunto il suo apice sotto la presidenza di Donald Trump. Si è circondato di una miscela di estremisti ebrei e cristiani sionisti. Il suo ambasciatore in Israele, David Friedman, e il suo inviato in Medio Oriente, Jason Greenblatt, sono ferventi sostenitori ebrei delle colonie illegali. Ma, a quanto pare, alla Casa Bianca ci sono anche importanti cristiani, come il vice presidente Mike Pence e il segretario di Stato Mike Pompeo.

Prima che entrasse nel governo, Pompeo era stato chiaro riguardo alla sua fede evangelica. Nel 2015 ha detto a una congregazione: “È una lotta senza fine…fino all’Assunzione in cielo. Siatene parte. Partecipate alla lotta.”

Lo scorso marzo ha appoggiato l’idea che Trump possa essere stato mandato da dio per salvare Israele da minacce come l’Iran. “Confido che dio stia lavorando qui,” ha detto alla Rete Televisiva Cristiana [CBN una rete televisiva americana di produzione religiosa evangelica molto conservatrice ndtr].

Nel contempo Pence ha affermato: “La mia passione per Israele sgorga dalla mia fede cristiana…È veramente il più grande privilegio della mia vita essere il vicepresidente di un presidente che si preoccupa così profondamente del nostro più prezioso alleato.”

Il gigante addormentato si risveglia.

Lo scorso anno lo spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme da parte di Trump, svuotando di significato qualunque accordo negoziato del conflitto israelo-palestinese, era inteso a compiacere la sua base cristiana sionista. Circa l’80% degli evangelici bianchi ha votato per lui nel 2016 ed egli avrà bisogno del loro appoggio di nuovo nel 2020 se spera di essere rieletto.

Non a caso la nuova ambasciata USA a Gerusalemme è stata consacrata da due importanti telepredicatori evangelici, John Hagee e Robert Jeffress, noti per il loro appoggio fanatico a Israele – così come per i loro occasionali accessi antisemiti.

Più di un decennio fa Hagee, fondatore di “Cristiani Uniti per Israele”, disse ai delegati di una conferenza organizzata dall’AIPAC, principale gruppo lobbystico di Israele a Washington: “Il gigante addormentato del sionismo cristiano si è svegliato. Ci sono 50 milioni di cristiani che applaudono in piedi lo Stato di Israele.”

Le attività del gruppo di Hagee includono pressioni sul Congresso per dure leggi a favore di Israele, come la recente legge “Taylor Force” che taglia drasticamente il finanziamento USA all’Autorità Nazionale Palestinese, il governo provvisorio palestinese. Il gruppo è anche attivo nel contribuire a far pressione a favore di leggi a livello statale e federale che penalizzino chiunque boicotti Israele. Per gli evangelici USA e altrove Israele è sempre più una questione fondamentale. Un sondaggio del 2015 mostrava che circa i tre quarti credono che avvenimenti in Israele siano stati profetizzati nel Libro dell’Apocalisse della Bibbia.

Molti si aspettano da Trump che completi una catena di eventi messi in movimento da politici britannici un secolo fa – e in numero sempre maggiore sono direttamente coinvolti nella speranza di accelerare il processo.

Legami più stretti con i coloni

La visione israeliana di una “riunificazione degli esiliati” – incoraggiando gli ebrei di tutto il mondo a spostarsi nella regione in base alla “legge del ritorno” – corrisponde perfettamente alla fede dei cristiani sionisti in un progetto divino per il Medio Oriente.

Anche gli sforzi dei coloni estremisti ebrei di colonizzare la Cisgiordania, la maggior parte di un qualunque futuro Stato palestinese, si accorda con la concezione dei cristiani sionisti della Cisgiordania come il “cuore biblico”, un’area che gli ebrei devono possedere prima che Gesù ritorni.

Per queste ragioni gli evangelici stanno sviluppando rapporti sempre più stretti con gli estremisti religiosi ebrei israeliani, soprattutto nelle colonie. Recenti iniziative hanno incluso programmi di studio della Bibbia, on line e presenziali, condotti da ebrei ortodossi, spesso coloni, destinati specificamente a cristiani evangelici. I seminari sono disegnati per rafforzare la narrazione dei coloni, così come per demonizzare i musulmani e, per estensione, i palestinesi.

Il corso più popolare offerto da “Root Source” [Sorgente Principale], una di queste iniziative, è intitolato “Islam: idee e inganni”. Utilizza il Vecchio e il Nuovo Testamento per sostenere l’argomentazione secondo cui l’Islam “è estremamente pericoloso”.

Pochi mesi fa Haaretz, il principale giornale progressista israeliano, ha pubblicato un’inchiesta sul crescente afflusso di volontari e finanziamenti evangelici nelle colonie illegali in Cisgiordania – il principale ostacolo per raggiungere una soluzione dei due Stati.

Una sola organizzazione USA, “Hayovel”, ha portato più di 1.700 volontari cristiani negli ultimi 10 anni per contribuire a una colonia nei pressi di Nablus, nel cuore della Cisgiordania.

Affluisce denaro degli evangelici

Un crescente numero di iniziative simili è stato agevolato da nuove norme introdotte lo scorso anno dal governo israeliano per finanziare gruppi cristiani sionisti come Hayovel perché promuova all’estero le colonie.

È molto più difficile sapere esattamente quanto denaro degli evangelici affluisca nelle colonie, a causa della mancanza di trasparenza riguardo alle donazioni USA fatte da chiese e istituzioni benefiche. Ma l’inchiesta di Haaretz stima che nell’ultimo decennio siano stati investiti più di 65 milioni di dollari.

Dieci anni fa Ariel, una colonia posta nel pieno centro della Cisgiordania, ha ricevuto da John Hagee Ministries [Sermoni di John Hagee] 8 milioni di dollari per un centro sportivo. Un altro gruppo evangelico, “J. H. Israel”, vi ha speso 2 milioni di dollari per un centro per una leadership nazionale.

Altre associazioni benefiche cristiane che storicamente hanno finanziato progetti in Israele stanno sempre più prendendo in considerazione anche l’assistenza alle colonie.

Se un piano di pace di Trump, che dovrebbe essere reso pubblico alla fine di quest’anno, sostenesse l’annessione di parti della Cisgiordania, come ampiamente previsto, probabilmente scatenerebbe un nuovo e anche maggiore flusso di denaro degli evangelici nelle colonie.

Immune alla ragione

Proprio questo è il problema per i palestinesi, e per il Medio Oriente in generale. I cristiani sionisti si stanno ancora una volta immischiando, che si tratti di funzionari del governo, leader o comunità di una chiesa. L’influenza degli evangelici si può riscontrare dagli USA e il Brasile all’Europa, all’Africa e al Sudest asiatico.

I governi europei generalmente hanno preoccupazioni più concrete e pressanti che realizzare profezie bibliche per giustificare politiche di divide et impera in Medio Oriente. Vogliono soprattutto il controllo sulle risorse petrolifere della regione, e possono garantirsele solo attraverso il potere militare per impedire che Nazioni rivali vi si affermino.

Ma l’acritico sostegno di decine di milioni di cristiani in tutto il mondo, la cui passione per Israele è immune alla ragione, fanno il lavoro per quei governi accettando come niente fosse guerre e furto di risorse.

Sia Israele che l’Occidente hanno tratto beneficio dall’aver creato l’immagine di un impavido Stato ebraico circondato da barbari arabi e musulmani decisi a distruggerlo. In conseguenza di ciò, Israele ha goduto di una sempre crescente integrazione nel blocco delle potenze occidentali, mentre ai governi occidentali sono stati offerti facili pretesti per interferire nella regione, direttamente o delegando questa intromissione a Israele.

La ricompensa per Israele è stata l’appoggio incondizionato da parte degli USA e dell’Europa, mentre opprime ed espelle dalle loro terre i palestinesi.

Con una base evangelica dietro di lui, Trump non ha la necessità di offrire argomenti plausibili prima di agire. Può spostare l’ambasciata USA a Gerusalemme o approvare l’annessione della Cisgiordania, o attaccare l’Iran.

Schierarsi contro i nemici di Israele

Da questo punto di vista qualunque nemico Israele sostenga di avere – i palestinesi o l’Iran – diventa automaticamente acerrimo nemico di decine di milioni di cristiani evangelici. Netanyahu comprende la crescente importanza di questa acritica lobby straniera, mentre la posizione sua e di Israele precipita tra gli ebrei USA progressisti, inorriditi dalla deriva verso destra dei governi che vi si susseguono.

Nel 2017 Netanyahu ha detto a una folla di evangelici a Washington: “Quando dico che non abbiamo migliori amici dei sostenitori cristiani di Israele, so che siete sempre stati con noi.” Per i palestinesi questa è una brutta notizia. La maggior parte di questi evangelici, come T.B. Joshua, sono in larga misura indifferenti o ostili al destino dei palestinesi – anche dei palestinesi cristiani, come quelli di Nazareth.

Un recente editoriale di Haaretz ha evidenziato che Netanyahu e i suoi politici stanno ora “adoperandosi per rendere gli evangelici – che appoggiano il rifiuto radicale di Israele riguardo ai palestinesi – l’unica base dell’appoggio americano per Israele.”

La verità è che questi cristiani sionisti vedono la regione attraverso un unico, esclusivo prisma: qualsiasi cosa contribuisca all’imminente arrivo del messia è ben accetta. L’unico problema è tra quanto tempo il “popolo eletto” da dio si riunirà nella Terra Promessa.

Se i palestinesi ostacolano Israele, queste decine di milioni di cristiani stranieri saranno assolutamente contenti di vedere la popolazione autoctona di nuovo cacciata – come lo è stata nel 1948 e nel 1967.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Jonathan Cook

Jonathan Cook è un giornalista britannico residente dal 2001 a Nazareth. È l’autore di tre libri sul conflitto israelo-palestinese. È stato vincitore del Martha Gellhorn Special Prize for Journalism.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Come “colonie archeologiche” stanno distruggendo case palestinesi

Mersiha Gadzo

 8 luglio 2019 – Al Jazeera

Secondo una Ong, Israele sta creando una “realtà storica immaginaria” con scavi di tunnel nella Gerusalemme est occupata.

Fayyad Abu Rmeleh, 60 anni, teme che un giorno il pavimento e il cortile della sua casa crollino. Ogni giorno, dice, dalla mattina fino al tardo pomeriggio, la famiglia sente scavare e trivellare tunnel sotto l’edificio.

Gli scavi condotti dalle autorità israeliane sono iniziati per la prima volta nel 2000, ma è stato solo cinque anni fa che loro hanno iniziato a notare danni alla casa.

“Sta mettendo in pericolo le nostre vite,” dice Abu Rmeleh ad Al Jazeera. “Se ti guardi intorno trovi nuove crepe. Non sappiamo quanti tunnel ci siano sotto la nostra casa, ma crediamo che siano almeno tre.”

I cinquanta membri della famiglia Abu Rmeleh vivono nel quartiere Wadi Hilweh di Silwan, nella Gerusalemme est occupata, pubblicizzato come l’attrazione turistica della “Città di Davide”, dove secondo alcuni israeliani il re Davide biblico costruì l’“originaria città di Gerusalemme”, circa 3000 anni fa.

Sotto la loro casa le autorità israeliane hanno scavato tunnel, cercando le tracce dell’epoca del Secondo Tempio.

Nella sua casa si sono formate lunghe crepe irregolari in ogni direzione – sulle scale, vicino alle finestre in bagno e in sala, mentre in certi punti si sono staccati dal muro dei calcinacci.

Fuori di casa una crepa lunga un metro e mezzo si snoda sul terreno.

Ma la casa di suo nipote, che si trova nello stesso edificio, è stata ancora più danneggiata. All’inizio del 2018 è stato obbligato ad andarsene con la moglie e i cinque figli, in quanto il terreno ha ceduto e può a malapena sostenere i muri.

“Ho sempre paura, sono sempre preoccupato. Chiedo ai bambini di non giocare molto nel cortile o di non correre troppo, in quanto il pavimento potrebbe crollare in qualunque momento,” dice Umm Jihad, la moglie di Abu Rmeleh.

Da anni gli abitanti palestinesi di Silwan sono allarmati dai danni che le loro case hanno subito a causa degli scavi nel sottosuolo.

La scorsa settimana le autorità israeliane hanno inaugurato il tunnel scavato da poco, “il Cammino dei Pellegrini”, che si estende da Wadi Hilweh al Muro del Pianto, appena fuori dal complesso di Al Aqsa nella Città Vecchia della Gerusalemme est occupata.

Fonti ufficiali israeliane – compresi membri dell’organizzazione dei coloni “Elad”, che finanzia gli scavi e gestisce il sito – affermano che la strada era percorsa dai pellegrini ebrei verso il Secondo Tempio, che credono si trovasse dove ora c’è il complesso di Al Aqsa.

L’Autorità Nazionale Palestinese ha condannato la presenza di funzionari USA all’inaugurazione, definendo l’avvenimento come parte della “ebreizzazione” di Gerusalemme.

Il consigliere della Casa Bianca Jason Greenblatt ha risposto in un tweet che la protesta è “ridicola”, aggiungendo: “Non possiamo ‘ebreizzare’ quello che la storia/archeologia mostrano. Possiamo attestarlo e voi potete smettere di fare finta che non sia vero! La pace può essere costruita solo sulla verità.”

Cattiva archeologia”

Mentre Greenblatt e membri di “Elad” sono certi che il nuovo tunnel servisse come cammino dei pellegrini verso il Secondo Tempio, molti archeologi non lo sono, come ha notato in un articolo Yonathan Mizrachi, che vive a Gerusalemme.

Mizrachi, direttore dell’Ong israeliana “Emek Shaveh”, dice ad Al Jazeera che i tunnel che Israele ha scavato dentro e attorno alla Città Vecchia e a Silwan sono “problematici”.

Finora non è stato pubblicato nessun articolo accademico o scientifico sui tunnel, né è stato pubblicato alcun dato su quello che è stato scoperto. Secondo “Emek Shaveh”, riguardo al “Cammino dei Pellegrini” non ci sono certezze relative alla datazione del canale di drenaggio.

Oltretutto i tunnel sono stati scavati orizzontalmente, rompendo in pratica con il metodo di scavo verticale dalla superficie in giù accettato da un secolo, secondo Mizrachi il metodo utilizzato dagli archeologi in tutto il mondo. Le informazioni ottenute da scavi orizzontali sono quasi senza alcun valore.

“Quando scavi orizzontalmente, non puoi capire esattamente come i vari periodi si sono sviluppati nel sottosuolo, non capisci correttamente quello che trovi perché lo vedi da una sezione laterale, non dall’alto,” dice Mizrachi.

“Non è il modo di fare archeologia. Quando scavi orizzontalmente commetti fin dall’inizio un errore.” In precedenza due importanti funzionari dell’Autorità Israeliana delle Antichità, Jon Seligman e Gideon Avni, avevano criticato l’escavazione dei tunnel, affermando che, contrariamente alla prassi accettata, è “cattiva archeologia” e “le autorità non dovrebbero essere orgogliose di questi scavi.”

Realtà storica immaginaria”

L’ultima inaugurazione è emblematica del più complessivo problema: ai visitatori dei luoghi archeologici accompagnati nella Gerusalemme est occupata viene detto che gli scavi sono esclusivamente relativi alla storia ebraica, ignorando i diversi capitoli multiculturali della storia di Gerusalemme, come i periodi bizantino e omayyade.

“La gente della fondazione “Elad” ha creato una realtà storica immaginaria fondata sulle sue convinzioni religiose e sui suoi obiettivi nazionalisti piuttosto che su ritrovamenti archeologici e altre prove storiche,” ha osservato Emek Shaveh in un suo rapporto del 2017.

Per esempio, secondo Emek Shaveh presso i famosi tunnel del Muro del Pianto resti di periodi non relativi alla storia ebraica rimangono per lo più ignorati dai visitatori, nonostante gli archeologi concordino sul fatto che la maggior parte dei reperti sia successiva alla distruzione del Secondo Tempio.

In realtà la maggior parte degli scavi presso i tunnel del Muro del Pianto sono al di sotto di strati che sono totalmente musulmani, strutture dei Mamelucchi del XIV° e XV° secolo, nota Mizrachi.

Eppure quello che viene raccontato ai visitatori si concentra quasi esclusivamente sulla storia del Secondo Tempio. Uno degli spazi più vasti scavati nei tunnel del Muro del Pianto è un hammam (bagno turco) del periodo mamelucco, nel XIV° secolo.

Eppure è stato convertito in un’esposizione dell’eredità ebraica, dedicato a raccontare la storia del pellegrinaggio degli ebrei a Gerusalemme, “ignorando quindi completamente il significato storico del sito in cui si trova”, ha scritto Emek Shaveh.

Non ci sono indicazioni per fare in modo che il visitatore sappia che si tratta di una struttura mamelucca o che è stata costruita dal governatore di Damasco, Sayf al-Din Tankaz, responsabile di alcuni degli edifici più considerevoli del tempo, ha scritto Mizrachi in un articolo.

Allo stesso modo nel 2012 il governo israeliano ha deciso di progettare un Centro Biblico all’ingresso di Silwan, che avrebbe presentato storie bibliche e la loro importanza per gli israeliani.

Eppure, secondo Emek Shaveh, nessun resto significativo di periodi biblici è stato scoperto in quel luogo.

A Silwan continuano gli scavi sotto le case palestinesi per trovare prove storiche di re Davide per pubblicizzarla come la “Città di Davide”, nonostante il fatto che gli archeologi mettano in discussione le testimonianze di un regno nel X° secolo a.C.

“C’è un dibattito molto acceso tra gli archeologi su quanto avvenne a Gerusalemme nel X° secolo a.C., il periodo che intendo come l’epoca di Davide e del regno di Salomone,” dice Mizrachi.

“Le testimonianze archeologiche sono molto poche e non ci forniscono il quadro di una vera e propria città, né assolutamente di una città vasta, grande, importante.

“Ci sono stati 150 anni di scavi (alla ricerca della città di Davide), ci sono certamente ancora molte testimonianze mancanti riguardo al tempo di Davide e Salomone. Questo è sicuramente un problema.”

Colonia archeologica”

Mizrachi afferma che gli scavi del tunnel fanno “tutti parte di un progetto politico”.

“Sfortunatamente Israele sta utilizzando questi tunnel mascherati da scavi archeologici, ma in realtà ciò fa parte dell’obiettivo politico di impedire che Gerusalemme rientri in qualunque soluzione politica,” afferma Mizrachi. “Pensiamo che sia un’altra forma di colonizzazione. È una colonia senza persone, ma si tratta di una colonia archeologica. Non è meno problematica, ma persino di più, rispetto ad altre colonie.”

Riguardo alla famiglia Abu Rmeleh, pensa che la sua vita sia in pericolo ma non sa a chi rivolgersi per essere aiutata.

Oltre alle crepe che il loro edificio ha subito, nella casa del nipote hanno anche trovato un buco che porta ai tunnel.

“Lo abbiamo coperto con questo pezzo di legno e qualche pietra perché temiamo quello che potrebbe uscire da quel buco,” dice Abu Rmeleh.

In marzo l’agenzia di notizie Ma’an ha informato che a Silwan un campo giochi è crollato in seguito a 12 anni di scavi sotterranei.

“La cosa più importante nella vita di una persona è vivere in sicurezza e con stabilità. Una casa dovrebbe essere il luogo in cui ci possiamo sentire (sicuri), ma non è il nostro caso,” afferma Abu Rmeleh, aggiungendo che continueranno a vivere nell’edificio nonostante la sua fragilità.

“Questa casa vuol dire tutto per un anziano come me…Il legame tra me e la casa è come quello tra padre e figlio,” dice Abu Rmeleh.

Sull’autrice

Mersiha Gadzo è una giornalista e produttrice in rete di Al Jazeera in inglese.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Noto attivista anti occupazione aggredito a Tel Aviv

Oren Ziv

8 luglio 2019 – +972

L’attivista di sinistra Jonathan Pollak aggredito da due assalitori fuori dal suo posto di lavoro nel sud di Tel Aviv. Gli aggressori mentre lo picchiavano avrebbero gridato ‘stronzo di sinistra’, prima che uno di loro tirasse fuori un coltello e lo ferisse in modo lieve.

Domenica a Tel Aviv un noto attivista di sinistra è stato aggredito fisicamente da due assalitori sconosciuti mentre usciva dal lavoro. Pare che gli aggressori mentre lo picchiavano abbiano gridato “stronzo di sinistra”, prima che uno di loro estraesse un coltello e lo ferisse in modo lieve al viso e alle braccia.

Jonathan Pollak, che ha militato a lungo nel movimento anti-occupazione in Israele e in Cisgiordania, è stato aggredito mentre usciva dall’edificio di Haaretz, nel sud di Tel Aviv, dove lavora come grafico.

Pollak ha detto che aveva notato di essere seguito da due individui che lui ha pensato fossero poliziotti che cercavano di arrestarlo a causa di un mandato di cattura. “Ho cercato di correre ma mi hanno raggiunto, mi hanno spinto a terra e hanno incominciato a prendermi a pugni e calci”, ha raccontato a casa sua dopo l’aggressione. “Quando ho cercato di difendermi uno di loro ha estratto un coltello e mi ha fatto un taglio in faccia”. Pollak ha riferito che i due mentre lo picchiavano gridavano “stronzo di sinistra”, prima di scappare.

Pollak ha riportato graffi al volto e alle braccia ed è stato colpito in faccia e alle costole. Ha detto di non avere idea di chi lo abbia aggredito, ma gli assalitori sembravano avere “tra i 20 e i 30 anni”.

Nel dicembre 2018 ‘Local Call’ [sito web in ebraico di +972, ndtr.] ha riferito che il gruppo di destra ‘Ad Kan’ ha avviato un’azione giudiziaria privata contro tre israeliani, compreso Pollak, per aver partecipato alle proteste contro la barriera di separazione in Cisgiordania. L’azione giudiziaria privata di ‘Ad Kan’, la prima di questo genere contro attivisti anti-occupazione, accusa gli imputati di “aggresssione contro soldati dell’esercito israeliano e contro la polizia di frontiera.”

Ad Kan’ si è messo in evidenza per la prima volta negli ultimi anni per aver infiltrato i suoi collaboratori nelle organizzazioni per i diritti umani per registrare con telecamere nascoste ogni loro mossa.

Tuttavia Pollak si è rifiutato di comparire in tribunale, sostenendo di non riconoscere la legittimità di un sistema che mantiene una “dittatura militare” su “soggetti privati di tutti i fondamentali diritti democratici” in Cisgiordania e Gaza, o che sono “cittadini di serie B” in Israele.

Il tribunale ha quindi emesso un mandato di arresto per Pollak, che consente alle autorità di trattenerlo fino all’ udienza successiva, prevista a settembre. Secondo il tribunale Pollak verrà rilasciato se accetterà di pagare una cauzione di 1.000 shekels (250 euro).

Non intendo presentare denuncia alla polizia perché verrò arrestato, ma non lo avrei fatto comunque”, ha detto Pollak. “Mi rifiuto di andare in tribunale perché i miei amici palestinesi ed io veniamo processati con diversi sistemi giudiziari e mi rifiuto di utilizzare i servizi della polizia che si attivano per me, mentre non lo fanno per i palestinesi.”

Immediatamente dopo il suo rifiuto di presentarsi in tribunale, ‘Ad Kan’ ha pubblicato parecchi post su Facebook e Twitter, inclusa una fotografia di Pollak, chiedendo al pubblico di contribuire a localizzarlo. Un utente di Twitter ha risposto che Pollak “si trova spesso nell’edificio di Haaretz in Schoken Street”, dove si è verificata l’aggressione di lunedì.

Dopo l’aggressione, ‘Ad Kan’ ha twittato: “Negli ultimi 15 anni Pollak è stato coinvolto in violente manifestazioni contro i soldati dell’esercito israeliano. Pollak attualmente ha in corso una denuncia penale che noi abbiamo presentato contro di lui. Noi, al contrario di Pollak, siamo contrari ad ogni forma di attività violenta. Il signor Pollak è invitato a contattare le forze dell’ordine, che ha recentemente dichiarato di non riconoscere, in modo che possano esaminare le sue accuse.”

Da anni i palestinesi e coloro che si oppongono all’occupazione vengono aggrediti nei territori occupati. Oggi questo è successo anche a Tel Aviv”, ha dichiarato dopo l’aggressione Ayman Odeh, capo del partito ‘Hadash-Ta’al [partito di sinistra arabo-israeliano, ndtr.]. “Dopo una campagna di istigazione delle organizzazioni di coloni mirata contro Jonathan Pollak, due uomini – di cui uno armato di coltello – lo hanno aggredito. Si tratta di un altro violento colpo basso e di una vittoria per l’apparato di istigazione della destra.”

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in ebraico su ‘Local Call’.

Oren è un fotogiornalista e membro fondatore del collettivo di fotografi ‘Activestills’. Dal 2003 ha documentato una serie di vicende sociali e politiche in Israele e nei territori palestinesi, con una particolare attenzione nei confronti delle comunità di attivisti e delle loro lotte.

Tra gli eventi che io documento, con la convinzione che la fotografia possa provocare dei cambiamenti, vi sono: le proteste contro il muro e le colonie, la possibilità di avere un’abitazione ed altre questioni socio-economiche, le lotte contro il razzismo e le discriminazioni e la lotta per liberare gli animali.

Sono stato collaboratore di +972 quasi fin dall’inizio e lavoro anche per diversi altri mezzi di informazione locali e internazionali.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Il capo di un gruppo lobbistico israeliano scoperto da un documentario realizzato da un infiltrato si dimette

Asa Winstanley

3 luglio 2019 – Electronic Intifada

L’amministratore delegato di uno dei più influenti gruppi lobbistici israeliani in America si è dimesso nel mezzo di quella che viene definita una crisi di finanziamenti.

Benché non venga citato nelle notizie in merito, le dimissioni di Josh Block da capo di ‘The Israeli Project’ giungono a meno di un anno di distanza da quando un documentario realizzato da un infiltrato ha rivelato molte delle attività segrete del gruppo.

I donatori e gli amministratori fiduciari probabilmente hanno visto il fatto che l’organizzazione si sia fatta infiltrare da un giornalista come un grave passo falso.

Comunque, in un messaggio ai sostenitori, Block ha accusato “il clima politico polarizzato negli Stati Uniti” di rendere più difficile per il gruppo reclutare persone.

Il messaggio è stato visto dalla JTA, un’agenzia di informazioni ebraico-americana. Block ha rifiutato di rilasciare dichiarazioni alla JTA.

La JTA ha riferito che, in base ai più recenti dati disponibili sulle entrate fiscali, anteriori al documentario riservato, i finanziamenti a “The Israel Project” sono calati di circa la metà dal 2015 al 2016.

L’anno scorso l’indagine riservata ha rivelato che uno dei finanziatori di ‘The Israel Project’ è Adam Milstein, condannato per evasione fiscale.

Nell’ambito dell’indagine, l’allora direttore della raccolta fondi del gruppo ammette in privato che Milstein “finanzia ‘The Israel Project’, come anche ‘Canary Mission’, un anonimo sito web antipalestinese che compila liste di proscrizione.

Il film, ‘The lobby – USA’, è stato prodotto dall’unità investigativa di Al Jazeera, ma non è mai stato trasmesso dal canale qatariota, in seguito a una pesante pressione censoria da parte della lobby israeliana. Il giornalista in incognito ha osservato dall’interno ‘The Israel Project’, entrandovi nel 2016 e ricevendo in seguito persino un’offerta di lavoro.

The Electronic Intifada’ l’anno scorso ha diffuso tutte le quattro parti del documentario.

Campagna segreta di condizionamento

Il film rivela che ‘The Israel Project’ sta conducendo una massiccia campagna online di condizionamento. Il gruppo gestisce una serie di pagine Facebook che sembrano riguardare argomenti non collegati a Israele, come storia, diritti delle donne e ambientalismo.

Ma in realtà le pagine sono gestite da ‘The Israel Project’ ed hanno diffuso contenuti che hanno raggiunto milioni di visualizzazioni.

Si tratta in gran parte di argomenti a caso e forse circa il 25% di essi sarà su Israele o relativo agli ebrei”, ha spiegato un membro del gruppo che ha lavorato sulle pagine [in rete] per ‘The Israel Project’.

Abbiamo molti progetti collaterali con cui stiamo cercando di influenzare il dibattito pubblico”, ha detto Jordan Schachtel al giornalista in incognito di Al Jazeera.

 

Ecco perché è una cosa riservata”, ha ammesso Schachtel. “Perché non vogliamo che la gente sappia che questi progetti paralleli sono collegati a ‘The Israel Project’”.

Si può vedere la sezione relativa a questo nel quarto episodio del suddetto film.

A febbraio ‘The Electronic Intifada’ ha rivelato che Facebook aveva dato l’assenso a questa campagna segreta di condizionamento per conto di uno Stato estero.

Un portavoce di Facebook ha sostenuto con ‘The Electronic Intifada’ che le pagine della campagna di condizionamento “non violano alcuna politica delle pagine di Facebook.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Turista americana maltrattata ed arrestata da agenti della polizia di frontiera israeliana mentre cerca di andare a un matrimonio a Ramallah

Laura Comstock

2 luglio 2019 – MondoWeiss

Il 1 luglio ho cercato di attraversare il confine tra Giordania e Israele per visitare luoghi storici e partecipare a un matrimonio a Ramallah. Ero stata invitata in Cisgiordania da una mia docente universitaria che si dà il caso sia palestinese. Ci eravamo separate al posto di controllo di frontiera sul lato giordano e il mio bagaglio era stato caricato sul suo autobus, mentre io ho dovuto rimanere indietro in Giordania ed aspettare l’autobus turistico.

Sono arrivata sul lato israeliano alle 15,30 ed ho aspettato di raggiungere il controllo passaporti. Quando ho spiegato le ragioni della mia visita in Israele al poliziotto di frontiera, sono stata immediatamente interrogata sulla storia della mia famiglia e mi è stato chiesto delle mie intenzioni in Israele. Non volevo far altro che visitare i principali luoghi di interesse, partecipare al matrimonio e tornare in Giordania entro due settimane.

Quando li ho informati che quella notte sarei stata con la mia docente universitaria a Ramallah il loro atteggiamento è completamente cambiato e sono diventati estremamente ostili.

Allora sono stata interrogata e tre agenti di frontiera mi hanno gridato contro con dietro di me una lunga fila di altri turisti americani. Sono stata immediatamente arrestata senza spiegazioni e il mio passaporto mi è stato tolto.

Dato che le mie valige erano già in Israele, avevo con me solo lo zaino e la pattuglia di frontiera ha fatto pesanti commenti su di me, affermando: “Come pensi di poter sopravvivere solo con una borsa?” Ho gentilmente spiegato agli agenti che le mie cose erano già passate dal posto di controllo di confine con la mia compagna di viaggio e che mi stavano aspettando.

Questa risposta non gli è bastata, e hanno fatto commenti ancora più pesanti riguardo alla quantità di denaro che avevo nel portafoglio. I soldi (50 dinari giordani) che avevo nel portafoglio sarebbero stati totalmente privi di importanza dato che in Israele avevo intenzione di utilizzare la mia carta di credito. Mi hanno obbligata a stare seduta da sola senza dirmi cosa stesse accadendo dopo che ho fornito loro indirizzi e informazioni sulla mia compagna di viaggio.

Dopo circa tre ore sono stata informata dal soldato di guardia che dovevo essere rispedita in Giordania senza le mie cose. Nelle mie borse avevo medicine importanti di cui non posso fare a meno, ma il controllo di frontiera e i soldati non se ne sono preoccupati e hanno fatto volgari apprezzamenti sulla mia necessità delle medicine, di occhiali da vista e lenti a contatto.

La ragione che mi hanno dato è stata: “È improbabile che qualcuno ti abbia invitata a un matrimonio qui e che tu non sia organizzata, per cui per la sicurezza di Israele sei rimandata in Giordania.”

Non so bene come partecipare a un matrimonio e fare turismo siano una ragione perché venga negato l’ingresso in un Paese.

La villania del personale israeliano al posto di controllo del ponte Re Hussein è stata ingiustificabile e una macchia nera sull’esercito e sul governo israeliani. Sono anche stata obbligata a farmi prendere le impronte digitali e mi hanno fatto sentire come una criminale e coperta d’insulti, finché sono stata messa a forza su un autobus di ritorno al lato giordano, dove sono stata trattata molto gentilmente dalla polizia e mi è stato garantito che sarei tornata ad Amman sana e salva.

Nessun essere umano dovrebbe sopportare scherno e intimidazioni solo perché viaggia. Ho contattato l’ambasciata USA per informarli di questo problema.

Sono disgustata e amareggiata per il fatto che un Paese preferisca disumanizzare le persone invece di lasciare che si spostino liberamente. Quello che è avvenuto oggi è stato solo un assaggio di quanto i palestinesi devono subire ogni giorno.

Laura Comstock è una studentessa esperta di storia e studi sul Medio Oriente all’università Bloomsburg. I suoi interessi di ricerca si concentrano sui rapporti delle minoranze in Medio oriente, principalmente in Egitto e nella Palestina occupata.

(traduzione di Amedeo Rossi)




L’uso dell’archeologia al servizio del nazionalismo

Di Chemi Shiff e Yonathan Mizrachi

|5 luglio, 2019 – +972 Magazine

L’inaugurazione di una presunta antica ‘Via del pellegrinaggio’ ebraica da parte dell’ambasciatore (americano) David Friedman e dell’inviato della Casa Bianca Jason Greenblatt ci ricorda che l’archeologia non è mai neutrale come alcuni vorrebbero credere.

Si tende a pensare all’archeologia come ad una disciplina neutrale. Gli archeologi dissotterrano i manufatti, li datano e cercano di stabilire una cronologia per comprendere meglio la storia di un particolare luogo o popolo.

L’inaugurazione, la settimana scorsa, della “Via del Pellegrinaggio” a Gerusalemme da parte dell’ambasciatore USA in Israele David Friedman e dell’inviato della Casa Bianca in Medio Oriente Jason Greenblatt ci ricorda che l’archeologia non è mai neutrale come a qualcuno piacerebbe credere. Secondo alcuni archeologi quella via era percorsa dai pellegrini ebrei quando salivano al Secondo Tempio circa 2000 anni orsono.

Per i palestinesi il tunnel si trova proprio sotto il quartiere di Silwan, a lungo agognato dai coloni israeliani che operano attivamente per giudaizzare l’area.

Quando si tratta dell’archeologia di Gerusalemme sembra che tutti preferiscano non vedere l’elefante nella stanza: come può qualunque sito archeologico, soprattutto se con una storia molto stratificata, essere presentato come prova delle esclusive pretese di un solo gruppo etnico-nazionale?

Doron Spielman, vice presidente dell’organizzazione di coloni Elad, che ha finanziato gli scavi e gestirà il relativo sito archeologico, ha detto al Jerusalem Post che “questo luogo è il cuore del popolo ebraico ed è come il sangue che scorre nelle vene.” Commentando l’importanza della scoperta, Greenblatt ha sottolineato che “l’archeologia non modella il paesaggio storico”, ma piuttosto si concentra sugli “scavi e l’analisi di manufatti e resti materiali.”

La posizione di Greenblatt trascende le differenze politiche tra sinistra e destra. Dopotutto l’archeologia è stata a lungo usata da molte società per consolidare la propria ideologia in quanto parte inseparabile del paesaggio. Questo ovviamente non significa che l’archeologia non possa essere usata per distinguere tra differenti culture. Però, nella maggior parte dei luoghi che sono stati abitati da innumerevoli culture nel corso dei secoli – e soprattutto in luoghi molto stratificati come Gerusalemme – le scoperte archeologiche usualmente rivelano la storia di relazioni complesse tra le varie culture stanziate in ogni specifica area.

Mentre non vi è dubbio che gli ebrei siano vissuti nella zona circostante la Via del Pellegrinaggio in diversi periodi, gli scavi hanno rivelato che l’area è stata costantemente abitata per migliaia di anni prima e dopo il periodo romano (a cui in Israele ci si riferisce come ‘periodo del Secondo Tempio’), durante il quale la via fu costruita per la prima volta.

Inoltre, mentre i rappresentanti di Elad sono convinti che questa via venisse percorsa dai pellegrini per recarsi al Secondo Tempio, molti archeologi non lo sono. Le prove disponibili chiamano in causa l’esclusività ebraica sul sito. Però finora non è stato pubblicato alcun rapporto sui dati reperiti dagli scavi. In assenza di essi, ogni interpretazione della storia del sito deve essere considerata una congettura piuttosto che un fatto.

Ovviamente la parte non ebraica della storia deve ancora essere narrata. Quando si cammina nel sito archeologico della città di Davide, si apprende molto sull’eredità ebraica. Ci si dovrebbe interrogare sul fatto che la Via del Pellegrinaggio sia stata scavata come tunnel orizzontale, un metodo di scavo archeologico molto contestato, che impedisce la possibilità di distinguere tra gli strati del sito.

Inoltre il tunnel consente ai visitatori di attraversare il villaggio di Silwan senza vedere neanche una volta un palestinese o affrontare le implicazioni politiche dell’impresa archeologica di Elad a Gerusalemme. Così, gli scavi nel tunnel possono essere visti come un ulteriore passo nell’appropriazione di ciò che Friedman e Greenblatt definiscono la “verità” della storia di Silwan, dato che gli scavi stessi – e non soltanto l’interpretazione di essi – ignorano e distruggono gli strati al di sotto e al di sopra di questa via.

Alla domanda sull’importanza della Via del Pellegrinaggio, Friedman ha affermato che “espone la verità e la scienza ad una discussione che per troppo tempo è stata deformata dai miti e dalle mistificazioni”, spiegando che i ritrovamenti “mettono fine agli infondati sforzi di negare il fatto storico dell’antico legame di Gerusalemme con il popolo ebraico.” Friedman e Greenblatt hanno aggiunto che qualunque soluzione per una pace sostenibile con i palestinesi deve basarsi sulla “verità”.

Tuttavia, come per tanti casi precedenti, sembra che la ricerca della verità attraverso l’archeologia si riveli una giustificazione di programmi nazionalisti piuttosto che un tentativo di costruire ponti tra popoli.

Nella loro ricerca di una verità di convenienza, per Friedman e Greenblatt niente è più facile che rimuovere la complessa vicenda storica di Silwan, della Via del Pellegrinaggio e della violenza che questa zona ha subito a causa dell’uso dell’archeologia da parte sia di israeliani che di palestinesi come partita a somma zero. Invece di monopolizzare una narrazione nazionalista esclusiva, sarebbe forse meglio che i leader di tutte le parti creassero un contesto capace di includere le tante narrazioni che il paesaggio contiene.

Chemi Shiff e Yonathan Mizrachi sono membri di Emek Shaveh, una Ong israeliana che si occupa della protezione dei siti antichi come beni pubblici che appartengono ai membri di tutte le comunità, fedi e popoli.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Partito israeliano a favore dell’espulsione ha inaugurato la sua campagna elettorale

5 luglio 2019 Palestine Chronicle

Il partito israeliano di estrema destra “Otzma Yehudit” (Potere ebraico) ha inaugurato la sua campagna elettorale chiedendo l’espulsione dei palestinesi verso i loro “Paesi d’origine”.

Otzma Yehudit” ha iniziato ieri la sua campagna a Gerusalemme in vista delle elezioni politiche israeliane, che si terranno il 15 settembre, dopo che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non è riuscito a formare una coalizione di governo in seguito alla sua rielezione il 9 aprile.

Il capo del partito Michael Ben Ari ha detto ai presenti: “Vogliamo riportare i nostri nemici nei loro Paesi (…) daremo loro una bottiglia di acqua minerale e persino un panino. Troveremo loro i Paesi d’origine in cui possano andare.”

Otzma Yehudit” ha una storia di incitamento contro i palestinesi, avendo in precedenza chiesto l’espulsione dei palestinesi sia da Israele che dai territori occupati (TPO). I suoi membri sono seguaci dichiarati del rabbino estremista Meir Kahane, il cui partito Kach venne messo fuorilegge dalla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] negli anni ’80.

L’ideologia di Kahane ispirò anche il massacro compiuto da Baruch Goldstein nel 1994 alla moschea di Ibrahim a Hebron, che lasciò un bilancio di 29 fedeli musulmani morti e molti altri feriti.

A marzo la Commissione Elettorale Centrale israeliana ha pensato di escludere “Otzma Yehudit” dalla partecipazione alle elezioni di aprile a causa del suo discorso antipalestinese, mentre la Corte Suprema alla fine ha deciso di escludere solo Ben Ari dalla competizione [per la carica di primo ministro, ndtr.].

Durante il lancio della campagna di ieri il capo del partito ha attaccato questa decisione affermando che “ci hanno detto che questo (discorso) è razzista (…) hanno detto che mi hanno escluso per questo.”

Il partito ha anche annunciato che parteciperà da solo alle elezioni di settembre, confermando una separazione dall’Unione dei Partiti di Destra (URWP) – un’alleanza di destra tra Casa Ebraica [partito di estrema destra dei coloni, ndtr.] e i partiti dell’Unità Nazionale – con cui ha fatto un accordo di collaborazione prima delle elezioni di aprile.

Questo compromesso è fallito dopo che il leader dell’URWP Rafi Peretz e il numero due del partito Bezalel Smotrich hanno rifiutato di lasciare i propri seggi alla Knesset per consentire al candidato successivo, Itamar Ben Gvir di “Otzma”, di sedere in parlamento come avevano promesso in precedenza.

La legge israeliana consente a ogni parlamentare della Knesset (MK) che abbia un incarico ministeriale di abbandonare il proprio seggio alla Knesset, facendo così posto al primo candidato non eletto del proprio partito. Benché Peretz e Smotrich siano stati nominati ministri rispettivamente dell’Educazione e dei Trasporti, non hanno lasciato libero il proprio seggio per Ben Gvir.

(traduzione di Amedeo Rossi)