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Lo spettro di Edward Said e la fine di Oslo

Palestinese nato a Gerusalemme il primo novembre 1935 e deceduto a New York il 25 settembre 2003, Edward Said è stato sia un intellettuale molto stimato in ambito letterario ( nella letteratura comparata), della critica musicale classica e degli studi storici, sia un infaticabile militante e critico della causa palestinese.

Haidar Eid

10 giugno 2020 – Chronique de Palestine

Ciò che Edward Said aveva previsto negli anni ’90 è diventato realtà: il progetto dell’OLP di creare due Stati è fallito.

Quando nel 1993 sul prato della Casa Bianca a Washington furono firmati i disastrosi Accordi di Oslo, alcuni espressero severe critiche e profonda inquietudine riguardo alle loro disposizioni e alle rilevanti concessioni che i palestinesi furono costretti a fare.

I firmatari palestinesi – guidati dal capo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) Yasser Arafat – e i loro sostenitori replicarono con la domanda: qual è l’alternativa? Forse pensavano che questa sarebbe stata la domanda semplicistica che avrebbe chiuso la discussione e celato il fatto che gli accordi erano la prosecuzione della natura coloniale del rapporto tra gli oppressori israeliani e gli oppressi palestinesi.

Il rimpianto Edward Said, un feroce oppositore all’accordo, accettò la sfida e scrisse un articolo profetico sulla ‘London Review of Books’, dal titolo: ‘Oslo: il giorno dopo’. Ricorrendo a ciò che definiva “il buon senso”, predisse la situazione tragica che è andata peggiorando dopo il 1993; né più, né meno.

Nel suo stile molto eloquente, scrisse: “Per avanzare verso l’autodeterminazione palestinese – che ha senso soltanto se il suo obbiettivo sono la libertà, la sovranità e l’uguaglianza, invece del perpetuo asservimento a Israele – abbiamo bisogno di riconoscere onestamente la nostra situazione.”

Ciò che all’epoca trovava particolarmente “mistificante” era “come tanti dirigenti palestinesi ed intellettuali al loro fianco possano continuare a parlare dell’accordo come di una ‘vittoria’.” Il consigliere di Arafat, Nabil Shaat, per esempio, definiva l’accordo una “uguaglianza totale” tra israeliani e palestinesi.

Negli anni seguenti, negli articoli pubblicati su Al-Ahram Weekly, Al-Hayat, Sharq Al-Awsat ed altri quotidiani e riviste, Said continuò a porre domande “imbarazzanti”: Israele, sotto il governo laburista sionista askenazita, ha deciso di riconoscere il popolo palestinese come popolo quando ha firmato gli Accordi di Oslo? Gli Accordi di Oslo hanno costituito un cambiamento radicale dell’ideologia sionista riguardo ai “gentili non ebrei palestinesi”?

Gli accordi hanno garantito l’instaurazione di una pace globale e duratura? E l’attuale direzione dell’OLP ha rappresentato le aspirazioni politiche e nazionali del popolo palestinese?

Nel suo libro ‘La fine del processo di pace’ ha sintetizzato la risposta a queste domande: “Non c’è negoziato peggiore di concessioni senza fine che non fanno che prolungare l’occupazione israeliana. Israele è sicuramente felice di potersi attribuire il merito di avere fatto la pace e al tempo stesso di continuare l’occupazione con il consenso dei palestinesi.”

Ventisette anni e molte concessioni palestinesi dopo, tutto ciò che Said aveva previsto si è purtroppo realizzato. L’OLP è alle prese con una triste realtà che ha ampiamente contribuito a creare accettando di firmare gli Accordi di Oslo.

Mentre Israele si prepara ad annettere il 30% della Cisgiordania occupata, il presidente [dell’ ANP] Mahmoud Abbas, il pupillo e successore di Arafat, ha iniziato a lanciare una nuova serie di minacce prive di senso. Il 19 maggio ha dichiarato la fine della cooperazione in materia di sicurezza e degli accordi con Israele e gli Stati Uniti.

Questo è ritenuto la fine del sogno di avere uno Stato palestinese “indipendente” sul 22% della Palestina storica. È la realizzazione di questo sogno che gli intellettuali favorevoli a Oslo hanno posto come obbiettivo finale per giustificare il pesante prezzo pagato dai palestinesi.

Hanno continuato ad alimentare questa illusione per 27 anni, rifiutando di ammettere l’impossibilità economica, politica e anche fisica di creare uno Stato palestinese veramente sovrano in un contesto di colonizzazione attiva e in assenza di contiguità territoriale.

La dolorosa domanda che noi dobbiamo porci oggi è sapere se, dopo il 1993, siamo stati costretti a subire orrendi massacri, un assedio genocida, l’espropriazione inarrestabile delle nostre terre, la costruzione di un muro dell’apartheid, la detenzione di minori e di intere famiglie, la demolizione di case e moltissime altre violazioni solamente perché una classe compradora [termine che indica la borghesia parassitaria che nei Paesi colonizzati collabora a proprio favore con i colonizzatori, ndtr.] ha visto l’“indipendenza” alla fine di un tunnel senza uscita.

È tempo per noi, che ci opponiamo all’accordo, di rimandare la domanda ai sostenitori di Oslo: l’accordo stesso ha mai avuto come obbiettivo garantire i minimi diritti fondamentali del popolo palestinese colonizzato, incluse la libertà e l’autodeterminazione?

Prima di morire Said ha pubblicato due libri: ‘Israele-Palestina: una terza via’, e ‘L’unica alternativa’, nei quali ha proposto una soluzione basata su “uguaglianza o niente”, una soluzione che può realizzarsi attraverso la creazione di uno Stato democratico laico in Palestina, in cui tutti i cittadini siano trattati nello stesso modo, indipendentemente dalla loro religione, sesso e colore della pelle.

Ha ipotizzato che una pace globale, complessiva significasse che Israele, la potenza colonizzatrice, dovesse riconoscere il diritto dei palestinesi ad esistere in quanto popolo, il loro diritto all’autodeterminazione e all’uguaglianza, come hanno fatto i colonizzatori bianchi in Sudafrica.

Alla fine di uno di questi saggi [Said] chiedeva: “L’attuale direzione palestinese sa ancora ascoltare? Può suggerire qualcosa di meglio di questo, dato il suo bilancio catastrofico in un ‘processo di pace’ che ha condotto agli orrori attuali?”

Non poteva allora e non può oggi. È da molto tempo che il popolo palestinese si sta allontanando dall’illusione della soluzione di due Stati e tenta la strada di un approccio democratico che possa garantire i suoi diritti fondamentali: la libertà, l’uguaglianza e la giustizia.

Haiddar Eid è scrittore e docente di letteratura postcoloniale all’università Al-Aqsa a Gaza, dopo aver insegnato in diverse università all’estero. Veterano del movimento per i diritti nazionali dei palestinesi, è un commentatore politico indipendente, autore di molti articoli sulla situazione in Palestina.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)