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Netanyahu mette gli ebrei gli uni contro gli altri

Akiva Eldar

2 settembre 2020 – Al Jazeera

Mentre procede alla normalizzazione nelle relazioni estere, il primo ministro israeliano sta seminando tensioni etniche in casa

In questi giorni in Israele tutti parlano di “normalizzazione”. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e i suoi sostenitori stanno festeggiando la normalizzazione dei rapporti di Israele con gli Emirati Arabi Uniti (EAU).

Gli opinionisti politici stanno scommettendo su quale sarà il prossimo Stato musulmano che normalizzerà le sue relazioni con lo Stato ebraico: il Bahrain o il Sudan, o presto sarà la bandiera saudita a sventolare nel cuore di Tel Aviv?

Netanyahu, con il generoso aiuto del suo compare presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha effettivamente colmato con successo la frattura formale tra Israele e i governanti di diversi Stati del Golfo.

Tuttavia, anche se pontifica sulla storica riconciliazione tra Israele e il mondo arabo (mentre inasprisce l’occupazione israeliana sul territorio palestinese), sta lasciando traccia negli annali del popolo ebraico come arci-divisore, che mette gli ebrei gli uni contro gli altri. Il suo talento nel creare spaccature sta rivaleggiando con quello di Trump.

Nel tentativo di liberarsi dell’accusa di corruzione e della possibile incarcerazione, Netanyahu si è ripetutamente presentato come vittima della persecuzione della sinistra liberale, che molti chiamano “l’élite ashkenazita” riferendosi agli ebrei che provengono dall’Europa, tradizionalmente considerati privilegiati rispetto ai loro fratelli provenienti dagli Stati arabi, noti come ebrei mizrahi.

Netanyahu e i suoi seguaci considerano le decine di migliaia di manifestanti che ogni settimana protestano in massa davanti alla porta della sua residenza ufficiale a Gerusalemme come una banda di “mestatori” intenti a spodestare lui e la destra politica. Sono gli stessi appartenenti alle “tribù bianche” che nel 1997, in un rumoroso sussurro all’orecchio dell’anziano rabbino capo sefardita, ha accusato di “dimenticare cosa significa essere ebrei” data la loro propensione per i valori occidentali, liberali e la politica di sinistra.

Usando come portavoce il suo impudente figlio Yair, Netanyahu ha fatto presto a cavalcare l’onda della discussione pubblica del momento e a farla crescere contro le “élite ashkenazite” – nonostante suo padre sia nato a Varsavia e sia stato docente universitario negli Stati Uniti.

Il suo ultimo ricorso a tattiche ciniche riguarda una disputa tra la parte orientale della città di Beit She’an e il vicino kibbutz chiuso di Nir David in merito all’accesso a un tratto del fiume Hasi che attraversa la comunità.

Piuttosto che proporre una soluzione a una ferita socioeconomica vecchia di decenni e ormai purulenta, che ha contrapposto gli ebrei mizrahi che vivono in alloggi angusti ai kibbutzim possessori di terre prevalentemente ashkenaziti, Netanyahu, che possiede una villa sul mare a Cesarea, ha invece alimentato le fiamme. Suo figlio Yair ha twittato contro i fondatori dei kibbutz e la loro condizione privilegiata, definendoli “dannati comunisti che hanno rubato metà delle terre statali a spese delle città di sviluppo “, riferendosi alle città costruite per gli immigrati mizrahi negli anni ’50.

Il movimento dei kibbutz, a lungo considerato baluardo della politica di sinistra in Israele, ha reagito, sottolineando il proprio ruolo pionieristico. “Mentre in Galilea i bambini dei kibbutz stanno in rifugi, il perdigiorno di Balfour pensa sia meglio calunniarci” ha postato su Facebook, riferendosi al giovane disoccupato Netanyahu che vive nella residenza ufficiale del primo ministro in via Balfour a Gerusalemme. “Non andiamo da nessuna parte. Se c’è qualcuno che dovrebbe andare via sei tu, da Balfour.”

Nella sua corsa al potere, Netanyahu non è affatto il primo politico di destra a sfruttare quello che gli israeliani chiamano “il demone etnico”. Il defunto Menachem Begin, primo leader del Likud [lo stesso partito di destra di Netanyahu, ndtr.] a diventare primo ministro, mise gli abitanti delle “città di sviluppo” e dei quartieri urbani poveri, la maggior parte immigrati dal Medio Oriente e dal Nord Africa, contro gli abitanti dei kibbutz (“proprietari di piscine”, come li chiamava), in maggioranza di origine europea.

Tuttavia, se Begin aveva il diritto di accusare il partito laburista dominato dagli ashkenaziti e la sinistra politica – che governarono lo Stato dal 1948 fino alla sua vittoria nel 1977 – di discriminare gli immigrati mizrahi, Netanyahu è a capo di un partito che ha governato Israele quasi senza interruzioni per quattro decenni. Tuttavia, nonostante denunci costantemente il privilegio ashkenazita, il primo ministro israeliano non ha fatto quasi nulla per migliorare le condizioni dei mizrahi.

E’ stato sotto lo sguardo suo e del suo partito, il Likud, che il tasso di laureati tra gli ebrei ashkenaziti di terza generazione è arrivato a essere 1,5 volte superiore a quello dei loro coetanei mizrahi.

Questo divario era già comparso fra le generazioni precedenti perché i mizrahi si indirizzavano a scuole professionali, sulla base della loro origine, indipendentemente dalle capacità, piuttosto che a scuole superiori con maggiori possibilità di raggiungere l’università e migliorare il proprio status sociale.

Tra gli ashkenaziti era il contrario.

Nel corso degli anni, ciò ha determinato un più alto tasso di povertà e scarsa mobilità socioeconomica all’interno della comunità mizrahi.

Begin mobilitava i mizrahi alla lotta politica, e Netanyahu sta facendo lo stesso per minare i guardiani della democrazia israeliana: il ministero della Giustizia, la procura generale, il capo della polizia, i media, le organizzazioni per i diritti umani e i manifestanti contro la corruzione al vertice.

Diversi giornalisti di spicco e docenti universitari hanno preso posizioni alla destra di Netanyahu, del suo governo e dei suoi adulatori in parlamento.

Il più eminente ed esplicito è un analista della televisione Canale 13, il dottor Avishay Ben Haim, diventato il portabandiera di quello che chiama “il secondo Israele”, sinonimo di ebrei mizrahi.

A maggio, quando stava per iniziare il processo per corruzione a Netanyahu, Ben Haim ha dichiarato: “Sono sotto processo,” intendendo che il processo di Netanyahu fosse un complotto del “primo Israele” per vanificare la scelta del primo ministro fatta dagli elettori del “secondo Israele” e per umiliare la “personalità ebrea più ammirata del XXI secolo”.

A luglio, mentre stava facendo un reportage sulle manifestazioni davanti alla residenza di Netanyahu a Gerusalemme, i manifestanti lo hanno identificato e lo hanno coperto di insulti. Uno o due di loro lo hanno chiamato “feccia marocchina” [“marocchino” è il termine dispregiativo per indicare tutti i mizrahi, ndtr.]. Diversi leader di spicco della manifestazione hanno sostenuto che le persone che hanno attaccato e insultato Ben Haim fossero provocatori di destra.

Ciò non ha impedito ad Aryeh Deri – ministro degli Interni e leader del partito conservatore Shas [partito religioso sefardita, ndtr.], che esclude le donne e gli ashkenaziti dalle sue fila – di intervenire rapidamente.

“Non importa che Avishai Ben Haim abbia un dottorato di ricerca, sia stato tenente colonnello in un’unità militare di combattimento, sia un giornalista rispettato: per la gente della società israeliana rimane ‘feccia marocchina’ solo a causa delle sue origini”, ha twittato Deri. “Non chineremo più la testa a simili affermazioni […] Siamo orgogliosi di essere marocchini!” ha dichiarato l’anziano ministro, salito alla ribalta grazie al “demone etnico”, che negli anni ’90 ha radunato manifestanti contro la sua condanna per corruzione, affermando fosse basata su motivi etnici.

Nonostante i tentativi di Netanyahu e dei suoi alleati di presentare le proteste come esclusivamente ashkenazite, la folla che si raduna da mesi davanti alla sua residenza è piuttosto varia. Tra i manifestanti devoti ci sono persone di origini diverse, da giovani donne tatuate a uomini che portano la kippa [copricapo degli ebrei religiosi, ndtr.].

L’opposizione a Netanyahu supera le divisioni etno-religiose. Un recente sondaggio indica che solo il 30 % degli ebrei di confessione tradizionale (che tendono ad essere mizrahi/sefarditi), e solo il 20 % dei laici (che tendono ad essere ashkenaziti) pensa che gli obbiettivi di Netanyahu siano il bene dello Stato o un’ideale. La maggioranza fra i religiosi (52%) e la maggioranza assoluta tra i laici (68%) pensano che Netanyahu sia mosso principalmente dal proprio futuro in tribunale. I suoi elettori più devoti sono membri delle comunità ultraortodosse sia ashkenazite che sefardite.

I tuoi distruttori e i tuoi devastatori si allontaneranno da te” (Isaia 49:17), così il profeta Isaia avvertiva il popolo d’Israele. Da te, non da Dubai e non da Riad. La normalizzazione deve iniziare a casa.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione della redazione di Al Jazeera.

Akiva Eldar è un analista israeliano

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Una “rivoluzione stradale”: i coloni fanno pressione su Israele perché espanda le infrastrutture della Cisgiordania

Meron Rapoport

27 agosto 2020 – + 972 Magazine

L’Alta Corte israeliana ha stabilito che la strada 935 “danneggerebbe in misura sproporzionata” le proprietà palestinesi. Ciò non impedisce al governo di riprenderne la costruzione.

Il ministero dei Trasporti israeliano ha recentemente intrapreso il progetto di una nuova strada per i coloni allo scopo di accorciare la distanza tra Ramallah ovest nella Cisgiordania occupata e Gerusalemme.

Secondo i coloni della zona, la strada 935 consentirà la creazione di un blocco con 100.000 coloni ebrei in una “posizione strategica” a nord di Gerusalemme. In realtà la strada rinchiuderà tra blocchi di insediamenti israeliani l’intera area urbana di Ramallah, che ha una popolazione di 200.000 palestinesi.

La strada dovrebbe passare attraverso terreni privati palestinesi a ovest di Ramallah, anche se l’Alta Corte israeliana aveva precedentemente stabilito che la sua costruzione avrebbe arrecato “danni sproporzionati” alle proprietà palestinesi.

La strada 935 dovrebbe collegare il cosiddetto “raccordo a ferro di cavallo”, vicino all’insediamento coloniale di Dolev e al villaggio palestinese di Deir Ibzi’, alla strada 443 nei dintorni del villaggio di Beit Ur a-Fauqa e della colonia di Beit Horon. Il suo percorso è particolarmente critico, poiché dovrebbe intersecarsi con la strada principale che collega Ramallah alle zone occidentali della Cisgiordania. Inoltre, passerebbe anche attraverso aree che, secondo una mappa contenuta nel piano per il Medio Oriente del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, sarebbero situate nei territori che dovrebbero diventare parte del futuro Stato palestinese.

Per cui, se la strada venisse realizzata, lo “Stato” palestinese proposto nel piano, che risulta già piccolo e diviso, si restringerà e si frammenterà ulteriormente.

La strada dovrebbe favorire i coloni nel blocco degli insediamenti di Dolev-Talmonim. Oggi circa 10.000 coloni vivono in questa sorta di enclave, che separa le città palestinesi di Ramallah e Beitunia dalle zone occidentali della Cisgiordania.

All’inizio della Seconda Intifada un posto di controllo venne spostato dall’ingresso di Talmonim ad una strada principale utilizzata anche dagli abitanti palestinesi dell’area, bloccando così l’accesso a decine di migliaia di dunam [unità di misura terriera adottata a partire dall’età ottomana: un dunum = 0,1 ettaro, ndtr.] di terra palestinese privata tra gli insediamenti coloniali rispettivamente di Dolev, Nahliel e Halamish, a circa 10 miglia a nord.

Secondo Dror Etkes di Kerem Navot, una ONG israeliana che monitora l’organizzazione degli insediamenti coloniali nei territori occupati, i proprietari terrieri palestinesi possono visitare la loro terra solo pochi giorni all’anno previo accordo e scortati dall’esercito.

In effetti, mentre guidavo la scorsa settimana lungo un tratto di 10 chilometri di questa strada, non ho visto una sola macchina palestinese. Gli ulivi e gli alberi da frutto lungo la strada apparivano chiaramente trascurati rispetto agli oliveti ben curati vicini ai villaggi palestinesi.

Fino alla prima Intifada, alla fine degli anni ’80, i coloni che vivevano nella zona si recavano a Gerusalemme via Ramallah e Beitunia, circa 20 minuti di auto.

Dopo l’Intifada, e ancor di più dopo gli accordi di Oslo e la designazione di Beitunia e Ramallah come facenti parte dell’Area A (sotto il pieno controllo dell’Autorità Palestinese), i coloni dell’area di Dolev-Talmonim che vogliono raggiungere Gerusalemme devono viaggiare verso ovest fino all’incrocio di Shilat prima di prendere la strada 443, un viaggio che, senza traffico, può richiedere più di un’ora.

La terra resta in abbandono

Già a metà degli anni ’90 i coloni della zona iniziarono a fare pressioni per una tangenziale che li collegasse direttamente alla strada 443 e abbreviasse il viaggio verso Gerusalemme di oltre mezz’ora.

La loro richiesta fu accolta e, per spianare la strada, tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000, circa 60 ettari di terra palestinese furono espropriati a Deir Ibzi’, Ein Arik e Beitunia. Furono iniziati i lavori su un tratto di strada lungo circa un chilometro e mezzo vicino a Deir Ibzi’, ma con l’intensificarsi della violenza durante la Seconda Intifada – la parte meridionale del percorso avrebbe dovuto passare molto vicino alla città palestinese di Beitunia – i lavori vennero bloccati.

Nel 2007, sotto la guida di Adi Mintz, un residente di Dolev ed ex membro anziano del Consiglio di Yesha – il braccio politico e lobbistico degli insediamenti coloniali della Cisgiordania – alcuni coloni ebrei della zona presentarono una petizione all’Alta Corte israeliana perché venisse completata la costruzione della strada.

Nella petizione i coloni affermavano di essere stati “discriminati” rispetto ai palestinesi della zona, per i quali, nell’ambito della costruzione del muro di separazione nell’area, Israele aveva aperto una rete alternativa di strade “di sicurezza”, che collegano i palestinesi a Ramallah. I coloni inoltre sostenevano che, poiché il viaggio in auto verso Gerusalemme può richiedere al mattino fino a due ore a causa del traffico, ciò riduce il valore delle loro proprietà e “vengono violati i loro diritti di proprietà“.

Lo Stato si oppose alla petizione, sostenendo che dal punto di vista della sicurezza sarebbe stato molto difficile proteggere la strada, che avrebbe attraversato un’area palestinese densamente popolata. Lo Stato affermò anche che la realizzazione della strada avrebbe comportato problemi sia di pianificazione che archeologici, poiché avrebbe attraversato due importanti siti archeologici risalenti al periodo del Secondo Tempio (516 a.C.-70 d.C.).

Lo Stato sostenne inoltre che la realizzazione della strada “comporta l’espropriazione di terreni privati [palestinesi] in un modo che danneggia in misura sproporzionata le loro proprietà“.

Infine, nel 2009 tre giudici dell’Alta Corte israeliana respinsero la petizione evitando di interferire con la decisione dello Stato di non realizzare la strada. Il giudice Asher Grunis dichiarò nella sua decisione che “il danno causato ai palestinesi sarebbe particolarmente grave poiché si presume che, una volta realizzata, la strada verrebbe utilizzata dai residenti israeliani”.

Nel 2012, l’Alta Corte si rivolse all’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din, che rappresentava i palestinesi le cui terre erano state espropriate e, con una decisione insolita, decise di revocare l’esproprio e restituire la terra ai legittimi proprietari.

Eppure i primi tratti della strada, che erano già stati realizzati sul loro terreno, non vennero ricoperti. Nel corso di un’ispezione dell’area fatta la scorsa settimana è emerso che i contadini palestinesi non sono tornati a coltivare quegli appezzamenti. I coloni utilizzano la strada sterrata già tracciata per raggiungere la sorgente di Ein Bubin.

I coloni non si sono arresi e hanno continuato a chiedere la creazione di una strada che li connetta all’autostrada 443 e abbrevi il loro viaggio verso Gerusalemme e Tel Aviv.

Nel febbraio 2018, nel corso di una riunione della sottocommissione della Knesset per la Giudea e la Samaria, Mintz ha affermato che gli accordi di Oslo avrebbero “imprigionato” i coloni nell’area di Gush Dolev-Talmonim e che recarsi al lavoro la mattina sarebbe diventato un “incubo indescrivibile”, costringendoli ad alzarsi ancora prima.

“Annessione nella pratica”

Negli ultimi mesi, il Ministero dei Trasporti e della Sicurezza Stradale ha deciso di porre fine a quell’incubo. Secondo Mintz, egli sarebbe riuscito a convincere il governo a riprendere il progetto. “Siamo in fasi avanzate di progettazione”, ha detto Mintz. “Questa è la mia creatura.”

L’attuale lunghezza del percorso proposto è di sole quattro miglia, ma un’ispezione svolta la scorsa settimana nell’area ne ha rivelato le difficoltà. La strada dovrebbe attraversare almeno tre crinali piuttosto ripidi, così come la strada principale tra Ramallah e le aree della Cisgiordania tra Ein Arik e Dir Ibzi’. Intanto esperti nel settore ambientale hanno espresso preoccupazione per i gravi danni all’ambiente circostante.

Mintz comunque afferma che la strada “non è né complicata né costosa”, e ritiene che il progetto sarà completato entro quattro anni. Tuttavia si è rifiutato di entrare nei dettagli su quanto costerà esattamente la strada. Nella riunione della sottocommissione della Knesset Mintz ha detto che c’è anche la possibilità di realizzare un “ponte e un tunnel” che ridurranno notevolmente i tempi di percorrenza.

Sembra che il Ministero dei Trasporti non abbia ancora trovato soluzioni per i problemi topografici, l’espropriazione della terra e le disposizioni sul traffico per i palestinesi.

Mintz non fa mistero del fatto che il suo obiettivo è utilizzare la strada per sviluppare l’area, che attualmente è scarsamente abitata da coloni, in particolare se paragonata ad altre zone intorno a Gerusalemme. “Qui c’è spazio per 100.000 persone, è territorio dello Stato”, ha detto.

Secondo Mintz esisterebbe già un piano regolatore per 15.000 famiglie. “Questa strada è fondamentale perché la nostra posizione è strategica. Siamo l’immagine speculare di Gush Etzion (blocco di insediamenti coloniali). Proprio come Gush Etzion si collega al corridoio di Gerusalemme dal sud (della Cisgiordania), noi saremo in grado di connetterci all’area di Gerusalemme da nord.”

Se l’idea di Mintz si avverasse, il progetto della destra israeliana di una “Grande Gerusalemme” inizierebbe dall’insediamento coloniale di Nahliel, a circa nove miglia a nord-ovest della città, e finirebbe con la colonia di Efrat, nove miglia a sud-ovest di Gerusalemme.

Mintz non è preoccupato dal fatto che la strada dovrebbe passare all’interno di aree destinate, secondo il piano di Trump, a far parte di uno Stato palestinese. Crede che l’accordo con gli Emirati Arabi Uniti abbia reso irrilevante il “piano del secolo” e in ogni caso, ha aggiunto, “i funzionari israeliani hanno presentato agli americani una mappa in base alla quale la questione è stata risolta”, il che implica che l’area in cui passerebbe la strada rimarrà sotto controllo israeliano.

Mintz ha affermato che anche i palestinesi “godranno” delle strade, poiché potranno raggiungere i villaggi vicini alla strada 443. Tuttavia i palestinesi di Ein Arik hanno detto che realizzare una strada proprio sulla loro terra porterebbe a una dura resistenza. “Morirò sulla mia terra”, ha detto un abitante del villaggio.

Etkes, di Kerem Navot, vede la decisione di attuare il piano come parte di un più ampio progetto infrastrutturale inteso a favorire i coloni israeliani nella Cisgiordania occupata come non abbiamo più visto dai tempi degli accordi di Oslo a metà anni 90.

Secondo Etkes, “questi progetti infrastrutturali sono destinati a servire come la base su cui Israele intende insediare centinaia di migliaia di cittadini ebrei nei prossimi decenni. La vera storia dell’apartheid israeliano in Cisgiordania non è l’annessione formale, che non si è concretizzata nonostante le promesse, ma l’annessione nella pratica, che è continuata per 53 anni e ora sta battendo ogni record”.

Il Consiglio regionale di Mateh Binyamin [che governa 46 colonie e avamposti israeliani nella Cisgiordania centro-settentrionale, ndtr.] ha dichiarato a +972 che il piano fa parte della “rivoluzione stradale” che ha promosso per “sviluppare l’intera regione e compensare gli anni in cui lo Stato ha trascurato la pianificazione stradale a Binyamin, Giudea e Samaria [cioè in Cisgiordania, ndtr.] in generale.” Le strade favoriranno “tutti gli abitanti della zona, inclusi gli arabi, e ridurranno notevolmente i tempi di percorrenza”, ha aggiunto il consiglio.

In una dichiarazione rilasciata a +972, il ministero dei Trasporti ha affermato che “la decisione relativa alla strada 935 è stata presa nel corso di un incontro con il consiglio regionale di Mateh Binyamin, con l’obiettivo di fornire una soluzione sul piano dei trasporti al problema dei collegamenti delle comunità di Talmon e Beit Horon. La strada è attualmente nella fase di progettazione iniziale”.

Meron Rapoport è un redattore di Local Call [versione in ebraico di +972, ndtr.]

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’antisemitismo israeliano sotto falso nome

Asa Winstanley

31 agosto 2020 – Middle East Monitor

Gli antisemiti diventeranno i nostri amici più fidati, i Paesi antisemiti sono i nostri alleati,”disse il fondatore del sionismo, Theodor Herzl.

Herzl non era affatto l’unico sionista a sostenere un’alleanza con gli antisemiti, e questo modello malefico continua anche oggi.

In Ucraina, per esempio, Israele ha armato e addestrato il Battaglione Azov, una milizia neonazista ferocemente antisemita.

Attualmente uno degli alleati politici e morali più accesi di Israele sono i Cristiani Uniti per Israele, un’organizzazione che, basandosi su dati discutibili, afferma di contare circa sei milioni di aderenti.

Il gruppo cristiano sionista è stato fondato da John Hagee, un predicatore evangelico in televisione e pastore protestante statunitense con una redditizia serie di pubblicazioni teologiche sulla “fine dei tempi”, DVD e vari altri prodotti. Una volta in una predica Hagee ha detto che Adolf Hitler era “un cacciatore” inviato da dio per ricacciare gli ebrei in Palestina, trasformarli in coloni e far sì che fondassero lo Stato di Israele.

I sionisti cristiani evangelici come Hagee hanno una posizione teologica terribilmente antisemita che profetizza che, alla fine della storia, gli ebrei si divideranno tra quelli che si convertiranno in massa al cristianesimo e quelli che verranno condannati alle fosse ardenti dell’inferno.

Ciononostante Hagee è un grande amico ed alleato del primo ministro Benjamin Netanyahu. Nel 2018 Hagee ha pronunciato la preghiera di commiato all’inaugurazione della nuova ambasciata degli USA a Gerusalemme, quando essa venne aperta.

Si rivolse ai partecipanti a quella cerimonia anche un altro leader evangelico di destra, Robert Jeffress.

Jeffress è un altro razzista antisemita e islamofobo. Durante un’intervista a un canale televisivo cristiano ha sostenuto che gli ebrei, i musulmani e i mormoni finiranno tutti all’inferno. “L’Islam è sbagliato. E’ un’eresia infernale,” ha dichiarato. “La religione dei mormoni è sbagliata. E’ un’eresia infernale.” Ed ha proseguito: “Ebraismo: non ti puoi salvare se sei ebreo. Tra l’altro, sai chi l’ ha detto? I tre ebrei più importanti del Nuovo Testamento: Pietro, Paolo e Gesù Cristo.”

I politici israeliani come Netanyahu sono sicuramente consapevoli dell’odiosa ideologia di simili alleati. Ma, finché essi si impegnano ad appoggiare lo Stato di Israele e a difendere i suoi crimini, a loro non importa.

In fin dei conti la lobby evangelica ha ancora un immenso potere e influenza nella politica degli USA. E, mentre l’appoggio ebraico a Israele si riduce, essa sta diventando gradualmente una componente fondamentale della lobby israeliana.

Il vertice annuale dei Cristiani Uniti per Israele comincia a rivaleggiare con l’American Israel Public Affairs Committee [Comitato di Affari Pubblici Americano-Israeliano, principale organizzazione lobbystica filoisraeliana USA, ndtr.] (AIPAC) riguardo al numero di assassini politici che riesce ad attrarre. In giugno la sua riunione virtuale ha incluso oratori come il presidente di Israele Reuven Rivlin, il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz, il ministro contro il BDS Gilad Erdan, l’ex-ambasciatrice degli USA all’ONU Nikki Haley, il senatore ed ex-candidato alla presidenza Ted Cruz, l’ambasciatore israeliano negli USA Ron Dermer e l’ambasciatore USA in Israele David Friedman.

Dati questo contesto e questa storia, non dovrebbe stupire trovare sionisti che promuovono l’antisemitismo. Dopotutto sia i sionisti che gli antisemiti vogliono vedere gli ebrei andarsene dai loro Paesi di origine per diventare coloni in Palestina.

Per alcuni ciò può sembrare controintuitivo. Ma si basa sull’idea sbagliata molto diffusa secondo cui la parola “sionista” sia sinonimo di “ebreo”: non lo è.

L’ “ebraismo” è un’identità religiosa o culturale (o entrambe), mentre il sionismo è una ideologia politica. Questa è una differenza importante.

Come ha detto il grande intellettuale afro-americano James Baldwin: “Per essere sionista non c’è bisogno di amare gli ebrei. Conosco alcuni sionisti che sono assolutamente antisemiti. Ed essere ebreo non significa necessariamente essere sionista.”

Un esempio particolarmente impressionante, se non sorprendente, di antisemitismo sionista si è verificato all’inizio di agosto in Scozia.

È apparsa la notizia che Edward Sutherland, un attivista della Confederazione degli Amici di Israele, era indagato dall’ispettorato all’istruzione per pubblicazioni antisemite su Facebook.

Tra le menzogne antiebraiche che ha esternato c’era quella che il “grande naso” dell’avvocato ebreo Matthew Berlow [avvocato ebreo scozzese condannato per aver espresso frasi offensive contro filopalestinesi, ndtr.] era stato messo “fuori combattimento”. Per molti decenni le caricature degli ebrei grotteschi con il naso grande sono state un tema comune della propaganda antisemita.

Fino ai suoi problemi recenti Sutherland si recava ogni fine settimana alle riunioni degli Amici di Israele di Glasgow. Ora deve affrontare la possibilità di perdere il suo posto di insegnante. Nelle notizie del dipartimento “non lo potevi fare”, la qualifica di Sutherland è “direttore dell’educazione religiosa e morale” nella scuola dove insegna, la Accademia Belmont ad Ayr.

Sutherland ha postato in rete usando un falso profilo Facebook, il nome di una persona inventata che ha presentato come attivista “filo-palestinese”. Il piano era diffamare il movimento di solidarietà con la Palestina. Quindi questa potrebbe essere definita come una campagna sotto falso nome.

C’è una lunga storia di partecipazione di Israele e dei filo-israeliani in queste cose, con il fine di fare propaganda contro i palestinesi e i loro sostenitori.

Per esempio, nel decennio 1980-90 l’Anti-Difamation League [Lega contro la Diffamazione, organizzazione della lobby filo-israeliana negli USA, ndtr.] ha diretto una rete di spionaggio infiltrandosi nei movimenti solidali con i palestinesi e in altri gruppi di sinistra e antirazzisti negli USA. Diffondeva e vendeva informazioni sia su Israele che sul regime dell’apartheid sudafricano.

La sua spia più importante, Roy Bullock, cercò di fare qualcosa di simile, tentando di creare un legame tra il gruppo arabo in cui si era infiltrato e un gruppo neonazista che negava l’Olocausto. E quale miglior esempio di questa campagna che l’attacco durato vari anni contro Jeremy Corbyn e il partito Laburista per il loro “antisemitismo”? Israele era profondamente coinvolto anche in quello.

Le opinioni esposte in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

Asa Winstanley

Redattore di The Electronic Intifada, Asa Winstanley è un giornalista d’inchiesta che vive a Londra e che dal 2004 si reca regolarmente in Palestina.

(traduzione dallo spagnolo di Amedeo Rossi)




La malnutrizione affligge Gaza

Isra Saleh el-Namey 

27 agosto 2020 – Electronic Intifada 

Muhammad Abu Amra ha il diabete e non può permettersi le cure: avrebbe bisogno di due iniezioni di insulina al giorno, ognuna a circa 6 euro. Il suo debito con due farmacie cresce in continuazione.

Muhammad vive con la famiglia a Deir al-Balah, cittadina situata nel centro della Striscia di Gaza. La casa è in pessime condizioni, con buchi nei muri e sul soffitto.

Durante l’estate il caldo è stato insopportabile, i suoi cinque bambini hanno subito molte punture di zanzare. Mi sento impotente e senza speranza,” dice Muhammad, 33 anni. “Ho sempre più responsabilità, ma a causa della mia salute, non riesco a occuparmene. E la situazione economica della mia famiglia è molto grave.”

Muhammad, disoccupato, e la moglie Mansoura hanno pochi soldi per comprare da mangiare.

Alle volte devo prendere cose essenziali, pannolini, fazzolettini, sale e zucchero e lo devo fare a credito,” dice Mansoura a cui è stato proibito l’ingresso in un supermercato fino a quando non salderà il suo debito di circa 170 euro.

La maggior parte dei pasti che preparo per i bambini si basa sulle verdure più economiche che riesco a trovare, patate e melanzane,” aggiunge Mansoura.

Mangiamo carne rossa o pollo solo ogni sei mesi. I nostri bambini non bevono latte, sono veramente preoccupata che, a lungo andare, ciò danneggerà la loro salute.”

Ogni tre o quattro mesi la famiglia Abu Amra riceve un pacco con farina, riso e olio per cucinare dall’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite che fornisce aiuto ai rifugiati palestinesi.

Secondo Mansoura il contenuto del pacco dura a malapena un mese

La varietà scarseggia

A Gaza la malnutrizione è un problema serio denunciato da uno studio recente dell’agenzia del Programma alimentare mondiale che ha rilevato che l’86% dei bambini con meno di 5 anni che vive vicino al confine fra Gaza e Israele non ha una dieta minimamente accettabile.

A Gaza, secondo il Programma alimentare mondiale, il 28% delle donne durante l’allattamento ha dei livelli troppo bassi di ferro nel sangue.

In una loro precedente relazione e anche secondo altri gruppi che forniscono aiuti si è rilevato che gli abitanti hanno reagito alla difficile situazione economica riducendo la varietà del cibo.

Secondo le Nazioni Unite più del 68% dei due milioni di abitanti soffre di insicurezza alimentare, definita come la condizione di non avere accesso o non avere i soldi per comprare il cibo necessario per condurre una vita sana ed attiva.

La malnutrizione è stata una delle conseguenze del rigido blocco imposto da Israele. Attivisti per i diritti umani hanno documentato che nel 2008 Israele ha elaborato un piano con lo scopo di ridurre la quantità di cibo disponibile a Gaza.

Aziza al-Kahlout, la portavoce del ministero per gli affari sociali a Gaza, ha detto che negli ultimi mesi i problemi sono peggiorati. Le restrizioni imposte a causa della pandemia hanno portato a un aumento della disoccupazione.

Molti hanno perso la loro fonte di reddito, gli autisti che non hanno più passeggeri, gli operai delle fabbriche e di altre attività che sono state chiuse” dice al-Kahlout. “Tutti questi e le loro famiglie hanno urgentemente bisogno di aiuti in questi momenti difficili.”

Poiché le autorità di Gaza hanno problemi finanziari, è necessario un maggiore supporto da parte di donatori internazionali “per impedire alla situazione umanitaria di peggiorare,” conclude al-Kahlout.

Secondo la Federazione Generale Sindacale palestinese almeno 50 fabbriche hanno chiuso e si sono persi circa 4000 posti di lavoro.

I poveri diventano sempre più poveri

Mahmoud al-Lili ha una bancarella di snack nel campo profughi di Maghazi e prima della pandemia guadagnava un po’ più di 4 € al giorno.

Adesso il ventiseienne talvolta non guadagna nemmeno un euro: le attività sono crollate dall’inizio dell’anno, quando le autorità hanno imposto le restrizioni.

Vivo in una piccola casa con genitori, sorelle e fratello sposato,” dice al-Lili. “Faccio del mio meglio per guadagnare qualche soldo così qualche volta c’è qualcosa per la cena. Siamo una famiglia povera, ma la crisi ci ha resi ancora più poveri.”

Samir al-Sayid, 56 anni, ha vari problemi di salute, inclusa la pressione alta. La sua famiglia di 9 persone vive in una casa di due stanze nel campo profughi di Bureij.

Non lavoro e non posso occuparmi della mia famiglia,” dice Samir. “Per vivere facciamo affidamento principalmente sugli aiuti umanitari.”

I pacchi dell’UNRWA sono essenziali per la sua famiglia.

Quando ne riceviamo uno, pianifico attentamente su come sfruttarlo al meglio e farlo durare il più possibile,” dice Siham, la moglie di Samir. “Non posso comprare gli ingredienti per preparare la maggior parte dei piatti che i nostri bambini vorrebbero. Cucinare per la mia famiglia è un constante incubo.”

Isra Saleh el-Namey è una giornalista di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




In Israele martirizzare Gaza procura vantaggi politici

Ramzy Baroud

29 agosto 2020 – Chronique de Palestine

Fino a poco tempo fa Hamas, che è parte della resistenza palestinese, e l’occupante israeliano sembravano sul punto di concludere un accordo di scambio di prigionieri.

Nell’ambito di questo accordo diversi soldati israeliani detenuti a Gaza sarebbero stati liberati, mentre Israele avrebbe rilasciato un numero ancora imprecisato di prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.

Il 10 agosto, invece dell’annuncio molto atteso di una forma di accordo, le bombe israeliane hanno iniziato a cadere sulla Striscia assediata e palloni incendiari provenienti da Gaza sono finiti sul lato israeliano della barriera.

Poi che cosa è successo?

La risposta si trova in gran parte – ma non del tutto – in Israele, nel conflitto politico tra il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ed il suo schieramento politico, da un lato, ed i suoi partner di governo guidati dal Ministro della Difesa Benny Gantz, dall’altro.

La contesa tra Netanyahu e Gantz si incentra su un feroce conflitto relativo al bilancio nella Knesset [parlamento israeliano, ndtr.], che non ha molto a che vedere con le spese governative o con le competenze in materia fiscale.

Gantz, che è previsto occupi la carica di Primo Ministro a partire da novembre 2021, pensa che Netanyahu voglia fare approvare un bilancio della durata di un anno per far fallire l’accordo di coalizione e chiamare a nuove elezioni prima dell’avvicendamento alla carica di Primo Ministro.

Insiste quindi per un bilancio che riguardi due anni, per evitare ogni possibile tradimento da parte del partito Likud di Netanyahu.

Il gioco di Netanyahu, che è stato rivelato dal quotidiano Haaretz il 29 luglio, non è esclusivamente motivato dall’attaccamento al potere del dirigente israeliano, ma dalla sua diffidenza riguardo alle motivazioni stesse di Gantz. Se quest’ultimo diventerà il Primo Ministro del Paese è probabile che nominerà nuovi giudici che saranno ben disposti nei confronti del suo partito Blu e Bianco e, di conseguenza, saranno d’accordo per mettere sotto accusa Netanyahu nell’ambito del processo per corruzione in corso.

Per Netanyahu e Gantz si tratta forse della lotta più importante nella loro carriera politica: il primo si batte per rimanere libero, il secondo per la sua sopravvivenza politica.

I due dirigenti tuttavia si intendono su un punto: il fatto che l’uso della forza militare permetterà sempre di ottenere un maggiore sostegno dell’opinione pubblica israeliana, soprattutto se diventassero inevitabili nuove elezioni. È probabile che, se nella battaglia sul bilancio non troverà un compromesso, si terrà una quarta tornata elettorale.

Dal momento che una prova di forza militare nel sud del Libano risulta impensabile a causa dell’enorme esplosione che ha sconvolto Beirut il 4 agosto, i due dirigenti israeliani hanno spostato la loro attenzione su Gaza. Con una reazione rapida, come se fossero in campagna elettorale, Gantz e Netanyahu sono intenti a difendere la loro causa presso gli israeliani che vivono nelle città del sud al confine con la Striscia di Gaza.

Gantz ha fatto visita ai dirigenti di queste comunità il 19 agosto. Si è riunito con una delegazione accuratamente selezionata di alti responsabili del governo e dell’esercito israeliani, tra cui il Ministro dell’Agricoltura, Alon Schuster, ed il comandante della divisione di Gaza, generale di brigata Nimrod Aloni, che era presente in videoconferenza.

In aggiunta alle solite minacce di prendere di mira chiunque a Gaza osi minacciare la cosiddetta sicurezza di Israele, Gantz si è impegnato in una campagna elettorale di tipo autopromozionale. “Abbiamo cambiato l’equazione a Gaza. Dopo la mia entrata in carica c’è stata una risposta ad ogni violazione della nostra sicurezza”, ha dichiarato, mettendo in evidenza le proprie azioni in contrasto con quelle del governo di coalizione – negando così qualunque merito a Netanyahu.

Netanyahu d’altra parte ha minacciato severe rappresaglie contro Gaza se Hamas non impedirà il lancio di palloni incendiari. “Abbiamo adottato una politica in base alla quale un lancio incendiario viene considerato al pari di un razzo,” ha dichiarato il 18 agosto ai sindaci delle città del sud.

Netanyahu mantiene l’opzione di una guerra aperta contro Gaza nel caso questa diventasse la sua unica risorsa. Gantz, in quanto Ministro della Difesa e rivale di Netanyahu, gode tuttavia di un più ampio margine di manovra politica.

Dopo il 10 agosto ha ordinato al suo esercito di bombardare Gaza ogni notte. Ad ogni bomba sganciata su Gaza la credibilità di Gantz presso gli elettori israeliani, soprattutto nel sud, aumenta leggermente.

Se l’attuale violenza porterà ad una guerra totale, sarà tutto il governo di coalizione – compreso Netanyahu ed il suo partito Likud – ad avere la responsabilità delle sue conseguenze potenzialmente disastrose. Questo pone Gantz in una posizione di forza.

La presente prova di forza militare a Gaza non è solo il risultato del conflitto politico all’interno di Israele. La società di Gaza in questo momento è a un punto di rottura.

La tregua tra i gruppi della resistenza a Gaza ed Israele, che era stata conclusa sotto l’egida dell’Egitto nel novembre 2019, non è servita a niente.

Nonostante le numerose assicurazioni che i gazawi assediati avrebbero beneficiato di una tregua tanto necessaria, la situazione si è invece aggravata ad un punto senza precedenti ed insopportabile: l’unico generatore elettrico di Gaza è a corto di carburante e non funziona più; il 16 agosto la ridottissima zona di pesca della Striscia di Gaza, di sole tre miglia nautiche, è stata dichiarata da Israele zona militare chiusa; il valico di Karem Abu Salem, attraverso il quale entrano a Gaza via Israele scarsi approvvigionamenti, è ufficialmente chiuso.

L’assedio israeliano della Striscia di Gaza, che dura da 13 anni, mostra attualmente il suo aspetto peggiore, persino con poco spazio perché la popolazione di Gaza possa almeno esprimere la propria indignazione di fronte alla sua miserabile situazione.

A dicembre 2019 le autorità di Hamas hanno deciso di limitare la frequenza delle manifestazioni note col nome di “Marcia del Ritorno di Gaza”, che dal marzo 2018 si sono svolte quasi ogni giorno.

Durante queste manifestazioni più di 300 palestinesi sono stati uccisi dai cecchini israeliani.

Nonostante il numero di morti e il fallimento nel suscitare una protesta internazionale contro l’assedio, le manifestazioni non violente hanno permesso ai comuni palestinesi di esprimersi, di organizzarsi e di prendere iniziative.

La crescente frustrazione a Gaza ha costretto Hamas ad aprire uno spazio perché i manifestanti possano ritornare alla barriera, nella speranza che la questione dell’assedio venga riportata all’ordine del giorno nei mezzi di comunicazione.

I palloni incendiari, che hanno recentemente scatenato la collera dell’esercito di occupazione israeliano, sono uno dei tanti messaggi palestinesi che dicono che i gazawi rifiutano di accettare che l’assedio sia ormai la loro realtà permanente.

Se la mediazione egiziana può alla fine offrire ai palestinesi una soluzione temporanea ed evitare una guerra totale, la violenza israeliana a Gaza, stanti gli attuali rapporti politici, non cesserà comunque.

È certo che finché i dirigenti israeliani continueranno a considerare una guerra contro Gaza come un’opportunità politica ed una tribuna per le proprie ambizioni elettorali, l’assedio proseguirà senza alcun allentamento.

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo saggio è “Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle carceri israeliane” (Pluto Press). Baroud è dottore di ricerca in studi sulla Palestina presso l’università di Exeter e associato presso il centro Orfalea di studi mondiali e internazionali dell’università della California.

(traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




L’uccisione di Iyad al-Halak: famiglia ed avvocati accusano Israele di cercare di insabbiare il caso

Redazione di MEE

28 agosto 2020 – Middle East Eye

Sono sorte preoccupazioni dopo che il Ministero della Giustizia israeliano ha riconsiderato l’assassinio del palestinese autistico, sostenendo l’assenza di prove video.

La famiglia di un giovane palestinese autistico ucciso dalla polizia israeliana a maggio ha accusato la polizia di “aver distrutto deliberatamente le videocamere” che contenevano le prove dell’omicidio.

Iyad al-Halak, di 32 anni, il 30 maggio è stato ucciso da un poliziotto di frontiera israeliano mentre si recava ad una scuola per disabili nella città vecchia di Gerusalemme est occupata.

Un’inchiesta sulla sua uccisione è stata ostacolata dalla mancanza di ogni prova video, nonostante informazioni secondo cui nella zona dove è stato ucciso vi fossero almeno 10 telecamere di videosorveglianza.

L’uccisione di Halak in un deposito di rifiuti nella città vecchia ha provocato proteste in Palestina, in Israele e all’estero e, nonostante l’isolamento per il coronavirus, ha scatenato numerose manifestazioni.

Venerdì, parlando con l’agenzia di notizie ufficiale dell’Autorità Nazionale Palestinese WAFA, il padre di Halak ha accusato la polizia israeliana di cercare di insabbiare il caso di suo figlio e di aver distrutto le telecamere di sorveglianza che hanno documentato l’incidente.

Per tre mesi il governo di occupazione (Israele) non ha preso alcuna misura punitiva contro gli assassini di Iyad”, ha detto. “Stanno cercando di cancellare il crimine e farla franca riguardo all’omicidio.”

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, mercoledì un ufficio del Ministero di Giustizia israeliano ha effettuato una ricostruzione della scena, dopo aver detto che non vi erano registrazioni video dell’incidente.

In risposta, gli avvocati della famiglia Halak hanno sollecitato il ministero a “rivelare immediatamente l’identità dei colpevoli” e pubblicare le prove video.

Il ritardo fino ad ora, tre mesi dopo il delitto, nel portare davanti alla giustizia i responsabili è sospetto e preoccupante”, hanno affermato gli avvocati in una dichiarazione rilasciata a Middle East Eye.

Tutte le prove raccolte nel dossier dell’inchiesta indicano che si è trattato di un vero e proprio omicidio, quindi non è giustificabile impiegare così tanto tempo per raggiungere una decisione sul caso.”

I palestinesi hanno a lungo accusato Israele di condurre indagini superficiali sui delitti commessi dalle forze armate o dai coloni israeliani contro i palestinesi. Gli israeliani sono raramente posti sotto processo per l’uccisione di palestinesi e, se risultano colpevoli, normalmente vengono condannati a pene miti.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




“Morire per pescare”: come la pirateria israeliana ha distrutto la prospera industria ittica di Gaza

Ramzy Baroud

28 agosto 2020 – Middle East Monitor

Il 16 agosto la marina israeliana ha dichiarato zona militare chiusa il mare di Gaza. Il giorno dopo un gruppo di pescatori di Gaza ha deciso di cercare di pescare a meno di due o tre miglia nautiche dalla costa di Gaza. Appena gettate le reti attorno a loro hanno iniziato a fischiare le pallottole della marina israeliana.

Poco dopo lincidente ho parlato con uno dei pescatori. Il suo nome è Fathi.

Mia moglie, i miei otto figli ed io, tutti viviamo della pesca. La marina israeliana oggi ci ha sparato e ci ha chiesto di lasciare il mare. Ho dovuto tornare dalla mia famiglia a mani vuote, senza pesce da vendere e senza niente da dare ai miei figli, dice Fathi.

La storia di questo pescatore è tipica. Secondo lassociazione israeliana per i diritti umani BTselem circa il 95% dei pescatori di Gaza vive al di sotto del livello di povertà.

I pescatori di Gaza sono dei veri eroi. Contro ogni previsione, per assicurare la sopravvivenza delle loro famiglie ogni giorno affrontano il mare.

In questo contesto la marina israeliana equivale agli odierni pirati, apre il fuoco contro questi uomini – e in qualche caso donne – palestinesi, a volte affondando le barche e riportandole sulla costa. A Gaza da quasi 13 anni questa è stata la routine.

Appena Israele ha dichiarato la chiusura completa della zona di pesca di Gaza, ha impedito a migliaia di pescatori di poter mantenere le loro famiglie, distruggendo così un ulteriore settore della falcidiata economia di Gaza.

Lesercito israeliano ha giustificato la sua azione come una rappresaglia contro i manifestanti palestinesi che, a quanto è stato affermato, negli ultimi giorni hanno lanciato palloni incendiari contro Israele. Quindi, in base alle carenti regole dei principali giornali, la decisione israeliana può sembrare razionale. Tuttavia una semplice verifica sullargomento rivela tuttaltra storia.

Di fatto i manifestanti palestinesi hanno lanciato contro Israele palloni incendiari che, a quanto si dice, provocano incendi in alcune zone agricole nei pressi di Gaza occupata. Tuttavia lazione in sé è stata una disperata richiesta di attenzione.

Gaza è quasi priva di carburante. Lunico generatore di energia della Striscia è stato spento ufficialmente il 18 agosto. Anche il valico di Karem Abu Salem, che consente che approvvigionamenti appena sufficienti arrivino a Gaza attraverso Israele, è stato chiuso per un ordine militare israeliano. Il mare, lultima risorsa di Gaza, è diventato di recente una guerra unilaterale tra la marina israeliana e la sempre più ridotta popolazione di pescatori di Gaza. Tutto ciò ha inflitto gravi danni a una zona che ha già dovuto patire terribili sofferenze.

Una volta florido, il settore della pesca a Gaza è stato quasi distrutto in seguito all’assedio israeliano. Nel 2000, per esempio, l’industria ittica di Gaza contava più di 10.000 pescatori. Gradualmente il loro numero si è ridotto a 3.700, benché molti di essi siano pescatori solo di nome, dato che non possono più uscire in mare, riparare le proprie imbarcazioni danneggiate o permettersene di nuove.

Quelli che continuano a praticare la professione lo fanno perché è, letteralmente, il loro ultimo mezzo di sopravvivenza: se non pescano, le loro famiglie non mangiano. La storia dei pescatori gazawi è anche la storia dellassedio di Gaza. Nessunaltra professione è stata così direttamente legata ai mali di Gaza quanto la pesca.

Quando nel 1993 vennero firmati gli accordi di Oslo tra il governo israeliano e lOrganizzazione per la Liberazione della Palestina, si disse ai palestinesi che uno dei molti frutti della pace sarebbe stato lallargamento della zona peschiera di Gaza, esattamente fino a 20 miglia nautiche (circa 37 km).

Come il resto delle promesse non rispettate di Oslo, neppure laccordo sulla pesca venne mantenuto. Invece fino al 2006 lesercito israeliano consentì agli abitanti di Gaza di pescare allinterno di una zona che non ha mai superato le 12 miglia nautiche. Nel 2007, quando Israele impose lattuale assedio contro Gaza, la zona di pesca venne ulteriormente ridotta, prima a sei miglia nautiche e, infine, a tre.

Dopo ogni guerra israeliana o scontro violento a Gaza la zona di pesca viene completamente chiusa. Viene riaperta dopo ogni tregua, insieme ad altre vuote promesse che la zona di pesca verrà estesa a varie miglia nautiche per migliorare i mezzi di sussistenza dei pescatori.

Dopo la tregua negoziata dallEgitto, che ha fatto seguito a una breve ma letale campagna israeliana nel novembre 2019, la zona di pesca è stata di nuovo estesa fino ad arrivare a 15 miglia nautiche, la maggior estensione da molti anni.

Tuttavia questa tregua è stata di breve durata. Poco tempo dopo la marina israeliana si è messa ad affondare barche, sparando ai pescatori e respingendoli indietro nei ridotti spazi originari nei quali operavano.

Benché nel 2005 Israele abbia ritirato le proprie forze fuori da Gaza, in base al diritto internazionale continua ad essere considerato una potenza occupante, obbligata a garantire il benessere e i diritti dei palestinesi occupati che vi abitano. Ovviamente Israele non ha mai rispettato il diritto internazionale, né a Gaza né in nessun altro luogo della Palestina occupata.

Nel febbraio 2018 Isma’il Abu Ryalah è stato assassinato dalla marina israeliana mentre pescava con la sua piccola imbarcazione a cinque miglia nautiche dalla costa di Gaza. Come era immaginabile, nessun israeliano è stato considerato responsabile per lassassinio di Abu Ryalah. Poco dopo lincidente, la disperazione, ma anche il coraggio, hanno fatto sì che migliaia di pescatori di Gaza ritornassero in mare, nonostante il pericolo immediato che rappresentavano i pirati di oggi che si fanno passare per un esercito.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dellautore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dallo spagnolo di Amedeo Rossi)




La crisi energetica minaccia la già fragile situazione a Gaza

Rasha Abou Jalal

26 agosto 2020 – Al-Monitor

Mentre la crisi legata alla interruzione di corrente nella Striscia di Gaza per più di 20 ore al giorno paralizza tutti i settori sanitari ed economici, gli abitanti di Gaza aspettano che Israele permetta che il carburante possa entrare nell’enclave per far funzionare la loro unica centrale elettrica.

GAZA CITY, Striscia di Gaza – Khamis Murad, 61 anni, ha necessità di regolari sedute di dialisi, della durata di quattro ore ciascuna, presso lo Shifa Hospital, nella parte occidentale di Gaza City. Ma durante la sua ultima seduta in ospedale a causa di un’interruzione della corrente la macchina si è improvvisamente fermata dopo meno di due ore.

In un comunicato stampa del 18 agosto Mohammed Thabet, il portavoce della Gaza Electricity Distribution Company (GEDCO) [Azienda di distribuzione dell’energia elettrica, ndtr.] nella Striscia di Gaza, ha annunciato che la fornitura di elettricità a case e imprese a Gaza si sarebbe ridotta a tre o quattro ore al giorno, con più di 20 ore di interruzione. Il precedente programma di distribuzione era razionato attorno alle otto ore di fornitura alternate a otto ore di interruzione di corrente.


Thabet ha spiegato che la nuova misura è stata decisa dopo che nella stessa giornata la GEDCO è stata ufficialmente informata dalla Gaza Power Generating Company [azienda di produzione energetica di Gaza, ndtr.] che il processo di generazione dell’unico impianto di produzione energetica di Gaza era stato completamente interrotto a causa dell’esaurimento del carburante. L’11 agosto, Israele aveva sospeso le spedizioni di carburante all’enclave assediata in seguito al ripetuto lancio di palloni incendiari da Gaza verso il sud di Israele.

Inoltre l’11 agosto Israele ha chiuso il valico commerciale di Kerem Shalom [sui confini tra la Striscia di Gaza, Israele e Egitto, ndtr.].

Murad, che soffre di insufficienza renale da quattro anni, per rimanere in vita deve sottoporsi a una procedura di dialisi completa tre volte alla settimana allo Shifa Hospital.


“Il blackout fa sì che le sedute di dialisi vengano posticipate o annullate, e questo mette a rischio la vita di dozzine di pazienti con problemi renali”, ha detto Murad ad Al-Monitor in ospedale. “Molti pazienti dormono nei corridoi e persino nel giardino dell’ospedale, in attesa che torni la corrente per sottoporsi a una seduta di dialisi. La situazione è molto grave.

“Abdullah al-Qaishawi, responsabile del dipartimento di nefrologia dell’ospedale Shifa di Gaza, ha detto ad Al-Monitor: “Nella Striscia di Gaza ci sono 820 pazienti che soffrono di insufficienza renale, la maggior parte dei quali sottoposti a cicli di dialisi presso lo Shifa Hospital, il più grande dell’enclave.”

Ha affermato che il dipartimento non è in grado di fornire a questi pazienti le prestazioni mediche a causa delle interruzioni di corrente e dell’ impossibilità di far funzionare i generatori di energia poiché Israele vieta l’accesso di carburante a Gaza.


In una dichiarazione del 18 agosto, il Ministero della Salute di Gaza ha messo in allarme sulle gravi ripercussioni del mancato funzionamento della centrale elettrica e dell’ impatto sui reparti ospedalieri e sui trattamenti di unità neonatali, terapia intensiva, nefrologia e dialisi, chirurgia e parti cesarei.

Il responsabile del Comparto di Neonatologia degli ospedali di Gaza, Nabil al-Barqouni, ha detto ad Al-Monitor: “La crisi legata ai blackout minaccia la vita di 120 neonati che hanno bisogno di cure neonatali per sopravvivere. Gli ospedali dell’enclave comprendono sette unità di assistenza neonatale, con 135 incubatrici. Tutte funzionano con l’elettricità.”

Barqouni ha osservato che le interruzioni di corrente colpiscono anche altri dispositivi medici per la cura dei neonati, come rianimatori e ventilatori, il che aumenta il rischio per le loro vite.

Ha detto che il funzionamento regolare nelle unità neonatali richiede una fornitura costante di elettricità. “Fornire energia alternativa agli incubatori tramite l’energia solare è molto costoso e non abbiamo la capacità finanziaria per installarla. Non possiamo fare affidamento sui generatori di corrente a causa della mancanza di carburante”, ha aggiunto.


In una dichiarazione pubblicata sulla sua pagina Facebook il 18 agosto, il Comitato Internazionale della Croce Rossa nei territori occupati ha messo in guardia dalle ripercussioni del mancato funzionamento della centrale, affermando che questo peggiorerà ulteriormente il carico che affligge il fragile sistema sanitario nella Striscia di Gaza. Ha aggiunto che la crisi energetica ostacolerà la disponibilità di acqua e porterà a gravi problemi ambientali.


Thabet ha detto ad Al-Monitor: “La Striscia di Gaza ha bisogno di 500 megawatt di energia elettrica al giorno. Nelle situazioni migliori forniamo solo 180 megawatt, di cui 60 megawatt dalla centrale elettrica di Gaza, oltre a 120 megawatt da Israele “.


Ha spiegato che la Striscia di Gaza riceveva 18 megawatt di elettricità dall’Egitto, ma che la fornitura è stata interrotta a marzo in relazione ai problemi di sicurezza nella penisola del Sinai.


In una dichiarazione pubblicata il 19 agosto sul suo sito web la Rete delle Organizzazioni Non Governative Palestinesi ha messo in guardia riguardo “le pericolose ripercussioni delle continue interruzioni di corrente sulla situazione sanitaria, ambientale, economica e umanitaria nella Striscia di Gaza”. Ha affermato che le interruzioni di corrente e il divieto da parte di Israele dell’accesso di carburante a Gaza avranno un grave impatto sui servizi fondamentali, in particolare sul settore sanitario, sui servizi di igiene ambientale, sulle forniture di acqua potabile e sui servizi igienico-sanitari forniti agli oltre 2 milioni di abitanti di Gaza.

Due giorni prima anche la Federazione dei Comuni della Striscia di Gaza, che comprende 25 Comuni, aveva lanciato l’allarme sulla gravità delle interruzioni di corrente. In una dichiarazione del 17 agosto, ha avvertito che il servizio di fornitura dell’acqua alle case dei cittadini ne avrebbe risentito e la pianificazione sulla distribuzione idrica sarebbe stata notevolmente alterata, dato che i pozzi dipendono principalmente dall’elettricità ([per il pompaggio dell’acqua) “.


La federazione ha affermato che questa crisi ha bloccato gli impianti di trattamento delle acque reflue, il che si tradurrà in un disastro sanitario e ambientale.


La sospensione del funzionamento degli impianti di depurazione ha portato allo scarico in mare di oltre 110.000 metri cubi di acque reflue non trattate. Con una dichiarazione del 19 agosto l’Autorità per la qualità ambientale di Gaza ha affermato che ciò ha causato “un inquinamento quasi completo della costa della Striscia di Gaza”. Ciò, ha aggiunto l’autorità, priva i cittadini della possibilità di trascorrere le loro vacanze estive sulla spiaggia.

Nel frattempo, il sottosegretario al ministero dell’Economia nazionale Rushdi Wadi ha dichiarato ad Al-Monitor: “La sospensione del funzionamento della centrale elettrica di Gaza infligge grandi perdite all’industria e all’economia di Gaza”.

L’elettricità è la componente fondamentale del processo produttivo nei settori economici.

Wadi ha affermato che le interruzioni di corrente nelle fabbriche aumenteranno i costi di produzione, ridurranno la capacità di produzione e incrementeranno i costi di manutenzione delle apparecchiature. Ha aggiunto: “Questo porterà automaticamente a un aumento dei prezzi delle materie prime”.

Una prolungata crisi dovuta all’ interruzione di corrente influenzerà il sostentamento dei cittadini. Quando i frigoriferi non funzionano alimenti come carne, latticini e pesce potrebbero marcire. Questa è una minaccia per la sicurezza alimentare dei cittadini”, ha concluso.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Hamas afferma che si è raggiunto un accordo con Israele per placare la violenza

Redazione di MEE

31 agosto 2020 – Middle East Eye

L’annuncio giunge dopo settimane di crescenti tensioni e mentre Gaza deve fare i conti con la pandemia da coronavirus

Lunedì Hamas ha annunciato che, grazie alla mediazione del Qatar, è stato raggiunto un accordo per evitare un’escalation con Israele dopo una fiammata durata quattro settimane che ha visto Gaza bombardata quasi quotidianamente.

In un comunicato l’ufficio del leader di Hamas Yahya Sinwar afferma che “dopo una serie di colloqui, mediati dal rappresentante del Qatar Mohammed al-Amadi, si è raggiunta un’intesa per evitare un’escalation e stabilizzare la situazione.”

Israele ha ripetutamente bombardato Gaza dal 6 agosto, con quella che sostiene essere una risposta agli ordigni incendiari inviati in volo e, meno frequenti, razzi lanciati oltre il confine.

Secondo dati dei vigili del fuoco, le bombe incendiarie, ordigni artigianali attaccati a palloni, aquiloni, preservativi gonfiati o buste di plastica, hanno innescato più di 400 incendi nel sud di Israele.

I palloni incendiari sono generalmente visti come un tentativo da parte di Hamas di migliorare le condizioni di una tregua informale in base alla quale Israele si era impegnato ad alleggerire il suo blocco durato 13 anni in cambio della calma sul confine.

Ma finora la risposta di Israele è stata di inasprire il blocco, che secondo i critici rappresenta una punizione collettiva dei due milioni di abitanti della zona impoverita.

Anche l’Egitto ha mantenuto l’assedio, restringendo sul suo confine gli spostamenti in entrata e in uscita da Gaza. In seguito ai tentativi di mediazione, Hamas afferma che “verranno annunciati vari progetti a favore del nostro popolo nella Striscia di Gaza e per contribuire a migliorare” le difficili condizioni di vita. Il suo comunicato non specifica nessuno dei progetti, ma afferma che le condizioni torneranno a essere “quelle che erano prima dell’escalation.”

In base a precedenti accordi non ufficiali raggiunti attraverso mediatori, Hamas ha tentato progetti economici su larga scala per contribuire a ridurre la disoccupazione che si aggira intorno al 50%, un ampio alleggerimento delle restrizioni agli spostamenti e un incremento delle forniture di energia elettrica da parte di Israele. Accusa Israele di muoversi troppo lentamente o di non rispettare i propri impegni.

Lunedì sera il COGAT, un ente militare israeliano responsabile delle questioni dei civili palestinesi, ha annunciato che avrebbe immediatamente riaperto l’unico valico commerciale di Gaza e ripreso la fornitura di carburante al territorio. Ha anche affermato che avrebbe riaperto una zona di pesca di 25 km dalle coste di Gaza.

Questa decisione verrà verificata sul terreno: se Hamas, che è responsabile di ogni azione intrapresa nella Striscia di Gaza, non rispetta i suoi obblighi, Israele si comporterà di conseguenza,” ha affermato.

L’inviato dell’ONU nella regione, Nickolay Mladenov, ha accolto favorevolmente l’accordo.

Porre fine al lancio di ordigni e proiettili incendiari, ripristinare la fornitura dell’elettricità consentirà all’ONU di concentrarsi sulla gestione della crisi da COVID-19”, ha twittato.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)