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La studentessa palestinese Mays Abu Ghosh finalmente libera dopo 15 mesi di detenzione e trattamenti crudeli

Lina Alsaafin

4 dicembre 2020 – Chronique de Palestine

Mays Abu Ghosh, una studentessa di giornalismo, parla delle torture psicologiche e fisiche che ha subito durante il suo interrogatorio da parte delle forze israeliane di occupazione.

Abu Ghosh, studentessa di giornalismo all’università di Birzeit, è stata sequestrata nell’agosto 2019 ed accusata di far parte del Polo studentesco progressista democratico, un’organizzazione studentesca vietata dalle forze israeliane di occupazione, e di partecipare ad attività studentesche contro l’occupante.

È stata anche accusata di “comunicazione con il nemico” – ha partecipato ad una conferenza sul diritto al ritorno dei palestinesi – e di lavorare per un’agenzia di stampa che si ritiene affiliata al movimento Hezbollah (organizzazione della resistenza libanese).

Abu Ghosh è stata condannata ad una multa di 2.000 shekel (circa 500 euro) e rilasciata dal carcere di Damon al posto di controllo di Jalameh, a nord della città di Jenin in Cisgiordania illegalmente occupata, dove è stata accolta dalla famiglia e dagli amici.

Diverse associazioni di difesa dei diritti umani hanno dichiarato che Abu Ghosh ha rivelato loro le torture fisiche e psicologiche subite durante più di un mese nel tristemente celebre centro di interrogatori Maskobiyeh a Gerusalemme.

Queste associazioni hanno aggiunto che Mays è stata costretta a restare in diverse posizioni costrittive per lunghe ore ed è stata minacciata di tornare a casa paralizzata o disturbata mentalmente. È stata inoltre costretta ad ascoltare le grida e le urla di altri prigionieri sottoposti a interrogatorio ed è stata ripetutamente presa a schiaffi mentre i soldati israeliani le gridavano delle oscenità.

Voglio dire a tutti ciò che mi è successo durante la fase di interrogatorio e di tortura.”, ha dichiarato Abu Ghosh a Al Jazeera il giorno dopo la sua liberazione. “Non perché è qualcosa che è capitata personalmente a me, ma perché ogni palestinese sappia che cosa aspettarsi quando Israele lo arresterà.”

I tribunali militari israeliani, davanti ai quali vengono giudicati i palestinesi dei territori occupati, hanno un tasso di condanne del 99,74%.

La procura militare ha incriminato Ghosh per azioni legate alle sue attività sindacali studentesche all’università, oltre alla sua attività sui media”, ha dichiarato Addameer, un’associazione di difesa dei diritti dei prigionieri.

Tale prassi dimostra la criminalizzazione dei diritti umani più fondamentali da parte delle autorità di occupazione, attraverso ordini militari.”

Abu Ghosh ha aggiunto che il messaggio che vuole trasmettere da parte delle altre donne detenute è quello dell’“unità nazionale”.

Hanno anche richieste relative alle condizioni di vita, in particolare quelle che scontano lunghe pene”, ha dichiarato. “Le videocamere nel cortile del carcere funzionano in permanenza e violano la loro privatezza personale.”

La famiglia presa di mira

Nel gennaio 2016 il fratello maggiore di Abu Ghosh, Hussein, era stato ucciso dalle forze israeliane perché avrebbe compiuto un attacco all’arma bianca.

In seguito le forze israeliane avevano demolito la casa della famiglia.

Nell’agosto 2019 la casa di Abu Ghosh è stata oggetto di un’incursione all’alba da parte delle forze israeliane con cani dell’esercito.

Quella volta Mays era stata condotta in un luogo separato e le è stato ordinato di accendere il suo computer portatile e il suo telefono. In seguito al suo rifiuto le sono stati bendati gli occhi, è stata ammanettata e letteralmente presa in ostaggio.

Un mese dopo suo fratello Suleiman, di 17 anni, è stato arrestato per fare pressione su Abu Ghosh perché confessasse. Ha trascorso quattro mesi in detenzione amministrativa, incarcerato da Israele senza capi d’accusa né processo.

Anche i suoi genitori sono stati convocati per un interrogatorio.

Secondo Addameer sono detenute da Israele 40 donne palestinesi. La popolazione carceraria totale arriva attualmente a 4.500 persone, di cui 170 minori e 370 in detenzione amministrativa.

Nel carcere di Damon sette prigionieri hanno seguito corsi universitari, ma la scorsa settimana un’incursione nelle loro celle da parte del servizio penitenziario israeliano ha portato al sequestro dei loro libri.

Dopo la sua liberazione Abu Ghosh ha dichiarato di voler terminare i propri studi e proseguire la formazione professionale nell’ambito della comunicazione.

Le autorità penitenziarie hanno minacciato di mettere in isolamento i prigionieri che proseguono gli studi”, ha affermato Mays.

Insieme ad altri prigionieri abbiamo creato un piccolo programma per studiare filosofia, letteratura araba e poesia. Avevamo anche certi rituali che svolgevamo insieme, come prepararsi prima di una visita dei familiari”

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Le forze israeliane colpiscono a morte un bambino palestinese durante le proteste del suo villaggio

Redazione di MEE

4 Dicembre 2020 – Middle East Eye

Ali Abu Aalya soccombe alle ferite dopo essere stato colpito al ventre dalle forze israeliane vicino a Ramallah, nella Cisgiordania occupata

Il ministero della Sanità locale ha detto che venerdì sera vicino alla città occupata di Ramallah, in Cisgiordania, forze israeliane hanno colpito a morte un minore palestinese.

Il ministero ha affermato che il ragazzino è stato identificato come Ali Abu Aalya, di età compresa tra i 13 e i 15 anni. È stato ucciso durante gli scontri scoppiati tra gli abitanti palestinesi e i soldati israeliani nel villaggio di al-Mughayir, a nord-est di Ramallah.

La Croce Rossa Palestinese [sic] ha detto al giornale israeliano Haaretz che le forze israeliane hanno sparato ad Abu Aalya al ventre. È stato poi portato di corsa in un ospedale locale, dove è decceduto a causa delle ferite.

Gli scontri sono scoppiati nel villaggio venerdì, dopo che le forze israeliane hanno risposto a una protesta degli abitanti locali contro un nuovo avamposto coloniale nella zona. Haaretz ha riferito che la manifestazione ha avuto luogo “lontano dall’avamposto”.

Venerdì l’Unicef, l’agenzia dell’Onu che si occupa del benessere dei bambini, ha denunciato l’uccisione di Abu Aalya. “L’Unicef esorta le autorità israeliane a rispettare, proteggere e garantire i diritti di tutti i minori e ad astenersi dall’usare la violenza contro i minorenni, in conformità con il diritto internazionale”, ha affermato Ted Chaiban, direttore regionale dell’agenzia per il Medio Oriente e il Nord Africa in un comunicato.

Le comunità palestinesi spesso usano il venerdì dopo le preghiere di mezzogiorno come momento per protestare, tra i vari problemi, contro le politiche israeliane di confisca delle terre, i blocchi stradali e l’espansione delle colonie.

Le associazioni per i diritti umani, tra cui Human Rights Watch e Amnesty International, hanno condannato la risposta di Israele a tali proteste, che spesso comportano la perdita di vite umane, accusando l’esercito di attuare una politica di “sparare per uccidere” che incoraggia le “esecuzioni extragiudiziali”.

A causa della pandemia da Covid-19, quest’anno le proteste sono state meno frequenti nella Cisgiordania occupata. Tuttavia secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari dall’inizio del 2020 negli scontri sono stati uccisi, per lo più da colpi d’arma da fuoco israeliani, almeno 28 palestinesi, tra cui sette minorenni.

Nel frattempo, con l’incoraggiamento dell’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il governo israeliano ha intensificato l’espansione delle colonie. Benché i piani di annessione totale della Cisgiordania occupata siano stati sospesi dopo il raggiungimento degli accordi di normalizzazione con il Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha sottolineato che la sospensione è temporanea.

(traduzione dall’inglese di Carlo Tagliacozzo)




Secondo le associazioni israeliane per i diritti umani le retate in casa di palestinesi sono disumanizzanti, cercano di piegare il loro spirito.

2 dicembre 2020 – Middle East Monitor

Un rapporto pubblicato la settimana scorsa dalle associazioni israeliane per i diritti umani condanna le intrusioni illegali nelle abitazioni dei palestinesi da parte dell’esercito israeliano, suggerendo che questa pratica viola il diritto internazionale.

Questo studio, che si basa su due anni di ricerche da parte di Yesh Din [organizzazione di donne israeliane per la difesa dei diritti umani dei palestinesi, ndtr.], Physicians for Human Rights Israel [Medici per i Diritti Umani – Israele, associazione di medici israeliani, ndtr.] (PHRI) e Breaking the Silence [organizzazione di ex-soldati israeliani contrari all’occupazione, ndtr.], mette in luce una vasta documentazione e molte testimonianze di soldati e famiglie sfrattate.

Le notti passano senza poter chiudere occhio e non posso stare qui in casa. Per molto tempo non ho potuto dormire in casa, andavo dai miei genitori. Loro (i soldati) sono venuti ed hanno buttato giù la nostra porta. Fino ad oggi non sono ancora riuscita a metabolizzarlo,” dice una donna di Beit Ummar nel rapporto.

Attacchi, aggressioni e atti di vandalismo sono frequenti nelle città e nei villaggi palestinesi della Cisgiordania occupata da Israele, tanto da parte di coloni illegali che di soldati.

Secondo il rapporto intitolato “Una vita in bilico: irruzioni militari in case palestinesi in Cisgiordania”, ogni anno centinaia di adolescenti palestinesi vengono arrestati dall’esercito israeliano durante retate notturne, violando le stesse direttive militari riguardo all’emissione di mandati di comparizione per un interrogatorio prima dell’arresto.

Quello che mi viene da pensare,” ha detto la dottoressa Jumana Milhem, una psicologa che lavora con Medici per i Diritti Umani – Israele, “è che il processo implica la disumanizzazione di tutta la società. La questione è piegare l’animo umano.

Ci sono vari fattori di rischio per il TEPT (disturbo da stress post-traumatico) che notiamo in alte percentuali nella società palestinese in generale. Non stiamo parlando di un solo trauma, ma di uno degli aspetti del trauma continuo dell’occupazione. La sensazione di stare chiuso in carcere nel tuo stesso Paese. Questa sensazione di essere continuamente a rischio.”

Luay Abu ‘Aram, palestinese di Yatta, ha detto a Yesh Din: “È stato veramente terrificante il fatto che siano entrati in casa in piena notte con armi, i volti coperti, cani e tutti che si aggiravano in cortile. Nella tua testa passano tanti pensieri. Ha avuto un impatto terribile sulle ragazze, e perché? Perché fanno una perquisizione del genere di tutta la famiglia e dei vicini? Se ci sono informazioni dovrebbero cercare quelle.”

Per qualcuno, come Fadel Tamimi, imam di 59 anni di una moschea a Nebi Salih in Cisgiordania, le retate sono diventate frequentissime negli ultimi 20 anni. Dice di aver perso il conto del numero di volte in cui i soldati sono entrati in casa sua, il che fa pensare che possano essere più di 20, l’ultima nel 2019, appena prima della pandemia da coronavirus.

Il rapporto evidenzia come i civili palestinesi debbano essere protetti contro le frequenti e mortali offensive ed incursioni militari israeliane.

Vengono sottolineati anche gli effetti di queste incursioni sui soldati dell’occupazione, due dei quali hanno descritto la propria esperienza di irruzioni in case palestinesi come un punto di svolta per loro, soprattutto nel modo in cui vedevano se stessi come i “buoni” o “buoni” soldati e persone.

Ci è stata mostrata un’immagine aerea con ogni casa numerata. Ci è stato detto di scegliere quattro abitazioni a caso per entrarvi e “rovistare”, che vuol dire mettere tutto a soqquadro per un qualunque sospetto. Mi è sembrato strano che mi dessero questa possibilità di scelta,” ha spiegato Ariel Bernstein, 29 anni, che ha fatto il militare in un’unità d’élite della fanteria, la Sayeret Nahal.

L’esercito israeliano nega queste accuse, secondo cui le perquisizioni di case verrebbero realizzate a caso, e afferma che sono una questione relativa alla sicurezza.

(traduzione dallo spagnolo di Amedeo Rossi)




ISOLATI E SOLI BAMBINI PALESTINESI TENUTI IN CONFINAMENTO SOLITARIO DALLE AUTORITÀ ISRAELIANE A SCOPO DI INTERROGATORIO.

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Defense for Children International – Palestine , 2 dicembre 2020

Defense for Children International – Palestine è un’organizzazione palestinese indipendente per i diritti dei bambini dedicata alla difesa e alla promozione dei diritti dei bambini che vivono nella Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est e nella Striscia di Gaza. Per quasi trenta anni abbiamo indagato, documentato ed esposto gravi violazioni dei diritti umani contro i bambini; ritenuto le autorità israeliane e palestinesi responsabili dei principi universali dei diritti umani; e sostenuto a livello internazionale e nazionale la promozione dell’accesso alla giustizia e alla protezione dei bambini. Forniamo anche assistenza legale diretta ai bambini in difficoltà.

Tra il 1 ° gennaio 2016 e il 31 dicembre 2019, Defense for Children International -Palestine (DCIP) ha documentato 108 casi in cui bambini palestinesi arrestati dall’esercito israeliano sono stati tenuti in isolamento per due o più giorni durante il periodo dell’interrogatorio.

La durata media dell’isolamento in questo set di dati era di 14,3 giorni. Quasi il 40 per cento, quarantatré bambini, ha subito un periodo di isolamento prolungato di 16 o più giorni. Quantunque stiamo studiando principalmente popolazioni di prigionieri adulti, numerose fonti scientifiche indicano che dopo 15 giorni “alcuni degli effetti psicologici nocivi dell’isolamento possono diventare irreversibili”. 1)

Il periodo d’isolamento più lungo documentato è stato di 30 giorni, mentre il più breve è stato di tre giorni. Quuteiba B. era di 16 anni quando è stato arrestato il 23 settembre 2018 ed è stato sottoposto a 30 giorni di isolamento nel centro di interrogatorio e detenzione israeliano di Asqalan, situato all’interno di Israele. I 108 bambini i cui casi sono stati documentati dal DCIP erano tutti ragazzi di età compresa tra i 14 ei 17 anni, dei quali 70 avevano 17 anni, 30 avevano 16 anni, sette avevano 15 anni e uno aveva 14 anni.

I bambini sono stati accusati di una serie di reati dalle autorità israeliane, prevalentemente il lancio di pietre, bombe molotov o granate; 76 bambini nel set di dati sono stati accusati di tali reati. Altri 22 bambini sono stati accusati di possesso di armi e 10 bambini sono stati accusati di coinvolgimento con una cellula militare. Altre accuse andavano dall’incitamento su Facebook e il complotto di un attacco, all’appartenenza a un’organizzazione vietata o all’aiuto a individui ricercati.

Dei 108 casi, alcuni bambini sono stati detenuti in più luoghi, tuttavia, almeno 52 bambini erano detenuti nel centro di interrogatorio e detenzione di Al-Jalame (noto anche come Kishon); almeno 29 bambini sono stati trattenuti nel centro di interrogatorio e detenzione di Petah Tikva; almeno 32 nella prigione di Megiddo e almeno 14 nel centro di interrogatorio e detenzione di Al-Mascobiyya a Gerusalemme. Queste strutture si trovano all’interno di Israele e tutte sono gestite o controllate dall’Israel Prison Service (IPS) e dall’Agenzia per la sicurezza israeliana. I bambini palestinesi vengono spesso trasferiti tra i vari centri durante il periodo di detenzione.

2. Metodologia

Defense for Children International – Palestine (DCIP) monitora, documenta e riferisce sulle violazioni internazionali dei diritti umani e del diritto umanitario derivanti dall’occupazione militare israeliana dei palestinesi che vivono in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, e la Striscia di Gaza. Specializzato in violazioni dei diritti dei bambini come stabilito nella Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, così come in altri standard internazionali, regionali e locali, il DCIP lavora per compiere un cambiamento positivo nella vita dei bambini che vivono in tutto il territorio palestinese occupato. DCIP implementa un approccio integrativo che utilizza il quadro internazionale dei diritti umani, la difesa basata sulle prove e la costruzione di un movimento che promuova i diritti e la protezione dei bambini palestinesi.

Questo rapporto si basa sulle testimonianze di 108 bambini della Cisgiordania occupata detenuti dalle forze armate o dalla polizia israeliana tra gennaio 2016 e dicembre 2019.

L’Accountability Program di DCIP si concentra sui diritti dei minori in quanto si intersecano con i sistemi militari e legali israeliani e comprende un’unità di difesa socio-legale, un’unità di monitoraggio e documentazione e un’unità di difesa. L’unità di difesa socio-legale della DCIP fornisce assistenza legale ai bambini palestinesi nel sistema di giustizia minorile palestinese e sia nel sistema di detenzione militare israeliano della Cisgiordania che nel sistema di giustizia penale civile israeliano a Gerusalemme est.2) Questa unità rappresenta una media di 120 casi ogni anno nei tribunali militari israeliani e si è creata una reputazione nel limitare con successo il tempo che i bambini trascorrono in detenzione. L’unità di monitoraggio e documentazione della DCIP documenta gli abusi dei diritti umani e le violazioni contro i bambini nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est e la Striscia di Gaza.

Gli avvocati e i ricercatori sul campo del DCIP raccolgono dichiarazioni giurate dai bambini durante le visite in prigione e le riunioni dei clienti ponendo una serie di domande aperte, concentrandosi in particolare sul periodo di tempo tra l’arresto di un bambino e la sua prima apparizione in un tribunale militare israeliano. Il DCIP raccoglie anche informazioni e dati precisi su presunte violazioni dei diritti dei minori palestinesi detenuti attraverso un questionario.

Nelle loro testimonianze, i bambini raccontano le loro esperienze in ordine cronologico dal momento dell’arresto al loro successivo interrogatorio e comparizione in un tribunale militare israeliano. Il periodo di tempo coperto dalle testimonianze varia generalmente da diversi giorni a diverse settimane, ma a volte è più lungo.

Questo rapporto si concentra specificamente sul viaggio di un bambino palestinese attraverso il sistema di detenzione militare israeliano quando è tenuto in isolamento dalle autorità israeliane esclusivamente per scopi di interrogatorio. Cerca di identificare modelli ricorrenti di maltrattamenti, torture e negazione del diritto a un giusto processo quando i bambini sono sottoposti a isolamento per scopi di interrogatorio.

3. L’isolamento dei minori ai sensi del diritto internazionale

Il diritto internazionale proibisce l’uso dell’isolamento e di misure simili che costituiscono trattamenti crudeli, inumani o degradanti contro i bambini, definiti come qualsiasi persona di età inferiore ai diciotto anni.3) La pratica dell’isolamento, oltre alle punizioni corporali, la collocazione in una cella buia o qualsiasi altra punizione che può compromettere la salute fisica o mentale del bambino può, in alcuni casi, equivalere a tortura.4)

Il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura, Juan Méndez, ha osservato che “non esiste un accordo universale sulla definizione di isolamento”. 5) Tuttavia, l’isolamento generalmente si riferisce all’isolamento fisico e sociale di individui che sono confinati nelle loro celle per 22-24 ore al giorno, senza un contatto umano significativo.6)

In una dichiarazione del 2016, Méndez ha definito i tipi di interazione umana che possono costituire un contatto significativo. “L’isolamento comporta la mancanza di un contatto sociale significativo per il detenuto, sia attraverso l’interazione con altri detenuti o personale penitenziario, visite o partecipazione ad attività lavorative, educative e ricreative o sportive. [. . . ]”

La legislazione internazionale dei diritti umani impone un contatto umano significativo sia all’interno che all’esterno del carcere, anche con i compagni di prigione e con il personale carcerario non strettamente dedicato alle funzioni di sicurezza.”7) Il diritto internazionale riconosce che i bambini sono intrinsecamente diversi dagli adulti perché si stanno ancora sviluppando sia fisicamente che psicologicamente . Di conseguenza, ai bambini è concessa una protezione speciale ai sensi del diritto internazionale e la soglia per le azioni che costituiscono gravi violazioni dei diritti umani è abbassata quando la vittima è un bambino. Ad esempio, la proibizione della tortura è uno dei pochi standard assoluti e non derogabili sui diritti umani. Si applica a qualsiasi atto mediante il quale un forte dolore o sofferenza, sia fisica sia mentale, viene intenzionalmente inflitto a una persona per una serie di motivi.8) Tuttavia, l’età e la relativa posizione di inferiorità della vittima devono essere prese in considerazione quando si valuta se il trattamento o la punizione possono essere classificati come tortura.9)

In particolare, “I bambini sperimentano il dolore e la sofferenza in modo diverso dagli adulti a causa del loro sviluppo fisico ed emotivo e dei loro bisogni specifici. Nei bambini, i maltrattamenti possono causare danni anche maggiori o irreversibili rispetto agli adulti. Inoltre, uno sviluppo sano può essere ostacolato dall’attivazione eccessiva o prolungata dei sistemi di risposta allo stress nel corpo, con effetti dannosi a lungo termine sull’apprendimento, il comportamento e la salute.”10)

Gli standard internazionali di giustizia minorile, che Israele si è impegnata ad attuare ratificando la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell’Infanzia nel 1991, richiedono che i bambini debbano essere privati ​​della loro libertà solo come misura di ultima istanza, non devono essere illegalmente o arbitrariamente trattenuti, e non deve essere sottoposti a tortura e ad altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti. Gli obblighi di Israele in materia di diritti umani si applicano non solo all’interno di Israele, ma si estendono anche al territorio che occupa, compresi i Territori palestinesi occupati.11)

Nel 2011, il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura, Juan Méndez, ha chiesto un divieto assoluto all’uso della reclusione dei bambini, in un rapporto presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.12)

Il Comitato delle Nazioni Unite sui Diritti dell’Infanzia considera l’isolamento dei bambini, per qualsiasi durata, un trattamento o una punizione crudele, inumana o degradante e, in alcuni casi, persino una tortura. 13)

Méndez ha stabilito che anche l’uso dell’isolamento per lo scopo dichiarato di separare i minori o altri detenuti vulnerabili da segmenti di una popolazione carceraria è “ingiustificato a meno che non richiedano effettivamente protezione”. 14)

La DCIP ritiene che l’isolamento fisico e sociale dei bambini palestinesi ai fini degli interrogatori, senza la loro esplicita richiesta o consenso, durante l’accusa e la detenzione militare preventiva da parte delle autorità israeliane e dove vi è un contatto umano limitato o non significativo, è una pratica che costituisce isolamento. DCIP considera la suddetta pratica da parte delle autorità israeliane come tortura o trattamento e punizione crudele, inumana o degradante.

Mentre i funzionari israeliani continuano a sostenere che la legislazione internazionale sui diritti umani, in particolare i trattati che Israele ha ratificato, non si applicano ai palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana nella Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est e la Striscia di Gaza occupate, questi argomenti non hanno trovato sostegno internazionale e sono stati costantemente respinti dalla Corte Internazionale di Giustizia e da diversi organismi dei trattati sui diritti umani delle Nazioni Unite nel valutare gli obblighi di Israele ai sensi del diritto internazionale nei confronti dei palestinesi nei Territori palestinesi occupati.15)

4. La reclusione solitaria esclusivamente a scopo di interrogatorio

Le prove e la documentazione raccolte dal DCIP indicano in modo schiacciante che l’isolamento dei bambini palestinesi all’interno del sistema di detenzione militare israeliano è praticato esclusivamente per ottenere una confessione per uno specifico reato o per raccogliere informazioni durante l’interrogatorio.

Il DCIP non ha trovato prove che dimostrino un uso legalmente giustificabile dell’isolamento di bambini palestinesi detenuti, ad esempio per motivi disciplinari, protettivi o medici.

La pratica è stata utilizzata, quasi esclusivamente, durante l’accusa e la detenzione preventiva. La pratica non è generalmente impiegata dopo che i bambini sono stati condannati e stanno scontando le loro sentenze.

L’isolamento dei bambini palestinesi segue tipicamente un periodo di arresto e trasferimento militare, durante il quale molti bambini sono soggetti a numerose violazioni dei diritti umani.

Mentre sono in isolamento, i bambini sperimentano un contatto umano minimo e spesso riferiscono anche condizioni ambientali significativamente peggiori rispetto alle celle in cui sono stati collocati durante altri periodi di detenzione.

Quasi tutti gli interrogatori di minori palestinesi tenuti in isolamento sono effettuati senza previa consultazione o presenza di un avvocato o di un familiare. Inoltre, i bambini sono spesso esposti ad abusi e torture durante gli interrogatori.

Le tattiche coercitive, compreso l’uso di informatori, sono frequentemente utilizzate e possono indurre i bambini a incriminarsi involontariamente o a rilasciare false confessioni.

Le forze israeliane arrestano spesso i bambini palestinesi di notte. In settantuno casi su 108 (66%), i bambini tenuti in isolamento hanno riferito di essere stati sequestrati dalle loro case tra mezzanotte e le 5 del mattino da soldati israeliani pesantemente armati.

Le forze israeliane di solito riuniscono tutti gli occupanti della casa, indipendentemente dall’età, in un’area o stanza e richiedono l’identificazione. La violenza fisica contro i membri della famiglia, inclusi altri bambini in casa, è comune.

In generale, le forze israeliane separano il bambino ricercato dalla sua famiglia all’interno della casa per fare domande e confermare la sua identità. Alcuni bambini riferiscono di essere stati oggetto di intimidazioni e abusi fisici e verbali. Le forze israeliane spesso perquisiscono la casa durante il raid che ha portato alla distruzione di proprietà. I telefoni cellulari e altri oggetti sono confiscati durante i raid. Una volta verificata l’identità di un bambino, le forze israeliane lo trattengono e lo prendono in custodia, portandolo via da casa.

I bambini e le loro famiglie sono raramente informati dei motivi dell’arresto o del luogo in cui il bambino sarà detenuto. In quasi tutti i casi, le mani dei bambini sono legate dietro la schiena con corde di plastica, spesso provocando loro disagio, piuttosto che con le normali manette di metallo, e la maggior parte sono bendati.

Nei casi di reclusione solitaria documentati dal DCIP, tutti i 108 bambini avevano le mani legate e 102 bambini su 108 (94%) sono stati bendati durante il loro arresto e trasferimento. I bambini sono stati anche soggetti ad abusi verbali e fisici e intimidazioni quando portati su un veicolo militare. Una volta all’interno, sono spesso costretti a sedersi sul pavimento, legati e bendati, e circondati dalle forze israeliane, dove spesso questi abusi continuano. In settantasette casi su 108 (71%), i bambini hanno subito una qualche forma di violenza fisica dopo l’arresto.

Sono stati successivamente trasferiti in una base militare o direttamente in una struttura di interrogatorio.

4.2. Isolamento e condizioni delle celle

I minori palestinesi prigionieri sono tenuti in isolamento in strutture di detenzione situate all’interno di Israele. Queste strutture includono il centro d’interrogatorio di Petah Tikva e il centro di detenzione nel centro di Israele, vicino a Tel Aviv; il centro di interrogatorio e detenzione di Al-Jalame (Kishon) nel nord di Israele, vicino Haifa; e il centro di detenzione e interrogatorio Al-Mascobiyya a Gerusalemme. In questi luoghi, i bambini hanno riferito di condizioni ambientali significativamente peggiori durante i periodi di isolamento rispetto ad altri periodi di detenzione in cui non erano isolati.

Le condizioni nelle celle di isolamento sono comunemente caratterizzate da ventilazione inadeguata, illuminazione gialla 24 ore su 24, assenza di finestre, servizi igienici e lenzuola antigienici e caratteristiche architettoniche ostili come le sporgenze delle pareti. I bambini descrivono di essere stati tenuti in isolamento in una piccola cella di circa 5 – 6,5 piedi (1,5 – 2 metri).

I bambini riferiscono di avere dormito su un letto di cemento, sul pavimento o su un materasso sottile che viene spesso descritto come “sporco” e “maleodorante”. Non ci sono finestre e nessuna luce naturale. L’unica fonte di luce proviene da una fioca lampadina gialla che, secondo quanto riferito, è accesa a tutte le ore. I pasti sono passati ai bambini attraverso uno sportello nella porta. Le pareti delle celle sono descritte come di colore grigio con sporgenze taglienti o ruvide che fanno male ad appoggiarsi. I bambini riferiscono spesso che la pittura delle pareti della cella e l’illuminazione all’interno danneggiano i loro occhi.

Durante l’isolamento, i bambini palestinesi hanno contatti sociali limitati o nulli. Ciò include l’assenza di accesso ad attività o servizi riabilitativi, educativi, ricreativi e terapeutici. Ai bambini palestinesi tenuti in isolamento solo a scopo di interrogatorio viene negato l’accesso alle visite familiari. In genere, questi bambini hanno contatti limitati solo con le guardie della struttura, gli agenti che compiono gli interrogatori e gli informatori. I pasti sono passati ai bambini attraverso uno sportello nella porta, lasciando i bambini praticamente senza contatti umani neutrali o significativi.

I bambini palestinesi che non sono detenuti in isolamento sono trasferiti ai tribunali militari dove un giudice militare può prolungare la loro detenzione e presso i quali possono vedere i loro genitori e avvocato. Tuttavia, i minori palestinesi tenuti in isolamento esclusivamente a scopo di interrogatorio hanno la loro detenzione estesa da giudici militari presso la struttura di detenzione stessa, prolungando così ulteriormente l’assenza di contatti tra i bambini e le loro famiglie e gli avvocati.

4.3. Interrogatori

I bambini palestinesi che vengono interrogati nel sistema di detenzione israeliana non hanno il diritto di avere un genitore o un avvocato presenti durante l’interrogatorio, ma hanno il diritto di consultare un avvocato prima dell’interrogatorio. La Corte d’appello militare israeliana ha riconosciuto il diritto contro l’auto-incriminazione.

In almeno 102 casi su 108 (94%), i bambini non hanno avuto accesso a una consulenza legale prima degli interrogatori. Sei bambini hanno ricevuto una breve consultazione telefonica con un avvocato. In tutti i 108 casi, i bambini non avevano alcun avvocato o membro della famiglia presente durante il loro interrogatorio. 62 bambini (57%) hanno riferito che gli interrogatori non li hanno informati adeguatamente dei loro diritti prima dell’interrogatorio, compreso il loro diritto al silenzio.

Le tecniche di interrogatorio sono spesso mentalmente e fisicamente coercitive, spesso incorporando una combinazione di intimidazioni, minacce, abusi verbali e violenza fisica con un chiaro scopo di ottenere una confessione.

In ottantasei casi su 108 (80%), i bambini tenuti in isolamento hanno riferito di essere stati soggetti a posizioni di stress durante l’interrogatorio. Più comunemente, i bambini affermavano che tutti i loro arti erano legati a una sedia di metallo a pochi centimetri dal pavimento per periodi prolungati; una posizione che hanno descritto come estremamente dolorosa.

Secondo gli standard internazionali della giustizia minorile, le restrizioni dovrebbero essere utilizzate solo per il tempo strettamente necessario.16) Dalle testimonianze non abbiamo trovato alcun motivo legittimo perché così tanti bambini sono stati costretti in questo modo, in particolare in posizioni di stress, durante l’interrogatorio in strutture militari o di polizia apparentemente sicure.

4.4. Ruolo degli informatori nel processo dell’interrogatorio

Le tecniche di interrogatorio dell’intelligence israeliana spesso includono l’uso di compagni di cella o informatori della prigione per manipolare o costringere i bambini detenuti in isolamento a rivelare informazioni potenzialmente autoincriminanti o informazioni riguardanti altri individui. Questi informatori sono palestinesi in genere adulti che collaborano con le autorità carcerarie.

In rari casi, i bambini sono reclutati come informatori dalle autorità israeliane, principalmente durante gli interrogatori e attraverso l’uso di minacce o incentivi, come il rilascio anticipato, o finanziari o altri benefici.

I tentativi di reclutare bambini come informatori violano il diritto internazionale. Dal 2006, il DCIP ha documentato almeno venti casi riguardanti tentativi da parte delle forze israeliane di reclutare bambini palestinesi come informatori durante gli interrogatori successivi all’arresto.

In settantatré dei 108 casi documentati dal DCIP (68%), i bambini sono stati esposti a informatori mentre erano detenuti in isolamento. Molti di questi bambini sono stati successivamente confrontati con dichiarazioni incriminanti fatte all’informatore durante un successivo interrogatorio.

Laddove i minori palestinesi detenuti sono stati esposti a informatori, sono stati tenuti in isolamento per diversi giorni e sottoposti a diverse lunghe sessioni di interrogatorio da parte di agenti israeliani. Chi li aveva interrogati li ha poi informati che l’interrogatorio era terminato e che sarebbero stati trasferiti in un’altra prigione o struttura di detenzione.

Nella maggior parte dei casi, le esperienze dei bambini sono analoghe. All’arrivo in una nuova struttura, sono stati trattenuti in una tipica cella di prigione, in condizioni superiori a quelle della cella in cui erano tenuti in isolamento.

Un prigioniero palestinese adulto che lavorava come informatore, ha accolto calorosamente il bambino, portando spesso cibo caldo, sigarette o altri oggetti. L’informatore adulto ha quindi tentato di ottenere la sua fiducia condividendo informazioni sulla famiglia del bambino e sui membri della sua comunità, o affermando di appartenere al gruppo di detenuti adulti (“tantheem”) che gestisce e organizza gli affari quotidiani dei prigionieri e supervisiona i bambini prigionieri.

I bambini hanno riferito di essere stati avvertiti da questo informatore adulto di non parlare con nessuno tranne che con lui delle sessioni di interrogatorio. Spesso, l’informatore adulto poneva al bambino le domande che gli venivano poste durante l’interrogatorio o si offriva di contattare altri al di fuori della struttura di detenzione se il bambino condivideva le informazioni.

Dopo un giorno o due, i bambini erano trasferiti al centro di interrogatorio originale e confrontati con registrazioni audio o dichiarazioni scritte fatte all’informatore.

Nella maggior parte dei casi, il bambino si rende conto solo durante questo interrogatorio che il prigioniero adulto era un informatore che lavorava direttamente con gli agenti israeliani. Di conseguenza, indipendentemente dalla colpa o dall’innocenza e senza la presenza di un avvocato, in genere fornisce una confessione alle accuse mosse contro di loro durante l’interrogatorio.

Se combinato con il contesto di custodia degli interrogatori, l’isolamento dei minori detenuti crea una pressione psicologica che viola il loro diritto a non essere costretti a fornire testimonianze o a confessare la colpa.17) La vulnerabilità aumenta quando a un bambino sottoposto a interrogatorio di custodia viene negato l’accesso all’assistenza legale, e ai loro genitori non è consentito essere presenti durante le sessioni di interrogatorio.

5. L’isolamento come tortura

Indipendentemente dalla colpa o dall’innocenza, i bambini in conflitto con la legge hanno diritto a speciali protezioni e a tutti i diritti di un giusto processo ai sensi della legge internazionale sui diritti umani. Le norme internazionali sulla giustizia minorile sono guidate da due principi fondamentali: l’interesse superiore del bambino deve essere una preoccupazione primaria nel prendere decisioni che lo riguardano, e i bambini devono essere privati ​​della loro libertà solo come ultima risorsa, per il periodo di tempo più breve possibile.18)

La Legge internazionale sui diritti umani afferma che i sistemi di giustizia minorile devono essere sensibili ai minori, non violenti ed evitare la criminalizzazione e la punizione dei bambini. In particolare, la legge internazionale sui diritti umani obbliga gli stati a creare un sistema di giustizia minorile distinto che riconosca lo status speciale dei bambini, li protegga dalla violenza e si concentri sulla riabilitazione e il reinserimento.19)

Le protezioni legali internazionali per i bambini legate alla giustizia minorile sono contenute principalmente nella Convenzione sui Diritti del Bambino (CDB), che è il trattato internazionale sui diritti umani più ampiamente ratificato nella storia. La CDB delinea le protezioni minime e le garanzie per i bambini e articola le norme ei principi internazionali sui diritti umani che si applicano specificamente ai bambini.

La legge internazionale sui diritti umani si applica nei Territori palestinesi occupati, inclusa la CDB, la Convenzione contro la tortura e il Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR). 20) Questi trattati sui diritti umani generalmente stabiliscono che in tutte le azioni che coinvolgono o hanno un impatto sui bambini, il loro interesse superiore deve essere una considerazione primaria e devono essere detenuti solo come misura di ultima istanza e per il periodo di tempo più breve appropriato.

Tutte le persone hanno diritto a un’udienza equa e pubblica da parte di un tribunale competente, indipendente e imparziale, e tortura e maltrattamenti sono assolutamente vietati senza eccezioni. Il divieto universale e assoluto di tortura sancito dal diritto internazionale significa che nessun bambino deve essere sottoposto a tortura o ad altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti. Le tutele e le garanzie della legge internazionale contro la discriminazione e l’uguaglianza vietano agli stati di discriminare sulla base della razza o della nazionalità e nell’esercizio e nell’attuazione della giurisdizione penale.

Israele ha ratificato la CDB nel 1991, impegnandosi ad attuare l’intera gamma di diritti e protezioni inclusi nella convenzione. Durante la sua revisione iniziale nel 2002, il Comitato sui diritti dell’infanzia, l’organismo delle Nazioni Unite che monitora l’attuazione della Convenzione, ha espresso seria preoccupazione per “accuse e denunce di pratiche inumane o degradanti e di tortura e maltrattamenti di bambini palestinesi” durante l’arresto, interrogatorio e detenzione.21)

Nel 2013, oltre un decennio dopo, il Comitato sui diritti dell’infanzia ha nuovamente riesaminato la conformità di Israele alla CDB e ha valutato che la situazione si era ulteriormente deteriorata. Il Comitato ha rilevato che i bambini palestinesi arrestati dalle forze israeliane erano “sistematicamente soggetti a trattamenti degradanti, e spesso ad atti di tortura” e che Israele aveva “completamente ignorato” le precedenti raccomandazioni di conformarsi al diritto internazionale.22)

In generale, l’uso dell’isolamento durante l’interrogatorio detentivo ” crea una situazione di fatto di pressione psicologica “che può costringere i detenuti a confessare o rilasciare dichiarazioni contro altri individui.23

Il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura ha esplicitamente stabilito che l’isolamento, quando “usato intenzionalmente durante la detenzione preventiva come tecnica allo scopo di ottenere informazioni o un confessione” equivale a tortura o trattamento o punizione crudele, inumano o degradante.24)

In particolare per quanto riguarda i minori, “l’imposizione dell’isolamento, di qualsiasi durata, sui giovani è un trattamento crudele, inumano o degradante e viola l’articolo 7 del Patto internazionale sui diritti civili e politici e l’articolo 16 del Convenzione contro la tortura”, entrambi i trattati internazionali che Israele si è obbligata ad attuare.25)

La legge internazionale è chiara sul fatto che i minori hanno bisogno e hanno diritto a speciali protezioni, salvaguardie e cure a causa del loro status di bambini, 26) e i bambini non dovrebbero essere soggetti all’isolamento o alla reclusione in solitudine per qualsiasi durata, o per qualsiasi ragione.

La pratica di usare l’isolamento fisico e sociale per scopi di interrogatorio contro i bambini palestinesi durante la detenzione militare israeliana prima dell’accusa e prima del processo, laddove vi sia un limitato contatto umano non significativo, è una pratica che costituisce isolamento e equivale a trattamento o punizione crudele, inumana o degradante.

6. Conclusioni e raccomandazioni

Le prove e la documentazione raccolte dal DCIP indicano in modo schiacciante che l’uso dell’isolamento per i minori palestinesi detenuti da parte delle autorità israeliane, esclusivamente per scopi di interrogatorio per ottenere una confessione e raccogliere informazioni, è una pratica che equivale a tortura secondo la legge internazionale.

DCIP ritiene che l’uso dell’isolamento da parte delle autorità israeliane non sia correlato ad alcuna motivazione o giustificazione disciplinare, protettiva o medica e non è generalmente utilizzato dopo che i bambini sono stati condannati e mentre stanno scontando la pena.

Poiché i bambini palestinesi continuano a subire maltrattamenti e torture diffusi e la sistematica negazione dei diritti del giusto processo, diventa evidente che la detenzione militare e il sistema giudiziario israeliano non sono interessati alla giustizia.

Per essere chiari, in nessuna circostanza i bambini devono essere detenuti o perseguiti sotto la giurisdizione dei tribunali militari. Tuttavia, come salvaguardia minima, mentre i bambini palestinesi che vivono sotto l’occupazione militare israeliana continuano ad essere arrestati e perseguiti all’interno del sistema giudiziario militare israeliano, le autorità israeliane devono rispettare e garantire i diritti fondamentali del giusto processo e l’assoluto divieto di tortura e maltrattamenti.

Dal momento dell’arresto, le operazioni e le procedure devono essere svolte in conformità con gli standard internazionali della giustizia minorile, in particolare la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia.

Al fine di sfidare l’impunità sistemica e apparentemente perpetua e aumentare le protezioni immediate per i bambini, Defense for Children International – Palestina esorta vivamente a prendere le seguenti misure:

  1. Il governo di Israele dovrebbe garantire che:

• La detenzione deve essere utilizzata solo come ultima risorsa e solo per il periodo più breve appropriato;

• I bambini non devono essere soggetti a violenza fisica o psicologica;

• I bambini devono avere accesso alla consulenza legale e ai genitori prima e durante gli interrogatori;

• I bambini devono essere arrestati solo durante le ore diurne;

• I bambini devono essere adeguatamente informati del loro diritto al silenzio;

• I bambini non devono essere bendati o trattenuti in modo da procurare dolore;

• I bambini non devono essere sottoposti a forza coercitiva o minacce;

• Tutti gli interrogatori devono essere registrati in modo audiovisivo;

• Qualsiasi prova incriminante ottenuta durante l’interrogatorio in cui un minore non era adeguatamente ed efficacemente informato del suo diritto al silenzio deve essere esclusa dai tribunali militari;

• Qualsiasi dichiarazione resa a seguito di tortura o maltrattamenti deve essere esclusa come prova in qualsiasi procedimento;

• La pratica dell’uso dell’isolamento dei bambini in detenzione militare israeliana, sia in detenzione preventiva a scopo di interrogatorio o come forma di punizione, deve essere interrotto immediatamente e il divieto deve essere sancito dalla legge;

• La pratica dell’uso di ordini di detenzione amministrativa contro bambini palestinesi deve essere interrotta immediatamente e il divieto deve essere sancito dalla legge;

• Tutte le accuse credibili di tortura e maltrattamenti devono essere indagate in modo completo e imparziale in conformità con gli standard internazionali e gli autori devono essere assicurati prontamente alla giustizia; e

• I bambini non devono essere trasferiti fuori dalla Cisgiordania occupata in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra.

2. Lo Stato di Palestina dovrebbe:

• Emettere una dichiarazione che accetti la giurisdizione della Corte penale internazionale sui crimini commessi nei Territori palestinesi occupati dal 1 ° luglio 2002;

• Adoperarsi per migliorare la capacità degli ex bambini detenuti di far fronte al trauma e all’impatto negativo dell’incarcerazione dopo il rilascio dei bambini dalla detenzione militare israeliana e

• Adottare sforzi che aiutino la società a comprendere la situazione degli ex bambini prigionieri, in particolare nelle scuole, per mitigare la stigmatizzazione e preparare la società ad accettare questi bambini attraverso l’intervento della famiglia e l’educazione della comunità.

  1. La comunità internazionale dovrebbe:

  • Chiedere alle autorità israeliane di porre fine alla detenzione militare e al perseguimento dei bambini palestinesi;

  • Chiedere alle autorità israeliane di attuare misure di responsabilità efficaci per garantire che tutte le segnalazioni credibili di tortura e maltrattamenti siano adeguatamente investigate in conformità con gli standard internazionali e che i responsabili siano portati alla giustizia;

  • Garantire che nessun aiuto o assistenza militare straniero sia fornito alle unità militari e di polizia israeliane in cui esistono informazioni credibili che l’unità ha commesso una grave violazione dei diritti umani, incluso il coinvolgimento nell’arresto e nella detenzione di bambini palestinesi;

  • Sostenere pienamente l’esercizio della giurisdizione della Corte penale internazionale sui Territori palestinesi occupati e opporsi e astenersi dall’adottare qualsiasi misura punitiva contro lo Stato di Palestina a causa del suo impegno con la Corte penale internazionale; e

  • Invitare Israele ad aderire allo Statuto di Roma della Corte penale internazionale.

Seguono 108 testimonianze di minori palestinesi raccolte dalla DCIP’s legal unit and documentation unit.

Traduzione di Angelo Stefanini

 

See Seeing into Solitary: A Review of Laws and Policies of Certain Nations Regarding Solitary Confinement of Detainees, p.3 https://www.weil.com/~/media/files/pdfs/2016/un_special_report_solitary_confinement.pdf

2 Unlike the occupied West Bank where Israeli military law is administered, Israeli authorities apply Israeli civilian law in occupied East Jerusalem. Contrary to principles of international humanitarian law and international law, Israel carried out a de facto annexation of East Jerusalem on June 28, 1967, a move unrecognized by the international community. Over the years since, Israeli authorities have taken various administrative, legislative, and demographic measures to unilaterally annex Jerusalem. One result is that children in East Jerusalem are subject to the Israeli Youth Law, which, theoretically, applies equally to Palestinian and Israeli children and provides special safeguards and protections to children in conflict with the law during the whole process — arrest, transfer, interrogation, and court appearances. In practice, Israeli authorities implement the law in a discriminatory manner, often by the overuse of exception clauses, denying Palestinian children in East Jerusalem the full range of protections offered by law.

3 UN General Assembly, United Nations Standard Minimum Rules for the Treatment of Prisoners (the Nelson Mandela Rules), Rule 45, U.N. Doc. A/RES/70/175 (Jan. 8, 2016), https://documents-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/N15/443/41/PDF/N1544341. pdf; Report of the Special Rapporteur of the Human Rights Council on torture and other cruel, inhuman or degrading treatment or punishment, ¶¶ 77 & 86, U.N. Doc. A/66/268 (Aug. 5, 2011), https://documents-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/N11/445/70/ PDF/N1144570.pdf.

See Report of the Special Rapporteur of the Human Rights Council on torture and other cruel, inhuman or degrading treatment or punishment, ¶¶ 77 & 86, U.N. Doc. A/66/268 (Aug. 5, 2011), https://documents-dds-ny.un.org/doc/ UNDOC/GEN/N11/445/70/ PDF/N1144570.pdf.

Id. at ¶ 25; and UN General Assembly, United Nations Standard Minimum Rules for the Treatment of Prisoners (the Nelson Mandela Rules), Rule 45, U.N. Doc. A/RES/70/175 (Jan. 8, 2016).

Id.

See Seeing into Solitary: A Review of Laws and Policies of Certain Nations Regarding Solitary Confinement of Detainees, p.2 https://www.weil.com/~/media/files/pdfs/2016/un_special_report_solitary_confinement.pdf

8 UN Convention against Torture and Other Cruel, Inhuman or Degrading Treatment or Punishment, G.A. Res. 39/46, art. 1, U.N. Doc. A/RES/39/46 (Dec. 10, 1984), http://www.ohchr.org/Documents/ProfessionalInterest/cat.pdf.

See Report of the Special Rapporteur of the Human Rights Council on torture and other cruel, inhuman or degrading treatment or punishment, ¶¶ 77 & 86, U.N. Doc. A/66/268 (Aug. 5, 2011), https://documents-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/N11/445/70/ PDF/N1144570.pdf.

10 UN Human Rights Council, Report of the Special Rapporteur on torture and other cruel, inhuman or degrading treatment or punishment, 5 March 2015, A/HRC/28/68, available at: https://www.refworld.org/docid/550824454.html.

11 See International Court of Justice, Legal Consequences of the Construction of a Wall in the Occupied Palestinian Territory, Advisory Opinion, 2004 I.C.J. 136, ¶¶ 101, 109-113 (9 July 2004), http://www.icjcij.org/docket/files/131/1671.pdf. Israel ratified the International Covenant on the Elimination of All Forms of Racial Discrimination (CERD) in 1979; the Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination against Women (CEDAW), the CAT, the CRC all in 1991; the ICCPR) and the International Covenant on Economic Social and Cultural Rights (ICESCR) in 1992; the Convention on the Rights of Persons with Disabilities (CRPD) in 2002; and the Optional Protocol to the Convention on the Rights of the Child on the involvement of children in armed conflict (CRC-OP-AC) in 2005.

12 See Report of the Special Rapporteur of the Human Rights Council on torture and other cruel, inhuman or degrading treatment or punishment, ¶¶ 77 & 86, U.N. Doc. A/66/268 (Aug. 5, 2011), https://documents-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/N11/445/70/ PDF/N1144570.pdf.

13 Committee on Committee on the Rights of the Child, General Comment No. 10, ¶ 89, U.N. Doc. CRC/C/GC/10 (Apr. 25, 2007), http://www2.ohchr.org/english/bodies/crc/docs/CRC.C.GC.10.pdf.

14 See Seeing into Solitary: A Review of Laws and Policies of Certain Nations Regarding Solitary Confinement of Detainees, p.4 https://www.weil.com/~/media/files/pdfs/2016/un_special_report_solitary_confinement.pdf

15 In 2004, the International Court of Justice found that both international humanitarian law and international human rights law applied in the OPT, and that Israel was obligated to implement the rights and protections found therein. The Israeli government and its armed forces must abide, at all times, by international humanitarian law as well as other human rights instruments that it has obliged itself to implement. See International Court of Justice, Legal Consequences of the Construction of a Wall in the Occupied Palestinian Territory, Advisory Opinion, 2004 I.C.J. 136, ¶¶ 101, 109-113 (Jul. 9, 2004), http://www.icj-cij. org/docket/files/131/1671.pdf.

16 UNICEF, Children in Israeli military detention: Observations and Recommendations, 3 (2013), http://www.unicef.org/oPt/ UNICEF_oPt_Children_in_Israeli_Military_Detention_Observations_and_Recommendations_-_6_March_2013.pdf.

17 UN Convention on the Rights of the Child, Article 40(2)(b)(iv), G.A. Res. 44/25, U.N. Doc. A/RES/44/25 (Nov. 20, 1989), http:// www.ohchr.org/Documents/ProfessionalInterest/crc.pdf [hereinafter Convention on the Rights of the Child].

18 See Convention on the Rights of the Child..

19 See International NGO Council on Violence Against Children, Creating a Non-Violent Juvenile Justice System (2013), http:// www.childhelplineinternational.org/media/80443/inco_-_juvenile_justice.pdf.

20 See International Court of Justice, Legal Consequences of the Construction of a Wall in the Occupied Palestinian Territory, Advisory Opinion, 2004 I.C.J. 136, ¶¶ 101, 109-113 (Jul. 9, 2004), http://www.icj-cij.org/docket/files/131/1671.pdf. Israel ratified the International Covenant on the Elimination of All Forms of Racial Discrimination (CERD) in 1979; the Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination against Women (CEDAW), the Convention against Torture and Other Cruel, Inhuman or Degrading Treatment or Punishment (CAT), the Convention on the Rights of the Child (CRC) all in 1991; and the International Covenant on Civil and Political Rights (ICCPR) and the International Covenant on Economic Social and Cultural Rights (ICESCR) in 1992.

21 UN Committee on the Rights of the Child, Concluding Observations: Israel, U.N. Doc. CRC/C/15/Add.195, ¶ 36 (Oct. 9, 2002), http://daccess-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/G02/453/97/PDF/G0245397.pdf.

22 UN Committee on the Rights of the Child, Concluding Observations: Israel, U.N. Doc. CRC/C/ISR/CO/2-4, ¶ 73 (Jul. 4, 2013), http://www2.ohchr.org/english/bodies/crc/docs/co/CRC-C-ISR-CO-2-4.pdf.

23 Id. at ¶ 73.

24 Id.

25 Id. at ¶ 77.

26 Convention on the Rights of the Child, art. 19; Committee on the Rights of the Child, General Comment 8, U.N. Doc. CRC/C/ GC/8, ¶ 18, (Mar. 2, 2007), http://www.un.org/en/ga/search/view_doc.asp?symbol=CRC/C/GC/8; UN Rules for the Protection of Juveniles Deprived of their Liberty, G.A. Res. 45/113, U.N. Doc. A/RES/45/113, (Dec. 14, 1990), http://www.un.org/en/ga/search/ view_doc.asp?symbol=A/RES/45/113.




I diritti dei palestinesi e la definizione dell’IHRA di antisemitismo

29 novembre 2020, The Guardian

Un gruppo di 122 accademici, giornalisti e intellettuali palestinesi e arabi esprime le proprie preoccupazioni sulla definizione dell’IHRA

Noi sottoscritti accademici, giornalisti e intellettuali palestinesi e arabi, dichiariamo le nostre opinioni riguardo la definizione di antisemitismo da parte dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) [organizzazione intergovernativa fondata nel 1998 che unisce governi ed esperti allo scopo di rafforzare, promuovere e divulgare l’educazione sull’Olocausto, ndtr.] e il modo in cui questa definizione è stata presentata, interpretata e applicata in diversi Paesi d’Europa e del Nord America.

Negli ultimi anni la lotta contro l’antisemitismo è stata sempre più strumentalizzata dal governo israeliano e dai suoi sostenitori nel tentativo di delegittimare la causa palestinese e mettere a tacere i difensori dei diritti dei palestinesi. Dirottare l’indispensabile lotta contro l’antisemitismo per favorire un tale programma minaccia di svilire questa battaglia e quindi di screditarla e indebolirla.

L’antisemitismo deve essere smascherato e combattuto. Indipendentemente dai pretesti, nessuna espressione di odio per gli ebrei in quanto ebrei dovrebbe essere tollerata in nessuna parte del mondo. L’antisemitismo si manifesta attraverso generalizzazioni e stereotipi indiscriminati sugli ebrei, riguardanti in particolare il potere e il denaro, insieme a teorie del complotto e alla negazione dell’Olocausto. Consideriamo legittima e indispensabile la lotta contro tali atteggiamenti. Crediamo anche che le lezioni dell’Olocausto, così come quelle di altri genocidi dei tempi moderni, debbano far parte dell’educazione delle nuove generazioni contro ogni forma di odio e pregiudizio razziale.

La lotta contro l’antisemitismo, tuttavia, deve essere affrontata in modo strutturato, onde evitare di vanificare il suo scopo. Attraverso gli “esempi” che fornisce, la definizione dell’IHRA fonde l’ebraismo con il sionismo partendo dal presupposto che tutti gli ebrei siano sionisti e che lo Stato di Israele nella sua condizione attuale incarni l’autodeterminazione di tutti gli ebrei. Siamo in profondo disaccordo con questo. La lotta contro l’antisemitismo non deve essere trasformata in uno stratagemma per delegittimare la lotta contro l’oppressione dei palestinesi, la negazione dei loro diritti e l’ininterrotta occupazione della loro terra. A tale riguardo consideriamo fondamentali i seguenti principi:

1. La lotta contro l’antisemitismo deve essere applicata nel quadro delle leggi internazionali e dei diritti umani. Dovrebbe essere parte integrante della lotta contro tutte le forme di razzismo e xenofobia, compresi l’islamofobia e il razzismo anti-arabo e anti-palestinese. Lo scopo di questa lotta è garantire libertà ed emancipazione a tutte le categorie oppresse. Orientarlo verso la difesa di uno Stato oppressivo e rapace costituisce un profondo stravolgimento.

2. Esiste un’enorme differenza tra una condizione in cui gli ebrei vengono individuati, oppressi e annientati come minoranza da regimi o organizzazioni antisemite e una condizione in cui l’autodeterminazione di una popolazione ebraica in Palestina / Israele è stata realizzata sotto forma di uno Stato etnico esclusivista e territorialmente espansionista. Così com’é attualmente, lo Stato di Israele è fondato sullo sradicamento della stragrande maggioranza dei nativi – quella che palestinesi e arabi chiamano Nakba – e sulla sottomissione dei nativi che vivono ancora nel territorio della Palestina storica come cittadini di seconda classe o come popolo sotto occupazione, deprivati del diritto all’autodeterminazione.

3. La definizione di antisemitismo dell’IHRA e le relative misure legali adottate in diversi Paesi sono state utilizzate principalmente contro le organizzazioni di sinistra e quelle per i diritti umani che sostengono i diritti dei palestinesi e contro la campagna per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), mettendo da parte la reale minaccia per gli ebrei, proveniente da movimenti nazionalisti bianchi di destra in Europa e negli Stati Uniti. La rappresentazione della campagna del BDS come antisemita è una grossolana distorsione di quello che è fondamentalmente un mezzo legittimo di lotta non violenta a favore dei diritti dei palestinesi.

4. L’affermazione della definizione dell’IHRA secondo cui un esempio di antisemitismo è “Negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio affermando che l’esistenza di uno Stato di Israele è un’iniziativa razzista” è piuttosto strana. Non si preoccupa di riconoscere che, in base al diritto internazionale, l’attuale Stato di Israele costituisce una potenza occupante da oltre mezzo secolo, come riconosciuto dai governi dei Paesi in cui viene accolta la definizione dell’IHRA. Non si preoccupa di considerare se questo diritto includa il diritto di creare una maggioranza ebraica attraverso la pulizia etnica e se debba essere valutato in rapporto ai diritti del popolo palestinese. Inoltre, la definizione dell’IHRA potenzialmente scarta come antisemite tutte le visioni non sioniste del futuro dello Stato israeliano, come la difesa di uno Stato bi-nazionale o democratico laico che rappresenti nella stessa misura tutti i suoi cittadini. Un autentico sostegno al principio del diritto di un popolo all’autodeterminazione non può escludere la Nazione palestinese, né qualunque altra.

5. Crediamo che nessun diritto all’autodeterminazione debba includere il diritto di sradicare un altro popolo e impedirgli di tornare nella sua terra, o qualsiasi altro strumento per garantire una maggioranza demografica all’interno dello Stato. La rivendicazione da parte dei palestinesi del loro diritto al ritorno nella terra da cui loro stessi, i loro genitori e nonni sono stati espulsi non può essere interpretata come antisemita. Il fatto che una tale richiesta crei angosce tra gli israeliani non prova che essa sia ingiusta, né antisemita. È un diritto riconosciuto dalle leggi internazionali come dichiarato nella risoluzione 194 del 1948 dell’assemblea generale delle Nazioni Unite.

6. Rivolgere indistintamente l’accusa di antisemitismo contro chiunque consideri razzista l’attuale Stato di Israele, nonostante l’effettiva discriminazione istituzionale e costituzionale su cui si basa, equivale a garantire a Israele l’impunità assoluta. Israele può così deportare i suoi cittadini palestinesi, revocarne la cittadinanza o negare loro il diritto di voto, ed essere comunque immune dall’accusa di razzismo.

La definizione dell’IHRA e il modo in cui è stata applicata vietano qualsiasi discussione sullo Stato israeliano in quanto basato su una discriminazione etnico-religiosa. In tal modo viola la giustizia elementare e le norme fondamentali dei diritti umani e del diritto internazionale.

7. Crediamo che la giustizia richieda il pieno sostegno del diritto dei palestinesi all’autodeterminazione, inclusa la richiesta di porre fine all’occupazione internazionalmente riconosciuta dei loro territori,alla mancanza di uno Stato e alla deprivazione dei rifugiati palestinesi. L’occultamento dei diritti dei palestinesi nella definizione dell’IHRA tradisce un atteggiamento che sostiene il privilegio ebraico, invece dei diritti ebraici, in Palestina e, invece della sicurezza ebraica, la supremazia ebraica sui palestinesi. Crediamo che i valori e i diritti umani siano inseparabili e che la lotta contro l’antisemitismo debba andare di pari passo con la lotta a nome di tutti i popoli e gruppi oppressi per la dignità, l’uguaglianza e l’emancipazione.

Samir Abdallah

Regista, Parigi, Francia

Nadia Abu El-Haj

Ann Olin Whitney Docente di Antropologia, Columbia University, USA

Lila Abu-Lughod

Joseph L Buttenwieser Docente di Scienze Sociali, Columbia University, USA

Bashir Abu-Manneh

Docente in Letteratura Postcoloniale, University of Kent, UK

Gilbert Achcar

Docente di Studi sullo Sviluppo, SOAS, University of London, UK

Nadia Leila Aissaoui

Sociologa e scrittrice su tematiche femministe, Parigi, Francia

Mamdouh Aker

Consiglio di amministrazione, Università di Birzeit, Palestina

Mohamed Alyahyai

Scrittore e romanziere, Oman

Suad Amiry

Scrittrice e architetto, Ramallah, Palestina

Sinan Antoon

Professore Associato, New York University, Iraq-USA

Talal Assad

Professore Emerito di Antropologia, Graduate Center, CUNY, USA

Hanan Ashrawi

Ex docente di Letteratura Comparata, Università di Birzeit, Palestina

Aziz Al-Azmeh

Professore emerito, Università dell’Europa centrale, Vienna, Austria

Abdullah Baabood

Accademico e ricercatore in Studi sul Golfo, Oman

Nadia Al-Bagdadi

Docente di Storia, Università Centrale Europea, Vienna

Sam Bahour

Scrittore, Al-Bireh / Ramallah, Palestina

Zainab Bahrani

Edith Porada Docente di Storia dell’Arte e Archeologia, Columbia University, USA

Rana Barakat

Assistente universitaria di Storia, Università di Birzeit, Palestina

Bashir Bashir

Professore associato di Teoria Politica, Open University of Israel, Raanana, Stato di Israele

Taysir Batniji

Artista-Pittore, Gaza, Palestina e Parigi, Francia

Tahar Ben Jelloun

Scrittore, Parigi, Francia

Mohammed Bennis

Poeta, Mohammedia, Marocco

Mohammed Berrada

Scrittore e critico letterario, Rabat, Marocco

Omar Berrada

Scrittore e curatore, New York, USA

Amahl Bishara

Professore Associato e Presidente, Dipartimento di Antropologia, Tufts University, USA

Anouar Brahem

Musicista e compositore, Tunisia

Salem Brahimi

Regista, Algeria-Francia

Aboubakr Chraïbi

Docente, Dipartimento di Studi Arabi, INALCO, Parigi, Francia

Selma Dabbagh

Scrittrice, Londra, Regno Unito

Izzat Darwazeh

Docente di Ingegneria delle Comunicazioni, University College London, UK

Marwan Darweish

Professore associato, Università di Coventry, Regno Unito

Beshara Doumani

Mahmoud Darwish Docente di Studi Palestinesi e di Storia, Brown University, USA

Haidar Eid

Professore Associato di Letteratura Inglese, Università Al-Aqsa, Gaza, Palestina

Ziad Elmarsafy

Docente di Letteratura Comparata, King’s College di Londra, Regno Unito

Noura Erakat

Professore Associato, Africana Studies and Criminal Justice, Rutgers University, USA

Samera Esmeir

Professore Associato di Retorica, Università della California, Berkeley, USA

Khaled Fahmy

FBA, Docente di Studi Arabi Moderni, Università di Cambridge, Regno Unito

Ali Fakhrou

Accademico e scrittore, Bahrain

Randa Farah

Professore Associato, Dipartimento di Antropologia, Western University, Canada

Leila Farsakh

Professore associato di Scienze Politiche, Università del Massachusetts Boston, USA

Khaled Furani

Professore Associato di Sociologia e Antropologia, Università di Tel Aviv, Stato di Israele

Burhan Ghalioun

Professore Emerito di Sociologia, Sorbonne 3, Parigi, Francia

Asad Ghanem

Professore di Scienze Politiche, Università di Haifa, Stato di Israele

Honaida Ghanim

Direttore generale del Forum Palestinese per gli Studi Israeliani Madar, Ramallah, Palestina

George Giacaman

Docente di Filosofia e Studi Culturali, Università di Birzeit, Palestina

Rita Giacaman

Docente, Istituto di Comunità e Sanità pubblica, Università di Birzeit, Palestina

Amel Grami

Docente di Studi di Genere, Università Tunisina, Tunisi

Subhi Hadidi

Critico letterario, Siria-Francia

Ghassan Hage

Docente di Antropologia e Teoria Sociale, Università di Melbourne, Australia

Samira Haj

Professore Emerito di Storia, CSI / Graduate Center, CUNY, USA

Yassin Al-Haj Saleh

Scrittore, Siria

Dyala Hamzah

Professore Associato di Storia Araba, Université de Montréal, Canada

Rema Hammami

Professore Associato di Antropologia, Università di Birzeit, Palestina

Sari Hanafi

Docente di Sociologia, Università Americana di Beirut, Libano

Adam Hanieh

Docente in Studi dello Sviluppo, SOAS, University of London, UK

Kadhim Jihad Hassan

Scrittore e traduttore, Docente presso INALCO-Sorbonne, Parigi, Francia

Nadia Hijab

Autrice e Difensore dei Diritti Umani, Londra, Regno Unito

Jamil Hilal

Scrittore, Ramallah, Palestina

Serene Hleihleh

Attivista Culturale, Giordania-Palestina

Bensalim Himmich

Accademico, romanziere e scrittore, Marocco

Khaled Hroub

Professore in Residenza di Studi Medio-Orientali, Northwestern University, Qatar

Mahmoud Hussein

Scrittore, Parigi, Francia

Lakhdar Ibrahimi

Scuola di Affari Internazionali di Parigi, Istituto di Studi Politici, Francia

Annemarie Jacir

Regista, Palestina

Islah Jad

Professore Associato di Scienze Politiche, Università di Birzeit, Palestina

Lamia Joreige

Artista Visuale e Regista, Beirut, Libano

Amal Al-Jubouri

Scrittore, Iraq

Mudar Kassis

Professore Associato di Filosofia, Università Birzeit, Palestina

Nabeel Kassis

Ex Docente di Fisica ed ex Preside, Università di Birzeit, Palestina

Muhammad Ali Khalidi

Docente di Filosofia, CUNY Graduate Center, USA

Rashid Khalidi

Edward Said Docente di Studi Arabi Moderni, Columbia University, USA

Michel Khleifi

Regista, Palestina-Belgio

Elias Khoury

Scrittore, Beirut, Libano

Nadim Khoury

Professore Associato di Studi Internazionali, Lillehammer University College, Norvegia

Rachid Koreichi

Artista-Pittore, Parigi, Francia

Adila Laïdi-Hanieh

Direttore generale, Museo Palestinese, Palestina

Rabah Loucini

Docente di Storia, Università di Orano, Algeria

Rabab El-Mahdi

Professore Associato di Scienze Politiche, The American University, Il Cairo, Egitto

Ziad Majed

Professore Associato di Studi sul Medio Oriente e IR, Università Americana di Parigi, Francia

Jumana Manna

Artista, Berlino, Germania

Farouk Mardam Bey

Editore, Parigi, Francia

Mai Masri

Regista palestinese, Libano

Mazen Masri

Professore a contratto di diritto, City University of London, UK

Dina Matar

Docente in Comunicazione Politica e Media Arabi, SOAS, University of London, UK

Hisham Matar

Scrittore, Docente al Barnard College, Columbia University, USA

Khaled Mattawa

Poeta, William Wilhartz Docente di Letteratura Inglese, Università del Michigan, USA

Karma Nabulsi

Docente di Politica e IR, Università di Oxford, Regno Unito

Hassan Nafaa

Professore Emerito di Scienze Politiche, Università del Cairo, Egitto

Nadine Naber

Docente, Dipartimento di Studi Femminili e di Genere, University of Illinois at Chicago, USA

Issam Nassar

Professore, Illinois State University, USA

Sari Nusseibeh

Professore Emerito di Filosofia, Università Al-Quds, Palestina

Najwa Al-Qattan

Professore Emerito di Storia, Loyola Marymount University, USA

Omar Al-Qattan

Regista, Presidente del Museo Palestinese e della Fondazione AM Qattan, Regno Unito

Nadim N Rouhana

Docente di Affari internazionali, The Fletcher School, Tufts University, USA

Ahmad Sa’adi

Docente, Haifa, Stato di Israele

Rasha Salti

Curatrice indipendente, scrittrice, ricercatrice d’arte e film, Germania-Libano

Elias Sanbar

Scrittore, Parigi, Francia

Farès Sassine

Docente di filosofia e critico letterario, Beirut, Libano

Sherene Seikaly

Professore Associato di Storia, Università della California, Santa Barbara, USA

Samah Selim

Professore Associato, Lingue e letterature A, ME e SA, Rutgers University, USA

Leila Shahid

Scrittrice, Beirut, Libano

Nadera Shalhoub-Kevorkian

Lawrence D Biele Cattedra in Legge, Hebrew University, Stato di Israele

Anton Shammas

Docente di Letteratura Comparata, Università del Michigan, Ann Arbor, USA

Yara Sharif

Docente senior, Architettura e Città, Università di Westminster, Regno Unito

Hanan Al-Shaykh

Scrittrice, Londra, Regno Unito

Raja Shehadeh

Avvocato e scrittore, Ramallah, Palestina

Gilbert Sinoué

Scrittore, Parigi, Francia

Ahdaf Soueif

Scrittrice, Egitto / Regno Unito

Mayssoun Sukarieh

Docente senior di Studi sullo Sviluppo, King’s College di Londra, Regno Unito

Elia Suleiman

Regista, Palestina-Francia

Nimer Sultany

Docente in Diritto Pubblico, SOAS, University of London, UK

Jad Tabet

Architetto e scrittore, Beirut, Libano

Jihan El-Tahri

Regista, Egitto

Salim Tamari

Professore Emerito di Sociologia, Università di Birzeit, Palestina

Wassyla Tamzali

Scrittrice, produttrice d’arte contemporanea, Algeria

Fawwaz Traboulsi

Scrittore, Beirut Libano

Dominique Vidal

Storico e giornalista, Palestina-Francia

Haytham El-Wardany

Scrittore, Egitto-Germania

Said Zeedani

Professore Associato Emerito di Filosofia, Università Al-Quds, Palestina

Rafeef Ziadah

Docente in Politiche Comparate del Medio Oriente, SOAS, University of London, UK

Raef Zreik

Minerva Humanities Center, Università di Tel Aviv, Stato di Israele

Elia Zureik

Professore Emerito, Queen’s University, Canada

Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta




“Siete pionieri sionisti” –Una ministra israeliana di centro saluta così i coloni messianici

Jonathan Ofir  

1 dicembre 2020 – MondoWeiss

La pluridecennale impresa coloniale di Israele consiste nella creazione di “fatti sul campo”. I fatti si presentano tipicamente come “avamposti” costruiti da zelanti fedeli senza un’autorizzazione, sia su terreni sequestrati dai militari per lo Stato, sia semplicemente su terreni privati palestinesi. La questione è quindi come legalizzare retroattivamente il furto e come inquadrarlo. Si tende a pensare che questa attività sia principalmente un progetto della destra, ma storicamente è stata praticata sia dalla destra che dalla sinistra, in modo più o meno esplicito.

Questa settimana, una ministra centrista ha intenzionalmente sganciato una bomba. Domenica, la ministra israeliana della Diaspora Omer Yankelevich, del partito Blu e Bianco di Benny Gantz si è rivolta ai coloni durante un “Forum delle colonie”. L’ ha fatto a conferma dell’iniziativa del ministro della Difesa Gantz e del suo collega di partito Michael Biton (ministro degli Affari Strategici) di legalizzare retroattivamente 1.700 unità abitative dei coloni, considerate illegali anche dalle indulgenti leggi di Israele (che sfidano il diritto internazionale).

Yankelevitch ha invocato l'”unità” suprematista ebraica riguardo alle colonie, dicendo che “è tempo di porre fine ai discorsi di divisione e odio nei confronti dei coloni”. Condividendo il video del discorso, il giornalista Neri Zilber ha detto che l’affermazione è un tradimento. “I [parlamentari di] Blu e Bianchi sono stati votati con più di un milione di voti di centrosinistra”.

Ma davvero quei milioni di elettori sono contrari? Il quotidiano israeliano Yediot Aharonot aveva già denunciato tre settimane fa la possibilità di tale mossa, che i coloni stavano ovviamente aspettando, una mossa che Peace Now [movimento israeliano contrario all’occupazione, ndtr.] ha definito “la realizzazione di una politica da coloni messianici”. E contemporaneamente Oded Ravivi, capo del consiglio regionale dei coloni di Efrat, ha detto che “l’insediamento di ebrei in Giudea e Samaria ha ottenuto il consenso”.

La giornalista Mairav Zonszein ha commentato le dichiarazioni di Yankelevitch, scrivendo su Twitter: “Non un ministro qualsiasi, ma Omer Yankelevich, ministra degli Affari della Diaspora, che sovrintende ai rapporti con gli ebrei americani, i quali in genere si oppongono alle colonie.”

Gli ebrei americani sono una cosa. Gli ebrei israeliani un’altra.

Yankelevich ha detto senza mezzi termini che Gantz sostiene in pieno l’iniziativa di Biton di legalizzare le case illegali dei coloni.

In passato, simili palesi iniziative promozionali della legalizzazione dell’illegale venivano dalla destra di Benjamin Netanyahu, ad esempio dall’ex ministra della Giustizia Ayelet Shaked, che nel 2017 promosse la “legge di regolarizzazione”, che analogamente forniva copertura giuridica alla legalizzazione retroattiva di circa 4.000 case illegali di coloni.

Con la sua dichiarazione, Yankelevich ha in sostanza detto che un partito di centro, Blu e Bianco, stava superando Netanyahu a destra, e andando persino oltre Shaked, poiché in particolare questa “legalizzazione” verrebbe messa in pratica anche prima che venga approvata una specifica legge in merito a quelle case. Yediot riferisce che l’intenzione è quella di approvare la mozione che viene chiamata “regolarizzazione del mercato”, che “consente all’acquirente di acquisire diritti sulla proprietà se è dimostrato che l’acquisto è stato fatto in buona fede”.

Già, “buona fede” è un termine usato spesso dai promotori di questi atti. I coloni dell’avamposto sono chiamati collettivamente “il giovane insediamento”, come li ha chiamati anche Yankelevich, piuttosto che colonialisti ladri di terre. Le affermazioni di Yankelevich sono diventate un grosso problema per Gantz, che vorrebbe almeno apparire come un centrista. Così lunedì c’è stata una discussione nel partito se questa posizione rappresenti effettivamente la linea del partito. Gantz ha detto di no, e che Yankelevich stava travisando (come riportato da Walla [portale web di una società di telecomunicazioni israeliana, ndtr.]):

Il capo di Blu e Bianco Benny Gantz ha chiarito oggi (lunedì) di non appoggiare la mozione di regolarizzazione degli avamposti, e ha preso le distanze dalle dichiarazioni della ministra della Diaspora Omer Yankelevich che ieri al raduno di protesta ha detto che Gantz li sostiene. Durante la riunione del partito Blu e Bianco Gantz ha detto: Non sosteniamo gli avamposti illegali e non importa chi vi risieda, che quella persona sia un pilota o un medico, non ha il permesso di insediarsi in aree illegali’ ”.

Tuttavia, Gantz ha sottolineato che questo non significa che si opponga alle colonie in generale, né in toto alla “regolarizzazione”. Devono solo essere fatti correttamente, per così dire:Sostengo il fatto che i blocchi [di colonie] della valle del Giordano rimangano, senza tornare ai confini del ’67 … Il Ministero della Difesa [di cui Gantz è il titolare, ndtr.] sta lavorando alla regolarizzazione di tutti gli avamposti che si trovano su aree legali esattamente secondo i regolamenti e le leggi. Qualsiasi deviazione da questa linea non è la politica di Blu e Bianco.

Questo crea un po’ di confusione, poiché gli avamposti che si trovano su aree consentite non hanno bisogno di essere legalizzati. Il punto è che si trovano in zone non ancora chiaramente definite da Israele come legali per le colonie: possono essere terre confiscate e sottoposte a “verifica”, o semplicemente terre private palestinesi.

In ogni caso, la “legalizzazione” retroattiva di tali aree è proprio il processo di “regolarizzazione” a cui si riferisce Gantz. Ma anche per chi è perplesso, il punto qui sottolineato da Gantz rivela che Israele sta operando istituzionalmente su una base espansionistica colonialista attraverso le istituzioni militari. L’unica domanda è quanto velocemente debbano andare le cose, prima che la Cisgiordania inizi a sembrare il Far West.

Durante la riunione il parlamentare di Blu e Bianco Asaf Zamir (ex ministro del Turismo) ha aggredito Yankelevich e ha detto che stava “danneggiando politicamente [il partito] nelle regioni in cui non abbiamo elettori”. Zamir ha accennato alla possibilità di elezioni imminenti: “Siamo alla vigilia di un potenziale scioglimento della Knesset [il parlamento], è meglio che ci ricordiamo chi siamo, perché queste dichiarazioni e queste iniziative non coordinate che hai compiuto allontanano la sala di comando dai nostri elettori.

Ma Yankelevich non ne ha voluto sapere. Ha mantenuto la posizione come una brava giovane colona: “La posizione del partito, come ha detto alla riunione del partito il presidente del partito, è di supporto alla regolarizzazione degli insediamenti costruiti in buona fede su terre demaniali. Questa è la posizione che ho espresso anch’io e ne sono orgogliosa. Stiamo parlando del sale della terra, di persone che vivono in condizioni inaccettabili ed è giunto il momento di fornire loro condizioni di vita onorevoli. Non credete alle false citazioni.

E dunque, Blu e Bianco si sconterà un per un po’ al suo interno e deciderà quale sia veramente la linea del partito. È un furto intenzionale e palese o è piuttosto un furto accettabile?

Due anni fa, chi scrive sostenne che il dibattito sinistra-destra in Israele è sulla velocità della colonizzazione, non su come porvi fine. Blu e Bianco è il presunto contrappeso di opposizione progressista al Likud di Netanyahu. Ma non è così, e non si riesce nemmeno a capire cosa rappresenti. Gantz dice “colonizzazione leggera”, Yankelevich dice “pionierismo sionista”. E il promemoria per gli ebrei all’estero, in particolare negli Stati Uniti, di cui Yankelevich è presumibilmente la ministra, è che non c’è forza politica in Israele che effettivamente si opponga alle colonie. La “sinistra” sionista? Quale sinistra? Non esiste. Oh, e che dire del gruppo di parlamentari della Lista Unita palestinese? È sistematicamente esclusa dal governo – sì, anche da Gantz.

E se dici che è un comportamento razzista, beh, fai attenzione, la definizione IHRA di antisemitismo potrebbe essere pronta ad acchiapparti.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Porre fine all’apartheid: uno Stato unico non è la soluzione ideale, ma è giusta e possibile

Ramzy Baroud

1 dicembre 2020 – Chronique de Palestine

Ancora una volta gli alti diplomatici europei hanno espresso la loro “profonda inquietudine” riguardo all’espansione in corso delle illegali colonie israeliane, evocando nuovamente la massima secondo cui le azioni israeliane “minacciano la praticabilità della soluzione a due Stati”.

Questa posizione è stata comunicata il 19 novembre dall’alto rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri Joseph Borrell, nel corso di una video-conferenza con il Ministro degli Affari Esteri dell’Autorità Nazionale Palestinese Riyad al-Maliki.

Tutte le colonie israeliane sono illegali in base al diritto internazionale e dovrebbero essere disconosciute a parole e nei fatti, che rappresentino o no un danno per la defunta soluzione a due Stati.

A parte il fatto che alla “profonda inquietudine” dell’Europa non hanno quasi mai fatto seguito misure concrete, enunciare una posizione morale e legale nel contesto di soluzioni immaginarie è notoriamente privo di senso.

Perciò la domanda che si pone è la seguente: “Perché l’Occidente continua ad utilizzare la soluzione a due Stati come parametro politico per la soluzione dell’occupazione israeliana della Palestina, pur evitando di prendere alcuna iniziativa significativa per garantirne la realizzazione?”

La risposta sta in parte nel fatto che fin dall’inizio la soluzione a due Stati non è mai stata concepita per essere attuata. Come il “processo di pace” ed altre affermazioni pretestuose, il suo scopo era promuovere l’idea, presso palestinesi ed arabi, che ci fosse un obbiettivo che valeva la pena di perseguire, pur essendo irraggiungibile.

Tuttavia anche questo obbiettivo fin dall’inizio era subordinato ad una serie di presupposti irrealistici. Storicamente i palestinesi hanno dovuto rinunciare alla violenza (la resistenza armata contro l’occupazione militare di Israele), dare il loro consenso a diverse risoluzioni dell’ONU (anche se Israele continua a ignorarle), accettare il “diritto” di esistere di Israele in quanto Stato ebraico, e via di seguito. Era anche previsto che questo Stato palestinese ancora da creare fosse demilitarizzato, diviso tra Cisgiordania e Gaza, ma senza la maggior parte della Gerusalemme est occupata.

Pertanto, nonostante gli ammonimenti secondo cui la possibilità di una soluzione a due Stati si stava sgretolando, pochi si sono premurati di comprendere la situazione dal punto di vista palestinese. Secondo un recente sondaggio, stanchi delle illusioni della propria direzione fallimentare, due terzi dei palestinesi adesso concordano che una soluzione a due Stati è attualmente impossibile.

Anche l’affermazione secondo cui una soluzione a due Stati è necessaria, non fosse che come anticipazione di una soluzione permanente di uno Stato unico, è assurda. Questo argomento solleva ancor più ostacoli sulla via della ricerca della libertà e dei diritti dei palestinesi. Se la soluzione a due Stati fosse mai stata realizzabile, lo sarebbe stata quando tutte le parti la difendevano, almeno pubblicamente.

Ormai gli americani non vi sono più legati e gli israeliani l’hanno superata e sono ora impegnati su una strada del tutto nuova, architettando l’annessione illegale e l’occupazione definitiva della Palestina.

La verità incontestabile è che milioni di arabi palestinesi (musulmani e cristiani) e di ebrei israeliani vivono tra il fiume Giordano e il mare. Camminano già sulla stessa terra e bevono la stessa acqua, ma non come persone uguali. Mentre gli ebrei israeliani sono dei privilegiati, i palestinesi sono oppressi, rinchiusi dietro muri e trattati come esseri inferiori.

Per mantenere il più a lungo possibile i privilegi degli ebrei israeliani Israele usa la violenza, utilizza leggi discriminatorie e, con le parole del professor Ilan Pappe, pratica un ‘graduale genocidio’ nei confronti dei palestinesi.

La soluzione di uno Stato unico mira a rimettere in discussione i privilegi degli ebrei israeliani, sostituendo l’attuale regime di apartheid razzista con un sistema politico rappresentativo, democratico ed equo che garantisca i diritti di tutte le popolazioni di ogni confessione, come avviene in tutti i sistemi di governo democratico nel mondo.

Perché questo diventi realtà non c’è bisogno di scorciatoie né di ulteriori illusioni riguardo ai due Stati.

Da molti anni noi colleghiamo la nostra lotta per la libertà dei palestinesi al concetto di giustizia, come negli slogan “nessuna pace senza giustizia”, “giustizia per la Palestina”, e via di seguito. Perciò conviene porre la domanda: la soluzione di uno Stato unico è una soluzione giusta?

La giustizia perfetta non è possibile perché la storia non può essere cancellata. Nessuna soluzione giusta può essere trovata quando generazioni di palestinesi sono già morte come rifugiati privati della loro libertà e senza aver mai potuto far ritorno alle proprie case. D’altra parte permettere all’ingiustizia di perpetuarsi col pretesto che non si può ottenere la giustizia ideale è altrettanto ingiusto.

Per anni molti di noi hanno perorato la causa di uno Stato unico come l’esito più naturale di circostanze storiche tremendamente ingiuste. Tuttavia io – e conosco altri intellettuali palestinesi che hanno fatto come me – ho evitato di farne una questione sotto i riflettori, semplicemente perché sono convinto che ogni iniziativa che riguardi l’avvenire del popolo palestinese debba essere difesa dal popolo palestinese stesso.

Questo è necessario per impedire il tipo di spirito fazioso e, come ha detto Antonio Gramsci, di intellettualismo, che ha forgiato Oslo e tutti i suoi danni.

Ora che l’opinione pubblica in Palestina si sta modificando, principalmente contro la soluzione a due Stati, ma anche, pur gradualmente, a favore di uno Stato unico, si può anche assumere pubblicamente questa posizione. Dovremmo sostenere lo Stato unico e democratico perché anche i palestinesi in Palestina stanno sempre più manifestando tale esigenza legittima e naturale.

Sono convinto che sia solo questione di tempo perché nel contesto del paradigma dello Stato unico uguali diritti divengano la causa comune di tutti i palestinesi.

Preconizzare delle “soluzioni” ormai defunte, come continuano a fare l’Autorità Nazionale Palestinese, l’UE ed altri, è una perdita di tempo e di energie preziose. Aiutare i palestinesi ad ottenere i loro diritti, tra cui quello al ritorno dei rifugiati palestinesi, e rendere Israele responsabile moralmente, politicamente e giuridicamente di non aver rispettato il diritto internazionale dovrebbe ora assorbire tutta l’attenzione.

Vivere come eguali in un solo Stato che abbatta tutti i muri, metta fine a tutti gli assedi e faccia cadere tutte le barriere è uno di quei diritti fondamentali che non dovrebbero essere oggetto di negoziati.

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e caporedattore di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è “Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e difesa nelle prigioni israeliane” (Pluto Press). Baroud ha un dottorato in studi sulla Palestina presso l’università di Exeter ed è ricercatore associato presso il Centro Orfalea di studi mondiali e internazionali, università della California.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Rapporto delle Nazioni Unite: l’assedio israeliano provoca una perdita per l’economia di Gaza di 16,5 miliardi di dollari

29 novembre 2020 – The Palestine Chronicle

Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite (ONU) ha rilevato che il blocco israeliano della Striscia di Gaza ha provocato 16,5 miliardi di dollari [13,8 miliardi di euro] di perdite per la sua economia in dissesto e ha spinto oltre la metà degli abitanti dell’enclave al di sotto della soglia di povertà.

Il rapporto, reso pubblico mercoledì dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD) davanti all’Assemblea generale, copre gli anni tra il 2007 e il 2018.

Nel rapporto l’UNCTAD ha invitato l’occupazione israeliana a cessare immediatamente l’assedio ininterrotto che a Gaza ha quasi determinato un collasso delle attività economiche e un tasso di povertà del 56%.

“Se il blocco andrà avanti la situazione è destinata a peggiorare”, prevede Mahmoud Elkhafif, coordinatore dell’Assistenza al popolo palestinese dell’UNCTAD.

Questo ingiusto blocco, per cui due milioni di palestinesi sono trattenuti all’interno di Gaza, dovrebbe essere revocato immediatamente. Dovrebbero essere autorizzati a muoversi liberamente, fare affari, commerciare con il mondo esterno e riprendere i rapporti con le loro famiglie al di fuori della Striscia”, ha aggiunto Elkhafif.

Dal giugno 2007 gli abitanti di Gaza sono soggetti a un severo embargo terrestre, aereo e marittimo da parte di Israele, che pregiudica persino i loro spostamenti per cure mediche.

Sotto questo assedio opprimente, Israele ha ridotto al minimo l’ingresso di merci, mentre il commercio estero e le esportazioni, a parte casi molto eccezionali, sono state interrotte

Il rapporto afferma che la popolazione di Gaza ha un accesso molto limitato all’acqua potabile ed è priva di una regolare erogazione di elettricità e persino di un sistema fognario adeguato.

Secondo Richard Kozul-Wright, direttore della Divisione sulla globalizzazione e sulle strategie di sviluppo dell’UNCTAD, “se i palestinesi nella Striscia non otterranno l’accesso al mondo esterno, sarà difficile vedere come destino della società palestinese di Gaza altro se non sottosviluppo”. “È davvero scioccante che nel XXI secolo due milioni di persone possano essere lasciate in tali condizioni.”

Il rapporto rivela anche che durante il periodo dell’assedio in tre guerre israeliane e alcune brevi invasioni almeno 3.793 palestinesi sono stati uccisi, circa 18.000 feriti e più della metà della popolazione di Gaza è stata sfollata

Sono state danneggiate più di 1.500 imprese commerciali e industriali, oltre a circa 150.000 unità domestiche e infrastrutture pubbliche, tra cui quelle per la produzione di energia, idriche, i servizi igienico-sanitari, strutture sanitarie ed educative, edifici governativi.

Come risultato dell’assedio e delle guerre contro Gaza, il tasso di povertà è balzato dal 40% del 2007 al 56% del 2017, il che significa che più di un milione di palestinesi non hanno mezzi di sopravvivenza.

Il rapporto stima che portare questo segmento della popolazione al di sopra della soglia di povertà richiederebbe un’iniezione di finanziamenti per un importo di 700 milioni di euro, quattro volte quanto necessario nel 2007.

A Gaza tra il 2007 e il 2018 l’economia è cresciuta di meno del 5% e la sua percentuale nell’economia palestinese è scesa dal 31% al 18% nel 2018. Di conseguenza, il PIL pro capite si è ridotto del 27% e la disoccupazione è aumentata del 49%.

Il rapporto UNCTAD comprende diverse raccomandazioni per riattivare l’economia di Gaza, incluso un invito a consentire al governo palestinese di sfruttare i giacimenti di petrolio e gas naturale al largo delle coste di Gaza.

“Ciò garantirebbe le risorse necessarie per il risanamento, la ricostruzione e la ripresa dell’economia regionale di Gaza, il che darebbe un impulso significativo all’economia e alla situazione finanziaria dell’Autorità Nazionale Palestinese”, raccomanda il rapporto.

Gaza, con una popolazione di 2 milioni di abitanti, è sottoposta ad un ermetico assedio israeliano dal 2006, quando l’organizzazione palestinese Hamas vinse le elezioni legislative democratiche nella Palestina occupata. Da allora Israele ha condotto numerosi bombardamenti e diverse guerre di grande intensità, che hanno provocato la morte di migliaia di persone.

(MEMO, PC, social media)

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un attacco contro l’Iran come ultimo regalo di Trump a Israele?

Abdel Bari Atwan

29 novembre 2020 – Chronique de Palestine

Forse Trump intende ritirarsi in una fiammata di “gloria militare”

L’assassinio venerdì 28 novembre del fisico nucleare Mohsen Fakhrizadeh – che era a capo dell’Organizzazione per la ricerca e l’innovazione del Ministero della Difesa[iraniano] – da parte dei servizi del Mossad israeliano rafforza i timori di un attacco dell’ultimo momento e di vasta portata contro l’Iran su iniziativa di Trump. Un ultimo “regalo” allo Stato sionista prima dell’uscita dalla Casa Bianca.

Nel momento in cui Donald Trump sembra cominciare ad accettare l’idea di aver perso le elezioni presidenziali, tutti si chiedono che cosa pensi di fare durante i due mesi che gli restano alla Casa Bianca prima della data di uscita prevista il 20 gennaio.

È possibile che cerchi di lasciare le proprie funzioni in un’esplosione di “gloria” militare, da uomo forte e determinato, ordinando attacchi aerei e lanci di missili devastanti contro le installazioni nucleari dell’Iran – dopo aver rapidamente ritirato le truppe americane dal Medio Oriente (in particolare da Afghanistan, Iraq e Siria) per evitare che siano obiettivi di rappresaglie.

L’allarme rispetto a queste prospettive si è accresciuto dopo che la scorsa settimana Trump ha iniziato una mini purga del Pentagono licenziando il Segretario alla Difesa Mark Esper ed altri funzionari, sostituendoli con figure di provata fedeltà.

Il suo rifiuto di consentire al presidente eletto Joe Biden l’accesso ai rapporti dei servizi di intelligence ha ulteriormente alimentato i sospetti. Potrebbe cercare di dissimulare i piani ed i preparativi di un simile attacco mentre il Segretario di Stato Mike Pompeo li mette a punto durante il suo viaggio di questa settimana in Israele, Arabia Saudita, EAU e Qatar.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu – che potrebbe anch’egli trovarsi presto disoccupato – attende disperatamente che Trump, prima di lasciare il suo incarico, prenda iniziative militari sia contro le installazioni nucleari dell’Iran che contro i depositi di missili di Hezbollah. Ciò rende la cosa ancor più probabile. L’esercito israeliano ha appena condotto manovre militari di vasta portata lungo la frontiera libanese.

Israele teme che Biden rinnovi l’impegno degli Stati Uniti nell’accordo nucleare iraniano e torni alla politica dell’era Obama, che mirava a “contenere” l’Iran. Ciò porterebbe all’annullamento o all’ alleggerimento di sanzioni economiche soffocanti, permettendo all’Iran di riprendere i movimenti finanziari internazionali e la vendita di petrolio, come anche gli aiuti ai suoi alleati paramilitari in Libano, Iraq, Yemen e altrove.

Anche l’Arabia Saudita è favorevole ad un attacco militare, come ha dimostrato la scorsa settimana il discorso del re Salman, che ha chiesto alle potenze mondiali di prendere una “posizione risoluta” contro la minaccia nucleare iraniana. È poco probabile che abbia lanciato un simile appello prima di avere avuto l’autorizzazione di Trump e dei suoi complici.

Il presidente uscente può anche scegliere di lasciare il segno a livello interno.

Potrebbe dare semaforo verde ai suoi più fidi seguaci per scendere in strada in massa per dimostrare l’ampiezza della sua popolarità – polarizzando ulteriormente la società americana, spaccando il partito repubblicano e portando alla formazione di un nuovo partito di estrema destra sotto la sua direzione. Ha incoraggiato attraverso i tweet le milizie armate ed i gruppi suprematisti bianchi che si sono radunati in diverse regioni del Paese contro il “furto” del suo secondo mandato.

Oppure Trump potrebbe effettivamente cominciare a fare campagna per la sua rielezione nel 2024, creando un gruppo di media favorevole a lui o lanciando un programma televisivo su uno dei canali esistenti a lui affini. Anche i suoi detrattori ammettono che ha dalla sua parte molti seguaci e un riconosciuto talento per mobilitarli e sostenerli.

Qualunque sia la strada che sceglierà, Trump non lascerà il suo posto in silenzio per affrontare, una volta persa l’immunità presidenziale, una possibile serie di azioni giudiziarie e di inchieste per evasione fiscale, frode e transazioni commerciali sospette. La sua uscita potrebbe essere burrascosa. Non è un buon perdente e non esiterà a fare danni per raggiungere i suoi obbiettivi.

I suoi quattro anni di mandato hanno lasciato gli Stati Uniti divisi sul piano interno e indeboliti e screditati a livello internazionale.

Ha promesso di rendere l’America “di nuovo grande”, ma ha trasformato la maggior parte dei suoi alleati – eccetto Israele, qualche Stato del Golfo e altri – in antagonisti. Si compiace di rendere ancor più difficile per il suo successore il compito di riparare ai disastri che si è lasciato alle spalle.

Se Trump mette in campo il proprio gruppo di media non mancherà di risorse finanziarie provenienti dai suoi amici del Golfo. Può anche darsi che li convinca o li ricatti perché garantiscano i fondi necessari. Trump è a conoscenza di molti segreti devastanti che li riguardano e potrebbe servirsene in questa impresa. Accetterà volentieri il loro denaro in cambio del suo silenzio.

Ma non avrà bisogno di fare appello alla loro competenza in materia di media per diffondere menzogne e inganni. In questo campo è già un esperto rinomato.

*Abdel Bari Atwan è caporedattore della rivista in rete Rai al-Yaoum. È autore di “L’histoire secrète d’al-Qaïda [La storia segreta di al-Qaida], delle sue memorie, A Country of Words” [Un Paese di parole], e di “Al-Qaida : la nouvelle génération [Al-Qaida: la nuova generazione].

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)