1

Un “figlio” di Gaza che lascia il segno nel mondo  

Israa Mohammed Jamal

 

1 maggio 2021 – We Are Not Numbers

 

Al centro di Gaza City si trova piazza Palestine, luogo di ritrovo per famiglie in giro per compere, coppie a passeggio, operai in pausa pranzo. In mezzo ormai da anni c’è la Fenice, un aggraziato uccello di bronzo con le ali rivolte verso il cielo come fosse in procinto di spiccare il volo.

Qualunque passante incontriate nei pressi vi saprebbe spiegare che cosa significhi quell’uccello mitologico per il popolo palestinese. La leggenda vuole che la fenice sia risorta dalle ceneri nel bel mezzo della distruzione. Ma da chi e quando è stata creata quella statua?

A Gaza ormai poche persone se ne ricordano, ma l’artista è Iyad Ramadan Sabbah, uno dei più affermati figli della Striscia (e mio cugino da parte di madre), che vive in Belgio. Le sue opere sono esposte in tutto il mondo, in particolare in Francia, Italia, Portogallo, Repubblica Ceca, Egitto, Oman, Tunisia, Marocco, Cina, Turchia e Sud Corea. Però le radici di Sabbah, così come la sua ispirazione, restano a Gaza, Palestina, lì dove hanno avuto origine.

 

Nascita di un artista

La famiglia Sabbah è originaria del villaggio di Bareer, cittadina palestinese a nord di Gaza distrutta nel 1948 durante la Nakba (“catastrofe” in arabo, la distruzione di massa in cui gli abitanti diventarono profughi dopo la creazione di Israele). In seguito i suoi genitori si trasferirono per lavoro in Arabia Saudita, dove [Iyad] nacque nel 1973.

 

Dopo che la madre morì in un incendio e il padre di un attacco di cuore, Iyad andò a vivere a Gaza. Era il 1982 ed aveva solo nove anni. Scoprì la sua passione alcuni anni dopo, quando frequentava la prima media in una scuola dell’ONU.

“Il mio insegnante di matematica si chiamava Ibraheem Alssawalhi. Ricordo ancora il suo nome. Insegnava anche arte e ci mostrò tantissimi colori. Tutte quelle tonalità diverse mi fecero venire voglia di provarli,” mi dice Iyad su Messenger. “Un giorno ci chiese di dipingere il mercato rionale, e io lo feci. Quello che avevo disegnato gli piacque e lo mostrò a tutti gli altri studenti ed insegnanti a scuola. Fu quello a motivarmi.”

Nelle lezioni di arte imparò a realizzare semplici sculture di legno. Poi Iyad entrò in un circolo artistico e divenne il presidente del gruppo. In seguito ottenne una laurea in belle arti in Libia, dove all’epoca gli studi universitari erano gratuiti. In base al Protocollo di Casablanca firmato nel 1965 [accordo tra Paesi arabi riguardante lo status dei palestinesi, ndtr.] la Libia fu uno dei primi Paesi a consentire ai palestinesi di entrare e di avere accesso ad occupazione e istruzione alla pari dei suoi cittadini.

Una guida per gli altri

Iyad ritornò nel 1998 per insegnare arte all’Università Al-Aqsa di Gaza. Questo periodo coincise con la firma degli Accordi di Oslo [siglati nel 1993 tra il primo ministro israeliano Rabin e il leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Arafat, ndtr], che portò ad un’ondata di ottimismo e alla creazione di un nuovo governo. l’Autorità Nazionale Palestinese. I primi dirigenti [dell’ANP] si concentrarono sulla creazione di istituzioni quali scuole e ospedali. Fu in questo contesto che nel 2000 l’autorità municipale di Gaza organizzò un concorso pubblico per mutare l’aspetto della città. Fra i ventidue progetti presentati, vinse quello di Sabbah.

“La Fenice è stata la mia prima opera pubblica a Gaza e mi ha fatto conoscere alla gente,” ricorda Iyad. “È stata la prima di questo tipo – fatta di fibra di vetro, invece di uno stampo di cemento come era d’uso a quel tempo.”

Iyad continuò a creare molte altre opere di arte pubblica che fossero motivo di ispirazione ed orgoglio per la futura generazione di palestinesi. Sempre a Gaza City creò il Milite Ignoto, la Fontana della Sirena e una statua equestre che divenne il simbolo dell’Italian Complex [centro commerciale distrutto dall’aviazione israeliana durante l’attacco dell’agosto del 2014, ndtr]. Nella città meridionale di Khan Younis si trovava l’opera su commissione la Statua del Ritorno e nella vicina Rafah la Statua del Martire.

Oggi tutte le sue creazioni, ad eccezione di tre, sono scomparse – distrutte durante tre successive guerre con Israele fra il 2008 e il 2014, o smantellate con l’accusa di “idolatria” blasfema dal governo di Hamas dopo che assunse il potere nel 2006.

Le statue che rimangono sono la Fenice, la Statua del Ritorno ed una scultura per bambini disabili a Gaza City chiamata Lakfee Aldonya Makan, che in arabo significa “Hai un Posto nella Vita.”

“Vedere distruggere le mie creazioni mi ha causato frustrazione e dolore – soprattutto quando ciò è stato opera del mio stesso governo,” si rammarica.

Commemorare il dolore

Ciò nonostante Iyad non ha mai smesso di creare e donare alla sua gente. Quando Israele scatenò la guerra contro Gaza nel 2014, venne ucciso il figlio di un suo caro amico.

“Andai col mio amico in ospedale a cercare suo figlio, che faceva da guida ad alcuni giornalisti nel quartiere di Shuja’iyya. L’ospedale era stracolmo di morti e feriti,” ricorda, descrivendo la giornata di luglio in cui almeno 55 civili vennero uccisi nello spazio di 24 ore. “Trovammo il corpo del figlio del mio amico fra i morti.”

In ricordo di quel giovane Iyad creò Tahalok, che in arabo significa “esausto”. Nell’allestimento sette statue di argilla si trascinano da Shuja’iyya verso la spiaggia – sono uomini e donne, adulti e bambini dall’aspetto spossato, macchiati di rosso. Una delle statue è stata in seguito portata in Cisgiordania ed è esposta a Betlemme nel museo Banksy all’interno del Walled-Off Hotel [costruito lungo la barriera di separazione israeliana, è l’hotel del famoso artista Banksy, che lo pubblicizza come “l’albergo con la vista peggiore del mondo”, ndtr]. Le altre statue sono custodite nella sua casa di Gaza, dove attualmente vivono alcuni parenti. 

“Guerra e sradicamento sono temi perenni nella vita palestinese,” spiega Iyad.

Iyad aveva conseguito la laurea magistrale al Cairo nel 2006 e nel 2015 era andato in Tunisia per concludere un dottorato iniziato online. Quando in autunno venne invitato ad una mostra in Belgio, decise di chiedervi asilo e da allora quello è diventato il suo Paese di residenza.

“Però Gaza, la Palestina e la causa palestinese saranno sempre il fulcro della mia opera artistica,” dice Iyad.

Fa quello che può per sostenere chi è rimasto e lotta sotto l’occupazione. “Gli artisti di Gaza hanno tante idee ed esperienze, e hanno anche l’energia creativa per esprimersi, ma il blocco costituisce una grossa barriera fra loro e le esposizioni internazionali.”

La scarsità delle materie prime a Gaza costituisce un altro ostacolo significativo, specialmente per gli scultori. “È difficile trovare le fonderie, la lega di bronzo e i materiali speciali necessari per gli stampi,” spiega Iyad. Fa del suo meglio per aiutare gli artisti di Gaza a elaborare le loro opere e a condividerle con chi sta all’estero. Iyad ha aperto un canale YouTube per spiegare come crea la sua arte e condivide anche le opere di artisti gazawi sulla propria pagina Facebook.

Iyad è simile ad un uccello che è riuscito a fuggire da una grande gabbia. Nonostante lui sia libero, però, il suo cuore rimane laggiù, con gli altri uccelli in gabbia.

mentore: Pam Bailey

(traduzione dall’inglese di Stefania Fusero)