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Israa Jaabis: da un giorno all’altro da vittima a criminale

Israa Jaabis: da un giorno all’altro da vittima a criminale

Mahmoud Usruf

9 novembre 2021 – Monitor de Oriente

 

Nel 2017 un tribunale israeliano ha condannato una madre palestinese con gravi ustioni a undici anni di prigione senza che avesse fatto assolutamente niente. Solo in Israele si può essere incarcerati senza accuse di aver commesso un reato e venire condannati a tenersi le ferite per sempre, fino alla morte.

Israa Jabbis, 37 anni, il 10 ottobre 2015, un giorno prima della presentazione finale del suo progetto di ricerca per un corso di Educazione per alunni con disabilità, stava tornando a casa a Gerusalemme. Improvvisamente la sua auto prese fuoco per un problema tecnico a cinquecento metri dal posto di controllo militare di Al-Zayyim, a Gerusalemme. I soldati israeliani che si trovavano nei pressi pensarono che Israa fosse un potenziale pericolo e puntarono le armi contro la signora, che perse il controllo del veicolo e venne avvolta dalle fiamme.

Secondo l’avvocato di Israa, dell’associazione per i diritti umani Addameer, nell’auto di Israa scoppiò accidentalmente una bombola di gas, e in seguito a ciò lei uscì di corsa dall’auto gridando per chiedere aiuto. Tuttavia le venne risposto puntandole la canna di un fucile e con le urla di un ufficiale israeliano: “Lascia il coltello.” Israa cadde in fiamme sull’asfalto e per 15 minuti rimase ad aspettare la pietà del soldato o una morte imminente. Ma alla fine fu arrestata.

I militari israeliani l’accusarono di “tentativo di assassinio”. Tuttavia non vennero fornite prove. La donna palestinese negò anche con veemenza queste accuse, sottolineando che stava trasportando mobili nella sua casa nel quartiere di Jabal Al-Mukaber.

Questo incidente avvenne durante la cosiddetta “Intifada di Gerusalemme”, scoppiata nel 2014 in seguito all’indignazione dei palestinesi per le provocazioni israeliane nella moschea di Al-Aqsa. L’insurrezione continuò fino alla seconda metà del 2015.

Gli scontri giornalieri e l’ondata di violenza si estesero in Cisgiordania e alla frontiera con Gaza. Tuttavia la risposta israeliana fu spesso una rappresaglia indiscriminata. Un giovane senza gambe, Ibrahim Abu Thuraya, è un esempio delle decine di palestinesi uccisi in modo arbitrario dalle forze israeliane. Venne assassinato nella barriera di separazione di Gaza mentre protestava pacificamente contro le violazioni israeliane a Gerusalemme.

Le forze israeliane uccisero nelle strade della Cisgiordania molti palestinesi anche adolescenti accusati di “avere con sé un coltello”. Durante questi avvenimenti il numero di morti arrivò a 222 palestinesi.

Secondo Addameer, Israa langue nella prigione di Damon, nel nord di Israele, con altre dieci madri palestinesi e trentacinque detenute.

Secondo un rapporto di Medici senza Frontiere presenta ustioni di secondo e terzo grado sul 60% del corpo. Otto delle sue dita si sono fuse a causa delle bruciature ed ha bisogno di assistenza medica urgente.

“Non c’è un dolore peggiore di questo”

Nasreen Abu Kmail, una detenuta rilasciata che è stata nella stessa cella della prigione di Damon con Israa, ha l’descritta come il “caso più difficile” dietro le sbarre. “Non può mangiare né respirare bene e a causa delle sue lesioni patisce di infiammazioni acute.”

Nonostante la sua sofferenza l’amministrazione del carcere di Damon non le fornisce l’assistenza medica necessaria per curare le ferite. Il Servizio Penitenziario Israeliano (ISP) lascia deliberatamente che Israa patisca le conseguenze della mancanza di cure.

“Ogni volta che Israa sollecita un trattamento medico, sia assistenza sanitaria di base che chirurgia plastica, l’amministrazione carceraria risponde che è stata lei stessa a provocarsi il dolore,” ha detto Anhar Al-Deek, una detenuta palestinese liberata su cauzione lo scorso settembre.

Israa è comparsa davanti al tribunale nel gennaio 2018 per presentare appello contro la sua condanna al carcere. Quando durante l’udienza le hanno chiesto del suo stato, ha alzato ciò che resta delle sue mani verso i giudici dicendo: “C’è un dolore peggiore di questo?”.  Il suo volto e gli occhi erano molto eloquenti riguardo a come si senta e a quanto soffra.

La sorella di Israa, Mona Jaabis, ha detto a MEMO che Israa ha bisogno di otto operazioni urgenti, per non parlare dei trenta interventi di chirurgia plastica per curare, almeno parzialmente, le estese lesioni. “Israa respira con la bocca perché le narici sono totalmente ostruite. Ora abbiamo avviato una battaglia legale per fare pressione sull’IPS perché permetta a Israa di sottoporsi alle necessarie operazioni chirurgiche al naso, alle orecchie, alla gola e al labbro inferiore.”

L’IPS non le fornisce alcun tipo di pomata per le ustioni né consente che lo faccia la sua famiglia. “Non consentono alcun tipo di assistenza sanitaria.”

Mona ha evidenziato che dalla sua detenzione sua sorella ha subito un trauma psicologico acuto e l’ha citata: “Quando mi guardo il volto nello specchio mi spavento… e il ricordo dell’incidente è un incubo quotidiano.”

Abu Kmail e Al-Deek, che hanno scontato la loro condanna nella stessa cella di Israa, hanno raccontato che questa madre palestinese si alza tutte le mattine gridando: “Fuoco, fuoco, fuoco!”

“Mamma, fammi vedere le mani.”

Gli attivisti palestinesi si sono mobilitati sulle reti sociali a favore della madre palestinese. L’hashtag #Save_Israa è stato il più utilizzato su Twitter all’inizio di settembre. La famiglia di Israa ha detto a MEMO che la campagna va avanti.

Mutasim, il figlio tredicenne di Israa, ha anticipato questi tentativi. “Ho passato 6 anni separato da mia madre. Tutti i bambini del mondo tornano a casa e vedono la mamma. Ma io no,” ha detto Mutasim in un video.

Fin dal suo arresto l’IPS ha negato a Israa le visite della sua famiglia, con una flagrante violazione della IV convenzione di Ginevra del 1949, salvo che in un incontro speciale tra Israa e Mutasim organizzato dalla Commissione Internazionale della Croce Rossa (CICR) 18 mesi dopo la detenzione.

“C’era un vetro doppio tra Israa e Mutasim e un telefono con un segnale molto debole da una parte e dall’altra della barriera divisoria. I due hanno parlato tra loro attraverso il telefono. “Fammi vedere la tua faccia, mamma.” Israa ha alzato di malavoglia una parte della testa che cercava di nascondere dietro a un ripiano di pietra che si trovava sotto il vetro divisorio. Israa si era anche coperta il volto con una maschera gialla che si era fatta lei stessa.

Ha disegnato sulla maschera un animale dei cartoni animati per nascondere le sue ferite e non spaventare il bambino.

“Fammi vedere il tuo viso, mamma”, ha ripetuto Mutasim, ha raccontato Mona, la sorella di Israa, che ha accompagnato il bambino nella visita.

“A quel punto tutti quelli che erano presenti nella sala visite sono scoppiati a piangere, compresi gli altri visitatori e le guardie carcerarie. ‘Mamma, ti voglio bene così come sei,’ ha detto Mutasim, e ha messo la sua mano da una parte del vetro, invitando sua madre a fare altrettanto.”

Quella è stata la prima e ultima “stretta di mano” tra i due.

Le autorità israeliane hanno anche annullato l’assicurazione sanitaria di Israa, impedendo così ogni possibilità di cure mediche in futuro, in quanto è stata considerata dimessa. L’IPS vuole sopraffare con il dolore e l’umiliazione Israa per il resto della sua vita. Allora, può essere più doloroso rimanere in vita?

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Monitor de Oriente.

 

(traduzione dallo spagnolo di Amedeo Rossi)




Il boicottaggio culturale di Israele: perché Sally Rooney ha ragione

Il boicottaggio culturale di Israele: perché Sally Rooney ha ragione

Analisi: Il boicottaggio accademico e culturale si fonda sul fatto che Israele utilizza entrambe questi ambiti come strumenti per commettere e mascherare violazioni dei diritti dei palestinesi, in violazione del diritto internazionale.

Yara Hawari

26 ottobre 2021  –  The New Arab

 

All’inizio di ottobre è stato reso noto che la scrittrice irlandese Sally Rooney ha rifiutato l’offerta dell’editore israeliano Modan di pubblicare il suo ultimo libro.

Molti organi di informazione sono stati inondati da titoli fuorvianti che affermavano erroneamente che Rooney avesse rifiutato il consenso alla pubblicazione del suo libro in ebraico.

In una dichiarazione pubblicata il 12 ottobre Rooney ha spiegato la propria posizione esprimendo il suo sostegno di vecchia data alla lotta palestinese e l’adesione alle linee guida del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS).

La scrittrice fa parte di una schiera di centinaia di esponenti della cultura irlandese che hanno preso posizione a favore del popolo palestinese e sono impegnati a sostenere il boicottaggio culturale di Israele.

Il BDS è un movimento guidato dai palestinesi che si ispira alla lotta anti-apartheid sudafricana che ha utilizzato i boicottaggi per fare pressione sul regime. L’appello al boicottaggio accademico e culturale, pubblicato nel 2004, chiede ad artisti e personalità della cultura internazionale di rifiutare la complicità con l’apartheid israeliano boicottando le istituzioni israeliane in assenza del loro completo riconoscimento dei diritti del popolo palestinese.

Questo appello è giunto dopo il fallimento per decenni di interventi, negoziati e progetti di dialogo internazionali, e si basa sulla necessità di “un quadro di riferimento palestinese che delinei i principi guida” su come confrontarsi con Israele.

Le richieste del movimento sono chiare: il riconoscimento dei diritti inalienabili del popolo palestinese secondo il quadro giuridico internazionale; la fine dell’occupazione militare delle terre palestinesi e arabe (comprese le alture del Golan siriane) in corso dal 1967, il riconoscimento dei diritti fondamentali dei cittadini palestinesi di Israele all’uguaglianza e il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, come previsto dalla risoluzione 194 delle Nazioni Unite.

Il Movimento BDS è quindi completamente in linea con il diritto internazionale. Inoltre il diritto al boicottaggio è stato sancito molte volte come strumento politico legale. È importante sottolineare che in questo caso il boicottaggio non è semplicemente una posizione di principio: è una tattica politica, che si ispira a una lunga storia di resistenza globale [nei Paesi del] sud del mondo, volta a portare avanti azioni che costringano Israele a rispettare il diritto internazionale. Fondamentalmente, il BDS prende di mira la complicità, non l’identità.

Il boicottaggio accademico e culturale si fonda sul fatto che Israele utilizza questi ambiti come strumenti per commettere e mascherare violazioni dei diritti dei palestinesi.

Ad esempio, molte delle istituzioni accademiche israeliane sono direttamente coinvolte nello sviluppo di sistemi di armamento e dottrine militari utilizzate dall’esercito israeliano contro il popolo palestinese.

Alcune di tali istituzioni accademiche, come l’Università di Ariel, sono persino costruite all’interno di colonie in Cisgiordania, universalmente riconosciute come illegali. Allo stesso modo, le istituzioni culturali israeliane sono esplicitamente utilizzate per promuovere l’idea che Israele sia un Paese “normale”.

Fino al punto che una volta un funzionario del ministero degli Esteri israeliano ha affermato: “Stiamo vedendo come la cultura sia uno strumento di prim’ordine dell’hasbara [propaganda istituzionale atta a mettere in buona luce all’estero lo Stato di Israele, ndtr.], e non faccio distinzioni tra hasbara e cultura”.

Altri sono ancora più apertamente complici. Modan, la casa editrice israeliana rifiutata dalla Rooney, si vanta sul suo sito web di produrre e commercializzare libri per il Ministero della Difesa israeliano.

Coloro che hanno preso parte alla lotta contro l’apartheid in Sudafrica hanno da tempo sottolineato l’importanza del boicottaggio culturale e accademico come un modo per fare pressione non solo dall’interno ma anche dall’esterno.

Ecco le parole di South African Artists Against Apartheid [Artisti sudafricani contro l’apartheid, progetto musicale nato nel 1985 per protestare contro il regime dell’apartheid in Sudafrica, ndtr.]: “Quando artisti e sportivi hanno iniziato a rifiutare di esibirsi in Sudafrica, gli occhi del mondo si sono rivolti verso le ingiustizie che qui venivano praticate verso le persone di colore. Questo ha quindi creato un’ondata di pressione sui politici e sui leader mondiali che rappresentano il loro elettorato, per esigere un cambio di regime – questo ha contribuito a un Sudafrica libero, democratico e non razzista”.

L’arcivescovo Desmond Tutu, vincitore del premio Nobel per la pace, ha spesso affermato l’importanza del boicottaggio per porre fine all’apartheid. In occasione dell’esibizione della Cape Town Opera [l’Orchestra dell’Opera di Città del Capo, ndtr.] a Tel Aviv, ha dichiarato: “Proprio come affermavamo durante l’apartheid che sarebbe stato inappropriato per gli artisti internazionali esibirsi in Sudafrica, in una società fondata su leggi discriminatorie e segregazione razziale, così sarebbe sbagliato che la Cape Town Opera si esibisse in Israele”.

Sebbene anche altri Paesi siano colpevoli di violazione del diritto internazionale e dei diritti di altri popoli, come era vero all’epoca del movimento di boicottaggio sudafricano, l’accusa che coloro che sostengono il BDS stiano prendendo di mira esclusivamente Israele è un argomento intellettualmente debole.

Coloro che aderiscono al BDS stanno rispondendo direttamente a un appello della società civile palestinese. Lo stesso BDS è un movimento antirazzista e internazionalista che ha molte connessioni con altre lotte in tutto il mondo, dal Kashmir a Black Lives Matter negli Stati Uniti. In effetti, il BDS non può essere considerato in maniera isolata da altri movimenti in crescita in tutto il mondo che chiedono responsabilizzazione e giustizia.

Nonostante ciò che ne dicono i detrattori, il movimento BDS ha successo e sta prendendo slancio. Migliaia di artisti e personalità della cultura in tutto il mondo hanno firmato dichiarazioni a sostegno del movimento di boicottaggio, come una presa di posizione del 2015 nel Regno Unito.

Tra coloro che hanno approvato il boicottaggio culturale ci sono Arundhati Roy, Judith Butler, Naomi Klein e Angela Davis. Sulla scena accademica migliaia di campus hanno adottato risoluzioni del BDS con la richiesta che i luoghi in cui studiano non siano complici dell’oppressione palestinese. La “Israeli Apartheid Week ” [Settimana dell’apartheid israeliano, ndtr.] ora è saldamente inserita nel calendario dei gruppi studenteschi progressisti di tutto il mondo.

La Rooney quindi non è affatto sola nella sua solidarietà pubblica con il popolo palestinese e nell’adesione alle linee guida del movimento BDS.

Dopo decenni dalla sua fondazione, Israele continua a intensificare le sue violente aggressioni militari, la conquista della terra palestinese e la distruzione delle case palestinesi. Di fronte alla totale impunità e alla mancanza di un intervento internazionale, il BDS fornisce agli alleati e agli amici internazionali un modo per sostenere la lotta palestinese dalla base.

Rispondere a questo invito è il minimo che possa fare chi ha valori progressisti e internazionalisti.

Yara Hawari è la collaboratrice per la politica palestinese di Al-Shabaka, la rete palestinese di politica.

Le opinioni esposte in questo articolo sono espressamente dell’autrice e non rappresentano necessariamente quelle di The New Arab, della sua direzione editoriale o della sua redazione.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Recensione Dear Palestine

Guerra arabo-israeliana (1947-1950)

Saccheggi, razzismo, espulsioni…La conquista della Palestina raccontata dai combattenti

Sono state scritte parecchie storie della prima guerra arabo-israeliana (1948-1950), ma questa è senza dubbio la prima in cui uno storico fa parlare, attraverso le loro lettere, i combattenti dei due campi. Questa corrispondenza mostra le divisioni interarabe e getta un’ombra sul comportamento dei soldati israeliani, sulla loro brutalità e sul loro razzismo, non solo nei confronti degli arabi ma anche degli ebrei marocchini e iracheni andati a combattere per Israele.

 

Sylvain Cypel

14 ottobre 2021 – Orient XXI

 

Shay Hazkani, Dear Palestine. A Social History of the 1948 War [Cara Palestina. Una storia sociale della Guerra del 1948], Stanford University Press, 2021.

 

Cara Palestina, l’opera di Shay Hazkani, storico israeliano dell’università del Maryland, costituisce uno dei primi studi di storia sociale della guerra che, tra il 1947 e il 1949, oppose da una parte le milizie armate dell’yishuv (la comunità ebraica nella Palestina mandataria britannica), poi l’esercito dello Stato di Israele dopo la sua creazione, il 15 maggio 1948, e dall’altra le milizie palestinesi e soprattutto i gruppi armati arruolati nei Paesi vicini, poi gli eserciti arabi (fondamentalmente quello egiziano e quello giordano).

In questo libro il lettore imparerà poco dello svolgimento degli avvenimenti di quella guerra, ma molto di ciò che spesso i racconti cronologici e fattuali delle guerre nascondono, cioè il contesto socioculturale nel quale sono immersi i suoi protagonisti. Per svelarlo l’autore privilegia due fonti principali: da una parte la formazione delle truppe e delle argomentazioni (compresa la propaganda) degli stati maggiori di ognuno dei campi, dall’altra lo sguardo dei combattenti su quella guerra e ciò che esso dice della sua realtà. Hazkani lo fa in parte basandosi sui discorsi dei responsabili militari, ma soprattutto – ed è la principale originalità del libro – sulle lettere dei soldati alle famiglie, come sono state conservate in vari archivi militari dopo che erano state lette dalla censura. Queste spesso sono più ricche da parte israeliana, ma l’autore riesce nonostante tutto a fare uno studio relativamente equilibrato tra i due campi.

Volontari dall’estero

Egli assegna uno spazio importante alle reclute a cui i capi militari hanno fatto appello fuori dal Paese. Da una parte i “Volontari dall’estero” (il cui acronimo in ebraico era Mahal), giovani ebrei che si arruolarono in Europa, negli Stati Uniti e anche in Marocco per aiutare militarmente il nascente, poi costituito, Stato di Israele. Si vedrà che questo gruppo offre uno sguardo sulla guerra spesso diverso da quello dei “sabra”, i giovani nati ed educati nell’yishuv. Dall’altra diverse milizie di volontari arabi arruolati in Siria, Transgiordania, Iraq e Libano per sostenere i palestinesi. Egli privilegia in particolare quella più attiva, l’Esercito di Liberazione Arabo (ALA, in arabo l’Armata Araba di Salvezza), comandata da Fawzi Al-Kaoudji. Anche qui lo sguardo sulla guerra e sul suo contesto da parte di queste reclute è spesso inaspettato.

Lo studio delle lettere come l’analisi dei discorsi dei responsabili militari fa emergere un fatto. Al di là del rapporto di forze militare, l’unità e la chiarezza di obiettivi erano dal lato israeliano, la disunione e la confusione da quello palestinese, a parte l’idea principale del rifiuto di una partizione della Palestina, giudicata sia ingiusta che profondamente iniqua (gli ebrei, all’epoca il 31% della popolazione, si vedevano assegnare il 54% del territorio palestinese). Indipendentemente dai dissensi interni, tutte le forze sioniste intendevano costruire uno Stato da cui sarebbe stato escluso il maggior numero possibile dei suoi abitanti palestinesi (il piano di partizione prevedeva che lo “Stato Ebraico” includesse…il 45% di palestinesi!). Hazkani mostra quanto la direzione politica e militare dello Stato ebraico fosse determinata, ancor prima di dichiararlo, a “ripulirlo” il più possibile sul piano etnico ed anche quanto questa aspirazione fosse condivisa dalla gran parte delle truppe.

Divisioni tra arabi e palestinesi

E [l’autore] mostra con parecchi esempi quanto la divisione e la diffidenza regnassero nel campo dei palestinesi e dei loro alleati. Come scrisse dal febbraio 1948 Hanna Badr Salim, l’editore ad Haifa del giornale Al-Difa (La Difesa), “abbiamo dichiarato guerra al sionismo, ma, impegnati a combatterci tra di noi, non eravamo preparati.” I responsabili dell’ALA diffidavano delle forze palestinesi guidate da Abdel Kader Al-Husseini. Così un alto ufficiale dell’ALA raccomandò di nominare alla testa dei reggimenti ufficiali egiziani, siriani o iracheni, ma non palestinesi, di cui non si fidava. Da parte sua Husseini preferiva limitare la mobilitazione a piccoli gruppi composti solo da reclute palestinesi sicure. Di fatto l’atteggiamento delle forze arabe straniere nei confronti dei palestinesi era spesso pesantemente critico. Delle lettere di soldati arabi evocano le brutalità commesse da queste truppe contro persone che si supponeva fossero andate a liberare.

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Ma la diffidenza era essenzialmente di ordine politico. Da parte palestinese la preoccupazione principale era evidentemente di non perdere la Palestina. Da parte di chi interveniva dall’esterno, con forze più preparate, le preoccupazioni erano molto diverse e ambigue.

Alcuni combattevano per raggiungere un accordo migliore con i sionisti, altri vedevano in questa lotta una prima tappa per il rovesciamento dei regimi alleati dei colonizzatori occidentali, altri ancora intendevano inviare i loro oppositori a combattere in Palestina per ridurre la loro influenza.” Tra il siriano Salah Bitar, fondatore del partito Ba’th nel 1947, un nazionalista arabo che intendeva fare della Palestina il trampolino di una “nuova civiltà araba”, e Nouri Saïd, uomo legato ai britannici in Iraq, che cercava di utilizzare la lotta filopalestinese per distogliere dalla mobilitazione popolare contro Londra (e dunque contro se stesso), la differenza di interessi era totale. Sul terreno delle operazioni, nota Hazkani, i capi dell’ALA erano “per la maggior parte più preoccupati di fare in modo che il fervore anticolonialista dei volontari arabi non si trasformasse in una lotta ulteriore contro i regimi arabi.

Quanto alla propaganda utilizzata dalle forze arabe, contrariamente alla tesi presentata dai vincitori israeliani, “i miei lavori” scrive Hazkani, “suggeriscono che nell’ALA l’antisemitismo era trascurabile.” Ne fa qualche esempio, ma li giudica poco presenti nelle lettere dei combattenti arabi. Analogamente “le lettere mostrano che molti di loro erano lungi dall’essere dei fanatici del jihadismo radicale.” Ma, evidenzia, più si profilava la sconfitta, più dalle lettere emergeva la dimensione di guerra santa contro gli ebrei. Tuttavia dalla loro lettura Hazkani conclude che termini come “sterminio” o “gettare gli ebrei a mare” vi sono assenti.

Allo stesso modo egli smentisce totalmente l’argomento così spesso avanzato da Israele dopo questa guerra secondo cui i dirigenti arabi avrebbero invitato i palestinesi a fuggire per lasciar loro campo libero. Al contrario il 24 aprile 1948, quando i palestinesi avevano subito poco prima delle sconfitte disperanti – in una settimana venne ucciso in combattimento Abdel Kader Al-Husseini, la lotta per la Galilea volse a favore delle forze ebraiche e ci fu il massacro di Deir Yassin –  Kaoudji pubblicò un ordine in cui definì “codardo” ogni palestinese che fuggiva da casa.

Un uso smodato della Bibbia

Da parte loro, nel campo della formazione, anche ideologica, delle truppe, le milizie ebraiche e poi l’esercito israeliano si mostrarono immensamente più preparate dei loro avversari. Copiando la logica dell’Armata rossa, il campo sionista instaurò il dualismo tra l’ufficiale e il commissario politico (il “politruk”). Fin dal 1946 un’opera dello scrittore sovietico Alexander Bek sulla difesa di Mosca nel 1941 venne tradotta e diffusa tra le forze israeliane per rafforzarvi lo “spirito di corpo” (‘l’esprit de corps’, in francese nel libro) e la determinazione a utilizzare tutti i mezzi per vincere. Nell’agosto 1948 Dov Berger, capo dell’hasbara (la propaganda israeliana), distribuì agli ufficiali dei “manuali educativi” nei quali le reclute ricevevano tutte una formazione politica identica. Si noterà che i responsabili militari, all’epoca quasi tutti usciti da contesti sionisti-socialisti, fecero un uso smodato della Bibbia per strutturare l’ostilità delle truppe nei confronti del mondo arabo circostante, già equiparato ad “Amelek e alle sette nazioni”, queste tribù descritte nella Bibbia come le più ostili agli ebrei. L’autore evidenzia che “la suggestione che la guerra del 1948 fosse comparabile alle guerre di sterminio che compaiono nella Bibbia non era affatto una visione marginale, essa veniva ripetuta nel BaMahaneh”, il giornale dell’esercito israeliano.

Perciò non c’è da stupirsi del successo riscosso dal “politruk” Aba Kovner tra le truppe. Egli era un eroe, scappato dal ghetto di Vilna, dove aveva tentato senza successo di organizzare contro i nazisti una rivolta come quella del ghetto di Varsavia. Membro dell’Hachomer Hatzaïr (La Giovane Guardia), la frangia filosovietica del sionismo, era riuscito a fuggire e a raggiungere le colonne dell’Armata rossa. Poeta di talento e cugino di Meïr Vilner, capo del partito comunista [israeliano, ndtr.], nel 1948 Kovner divenne responsabile dell’educazione della celebre brigata Givati. Citando i suoi Bollettini di combattimento, Hazkani mostra come attizzasse i sentimenti più crudeli, e anche i più razzisti, dei soldati, giustificando in anticipo i crimini peggiori. “Massacrate! Massacrate! Massacrate! Più uccidete dei cani assassini, più vi migliorerete. Più migliorerete il vostro amore per ciò che è bello e buono e per la libertà.” Gli alti gradi respingeranno i suoi costanti appelli al massacro degli arabi, compresi i civili. Ma le affermazioni di Kovner continuarono a essere riprodotte nel giornale dell’esercito israeliano. Non sarà che alla fine della guerra, evidenzia Hazkani, che lo stato maggiore esigerà “un’applicazione più rigida delle regole contro l’assassinio e la brutalità” da parte della truppa.

Né il socialismo né la morale

Contrariamente ad autori che l’hanno preceduto, Hazkani stima che gli abusi israeliani furono più sistematici di quanto finora si è creduto. Numerosi villaggi palestinesi vennero rasi al suolo dopo che era stata portata a termine la “pulizia” della loro popolazione. Avvennero massacri di civili. Egli cita una nota della censura militare israeliana del novembre 1948: “Le vittorie e le conquiste sono state accompagnate da saccheggi e assassinii, e molte lettere dei soldati mostrano un certo choc.” Ma la maggior parte dei sabra avvallava queste azioni in quella che l’Ufficio della Censura definisce una “intossicazione della vittoria”. Nel novembre 1948, dopo un’esplosione di violenze, preoccupato per il rischio di perdere il controllo sui soldati, lo stato maggiore ordinò che questi crimini e saccheggi cessassero. Il soldato David scrisse ai suoi genitori: “Non era il socialismo né la fraternità tra i popoli, né la morale: era rubare e scappare.” La soldatessa Rivka concorda: “Tutto è stato saccheggiato. Sono stati rubati come bottino cibo, denaro, gioielli. Certi soldati si sono fatti una piccola fortuna.

Nell’esercito qualche combattente si sentiva offeso. Tra loro i volontari stranieri occupano una parte importante. Le loro lettere descrivono stupore, e persino disgusto, di fronte al comportamento dei sabra, che percepiscono come mancanza di sensibilità nei confronti dei palestinesi. Un sondaggio ordinato dallo stato maggiore alla fine della guerra constatò che il 55% dei volontari ebrei stranieri aveva una visione molto negativa dei giovani israeliani, percepiti come arroganti e brutali.

I sabra sono orrendi,” scrive Martin, un ebreo americano, che aggiunge: “Qui viene istituito un Golem [creatura mitica che inizialmente difende gli ebrei ma poi impazzisce e colpisce tutti indiscriminatamente, ndtr.]. Gli ebrei israeliani hanno scambiato la loro religione per una pistola.” “Io non voglio più partecipare a questa gioco e voglio tornare appena possibile,” scrive Richard, un volontario sudafricano.

Cosciente delle reticenze espresse da una parte delle truppe, il dipartimento dell’educazione dell’esercito aveva distribuito loro un fascicolo intitolato Risposte alle domande frequentemente poste dai soldati. La prima era: “Perché non accettiamo il ritorno dei rifugiati arabi durante le tregue?” Risposta degli educatori militari: “Comprendiamo meglio di chiunque altro la sofferenza di questi rifugiati. Ma chi è responsabile della propria situazione non può esigere che noi risolviamo il suo problema.” Con un tale viatico, non c’è da stupirsi della lettera di uno di questi sabra che, nello stesso momento, scrive alla sua famiglia: “Abbiamo ancora bisogno di un periodo di battaglie per riuscire ad espellere gli arabi che rimangono. Allora potremo tornare a casa.

L’ultimo aspetto innovativo del libro è quello che Hazkari dedica agli “ebrei orientali” in questa guerra, in particolare agli ebrei marocchini, che ne furono all’epoca l’incarnazione, ma anche agli ebrei iracheni. I marocchini, se ne sa poco, costituirono il 10% degli ebrei che arrivarono in Palestina e poi in Israele nel 1948-49. Molto presto dovettero affrontare un razzismo spesso sconcertante da parte dei loro correligionari ashkenaziti (originari dell’Europa centrale), che allora costituivano il 95% dell’immigrazione. Nel luglio 1949 la censura notò che “gli immigrati del Nord Africa sono il gruppo più problematico. Molti vogliono tornare nei loro Paesi d’origine e avvertono i loro parenti di non emigrare.” Di fatto le lettere dei soldati marocchini mostrano un’amarezza spesso notevole.

Gli ebrei marocchini? “Selvaggi e ladri”

Yaïsh scrive che “gli ebrei polacchi pensano che i marocchini sono selvaggi e ladri”; la recluta Matitiahou si lamenta: “I giornali scrivono che i marocchini non sanno neppure usare la forchetta.” “Noi siamo ebrei e ci trattano come arabi,” scrive il soldato Nissim alla sua famiglia, riassumendo il sentimento corrente, anch’esso intriso di razzismo. Hazkani nota che “la visione di questi immigrati cambiava rapidamente” una volta arrivati in Israele. “Gli ebrei europei, che hanno terribilmente sofferto a causa del nazismo, si vedono come una razza superiore e considerano i sefarditi come inferiori” scrive Naïm. Yakoub aggiunge: “Siamo venuti in Israele credendo di trovare un paradiso. Vi abbiamo trovato degli ebrei con un cuore da tedeschi.” Di fatto Hazkani cita una lunga inchiesta di Haaretz, giornale delle élite israeliane, secondo cui gli ebrei venuti dal Nord Africa, affetti da “pigrizia cronica”, erano “appena al di sopra del livello degli arabi, dei neri e dei berberi.

Nelle lettere si trova un’adesione agli obiettivi della guerra anche nelle reclute ebree maghrebine. “Certi soldati marocchini ricavano una grande fierezza dal fatto di aver ucciso decine di arabi” e dall’averlo raccontato alle loro famiglie, notò persino con soddisfazione il capo di stato maggiore Ygael Yadin – che peraltro aveva definito gli ebrei orientali dei “primitivi”. Ma la preoccupazione dei dirigenti israeliani era tale, afferma Hazkani, che le autorità confiscarono i passaporti di questi immigrati recenti per evitare il loro ritorno. Quanto ai soldati originari dell’Iraq, lo stesso generale Yadin espresse pubblicamente la sua preoccupazione: essi “non manifestano nei confronti degli arabi il livello di animosità che ci si aspetta da loro.

Infine, se resta ancora un elemento importante da ricavare da questo libro molto ricco, è che l’enorme sconfitta del campo palestinese, successiva a quella della rivolta contro l’occupante britannico nel 1936-39, ebbe indubbiamente un impatto fondamentale sul bilancio politico dei palestinesi: quello di fidarsi in primo luogo di se stessi in futuro. Così Burhan Al-Din Al-Abbushi, poeta di una grande famiglia di Jenin, è palesemente severo con il nemico tradizionale, l’Inglese e il sionista.

Ma Hazkani mostra che “la sua critica più dura è riservata ai dirigenti palestinesi e arabi.” Antoine Francis Albina, un palestinese cristiano espulso da Gerusalemme, offre una critica radicale: “Non dobbiamo accusare nessuno salvo noi stessi.” Il più grande errore dei palestinesi secondo lui: essersi fidati dei regimi arabi. Quanto agli israeliani, “nel mondo successivo all’Olocausto, la maggior parte dei soldati di origine ashkenazita si convinse che il matrimonio tra ebraismo ed uso della forza era una necessità, e celebrarono l’emergere di un ‘ebraismo muscolare’.

Ci volle una quindicina d’anni ai palestinesi per cominciare a superare la “catastrofe” del 1948. Quanto agli israeliani, 70 anni dopo ashkenaziti e sefarditi insieme nella loro maggioranza festeggiano il trionfo di questo ebraismo muscolare. E i loro critici israeliani contemporanei ne sono più che mai sgomenti.

Sylvain Cypel

È stato membro del comitato di redazione di Le Monde [principale giornale francese, ndtr.] e in precedenza direttore della redazione del Courrier international [settimanale francese simile ad Internazionale, ndtr.]. È autore de Les emmurés. La société israélienne dans l’impasse  [I murati vivi. La società israeliana a un punto morto] (La Découverte, 2006) e de L’État d’Israël contre les Juifs [Lo Stato di Israele contro gli ebrei] (La Découverte, 2020).

 

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




In Cisgiordania il furto di terre è consentito solo al governo israeliano

In Cisgiordania il furto di terre è consentito solo al governo israeliano

Zvi Bar’el

3 novembre 2021 – Haaretz

 

Questa settimana il ministro della difesa Benny Gantz è stato ispirato dalla shekhina (spirito divino) e ha deciso di non sostenere l’iniziativa che permetterebbe l’acquisto di terre in Cisgiordania da parte di privati cittadini ebrei, invece che tramite una società e ciò solo previa approvazione dell’Amministrazione Civile. Una fonte della Difesa ha spiegato ad Haaretz che “estendere l’opzione di acquistare dei terreni a ogni cittadino darebbe come risultato acquisizioni irresponsabili da parte di ebrei e sarebbe visto dall’Autorità Palestinese come ‘uno sgarbo’ (Lunedì).

I nostri cuori hanno sussultato davanti a un gesto così rispettoso, a tale profondità di visione e saggezza diplomatica. La decisione di Gantz è la risposta del ministero della Difesa a una petizione presentata da Regavim, un’ONG a favore dei coloni, contro la legge attuale, “una legge razzista che esiste in un solo posto al mondo, qui in Israele,” secondo il direttore generale Meir Deutsch. La “legge razzista” alla quale fa riferimento permette di acquistare privatamente terre in Cisgiordania solo a palestinesi, giordani o stranieri di origine araba. Che cos’è questo se non apartheid antiebraico?

Ma un momento prima che crolli il mondo e che i nostri cuori si riempiano di orgoglio per la coraggiosa decisione del ministro, va ricordato che anche questa legge che Gantz sta difendendo intrepidamente è palesemente illegale. Essa contraddice il diritto internazionale, che vieta di trasferire un popolo occupante nei territori occupati e di cambiare la composizione demografica di quei territori; non mette freno alla “impresa delle colonie” e sotto i suoi auspici avamposti e fattorie individuali sono stati e saranno autorizzati. Gantz si oppone alla criminalità privata, solo quella supervisionata dal governo è legale.

La paura di Gantz “di fare uno sgarbo” all’AP è superflua. Lo stesso si può dire della paura espressa dal maggiore Zvi Mintz, che era a capo del dipartimento immobiliare della divisione per la consulenza legale dell’IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndtr.] della Giudea e Samaria [cioè la Cisgiordania, ndtr.], che “l’emendamento (ossia il permesso concesso a privati cittadini ebrei di acquistare terre) è probabile che sia visto come una violazione delle leggi di confisca in tempo di guerra e che porti a notevoli critiche a livello internazionale.”

Perché ciò che è vero circa l’acquisto da parte di privati cittadini è anche vero, secondo il diritto internazionale, per gli acquisti da parte di società. Bastava ascoltare le critiche mosse dal Segretario di Stato USA, Antony Blinken, e dal portavoce della Casa Bianca circa l’intenzione di procedere con la costruzione di oltre 3.000 unità abitative in Cisgiordania, per rendersi conto che ai loro occhi, e a quelli della comunità internazionale, non c‘è differenza fra l’illegalità delle colonie sponsorizzate dal governo e lo stesso reato perpetrato da un privato cittadino. Entrambi sono crimini. Tra l’altro per l’AP non fa alcuna differenza chi fa lo sgarbo, un privato cittadino, una società o un governo.

Lasciamo da parte le violazioni del diritto internazionale, il disprezzo per le critiche della comunità internazionale e la resa ai signori e padroni che vivono sulle terre rubate. Queste fanno già parte di un’antica cultura politica. Ma quando la sopravvivenza di questo governo intoccabile, teneramente coccolato, si basa su una decisione scolpita nella pietra di non fare nulla che susciti una controversia diplomatica per timore di strappare la fragile copertura protettiva di questa unità della coalizione, qual è il significato della nuova costruzione nelle colonie?

Tutti i partiti cosiddetti di “sinistra” avrebbero dovuto sollevare una protesta, puntare il dito accusatorio contro il ministro della Difesa e minacciare di far cadere il governo. Dopo tutto, si è già d’accordo che non ci sia “fattibilità diplomatica” di negoziati diplomatici, per non parlare di una soluzione del conflitto.

Apparentemente la sinistra nel governo di destra non solo non si rende conto della contraddizione fra l’espandere le colonie e l’assenza di una praticabilità diplomatica, ma sta anche aggiudicando a se stessa e ai propri colleghi la “fattibilità politica” di perpetuare l’impossibilità diplomatica.

Forse hanno chiuso gli occhi per un momento, ma quando Gantz non ha emendato la legge, non stava pensando all’AP, ma ai suoi colleghi nel governo. Con un cenno della mano ha anche concesso legittimità alla legge esistente che la sinistra ha cercato per anni e con tutte le forze di annullare e ha indossato la veste del giusto che ora proclama la propria innocenza.

 

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)

 




I residenti di Sheikh Jarrah rifiutano l’accordo con i coloni

 I residenti di Sheikh Jarrah rifiutano l’accordo “tirannico” con i coloni

I residenti di Sheikh Jarrah hanno respinto una proposta della Corte Suprema israeliana che li avrebbe resi “inquilini protetti” nelle loro stesse case e avrebbe aperto la strada a future evacuazioni da parte dei coloni israeliani.

 Yumna Patel  

 2 novembre 2021 Mondoweiss

 

Martedì i residenti di Sheikh Jarrah hanno annunciato che avrebbero respinto la proposta della Corte Suprema israeliana che li avrebbe resi “inquilini protetti” nelle loro stesse case, aprendo la strada a future evacuazioni delle loro famiglie da parte dei coloni israeliani.

Dopo aver mancato all’inizio di quest’anno di pronunciarsi in merito all’appello delle famiglie contro gli sgomberi, la Corte Suprema ha presentato ad agosto una proposta di “compromesso” tra le famiglie palestinesi e Nahalat Shimonim, l’organizzazione di coloni che cerca di sfrattarli dalle loro case.

L’accordo mirava a dichiarare i residenti palestinesi “inquilini protetti”, che avrebbero pagato un canone annuo di 2.400 shekel (750 dollari) all’organizzazione dei coloni per poter rimanere nelle loro case.

Accettare lo status di residenti protetti riconoscerebbe in effetti la proprietà della terra ai coloni, una condizione che i residenti hanno categoricamente rifiutato.

L’accordo offriva comunque ai residenti tale status solo per altre due generazioni, dopodiché le famiglie sarebbero state nuovamente costrette allo sfratto da parte di Nihalat Shimonim, che sostiene che la terra appartenga a coloni ebrei.

“È ora che la nostra Nakba finisca”

In una dichiarazione, le famiglie hanno definito la proposta un “accordo tirannico”, in cui la “espropriazione sarebbe comunque incombente e le nostre case sarebbero comunque considerate appartenere a qualcun altro”.

“Tali ‘accordi’ distraggono dal crimine in corso: la pulizia etnica perpetrata da una magistratura coloniale e dai suoi coloni”, afferma la dichiarazione.

Martedì, in conferenza stampa, Muna El-Kurd ha affermato che il rifiuto delle famiglie deriva “dalla convinzione della giustizia della nostra causa e dei nostri diritti alle nostre case e alla nostra patria”.

Le famiglie hanno accusato il tribunale di “eludere la responsabilità a pronunciarsi sul caso” e di costringere i residenti a prendere una decisione – qualcosa che secondo loro ha creato “l’illusione di essere noi ad avere la palla”.

Con il rifiuto delle famiglie, il tribunale dovrà ora pronunciarsi sulla causa di sfratto. Se la corte suprema deciderà a favore dei coloni, i residenti palestinesi del quartiere saranno allontanati con la forza dalle loro case e sostituiti dai coloni, una realtà che è già stata imposta a diverse famiglie di Sheikh Jarrah.

Il caso attuale riguarda solo quattro famiglie, ma una sentenza contro i residenti palestinesi aprirebbe la strada alla futura espulsione di più di una dozzina di altre famiglie di Sheikh Jarrah, anch’esse già sottoposte a ordini di sfratto.

La lotta delle famiglie di Sheikh Jarrah è piombata sulla scena mondiale all’inizio di quest’anno, attirando massicce proteste in Palestina e all’estero e l’attenzione dei leader mondiali.

Durante le proteste nel corso dell’estate, è stato documentato che le forze israeliane attaccavano violentemente i residenti locali e anche i giornalisti che seguivano gli eventi.

Sembrerebbe che la crescente attenzione internazionale che circonda Sheikh Jarrah abbia evitato per un po’ qualsiasi sgombero forzato, ma i residenti sostengono che occorre intraprendere un’azione effettiva per proteggerli.

“La comunità internazionale ha a lungo sostenuto che l’espansione dei coloni e l’espulsione forzata da Sheikh Jarrah sono crimini di guerra. Pertanto, deve rispondere a tali gravi violazioni del diritto internazionale con reali ripercussioni diplomatiche e politiche”, afferma la dichiarazione delle famiglie, aggiungendo che “la cultura dell’impunità non deve continuare”.

“È tempo che la nostra Nakba finisca”, hanno detto le famiglie. “Le nostre famiglie meritano di vivere in pace senza il fantasma incombente di un’imminente espropriazione”.

La Corte Suprema confisca terreni per il comune

Lunedì, in una sentenza separata, la Corte Suprema ha deciso di confiscare ai residenti di Sheikh Jarrah un pezzo di terra all’ingresso del quartiere e di consegnarlo alla municipalità israeliana di Gerusalemme.

Il terreno confiscato misura circa 4.700 metri quadrati e, secondo quanto riferito, dovrebbe utilizzarsi come terreno “pubblico” del comune.

In una dichiarazione a The New Arab, Hashem Salaymeh, membro del consiglio locale di Sheikh Jarrah, ha affermato che la decisione di confiscare la proprietà e consegnarla al comune è stata “estremamente dannosa” per la causa dei residenti.

“Questo manda il messaggio che Sheikh Jarrah è preso di mira da tutti gli attori israeliani: dal governo, dal comune e dai coloni privati. Questo rende il caso di Sheikh Jarrah ancora più complicato”, ha detto Salaymeh.

 

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)

 




I palestinesi lottano per salvare un cimitero di Gerusalemme

I palestinesi lottano per salvare un cimitero di Gerusalemme dall’essere distrutto per far posto a un parco israeliano

Yumna Patel

29 ottobre 2021 – Mondoweiss

 

Venerdì forze israeliane hanno lanciato lacrimogeni e bombe stordenti contro i palestinesi all’esterno del cimitero di al-Yusufiyah nella Gerusalemme est occupata, l’ultima escalation sul posto, in quanto i palestinesi lottano per salvare il cimitero dall’essere distrutto per far posto a un parco israeliano.

Secondo informazioni locali, gruppi di palestinesi si sono riuniti fuori dal cimitero, situato nelle immediate vicinanze delle mura della Città Vecchia, per protestare contro la costruzione nella zona di un parco israeliano che minaccia di distruzione parecchie tombe palestinesi.

Video ripresi sul posto venerdì mostrano poliziotti di frontiera israeliani armati che lanciano lacrimogeni e granate assordanti contro la folla, mentre altri arrestano violentemente giovani palestinesi e minacciano con i manganelli persone che stanno filmando la scena.

L’attacco contro i manifestanti è avvenuto dopo che forze israeliane hanno chiuso il cimitero con lamiere e reticolati nel tentativo di impedire alle numerose famiglie di accedere al cimitero mentre i bulldozer israeliani stavano lavorando nella zona.

Video mostrano la polizia israeliana che tenta di cacciare con la forza le famiglie che insistono per rimanere lì e perché gli venga consentito di visitare le tombe dei propri cari.

Un video postato sulle reti sociali mostra un gruppo di donne palestinesi che cerca di aprire di forza i portoni, ma inutilmente.

Una delle donne è Ola Nababteh, che all’inizio di questa settimana è stata filmata mentre si aggrappava disperatamente alla tomba del figlio quando i poliziotti israeliani stavano cercando di strapparla dalla pietra tombale.

Il video, diventato virale sulle reti sociali, mostra Nababteh in lacrime supplicare i poliziotti dicendo “Andiamo, lasciatemi qui,” mentre i bulldozer spianavano la terra attorno a lei.

Secondo la Reuter [agenzia di stampa britannica, ndtr.], Arieh King, vice sindaco di Gerusalemme e leader del movimento di destra dei coloni a Gerusalemme, ha affermato che non c’è “alcun tentativo di rimuovere il cimitero e la polizia ha portato via Nababteh perché era troppo vicina ai lavori di costruzione.”

Ma Nababteh ha sostenuto tutt’altro, dicendo a Middle East Eye che nel corso degli anni, quando andava sulla tomba del figlio, era costantemente maltrattata dalle autorità israeliane, che le dicevano che non aveva avuto il permesso di seppellire suo figlio lì.

Quindi, quando all’inizio del mese, durante i lavori di costruzione israeliani sul posto, sono stati disseppelliti resti umani, lei e altri palestinesi con parenti sepolti nel cimitero hanno temuto che i loro cari potessero presto subire un destino simile.

Le autorità israeliane sostengono che i resti che sono stati disseppelliti appartenevano a tombe “non autorizzate” che nel corso degli anni erano state “illegalmente collocate” nel cimitero e che le tombe “autorizzate” non sarebbero state danneggiate.

Per anni i palestinesi hanno lottato contro i progetti israeliani di parchi e riserve naturali, che minacciano più di un cimitero musulmano in città.

Nel 2018 forze israeliane hanno scavato all’interno del cimitero di Bab al-Rahma, fuori dalla Città Vecchia, come parte del progetto di creare un percorso per turisti per il parco nazionale della Città di David [parco archeologico gestito da un’associazione di coloni, ndtr.], che passa attraverso il cimitero plurisecolare, luogo di riposo eterno per generazioni di palestinesi e di altri arabi.

Nel contempo Mustafa Abu Zahra, capo della Commissione per la Tutela dei Cimiteri Islamici di Gerusalemme, ha detto a Mondoweiss che le profanazioni di cimiteri musulmani in città sono iniziate fin dagli anni ’70.

Negli ultimi anni ogni tentativo da parte dei palestinesi di scavare nuove tombe nel cimitero è stato respinto con la forza dalle autorità israeliane, che hanno distrutto le sepolture e limitato l’accesso dei palestinesi alla zona.

“Questa è una violazione delle leggi internazionali e parte della continua ebraizzazione di Gerusalemme da parte di Israele. Questo cimitero rappresenta la nostra cultura, la nostra vita, la nostra storia, e Israele sta cercando di cancellare tutto ciò,” aveva detto allora.

Aviv Tatarsky, ricercatore dell’ong israeliana di sinistra “Ir Amim”, dice a Mondoweiss che “i parchi nazionali sono stati ampiamente utilizzati in modo improprio da Israele a Gerusalemme est come uno dei mezzi per limitare pesantemente le aree residenziali palestinesi al fine di realizzare la politica demografica israeliana di garantire una maggioranza ebraica a Gerusalemme,” e che la politica crea pressioni che “incoraggiano” gli abitanti di Gerusalemme est a lasciare la città.

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La popolazione di Gaza “avvelenata lentamente” da un’acqua inadatta al consumo umano

La popolazione di Gaza “avvelenata lentamente” da un’acqua inadatta al consumo umano

Secondo recenti dati un quarto delle malattie che si diffondono a Gaza è causato dall’inquinamento dell’acqua; gli abitanti e gli agricoltori evitano l’acqua dei rubinetti o dei pozzi per non compromettere la propria salute.

Maha Hussaini

 2 novembre 2021 – Middle East Eye

GAZA, Palestina occupata

Per anni Iyad Shallouf, un agricoltore che possiede dei terreni vicino alla costa del mare di Gaza, ha riempito dei serbatoi d’acqua dolce per gli abitanti del suo quartiere. Oggi a malapena ha i mezzi per comprare l’acqua per irrigare i suoi campi.

A causa della prossimità dei loro terreni all’acqua di mare contaminata, con l’intensificarsi del problema dell’acqua a Gaza gli agricoltori, soprattutto nelle zone occidentali del territorio sotto assedio, sono i più colpiti dalla crisi dell’inquinamento idrico.

Invece di utilizzare dei pozzi per irrigarli, devono comprare l’acqua più volte al mese per evitare di danneggiare le loro coltivazioni.

“Qui, nella zona (costiera) di al-Mawassi, patiamo sofferenze che dio solo sa. Le nostre colture sono danneggiate dall’acqua salata contaminata, per cui ormai evitiamo di usare i metodi tradizionali di irrigazione e acquistiamo invece l’acqua per irrigare i campi”, spiega a Middle East Eye Shallouf (45 anni), originario di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza.

“Io possiedo già un pozzo che mi avrebbe fatto risparmiare molti soldi se avesse potuto servire all’irrigazione, ma la concentrazione di cloro e gli elevati livelli di salinità l’hanno reso inutile. Non possiamo nemmeno utilizzarlo per lavarci, perché l’acqua danneggerebbe la nostra pelle.”

Iyad Shallouf spiega che ha già provato a coltivare diversi tipi di prodotti agricoli, ma ha sempre finito per subire enormi perdite a causa dei danni provocati dalla cattiva qualità dell’acqua.

Deterioramento della qualità dell’acqua

Il prolungato assedio israeliano ha comportato un “grave deterioramento” della qualità dell’acqua a Gaza: secondo l’Osservatorio Euro-mediterraneo per i Diritti Umani, con sede a Ginevra, il 97% dell’acqua è inquinato.

L’Ong afferma che la situazione è resa più grave da un’acuta crisi della fornitura di elettricità, che intralcia il funzionamento dei pozzi d’acqua e degli impianti di depurazione, il che fa sì che circa l’80% delle acque reflue non trattate di Gaza sia sversato in mare, mentre il 20% si infiltra nelle falde freatiche.

Precisa inoltre che in base a dati recenti circa un quarto delle malattie che si diffondono a Gaza è provocato dall’inquinamento dell’acqua e il 12% dei decessi di bambini e neonati è collegato a malattie intestinali causate da acqua contaminata.

“Civili rinchiusi in una bidonville tossica dalla nascita alla morte sono costretti ad assistere al lento avvelenamento dei loro figli e dei loro cari per via dell’acqua che bevono e del suolo che coltivano, all’infinito, senza alcuna prospettiva di cambiamento”, ha dichiarato all’inizio di ottobre Muhammed Shehada, responsabile dei programmi e delle comunicazioni dell’ONG, durante la 48ma sessione del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite (CDH).

A causa dell’inquinamento dell’acqua gli agricoltori e i proprietari di terra nella maggior parte delle zone dell’enclave costiera devono pagare circa 2 shekel israeliani (circa 0,50 euro) per una cisterna da 1.000 litri per poter irrigare i loro campi coltivati.

“Noi utilizziamo enormi quantità di acqua per le colture, una cisterna da 1.000 litri non è niente. Se dobbiamo pagare 2 shekel per ogni serbatoio, complessivamente non ne vale la pena”, lamenta Iyad Shallouf.

Iyad Shallouf spende quasi un migliaio di euro al mese per comprare acqua e riempire i bacini artificiali sui suoi terreni per irrigare le coltivazioni. Ogni tanto i costi elevati dell’acqua e dei fertilizzanti, uniti alla penuria di carburante e di elettricità che serve a pompare l’acqua, provocano pesanti perdite per gli agricoltori.

“Oggi le nostre decisioni come agricoltori relativamente ai tipi di coltivazioni che piantiamo sono interamente legate all’accessibilità dell’acqua. Per esempio, probabilmente non vedrete mai nessun agricoltore coltivare cetrioli o fragole da queste parti, perché queste colture necessitano di grandi quantità d’acqua dolce. Piuttosto ci orientiamo verso peperoni verdi e altre colture che non richiedono troppa acqua.”

A causa della penuria d’acqua, nella zona in cui si trova l’azienda di Iyad Shallouf grandi distese di terreni agricoli sono state trasformate in zone residenziali.

“Molti agricoltori hanno valutato che non valesse la pena dii insistere con coltivazioni che finirebbero per essere danneggiate da un’acqua inquinata o dalla scarsità di acqua dolce; quindi hanno semplicemente venduto i loro terreni o hanno piuttosto costruito delle case residenziali e degli appartamenti.”

“Inadatta al consumo umano”

La crisi dell’acqua non ha mai smesso di aggravarsi fin dall’inizio del blocco israeliano, per poi culminare nel 2020.

In quell’anno il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF) ha stimato che solo il 10% degli abitanti dell’enclave sotto assedio aveva accesso diretto ad acqua potabile e sicura, mentre più di un milione di abitanti – circa la metà della popolazione – necessitavano di interventi idrici e di sanificazione.

L’elevato livello di salinità dell’acqua in parecchie zone della Striscia di Gaza costringe centinaia di migliaia di famiglie ad acquistare acqua per bere e lavarsi. Mentre l’acqua del mare presenta una salinità di circa 30.000 parti per milione (ppm), l’acqua per uso domestico in certe zone di Gaza arriva fino a un terzo di tale valore.

Ciò equivale a 10 grammi di sale per litro d’acqua, un livello considerato molto alto da Ahmed Safi, un esperto palestinese in scienze dell’acqua e dell’ambiente.

“Una gran parte dell’acqua a Gaza, compresa quella potabile, è contaminata da nitrati, oltre a sale ed alti livelli di cloro, il che provoca molte malattie tra gli abitanti. In certe zone non si può utilizzarla neanche per lavarsi”, aggiunge.

“La ragione principale della crisi dell’acqua a Gaza è l’uso eccessivo delle falde freatiche causato dall’aumento della popolazione dovuta a molteplici fattori, a cominciare dall’arrivo di centinaia di migliaia di rifugiati durante la Nakba (l’esodo dei palestinesi quando nacque Israele) nel 1948.”

Oltre 2,1 milioni di persone vivono nell’enclave costiera sotto assedio, che copre una superficie totale di 360 km2, cosa che fa di essa una delle aree più densamente popolate al mondo.

Circa il 70% della popolazione è composta da rifugiati che sono stati costretti a lasciare le loro città e villaggi d’origine per stabilirsi in altre parti dei territori palestinesi occupati al momento della creazione di Israele.

“Il trattamento delle acque reflue è un altro problema complicato. Per anni i sistemi fognari dipendevano da fosse scavate nel suolo che raccoglievano le acque reflue, che finivano per infiltrarsi nelle falde freatiche contaminandole con i nitrati. Questo sistema è ancor oggi in uso in alcune zone”, prosegue Ahmed Safi.

Di conseguenza, secondo Abdullah al-Qishawi, capo del servizio di dialisi all’ospedale al-Shifa di Gaza, nella Striscia di Gaza il numero di pazienti affetti da insufficienza renale aumenta dal 13 al 14% ogni anno.

“Attualmente abbiamo un migliaio di pazienti che vengono al servizio di dialisi tre volte a settimana. Di questi casi, almeno il 20% è dovuto all’inquinamento dell’acqua”, spiega a MEE.

“Qui al servizio di dialisi notiamo che la maggior parte dei pazienti proviene da zone frontaliere, dove la crisi dell’acqua raggiunge il parossismo.”

Secondo Abdullah al-Qishawi, nonostante l’assenza di studi specifici a Gaza sul rapporto tra il numero crescente dei casi di insufficienza renale e la contaminazione dell’acqua nella striscia costiera, i medici sono in grado di ipotizzare che l’acqua contaminata sia all’origine di problemi renali.

“L’insufficienza renale è generalmente causata da altri problemi come il diabete, l’ipertensione arteriosa o calcoli renali. Tuttavia un gran numero di gazawi a cui è stata diagnosticata un’insufficienza renale non soffrono di nessuna di queste malattie, il che indica che essa è stata causata da un’acqua inadatta al consumo umano”, spiega.

Interruzioni di corrente

L’approvvigionamento di elettricità a Gaza dipende strettamente dalla situazione politica. Quando vi sono tensioni tra Israele e i gruppi armati palestinesi le autorità israeliane normalmente sospendono le consegne di carburante e chiudono il valico di frontiera di Kerem Shalom, al confine tra Gaza e Israele, il che causa l’arresto dell’unica centrale elettrica del territorio.

Nel migliore dei casi gli abitanti della Striscia di Gaza ricevono elettricità per turni di otto ore – otto ore di elettricità seguite da otto ore di interruzione.

Durante queste lunghe ore di interruzione della corrente il funzionamento delle infrastrutture del territorio è gravemente compromesso e i generatori che pompano l’acqua potabile dai pozzi per distribuirla nelle case smettono di funzionare, privando gran parte della popolazione locale di un accesso alle risorse idriche.

“La nostra quotidianità dipende dal nostro accesso all’elettricità e all’acqua. Se abbiamo l’elettricità significa che abbiamo l’acqua per lavarci, cucinare, lavare i piatti, fare le pulizie, bere. Se manca l’elettricità per molte ore, semplicemente la nostra vita si ferma”, confida a MEE Areej Muhammed, madre di famiglia di 29 anni originaria dell’ovest di Gaza.

“Quando elettricità ed acqua sono sospese restiamo lì ad aspettare che ritornino. Riprogrammiamo tuti i nostri impegni e la nostra routine quotidiana in funzione delle ore di accesso all’acqua e all’elettricità”, aggiunge.

Secondo un rapporto di valutazione sulle condizioni sanitarie nei territori palestinesi occupati, pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 2016, oltre un quarto delle malattie nella Striscia di Gaza è legato all’inquinamento dell’acqua, che costituisce anche una delle principali cause di morbilità infantile.

Nel 2017, allo scopo di migliorare l’accesso all’acqua potabile per migliaia di abitanti, l’Unione Europea e l’Unicef hanno finanziato un impianto di desalinizzazione dell’acqua marina a Gaza per un importo di 10 milioni di euro. Tuttavia il perdurare della crisi dell’elettricità impedisce all’impianto di funzionare a pieno regime.

A causa della mancanza di carburante gli impianti di trattamento delle acque reflue funzionano a capacità ridotta, obbligando l’amministrazione delle acque a sversare in mare acque reflue contaminate e trattate solo parzialmente.

Infrastrutture devastate

Durante i successivi attacchi dell’esercito israeliano contro la Striscia di Gaza dopo il 2008, le forze israeliane hanno preso di mira ripetutamente le infrastrutture idriche, di sanificazione e di igiene, in particolare le zone che ospitavano pozzi e canalizzazioni di acqua, impianti per la sanificazione e anche gli edifici municipali che gestiscono i servizi di risanamento e di smaltimento delle acque reflue.

L’ultima offensiva israeliana contro la Striscia di Gaza ha avuto luogo per undici giorni a maggio, prendendo direttamente di mira infrastrutture civili vitali e causando danni a lungo termine.

In base ad una rapida valutazione dei danni e delle necessità condotta dalla Banca Mondiale in seguito all’offensiva, la Striscia di Gaza ha subito danni fisici pari a 380 milioni di dollari e perdite economiche stimate in 190 milioni di dollari, cosa che incide direttamente sul diritto degli abitanti ad accedere all’acqua potabile.

Prima dell’offensiva di maggio il consumo quotidiano medio di acqua per abitante a Gaza era di circa 88 litri, una cifra situata entro la fascia da 50 a 100 litri a persona ogni giorno raccomandata dall’OMS per soddisfare i bisogni più elementari e limitare il numero dei problemi di salute.

Nel pieno dell’offensiva, Oxfam [confederazione internazionale di organizzazioni non profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale, attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo con sede ad Oxford, GB, ndtr.] ha informato che 400.000 persone a Gaza erano prive di accesso all’acqua a causa della distruzione massiccia delle infrastrutture.

Oggi centinaia di migliaia di gazawi devono acquistare l’acqua presso impianti privati di desalinizzazione.

“Circa due anni fa il mio figlio più giovane ha sofferto di grave dissenteria e dolori addominali e si è scoperto che la causa era il consumo di acqua dal rubinetto di casa. Da quel momento ho iniziato a comprare l’acqua dalle autobotti”, racconta a MEE Abu Sameh Omar (40 anni), che vive nel centro di Gaza.

“In genere noi abbiamo i mezzi per acquistare il minimo necessario di acqua potabile ogni mese. È più cara di quella che ci arriva in casa, ma quest’ultima non è potabile. E non posso lasciare che i miei figli bevano quest’acqua e si ammalino.”

(traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)

 




Ciò che Israele non può ammettere del terrorismo ebraico

 

Ciò che Israele non può ammettere sul terrorismo ebraico

Natasha Roth-Rowland

2 novembre 2021 – +972 Magazine

 

Domenica 24 ottobre, ancora nel pieno delle conseguenze della messa fuori legge di sei ONG palestinesi con le accuse pretestuose e non dimostrate di “terrorismo”, la destra israeliana ha commemorato il 31^ anniversario della morte di Meir Kahane, il rabbino estremista alla testa di gruppi fascisti americani e israeliani che da molto tempo sono a loro volta al bando per terrorismo nei rispettivi Paesi.

Può apparire superficiale e financo condiscendente portare esempi di terrorismo ebraico ogniqualvolta nascano accuse di terrorismo palestinese (e di sostegno ad esso). Questo comprensibile riflesso non soltanto rischia di convalidare le definizioni volutamente ampie di terrorismo usate da Israele per criminalizzare ogni forma di resistenza all’occupazione (comprese le attività in difesa dei diritti umani), ma può anche oscurare la differenza di potenziale derivante dal fatto che il terrorismo ebraico ha spesso il sostegno – vuoi implicito vuoi esplicito – di uno Stato pesantemente armato.

Ciononostante, se dovessimo applicare lo schema usato da Israele e dai suoi sostenitori agli estremisti ebraici, questo non farebbe che evidenziare l’arbitrarietà, l’inconsistenza e l’evidente razzismo delle accuse di terrorismo rivolte indiscriminatamente contro persone e movimenti palestinesi.

Che accadrebbe, ad esempio, se organizzazioni ebraiche sospettate di finanziare e fiancheggiare il terrorismo fossero oggetto dei medesimi controlli dei gruppi palestinesi oggetto delle stesse accuse? Un ottimo esempio di questo fenomeno è lo studio israeliano di assistenza legale Honenu, che si dedica quasi esclusivamente alla difesa di inquisiti ebrei – compresi militari dell’esercito – accusati di violenze nazionaliste contro i palestinesi (assistenza alla quale, va ribadito, questi indiziati hanno diritto).

In precedenza il gruppo ha fornito assistenza a Yigal Amir, l’assassino dell’ex primo ministro Yitzhak Rabin, e prima ancora aveva offerto aiuto finanziario alle famiglie di terroristi ebrei in carcere, fra cui Ami Popper, che nel 1990 uccise sette palestinesi (pare che Honenu abbia interrotto questa prassi nel 2016 in seguito a commenti di stampa negativi). Esso continua comunque ad avere i requisiti per ricevere donazioni esentasse sia da Israele sia dagli USA.

E quali entità israeliane o loro sostenitori dovrebbero affrontare conseguenze legali per l’accusa di legami o di identificazione con gruppi definiti terroristi da parte delle autorità di governo? Un semplice studio di caso è il partito politico Otzma Yehudit (“Potere Ebraico”) e il suo parlamentare in carica Itamar Ben-Gvir, che ha ricevuto il sostegno dell’ex primo ministro Benjamin Netanyahu. Ben-Gvir era un attivista del Kach, il partito attualmente fuorilegge fondato da Kahane, e vari candidati del partito Otzma Yehudit avevano militato nel Kach. Con tutto ciò, Ben-Gvir non solo non ha carichi pendenti con la legge, ma addirittura ora ha il potere di contribuire a influenzarla.

All’esterno del governo, c’è la rete ben più oscura della Hilltop Youth israeliana [“Gioventù della Cima della Collina”, giovani estremisti religiosi nazionalisti che stabiliscono avamposti illegali in Cisgiordania, ndtr], coloni estremisti in larga misura responsabili dell’intensificazione delle ondate di violenza contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata.

È vero che alcuni di questi coloni vengono saltuariamente arrestati o anche imprigionati dalle autorità israeliane, ed è vero che lo Shin Bet [servizio di sicurezza interno d’Israele, ndtr.] ha una divisione che si occupa specificamente dell’estremismo ebraico. Tuttavia questi interventi sono l’eccezione che dimostra la regola dell’impunità, della collaborazione con le forze di sicurezza e delle coperture su cui possono contare di norma i coloni violenti. Le istituzioni dei coloni che fomentano tale violenza di quando in quando sono state sottoposte a chiusure o al taglio delle sovvenzioni governative, ma non hanno mai corso il serio rischio di venire messe fuorilegge.

L’incapacità da parte israeliana di affrontare efficacemente il terrorismo ebraico e la criminalizzazione dei difensori palestinesi dei diritti umani non sono che le due facce della stessa medaglia, e se si comprende ciò diventa evidente che la designazione delle sei ONG palestinesi come associazioni terroriste non ha nulla a che fare per Israele con la “giustizia” e neppure con la sicurezza. Piuttosto, come la scorsa settimana notavano in due articoli diversi Anwar Mhajne [docente allo Stonehill College, Boston, ndtr.] e Amjad Iraqi [redattore di +972, ndtr.], ha a che fare con la dominazione e con la campagna pluridecennale di smantellamento dell’identità nazionale palestinese, insieme con “l’eliminazione dell’autoaffermazione dei palestinesi”, come scrive Iraqi.

Tali imperativi non possono che condurre in ultima istanza alla messa fuorilegge di organizzazioni che sostengono i palestinesi incarcerati da Israele, o documentano le violazioni dei diritti umani commesse da Israele nei Territori Occupati, oppure assistono i contadini palestinesi a cui si espropriano le terre. Come ha detto Sahar Francis, responsabile di Addameer [una delle sei organizzazioni dichiarate fuori legge da Israele e che si occupa di prigionieri politici, ndtr.], a Yuval Abraham [giornalista freelance di Middle East Eye, sito di notizie in inglese con sede a Londra, ndtr.] la settimana scorsa: “Ci prendono di mira da anni per la semplice ragione che, parlando di apartheid, stiamo riuscendo a cambiare il paradigma a livello internazionale.”

Natasha Roth-Rowland scrive per la rivista +972 ed è dottoranda in storia all’Università della Virginia. Le sue ricerche e scritti vertono sull’estrema destra ebraica in Israele-Palestina e negli USA. Dopo avere lavorato diversi anni in Israele-Palestina quale redattrice, scrittrice e traduttrice, attualmente si è stabilita a New York. Scrive con il vero cognome in ricordo del nonno Kurt, che dovette cambiare il cognome in ‘Rowland’ quando cercò rifugio in Gran Bretagna durante la seconda guerra mondiale.

 

(traduzione dall’inglese di Stefania Fusero)