Attraverso gli occhi di chi è bendato: uno sguardo alle violazioni israeliane dei diritti umani palestinesi

Samah Jabr

3 luglio 2024 – Middle East Monitor

Di recente sulle reti sociali sono comparsi molti video inquietanti di palestinesi bendati. Uno di questi mostra soldati israeliani nella Cisgiordania occupata che obbligano palestinesi arrestati e bendati ad ascoltare in continuazione per otto ore una canzoncina per bambini, “Meni Meni Meni Mamtera”. Questo video è diventato virale, scatenando la tendenza su Tik Tok per cui israeliani si prendono gioco dei detenuti palestinesi rievocando quella scena. Persino Yinon Magal, ex- parlamentare [del partito di estrema destra Casa Ebraica, ndt.] della Knesset e conduttore di programmi televisivi, ha partecipato a questa attività con i suoi bambini.

Avendo lavorato per quasi vent’anni con vittime palestinesi di tortura, posso testimoniare direttamente le gravissime conseguenze di tali pratiche. Bendare e incappucciare sono prassi comunemente utilizzate da esercito, polizia e investigatori israeliani durante la detenzione e gli interrogatori. Spesso messe in atto insieme alla tortura, queste pratiche rendono quasi impossibile per le vittime identificare i propri torturatori, impedendo di conseguenza i tentativi di denuncia. Questi atti sono diventati sempre più sfrontati, in quanto si svolgono spesso davanti a telecamere durante le azioni genocide che attualmente avvengono a Gaza. Molti detenuti raccontano di essere stati isolati dal loro contesto durante buona parte, quando non tutto il tempo passato in detenzione. Questa prassi riprovevole solleva gravi preoccupazioni legali, etiche e psicologiche.

Bendare gli occhi, in quanto metodo di deprivazione sensoriale, è particolarmente dannoso. Ha profonde conseguenze psicologiche e fisiologiche, sia a breve che a lungo termine, tra cui danni alla vista, traumi, ansia, attacchi di panico, disorientamento, problemi cognitivi e allucinazioni. La deprivazione sensoriale accentua la differenza di potere tra la vittima con gli occhi bendati e chi interroga, amplificando la sensazione di vulnerabilità, paura e impotenza. A causa di tale impedimento la vittima dipende maggiormente da altri sensi, che intensificano la sofferenza fisica e l’impatto dell’interrogatorio.

L’isolamento può portare ad accentuare lo stress e la disperazione, aumentando la possibilità che l’individuo fornisca informazioni o si adegui alle richieste di chi lo interroga. Questi risultati sono coerenti con la nostra conoscenza clinica secondo cui la deprivazione sensoriale può portare a gravi problemi di salute mentale e a conseguenze traumatiche.

Questa tecnica serve anche a disumanizzare la vittima. Gli investigatori impediscono il contatto visuale delle vittime con il loro contesto e con gli stessi investigatori, riducendone la sensazione di identità personale, soggettività e libero arbitrio, rendendo più facile per chi interroga esercitare il controllo. Il metodo accentua nella vittima la sensazione di disorientamento, oggettificazione e suggestionabilità. Questa deliberata deprivazione sensoriale intende creare un contesto in cui è più probabile che la vittima soccomba alle pressioni durante l’interrogatorio.

Molte delle vittime di tortura che ho esaminato e che durante la detenzione hanno subito settimane di deprivazione sensoriale, tra cui il bendaggio degli occhi, hanno descritto sintomi di dissociazione. Possono vivere esperienze di depersonalizzazione, una sensazione di irrealtà e un profondo distacco dal loro contesto; questi sintomi possono persistere anche quando la deprivazione visiva finisce e possono avere un impatto profondo sulla loro salute mentale. Altri hanno iniziato ad aver paura del buio e non riescono ad addormentarsi spontaneamente.

Mentre gli israeliani sostengono che bendare [i detenuti] è una misura efficace legata alla sicurezza, sappiamo che metodi psicologici estremi spesso forniscono informazioni inattendibili. Sotto costrizione è più probabile che le persone forniscano dichiarazioni false o esagerate.

Penso che bendare gli occhi serva senza dubbio a proteggere i soldati israeliani dallo sguardo dei palestinesi e da ogni possibilità di contatto visivo con le persone che stanno interrogando. Questa separazione dall’aspetto umano delle azioni israeliane è un meccanismo di difesa psicologico, e consente ai soldati di tenere una distanza emotiva dall’impatto del loro comportamento. Essa può contribuire a un più complessivo processo di disumanizzazione attraverso cui i soldati diventano insensibili al costo umano delle loro azioni. Studi sulla psicologia dei militari indicano che tale distacco può portare a una maggiore aggressività e probabilità di commettere violazioni dei diritti umani.

È fondamentale riconoscere che l’uso di bendare gli occhi e della tortura è generalmente definito una violazione dei diritti umani. Ma non possiamo dimenticare quello che abbiamo visto, anche quando Israele sta cercando di bendare gli occhi del mondo per non fargli vedere le sue azioni genocide e di ammanettare l’opinione pubblica internazionale perché non condanni queste azioni. I palestinesi chiedono alla comunità internazionale di fissare lo sguardo su Israele e chiedere conto a quanti perpetrano tali pratiche. Solo opponendoci a queste violazioni possiamo proteggere la nostra visione dei diritti umani e conservare la prospettiva di un mondo migliore.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Per sopravvivere, Israele deve colpire subito l’Iran

Benny Morris
30 Giugno 2024 – Haaretz
 

Se Israele si dimostrerà incapace di distruggere il progetto nucleare iraniano con armi convenzionali, potrebbe non avere altra scelta che ricorrere alle sue armi non convenzionali.

* Nota Redazionale

Lo storico israeliano Benny Morris è noto per i suoi lavori sul 1948, in cui è stato tra i primi a raccontare la pulizia etnica compiuta dalle milizie sioniste prima e dall’esercito israeliano poi a danno dei palestinesi: la cosiddetta Nakba.
Inizialmente su posizioni di sinistra, ormai da anni Morris si è spostato decisamente a destra. In questo articolo interviene sulla questione iraniana proponendo addirittura un attacco con armi non convenzionali per distruggere gli impianti nucleari iraniani. Pur esprimendo il nostro profondo dissenso dalle argomentazioni dello storico, riteniamo interessante proporre le sue argomentazioni.

Il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir ha descritto la risposta israeliana all’attacco missilistico dell’Iran contro Israele del 13 aprile come un dardaleh – in gergo calcistico un tiro fiacco. É stato riferito che la rappresaglia israeliana avrebbe distrutto un piccolo impianto radar isolato non lontano da Natanz, uno dei siti dove l’Iran produce uranio arricchito. Purtroppo – poiché Ben-Gvir è un ministro pericoloso e spregevole – aveva ragione.

Il governo israeliano – ovvero il primo ministro corrotto e incompetente di Israele, Benjamin Netanyahu – temeva che una risposta più forte (e adeguata), come un attacco all’impianto di Natanz, avrebbe portato a una significativa reazione da parte dell’Iran. Teheran potrebbe ad esempio attivare il suo alleato libanese, Hezbollah, per effettuare massicci lanci di razzi o fare fuoco con i propri missili contro le città israeliane e infrastrutture essenziali.

Un giorno potrebbero essere resi noti i verbali delle riunioni del gabinetto di guerra ristretto tenutesi prima della risposta israeliana. Sapremo allora se i generali presenti – il Ministro della Difesa Yoav Gallant, l’ex Capo di Stato Maggiore dell’IDF Ten. Gen. Gadi Eisenkot, il Presidente del Partito di Unità Nazionale Benny Gantz e il Capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano Ten. Gen. Herzl Levi – hanno raccomandato un attacco più potente e se Netanyahu ha convinto i membri del gabinetto ad accontentarsi dell’attacco “dardaleh”.

Negli ultimi 15 anni Netanyahu ha generalmente agito con estrema esitazione e moderazione di fronte agli attacchi dell’Iran, compiuti attraverso i suoi alleati o direttamente, contro Israele e i suoi interessi. Ma, cosa ben più significativa e grave, a parte le sue dichiarazioni bellicose Netanyahu non ha fatto quanto necessario per impedire all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare, nonostante i leader iraniani dichiarino senza sosta il loro intento di distruggere Israele. La moderazione di Israele nel 2010-2012 e negli anni successivi era dovuta a una carenza di mezzi? Quest’uomo disonesto aveva altri, reconditi motivi? Non c’è modo di saperlo.

In ogni caso siamo arrivati al momento della verità e una decisione è necessaria. Secondo una serie di rapporti l’Iran è sul punto di raggiungere il 90% di arricchimento dell’uranio e ha accumulato materiale sufficiente, se potenziato, a produrre un arsenale di bombe nucleari. Gli attacchi contro Israele degli ultimi otto mesi da parte dell’Iran, dei suoi emissari e dei suoi alleati – Hamas, gli Houthi, Hezbollah e varie milizie in Siria e in Iraq – costituiscono una ragione sufficiente per tentare di distruggere le capacità strategiche dell’Iran, incluse le sue risorse balistiche.

Il mondo dovrebbe sostenere e certamente comprendere una simile operazione israeliana. Ma anche se non lo facesse, sicuramente la sopravvivenza del Paese dovrebbe essere più importante per i suoi abitanti di eventuali condanne internazionali e persino di sanzioni, se venissero imposte (anche se dubito che si tratterebbe di sanzioni significative).

Non c’è momento migliore per sferrare all’Iran un colpo strategico, data l’attuale asimmetria di forze tra i due Paesi. Israele ha un vantaggio schiacciante nelle forze aeree grazie ai suoi avanzati aerei stealth F-15 e F-35, oltre a una superiorità impressionante per quanto riguarda armi antiaeree e antimissile. Le forze aeree iraniane sono dotate di velivoli inferiori e non dispongono di sistemi missilistici antiaerei e antimissile avanzati. Ma nei prossimi anni è probabile che questa superiorità strategica di Israele venga meno.

Ma, soprattutto, Israele ha uno straordinario vantaggio (secondo quanto riportato dalla stampa estera): possiede un arsenale nucleare, mentre l’Iran attualmente può solo aspirare ad averne uno. L’Iran probabilmente terrà conto di questa asimmetria quando valuterà se rispondere a un attacco israeliano alle sue strutture e infrastrutture nucleari.

Israele è in grado, utilizzando armi convenzionali, di distruggere – o almeno di danneggiare gravemente – gli impianti di produzione di missili, droni e razzi dell’Iran e i suoi siti nucleari, che sono sparsi su un’ampia area e almeno alcuni dei quali sono sepolti in profondità nel sottosuolo? Non lo so, ed è probabile che non lo sappiano nemmeno i generali di Israele. La guerra è il regno dell’imponderabile e, in larga misura, della fortuna. Ma distruggere il progetto nucleare iraniano, e la capacità di attacco dell’Iran, è un imperativo esistenziale se Israele vuole sopravvivere. Dato il profondo odio degli ayatollah per Israele e la loro plausibile irrazionalità, un arsenale nucleare iraniano segnerà la fine di Israele.

Una volta che gli ayatollah avranno le armi nucleari e i mezzi per farne uso, potrebbero usarle contro Israele – e lasciare ad Allah il compito di proteggerli da un contrattacco israeliano. Dopo tutto, abbiamo a che fare con fanatici messianici e religiosi.

E anche se l’Iran si astenesse dal lanciare le sue armi nucleari, il solo fatto di possederle, insieme al suo desiderio e alla sua politica dichiaratamente orientati alla distruzione di Israele (di cui abbiamo visto abbondanti prove in questi nove mesi), scoraggerebbe potenziali investimenti e immigrati dal raggiungere Israele e spingerebbe molte brave persone a fuggire dal Paese.

In un contesto di ripetuti, futuri attacchi orchestrati dagli iraniani contro Israele, come il 7 ottobre, Israele declinerebbe costantemente fino a scomparire.

Le organizzazioni sunnite, e forse i Paesi sunniti vicini, riconoscerebbero la debolezza di Israele (e dell’America) e la forza dell’Iran e molto probabilmente si unirebbero all’anello di Stati ostili guidato da Teheran, e non c’è alcuna garanzia che i leader dell’Europa e degli Stati Uniti – forse con l’ambiguo Donald Trump piuttosto che il filo-sionista Biden al timone – verrebbero in nostro aiuto.

Tutto ciò deve far pensare che, se Israele si dimostrerà incapace di distruggere il progetto nucleare iraniano con armi convenzionali, potrebbe non avere altra scelta se non quella di ricorrere alle sue armi non convenzionali (a meno che gli Stati Uniti non inviino le proprie forze armate, il che sembra estremamente improbabile vista la mancanza di determinazione americana dopo i fallimenti in Iraq e Afghanistan).

Ribadisco, Israele può aspettarsi i rimproveri dei media internazionali, dei ragazzini ignoranti e sconsiderati dei campus e di svariati leader mondiali, ma godrà anche della comprensione, se non del sostegno attivo, di molti membri della comunità internazionale.

Temo che siamo arrivati al momento della verità e che Israele – auspicabilmente nei prossimi mesi, sotto una guida più competente – debba agire. Altrimenti, Allah yerahmu (che Allah abbia pietà di noi).

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Coloni israeliani gettano rifiuti in una fonte d’acqua palestinese vicino a Gerico

Redazione di Middle East Monitor

2 luglio 2024 – Middle East Monitor

Oggi coloni israeliani hanno inquinato la fonte d’acqua di Al-Auja, a nord della città di Gerico, in Cisgiordania occupata, gettandovi dei rifiuti.

Il supervisore generale dell’organizzazione Al-Baydar per la difesa dei diritti dei beduini, Hassan Malihat, ha riferito che l’obiettivo dei coloni era di contaminare l’acqua della sorgente, privando i palestinesi locali di acqua pulita da bere.

Inoltre, secondo l’agenzia di notizie Wafa, le autorità di occupazione israeliana hanno comminato sanzioni contro i beduini provenienti dalle comunità vicine che con i trattori stavano cercando di raccogliere acqua da bere e per il bestiame.

Malihat ha sottolineato il fatto che gettare rifiuti in una fonte d’acqua provoca rischi immediati e futuri per la salute degli abitanti del posto ed anche importanti minacce ambientali. Ha sottolineato che questa azione è una violazione delle norme dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e delle leggi umanitarie internazionali. Negli ultimi anni i villaggi di Al-Auja hanno subito campagne di demolizioni, persecuzioni e ripetuti attacchi e violazioni da parte di coloni e soldati occupanti.

A causa del fatto che si trovano ‘nell’Area C’ della Cisgiordana occupata, che è territorio palestinese sotto il controllo amministrativo e militare israeliano, le autorità occupanti vietano ai suoi abitanti l’accesso ai servizi di base.

Dalla Naksa del 1967, Israele ha occupato la sponda ovest del fiume Giordano [la Cisgiordania, ndt.] che i palestinesi vedono come il cuore di uno stato indipendente.

Israele ha aumentato le incursioni nella Cisgiordania da quando è cominciata la guerra a Gaza a ottobre. Dati delle Nazioni Unite mostrano che dal 7 ottobre nel territorio palestinese sono state uccise almeno 553 persone, un quarto delle quali sono minori.

Secondo il diritto internazionale sia la Cisgiordania sia Gerusalemme Est sono territori occupati. Pertanto la costruzione di tutte le colonie è illegale.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Le lamentele di Netanyahu non hanno nulla a che fare con i ritardi nella fornitura di armi: perché Israele si è rivoltato contro Biden

Rick Zand

1 luglio 2024 – Middle East Monitor

Non è un segreto che il primo ministro Benjamin Netanyahu auspichi il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. L’appoggio un tempo affidabile della base del Partito Democratico ad Israele si è inaridito, soprattutto nella componente progressista, a causa della devastante campagna di pulizia etnica a Gaza che è costata circa 38.000 vite, compresi 15.000 bambini, senza contare tutti coloro che sono scomparsi, presumibilmente morti, sepolti sotto le macerie delle loro case distrutte dallo Stato occupante.

Netanyahu ha abbandonato il suo alleato di lunga data e presunto amico presidente Joe Biden e il suo partito democratico, ma non per i motivi a cui vorrebbe che noi credessimo.

Il 18 giugno Netanyahu ha diffuso un video su X che ha sorpreso la Casa Bianca: accusava l’amministrazione Biden di trattenere le armi e di compromettere la sicurezza di Israele. La sferzante risposta dell’amministrazione ha colto alla sprovvista un tormentato segretario di Stato USA Antony Blinken, che si è recato in Israele e nei Paesi del Golfo diverse volte negli ultimi otto mesi.

Benché stiano rivalutando una spedizione di bombe da 2.000 libbre, a causa delle preoccupazioni per le vittime civili se venissero usate nell’attacco a Rafah, Blinken ci ha assicurato, “Tutto si sta svolgendo come dovrebbe e sempre nella prospettiva di garantire che Israele abbia ciò che necessita per difendersi contro questa quantità di minacce.”

Secondo l’addetta stampa della Casa Bianca Karine Jean-Pierre, “Sinceramente non sappiamo di che cosa lui (Netanyahu) stia parlando.” Dopo aver menzionato la spedizione di bombe di 2.000 libbre, ha aggiunto: “Non vi sono altre interruzioni.”

Inoltre la Casa Bianca ha annullato un incontro con dirigenti israeliani riguardante l’Iran. Secondo Axios (sito web americano di informazione politica, ndtr.) un funzionario USA ha affermato: “Questa decisione chiarisce che aver tirato in ballo tali sciocchezze porta a delle conseguenze”.

Senza dubbio Biden è stato irritato dal video, specialmente quando Netanyahu si è paragonato a Winston Churchill dicendo: “Durante la seconda guerra mondiale Churchill disse agli Stati Uniti: ‘dateci gli strumenti, noi faremo il lavoro’. Ed io dico: ‘dateci gli strumenti e noi finiremo il lavoro molto più velocemente’.”

Israele ha armi sufficienti per devastare Gaza ancora molte volte. La sola India ha fornito a Israele 900 droni e altre armi fabbricate a Hyderabad. Quella fabbrica è una joint- venture tra la Elbit Systems israeliana e il consorzio del miliardario indiano Gautam Adani.

L’India fornisce armi ad Israele fin dall’inizio della guerra.

Comunque, secondo l’Istituto Internazionale di Ricerca di Stoccolma (SIPRI), tra il 2019 e il 2023 gli USA hanno fornito il 69% delle armi convenzionali importate da Israele. Nel 2016 Obama ha aumentato gli aiuti a Israele da 30 a 38 miliardi di dollari per 10 anni, il più grande pacchetto di aiuti nella storia degli Stati Uniti. Questi fondi hanno finanziato jet da combattimento, forze di terra, sistemi di armi e di difesa aerea. Inoltre Israele è il nono maggior esportatore di armi, il che dimostra che ha ampie forniture per uso proprio.

Il SIPRI colloca la Germania al secondo posto tra i maggiori fornitori di armi a Israele, fornendo circa il 30% delle sue importazioni di armamenti. Sia gli USA che la Germania hanno votato contro una risoluzione non vincolante del Consiglio ONU per i Diritti Umani (UNHRC), che chiede la fine di tutte le vendite o spedizioni di equipaggiamento militare e armi ad Israele, per motivi umanitari.

A maggio Biden ha minacciato di sospendere le spedizioni di armi di fabbricazione USA a Israele, se esso avesse invaso Rafah. “Continueremo a garantire la sicurezza di Israele in termini di Iron Dome e della capacità di rispondere agli attacchi condotti recentemente in Medio Oriente”, ha affermato Biden all’epoca. “Ma ciò [l’invasione di Gaza, ndt] è decisamente sbagliato. Non forniremo armi e proiettili d’artiglieria.”

Eppure dal 7 ottobre dello scorso anno gli USA hanno fornito ulteriori 6,5 miliardi di dollari a Israele. Questi si aggiungono ai 3,8 miliardi di dollari che Israele ha ricevuto in base all’accordo del 2016. Armi e denaro continuano a fluire anche se l’invasione israeliana di Rafah ha provocato l’uccisione di 45 palestinesi e il ferimento di altri 200 dopo che le forze di occupazione hanno incendiato un campo profughi dove i civili avevano trovato rifugio.

Con il denaro e le importazioni di armi che Israele ha ricevuto da quando è iniziato l’attacco a Gaza, è difficile immaginare che le forze di occupazione manchino di sufficienti forniture di armamenti.

La vuota minaccia di Biden non è riuscita ad avere un impatto sulla determinazione di Netanyahu ad invadere Rafah.

E neppure hanno agevolato gli sforzi gli appelli di Biden a consentire l’ingresso di aiuti umanitari a Gaza. Gli aiuti arrivano poco a poco, quando non arrivano del tutto. Nel frattempo il cibo si deteriora nei camion di aiuti in attesa, mentre a pochi chilometri di distanza i palestinesi muoiono di fame.

Il primo (e probabilmente unico) dibattito tra Biden e Trump ha solo sfiorato la crisi a Gaza, ma molto è stato detto in poche parole. Biden si è attenuto al suo piano di pace presumibilmente sostenuto da Netanyahu. Il piano di Trump è molto meno complicato: “Bisogna lasciarli andare e lasciargli finire il lavoro”, ha detto ai moderatori della CNN, facendo eco alla richiesta di Netanyahu che gli lascino “finire il lavoro al più presto”.

Nel suo commento sul giornale ebraico americano The Forward Rob Eshman ha suggerito che nel dibattito Trump stesse parlando ad un pubblico di una sola persona: la vedova di Sheldon Adelson, l’ottava donna più ricca del mondo, Dr.ssa Miriam Adelson. Lei ha garantito 90 milioni di dollari ad un super PAC [le Political Action Committee sono organizzazioni fondate in USA con lo scopo di raccogliere fondi per sostenere uno specifico candidato, ndt.] pro Trump e deve ancora consegnarne la maggior parte.

Eshman probabilmente ha ragione, dato che Netanyahu non ha bisogno di sentire da Trump ciò che già sa. Trump ha riconosciuto Gerusalemme come capitale ufficiale di Israele e vi ha spostato l’ambasciata statunitense da Tel Aviv. L’ex presidente USA ha anche concesso a Israele le Alture del Golan per svilupparle, anche se non è chiaro con quale autorità. Quale segnale migliore per Netanyahu e il suo partito di estrema destra Likud che hanno carta bianca da Trump per impadronirsi della terra, comprese tutte le parti di Gaza e la Cisgiordania?

Nonostante la loro decennale amicizia, Netanyahu ha lasciato prontamente Biden per Trump. Il consenso a Biden si è incrinato dopo la sua penosa performance durante il dibattito. La lacerazione dei progressisti aveva già provocato una divisione a causa degli otto mesi di crimini di guerra israeliani commessi a Gaza, inclusi l’inedia di massa, la pulizia etnica e il genocidio.

La maggioranza dei democratici sostiene ancora le azioni di Israele, come dimostra il recente disegno di legge del Senato, approvato con supporto bipartisan, che vieta ad ogni istituzione con finanziamenti pubblici in Pennsylvania di disinvestire da imprese e organizzazioni israeliane.

Tuttavia vi sono parecchi dubbi tra coloro che nel partito democratico vedono l’intenzione finale di Israele nel proseguire l’occupazione e stabilire insediamenti illegali. La settimana scorsa il gabinetto di sicurezza di Israele ha approvato cinque nuovi insediamenti in Cisgiordania insieme ad una lista di sanzioni contro l’Autorità Nazionale Palestinese già definanziata.

Tuttavia Trump e i repubblicani sono rimasti saldi nel loro incondizionato appoggio all’apartheid di Israele. “Date a Israele le bombe di cui ha bisogno per finire la guerra”, ha detto (il senatore USA conservatore) Lindsay Graham a NBC News. “Non possono perdere”. Ha anche paragonato il genocidio israeliano a Gaza allo sgancio delle bombe atomiche da parte degli USA su Hiroshima e Nagasaki durante la seconda guerra mondiale, aggiungendo: “E’ stata la decisione giusta.” Durante la sua visita a Israele in maggio l’ex ambasciatrice all’ONU e al tempo candidata alle primarie presidenziali per i repubblicani Nikki Hayley ha scritto su un proiettile destinato a Gaza “Finiscili tutti!”

Se il messaggio proveniente da Biden è l’apatia, il segnale dal campo di Trump è assumere il fanatismo di destra di Israele e concedere pieno appoggio all’ampliamento del colonialismo di insediamento nei territori occupati.

Netanyahu e il suo partito Likud faranno il possibile per indebolire Biden e riportare in carica Trump.

Se Biden farà un passo indietro dopo la sua disastrosa performance nel dibattito, la destra israeliana avrà un altro candidato democratico da debellare con molto meno tempo per farlo prima delle elezioni. Ma Biden non ha mostrato intenzione di arrendersi e molti democratici sostengono ancora la sua corsa alla rielezione.

Netanyahu capisce che i suoi obbiettivi e quelli di Trump coincidono. Forse Trump ha motivi molto diversi per sostenere Israele data la sua leale appartenenza al nazionalismo bianco cristiano. Tuttavia gli obbiettivi sono gli stessi: un solo Israele, dal fiume al mare. Mentre Biden tergiversa tra la diplomazia e l’impotenza, Trump ha già cementato il suo appoggio.

Se la comunità internazionale non imporrà sanzioni a Israele e ad ogni Paese che finanzia la pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania, il genocidio e la crisi umanitaria continueranno senza sosta.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Entro 48 ore tutti i centri sanitari di Gaza cesseranno di funzionare – Ministero della Salute

Redazione di Palestine Chronicle

30 giugno 2024 – The Palestine Chronicle

Domenica il Ministero della Sanità di Gaza ha dichiarato che entro 48 ore gli ospedali e le stazioni di ossigeno in tutta la Striscia cesseranno le operazioni in seguito allesaurimento del carburante causato dalla guerra israeliana in corso.

In una dichiarazione il Ministero ha avvertito che entro 48 ore i restanti ospedali, centri sanitari e stazioni di ossigeno smetteranno di funzionare”.

Il Ministero ha osservato che questa situazione è prevista a causa dellesaurimento del carburante necessario per il funzionamento dei generatori, del quale Israele impedisce lingresso a Gaza insieme ad altre forniture essenziali come medicine e cibo, in un quadro di inasprimento delle restrizioni nei confronti della Striscia”.

Ha rilevato che le scorte di carburante sono quasi esaurite nonostante le rigorose misure di austerità attuate dal Ministero per conservare le scorte rimanenti il ​​più a lungo possibile, data l’insufficiente quantità disponibile per il funzionamento”.

Il ministero ha esortato tutte le organizzazioni internazionali e umanitarie pertinenti a intervenire tempestivamente fornendo il carburante necessario, nonché i generatori elettrici e i pezzi di ricambio necessari per la manutenzione”.

Venerdì Hossam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza, ha affermato che l’ospedale avrebbe cessato a breve le operazioni a causa della carenza di carburante necessario per i suoi generatori elettrici.

La PRCS evacua

Domenica la Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS) ha evacuato la sua sede amministrativa temporanea nel sud della Striscia di Gaza a causa degli attacchi israeliani nella zona.

L’organizzazione “ha evacuato completamente la sua sede amministrativa temporanea nell’area di Mawasi Khan Younis a causa della caduta di schegge sull’edificio e dei bombardamenti diretti, che costituivano un pericolo per il personale che lavora all’interno”, ha affermato sabato su X.

Larea di Al-Mawasi è stata designata dallesercito israeliano come rifugio sicuroper i palestinesi in seguito allinvasione di terra di Rafah allinizio di maggio.

Tuttavia le forze israeliane hanno attaccato l’area da quando i palestinesi già precedentemente sfollati e rifugiatisi a Rafah sono stati costretti a sfollare ad Al-Mawasi.

Genocidio in corso

Attualmente sotto processo davanti alla Corte Internazionale di Giustizia per genocidio contro i palestinesi, dal 7 ottobre Israele sta conducendo una guerra devastante contro Gaza.

Secondo il Ministero della Sanità di Gaza nel genocidio israeliano in corso a Gaza 37.877 palestinesi sono stati uccisi e 86.969 feriti.

Inoltre in tutta la Striscia almeno 7.000 persone risultano disperse, presumibilmente morte, sotto le macerie delle loro case.

Organizzazioni palestinesi e internazionali affermano che la maggior parte delle persone uccise e ferite sono donne e minori.

La guerra israeliana ha provocato una grave carestia, soprattutto nel nord di Gaza, con la morte di molti palestinesi, soprattutto minori.

Laggressione israeliana ha anche provocato lo sfollamento forzato di quasi due milioni di persone provenienti da tutta la Striscia di Gaza, di cui la stragrande maggioranza costretti a rifugiarsi nella città meridionale, densamente affollata, di Rafah, vicino al confine con lEgitto in quello che è diventato il più grande esodo di massa in Palestina a partire dalla Nakba del 1948.

Israele afferma che il 7 ottobre, durante loperazione ‘Al-Aqsa Flood’ (‘Tempesta di Al-Aqsa’, ndtr.), sono stati uccisi 1.200 soldati e civili. I media israeliani hanno pubblicato rapporti che suggeriscono che quel giorno molti israeliani sarebbero stati uccisi dal fuoco amico”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)