Chiarire il funzionamento della dirigenza di Hamas

Hanna Alshaikh

30 agosto 2024 – Mondoweiss

Tratteggiando una semplicistica contrapposizione tra il “moderato” Ismail Haniyeh e l’“estremista” Yahya Sinwar, i media hanno frainteso il modo in cui opera la dirigenza di Hamas. In realtà il processo decisionale di Hamas è molto più istituzionalizzato.

Dopo che Ismail Haniyeh, capo dell’Ufficio Politico di Hamas, è stato assassinato a Teheran, il Consiglio della Shura, il più alto organo consultivo del Movimento, ha rapidamente e unanimemente scelto Yahya Sinwar come suo successore. Quando è stato ucciso, Haniyeh era a capo della rappresentanza di Hamas nei negoziati per il cessate il fuoco con i mediatori e molti analisti hanno affermato che l’ascesa di Sinwar fosse il segnale di una rottura radicale con le politiche di Haniyeh e di altri esponenti di spicco dell’Ufficio Politico.

Questa analisi è in larga parte fuorviante.

Essa dimostra scarsa comprensione non solo della dirigenza del Movimento di Resistenza Islamica (Hamas), ma del più ampio Movimento nel suo insieme. Che la direzione di Sinwar costituisca una rottura con il passato è una tesi sintomatica della tendenza nell’analisi occidentale a leggere le figure dei dirigenti palestinesi attraverso dicotomie semplicistiche come “falco/colomba” o “moderato/radicale”. Queste etichette nascondono più di quanto rivelino.

A questa carenza analitica si somma la sensazionalistica fissazione per la psicologia di Sinwar. Questo approccio riduce politiche complesse a caratteri personali e presuppone che i processi decisionali di Hamas siano in larga parte riconducibili a singole personalità piuttosto che a solidi dibatti interni ed elezioni, complesse deliberazioni e consultazioni e contrappesi istituzionali.

Nonostante queste distorsioni nel dibattito generale, vale comunque la pena approfondire in quale misura il mandato di Sinwar a Capo dell’Ufficio Politico si distinguerà da quello di Haniyeh. Vi sono segni di rottura?

Sfidare l’isolamento

Per poter meglio valutare un’eventuale rottura occore considerare alcuni parallelismi nelle traiettorie di Haniyeh e Sinwar. Il primo è il più ovvio: entrambi hanno scalato i vertici della dirigenza palestinese prima e di quella di Hamas poi. Nati nei campi profughi della Striscia di Gaza nei primi anni ’60, Haniyeh e Sinwar si sono affacciati al mondo come rifugiati, condizione che comporta un’esistenza fatta di esclusione, spossessamento e marginalizzazione. A dispetto di questa condizione, entrambi si sono uniti al movimento islamico a Gaza e sono stati ulteriormente isolati e dislocati: Haniyeh fu esiliato nella città libanese di Marj al-Zouhour nel 1992, mentre Sinwar fu imprigionato nel 1988 e condannato a quattro ergastoli l’anno seguente. Queste avversità non hanno impedito ai due dirigenti né di maturare la loro preparazione politica né di giocare un ruolo nello sviluppo della stessa Hamas.

Dalle dure condizioni del suo esilio a Marj al-Zouhour, Haniyeh ha maturato esperienza nel coordinamento delle attività con i palestinesi fuori da Hamas, nella gestione dei rapporti con Hezbollah e nel confronto con gli Stati arabi e la comunità internazionale – culminata con l’approvazione da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di una risoluzione che ne chiedeva il ritorno, che avvenne l’anno successivo. Questa esperienza in diplomazia e negoziazione con altri gruppi palestinesi, Haniyeh l’avrebbe portata con sé per il resto della sua carriera. Nel 2006 Haniyeh fu il primo capo del governo palestinese democraticamente eletto. Mentre il sabotaggio di questo governo di unità nazionale portava a brutali scontri tra fazioni e all’instaurazione del blocco israeliano su Gaza, Haniyeh ha dedicato anni al perseguimento della riconciliazione e dell’unità nazionali, oltre al lavoro a livello diplomatico.

Dalla prigione Sinwar ha continuato a sviluppare le capacità di controspionaggio del Movimento, un processo che aveva avviato nel 1985 con la creazione dell’“Organizzazione per la sicurezza e la vigilanza” nota come “Majd”, con l’obbiettivo di provvedere all’addestramento in materia di sicurezza e controspionaggio e identificare sospetti collaboratori. Quando Sinwar è stato arrestato nel 1988, dopo solo un mese dall’inizio della Prima Intifada, è stato accusato di aver ucciso 12 collaboratori. Da prigioniero, Sinwar ha continuato a spendersi per il rafforzamento del controspionaggio del Movimento e a investire nelle capacità dei prigionieri palestinesi. Ha imparato l’ebraico ed è stato un avido lettore. La sua competenza ha segnato nel tempo lo sviluppo del Movimento e consolidato la sua figura di autorità del Movimento in prigione.

Un capitolo importante e più diffusamente conosciuto dell’esperienza politica di Sinwar è quello relativo al ruolo chiave che ha avuto nelle negoziazioni che hanno portato al rilascio di più di 1000 prigionieri palestinesi nel 2011, incluso lo stesso Sinwar, in cambio di Gilad Shalit, soldato israeliano catturato dai combattenti delle brigate Qassam nel 2006. Aspetto meno conosciuto del tempo che ha passato in prigione è invece l’accorta destrezza con cui ha coinvolto e radunato i palestinesi di diverse fazioni in scioperi e proteste di detenuti. Nel periodo immediatamente successivo al suo rilascio, è riuscito a utilizzare queste abilità per ottenere maggiore influenza nei negoziati con Israele e trovare punti di accordo con i palestinesi di altre fazioni.

Negoziati dopo la prigione

Nel 2012, poco dopo il suo ritorno a Gaza, Sinwar è stato eletto all’Ufficio Politico di Hamas. Solo cinque anni dopo, nel 2017, Sinwar è stato eletto successore di Haniyeh a capo della dirigenza di Gaza. I primi anni di Sinwar a Gaza sono speso ricordati come un periodo in cui Hamas ha serrato i ranghi internamente e si è impegnata in campagne pubbliche contro la collaborazione con Israele, anche se in forme piuttosto diverse rispetto ai primissimi giorni del Majd.

Fatto meno sensazionalistico e non adatto a narrazioni enfatiche, mentre era a capo della dirigenza di Gaza Sinwar si è anche impegnato in diversi negoziati complessi e tortuosi.

Nel 2017, a dieci anni dall’inizio del blocco israeliano su Gaza, la lotta quotidiana di 2 milioni di palestinesi stava per peggiorare ulteriormente a causa di una serie di decisioni di Mahmoud Abbas che avrebbero aggravato le conseguenze economiche dell’isolamento di Gaza. Nel marzo del 2017, l’Autorità Palestinese, con sede a Ramallah, aveva ridotto i salari dei propri dipendenti a Gaza fino al 30% e a giugno i salari dei prigionieri palestinesi “deportati” a Gaza nel 2011 furono completamente eliminati. Poi, con una mossa molto discussa e considerata una forma di punizione collettiva, cancellando un’esenzione fiscale Abbas di fatto ridusse i rifornimenti di carburante a Gaza, provocando una crisi energetica che ridusse la fornitura di elettricità per i palestinesi di Gaza da otto a quattro ore al giorno circa.

Con una mossa che sorprese molti osservatori, per fare fronte alle crisi provocate dai cambiamenti politici a Ramallah, Sinwar strinse un accordo con l’ex capo della Forza di sicurezza preventiva dell’Autorità Palestinese, Muhammad Dahlan. Nato come Sinwar nel campo profughi di Khan Younis, Dahlan era stato un dirigente chiave di Fatah fino al 2011, quando si trasferì negli Emirati Arabi Uniti dopo uno scontro con la dirigenza del partito. L’idea di un accordo tra Hamas e l’uomo che aveva realizzato il desiderio dell’amministrazione Bush di minare il governo di unità palestinese guidato dal neoeletto Haniyeh era inconcepibile all’inizio della divisione tra Gaza e Cisgiordania, dieci anni prima. Ragioni interne e regionali imponevano tuttavia alla dirigenza del Movimento di adattarsi, e Sinwar era pronto a negoziare.

L’accordo tra Hamas e Dahlan ebbe scarso successo, ma mise in luce due aspetti fondamentali del mandato di Sinwar come capo della dirigenza di Gaza: la capacità di colmare le divergenze con altri segmenti della politica e della società palestinesi e quella di mantenere relazioni estere equilibrate in un mutato scenario regionale. Più specificamente, attraverso i suoi stretti legami con i governi degli Emirati Arabi Uniti e dell’Egitto, Dahlan riuscì a far entrare un po’ di carburante attraverso il valico di Rafah. In un momento in cui le relazioni tra Hamas e l’Egitto erano al massimo della tensione, all’inizio del primo mandato di Sinwar, fu un fatto significativo.

Nei mesi e negli anni successivi, Sinwar è riuscito a continuare ad allentare le tensioni con l’Egitto. Servendosi dell’influenza costruita con la mobilitazione civile indipendente dei palestinesi in seguito nota come Grande Marcia del Ritorno (2018-19) e di un maldestro tentativo da parte del Mossad di infiltrare e installare apparecchiature di sorveglianza a Gaza nel novembre 2018, la dirigenza di Hamas ha ottenuto diverse concessioni che hanno attenuato l’impatto del blocco israeliano su Gaza, inclusi un allentamento delle restrizioni sui viaggi attraverso il valico di Rafah con l’Egitto, un maggior numero giornaliero di camion carichi di merci in ingresso a Gaza e denaro per pagare i salari dei funzionari pubblici.

È ampiamente riconosciuto che Sinwar abbia giocato un ruolo di primo piano nel miglioramento delle relazioni di Hamas con altri membri dell’“Asse della Resistenza” dopo che la dirigenza di Hamas lasciò Damasco nel 2012, nel pieno dell’insurrezione siriana e della guerra civile. Non altrettanto riconosciuto è il ruolo di Sinwar nel miglioramento e nella rinegoziazione delle condizioni nei rapporti di Hamas con altri attori regionali al di fuori degli alleati più stretti. Concentrare l’attenzione sui suoi legami con l’“Asse” limita il dibattito sulla guida di Sinwar entro i confini di una certa corrente ideologica, ma la sua volontà di negoziare indica un approccio agli equilibri di potere regionali più sofisticato di quanto prevedano queste etichette arbitrarie.

Sinwar e i suoi predecessori

Due concetti operativi nel lessico politico di Hamas – accumulazione e consultazione – sono fondamentali per comprendere come funziona il Movimento e come lavorano i suoi dirigenti. Qualsiasi comprensione del Movimento in generale e del ruolo di Sinwar in particolare deve tenere conto di questi fattori imprescindibili nell’evoluzione del potere e del dinamismo istituzionale di Hamas.

Con il termine “accumulazione” ci si riferisce generalmente allo sviluppo sul piano militare nel tempo. É inoltre utile considerare come accumulazione anche l’esperienza e le capacità politiche cui i dirigenti di Hamas ricorrono per gestire difficili problemi di amministrazione sotto il blocco: esigenze umanitarie sotto l’assedio, fasi di isolamento a livello regionale, fasi di costruzione e stabilizzazione di alleanze a livello regionale, riconciliazione nazionale con altre fazioni palestinesi. La costruzione delle basi del successo politico e dell’accumulazione militare richiede continuità più che rotture.

Con il termine “consultazione” ci si riferisce alle buone pratiche e alle strutture interne a Hamas. Il Movimento ha organi consultivi a diversi livelli che fungono da organi di controllo e di consulenza per la dirigenza politica. I membri sono eletti e comprendono palestinesi della Cisgiordania, di Gaza, dalla diaspora e dalle prigioni. L’organo consultivo più alto, il Consiglio Generale della Shura, nomina i membri di un organo indipendente che coordina e supervisiona l’elezione dell’Ufficio Politico per garantirne la trasparenza. Se normalmente poche informazioni su queste strutture raggiungono il pubblico, in una situazione di emergenza come l’assassinio di Ismail Haniyeh si è appreso che il Consiglio Generale della Shura può nominare un successore in circostanze eccezionali (Sinwar è stato scelto all’unanimità).

La pratica e la struttura della consultazione non sono circoscritte all’ala politica di Hamas. Anche l’ ala militare del Movimento, le Brigate Qassam, ha procedure di consultazione – infatti, Sinwar aveva operato come coordinatore tra il ramo militare e quello politico dopo essere entrato a far parte dell’ufficio politico. Zaher Jabareen, che aveva radicato le Brigate Qassam nella Cisgiordania settentrionale, ha spiegato che non è corretto rappresentare il Majd come una struttura centralizzata, poiché le decisioni sui sospetti non sono nelle mani di un individuo solo – esse sono soggette a procedure articolate in più fasi, nonché a ulteriori indagini da parte di un’“organizzazione professionale” distinta. Jabareen ha sottolineato che sono previste sanzioni severe per il personale che non gestisce correttamente un caso.

Secondo questa stessa dinamica, quando dirigenti come Sinwar o Haniyeh prendono una decisione importante, non solo giungono a quella conclusione attraverso la consultazione con figure di grande esperienza, ma ne rispondono agli elettori che si aspettano un’iniziativa, siano essi interni al Movimento o nella società in generale. Come capi della dirigenza di Gaza e dell’Ufficio Politico, Sinwar e Haniyeh hanno lavorato insieme e spesso sono apparsi in incontri pubblici con diversi corpi elettorali per costruire consenso sul tema della riconciliazione nazionale. Per loro riconciliazione nazionale non è stata solo la priorità assoluta del fare ammenda con Fatah e unire il corpo politico palestinese, ma significava anche colmare altre forme di divisioni politiche, nonché questioni sociali e socioeconomiche a Gaza. Tutto questo per prepararsi all’imminente battaglia, per accumulare forza militare, sostegno popolare e l’unità politica necessari. Sembra che la consultazione proceda sia dall’alto verso il basso che dal basso verso l’alto.

Diverse dichiarazioni di Sinwar e di due fra i suoi predecessori mostrano come l’accumulazione di forza e risultati abbia promosso la continuità in ogni nuova fase. Khaled Meshaal aveva delineato le priorità del suo ultimo mandato in un’intervista del maggio 2013: resistenza, concentrazione su Gerusalemme come cuore della causa palestinese, liberazione dei prigionieri, lotta per il diritto al ritorno e promozione del ruolo della diaspora nella lotta, riconciliazione nazionale tra le fazioni palestinesi per unire e raccogliere il corpo politico palestinese in sostegno alla resistenza, coinvolgimento dei paesi arabi e musulmani, coinvolgimento della comunità internazionale sia a livello ufficiale che a livello popolare, rafforzamento istituzionale interno a Hamas, espansione del suo potere e apertura verso altre formazioni palestinesi e verso altri arabi e musulmani in generale.

Il commento di Meshaal sui prigionieri balza agli occhi. Li aveva definiti come “l’orgoglio del nostro popolo”. Quando gli è stato chiesto di entrare nei dettagli circa il piano per ottenerne la liberazione e se questo prevedesse la cattura di altri soldati israeliani, Meshaal ha preferito tacere. Due mesi più tardi, il rovesciamento del governo Morsi in Egitto avrebbe determinato un cambiamento nelle operazioni di Hamas, cosa che probabilmente ha indotto la dirigenza dell’Ufficio Politico ad alcuni ripensamenti. Nonostante le difficoltà che tutto ciò ha implicato per Hamas, soltanto un anno dopo, nel corso della guerra di 51 giorni di Israele contro Gaza del 2014, in almeno cinque occasioni le brigate Qassam sono entrate in Israele, puntando alle sue basi militari, e hanno catturato i corpi di due soldati. Oggi questa accumulazione e questa continuità sono riscontrabili nelle dichiarazioni dei dirigenti di Hamas che spiegano che lo scopo dell’operazione del 7 ottobre era quello di catturare soldati israeliani in vista di uno scambio di prigionieri.

All’inizio del suo ultimo mandato, Meshaal aveva pubblicamente smentito insieme ad Haniyeh le voci di tensioni tra loro. Queste voci sono perdurate negli anni, mentre non si è prestata sufficiente attenzione alla corrispondenza fra i due dirigenti, che coerentemente dimostra priorità condivise.

La prospettiva comune, la comunicazione e le priorità condivise sono continuate con Haniyeh a capo dell’Ufficio Politico. In seguito alla guerra del 2021 di Israele contro Gaza, che i palestinesi chiamano “la battaglia della spada di Gerusalemme” – in occasione della quale ebbe luogo un sollevamento noto come “Intifada dell’Unità” che si diffuse da Gerusalemme alla Cisgiordania, fino ai palestinesi con cittadinanza israeliana e alle comunità dei rifugiati in Libano e Giordania – Ismail Haniyeh pronunciò un discorso della vittoria che sottolineava il ruolo centrale nel Movimento della continuità e dell’accumulazione.

Haniyeh descrisse la battaglia come una “vittoria strategica” e dichiarò che ciò che sarebbe avvenuto dopo non sarebbe stato “come ciò che è avvenuto prima”, aggiungendo che “è una vittoria divina, una vittoria strategica, una vittoria complessa” sui piani della scena nazionale palestinese, dalla nazione araba e musulmana, sul piano delle masse globali e su quello della comunità internazionale. Il discorso sottolineava l’importanza per questa vittoria dell’accumulazione di forze e della dedizione a priorità e obbiettivi riconducibili a epoche precedenti del Movimento. Preannunciava anche grandi cambiamenti futuri.

Prima del 7 ottobre, Sinwar tenne un discorso in occasione del quale ebbe a dire:

Nell’arco di alcuni mesi, io stimo non più di un anno, obbligheremo l’occupazione ad affrontare due opzioni: o li obbligheremo ad applicare la legge internazionale, rispettare le risoluzioni internazionali, ritirarsi dalla Cisgiordania e da Gerusalemme, smantellare le colonie, liberare i prigionieri e garantire il ritorno ai rifugiati, ottenendo l’istituzione di uno Stato palestinese sulle terre occupate nel 1967, inclusa Gerusalemme, o metteremo questa occupazione in contraddizione e contrasto con l’intero ordine internazionale, la isoleremo in modo radicale e potente, e metteremo fine alla sua integrazione nella regione e nel mondo intero, affrontando lo stato di collasso che si è verificato su tutti i fronti di resistenza negli ultimi anni”.

Alla luce di ciò, vale la pena chiedersi se Sinwar sia davvero così imprevedibile come sostengono gli opinionisti. Le sue dichiarazioni mettono in dubbio anche la lettura dell’ascesa di Sinwar come una rottura totale con il passato del Movimento.

Hamas come mediatore

La personalità di Yahya Sinwar è stata rappresentata in modo sensazionalistico dai media occidentali (e anche arabi). In generale, queste discussioni su Hamas sono spesso basate su voci, insinuazioni e affermazioni prive di fondamento che tendono a mettere in evidenza i disaccordi tra i componenti della sua dirigenza, etichettando i dirigenti sulla falsariga dell’opposizione tra “moderati che favoriscono la diplomazia e i negoziati” e “falchi militanti”. Esaminando gli aspetti delle carriere di Sinwar e Haniyeh dovrebbe risultare più chiaro che, sebbene le personalità e le specificità del percorso di ciascun dirigente abbiano un impatto sul loro processo decisionale, si tratta solo di una parte del modo in cui questi dirigenti, e il Movimento in generale, prendono le decisioni.

Nel corso degli anni, Hamas ha dimostrato di saper sfruttare le diverse esperienze dei suoi leader per rafforzare le proprie capacità sul piano militare, politico, diplomatico e popolare. Radicato nei principi di consultazione e accumulazione, Hamas è allo stesso tempo un Movimento orizzontale e un Movimento di istituzioni. Istituzioni efficaci come il Consiglio della Shura hanno aiutato il Movimento a superare momenti di incertezza, come l’assassinio di Ismail Haniyeh.

Questo è l’ultimo esempio di come Hamas abbia dimostrato livelli di dinamismo e flessibilità istituzionale senza precedenti rispetto alla storia della creazione di istituzioni tra le fazioni palestinesi.
In questo contesto, quelle che potrebbero apparire come differenze significative tra i dirigenti possono diventare una fonte di forza per il Movimento, permettendogli di bilanciare le richieste, a volte contrastanti, di vari elettorati, soprattutto mentre gestisce il processo decisionale tra gli alti livelli di sorveglianza, la costante minaccia di assassinio e di incarcerazione dei suoi dirigenti e i continui assalti alle sue strutture e istituzioni.

Con ciò non si vuole negare che a volte possano esserci divergenze tra i dirigenti del Movimento. Questo è un fattore in gioco sin dalla fondazione dell’organizzazione nel 1987. Tuttavia, Hamas è anche un Movimento di istituzioni, procedure e strumenti di controllo. La regola generale è stata la consultazione, l’accumulazione e il bilanciamento delle esigenze dei vari gruppi. La comunicazione della dirigenza ne ha dato prova pubblicamente e con coerenza nel tempo, non solo durante la guerra genocida in corso, ma per tutti i suoi 37 anni di storia.

In seguito all’operazione “al-Aqsa Flood” del 7 ottobre 2023 e al susseguente genocidio a Gaza, sono stati sollevati ulteriori interrogativi su Hamas in generale e sulla personalità di Yahya Sinwar in particolare. Molti ancora parlano di Sinwar come dell’imprevedibile mente dietro all’operazione, insistendo su una narrazione in cui Sinwar ha avuto da solo il potere di condurre un’operazione senza precedenti contro Israele, con tutte le complesse implicazioni locali, regionali e internazionali che ne deriverebbero. Non è perché si voglia fare un favore ad Hamas – non si tratta di uno stratagemma per dare la colpa a una “mela marcia” e favorire il ritorno al governo di un Hamas “demilitarizzato”. Per alcuni sedicenti esperti, il ricorso a questa spiegazione è dovuto a una scarsa comprensione del Movimento. Per altri permette di fornire una copertura ai fallimenti militari di Israele nel caso in cui catturi Sinwar e sostituisca questo risultato alla “vittoria totale”. Se Sinwar è Hamas e Hamas è Sinwar, allora l’eliminazione dell’uno comporterebbe quella del secondo.

In realtà, ciò che pensiamo di sapere sulla pianificazione e sull’esecuzione dell’offensiva del 7 ottobre – e sulla successiva operazione di Hamas di fronte alla guerra genocida di Israele – è probabilmente una goccia nell’oceano. Ma le prove pubblicamente disponibili ci dicono che Yahya Sinwar non è poi così imprevedibile. Egli, come i suoi predecessori, è stato piuttosto trasparente e chiaro sulla direzione in cui l’organizzazione era diretta. I segnali erano evidenti da almeno due anni, sia a livello ufficiale che di base. Le grandi potenze sono rimaste scioccate perché hanno sottovalutato e ignorato il Movimento, non perché siano state ingannate. La narrazione intorno a Sinwar fornisce anche una copertura agli “esperti” per spiegare la loro conoscenza superficiale del Movimento nel migliore dei casi o l’analisi insincera nel peggiore.

Quello che gli analisti avrebbero dovuto sapere è che Hamas è un Movimento di istituzioni e, come qualsiasi altro movimento di massa, riunisce diverse correnti e orientamenti politici che possono essere in disaccordo sulla tattica, ma non sulla strategia. Il governo dell’organizzazione è stato improntato alla continuità, nonostante la frammentazione geografica e le diverse scuole di pensiero su come procedere. Ci sono stati momenti di acceso dibattito e disaccordo, ma non sono un segreto e a volte si sono svolti pubblicamente. Questo è coerente con le dinamiche di un’organizzazione con elezioni interne solide e competitive.

Pochissime delle notizie attribuite a “fonti anonime vicine a Hamas” sui disaccordi interni a Hamas o sulla ristrutturazione del Movimento da parte di Sinwar sono fondate. Forse le operazioni del Movimento cambieranno a causa della guerra in corso ed è possibile che le sue istituzioni si trasformino di conseguenza. Tuttavia, fino a quando non saranno disponibili prove concrete, gli analisti farebbero bene a basare le loro riflessioni sulla vasta mole di scritti, discorsi e interviste che fanno luce su aspetti inutilmente mistificati di Hamas e della sua dirigenza. Non ci sono prove credibili che suggeriscano che Sinwar abbia completamente rivisto la struttura del Movimento e accentrato il potere attorno a sé. Tuttavia, ci sono molte prove che Sinwar non è solo un prodotto del Movimento, ma uno che ha trascorso decenni a costruirlo ed è improbabile che abbia ignorato le persone con cui è cresciuto politicamente e i processi che ha contribuito a stabilire.

Un giorno, dopo la fine di questa guerra genocida, è possibile che emergano nuovi dettagli che cambieranno la comprensione di Hamas e contraddiranno le ipotesi che circolano ora. Quando ciò accadrà, sarà opportuno collocare le nuove prove nel loro giusto contesto storico e chiedere uno standard più elevato agli “esperti” che non hanno fatto i loro compiti a casa.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)