I coloni hanno attaccato il villaggio di Bana. Poi un soldato le ha sparato attraverso la finestra
Oren Ziv
23 settembre 2024 – +972 magazine
Dopo che coloni israeliani hanno assalito palestinesi con pietre e bottiglie molotov, i soldati hanno fatto irruzione a Qaryut e ucciso una tredicenne che si trovava nella sua camera da letto.
L’uccisione di Ayşenur Ezgi Eygi, un’attivista turco-americana ventiseienne, nella città cisgiordana di Beita il 6 settembre ha attirato giustamente una vasta attenzione internazionale. Ma quel giorno solo due ore dopo l’uccisione di Eygi e a pochi chilometri di distanza c’è stata da parte dell’esercito israeliano un’altra sparatoria letale che non ha praticamente fatto notizia: quella di Bana Laboum, una tredicenne palestinese del villaggio di Qaryut, colpita a morte mentre stava guardando fuori dalla finestra della sua camera da letto.
Verso le 15 coloni israeliani, che secondo gli abitanti erano armati di pietre e bottiglie molotov, si sono avvicinati alle case nei pressi di Qaryut. I giovani del villaggio, che si trova nei pressi di Nablus, nel nord della Cisgiordania occupata, sono usciti per affrontare i coloni prima che le forze di sicurezza israeliane arrivassero e i coloni se ne andassero. Ma invece di lasciare Qaryut i soldati hanno allora iniziato a dare la caccia ai giovani palestinesi. “Sono entrati nel villaggio sparando lacrimogeni e granate stordenti e un solo proiettile vero, quello che ha ucciso mia figlia,” ha detto a +972 il padre di Bana, Amjad Laboum, durante una visita al villaggio la scorsa settimana.
Secondo Amjad e altri testimoni di Qaryut, e come confermato da un breve video ripreso da un abitante e che +972 ha visionato, le forze israeliane, che sembra abbiano incluso agenti della polizia di frontiera, si trovavano in fondo a una stradina a circa 100 metri dalla casa della famiglia Laboum quando uno di loro ha sparato. Dal punto di osservazione in cui erano schierati, nei pressi di un muro di cemento, è possibile vedere la piccola finestra della stanza che Bana condivideva con alcuni dei suoi fratelli.
In quel momento, verso le 16, Amjad si trovava nel patio mentre il resto della famiglia era di sopra. “Ho visto quattro o cinque soldati che si spostavano da un posto all’altro, ma poi uno si è inginocchiato e ha puntato la sua arma,” racconta. “Pensavamo che sparasse ai ragazzi in strada. Se avessi capito che voleva sparare alla casa non avrei lasciato i miei figli all’interno. Pensavamo che lì fossero al sicuro.”
Amjad non ha visto il soldato aprire il fuoco, ma quando ha sentito lo sparo e i vetri rotti è corso di sopra nella stanza dei figli. “Bana ha barcollato verso di me ed è caduta con il petto sanguinante,” dice. “L’ho presa e l’abbiamo portata in ambulanza in un centro medico nella vicina cittadina di Qabalan e da lì all’ospedale di Nablus. Ma era già spirata sulla strada fuori dalla nostra casa.
“La geografia della zona non consente errori: è stato intenzionale,” sostiene Amjad. “Il cecchino aveva un’angolazione difficile, ma ha sparato direttamente alla finestra. Era di giorno e non si trovava in uno spazio aperto. Voglio giustizia per mia figlia per proteggere altri bambini. Non voglio che altri genitori debbano affrontare una situazione del genere.”
“Pensano che uccidendo i bambini spezzeranno gli adulti”
Pitturata di lilla, la stanza di Bana consiste in quattro letti singoli con lenzuola coordinate. Il suo era nell’angolo vicino alla finestra. Dalla sua uccisione il letto è diventato una specie di monumento in memoria di Bana, e la sua famiglia ha messo le sue foto vicino al suo grembiulino scolastico e gli animali di peluche che amava: “Era previsto che iniziasse la terza media,” dice Amjad. “Era sempre sorridente.”
Nel soggiorno Amjad indica lo schermo della televisione, sul quale Al Jazeera sta trasmettendo dal vivo da Gaza: “Stiamo vedendo quello che succede là da 11 mesi ormai,” afferma. “Mi scuso per le parole dure, ma Gaza ci ha infuso forza. Almeno io ho sepolto mia figlia intera, a Gaza i bambini sono sepolti a pezzi.”
La comunità di 3.000 abitanti di Qaryut ha a lungo sopportato il peso dell’occupazione israeliana. Rispettivamente nel 1978 e nel 1983 Israele ha espropriato terre del villaggio con un ordine militare per costruire le colonie di Shilo ed Eli. I palestinesi di Qaryut sono stati tagliati fuori dalla maggior parte dei loro terreni coltivabili e poi dalla strada che collega Nablus e Ramallah. “Oggi non ci è consentito l’accesso alle nostre terre,” lamenta Amjad. “Avevamo 27.000 dunam [2.700 ettari] e ora ce ne sono rimasti solo 3.500.”
Nel dicembre 2021 i coloni hanno fatto irruzione nella casa di una coppia di anziani nel villaggio, hanno distrutto le loro cose e li hanno duramente picchiati. Solo quattro mesi dopo un colono è stato ripreso mentre brandiva un fucile durante un attacco contro abitanti che stavano lavorando la propria terra. E negli ultimi due anni i coloni hanno ricevuto protezione armata per andare a visitare ogni venerdì a Qaryut una sorgente in una zona a cui dall’inizio della guerra a Gaza ai palestinesi viene vietato totalmente l’accesso.
E non sono solo le colonie, illegali in base al diritto internazionale, che stanno soffocando il villaggio. Qaryut e i vicini villaggi di Jalud e Qusra sono circondati anche da alcuni degli avamposti israeliani più violenti della Cisgiordania, che sono illegali persino per le leggi israeliane, benché essi siano spesso collegati alle infrastrutture statali.
Il giorno dell’uccisione di Bana Mohammed Musa, ventottenne di Qaryut padre di due figli, è stato gravemente ferito da coloni israeliani che hanno fatto irruzione nel villaggio provenendo da Shilo ed Eli. “Abbiamo saputo che c’era un attacco dei coloni, così sono sceso verso la casa di mia sorella nelle vicinanze del villaggio,” racconta a +972. “Ho visto i coloni, che avevano usato le magliette per coprirsi il volto. Alcuni portavano pietre, altri molotov.”
Mentre i coloni si stavano avvicinando a un’altra casa, Mohammed ha visto che uno di loro stava per accendere una molotov. “Ho immediatamente pensato che ci sarebbe stato un altro incidente come quello dei Dawabsheh (in riferimento all’incendio di una casa nel villaggio palestinese di Duma nel 2015, che uccise il bambino di 18 mesi Ali Dawabsheh e i suoi genitori). Sono andato lì per fermarlo e allora un altro colono dietro di lui mi ha lanciato una grossa pietra in testa, che mi ha steso a terra.”
Mohammed è stato portato all’ospedale di Nablus, dove è rimasto tre giorni ed ha subito una plastica facciale. Da allora non è stato in grado di lavorare. “Ho perso 10 denti e da quel momento posso solo bere un succo o una minestra,” dice a +972. “La sostituzione di ogni dente costa 1.600 shekel (circa 400 euro). Non so dove trovare i soldi.”
Nonostante la letale escalation della violenza dell’esercito e dei coloni, Amjad sottolinea che lui e gli altri abitanti del villaggio non si piegheranno ai loro oppressori. “Pensano che se uccidono i bambini spezzeranno gli adulti, ma non è così,” dice. “Siamo un villaggio molto tranquillo e non abbiamo mai problemi. Non ho mai aggredito nessuno. Cos’hanno ottenuto uccidendo mia figlia? Ho lasciato la mia casa, il mio villaggio? Al contrario.”
L’esercito israeliano non ha ancora aperto un’indagine sull’uccisione di Bana. Alcuni soldati hanno cercato di entrare nella casa dei Laboum mentre Amjad e la sua famiglia erano ancora all’ospedale di Nablus, ma i loro vicini li hanno bloccati. “Nessuno (dell’esercito) ha parlato con noi,” dice. “Non ho incaricato un avvocato. È inutile. Dopo aver perso mia figlia non mi importa di niente.”
In una dichiarazione a +972 un portavoce della polizia di frontiera ha affermato che “forze della polizia di frontiera si sono occupate dei disordini solo dopo che (Bana) è stata colpita,” e ci hanno indirizzati al portavoce dell’esercito, che ha semplicemente affermato che “dopo un esame delle circostanze dell’incidente da parte dell’ufficio della procura generale militare si attende che la polizia militare avvii un’indagine.”
Oren Ziv è un fotogiornalista, lavora per Local Call [l’edizione in ebraico di +972 magazine, ndt] ed è membro fondatore del collettivo di fotografia ‘Activestills’.
(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)