Libano: dodici morti e 2.750 feriti dopo le micidiali esplosioni dei cercapersone

Nader Durgham, Rayhan Uddin, Heba Nasser a Londra

17 settembre 2024-Middle East Eye

Il movimento libanese giura che punirà Israele dopo l’eccezionale attacco ai suoi membri

Almeno 12 persone sono state uccise e 2.750 ferite in Libano martedì dopo che i cercapersone comunemente usati da Hezbollah sono esplosi, in un eccezionale attacco che il movimento e il governo libanese hanno attribuito a Israele.

Hezbollah ha affermato che “esplosioni misteriose” hanno fatto saltare i cercapersone di “varie unità e istituzioni di Hezbollah” e che in risposta Israele avrebbe ricevuto “la giusta punizione”.

Tra i morti c’è una bambina di 10 anni che è stata uccisa nella valle della Bekaa nel Libano orientale quando il cercapersone di suo padre, che è un membro di Hezbollah, è esploso.

Tra le vittime vi sarebbe anche il figlio di un parlamentare di Hezbollah.

Un funzionario libanese, che ha fatto dichiarazioni in forma anonima perché non autorizzato a parlare con i media, ha detto a Middle East Eye di sospettare che le autorità israeliane abbiano manomesso i cercapersone per “provocare una guerra”.

Secondo i media siriani e iraniani dei membri di Hezbollah sono anche rimasti feriti e sono stati portati in ospedale in Siria dove sostengono il governo di Bashar al-Assad.

Mojtaba Amani, ambasciatore iraniano in Libano, è tra i feriti. Il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah è rimasto illeso, ha detto il suo gruppo.

Caos negli ospedali di Beirut

Subito dopo le esplosioni persone coperte di sangue sono state viste barcollare per le strade di Beirut assistite dai passanti.

Le ambulanze hanno trasportato di corsa le vittime negli ospedali della capitale, ma molti di questi hanno rapidamente raggiunto la capienza massima.

Nella periferia meridionale di Beirut, un’area comunemente nota come Dahiyeh dove vivono molti sostenitori e membri di Hezbollah, sono state erette tende mediche di emergenza per curare i pazienti.

Fuori dall’ospedale universitario Rafic Hariri, nel sud di Beirut, il personale medico ha messo letti di emergenza fuori all’ingresso per accogliere i feriti il ​​più rapidamente possibile.

Si sono raccolte preso gli ospedali anche molte persone per rispondere alle richieste di donazioni di sangue.

“Sto ancora cercando di capire cosa sia successo. Sto solo aspettando che mio marito esca dal pronto soccorso”, ha detto a MEE una donna che ha chiesto di rimanere anonima fuori dall’ospedale Hotel-Dieu de France.

Alcuni spettatori sono stati rimproverati per aver scattato fotografie dei membri feriti di Hezbollah.

Attacco di assoluta novità

I cercapersone interessati provenivano da una nuova spedizione che Hezbollah aveva ricevuto nei giorni scorsi, ha riferito il Wall Street Journal. Un funzionario di Hezbollah ha detto al WSJ che centinaia di combattenti avevano tali dispositivi e ha affermato che un malware potrebbe aver causato il surriscaldamento e l’esplosione dei cercapersone. Alcune persone hanno sentito i cercapersone riscaldarsi e li hanno gettati via prima che esplodessero, ha aggiunto il funzionario.

Non è ancora chiaro come i cercapersone siano stati fatti esplodere. Alcuni hanno ipotizzato che all’interno dei dispositivi siano stati in qualche modo piazzati degli esplosivi. Israele non ha commentato l’attacco o l’accusa di esserne responsabile

Dall’inizio dell’attacco guidato da Hamas contro Israele il 7 ottobre e della successiva guerra a Gaza, Hezbollah e l’esercito israeliano sono stati coinvolti in scambi a fuoco. I combattimenti hanno ucciso centinaia di libanesi, per lo più combattenti di Hezbollah, e decine di israeliani.

Il movimento libanese, che è la più forte potenza militare non statale al mondo, afferma di attaccare Israele in solidarietà con i palestinesi di Gaza e che smetterà di combattere se il governo israeliano accetterà un cessate il fuoco con Hamas. Israele ha ripetutamente minacciato di invadere il Libano in risposta agli attacchi di Hezbollah. Martedì mattina, il servizio di sicurezza interna israeliano Shin Bet ha affermato di aver sventato un complotto di Hezbollah per uccidere un ex funzionario della difesa israeliana, utilizzando un esplosivo azionato a distanza.

L’analista militare Mustafa Asaad ha descritto l’attacco dei cercapersone come un “metodo rivoluzionario” che utilizza una tecnologia “all’avanguardia”. Ha detto a MEE che Israele sembra essersi introdotto nelle “reti di comando e comunicazione di Hezbollah, aver identificato i militanti uno per uno, analizzato i loro movimenti e poi diretto una forma di attacco cinetico sull’intera banda larga”.

Asaad è scettico sul fatto che i cercapersone contenessero trappole esplosive e sostiene che un simile schema sarebbe stato troppo semplice e facilmente individuabile al momento della consegna.

Temendo che i servizi segreti e militari di Israele, tecnologicamente molto avanzati, potessero infiltrarsi nelle sue comunicazioni Hezbollah ha fatto sempre più affidamento su dispositivi e metodi più rudimentali, come cercapersone e corrieri. A febbraio Nasrallah ha esortato i suoi seguaci a stare attenti agli smartphone e ai social media.

Secondo Asaad “quelli presi di mira finora sembrano essere agenti nel ramo della sicurezza e controspionaggio, operativi sul campo e i livelli di comando più alti”.

“Questo significa che l’intera piattaforma di comunicazione è stata hackerata e violata e si può solo immaginare da quanto tempo”, ha detto.

“Nel complesso questo è un duro colpo per Hezbollah e significa che l’intera struttura è stata compromessa. Non puoi sostituire intere unità di sicurezza da un giorno all’altro e non puoi trovare dei rimpiazzi così facilmente e addestrarli durante una guerra totale”.

Ragip Soylu ha contribuito a questo reportage da Ankara, Turchia.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Perché i leader israeliani ammettono che se fossero palestinesi combatterebbero per la libertà

Joseph Massad

16 settembre 2024 MiddleEastEye

Nonostante il loro razzismo colonialista molte importanti figure sioniste hanno riconosciuto che se fossero palestinesi combatterebbero per la loro patria

In una recente intervista al quotidiano israeliano Maariv Ami Ayalon, ex capo dell’organizzazione israeliana di intelligence Shabak, ha dichiarato che se fosse palestinese, avrebbe combattuto “all’estremo” contro coloro che gli hanno rubato la terra.

“Parlando dei palestinesi, hanno perso la loro terra, e perciò quando la gente mi chiede ‘cosa faresti se fossi palestinese?’ Io dico che se qualcuno venisse e mi rubasse la terra, la terra di Israele, lo combatterei senza pormi limiti [sui mezzi da impiegare, n.d.t.]“.

I palestinesi, ha affermato Ayalon, “si vedono come un popolo. Una delle nostre tragedie è che li vediamo come individui, alcuni dei quali sono buoni, mentre altri sono cattivi”.

Nella raffica di accuse israeliane e filo-israeliane contro i palestinesi come barbari, antisemiti, autori di pogrom, terroristi, selvaggi e animali umani, fra altri epiteti razzisti con cui numerosi leader israeliani li hanno definiti a beneficio della propaganda, molti dei leader più importanti di Israele, come Ayalon, si sono sempre immedesimati nella lotta palestinese e ammettono pubblicamente che, se fossero palestinesi e non coloni ebrei, si sarebbero prontamente uniti alla lotta contro i sionisti e Israele.

Persino il famoso ministro della difesa israeliano Moshe Dayan capì la lotta dei palestinesi a Gaza e la loro resistenza al colonialismo israeliano. Nell’aprile del 1956, i combattenti della resistenza palestinese uccisero un agente di sicurezza a Nahal Oz, una colonia che nel 1953 era stata fondata a un km e mezzo dal confine di Gaza.

Qualche giorno prima l’ufficiale aveva picchiato diversi palestinesi perché li aveva sorpresi mentre tentavano di tornare nelle loro terre dopo che gli israeliani li avevano espulsi. Li aveva costretti a tornare a Gaza. Al suo funerale, Dayan ha ricordato ai presenti:

“Non diamo oggi la colpa agli assassini. Chi siamo noi per contestare il loro odio? Da otto anni stanno nei loro campi profughi a Gaza e, davanti ai loro occhi, trasformiamo in colonie di nostra proprietà la terra e i villaggi in cui loro e i loro antenati avevano vissuto… Siamo una generazione di coloni e senza l’elmetto d’acciaio e il cannone non possiamo piantare un albero e costruire una casa.”

Le recenti parole di Ayalon non sono una novità. A marzo in un’intervista alla rete televisiva americana ABC aveva dichiarato che se fosse palestinese “combatterebbe contro Israele” e “farebbe di tutto” per ottenere la libertà.

Ayalon non è il primo leader israeliano a comprendere perfettamente la lotta dei palestinesi per porre fine al colonialismo sionista e all’apartheid israeliano. In effetti fa parte di una lunga lista di leader sionisti e israeliani che, senza esitazione, hanno dichiarato di comprendere o addirittura di immedesimarsi nella lotta palestinese.

Nel 1923 Vladimir Jabotinsky, il fondatore del sionismo revisionista a cui poi successe Menachem Begin, commentò così la resistenza palestinese:

“Ogni popolo nativo, non importa che sia civilizzato o selvaggio, considera la propria terra come la propria patria nazionale, di cui sarà sempre il padrone assoluto. Non accetterà volontariamente non solo un nuovo padrone, ma nemmeno un nuovo partner. E così è per gli arabi. Quelli fra di noi che operano compromessi tentano di convincerci che gli arabi sono una sorta di sciocchi che possono essere imbrogliati… [e] che abbandoneranno il loro diritto di nascita alla Palestina per una crescita culturale ed economica. Respingo categoricamente questa valutazione degli arabi palestinesi. Culturalmente sono 500 anni indietro rispetto a noi, spiritualmente non hanno la nostra resistenza o la nostra forza di volontà, ma queste sono le sole differenze intrinseche… Guardano la Palestina con lo stesso amore istintivo e vera passione con cui ogni azteco guardava al suo Messico o ogni sioux guardava la prateria… questa fantasia infantile dei nostri “arabofili” deriva da una sorta di disprezzo per il popolo arabo… [che] questa razza [sia] una plebe pronta a farsi corrompere o a vendere la propria patria per una rete ferroviaria.”

Jabotinsky, tuttavia, non si immedesimava nei palestinesi (sebbene tentasse di equipararli agli ebrei europei, mutatis mutandis, sul piano dell’attaccamento alla loro patria e dell’uso della violenza per difendere il loro paese).

Aveva capito bene che i palestinesi “non sono una plebe, ma una nazione”. Da fascista che ammirava Mussolini, Jabotinsky non permise al suo razzismo contro i palestinesi di renderlo cieco alle reali condizioni sul terreno, ed è proprio per questo che cercò di combattere i palestinesi e di sottoporli al dominio sionista e all’espulsione.

Altri sionisti si sarebbero invece piuttosto immedesimati nei palestinesi.

David Ben-Gurion, il primo primo ministro di Israele, comprese appieno la lotta palestinese, nonostante fosse impegnato a reprimerla. Dichiarò:

“Se fossi un leader arabo non farei mai accordi con Israele. È naturale, gli abbiamo portato via il loro paese. Certo, Dio ce l’ha promesso, ma cosa importa a loro? Il nostro Dio non è il loro. Noi veniamo da Israele, è vero, ma questo è successo duemila anni fa, e cosa importa a loro? C’è stato l’antisemitismo, i nazisti, Hitler, Auschwitz, ma era colpa loro? Loro vedono solo una cosa: siamo venuti e abbiamo rubato il loro paese. Perché dovrebbero accettarlo?”

Non è un’aberrazione

L’immedesimarsi dei leader sionisti nei palestinesi continuò nei decenni successivi e fu forse espressa con maggior forza dall’ex primo ministro israeliano Ehud Barak. Barak era stato membro di un commando di squadroni della morte israeliani inviato a Beirut nel 1973 per uccidere tre rivoluzionari palestinesi.

L’immedesimazione di Barak nei palestinesi è senza riserve e in un’intervista al quotidiano israeliano Haaretz affermò: “Se fossi palestinese, anche io mi unirei a un gruppo terroristico”.

Leah Rabin, la vedova del defunto Yitzhak Rabin che aveva combattuto nella conquista sionista della Palestina nel 1948, nel dichiarare di immedesimarsi nei palestinesi fu più sottile di tutti gli altri leader sionisti. Nel 1997 affermò che “Noi [gli ebrei] abbiamo usato il terrorismo per stabilire il nostro Stato. Perché dovremmo aspettarci che i palestinesi siano diversi?” I palestinesi, a quanto pare, sono uguali agli ebrei e non sono affatto diversi da loro”.

È molto importante notare che in queste dichiarazioni nessuno di quei leader israeliani pensava che la ragione per cui i palestinesi resistono a Israele sia perché Israele è ebreo. Al contrario, tutti hanno affermato che la ragione per cui i palestinesi combattono Israele e gli ebrei israeliani è perché gli israeliani hanno rubato e continuano a rubare la loro terra e il loro paese, li opprimono e li privano della loro indipendenza e libertà. L’attuale spaventosa propaganda del governo israeliano secondo cui l’operazione palestinese del 7 ottobre ha preso di mira gli ebrei israeliani in quanto ebrei e non come colonizzatori ed è stata perciò l’attacco “più letale” contro gli ebrei dopo l’Olocausto, come i leader occidentali e in generale i loro obbedienti media non si sono stancati di ripeterci, mira decisamente a nascondere che la ragione per cui i palestinesi resistono è la colonizzazione ebraica israeliana della loro terra.

Queste bugie mirano a scagionare gli ebrei israeliani dal crimine di aver rubato la terra ai palestinesi e sono in contrasto con l’ostinazione dei palestinesi e di tutti quei leader sionisti e israeliani che hanno sempre compreso la lotta palestinese, vale a dire che la resistenza palestinese prende di mira gli ebrei israeliani perché sono colonizzatori e non perché siano ebrei. La comprensione e l’immedesimarsi nella lotta palestinese da parte degli stessi leader israeliani che hanno oppresso i palestinesi non sono semplicemente figure retoriche o lapsus. Parlano semplicemente di una chiara comprensione della natura della violenza e dell’oppressione che Israele ha inflitto e continua a infliggere al popolo palestinese.

Contrariamente alla propaganda ufficiale israeliana e alla sua reiterazione da parte dei leader politici occidentali e dei principali media, i palestinesi che hanno resistito alla colonizzazione sionista sin dai primi anni ‘80 del XIX secolo non sono affatto un’aberrazione. In effetti, i palestinesi, secondo i leader israeliani citati sopra, sono molto simili e non così diversi dagli ebrei sionisti colonizzatori che li opprimono. L’unica differenza, a quanto pare, è che i palestinesi non sono ebrei e, pertanto, non si può estendere a loro il rispetto e l’ammirazione occidentali che qualsiasi popolo che abbia resistito al colonialismo per un secolo e mezzo merita. Mentre i leader israeliani possono ancora immedesimarsi nei palestinesi nonostante il loro razzismo coloniale, il profondo razzismo occidentale contro i palestinesi è il motivo per cui nessun leader politico occidentale ha mai considerato cosa farebbe se fosse palestinese.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Joseph Massad è professore di politica araba moderna e storia intellettuale alla Columbia University di New York. È autore di molti libri e articoli accademici e giornalistici. Fra i suoi libri Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan [Effetti del colonialismo: il formarsi dell’identità nazionale in Giordania]; Desiring Arabs [Desideri arabi]; The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians [La persistenza della questione palestinese: saggi sul sionismo e i palestinesi] e, più di recente, Islam in Liberalism [L’Islam nel liberalismo]. I suoi libri e articoli sono stati tradotti in una dozzina di lingue.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




In questo giorno – 42 anni dal massacro di Sabra e Shatila

Redazione Palestine Chronicle

16 settembre 2024 – Palestine Chronicle

Il 16 settembre si commemora il giorno in cui nel 1982 migliaia di palestinesi furono brutalmente massacrati nei campi profughi di Sabra e Shatila in Libano; atrocità considerata una delle più orrende della storia moderna.

Dopo aver assediato e bombardato la zona per giorni le milizie delle falangi libanesi sostenute da Israele attaccarono, uccidendo almeno 3.000 rifugiati palestinesi e civili libanesi.

Dopo l’assedio dei due campi il 15 settembre l’esercito israeliano sotto il comando di Ariel Sharon illuminò i cieli con razzi mentre le milizie libanesi armate entravano attraverso le linee dell’esercito israeliano e procedevano a uccidere chiunque si trovasse sul loro cammino, indipendentemente dal fatto che fossero anziani, donne o bambini.

Fecero anche irruzione nell’ospedale del campo e uccisero infermieri, medici e pazienti fuggiti dal massacro.

Nel corso di tre giorni, e sotto la sorveglianza dell’esercito di Sharon, le milizie continuarono il loro massacro finché la notizia non trapelò dal campo e le immagini terrificanti dei morti non furono viste in tutto il mondo. Solo allora venne esercitata pressione su Israele affinché fermasse le milizie.

La Commissione Kahan del 1983, istituita dal governo israeliano, rilevò che Sharon, all’epoca Ministro della Difesa, aveva la “responsabilità personale” del massacro.

Nonostante ciò, Sharon divenne in seguito, nel 2001, Primo Ministro di Israele.

Il 16 dicembre 1982 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite condannò il massacro e lo dichiarò un atto di genocidio.

Genocidio in corso

Direi così: Israele sta conducendo dal 7 ottobre una guerra devastante contro Gaza ed è attualmente sotto processo presso la Corte Internazionale di Giustizia per genocidio contro i palestinesi.

Inoltre il governo continua a ignorare una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che chiede un cessate il fuoco immediato, ed è oggetto di una condanna internazionale a causa del persistere della sua brutale offensiva contro Gaza.

Secondo il Ministero della Salute di Gaza nel genocidio in corso a Gaza operato da Israele a partire dal 7 ottobre 41.226 palestinesi sono stati uccisi e 95.413 feriti.

Inoltre, almeno 11.000 persone risultano disperse, presumibilmente morte sotto le macerie delle loro case in tutta la Striscia.

Israele afferma che durante l’operazione Al-Aqsa Flood del 7 ottobre sono stati uccisi 1.200 soldati e civili. I media israeliani hanno pubblicato report che suggeriscono che quel giorno molti israeliani sono stati uccisi da “fuoco amico”.

Le organizzazioni palestinesi e internazionali affermano che per la maggior parte le persone uccise e ferite sono donne e bambini.

La guerra di Israele ha provocato una grave carestia, soprattutto nel nord di Gaza, con conseguente morte di molti palestinesi, per lo più bambini.

L’aggressione israeliana ha anche provocato lo sfollamento forzato di quasi due milioni di persone da tutta la Striscia di Gaza, con la stragrande maggioranza degli sfollati costretti a trasferirsi nella sovraffollata città meridionale di Rafah, vicino al confine con l’Egitto, in quello che è diventato il più grande esodo di massa della Palestina dalla Nakba del 1948.

Col protrarsi della guerra centinaia di migliaia di palestinesi hanno iniziato a spostarsi dal sud alla zona centrale di Gaza in una continua ricerca di sicurezza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Gli israeliani devono chiedersi se sono disposti a vivere in un Paese che si nutre di sangue

Gideon Levy

15 settembre 2024 – Haaretz

Israele si sta trasformando, con una velocità allarmante, in un Paese che si nutre di sangue. I crimini quotidiani dell’occupazione sono ormai i meno rilevanti. Nell’ultimo anno è emersa una nuova realtà di uccisioni di massa e crimini di portata completamente diversa. Ci troviamo in una realtà genocida; è stato versato il sangue di decine di migliaia di persone.

Questo è il momento in cui tutti gli israeliani dovrebbero chiedersi se sono disposti a vivere in un Paese che si nutre di sangue. Non dite che non c’è scelta, certo che c’è, ma prima dobbiamo chiederci se siamo davvero disposti a vivere in questo modo.

Noi israeliani siamo disposti a vivere nell’unico Paese al mondo la cui esistenza è fondata sul sangue? L’unica prospettiva diffusa in Israele ora è quella di vivere da una guerra all’altra, da uno spargimento di sangue all’altro, da un massacro all’altro, con pause più lunghe possibile.

Non c’è nessun’altra prospettiva sul tavolo. Gli ottimisti promettono pause prolungate, mentre la destra promette una realtà intrisa costantemente di sangue: guerra, uccisioni di massa, violazioni sistematiche del diritto internazionale, uno Stato paria, che si ripetono in un ciclo infinito.

I palestinesi continueranno a essere massacrati e gli israeliani continueranno a chiudere gli occhi? Difficile da credere. Verrà un tempo in cui più israeliani apriranno gli occhi e riconosceranno che il loro Paese sopravvive nutrendosi di sangue. Senza spargimento di sangue, ci viene detto, non potremmo esistere, e con questa orribile affermazione mettiamoci l’anima in pace.

Non solo crediamo che un Paese del genere possa esistere per sempre, siamo convinti che senza l’apporto di sangue non potrebbe esistere. Ogni tre anni un massacro a Gaza, ogni quattro anni in Libano. Nel mezzo c’è la Cisgiordania e, occasionalmente, un’incursione sanguinaria verso obiettivi aggiuntivi. Non esiste un altro Paese come questo al mondo.

Il sangue non può essere il carburante del Paese. Proprio come nessuno immaginerebbe di guidare un’auto alimentata dal sangue, non importa quanto economica, è difficile immaginare 10 milioni di abitanti disposti a vivere in un Paese che si alimenta col sangue. La guerra a Gaza è uno spartiacque. È così che andremo avanti?

I media cercano di convincerci che questa sia una necessità. Attraverso campagne che demonizzano e disumanizzano i palestinesi, un coro unito e mostruoso di commentatori ci sta vendendo con successo l’idea che possiamo vivere per l’eternità di sangue. “Taglieremo l’erba” a Gaza ogni due anni, giustizieremo generazioni dopo generazioni di giovani oppositori del regime, imprigioneremo decine di migliaia di persone nei campi di concentramento, espelleremo, abbatteremo, esproprieremo e, naturalmente, uccideremo, ed è così che vivremo: nel Paese insanguinato.

Abbiamo già ucciso il popolo palestinese. Abbiamo iniziato con le uccisioni di massa a Gaza, e ora ci siamo dedicati alla Cisgiordania. Anche lì verrà versato sangue a litri, se nessuno fermerà le armi. L’uccisione è sia fisica che mentale. Ora non rimane più nulla di Gaza.

I detenuti, gli orfani, i traumatizzati, i senzatetto, non torneranno mai più a essere ciò che erano. I morti di certo non lo faranno. Ci vorranno generazioni perché Gaza si riprenda, se mai ci riuscirà. Questo è un genocidio, anche se non dovesse soddisfare la definizione legale. Un Paese non può vivere di una simile ideologia, certamente non quando intende andare avanti in questo modo.

Supponiamo che il mondo continui a permetterlo. La domanda è se noi, gli israeliani, siamo disposti a permetterlo. Per quanto tempo possiamo vivere con la consapevolezza che la nostra esistenza dipenda dal sangue. Quando ci chiederemo se non ci sia davvero alcuna alternativa a un Paese insanguinato? Dopotutto, non c’è nessun altro Paese come questo.

Israele non ha mai seriamente provato un’altra strada. È stato programmato e diretto per comportarsi come un Paese che si nutre di sangue, ancora di più dopo il 7 ottobre. Come se quel giorno terribile, dopo il quale tutto è lecito, avesse suggellato il suo destino di Paese insanguinato.

Il fatto è che non è stata discussa alcuna altra alternativa possibile. Ma un Paese insanguinato non è un’opzione, proprio come non lo è un’auto alimentata a sangue. Quando ce ne renderemo conto inizieremo a cercare le alternative, anche solo per mancanza di altre opzioni. Queste sono lì e aspettano di essere messe alla prova. Potrebbero sorprenderci, ma nella realtà attuale è impossibile anche solo proporle.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




In esclusiva per Haaretz | Israele sta reclutando richiedenti asilo africani per operazioni potenzialmente letali nella guerra a Gaza, promettendo permessi di soggiorno permanenti

Yaniv Kubovich e Bar Peleg

15 settembre 2024 – Haaretz

I funzionari degli apparati di sicurezza israeliani offrono come incentivo il permesso di soggiorno permanente ai richiedenti asilo che accettano di partecipare a operazioni talvolta potenzialmente letali a Gaza. Secondo alcune fonti le critiche dall’interno di questa forma di sfruttamento sono state messe a tacere: “Si tratta di una questione molto problematica”.

L’apparato di difesa israeliano sta offrendo la propria assistenza nell’ottenimento del permesso di soggiorno permanente ai richiedenti asilo africani che contribuiscano – rischiando le loro vite – allo sforzo bellico a Gaza. Questo secondo le testimonianze personali raccolte da Haaretz.

Funzionari della difesa sostengono in via confidenziale che il progetto è condotto in modo organizzato, sotto la guida di consulenti legali del sistema difensivo israeliano.

Le implicazioni etiche del reclutamento di richiedenti asilo invece non sono state affrontate. Fino a oggi nessuno dei richiedenti asilo che hanno contribuito allo sforzo bellico ha ottenuto il permesso di soggiorno.

Al momento sono circa 30.000 gli africani richiedenti asilo che vivono in Israele, la maggior parte dei quali giovani uomini. Circa 3.500 sono cittadini del Sudan con permessi temporanei rilasciati dal tribunale perché lo Stato non ha evaso le loro richieste di asilo.

Tre richiedenti asilo furono uccisi durante l’attacco di Hamas del 7 ottobre. In seguito, molti si sono offerti volontari per lavori agricoli e centri di comando civili [centri che forniscono alcuni servizi essenziali in caso di conflitto, concepiti sulla falsariga dei centri di comando militari, quelli civili si attivano in situazioni di emergenza per provvedere ai più disparati bisogni che possono insorgere sul fronte interno, offrendo servizi come l’ospitalità agli sfollati o il babysitteraggio per i lavoratori essenziali, pasti caldi ed equipaggiamento per i soldati al fronte, ecc. n.d.t.], mentre alcuni si sono arruolati nell’esercito israeliano. I funzionari dell’esercito si sono resi conto che i richiedenti asilo potevano tornare utili e che il loro desiderio di ottenere un permesso di soggiorno permanente in Israele poteva essere sfruttato come incentivo.

Un uomo che chiede di pubblicare solo l’iniziale del suo nome, A., è arrivato in Israele all’età di 16 anni nel contesto di una grande ondata migratoria. Il permesso di soggiorno temporaneo che gli è stato rilasciato gli assicura la maggior parte dei diritti riconosciuti agli israeliani, ma deve essere periodicamente rinnovato presso l’Autorità per l’immigrazione e la popolazione del Ministero dell’Interno, e non gli garantisce il soggiorno permanente. In passato, come molti altri richiedenti asilo che trovano nell’esercito il modo migliore per integrarsi nella società israeliana, aveva cercato di arruolarsi.

In uno dei primi mesi di guerra, A. ha ricevuto una telefonata da qualcuno che sosteneva di essere un ufficiale di polizia e che gli intimava di recarsi immediatamente a una struttura di sicurezza, senza fornire ulteriori spiegazioni.

“Vieni qui e poi parliamo” gli è stato detto, secondo quanto A. riferisce. Quando è arrivato, si è reso conto che era andato a incontrare i “tipi della sicurezza”, come li chiama lui. “Mi hanno detto che stavano cercando persone speciali che si unissero all’esercito. Mi hanno detto che era una questione di vita o di morte per Israele”, ha riferito a Haaretz. Si trattava del primo di una serie di incontri con un uomo che si è presentato come un ufficiale di sicurezza che stava reclutando richiedenti asilo per l’esercito. Gli incontri hanno avuto luogo nell’arco di circa due settimane e sono terminati quando A. ha deciso di non arruolarsi.

A. ha incontrato nuovamente l’ufficiale, questa volta in un luogo pubblico. L’uomo gli ha dato 1.000 shekel (circa 240 euro) in contanti come rimborso per le giornate di lavoro perse a causa degli incontri. Gli ha anche assicurato che la paga che avrebbe ricevuto per il servizio militare sarebbe stata simile a quella che guadagna con il suo lavoro.

“Gli ho chiesto, cosa me ne viene? Anche se non voglio niente in particolare. Ma poi mi ha detto – Se fai così puoi ricevere documenti dallo Stato di Israele. Mi ha chiesto di mandargli una fotocopia della mia carta di identità e ha detto che si sarebbe occupato lui di queste cose”.

Dopo che è stato fissato un appuntamento per il suo arruolamento, A. ha cominciato ad avere dei ripensamenti. “Volevo andare, facevo sul serio, ma poi ho pensato – solo due settimane di addestramento e poi prendere parte alla guerra? Non ho mai toccato un’arma in vita mia”. Poco prima che il suo addestramento cominciasse, A. ha detto al suo contatto che aveva cambiato idea. L’uomo si è arrabbiato, dice A. “Ha detto che non se l’aspettava da me”, ma non ha rinunciato completamente. “Ha detto: continuiamo a parlarne e se vuoi puoi entrare in un secondo momento”.

A. non sa per quale motivo proprio lui sia stato contattato invece di altri, e dice: “Il tipo mi ha detto che stavano cercando persone speciali. Gli ho chiesto che cosa mi rendesse speciale, lui non mi conosce per niente”.

Fonti dell’esercito dicono che l’apparato di difesa ha fatto ricorso ai richiedenti asilo in diverse operazioni, alcune delle quali sono state riportate dai media. Haaretz ha appreso che alcune persone si sono opposte a questa pratica in quanto sfrutta persone che sono fuggite dai propri Paesi a causa della guerra. Tuttavia, secondo quelle fonti, queste voci sono state messe a tacere.

“Si tratta di una questione molto problematica” ha detto una fonte. “Il coinvolgimento di giuristi non assolve nessuno dall’obbligo di tenere conto dei valori secondo i quali aspiriamo a vivere in Israele”.

Alcune fonti che hanno parlato con Haaretz hanno rivelato che, anche se ci sono state alcune richieste di informazioni circa la concessione di permessi di soggiorno a richiedenti asilo che hanno preso parte ai combattimenti, nessuno in realtà ha ottenuto tali permessi.

Haaretz ha inoltre appreso che il Ministero dell’Interno ha preso in considerazione la possibilità di arruolare nell’esercito israeliano i figli di richiedenti asilo che abbiano completato gli studi nelle scuole israeliane. In passato, il governo ha permesso ai figli di lavoratori stranieri di prestare servizio nell’esercito israeliano in cambio della concessione di permessi di soggiorno ai componenti del nucleo famigliare.

L’organo competente della Difesa ha risposto ad Haaretz che tutte le sue azioni sono condotte secondo la legge. Il modo in cui l’esercito israeliano utilizza i richiedenti asilo sul campo è materia in merito alla quale è proibita la pubblicazione.

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Un rapporto: il 49% delle società israeliane ad alta tecnologia ha perso finanziamenti durante la guerra

Redazione di Middle East Monitor

13 settembre 2024 – Middle East Monitor

Ieri un rapporto redatto da Start-Up Nation Central [ong israeliana che fornisce servizi alle imprese innovative e ne agevola l’accesso a finanziamenti, ndt.] ha rivelato che il 49% delle società israeliane ad alta tecnologia ha riscontrato una perdita di investimenti dall’inizio della guerra contro Gaza del 7 ottobre, mente il 48% degli investitori si aspetta che le quotazioni delle azioni scendano il prossimo anno.

Il rapporto indica che la situazione è particolarmente critica nel nord del Paese, dove ha sede il 69% delle società ad alta tecnologia. Un’altra indagine su circa 60 imprese tecnologiche del nord ha evidenziato che solo il 45% è completamente operativo, il 41% ha spostato le proprie attività nella zona centrale di Israele e il 20% sa già che non tornerà al nord.

Il rapporto testimonia la bassa fiducia tra le aziende e gli investitori nella capacità del governo israeliano di sviluppare piani di recupero, con più dell’80% delle società e il 74% degli investitori che dubitano della capacità del governo di assistere il settore ad alta tecnologia.

Secondo il rapporto, le società ad alta tecnologia sono state in grado di raccogliere quest’anno 7,8 miliardi di dollari in investimenti, il 4% in meno rispetto agli investimenti raccolti lo scorso anno.

Sempre secondo il rapporto il valore di fusioni e acquisizioni quest’anno ammonta a 9,6 miliardi di dollari, un miliardo in meno rispetto allo scorso anno.

Più del 50% delle società crede che la situazione migliorerà il prossimo anno e il 72% degli investitori crede che le società ad alta tecnologia continueranno a crescere nonostante le difficoltà economiche provocate dalla guerra contro Gaza.

Nel rapporto si afferma che “a causa dell’incertezza causata dal conflitto in corso e della politica economica del governo israeliano, che è generalmente ritenuta dannosa, il settore della tecnologia non ne risulta affatto immune.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il genocidio di Israele a Gaza sta creando nemici da tutte le parti

David Hearst

11 settembre 2024 – Middle East Eye

Il rifiuto di Netanyahu di porre termine alla guerra a Gaza e al terrorismo dei coloni in Cisgiordania ha gettato i semi dell’odio in tutta la regione

Quando la settimana scorsa tre guardie di sicurezza israeliane sono state uccise vicino al ponte di Allenby che attraversa il confine tra la Giordania e la Cisgiordania occupata il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele era “circondato da un’ideologia omicida guidata dall’Iran.”

A dicembre il suo governo ha detto che Israele sta combattendo una guerra su sette fronti, tutti guidati dall’Iran.

Se questo è un riconoscimento che il rifiuto di Netanyahu di terminare la campagna genocida a Gaza sta rendendo insicuri tutti i confini di Israele, allora esso è tardivo. Tuttavia Netanyahu aveva ragione nel dire che vi è odio per Israele sul lato est della Valle del Giordano.

Come hanno dimostrato i festeggiamenti popolari che hanno fatto seguito alle uccisioni, i giordani non hanno bisogno dell’incitamento attivo dell’Iran.

La campagna genocidaria dell’esercito israeliano a Gaza e il terrorismo dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania hanno piantato spontaneamente i semi dell’odio nel vicinato. La Giordania, che è stata silente per 50 anni sulla questione palestinese, non lo è più.

Gaza ha radicalizzato il mondo arabo in un modo mai visto da oltre un decennio dopo le primavere arabe.

Potenza tribale

Innanzitutto Maher al-Jazi, il camionista che ha compiuto l’attacco, veniva dalla cittadina del sud della Giordania Udrah, nel governatorato del Maan. Haroun al-Jazi, un tempo capo della stessa tribù, guidò i volontari della Giordania dell’est che combatterono nella battaglia di Gerusalemme [contro l’esercito israeliano] del 1948.

Maher è anche discendente di Mashour al-Jazi, il comandante dell’esercito giordano durante la battaglia tra le forze israeliane e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e le forze armate giordane nella città di confine di Karameh nel 1968.

La città e la comunità di al-Jazi sono di pessimo auspicio per coloro che, nelle ambasciate occidentali della regione deliberatamente poco informate, sperano che le braci di questo fuoco possano essere presto estinte.

Perciò, se il lato ovest del confine lungo 335 km viene rapidamente militarizzato dall’esercito israeliano e da almeno un milione di coloni armati, tutto questo assicura che sul lato est di questo confine ci sono le comunità giordane e l’esercito giordano che recluta massicciamente tra di loro.

Ciò che i capi delle comunità hanno pensato della sparatoria è perciò significativo per la stabilità futura di questo confine.

Non scorderò mai quanto facilmente le tribù sono state scaricate dal re Abdullah quando era alla guida di un elicottero Black Hawk, di cui ha a sua disposizione personale una squadriglia. 

La scena sembrava uscita da Hollywood, ma funzionò. Il suo passeggero, il giornalista americano Jeffrey Goldberg, fu parecchio impressionato e ne scrisse per il giornale The Atlantic.

Il re stava andando a pranzo con i capi tribù a Karak: “Oggi mi siederò a tavola con vecchi dinosauri”, disse Abdullah a Goldberg.

Ciò avveniva pochi mesi prima della fine delle primavere arabe nel 2013

Oggi il re non si azzarderebbe a chiamare i capi delle tribù “vecchi dinosauri”, ovviamente a meno che lui stesso fosse condannato all’estinzione.

In questi tempi difficili la monarchia hashemita dipende, più di quanto mai prima, dalle tribù come pietra angolare della sua legittimità, che è logorata da una prolungata crisi economica.

Ciò che dicono i capi tribù è considerato una bussola dell’umore della nazione.

Una rabbia cresciuta all’interno

Lunedì non c’era traccia di cordoglio o di scuse nelle loro dichiarazioni.

Il clan Al-Huwaitat ha presentato una dichiarazione da parte della famiglia secondo cui la piena responsabilità per ciò che è avvenuto al passaggio del confine era da addebitare unicamente al primo ministro israeliano ed ha aggiunto: “Il sangue del nostro figlio martire non è più prezioso del sangue del nostro popolo palestinese e non sarà l’ultimo martire.”

Il capo del clan Bani Sakhr, Sheikh Trad al-Fayez, ha plaudito a questa “eroica operazione” che “è espressione del nostro popolo e della nostra nazione”. Ha proseguito: “I popoli della nazione devono prendere una posizione decisa, onesta e ferma nei confronti di questa aggressione.”

In tutto questo non va individuata alcuna impronta dell’Iran o di qualunque altra potenza straniera. La rabbia si è sviluppata all’interno.

Ahmad Obeidat, un ex primo ministro e capo dell’intelligence, aveva detto cose simili prima che avvenisse la sparatoria. Obeidat non ha mai visto il suo Paese così unito dietro la causa della resistenza palestinese. “Questa battaglia è la battaglia di tutti. Perché il destino è uno solo. Ed il nemico che prende di mira la Palestina sicuramente farà altrettanto con la Giordania”, ha detto.

Odeidat ha ritenuto questo una conseguenza naturale del fatto che Israele ha deciso che il tempo di governare il conflitto è finito: “Voi israeliani o uccidete i palestinesi o li deportate. O li uccidete o li deportate. Questo accade davanti ai nostri occhi”, ha detto.

Qualunque arabo o musulmano che abbia consegnato un granello del suolo della Palestina storica – non solo il 22% ceduto per negoziare il 4 giugno 1967 – è un traditore del suo Paese, della sua nazione e della sua religione,” ha dichiarato.

Un altro indicatore dello stato d’animo nazionale in Giordania sono i risultati preliminari delle elezioni parlamentari in base ad un sistema disegnato per limitare la possibilità di una forza politica di ottenere seggi anche se ha la maggioranza dei voti.

Ciononostante in base ai risultati provvisori il partito di Azione Islamica della Fratellanza Musulmana ha ottenuto 18 dei 40 seggi. Si presume che ricevano altri 14 seggi dalle località, arrivando a circa 32 seggi su 130, che farebbe di loro il più grande partito che non fa parte di una coalizione.

Una fondamentale sfida alla sicurezza

Questo grado di coinvolgimento, 11 anni dopo il soffocamento delle primavere arabe, non può essere considerato unicamente come la conseguenza dell’apertura da parte di Israele di un secondo fronte in Cisgiordania della campagna di Gaza.

Non è neppure la conseguenza degli avvertimenti da parte del Ministro degli Esteri israeliano Israel Katz riguardo alla necessità di “temporanee evacuazioni” in “alcuni casi di combattimenti intensi.” E non è neppure dovuto al fatto che il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich a giugno ha rivelato che il suo governo stava modificando, clandestinamente, il modo in cui la Cisgiordania era governata, realizzando l’annessione a tutti gli effetti.

Né certamente [è conseguenza] della mappa digitale creata da Netanyahu in cui alla Giordania è stato dato lo stesso colore di Gaza mentre la Cisgiordania è stata cancellata del tutto.

Se dovessi indicare un documento, una testimonianza di come le azioni e le parole di Israele pongono una fondamentale minaccia alla sicurezza della Giordania e certamente di tutti i suoi vicini arabi, sarebbe una recente inchiesta della BBC su come i coloni si impadroniscono di vaste porzioni di terra attraverso avamposti agricoli, che sono illegali sia per le leggi israeliane che per il diritto internazionale.

A febbraio Moshe Sharvit, un colono sanzionato dal Regno Unito e dagli USA per violenze e intimidazioni contro palestinesi, ha organizzato una giornata a porte aperte nel suo avamposto, che è stata filmata.

Sharvit ha spiegato quanto fosse efficiente nell’occupare la terra: “Il rimpianto più grande di quando noi (coloni) abbiamo costruito gli insediamenti è stato che siamo rimasti all’interno delle recinzioni e non abbiamo potuto espanderci”, ha detto alla folla. “L’azienda agricola è molto importante, ma la cosa più importante per noi è l’area circostante.”

Sharvit ha sostenuto di controllare 7.000 dunam (7 Km2) di terra. I coloni ridono mentre intimoriscono, aggrediscono e sparano ai contadini palestinesi cacciandoli dalla loro terra. Sono truppe d’assalto che depredano vittime impotenti. Si pavoneggiano. Sorridono.

Vi sono ora 196 avamposti che sono illegali per le leggi israeliane. Sono raddoppiati negli ultimi cinque anni, molto prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre.

Sfido chiunque a guardare questo documentario e non sentire crescergli dentro la rabbia.

Sharvit non agisce da solo. L’associazione israeliana per i diritti umani Peace Now ha ottenuto dei documenti contrattuali che mostrano che due organizzazioni con legami ufficiali con lo Stato israeliano forniscono il denaro per queste appropriazioni di terreni.

Una di esse è Amana, che ha prestato 270.000 dollari ad un colono per costruire delle serre in un avamposto. Secondo l’inchiesta della BBC in una registrazione trapelata da una riunione di dirigenti nel 2021 si può sentire l’amministratore delegato di Amana, Ze’ev Hever, dire: “Negli ultimi tre anni… un’attività che abbiamo espanso è l’allevamento (degli avamposti). Oggi l’area (che controllano) è quasi due volte la dimensione degli insediamenti costruiti.”

Il Canada sanziona Amana per “azioni violente e destabilizzanti contro civili palestinesi e le loro proprietà in Cisgiordania”.

Un’altra organizzazione che dà aiuti agli avamposti per allevamento è l’Organizzazione Sionista Mondiale (WZO), la cui divisione per gli insediamenti è responsabile dell’amministrazione di alcuni terreni occupati da Israele nel 1967.

Questa divisione si definisce come un “braccio dello Stato israeliano”. Dispone anche di soci e partner internazionali. Almeno uno di loro è un’organizzazione benefica registrata in Gran Bretagna.

La BBC ha offerto a Amana e a WZO il diritto di replica, ma nessuna delle due ha risposto.

Middle East Eye ha offerto a WZO un’altra opportunità di esporre la sua tesi, ma al momento in cui scriviamo non è stato ricevuto nulla da loro.

Gli USA, il Canada e il Regno Unito sanzionano i coloni violenti, mentre lasciano liberi i loro finanziatori e soci di operare in Gran Bretagna e in America.

Come è possibile? Sicuramente questo merita un esame più accurato.

Alimentare odio

È difficile non concludere che i nostri governi si preoccupano solo dell’ultimo e più visibile legame in una catena internazionale che ha inizio da casa nostra.

È difficile distinguere tra i coloni e i soldati, che un giorno aggrediscono i contadini palestinesi e il giorno dopo vengono filmati mentre gli sparano.

È ancor più difficile tracciare un confine tra le colonie e gli avamposti e ciò che una volta affettuosamente ma erroneamente si definiva “l’Israele vero e proprio”.

Questo interessa, o dovrebbe interessare, agli USA, al Regno Unito, all’UE o ad ogni Paese europeo che sostiene di appoggiare la creazione di uno Stato palestinese. Perché è qui, in due terzi della terra della Cisgiordania, che la causa palestinese per l’autodeterminazione sta venendo affossata, come ben sa Smotrich.

Ogni appropriazione di ogni dunum di terra è un atto di guerra in questa battaglia, l’unica che conta. Ed è una guerra condotta dall’intero Stato di Israele e dall’intera comunità sionista in tutto il mondo.

Non esiste alcuna difesa del diritto di un tale Stato di “difendersi”, quando esso stesso è costantemente e silenziosamente all’attacco.

Non c’è da stupirsi che Israele alimenti e incentivi l’odio dei suoi vicini. Questo odio è ampiamente meritato. Casomai è sottovalutato.

Perché non è solo Israele che può giungere alla conclusione che “o noi o loro”. I suoi vicini possono fare altrettanto.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è cofondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla regione e analista dell’Arabia Saudita. È stato capo giornalista degli esteri per il Guardian e corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È arrivato al Guardian da The Scotsman, dove era corrispondente per l’educazione.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Editoriale | Perché Israele ha paura di permettere ai giornalisti stranieri di accedere a Gaza? Cosa nasconde?

11 settembre 2024 – Haaretz

Vietando ai giornalisti di entrare a Gaza, Israele impedisce non solo la copertura mediatica degli orrori della guerra, ma anche il riscontro in tempo reale delle rivendicazioni di Hamas – un interesse fondamentale di Israele

Dopo undici mesi di guerra, è possibile dire che le circostanze che Israele ha usato per giustificare l’interdizione dei media da Gaza non sono più valide e che occorre permettere l’accesso alla stampa estera affinché la guerra possa avere adeguata copertura mediatica.

A causa del controllo esercitato da Israele sui valichi di frontiera, ulteriormente rafforzato dopo la presa di Rafah, nessun giornalista straniero può mettere piede nella Striscia senza l’autorizzazione dello Stato. Il divieto assoluto per i giornalisti stranieri di entrare senza un accompagnatore dell’Unità Portavoce dell’esercito israeliano limita gravemente sia la capacità di fare informazione in modo indipendente sia il diritto del pubblico israeliano e mondiale di sapere cosa stia succedendo a Gaza.

Il ruolo del giornalista è quello di essere sul campo, di parlare direttamente con le persone e non solo con portavoce che rappresentano interessi costituiti, di percepire l’atmosfera e riferire gli eventi. Non c’è paragone tra un resoconto immediato, sul campo, e uno realizzato con la mediazione di terzi, interviste telefoniche e analisi condotte per mezzo di video e fermo-immagine.

Quando Israele impedisce ai giornalisti di andare a Gaza, non solo impedisce loro di raccontare gli orrori della guerra, ma anche di esaminare le dichiarazioni di Hamas in tempo reale – il che costituisce un chiaro interesse israeliano. Quando Israele impedisce ai giornalisti stranieri di testimoniare ciò che sta accadendo a Gaza, dobbiamo chiederci: che cosa vuole nascondere lo Stato? In che modo trae vantaggio dal fatto che i giornalisti non entrano a Gaza?

Se si impedisce ai giornalisti stranieri di fare il loro lavoro, la conseguenza è che l’onere della cronaca ricade sulle spalle dei giornalisti palestinesi, che subiscono in prima persona la guerra e le aspre condizioni di vita che essa impone.

Secondo i dati del Committee to Protect Journalists [Comitato per la protezione dei giornalisti], almeno 111 giornalisti palestinesi sono stati uccisi durante la guerra (di cui tre, secondo l’esercito israeliano, attivisti di Hamas o della Jihad Islamica palestinese) – cosa che rende ancora più urgente l’ingresso a Gaza di altri giornalisti.

Ad ogni modo, è proprio in tempo di guerra che assume più importanza la presenza di giornalisti che non siano parte in causa del conflitto: persone che possano raccontare l’evento senza timore di pressioni da parte della loro comunità o del loro governo. In tempo di guerra, al giorno d’oggi, quando nessuna immagine è al di sopra del sospetto di essere stata generata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, il ruolo del giornalista sul campo è più importante che mai.

Non c’è nulla di vero nell’affermazione dell’esercito secondo la quale l’accesso di giornalisti “embedded” [giornalisti che si recano sul campo tra le fila dell’esercito al quale si accompagnano e al quale sono perciò vincolati per quanto riguarda la libertà di movimento e il punto di vista sui fatti n.d.t.] sia un’alternativa adeguata all’accesso indipendente. Niente può sostituire l’ingresso indipendente, senza il quale i giornalisti non possono parlare liberamente con le persone del posto né recarsi in aree di interesse per il pubblico e i media. Non possiamo accettare una situazione in cui l’esercito determina le modalità della copertura giornalistica. Israele deve permettere ai giornalisti di entrare nella Striscia di Gaza, in modo che tutti possano capire meglio che cosa vi sta accadendo e che la “nebbia di guerra” [in gergo militare, la difficoltà di ottenere informazioni attendibili in contesti bellici n.d.t.] sia dissipata almeno in parte.

L’articolo sopra riportato è l’editoriale principale di Haaretz, pubblicato in lingua ebraica e inglese in Israele.

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Il fotografo palestinese Louay Ayoub vince un premio prestigioso in Francia

Redazione di Middle East Monitor

10 settembre 2024 – Middle East Monitor

Il fotografo palestinese Louay Ayoub ha vinto il prestigioso premio Visa Pour l’Image Festival per il suo video-documentario “The Gaza Tragedy”. Il festival, il più importante evento internazionale dedicato al fotogiornalismo, ha aperto la sua trentaseiesima edizione lo scorso fine settimana a Perpignan in Francia.

Il sindacato dei giornalisti palestinesi si è congratulato con Ayoub, definendo la sua vittoria un tributo a tutti i giornalisti che hanno rischiato la vita senza sosta per portare al mondo la verità su quanto sta accadendo a Gaza. Il sindacato ha sottolineato che il riconoscimento a Ayoub riflette in questo modo i suoi profondi impegno e professionalità nel documentare la sofferenza del popolo palestinese in mezzo all’aggressione israeliana in corso, che a Gaza ha già ucciso più di 41.000 persone e ferito altre 95.000, molte delle quali donne e minori.

Il documentario di Ayoub è stato selezionato come opera migliore da una commissione di foto redattori. Egli ha tenuto il discorso di accettazione attraverso un collegamento video e ha dedicato il suo premio a “tutti i giornalisti e i palestinesi che hanno perso la vita mentre facevano il loro lavoro a Gaza.”

Egli ha aggiunto che “è assolutamente essenziale per i giornalisti internazionali andare a Gaza, in primo luogo per documentare la guerra, ma anche perché ciò ci proteggerebbe un po’ di più dall’esercito [israeliano].”

L’agenzia Anadolu ha riferito che la sua citazione di Hamas come “il movimento di resistenza della Palestina” ha portato Louis Aliot, il sindaco di estrema destra di Perpignan, a chiedere che il premio gli fosse revocato.

Tuttavia gli organizzatori del festival hanno confermato la decisione dei giudici. Il direttore del festival, Jean-Francois Leroy, ha difeso la scelta della giuria in una intervista con l’agenzia spagnola di notizie EFE.

Non abbiamo mai avuto simili reazioni ostili eccetto riguardo alla guerra Israele-Hamas” ha affermato Leroy. “La nostra giuria è composta da foto redattori ed esperti internazionali. Che io sia personalmente d’accordo o meno, ho sempre rispettato le loro decisioni.”

Egli ha sottolineato le difficoltà incontrate dai giornalisti stranieri a Gaza, con le restrizioni imposte da Israele che rendono i giornalisti locali la fonte primaria di informazione dall’enclave.

Secondo la federazione internazionale dei giornalisti, dal 7 ottobre dello scorso anno Israele ha ucciso a Gaza almeno 170 giornalisti, inclusi professionisti di varie nazionalità. Tra le vittime famose ci sono stati il fotogiornalista Ali Jadallah di Anadolu, la cui famiglia è stata uccisa da un attacco israeliano alla sua casa, e il cameraman freelance Muntasir Al-Sawaf che è stato ucciso da un attacco aereo israeliano.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Guerra a Gaza: un massiccio attacco israeliano sulle tende degli sfollati palestinesi uccide almeno 40 persone

Ahmed Abd el Aziz

Nader Durgham

10 settembre 2024Middle East Eye

Israele afferma di aver colpito un centro di comando di Hamas ad al-Mawasi, sebbene i sopravvissuti palestinesi abbiano detto a MEE che non c’erano combattenti nella zona

Martedì gli attacchi aerei israeliani su una cosiddetta “zona umanitaria” nella zona meridionale di al-Mawasi a Gaza hanno ucciso almeno 40 persone hanno affermato le autorità sanitarie locali. Gli attacchi hanno preso di mira almeno 20 tende che ospitavano i palestinesi sfollati nella zona costiera vicino alla città di Khan Younis.

Testimoni oculari hanno riferito all’AFP [Agenzia France Presse, n.d.t.] che almeno cinque razzi sono caduti nella zona e i servizi di emergenza hanno affermato che gli attacchi hanno creato crateri profondi fino a nove metri. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver attaccato un centro di comando di Hamas “camuffato nell’area umanitaria di Khan Younis” e che “sono state prese molte misure per ridurre le possibilità di danneggiare i civili, tra cui l’uso di armi di precisione, sorveglianza aerea e informazioni di intelligence aggiuntive”.

L’esercito [israeliano, n.d.t.] ha affermato che l’attacco aveva come obiettivo dei leader di Hamas, tra cui Samer Ismail Hader Abudaqa, identificato come il capo dell’unità aerea del movimento palestinese;,Osama Tabash, definito il capo della sorveglianza e degli obiettivi nella divisione di intelligence di Hamas e Ayman Mabhouh, un altro alto funzionario.

Non ha portato prove a sostegno di nessuna delle sue affermazioni.

Hamas ha negato le accuse sostenendo che “le affermazioni dell’esercito di occupazione fascista sulla presenza di elementi della resistenza nel sito preso di mira sono una palese menzogna”.

L’organizzazione di ricerca e soccorso della difesa civile di Gaza ha affermato che l’esercito israeliano ha utilizzato “missili con un’esplosione molto potente” e ha stimato che si è trattato di “uno dei massacri più orribili dall’inizio della guerra israeliana a Gaza”.

Non ha senso”

Um Mahmoud, un palestinese sfollato ad al-Mawasi, ha descritto di aver visto donne e bambini “fatti a pezzi” dopo gli attacchi.” Siamo qui da nove mesi, non abbiamo visto un solo membro della resistenza entrare nella zona”, ha detto Mahmoud a Middle East Eye.

Alaa al-Shaer, che è rimasto nel campo profughi con la sua famiglia, ha detto di avere un messaggio per gli israeliani “che stanno conducendo un genocidio contro di noi”. “Ho mia sorella, i miei figli, le mie figlie. Vi sembra possibile che permetta la presenza tra loro di qualcuno ricercato dagli israeliani? Non ha senso”. “Gli israeliani hanno detto, ‘andate nelle zone sicure’ ed è quello che la gente ha fatto”, ha aggiunto.

Le riprese video delle conseguenze immediate mostrano i palestinesi che scavano disperatamente nei profondi crateri per cercare i loro cari e la difesa civile che afferma che “intere famiglie” sono “scomparse” sepolte nella sabbia.

Mentre il sole sorgeva molte persone si sono dirette verso la zona per cercare di sostenere i soccorsi. Altri stavano guardando tra i resti delle loro tende, presumibilmente nel tentativo di recuperare qualcosa. Coloro che cercavano di andarsene hanno lottato per farsi strada attraverso i giganteschi crateri lasciati nel terreno.

In lacrime, in piedi fuori dall’ospedale Nasser di Khan Younis, una donna piangeva la morte della sorella uccisa nell’attacco.

“Mia sorella è stata martirizzata, aveva 35 anni”, ha raccontato a Middle East Eye. “Suo marito è scomparso quando gli israeliani lo hanno preso sei mesi fa”.

La donna, che si trovava a una sola strada di distanza dalla tenda della sorella, dice che quest’ultima ha lasciato sei figlie e due figli maschi.

“Come puoi vedere una ragazza rimanere orfana? Nessuna madre, nessun padre, nessun nonno, nessuno”, afferma.

Quasi tutti i 2,1 milioni di abitanti di Gaza sono stati ripetutamente sfollati a causa dei continui attacchi israeliani e molti di loro sono stati costretti a fuggire in quella che Israele descrive come una “zona umanitaria” nella parte meridionale dell’enclave. Israele riduce ripetutamente l’area designata come zona umanitaria sostenendo che alcuni luoghi sono stati utilizzati da Hamas e costringe i palestinesi a trasferirsi in un’area in continua contrazione che è stata anche in passato bombardata da Israele.

Organizzazioni per i diritti umani ed esperti delle Nazioni Unite hanno accusato Israele di punizioni collettive contro i palestinesi sin dall’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre, incluso l’uso della fame come arma di guerra. Da allora, le forze israeliane hanno ucciso nell’enclave più di 41.000 palestinesi

la maggior parte dei quali sono donne e bambini.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)