Festival del cinema di Venezia: la regista ebrea Sarah Friedland elogiata per il discorso di solidarietà alla Palestina

Mera Aladam

9 settembre 2024 – Middle East Eye

La regista americana ha detto che stava ricevendo il premio Luigi De Laurentiis per il miglior primo film nel ‘336esimo giorno del genocidio di Israele a Gaza e nel 76esimo anno di occupazione’

Su internet molte persone hanno manifestato apprezzamento alla regista ebrea americana Sarah Friedland dopo che al festival del cinema di Venezia ha espresso solidarietà con i palestinesi nel bel mezzo dell’attuale guerra a Gaza.

Friedland, che sabato ha vinto il Leone del Futuro – Premio ‘Luigi de Laurentiis’ a Venezia per un film d’esordio e il premio Orizzonti per la miglior regia per il suo film Familiar Touch – ha detto che stava ricevendo il premio nel “336esimo giorno del genocidio di Israele a Gaza e nel 76esimo anno di occupazione.”

Credo che come registi abbiamo la responsabilità di utilizzare le piattaforme istituzionali con cui lavoriamo per rimediare all’impunità di Israele a livello mondiale”, ha proseguito la regista, tra gli applausi e le acclamazioni del pubblico.

Di lì in poi vi è stata un’ondata di gradimenti online per Friedland, la cui affermazione è diventata virale sui social media.

Gran bel modo di utilizzare la tua piattaforma”, ha detto lo studioso americano islamico Omar Suleiman in un post su X, già conosciuto come Twitter.

Sarah Friedland merita un altro premio mondiale per il suo coraggio senza precedenti di schierarsi dalla parte dei palestinesi oppressi”, ha scritto un altro utente.

Diversi utenti si sono detti interessati a vedere il suo film, in particolare un post afferma: “Dobbiamo sostenere quei pochi coraggiosi che si esprimono apertamente in un’industria [quella dei social media, ndt] che vergognosamente ostracizza chi si oppone all’apartheid e al genocidio israeliani.”

Parecchi utenti hanno definito il discorso di Friedland “coraggioso”, riferendosi alle potenziali reazioni che avrebbe ricevuto. Dall’inizio della guerra di Israele contro Gaza artisti, attivisti per i diritti e altri personaggi pubblici hanno detto di essere stati messi a tacere e di aver subito censure per aver espresso sentimenti filo palestinesi.

Sapeva delle terribili e infamanti accuse che le avrebbero lanciato contro quando ha preso posizione e lo ha fatto ugualmente”, ha scritto su X un utente.

La scrittrice e giornalista pachistana Fatima Bhutto ha detto: “Sarah Friedland ha letteralmente più cuore e fegato di chiunque in tutta Hollywood”.

Le parole di Friedland giungono nel momento in cui la guerra di Israele contro la Striscia di Gaza si avvicina a compiere un anno.

Secondo funzionari palestinesi dal 7 ottobre sono state uccise almeno 41.000 persone a Gaza, anche se questa è considerata una stima prudente.

A luglio esperti hanno dichiarato in una lettera alla rivista medica The Lancet che il reale numero di vittime palestinesi uccise a Gaza potrebbe essere superiore a 186.000.

Reazioni contro Friedland

Alcuni utenti di social media e scrittori hanno condannato le parole di Friedland, definendola una “ebrea che odia sé stessa”, una “ebrea assimilata privilegiata” e altri insulti razzisti.

In una lettera aperta a Friedland il giornalista israeliano Ben-Dror Yemini la ha criticata “per essere diventata uno strumento di propaganda di Hamas”.

No, Sarah Friedland, non sei coraggiosa. Sei parte della mentalità del gregge, della sua moda”, ha scritto Yemeni in un pezzo pubblicato su Ynet. “Se ci sono sempre più voci come la tua, di odio per Israele, la Jihad nel mondo diventerà più forte – e poi verranno anche da te. Non c’è immunità per chi ha sostenuto Hamas, come non c’è immunità per i musulmani, che sono le principali vittime della Jihad.”

Molti utenti hanno risposto a queste critiche dicendo che “Sarah è dalla parte giusta della storia.”

Non è la prima volta che la regista vincitrice del premio si è schierata per la causa palestinese.

All’inizio di quest’anno, durante le festività della pasqua, Friedland ha pubblicato un post su X dicendo di aver “passato la seconda notte di pasqua in arresto insieme a centinaia di altri ebrei antisionisti ad un Seder (pasto rituale) improvvisato davanti alla porta di Schumer [leader maggioranza democratica al Senato, l’ebreo con la più alta carica istituzionale negli USA, n.d.r.] chiedendo l’interruzione dei finanziamenti USA al genocidio e il disinvestimento da Israele.”

Friedland si è anche unita alle proteste pro Palestina fin dall’inizio della guerra lo scorso anno. In un caso si è unita a 1.500 ebrei antisionisti che hanno bloccato il ponte di Manhattan a New York, chiedendo un cessate il fuoco permanente a Gaza e la fine dell’occupazione di Israele.

MEE ha contattato Friedland per un commento.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Per il New York Times non tutti gli americani uccisi in Palestina sono uguali

Lara-Nour Walton  

9 settembre 2024 – Mondoweiss

Quando un governo straniero e i suoi cittadini uccidono un americano ciò in genere suscita l’indignazione dei media statunitensi. Ma la recente ondata di violenza di Israele contro americani, compresa l’uccisione di Ayşenur Ezgi Eygi, ha ricevuto pochissimo spazio.

La ventiseienne americana Ayşenur Ezgi Eygi è arrivata in Palestina solo tre giorni prima che le forze israeliane le sparassero in testa. Al momento della sua morte, il 6 settembre, stava protestando pacificamente contro le colonie illegali nel villaggio di Beita, nella Cisgiordania occupata. Questa uccisione è ordinaria amministrazione. Israele ha una storia di omicidi di cittadini americani a sangue freddo. All’inizio del nuovo secolo c’è stato uno stillicidio di uccisioni ogni anno. Nel 2003 un soldato dell’esercito israeliano che guidava un Caterpillar D9 passò ripetutamente sul corpo di Rachel Corrie, cittadina statunitense che stava cercando di fermare la demolizione di una casa palestinese. Morì schiacciata.

Poi, nel 2010, il diciannovenne Furkan Doğan cadde vittima del fuoco israeliano a bordo di una nave in acque internazionali. Il cittadino americano stava tentando di consegnare aiuti umanitari alla Striscia di Gaza assediata.

Era il 2016 quando Mahmoud Shaalan, che indossava una felpa North Face e jeans, uscì per andare a trovare sua zia. Non ci arrivò, un soldato israeliano sparò a morte all’adolescente della Florida a un checkpoint in Cisgiordania.

Il 2022 è stato un anno letale, inaugurato dal brutale arresto e conseguente morte dell’americano-palestinese Omar Abdulmajeed Asaad. Il ministero della Sanità palestinese ha affermato che l’ottantenne Asaad, che era stato preso durante una retata nella sua città natale, ha avuto un attacco di cuore “provocato molto probabilmente dal pestaggio e aggravato dalla lunga costrizione e poi dall’abbandono con le manette ai polsi per varie ore in un edificio… in una notte freddissima.”

Poi, ovviamente, nel 2022 c’è stata Shireen Abu Akleh. La giornalista americana di Al Jazeera indossava un giubbotto chiaramente contrassegnato dalla scritta “STAMPA” quando è stata assassinata da un cecchino dell’esercito israeliano.

Ma, mentre Israele continua a condurre la sua guerra a Gaza, che ormai è costata la vita ad almeno 40.000 palestinesi, quello stillicidio di uccisioni di cittadini USA è improvvisamente diventato una cascata. La morte di Eygi è stata preceduta dagli omicidi di due diciassettenni americani, Mohammad Khdour e Tawfic Abdel Jabbar, e del dipendente di World Central Kitchen [ong statunitense che si occupa di aiuti alimentari, ndt.] Jacob Flickinger. Ad agosto l’insegnante americano Amado Sison è stato colpito e ferito durante la stessa protesta settimanale contro le colonie in cui è stata uccisa Eygi.

Quando un governo straniero e i suoi cittadini uccidono un americano dietro l’altro è ragionevole supporre che questo comportamento susciti un minimo di indignazione nei media statunitensi. Ma la recente ondata di violenza di Israele contro americani, compresa l’uccisione di Ayşenur Ezgi Eygi, ha ricevuto pochissimo spazio.

Fino al 6 settembre il presunto giornale di riferimento, The New York Times, non aveva pubblicato un solo articolo riguardante Khdour o Sison. I nomi di Jabbar e Flickinger insieme sono stati citati in otto articoli – quello di Jabbar in due, Flickinger in sei.

Di contro l’uccisione da parte di Hamas dell’ostaggio americano Hersh Goldberg-Polin ha attirato un’attenzione molto maggiore sui media. Dalla sua esecuzione, il primo settembre, il nome di Goldberg-Polin il 6 settembre era già apparso in 26 articoli e newsletters del New York Times.

Mentre la scarsa informazione sulla morte di palestinesi è una tendenza che ha segnato a lungo il New York Times e più in generale i grandi media, ora risulta che il solo fatto di schierarsi con la causa palestinese toglie rilevanza alla propria morte, anche se le vittime della violenza di stato di Israele sono americane.

Nella sua scarsa informazione sulle morti che hanno preceduto quella di Eygi, il New York Times ha dimenticato di evocare, anche solo una volta, la consolidata storia di uccisioni di cittadini americani da parte di Israele. Senza che venga incluso questo contesto fondamentale, come può un lettore cogliere eventualmente la portata di questo fenomeno?

Subito dopo la morte di Eygi, l’informazione del New York Times non è migliorata. Il 6 settembre il giornale ha intitolato “Donna americana colpita e uccisa durante una protesta in Cisgiordania.” Evidentemente il Times non pensa che ciò sia abbastanza degno di nota da includere nel titolo la responsabilità di Israele per l’omicidio. Di fatto un lettore avrebbe dovuto superare tre paragrafi prima di scoprire una frase esplicita che suggerisce la responsabilità dell’esercito israeliano. Avrebbe dovuto avventurarsi ancora più in basso, dopo le citazioni di Anthony Blinken sull’importanza di “raccogliere informazioni” prima di arrivare a delle conclusioni, per trovare il racconto di un testimone oculare che accusa [i soldati israeliani] dell’uccisione.

Più tardi quel giorno il Times ha pubblicato “Aysenur Eygi, l’attivista americana uccisa in Cisgiordania, è stata una organizzatrice delle proteste nei campus,” rifiutando ancora di incolpare nel titolo il fuoco israeliano.

L’approccio assolutorio del New York Times nel raccontare questa tragedia non è unico. Altri importanti mezzi d’informazione americani hanno evitato allo stesso modo di affrontare la questione del responsabile, tenendo la parola “Israele” lontano dai titoli:

  • Attivista americana colpita a morte alla testa in Cisgiordania (ABC, 9/6/24)

  • Cittadina americana uccisa durante una protesta contro i coloni in Cisgiordania (USA Today, 9/6/24)

  • Attivista americana colpita a morte nella Cisgiordania occupata (Politico, 9/6/24)

  • Donna americana, 26 anni, muore dopo essere stata colpita alla testa in Cisgiordania (New York Post, 9/6/24)

Tuttavia, data la sua diffusione e reputazione nazionale di affidabilitè, è più grave quando il New York Times non rispetta il suo dovere di utilizzare un linguaggio esplicito. Ciò è particolarmente vero quando, di fronte alla violenza israeliana verso americani, il governo USA continua a concedere carta bianca. Perché se il quarto potere, il presunto cane da guardia del governo americano, non può nemmeno chiedere a Israele di darne conto, allora chi lo farà?

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’inquirente dell’ONU accusa Israele di “strage per fame” a Gaza ma Netanyahu nega

Edith M. Lederer

7 settembre 2024, AssociatedPressNews

NAZIONI UNITE (AP) — L’inquirente indipendente delle Nazioni Unite sul diritto al cibo ha accusato Israele di star conducendo una “strage per fame” contro i palestinesi nel corso della guerra a Gaza, un’accusa che Israele nega con veemenza.

In un rapporto di questa settimana l’inquirente Michael Fakhri ha affermato che è iniziata due giorni dopo l’attacco a sorpresa di Hamas nel sud di Israele che ha ucciso circa 1.200 persone, quando in risposta l’offensiva militare di Israele ha bloccato del tutto il cibo, l’acqua, il carburante e altre forniture a Gaza.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che le accuse a Israele di limitare gli aiuti umanitari sono “oltraggiosamente false”.

“Una deliberata politica di carestia? Si può dire qualsiasi cosa, ma non per questo è vera”, ha detto in una conferenza stampa mercoledì.

In seguito a un’intensa pressione internazionale in particolare da parte degli Stati Uniti, uno stretto alleato, il governo di Netanyahu ha gradualmente aperto diversi valichi di frontiera per consegne strettamente controllate. Fakhri ha affermato che inizialmente i pochi aiuti sono andati principalmente a Gaza meridionale e centrale e non al nord, dove Israele aveva ordinato ai palestinesi di spostarsi.

Professore presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università dell’Oregon, Fakhri è stato nominato dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite con sede a Ginevra inquirente, o relatore speciale, sul diritto al cibo e ha assunto il ruolo nel 2020.

“A dicembre i palestinesi di Gaza rappresentavano l’80% delle persone al mondo che soffrono una carestia o una fame catastrofica”, ha affermato Fakhri. “Mai nella storia del dopoguerra una popolazione è stata costretta a soffrire la fame in tempi così brevi e così radicalmente come nel caso dei 2,3 milioni di palestinesi che vivono a Gaza”. Fakhri, che tiene corsi di diritto sui diritti umani, diritto alimentare e sviluppo, ha avanzato le accuse in un rapporto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite pubblicato giovedì. Afferma che tutto è iniziato 76 anni fa, con l’indipendenza di Israele e il suo continuo dislocamento dei palestinesi. Accusa Israele di aver utilizzato da allora “l’intera gamma di tecniche di fame e carestia contro i palestinesi, perfezionando il grado di controllo, sofferenza e morte che si può causare attraverso il sistema alimentare”.

Da quando è iniziata la guerra a Gaza Fakhri ha detto di aver ricevuto segnalazioni dirette della distruzione del sistema alimentare del territorio, compresi i terreni agricoli e la pesca, distruzione documentata e riconosciuta anche dalla Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite e da altri.

“Israele ha poi utilizzato gli aiuti umanitari come arma politica e militare per danneggiare e uccidere il popolo palestinese a Gaza”, ha affermato.

Israele insiste sul fatto che non pone più restrizioni al numero di camion di aiuti che entrano a Gaza, compresi quelli alimentari.

Alla conferenza stampa di mercoledì Netanyahu ha citato cifre del COGAT, l’organismo militare israeliano che supervisiona l’ingresso degli aiuti a Gaza, secondo cui 700.000 tonnellate di prodotti alimentari sono state autorizzate a entrare a Gaza dall’inizio della guerra 11 mesi fa.

Secondo i dati del COGAT quasi la metà degli aiuti alimentari degli ultimi mesi è stata importata dal settore privato per essere venduta nei mercati di Gaza. Tuttavia molti palestinesi a Gaza affermano di avere difficoltà a permettersi cibo a sufficienza per le loro famiglie. Israele consente ai camion di aiuti di attraversare due piccoli valichi a nord e un valico principale a sud, Kerem Shalom. Tuttavia, dall’invasione israeliana a maggio della città meridionale di Rafah, l’ONU e altre agenzie umanitarie affermano di avere difficoltà a raggiungere l’area di Kerem Shalom a Gaza per scaricare gli aiuti per la distribuzione gratuita perché le operazioni militari di Israele lo rendono troppo pericoloso.

Il portavoce delle Nazioni Unite Stephane Dujarric ha definito la situazione umanitaria a Gaza “oltre la catastrofe”, con più di 1 milione di palestinesi che non hanno ricevuto alcuna distribuzione alimentare in agosto e un calo del 35% delle persone che hanno ricevuto pasti cucinati ogni giorno. Giovedì l’Ufficio Umanitario delle Nazioni Unite ha affermato che la forte riduzione dei pasti cucinati è dovuta in parte ai molteplici ordini di evacuazione delle forze di sicurezza israeliane che hanno costretto almeno 70 delle 130 cucine a sospendere o trasferire le loro operazioni. I partner umanitari delle Nazioni Unite non avevano peraltro scorte alimentari sufficienti per soddisfare i requisiti di due mesi di seguito nella parte centrale e meridionale di Gaza, ha aggiunto Dujarric. Ha affermato che le gravi carenze di rifornimenti a Gaza derivano da combattimenti, insicurezza, strade danneggiate e ostacoli e limitazioni di accesso da parte di Israele.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La guerra di Gaza è una catastrofe ambientale

Nathalie Rozanes

5 settembre 2024 – +972 Magazine

Rifiuti tossici, malattie trasmesse dall’acqua, vaste emissioni di biossido di carbonio: la dott.ssa Mariam Abd El Hay descrive gli innumerevoli danni dell’ attacco di Israele agli ecosistemi della regione.

“Sempre più gravi carenze di acqua ed elettricità. Inondazioni catastrofiche in aree densamente urbanizzate. Insicurezza alimentare esacerbata da improvvisi aumenti delle temperature, riduzione complessiva delle precipitazioni e l’impatto a lungo termine di sostanze chimiche tossiche”.

Questo è ciò che i climatologi Khalil Abu Yahia, Natasha Westheimer e Mor Gilboa avevano previsto più di due anni fa in un loro articolo su +972 Magazine riguardo al futuro a breve termine di Gaza. Il bombardamento incessante della Striscia da parte di Israele negli ultimi 11 mesi ha causato conseguenze umanitarie indicibili, ma avrà anche effetti drammatici e duraturi sull’ambiente naturale di Gaza, già in pericolo, e certamente su quello dell’intera regione.

È quasi impossibile pensare alla crisi climatica in mezzo a così tanta morte e distruzione”, ha scritto Westheimer lo scorso novembre, dopo che Abu Yahia è stato ucciso in un attacco aereo israeliano. Ma la realtà è che questultimo mese Gaza è sprofondata ancora di più in una crisi umanitaria e i suoi due milioni di residenti sono più esposti che mai agli impatti del cambiamento climatico”.

A giugno il Center for Applied Environmental Diplomacy [Centro per la diplomazia ambientale applicata] presso l’Arava Institute for Environmental Studies ha pubblicato un nuovo ampio rapporto sull’impatto ambientale dell’attuale attacco di Israele a Gaza. Il rapporto comprende una miriade di danni ambientali legati alla guerra, dalla grande quantità di polvere tossica rilasciata dai bombardamenti sugli edifici al crollo della gestione dei rifiuti, dalla distruzione degli impianti di trattamento delle acque alla proliferazione di malattie trasmesse dall’acqua.

Sebbene siano i palestinesi di Gaza ad affrontare la minaccia più grave, il rapporto chiarisce che l’intero territorio tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo fa parte di un unico ecosistema, in cui salute e ambiente sono interconnessi in un fragile equilibrio. Ciò è risultato particolarmente evidente con la recente scoperta del poliovirus nelle acque reflue di Gaza. L’esercito israeliano ha iniziato a somministrare dosi di richiamo contro la poliomielite ai soldati israeliani prima di accettare finalmente una campagna di vaccinazione per i bambini palestinesi presenti nel territorio di età inferiore ai 10 anni; Israele si è mostrato anche improvvisamente interessato a ricostruire l’infrastruttura per il trattamento delle acque reflue che aveva distrutto.

Il rapporto evidenzia anche il legame tra conflitto armato e riscaldamento globale. Il 21 luglio il pianeta ha vissuto il giorno più caldo mai registrato; in Medio Oriente le temperature stanno aumentando in media a una velocità doppia rispetto al resto del mondo.

Per comprendere meglio l’impatto ambientale della guerra +972 ha parlato con la dott.ssa Mariam Abd El Hay, ricercatrice in dinamiche sociali e impatti ambientali dei conflitti e cittadina palestinese di Israele della città di Tira. Abd El Hay è l’autrice del nuovo rapporto cui hanno contribuito anche Elaine Donderer e il dott. David Lehrer, direttore del centro. L’intervista è stata rivista per motivi di lunghezza e chiarezza.

Qual è la situazione ambientale a Gaza in questo momento?

La situazione è estremamente allarmante. Prima del 7 ottobre l’ambiente di Gaza era già in condizioni di grande precarietà. Anni di campagne israeliane di bombardamenti, restrizioni alle importazioni israeliane ed egiziane e una governance disfunzionale avevano portato a carenze croniche di energia elettrica e ritardato la costruzione di strutture essenziali. L’accesso di Gaza all’acqua pulita era criticamente basso, caratterizzato dalla dipendenza da tre condotte israeliane, e il 97% dell’acqua potabile era contaminata e non sicura. Le infrastrutture per il trattamento dei rifiuti e dell’acqua erano già compromesse, il che determinava una combustione incontrollata dei rifiuti nelle discariche, un inquinamento dell’aria e del suolo e la contaminazione delle falde acquifere dovuta al percolato.

Ma durante la guerra il degrado ambientale a Gaza è peggiorato esponenzialmente: mentre i bombardamenti di Israele distruggevano le infrastrutture, una quantità incontrollata di polvere tossica è stata rilasciata nell’aria e la gestione delle acque reflue è completamente crollata a causa della carenza di carburante.

Ad aprile la distruzione di edifici in tutta la Striscia di Gaza aveva prodotto circa 37 milioni di tonnellate di detriti. Quando gli edifici vengono danneggiati o crollano rilasciano nell’ambiente nuvole di fumo, polvere tossica e gas nocivi.

Le esplosioni frantumano i materiali da costruzione in minuscoli pezzi, che rilasciano nell’ambiente particelle tossiche poi assorbite dagli esseri umani. Anche se la massima esposizione a queste tossine avviene al momento dell’esplosione, le microparticelle di polvere e cenere tossica vengono disperse dal vento e impregnano le persone a piedi e i veicoli in movimento. Inoltre l’esercito israeliano ha utilizzato il fosforo bianco, un’arma incendiaria altamente tossica. Di conseguenza, mentre i cittadini di Gaza affrontano i rischi più gravi per la salute, palestinesi, israeliani e tutti gli altri esseri viventi nella regione continueranno a soffrirne le conseguenze per gli anni a venire.

A Gaza l’amianto, che è altamente cancerogeno sotto forma di polvere, è comunemente utilizzato nell’edilizia, con ulteriore incremento del rischio di cancro per inalazione. Era già stato trovato nella polvere tossica in seguito al bombardamento israeliano della Striscia nel 2021.

A causa della guerra in corso è impossibile convalidare sul campo le nostre risultanze, ma possiamo stimare il tipo e la quantità di sostanze chimiche rilasciate nell’ambiente di Gaza da estesi bombardamenti utilizzando la nostra conoscenza sui materiali da costruzione locali, sui dati storici relativi ad aree di conflitto e su incidenti passati, come gli attacchi dell’11 settembre a New York. Oltre due decenni dopo le persone sono ancora alle prese con problemi di salute correlati ai detriti e alla polvere, tra cui malattie delle vie aerodigestive e tumori.

Quali sono le preoccupazioni ambientali e sanitarie associate al crollo dell’infrastruttura per il trattamento dei rifiuti di Gaza?

Decine di migliaia di tonnellate di rifiuti residenziali si sono accumulate nelle strade e nelle discariche informali, a causa della carenza di carburante necessario per far funzionare i macchinari per il trattamento dei rifiuti. Ciò può portare all’inquinamento del suolo e delle falde acquifere, nonché contribuire a un’eccessiva fioritura di alghe lungo la costa, mettendo in pericolo la vita marina e i bagnanti.

Una gestione inadeguata dei rifiuti sta anche attirando animali, come i ratti, che possono trasmettere malattie agli esseri umani. Inoltre le alte temperature e l’umidità estive della nostra regione creano le condizioni perfette per lo sviluppo e la riproduzione dei batteri.

Con il crollo del sistema sanitario di Gaza i palestinesi non hanno potuto ricevere cure adeguate sin dallo scoppio della guerra. È un miracolo che non stiamo ancora assistendo a epidemie ancora peggiori a Gaza e in tutta Israele-Palestina, ma è inevitabile che accada.

Sappiamo quanti rifiuti tossici sono stati prodotti?

Si stima che la guerra in corso abbia già prodotto almeno 900.000 tonnellate di rifiuti tossici. Questi inquinanti, che includono materiali radioattivi e cancerogeni, metalli pesanti, pesticidi e altre sostanze chimiche, emessi sia attraverso l’uso di munizioni militari sia in seguito alla distruzione di edifici, persistono nell’ambiente, rappresentando una minaccia per tutte le forme di vita, compresi animali e vegetazione. Contaminano il suolo, l’aria e le fonti d’acqua, mettendo a repentaglio gli ecosistemi.

Un ecosistema particolarmente minacciato dal deflusso di rifiuti tossici è Wadi Gaza, una riserva naturale all’interno della Striscia. Ricca di biodiversità, questa distesa di terra larga nove chilometri corre verso ovest dalla recinzione di confine fino al mare. È un’estensione del torrente Besor, che scorre da Hebron in Cisgiordania attraverso Be’er Sheva in Israele fino al Mar Mediterraneo. Gli uccelli acquatici locali e gli uccelli migratori che viaggiano attraverso i continenti utilizzano le zone umide costiere di quest’area come habitat.

Può dirci di più sullo stato del trattamento delle acque a Gaza?

La situazione era già estremamente critica dato che Israele controlla da tempo l’approvvigionamento idrico di Gaza, ma è stata gravemente peggiorata dalla guerra. Tra le infrastrutture ora danneggiate o distrutte ci sono pozzi di acqua potabile, reti idriche come pompe e bacini, strutture igienico-sanitarie, reti fognarie, impianti di desalinizzazione, infrastrutture per le acque piovane, scarichi fognari marini e impianti di trattamento delle acque reflue. Inoltre a metà novembre la mancanza di carburante ha reso inevitabile la chiusura di tutti e cinque gli impianti di trattamento delle acque reflue di Gaza e la maggior parte delle sue 65 stazioni di pompaggio, come riportato da Oxfam.

Prima della guerra 13.000 metri cubi di liquami grezzi fluivano nel mare da Gaza ogni giorno. Ma ora, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) stima che questa cifra sia salita vertiginosamente fino a 130.000 metri cubi al giorno. E a causa della distruzione degli impianti di trattamento delle acque reflue le persone sono costrette a consumare acqua salmastra e contaminata e a usarla per cucinare, lavare e per l’igiene personale.

Le conseguenze per la salute derivanti dal consumo di acqua contaminata sono disastrose, soprattutto per i bambini, che costituiscono il 47% della popolazione di Gaza. Aumenta significativamente il rischio di colera, tifo, poliomielite e altre malattie correlate all’acqua. Già a novembre l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha avvertito che le malattie infettive associate alla scarsità e alla contaminazione dell’acqua potrebbero alla fine uccidere a Gaza più persone della stessa violenza militare.

Inoltre, ricercatori e medici hanno recentemente sollevato il problema dell’emergere e il diffondersi di batteri resistenti al trattamento antibiotico in base al fenomeno della resistenza agli antibiotici (AMR). L’acqua contaminata può anche facilitare il contatto tra batteri e metalli pesanti rilasciati dagli esplosivi, che sono un fattore che contribuisce all’AMR.

Come si diffondono queste malattie trasmesse dall’acqua?

I batteri che causano queste malattie possono vivere in corsi d’acqua salmastra e acque costiere e, una volta trasmessi agli esseri umani, si diffondono attraverso il consumo di acqua o cibo contaminati dalle feci di una persona infetta.

Le acque reflue permeano le strade e i corsi d’acqua e si infiltrano nel terreno, contaminando il cibo e attraversando la recinzione tra Israele e Gaza attraverso Wadi Gaza, il Mar Mediterraneo e la falda acquifera, una fonte d’acqua sotterranea che si estende dalla penisola del Sinai in Egitto alla costa israeliana lungo il Mediterraneo orientale. La falda acquifera è permeabile, poco profonda e senza confini, con acque sotterranee che scorrono dall’entroterra al Mar Mediterraneo.

Inoltre il flusso delle acque costiere riveste un’importanza cruciale: a causa delle correnti mediterranee le acque reflue che raggiungono la costa di Gaza scorrono verso sud e possono infettare le persone lungo la costa egiziana.

Può chiarire la correlazione tra la guerra e le emissioni di gas serra?

Semplicemente il nostro pianeta non può sostenere un conflitto armato. L’uso delle armi in sé e la detonazione di esplosivi rilasciano nell’atmosfera grandi quantità di gas serra, il principale motore del cambiamento climatico, e di particolato. Si stima che il 5,5 percento delle emissioni di gas serra del mondo sia il risultato di attività militari.

Solo nella giornata del 7 ottobre l’attacco di Hamas ha emesso circa 646 tonnellate di anidride carbonica. Poi, solo nei primi due mesi di guerra, il bombardamento aereo e l’invasione terrestre di Gaza da parte di Israele hanno emesso circa 281.000 tonnellate di CO2.

Questo volume di emissioni causato dall’esercito israeliano in quei primi due mesi equivale alla combustione di circa 150.000 tonnellate di carbone. Ho fatto un rapido calcolo in modo che possiamo visualizzare qualcosa di concreto: bruciare quella quantità di carbone rappresenta circa 24.772 anni di consumo di elettricità da parte di una famiglia.

Inoltre, secondo l’Autorità per la Natura e i Parchi di Israele, gli attacchi di Hezbollah dall’altra parte del confine libanese (dal 7 ottobre oltre 7.500 razzi, missili e droni) hanno causato la combustione di 8.700 ettari nel nord di Israele a causa degli oltre 700 incendi boschivi. Si tratta di un’area 12 volte più grande di quella interessata dagli incendi degli anni precedenti, in una regione che già ogni estate brucia con sempre maggiore frequenza.

Queste foreste e terreni agricoli ospitano animali e piante rare e assorbono circa sette tonnellate di anidride carbonica per ettaro all’anno, più o meno l’equivalente delle emissioni medie di un’auto e mezza in un anno. Quindi abbiamo già perso una capacità di assorbimento equivalente alle emissioni medie annuali di 5.800 auto.

Secondo il programma Land and Natural Resources dell’Università di Balamand gli attacchi israeliani nel Libano meridionale hanno bruciato circa 4.000 ettari, il che significa una perdita di capacità di assorbimento addizionale equivalente alle emissioni di circa 2.600 auto. Per fare un paragone, nei due anni precedenti, l’area totale bruciata dagli incendi in Libano è stata di 500-600 ettari. Con la minaccia di un’ulteriore escalation al confine tra Israele e Libano, questo potrebbe essere solo l’inizio.

Nel caso delle auto il modo in cui vengono prodotte le emissioni appare chiaro. Come fa l’esercito a produrre emissioni così elevate?

Le fonti di queste emissioni includono la produzione e la detonazione di esplosivi, artiglieria, razzi, nonché operazioni aeree, manovre di carri armati e consumo di carburante per veicoli. Solo dal 7 ottobre alla fine di dicembre, e ora siamo a otto mesi di bombardamenti, le forze israeliane hanno sganciato sulla Striscia di Gaza oltre 89.000 tonnellate di esplosivi. Inoltre, durante quei primi tre mesi sono stati effettuati 254.650 voli militari.

Come ha sostenuto Amitav Gosh, “nell’era del riscaldamento globale, nulla è davvero lontano”. Come si faranno sentire gli effetti del cambiamento climatico e del riscaldamento globale in Israele-Palestina e nell’area più vasta?

Nei prossimi 50 anni si prevede che temperature più elevate combinate con livelli più alti di umidità renderanno invivibili vaste aree del globo, tra cui parti del Medio Oriente, che si sta riscaldando due volte più velocemente della media globale. Il Ministero dell’Ambiente israeliano ha previsto un aumento di 4 gradi delle temperature medie entro la fine del secolo.

Coloro che sono sfollati e cercano rifugio da qualche parte a Gaza sono ora più impreparati che mai ad affrontare temperature più elevate in estate e inondazioni in inverno. Ma anche in Israele gli effetti del cambiamento climatico si fanno già in qualche modo sentire. Ad esempio, quest’estate il virus del Nilo occidentale [simile al virus della febbre gialla, ndt.] ha già ucciso in Israele almeno 440 persone. Il virus, che si diffonde in tutto il mondo tramite uccelli migratori e viene trasmesso agli esseri umani dalle zanzare, e può essere mortale per gli anziani e gli immunodepressi, è una conseguenza diretta del rialzo delle temperature e dell’umidità della scorsa primavera.

Quali sono le possibili conseguenze ambientali dello sforzo necessario per la ricostruzione di Gaza?

Si stima che durante la prevista costruzione postbellica necessaria per riparare a Gaza 100.000 edifici danneggiati saranno prodotti altri 30 milioni di tonnellate di gas serra. Il settore edile in tutto il mondo è responsabile di circa l’11% delle emissioni globali di anidride carbonica e comprende attività come la produzione di cemento e acciaio, il trasporto di materiali, il funzionamento di macchinari e la demolizione di edifici.

L’iniziativa Jumpstarting Hope in Gaza, una coalizione di ONG ed enti del settore privato guidata da Damour for Community Development a Gaza e supportata dall’Arava Institute, ha pubblicato un piano per la fornitura localizzata di energia e materiali sostenibili per ridurre al minimo il ricorso aggiuntivo ad apporti esterni. Un’idea, ad esempio, è quella di ricavare mattoni dalle macerie esistenti. Ma tutto questo, ovviamente, richiede un cessate il fuoco duraturo.

Nathalie Rozanes è un’attrice, scrittrice e performer originaria di Bruxelles, attualmente residente a Jaffa-Tel Aviv.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Sionismo contro Sionismo: Ben-Gvir e l’accelerazione del crollo di Israele

Ramzy Baroud

3 settembre 2024-Middle East Monitor

Il 26 agosto il ministro della sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir ha giurato di costruire una sinagoga all’interno del Nobile Santuario di Al-Aqsa, il luogo sacro musulmano noto come Al-Haram Al-Sharif. Come rappresentante della potente tendenza del sionismo religioso di Israele nel governo e nella società in generale, Ben-Gvir è stato sincero riguardo ai suoi progetti nella Gerusalemme Est occupata e nel resto della Palestina. Ha sostenuto una guerra di religione, chiedendo la pulizia etnica dei palestinesi, la morte per fame o l’esecuzione dei prigionieri palestinesi e l’annessione della Cisgiordania.

Nella sua veste di ministro nel governo altrettanto estremista di Benjamin Netanyahu, Ben-Gvir ha lavorato duramente per tradurre il suo linguaggio in azione. Ha fatto irruzione ripetutamente nella moschea di Al-Aqsa e ha implementato le sue politiche di affamare i detenuti palestinesi, arrivando persino a difendere lo stupro nei campi di detenzione militari israeliani e a chiamare i soldati accusati di un crimine così atroce “i nostri migliori eroi”.

Inoltre i suoi sostenitori hanno compiuto centinaia di aggressioni e decine di pogrom contro le comunità palestinesi in Cisgiordania. Secondo il Ministero della Salute palestinese almeno 670 palestinesi sono stati uccisi nella Cisgiordania occupata dall’inizio della guerra di Gaza lo scorso ottobre. Un gran numero di persone uccise e ferite sono state vittime di coloni ebrei illegali.

Tuttavia non tutti gli israeliani nelle istituzioni politiche e di sicurezza sono d’accordo con il comportamento e le tattiche di Ben-Gvir. Ad esempio, il 22 agosto, il capo dello Shin Bet israeliano, Ronen Bar, ha messo in guardia contro i danni causati a Israele dalle azioni di Ben-Gvir a Gerusalemme Est.

Il danno allo Stato di Israele, soprattutto ora… è indescrivibile: delegittimazione globale, anche tra i nostri più grandi alleati”, ha scritto Bar in una lettera a diversi ministri israeliani.

La sua lettera può sembrare strana. Lo Shin Bet è stato determinante nell’uccisione di numerosi palestinesi in nome della sicurezza israeliana. Bar stesso è un forte sostenitore degli insediamenti coloniali illegali, tanto aggressivo quanto richiesto a una persona che guida un’organizzazione così famigerata. Il conflitto di Bar con Ben-Gvir, tuttavia, non è di sostanza, ma di stile.

Questo conflitto è solo l’espressione di una molto più estesa guerra ideologica e politica tra le principali istituzioni di Israele. Questa guerra “Sionismo contro Sionismo”, tuttavia, è iniziata prima dell’attacco del 7 ottobre e della guerra e del genocidio israeliani in corso a Gaza.

Sette mesi prima dell’inizio dell’attuale guerra a Gaza il presidente israeliano Isaac Herzog ha dichiarato in un discorso televisivo che “Coloro che pensano che una vera guerra civile… sia un confine che non attraverseremo, non ne hanno idea”.

Il contesto della sua dichiarazione era il “vero e profondo odio” tra gli israeliani derivante dai tentativi da parte di Netanyahu e dei suoi partner di coalizione del governo estremista di minare il potere della magistratura. La lotta per la Corte Suprema, tuttavia, era semplicemente la punta dell’iceberg. Il fatto che in Israele ci siano volute cinque elezioni in quattro anni per avere un governo stabile nel dicembre 2022 è esso stesso indicativo del conflitto politico senza precedenti di Israele.

Forse il nuovo governo è risultato “stabile” in termini di equilibri parlamentari, ma ha destabilizzato il Paese su tutti i fronti, provocando proteste di massa che hanno coinvolto la potente, ma sempre più emarginata classe militare.

L’attacco del 7 ottobre è avvenuto in un momento di vulnerabilità sociale e politica probabilmente senza precedenti dalla fondazione di Israele sulle rovine della Palestina storica nel maggio 1948.

La guerra, e in particolare il fallimento nel raggiungere uno qualsiasi dei suoi obiettivi, ha aggravato il conflitto esistente. Ciò ha portato ad avvertimenti da parte di politici e militari che il Paese stava crollando.

Il più chiaro di questi avvertimenti è venuto da Yitzhak Brik, un ex comandante militare israeliano di alto rango. Ha scritto su Haaretz il 22 agosto che il “paese… sta galoppando verso l’orlo di un abisso” e che “crollerà entro un anno al massimo”.

Sebbene Brik, tra le altre cose, abbia incolpato Netanyahu per la guerra persa a Gaza, la classe politica anti-Netanyahu ritiene che la crisi risieda principalmente nel governo stesso. La soluzione, secondo i recenti commenti di Herzog, è che il kahanismo debba essere rimosso dal governo.

Il Kahanismo si riferisce al partito Kach del [defunto, n.d.t.] rabbino Meir Kahane. Sebbene ora vietato, il Kach è riemerso in numerose forme, incluso il partito Otzma Yehudit di Ben-Gvir. Come discepolo di Kahane Ben-Gvir è pronto a realizzare la visione del rabbino estremista: la completa pulizia etnica del popolo palestinese.

Ben-Gvir e i suoi seguaci sono pienamente consapevoli dell’opportunità storica ora a loro disposizione, poiché sperano di innescare la tanto desiderata guerra di religione. Sanno anche che se la guerra a Gaza finisce senza far progredire il loro piano principale di colonizzare il resto dei territori occupati l’opportunità potrebbe non presentarsi mai più.

La corsa dell’estrema destra di Ben-Gvir per realizzare l’agenda religiosa sionista contraddice la forma tradizionale del colonialismo israeliano, basata sul “genocidio graduale” dei palestinesi e sulla lenta pulizia etnica delle comunità palestinesi di Gerusalemme Est e della Cisgiordania.

I militari israeliani ritengono che gli insediamenti illegali siano essenziali, ma percepiscono queste colonie nel linguaggio strategico come una zona cuscinetto di “sicurezza” per Israele.

I vincitori e gli sconfitti della guerra ideologica e politica in Israele emergeranno molto probabilmente dopo la fine della guerra di Gaza, i cui esiti determineranno altri sviluppi, tra cui il futuro stesso dello Stato di Israele, secondo le valutazioni dello stesso generale Yitzhak Brik.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Migliaia di coloni israeliani illegali prendono il controllo della stanza delle preghiere nella moschea di Ibrahim

Redazione di Middle East Monitor

3 settembre 2024 – Middle East Monitor

Una delle moschee più sacre della Palestina è stata chiusa dai soldati dell’occupazione israeliana per una festa ebraica. Ogni anno la piccola comunità di coloni israeliani a Hebron prende il controllo della moschea di Abramo per molte settimane, facendola diventare di fatto una sinagoga.

Migliaia di coloni illegali hanno preso il controllo della stanza delle preghiere nella moschea di Ibrahim ad Hebron e si sono preparati per un concerto e l’effettuazione di rituali ebraici, mentre le forze di occupazione hanno continuato a impedire ai musulmani l’accesso al sito.

Un video condiviso sui social media ha mostrato i soldati dell’occupazione israeliana che permettevano ai coloni di portare alcuni strumenti musicali dentro la moschea.

La ripresa, probabilmente effettuata da un colono o un soldato israeliano, ha anche mostrato soldati che aiutavano a portare alcuni materiali dentro il luogo di preghiera.

Il direttore della moschea, Moataz Abu Sneineh, ha affermato che i coloni israeliani hanno tenuto un concerto nei cortili della moschea “in palese violazione dei luoghi di preghiera e della riservatezza dei musulmani.”

Egli ha detto all’agenzia ufficiale di notizie Wafa che “queste pratiche e violazioni rientrano nel quadro di modificazione delle regole con i coloni, dato che le forze di occupazione hanno permesso loro di portare dentro strumenti musicali ed altoparlanti come parte dell’imposizione del controllo completo sulla moschea e sui luoghi vicini, in un momento in cui ai palestinesi non è permesso portare quanto necessario per la manutenzione e il restauro della moschea.”

Secondo la Wafa la moschea è stata aperta ai fedeli palestinesi questa mattina presto, dopo essere stata chiusa per loro sin dal fine settimana.

Con uno storico parere consultivo, il 19 luglio la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha dichiarato “illegale” la pluridecennale occupazione israeliana del territorio palestinese e ha chiesto l’evacuazione di tutte le colonie esistenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Tareq Baconi: “In Medio Oriente non è possibile un futuro di giustizia e pace senza includere Hamas”

Ricardo Mir de Francia

2 settembre 2024- El Periódico de Catalunya

Nei discorsi dei dirigenti israeliani e dei loro alleati occidentali Hamas è poco più che un’ organizzazione terroristica sanguinaria motivata dall’odio verso gli ebrei e spinta dall’oscurantismo religioso. Una descrizione che agli occhi di Tareq Baconi (Hamman, 1983) non è altro che la caricatura interessata che impedisce di capire la complessità del principale movimento della resistenza palestinese all’occupazione israeliana e avanzare verso una soluzione del conflitto. L’accademico palestinese, presidente del think tank Al Shabaka e professore in università come la Columbia [prestigiosa università statunitense, ndt.], pubblica ora in spagnolo “Hamas, auge e pacificazione della resistenza palestinese” (Capitan Swing), una storia degli ultimi 30 anni del conflitto dalla prospettiva di Hamas, con una lucida introduzione attualizzata per affrontare gli avvenimenti del 7 ottobre, il giorno in cui Hamas ha cambiato il corso della storia con la sua brutale incursione nel sud di Israele.

Molti mezzi di comunicazione e politici occidentali tendono a ridurre Hamas a un’organizzazione terroristica, ma lei sostiene che questa definizione impedisce di comprendere ciò che è in realtà.

È importante segnalare che prima di Hamas c’era l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), e l’Occidente e Israele utilizzavano con l’OLP esattamente la stessa terminologia che usano con Hamas, descrivendola come un’organizzazione terroristica che si prefiggeva di distruggere lo Stato di Israele. Questa etichetta viene applicata a qualunque progetto politico palestinese che sfidi il sistema di controllo israeliano, il suo apartheid sui palestinesi. Però non spiega molto. Quello che fa è dare a Paesi come gli Stati Uniti e Israele carta bianca per attaccare con una forza militare sproporzionata le organizzazioni che essi considerano terroriste.

Cos’è quindi Hamas?

É un’organizzazione multiforme, con un vasto tessuto sociale, che ha partecipato a elezioni democratiche ed ha una missione politica. In parallelo ha un braccio militare considerato dai palestinesi una forma legittima di resistenza anticoloniale. Per questo quando la si riduce a un’organizzazione terroristica si sottende che agisce irrazionalmente, senza un obiettivo strategico e con l’unico fine di infliggere danni agli israeliani. Non è così. E la realtà è che la maggioranza degli assassinii di civili nella regione sono responsabilità dell’esercito israeliano, non delle fazioni palestinesi.

Di fatto lei descrive gli attacchi del 7 ottobre come “una dimostrazione senza precedenti di violenza anticoloniale”, una lettura che non ha fatto nessun governo occidentale.

Non mi stupisce. In Paesi come Francia, Regno Unito, Germania e sicuramente Stati Uniti esiste un appoggio molto consolidato alla narrazione israeliana. Qualunque impostazione che la sfidi viene considerata irrazionale o un’errata comprensione della realtà sul terreno. Però la maggioranza dei Paesi del mondo, probabilmente anche del continente africano, la vede come un grande esempio di resistenza anticoloniale. Soprattutto le Nazioni in precedenza colonizzate capiscono quello che è successo il 7 ottobre.

Nel corso degli anni Israele e Hamas hanno mantenuto una sorta di equilibrio del terrore. Perché Hamas ha deciso di romperlo il 7 ottobre?

Hamas ha utilizzato questa espressione nel contesto della Seconda Intifada per spiegare l’uso degli attentati suicidi, sottolineando che non c’è simmetria tra occupante e occupato. Voleva comunicare al governo israeliano che ogni volta che si uccidono civili palestinesi o si attaccano i loro centri urbani, Hamas attaccherà i suoi civili e centri urbani. Pensava che se gli israeliani avessero compreso il prezzo dell’occupazione avrebbero obbligato il loro governo ad abbandonarla. Ma è successo il contrario. Israele agisce in base alla premessa che ogni violenza contro i palestinesi è accettabile per fare in modo che i suoi cittadini possano vivere in pace e sicurezza. E, soprattutto durante il governo di Ariel Sharon, ha utilizzato la guerra di Bush contro il terrorismo per rafforzare l’occupazione. Cosa che ha portato Hamas a capire che doveva basarsi su una linea più politica.

Hamas entrò in politica in seguito alla Seconda Intifada e vinse le elezioni. Israele impose un blocco contro Gaza con l’appoggio dell’Occidente. Lungo il percorso ha modificato la sua carta fondativa per accettare uno Stato palestinese all’interno delle frontiere del 1967. E di lì fino al 7 ottobre: quasi 800 civili assassinati, più di 300 militari e poliziotti, 250 sequestrati e una condanna internazionale generalizzata.

Il 7 ottobre è stato in realtà un tentativo di porre fine al blocco imposto nel 2007. Un blocco ermetico che, dal punto di vista israeliano, cercava di contenere Hamas impedendo che potesse agire fuori dalla Striscia di Gaza con il fine di incrementare la sicurezza dei suoi cittadini. Per i palestinesi, tuttavia, è un blocco violento e l’idea che continuasse indefinitamente senza nessun tipo di miglioramento era una cosa inaccettabile. Hamas ha preso la decisione di sfidare concretamente il blocco, pochi pensavano che potesse riuscirci.

Quel giorno sono caduti molti miti…

Il 7 ottobre ha dimostrato che la presunta invincibilità di Israele è falsa. La mia interpretazione è che l’operazione di Hamas era diretta contro i battaglioni militari israeliani nei pressi della Striscia. Volevano infliggergli un duro colpo, ottenere informazioni e probabilmente catturare ostaggi. Il fatto che Hamas e poi molte altre fazioni e gruppi di civili potessero rimanere sul territorio israeliano per tanto tempo senza dover affrontare quasi alcuna resistenza e imbattendosi in un festival di musica ha fatto sì che quell’operazione selettiva assumesse una dimensione molto maggiore rispetto a quanto previsto e che a un certo punto non fosse più sotto il controllo di Hamas. Un fatto che merita di essere criticato, ma anche di essere capito.

Che tipo di dibattito c’è stato in Hamas da allora, data la brutalità con la quale hanno agito i suoi miliziani? Molti palestinesi di Gaza l’accusano di aver commesso un grave errore di calcolo.

Non sono in contatto né ho avuto accesso ad Hamas dopo il 7 ottobre. Questo libro è stato pubblicato inizialmente nel 2018. Però c’è stata una serie di discussioni che hanno fornito informazioni. La prima è che Hamas sostiene di non aver attaccato attivamente i civili e rifiuta le accuse da parte di Israele di violenze sessuali, che continuano a non essere dimostrate. Cosa che non vuol dire che non ci siano stati questi assassinii. Storicamente l’appoggio ad Hamas aumenta dopo gli attacchi militari di Israele e diminuisce in seguito fino a un livello di base intorno al 20-30%. Questa volta l’appoggio è aumentato moltissimo, non solo a Gaza ma tra i palestinesi in generale. Non sorprende che da allora sia sceso. Nessuno avrebbe potuto sapere in anticipo di questo genocidio né che la comunità internazionale avrebbe permesso a Israele di continuare con questo livello di violenza genocida per tanto tempo. Quindi la rabbia e le domande della gente di Gaza sono valide.

C’è un qualche risultato possibile della catastrofe di Gaza che permetta ad Hamas di affermare che il 7 ottobre non è stato un disastro strategico?

Credo che Hamas possa cantar vittoria perché quello che ha fatto il 7 ottobre è stato sfidare il paradigma imposto da Israele e dall’Occidente ai palestinesi, cioè che ci possa essere stabilità per gli israeliani, anche quando Israele mantiene un apartheid violento contro i palestinesi. Hamas ha completamente distrutto questa illusione. E ha infranto anche un altro pilastro fondamentale del sionismo: che Israele possa garantire sicurezza agli ebrei in Palestina senza affrontare la questione palestinese. Avendo infranto questo assunto, quello che Hamas ha fatto il 7 ottobre si può già considerare una vittoria.

È possibile un ritorno alla situazione precedente al 7 ottobre?

Non lo credo. L’Occidente parla del rilancio del processo di pace, ma francamente è una sciocchezza. Dalla prospettiva israeliana questa è una guerra di sterminio. Ne parlano apertamente. Ben-Gvir [ministro israeliano della Sicurezza interna, di estrema destra, ndt.] ha detto varie volte che vogliono completare la Nakba (l’espulsione dei palestinesi). Stanno armando i loro coloni, accelerando la spoliazione nei territori occupati e perpetrando un genocidio a Gaza. Da parte palestinese, con l’eccezione dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), vista come illegittima e collaborazionista dai suoi cittadini, questa è una guerra per la sopravvivenza e anche una vera guerra per la liberazione. Ora ci troviamo in questa situazione. Non c’è una via di mezzo. Tutti cercheranno di rimettere Israele e Palestina nella situazione del 6 ottobre. Potrebbe funzionare qualche mese, un anno, forse due, ma le intenzioni di ognuna delle parti sono inequivocabili.

Sta dicendo che ci sono le condizioni per risolvere il conflitto in un modo o nell’altro, anche se non è la soluzione giusta che molti hanno atteso per anni.

Esattamente. Ci troviamo in una fase in cui Israele completa la Nakba, e con ciò mi riferisco allo sterminio ed espulsione dei palestinesi, cosa che già sta succedendo, oppure i palestinesi sono in grado di sviluppare un progetto politico simile a quello dell’OLP negli anni ’60 e ’70 o a quello del Congresso Nazionale Africano in Sudafrica con richieste di liberazione, uguaglianza e giustizia per ebrei e arabi dal fiume [Giordano] al mare [Mediterraneo]. Non credo che ci sia spazio per una via intermedia.

Però lei ammonisce anche che l’ideologia di Hamas potrebbe distruggere la legittimità della causa palestinese, riferendosi principalmente al suo islamismo politico.

Bisogna capire che la lotta palestinese per la liberazione è stata sempre diversificata. Include gli islamisti, ma anche i nazionalisti laici, la sinistra marxista, i palestinesi di Israele o la diaspora. Finché Hamas potrà parteciparvi come un elemento in più di questo insieme verrà considerato un movimento nazionale islamista. Ma il problema inizia quando Hamas cerca di imporre la sua ideologia islamista su tutti i palestinesi. É inaccettabile. La soluzione sarebbe che entri a far parte dell’OLP, che è la struttura per canalizzare la lotta palestinese. Ci ha provato, ma tanto l’Occidente come lo stesso Fatah si oppongono. E senza Hamas non avremo mai una dirigenza rappresentativa nell’OLP che possa parlare a nome di tutti i palestinesi.

Molti dirigenti di Hamas sono stati eliminati e Netanyahu insiste per sradicare il movimento. Lei sostiene che non succederà. Si aspetta che Hamas si reinventi in seguito alla guerra?

Non è una mia tesi, anche l’apparato di sicurezza israeliano riconosce apertamente che i progetti di Netanyahu non sono realistici. Non solo perché Hamas è anche un’idea, ma perché è stato capace di resistere meglio del previsto sul campo di battaglia. Non credo che sia possibile un futuro di giustizia e pace tra il fiume e il mare senza includere Hamas. L’idea che Hamas possa essere escluso è la stessa logica imperante che sta dietro al blocco e, come abbiamo visto, è fallita politicamente e militarmente. Anche moralmente. La maggioranza dei palestinesi non appoggia Hamas per la sua ideologia islamista ma per il suo progetto politico, che è lo stesso difeso una volta dall’OLP. E finché esisterà l’apartheid israeliano esisterà la resistenza palestinese a questo regime di oppressione, suprematismo ebraico e mancanza di uguaglianza di diritti.

(traduzione dallo spagnolo di Amedeo Rossi)




“Questa guerra è anche dell’America”: perché gli Stati Uniti non fermano l’attacco israeliano a Gaza

Meron Rapoport

2 settembre 2024 +972Mag

In seguito ai massacri di Hamas del 7 ottobre il presidente degli Stati Uniti Joe Biden si è recato in Israele per una visita di solidarietà. Ma pochi giorni prima del suo arrivo, mentre lo sforzo bellico si intensificava, aveva lanciato un brusco avvertimento: “Ho chiarito agli israeliani che ritengo sia un grosso errore per loro pensare di occupare Gaza e mantenere il controllo su Gaza”, ha detto ai giornalisti.

Da allora Biden ha ribadito che Israele deve prevenire una crisi umanitaria ed evitare di nuocere ai civili, esortando i suoi leader a non ripetere gli errori commessi dagli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan. Se Israele avesse invaso la città meridionale di Rafah, aveva minacciato Biden a marzo, Washington avrebbe smesso di fornire armi offensive.

Israele ha ignorato tutti gli avvertimenti: ha occupato Gaza, ha invaso Rafah, ha provocato una devastazione incommensurabile e ha sabotato ogni accordo di cessate il fuoco insistendo che le sue forze armate sarebbero rimaste nella Striscia. E invece di imporre qualche sanzione, gli Stati Uniti hanno dislocato due volte le proprie forze armate nella regione per “metterci una pezza” dopo che il loro alleato aveva compiuto omicidi ad alto livello a Damasco, Beirut e Teheran.

Ma gli Stati Uniti non sono in grado o semplicemente non sono disposti a imporre le proprie richieste a Israele? Questa guerra dimostra forse che Israele è un peso piuttosto che una risorsa strategica, come molti a Washington sostengono da tempo? E data la crescente opposizione all’interno del Partito Democratico al sostegno incondizionato a Israele e il risentimento tra gli elettori democratici in vista delle elezioni di novembre, perché l’amministrazione Biden non ha cambiato rotta?

La risposta a queste domande è molto semplice, dice Daniel Levy, presidente del Progetto USA/Medio Oriente: Washington non ferma Israele perché questa è anche una sua guerra.

Ex consigliere della squadra negoziale israeliana durante il processo di pace di Oslo, e ora largamente riconosciuto come acuto critico di Israele, Levy ha parlato con +972 e Local Call [versione israeliana di +972, ndt.] della necessità di moderare le aspettative sui cambiamenti che si stanno verificando nella politica americana e nella società nei confronti di Israele. Invece di aspettare che Washington cambi le sue politiche, ha sottolineato, sia i palestinesi che la sinistra israeliana dovrebbero riconoscere le diverse realtà geopolitiche che li circondano e abbandonare la fantasia che l’America possa risolvere i loro problemi.

Questa conversazione è stata rivista per motivi di lunghezza e chiarezza.

Non ricordo nella politica americana che la questione palestinese abbia mai occupato una National Convention dei democratici, o che sia stata una questione così controversa com’è adesso. Israele ha sempre avuto un sostegno bipartisan: non c’è mai stato alcun dibattito. Mi sbaglio?

Hai completamente ragione. Dunque per me la domanda è: com’è che abbiamo avuto 10 mesi di guerra orribile? Con tutto ciò che sappiamo su Netanyahu, Smotrich e Ben Gvir, e con tutto ciò che sappiamo sull’opinione pubblica americana e sugli elettori democratici, come può essere che il Partito Democratico sia totalmente riluttante a imprimere un cambiamento significativo nella narrativa pubblica o nella politica di impunità? Permette letteralmente a Israele di farla franca qualsiasi cosa faccia.

Facciamo un passo indietro. Cosa è cambiato nell’opinione pubblica americana nei confronti di Israele-Palestina negli ultimi 10 mesi?

Ciò che è accaduto è l’accelerazione di una tendenza esistente da molto tempo [il declino del sostegno americano a Israele]. Una delle cose principali [che guidano questa tendenza] sono i cambiamenti [politici] in Israele, e negli Stati Uniti gli americani stanno unendo i puntini e vedono ora Israele-Palestina come una questione di giustizia razziale e intersezionalità [sovrapposizione (o “intersezione”) di diverse identità sociali e le relative possibili particolari discriminazioni, ndt.]

Avevamo un’espressione [per gli americani liberali ancora filo-israeliani]: “PEP” – Progressisti tranne che con la Palestina. Ma ora, dal lato progressista, si paga un prezzo se la propria politica su Palestina e Israele è decisamente fuori sincronia con il resto di quella politica.

Quindi ora è PEP – Progressista, soprattutto con la Palestina?

Non lo direi. Ma la cosa interagisce con i cambiamenti in Israele. Il più evidente è una leadership israeliana che non tenta nemmeno di mascherare la propria natura di apartheid o il proprio razzismo. In secondo luogo non c’è nessun parlamentare della sinistra sionista in Israele che possa rivolgersi non certo ai progressisti, ma anche al più rilevante “centro-sinistra” moderato con una certa credibilità, visto che le loro posizioni sono così spaventose, così poco progressiste, persino illiberali.

In questa equazione bisogna inserire anche il rafforzamento dell’alleanza tra la destra israeliana e quella americana, che ha iniziato a far sì che i democratici si chiedessero: “A che gioco giochiamo?”. Israele è una causa globale di destra, ma lo è soprattutto in America e in Israele; la quasi totalità del campo sionista ha abbracciato questo [fatto], anche quelli che dicono che si dovrebbe essere più bipartisan.

L’altra cosa [che ha scosso l’opinione pubblica] è il tempo: l’occupazione sembra essere eterna ed è evidente che Oslo è diventato un meccanismo per la bantustanizzazione.

Quanto ha influito il 7 ottobre e quello che vi ha fatto seguito?

C’è stata la contrapposizione tra un’amministrazione che [quando si è trattato dell’invasione russa dell’Ucraina] ha affermato di essere “sostenitrice del diritto internazionale e dell’ordine internazionale basato sulle regole” – e poi ha totalmente messo da parte e scartato tutto ciò [dopo il 7 ottobre], con un presidente del tutto incapace ad accordare umanità ai palestinesi di fronte a una realtà tanto orrenda.

L’amministrazione Biden sta facendo esattamente il contrario di ciò che ha a lungo sostenuto sull’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, e questo ovviamente genera una controreazione. Tutte queste cose ribollivano sotto la superficie in attesa di emergere.

Nel suo discorso alla Convention democratica, Kamala Harris ha sottolineato il diritto di Israele a difendersi, ma ha anche parlato della sofferenza dei palestinesi a Gaza, promettendo di lavorare affinché “il popolo palestinese possa realizzare il proprio diritto alla dignità, alla sicurezza, alla libertà e all’autodeterminazione”. Il pubblico ha applaudito quella frase più di ogni altra dell’intero discorso.

Ho visto due analisi del discorso: per il sito di notizie israeliano Ynet, Nadav Eyal ha scritto che Israele ha ottenuto esattamente ciò che voleva da Harris; il sito di notizie progressista americano Vox, nel frattempo, ha scritto che Harris ha presentato un approccio al conflitto diverso da quello di Biden, più favorevole ai palestinesi. Come vedi il suo discorso?

Penso che abbia ottenuto ciò che voleva: che entrambi i generi del giornalismo potessero esprimersi e che potessero appoggiarlo sia l’AIPAC [American Israel Public Affairs Committee, potente gruppo di lobbying filo-israeliana, ndt.] che J Street [gruppo statunitense progressista di promozione dell’azione americana per porre fine al conflitto arabo-israeliano, ndt.] Ma se guardiamo al movimento per i diritti dei palestinesi o al Movimento Uncommitted [campagna di protesta affinché Joe Biden e Kamala Harris raggiungano un cessate il fuoco nella guerra Israele-Hamas e impongano un embargo sulle armi a Israele, ndt.] non sono affatto presi in considerazione. Il modo in cui la Convention ha trattato la questione dice tutto quello che serve sapere sui modi in cui le cose non stanno cambiando – per esempio, [il fatto che non ci fosse] nessun portavoce o punto di vista palestinese sul palco.

Harris può ben parlare delle cose brutte che sono accadute ai palestinesi, ma dalle sue parole non si capisce chi le ha causate: un disastro naturale? un terremoto? Quando Hamas fa qualcosa di brutto viene denunciato e svergognato; ma quando accadono cose brutte ai palestinesi, non si ammette mai che sono causate da Israele.

Le sfumature e le differenze tra Biden e Harris esistono, e contano, ma dobbiamo comunque approfondire. L’aspettativa che gli Stati Uniti risolveranno la questione è totalmente fuori luogo. Questo è un fallimento di almeno una parte del campo progressista israeliano che guarda all’America per salvare Israele da se stesso: è totlmente irrealistico, roba da paese delle fate. Questa è anche la guerra dell’America. Israele non avrebbe potuto farcela senza tutte le armi che l’America gli ha fornito. A meno che la politica americana e proprio la coscienza del suo interesse nazionale non cambino, non c’è motivo di pensare che qualcosa cambierà in modo significativo.

Questa può anche essere una guerra dell’America, ed è vero che nessuno del movimento Uncommitted ha parlato, ma la Palestina era ed è ancora oggi la questione più controversa nel Partito Democratico. Come vedi questi cambiamenti?

Sicuramente non sto dicendo che qui non ci sia storia. Ci sono segnali molto positivi e importanti che costruiranno qualcosa, non scompariranno. Ma non credo che siamo vicini a un punto di svolta.

Quando interpretiamo erroneamente la profondità e il ritmo del cambiamento in America si tratta di un autogol in due sensi. In primo luogo, gli stessi americani hanno l’impressione che basti che [i politici] mandino questi piccoli indizi – che Harris rappresenti uno spostamento in questo senso di tre gradi rispetto a Biden –per aver fatto abbastanza, e che questo abbia effettivamente un effetto concreto.

In secondo luogo, quando si monta questa aspettativa irrealistica, si aiuta [a rafforzare in Israele] la narrativa di “Bibi il Mago” – che in qualche modo, sebbene gli americani stessero davvero per punire Israele, questo non è accaduto. Non succede in primo luogo perché non sarebbe mai successo. Ma nella narrativa israeliana si tratta di un’altra vittoria per Netanyahu: il mago lo ha impedito.

Torniamo ai cambiamenti avvenuti negli Stati Uniti nei confronti di Israele. Si poteva parlare di questi temi nel Partito Democratico 20 anni fa?

No, ma dove eravamo 20 anni fa? Importanti organizzazioni per i diritti umani, comprese quelle israeliane, hanno ora espresso accuse di apartheid [per quanto riguarda Israele], insieme a molti Stati e [probabilmente] alla stessa Corte internazionale di giustizia. Ma è ancora proibito parlarne negli ambienti politici democratici – del fatto che è verosimilmente in corso un genocidio, e che è chiaro che Israele sta commettento crimini e azioni illegali. Israele ha in gran parte perso sul piano della narrazione, ma non bisogna sottovalutare quante cose possono ancora essere controllate dal peso schiacciante del denaro e delle forze filo-israeliane.

Quindi Israele ha perso la causa ma si salva col denaro?

Soldi, narrazioni sull’antisemitismo (un impegno concertato che ha avuto molto successo) e il fatto che l’establishment ebraico americano sia rimasto totalmente accanto a Israele. Non una delle principali organizzazioni di retaggio ebraico dissente. L’Anti-Defamation League [ONG internazionale ebraica con sede negli USA, sostenitrice della politica israeliana, ndt.] è molto efficace nell’usare l’antisemitismo come un’arma e strumentalizzarlo e criminalizzare la libertà di espressione palestinese.

Ciò include J Street?

J Street esprime una critica abbastanza morbida. È diventato progressivamente più importante all’interno del Partito Democratico, ma sempre meno incisivo e significativo. JStreet può contare sulla carta su più membri [del Congresso], ma il contenuto della sua critica è sostanzialmente ininfluente.

Non chiedono sanzioni o aiuti condizionati?

Debolmente. Non si tratta solo di Israele; nelle elezioni primarie il Partito Democratico ha consentito quelle che vengono chiamate “campagne di spesa indipendente”. Le primarie più costose nella storia del Congresso si sono svolte in questo ciclo per cacciare Jamaal Bowman e anche Cori Bush [potenti lobby ebraiche spesero rispettivamente 15 e 8,5 milioni per sconfiggerli alle primarie, ndt.] In fin dei conti, quelle primarie sono state decise dai soldi, che hanno un’enorme influenza; altri politici dicono: “Mi piacerebbe stare dalla loro parte, ma non voglio perdere il mio posto per questo problema.” L’establishment democratico non ha difeso Bowman o Bush, anche se l’hanno pagata col calo di entusiasmo e mobilitazione della base elettorale.

Così, mentre il movimento per i diritti dei palestinesi ha costruito un movimento di forza popolare, le forze filo-israeliane hanno raddoppiato il potere finanziario. Il Partito Democratico avrebbe potuto dire che non avrebbe consentito campagne di spesa indipendente perché sono una parodia e una vergogna per la democrazia, ma non l’ha fatto – e quindi l’ha consentito alle forze filo-israeliane.

Quello che sto dicendo è che questo è un movimento importante e crescerà, ma se lo stimi troppo ne ricavi un’analisi politica sbagliata.

Se dovessi valutare il peso di ciascuno dei molti elementi che impediscono il cambiamento nei confronti di Israele-Palestina, quale diresti sia il fattore più importante?

Vorrei tentare la seguente analogia: il controllo delle armi è diventato una questione [popolare] per gran parte dell’elettorato americano, molto più che per la Palestina. Sì, ci sono i diritti del Secondo Emendamento [di detenere e portare armi, ndt.] e una cultura intorno [al possesso di armi], ma ciò che tiene in pugno il controllo delle armi in termini di cambiamenti legislativi e politici è il potere finanziario della lobby delle armi. Senza soldi in politica le cose sarebbero diverse.

È anche importante sottolineare che è un mondo diverso. Negli anni ’90 vivevamo in un mondo unipolare: era il momento americano, post-Unione Sovietica, pre-11 settembre, pre-Cina. Oggi vediamo ancora il mondo attraverso l’America, ma una strategia intelligente partirebbe dal fatto che l’America è nemica, non amica della pace in Medio Oriente.

Una diversa geopolitica ci aiuta a riconoscere questa circostanza. I paesi del Sud del mondo, guidati dal Sud Africa, hanno sostenuto la mossa per l’accusa di genocidio alla Corte Internazionale. I paesi del Sud del mondo hanno guidato il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia riguardo a tutta l’occupazione, con deposizioni da parte di Indonesia, Namibia, Malesia e alcuni stati arabi [tra gli altri].

Non sto suggerendo che ci sia un’egemonia mondiale migliore in attesa di sostituire l’America. Ogni Stato è amico dei propri interessi, non necessariamente di una vaga nozione di pace. Ma viviamo in un mondo in cui l’America non può più far valere comunque i propri interessi. E quindi la domanda cruciale, soprattutto per i palestinesi, è: perché continuare a guardare esclusivamente all’America come leader? È un errore terribile da parte dei palestinesi, ed è un errore nel quale anche gli israeliani dovrebbero evitare di cadere.

Pensando a Israele, ci dovrà essere una combinazione di cambiamento dall’interno e pressioni dall’esterno. Forse dovremmo pensare la stessa cosa per l’America: è necessario spingere per un cambiamento dall’interno, ma ci devono essere anche dei costi dall’esterno se l’America continua su questa strada. L’America può farla franca perché non sta pagando molto, ma penso che la dinamica stia cambiando.

Dopo che Blinken ha fallito clamorosamente nella sua ultima visita in Israele e ha elogiato Netanyahu invece di fare pressioni su di lui, perfino l’establishment della sicurezza israeliano ha iniziato a rendersi conto che la salvezza non verrà dagli Stati Uniti, definendoli una condanna a morte per la possibilità di raggiungere un accordo, liberare gli ostaggi e porre fine alla guerra. Quindi anche in Israele stiamo assistendo a questo cambiamento.

Penso che Blinken abbia ricevuto un incarico dal suo capo che non consentiva alcun progresso, ma lui lo ha portato a un livello inedito di stupidità e dilettantismo. Sarebbe utile se la gente [in Israele] smettesse di aspettarsi che gli Stati Uniti risolvano tutti i loro problemi, allora effettivamente si potrebbe avere una vera opposizione.

Ma al momento non c’è niente. Liberman [leader di un partito conservatore ed ex Ministro della Difesa, ndt.] continua a salire nei sondaggi dicendo che dovremmo far morire di fame Gaza. Gantz dice che avremmo dovuto combattere una guerra più ampia con Hezbollah molto tempo fa. Lapid va in giro per il mondo dicendo che ogni protesta palestinese è antisemita e che il BDS è il più antisemita.

Quando è stato chiaro che Netanyahu aveva nuovamente rifiutato la richiesta americana di ritirare le truppe dal corridoio Philadelphi, ho visto un momento su Al Jazeera in cui il conduttore chiedeva al suo intervistato: “Come è possibile che Israele dica no al paese più forte del mondo e ne esca illeso?” Che impatto pensi che il rifiuto di Israele avrà sullo status degli Stati Uniti nella regione?

La scuola pragmatica del pensiero americano sulla sicurezza nazionale considera questo un disastro per gli interessi americani e profondamente dannoso per la reputazione dell’America – e che l’America possa essere coinvolta dal suo alleato in un’azione militare molto più estesa. Ciò ha generato un’altra ondata di rabbia globale contro l’America, perché questa è anche una guerra dell’America.

Israele deve anche chiedersi se ha interesse a contribuire all’indebolimento dell’America. Il fatto che Israele sia in grado di mostrare agli Stati Uniti chi è che comanda influisce concretamente sul modo in cui l’America viene percepita a livello globale. La narrazione di Bibi secondo cui “Ci difenderemo da soli, non abbiamo bisogno di nessuno” si è rivelata la più grande stronzata. Come può essere nell’interesse di Israele indebolire l’America proprio quando ne ha più bisogno? Ma in un momento in cui Israele appare militarmente più debole e la capacità dell’Asse della Resistenza è cresciuta, Israele sta minando l’America e allo stesso tempo ci fa più affidamento.

Non ho l’impressione che [i decisori israeliani stiano] discutendo di questo a porte chiuse. Forse lo fanno, ma sono sorpreso che non si palesi un’analisi strategica più chiara.

Penso che ci sia un riconoscimento tra i vertici israeliani che le cose non stanno andando nella giusta direzione, ma non hanno il coraggio o la capacità di cambiarle. Ma gli Stati Uniti non vedono questo processo? Non sono tutti stupidi. E perché Washington ha bisogno di Israele?

Sono sicuro che ci sia un analista israeliano da qualche parte al Pentagono che ha scritto un articolo proprio su quanto Israele sia in pericolo a causa di ciò che sta facendo. Pensiamo che questo riesca a risalire tutta la catena di comando? Ne dubito.

Ma sul pericolo per gli interessi degli Stati Uniti, penso che sia una di quelle cose per cui l’America dice: sì, ce lo dicono da secoli ma non succede. L’America pensa ancora di poter ammortizzare il costo che sta pagando.

Poi c’è il problema di come Israele interpreta il mondo e la regione, e quale sia l’alternativa da offrire a Netanyahu. L’opposizione sembra suggerire di poter fare causa comune con l’America e gli Stati arabi [alleati] contro l’Asse della Resistenza, ma per farlo devono dare qualcosa, anche molto poco, ai palestinesi.

Anche se è vero che la maggior parte degli Stati arabi non sono sostenitori dell’Iran, non vogliono una guerra. L’Arabia Saudita e l’Iran hanno raggiunto un’intesa sotto l’ombrello diplomatico cinese. L’Arabia Saudita vuole per lo meno evitare rischi con l’Iran. Gli Emirati Arabi Uniti hanno relazioni economiche molto forti con l’Iran. L’Iran è ora molto più legato alla cooperazione con Cina e Russia, come si vede nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. L’Iran si sta ora unendo ai BRICS. La geopolitica è davvero cambiata, quindi dobbiamo pensare a come raggiungere una riduzione globale della tensione, e l’Iran dovrà parteciparvi.

Questo è il vero cambiamento: le dinamiche geopolitiche nella regione e l’indebolimento degli Stati Uniti.

Sì, esattamente.

E pensi che abbia già avuto un effetto?

Penso di sì. L’Iran ha meno bisogno dell’Occidente, poiché l’asse alternativo sta diventando sempre più forte. Le élite arabe sono piuttosto radicate nel loro orientamento e lusso occidentale, ma le realtà dell’economia globale – le catene globali di approvvigionamento e le materie prime, l’iniziativa [cinese] Belt and Road – sono realtà strutturali e tangibili, e significano che il centro di gravità si sta spostando.

Poco prima del 7 ottobre, a margine della riunione del G20 a Delhi, c’è stato l’annuncio della creazione di un corridoio India-Medio Oriente-Europa, compresa Israele, come concorrente della Belt and Road Initiative. Non ne verrà fuori nulla. La Belt and Road Initiative è reale; questo IMEC, un treno da Delhi a Tel Aviv, è un bel sogno.

Se oggi dovessi progettare un nuovo sforzo per la pace, farei di tutto per rompere il monopolio americano. Ciò significa che i palestinesi devono fondamentalmente spostare i loro pensieri da un presunto primato statunitense o occidentale e devono usare la geopolitica a proprio vantaggio.

Concordo ed è mia convinzione che l’elemento più significativo del sostegno statunitense a Israele non consista nelle armi che invia, ma nella copertura politica che fornisce: un veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro le risoluzioni anti-israeliane, comprese quelle che possono arrivare dalla Corte Internazionale di Giustizia. Delle pressioni sull’America possono influenzare proprio questo.

Sono d’accordo con te. E c’è un’altra cosa: forse da parte americana c’è molto cinismo in alcune parti del ragionamento. Considerano Israele militarmente potente e in grado di fare una parte di ciò di cui l’America ha bisogno per prevenire un egemone regionale ostile [l’Iran] – quindi, sotto questo aspetto, pensano che Israele sia eccezionale. E se gli israeliani si autodistruggono, Washington troverà un’altra soluzione.

Questo è il problema. Guarda l’America con l’Ucraina: sono felici di combattere la Russia fino all’ultimo ucraino. Perciò l’America non agisce così per profondo amore, ma perché Israele è utile: combatti Hamas e Hezbollah, e se per te le cose finiscono in modo disastroso, troveremo un altro modo di constrastarli.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La polio e il genocidio per logoramento a Gaza

Nicola Perugini

Professore associato in Relazioni Internazionali all’Università di Edimburgo

2 settembre 2024 – Al Jazeera

Ad agosto il Ministero della Sanità di Gaza ha annunciato la comparsa del primo caso accertato di infezione da poliomielite da 25 anni. Il virus ha infettato un bambino di 10 mesi a Deir al-Balah, lasciandolo paralizzato. Anche se finora è stato confermato un solo caso, ciò non significa che sia l’unico o che la diffusione del virus sia contenuta.

Anche se la polio può provocare la paralisi e perfino la morte, molti di coloro che sono infettati dal virus non presentano alcun sintomo. Ecco perché sono necessari test e valutazioni mediche per determinare correttamente la portata dell’infezione. Ma questo è quasi impossibile a Gaza, data la massiccia distruzione da parte di Israele del settore sanitario.

Sappiamo che il tipo 2 di virus della polio (cVDPV) è stato identificato in sei campioni di liquame raccolti in diversi luoghi a Khan Younis e Deir el-Balah a luglio. Dopo che queste rilevazioni sono state rese pubbliche il Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Tedros Ghebreyesus ha avvertito che “è solo questione di tempo prima che il virus raggiunga le migliaia di bambini che sono rimasti senza protezione.”

Israele ha respinto le richieste delle Nazioni Unite per un cessate il fuoco e ha concordato “pause umanitarie” localizzate solo per pochi giorni. Contemporaneamente ha intensificato i bombardamenti su Gaza e le espulsioni di massa di civili. Tra il 19 e il 24 agosto l’esercito israeliano ha emanato il più alto numero di ordini di evacuazione in una settimana dal 7 ottobre, facendo sì che l’ONU sospendesse temporaneamente le operazioni umanitarie.

Ciononostante domenica è stata ufficialmente avviata una campagna di vaccinazioni. L’operazione è iniziata nel centro della Striscia di Gaza – il governatorato di Deir el-Balah – e nei giorni successivi dovrebbe essere estesa a Khan Younis nel sud della Striscia e poi ai governatorati del nord, dove Israele ha gravemente limitato gli aiuti e la mobilità.

Non è chiaro se l’ONU raggiungerà l’obbiettivo di vaccinare 640.000 bambini, date le difficili condizioni in cui si opera, l’altissimo numero di persone sfollate, le restrizioni israeliane sulle forniture di carburante necessario a far funzionare i generatori e i frigoriferi per conservare i vaccini e il rifiuto di Israele di sospendere completamente i combattimenti.

Perché il vaccino sia efficace devono essere somministrate due dosi almeno a un mese di distanza. Non vi è ancora nessuna garanzia che ci saranno le condizioni per la seconda fase della campagna di vaccinazioni.

Purtroppo lo scoppio della polio non è l’unica emergenza sanitaria che i palestinesi a Gaza stanno affrontando. Altre pericolose malattie infettive, comprese epatite e meningite, si stanno diffondendo in tutta la Striscia. Da ottobre sono stati registrati a Gaza più di 995.000 casi di infezioni respiratorie acute e 577.000 casi di diarrea acquosa acuta.

Inoltre centinaia di migliaia di persone con malattie croniche non ricevono le cure adeguate che necessitano, il che comporta molte morti prevenibili, che non vengono registrate nel numero di morti ufficiali a Gaza.

Tutto ciò è un risultato del genocidio per logoramento di Israele: cioè la distruzione delle condizioni di sopravvivenza dei palestinesi come comunità, tramite tecniche di uccisione meno visibili dell’orrenda violenza trasmessa in diretta a cui abbiamo assistito negli ultimi 11 mesi.

Per citare l’avvocato ebreo-polacco Raphael Lemkin, che ha introdotto la nozione di genocidio nel 1944, il “mettere in pericolo la salute” e la creazione di condizioni di vita “ostili alla salute” costituiscono una delle principali tecniche di genocidio.

Durante gli ultimi 11 mesi Israele non ha fatto che cancellare il sistema sanitario di Gaza. I recenti dati pubblicati dal Cluster Sanitario Globale dell’OMS parlano da soli: nei primi 300 giorni di guerra sono stati danneggiati 32 su 36 ospedali, non sono più in funzione 20 su 36 ospedali e 70 su 119 centri di assistenza sanitaria primaria. Sono stati riferiti circa 492 attacchi alle strutture sanitarie, il che ha provocato la morte di 747 persone.

L’esercito israeliano ha anche distrutto sistematicamente il sistema idrico e fognario di Gaza. Secondo un rapporto di Oxfam pubblicato a luglio la gente di Gaza dispone di soli 4,74 litri di acqua a persona al giorno per tutti gli usi, inclusi bere, cucinare e lavarsi.

Ciò significa una riduzione del 94% della quantità di acqua disponibile prima di ottobre e un livello significativamente al di sotto dello standard minimo accettato a livello internazionale di 15 litri di acqua a persona al giorno per la minima sopravvivenza nelle emergenze.

Contemporaneamente da ottobre Israele ha distrutto il 70% delle tubature per le acque reflue e il 100% degli impianti di trattamento delle acque reflue. La distruzione e l’interruzione delle infrastrutture idriche e sanitarie di Gaza hanno avuto effetti catastrofici sulla salute pubblica, provocando sicuramente un numero significativo di morti indirette.

Importanti rapporti sulla sanità pubblica hanno prospettato scenari terrificanti a proposito delle morti causate dalla diffusione di malattie infettive a Gaza. Secondo uno studio della London School of Hygiene e della Johns Hopkins University migliaia di palestinesi potrebbero essere morti negli ultimi sei mesi a causa di malattie infettive.

La narrazione israeliana per giustificare queste morti è che esse sono il risultato di una tragica crisi umanitaria provocata dai palestinesi. Ma non erano involontarie, come hanno rivelato più oneste dichiarazioni di funzionari israeliani.

Nel novembre 2023 l’ex capo del Consiglio della Sicurezza Nazionale di Israele Giora Eiland e l’attuale consigliere del Ministero della Difesa Yoav Gallant hanno scritto su Yedioth Aharonoth che “la comunità internazionale ci avverte di un disastro umanitario a Gaza e di gravi epidemie. Non dobbiamo evitare questo, per difficile che possa essere”, aggiungendo che “dopo tutto, gravi epidemie nel sud della Striscia di Gaza avvicineranno la vittoria e ridurranno le vittime tra i soldati dell’esercito.”

Il ministro delle finanze di Netanyahu, Bezalel Smotrich, ha twittato che è d’accordo con “ogni parola” scritta da Eiland nel suo articolo. In altri termini, le malattie infettive sono tra gli strumenti del genocidio per logoramento presi in considerazione dalla dirigenza israeliana.

Non è una storia del tutto nuova. Israele ha già sottoposto i palestinesi a politiche di morte lenta e menomazione, con i picchi più alti durante le due Intifada. Ma dal 7 ottobre queste politiche hanno toccato un livello senza precedenti e si scontrano con due principi chiave della Convenzione sul Genocidio.

Primo, cancellando il settore sanitario e ostacolando la distribuzione di prodotti e servizi per la cura Israele si assicura che i palestinesi di Gaza subiscano gravi danni fisici e mentali.

Secondo, distruggendo quasi interamente il sistema idrico e fognario e creando un ambiente debilitante, l’esercito israeliano ha inflitto ai palestinesi di Gaza condizioni di vita mirate a portare alla loro distruzione fisica del tutto o in parte.

Ecco come Israele perpetra un genocidio per logoramento a Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 




Chiarire il funzionamento della dirigenza di Hamas

Hanna Alshaikh

30 agosto 2024 – Mondoweiss

Tratteggiando una semplicistica contrapposizione tra il “moderato” Ismail Haniyeh e l’“estremista” Yahya Sinwar, i media hanno frainteso il modo in cui opera la dirigenza di Hamas. In realtà il processo decisionale di Hamas è molto più istituzionalizzato.

Dopo che Ismail Haniyeh, capo dell’Ufficio Politico di Hamas, è stato assassinato a Teheran, il Consiglio della Shura, il più alto organo consultivo del Movimento, ha rapidamente e unanimemente scelto Yahya Sinwar come suo successore. Quando è stato ucciso, Haniyeh era a capo della rappresentanza di Hamas nei negoziati per il cessate il fuoco con i mediatori e molti analisti hanno affermato che l’ascesa di Sinwar fosse il segnale di una rottura radicale con le politiche di Haniyeh e di altri esponenti di spicco dell’Ufficio Politico.

Questa analisi è in larga parte fuorviante.

Essa dimostra scarsa comprensione non solo della dirigenza del Movimento di Resistenza Islamica (Hamas), ma del più ampio Movimento nel suo insieme. Che la direzione di Sinwar costituisca una rottura con il passato è una tesi sintomatica della tendenza nell’analisi occidentale a leggere le figure dei dirigenti palestinesi attraverso dicotomie semplicistiche come “falco/colomba” o “moderato/radicale”. Queste etichette nascondono più di quanto rivelino.

A questa carenza analitica si somma la sensazionalistica fissazione per la psicologia di Sinwar. Questo approccio riduce politiche complesse a caratteri personali e presuppone che i processi decisionali di Hamas siano in larga parte riconducibili a singole personalità piuttosto che a solidi dibatti interni ed elezioni, complesse deliberazioni e consultazioni e contrappesi istituzionali.

Nonostante queste distorsioni nel dibattito generale, vale comunque la pena approfondire in quale misura il mandato di Sinwar a Capo dell’Ufficio Politico si distinguerà da quello di Haniyeh. Vi sono segni di rottura?

Sfidare l’isolamento

Per poter meglio valutare un’eventuale rottura occore considerare alcuni parallelismi nelle traiettorie di Haniyeh e Sinwar. Il primo è il più ovvio: entrambi hanno scalato i vertici della dirigenza palestinese prima e di quella di Hamas poi. Nati nei campi profughi della Striscia di Gaza nei primi anni ’60, Haniyeh e Sinwar si sono affacciati al mondo come rifugiati, condizione che comporta un’esistenza fatta di esclusione, spossessamento e marginalizzazione. A dispetto di questa condizione, entrambi si sono uniti al movimento islamico a Gaza e sono stati ulteriormente isolati e dislocati: Haniyeh fu esiliato nella città libanese di Marj al-Zouhour nel 1992, mentre Sinwar fu imprigionato nel 1988 e condannato a quattro ergastoli l’anno seguente. Queste avversità non hanno impedito ai due dirigenti né di maturare la loro preparazione politica né di giocare un ruolo nello sviluppo della stessa Hamas.

Dalle dure condizioni del suo esilio a Marj al-Zouhour, Haniyeh ha maturato esperienza nel coordinamento delle attività con i palestinesi fuori da Hamas, nella gestione dei rapporti con Hezbollah e nel confronto con gli Stati arabi e la comunità internazionale – culminata con l’approvazione da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di una risoluzione che ne chiedeva il ritorno, che avvenne l’anno successivo. Questa esperienza in diplomazia e negoziazione con altri gruppi palestinesi, Haniyeh l’avrebbe portata con sé per il resto della sua carriera. Nel 2006 Haniyeh fu il primo capo del governo palestinese democraticamente eletto. Mentre il sabotaggio di questo governo di unità nazionale portava a brutali scontri tra fazioni e all’instaurazione del blocco israeliano su Gaza, Haniyeh ha dedicato anni al perseguimento della riconciliazione e dell’unità nazionali, oltre al lavoro a livello diplomatico.

Dalla prigione Sinwar ha continuato a sviluppare le capacità di controspionaggio del Movimento, un processo che aveva avviato nel 1985 con la creazione dell’“Organizzazione per la sicurezza e la vigilanza” nota come “Majd”, con l’obbiettivo di provvedere all’addestramento in materia di sicurezza e controspionaggio e identificare sospetti collaboratori. Quando Sinwar è stato arrestato nel 1988, dopo solo un mese dall’inizio della Prima Intifada, è stato accusato di aver ucciso 12 collaboratori. Da prigioniero, Sinwar ha continuato a spendersi per il rafforzamento del controspionaggio del Movimento e a investire nelle capacità dei prigionieri palestinesi. Ha imparato l’ebraico ed è stato un avido lettore. La sua competenza ha segnato nel tempo lo sviluppo del Movimento e consolidato la sua figura di autorità del Movimento in prigione.

Un capitolo importante e più diffusamente conosciuto dell’esperienza politica di Sinwar è quello relativo al ruolo chiave che ha avuto nelle negoziazioni che hanno portato al rilascio di più di 1000 prigionieri palestinesi nel 2011, incluso lo stesso Sinwar, in cambio di Gilad Shalit, soldato israeliano catturato dai combattenti delle brigate Qassam nel 2006. Aspetto meno conosciuto del tempo che ha passato in prigione è invece l’accorta destrezza con cui ha coinvolto e radunato i palestinesi di diverse fazioni in scioperi e proteste di detenuti. Nel periodo immediatamente successivo al suo rilascio, è riuscito a utilizzare queste abilità per ottenere maggiore influenza nei negoziati con Israele e trovare punti di accordo con i palestinesi di altre fazioni.

Negoziati dopo la prigione

Nel 2012, poco dopo il suo ritorno a Gaza, Sinwar è stato eletto all’Ufficio Politico di Hamas. Solo cinque anni dopo, nel 2017, Sinwar è stato eletto successore di Haniyeh a capo della dirigenza di Gaza. I primi anni di Sinwar a Gaza sono speso ricordati come un periodo in cui Hamas ha serrato i ranghi internamente e si è impegnata in campagne pubbliche contro la collaborazione con Israele, anche se in forme piuttosto diverse rispetto ai primissimi giorni del Majd.

Fatto meno sensazionalistico e non adatto a narrazioni enfatiche, mentre era a capo della dirigenza di Gaza Sinwar si è anche impegnato in diversi negoziati complessi e tortuosi.

Nel 2017, a dieci anni dall’inizio del blocco israeliano su Gaza, la lotta quotidiana di 2 milioni di palestinesi stava per peggiorare ulteriormente a causa di una serie di decisioni di Mahmoud Abbas che avrebbero aggravato le conseguenze economiche dell’isolamento di Gaza. Nel marzo del 2017, l’Autorità Palestinese, con sede a Ramallah, aveva ridotto i salari dei propri dipendenti a Gaza fino al 30% e a giugno i salari dei prigionieri palestinesi “deportati” a Gaza nel 2011 furono completamente eliminati. Poi, con una mossa molto discussa e considerata una forma di punizione collettiva, cancellando un’esenzione fiscale Abbas di fatto ridusse i rifornimenti di carburante a Gaza, provocando una crisi energetica che ridusse la fornitura di elettricità per i palestinesi di Gaza da otto a quattro ore al giorno circa.

Con una mossa che sorprese molti osservatori, per fare fronte alle crisi provocate dai cambiamenti politici a Ramallah, Sinwar strinse un accordo con l’ex capo della Forza di sicurezza preventiva dell’Autorità Palestinese, Muhammad Dahlan. Nato come Sinwar nel campo profughi di Khan Younis, Dahlan era stato un dirigente chiave di Fatah fino al 2011, quando si trasferì negli Emirati Arabi Uniti dopo uno scontro con la dirigenza del partito. L’idea di un accordo tra Hamas e l’uomo che aveva realizzato il desiderio dell’amministrazione Bush di minare il governo di unità palestinese guidato dal neoeletto Haniyeh era inconcepibile all’inizio della divisione tra Gaza e Cisgiordania, dieci anni prima. Ragioni interne e regionali imponevano tuttavia alla dirigenza del Movimento di adattarsi, e Sinwar era pronto a negoziare.

L’accordo tra Hamas e Dahlan ebbe scarso successo, ma mise in luce due aspetti fondamentali del mandato di Sinwar come capo della dirigenza di Gaza: la capacità di colmare le divergenze con altri segmenti della politica e della società palestinesi e quella di mantenere relazioni estere equilibrate in un mutato scenario regionale. Più specificamente, attraverso i suoi stretti legami con i governi degli Emirati Arabi Uniti e dell’Egitto, Dahlan riuscì a far entrare un po’ di carburante attraverso il valico di Rafah. In un momento in cui le relazioni tra Hamas e l’Egitto erano al massimo della tensione, all’inizio del primo mandato di Sinwar, fu un fatto significativo.

Nei mesi e negli anni successivi, Sinwar è riuscito a continuare ad allentare le tensioni con l’Egitto. Servendosi dell’influenza costruita con la mobilitazione civile indipendente dei palestinesi in seguito nota come Grande Marcia del Ritorno (2018-19) e di un maldestro tentativo da parte del Mossad di infiltrare e installare apparecchiature di sorveglianza a Gaza nel novembre 2018, la dirigenza di Hamas ha ottenuto diverse concessioni che hanno attenuato l’impatto del blocco israeliano su Gaza, inclusi un allentamento delle restrizioni sui viaggi attraverso il valico di Rafah con l’Egitto, un maggior numero giornaliero di camion carichi di merci in ingresso a Gaza e denaro per pagare i salari dei funzionari pubblici.

È ampiamente riconosciuto che Sinwar abbia giocato un ruolo di primo piano nel miglioramento delle relazioni di Hamas con altri membri dell’“Asse della Resistenza” dopo che la dirigenza di Hamas lasciò Damasco nel 2012, nel pieno dell’insurrezione siriana e della guerra civile. Non altrettanto riconosciuto è il ruolo di Sinwar nel miglioramento e nella rinegoziazione delle condizioni nei rapporti di Hamas con altri attori regionali al di fuori degli alleati più stretti. Concentrare l’attenzione sui suoi legami con l’“Asse” limita il dibattito sulla guida di Sinwar entro i confini di una certa corrente ideologica, ma la sua volontà di negoziare indica un approccio agli equilibri di potere regionali più sofisticato di quanto prevedano queste etichette arbitrarie.

Sinwar e i suoi predecessori

Due concetti operativi nel lessico politico di Hamas – accumulazione e consultazione – sono fondamentali per comprendere come funziona il Movimento e come lavorano i suoi dirigenti. Qualsiasi comprensione del Movimento in generale e del ruolo di Sinwar in particolare deve tenere conto di questi fattori imprescindibili nell’evoluzione del potere e del dinamismo istituzionale di Hamas.

Con il termine “accumulazione” ci si riferisce generalmente allo sviluppo sul piano militare nel tempo. É inoltre utile considerare come accumulazione anche l’esperienza e le capacità politiche cui i dirigenti di Hamas ricorrono per gestire difficili problemi di amministrazione sotto il blocco: esigenze umanitarie sotto l’assedio, fasi di isolamento a livello regionale, fasi di costruzione e stabilizzazione di alleanze a livello regionale, riconciliazione nazionale con altre fazioni palestinesi. La costruzione delle basi del successo politico e dell’accumulazione militare richiede continuità più che rotture.

Con il termine “consultazione” ci si riferisce alle buone pratiche e alle strutture interne a Hamas. Il Movimento ha organi consultivi a diversi livelli che fungono da organi di controllo e di consulenza per la dirigenza politica. I membri sono eletti e comprendono palestinesi della Cisgiordania, di Gaza, dalla diaspora e dalle prigioni. L’organo consultivo più alto, il Consiglio Generale della Shura, nomina i membri di un organo indipendente che coordina e supervisiona l’elezione dell’Ufficio Politico per garantirne la trasparenza. Se normalmente poche informazioni su queste strutture raggiungono il pubblico, in una situazione di emergenza come l’assassinio di Ismail Haniyeh si è appreso che il Consiglio Generale della Shura può nominare un successore in circostanze eccezionali (Sinwar è stato scelto all’unanimità).

La pratica e la struttura della consultazione non sono circoscritte all’ala politica di Hamas. Anche l’ ala militare del Movimento, le Brigate Qassam, ha procedure di consultazione – infatti, Sinwar aveva operato come coordinatore tra il ramo militare e quello politico dopo essere entrato a far parte dell’ufficio politico. Zaher Jabareen, che aveva radicato le Brigate Qassam nella Cisgiordania settentrionale, ha spiegato che non è corretto rappresentare il Majd come una struttura centralizzata, poiché le decisioni sui sospetti non sono nelle mani di un individuo solo – esse sono soggette a procedure articolate in più fasi, nonché a ulteriori indagini da parte di un’“organizzazione professionale” distinta. Jabareen ha sottolineato che sono previste sanzioni severe per il personale che non gestisce correttamente un caso.

Secondo questa stessa dinamica, quando dirigenti come Sinwar o Haniyeh prendono una decisione importante, non solo giungono a quella conclusione attraverso la consultazione con figure di grande esperienza, ma ne rispondono agli elettori che si aspettano un’iniziativa, siano essi interni al Movimento o nella società in generale. Come capi della dirigenza di Gaza e dell’Ufficio Politico, Sinwar e Haniyeh hanno lavorato insieme e spesso sono apparsi in incontri pubblici con diversi corpi elettorali per costruire consenso sul tema della riconciliazione nazionale. Per loro riconciliazione nazionale non è stata solo la priorità assoluta del fare ammenda con Fatah e unire il corpo politico palestinese, ma significava anche colmare altre forme di divisioni politiche, nonché questioni sociali e socioeconomiche a Gaza. Tutto questo per prepararsi all’imminente battaglia, per accumulare forza militare, sostegno popolare e l’unità politica necessari. Sembra che la consultazione proceda sia dall’alto verso il basso che dal basso verso l’alto.

Diverse dichiarazioni di Sinwar e di due fra i suoi predecessori mostrano come l’accumulazione di forza e risultati abbia promosso la continuità in ogni nuova fase. Khaled Meshaal aveva delineato le priorità del suo ultimo mandato in un’intervista del maggio 2013: resistenza, concentrazione su Gerusalemme come cuore della causa palestinese, liberazione dei prigionieri, lotta per il diritto al ritorno e promozione del ruolo della diaspora nella lotta, riconciliazione nazionale tra le fazioni palestinesi per unire e raccogliere il corpo politico palestinese in sostegno alla resistenza, coinvolgimento dei paesi arabi e musulmani, coinvolgimento della comunità internazionale sia a livello ufficiale che a livello popolare, rafforzamento istituzionale interno a Hamas, espansione del suo potere e apertura verso altre formazioni palestinesi e verso altri arabi e musulmani in generale.

Il commento di Meshaal sui prigionieri balza agli occhi. Li aveva definiti come “l’orgoglio del nostro popolo”. Quando gli è stato chiesto di entrare nei dettagli circa il piano per ottenerne la liberazione e se questo prevedesse la cattura di altri soldati israeliani, Meshaal ha preferito tacere. Due mesi più tardi, il rovesciamento del governo Morsi in Egitto avrebbe determinato un cambiamento nelle operazioni di Hamas, cosa che probabilmente ha indotto la dirigenza dell’Ufficio Politico ad alcuni ripensamenti. Nonostante le difficoltà che tutto ciò ha implicato per Hamas, soltanto un anno dopo, nel corso della guerra di 51 giorni di Israele contro Gaza del 2014, in almeno cinque occasioni le brigate Qassam sono entrate in Israele, puntando alle sue basi militari, e hanno catturato i corpi di due soldati. Oggi questa accumulazione e questa continuità sono riscontrabili nelle dichiarazioni dei dirigenti di Hamas che spiegano che lo scopo dell’operazione del 7 ottobre era quello di catturare soldati israeliani in vista di uno scambio di prigionieri.

All’inizio del suo ultimo mandato, Meshaal aveva pubblicamente smentito insieme ad Haniyeh le voci di tensioni tra loro. Queste voci sono perdurate negli anni, mentre non si è prestata sufficiente attenzione alla corrispondenza fra i due dirigenti, che coerentemente dimostra priorità condivise.

La prospettiva comune, la comunicazione e le priorità condivise sono continuate con Haniyeh a capo dell’Ufficio Politico. In seguito alla guerra del 2021 di Israele contro Gaza, che i palestinesi chiamano “la battaglia della spada di Gerusalemme” – in occasione della quale ebbe luogo un sollevamento noto come “Intifada dell’Unità” che si diffuse da Gerusalemme alla Cisgiordania, fino ai palestinesi con cittadinanza israeliana e alle comunità dei rifugiati in Libano e Giordania – Ismail Haniyeh pronunciò un discorso della vittoria che sottolineava il ruolo centrale nel Movimento della continuità e dell’accumulazione.

Haniyeh descrisse la battaglia come una “vittoria strategica” e dichiarò che ciò che sarebbe avvenuto dopo non sarebbe stato “come ciò che è avvenuto prima”, aggiungendo che “è una vittoria divina, una vittoria strategica, una vittoria complessa” sui piani della scena nazionale palestinese, dalla nazione araba e musulmana, sul piano delle masse globali e su quello della comunità internazionale. Il discorso sottolineava l’importanza per questa vittoria dell’accumulazione di forze e della dedizione a priorità e obbiettivi riconducibili a epoche precedenti del Movimento. Preannunciava anche grandi cambiamenti futuri.

Prima del 7 ottobre, Sinwar tenne un discorso in occasione del quale ebbe a dire:

Nell’arco di alcuni mesi, io stimo non più di un anno, obbligheremo l’occupazione ad affrontare due opzioni: o li obbligheremo ad applicare la legge internazionale, rispettare le risoluzioni internazionali, ritirarsi dalla Cisgiordania e da Gerusalemme, smantellare le colonie, liberare i prigionieri e garantire il ritorno ai rifugiati, ottenendo l’istituzione di uno Stato palestinese sulle terre occupate nel 1967, inclusa Gerusalemme, o metteremo questa occupazione in contraddizione e contrasto con l’intero ordine internazionale, la isoleremo in modo radicale e potente, e metteremo fine alla sua integrazione nella regione e nel mondo intero, affrontando lo stato di collasso che si è verificato su tutti i fronti di resistenza negli ultimi anni”.

Alla luce di ciò, vale la pena chiedersi se Sinwar sia davvero così imprevedibile come sostengono gli opinionisti. Le sue dichiarazioni mettono in dubbio anche la lettura dell’ascesa di Sinwar come una rottura totale con il passato del Movimento.

Hamas come mediatore

La personalità di Yahya Sinwar è stata rappresentata in modo sensazionalistico dai media occidentali (e anche arabi). In generale, queste discussioni su Hamas sono spesso basate su voci, insinuazioni e affermazioni prive di fondamento che tendono a mettere in evidenza i disaccordi tra i componenti della sua dirigenza, etichettando i dirigenti sulla falsariga dell’opposizione tra “moderati che favoriscono la diplomazia e i negoziati” e “falchi militanti”. Esaminando gli aspetti delle carriere di Sinwar e Haniyeh dovrebbe risultare più chiaro che, sebbene le personalità e le specificità del percorso di ciascun dirigente abbiano un impatto sul loro processo decisionale, si tratta solo di una parte del modo in cui questi dirigenti, e il Movimento in generale, prendono le decisioni.

Nel corso degli anni, Hamas ha dimostrato di saper sfruttare le diverse esperienze dei suoi leader per rafforzare le proprie capacità sul piano militare, politico, diplomatico e popolare. Radicato nei principi di consultazione e accumulazione, Hamas è allo stesso tempo un Movimento orizzontale e un Movimento di istituzioni. Istituzioni efficaci come il Consiglio della Shura hanno aiutato il Movimento a superare momenti di incertezza, come l’assassinio di Ismail Haniyeh.

Questo è l’ultimo esempio di come Hamas abbia dimostrato livelli di dinamismo e flessibilità istituzionale senza precedenti rispetto alla storia della creazione di istituzioni tra le fazioni palestinesi.
In questo contesto, quelle che potrebbero apparire come differenze significative tra i dirigenti possono diventare una fonte di forza per il Movimento, permettendogli di bilanciare le richieste, a volte contrastanti, di vari elettorati, soprattutto mentre gestisce il processo decisionale tra gli alti livelli di sorveglianza, la costante minaccia di assassinio e di incarcerazione dei suoi dirigenti e i continui assalti alle sue strutture e istituzioni.

Con ciò non si vuole negare che a volte possano esserci divergenze tra i dirigenti del Movimento. Questo è un fattore in gioco sin dalla fondazione dell’organizzazione nel 1987. Tuttavia, Hamas è anche un Movimento di istituzioni, procedure e strumenti di controllo. La regola generale è stata la consultazione, l’accumulazione e il bilanciamento delle esigenze dei vari gruppi. La comunicazione della dirigenza ne ha dato prova pubblicamente e con coerenza nel tempo, non solo durante la guerra genocida in corso, ma per tutti i suoi 37 anni di storia.

In seguito all’operazione “al-Aqsa Flood” del 7 ottobre 2023 e al susseguente genocidio a Gaza, sono stati sollevati ulteriori interrogativi su Hamas in generale e sulla personalità di Yahya Sinwar in particolare. Molti ancora parlano di Sinwar come dell’imprevedibile mente dietro all’operazione, insistendo su una narrazione in cui Sinwar ha avuto da solo il potere di condurre un’operazione senza precedenti contro Israele, con tutte le complesse implicazioni locali, regionali e internazionali che ne deriverebbero. Non è perché si voglia fare un favore ad Hamas – non si tratta di uno stratagemma per dare la colpa a una “mela marcia” e favorire il ritorno al governo di un Hamas “demilitarizzato”. Per alcuni sedicenti esperti, il ricorso a questa spiegazione è dovuto a una scarsa comprensione del Movimento. Per altri permette di fornire una copertura ai fallimenti militari di Israele nel caso in cui catturi Sinwar e sostituisca questo risultato alla “vittoria totale”. Se Sinwar è Hamas e Hamas è Sinwar, allora l’eliminazione dell’uno comporterebbe quella del secondo.

In realtà, ciò che pensiamo di sapere sulla pianificazione e sull’esecuzione dell’offensiva del 7 ottobre – e sulla successiva operazione di Hamas di fronte alla guerra genocida di Israele – è probabilmente una goccia nell’oceano. Ma le prove pubblicamente disponibili ci dicono che Yahya Sinwar non è poi così imprevedibile. Egli, come i suoi predecessori, è stato piuttosto trasparente e chiaro sulla direzione in cui l’organizzazione era diretta. I segnali erano evidenti da almeno due anni, sia a livello ufficiale che di base. Le grandi potenze sono rimaste scioccate perché hanno sottovalutato e ignorato il Movimento, non perché siano state ingannate. La narrazione intorno a Sinwar fornisce anche una copertura agli “esperti” per spiegare la loro conoscenza superficiale del Movimento nel migliore dei casi o l’analisi insincera nel peggiore.

Quello che gli analisti avrebbero dovuto sapere è che Hamas è un Movimento di istituzioni e, come qualsiasi altro movimento di massa, riunisce diverse correnti e orientamenti politici che possono essere in disaccordo sulla tattica, ma non sulla strategia. Il governo dell’organizzazione è stato improntato alla continuità, nonostante la frammentazione geografica e le diverse scuole di pensiero su come procedere. Ci sono stati momenti di acceso dibattito e disaccordo, ma non sono un segreto e a volte si sono svolti pubblicamente. Questo è coerente con le dinamiche di un’organizzazione con elezioni interne solide e competitive.

Pochissime delle notizie attribuite a “fonti anonime vicine a Hamas” sui disaccordi interni a Hamas o sulla ristrutturazione del Movimento da parte di Sinwar sono fondate. Forse le operazioni del Movimento cambieranno a causa della guerra in corso ed è possibile che le sue istituzioni si trasformino di conseguenza. Tuttavia, fino a quando non saranno disponibili prove concrete, gli analisti farebbero bene a basare le loro riflessioni sulla vasta mole di scritti, discorsi e interviste che fanno luce su aspetti inutilmente mistificati di Hamas e della sua dirigenza. Non ci sono prove credibili che suggeriscano che Sinwar abbia completamente rivisto la struttura del Movimento e accentrato il potere attorno a sé. Tuttavia, ci sono molte prove che Sinwar non è solo un prodotto del Movimento, ma uno che ha trascorso decenni a costruirlo ed è improbabile che abbia ignorato le persone con cui è cresciuto politicamente e i processi che ha contribuito a stabilire.

Un giorno, dopo la fine di questa guerra genocida, è possibile che emergano nuovi dettagli che cambieranno la comprensione di Hamas e contraddiranno le ipotesi che circolano ora. Quando ciò accadrà, sarà opportuno collocare le nuove prove nel loro giusto contesto storico e chiedere uno standard più elevato agli “esperti” che non hanno fatto i loro compiti a casa.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)