Come può Israele essere antisemita e perché attacca gli ebrei?

Joseph Massad

27 dicembre 2024 – Middle East Eye

La caccia alle streghe filoisraeliana nei campus delle università nel mondo occidentale ha un obiettivo principale: eliminare qualsiasi distinzione tra ebraismo, popolo ebraico, sionismo e governo israeliano

La storia delle basi antisemite del sionismo è stata detta e ridetta e io ne ho scritto più volte su questa testata.

Essa include l’affinità ideologica tra le idee fondanti del sionismo e l’antisemitismo, secondo cui entrambi credono che gli ebrei europei non sono europei, ma un popolo orientale diverso.

Entrambi sostengono anche che gli ebrei non dovrebbero vivere tra gli europei cristiani, che essi sono effettivamente una razza e una nazione separate, o “un popolo a parte” come li descrisse il ministro degli Esteri britannico Arthur Balfour, antisemita, protestante, fondamentalista e sionista (1916-19).  

Le alleanze che sin dagli inizi il movimento sionista mediò con politici e regimi antisemiti europei per promuovere le proprie rivendicazioni sono una parte inseparabile della storia del movimento.

Tuttavia questa eredità del movimento sionista non è finita con la creazione di Israele nel 1948.

Al contrario la nuova colonia di insediamento sionista ne istituzionalizzò le basi antisemite, sostenendo che coloro che si opponevano a sionismo e antisemitismo israeliano, ebrei o gentili, erano i veri antisemiti, cosa che era più difficile da fare prima del 1948, poiché la maggioranza degli ebrei all’epoca era antisionista o non sionista.

Stato ‘ebraico’

Per prima cosa i sionisti decisero di chiamare la loro nuova colonia di insediamento “Israele”.

Poiché con “Israele” nella tradizione biblica ed ebraica ci si riferisce ai discendenti di Giacobbe, o popolo ebraico, chiamando il Paese “Israele” si volevano identificare tutti gli ebrei con lo Stato di Israele.

Ciò facendo chiunque si degnasse di criticare Israele verrebbe accusato di attaccare e criticare tutti gli ebrei nella loro totalità e non il governo israeliano e le sue istituzioni razziste.

Secondo, un’altra indicazione è il rifiuto di Israele nel 1948 di promulgare ufficialmente una “Dichiarazione di Indipendenza”, anche se i suoi propagandisti si riferiscono disinvoltamente alla “Dichiarazione dell’istituzione dello Stato di Israele” ufficiale come alla “Dichiarazione di Indipendenza”.

La “Dichiarazione dell’istituzione dello Stato di Israele” fu chiamata così dopo che le proposte di chiamarla “Dichiarazione di Indipendenza” furono respinte dai leader sionisti.

Meir Wilner, sionista e delegato del Partito Comunista Palestinese, propose di dichiarare lo Stato “sovrano e indipendente”, ma il suo emendamento fu respinto.

Tali proposte furono fermamente respinte a favore di dichiarare semplicemente lo Stato “ebraico”.

Questo veemente rifiuto dipendeva dal proposito principale del sionismo, ossia che lo Stato che si voleva avrebbe rappresentato “il popolo ebraico” in tutto il mondo e non solo i coloni ebrei della Palestina.

Dichiarare lo Stato “indipendente” avrebbe sottinteso che era indipendente dal mondo ebraico e perciò che era uno Stato “israeliano” non uno Stato “ebraico”.

Poiché i leader di Israele pretesero che il movimento sionista continuasse le proprie attività coloniali di insediamento anche dopo l’istituzione di Israele, mentre la maggioranza degli ebrei continuava come oggi a vivere fuori da Israele, dichiarare l’”indipendenza” del Paese avrebbe potuto impedirgli di farlo.

Tali motivi sarebbero stati resi espliciti in dibattiti successivi sul rifiuto di chiamare ufficialmente lo Stato “indipendente”.

Terzo, Israele insistette nella Dichiarazione e in seguito che la sola istituzione dello Stato non era nell’interesse degli obiettivi del movimento sionista, a cui molti ebrei si erano sempre opposti, ma piuttosto che la creazione di uno Stato ebraico era “il diritto naturale del popolo ebraico di essere padrone del proprio destino, come tutte le altre nazioni, nel proprio Stato sovrano”.

Ancora una volta Israele coinvolge tutti gli ebrei, che non rappresenta, nella fondazione della propria colonia di insediamento sulla terra dei palestinesi. Perciò se qualcuno si opponesse a questo cosiddetto “diritto naturale del popolo ebraico”, tale persona sarebbe nient’altro che un virulento antisemita.

In tal modo Israele si è arrogato il diritto di rappresentare in tutto il mondo gli ebrei che non gli hanno mai accordato tale mandato.

Tutte le potenze europee e gli USA, che non permisero agli ebrei in fuga dai nazisti di rifugiarsi nei propri Paesi, riconobbero la nuova affermazione dello Stato di Israele di rappresentare tutti gli ebrei. Questa decisione li assolveva dalla responsabilità di accogliere centinaia di migliaia di rifugiati ebrei dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Gli ebrei della diaspora

L’affermazione di rappresentare e parlare a nome di tutti gli ebrei ha indignato gli ebrei non sionisti e anti-sionisti, e persino alcuni filosionisti in Europa e negli USA, che insistettero che il movimento sionista e Israele stavano fornendo pretesti agli antisemiti che accusavano gli ebrei di doppia lealtà come conseguenza di quest’affermazione israeliana.

I leader ebrei americani erano molto preoccupati precisamente per quest’affermazione pericolosamente antisemita da parte Israele.

Nel 1950 Jacob Blaustein, presidente della Comitato Ebraico Americano, firmò un accordo con David Ben-Gurion, primo ministro di Israele, per chiarire la natura dei rapporti fra Israele e gli ebrei americani.

Nell’accordo Blaustein dichiarò che quello statunitense non era un “esilio” ma piuttosto una “diaspora” e insistette che lo Stato di Israele non rappresentava formalmente la diaspora degli ebrei nel resto del mondo.

Blaustein aggiunse che Israele non avrebbe mai potuto essere un rifugio per gli ebrei americani. Egli sottolineò che, anche se gli USA avessero smesso di essere un Paese democratico e gli ebrei americani fossero stati costretti a “vivere in un mondo in cui fosse possibile che venissero scacciati dall’America a causa di una persecuzione”, tale mondo, insistette, contrariamente alle affermazioni israeliane, “non sarebbe stato un mondo sicuro neppure per Israele “.  

Da parte sua Ben-Gurion, soggetto alla pressione dei leader ebrei americani, dichiarò che gli ebrei americani erano cittadini a pieno titolo degli USA e dovevano essere leali solo a essi: “Non devono nessuna lealtà politica a Israele.”

L’accordo fra Israele e il Comitato degli Ebrei Americani stabilì che “Israele, da parte sua, riconosceva la lealtà degli ebrei americani agli Stati Uniti. [Lo Stato di Israele] non si sarebbe neppure immischiato negli affari interni degli ebrei della diaspora. C’era bisogno di persone che scegliessero di fare aliyah e sarebbero stati accolti calorosamente, ma quelli rimasti in America non sarebbero stati denigrati in quanto ‘esiliati.’ Né gli ebrei americani né quelli israeliani avrebbero parlato a nome degli altri.”

Accusati di ‘odiare sé stessi ‘

Gli israeliani non mantennero a lungo la posizione di Ben-Gurion.

Dopo la guerra del giugno 1967 e la conquista e occupazione da parte di Israele dei territori di tre Paesi arabi confinanti, Israele iniziò a chiedere che tutta la comunità ebraica mondiale sostenesse le sue politiche e che doveva farlo acriticamente.

Se non avessero seguito le sue istruzioni sarebbe stato a causa del fatto che non erano veramente ebrei, una posizione che fu espressa in modo molto chiaro da Abba Eban, il noto ministro degli Esteri israeliano, nato in Sudafrica.

Nel 1972 alla conferenza annuale in Israele sponsorizzata dal Congresso degli Ebrei Americani, Eban espose la nuova strategia: “Sia ben chiaro: la Nuova sinistra è causa e origine del nuovo antisemitismo… la distinzione fra antisemitismo e anti-sionismo non è per niente una distinzione. L’anti-sionismo è semplicemente il nuovo antisemitismo.”

Ci sarebbero voluti alcuni decenni prima che questa formula elaborata da Eban diventasse politica ufficiale non solo in Israele, ma in tutto il mondo occidentale.

Se nella conferenza del 1972 i critici non ebrei furono bollati come antisemiti, Eban descrisse due critici di Israele, ebrei americani, ossia Noam Chomsky e I.F. Stone, come affetti dalla sindrome “del senso di colpa dell’ebreo sopravvissuto “.

I loro valori e ideologie, e con questo egli intendeva il loro anti-colonialismo e anti-razzismo, “sono in conflitto e collidono con il nostro mondo di valori ebraici”.

L’equiparazione di Eban delle politiche razziste e coloniali israeliane con la tradizione e i valori ebraici erano parte integrale del coinvolgimento sionista di tutti gli ebrei nelle azioni e ideali di Israele.

Ma anche la scioccante scomunica di Eban di Chomsky e Stone dalla tradizione ebraica oggi sembra blanda se paragonata a quanto aggressivi la burocrazia israeliana e i suoi sostenitori in Occidente sono diventati da allora nel dichiarare gli ebrei critici di Israele, per non parlare degli ebrei anti-sionisti o non-sionisti, come “ebrei che odiano sé stessi ” o come antisemiti.

Un esempio significativo è prendere di mira negli ultimi due decenni studenti e educatori ebrei, deridendoli ed escludendoli nei campus dei college da parte dei sostenitori di Israele, ebrei e non, etichettandoli come “ebrei che odiano sé stessi” o ebrei ” complici con gli antisemiti” perché hanno criticato Israele o perché sostenitori dei diritti dei palestinesi.

Affermazioni filoisraeliane

I sostenitori di Israele hanno attaccato incessantemente come “odiatori di sé stessi” i docenti ebrei che hanno criticato Israele.

Alcuni sono inorriditi che ci sia “un numero ancora più vasto di ebrei che odiano sé stessi ” fra quelli che loro accusano di antisemitismo perché sostengono il movimento del Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni.  

Neanche i rabbini sionisti critici delle politiche israeliane sono stati immuni e sono stati etichettati come “odiatori di sé stessi”, così come consiglieri di alto livello della Casa Bianca che sono convinti sostenitori di Israele, ma che il primo ministro di Israele ha descritto come “odiatori di sé stessi” quando hanno chiesto a Israele di “congelare” la costruzione di insediamenti coloniali nei territori occupati.

Eppure i sostenitori di Israele, come l’accademico americano Daniel J. Elazar, sostengono che Israele “fu fondato basandosi su valori ebraici”, un’affermazione che equipara i principi coloniali dello Stato israeliano con l’ebraismo e l’identità ebraica, un parallelo palesemente antisemita.

L’identificazione di valori e politiche di Israele come “ebraici”, o la convinzione che le sue politiche siano messe in atto in difesa del popolo ebraico, va al di là dei suoi sostenitori ebrei americani. Molti fondamentalisti cristiani americani sostengono Israele proprio perché è “ebraico”.

Queste affermazioni israeliane e filoisraeliani ora sono state adottate in toto dall’establishment politico americano come verità assolute ed è ciò che ha permesso al presidente USA Donald Trump di dire agli ebrei americani a una celebrazione di Hanukkah alla Casa Bianca nel dicembre 2018 che il suo vice presidente aveva un grande affetto per il “vostro Paese”.

Israele non ha obiettato che nell’aprile 2019 Trump dicesse a un altro gruppo di ebrei americani che Netanyahu è “il vostro primo ministro”, né l’ha fatto il suo governo.

Trump non è il solo

La strategia del presidente Joe Biden per combattere l’antisemitismo include “l’incrollabile impegno (americano) al diritto dello Stato di Israele ad esistere, alla sua legittimità e alla sua sicurezza. In aggiunta noi riconosciamo e celebriamo i profondi legami storici, religiosi, culturali e altri che molti ebrei americani e altri americani hanno con Israele”.

Affermazioni come queste parlano in generale riguardo a tutti gli ebrei americani ignorando coloro che non hanno legami “profondi”, o persino superficiali, con Israele, o i cui legami non li spingono a sostenere le affermazioni di Israele sugli ebrei o le sue politiche verso i palestinesi.

Piuttosto che combattere l’antisemitismo, tale identificazione degli ebrei americani con Israele ribadisce le reiterate opinioni sugli ebrei di sionisti, israeliani, cristiani ed evangelici americani che molti ebrei americani contestano.

Le affermazioni secondo cui tutti gli ebrei americani sostengono Israele acriticamente e che tale sostegno è intrinseco all’identità ebraica non sono altro che classiche generalizzazioni antisemite.

L’identità ebraica, come tutte le identità, è plurale e varia sia per religione che etnia, oltre che geograficamente, culturalmente ed economicamente.

Formula antisemita

Oggi un crescente numero di ebrei americani si sta staccando da Israele, dal suo regime ebraico suprematista e dai suoi crimini coloniali.

Essi sono presi di mira per le loro posizioni politiche da lobby filoisraeliane e diffamati come “odiatori di sé stessi “.

Tuttavia non sono i critici di Israele, ebrei e non, che non riescono a distinguere fra ebraismo e sionismo. Al contrario essi insistono vigorosamente su tale separazione.

Anzi, coloro che guidano la campagna della destra filoisraeliana nei campus statunitensi ed europei hanno stabilito un obiettivo principale, condiviso dal governo israeliano, per la loro caccia alle streghe ad oltranza: eliminare ogni distinzione fra ebraismo, popolo ebraico, sionismo e governo israeliano.

È proprio lo stesso obiettivo su cui i fondatori di Israele insistettero e pianificarono quando chiamarono la loro colonia di insediamento “Israele”. Il movimento storico che va dal forzato riconoscimento nel 1950 di Ben-Gurion che gli ebrei americani non avevano nessun debito di lealtà verso Israele, al consenso ufficiale israeliano dopo il 1967 e all’insistenza antisemita del regime di Netanyahu che “l’antisionismo è antisemitismo” è ora completo.

Questa formula antisemita è ora stata adottata dagli USA (incluso il Congresso e Trump), insieme ai funzionari britannici ed europei. L’obiettivo attuale è costringere le università, il movimento degli studenti, le istituzioni culturali e i media, in sostanza tutti, a sottoscrivere tale formula antisemita, altrimenti….

I critici di Israele, ebrei e gentili, non accetteranno.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

Joseph Massad è professore di politiche moderne e storia intellettuale del mondo arabo alla Columbia University, New York. È autore di molti libri e articoli accademici e giornalistici. Tra i suoi libri ricordiamo: Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan [Effetti coloniali: la costruzione dell’identità nazionale in Giordania]; Desiring Arabs [Arabi desideranti]; The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians [La persistenza della questione palestinese: saggi sul sionismo e sui palestinesi], e più recentemente Islam in Liberalism [L’Islam nel pensiero liberale]. I suoi libri sono stati tradotti in dodici lingue.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




I funzionari europei diranno che erano all’oscuro dei crimini di guerra di Israele. Questo documento trapelato mostra cosa sapevano.

Arthur Neslen

23 dicembre 2024 – The Intercept

Secondo gli esperti il documento interno potrebbe privare i Ministri degli Esteri europei della “negazione plausibile” per quanto riguarda i crimini di guerra a Gaza.

I Ministri degli Esteri dell’Unione Europa hanno respinto lo scorso mese una richiesta di mettere fine alle vendita di armi a Israele, nonostante le crescenti prove di crimini di guerra e potenzialmente genocidio presentate in una relazione interna ottenuta da The Intercept.

Secondo avvocati, esperti e leader politici il contenuto del documento di 35 pagine, sinora sconosciuto, potrebbe influenzare i futuri processi per crimini di guerra a carico di politici europei per complicità nell’aggressione di Israele contro Gaza.

La valutazione è stata redatta dal Rappresentante Speciale per i Diritti Umani dell’Unione Europea Olof Skoog e inviata ai Ministri europei prima della riunione del Consiglio del 18 novembre, come parte di una proposta del Capo della Politica Estera europea di sospendere il dialogo politico con Israele. La proposta è stata respinta dal Consiglio dei Ministri degli Esteri dei paesi membri dell’Unione Europea.

L’analisi di Skoog espone prove, da fonti delle Nazioni Unite, di crimini di guerra da parte di Israele, Hamas e Hezbollah dal 7 ottobre 2023, quando circa 1.200 persone sono state uccise durante un attacco condotto da Hamas in risposta al quale Israele ha attaccato la Striscia di Gaza. Le Nazioni Unite stimano che circa 45.000 persone siano morte a Gaza da allora, più della metà delle quali donne e bambini.

Anche se la relazione non risparmia Hamas e Hezbollah, gran parte dei passaggi più duri riguardano l’esercito israeliano.

“La guerra ha delle regole”, recita il documento. “Dato l’alto livello di vittime civili e sofferenza umana, le accuse si concentrano soprattutto su come i responsabili, incluso l’esercito israeliano, abbiano apparentemente omesso di distinguere tra civili e combattenti e di prendere ogni possibile precauzione per proteggere i civili e le strutture civili dagli effetti degli attacchi, in violazione dei principi fondamentali del DIU – Diritto Internazionale Umanitario”

Skoog menziona un aumento nell’uso di “linguaggio deumanizzante” da parte dei dirigenti politici e militari israeliani, cosa che potrebbe “contribuire a provare l’intento” di commettere genocidio.

“L’incitamento alla discriminazione, all’ostilità o alla violenza – come nelle dichiarazioni dei funzionari israeliani – costituisce una seria violazione della Legge Internazionale sui Diritti Umani e può configurare il crimine internazionale di incitamento al genocidio”, si legge nel documento.

Le conseguenze per gli alti funzionari dei paesi esportatori di armi verso Israele – come la Germania, l’Italia e la Francia – non sono sfuggite a Yanis Varoufakis, ex Ministro delle Finanze greco e segretario generale di DiEM25 [Movimento per la Democrazia in Europa 2025, alleanza politica europea fondata nel 2016 da Varoufakis e dal filosofo croato Srećko Horvat tra gli altri, ndt.].

Se la Corte Penale Internazionale giudica i funzionari israeliani colpevoli di crimini di guerra, ha detto Varoufakis a The Intercept, la stessa consegna del rapporto ai Ministri dell’Unione Europea assume rilevanza, perché gli europei non potranno dichiararsi all’oscuro.

“Dato il contenuto del rapporto del Rappresentante Speciale dell’Unione Europea che hanno dovuto prendere in esame, non possono plausibilmente negare che erano al corrente dei fatti ”, ha detto Varoufakis [La negazione plausibile è una misura di salvaguardia verso incaricati pubblici cui vengano taciuti attività o particolari aspetti di esse. In caso di inchiesta giudiziaria il responsabile di un ufficio o il titolare di una catena di comando può legittimamente dichiarare la propria estraneità a qualsiasi fattispecie contestata ndt.]. “Il mondo adesso sa che loro sapevano di agire in violazione del Diritto Internazionale perché ne erano stati informati dallo stesso Rappresentante Speciale per i Diritti Umani dell’Unione Europea. La Storia li giudicherà duramente. E forse anche la Corte Penale Internazionale”.

Azione diplomatica bloccata

Il documento ha avuto origine dalla richiesta inoltrata a febbraio da Spagna e Irlanda di valutare se la guerra di Israele a Gaza violasse gli articoli relativi ai diritti umani dell’Accordo di Associazione UE-Israele il quale ha permesso, tra le altre cose, scambi commerciali per qualcosa come 46.8 miliardi di euro nel 2022.

Se la commissione Europea avesse riscontrato una violazione, ciò avrebbe comportato la calendarizzazione di una discussione sulla sospensione dell’accordo. La presidente filo-israeliana della Commissione, Ursula von der Leyen, ha però rifiutato di intervenire.

Di conseguenza Skoog è stato incaricato di indagare dal servizio estero dell’UE [di fatto un Ministero degli Esteri europeo, ancorché privo di autonomia politica, ndt.], il Servizio Europeo per l’Azione Esterna, e ha presentato una relazione preliminare a luglio. The Intercept ne ha ottenuta una versione che è stata aggiornata a novembre.

Il documento, del quale precedentemente non si aveva notizia, è stato discusso internamente come parte della proposta del Servizio estero UE di sospendere il “dialogo politico” con Israele, unico aspetto delle relazioni sul quale il Servizio Estero dell’Unione abbia voce in capitolo; la relazione di Skoog sostiene con efficacia l’idea di congelarlo. La proposta è stata però respinta dai Ministri dell’Unione Europea, insieme a quella che di fatto era una raccomandazione di mettere al bando l’esportazione di armi verso Israele.

Poiché il numero di morti a Gaza corrisponde alla ripartizione demografica della popolazione civile del territorio, il rapporto ha rilevato che il quadro delle uccisioni indica “attacchi indiscriminati” che potrebbero costituire crimini di guerra.

“Quando commessi nell’ambito di un attacco diffuso o sistematico contro la popolazione civile, possono anche comportare crimini contro l’umanità”, aggiunge il rapporto.

Skoog ha esortato i Paesi europei a “negare qualsiasi autorizzazione all’esportazione” di armi “se c’è un chiaro rischio che la tecnologia o equipaggiamento militare destinato all’esportazione possa essere usato per commettere gravi violazioni del diritto umanitario internazionale”.

Sulla base di questa valutazione, alcuni politici europei saranno a rischio di complicità se Israele sarà giudicato responsabile di aver commesso crimini di guerra, ha dichiarato Tayab Ali, socio dello studio legale britannico Bindmans che ha recentemente portato in tribunale il governo britannico per le sue esportazioni di armi a Israele.

“Gli avvocati di tutta Europa stanno osservando attentamente questa situazione e probabilmente avvieranno azioni legali a livello nazionale e internazionale. Gli interessi economici non sono una difesa dalla complicità in crimini di guerra”, ha dichiarato Ali a The Intercept. “È sconcertante che, in seguito al contenuto di questo rapporto, paesi come la Francia e la Germania possano anche solo lontanamente prendere in considerazione la possibilità di sollevare questioni di immunità per proteggere criminali di guerra ricercati come Netanyahu e Gallant” – con riferimento al Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e all’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant.

Diana Buttu, già consulente legale e negoziatrice per l’Autorità Palestinese ha suggerito che i paesi membri abbiano respinto l’analisi della stessa Unione Europea per motivi politici.

“Dal punto di vista legale, sappiamo quali dovrebbero essere le conseguenze” ha dichiarato Buttu. “Il punto era se la politica avrebbe rispettato il diritto e purtroppo non è stato così”.

Collusione criminale

La relazione di Skoog non è tenera con le atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre, descrivendo per esempio la cattura di ostaggi come “una violazione del diritto umanitario internazionale e un crimine di guerra”.

Gli attacchi per mezzo di razzi da parte di Hamas e Hezbollah sono stati “intrinsecamente indiscriminati… e possono costituire un crimine di guerra”, aggiunge.

L’indagine denuncia inoltre l’uso di tunnel in aree civili come equivalente all’uso di scudi umani, anch’esso un crimine di guerra. L’esercito israeliano non ha tuttavia prodotto alcuna “prova sostanziale” a sostegno di questa accusa, che, quand’anche provata, non giustificherebbe attacchi indiscriminati o sproporzionati contro aree civili.

La relazione respinge uno dei punti più importanti nella difesa israeliana dall’accusa di aver commesso crimini di guerra attaccando gli ospedali della Striscia di Gaza. Skoog osserva che “attaccare intenzionalmente ospedali… può costituire un crimine di guerra” a prescindere da qualsivoglia attività di Hamas al loro interno.

Nella sua relazione Skoog dice che il Diritto Internazionale riconosce a Israele “il diritto e anzi il dovere di proteggere la propria popolazione”, ma che esso deve essere esercitato in risposta a un attacco armato o imminente e in misura proporzionata. Essendo l’occupante, si legge nella relazione, Israele aveva anche il dovere di garantire la sicurezza e la salute di coloro che vivono sotto occupazione.

Agnès Bertrand-Sanz, esperta in questioni umanitarie di Oxfam, ha detto che la relazione “avvalora la tesi secondo la quale i governi dei paesi UE hanno agito in complicità con i crimini israeliani a Gaza”.

“Non hanno agito nemmeno quando i loro stessi servizi li hanno messi di fronte ai fatti”, ha dichiarato. “Chi continua a esportare armi verso Israele in aperto contrasto alle chiare indicazioni contenute nella relazione è coinvolto in una palese collusione criminale”.

[Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola]




Medico palestinese ferito continua a resistere

Fedaa al-Qedra

23 dicembre 2024 – The Electronic Intifada

All’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza il dott. Hussam Abu Safiya è diventato un simbolo di resilienza di fronte a un orrore inimmaginabile. Quell’orrore è in corso poiché lo scorso fine settimana l’ospedale e l’area circostante sono rimasti sotto attacco israeliano. Le persone ferite, traumatizzate e impaurite ivi rifugiate stanno affrontando la minaccia di un’evacuazione forzata.

Il pediatra e direttore dell’ospedale ha sopportato settimane di incessanti bombardamenti israeliani, la morte del figlio quindicenne Ibrahim e persino il suo stesso ferimento, il tutto rifiutandosi di abbandonare i suoi pazienti. Nel mezzo dell’assedio del suo ospedale, con continui bombardamenti israeliani durante la scorsa settimana, la storia di Abu Safiya sottolinea il costo umano della guerra e lo straordinario coraggio necessario per preservare la vita di fronte alla morte.

Dall’inizio di ottobre la campagna militare di Israele nel nord di Gaza ha devastato città come Jabaliya, Beit Lahiya e Beit Hanoun, sfollando circa 100.000-130.000 palestinesi e uccidendone centinaia. I tre ospedali della regione, tra cui l’ospedale Kamal Adwan a Beit Lahiya, hanno subito l’impatto più devastante di questi attacchi, spinti sull’orlo del collasso dall’assedio e dai bombardamenti. Israele ha giustificato le sue operazioni con affermazioni infondate su attività di militanti all’interno di queste strutture, accuse negate con veemenza dal personale medico locale e dalle organizzazioni umanitarie.

Il calvario dell’ospedale Kamal Adwan è iniziato seriamente il 25 ottobre. Alle 2 di notte l’artiglieria israeliana ha bombardato l’ospedale, distruggendo forniture mediche vitali e la sua unità di dialisi, e mettendo fuori uso il generatore di ossigeno.

La conseguente interruzione dell’ossigeno ha causato la morte di due bambini nell’unità di terapia intensiva. Dopo qualche ora le truppe israeliane hanno preso d’assalto la struttura arrestando centinaia di pazienti, personale e civili sfollati rifugiatisi tra le sue mura.

Abu Safiya era tra coloro che sono stati brevemente trattenuti durante il raid.

“L’esercito israeliano mi ha trattenuto e mi ha chiesto di evacuare l’ospedale”, ha detto Abu Safiya in un’intervista telefonica a The Electronic Intifada e ad altri giornalisti. “Mi sono rifiutato e ho assicurato loro che all’interno c’erano solo pazienti. Ma hanno arrestato 57 dipendenti, lasciandoci con una grave carenza di medici, in particolare chirurghi. Ora rimaniamo solo io e un altro pediatra”, ha detto dopo l’attacco.

Il costo del rifiuto di Abu Safiya è stato personale e devastante: durante il raid un drone israeliano ha preso di mira il figlio quindicenne, Ibrahim, uccidendolo all’ingresso dell’ospedale.

“Mi sono rifiutato di lasciare l’ospedale e sacrificare i miei pazienti, quindi l’esercito mi ha punito uccidendo mio figlio”, ha raccontato Hussam Abu Safiya ai giornalisti che lo hanno contattato in merito alla situazione nel suo ospedale. In seguito ha seppellito Ibrahim vicino al muro dell’ospedale in modo che suo figlio potesse stargli vicino.

I giorni successivi al 28 ottobre, col ritiro delle forze israeliane, non hanno portato ad una tregua. Gli attacchi all’ospedale sono ripresi, con un picco improvviso il 31 ottobre quando i bombardamenti hanno distrutto un altro carico di materiale medico fornito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Secondo un comunicato stampa inviato su WhatsApp da Abu Safiya, come spesso accade, il 3 novembre è arrivata una delegazione dell’OMS per evacuare i pazienti. In tale frangente il reparto pediatrico è stato preso di mira dal fuoco israeliano, con il ferimento di diverse persone, tra cui una ragazzina di 13 anni. Il 4 e il 5 novembre ripetuti attacchi hanno danneggiato le cisterne dell’acqua aggravando ulteriormente le terribili condizioni dell’ospedale.

Àncora di salvezza

Nonostante queste difficoltà, l’ospedale Kamal Adwan rimane un’àncora di salvezza fondamentale per la popolazione della Striscia di Gaza settentrionale. All’inizio di novembre l’ospedale ospitava più di 120 pazienti, con civili feriti che continuavano ad arrivare ogni giorno, spesso trasportati su barelle improvvisate o su carretti trainati da animali.

“Dopo i ripetuti attacchi le ambulanze sono fuori uso”, ha spiegato Abu Safiya. “Siamo costretti a scegliere tra i pazienti a causa dell’enorme numero di feriti. Non avrei mai immaginato di vivere momenti così tragici”.

La notte del 23 novembre l’ospedale ha dovuto affrontare un’altra aggressione diretta. Un attacco con droni ha preso di mira l’ufficio di Abu Safiya pochi istanti dopo che era uscito dalla sala operatoria, lasciandolo gravemente ferito con ferite da schegge ad una gamba.

Il personale medico ha fatto fatica a fornire cure adeguate a causa della mancanza di specialisti e attrezzature. “Il nostro sistema sanitario è sull’orlo del collasso”, ha detto un’infermiera, descrivendo l’incapacità dell’ospedale di eseguire anche diagnosi di base o interventi chirurgici.

Il 24 novembre con una dichiarazione stampa dal suo letto d’ospedale attraverso WhatsApp Abu Safiya ha affermato: “Questo non ci fermerà. Sono rimasto ferito sul posto di lavoro, e questo è un onore. Il mio sangue non è più prezioso di quello dei miei colleghi o delle persone che serviamo. Non appena guarito tornerò dai miei pazienti”.

Gli attacchi all’ospedale Kamal Adwan fanno parte di una strategia più ampia che ha visto Israele intensificare dal 7 ottobre 2023 la sua aggressione su Gaza. Sostenuta dagli aiuti americani la campagna ha ucciso oltre 45.000 palestinesi (circa il due percento della popolazione di Gaza), ha sfollato centinaia di migliaia di persone e lasciato gran parte dell’enclave in rovina.

Sotto pressione i servizi sanitari stanno crollando, con il blocco dei corridoi umanitari e gli attacchi mirati al personale medico.

L’esercito israeliano ha affermato che le sue azioni sarebbero basate su “un’intelligence precisa” e ha denunciato la presenza di militanti che si spacciano per membri del personale ospedaliero. Tuttavia le uniche prove presentate sono state la testimonianza di un detenuto ottenuta con l’estorsione e le fotografie di armi che sarebbero state trovate vicino all’ospedale.

Abu Safiya ha respinto queste accuse dichiarando a The Electronic Intifada: “Questo è un ospedale. Non chiediamo ai pazienti le loro appartenenze politiche. La nostra missione è fornire assistenza a tutti coloro che ne hanno bisogno”.

Il 4 dicembre Abu Safiya ha rilasciato una dichiarazione audio WhatsApp ai media descrivendo le condizioni del suo ospedale in quel momento: “I droni stanno sganciando bombe a frammentazione ferendo chiunque si trovi sul loro cammino. La situazione è diventata estremamente pericolosa. L’ospedale Kamal Adwan è stato sottoposto a un barbaro assalto da parte dei droni e ancora una volta l’occupazione concentra la sua aggressività sui team medici”.

Ha aggiunto: “Pochi istanti fa tre membri del nostro personale medico sono rimasti feriti. Uno di loro è in condizioni critiche e attualmente è sottoposto a un complesso intervento chirurgico in sala operatoria”.

Tuttavia il pediatra rimane fermo nel suo impegno verso i pazienti, anche se l’ospedale affronta la minaccia della completa distruzione.

“Siamo un istituzione sanitaria al servizio dei malati e dei feriti, non un campo di battaglia”, ha detto telefonicamente a The Electronic Intifada. “Il continuo attacco a questo ospedale è un deliberato tentativo di zittirci. Ma non mi tirerò indietro. La mia professione è il mio dovere e continuerò a trasmettere il mio messaggio umanitario fino al mio ultimo respiro”.

Il coraggio e la perseveranza del dottor Hussam Abu Safiya brillano attraverso l’oscurità dell’assedio in corso a Gaza. Mentre l’ospedale Kamal Adwan vacilla sull’orlo del collasso la sua storia è una testimonianza della resilienza di coloro che combattono non con le armi, ma con compassione e umanità.

Ultimi orrori

Mercoledì scorso Electronic Intifada ha parlato ancora una volta al telefono con Abu Safiya per discutere degli sviluppi del giorno precedente, che ha descritto come “uno dei giorni più bui, difficili e sanguinosi all’ospedale Kamal Adwan”. Il medico ha condiviso più o meno lo stesso messaggio con altri giornalisti.

L’ospedale, ha detto, è stato “preso di mira da aerei da guerra, che hanno colpito più di otto edifici nelle vicinanze. Uno di questi edifici era abitato”. Alcune delle persone in fuga sono state “avvolte dalle fiamme”. Descrivendo l’incidente come un “attacco orribile”, Abu Safiya ha detto che otto persone sono state uccise e che “i bambini rimangono intrappolati sotto le macerie carbonizzate“.

La situazione è ulteriormente peggiorata quando “bulldozer e carri armati sono entrati nell’area, sparando direttamente contro l’ospedale da tutte le direzioni”.

I danni sono stati gravi. “L’unità di terapia intensiva, situata sul lato occidentale, è stata colpita direttamente. I proiettili dei carri armati hanno colpito l’unità innescando un incendio che ci ha costretti a evacuare urgentemente i pazienti. Miracolosamente, siamo riusciti a salvare le bombole di ossigeno nel pronto soccorso. Purtroppo il reparto di isolamento è andato completamente a fuoco”.

Per la scarsità delle risorse l’incendio è stato difficile da controllare. “Per grazia di Dio, siamo riusciti a spegnere l’incendio a mani nude, poiché non erano disponibili estintori e l’erogazione idrica era stata interrotta. Abbiamo usato coperte e le nostre mani nude per controllare le fiamme”.

Nonostante la scena devastante Abu Safiya e i suoi colleghi continuano a perseverare malgrado un’unità di terapia intensiva che descrive come simile a “una zona di guerra, con proiettili che perforano attrezzature, muri e finestre”.

Rimane sbalordito dall’intensa violenza israeliana che ha preso di mira il suo ospedale e dal silenzio di così tante persone a cospetto di settimane di bombardamenti.

“È incomprensibile il motivo per cui siamo presi di mira in modo così brutale. Da oltre 75 giorni stiamo lanciando un appello al mondo, ma non è stato fatto nulla. Questa apatia consente agli occupanti di intensificare la loro violenza e temo che continueranno a colpire altri reparti, forse distruggendo l’ospedale davanti agli occhi del mondo. Tragicamente, questa è la nostra realtà”.

La realtà ha continuato a peggiorare nel corso del fine settimana con circa 400 persone, tra cui pazienti, che hanno affrontato la minaccia di evacuazione dall’ospedale in circostanze pericolose.

Domenica il giornalista Islam Ahmed dall’interno dell’ospedale ha detto a che nel fine settimana il numero dei pazienti era aumentato da 66 a 85 e che circa 10 corpi giacevano sulla strada a nord dell’ospedale. Lunedì Abu Safiya ha stimato il numero di pazienti a 91, affermando che “i bombardamenti non sono cessati per tutta la notte, distruggendo case ed edifici circostanti”. Ha descritto una “situazione estremamente terrificante” e ha chiesto “un intervento internazionale urgente prima che sia troppo tardi”.

Lunedì nel corso di un aggiornamento Ahmed ha detto che tre corpi rimasti all’interno dell’ospedale durante il weekend, tra cui quello di Ameena al-Mufti, una ragazza colpita da un attacco di droni israeliani, erano stati seppelliti nel corso della giornata in circostanze estremamente difficili.

Uscendo dall’ospedale, dice Ahmed, è pericoloso per si rischia la vita. Domenica sera, nel corso di un’intervista con The Electronic Intifada, si poteva sentire il rumore di spari.

Abu Safiya in una dichiarazione del fine settimana ha insistito sul fatto che l’evacuazione richiesta tramite un megafono israeliano avrebbe eventualmente richiesto giorni, non ore. Avrebbe dovuto essere reso disponibile l’ospedale indonesiano di Beit Lahiya, ha detto, mentre mancano le ambulanze per il trasporto i pazienti.

Ancora una volta, come in tante altre occasioni nelle ultime settimane, ha fatto appello a un mondo che non ascolta.

Fedaa al-Qedra è una giornalista di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Per la polizia israeliana umiliare le donne palestinesi è uno strumento di repressione collettiva

Mariam Farah

20 dicembre 2024 – + 972 Magazine

Gli arresti politici delle donne palestinesi in Israele, che devono subire perquisizioni corporali, occhi bendati e diffusione di dati personali, mirano a inviare un chiaro messaggio alla comunità.

L’attrice palestinese Maisa Abd Elhadi è stata arrestata la prima volta solo pochi giorni dopo gli attacchi del 7 ottobre. Alle 11 del mattino del 12 ottobre 2023 la polizia si è presentata a casa sua a Nazareth, le ha confiscato illegalmente il telefono e l’ha portata alla centrale di polizia della città.

Lì ha scoperto di essere indagata per due post che aveva condiviso su Instagram il 7 ottobre. Il primo mostrava dei civili vicino a un bulldozer presso la recinzione di Gaza, che il testo di accompagnamento paragonava alla caduta del muro di Berlino. “Nell’immagine non c’erano individui armati”, ha chiarito. La seconda era una foto di Yaffa Adar, un’anziana donna israeliana rapita quel giorno, con la didascalia: “Questa donna sta vivendo l’avventura della sua vita”.

“Ho condiviso questa storia la mattina presto senza capire veramente cosa stesse succedendo o quanto fosse grave la situazione”, spiega Abd Elhadi in merito a quest’ultimo post. “Quando in seguito ho scoperto il contesto completo e ho visto i video condivisi quel giorno, io stessa li ho immediatamente cancellati”. Ma a quel punto era troppo tardi.

Alla stazione di polizia un’agente donna ha ordinato ad Abd Elhadi di togliersi i vestiti e ha condotto una perquisizione corporale. “Mentre ero svestita mi ha aggredita fisicamente, insultata verbalmente con termini dispregiativi tra cui ‘terrorista’ e ha fatto dichiarazioni minacciose su ulteriori azioni che avrebbe intrapreso contro di me”, ricorda Abd Elhadi. “Ho quindi aspettato tre ore un interrogatore di lingua araba e il mio avvocato, ma l’interrogatorio vero e proprio è durato solo pochi minuti”.

Abd Elhadi riferisce a +972 che dopo essere stata interrogata riguardo ai suoi post sui social media la polizia si è rifiutata di restituirle il cellulare, minacciando di trattenerla in stato di arresto se non avesse dato loro il codice di accesso. Alla fine, Abd Elhadi è stata rilasciata e messa agli arresti domiciliari e in seguito ha avviato un procedimento legale per recuperare il suo telefono.

Ma appena due settimane dopo, nelle prime ore del mattino del 23 ottobre, è stata di nuovo arrestata.

Più tardi ho scoperto che il mio arresto era avvenuto in seguito ad un post sui social media di un famoso attore israeliano che aveva condiviso la mia storia e incoraggiato uno dei suoi follower a sporgere denuncia contro di me”, spiega Abd Elhadi.

Appena i media israeliani hanno pubblicato la vicenda la situazione è degenerata”. Sono state pubblicate le informazioni private di Abd Elhadi, tra cui il suo indirizzo di casa, insieme alle accuse e a una scena di nudo dal suo film “Huda’s Salon” – cosa che descrive come una campagna diffamatoria orchestrata per erodere il sostegno dei suoi connazionali palestinesi. Moshe Arbel, il ministro degli Interni, si è persino dato da fare per cercare di privarla della sua cittadinanza israeliana e deportarla.

Giunta alla stazione di polizia Abd Elhadi è stata portata in un ufficio adiacente all’ingresso dalla stessa agente donna che l’aveva perquisita durante il suo primo arresto. In quella stanza, accessibile agli agenti uomini, la poliziotta ha costretto Abd Elhadi a spogliarsi, l’ha ammanettata, aggredita fisicamente e poi l’ha fotografata di fronte a una bandiera israeliana.

Abd Elhadi è stata trattenuta per due giorni, durante i quali è rimasta completamente isolata dal mondo esterno. “Mi hanno poi trasportata in un’altra prigione per comparire in tribunale via Zoom e nel frattempo sono stata sottoposta a ulteriori aggressioni fisiche e perquisizioni corporali. Dopo l’udienza giudiziaria l’agente mi ha aggredita di nuovo trascinandomi per i capelli. Prima di essere rilasciata sono stata trasferita prima alla prigione di Sharon e poi a quella di Damon”, racconta.

Il 9 novembre 2023 è stata presentata contro Abd Elhadi un’incriminazione con l’accusa di aver espresso sostegno a un’organizzazione terroristica e di istigazione al terrorismo. “Nelle circostanze specifiche esiste una reale possibilità che le sue pubblicazioni [sui social media] spingano a commettere un atto di terrorismo”, ha affermato l’ufficio del procuratore. In seguito all’incriminazione Abd Elhadi è stata messa agli arresti domiciliari ed è stata rilasciata solo un anno dopo.

“L’esperienza mi ha lasciato in uno stato di continuo terrore”, dice Abd Elhadi, alla quale è ancora vietato usare i social media, dopo il suo rilascio. “Ho sentito che stavo entrando nell’ignoto, incerta se sarei mai stata di nuovo libera o se avrei dovuto affrontare una persecuzione perpetua da parte delle istituzioni statali”.

Secondo il centro giuridico palestinese Adalah con sede ad Haifa, Abd Elhadi è una delle 127 donne palestinesi, da attrici di spicco a insegnanti e studentesse, arrestate o interrogate dalla polizia israeliana per post sui social media tra il 7 ottobre 2023 e il 27 marzo 2024. Le loro testimonianze su ciò che hanno dovuto affrontare durante la custodia, tra cui ripetute perquisizioni corporali, foto montate ad arte con bandiere israeliane sullo sfondo e la diffusione di immagini dell’arresto, rivelano uno schema inquietante: l’uso sistematico di pratiche degradanti contro singole cittadine palestinesi per instillare una deterrenza collettiva.

“Riceviamo costantemente da donne detenute segnalazioni di umiliazioni sistematiche, tra cui molteplici perquisizioni corporali in varie stazioni [di polizia], un numero eccessivo di ammanettamenti e perquisizioni non autorizzate dei cellulari”, ha detto a +972 Nareman Shehadeh Zoabi, un’avvocatessa di Adalah. “Oltre a ciò sopportano abusi verbali, commenti inappropriati e derisioni riguardanti i loro corpi intese a causare vergogna”.

Immagini di arresti e repressione statale

La drastica escalation di arresti di cittadini palestinesi di Israele da parte della polizia nelle settimane successive al 7 ottobre è stata resa possibile, in parte, da una task force istituita dal ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben Gvir all’inizio del 2023, che mirava specificamente a perseguire presunte istigazioni sui social media. Inoltre, il procuratore di Stato israeliano Amit Aisman ha emanato regolamenti che hanno reso più facile per la polizia trattenere cittadini israeliani sospettati di istigazione, la stragrande maggioranza dei quali palestinesi.

L’arresto a maggio di Rasha Karim Harami, proprietaria di un salone di bellezza della città di Majd Al-Krum in Galilea, è stato un altro caso che ha scatenato polemiche sulle procedure della polizia. Inizialmente detenuta per istigazione a causa di post sui social media critici nei confronti della guerra di Israele a Gaza, Harami è stata successivamente accusata di “disturbo della pace” dopo che la polizia non è riuscita a ottenere la previa approvazione dell’ufficio del procuratore per l’accusa originale.

Il caso di Harami ha attirato l’attenzione di tutti quando la polizia ha diffuso il filmato dell’arresto, che la mostrava ammanettata con delle fasce di plastica e bendata con un panno di flanella, un trattamento solitamente riservato ai “sospettati di sicurezza” palestinesi. Il video è stato ampiamente condiviso sui social media suscitando la condanna dei parlamentari palestinesi e spingendo l’ufficio del procuratore a rilasciare una dura risposta di critica verso la condotta della polizia.

Dopo il suo interrogatorio Harami è stata posta agli arresti domiciliari per cinque giorni. Shehadeh Zoabi ha detto a +972 che in seguito a questo caso Adalah ha presentato una denuncia formale agli alti funzionari delle forze dell’ordine israeliane chiedendo “l’immediata cessazione delle pratiche illegali, tra cui la benda sugli occhi e le restrizioni eccessive”.

Ma al di là delle questioni legali è chiaro che tali pratiche fanno parte di una campagna più ampia contro i cittadini palestinesi. “Queste fotografie di cittadine arrestate, ammanettate con fascette di plastica e bendate con un panno di flanella, inviano un messaggio dallo Stato all’intera comunità palestinese”, spiega la dott.ssa Honaida Ghanim, sociologa, antropologa e direttrice palestinese del Palestinian Forum for Israeli Studies (MADAR). “Mettono in mostra gli strumenti di oppressione, repressione e umiliazione dello Stato, marcando allo stesso tempo i confini della libertà di espressione”.

Né queste azioni possono essere viste, sostiene Ghanim, separatamente dal contesto più ampio della guerra genocida di Israele a Gaza, dove si moltiplicano immagini di palestinesi morti, mutilati e traumatizzati. “Queste immagini sono pianificate per avere un impatto sulla coscienza collettiva palestinese. Fanno parte di una narrazione visiva più ampia, un collage attraverso il quale lo Stato tenta vuole riaffermare la propria autorità e deterrenza, ostentando un potere totale attraverso il controllo e l’oppressione”.

Un altro caso che ha attirato l’attenzione per delle discutibili azioni della polizia ha coinvolto Intisar Hijazi, un’insegnante palestinese di 41 anni della città di Tamra, nel nord di Israele. È stata arrestata il 7 ottobre 2024 per aver condiviso sui social media un video di se stessa mentre ballava al ritmo di una canzone inglese. Il video, girato nella sua scuola a Nazareth il 7 ottobre 2023, non conteneva alcun riferimento agli attacchi di Hamas di quel giorno.

L’avvocato Ashraf Hejazi, che rappresenta Hijazi, ha parlato del caso con +972. “Quando siamo arrivati ​​alla stazione di polizia non sono stati in grado di provare alcuna accusa legata al terrorismo, accusandola invece di mettere in pericolo la sicurezza pubblica”, ha spiegato. “Inizialmente il tribunale ha concesso alla polizia una proroga di due giorni per stabilire le prove delle loro accuse ma dopo due giorni di detenzione è stata rilasciata poiché la polizia non è riuscita a produrre alcuna prova a sostegno delle affermazioni”.

Prima che venisse rilasciata una qualche dichiarazione ufficiale della polizia Ben Gvir ha pubblicato le immagini di Hijazi durante il suo arresto, bendata in un veicolo della polizia. Un’altra fotografia non autorizzata che la mostrava in manette è circolata anche sui social media, davanti a una bandiera israeliana. “Abbiamo scoperto in seguito che Ben Gvir aveva personalmente richiesto il suo arresto per accuse di terrorismo”, dice Hejazi.

Allo stesso modo, nel caso di Abd Elhadi, Ben Gvir ha condiviso foto costruite ad arte che riproducono l’attrice in piedi davanti a una bandiera israeliana mentre si trovava sotto custodia della polizia. Successivamente ha lanciato un attacco pubblico al giudice che ha ordinato il suo rilascio, Arafat Taha, etichettandolo come “nemico interno”.

“La [diffusione] di queste immagini di arresti, in particolare di personaggi noti, rappresenta una forma di abuso sociale”, spiega la dott.ssa Maram Masarwi, docente e ricercatrice presso l’Al Qasemi College of Education e la Tel Aviv University. “Il messaggio dello Stato è inequivocabile: possiamo raggiungere chiunque e mettere a tacere qualsiasi voce, persino artisti di spicco come Dalal Abu Amneh. Nessuna voce è autorizzata a elevarsi al di sopra dello Stato”.

“Quando vediamo una persona fotografata sotto la bandiera in una posa umiliante interiorizziamo inconsciamente questa dinamica di potere”, continua Masarwi. “Non tutti hanno la resistenza o la capacità di affrontare questo potere, il che porta la maggior parte ad autocensurarsi. Questa oppressione diventa inconsciamente radicata nella nostra psiche collettiva come società“.

Abeer Baker, un’avvocatessa che rappresenta Abd Elhadi, ha detto a +972 di aver osservato un aumento delle incriminazioni contro le donne palestinesi in particolare nell’ultimo anno. “Questo non è casuale”, ha sostenuto Baker. “L’arresto di donne, in particolare studentesse e personaggi noti, crea ansia sociale e intimidisce altre donne.

“Se si vuole aumentare la pressione su una comunità si prendono di mira le sue donne. Le donne sono più vulnerabili durante le indagini a causa di varie forme di ricatto, in particolare violazioni della privacy come le ricerche sul telefono”, spiega Baker. “C’è anche un elemento di vendetta legato alle violenze sessuali del 7 ottobre: ​​le donne palestinesi vengono trattate come se fossero colpevoli di complicità“.

“La paura non mi abbandona mai”

Ad agosto l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha pubblicato “Welcome to Hell” [Benvenuti all’Inferno, ndt.], un rapporto rivoluzionario che descrive in dettaglio gli abusi sistemici sui palestinesi e le condizioni disumane nelle prigioni israeliane dal 7 ottobre, che descrivono come una “rete di campi di tortura”.

Il rapporto rileva che, nonostante il diverso status legale, le centinaia di cittadini palestinesi di Israele arrestati sono stati “sottoposti alle stesse condizioni [in prigione] dei loro corrispondenti della Cisgiordania e hanno subito abusi simili”, tra cui gravi maltrattamenti fisici, umiliazioni sessuali e negazione dei diritti fondamentali.

Tra le testimonianze raccolte nel rapporto c’è quella di I.A., una studentessa universitaria palestinese-israeliana sui vent’anni che è stata arrestata nel novembre 2023 per un post sui social media. Ha raccontato di essere stata ripetutamente derisa per il suo aspetto da ufficiali e guardie carcerarie, e di essere stata costretta a sottoporsi a perquisizioni corporali di fronte a guardie maschili. “La guardia donna mi prendeva in giro per i vestiti, le fattezze del corpo e i peli. Ha detto chiaramente che la disgustavo”, ricorda.

Dopo il suo rilascio I.A. è tornata all’università, ma ha continuato a confrontarsi con un ambiente ostile. “Avevo davvero paura che gli studenti ebrei mi aggredissero”, dice. “Molti studenti ora frequentano le lezioni armati di fucili e pistole… Spesso [mi ritrovo] seduta accanto a qualcuno armato durante una lezione. È una situazione davvero spaventosa, soprattutto di fronte alle continue istigazioni contro gli studenti arabi”.

Come altre contenute nel rapporto questa testimonianza illustra come il sistema carcerario israeliano non sia solo uno strumento di oppressione fisica ma anche un metodo per instillare un trauma psicologico duraturo che si estende ben oltre le mura della prigione, mirato a sopprimere la partecipazione dei cittadini palestinesi alla vita civica.

Secondo il dott. Marwan Dwairy, psicologo clinico di Nazareth, in seguito al 7 ottobre alcuni cittadini palestinesi in Israele “credevano di avere ancora [un po’ di] spazio democratico per esprimere i propri sentimenti, [anche se] in modo minimo o indiretto”. La guerra a Gaza, ha sostenuto, “ha intensificato i loro sentimenti di frustrazione e impotenza, innescando paura per la loro sicurezza e senso di colpa per non poter aiutare la loro gente”.

Ma nel giro di pochi giorni o settimane si sono ritrovati perseguitati dalle loro università, dai loro luoghi di lavoro e dai loro tribunali. L’impatto psicologico, sostiene Dwairy, è stato profondo: la riduzione dello spazio di libertà di espressione unita alle ansie legate alla guerra e alla paura di essere perseguiti ha portato a “un aumento significativo dei casi di depressione, ansia e disturbi psicosomatici” tra i cittadini palestinesi.

Per Abd Elhadi l’ansia è stata una presenza costante durante il suo anno agli arresti domiciliari, soprattutto perché gli utenti dei social media israeliani minacciavano di aggredirla a casa sua. “Non mi sentivo al sicuro, sapendo che avevano pubblicato il mio indirizzo”, riferisce a +972. “Ogni auto che si avvicinava mi rendeva ansiosa”. Ha anche iniziato a dormire completamente vestita con scorte di emergenza nelle vicinanze per paura di essere arrestata di nuovo.

Abeer Baker, avvocatessa di Abd Elhadi, osserva che la polizia continua a nascondere informazioni cruciali sul suo caso, tra cui l’identità dei due agenti che l’hanno filmata e come le sue foto siano trapelate ai media. “Questo caso è significativo perché espone le pratiche statali, in particolare quelle della polizia e dell’accusa, il cui ruolo dovrebbe essere quello di supervisionare la condotta della polizia ma che invece è diventata complice di queste pratiche illegali”, spiega. “Stiamo lavorando per trasformare l’atto di accusa contro Maisa in un atto di accusa contro la polizia per il trattamento riservato alle prigioniere”.

Abd Elhadi, pur essendo stata rilasciata dagli arresti domiciliari il mese scorso, non riesce a sfuggire al peso psicologico dell’anno trascorso. “Ancora oggi temo per la mia vita”, afferma. “Vado solo in posti familiari dove ho degli amici. La paura non mi abbandona mai”.

Mariam Farah è una giornalista palestinese di Haifa.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Nessun civile, sono tutti terroristi: soldati dell’IDF rivelano uccisioni arbitrarie e anarchia dilagante lungo il Corridoio Netzarim a Gaza

Yaniv Kubovich

18 dicembre 2024 – Haaretz

Su 200 corpi solo 10 sono stati confermati come membri di Hamas: soldati dell’IDF che hanno prestato servizio a Gaza raccontano ad Haaretz che chiunque attraversi una linea immaginaria lungo il conteso Corridoio Netzarim viene ucciso e ogni vittima palestinese è conteggiata come terrorista, anche se si tratta solo di un minore.

La linea non compare su alcuna mappa e non esiste in alcuna direttiva militare ufficiale. Mentre gli ufficiali di alto grado delle Israel Defense Forces [IDF, Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndt.] ne negheranno l’esistenza, nel cuore della Striscia di Gaza, a nord del corridoio Netzarim, non c’è niente di più reale.

“Le forze sul campo la chiamano ‘linea dei cadaveri’, dice ad Haaretz un comandante della Divisione 252. “Dopo essere stati colpiti i corpi non vengono raccolti, attirano branchi di cani che vengono a mangiarseli. A Gaza la gente sa che ovunque si vedano questi cani lì non si deve andare.”

Il Corridoio Netzarim, una striscia di terra larga sette chilometri, si estende dalle vicinanze del kibbutz Be’eri fino alla costa del Mediterraneo. L’IDF ha svuotato questa zona dagli abitanti palestinesi e ha demolito le loro case per costruire strade e postazioni militari.

Mentre ai palestinesi è ufficialmente proibito entrarvi, la situazione è molto più grave che in una semplice zona riservata. “È un modo dei militari per nascondere la realtà,” spiega un importante ufficiale della Divisione 252, che ha svolto tre turni a Gaza come riservista. “Il comandante di divisione l’ha definita come una ‘zona di morte.’ Chiunque vi entri viene colpito.”

Un ufficiale della Divisione 252 da poco congedato descrive la natura arbitraria di questo confine: “Per la divisione la zona di morte si estende fin dove un cecchino può vedere.” Ma il problema va al di là della geografia. “Lì stiamo uccidendo civili che poi vengono conteggiati come terroristi,” afferma. “Gli annunci del portavoce dell’IDF sul numero di vittime l’ha trasformata in una competizione tra unità. Se la Divisione 99 ha ucciso 150 (persone), quella successiva punta alle 200.”

Questi racconti di uccisioni indiscriminate e la sistematica classificazione di vittime civili come terroristi sono comparsi ripetutamente nelle conversazioni di Haaretz con reduci tornati di recente da Gaza.

“Chiamare noi stessi l’esercito più morale al mondo assolve i soldati che sanno esattamente quello che stiamo facendo,” dice un importante comandante della riserva che recentemente è tornato dal corridio Netzarim. “Ciò significa ignorare che per oltre un anno abbiamo agito in uno spazio senza legge in cui la vita umana non ha alcun valore. Sì, noi comandanti e combattenti stiamo partecipando alle atrocità che stanno avvenendo a Gaza. Ora chiunque deve affrontare questa realtà.”

Benché questo ufficiale non lamenti di essere stato mobilitato dopo il 7 ottobre (“Abbiamo iniziato una guerra giusta”), insiste sul fatto che l’opinione pubblica israeliana merita un quadro completo. “La gente deve sapere com’è realmente questa guerra, quali gravi azioni stanno commettendo alcuni comandanti e combattenti a Gaza. Devono conoscere le scene inumane a cui noi assistiamo.”

Haaretz ha raccolto testimonianze da soldati, ufficiali di carriera e riservisti in servizio che svelano il potere senza precedenti concesso ai comandanti. Poiché l’IDF combatte su vari fronti, i comandanti di divisione hanno ricevuto poteri molto estesi. In precedenza il bombardamento di edifici o gli attacchi aerei imponevano l’approvazione del capo di stato maggiore dell’IDF. Ora tali decisioni possono essere prese da ufficiali di rango inferiore.

“Ora i comandanti di divisione hanno un’autorità quasi illimitata nell’uso delle armi nelle zone di combattimento,” spiega un alto ufficiale della Divisione 252. “Un comandante di battaglione può ordinare attacchi con i droni e un comandante di divisione può lanciare operazioni di conquista.” Alcune fonti descrivono unità dell’IDF che agiscono come milizie indipendenti, senza i limiti delle usuali regole d’ingaggio militari.

Lo abbiamo messo in una gabbia”

La situazione caotica ha obbligato ripetutamente comandanti e combattenti ad affrontare gravi dilemmi morali. “L’ordine era chiaro: ‘Chiunque attraversi il ponte nel Corridoio (Netzarim) riceverà una pallottola in testa,” ricorda un reduce della Divisione 252.

“Una volta le guardie hanno fermato uno che si stava avvicinando da sud. Abbiamo risposto come se si trattasse di una massiccia incursione di miliziani. Abbiamo preso posizione e sparato. Sto parlando di decine di proiettili, forse di più. Per circa un minuto o due abbiamo continuato a sparare al corpo. Quelli attorno a me sparavano e ridevano.”

Ma l’incidente non è finito lì: “Ci siamo avvicinati al corpo coperto di sangue, lo abbiamo fotografato e abbiamo preso il telefono. Era solo un ragazzo, forse sedicenne.” Un ufficiale dell’intelligence ha raccolto gli elementi e ore dopo i soldati hanno saputo che il ragazzo non era un miliziano di Hamas, ma solo un civile.

“Quella sera il comandante del nostro battaglione si è congratulato con noi perché abbiamo ucciso un terrorista, dicendo di sperare che ne avremmo uccisi altri dieci l’indomani,” aggiunge il soldato. “Quando qualcuno ha fatto notare che era disarmato e sembrava un civile, tutti lo hanno zittito. Il comandante ha detto: ‘Chiunque attraversi la linea è un terrorista, senza eccezioni, non un civile. Chiunque è un terrorista.’ Ciò mi ha profondamente sconvolto, ho lasciato casa mia per dormire in un edificio infestato dai topi per questo? Per sparare a gente disarmata?”

Incidenti simili continuano ad emergere. Un ufficiale del comando della Divisione 252 ricorda quando il portavoce dell’IDF ha annunciato che le loro forze avevano ucciso 200 miliziani: “La procedura usuale richiede, quando possibile, di fotografare cadaveri e raccogliere dettagli, poi inviare le prove all’intelligence per verificare lo status dei miliziani o almeno confermare che sono stati uccisi dall’IDF,” spiega. “Di questi 200 caduti solo 10 sono stati confermati come operativi di Hamas. Eppure nessuno ha messo in discussione l’annuncio pubblico sull’uccisione di centinaia di miliziani.”

Un altro soldato racconta di aver visto quattro persone disarmate che camminavano normalmente individuate da un drone di sorveglianza. Nonostante chiaramente non sembrassero miliziani, un carrarmato è avanzato ed ha aperto il fuoco con la mitragliatrice. “Centinaia di proiettili,” ricorda. Tre sono morti sul colpo (“l’immagine mi perseguita”, dice), mentre il quarto è sopravvissuto ed ha alzato le mani in segno di resa.

“Lo abbiamo messo in una gabbia installata presso la nostra posizione, gli abbiamo tolto i vestiti e lo abbiamo lasciato lì,” racconta il soldato. “I militari che gli passavano vicino gli sputavano addosso. Era disgustoso. Alla fine è arrivato un interrogatore militare, gli ha fatto brevemente delle domande tenendo un fucile puntato alla testa, poi ha ordinato il suo rilascio.” L’uomo stava semplicemente cercando di raggiungere i suoi zii nel nord di Gaza. “In seguito gli ufficiali ci hanno lodati per aver ucciso ‘terroristi’. Non sono riuscito a capire a cosa si riferissero,” afferma il combattente.

Dopo un giorno o due i cadaveri sono stati sepolti nella sabbia da un bulldozer. “Non so se qualcuno ricorda che sono lì. La gente non capisce, questo non uccide solo arabi, uccide anche noi. Se sarò richiamato a Gaza non penso che ci andrò.”

In un altro incidente posti di osservazione hanno individuato persone che camminavano verso il Wadi Gaza, una zona definita come vietata. Un drone ha rilevato che portavano una bandiera bianca e camminavano con le mani alzate. Il vice comandante del battaglione ha ordinato ai soldati di sparare per ucciderli. Quando un capitano ha protestato, sottolineando che avevano la bandiera bianca e suggerendo che potevano essere ostaggi, è stato zittito: “Non so cosa sia una bandiera bianca, sparate per uccidere,” ha insistito il vice-comandante, un riservista della Brigata 5. Le due persone alla fine sono tornate verso sud, ma il capitano che aveva protestato è stato criticato in quanto codardo.

Questi confini invisibili a nord e a sud del Corridoio compaiono spesso nelle testimonianze. Persino soldati che presidiano posizioni per imboscate dicono che non sempre era chiaro dove fossero tracciate queste linee: “Chiunque si avvicini, indipendentemente da dove si sia deciso che la linea si trovi in quel momento, è considerato una minaccia, senza che fosse necessario avere un permesso per sparare.”

Questo criterio non è limitato alla Divisione 252. Un riservista della Divisione 99 racconta di aver visto il segnale video di un drone che mostrava “un adulto e due bambini che attraversavano la linea proibita: “Stavano camminando disarmati, sembrava che cercassero qualcosa. Li tenevamo sotto stretta sorveglianza con il drone e con le armi puntate verso di loro, non potevano fare niente,” afferma. “Improvvisamente abbiamo sentito una potente esplosione. Un elicottero da combattimento gli aveva lanciato contro un missile. Chi pensa che sia legittimo sparare un missile contro dei bambini? E perché un elicottero? È pura malvagità.”

La maggior parte degli intervistati afferma che inizialmente l’aeronautica ha agito come freno, soprattutto riguardo agli attacchi con i droni. Si rifiutava di attaccare obiettivi non confermati, zone popolate e rifugi umanitari. Tuttavia queste precauzioni con il tempo sono state ridotte: “La forza aerea quasi non discute più niente, anche i loro meccanismi di sicurezza sono saltati,” afferma un capitano.

La Divisione 252 ha trovato il modo di aggirare la supervisione dell’aereonautica usando una “parola magica”, la “procedura lampo”, spiega un ufficiale che conosce bene le operazioni. Destinata a forze sotto attacco o che stanno evacuando vittime, garantisce un attacco aereo entro 30 minuti senza necessità di approvazione. Ogni ufficiale dal comando di battaglione in su la può invocare: “Quando per varie ragioni le richieste di colpire vengono rifiutate, il brigadiere generale Yehuda Vach ci dice di usare la “procedura lampo,” afferma l’ufficiale.

Selvaggio West con steroidi

Vach, 45 anni e nato nella colonia di Kiryat Arba [una delle prime e più estremiste, ndt.] in Cisgiordania, si è formato nelle unità militari d’élite prima di diventare comandante della scuola di addestramento degli ufficiali dell’IDF. Promosso a brigadiere generale la scorsa estate, ha preso il comando della Divisione 252. Il suo primo discorso ai comandanti di un avamposto del Corridoio è stato molto significativo:

“La sua visione del mondo e le sue posizioni politiche hanno chiaramente guidato le sue decisioni operative,” ricorda un importante ufficiale che era presente. Un altro ufficiale lo descrive come un “piccolo Napoleone” inadatto a comandare una divisione: “Il ruolo richiede discernimento… ci siamo immediatamente resi conto che non ne aveva, ma non abbiamo capito quanto poco ne avesse.”

Secondo un altro ufficiale, giorni dopo Vach ha dichiarato che “non ci sono innocenti a Gaza”. Mentre tali opinioni sono comuni tra i soldati, nel caso di Vach “non si trattava solo di un’opinione, è diventata la dottrina operativa: chiunque è un terrorista.” Ha detto ai suoi comandanti che “in Medio Oriente, la vittoria arriva attraverso la conquista di un territorio. Dobbiamo continuare a conquistare finché vinciamo.”

Sotto il comando di Vach l’atmosfera da Selvaggio West si è intensificata. La frontiera della “zona della morte” ha continuato a spostarsi, “oggi 500 metri qui, domani 500 metri là,” dice un soldato. Mentre anche altre unità hanno violato le regole, secondo gli ufficiali Vach è andato oltre.

Uno dei concetti che ha introdotto è stato dichiarare chiunque entrasse nella zona della morte un terrorista in avanscoperta: “Ogni donna è un esploratore o un uomo travestito,” spiega un ufficiale. “Vach ha persino deciso che chiunque andasse in bicicletta poteva essere ucciso, sostenendo che i ciclisti erano collaboratori dei terroristi.”

La sua iniziativa individuale di obbligare la popolazione del nord di Gaza a spostarsi verso sud non aveva l’autorizzazione ufficiale. “Abbiamo cercato ordini operativi ma non li abbiamo trovati,” dice un ufficiale del comando. “Alla fine lo hanno bloccato.”

Dopo le notizie sulla morte del leader di Hamas Yahya Sinwar, durante una riunione del comando Vach ha condiviso fantasie sconcertanti riguardo alla mutilazione e profanazione del cadavere: “Come avrebbero dovuto denudarlo, metterlo nella piazza della città, fare a pezzi il cadavere e lavarlo in acqua di scarico. Ha cercato di spiegare come tagliare e smembrare il corpo,” ricorda un ufficiale. “Non era uno scherzo, si trattava di un incontro ufficiale. I suoi comandanti sono rimasti in un silenzio, scioccati.”

Il personale della divisione ha chiesto ripetutamente un intervento del capo del comando meridionale, il generale Yaron Finkelman, riguardo alla condotta di Vach, ma sembrava che Vach non riconoscesse neppure l’autorità di Finkelman.

All’inizio di novembre la divisione di Vach ha lasciato il Corridoio, sostituita dalla Divisione 99. Prima che il loro turno finale terminasse, gli ufficiali hanno chiesto spiegazioni della sua “zona della morte” non autorizzata e di altre azioni: “Non ha precedenti fare una guerra in cui chiunque fa quello che vuole nel proprio settore. Sono state iniziate operazioni senza i dovuti ordini o le procedure corrette, solo perché lo ha deciso Vach,” dice un altro ufficiale che era presente.

Vach era ossessionato da un’“immagine di vittoria”, non di Israele ma la sua. Pensava che svuotare il nord di Gaza dai palestinesi sarebbe stato il suo trionfo. “Non abbiamo raggiunto l’obiettivo,” ha ammesso a dicembre. Il suo tentativo di cacciare 250.000 abitanti legati alle proprie case è in buona misura fallito, solo qualche centinaio è passato a sud.

Ha detto agli ufficiali che i palestinesi devono perdere terreno per imparare dal massacro di Hamas del 7 ottobre: “Prima ha parlato di espellere tutti a sud, pensando che avrebbe messo in atto da solo il Piano dei Generali [progetto ideato da alcuni generali israeliani per svuotare il nord di Gaza, ndt.],” ricorda un comandante. Quando ciò si è dimostrato impossibile, ha cercato alternative. Nessuna si è concretizzata. È previsto che a marzo Vach ritorni con la Divisione 252 lungo il Corridoio Netzarim.

Giovedì l’IDF ha negato le affermazioni attribuite a Vach, sostenendo che l’esercito “ha operato per vari mesi lungo la zona del Corridoio (Netzarim) nel centro di Gaza contro l’organizzazione terroristica Hamas, compiendo intense attività operative. Ogni attività e operazione delle forze dell’IDF a Gaza, compreso il Corridoio Netzarim, viene realizzata in accordo con le procedure definite dal comando, con piani approvati e ordini operativi stabiliti dai più alti livelli di comando.

Ogni attacco nell’area viene condotto in conformità con i protocolli richiesti, compreso il fatto di prendere di mira obiettivi che vengono colpiti in un breve lasso di tempo in base a circostanze operative,” continua l’IDF.

L’esercito aggiunge che “gli attacchi hanno preso di mira solo obiettivi militari e prima che gli attacchi vengano effettuati si seguono molti passaggi per minimizzare danni a non-combattenti.” L’IDF afferma anche che incidenti sospetti di violazione degli ordini dell’IDF e delle linee guida etiche sono indagati e affrontati.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Lettera aperta di matematici contro il genocidio a Gaza

Matematici contro il genocidio a Gaza

18 dicembre 2024 Al Jazeera

I 1.078 firmatari denunciano il genocidio e chiedono di tagliare i ponti con le istituzioni israeliane che non lo condannano

Il 7 ottobre 2023 Hamas ha compiuto un attacco terroristico in Israele, uccidendo più di 1.200 persone su una popolazione di 9,5 milioni, tra cui oltre 800 civili e almeno 33 minorenni, e ferendone altri 5.400. L’attacco ha portato anche alla cattura di 248 ostaggi, circa 100 dei quali ancora detenuti a Gaza. Da allora il governo israeliano ha lanciato una violenta risposta genocida contro la popolazione palestinese di Gaza, sotto gli occhi della comunità internazionale. Alla fine di ottobre 2024 le vittime identificate avevano raggiunto quota 43.061, tra cui oltre 13.735 bambini, 7.216 donne e 3.447 anziani, con oltre 100.000 feriti, su una popolazione di 2,3 milioni. Migliaia di altre vittime rimangono disperse, sepolte sotto le macerie. L’esercito israeliano sta infliggendo ai civili palestinesi non meno che l’equivalente di un 7 ottobre ogni dieci giorni, e lo fa da più di un anno.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha descritto la situazione a Gaza come una “crisi dell’umanità”. Oltre al pesante tributo per i civili, questa guerra ha portato alla massiccia distruzione delle infrastrutture civili palestinesi e costretto il 90% della popolazione di Gaza a ripetuti sfollamenti. La maggior parte degli ospedali è stata bombardata e distrutta e numerosi team medici sono stati uccisi. I continui attacchi e blocchi di cibo, acqua, carburante, medicine e aiuti umanitari causano sofferenze insopportabili alla popolazione di Gaza, che sta affrontando anche fame e malattie infettive. I minori, insieme ad altri gruppi vulnerabili, sono particolarmente colpiti.

A fine ottobre 2024 il Ministero dell’Istruzione palestinese, con sede a Ramallah, ha riferito che dal 7 ottobre 2023 Israele ha ucciso oltre 11.057 scolari e 681 studenti a Gaza e ferito oltre 16.897 scolari e 1.468 studenti. In totale sono stati uccisi 441 insegnanti e personale scolastico e 2.491 sono rimasti feriti. A Gaza sono stati uccisi almeno 117 accademici, tra cui Sufyan Tayeh, matematico, fisico teorico e presidente dell’Università islamica di Gaza, ucciso insieme alla sua famiglia da un bombardamento israeliano nel campo profughi di Jabaliya il 2 dicembre 2023. Inoltre a Gaza sono state danneggiate 406 scuole, di cui 77 completamente distrutte. Le università di Gaza sono state gravemente colpite, con 20 istituzioni danneggiate, 51 edifici completamente demoliti e 57 parzialmente distrutti. Di conseguenza da più di un anno circa 88.000 studenti e 700.000 scolari di Gaza sono stati privati ​​dell’istruzione.

Il 26 gennaio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha stabilito l’esistenza di un presumibile genocidio e ha ordinato a Israele di adottare misure per prevenirlo. Il 28 marzo la CIG ha ribadito questo ordine, chiedendo l’attuazione di misure preventive. Quindi, il 24 maggio, la CIG ha ordinato a Israele di interrompere immediatamente la sua offensiva militare a Rafah e di aprire il valico di Rafah per consentire l’accesso senza ostacoli ai servizi umanitari e agli aiuti per i civili. Questi ordini sembrano essere stati completamente ignorati e gli attacchi ai civili a Gaza si sono intensificati, soprattutto nel nord, con il chiaro obiettivo di spopolare questa regione dai palestinesi. Il 30 settembre 2024, dopo giorni di bombardamenti aerei, l’esercito israeliano ha invaso anche il Libano, uccidendo almeno 1.600 persone e sfollandone 1,2 milioni.

Le violazioni dei diritti umani da parte del governo israeliano si estendono oltre la Striscia di Gaza e non iniziano come rappresaglia per l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. In Cisgiordania dal 7 ottobre 2023 sono stati uccisi 79 scolari e 35 studenti, con centinaia di feriti o arrestati. E violazioni sistematiche e diffuse dei diritti umani, come la confisca di terreni, il saccheggio delle risorse e la discriminazione razziale sono state ampiamente documentate in 57 anni di occupazione dei territori palestinesi e 17 anni di blocco a Gaza. Il 19 luglio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un parere consultivo sulle “conseguenze legali derivanti dalle politiche e dalle pratiche di Israele nei Territori Palestinesi Occupati (TPO), tra cui Gerusalemme Est e Gaza”, dichiarando inequivocabilmente illegale l’occupazione di Israele e chiedendone l’immediata cessazione. La Corte Internazionale di Giustizia ha sottolineato che la responsabilità di non sostenere questa pratica illegale ricade non solo sugli Stati terzi, ma anche su tutte le istituzioni che rispettano il diritto internazionale, comprese le università.

La comunità scientifica si è spesso mobilitata in passato per difendere i diritti umani e il diritto internazionale. In una lettera aperta pubblicata sul New York Times nel dicembre 1948, firmata da Hannah Arendt e Albert Einstein, gli autori denunciarono la visita negli USA di Menahem Begin, leader del partito Tnuat Haherut, precursore del Likud (il partito dell’attuale Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu), in questi termini: “Tra i fenomeni politici più inquietanti dei nostri tempi c’è l’emergere nel neonato Stato di Israele del ‘Partito della Libertà’ (Tnuat Haherut), un partito politico strettamente affine nella sua organizzazione, metodi, filosofia politica e richiamo sociale ai partiti nazista e fascista. Fu formato dai membri e dai seguaci dell’ex Irgun Zvai Leumi, un’organizzazione terroristica in Palestina, di destra e sciovinista… È con le sue azioni che quel partito terroristico tradisce il suo vero carattere; dalle sue azioni passate possiamo giudicare cosa ci si può aspettare che faccia in futuro. Un esempio scioccante è stato il loro comportamento nel villaggio arabo di Deir Yassin. Questo villaggio, lontano dalle strade principali e circondato da terre ebraiche, non aveva preso parte alla guerra e aveva persino combattuto contro bande arabe che volevano usarlo come base. Il 9 aprile i gruppi terroristici attaccarono questo pacifico villaggio, che non era un obiettivo militare nei combattimenti, uccisero la maggior parte dei suoi abitanti (240 uomini, donne e bambini) e ne tennero in vita alcuni per farli sfilare come prigionieri per le strade di Gerusalemme. La maggior parte della comunità ebraica fu inorridita dall’azione e l’Agenzia ebraica inviò un telegramma di scuse al re Abdullah della Trans-Giordania. Ma i terroristi, lungi dal vergognarsi del loro atto, erano orgogliosi di questo massacro, lo pubblicizzarono ampiamente e invitarono tutti i corrispondenti esteri presenti nel Paese a vedere i cadaveri ammucchiati e la devastazione totale a Deir Yassin.”

Da più di un anno il governo israeliano e le sue forze militari commettono ogni giorno a Gaza l’equivalente di un massacro di Deir Yassin, mentre la comunità scientifica rimane in gran parte in silenzio. Eppure, come dimostra la lettera aperta di cui sopra, questa comunità si è già fortemente opposta agli attacchi contro i civili, sia durante le guerre in Algeria e in Vietnam, sia, più di recente, in risposta all’invasione russa dell’Ucraina. Gli scienziati, in particolare i matematici, non possono rimanere indifferenti al genocidio in corso a Gaza, soprattutto perché sembra che le potenze occidentali sostengano politicamente, diplomaticamente e militarmente questo crimine contro l’umanità.

Basta! Esortiamo i nostri colleghi a cessare ogni collaborazione scientifica con istituzioni israeliane che non condannino esplicitamente il genocidio a Gaza e la colonizzazione illegale della Palestina. Li incoraggiamo anche a fare pressione sulle nostre istituzioni affinché interrompano alle stesse condizioni gli accordi con quei partner, in conformità con il diritto internazionale. Questa presa di posizione ovviamente non include le collaborazioni individuali con colleghi israeliani, 3.400 dei quali hanno coraggiosamente firmato un appello alla comunità internazionale, che desideriamo sostenere, “per intervenire immediatamente applicando qualsiasi possibile sanzione contro Israele per ottenere un cessate il fuoco immediato tra Israele e i suoi vicini, per il futuro delle persone che vivono in Israele/Palestina e nella regione, e per garantire il loro diritto alla sicurezza e alla vita”. Infine, chiediamo che le nostre istituzioni rispettino scrupolosamente le libertà accademiche e sostengano risolutamente la libertà di espressione in conformità con la legge.

Un elenco completo dei firmatari può essere trovato qui

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Con il suo ultimo atto Mahmoud Abbas ha tradito la causa palestinese

Sami Al-Arian

17 dicembre 2024 – Middle East Eye

Nel disperato tentativo di conservare una certa importanza il fedele “leader scelto con cura” da USA e Israele ha intensificato la repressione contro i palestinesi in Cisgiordania e si è impegnato a collaborare con Trump.

Mahmoud Abbas, il presidente dell’Autorità Palestinese (AP) sta cercando di conservare una certa importanza, mentre gli eventi a Gaza, in Cisgiordania e nel resto della regione si susseguono a un ritmo molto più veloce di quanto il politico ottuagenario sia in grado di gestire.

Questa settimana, nel mezzo del genocidio israeliano che infuria incessantemente a Gaza da 14 mesi, le forze di sicurezza di Abbas hanno sfacciatamente ucciso a Jenin diversi importanti combattenti della resistenza, nel tentativo di compiacere gli israeliani e i loro benefattori americani.

Quando nel gennaio 2020 l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump annunciò il cosiddetto “accordo del secolo”, una proposta totalmente allineata con Israele su tutti i temi del contenzioso, Abbas disse: “Voglio dire al duo, Trump e [il primo ministro israeliano Benjamin] Netanyahu, che Gerusalemme non è in vendita, che nessuno dei nostri diritti è in vendita o contrattabile. Il vostro accordo, la cospirazione, non accadrà… diciamo mille volte no, no, no all’accordo del secolo”.

Tuttavia, quando il 5 novembre Trump è stato rieletto, Abbas l’ha chiamato per congratularsi con lui e gli ha promesso di lavorare insieme a un accordo politico che egli stesso aveva respinto a priori cinque anni prima.

A questo è seguito un accordo che gli egiziani hanno stretto due settimane fa tra Hamas e Fatah, la fazione palestinese presieduta da Abbas. Esso prevede la nomina di un comitato indipendente di palestinesi di spicco e professionisti di Gaza per gestirne gli affari e la ricostruzione dopo la guerra.

Si tratta di una richiesta del regime sionista e dell’amministrazione Biden per estromettere Hamas da qualsiasi futuro ruolo nel governo di Gaza.

Tuttavia, Fatah di Abbas ha rapidamente ritirato la sua approvazione, poiché gli israeliani hanno respinto qualsiasi ruolo o contributo di Hamas nel futuro di Gaza. Sembra che un accordo del genere non si accordi con la promessa di Netanyahu di una “vittoria totale” su Hamas e la resistenza.

Quindi qual è l’obiettivo finale di Abbas e dove sta andando nei suoi anni di declino?

Leader’ scelto con cura

A fine novembre, nel suo ventesimo anno di mandato quadriennale e pochi giorni dopo aver compiuto 89 anni, Abbas ha annunciato il piano per la sua successione.

Ha emesso un decreto che prevede la nomina di Rawhi Fattouh, il poco ambizioso, non carismatico e debole leader di Fatah, come presidente ad interim dopo Abbas.

Fattouh, 75 anni, è attualmente presidente del Consiglio nazionale palestinese, il parlamento in esilio dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) che in 28 anni si è riunito solo una volta, nel 2018.

È interessante che Fattouh sia anche la stessa persona che ricoprì il ruolo di presidente ad interim dopo la morte dell’ex presidente dell’Autorità Palestinese Yasser Arafat nel novembre 2004, fino all’elezione di Abbas che lo sostituì nel gennaio 2005.

Abbas è stato sotto pressione americana per oltre un anno affinché nominasse un successore compiacente e disponibile con Israele e gli Stati Uniti, come è stato lui durante il suo lungo mandato.

Come ha ricordato nelle sue memorie uscite nel 2011, No Higher Honor, Condoleezza Rice, che ha ricoperto il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale del presidente degli Stati Uniti George W. Bush, ha raccontato come nel 2003 un gruppo ristretto di persone, tra cui lei, Bush, il direttore della CIA George Tenet e Ariel Sharon, il primo ministro israeliano dell’epoca, avesse scelto personalmente Abbas perché diventasse il leader del popolo palestinese.

Per gran parte del 2002 Sharon si rifiutò di trattare con Arafat, ma alla fine riuscì a convincere Bush a mettere da parte il leader dell’OLP in favore di Abbas, un leader di Fatah più sottomesso e arrendevole.

Prima di essere nominato primo ministro nel 2003 a seguito delle pressioni americane ed europee, Abbas fu pubblicamente ridicolizzato da Arafat che lo definì il “Karzai della Palestina”, un riferimento ad Hamid Karzai, l’ex presidente afghano, che nel mondo arabo era ampiamente considerato un burattino degli Stati Uniti.

Abbas, alias Abu Mazen, arrivò alla guida di Fatah e dell’OLP quasi in automatico.

Sebbene fosse considerato uno dei fondatori di Fatah della prima generazione, quando si unì al movimento nei primi anni ‘60 non fu notato né ricoprì posizioni di rilievo se non decenni dopo.

Risorsa strategica’

Abu Mazen iniziò a ricoprire posizioni più significative all’interno di Fatah e dell’OLP solo dopo che la maggior parte dei primi fondatori e dei principali dirigenti, come Khalil al-Wazir (Abu Jihad), Salah Khalaf (Abu Iyad), Sa’ad Sayel, Abu Yusuf al-Najjar e molti altri, furono assassinati da Israele tra gli anni ‘70 e l’inizio degli anni ’90.

Quando nel 1974 l’OLP adottò il suo piano in 10 punti, aprendo la strada a una soluzione politica basata sul riconoscimento di Israele in cambio di uno Stato palestinese mutilato, Abbas era noto per essere favorevole all’abbandono di qualsiasi forma di resistenza armata all’occupazione israeliana.

Riguardo a questa ideologia politica Abu Iyad, considerato il prossimo in linea nel movimento palestinese dopo Arafat prima del suo assassinio nel 1991 da parte del regime sionista, ironizzò: “La cosa che temo di più è che un giorno il tradimento venga semplicemente (normalizzato come) un’opinione”.

Quando Israele non riuscì a schiacciare la Prima Intifada (1987-1991), adottò un percorso politico che avrebbe preservato le sue politiche espansionistiche e di colonizzazione. Questo percorso culminò con gli Accordi di Oslo del 1993.

Abbas non fu solo uno dei pochi interlocutori palestinesi in questo processo, ma anche la persona che effettivamente firmò gli accordi sul prato della Casa Bianca per conto dei palestinesi.

Inutile dire che il processo di Oslo fu niente meno che un disastro destinato a fallire fin dall’inizio.

I negoziatori palestinesi guidati da Arafat e Abbas rinunciarono fin dall’inizio alla loro carta principale e alla loro leva più forte, ovvero il riconoscimento del regime sionista sul 78% del territorio storico della Palestina.

In cambio Israele si limitò a impegnarsi in un vano processo politico che avrebbe dovuto concludersi con la creazione di uno Stato palestinese indipendente entro il 1999, o almeno così pensavano i leader dell’OLP.

Tuttavia, più di trent’anni dopo Oslo, il regime sionista ha ucciso non solo la cosiddetta soluzione dei due Stati, ma ha anche consolidato i suoi piani per un “Grande Israele”, tra cui un incremento di oltre sei volte dei coloni illegali in Cisgiordania, da circa 115.000 nel 1993 a oltre 750.000 oggi.

Secondo un rapporto del 2015 dell’International Crisis Group, la maggior parte dei funzionari israeliani considera Abbas la propria “risorsa strategica” più importante.

Il motivo è abbastanza chiaro.

Ciò è avvenuto principalmente attraverso una filosofia politica sostenuta da Abbas, che ha respinto decenni di resistenza palestinese, spingendo un esperto a osservare: “Mai nella sua vita Abbas ha adottato né sostenuto la resistenza armata”.

Spesso prendeva in giro qualsiasi idea di resistenza armata da parte di qualsiasi gruppo, compreso il suo, anche quando Israele uccideva, senza provocazioni, decine di palestinesi.

Una forza di sicurezza brutale

Il suo stile di leadership trasformò un movimento nazionale palestinese relativamente vivace in una filiazione dell’occupazione israeliana, spesso definita “occupazione a cinque stelle”, poiché aveva liberato il regime sionista dall’apparire come potenza occupante, pur attuando politiche coloniali di insediamento aggressive e autoritarie, peggiori del regime di apartheid del Sudafrica.  

Durante il suo mandato ha sposato il dettato americano di cambiare la dottrina di sicurezza delle forze di sicurezza palestinesi da un ruolo di controllo e protezione dei centri abitati palestinesi a una forza di sicurezza brutale che agisce come prima linea di difesa delle colonie israeliane e dell’esercito di occupazione contro ogni forma di resistenza, anche in quelle popolari passive.

Sin dalla sua ascesa alla guida dell’Autorità Palestinese nel 2005 ha adottato il piano americano del tenente generale Keith Dayton per l’addestramento delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese, che si sono impegnate nella repressione e nella repressione del dissenso, nonché in arresti illegali e torture, causando molte volte la morte, come nel caso di Nizar Banat nel 2021.

Coordinandosi con gli Stati Uniti e il regime sionista, Abbas ha creato una forza di sicurezza eccessiva la cui missione principale è il coordinamento della sicurezza con l’esercito israeliano per ostacolare qualsiasi resistenza o operazione contro l’occupazione.

Egli definì sacra questa missione e per decenni si rifiutò di interromperla, nonostante la condanna di gran parte dell’opinione pubblica palestinese.

Decine di organismi e fazioni politiche palestinesi gli hanno chiesto di porre fine a queste pratiche vergognose.

Un rapporto dettagliato del 2017 rilevò che il settore della sicurezza palestinese impiegava circa la metà di tutti i dipendenti pubblici, quasi 1 miliardo di dollari del bilancio dell’AP, e riceveva circa il 30% del totale degli aiuti internazionali forniti ai palestinesi, inclusa la maggior parte dei fondi provenienti dagli Stati Uniti.

Lo studio inoltre scoprì che il settore della sicurezza palestinese spendeva più del bilancio dell’AP per i settori dell’istruzione, della sanità e dell’agricoltura messi insieme. Comprendeva più di 80.000 persone, con un rapporto tra personale di sicurezza e popolazione pari a 1 a 48, uno dei più alti al mondo.

Nel 2017, nel primo incontro di Abbas con Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti si vantò del continuo coordinamento della sicurezza dell’Autorità Palestinese con Israele, elogiandone l’efficacia nel proteggere l’occupazione israeliana e affermando: “Vanno incredibilmente d’accordo. Sono rimasto davvero molto colpito e in un certo senso sorpreso da quanto andassero d’accordo. Lavorano insieme splendidamente”.

Un dittatore da quattro soldi”

Quando Hamas vinse le elezioni legislative del 2006, Abbas si coordinò con americani e israeliani, come spiegato in dettaglio nel resoconto di Rice nel suo libro, per impedire al governo guidato da Hamas di andare al governo in quanto partito eletto democraticamente.

In realtà furono le forze di sicurezza di Abbas, sempre in coordinamento con gli americani, a tentare nel 2007 di rovesciare il governo di Hamas a Gaza, solo per essere superate in astuzia da Hamas, che prese il controllo di Gaza, dando di fatto vita a due governi palestinesi separati.

Nel 2008 David Wurmser, all’epoca funzionario dell’amministrazione Bush, spiegò in un articolo su Vanity Fair che l’amministrazione Bush era impegnata “in una guerra sporca nel tentativo di garantire la vittoria a una dittatura corrotta [guidata da Abbas]”, aggiungendo che Hamas non aveva intenzione di prendere Gaza finché Fatah non la costrinse a farlo.

Wurmser inoltre osservò: “Mi sembra che quello che è successo non sia stato tanto un colpo di Stato di Hamas quanto un tentativo di colpo di Stato di Fatah che è stato prevenuto prima che avvenisse”.

Da allora, Gaza ha vissuto sotto un assedio israeliano paralizzante con pochi interventi da parte di Abbas.

Con il supporto degli americani, degli israeliani e degli attori regionali, Abbas ha preso il controllo totale della vita politica palestinese. Ha iniziato a emanare decreti unilaterali come qualsiasi dittatore da quattro soldi di una repubblica delle banane.

I suoi decreti incostituzionali e illegali hanno licenziato governi, insediato primi ministri, annullato elezioni, speso miliardi, coperto la corruzione dei suoi compari, famigliari e figli e nominato una corte costituzionale per sciogliere il consiglio legislativo guidato da Hamas.

Ma forse il comportamento che ha scioccato maggiormente i palestinesi è stato l’assordante silenzio di Abbas durante i primi giorni della guerra genocida di Israele.

Mentre la guerra di sterminio e la campagna di pulizia etnica israeliane si intensificavano, Abbas da un lato ha espresso la sua forte ma vuota opposizione alla brutalità israeliana, dall’altro ha continuato a coordinare la sicurezza con lo stesso vigore come se, per oltre un anno, non si fossero verificati un genocidio a Gaza, attacchi quotidiani dei coloni in Cisgiordania o sistematiche incursioni nel complesso di Al-Aqsa.

Mentre la guerra genocida israeliana a Gaza entra nel suo quindicesimo mese senza una fine in vista, e mentre Israele prepara la sua occupazione a lungo termine di Gaza, oltre a promuovere aggressivamente la sua politica di annessione effettiva dell’Area C in Cisgiordania, sembra che l’attuale governo fascista israeliano sia sul punto di abbandonare Abbas in favore di un nuovo accordo di sicurezza che favorirebbe per governare il popolo palestinese.

È chiaro che l’attuale regime sionista, con il suo grandioso disegno di imporre il progetto del Grande Israele, vuole risolvere il problema demografico palestinese e porre fine una volta per tutte al conflitto israelo-palestinese a suo favore.

Pertanto parte della grande strategia di Israele per realizzare questo obiettivo non consiste semplicemente nell’accontentarsi di vietare l’Unrwa, stroncare la soluzione dei due Stati o stabilire l’egemonia israeliana nella regione.

Ma in sostanza si sta muovendo in modo aggressivo per ridisegnare tutte le istituzioni palestinesi e le fonti di potere che hanno definito la lotta palestinese per decenni.

Indipendentemente dai decreti di Abbas o da cosa gli accadrà nel prossimo futuro mentre entra nel crepuscolo della sua vita, Israele si assicurerà che sia l’ultimo leader palestinese che unisce in sé tutti i titoli che definiscono le istituzioni palestinesi: presidente dell’Autorità Palestinese, presidente dell’OLP, leader di Fatah e presidente dello “Stato di Palestina”.

Da una prospettiva israeliana, ha assolto la sua funzione e ora è il momento della soluzione finale.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Sami Al-Arian è il direttore del Center for Islam and Global Affairs (CIGA) presso l’Università Zaim di Istanbul. Originario della Palestina, è vissuto per quarant’anni negli USA (1975-2015) dove è stato accademico di ruolo, un oratore di spicco e un attivista per i diritti umani prima di trasferirsi in Turchia. È autore di numerosi studi e libri.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Il punto di vista dell’Irish Examiner: l’Irlanda resiste alle intimidazioni israeliane

Editoriale

17 dicembre 2024 – Irish Examiner

Nonostante la stizzosa decisione di Israele di chiudere la sua ambasciata, la posizione dell’Irlanda sull’attacco a Gaza è stata motivata e basata su principi umanitari

In un momento di crescenti tensioni tra due Nazioni, l’ultima cosa di cui c’è bisogno è una decisione stizzosa e avventata di chiudere qualsiasi via diplomatica tra le parti coinvolte.

La decisione del governo israeliano di chiudere la sua ambasciata in Irlanda a causa delle presunte “politiche anti-israeliane” del governo irlandese sembra, da un lato, essere un rimprovero per la continua messa in discussione da parte degli irlandesi della guerra omicida a Gaza e in Libano, che aveva visto il governo sotto pressione perché espellesse l’ambasciatore israeliano. [Il governo irlandese, n.d.t.] si è rifiutato di farlo, mentre la via più facile sarebbe stata quella di cedere in quel momento alle pressioni dei partiti di opposizione.

D’altro canto si potrebbe semplicemente trattare di un atto di riduzione dei costi e di taglio di bilancio mascherato da protesta diplomatica. Dopotutto solo tre mesi fa il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha affermato che per finanziare le azioni militari in corso di Israele ha pianificato circa 9 miliardi di euro di ampi tagli alla spesa nel 2025.

E l’accusa dell’ex ambasciatrice israeliana in Irlanda, Dana Erlich, secondo cui qui c’è un'”ossessione anti-israeliana” e che il “governo irlandese sta promuovendo misure antisemite” fa acqua da tutte le parti.

Certamente l’Irlanda ha riconosciuto lo Stato palestinese e ha cercato di unirsi alla causa sudafricana contro Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia per la guerra a Gaza, ma equiparare questo alla “delegittimazione” di Israele di cui l’Irlanda è accusata è semplicemente sbagliato.

L’affermazione della sig.ra Erlich, secondo cui il suo incarico in questo Paese è stato caratterizzato da “un’ossessione anti-israeliana” e che c’era “una competizione [per vedere] chi avrebbe potuto fare le dichiarazioni anti-israeliane più estreme” ignora il fatto che l’opposizione alla guerra ha portato decine di migliaia di manifestanti nelle strade di Tel Aviv e di altre città israeliane quasi ogni giorno dall’inizio del conflitto.

L’affermazione dell’ex ministro degli Esteri e leader dell’opposizione Yair Lapid secondo cui la decisione di chiudere l’ambasciata di Dublino è “una vittoria per l’antisemitismo e le organizzazioni anti-israeliane” è più vicina alla verità.

Nonostante la sua posizione sull’Irlanda, Israele è desideroso di non iniziare uno scontro con l’UE che è il suo più grande partner commerciale ed è quindi improbabile che chiuda l’ambasciata irlandese a Tel Aviv per paura di provocare una reazione da parte di Bruxelles.

Comunque gli appelli degli israeliani, prevalentemente sui social media, per il boicottaggio dell’Irlanda e dei prodotti irlandesi si intensificheranno.

La posizione irlandese sulla guerra a Gaza è stata motivata e basata su principi umanitari. È stata ferma e risoluta e dovrebbe continuare a esserlo anche di fronte ai tentativi di intimidazione da parte di Israele.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Hamas afferma che un accordo di cessate il fuoco è vicino se Israele “smette di aggiungere nuove condizioni”

Redazione di Middle East Eye

17 dicembre 2024 Middle East Eye

Potrebbe esserci una pausa nei combattimenti mentre il numero di morti a Gaza supera i 45.000 e il mandato del presidente degli Stati Uniti Joe Biden volge al termine

Martedì Hamas ha affermato di ritenere che i colloqui sul cessate il fuoco siano stati abbastanza produttivi da consentire un accordo in merito, ma solo se Israele non impone ulteriori condizioni.

“Il Movimento di resistenza islamico Hamas conferma che alla luce delle discussioni serie e positive che si stanno svolgendo oggi a Doha, sotto gli auspici dei mediatori qatarioti ed egiziani, è possibile raggiungere un accordo su un cessate il fuoco e uno scambio di prigionieri se l’occupazione smette di aggiungere nuove condizioni”, ha affermato il gruppo in una dichiarazione.

I commenti evocano i resoconti di lunedì di Middle East Eye secondo cui tra i fattori che hanno portato a una svolta nei colloqui del Cairo c’è il cessate il fuoco del mese scorso in Libano, che rappresenta un modello per un simile cessate il fuoco a Gaza.

Anche il portavoce del Consiglio per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca John Kirby ha detto martedì a Fox News che l’accordo “si sta avvicinando”.

“Crediamo – e gli israeliani lo hanno detto – che ci stiamo avvicinando e non c’è dubbio, siamo fiduciosi”, ha detto.

“Ma siamo anche cauti nel nostro ottimismo”, ha aggiunto. “Ci siamo già trovati in questa situazione, in cui non siamo stati in grado di arrivare al traguardo”.

La guerra di Israele a Gaza ha ucciso più di 45.000 persone, la maggior parte della popolazione è stata costretta a lasciare le proprie case più volte e centinaia di migliaia di persone sono a rischio carestia.

Mentre l’agenzia di stampa Reuters aveva inizialmente riferito che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu fosse personalmente in viaggio verso il Cairo, suggerendo che l’accordo era ben oltre la fase di negoziazione, l’ufficio di Netanyahu ha ora negato tale affermazione, e una fonte egiziana ha detto al quotidiano israeliano Haaretz che non era stata pianificata alcuna visita.

Qualsiasi potenziale accordo probabilmente comporta delle concessioni significative da parte di Hamas, posto che Israele ha assassinato i suoi più alti dirigenti militari e politici e che gli incessanti attacchi aerei di Israele su Gaza per 14 mesi hanno ridotto gran parte della Striscia in cenere e macerie.

I funzionari hanno affermato che la proposta ora in discussione non è un cessate il fuoco permanente, ma una pausa di 60 giorni alle ostilità.

Hamas dovrà probabilmente anche accettare che Israele occupi un terzo del settore più a nord di Gaza che è stato tagliato fuori dal resto della Striscia da quasi tre mesi. Il gruppo sostiene ancora, tuttavia, che i palestinesi sfollati con la forza dal nord dovrebbero avere il diritto di tornare alle proprie case.

Da parte sua, Netanyahu si è rifiutato di abbandonare il suo obiettivo di “sradicare” Hamas da Gaza e di assicurarsi che non possa mai più governare la Striscia.

Controllo militare su Gaza

Martedì il ministro della Difesa israeliano ha dichiarato che il suo piano militare prevede di esercitare un controllo indefinito su Gaza anche dopo aver “sconfitto Hamas”.

In un post pubblicato su X, Israel Katz ha affermato che il suo governo “avrebbe mantenuto il controllo della sicurezza su Gaza con piena libertà di azione, proprio come ha fatto in Giudea e Samaria”, usando il nome israeliano della Cisgiordania occupata.

“Non permetteremo un ritorno alla realtà precedente al 7 ottobre”, ha aggiunto.

I suoi commenti sono arrivati ​​mentre il quotidiano israeliano Ynet riferiva che l’esercito ha in programma di mantenere una presenza nelle aree che attualmente occupa per impedire ai palestinesi sfollati di tornare alle loro case nel nord di Gaza.

L’articolo affermava che ciò significa che Israele sta adottando il controverso “Piano dei generali” noto anche come Piano Eiland, che lascerebbe la sicurezza dell’area sotto il controllo militare israeliano.

Gli attivisti per i diritti umani e gli esperti hanno messo in guardia contro l’attacco israeliano nel nord di Gaza, affermando che è “genocida” ed è una “deviazione dalla legge”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Genocidio in nome della sicurezza nella visione dei coloni israeliani

Ramona Wadi

17 dicembre 2024 MiddleEastMonitor

 

I leader dei coloni israeliani chiedono al governo israeliano di emulare la strategia genocida usata contro i palestinesi a Gaza per sfollare e ripulire etnicamente i palestinesi dalla Cisgiordania occupata. In una lettera al Gabinetto di Sicurezza israeliano Yisrael Ganz, capo del Consiglio Yesha [unione dei consigli comunali delle colonie in Cisgiordania, ndt.] che si occupa degli affari delle colonie, insieme ad altri leader dei coloni e sindaci ha chiesto la demolizione di edifici e campi profughi nella Cisgiordania occupata. Tutti i coloni israeliani e le colonie in cui vivono sono chiaramente illegali ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra. “Dopo aver trasferito la popolazione, l’infrastruttura terroristica dovrebbe essere smantellata esattamente come abbiamo fatto nella Striscia di Gaza, ovvero: ogni edificio incriminato deve essere distrutto, ogni terrorista deve essere eliminato”, ha scritto nella sua lettera. “Questo è il momento di abbandonare un approccio difensivo e procedere con uno di offensiva letale, efficiente ed efficace in Giudea e Samaria [Cisgiordania]”.

Questo è il momento giusto, si legge nella lettera, perché un’attenzione distratta fissa su Gaza si è poi spostata su Libano e Siria. E se la Cisgiordania occupata, già destinata all’illusoria costruzione di uno Stato e a fantomatici finanziamenti da parte della comunità internazionale, ha in passato servito il suo scopo di mantenere in vita la “soluzione” dei due Stati, Israele ha dichiarato apertamente che il paradigma è ormai defunto e inapplicabile. Quindi perché la comunità internazionale dovrebbe ora preoccuparsi della sua mancata realizzazione? Il tempo è favorevole a Israele, ma non al popolo palestinese. Il genocidio non ha spinto la comunità internazionale ad agire. Al contrario, il mondo ha continuato a tergiversare raccogliendo come sempre dati statistici. Nella Cisgiordania occupata i dati hanno già normalizzato le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale, e la comunità internazionale avrà vita più facile. E avendo normalizzato il genocidio e le sue conseguenze, cosa può davvero impedire a Israele di ripetere lo stesso schema di pulizia etnica se lo vuole?

“La sovranità israeliana in Giudea e Samaria farà fuori l’asse del male, proteggerà Gerusalemme e Tel Aviv e salvaguarderà anche Londra, Berlino e New York”, ha detto Yisrael Ganz al Jerusalem Post. Il colonialismo e il genocidio di Israele vengono ora promossi come strumenti per proteggere l’Occidente. Ovviamente, gli Stati Uniti, la Germania e il Regno Unito non si opporrebbero a tale retorica e alla sua realizzazione, data la loro complicità nel genocidio di Gaza, per non parlare del loro indiscusso sostegno decennale all’espansione coloniale.

Se Israele e la comunità internazionale sono concordi sul genocidio per creare una zona cuscinetto di una presunta sicurezza, come definirà le vittime la comunità internazionale? Danni collaterali? Irrilevanti? Se Israele commetterà davvero un genocidio nella Cisgiordania occupata con la benedizione della comunità internazionale, il che è probabile, come saranno ridefiniti i diritti umani e il diritto internazionale? Non solo la comunità internazionale non ha fermato il genocidio a Gaza, ma acconsentirebbe alla sua estensione nella Cisgiordania occupata sotto le mentite spoglie di preoccupazioni per la sicurezza non solo israeliana, ma addirittura internazionale. Nonostante la resistenza anticoloniale palestinese sia diretta esclusivamente contro Israele, non contro Israele e i suoi complici. Lo squilibrio di potere è enorme e continua a crescere parallelamente al soggiogamento forzato del popolo palestinese. Israele sta annunciando apertamente il suo ruolo nel cambiare il Medio Oriente e il mondo si rifiuta ancora di riconoscere come i palestinesi in tutta la Palestina colonizzata vengano sacrificati all’obiettivo sionista del Grande Israele.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)