I caschi blu dell’ONU rimuovono le bandiere israeliane nella zona cuscinetto delle Alture del Golan in Siria

  1. Redazione di MEMO

17 dicembre 2024 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu riferisce che martedì l’ONU ha ribadito che l’esercito israeliano continua ad essere presente nella zona cuscinetto delle alture del Golan in Siria e ha riferito che le bandiere israeliane nell’area di separazione sono state rimosse dai caschi blu.

Il portavoce Stephane Dujarric ha affermato in una conferenza stampa che “i nostri colleghi caschi blu nelle Alture del Golan, UN Disengagement Observer Force (UNDOF) [Forza di osservazione del disimpegno], continuano a implementare il loro mandato di osservare e riferire dalle loro posizioni situate ovunque nell’area di separazione.”

Affermando che la presenza dell’esercito israeliano “nella sua (dell’UNDOF) area di operazioni ha avuto un impatto grave sui caschi blu,” ha segnalato che “la libertà di movimento e la capacità di condurre le attività operative, logistiche ed amministrative” della missione di pace “rimangono gravemente limitate.”

Nel contesto corrente, l’UNDOF era solito condurre approssimativamente da 55 a 60 compiti operativi e attività logistiche giornaliere. Al momento è ridotto a tre fino a cinque movimenti logistici essenziali al giorno, limitando così significativamente le sue operazioni,” ha affermato.

Ha anche evidenziato l’importanza di permettere ai caschi blu di portare avanti “i compiti dei loro mandati senza impedimenti ed in modo sicuro.”

Secondo l’UNDOF, l’esercito israeliano è entrato nell’area di separazione, dispiegando truppe in molteplici “posizioni chiave” incluse il monte Hermon e “Tank Hill” [Collina dei Carrarmati] ad est della linea Bravo, ha affermato, aggiungendo che “la missione ha anche osservato i movimenti dell’IDF (l’esercito israeliano) e le costruzioni in quattro punti dell’area del monte Hermon.

L’UNDOF ha anche osservato bandiere israeliane in tre posizioni dentro l’area di separazione: tutte le bandiere israeliane sono state rimosse dopo una protesta dei funzionari UNDOF” ha affermato.

Ha detto che la missione ha ribadito la sua richiesta a tutte le parti coinvolte di aderire all’accordo di disimpegno del 1974 e di mantenere in essere il cessate il fuoco.

L’accordo di disimpegno ha definito i confini di una zona cuscinetto e una area demilitarizzata. È monitorata dall’UNDOF, in quanto ha il compito di mantenere il cessate il fuoco tra Israele e Siria dopo la guerra in Medio Oriente del 1973.

Violando palesemente la sovranità siriana, in seguito alla caduta del regime di Bashar Assad ad opera delle truppe ribelli negli ultimi giorni Israele ha intensificato gli attacchi aerei in tutta la Siria puntando a siti militari.

Israele ha anche dichiarato la fine dell’accordo del 1974 che ha stabilito una zona cuscinetto demilitarizzata sulle Alture del Golan occupate da Israele. Da allora l’esercito israeliano ha dispiegato forze nella zona cuscinetto, una mossa condannata dall’ONU e da molte Nazioni arabe.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Le biblioteche di Gaza risorgeranno dalle ceneri

Shahd Alnaami

14 dicembre 2024 – Al Jazeera

La totale distruzione delle biblioteche è un attacco diretto all’identità palestinese e al desiderio di imparare.

Avevo cinque anni quando sono entrata per la prima volta nella Biblioteca Maghazi. I miei genitori mi avevano appena iscritta alla vicina scuola materna principalmente perché mandava regolarmente i propri alunni in biblioteca. Loro credevano nella forza trasformatrice dei libri e volevano che io accedessi a una vasta disponibilità di libri il prima possibile.

La biblioteca Maghazi non era solo un edificio, era una porta d’ingresso a un mondo sconfinato. Varcando il suo portone di legno ricordo di essermi sentita sopraffatta da un senso di soggezione. Era come entrare in una sfera diversa, dove ogni angolo sussurrava segreti e prometteva avventure.

Sebbene di modeste dimensioni ai miei occhi infantili la biblioteca sembrava infinita. Le pareti erano rivestite di scaffali di legno scuro, traboccavano di libri di tutte le forme e dimensioni. Al centro della stanza c’era un accogliente sofà giallo e verde, circondato da un semplice tappeto dove ci riunivamo noi bambini.

Mi ricordo ancora chiaramente la nostra maestra che chiedeva di sederci intorno a lei sul tappeto e di aprire un libro illustrato. Ero incantata dalle sue illustrazioni e parole anche se non sapevo ancora leggere.

Le visite alla biblioteca Maghazi hanno instillato in me l’amore per i libri che ha profondamente influenzato la mia vita. I libri sono diventati qualcosa di più che una fonte di intrattenimento o di studio: hanno nutrito la mia anima e la mia mente, plasmando la mia identità e personalità.

Negli ultimi 400 giorni questo amore si è trasformato in dolore in quanto le biblioteche della Striscia di Gaza sono state distrutte, una dopo l’altra. Secondo le Nazioni Unite sono 13 le biblioteche pubbliche danneggiate o distrutte a Gaza. Nessuna istituzione è stata in grado di stimare la distruzione delle biblioteche che fanno parte di centri culturali o istituzioni educative o sono enti privati, anche loro devastate.

Fra queste la biblioteca dell’Università Al-Aqsa, una delle più grandi della Striscia di Gaza. Vedere le immagini dei libri che bruciavano mi ha spezzato il cuore. Anche la biblioteca della mia università, l’Università Islamica di Gaza, dove ho passato innumerevoli ore leggendo e studiando, non esiste più.

Non c’è più neanche la Biblioteca Edward Said, la prima in lingua inglese a Gaza, creata nel 2014 all’indomani della guerra di Israele contro Gaza che già aveva distrutto biblioteche. Era stata fondata da privati che avevano donato i propri libri e lavorato fra mille difficoltà per importarne di nuovi, mentre Israele spesso bloccava consegne ufficiali di testi nella Striscia. I loro sforzi riflettono l’amore dei palestinesi per i libri e il desiderio di condividere conoscenza ed educare le comunità.

Gli attacchi contro le biblioteche di Gaza hanno preso di mira non solo gli edifici stessi ma la vera essenza di ciò che Gaza rappresenta. Fanno parte dello sforzo di cancellare la nostra storia e impedire alle generazioni future di avere un’educazione e una coscienza della propria identità e dei propri diritti. La decimazione delle biblioteche di Gaza mira anche a distruggere il forte spirito di apprendimento fra i palestinesi.

L’amore per l’educazione e la conoscenza è profondamente radicato nella cultura palestinese. Lettura e istruzione sono state apprezzate per generazioni, non solo come mezzi per acquisire saggezza, ma come simboli di resilienza e connessione con la storia.

I libri sono sempre stati visti come oggetti di gran valore. Se il costo e le restrizioni israeliane ne hanno spesso limitato l’accesso, il rispetto per essi era universale, travalicando i confini socio-economici. Anche le famiglie con limitate risorse danno la priorità all’educazione e alla narrazione, tramandando ai propri bambini un profondo apprezzamento per la letteratura.

Più di 400 giorni di gravi privazioni, fame e sofferenze sono riusciti a uccidere in parte questo rispetto per i libri.

Mi addolora dire che ora i libri sono usati da molti palestinesi per alimentare il fuoco per cucinare o riscaldarsi, dato che legna e gas sono diventati cari in modo proibitivo. Questa è la nostra straziante realtà: la sopravvivenza a spese della tradizione culturale e intellettuale.

Ma non abbiamo perso tutte le speranze. Si fanno ancora sforzi per conservare e proteggere quel poco che resta dell’eredità culturale di Gaza.

La biblioteca Maghazi, il paradiso dei libri della mia infanzia, è ancora in piedi. L’edificio è rimasto intatto e con gli sforzi della gente del posto i suoi libri sono stati conservati.

Recentemente ho avuto l’opportunità di visitarla. È stata un’esperienza emozionante perché non ci ero più stata da molti anni. Quando sono entrata in biblioteca mi è sembrato di ritornare alla mia infanzia. Ho immaginato la “piccola Shahd” che correva fra gli scaffali, piena di curiosità e desiderio di scoprire tutto.

Riuscivo quasi a sentire l’eco delle risate dei miei compagni della materna e a provare il calore dei momenti che abbiamo passato insieme. I ricordi della biblioteca non riguardano solo le sue pareti ma anche tutti quelli che ci sono andati, tutte le mani che hanno sfogliato i libri e tutti gli occhi che si sono immersi nelle parole di una storia. Per me la biblioteca Maghazi non è solo una biblioteca, è parte della mia identità, di quella bambinetta che ha imparato che l’immaginazione può essere un rifugio e che leggere può essere una forma di resistenza.

L’occupazione ha preso di mira le nostre menti e i nostri corpi ma non ha capito che le idee non possono morire. Il valore dei libri e delle biblioteche, le conoscenze che contengono e le identità che contribuiscono a plasmare sono indistruttibili. Non importa quanto cerchino di cancellare la nostra storia, non possono zittire le idee, la cultura e la verità che ci portiamo dentro.

Adesso, in mezzo alla devastazione, spero che quando il genocidio finirà le biblioteche di Gaza risorgeranno dalle proprie ceneri. Questi santuari di conoscenze e cultura possono essere ricostruiti ed ergersi nuovamente come fari di resilienza.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

Shahd Alnaami è una scrittrice palestinese che vive a Gaza. Frequenta l’Università Islamica di Gaza dove studia letteratura inglese e traduzione e al momento vive la sofferenza del genocidio.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Quando la terra della Cisgiordania vale milioni non è un problema per i coloni espellere altri coloni

Shuki Sadeh e Shomrim

14 dicembre 2024 – Haaretz

Perché il movimento degli insediamenti coloniali israeliani sta procedendo sempre più rapidamente nella distruzione dei propri avamposti e fattorie? È un fenomeno complesso determinato da pressioni demografiche, promesse non mantenute, controversie interne e prezzi immobiliari in aumento. Un’indagine di Shomrim esamina le dinamiche alla base del processo.

“Stai sfruttando il tuo potere per farmi del male. Per fare del male a tuo fratello. Hai la legge dalla tua parte e il potere di cacciarmi, quindi dai, cacciami. Ti dico che non cederò. Resterò davanti al tuo bulldozer fino alla fine”.

Si potrebbe pensare che a pronunciare queste parole sia un membro della “gioventù della collina”, i giovani coloni estremisti, religiosi e sionisti che operano in Cisgiordania, poco prima di essere espulso con la forza da un soldato o da un agente di polizia delle Forze di difesa israeliane da una terra occupata illegalmente. In realtà, sono state dette di recente a Yaron Rosenthal, il capo del Consiglio regionale di Gush Etzion, un pilastro del movimento locale degli insediamenti coloniali, dal proprietario dell’avamposto della fattoria El-Hai dopo aver fatto irruzione nel suo ufficio. Ufficialmente, il motivo della disputa è l’avviso inviato dal consiglio regionale che affermava che stava per emettere un ordine di demolizione per l’avamposto, in quanto costruito su suolo pubblico. Tuttavia i coloni che vivono nell’avamposto sono convinti che la vera ragione dell’intervento sia un piano del consiglio regionale per destinare il terreno in questione alla realizzazione di un nuovo quartiere della colonia di Kfar Eldad.

Kfar Eldad, situata a est di Gush Etzion, ha visto negli ultimi anni un boom immobiliare. A gennaio, ad esempio, un appartamento di quattro stanze con un cortile di 150 mq è stato venduto per 2,7 milioni di shekel (circa 720.000 euro). Kfar Eldad non è riconosciuta come una comunità indipendente e fa formalmente parte del vicino insediamento di Nokdim, all’interno del quale, tuttavia, opera come una comunità semi-autonoma.

Una visita all’avamposto illustra la logica alla base dell’argomentazione avanzata da Shem-Tov Luski, la persona responsabile dei commenti rabbiosi rivolti a Yaron Rosenthal citati sopra. Dall’altro lato della strada che conduce all’avamposto è stata recentemente eretta una recinzione che delimita l’area di un progetto di edilizia residenziale pianificato e promosso dalla società di costruzioni Harey Zahav, di proprietà di Ze’ev Epstein. In questa fase non esiste ancora un piano regolatore ufficiale per trasformare l’area in una zona residenziale, ma i progetti possono sempre essere modificati e in ogni caso nella zona c’è molto terreno disponibile.

La fattoria El-Hai è stata fondata nel 2001 dalla defunta madre di Luski, Batya Luski El-Hai, dopo essere emigrata in Israele dal Regno Unito. Sul sito ci sono quattro edifici, ulivi, stalle, un laboratorio, un recinto per il bestiame e un vivaio di piante. Batya Luski è morta nel 2022. I suoi figli, Shem-Tov e Lurya, hanno lasciato la fattoria diversi mesi dopo e la proprietà è attualmente gestita da Yonatan Applebaum, un attivista proveniente dalla fattoria Har Hebron e amico di famiglia. Ognuna delle tre famiglie che vivono nel sito paga un affitto mensile tra 1.500 e 2.000 shekel (circa 400-550 euro). Un’udienza riguardante l’ordine di demolizione è prevista per questo mese presso gli uffici del consiglio regionale.

“Per tutti questi anni non siamo stati nella legalità. Come tutti gli avamposti coloniali in Giudea e Samaria (per definizione) non potevamo essere legali, ma ecco che all’improvviso loro (il consiglio regionale) vogliono costruire e promuovere un progetto e ci dicono, ‘State violando la proprietà privata’, ‘Non siete legali’ e ‘Le vostre case non sono a norma'”, dice Appelbaum, aggiungendo che alla fine dell’anno scorso l’avamposto ha aperto un centro mente-corpo che ospita workshop terapeutici, alcuni dei quali sono frequentati da bambini e persone che soffrono di PTSD [disordine da stress postraumatico, ndt.].

“La cosa assurda è che la fattoria può essere integrata, come spazio pubblico, in qualsiasi futuro progetto di costruzione. I nostri workshop sono frequentati dalla gente quasi ogni giorno, quindi ho chiesto: ‘Perché state distruggendo questa cosa meravigliosa per un progetto pubblico quando un progetto pubblico esiste già?’ Rosenthal mi ha detto che è un funzionario statale e che opera in conformità con la legge. Altri funzionari mi hanno lasciato intendere che sono disposti a trasferirci in un sito diverso, circa un miglio a nord. Anche lì la fattoria non sarà legale, ma è quello che vogliono. Vogliono che per i prossimi 20 anni io sia il loro soldato semplice”, cioè in sostanza sacrificabile.

Igal Komisarov, il presidente della società cooperativa Kfar Eldad, sostiene di aver iniziato a cercare di far rimuovere la fattoria solo dopo la morte di Batya Luski, e questo perché era stata costruita su suolo pubblico, e non ha nulla a che fare con eventuali piani di costruzione futuri. “Kfar Eldad in passato aveva accettato che Batya Luski potesse vivere su quella terra”, conferma. “La ricordiamo e onoriamo la sua memoria, merita molto rispetto, ma non abbiamo mai detto che la terra le apparteneva. È un’area che deve essere aperta e accessibile al pubblico. Gli unici impegnati in una strategia immobiliare sono i proprietari della fattoria, affittando strutture alle famiglie e tenendo workshop”.

Lurya Luski vede le cose in modo molto diverso. Afferma che i funzionari di Kfar Eldad, che volevano allontanare sua madre dalla proprietà, hanno iniziato a infastidirla circa due o tre anni prima che morisse: “Ci ha raccontato dei problemi che stavano creando e di come fosse costretta ad affrontarli da sola. Pochi mesi prima della sua morte si sono presentati alle 3 del mattino con un trattore e hanno iniziato a buttare giù le recinzioni. Sono venuti da noi poco più di un mese dopo la sua morte e ci hanno detto che dovevamo andarcene”.

Da pionieri ad agenti immobiliari

La lotta per il destino della fattoria El-Hai è solo un esempio di un fenomeno diffuso per cui i coloni vengono cacciati dagli avamposti e dalle fattorie in Cisgiordania dalla stessa organizzazione a capo dell’insediamento coloniale. Questo può sembrare un fenomeno piuttosto strano, forse persino bizzarro, dato che apparentemente va contro l’ideologia dichiarata del movimento delle colonie, ma un esame più approfondito dei dettagli rivela un quadro complesso, che comprende schemi di pianificazione, promesse non mantenute, prezzi immobiliari in continua ascesa e un desiderio da parte di tutti i soggetti coinvolti di massimizzare i profitti.

Per comprendere appieno le radici di questo fenomeno è necessario tornare indietro e osservare come si sono espansi gli insediamenti coloniali israeliani in Cisgiordania. Il metodo più antico prevedeva di posizionare case mobili a circa un miglio da una colonia esistente. Se il terreno era di proprietà statale, il sito sarebbe stato “legalizzato” come nuovo quartiere dell’insediamento adiacente, anche senza alcuna contiguità geografica tra i due. È un approccio utilizzato per la creazione della maggior parte degli avamposti coloniali in Cisgiordania dalla fine degli anni ’90.

Un altro metodo, che è diventato sempre più consueto negli ultimi anni, è quello di realizzare un insediamento agricolo. Queste fattorie consentono ai coloni di prendere il controllo di grandi aree con un piccolo numero di abitanti. La maggior parte di queste si trova nell’Area C della Cisgiordania, che ne costituisce circa il 60% e che è sotto il pieno controllo di sicurezza e amministrativo israeliano. Installare una fattoria consente ai coloni di prendere il controllo di aree con varie definizioni urbanistiche, da terreni di proprietà statale a terreni di proprietà privata e terreni il cui status legale è oggetto di controversia. Nel momento in cui la fattoria riceve l’approvazione legale, questo è il segnale per la creazione di una nuova fattoria ancora più lontana, che a sua volta diventerà un insediamento coloniale o un quartiere di un insediamento vicino, se ce n’è uno.

Molti dei coloni sono portati ad affrontare questa avventura pionieristica dal sogno o dall’aspirazione romantica di vivere in un posto con un carattere rurale e agricolo. Altri lo fanno in base alla promessa che la loro futura casa avrà un grande appezzamento di terra annesso. Ecco perché molti di loro non riescono a capire come, in alcuni casi, il processo finisca con la costruzione di case mentre in altri finisca con ordini di demolizione. In molte occasioni, la decisione dipende dall’identità delle persone che si trasferiscono nell’avamposto, dalla loro ideologia e, cosa più importante, da quanto sono vicine all’insediamento coloniale. Quindi si è creata una situazione per cui i consigli regionali in Cisgiordania, che per anni sono stati l’opposizione di destra agli sforzi dello Stato di reprimere gli avamposti coloniali illegali, ora supportano la rimozione di questi avamposti, in particolare se ciò comporta un vantaggio finanziario, e stanno attivamente avviando azioni per farlo.

In passato il movimento per gli insediamenti coloniali si è concentrato sulla costruzione di case unifamiliari. Tuttavia negli ultimi anni la tendenza si è spostata a favore dei condomini. La ragione principale di ciò è la “crescita naturale”, ovvero la necessità e la domanda di appartamenti, che danno rendimenti molto più elevati per i costruttori. Le persone che realizzano fattorie, che si sono trasferite sulla terra in seguito a promesse o nella speranza di avere una casa unifamiliare, si trovano improvvisamente di fronte a una nuova politica: in alcuni luoghi le fattorie sono effettivamente autorizzate, ma in altri vengono demolite a vantaggio della costruzione di alloggi ad alta densità. Un esame più attento rivela che in alcuni di questi casi le persone allontanate dalla terra non sono considerate come originarie del contesto ideologico tradizionalmente accettato in relazione alla colonizzazione, o sono percepite come se abbracciassero uno stile di vita non convenzionale.

A Kiryat Arba [una delle prime colonie e nota per il suo estremismo, ndt.], ad esempio, sembra che ci si dimostri molto compiacenti verso i membri dell’avamposto di Givat Gal, i cui abitanti includono un folto gruppo del movimento Nahala, che è rispettato per i suoi sforzi per ricolonizzare la Striscia di Gaza. Diversi anni fa gli abitanti dell’avamposto si opposero a un piano per demolirlo e costruire al suo posto alloggi ad alta densità, ed Eliyahu Liebman, all’epoca a capo del consiglio di Kiryat Arba, fece marcia indietro. Ora le parti sono di nuovo impegnate a dialogare.

“C’è una certa logica dietro la tensione tra i coloni e i consigli regionali”, afferma un membro del Consiglio regionale di Kiryat Arba che ha chiesto di rimanere anonimo. “Da un lato, non si vuole danneggiare le persone che si sono trasferite sulla terra. Abbiamo nei loro confronti un debito di gratitudine. Dall’altro, un leader del consiglio vuole quante più unità abitative possibili. La questione è se autorizzeranno le case unifamiliari della gente di Givat Gal. Sono dell’opinione che dovrebbe essere loro consentito di fare ciò che vogliono. Ma il dialogo non è finito”.

È sicuramente un fenomeno reale”, afferma un ex funzionario dell’Amministrazione civile. “All’interno della dirigenza dell’insediamento queste persone sono note come agenti immobiliari, in contrapposizione agli ideologi. Il fenomeno è particolarmente diffuso nei luoghi in cui la terra è più costosa. Alla fine le autorità locali si rivolgono all’Amministrazione Civile [ente militare israeliano che gestisce i territori occupati, ndt.] e chiedono loro di allontanare i coloni”.

Ma’ale Rehavam

Un altro avamposto coloniale situato nelle vicinanze di Nokdim offre un ottimo esempio del fenomeno. Ma’ale Rehavam è un insieme eclettico di strutture e case mobili sparse su diverse colline e collegate da strade sterrate dissestate. Tra 20 e 25 famiglie vivono nell’avamposto, ma c’è un alto turnover di abitanti. Secondo i dati pubblicati da Haaretz, nel 2023 l’Amministrazione Civile ha demolito 34 delle 385 strutture illegali identificate nelle colonie della Cisgiordania, la maggior parte delle quali a Ma’ale Rehavam.

Secondo un abitante di lunga data dell’avamposto, che ha anche chiesto di non essere identificato, i coloni di Ma’ale Rehavam godevano del sostegno del Consiglio regionale di Gush Etzion, della Divisione per gli insediamenti dell’Organizzazione sionista mondiale, del movimento Amana e persino del Primo Ministro Ariel Sharon. Tuttavia negli ultimi 10 anni è scoppiata una disputa feroce tra le autorità e Kfar Eldad, da una parte, e i coloni dell’avamposto dall’altra. Al centro della loro disputa c’è un piano promosso dal consiglio per costruire 400 unità abitative in strutture ad alta densità. I ​​coloni, da parte loro, chiedono la legalizzazione dei primissimi edifici costruiti sul sito, tutti con molto terreno e in un contesto pastorale.

Nell’ambito della disputa a Ma’ale Rehavam sono state tagliate, tra le altre cose, l’acqua e l’energia elettrica. Per quanto riguarda gli abitanti di Kfar Eldad, che controllano i servizi, i vicini dovevano semplicemente loro dei soldi. Lasciati senza scelta, nel corso dell’ultimo decennio gli abitanti dell’avamposto hanno fatto affidamento su pannelli solari e acqua portata con cisterne dai villaggi palestinesi vicini, finché diversi mesi fa non sono stati ricollegati alla rete idrica. “Il cambiamento dell’approccio nei nostri confronti è iniziato nel 2008″, afferma un abitante. “Una strada appena asfaltata ha ridotto il tempo di percorrenza per Gerusalemme da 50 a 20 minuti e ha fatto salire i prezzi degli appartamenti di centinaia di punti percentuali. Siamo venuti qui per proteggere la terra. Non c’è motivo, dopo tutti questi anni, per cui non debbano autorizzare le nostre case come hanno fatto in altri avamposti, ma ci stanno trattando come ‘agenti immobiliari’. Tuttavia, spero che riusciremo a raggiungere un compromesso. Le case che già esistono qui possono essere integrate in un futuro quartiere.”

Zayit Raanan

Anche il blocco di insediamenti di Talmonim, che si trova nel Consiglio regionale di Mateh Binyamin, è diventato un’area molto ricercata, dove nel corso degli anni i prezzi delle case sono aumentati costantemente. A luglio, ad esempio, un appartamento di quattro stanze in un condominio nell’insediamento di Talmon è stato venduto per 2,1 milioni di shekel [560.000 euro, ndt.]. I coloni israeliani si sono trasferiti per la prima volta nel vicino avamposto di Zayit Raanan nei primi anni 2000, con il supporto del movimento Amana [organizzazione di coloni, ndt.] e del consiglio regionale. Secondo una brochure di Amana del 2002, ad esempio, a chiunque si trasferisse nell’avamposto veniva promesso un terreno agricolo come parte della sua proprietà. Oggi la maggior parte delle case sono destinate alla demolizione, sulla base dei piani che prevedono la costruzione un nuovo quartiere per la colonia di Talmon.

In un ricorso amministrativo attualmente in discussione presso la Corte distrettuale di Gerusalemme gli abitanti di Zayit Raanan sostengono di essere discriminati rispetto agli altri quartieri di Talmon: Nerya, Haresha, Kerem Reim e Horesh Yaron: “Il piano regolatore elaborato per Haresha si basa interamente su costruzioni illegali, tra cui strutture permanenti, case mobili e un sistema stradale. Non è chiaro perché gli stessi criteri non siano stati adottati per Zayit Raanan”, afferma la petizione. Altri argomenti riguardano il loro trattamento rispetto agli abitanti di Nerya. A differenza dei coloni di Zayit Raanan, che si sono trasferiti lì da vari luoghi in Israele, Nerya è popolata da circa 400 famiglie, tutte appartenenti alla corrente principale del movimento religioso-sionista, tra cui molti ex studenti della yeshiva [scuola religiosa, ndt.] Mercaz Harav. Qui, sostengono, sta il problema:

“Da una prospettiva politica, e per considerazioni elettorali, è nell’interesse del capo del consiglio che ci sia una comunità [di elettori] grande e non una piccola”, afferma un abitante dell’avamposto. “Qualche anno fa il consiglio ha deciso, sotto la pressione di Nerya, che era necessario cacciarci dal sito e, al nostro posto, promuovere un piano valido per un’edilizia residenziale urbana ad elevata densità. E poi per la prima volta il consiglio ha chiesto ordini di demolizione delle strutture. Di solito, gli abitanti degli avamposti devono trovare tutti i modi possibili per nascondersi dall’Amministrazione Civile; in questo caso, dobbiamo nasconderci dal consiglio regionale [delle colonie, ndt.]. Le persone che sono venute a Zayit Raanan sapevano che c’era un “giovane insediamento” in Giudea e Samaria e che l’obiettivo era sempre quello di autorizzare gli avamposti piuttosto che demolirli. Qui vogliono demolire. Le stesse persone che ci hanno incoraggiato a trasferirci qui come pionieri hanno iniziato a trattarci in modo diverso nel momento in cui hanno visto il potenziale immobiliare”.

Oltre a tutto questo c’è anche una feroce disputa personale, che include cause per diffamazione, accuse di furto di rotoli della Torah, boicottaggi da parte di bambini nelle scuole locali e lamentele sul trattamento preferenziale che alcuni abitanti di Zayit Raanan otterrebbero dagli abitanti di Nerya. In un’udienza tenutasi a febbraio 2021 presso l’Unità di pianificazione centrale dell’Amministrazione Civile, Matanya Aharonovich, un colono di Zayit Raanan, ha chiesto: “Che senso ha che qui ci siano così tante case destinate alla demolizione e per puro caso cinque siano state rimosse dall’elenco? Possiamo dirvi che tutti coloro che vivono in quelle cinque case sono affiliati alla tendenza Hardali che è fedele a Nerya”, riferendosi ai coloni ultra-ortodossi nello stile di vita ma sionisti nell’ideologia. “La caratteristica di Zayit Raanan è di essere più tollerante: laici, religiosi, immigrati, nativi, ultra-ortodossi. Nerya ha trovato una soluzione, che è distruggere tutto questo: delle persone che vivono qui ci si prenderà cura; le persone che vivono lì possono andare all’inferno.”

Tapuah Ma’arav

In una parte significativa di questo tipo di controversie tra gli abitanti degli avamposti coloniali e l’istituzione a capo della colonia i primi puntano il dito accusatore contro il movimento Amana, a cui fa capo la responsabilità dell’arrivo di molti dei coloni pionieri trasferitisi in Cisgiordania all’inizio del processo. Amana è definita una società cooperativa e, in quanto tale, non è tenuta alla trasparenza di fronte all’opinione pubblica. È controllata in pratica dal Consiglio Yesha degli insediamenti e dai consigli regionali più grandi in Cisgiordania. In passato ha ricevuto ampie aree di terra dallo Stato senza alcun costo, tramite la Federazione Sionista Mondiale. Ma, come ha rivelato Shomrim [associazione di ebrei ultraortodossi che svolge attività simili ai City Angels, ndt.] l’anno scorso, è anche pesantemente coinvolta nelle vendite di terreni a prezzi maggiorati in insediamenti coloniali ricercati e usa i suoi profitti per finanziare le sue operazioni altrove.

Oltre a garantire assistenza all’inizio del viaggio, Amana fornisce anche agli avamposti coloniali un supporto politico nei corridoi del potere. Tuttavia questo può avere un prezzo. Quando arriverà il momento, Amana avrà il potere politico di chiedere loro di lasciare l’avamposto. Nel caso delle fattorie coloniali che sono state realizzate negli ultimi anni i potenziali abitanti hanno firmato un documento in cui dichiarano chiaramente di essere consapevoli di questa possibilità. Tuttavia nei 20 anni che hanno preceduto questo periodo il rapporto tra le parti è stato molto meno chiaro.

Uno degli avamposti coloniali i cui abitanti esprimono più rabbia verso Amana è quello di Tapuah Ma’arav, che è stato fondato nei primi anni 2000. Nel 2015 l’organizzazione [israeliana] per i diritti umani Yesh Din ha presentato una petizione all’Alta Corte di Giustizia per conto degli abitanti del vicino villaggio palestinese di Yasouf, opponendosi all’edificazione in quel luogo. Tuttavia paradossalmente i procedimenti legali hanno portato all’autorizzazione retroattiva del terreno, consentendo al progetto di procedere. Nel corso della realizzazione è stata costruita una strada per Tapuah Ma’arav, aprendo la via a un nuovo quartiere residenziale a spese dell’avamposto coloniale. Otto famiglie si sono opposte al piano e alla fine del 2020 hanno presentato una petizione amministrativa. Hanno sostenuto, tra le altre cose, che quando si sono stabiliti per la prima volta sul terreno era stato promesso loro che lo sviluppo futuro avrebbe preservato il suo carattere rurale e agricolo.

“Le stesse Amana e Binyanei Bar Amana (la sussidiaria di Amana che realizza i suoi progetti), che attualmente stanno promuovendo i loro progetti a spese dei residenti e nel frattempo abbattono le case, hanno investito nel corso degli anni in questa colonia rilevanti capitali“, afferma la petizione. “La posizione di Amana secondo cui gli abitanti devono essere evacuati per costruirvi strutture e per impegnarsi alla ripartizione degli utili dimostra che gli abitanti sono stati di fatto sfruttati da Amana per salvaguardare il terreno e ora vengono cacciati via”. Un anno dopo, alla fine del 2021, la petizione è stata ritirata dopo che è stato raggiunto un accordo in base al quale le argomentazioni sarebbero state presentate alle autorità di pianificazione.

L’impegno di Amana in merito al carattere della comunità, al centro delle argomentazioni degli abitanti, è stato sollevato anche durante le udienze sulla petizione amministrativa contro la demolizione dell’avamposto di Tapuah Ma’arav, presentata alle autorità di pianificazione dell’Amministrazione Civile dell’IDF. Nella loro istanza gli abitanti sostengono anche di aver ricevuto una promessa dal capo del Consiglio regionale di Samaria, Yossi Dagan, secondo cui il futuro quartiere di Tapuah Ma’arav avrebbe avuto un aspetto rurale e che a ogni famiglia che vi abitava sarebbe stato assegnato un appezzamento di terreno di dimensioni comprese tra 500 e 750 mq. Il sottocomitato sui ricorsi di Giudea e Samaria ha respinto tale argomentazione affermando che Dagan non aveva l’autorità di fare una tale promessa. Ha inoltre respinto le affermazioni secondo cui le promesse erano state fatte dallo Stato e dalla Divisione per gli insediamenti, affermando che i querelanti non avevano presentato alcuna prova a sostegno.

Hadar-Betar

A metà agosto gli abitanti dell’avamposto di Hadar-Betar hanno ricevuto una lettera di avvertimento dal comune di Betar Ilit prima dell’attuazione di un ordine di demolizione. Hadar-Betar è un luogo difficile da definire. Sebbene faccia parte di Betar Ilit, una città di ultraortodossi in continua espansione a sud-ovest di Gerusalemme, non ha strade asfaltate, le vie non hanno nomi e non esiste un centro comunitario o culturale. Le strutture sparse a caso nell’avamposto sono principalmente case mobili, alcune delle quali sono state messe lì 40 anni fa dallo Stato. Nel corso degli anni gli abitanti sono andati e venuti; alcuni hanno trovato case mobili abbandonate e le hanno ristrutturate secondo i propri gusti, mentre altri hanno preso il posto dei precedenti abitanti, a volte persino pagandoli per ottenere questo favore.

Per Betar Ilit Hadar-Betar è stato per molti anni semplicemente il poco attraente cortile di casa, ma tutto è cambiato un decennio fa. Il comune ha smesso di fornire agli abitanti acqua ed elettricità e a un certo punto ha persino ridotto la frequenza dei servizi di smaltimento dei rifiuti. Non c’è alcun servizio di guardia operativo, nonostante uno stanziamento di 40.000 shekel [quasi 11.000 euro, ndt.] che il Ministero della Difesa invia al comune ogni mese. Ad Hadar-Betar ci sono circa 15 o 20 famiglie provenienti da diversi settori, religiosi e non, della società israeliana. Ogni famiglia è arrivata in un momento diverso e da luoghi diversi. Alcuni di loro acquistano l’acqua tramite cisterne, mentre altri prendono l’acqua dai giardini pubblici di Betar Ilit, che chiude un occhio. L’elettricità è fornita dal vicino villaggio palestinese di Wadi Fukin.

L’abitante che vive ad Hadar-Beitar da più tempo è Mordechai Melchin, padre di sei figli, che si è trasferito lì nel 1993: ”All’inizio, c’erano guardie armate, soldati riservisti”, dice Melchin. “Il sito era sotto la giurisdizione del Consiglio regionale di Gush Etzion. Tutto è cambiato negli anni ’90, quando il luogo è stato trasferito sotto la giurisdizione del comune di Betar Ilit”. Alla luce della rapida espansione della città, Betar Ilit si è avvicinata molto a Hadar-Betar e attualmente sono quasi contigue.

“Come possono affermare che siamo noi ad aver preso il controllo della terra illecitamente? [L’ex primo ministro] Yitzhak Shamir ha mandato delle persone qui. Noi eravamo qui prima di loro”, afferma Rafi Peretz, un abitante di Hadar-Beitar che, a differenza degli altri, dice di aver investito una grossa somma di denaro, tra 1 e 1,5 milioni di shekel [tra 270 a 400mila euro, ndt.] nella costruzione di una casa su un terreno per il quale altrimenti non avrebbe pagato. “A Betar Ilit alcune persone si riferiscono a noi qui come al quartiere dei bassifondi o come ai loro cani da guardia”, aggiunge Yehuda Meir, un altro abitante di Hadar-Beitar. “Dimenticano che senza di noi non ci sarebbe alcuna possibilità di costruire qui. Siamo stati noi a proteggere la terra.”

Il piano regolatore dell’area attualmente in vigore probabilmente cancellerà Hadar-Beitar dalla mappa. Il progetto fa parte di una gara d’appalto emanata nel 2020 dal Custode dei Beni Immobili in Giudea e Samaria, la controparte in Cisgiordania dell’Autorità Territoriale Israeliana, per la costruzione di 770 appartamenti e altri 4.800 mq per commercio e industria. La gara d’appalto è stata vinta dal Netanel Group, quotato in borsa, che tre anni dopo ha venduto metà del terreno a Shmuel Attias, il proprietario di una catena di supermercati ultra-ortodossa, realizzando un profitto netto di 180 milioni di shekel [48 milioni di euro circa, ndt.]. In una dichiarazione presentata alla Borsa di Tel Aviv il mese scorso il Netanel Group ha affermato di essere venuto a conoscenza della presenza di intrusi sul terreno, così ha definito gli abitanti di Hadar-Betar, e che, dopo le trattative con il Custode dei Beni Immobili, sembra che la società si assumerà la responsabilità di sfrattarli.

Gli abitanti di Hadar-Betar, inutile dirlo, vedono le cose in modo molto diverso. Sostengono che i rappresentanti del Netanel Group sanno tutto dell’avamposto e hanno persino parlato con loro. Nel frattempo si stanno preparando per una battaglia legale contro il municipio di Beitar Ilit e hanno iniziato a raccogliere prove di costruzioni illegali nella città ultra-ortodossa, il che a loro dire conferma le loro denunce di applicazione selettiva. “L’edificio in cui vivo è lì da 15 anni. Il comune di Betar Ilit sa che non è legale. Perché non l’ha demolito? Perché ha aspettato 15 anni?”, chiede Hila Barda, un’abitante dell’avamposto. “Dopotutto, sono i campioni per quanto riguarda le costruzioni illegali, in tutta la città. Ci sono interi edifici a Betar Ilit che sono costruiti illegalmente sotto altri edifici [in parcheggi sotterranei e così via]. Voglio vederli demolire tutte queste costruzioni illegali”.

Risposte:

In risposta alle domande di Shomrim sul caso della fattoria El-Hai il Consiglio regionale di Gush Etzion ha affermato che “questa è una disputa che dura da molti anni. Il capo del Consiglio sta lavorando per mediare un compromesso tra le parti. In un momento di grande divisione tra il popolo israeliano e mentre una guerra terribile è in corso nel nord e nel sud, dobbiamo ridurre al minimo le liti interne e cercare di superare le differenze”. Sulla questione di Ma’ale Rehavam, il Consiglio ha affermato: “Stiamo lavorando molto duramente per autorizzare [le] abitazioni esistenti in loco“.

Per quanto riguarda Zayit Raanan il Consiglio regionale di Mateh Binyamin ha affermato: “Il posto fa parte delle riserve di terra di Nerya e di recente è stato approvato un piano regolatore per espandere l’insediamento, respingendo le obiezioni sollevate in ogni fase.

“Per questo motivo, il costruttore sta lavorando per promuovere la costruzione permanente sul posto in conformità con la legge, dicendo agli attuali residenti che possono rimanere e vivere nel futuro quartiere. Va notato che la maggior parte di loro attualmente vive in alloggi temporanei che appartengono all’avamposto e non agli abitanti. Un certo numero di abitanti ha presentato una petizione ai tribunali per fermare l’iter e si attende che il tribunale si pronunci sulla questione.”

Il presidente di Nerya, Liel Tzur, ha affermato: “Questo non è un caso di evacuazione di un avamposto. Il quartiere di Zayit Raanan è parte integrante della comunità di Nerya e i termini del contratto fornitoci dalla Divisione per gli Insediamenti specificano che sarà nostro per molti anni. Questa è stata anche la sentenza del Registro delle ONG e dei tribunali. Questa disputa sta vanificando tutti i nostri sforzi per migliorare la vita degli abitanti di Zayit Raanan e per trovare una soluzione per ogni famiglia. Questo non è un caso di trattamento diverso degli abitanti in base alla loro identità; piuttosto, stiamo adattando le strutture al piano. Tutto sommato, è un altro quartiere nello Stato di Israele, a soli 20 minuti da Modi’in.” (Di fatto né Nerya né il quartiere Zayit Raanan fanno parte di Israele)

Sulla questione di Tapuah Ma’arav il Consiglio Regionale di Samaria ha affermato: “C’è stata una sentenza dell’Alta Corte di Giustizia che sfortunatamente ha ordinato l’evacuazione di alcune delle case nel quartiere di Tapuah Ma’arav. Allo stesso tempo, in seguito alla decisione dell’Alta Corte, le autorità statali hanno deciso di realizzare dei progetti per legalizzare alcune delle case e impedirne la demolizione. Su richiesta dei residenti della comunità, tra cui la famiglia che ha contattato il giornalista (Shuki Sadeh), così come su richiesta degli abitanti facenti parte del comitato della comunità, il consiglio ha fatto il possibile di fronte alla difficile decisione. Durante tutto il processo, il consiglio ha chiaramente sottolineato di essere solo un mediatore e che qualsiasi accordo o piano è soggetto all’approvazione degli organi competenti dell’Autorità Territoriale Israeliana, del ministero della Difesa, dell’Amministrazione Civile e di tutte le (altre) parti interessate.

“Le affermazioni secondo cui il Consiglio avrebbe fatto promesse devono essere respinte come infondate. Tali affermazioni si basano su argomentazioni incomplete, alcune delle quali sono tendenziose, travisano i fatti e sono errate. Contrariamente alle affermazioni, Yossi Dagan non supporta e non ha mai sostenuto la demolizione degli avamposti ma, piuttosto, ha promosso e agito all’interno dei quadri giuridici a disposizione del Consiglio alla luce della decisione dell’Alta Corte, che andava contro la posizione del Consiglio”.

Né il Comune di Betar Ilit né il CEO di Amana, Ze’ev Hever, hanno risposto a un elenco di domande presentate da Shomrim.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La resistenza palestinese potrà sempre sopravvivere senza sostegno dall’esterno. E Israele?

Joseph Massad

13 dicembre 2024 – Middle East Eye

Nonostante l’esultanza in Israele per i suoi recenti successi, le vittime palestinesi continueranno a lottare fino a quando il suo genocida regime suprematista ebraico non sarà completamente smantellato.

Negli ultimi due mesi, gli israeliani e i loro padroni americani hanno intensificato la campagna di sterminio a Gaza nella speranza di reprimere la resistenza palestinese allo stato di apartheid suprematista ebraico una volta per tutte.

Non essendo riusciti a ottenere nessuno dei loro obbiettivi dopo il 7 ottobre 2023, gli Stati Uniti e Israele ne hanno attribuito la responsabilità agli alleati della resistenza palestinese e agli aiuti militari che le hanno fornito.

Hanno cominciato a prendere di mira questi alleati nella convinzione che senza aiuto dall’esterno la resistenza palestinese si sarebbe dissolta e avrebbe cessato di esistere.

Ironicamente è invece Israele che, sin dalla sua fondazione nel 1948, non potrebbe sopravvivere economicamente o militarmente in assenza di massicce e costanti iniezioni di capitale finanziario, militare e diplomatico dall’occidente.

Israele infatti non può sopravvivere oggi senza questi enormi livelli di assistenza e protezione, senza i quali la colonia di insediamento collasserebbe nel giro di mesi.

Questo fatto è risultato più chiaro nell’ultimo anno, durante il quale Israele si è dimostrato una potenza militare di quart’ordine il cui unico risultato è stato di commettere un genocidio contro una popolazione civile.

Per raggiungere i suoi obbiettivi Israele ha fatto affidamento su di un livello monumentale di aiuto militare e di spionaggio da parte di Stati Uniti e Unione Europea. Con il loro aiuto Israele è stato in grado di indebolire la resistenza libanese, fino ad un cessate il fuoco che finora ha violato più di 100 volte, e di ottenere una situazione di stallo con l’Iran.

A loro volta gli americani, con la Turchia e Israele, hanno avuto successo nell’aiutare a rovesciare il regime siriano, che era stato una manna per la resistenza palestinese e libanese. Gli israeliani hanno anche preso di mira funzionari iraniani e bombardato il consolato iraniano a Damasco, cosa che ha portato alla rappresaglia iraniana e a ulteriori bombardamenti israeliani sull’Iran.

Nel frattempo, con il pieno sostegno degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, Israele ha ucciso e affamato in massa ancora di più i palestinesi nel nord di Gaza e ha intensificato i pogrom dei coloni e i raid dell’esercito, così come le invasioni di città e cittadine della Cisgiordania.

Ha anche aumentato la repressione contro i palestinesi imprigionati a Gerusalemme Est occupata, da ultimo imponendo nelle loro scuole un programma israeliano, razzista e anti-palestinese, e vietando il programma palestinese, in aggiunta alla requisizione di abitazioni e attività palestinesi a beneficio dei coloni ebrei.

Per quanto riguarda gli isolati cittadini palestinesi di Israele, il regime israeliano negli ultimi mesi ha anche emanato un certo numero di leggi che erodono i pochi diritti che ancora avevano sotto il sistema israeliano di apartheid.

L’ultimissima strategia israeliana e statunitense ambisce a cancellare dalla memoria le massicce sconfitte militari che gli israeliani hanno subito da quando Hamas ha lanciato l’operazione Al-Aqsa Flood lo scorso ottobre.

Soprattutto essa ambisce a rafforzare la colonia di insediamento ebraica contro le costanti minacce militari poste dalla resistenza e imporre la volontà israeliana, non solo al popolo palestinese ma all’intero mondo arabo.

Resistenza palestinese

Adesso che gli Stati Uniti sono riusciti a rovesciare tutti i dittatori arabi che si sono degnati di respingere l’ordine di normalizzare i rapporti con Israele (o che hanno insistito su condizioni per la normalizzazione che Israele ha rifiutato) – Saddam Hussein, Muammar Gheddafi e Bashar Al-Assad – mentre hanno sostenuto tutti gli altri dittatori arabi che si sono sottomessi completamente alla loro volontà e dimostrano loro obbedienza – dal Marocco alla Giordania e all’Autorità Palestinese fino al Golfo – gli americani e gli israeliani sono certi che l’eliminazione della resistenza palestinese sia del tutto alla loro portata.

Questa percezione è basata sulla persistente convinzione ideologica da parte degli imperialisti Stati Uniti e del genocida Stato israeliano che la resistenza palestinese non sia generata dalla natura genocida e segregazionista del regime della colonia di insediamento israeliana, ma sia invece il risultato del supporto esterno che riceve.

Secondo questi miopi e autoreferenziali strateghi statunitensi e israeliani una volta distrutto tale supporto, anche la resistenza palestinese scomparirà.

Non sorprende che la loro ignoranza e il loro rifiuto di imparare dalla storia della resistenza palestinese alla colonizzazione sionista e al dominio suprematista ebraico siano più ostinati che mai.

Che la resistenza palestinese sia cominciata negli anni ’80 del diciannovesimo secolo, agli albori della colonizzazione ebraica e senza supporto esterno, sembra irrilevante per i crudeli e razzisti strateghi americani e israeliani.

In realtà a partire dal 1882 e per tutti gli anni ’90 del 1800 la resistenza contadina palestinese prese di mira tutte le colonie ebraiche, al punto che “non c’era quasi colonia ebraica che non entrasse in conflitto” con i contadini palestinesi autoctoni.

Il fatto che la resistenza palestinese sia continuata da allora, per la maggior parte del tempo non solo senza supporto esterno ma nonostante gli enormi aumenti nella quantità e qualità del supporto esterno per l’oppressore sionista dei palestinesi, non disillude questi strateghi di tale convinzione razzista, che sminuisce l’oppressione dei palestinesi come vero impulso alla loro resistenza.

Soli

A differenza del popolo palestinese i colonizzatori sionisti dalla fine del diciannovesimo secolo hanno sempre goduto del supporto di tutte le nazioni colonizzatrici europee e dell’impero statunitense nella repressione di ogni resistenza alla colonizzazione ebraica e all’apartheid.

Dopo la prima guerra mondiale i sionisti sono stati aiutati nei loro sforzi anche da regimi arabi e da alcune famiglie palestinesi ricche e possidenti che hanno collaborato sia con loro che con l’occupazione britannica del paese.

Fatta eccezione per alcuni volontari provenienti da oltreconfine, il popolo palestinese ha resistito alla colonizzazione sionista da solo e con tutta la propria forza, affrontando l’impero britannico e le bande sioniste negli anni ’20 e ’30 del ventesimo secolo nonostante il ricorso da parte di britannici e sionisti al terrorismo e a brutalità estreme contro questa popolazione prigioniera.

I contadini giordani rivoluzionari che hanno tentato di aiutare i palestinesi fornendo loro rifugio e hanno preso di mira gli interessi britannici in Giordania sono stati rapidamente repressi nella seconda metà degli anni ’30 dall’Emiro Abdullah di Giordania e dal suo esercito controllato dagli inglesi, il quale si è avvalso di 10 aerei delle forze aeree britanniche per bombardarli.

Il cosiddetto supporto dei pochi eserciti arabi che sono intervenuti il 15 maggio 1948 per fermare l’espulsione sionista di quasi 400.000 palestinesi – che era cominciata quasi sei mesi prima, il 30 novembre 1947 – e per salvaguardare quel 45 % di Palestina che gli imperi del nord avevano designato come Stato palestinese nel famigerato Piano di Ripartizione delle Nazioni Unite del 29 novembre 1947 – è stato del tutto controproducente.

Non solo questi eserciti arabi, male equipaggiati, erano in netta inferiorità numerica rispetto alle bande sioniste, addestrate ed equipaggiate meglio, ma essi hanno anche fallito nell’evitare l’espulsione per mano sionista di altri 360.000 palestinesi e hanno perso più di metà del 45 % di Palestina che avrebbero dovuto proteggere.

Tutte le terre che Abdullah, nel frattempo autoproclamatosi Re, è riuscito a tenere sono state annesse alla Giordania, secondo un piano elaborato in precedenza con i sionisti. Più tardi egli si è rifiutato di riconoscere il governo di tutta la Palestina istituito a Gaza nel settembre del 1948.

Anche i poteri imperiali hanno riconosciuto l’annessione israeliana del 78 % della Palestina e l’annessione di Abdullah del 18 %, che ha ribattezzato “Cisgiordania”. (Gaza è stata difesa dagli egiziani fino a quando non è stata conquistata due volte dagli israeliani, nel 1956 e di nuovo nel 1967, quando Israele se ne è infine impossessato).

Nel frattempo tutti le principali potenze imperiali e l’Unione Sovietica hanno sostenuto pienamente la conquista sionista del 1948 sia militarmente che diplomaticamente.

Per sostenere la conquista sionista della terra dei palestinesi, sono arrivati in Palestina piloti volontari ebrei inglesi e americani e brigate ebree sioniste internazionali da tutto il mondo occidentale. Molti volontari continuano a recarsi in Israele per contribuire a imporre ai palestinesi la supremazia ebraica e l’apartheid.

Perdere legittimità

Dal 7 ottobre 2023 anche gli Stati Uniti e l’Unione Europea sono diventati a tutti gli effetti complici di Israele nel suo genocidio di palestinesi tuttora in corso – un genocidio che è supportato apertamente o tacitamente da tutti i regimi arabi, inclusa la collaborazionista Autorità Palestinese, con l’eccezione della libanese Hezbollah, del governo yemenita di Ansar Allah, di alcuni gruppi della resistenza irachena, del regime siriano recentemente caduto e dell’Iran.

Questi sostenitori di Israele palestinesi, arabi e occidentali hanno anche dato un contributo determinante alla protezione militare di Israele dalle ritorsioni da parte delle forze arabe della resistenza e dell’Iran e, nel caso dell’Autorità Palestinese, attuato una campagna di repressione dei resistenti palestinesi in Cisgiordania.

Allo stesso tempo i sostenitori dei palestinesi hanno lanciato una campagna per rendere sempre più difficile ai sostenitori e agli sponsor di Israele continuare ad aiutarlo nel suo genocidio in corso.

Sia presso le Nazioni Unite che presso la Corte Internazionale di Giustizia o la Corte Penale Internazionale è stato emanato contro Israele un cospicuo numero di risoluzioni, sentenze e rinvii a giudizio, che gli Stati Uniti hanno tentato di neutralizzare con tutte le minacce e le sanzioni di cui sono capaci.

A questo si aggiunge il crescente successo del movimento Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni nell’esercitare pressioni su paesi e imprese affinché ritirino i loro investimenti in Israele, come ha recentemente fatto la Norvegia.

Inoltre la perdita del sostegno da parte di una cospicua porzione dell’opinione pubblica occidentale, inclusi gli ebrei europei e americani, ha anch’essa contribuito all’indebolimento della legittimità della colonia d’insediamento genocida in circoli occidentali tradizionalmente filo-israeliani, i quali storicamente avevano fornito indispensabile aiuto.

Collasso inevitabile

Il bilancio degli ultimi 15 mesi presenta luci e ombre.

La debolezza militare, economica e diplomatica di Israele è stata smascherata, come la sua incapacità di fermare il proprio indebolimento quotidiano su tutti i fronti, tranne quello del genocidio.

Eppure, grazie al grande aiuto militare e finanziario dagli Stati Uniti e dai paesi dell’Unione Europea, gli israeliani riescono a continuare a usare ogni barbarico metodo a loro disposizione per distruggere la resistenza palestinese.

La cosa che lascia perplessi gli strateghi americani e israeliani tuttavia è che la resistenza palestinese, la quale non ha ricevuto nessun aiuto militare o finanziario da alcuna fonte esterna all’indomani del 7 ottobre 2023, continua a resistere alla distruzione israeliana a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

Nonostante l’esultanza e i festeggiamenti in Israele per i suoi recenti successi, le sue vittime palestinesi continueranno a lottare fino al completo smantellamento del suo regime suprematista ebraico e genocida.

Alla luce di questi sviluppi è più probabile che sia il genocida Israele, e non la resistenza palestinese, a non essere più in grado di sopravvivere a causa del decrescente supporto dall’esterno e dell’isolamento internazionale.

Questo gli strateghi statunitensi e israeliani lo sanno bene, anche se rifiutano di prenderne atto.

Tutto l’orrore omicida che essi stanno infliggendo oggi alla regione araba non potrà che rimandare l’inevitabile collasso del genocida regime coloniale d’insediamento, ma non riuscirà a preservarne l’esistenza.

Joseph Massad è professore di politiche moderne e storia intellettuale del mondo arabo alla Columbia University, New York. È autore di molti libri e articoli accademici e giornalistici. Tra i suoi libri ricordiamo: Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan [Effetti coloniali: la costruzione dell’identità nazionale in Giordania]; Desiring Arabs [Arabi desideranti]; The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians [La persistenza della questione palestinese: saggi sul sionismo e i palestinesi], e più recentemente Islam in Liberalism [L’Islam nel pensiero liberale]. I suoi libri sono stati tradotti in dodici lingue.

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Israele distrugge l’80% delle capacità militari della Siria

Redazione di MEMO

11 dicembre 2024 – Middle East Monitor

Martedì l’esercito israeliano ha detto ai giornalisti che ha completato la parte principale della sua campagna militare aggressiva contro la Siria dopo la caduta del regime di Bashar Al-Assad, avendo come obbiettivo le capacità militari dello Stato siriano. L’esercito di occupazione ha dichiarato di aver distrutto tra il 70% e l’80% di queste capacità.

La campagna in Siria è chiamata dal regime di occupazione Operazione Freccia Basan. Questo è un riferimento ad un regno biblico che è stato parte della terra di Canaan e si ritiene sia stato situato nel sud della Siria e nella parte orientale della Giordania. La parola “Basan” in ebraico significa “terra piatta o spianata”.

L’area è stata chiamata così dal Monte Basan, conosciuto oggi come Jabal Al-Arab o Jabal Al-Druze, nella Siria meridionale. È dove i veicoli israeliani si sono infiltrati ed hanno occupato la zona cuscinetto demilitarizzata in base all’accordo di disimpegno con la Siria del 1974.

Secondo l’esercito di occupazione israeliano nei giorni scorsi esso ha attaccato più di 320 obiettivi in Siria, con 350 caccia che hanno effettuato 359 missioni contro “capacità militari strategiche.” Sostiene che ciò ha l’obiettivo di “prevenire l’accesso ad armi strategiche da parte di soggetti ostili.”

Sabato scorso il capo di stato Herzl Halevi ha approvato i piani operativi durante la sua visita alle alture del Golan siriane occupate. Nella stessa notte l’aeronautica militare israeliana ha cominciato a lanciare incursioni aventi come obiettivi varie parti della Siria, da Damasco a Tartus. Gli obiettivi distrutti includono decine di aerei ed elicotteri da combattimento, in aggiunta a sistemi radar, batterie di missili antiaerei, navi, sistemi di missili terra-terra, razzi, siluri e siti di produzione di armi.

Gli attacchi israeliani hanno anche avuto come obiettivi depositi di armi e munizioni in Siria, missili Scud, missili da crociera guidati, missili balistici navali, magazzini di droni ed altre capacità militari dello Stato siriano.

L’esercito di occupazione ha rivelato che l’operazione sul terreno sta continuando, mentre le forze di terra sono nelle zone cuscinetto per assicurarsi il controllo dell’area, distruggere le armi e smantellare l’infrastruttura militare siriana nella zona, con il pretesto che non raggiungano soggetti indesiderati.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Lo storico palestinese-americano Rashid Khalidi: Israele ha realizzato per se stesso uno scenario da incubo. Il tempo stringe (Seconda parte)

Itay Mashiach

30 nov 2024 – Haaretz

 

La questione è se il movimento nazionale palestinese degli anni novanta fosse in grado di comprendere che questo atto di rinuncia presupponeva un’evoluzione politica interna a Israele che avrebbe richiesto un po’ di tempo. E quando ci si fa esplodere nel centro di Tel Aviv quell’opzione di un cambiamento di prospettiva perde alle elezioni.

“So che gli attentati suicidi degli anni Novanta hanno avuto un impatto enorme sull’opinione pubblica israeliana, ma questo non è il punto. Se il colonizzatore vuole decolonizzare viene presa una decisione di farlo. Ci sono due eventualità perché il colonizzatore lo comprenda: o il costo diventa troppo elevato e l’opinione pubblica interna cambia, o il colonizzato escogita una strategia che funziona su più livelli.

Gli irlandesi hanno escogitato una strategia, così come gli algerini e i vietnamiti. I palestinesi, con mio rammarico e tristezza, no. Né per avvicinarsi alla comunità israeliana scavalcando la loro leadership né per confrontarsi con le vostre opinioni pubbliche, vale a dire quelle degli Stati Uniti e dell’Europa, senza le quali non si può esistere come Stato indipendente e non si possono avere le proprie bombe o i propri aerei. Gli irlandesi sono brillanti; gli algerini molto intelligenti; i vietnamiti geni. I palestinesi, non così intelligenti. Se vuole la mia critica alla leadership palestinese, eccola.”

La sua spiegazione riguardo all’ascesa di Hamas è essenzialmente materialista: l’alternativa diplomatica dell’OLP ha portato a condizioni di vita peggiori per i palestinesi e ha lasciato un vuoto politico nel ramo militante, che Hamas ha riempito. Ma che dire del ruolo della religione e delle aspirazioni islamiche nella società palestinese?

“La religione è stata un elemento importante nel nazionalismo palestinese fin dall’inizio, ma la sua popolarità oscilla. Nel periodo di massimo splendore dell’OLP gli islamisti erano politicamente molto deboli, quasi inesistenti. Quindi nel dire che la società palestinese è profondamente musulmana e profondamente islamista bisogna tener conto dei diversi decenni in cui non è stato così. Hamas non ha mai ottenuto la maggioranza tra i palestinesi. Nel 2006 ha ottenuto il 43% dei voti. Conosco dei cristiani a Betlemme che hanno votato per Hamas perché erano stufi di Fatah. Quindi non penso affatto che il 43% rappresentasse la loro effettiva popolarità in quel momento.”

È critico nei confronti di Israele per aver ignorato la possibilità che in quegli anni Hamas subisse un cambiamento. Ma ciò che molti israeliani si chiedono è perché i palestinesi non abbiano sfruttato l’opportunità del disimpegno di Israele da Gaza per sviluppare la loro comunità e costruire un’alternativa pacifica.

“Perché l’occupazione non è mai finita. Questa è una domanda profondamente stupida, che viene posta da persone che cercano di giustificare una narrazione fondamentalmente falsa. Gaza non è mai stata aperta; è sempre stata occupata. Spazio aereo, spazio marittimo, ogni entrata, ogni uscita, ogni importazione, ogni esportazione: il fottuto registro della popolazione è rimasto nelle mani di Israele. Cosa è cambiato? Alcune migliaia di coloni sono stati allontanati. Quindi invece di stare in piccole prigioni all’interno di Gaza i palestinesi ora si ritrovavano in una grande prigione a Gaza. Questa non è una fine dell’occupazione, è una modifica dell’occupazione. Non è una fine della colonizzazione.

Si lascia Gaza per intensificare [la presa] sulla Cisgiordania. Abbiamo l’assistente di Sharon, Dov Weissglas, che dice [in un’intervista ad Haaretz nel 2004 che il piano di disimpegno di Sharon] ‘fornisce la quantità di formaldeide [sostanza usata nei processi di imbalsamazione, n.t.d.] necessaria affinché non ci sia un processo politico con i palestinesi’. Per l’amor di Dio, pensano che non sappiamo leggere l’ebraico? Uno Stato significa sovranità. E sovranità non significa che una potenza militare straniera occupante abbia il controllo del tuo registro della popolazione. Ci pensi per due minuti. Intendo dire, è come se l’ufficio del censimento degli Stati Uniti fosse controllato da Mosca. Davvero? Le importazioni e le esportazioni sono decise da qualche caporale o burocrate in qualche ministero a Tel Aviv o a Gerusalemme? Insomma, veramente? E i palestinesi dovrebbero dire: “Oh, creiamo una bella piccola utopia dentro la prigione”? Che tipo di assurdità è questa?”

Cosa pensa della lotta armata da una prospettiva morale?

“Partiamo dal fatto che la violenza è violenza; che provenga o no dallo Stato è comunque violenza. Se non accettiamo questo principio, non possiamo discuterne. La violenza del colonizzatore è tre, venti, cento volte più intensa della violenza del colonizzato. Quindi se vogliamo parlare di violenza parliamone; se vogliamo [solo, ndt.] mettere in luce il terrorismo e la violenza dei palestinesi non stiamo parlando la stessa lingua.

Il secondo presupposto è che dal punto di vista legale dalla seconda guerra mondiale è stato accettato che le persone sotto dominio coloniale hanno il diritto di usare tutti i mezzi per la loro liberazione, entro i limiti del diritto umanitario internazionale. Ciò significa combattenti e non combattenti, significa proporzionalità. Non è moralità, è diritto internazionale.

Ma questo vale per entrambe le parti, sia per il colonizzatore che per il colonizzato, se accettano il diritto umanitario internazionale. Quando si distrugge un intero edificio per uccidere una persona di Hamas a Jabalya, è chiaro che proporzionalità e discriminazione sono andate a farsi benedire.

Il punto non è chi ha iniziato. Proporzionalità e discriminazione non dicono che non devi tener conto di tali regole perché l’altro è un cattivo e ha iniziato lui. E infine, c’è l’aspetto politico [della violenza], relativo al modo più saggio per raggiungere i propri obiettivi”.

A questo proposito, nel suo libro cita Eqbal Ahmad, l’intellettuale pakistano che ha lavorato con Franz Fanon e il FLN, il movimento di liberazione algerino. Nei primi anni ’80 l’OLP gli ha affidato il compito di valutare la propria strategia militare. Lui ha sostenuto che, a differenza del caso algerino, l’uso della forza contro gli israeliani “non ha fatto altro che rafforzare un preesistente e pervasivo senso di vittimismo tra gli israeliani, e nel contempo [ha anche] unificato la comunità israeliana”.

“Sì, e penso che sia qualcosa di estremamente importante. Se parliamo dei francesi [in Algeria], direi che piazzare una bomba in un bar costituì una violazione dei codici morale e legale, una violazione del diritto umanitario internazionale. Lo fecero due eroine della rivoluzione algerina, Jamila Bouhired e Zahra Zarif. Penso che sul piano politico se ne possa discutere, perché i coloni [coloni francesi in Algeria, noti anche come pieds-noirs], in ultima analisi, avevano un luogo in cui tornare. Soffrivano di quella che chiamo “paura coloniale”. Erano terrorizzati dagli indigènes [popolazione indigena], perché gli indigènes erano più numerosi di loro e sapevano che gli indigènes li odiavano.

Ma non soffrivano di una paura ereditaria della persecuzione. Non possedevano una memoria storica per cui ogni attacco contro di loro potesse essere interpretato se non all’interno del contesto locale dell’Algeria. E alla fine, quella violenza ha avuto successo. Sul piano morale l’atteggiamento verso la violenza indiscriminata è netto, o bianco o nero. Ma sul piano politico è grigio. Ciò che Eqbal Ahmed dice di Israele è che a causa della natura della storia ebraica una strategia di violenza indiscriminata, come quella che l’OLP stava perseguendo allora, è politicamente controproducente”.

Come valuta il peso del BDS, il movimento di boicottaggio contro Israele, ora, due decenni dopo?

“Vent’anni fa le risoluzioni BDS [da parte dei consigli degli studenti] non potevano essere approvate in nessun campus americano, oggi vengono approvate facilmente. Ma non è stato istituito alcun boicottaggio, o pochissimi, non sono state imposte sanzioni e c’è stato molto poco disinvestimento”.

Un fallimento quindi.

“No! Il punto è che l’opinione pubblica è cambiata. Lo scopo del BDS era di aprire una discussione che l’altra parte non voleva fosse aperta. Perché [gli israeliani] chiamano antisemiti tutti coloro che osano parlare di questo genocidio [a Gaza]? Perché non hanno argomenti, non hanno niente da dire; quindi zittiteli con l’accusa più tossica possibile nel mondo occidentale. Lo scopo [del BDS], dal mio punto di vista, non è di provocare veri e propri boicottaggi, disinvestimenti o sanzioni. È una leva per iniziare a parlare di qualcosa su cui nessuno ha mai voluto discutere. Ed in tal senso è stato, a mio avviso, un enorme successo.

Ora stiamo iniziando ad ottenere una limitazione di [certe] forniture di armi a Israele da parte di olandesi, tedeschi, spagnoli, canadesi. Queste e altre mosse sono il risultato di un cambiamento di opinione nel mondo occidentale, e questo è dovuto in gran parte al BDS.”

E per lei, in quanto sostenitore del BDS, non è stato un problema essere intervistato da un giornale israeliano?

“No. Ho pubblicato libri in Israele. Penso che sia importante raggiungere un pubblico israeliano. So che è un pubblico molto ridotto, ma il punto è che non vinci, non porti cambiamenti senza capire come fare appello all’opinione pubblica, aggirando i governanti e la macchina della propaganda, che sia negli Stati Uniti o in Israele”.

Nel suo libro fa notare che gli algerini e i vietnamiti non hanno perso l’opportunità di influenzare l’opinione pubblica nelle comunità di origine dei loro nemici e sostiene che questo sia stato determinante per le loro vittorie. Cosa dovrebbero fare i palestinesi, che non stanno facendo, per condizionare l’opinione pubblica israeliana, se possibile?

“La risposta a ciò dovrebbe venire da un movimento nazionale palestinese unito con una strategia chiara, non spetta a Rashid Khalidi darla. Uno dei problemi che abbiamo oggi è la disunione e l’assenza di un movimento nazionale unito e di una strategia chiara e unitaria. Senza questo non vi sarà alcuna liberazione. La diplomazia pubblica, che può chiamare hasbara [come nel caso di quella israeliana, n.t.d.] o propaganda, è assolutamente essenziale. Ogni lotta di liberazione ha successo solo grazie a questo. Se i sudafricani non l’avessero avuta, avrebbero ancora l’apartheid”.

Qual è il ruolo della diaspora palestinese in questo attuale vuoto di leadership, e in particolare il ruolo di intellettuali come lei?

“Penso che la diaspora, e nel suo interno una generazione più giovane, integrata e completamente acculturata e che comprenda la cultura politica dei paesi in cui si trova, avrà un ruolo importante in futuro. Penso che il ruolo della mia generazione sia praticamente finito, me compreso. Non possiamo ancora beneficiare del talento e della comprensione della politica occidentale che possiede la giovane generazione. Ciò arriverà presto, spero. Ma richiede un movimento nazionale organizzato, centralizzato e unificato. Ora non ce l’abbiamo.”

Che ne pensa dell’istituzione di un governo in esilio?

“Storicamente la leadership [palestinese] è sempre stata all’estero. Uno dei tanti errori commessi da Arafat è stato quello di prendere l’intera OLP e portarla nella gabbia dell’occupazione. Chi si comporta così? Si può trasferire parte della leadership dopo aver proceduto alla liberazione, forse – [ma] lui non aveva liberato nulla. Erano così disperati perché dovevano scappare da Tunisi e dagli altri posti in cui si trovavano a causa dell’errore commesso nel sostenere Saddam Hussein nel 1990-1991, che erano disposti a saltare dalla padella alla brace. È stato un errore fatale. Chi mette l’intera leadership sotto il controllo dell’esercito e dei servizi di sicurezza israeliani? È sconcertante. Quindi, sì, avremo bisogno [di leadership nella] diaspora, e in futuro finirà per trovarsi in parte fuori e in parte dentro, si suppone. Come con l’Algeria”.

Nel movimento anti-apartheid la cooperazione con i sudafricani bianchi è stata fondamentale. Cosa si può fare per espandere l’alleanza ebraico-palestinese?

È una domanda difficile. Tra molti palestinesi, soprattutto tra i giovani palestinesi, c’è una resistenza a quella che chiamano ‘normalizzazione’. E questo, in una certa misura, rende alcuni ciechi alla necessità di trovare alleati dall’altra parte. Alla fine non si potrà vincere senza che ciò accada. È più dura di qualsiasi altra lotta di liberazione perché non è un progetto coloniale in cui le persone possono tornare a casa. Non c’è una casa. Loro [gli ebrei] sono in Israele da tre o quattro generazioni. Non andranno da nessuna parte. Non è che ci si possa rivolgere ai francesi perché riportino a casa i loro coloni. È più come l’Irlanda e il Sudafrica, dove devi fare i conti con quella che vedi come una popolazione divisa, ma che ora è diventata enraciné, radicata, e che ha sviluppato un’identità collettiva”.

Tuttavia analizza questo conflitto come un caso di colonialismo di insediamento.

“Lei sente cosa dicono le persone dell’ala destra dell’attuale governo su Gaza e vede cosa stanno facendo in Cisgiordania, come hanno spogliato le persone della loro terra e li hanno confinati in Galilea e nel Triangolo [un’area nel centro di Israele con una elevata densità di popolazione araba] dopo il 1948. Se questo non è colonialismo di insediamento non so cosa sia. Tutto ciò che è stato fatto dall’inizio è chiaramente all’interno di quel paradigma.

Ma il sionismo è iniziato come un progetto nazionale, poi hanno trovato un patron e poi hanno utilizzato gli strumenti del colonialismo di insediamento. Il che è unico. Nessun altro caso di colonialismo di insediamento ha esordito come progetto nazionale. Il paradigma del colonialismo di insediamento è utile solo fino a un certo punto. E Israele è il caso più unico che si possa immaginare. Nessuna madrepatria, quasi l’intera popolazione è lì per una persecuzione, e c’è il collegamento con la Terra Santa, con la Bibbia, per l’amor di Dio.”

Lei ha analizzato lo scambio di conoscenze sui sistemi di controinsurrezione tra le colonie britanniche e descritto come i leader sionisti adottarono le pratiche coloniali degli inglesi. Cosa ha scoperto?

“In realtà ci sto lavorando adesso. Dopo l’indipendenza irlandese gli inglesi esportarono [in Palestina] l’intera Royal Irish Constabulary [Polizia reale irlandese, ndt.] e formarono la Palestine Gendarmerie. Quando scoppiarono le rivolte, introdussero esperti provenienti da altre località. Portarono il generale [Bernard] Montgomery, che nel 1921 era stato a capo della brigata a Cork [dove furono eseguite rappresaglie contro i ribelli irlandesi] che comandò una divisione in Palestina nel 1938. Portarono Sir Charles Tegart, che avevano inviato dall’Irlanda in India, per costruire le “Tegart Forts” – centri di tortura, che erano la sua competenza. Venne in Palestina per trasmettere queste cognizioni. E un personaggio di nome Orde Wingate che ogni esperto militare israeliano conosce profondamente – il padre della dottrina militare israeliana.”

In un’intervista con la New Left Review, ha descritto Wingate come un “assassino coloniale a sangue freddo”.

“Prestò servizio in Sudan, Dio solo sa cosa fece lì. Dovrei fare altre ricerche per scoprirlo. In Palestina ha formato le Squadre Speciali Notturne, composte da quadri scelti dal Palmach e dall’Haganah [forze clandestine ebraiche] affiancati a soldati britannici selezionati. Lanciò una campagna di incursioni notturne. Attaccando villaggi. Sparando contro i prigionieri. Torturando. Facendo saltare in aria case sopra le teste delle persone. Cose orribili. Insomma, dai resoconti in nostro possesso risulta chiaramente uno psicopatico assassino. Moshe Dayan era uno dei suoi allievi, insieme a Yitzhak Sadeh [comandante delle truppe d’assalto del Palmach prima dell’IDF] e Yigal Alon. Ci sono probabilmente una dozzina di ufficiali superiori dell’esercito israeliano, la maggior parte dei quali hanno raggiunto il grado di maggiore generale, che sono stati addestrati da quest’uomo. La dottrina dell’esercito israeliano ha origine con Wingate”.

Lei conclude il suo libro affermando che “gli scontri tra coloni e popolazioni indigene si sono conclusi solo in uno di questi tre modi: con l’eliminazione o la completa sottomissione della popolazione nativa, come nel Nord America; con la sconfitta e l’espulsione del colonizzatore, come in Algeria, il che è estremamente raro; o con l’abbandono della supremazia coloniale nel contesto del compromesso e della riconciliazione, come in Sudafrica, Zimbabwe e Irlanda”. Quale strada stiamo percorrendo?

“Lo sterminio di una componente da parte dell’altra è impossibile. L’espulsione di una componente da parte dell’altra è – avrei detto impossibile – penso ora possibile ma improbabile. Quindi abbiamo due popoli. O la guerra continua o giungono a un accordo sul fatto che devono vivere su una base di assoluta uguaglianza. Non una risposta molto ottimistica, ma l’unica risposta. Mi lasci aggiungere che questa risoluzione [del conflitto] è molto più vicina come risultato della guerra attuale, perché l’opinione pubblica occidentale si è rivoltata contro Israele in un modo che non era mai accaduto, dalla Dichiarazione Balfour [della Gran Bretagna, nel 1917, a favore di una patria ebraica in Palestina] fino a oggi.

L’opinione pubblica occidentale è sempre stata unanimemente favorevole a Israele, con piccole eccezioni: nel 1982, quando videro troppi edifici distrutti e troppi bambini uccisi [in Libano], e nella prima intifada [1987-1992], quando troppi carri armati fronteggiavano troppi minorenni che lanciavano pietre. Ma, altrimenti, un sostegno granitico. Élite, opinione pubblica. Senza eccezioni, per un centinaio di anni. Tutto ciò è cambiato. Questo [cambiamento] potrebbe non essere irreversibile, ma il tempo stringe. Con il suo comportamento dal 7 ottobre Israele ha creato per sé stesso uno scenario da incubo a livello globale”.

Ci sono componenti della sinistra israeliana che fantasticano su una soluzione imposta dall’esterno. È possibile?

“Sarà possibile quando gli interessi americani riguardo alla Palestina cambieranno. Gli Stati Uniti hanno costretto Israele a fare molte cose dettate dall’interesse strategico, nazionale o economico americano”.

Durante la guerra fredda per esempio.

“Giusto. [Il Segretario di Stato Henry] Kissinger ha imposto con la forza accordi di disimpegno al governo israeliano. [Il Segretario di Stato James] Baker ha imposto [al Primo Ministro Yitzhak] Shamir di partecipare a Madrid [alla conferenza di pace del 1991]. Obama ha imposto agli israeliani di accettare l’accordo [nucleare] con l’Iran. [Il Presidente Dwight] Eisenhower li ha spinti fuori dal Sinai [nel 1957]. È stata una nostra sfortuna che la Palestina non rappresenti un importante interesse nazionale americano.

Le dittature nel mondo arabo soffocano l’opinione pubblica e sono subordinate agli Stati Uniti; i regimi petroliferi dipendono dagli Stati Uniti per la loro difesa contro le loro popolazioni e i nemici esterni. Se ciò cambiasse, se le cose che Israele fa danneggiassero l’interesse nazionale americano, ciò potrebbe portare a una coercizione esterna. Non ci spero.”

Le più giovani generazioni di attivisti pro-Palestina negli Stati Uniti l’ha criticato per le sue distinzioni sulla violenza. Cosa risponde loro?

“Non amo la violenza, ma mi è molto chiaro che la violenza è stata un elemento essenziale di ogni lotta di liberazione. Contro la violenza schiacciante del colonizzatore ci sarà violenza, che io lo voglia o no. La visione israeliana è che se la forza non funziona si debba usare più forza. Questo è il risultato. Cacciano l’OLP dal Libano e si ritrovano Hezbollah. Uccidono [il leader di Hezbollah Abbas] Musawi, [Hassan] e si ritrovano Nasrallah. Uccidono Nasrallah, tanti auguri per chi si troveranno davanti. Uccidono [il leader di Hamas Yahya] Sinwar – aspettate e vedrete chi spunterà fuori. Questa è la natura della violenza coloniale. Genera resistenza. Vorrei che la resistenza fosse intelligente, strategica, idealmente anche morale e legale, ma probabilmente non lo sarà.”

Cosa vorrebbe che gli israeliani capissero meglio riguardo al conflitto?

“Devono capire qualcosa che è molto difficile per loro afferrare: come i palestinesi e il resto del mondo vedono la situazione. Questa viene vista fin dall’inizio come un tentativo di creare uno Stato ebraico in un paese arabo. Non si tratta di un gruppo innocente di rifugiati che arrivano nella loro patria ancestrale e vengono improvvisamente attaccati da uomini e donne selvaggi. Arrivano e fanno cose che generano tutto ciò che ne consegue; il loro stesso arrivo e i loro schemi mentali sono all’origine del conflitto.

C’è mai stato un conflitto arabo-ebraico in Palestina nei secoli XVIII, XVII, XIX, XV, XII ? No. Questo non è un conflitto che va avanti da tempo immemorabile. Bisogna mettere da parte questa versione autogiustificatoria della storia. Insomma, capire che i palestinesi, gli arabi, il resto del mondo e ora anche l’opinione pubblica occidentale la vedono in questo modo. Ci sono ancora le élite che sosterranno qualsiasi cosa faccia Israele. Ma il tempo stringe. Sotto, qualcosa ribolle.”

(Prima parte)

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un rapporto rivela che i soldati israeliani commettono sistematicamente violenze sui palestinesi a Hebron

Oren Ziv

9 dicembre 2024 – +972magazine

Frustati con una cintura, colpiti all’inguine, minacciati di stupro: i palestinesi riferiscono uno schema ricorrente di attacchi arbitrari nella città della Cisgiordania quest’anno.

Arresti casuali, violenza e umiliazione da parte di soldati israeliani senza motivo: questa negli ultimi mesi è la vita quotidiana dei palestinesi nella città di Hebron, nella Cisgiordania occupata, secondo le testimonianze raccolte dall’organizzazione per i diritti umani B’Tselem e pubblicate la scorsa settimana in un nuovo rapporto.

Mentre la maggior parte della resistenza armata in Cisgiordania è concentrata nelle città settentrionali di Jenin, Tulkarem e Nablus, i soldati israeliani sembrano aver deciso che, dopo il 7 ottobre, tutti i palestinesi siano sostenitori di Hamas, e nessuno innocente.

“Sembra che i palestinesi residenti a Hebron possano in ogni momento essere fatti vittime di violenze brutali, inflitte loro mentre sbrigano le loro faccende quotidiane”, spiega il rapporto. “Queste vittime sono state scelte casualmente, senza alcun rapporto con le loro azioni”.

Nessuno dei 25 palestinesi che hanno rilasciato la propria testimonianza a B’Tselem aveva preso parte ad azioni violente, né si era unito a proteste non-violente. Soltanto due tra di loro erano stati effettivamente arrestati e portati via, in strutture militari, ed entrambi sono stati in seguito rilasciati senza che alcuna accusa venisse formulata. Gli altri 23 sono stati liberati dopo che le violenze sono terminate.

In diversi casi i soldati hanno ispezionato i cellulari dei palestinesi alla ricerca di “prove” del loro sostegno ad Hamas: “Un’immagine ‘sospetta’ o segni di aver seguito aggiornamenti su Gaza … sono stati sufficienti a giustificare il trasferimento a una delle postazioni militari disseminate in tutta Hebron e ore di violenze fisiche e mentali, sotto la minaccia delle armi, ammanettati e bendati” osserva il rapporto.

Con più di 200.000 residenti, Hebron è la città palestinese più popolosa in Cisgiordania nonché l’unica che ospita al suo interno coloni israeliani: circa 900 coloni vivono sotto la protezione di circa 1.000 soldati israeliani.

L’incremento nelle vessazioni e violenze contro i palestinesi a Hebron non è un fenomeno isolato. Dal 7 ottobre in Cisgiordania l’esercito israeliano ha ucciso più di 730 palestinesi, in parte a causa del significativo ricorso alle forze aeree nella zona per la prima volta dalla fine della Seconda Intifada, circa 20 anni fa. Contemporaneamente i coloni israeliani con l’aiuto dell’esercito hanno sottoposto a pulizia etnica più di 50 comunità rurali palestinesi.

I fatti oggetto dell’indagine dei ricercatori di B’Tselem hanno avuto luogo nella zona centrale di Hebron tra maggio e agosto di quest’anno. Quasi tutte le vittime sono giovani uomini. Il gran numero di testimonianze, la presenza di diversi soldati nella maggior parte degli episodi e il fatto che essi abbiano a volte avuto luogo all’interno di strutture militari sono tutti fattori che suggeriscono che gli arresti casuali e la violenza possano essere la politica non ufficiale dell’esercito nella città.

Il soldato ha chiesto se mi piacesse Hamas e poi mi ha colpito ai testicoli’

Hisham Abu Is’ifan, 54 anni, sei figli, residente nel quartiere Wadi Al-Hassin di Hebron, stava andando a svolgere il suo lavoro di impiegato presso il Ministero dell’Istruzione quando è stato fermato e attaccato dai soldati il 12 giugno.

“[Un soldato] si è avvicinato e mi ha spinto, poi mi ha ordinato di dargli la mia carta d’identità e il telefono”, testimonia Abu Is’ifan a B’Tselem. “Prima che potessi dargli il telefono, mi ha afferrato per la nuca e mi ha spinto a terra. La schiena mi faceva molto male e ho urlato… Poiché continuavo a urlare per il dolore, il soldato si è seduto su di me schiacciandomi il petto con le ginocchia fino a quando ho sentito di non poter più respirare per il dolore”.

Yasser Abu Markhiyeh, 52 anni, 4 figli, residente nel quartiere di Tel Rumeida, è stato sottoposto a violenze a un posto di blocco a Hebron il 14 di luglio a causa di ciò che i soldati hanno trovato sul suo cellulare. “Quando l’ho raggiunto, [il soldato] mi ha ordinato di dargli la mia carta d’identità”, racconta. “L’ho fatto, e lui mi ha detto di sbloccare il telefono e darglielo. L’ho sentito parlare con qualcuno via radio e fare il mio nome.

Dopo circa cinque minuti, quattro soldati sono arrivati al posto di blocco”, continua Abu Markhiyeh. “Uno di loro mi ha parlato in arabo e mi ha accusato di aver contattato Al Jazeera e calunniato l’esercito israeliano. Gli ho risposto che tre settimane prima io avevo in effetti riferito ad Al Jazeera di essere stato attaccato dai soldati il 22 di giugno… Allora mi ha legato le mani dietro la schiena con fascette serracavi, stringendole molto. Due soldati mi hanno assalito e hanno cominciato a picchiarmi, anche ai testicoli, per diversi minuti”.

Mahmoud ‘Alaa Ghanem, un diciottenne che vive nella città di Dura, nel distretto di Hebron è stato attaccato dai soldati a Hebron l’8 luglio. Come per Abu Markhiyeh, anche il suo cellulare è stato ispezionato dai soldati. Quando hanno aperto l’account Instagram di Ghanem hanno trovato un meme raffigurante un soldato israeliano intento a salvare bambini il 7 ottobre con la scritta “Photoshop”, una derisione dell’evidente incapacità dell’esercito di contrastare l’attacco di Hamas quel giorno.

“Mi ha chiesto di quell’immagine, e io ho detto che era solo un’immagine”, riferisce Ghanem a B’Tselem. “Ha detto ‘Te lo diamo noi Photoshop’”.

Dopo alcuni minuti, Ghanem è stato messo sul pavimento di una jeep e portato via. “Uno dei soldati mi ha preso per i capelli e mi ha sbattuto la faccia contro il portellone posteriore, tre volte di fila”, dice. “Ho sentito che la mia bocca e il mio naso sanguinavano. Il soldato mi ha chiesto, ‘Ti piace Hamas?’ Ho detto di no e lui mi ha afferrato per il braccio, me l’ha girato attorno al collo e mi ha strangolato… Due soldati hanno cominciato a schiaffeggiarmi e chiedermi di nuovo ‘Ti piace Hamas?’ Ho di nuovo detto di no, e poi uno di loro mi ha colpito con forza ai testicoli. Ho urlato per il dolore, e poi lui mi ha colpito di nuovo nello stesso punto, più forte. Li ho supplicati in nome di Dio di smettere di colpirmi”.

Ci hanno frustati con una cintura su tutto il corpo’

Alcune delle testimonianze descrivono violenze fisiche che vanno al di là dei pestaggi. “Uno dei soldati è venuto da me e ha messo la sua sigaretta sulla mia gamba destra”, riferisce a B’Tselem Muhammad A-Natsheh, ventiduenne di Tel Rumeida che è stato fermato il 14 luglio. “L’ha spenta lentamente, in modo che facesse più male. Uno di loro ha chiesto: ‘Fa male?’ Quando ho detto di sì, mi ha dato un pugno alla nuca, è salito in piedi sulle mie gambe e le ha schiacciate con forza”.

Continua A-Natsheh: “Uno di loro ha preso una sedia da ufficio e l’ha messa sulle mie gambe. Di quando in quando ci si sedeva, cosa molto dolorosa. Hanno continuato a insultarmi per tutto il tempo, uno di loro mi ha anche sputato addosso. É continuato per circa un’ora, poi uno dei soldati mi ha detto in arabo: ‘Ti stupreremo’. Uno di loro mi ha afferrato la testa e un altro soldato cercava di farmi aprire la bocca e spingervi dentro un oggetto di gomma, ce l’ho messa tutta per non aprire la bocca. Ho sentito uno di loro che diceva in ebraico: ‘Filmalo, filmalo’”.

“Poi è arrivato un soldato che parlava arabo”, ricorda. “È venuto da me e mi ha ordinato di alzarmi in piedi, ma non ci riuscivo. Mi ha preso per il collo, mi ha sollevato e mi ha fatto stare in piedi faccia al muro, e poi con le mani ha cominciato a spingermi la testa a destra e a sinistra con violenza, dicendo ‘Se ti vedo di nuovo in questo posto ti violento e ti uccido. Farò lo stesso a chiunque io veda qui’.

Il fenomeno dei soldati che registrano le violenze con i propri telefoni per poi condividerli è stato riferito da diverse testimonianze. “I soldati hanno portato del ghiaccio e me l’hanno messo nelle mutande”, racconta a B’Tselem Qutaybah Abu Ramileh, venticinquenne del quartiere di Al-Salayma, fermato l’8 luglio insieme al fratello Yazan, 22 anni. “Dopo, mio fratello Yazan mi ha detto che hanno fatto lo stesso a lui. Hanno anche versato qualche alcolico sui nostri vestiti. Ho sentito un soldato parlare a una ragazza al telefono. Credo fosse una videochiamata. Ridevano e si prendevano gioco di noi”.

“Uno dei soldati ci ha presi a calci in testa e in faccia mentre malediceva noi e le nostre madri”, ha continuato. “Poi all’improvviso ho sentito provenire dall’alto il suono di una cintura in cuoio, e uno di loro ha cominciato a frustarci con la cintura sulle nostre teste e su tutto il corpo… I soldati hanno calpestato i nostri piedi (nudi). Le frustate con la cintura sono continuate per almeno tre minuti, poi i soldati hanno portato un secchio e me lo hanno messo in testa. Più tardi ho capito che ne avevano messo uno anche a Yazan. Hanno cominciato a giocare con una palla o qualcosa di simile, e la tiravano contro il secchio sulla mia testa. Quando la palla colpiva il secchio faceva male. Era difficile respirare e mi sembrava di soffocare”.

Come in diversi video usciti da Gaza negli ultimi mesi, la violenza sui palestinesi da parte dei soldati a Hebron è spesso accompagnata dall’ingiunzione ai trattenuti di condannare Hamas. Mu’tasem Da’an, giornalista, 46 anni, 8 figli, del quartiere di Wadi A-Nasara, è stato fermato il 28 luglio e gli è stato ordinato di sbloccare il telefono.

“Hanno cercato un po’ e hanno trovato contenuti relativi alla guerra a Gaza”, ha raccontato. “I soldati mi hanno bendato e mi hanno portato a piedi per circa 250 metri alla base militare vicino al cancello meridionale della colonia di Kiryat Arba… Hanno cantato canzoni in ebraico che parlano di vendetta contro Hamas, elogiano Israele e inneggiano all’uccisione di donne e bambini. Ci hanno fatto ripetere le parole e maledire i palestinesi. Capisco l’ebraico molto bene”.

Anche se la maggior parte delle vittime sono uomini, tra coloro che hanno rilasciato a B’Tselem la propria testimonianza ci sono anche alcune donne. ‘Abir Id’es-Jaber, 33 anni, 4 figli, del quartiere di Al-Manshar, è stata attaccata insieme a suo marito il 21 agosto, mentre erano nella loro auto.

“I soldati ci hanno ordinato di andarcene”, ha detto. “Mio marito ha fatto manovra, e i soldati ci stavano ancora circondando. Uno di loro mi ha guardata e mi ha fatto l’occhiolino. Mi ha fatto un sorriso beffardo e poi l’ho visto togliere la sicura a una granata stordente e gettarla tra le mie gambe. Ho spinto via la granata ed è caduta sotto il sedile. Ho gridato ‘Granata! Granata!’ e mi sono riparata dall’altra parte. (Mio marito) si era voltato verso di me quando ho gridato, quindi la granata gli è scoppiata sotto al viso. È svenuto. Grazie a Dio, l’auto si è fermata da sola”.

In risposta alla richiesta di commento da parte di +972, un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato di non essere a conoscenza di nessuno dei casi riportati eccetto quello riguardante Abu Markhiyeh. “L’esercito tratta i trattenuti in conformità con il diritto internazionale e agisce per investigare e gestire episodi eccezionali che esulano dagli ordini”, recita la dichiarazione. “Nei casi in cui ci sia il sospetto di un reato penale che giustifica l’apertura di un’inchiesta, viene lanciata un’indagine penale militare e alla sua conclusione le risultanze sono sottoposte all’esame della Procura Generale militare”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Il vero motivo per cui un ex capo dell’esercito israeliano denuncia la pulizia etnica a Gaza

Meron Rapoport

5 dicembre 2024 – +972 magazine

Poco preoccupato del dramma dei palestinesi, Moshe Ya’alon teme l’impatto della rivoluzione antidemocratica di Netanyahu sulle istituzioni militari.

Domenica primo dicembre l’emittente israeliana Channel 12 ha trasmesso un’intervista con Moshe “Bogie” Ya’alon, ex capo di stato maggiore dell’esercito israeliano e poi ministro della Difesa. In uno scambio illuminante Ya’alon ha insistito nel definire “pulizia etnica” le azioni di Israele a Gaza, sostenendo che i mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale dell’Aia sono totalmente giustificati e ha affermato che lui stesso “da lungo tempo” li avrebbe emessi contro il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir e forse persino contro il primo ministro Benjamin Netanyahu. 

Per l’intervistatore Yaron Abraham ciò è stato totalmente inaspettato: sembrava prendere sul personale che Ya’alon non avesse intenzione di ripetere il solito mantra israeliano secondo cui “le FDI sono l’esercito più morale del mondo.”

Non c’è dubbio che tali affermazioni abbiano un peso particolare arrivando da chi continua a identificarsi come di destra, che una volta ha infangato i membri dell’ong di sinistra Breaking the Silence chiamandoli “traditori” e che, quando era a capo del Direttorato dell’Intelligence militare, ha sostenuto la tesi che si dovesse addossare la colpa della Seconda Intifada al leader dell’OLP Yasser Arafat. Dissentire da Ya’alon sul fatto che Israele stia attuando una pulizia etnica nella Striscia di Gaza, un atto che chiaramente costituisce un crimine di guerra, richiede una combinazione unica di sfrontatezza e audacia.

Di primo acchito uno potrebbe pensare che Ya’alon stia criticando la pulizia etnica perché la considera un’ingiustizia morale, tuttavia il vero motivo dietro le sue affermazioni sembra emergere verso la fine dell’intervista. 

[Israele] non è più definito una democrazia, né il suo sistema giudiziario è indipendente,” ha detto. “Stiamo passando da uno Stato ebraico liberale, democratico, nello spirito della Dichiarazione di Indipendenza, a una dittatura messianica, razzista, corrotta e malata. Dimostratemi che ho torto.” In altre parole Ya’alon non è preoccupato per i palestinesi, costretti dall’esercito israeliano a lasciare le proprie case in massa, ma per il futuro di Israele quale Stato “ebraico e democratico”.

Tali affermazioni sono particolarmente interessanti perché Ya’alon è stato una delle figure prominenti del movimento di protesta contro l’attacco al sistema giudiziario di Netanyahu in cui il “blocco anti-occupazione” non è riuscito a convincere i leader del movimento che non poteva esserci una vera democrazia finché fosse durata l’occupazione. Quello che Ya’alon sta effettivamente dicendo ora è: senza democrazia ci sarà una pulizia etnica? La sua conclusione quindi è: c’è un legame diretto fra la riforma del sistema giudiziario, lo smantellamento delle istituzioni democratiche dello Stato “ebraico e democratico” che gli è caro e la pulizia etnica e i crimini di guerra che Israele sta commettendo a Gaza?

 

Ciò che rafforza questo collegamento è il fatto che la pulizia etnica che si sta attuando a Gaza va di pari passo con l’intensificarsi da parte del governo di estrema destra della sua crociata contro le libertà civili e le istituzioni dello Stato. Alla fine di novembre la Knesset ha presentato una legge che faciliterà significativamente l’esclusione di candidati e liste dalla corsa in parlamento a causa del “sostegno al terrorismo”; tale legge mira chiaramente ad eliminare dalla Knesset i partiti palestinesi, privando quindi di significato le elezioni stesse e in pratica eliminando per sempre la possibilità che la destra perda. 

Anche i media sono sotto attacco: il governo sta presentando delle leggi per chiudere le emittenti radiotelevisive pubbliche e boicottando il quotidiano Haaretz per “i numerosi articoli che hanno danneggiato la legittimità di Israele nel mondo e il suo diritto all’autodifesa,” nelle parole del ministro delle Comunicazioni Shlomo Karh.

Ironicamente un altro bersaglio importante dell’attacco è proprio il sistema da cui proviene Ya’alon: le alte sfere della difesa. Nel video di nove minuti seguito all’arresto di Eli Feldstein, collaboratore e portavoce di Netanyahu sospettato di una fuga di documenti militari classificati per influenzare l’opinione pubblica israeliana, il primo ministro dipinge l’esercito, lo Shin Bet, la polizia e in misura minore il Mossad, come un altro “fronte” che egli è costretto a superare.

Su Channel 14, la principale rete di propaganda a favore di Netanyahu, varie agenzie di sicurezza sono incolpate non solo dei fallimenti del 7 ottobre, ma sono anche dipinte come responsabili di minare sistematicamente il raggiungimento della “vittoria totale” a Gaza. Questo attacco va oltre la retorica: misure come la “legge Feldstein” che darebbe l’immunità a chi passasse documenti classificati dall’esercito al primo ministro e la legge per trasferire il controllo dell’intelligence dall’esercito all’Ufficio del Primo ministro, entrambe passate in prima lettura alla Knesset, mirano a creare un apparato personale di intelligence per il Primo ministro che aggirerebbe esercito e Shin Bet. 

Lo smantellamento dell’establishment della difesa sta diventando una realtà tangibile.

Una guerra sempre più impopolare

Come in tutti i regimi populisti queste azioni sono giustificate quali passi necessari per mettere in pratica il mandato presumibilmente dato a Netanyahu e al suo governo dal “popolo,” mentre i suoi oppositori nell’esercito, nello Shin Bet, fra i pubblici ministeri o nei media sono descritti come un’élite che cerca di mantenere il proprio potere in modo non democratico contro il volere del popolo. Con un’assurda inversione delle parti la minoranza palestinese è descritta come se stesse dalla parte delle élite che sarebbero interessate ai diritti dei palestinesi a spese dei diritti del “popolo ebraico.”

È interessante che i commenti di Ya’alon sulla guerra a Gaza siano sempre più allineati con l’opinione dell’opinione pubblica in Israele, dove i sondaggi indicano che ora il governo rappresenta solo una piccola minoranza. Un sondaggio di Channel 12 pubblicato lo scorso weekend ha rilevato che il 71% del pubblico sostiene un accordo per gli ostaggi e la fine della guerra a Gaza, mentre solo il 15% è a favore della sua continuazione.

La decisione di mandare soldati in una guerra in cui potrebbero perdere la vita, specialmente quando prestano servizio in un esercito di leva, sta al centro del contratto sociale fra un governo e i suoi cittadini: il governo dovrebbe garantire ai cittadini il benessere, proteggere i loro diritti e difenderli; in cambio da loro ci si aspetta che rischino volontariamente le proprie vite per lo Stato. Perciò prima di andare in guerra ci si aspetta che un governo democratico si garantisca un ampio consenso.

Dopo il 7 ottobre c’è stato un consenso schiacciante a favore della guerra a Gaza. Similmente l’azione militare in Libano ha incontrato poca opposizione presso gli israeliani. Ma ora, dopo 14 mesi di guerra, con l’ottenimento di un cessate il fuoco al nord, gli ostaggi che muoiono uno dopo l’altro e i soldati che continuano a perdere la vita nonostante in teoria Hamas sia stato pressoché “eliminato”, i sondaggi mostrano che la maggioranza degli israeliani crede che la guerra a Gaza continui solo per gli interessi di Netanyahu e del suo governo.

Il piano palese della destra messianica è incentrato sul ritorno delle colonie come obiettivo ultimo della guerra. Ciò non fa altro che approfondire il divario, poiché c’è una grossa differenza fra morire in guerra contro Hamas, che ha attuato il massacro del 7 ottobre, e morire in una guerra che mira a ristabilire il blocco di colonie di Gush Katif smantellato dal “disimpegno” del 2005. Il fatto che personaggi come il ministro per gli Alloggi Yitzhak Goldknopf, leader ultraortodosso che non manda i propri figli a combattere nelle guerre di Israele, sventoli mappe di colonie insieme all’attivista per le colonie di estrema destra Daniella Weiss non fa che aggravare la crescente illegittimità della guerra agli occhi di ampi settori dell’opinione pubblica.

Questo crescente “deficit democratico” fra la gente e il governo può spiegare il rinnovato attacco di quest’ultimo alla democrazia e alle istituzioni statali. È come se il governo improvvisamente si rendesse conto che condurre una guerra impopolare sia difficile in una società dove l’esercito conta sulla leva obbligatoria e sui riservisti e così decidesse di smantellare ciò che rimane della democrazia.

E quindi perché non spogliare di ogni significato le elezioni escludendo dall’arena politica la minoranza palestinese? Perché non schiacciare i media e coltivare fedeli emittenti di propaganda come Channel 14 per eliminare totalmente dal dibattito ogni critica della popolazione alla guerra? Come ogni regime totalitario il governo di Netanyahu capisce l’assoluto bisogno di avere il monopolio sulla diffusione dell’informazione.

Tali azioni mirano a concedere a Netanyahu e al suo governo un controllo diretto sugli apparati militari e della sicurezza che fanno parte della stessa dinamica. Ronen Bar, a capo dello Shin Bet, è tenuto d’occhio, come lo sono i leader militari al vertice. Il governo sembra credere che ottenendo il controllo diretto sugli strumenti della forza si possa continuare la guerra a Gaza, attuare la pulizia etnica e i reinsediamenti con il sostegno anche solo del 30% dei cittadini.

Consciamente o no, Ya’alon si è schierato fermamente proprio contro questa decisione: lo smantellamento della democrazia per permettere a Smotrich e Ben Gvir di di ottenere quello che loro chiamano lo “sfoltimento” della popolazione palestinese a Gaza. E si può credere a Ben Gvir quando dice che Netanyahu, che in passato era stato più cauto su tali palesi crimini di guerra, ora sta “mostrando una certa apertura” verso l’idea di incoraggiare i palestinesi a “emigrare volontariamente.” 

Non c’è bisogno di dipingere Ya’alon come il paladino di democrazia e moralità o come un difensore dei diritti dei palestinesi. Infatti possiamo inquadrarlo per le sue recenti dichiarazioni nel contesto della sua leadership militare. Come ha argomentato il sociologo israeliano Lev Grinberg, i militari dipendono da una chiara divisione tra la “democrazia israeliana” entro la Linea Verde e l’occupazione al di là da essa. L’attacco di Netanyahu contro le istituzioni democratiche offusca questo confine e così facendo mina la legittimità dell’esercito a continuare la sua sfacciata e non democratica soppressione dei palestinesi.

Una completa rioccupazione militare di Gaza, la pulizia etnica dei palestinesi e il reinsediamento delle colonie cancellano totalmente questo confine ed ecco perché Ya’alon si oppone a queste manovre. Egli non affronta il collegamento diretto tra la pulizia etnica del 1948 e quella del 2024 e ci sono dubbi che lo farà mai in un futuro immediato. Tuttavia per un ex ministro della difesa ed ex capo di stato maggiore diventare un deciso oppositore non solo della rivoluzione antidemocratica di Netanyahu, ma anche della pulizia etnica dell’esercito a Gaza, è un progresso interessante.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Perché Israele pensa di aver vinto in Siria

Asa Winstanley e Ali Abunimah 

9 dicembre 2024 The Electronic Intifada 

All’alba di martedì mattina i carri armati israeliani erano alla periferia di Damasco, e Israele lanciava attacchi aerei in tutto il Paese definiti come “i più pesanti nella storia siriana”.

L’escalation degli attacchi israeliani sul Paese arriva dopo che il presidente Bashar al-Assad è fuggito in Russia nelle prime ore di domenica mentre gli insorti sostenuti dagli Stati Uniti e dalla Turchia hanno preso la capitale Damasco.

Benjamin Netanyahu ha immediatamente rivendicato il merito della caduta di Assad, la cui famiglia aveva governato la Siria per cinquant’anni.

I commenti del primo ministro israeliano risalgono a​ domenica mattina, quando ha visitato il territorio occupato da Israele sulle alture del Golan in Siria.

“Questo è un giorno storico”, ha detto Netanyahu, “un risultato diretto dei colpi che abbiamo inflitto all’Iran e a Hezbollah, principali sostenitori del regime di Assad”.

Le forze di occupazione israeliane hanno approfittato della caduta del governo per bombardare la Siria, occupare ulteriori territori siriani e distruggere infrastrutture pubbliche vitali, impianti di difesa e basi aeree.

Nuovi attacchi aerei israeliani hanno colpito Damasco e la Siria meridionale, distruggendo “sistemi d’arma avanzati e strutture di produzione di armi” e lasciando la Siria più vulnerabile che mai.

Gli attacchi aerei sulla capitale sembrano aver preso di mira l’ufficio immigrazione e passaporti. È stato segnalato un enorme incendio che stava distruggendo l’edificio.

Lunedì la Reuters, citando funzionari della sicurezza siriana, ha riferito che i massicci raid aerei israeliani “hanno bombardato almeno tre importanti basi aeree dell’esercito siriano che ospitavano decine di elicotteri e jet”.

I territori siriani recentemente occupati da Israele includono Jabal al-Sheikh, noto anche come Monte Hermon, che si trova al confine siriano con il Libano. L’ufficio stampa del governo israeliano ha sottolineato che era “la prima volta dal 1973” che occupavano l’area. Il primo ministro israeliano ha anche annunciato che avrebbe posto fine unilateralmente all’accordo del 1974 sul disimpegno tra Siria e Israele, sostenendo che quell’accordo sostenuto dall’ONU era “finito”.

Guerra lampo dei ribelli

La caduta del governo siriano è avvenuta dopo una guerra lampo di 11 giorni, partita dall’enclave settentrionale di Idlib dove gli insorti armati avevano mantenuto una roccaforte al confine con la Turchia dopo la tregua del 2016 mediata da Russia e Turchia.

A fine novembre gli insorti sono partiti armati da Idlib verso sud, occupando una dopo l’altra le città siriane di Aleppo, Hama, Homs e infine Damasco.

Sebbene fosse sostenuto da alleati regionali e internazionali, l’esercito siriano ha ceduto la maggior parte delle sue posizioni senza combattere, indicazione dell’esistenza di un accordo a garanzia dell’uscita di Assad.

Il presidente uscente degli Stati Uniti Joe Biden ha affermato domenica che il fallimento di Russia, Iran ed Hezbollah nel difendere il governo siriano è stato “il risultato diretto dei colpi sferrati da Ucraina [e] Israele” con il “continuo sostegno degli Stati Uniti”. Alcune analisi suggeriscono che l’Iran e la Russia, principali sostenitori del governo siriano, abbiano concluso che il governo di Assad fosse ormai un guscio vuoto e non potesse essere salvato.

Dopo anni di guerra che hanno causato orribili morti, sfollamenti e distruzione, la partenza di Assad senza combattere ha risparmiato un ulteriore massiccio spargimento di sangue, almeno per ora. La sua partenza è stata seguita da scene di giubilo quando i siriani si sono riuniti con i propri cari provenienti da parti del paese precedentemente tagliate fuori o appena rilasciati dalle prigioni.

Ma in una società profondamente divisa, molti continueranno a temere ciò che i nuovi governanti, con il loro noto passato di atrocità, potrebbero fare.

In episodi che ricordano l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003, ci sono stati saccheggi e uccisioni per vendetta di soldati siriani in fuga.

La Libia, il cui leader è stato rovesciato e ucciso nell’insurrezione del 2011 sostenuta dagli Stati Uniti, è un avvertimento: la speranza e il giubilo iniziali sono stati rapidamente infranti. Tredici anni dopo il paese versa in condizioni disperate e molte persone temono una guerra civile.

Gli Stati Uniti preferirebbero di gran lunga una Siria nel caos ampiamente sotto il loro controllo a un paese unito che si oppone a Israele.

Mantenere la Siria in macerie

Dal 2014 gli Stati Uniti hanno mantenuto un’esplicita occupazione militare su ampie zone della Siria, principalmente nella regione nord-orientale ricca di petrolio, dove sono aiutati da milizie locali.

Quando Donald Trump è stato eletto presidente la prima volta ha ritirato alcune delle truppe statunitensi, ma sarebbero rimasti circa 900 soldati.

Dana Stroul, allora ricercatrice presso il Washington Institute for Near East Policy affiliato all’AIPAC [gruppo di pressione statunitense noto per l’incondizionato sostegno a Israele, ndt.], ha co-presieduto il bipartisan “Syria Study Group” che ha definito gli obiettivi della politica statunitense. Nel 2019 ha illustrato le sue raccomandazioni su come gli Stati Uniti dovrebbero mirare a indebolire lo Stato siriano e impoverire il suo popolo.

Il primo obiettivo, ha affermato Stroul, è quello di mantenere l’occupazione militare statunitense sul terzo del territorio siriano più “ricco di risorse”, comprendente i giacimenti petroliferi e la “produzione agricola”.

Oltre all’ “isolamento diplomatico e politico del regime di Assad”, Stroul ha sottolineato l’importanza delle sanzioni economiche statunitensi e dell’impedire al paese dilaniato dalla guerra di ricostruirsi.

La maggior parte della Siria, ha detto Stroul, “è un cumulo di macerie”.

La commissione da lei co-presieduta ha raccomandato, nelle sue parole, che gli Stati Uniti usino la loro enorme influenza internazionale per “mantenere la politica di impedire gli aiuti alla ricostruzione e che le competenze tecniche tornino in Siria”.

Dal 2021 al 2023 Stroul ha avuto un ruolo diretto nell’implementazione di queste politiche come vice assistente segretario alla difesa per il Medio Oriente, la massima carica civile del Pentagono nella regione. Stroul è ora tornata come direttrice della ricerca al Washington Institute, il think tank più influente della lobby israeliana.

Gli Stati Uniti sono impegnati da anni ad aggiudicarsi il controllo della ricchezza materiale della Siria.

Nuovo brand per al-Qaida

L’offensiva lampo da Idlib è stata guidata dal gruppo Hayat Tahrir al-Sham, emerso da al-Qaida.

Leader del gruppo è Abu Muhammad al-Julani, ex leader di Jabhat al-Nusra, affiliato di al-Qaida in Siria e un tempo agente dello Stato islamico dell’Iraq (che in seguito è diventato ISIS).

Secondo i gruppi per i diritti umani, sotto al-Julani Jabhat al-Nusra ha compiuto numerose atrocità contro i civili siriani.

Human Rights Watch ha indagato sulle atrocità dei ribelli nella regione costiera attorno alla città di Latakia e in un rapporto del 2013 ha affermato che al-Nusra e i gruppi ad esso alleati hanno compiuto crimini di guerra “premeditati e organizzati”, tra cui “l’uccisione sistematica di intere famiglie”.

E con il rebranding in Hayat Tahrir al-Sham tali abusi non si sono fermati. Human Rights Watch afferma di aver documentato gravi abusi da parte di Hayat Tahrir al-Sham nell’enclave di Idlib da esso controllata negli ultimi anni.

“La repressione di Hayat Tahrir al-Sham nei confronti di coloro che si percepiscono come oppositori al loro governo rispecchia proprio alcune delle tattiche oppressive utilizzate dal governo siriano”, diceva nel 2019 Lama Fakih, vicedirettore per il Medio Oriente del gruppo per i diritti umani. “Non esiste una ragione legittima per rastrellare gli oppositori, detenerli e torturarli arbitrariamente”. A marzo, Voice of America ha riferito che le proteste sono scoppiate per diversi giorni in circa 20 località nell’enclave di Idlib. “I manifestanti intonano slogan contro il leader di HTS Abu Muhammad al-Julani, chiedendo il rilascio dei prigionieri detenuti dal gruppo estremista e la fine del suo stretto controllo sull’enclave”, ha affermato la rete radiotelevisiva finanziata dal governo degli Stati Uniti. Un’altra rivolta è scoppiata a maggio contro il governo “sempre più dittatoriale” di Hayat Tahrir al-Sham, che prevedeva anche la tortura a morte dei prigionieri. In una dichiarazione rilasciata domenica dopo la caduta del governo di Damasco, Human Rights Watch ha accusato Assad di “innumerevoli atrocità, crimini contro l’umanità e altri abusi durante i suoi 24 anni di presidenza”. Ha anche affermato che Hayat Tahrir al-Sham e altri “gruppi armati non statali” che “hanno lanciato l’offensiva” da Idlib il 27 novembre sono responsabili “di violazioni dei diritti umani e crimini di guerra”.

Al-Julani non è mai stato chiamato a risponderne.

Al contrario, funzionari statunitensi e britannici stanno discutendo la possibilità di cancellare lui e il suo gruppo dalle loro liste dei terroristi.

Sembra persino probabile che al-Julani sia stato addestrato per guidare la Siria, poiché i media occidentali stanno lavorando sodo a ripulire la sua immagine con interviste e reportage favorevoli.

Questi sforzi di rebranding si basano sull’affermazione secondo cui al-Julani e Hayat Tahrir al-Sham si sarebbero lasciati il ​​passato alle spalle.

Ma non è sempre stato così. Lo stesso governo degli Stati Uniti ha affermato nel 2017 che “HTS è un accorpamento e qualsiasi gruppo che vi si unisca diventa parte della rete siriana di al-Qaida”.

È in base a queste ragioni che gli Stati Uniti hanno messo una taglia di 10 milioni di dollari su al-Julani, il cui vero nome è Ahmed al-Shara, una ricompensa che rimane ufficialmente disponibile per chiunque possa aiutare l’FBI a localizzarlo.

Biden ammette di aver finanziato gruppi legati ad al-Qaeda

Negli ultimi 13 anni i vari gruppi armati che hanno collaborato per rovesciare il governo siriano sono stati sostenuti dagli Stati Uniti, dagli Stati del Golfo, dalla Turchia e dallo stesso Israele.

In un raro momento di onestà, per il quale in seguito ha dovuto scusarsi, l’allora vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden ha ammesso nel 2014 che un’ondata di finanziamenti aveva aiutato gruppi che gli Stati Uniti considerano estremisti.

Biden ha affermato che Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e altri “erano così determinati ad abbattere Assad e a promuovere essenzialmente una guerra per procura fra sunniti e sciiti… [che] hanno riversato centinaia di milioni di dollari, decine, migliaia di tonnellate di armi a chiunque volesse combattere contro Assad”.

“Se non fosse che le persone che venivano rifornite erano al-Nusra e al-Qaida e gli elementi estremisti dei jihadisti provenienti da altre parti del mondo”, ha aggiunto Biden.

Ciò che Biden non ha menzionato è l’Operazione Timber Sycamore, l’enorme quantità di finanziamenti e addestramento con cui anche la CIA, sotto il presidente Barack Obama, ha partecipato dagli Stati Uniti alla multimiliardaria guerra per procura in Siria.

Nel 2017 il New York Times l’ha definita “uno dei programmi di azione segreta più costoso nella storia della CIA”.

La logica è stata ben riassunta da Jake Sullivan, attualmente consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, in un’e-mail del 2012 all’allora Segretario di Stato Hillary Clinton.

“AQ [Al-Qaida] è dalla nostra parte in Siria”, ha scritto Sullivan.

Battuta d’arresto per l’asse di resistenza

L’ultima volta che al-Qaeda e altri gruppi di insorti sono arrivati alle alture del Golan, Israele ha stabilito relazioni cordiali con loro, curando i loro combattenti in un ospedale da campo appositamente costruito e persino armandoli.

Domenica Netanyahu ha segnalato la ripresa di quella politica. Ha detto che Israele avrebbe perseguito “lo stesso approccio che abbiamo mantenuto quando abbiamo allestito qui un ospedale da campo che ha curato migliaia di siriani feriti durante la guerra civile. Centinaia di bambini siriani sono nati qui in Israele”.

Poiché la Siria è stata per decenni la spina dorsale dell’asse di resistenza all’egemonia statunitense e al colonialismo di insediamento israeliano, molti nella regione vedono la caduta di Assad come una grande vittoria strategica di Israele e Stati Uniti.

La Siria è stata un anello vitale nella catena di fornitura militare, un ponte di terra tra l’Iran e il suo alleato regionale Hezbollah. Questa fazione libanese di resistenza ha cacciato le forze di occupazione israeliane dal Libano meridionale nel 2000 e ha respinto il tentativo di invasione terrestre israeliana partito all’inizio di ottobre di quest’anno. L’offensiva terrestre israeliana si è conclusa alla fine di novembre con una tregua impari che secondo l’ONU Israele ha già violato più di 100 volte. Israele aveva disperatamente bisogno di un cessate il fuoco con Hezbollah poiché non era riuscito a procedere più di qualche chilometro dal confine e il suo esercito non era in grado di mantenere il territorio.

Le sue truppe sono state semplicemente sconfitte dalle forze superiori dei combattenti libanesi.

Solo poche ore dopo che Damasco è caduta nelle mani degli insorti, Israele ha lanciato una nuova incursione in Siria, come hanno riferito i media israeliani domenica. Carri armati e soldati israeliani hanno occupato nuova terra siriana sulle alture del Golan, definendola “zona cuscinetto”.

Dall’invasione del 1967 Israele ha occupato gran parte della regione sud-occidentale del Golan in Siria, espellendo la maggior parte della popolazione siriana. Israele ha annesso unilateralmente il territorio siriano occupato nel 1981 e ha colonizzato la terra con circa 20.000 coloni.

Insorti filo-israeliani?

Gli oppositori di Assad stanno celebrando quella che sperano sarà una nuova alba per la Siria. Ma molte persone nella regione vedono l’offensiva degli insorti come deliberatamente programmata per aiutare Israele.

La rivendicazione di Netanyahu domenica mattina della responsabilità per la caduta di Damasco nelle mani degli insorti non fa che rafforzare questa visione.

L’ex leader di al-Qaida al-Julani, da parte sua, sembra quasi un lobbista filo-israeliano. In un video recente ha fatto riferimento a ciò che ha definito “le guerre dell’Iran contro la regione”, riecheggiando il linguaggio spesso usato da Netanyahu dall’ottobre 2023.

Al-Qaida e altri gruppi simili tendono a vedere la regione attraverso una settaria lente estremista musulmana sunnita, considerando l’Iran a maggioranza musulmana sciita e il gruppo musulmano sciita Hezbollah come nemici mortali. Sia tacitamente che apertamente ciò consente a tali gruppi di fare causa comune con Israele e gli Stati Uniti, come ha riconosciuto il funzionario statunitense Jake Sullivan nella sua famigerata e-mail del 2012.

“Eravamo molto contenti quando avete attaccato Hezbollah”, ha detto di recente un “attivista dell’opposizione” a un giornalista israeliano che ha riferito i suoi commenti in TV. “Siamo felici di aiutarvi”, ha aggiunto l’attivista. “Amiamo lo Stato di Israele e non siamo mai stati suoi nemici, perché non nuoce a nessuno se nessuno nuoce a lui”. In un’altra intervista con The Times of Israel, un “comandante dei ribelli” ha detto che il suo Esercito Siriano Libero sostenuto dagli Stati Uniti era pronto a normalizzare le relazioni con Israele, nonostante il genocidio israeliano in corso contro i palestinesi e la decennale occupazione illegale israeliana del territorio siriano. “Sottoscriveremo una pace completa con Israele”, ha detto il comandante. “Dallo scoppio della guerra civile siriana non abbiamo mai fatto commenti critici contro Israele, a differenza di Hezbollah, che ha dichiarato di voler liberare Gerusalemme e le alture del Golan.”

Il comandante degli insorti, parlando al sito di notizie israeliano, ha anche lasciato intendere che potrebbe essere già in contatto con funzionari israeliani.

Anche se questi personaggi anonimi non parlano ufficialmente, tale riabilitazione del regime genocida israeliano non dà speranza ai palestinesi, specialmente quelli di Gaza.

Parlando a un canale televisivo israeliano, l’ufficiale dell’intelligence militare israeliana Mordechai Kedar ha detto di essere “in costante contatto con i leader delle fazioni dell’opposizione siriana… Sono pronti per un accordo di pace con Israele, se solo riescono a controllare Siria e Libano”.

Tali dichiarazioni mettono in allarme le persone in Libano, un avvertimento che il loro paese potrebbe essere il prossimo obiettivo e parte di un tentativo di trascinare Hezbollah in una guerra civile.

“I leader delle fazioni di opposizione siriane hanno comunicato a Tel Aviv che stanno pianificando di aprire un’ambasciata israeliana a Damasco e Beirut”, ha affermato Kedar.

Riferendo i commenti di un altro “comandante dei ribelli” all’emittente governativa israeliana Channel 12, la scorsa settimana The Times of Israel ha sottolineato che “l’offensiva è stata lanciata proprio mentre entrava in vigore un cessate il fuoco” tra Israele e Hezbollah.

Secondo questo comandante, la tempistica non è stata una coincidenza.

“Abbiamo esaminato l’accordo [di cessate il fuoco] con Hezbollah e abbiamo capito che era il momento giusto… Non lasceremo che Hezbollah combatta nelle nostre aree e non lasceremo che gli iraniani vi mettano radici”, ha detto.

Secondo la testata il comandante ha affermato che il suo obiettivo era sostituire il governo siriano con uno che avesse buoni rapporti con Israele

Parte di ciò potrebbe essere propaganda, pio desiderio o pura e semplice montatura. Ma dato che gli Stati Uniti sostengono questi gruppi da più di un decennio, i loro sostenitori li considerano chiaramente molto preferibili ai gruppi il cui obiettivo dichiarato è la resistenza a Israele.

Trame settarie

I nuovi insorti ora emergenti hanno rancori di vecchia data contro la resistenza.

Hezbollah è intervenuto in Siria nel 2013 dopo che la guerra per procura degli Stati Uniti contro il Paese, iniziata due anni prima, era quasi riuscita a rovesciare il governo di Damasco.

Il gruppo e il suo alleato dell’asse della resistenza, l’Iran, insieme alla Russia che ha basi militari nel paese, hanno impedito che il governo venisse rovesciato.

Con le milizie che hanno preso il controllo della Siria ora in grado di dominare il paese, il futuro dell’asse della resistenza è incerto.

Alcuni pianificatori israeliani stanno progettando di dividere la Siria in cantoni etnici e settari tra loro in guerra, una classica strategia coloniale di dividi et impera.

In un’intervista pubblicata lunedì da The Times of Israel, il colonnello dell’intelligence militare israeliana Wahabi Anan Wahabi ha esposto il suo piano per quella che la testata ha descritto come “una libera confederazione di quattro sottostati etnici”.

Wahabi ha affermato che “il paese è già diviso in quattro cantoni. Il passo successivo è rendere ufficiale questa divisione”. “Lo Stato nazionale moderno ha fallito in Medio Oriente”, ha affermato.

Piano di emergenza americano-israeliano”

Gli Stati Uniti hanno coordinato l’offensiva di Idlib in stretto accordo con Israele.

Una fonte informata ha detto a Said Arikat, stimato corrispondente a Washington del quotidiano palestinese Al-Quds, che l’offensiva di Hayat Tahrir al-Sham è stata pianificata in coordinamento fra Stati Uniti, Israele e Turchia.

È “giunta come risultato di un ‘piano di emergenza’ americano-israeliano coordinato dall’amministrazione del presidente Joe Biden con la Turchia” ed “è stata implementata secondo una visione americana per il giorno dopo l’accordo di cessate il fuoco tra Libano e Israele”.

Arikat ha scritto che la sua fonte precedentemente aveva addestrato gli insorti, tra cui l’affiliata di al-Qaida Jabhat al-Nusra e il succedaneo Hayat Tahrir al-Sham in basi in Giordania e Turchia, fino al 2021.

L’invasione israeliana di domenica sembra essere stata in preparazione da un po’ di tempo. Solo una settimana prima che venisse lanciata l’offensiva di Hayat Tahrir al-Sham, i media israeliani hanno riferito che il capo dello Shin Bet, la polizia segreta israeliana, era stato in Turchia per un incontro con il capo di un’agenzia di intelligence turca. Sempre una settimana prima dell’offensiva, Israele ha iniziato nuove costruzioni illegali nella zona demilitarizzata tra le aree delle alture del Golan controllate dalla Siria e quelle occupate da Israele, in violazione dell’accordo di disimpegno del 1974.

Secondo l’UNDOF, la forza di pace delle Nazioni Unite che monitora il cessate il fuoco, si è trattato di “gravi violazioni”.

I siriani, indipendentemente dalle loro posizioni politiche, vorrebbero vedere il loro paese rimettersi in piedi, unito e indipendente il prima possibile. Nessun sostenitore della liberazione palestinese ha nulla da temere da una Siria veramente sovrana.

Questo è esattamente il motivo per cui ci sono molte potenti forze esterne, principalmente Israele e Stati Uniti, che vogliono che la Siria rimanga debole e subordinata alla loro agenda. Se divisione, dipendenza e caos sono gli unici modi per raggiungere questo obiettivo, allora è ciò che favoriranno e fomenteranno.

Israele, da parte sua, non sta perdendo tempo a capitalizzare i tumultuosi eventi storici per impadronirsi di più terra e consolidare la sua presa genocida sulla regione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Palestinesi e israeliani: vite che si incrociano e si scontrano.

Mannocchi Francesca. Sulla mia terra. Storie di israeliani e palestinesi, De Agostini, Milano, 2024, pp. 288.

Recensione di Amedeo Rossi

Francesca Mannocchi si è distinta in questi mesi per essere tra i pochissimi giornalisti italiani ad aver denunciato il genocidio in corso a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania e a Gerusalemme est, cercando di contestualizzare i fatti di cronaca nel loro contesto storico.

Questo libro che, nonostante l’argomento e le drammatiche testimonianze che riporta, la De Agostini propone come rivolto a bambini e ragazzi. Infatti l’autrice esordisce nell’introduzione con “Care ragazze, cari ragazzi”. Anche l’impostazione grafica richiama riferimenti scolastici: alcune pagine sembrano fogli di un quaderno a spirale a righe, alcune parole del testo sono cerchiate a matita, altre su fondo grigio approfondiscono alcuni concetti citati nel testo.

Un breve capitolo introduttivo ricostruisce l’attacco dei miliziani palestinesi contro il sud di Israele del 7 ottobre 2023. Vi si trovano alcune omissioni, come il fatto ormai noto che alcuni civili israeliani, almeno nel kibbutz Be’eri e al Nova Festival, sono stati uccisi dallo stesso esercito israeliano. Il testo ignora anche le domande relative a come sia stato possibile superare con assoluta facilità uno dei confini più controllati al mondo. Infine non si ricorda che fin da un anno prima, e poi nel luglio 2023, l’intelligence israeliana aveva informato i comandi dell’esercito, e probabilmente anche il governo, dei preparativi di Hamas per un’operazione su larga scala.

La prima parte, intitolata “Cronologia”, presenta un inquadramento storico che inizia dalla nascita del sionismo. Anche in questo caso si notano alcune lacune, solo in parte colmate nei riferimenti che si trovano a corredo delle testimonianze che seguono. A proposito di Gaza non viene spiegato che la sovrappopolazione della Striscia è dovuta al fatto che il 70% della popolazione è composta da profughi del ’47-’49 e del ’67. Ancor prima, riguardo all’ostilità palestinese nei confronti della colonizzazione sionista, non ne vengono menzionate le ragioni economiche, così come non viene ricordato che quasi metà della popolazione del territorio destinato dalla risoluzione ONU era palestinese, che le truppe sioniste ne occuparono ben di più e solo la pulizia etnica consentì la nascita di uno Stato “ebraico”.

Gli altri capitoli del libro sono dedicati alle testimonianze di palestinesi e israeliani. Riguardo ai primi Mannocchi inizia dalle colline a sud di Hebron che definisce “un luogo importante e simbolico”, in quanto teatro di una pluridecennale resistenza non violenta ai coloni e all’esercito. Vi sono riportate le testimonianze di attivisti ma soprattutto di persone comuni, cui vengono negati diritti fondamentali: all’istruzione, ad avere una casa, a vivere in condizioni dignitose. Questa violenza non ha risparmiato neppure i bambini. Il padre di uno di loro spiega: “Noi facciamo di tutto, qui, nelle nostre comunità, per educarli alla convivenza e alla pace. Per educarli alla non violenza. Ma i nostri sono bambini traumatizzati.”

Il racconto passa alla dura resistenza del campo profughi di Jenin, uno dei luoghi della Cisgiordania più martoriati ma anche più indomabili. La scritta che campeggiava all’ingresso del campo prima che venisse demolita nel marzo 2024 dall’esercito israeliano ne riassume lo spirito indomito: “Stazione di attesa prima del ritorno”, ovviamente dei luoghi di origine dei profughi, cioè nell’attuale Israele. Questa resistenza è alimentata dalla repressione, come racconta uno degli intervistati. A Jenin, spiega Mannocchi, le incursioni notturne dell’esercito nelle case dei palestinesi sono talmente frequenti che una madre le racconta: “I bambini ora dormono inconsciamente con le mani alzate.” E non stupisce che quando la giornalista ha chiesto a un bambino di 7 anni cosa voglia fare da grande lui risponda: “Combattere”. Come Abu, che voleva fare l’educatore nel campo, ma è stato ingiustamente incarcerato per 2 anni . “Mi hanno arrestato perché sono nato qui e loro considerano chiunque sia nato qui se non un terrorista, qualcuno che lo diventerà in futuro. Sentivo di non avere scelta,” racconta Abu, che è entrato in un gruppo armato. O come il giovane Amjad, che a 13 anni aveva scavalcato il muro di separazione per andare a vedere il mare a Giaffa. Per conquistarsi quel diritto è diventato un combattente e poi un martire della causa palestinese. Eppure Jenin è nota anche per la formidabile esperienza del Freedom Theatre, fondato dal figlio di un’attivista israeliana e di un palestinese. La sua sede è stata devastata nel dicembre 2023 durante un’incursione dell’esercito israeliano.

Altrettanto drammatica è la situazione di Hebron. Da decenni alcune centinaia di coloni estremisti religiosi si sono installati nel cuore della città vecchia e nei pressi è stata costruita Kiryat Arba, una delle colonie più violente. Mannocchi ripercorre la storia recente della città, raccontando sia le azioni dei gruppi armati palestinesi che quelle dei fanatici israeliani, seguaci del rabbino razzista e suprematista Meir Kahane e di Baruch Goldstein, autore di una strage di fedeli palestinesi nella moschea di Ibrahim/Tomba dei Patriarchi, definito un santo “che diede la sua vita per il popolo ebraico, la Torah e la nazione di Israele”. Lì la giornalista incontra Yahya, che a causa delle imposizioni dell’esercito non è in grado di accudire adeguatamente il figlio affetto da distrofia muscolare. E Raed, liberato dopo mesi di detenzione amministrativa, senza accuse né processo, che racconta delle violenze subite ad opera delle guardie carcerarie, soprattutto dopo il 7 ottobre. Il padre lamenta di non poter offrire altro che acqua e datteri a parenti e vicini accorsi a riabbracciare Raed, perché il governo israeliano vieta ogni festeggiamento per la liberazione dei prigionieri.

Mannocchi intervista anche i familiari di Rashid, ucciso con una fucilata mentre cercava di difendere Jit il suo villaggio, da un attacco dei coloni.

Tra gli israeliani troviamo Iddo, un 17enne israeliano che si rifiuta di fare il servizio militare e quindi dovrà andare in carcere, militante pacifista che solidarizza attivamente con i palestinesi delle colline a sud di Hebron. Racconta della sua solitudine tra i coetanei che lo considerano un traditore, ma afferma: “La mia più grande paura è andarmene da qui, ho paura di non poter avere un futuro in Israele […] Non me ne vado perché questo è l’unico posto che conosco, l’unico che chiamo casa.” Erella, settantasettenne, aiuta i bambini palestinesi e israeliani a conoscersi, mentre Gili, dopo l’uccisione di un suo amico il 7 ottobre ha superato il desiderio di vendetta ed ha deciso di conoscere i palestinesi. Dice di aver capito che “noi israeliani non vediamo i palestinesi come esseri umani e non diamo loro i diritti che appartengono agli esseri umani”. Per questo aiuta le comunità beduine della Cisgiordania.

Ma la giornalista incontra anche i coloni, come il direttore delle pubbliche relazioni del movimento Im Irtzu, che intende “rivitalizzare” la colonizzazione sionista. Costui afferma: “E’ importante colonizzare questa terra […] perché fa parte del nostro rapporto con Dio.” Nei pressi di Hebron Mannocchi visita la colonia di Otniel, teatro negli anni di alcuni attentati. Uno dei responsabili giustifica i massacri di minori in corso a Gaza in quanto “i loro adulti hanno costruito la loro educazione mettendo odio nei loro cuori, è molto triste ma […] è quello che dobbiamo fare.” E, aggiunge la giornalista, costui “pensa che dopo la guerra, a Gaza, non ci sia altra alternativa se non l’espulsione dei palestinesi dalla striscia e anche dei palestinesi dalla Cisgiordania.” Concetto ribadito da un’altra intervistata, nota come la “regina di Otniel”, che non parla mai di palestinesi perché, ricorda Mannocchi, “come tutti, pensa che la Palestina non esista. Né sia mai esistita. Né mai esisterà.” Infine compare Daniella Weiss, la “madrina dei coloni”, che sta pianificando la costruzione di nuove colonie a Gaza e sostiene che “chi mi definisce estremista […] non capisce che i miei atti e le mie parole sono guidati dalla Torah”.

Se il libro non può pretendere di rappresentare una situazione differenziata ed estremamente frammentata e le interviste non costituiscono certo un campione statisticamente significativo, la forza delle testimonianze dirette di alcuni protagonisti di queste tragiche vicende è sicuramente molto efficace restituisce umanità soprattutto ai palestinesi, che nella nostra informazione vengono usualmente rappresentati come semplici numeri.