Hamas ha annunciato il rinvio dello scambio dei prigionieri: per quale regione e perché in questo momento – Analisi

Robert Inlakesh

11 febbraio 2025 – Palestine Chronicle

Ora Hamas deve fare del suo meglio per negoziare l’ingresso a Gaza di aiuti sufficienti garantendo al contempo la fine della guerra e il governo per il dopoguerra in modo da ridare vita al territorio e ricostruirlo.

Lunedì Abu Obeida, il portavoce delle Brigate Al-Qassam di Hamas, ha rilasciato un comunicato affermando che, viste le continue violazioni dalla tregua da parte di Israele, lo scambio di prigionieri verrà rinviato alla prossima settimana. Quella che ora è presentata come una possibile ragione per il fallimento dell’accordo, è invece una tattica negoziale in un frangente critico.

Lo scambio di prigionieri sionisti programmato per sabato prossimo… verrà rinviato a data da destinarsi,” ha annunciato il portavoce militare di Hamas. Il messaggio continua: “Noi confermiamo il nostro impegno in base ai termini dell’accordo purché la potenza occupante lo sia altrettanto”. 

Anche se i politici israeliani hanno immediatamente iniziato a sostenere che Hamas ha violato l’accordo di cessate il fuoco e Itamar Ben-Gvir, il famigerato sodale nella coalizione di estrema destra del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ha invocato un’immediata campagna di bombardamenti, sul terreno niente è sostanzialmente cambiato. Tuttavia dichiarazioni provocatorie come quelle di Ben-Gvir sono scontate e anche importanti in questa situazione.

Facendo seguito alla dichiarazione di Abu Obeida, in cui accusa Israele di violazioni dei termini del cessate il fuoco, Hamas ha deciso di pubblicare una lista delle molteplici violazioni israeliane dell’accordo fra cui: 

  • Rallentare il ritorno degli sfollati nel nord di Gaza.” 

  • Prendere di mira civili con bombardamenti e sparatorie che hanno provocato numerose morti in tutta la Striscia.” 

  • Ostacolare l’ingresso di forniture essenziali per ripararsi, come tende, case prefabbricate, carburante e macchinari necessari per rimuovere le macerie e recuperare i corpi.”

  • Ritardare la consegna di materiale sanitario essenziale e di risorse necessarie per riattivare gli ospedali e il settore sanitario.” Hamas ha affermato di aver rilevato da sé le succitate violazioni al cessate il fuoco, ma queste sono state ben documentate anche da gruppi per i diritti, da giornalisti e citate da funzionari delle Nazioni Unite. Tuttavia le violazioni israeliane sono iniziate il 19 gennaio alle 8:30 (ora locale), circa 15 minuti dopo la prevista entrata in vigore dell’accordo. 

L’uccisione di civili con attacchi aerei e colpi sparati da cecchini è continuata nelle settimane seguenti, oltre ad altre violazioni del cessate il fuoco, tuttavia Hamas ha scelto di non aprire il fuoco o persino di non rilasciare dichiarazioni minacciose in risposta, come invece è successo oggi.

Perché Hamas lo sta facendo ora?

I commenti a caldo proposti dalla maggioranza degli analisti all’indomani della dichiarazione di Hamas si concentrano quasi completamente su un approccio riguardante un battibecco tra due litiganti. Mentre divampano queste polemiche su chi abbia violato il cessate il fuoco e su quale delle parti cerchi di far fallire l’accordo è importante prendere in esame il contesto più a fondo.

Come detto sopra, Hamas ha scelto di non sparare una sola pallottola o razzo, né di minacciare o ritardare il rilascio dei prigionieri israeliani per settimane durante le quali ci sono state violazioni quotidiane del cessate il fuoco. Ci sono stati momenti in cui l’esercito israeliano ha giustiziato minori, rallentato il ritorno degli sfollati palestinesi alle proprie case per 24 ore e limitato l’accesso alla Striscia di Gaza di beni essenziali: tutto ciò avrebbe dato a Hamas l’imperativo morale di ostacolare l’accordo per porre fine a tali violazioni dell’accordo.

Se Hamas si è trattenuta da ritorsioni per motivi affettivi, legali e morali, ha poi segnalato nelle sue dichiarazioni che da oggi sono strategicamente calcolati e non semplicemente una reazione. La tempistica della dichiarazione del portavoce delle Brigate Al-Qassam sembra anche coincidere ed essere legata al ritorno del team israeliano di negoziatori da Doha.

Nel corso della scorsa settimana il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha cambiato i componenti della sua delegazione di negoziatori, lanciando a quanto si dice l’idea di un’estensione della prima fase dell’accordo di cessate il fuoco. Queste modifiche al corso del processo negoziale sono state aggravate dalle minacce del presidente USA Donald Trump di impossessarsi della Striscia di Gaza, oltre alla pulizia etnica della popolazione del territorio.

Ora Israele ha anche ritirato le sue forze dal corridoio Netzarim, che divide il nord dal resto di Gaza, abbandonando quella che potrebbe essere una posizione militare chiave nel caso decidesse di ritornare nel territorio, mentre la maggioranza degli sfollati dal nord del territorio è anche ritornata nei suoi quartieri distrutti.

Un altro fattore da considerare è che il primo ministro israeliano è riuscito fino ad ora a tenere insieme la sua coalizione di estrema destra, anche se parlamentari chiave del blocco del Sionismo Religioso hanno minacciato di affondare il governo nel caso approvasse la seconda delle tre fasi dell’accordo di cessate il fuoco. È interessante notare che le proposte piuttosto stravaganti ed estremamente illegali di Donald Trump sono riuscite a persuadere i falchi nella coalizione di Netanyahu che il cessate il fuoco è un buon accordo, molto probabilmente aiutando a salvarlo.

Incoraggiato dalla retorica intransigente del presidente americano, Netanyahu si è imbarcato in una serie di sparate in cui non solo ha appoggiato l’idea della pulizia etnica della gente di Gaza da spostare in Nazioni vicine, ma ha persino detto che l’Arabia Saudita dovrebbe ritagliare una parte del suo territorio per fare uno Stato palestinese.

Ironicamente queste minacce estreme sono riuscite a unire il Medio Oriente non con Israele ma contro. Contrariamente alle affermazioni di Netanyahu e Trump su fatto che Riyadh avrebbe abbandonato la sua richiesta di una via praticabile per uno Stato palestinese in cambio di un accordo di normalizzazione con Tel Aviv, si è solo raddoppiata la posta. Infatti le dichiarazioni di condanna di Israele che arrivano dall’Arabia Saudita sono le più forti da decenni. 

Hamas è al centro di questa svolta regionale apparentemente estemporanea, che è stata certamente uno dei fattori della decisione di cominciare ad applicare una pressione sulla compagine di negoziatori israeliani. 

Il sovrano hashemita della Giordania, il re Abdullah II, si è opposto fortemente e pubblicamente alla proposta USA-Israele di trasferire centinaia di migliaia, se non quasi un milione di palestinesi da Gaza nel suo territorio. Ed è stato riportato che l’esercito egiziano si stia mobilitando per affrontare ogni importante sviluppo destabilizzante. Sia Il Cairo che Amman temono ripercussioni potenziali per la sopravvivenza dei loro leader nel caso di un’espulsione di massa da Gaza.

Nel frattempo anche l’Arabia Saudita è stata messa in una posizione difficile. Come la Giordania e l’Egitto, è in rapporti amichevoli non solo con gli USA ma anche con Israele. Tuttavia, tenendo in considerazione la caduta del governo di Bashar al-Assad in Siria, oltre allo stato d’animo popolare dei sauditi che sostengono la causa palestinese, normalizzare le relazioni con Israele proprio ora e permettere un importante evento destabilizzante nella regione che potrebbe persino causare il collasso della monarchia giordana è un rischio che al momento non vogliono accollarsi.

Un altro fattore importante qui è il disgelo delle relazioni fra Riyadh e Teheran, combinato con il recente indebolimento dell’asse della resistenza a guida iraniana. Essenzialmente ciò significa che c’è poco da guadagnare unendosi a un’alleanza contro l’Iran che potrebbe riaccendere il conflitto congelato in Yemen, al momento con un ruolo secondario da giocare. In tale scenario l ‘Arabia Saudita sarebbe completamente subordinata agli USA, cosa che limiterebbe opportunità future in un emergente mondo multipolare. Detto ciò, la minaccia di destabilizzazione in Arabia Saudita va in due direzioni: se si spingesse troppo in là nell’opporsi ad americani e israeliani anch’essa potrebbe incorrere nelle loro ire.

Hamas ha deciso di rilasciare ora la sua dichiarazione quando la regione è unita contro il piano israeliano-statunitense di invasione/pulizia etnica. Le Nazioni arabe e islamiche probabilmente adotteranno presto una piattaforma comune e collaboreranno nel presentare proposte urgenti per ottenere l’attuazione del cessate il fuoco a Gaza nel corso della seconda e terza fase. Ciò include appoggiare l’affermazione di un governo postbellico nella Striscia di Gaza.

D’altro canto Israele ha poco margine in questa situazione, a parte mettere in atto piani che provochino una destabilizzazione regionale massiccia e la ripresa del suo catastrofico genocidio a Gaza. Questo è il motivo per cui, fino ad ora, le minacce israeliane contro Gaza si sono concentrate su quale sarà la sua risposta se fallirà lo scambio di prigionieri sabato, fra cinque giorni.

Se Israele nei prossimi giorni effettuasse degli attacchi aerei avrebbe due opzioni: far fallire completamente il cessate il fuoco o effettuare solo attacchi a caso che uccideranno civili ma non in modo che porterebbe alla fine del cessate il fuoco. Tuttavia c’è anche una trappola se gli israeliani decidessero di attuare attacchi significativi a Gaza, perché ciò darebbe quindi ad Hamas, e forse al suo alleato Ansarallah [gli Houthi yemeniti, ndt.], la scusa per rispondere allo stesso modo.

Se Hamas lanciasse dei razzi verso gli insediamenti israeliani, forse persino verso Tel Aviv, sarebbe una grave fonte di imbarazzo per il premier israeliano Benjamin Netanyahu e potrebbe persino incoraggiare i suoi alleati estremisti a minacciare il crollo della sua coalizione. Gli alleati di Netanyahu come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir credono che Hamas debba essere annientata scacciando l’intera popolazione dalla Palestina. Perciò i razzi di Hamas potrebbero innescare reazioni emotive da parte loro che metterebbero Netanyahu in una difficile posizione politica.

 Nel frattempo le famiglie degli ostaggi israeliani che sono ancora prigionieri a Gaza hanno già preso l’iniziativa di bloccare le strade principali a Tel Aviv, chiedendo l’attuazione dell’accordo sul cessate il fuoco.

Al momento Hamas deve cercare di fare del suo meglio per negoziare l’ingresso di aiuti sufficienti a Gaza, garantendo allo stesso tempo la fine della guerra e la formazione di un’amministrazione per rivitalizzare e ricostruire il territorio. Sebbene possa essere una scommessa pericolosa da parte sua, sembra essere un tentativo di utilizzare il clima attuale per far pressione sugli israeliani perché consentano il passaggio di aiuti sufficienti, spianando la strada anche al successo delle prossime fasi dell’accordo di cessate il fuoco. 

Qui il jolly è rappresentato da un potenziale piano USA-Israele per ricorrere a livelli folli di violenza che farebbero precipitare l’intera regione nel caos. 

Robert Inlakesh è un giornalista, scrittore e documentarista. Si interessa di Medio Oriente ed è specializzato in Palestina. Ha fornito questo contributo a The Palestine Chronicle. 

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)