Coloni israeliani irrompono nel quartier generale dell’UNRWA a Gerusalemme Est occupata

Redazione di MEMO

27 maggio 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu ha riferito che ieri un gruppo di israeliani di destra ha fatto irruzione nel quartier generale dell’Agenzia ONU per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA) a Gerusalemme Est occupata.

Oggi sono orgogliosa di liberare la ex-sede dell’UNRWA nel centro di Gerusalemme,” ha affermato Yulia Malinovsky, del partito di destra Yisrael Beiteinu (Israele è la Nostra Casa) in un video condiviso sul suo account X [precedentemente Twitter, ndt.] girato all’interno della struttura.

Malinovsky, deputata della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.], ha collegato l’incursione all’anniversario dell’occupazione israeliana di Gerusalemme Est.

Governo israeliano, siamo qui. Siete invitati a venire e vedere come la sovranità è applicata,” ha detto.

Sono dentro la sede. L’UNRWA non è più qui. Non c’è ragione perché ritorni,” ha affermato Malinovsky.

Non ci sono stati commenti immediati da parte dell’UNRWA sull’incursione dei coloni.

Nell’ottobre 2024, la Knesset ha approvato due leggi che etichettano l’UNRWA come gruppo terroristico e che vietano le sue attività nei territori palestinesi occupati, incluse misure volte ad eliminare i privilegi dell’agenzia e ad impedire qualunque relazione con essa. Queste leggi sono entrate in vigore il 30 gennaio. Israele ha fatto forti pressioni per chiudere l’UNRWA in quanto è l’unica agenzia ONU ad avere un mandato specifico per prendersi cura dei bisogni di base dei rifugiati palestinesi. Se l’agenzia non esiste più, sostiene Israele, allora non deve più esistere neppure il problema dei rifugiati e il legittimo diritto dei rifugiati palestinesi al ritorno alla loro terra sarebbe ingiustificato. Israele ha negato il diritto al ritorno a partire dagli ultimi anni quaranta, anche se la sua accettazione come membro dell’ONU era condizionata alla possibilità per i palestinesi di ritornare alle loro case e alla loro terra.

Fondata nel 1949, l’UNRWA ha funzionato come fondamentale ancora di salvezza per i rifugiati palestinesi, supportando circa 5,9 milioni di persone a Gaza, in Cisgiordania, Giordania, Siria e Libano.

Israele ha occupato Gerusalemme durante la guerra arabo-israeliana del 1967. Ha annesso l’intera città nel 1980 con un’iniziativa mai riconosciuta dalla comunità internazionale.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Soldati israeliani aprono il fuoco mentre un gruppo logistico sostenuto dagli USA perde il controllo di un centro di distribuzione a Gaza

Emma Graham-Harrison

27 maggio 2025 – The Guardian

La Gaza Humanitarian Foundation, scelta da Israele, non era preparata all’arrivo di migliaia di palestinesi affamati, il personale ha dovuto abbandonare i propri posti.

I soldati israeliani hanno aperto il fuoco vicino a migliaia di palestinesi affamati mentre un gruppo logistico scelto da Israele per trasportare cibo a Gaza perdeva il controllo del suo centro di distribuzione durante il secondo giorno di operazioni.

Undici settimane di assedio totale e il protrarsi del severo blocco israeliano hanno lasciato la maggior parte degli abitanti di Gaza in condizioni di fame disperata. Martedì centinaia di migliaia di persone hanno attraversato le linee militari israeliane per raggiungere il nuovo centro di distribuzione a Rafah.

Ma la neonata Gaza Humanitarian Foundation (GHF) non era preparata a riceverli e a un certo punto il personale è stato costretto ad abbandonare i propri posti.

“Nel tardo pomeriggio l’afflusso di persone al centro di distribuzione sicuro (SDS) è stato tale che il team GHF si è ritirato per consentire a un piccolo numero di palestinesi a Gaza di ricevere gli aiuti in sicurezza e disperdersi”, ha dichiarato la fondazione in un comunicato.

Sono stati uditi colpi di carro armato e armi da fuoco israeliane e un elicottero militare ha lanciato bengala, riferisce l’Associated Press. Almeno tre palestinesi feriti sono stati portati via dalla scena, uno di loro sanguinava da una ferita alla gamba.

L’esercito israeliano ha dichiarato di aver sparato “colpi di avvertimento” vicino al complesso per ripristinare il controllo. Non è stato immediatamente chiaro se ci siano stati feriti tra le persone che cercavano di ottenere cibo.

In un discorso martedì sera il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ammesso che c’era stata una “momentanea perdita di controllo” durante la distribuzione del cibo, ma ha aggiunto: “Fortunatamente abbiamo ripreso il controllo.”

Immagini condivise sui social media, che non è stato possibile verificare immediatamente, sembravano mostrare persone in fila tra recinzioni di filo spinato. Queste sono state in parte abbattute quando la folla si è riversata in un campo aperto dove erano presenti scatoloni.

Alcuni sono riusciti a ottenere scatole di aiuti con articoli di base come zucchero, farina, pasta e tahina, ma la maggior parte è rimasta a mani vuote.

“Non c’era nessun ordine, la gente si è precipitata a prendere, ci sono stati spari e siamo fuggiti”, ha detto all’AP [Associated Press, ndt.] Hosni Abu Amra, che stava aspettando il cibo. “Siamo fuggiti senza prendere nulla che potesse aiutarci a superare questa fame”.

Ahmed Abu Taha, che ha detto di aver sentito colpi di arma da fuoco e visto aerei militari israeliani sopra di lui, ha dichiarato: “Era il caos. La gente era nel panico”.

Il direttore e fondatore della GHF, Jake Wood, si era dimesso domenica, affermando che non sarebbe stato possibile per il gruppo fornire aiuti “rispettando rigorosamente i principi umanitari di umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza”.

L’ONU e altre organizzazioni umanitarie avevano già rifiutato di collaborare con la GHF sostenendo che ciò avrebbe comportato la rinuncia a raggiungere i civili in tutte le zone di conflitto, compromettendo i loro valori fondamentali, e messo a rischio il loro personale e i destinatari degli aiuti a Gaza.

Avevano anche avvertito che un gruppo appena formato e senza esperienza non sarebbe stato in grado di gestire la logistica necessaria per sfamare oltre 2 milioni di persone in una zona devastata dai bombardamenti.

La portavoce del Dipartimento di Stato americano Tammy Bruce aveva definito infondate queste preoccupazioni, sostenendo che la priorità fosse far arrivare gli aiuti a Gaza, a prescindere da chi li distribuisse. Ha anche accusato Hamas di cercare di fermare i convogli organizzati dalla GHF diretti ai centri di distribuzione.

“Hanno cercato di fermare il movimento degli aiuti attraverso Gaza verso questi centri di distribuzione,” ha detto. “Non ci sono riusciti, ma ci hanno sicuramente provato. Il punto è che gli aiuti stanno arrivando e in un ambiente del genere non sorprende che possano esserci alcuni problemi.”

Tuttavia, le pericolose scene di martedì sembrano confermare molti dei timori sollevati dall’ONU.

Le immagini di folle disperate che si affollano per ottenere aiuti sono “strazianti”, ha detto il portavoce dell’ONU Stéphane Dujarric, a maggior ragione dal momento che l’ONU e i suoi partner hanno un “piano dettagliato, basato su principi e operativamente valido” per far arrivare gli aiuti.

Il rivolo di cibo che attualmente raggiunge Gaza non è sufficiente per sfamare la sua popolazione, ha aggiunto. “Continuiamo a sottolineare che un aumento significativo delle operazioni umanitarie è essenziale per scongiurare la carestia e soddisfare le esigenze di tutti i civili, ovunque si trovino”.

Israele sta cercando di sostituire le organizzazioni umanitarie che portano aiuti a Gaza. Da tempo sostiene, senza fornire prove, che Hamas interrompe le reti di approvvigionamento per trarre profitto dagli aiuti.

La GHF utilizza mercenari armati per distribuire cibo in complessi sorvegliati dall’esercito israeliano. In precedenza ha ammesso che questo metodo esclude alcune delle persone più vulnerabili di Gaza, poiché solo coloro che sono in grado di percorrere lunghe distanze e trasportare pesanti scatole di cibo potranno sfamare le loro famiglie in questo modo.

E nonostante spingesse per il controllo del cibo e di altre forniture che entrano a Gaza, l’esercito israeliano non si era preparato adeguatamente a distribuire gli aiuti e “pianificava di dirigere la popolazione usando armi da fuoco”, ha riferito a Haaretz una fonte interna al settore della sicurezza.

“L’hanno gestita come una situazione di routine in cui dei sospetti entrano in una zona di combattimento, ma non puoi dirigere una popolazione di quelle dimensioni con armi da fuoco se vuoi che si sentano al sicuro mentre raggiungono le aree che hai aperto”, ha detto al giornale.

La fonte ha affermato che l’idea originale dell’esercito di dirigere la folla usando armi da fuoco suggerisce che “non hanno pensato e non hanno pianificato” di utilizzare altri mezzi, come recintare l’area.

La GHF ha affermato che la decisione di abbandonare il centro di distribuzione “è stata presa in conformità con il protocollo GHF per evitare vittime” e che entro la fine di martedì aveva distribuito 8.000 scatole di cibo: abbastanza per sfamare 44.000 persone per mezza settimana secondo i suoi calcoli. Si tratta solo del 2% della popolazione di Gaza. La fondazione ha dichiarato che le consegne saranno aumentate durante la settimana.

Immagini condivise sui social media che sembravano mostrare il contenuto delle scatole, ma che nell’immediato non è stato possibile verificare, suggerivano che si trattasse di pasti miseri, principalmente riso, pasta e farina con alcune lattine di fagioli e verdure provenienti da Israele.

La GHF non ha rivelato chi finanzia il suo lavoro, sebbene le immagini iniziali mostrassero scatole con i loghi di tre piccole organizzazioni umanitarie con esperienza a Gaza. Nessuna ha risposto alle domande sul loro lavoro con la GHF, ma anche se avessero accettato di collaborare con l’organizzazione a lungo termine non avrebbero la capacità di soddisfare le esigenze complessive.

“Indipendentemente dal fatto che la GHF operi o meno, sappiamo da decenni di esperienza e dai quasi 600 giorni in cui abbiamo risposto a questa catastrofe a Gaza che questo vergognoso esercizio di militarizzazione degli aiuti non funzionerà”, ha detto Bushra Khalidi, responsabile delle politiche di Oxfam nel territorio palestinese occupato.

“Anche nelle condizioni più ottimali, non esiste una società logistica in grado di sfamare 2,1 milioni di persone dall’oggi al domani. L’umanitarismo non consiste solo nel distribuire pacchi alimentari per sfamare le persone affamate; si tratta di garantire che le persone abbiano i mezzi per sopravvivere”.

Dalla fine del cessate il fuoco a marzo le forze israeliane hanno preso il controllo di gran parte di Gaza, lanciando pesant iattacchi che secondo le autorità sanitarie locali hanno ucciso quasi 4.000 palestinesi.

Il bilancio totale delle vittime degli attacchi israeliani a Gaza ha ora superato i 54.000, per lo più civili. Israele ha scatenato la guerra dopo che gli attacchi transfrontalieri di Hamas del 7 ottobre 2023 hanno ucciso circa 1.200 persone, per lo più civili, e ne hanno prese 250 in ostaggio.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




“La più giovane influencer umanitaria” di Gaza uccisa in un attacco israeliano

Nagham Zbeedat

27 maggio 2025 – Haaretz

Yaqeen Hammad, solo undicenne e anche lei coinvolta nella crisi umanitaria, si è conquistata un seguito condividendo video della sua attività come volontaria nell’opera di soccorso a Gaza

Venerdì scorso l’undicenne Yaqeen Hammad, un’attivista gazawi sulle reti sociali e volontaria negli interventi umanitari, è stata uccisa da un attacco aereo israeliano che ha colpito la sua casa a Deir al-Balah, nella zona centrale di Gaza. Hammad è una degli oltre 10 minori uccisi negli ultimi giorni durante gli attacchi israeliani intensificatisi in tutta la Striscia di Gaza.

Hammad ha condiviso con i suoi 103.000 follower su Instagram video che documentano il suo lavoro di volontaria nelle scuole, mense e associazioni assistenziali. Hammad ha postato in arabo e spesso i suoi post hanno incluso suo fratello, Mohammed Hammad, operatore umanitario i cui account sulle reti sociali, secondo giornalisti del posto, sono stati spesso bloccati.

Mohammed ha “gradualmente addestrato” Hammad a gestire la sua pagina Instagram, guidandola quando postava brevi video di sé stessa mentre aiutava a costruire case a Gaza, distribuiva cibo e denaro alle famiglie in stato di necessità e raccoglieva soldi per finanziare progetti comunitari nella Striscia. Ben presto Hammad è diventata un simbolo di speranza e innocenza.

https://archive.vn/o/Z7VIh/https://www.instagram.com/reel/DJqzsCEN88e/

In uno dei suoi ultimi video Yaqeen Hammad guarda la telecamera e dice: “Nonostante la guerra, nonostante il genocidio, noi siamo venuti qui a portare gioia ai bambini.”

Il fotogiornalista di Gaza Amr Tabash ha condiviso un video che presenta immagini di Hammad che lavora a progetti umanitari. Di fianco alle immagini ha scritto della determinazione di aggrapparsi alla speranza: “Yaqeen è stata martirizzata, eppure sicuramente nei nostri cuori rimane il fatto che i bambini di Gaza sono il cuore pulsante dell’umanità e un’immagine speculare del silenzio internazionale.”

Mohamad al-Kadri, un volontario di Medici Musulmani per l’Umanità, una ONG decentralizzata impegnata nelle zone in grave crisi come Gaza, ha condiviso su Facebook un commovente tributo alla giovane attivista.

“Era una bambina che ha portato nel cuore un amore per fare il bene, uno spirito di iniziativa, e ha dedicato la sua giovane energia per infondere speranza nei cuori di chi le stava accanto,” ha scritto il volontario canadese.

Al-Kadri ha sollevato la questione di quale colpa possa giustificare l’uccisione di una bambina che “voleva solo avere un impatto” sulla sua comunità e fungere da “luce in mezzo alle tenebre.”

Benché Hammad non ci sia più, ha detto, “lascia dietro di sé un impatto indelebile e un messaggio più forte di qualunque voce.” Nonostante la sua scomparsa, ha aggiunto, Hammad rimane “una figura di riferimento per i bambini, un simbolo di generosità e innocenza presa di mira dall’ingiustizia.”

Il corrispondente di Al Jazeera da Gaza Wael al-Dahdouh ha condiviso la notizia della morte di Hammad sottolineando che “nessuno è immune,” in riferimento alla giovane età della ragazzina e alla mancanza di ogni rapporto con una qualunque forma di belligeranza.

Ouena Collective, una ONG palestinese che opera nella Striscia di Gaza e con cui Hammad collaborava, non ha ancora emesso un comunicato sulla morte della giovane volontaria.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Servizio antiterrorismo”: fonti locali affermano che una nuova milizia palestinese opera nel sud di Gaza

Nir Hasson

26 maggio 2025 Haaretz

Filmati recenti mostrano palestinesi armati in uniforme; fonti da Gaza affermano essere il gruppo legato a un’importante personaggio di Rafah che sostiene di facilitare gli aiuti ai campi profughi, ma è stato accusato di collaborare con Israele

Una nuova milizia palestinese ha recentemente iniziato a operare nel sud di Gaza, secondo quanto riferito domenica ad Haaretz da due fonti. Secondo le fonti il gruppo è legato a un uomo che si identifica come Yasser Abu Shabab. I video circolati sui social media negli ultimi giorni sembrano confermare questa affermazione e mostrano palestinesi armati a Gaza che indossano un normale equipaggiamento militare con giubbotti antiproiettile, elmetti ed emblemi come la bandiera palestinese e una mostrina con la scritta “Servizio antiterrorismo” in inglese e in arabo.

Abu Shabab, membro di una numerosa famiglia beduina di Rafah, la città nella Gaza meridionale, è noto per essere una figura potente e ben introdotta nella Striscia di Gaza. Secondo le fonti che hanno parlato con Haaretz, in passato ha scontato pene detentive nelle carceri gestite da Hamas per reati penali. Alla fine dello scorso anno, nel contesto di un’ondata di saccheggi degli aiuti umanitari nel sud di Gaza, Abu Shabab e i suoi uomini erano stati definitivamente accusati di essere i responsabili del furto. In un’intervista telefonica del novembre 2024 con il Washington Post, Abu Shabab non negava del tutto le accuse, affermando che il suo gruppo evitava però di prendere cibo, tende o provviste destinate ai bambini. Abu Shabab ha dichiarato al Post che l’attività del suo gruppo nasceva dalla disperazione, aggiungendo: “Hamas non ci ha lasciato niente”.

In un video pubblicato la scorsa settimana si vede uno degli uomini armati di Abu Shabab fermare un veicolo della Croce Rossa per un’ispezione.

In seguito alla ripresa delle consegne di aiuti umanitari, la scorsa settimana le Nazioni Unite hanno affermato che l’esercito israeliano ha deliberatamente diretto i convogli di aiuti verso zone pericolose e soggette a saccheggi. Mercoledì 15 camion carichi di farina di uno dei primi convogli del Programma Alimentare Mondiale ammessi ad entrare nella Striscia di Gaza sono stati saccheggiati.

Fonti palestinesi coinvolte nella distribuzione degli aiuti umanitari a Gaza hanno accusato Abu Shabab di collaborare con Israele. Sia fonti palestinesi che internazionali sostengono come sia inconcepibile che uomini armati possano operare a Rafah – un’area che l’esercito israeliano ha dichiarato off-limits ai civili – senza che l’esercito glielo permetta.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




In una sola settimana un nuovo avamposto ha cancellato un’intera comunità palestinese

Oren Ziv

26 maggio 2025 – +972 Magazine

Dopo che hanno costruito sulla loro terra, i coloni israeliani hanno aggredito ed espulso gli abitanti di Maghayer Al-Dir, uno degli ultimi villaggi della valle del Giordano meridionale.

La mattina del 18 maggio alcuni coloni israeliani hanno costruito, a soli 100 metri dalle case degli abitanti, un avamposto illegale all’interno della comunità palestinese di pastori di Maghayer Al-Dir, nell’area C della Cisgiordania [secondo gli accordi di Oslo sotto totale ma temporaneo controllo israeliano, ndt.].

A metà settimana, prima di ogni scontro violento o episodio di furto di bestiame, circa metà degli abitanti palestinesi ha fatto i bagagli ed è fuggito, mentre il resto [della gente] si preparava a fare altrettanto: sotto lo sguardo attento dei coloni ha iniziato a caricare pecore, mobili, mangime e taniche di acqua su dei camion.

Ma sabato pomeriggio la solita “passeggiata” dei coloni attraverso il villaggio si è trasformata in un attacco organizzato. Quattro coloni hanno iniziato a spintonare giovani palestinesi che si trovavano sui tetti di strutture che stavano per essere demolite. “(I coloni) hanno cercato lo scontro,” dice Avishay Mohar, un attivista e fotografo che era presente.

Coloni e palestinesi hanno iniziato a lanciarsi pietre. Proprio quando lo scontro sembrava essere terminato i coloni hanno chiamato rinforzi: circa altri 25 coloni, alcuni mascherati, molti armati con fucili da guerra e mazze, si sono uniti all’aggressione contro gli abitanti e gli attivisti internazionali, che hanno cominciato a rispondere.

Un colono è stato colpito alla testa da una grossa pietra, è caduto e ha perso conoscenza. Anche un palestinese è stato colpito al volto da una pietra. Un secondo colono, pare un minorenne, ha preso la pistola dalla giacca del suo amico svenuto e ha iniziato a sparare in aria. “È comparso un altro colono con un M16 [fucile d’assalto, ndt.] e ha cominciato a sparare contro di noi,” ricorda Mohar. Si è diffuso il panico, gli abitanti sono corsi affannosamente verso il vicino villaggio di Wadi Al-Siq, la cui popolazione mesi prima, nell’ottobre 2023, era stata anch’essa cacciata durante un’ondata di violenze dei coloni appoggiati dallo Stato.

I coloni hanno inseguito gli abitanti in fuga nella valle lanciando pietre e rompendo i loro telefoni. Hanno sequestrato a Mohar due telecamere, il telefono, il portafoglio e il caricabatterie. Da terra ha visto i coloni picchiare un quindicenne palestinese in testa con una mazza. Dopo essere stato picchiato Mohar ha iniziato ad avere capogiri, cercando di sollevare la testa da terra: “Ho detto ai coloni: ‘Se continuate così mi ammazzate!’.” Hanno continuato a colpirlo violentemente sulla schiena.

Dopo che finalmente si è presentato l’esercito e ha chiamato le ambulanze, durante la notte la ricerca di 12 feriti, alcuni dei quali sono stati trovati a 500 e 600 metri dal villaggio, è continuata. La mattina dopo a Maghayer Al-Dir non restava più un solo abitante. Tutte le 23 famiglie, in totale circa 150 persone, erano state obbligate a fuggire.

“L’attacco manda un messaggio alle comunità palestinesi in Cisgiordania,” afferma Mohar. “Non solo non puoi rimanere, ma non te ne puoi neppure andare tranquillamente.”

Anche qui ci saranno ebrei”

Dall’ottobre 2023 in Cisgiordania oltre 60 comunità palestinesi di pastori sono state espulse e sulle o nei pressi delle loro rovine sono stati costruiti almeno 14 nuovi avamposti. Una comunità espulsa con la violenza, Wadi Al-Siq, ha affrontato soprusi che includono aggressioni sessuali, portando allo scioglimento dell’unità “Frontiera del Deserto” [composta da coloni, ndt.] dell’esercito israeliano.

Come nel caso di Maghayer Al-Dir, la creazione di avamposti rurali di coloni è stata il principale fattore che ha espulso i palestinesi dalle loro case nell’Area C. Secondo un recente rapporto delle ong [israeliane] Peace Now e Kerem Navot i coloni israeliani hanno utilizzato avamposti di pastori per impadronirsi di almeno 786.000 dunam [78.600 ettari] di terreno, circa il 14% di tutta l’area della Cisgiordania. Negli ultimi due anni e mezzo sette comunità di pastori palestinesi confinanti con Maghayer Al-Dir sono state spopolate.

Maghayer Al-Dir era l’ultima comunità palestinese rimasta nella periferia di Ramallah situata a est della Allon Road, un’autostrada strategica da nord a sud costruita da Israele negli anni ’70 per collegare le colonie e per preparare la potenziale annessione del territorio a est della strada lungo il confine giordano. Originarie del Naqab/Negev, le famiglie di Maghayer Al-Dir furono espulse nel 1948 verso diverse zone della valle del Giordano prima che lo Stato decidesse di costruire una base militare e li espellesse ancora una volta verso la loro ultima zona di residenza.

In immagini prese dall’attivista Itamar Greenberg il giorno in cui i coloni hanno creato il nuovo avamposto si può sentire un colono vantarsi della pulizia etnica di Maghayer Al-Dir. “Questo è l’unico posto rimasto, grazie a Dio abbiamo buttato fuori tutti… In questa zona è tutto solo ebraico,” spiega il colono mentre gesticola verso la distesa alla sua sinistra. Poi la telecamera si concentra sul luogo in cui i giovani delle colline [gruppo di coloni estremisti, ndt.] stanno alacremente costruendo l’avamposto. “Anche qui ci saranno ebrei.”

Come riportato nell’agosto 2023 da +972, la maggioranza delle comunità del territorio tra Ramallah e Gerico, un’area di 150.000 dunam [15.000 ettari], è stata obbligata a scappare durante i primi mesi in quanto i coloni hanno iniziato rapidamente a costruire avamposti di pastori e a scagliarsi violentemente contro gli abitanti con il sostegno dell’esercito e delle istituzioni statali israeliane. Ora in tutta la zona della valle del Giordano meridionale rimangono solo due comunità palestinesi, M’arajat e Ras Al-Auja.

Anche prima della costruzione dell’ultimo avamposto Maghayer Al-Dir era stato completamente circondato da colonie e avamposti israeliani. A nord si trova l’avamposto semi-autorizzato di Mitzpe Dani; a est Ruach Ha’aretz (“Spirito della Terra”), fondato poco prima della guerra e poi ampliato; a sud, nei pressi dell’ormai spopolato villaggio di Wadi Al-Siq, si trova uno degli avamposti di Neria Ben Pazi [noto colono estremista, ndt.]. Nonostante la scorsa settimana Ben Pazi sia stato colpito da sanzioni del governo britannico per il suo ruolo nella costruzione di avamposti illegali e per aver cacciato famiglie di beduini palestinesi dalle loro case, è stato visto perlustrare il villaggio nei giorni che hanno portato alla partenza forzata della comunità.

“I coloni erano preparati, con un piano, per prendere la terra ed espellerci,” dice un abitante del villaggio che preferisce rimanere anonimo per timore di rappresaglie da parte dei coloni.

Negli ultimi anni i coloni dei vicini avamposti hanno iniziato ad erigere barriere che separano le case degli abitanti dalla strada principale che porta a Maghayer Al-Dir. Essi rubano anche metodicamente acqua dai pozzi dei villaggi per le loro pecore.

Un altro abitante che sceglie di rimanere anonimo spiega che non c’è alcuna differenza tra la violenza dei coloni e quella dello Stato: “Il problema è che oggi non c’è legge,” dice a +972. “(I coloni) dicono: ‘Siamo noi il governo,’ e la polizia sta dalla loro parte.” Ora pensa di vendere il suo gregge di pecore in quanto i coloni occupano sempre più terra su cui i palestinesi erano soliti portare al pascolo il proprio bestiame.

“Lo scorso anno i coloni sono entrati nel villaggio e hanno attaccato i miei familiari,” continua. “Abbiamo cercato di difenderci filmando e io sono stato arrestato. Fortunatamente il giudice di Ofer (tribunale militare) mi ha rilasciato e ha chiesto (sarcasticamente) al pubblico ministero se si supponeva che offrissimo il caffè ai coloni che avevano invaso le nostre case.”

Tattiche già note

Giovedì 22 maggio la famiglia Malihaat ha passato la giornata a fare i bagagli. I coloni hanno edificato il loro ultimo avamposto all’interno di un recinto per le pecore di Ahmad Malihaat, cinquantottenne padre di nove figli. Poche ore dopo che era stato eretto, dice, i coloni “hanno cercato rapidamente di prendere le nostre pecore, in modo che in seguito avrebbero potuto sostenere (presso le autorità israeliane) che erano loro e tenersele.”

Era una tattica già nota alla comunità: all’inizio di marzo decine di coloni armati di fucili e mazze hanno rubato oltre 1.000 pecore alla comunità di pastori di Ras Ein Al-Auja. Temendo una replica, gli abitanti di Maghayer Al-Dir inizialmente hanno concentrato i propri sforzi per evacuare il gregge dal villaggio nei giorni seguenti la costruzione dell’avamposto.

Eppure la famiglia di Malihaat testimonia che mercoledì notte i coloni sono riusciti a rubare un asino e 10 sacchi di mangime per animali. Malihaat ricorda che i coloni gli hanno detto di andare in Giordania o in Iraq: “Vogliono espellere noi e le altre comunità di beduini e in un modo o nell’altro prendersi la terra.”

Pur avendo ricevuto il 18 maggio l’ordine dell’Amministrazione Civile [l’ente militare israeliano che gestisce i territori occupati, ndt.] di interrompere le attività edilizie, giorno dopo giorno i coloni hanno esteso l’avamposto a Maghayer Al-Dir, montando una grande tenda e collegando il luogo alla rete idrica dal vicino avamposto eretto poco prima della guerra.

Mentre raccoglieva le sue cose e si preparava ad andarsene, Malihaat afferma che da quando è stato costruito l’avamposto ha dormito e mangiato poco. La sua dieta, dice, è consistita “per lo più di sigarette e acqua.” A quel punto ha praticamente previsto l’imminente attacco: “Non sai quello che faranno (i coloni). Forse picchieranno tuo figlio e poi chiameranno la polizia e arresterà te o tuo figlio e dovrai pagare una cauzione di 20.000 shekel [circa 5.000 €, ndt.].”

Malihaat non sa ancora dove la famiglia deciderà di spostarsi. Sottolinea che una volta che una comunità di pastori è espulsa talvolta riceve il permesso temporaneo di stabilirsi su terra di proprietà di altre comunità palestinesi nell’Area B [in base agli accordi di Oslo sotto controllo amministrativo dell’Autorità Palestinese e militare di Israele, ndt.] della Cisgiordania. Ma non è una soluzione a lungo termine: “Quando il tuo vicino è bravo tutto va bene, ma loro (i coloni) non vogliono la pace,” conclude Malihaat. “Vogliono espellerci, ucciderci e distruggere la nostra casa.”

In risposta all’inchiesta di +972 un portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che il nuovo avamposto si trova su terreno pubblico e non sconfina nella zona in cui risiede la comunità. Anche l’Amministrazione Civile conferma che contro l’avamposto è stato emanato un ordine di interrompere i lavori “per elementi costruttivi edificati illegalmente nell’area.”

Oren Ziv è un fotogiornalista, reporter di Local Call [edizione in ebraico di +972 Magazine] e membro fondatore del collettivo di fotografi Activestills.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un sondaggio rivela che quasi la metà degli israeliani sostiene l’uccisione di tutti i palestinesi a Gaza da parte dell’esercito.

Nadav Rapaport , Tel Aviv, Israele

24 maggio 2025 – Middle East Eye

La stragrande maggioranza degli israeliani, compresi i laici, appoggia il trasferimento forzato dei palestinesi da Gaza e da Israele

Secondo un sondaggio dell’università statale della Pennsylvania la schiacciante maggioranza di ebrei israeliani appoggia il trasferimento dei palestinesi da Gaza.

L’indagine, condotta a marzo e pubblicata dal quotidiano Haaretz giovedì, ha rivelato che l’82% degli ebrei israeliani sostiene l’espulsione forzata dei palestinesi dalla Striscia di Gaza.

Nel contempo il 47% degli ebrei israeliani ha risposto affermativamente alla domanda: “Concordate con l’affermazione che l’esercito israeliano quando conquista una città nemica dovrebbe agire in modo simile a quello degli israeliti quando conquistarono Gerico sotto la guida di Giosué, cioè uccidendo tutti i suoi abitanti?”. Il riferimento è al racconto biblico della conquista di Gerico.

All’inizio di questo mese Israele ha lanciato nella Striscia assediata l’“Operazione Carri di Gedeone” che, secondo l’organo di informazione israeliano Ynet, ha lo scopo di portare avanti il piano del presidente USA Donald Trump di “svuotare Gaza”.

Ynet ha riferito che nel corso dell’operazione l’esercito israeliano intende spingere il maggior numero di palestinesi verso la zona di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, dove verranno distribuiti cibo e aiuti. Secondo Ynet il nuovo piano militare mira anche a promuovere l’“emigrazione volontaria” dei palestinesi.

Il nuovo piano ha ottenuto l’appoggio della maggioranza dell’opinione pubblica israeliana, nonostante che il capo di stato maggiore dell’esercito, Eyal Zamir, abbia avvertito che avrebbe costituito un danno per le vite degli ostaggi israeliani a Gaza.

Secondo un diverso sondaggio di Canale 13 il 44% dell’opinione pubblica israeliana approva l’operazione, mentre il 40% è contrario.

Lo stesso sondaggio rivela che l’opinione pubblica israeliana sostiene anche il proseguimento dell’assedio totale che Israele ha imposto alla Striscia di Gaza dall’inizio di marzo. Rivela che il 53% dell’opinione pubblica israeliana ritiene che Israele non dovrebbe consentire l’ingresso degli aiuti umanitari nell’enclave.

All’inizio della settimana il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che uno degli obbiettivi della guerra di Israele è realizzare il piano proposto da Trump di espellere i palestinesi da Gaza.

Durante una conferenza stampa Netanyahu ha detto che intende porre fine alla guerra, ma soltanto “a chiare condizioni che garantiscano la sicurezza di Israele: tutti gli ostaggi ritornino a casa, Hamas deponga le armi e lasci il potere, la sua leadership venga esiliata dalla Striscia.”

E noi portiamo avanti il piano di Trump – un piano che è veramente giusto e rivoluzionario”, ha aggiunto.

L’opinione pubblica laica appoggia l’espulsione

Secondo il sondaggio [dell’università] dello Stato della Pennsylvania l’appoggio all’espulsione di massa dei palestinesi dall’enclave si riscontra anche tra il 70% degli ebrei laici, parte dei quali sono considerati progressisti. Nel contempo il sostegno tra le comunità dei Masortim (tradizionalisti), dei religiosi e degli ultra-ortodossi supera il 90%.

L’ampio e trasversale appoggio a livello politico e sociale all’espulsione dei palestinesi non si ferma ai confini della Striscia di Gaza occupata. Secondo il sondaggio il 56% degli ebrei israeliani sostiene l’espulsione dei cittadini palestinesi di Israele dalla loro terra.

Mentre i livelli più alti di sostegno allo spostamento si sono registrati nelle comunità Masortim, religiose e ultra-ortodosse, superando il 60%, vi è anche un significativo sostegno tra i laici. Il sondaggio rivela che il 38% degli ebrei israeliani laici sostiene l’espulsione dei cittadini palestinesi di Israele dal Paese.

Commentando i risultati dell’indagine, Shay Hazkani, professore di storia e studi ebraici all’università del Maryland, e Tamir Sorek, docente del dipartimento di storia dell’università statale della Pennsylvania, hanno scritto: “C’è chi vede nello shock e nell’angoscia che hanno colpito l’opinione pubblica israeliana in seguito agli eventi del 7 ottobre l’unica spiegazione di questa radicalizzazione.

Ma il massacro sembra aver solo scatenato demoni che sono stati alimentati per decenni nei media e nel sistema giudiziario e in quello educativo.”

Durante tutta la guerra i media israeliani hanno ripetuto appelli all’espulsione e all’uccisione dei palestinesi. Recentemente organizzazioni israeliane per i diritti umani hanno inoltrato alla Corte Suprema la richiesta di aprire un’indagine contro Canale 14, considerato fedele a Netanyahu, con le accuse di “istigazione al genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.”

Anche il sistema educativo ha giocato un ruolo nel formare posizioni estremiste tra i giovani israeliani. Hazkani e Sorek affermano che dall’inizio degli anni 2000 si è sviluppato un processo di radicalizzazione.

Secondo il sondaggio solo il 9% degli uomini ebrei sotto i 40 anni, che rappresentano la maggioranza dei soldati in servizio effettivo o riservisti, è del tutto contrario alle idee di espulsione e trasferimento.

Linguaggio religioso

Solo lo scorso marzo la Corte Suprema ha respinto all’unanimità un ricorso presentato da organizzazioni per i diritti umani che tentava di costringere il governo a consentire l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Nella sentenza uno dei giudici ha utilizzato un linguaggio religioso per giustificare il verdetto.

Fin dall’inizio della guerra il linguaggio religioso è stato ampiamente usato in Israele per descrivere la guerra a Gaza. Uno dei termini frequentemente richiamato è “Amalek” – in riferimento ad un antico nemico degli Israeliti, contro il quale la tradizione ebraica impone una guerra totale.

Una settimana dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre Netanyahu ha esortato le truppe di terra a prepararsi ad entrare a Gaza per “ricordare che cosa vi ha fatto Amalek”.

Tuttavia il discorso religioso in Israele non si limita al pubblico religioso. Il sondaggio ha rivelato che il 65% della popolazione ebrea crede che vi sia un “Amalek” dei giorni nostri. E di questi, il 93% pensa che il “mitzvah”, o comandamento, di “spazzare via la memoria di Amalek” dovrebbe essere applicato ancora oggi.

Il sionismo, oltre ad essere un movimento nazionale, è anche un movimento di coloni immigrati, che cerca di cacciare via la popolazione locale”, scrivono Hazkani e Sorek.

L’aspirazione ad una assoluta e permanente sicurezza può condurre ad un piano operativo per eliminare la popolazione ostile e quindi ogni progetto coloniale di insediamento contiene potenzialmente la pulizia etnica e il genocidio.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il genocidio israeliano a Gaza è una guerra demografica

Joseph Massad

23 maggio 2025 – Middle East Eye

Dietro l’uccisione di massa e l’espulsione dei palestinesi si cela un imperativo strategico: ripristinare il predominio demografico ebraico in tutto il territorio sotto il controllo coloniale israeliano.

Il genocidio in corso a Gaza, che ha ucciso quasi 54.000 palestinesi, insieme ai vari piani per espellere i sopravvissuti, ha un obiettivo primario: salvaguardare linsediamento coloniale ebraico di Israele ripristinando la maggioranza demografica ebraica persa, che era stata ottenuta fin dal 1948 attraverso uccisioni di massa ed espulsioni.

I sionisti compresero subito che l’unica possibilità di sopravvivenza del loro progetto di colonizzazione era l’istituzione di una maggioranza ebraica attraverso l’espulsione dei palestinesi.

Theodor Herzl, il fondatore del movimento sionista, delineò negli anni Novanta dell’Ottocento i primi piani in merito, piani che l’Organizzazione Sionista ha poi perseguito a partire dagli anni Venti del Novecento. Tuttavia l’espulsione divenne possibile solo dopo la conquista militare sionista della Palestina.

Alla vigilia della guerra del 1948 la Palestina contava una popolazione ebraica di 608.000 persone (pari al 30%), la maggior parte delle quali giunta nel paese nei due decenni precedenti, insieme a 1.364.000 palestinesi.

Durante la conquista del 1948 le forze sioniste uccisero l’1% della popolazione palestinese, oltre 13.000 persone, e ne espulsero circa 760.000, ovvero più dell’80% di coloro che vivevano nell’area che Israele avrebbe poi dichiarato Stato ebraico.

Furono queste uccisioni e questi interventi di pulizia etnica ad istituire la superiorità demografica ebraica in Israele tra il 1948 e il 1967.

Espulsione

Nel novembre del 1948 erano rimasti in Israele circa 165.000 palestinesi e la popolazione ebraica coloniale era salita a 716.000 persone, con un incremento dal 30 all’81% quasi da un giorno all’altro.

Nel 1961 la popolazione ebraica era cresciuta fino a 1.932.000 su una popolazione totale di 2.179.000, portando la percentuale ebraica all’89%.

Alla vigilia della conquista israeliana di tre paesi arabi nel 1967 la popolazione complessiva contava 2,7 milioni di persone, di cui 2,4 milioni erano coloni ebrei e loro discendenti, con la persistenza dell’89% di prevalenza ebraica.

Il principale passo falso demografico commesso dalla colonia ebraica fu la conquista, nel 1967, del resto della Palestina, insieme alle alture del Golan e allo scarsamente popolato Sinai egiziano.

La voracità territoriale di Israele, pur portando a una conquista che ne triplicò le dimensioni geografiche, compromise significativamente la supremazia demografica ebraica per il cui ottenimento i sionisti si erano così duramente impegnati dal 1948.

Prima dell’espulsione del 1967 la popolazione della Cisgiordania era stimata tra 845.000 e 900.000 abitanti, mentre quella della Striscia di Gaza variava tra 385.000 e 400.000 abitanti.

L’espulsione vera e propria iniziò durante la conquista israeliana, con oltre 200.000 palestinesi, molti dei quali rifugiati del 1948 provenienti da quello che era diventato Israele, costretti ad attraversare il fiume Giordano dalla riva occidentale a quella orientale.

Minaccia demografica

A Gaza fino al dicembre 1968 le forze israeliane espulsero 75.000 palestinesi e impedirono ad altri 50.000, che lavoravano, studiavano o viaggiavano in Egitto o altrove, di tornare a casa.

Dopo le espulsioni il censimento israeliano del settembre 1967 registrò una popolazione di 661.700 abitanti in Cisgiordania e 354.700 a Gaza.

La popolazione palestinese di Gerusalemme Est contava 68.600 persone. Complessivamente, questo significava che la popolazione palestinese complessiva di Israele, Cisgiordania e Gaza ammontava a 1.385.000, riducendo la percentuale di ebrei in tutti i territori controllati da Israele dall’89% al 56%, con l’esclusione delle poche migliaia di siriani ed egiziani rimasti sulle alture del Golan e nel Sinai.

Infatti dalle alture del Golan gli israeliani espulsero tra 102.000 e 115.000 siriani, lasciandone non più di 15.000.

Riguardo alla popolazione del Sinai, all’epoca composta principalmente da beduini e contadini, 38.000 di loro divennero profughi. Inoltre con il progredire dell’occupazione Israele continuò a deportare centinaia di palestinesi.

Negli anni ’70 questo terremoto demografico successivo al 1967 procurò all’allora Primo Ministro israeliano Golda Meir molte notti insonni, preoccupata per il numero di palestinesi concepiti ogni notte.

La riduzione della quota ebraica coloniale della popolazione continuò, con la crescente ansia degli israeliani, fino al 1990.

Afflusso sovietico

Nel 1990 la popolazione dell’Israele del 1948 aveva raggiunto circa 4,8 milioni di abitanti, di cui 3,8 milioni di ebrei e un milione di palestinesi, mentre la popolazione palestinese della Striscia di Gaza era di 622.016 persone e quella della Cisgiordania di 1.075.531.

Il numero totale di palestinesi sotto il controllo israeliano era di 2.697.547, il che significava che gli ebrei rappresentavano il 58% della popolazione, un aumento marginale rispetto al 56% del 1967.

Il crollo dell’URSS e le conseguenti crisi economiche nelle repubbliche post-sovietiche portarono a un’emigrazione di massa, soprattutto tra gli ebrei, che trovavano più facile trasferirsi poiché la Legge del Ritorno israeliana offriva loro una destinazione immediata senza le complicazioni dell’emigrazione verso i paesi occidentali.

Ciò rese Israele un’opportunità molto attraente per gli ebrei sovietici e una manna dal cielo per lo Stato israeliano, poiché contribuì a prevenire la temuta “bomba demografica” palestinese, così come la crisi cominciò a essere definita dagli israeliani.

Tuttavia si scoprì che il milione di ebrei sovietici immigrati in Israele tra il 1990 e il 2000 – che ne alterarono significativamente la demografia aumentando sia la popolazione ebraica che quella ashkenazita [ebrei provenienti dall’Europa, ndt.] – non erano tutti ebrei.

L’appartenenza ebraica di oltre la metà di loro fu messa in discussione sia dai rabbini israeliani, che insistevano sul fatto che un ebreo dovesse essere una persona nata da madre ebrea, sia dai gruppi sionisti, tra cui la Zionist Organisation of America (ZOA), poiché molti dei nuovi arrivati ​​avevano, nella migliore delle ipotesi, solo un nonno ebreo. Tra questi, coniugi e altri parenti per nulla ebrei.

Molti degli immigrati post-sovietici si rifiutarono di imparare l’ebraico e continuarono a parlare russo, il che portò alla pubblicazione in Israele di numerosi giornali in lingua russa per venire incontro alle loro esigenze. Alcuni giovani immigrati formarono persino gruppi neonazisti e skinhead che attaccavano ebrei e sinagoghe in tutto il paese.

Tuttavia questa importante ondata migratoria non poté competere con la crescita della popolazione palestinese.

Panico demografico

Nel 2000 la popolazione di Israele aveva raggiunto i 6,4 milioni, di cui cinque milioni di ebrei e quasi 1,2 milioni di palestinesi, mentre la popolazione della Cisgiordania era di 2,012 milioni e quella di Gaza di 1,138 milioni, riducendo la percentuale di coloni ebrei e dei loro discendenti a non più del 52% della popolazione totale.

Rendendosi conto che le poche colonie europee sopravvissute al cambio di rotta globale del colonialismo di insediamento a partire dagli anni ’60 – tra cui il Sudafrica sostanzialmente fino al 1994 – erano quelle che mantenevano una massiccia maggioranza demografica bianca, come Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda, il governo israeliano si lasciò prendere dal panico.

Alla fine di quell’anno, il ripristino della superiorità demografica ebraica era diventato una vera e propria ossessione.

Quel dicembre l’Istituto di Politica e Strategia del Centro Interdisciplinare dell’Università di Herzliya in Israele tenne la prima di una serie di conferenze annuali incentrate sulla forza e la sicurezza dello Stato, con particolare riguardo al mantenimento del suo carattere suprematista ebraico.

Uno dei “Punti Principali” individuati nel rapporto di 52 pagine della conferenza era la preoccupazione per i numeri demografici necessari per preservare la supremazia ebraica in Israele:

L’alto tasso di natalità [degli arabi israeliani] mette in discussione il futuro di Israele come Stato ebraico… Le attuali tendenze demografiche, se dovessero continuare, mettono a repentaglio il futuro di Israele come Stato ebraico. Israele ha due strategie alternative: di adattamento o contenimento. Quest’ultima richiede una politica demografica sionista energica e a lungo termine, i cui effetti politici, economici ed educativi garantiscano il carattere ebraico di Israele.

Il rapporto aggiungeva assertivamente che “coloro che sostengono la preservazione del carattere di Israele come… Stato ebraico per la nazione ebraica… costituiscono la maggioranza della popolazione ebraica in Israele”.

Mantenere la superiorità

La conferenza non fu un’iniziativa isolata. Fu l’allora presidente israeliano Moshe Katsav in persona a dare il benvenuto ai partecipanti.

Riflettendo le opinioni suprematiste ebraiche dominanti tra gli ebrei israeliani e le organizzazioni ebraiche americane filo-israeliane, la conferenza fu co-sponsorizzata dall’American Jewish Committee, dall’Israel Center for Social and Economic Progress, dal Ministero della Difesa israeliano, dall’Agenzia Ebraica, dall’Organizzazione Sionista Mondiale, dal Centro per la Sicurezza Nazionale dell’Università di Haifa e dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale israeliano presso l’Ufficio del Primo Ministro.

La conferenza vide la partecipazione di 50 relatori: alti funzionari governativi e militari, tra cui ex e futuri primi ministri, professori universitari, personalità del mondo degli affari e dei media, nonché accademici ebrei americani e agenti della lobby filo-israeliana statunitense.

Da allora la conferenza di Herzliya si tiene annualmente, la questione demografica viene regolarmente discussa e proposte strategie per salvaguardare la superiorità demografica ebraica.

Nel 2002 l’ex Primo Ministro israeliano Shimon Peres, figura chiave del governo israeliano dagli anni ’50, espresse preoccupazione per il “pericolo” demografico palestinese, poiché la Linea Verde che separa Israele dalla Cisgiordania stava iniziando a “scomparire… il che potrebbe portare a un legame tra il futuro dei palestinesi della Cisgiordania e quello degli arabi israeliani”.

Descrisse la questione come una “bomba demografica” e auspicò che l’arrivo di altri 100.000 ebrei in Israele avrebbe rinviato questo “pericolo” demografico di altri 10 anni. Sottolineò che “la demografia sconfiggerà la geografia”.

Nel 2010 la popolazione israeliana aveva raggiunto i 7,6 milioni di abitanti, di cui 5,75 milioni di ebrei e 1,55 milioni di palestinesi, mentre la popolazione della Cisgiordania era di 2,48 milioni e quella di Gaza di 1,54 milioni. Questo rendeva la popolazione ebraica una minoranza non superiore al 49% per la prima volta dopo la massiccia pulizia etnica dei palestinesi del 1948.

Ciò era intollerabile per lo Stato di apartheid, ed è stato in questo contesto che il parlamento israeliano approvò nel luglio 2018 una nuova “Legge fondamentale: Israele come Stato-nazione del popolo ebraico”, dove si afferma che “la terra di Israele è la patria storica del popolo ebraico, in cui è stato istituito lo Stato di Israele” e che “il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è esclusivo del popolo ebraico”.

La nuova legge, dichiarata costituzionale dalla Corte Suprema israeliana nonostante il suo carattere razzista, fu un’esplicita conferma che Israele aveva compreso di stare perdendo la “guerra” demografica.

Infatti affermava che, indipendentemente dal numero di ebrei rimasti in Israele o dalla loro percentuale rispetto alla popolazione, avrebbero continuato a godere di privilegi razzisti e coloniali esclusivi nei confronti dei palestinesi indigeni.

Supremazia codificata

Nel 2020 la popolazione di Israele contava 9,2 milioni di persone, di cui 6,8 milioni di ebrei e 1,9 milioni di palestinesi, mentre la popolazione della Cisgiordania era di 3,05 milioni e quella di Gaza di 2,047 milioni, con una ulteriore riduzione della percentuale di coloni ebrei e dei loro discendenti al 47% della popolazione totale.

I palestinesi, tuttavia, non sembrano essere l’unica popolazione considerata una “bomba” demografica che minaccia la superiorità demografica ebraica.

Soltanto nel gennaio 2023 Morton Klein, presidente nazionale della ZOA, ha rilasciato una dichiarazione allarmata sull’imminente “de-giudaizzazione” dello Stato ebraico.

Questa volta i colpevoli si sono rivelati essere gli pseudo-ebrei, coloro a cui la famigerata e razzista “Legge del Ritorno” di Israele ha permesso l’ingresso nel Paese. La legge fu modificata nel 1970 per consentire a chiunque nel mondo avesse un nonno ebreo – inclusi il coniuge, i figli e i nipoti non ebrei di tale persona, e i rispettivi coniugi – di diventare colono in Israele e ottenere la cittadinanza israeliana.

La dichiarazione della ZOA affermava con rammarico che l’emendamento del 1970 aveva permesso a mezzo milione di “non ebrei” provenienti dall’ex Unione Sovietica (FSU) di stabilirsi nello Stato ebraico.

La preoccupazione si basava sui dati del governo israeliano secondo cui “in gran parte a causa della clausola sui nonni oltre il 50% di tutti gli immigrati nello Stato ebraico lo scorso anno erano non ebrei, e il 72% degli immigrati provenienti dai paesi dell’ex Unione Sovietica nello Stato ebraico oggi sono non ebrei”.

L’organizzazione sionista rilevava che “questo sta causando un calo significativo della percentuale di ebrei che vivono in Israele, mettendo a repentaglio la continuità di Israele come Stato ebraico”.

Secondo la dichiarazione della ZOA questa situazione spaventosa avrebbe comportato che “i non ebrei avranno sempre più influenza nel determinare i leader, le leggi e le decisioni di sicurezza dello Stato ebraico” e che “gli ebrei della diaspora che hanno bisogno o desiderano vivere nella patria ebraica potrebbero ritrovarsi in futuro in uno Stato a maggioranza non ebraica”.

La dichiarazione chiedeva “l’eliminazione o una modifica della clausola sui nonni. Dobbiamo fare tutto il possibile per garantire che lo Stato ebraico rimanga ebraico”.

Sebbene non arrivasse a chiedere esplicitamente l’espulsione di mezzo milione di coloni europei “non ebrei”, come Israele aveva fatto con i palestinesi nativi nel 1948 e nel 1967, l’implicazione era chiara.

Se si accetta l’opinione della ZOA secondo cui questi ex ebrei sovietici in Israele oggi non sono affatto ebrei, allora la percentuale di ebrei scende ulteriormente fino al 42%.

Fase finale

È stato in questo contesto che nel maggio 2021 Israele, la sua Corte Suprema e i coloni ebrei hanno intensificato la loro campagna per terrorizzare i palestinesi di Gerusalemme Est , espellendo 13 famiglie – per un totale di 58 persone – dalle loro case nel quartiere di Shaykh Jarrah.

Altri 1.000 palestinesi sono stati minacciati di sfratto dai coloni e dai tribunali israeliani.

La decisione è stata vista a livello internazionale come un’ulteriore conferma che Israele è uno Stato di apartheid.

Nel gennaio 2021 l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem aveva già pubblicato un rapporto che identificava il regime israeliano come uno Stato di “supremazia ebraica” e descriveva Israele come uno Stato di apartheid.

Ad aprile, un mese prima della sentenza della Corte Suprema, Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto in cui dichiarava Israele uno Stato di apartheid sia all’interno dei confini del 1948 che nei territori occupati del 1967.

Amnesty International ha seguito l’esempio nel febbraio 2022, dichiarando anch’essa Israele uno Stato di apartheid.

È in considerazione dello status di minoranza dei coloni ebrei israeliani che si sta verificando l’attuale genocidio a Gaza, parallelamente ai piani per espellere i sopravvissuti palestinesi al di fuori della Striscia.

Il disperato tentativo israeliano di ripristinare la supremazia demografica ebraica è ciò che spinge allo sterminio e all’espulsione pianificata dei due milioni di palestinesi a Gaza. Nel marzo 2025 il governo israeliano ha approvato la creazione di “un organismo per la gestione della migrazione volontaria [dei palestinesi] da Gaza”.

Il governo degli Stati Uniti, che durante le amministrazioni di Joe Biden e Donald Trump ha collaborato con Israele per trovare destinazioni per i sopravvissuti palestinesi al genocidio espulsi, starebbe mediando un altro accordo, questa volta con i signori della guerra libici, per accoglierli.

Con l’esodo di un numero compreso tra 100.000 e mezzo milione di ebrei israeliani dal Paese dall’ottobre 2023, in continuità con una precedente tendenza all’emigrazione, sembra improbabile che, anche se Israele riuscisse nelle sue campagne di sterminio ed espulsione a Gaza, possa mai ripristinare la supremazia demografica ebraica.

L’unica opzione rimasta sarebbe quella di sterminare tutti i palestinesi, non solo quelli di Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Joseph Massad è professore di storia politica e intellettuale araba moderna alla Columbia University di New York. È autore di numerosi libri e articoli, sia accademici che giornalistici. Tra le sue opere figurano: Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan [Effetti coloniali: la creazione dellidentità nazionale in Giordania],Desiring Arabs [Arabi Desideranti]; The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians [La persistenza della questione palestinese: saggi sul sionismo e i palestinesi]. Più di recente ha pubblicato Islam in Liberalism [LIslam nel liberalismo]. I suoi libri e articoli sono stati pubblicati in una decina di lingue.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’ONU avverte che 14.000 bambini potrebbero morire se gli aiuti non dovessero entrare a Gaza in 48 ore

Redazione di MEMO

20 maggio 2025 – Middle East Monitor

Il responsabile del settore umanitario dell’ONU Tom Fletcher ha affermato oggi alla BBC che circa 14.000 bambini potrebbero morire a Gaza in 48 ore se gli aiuti non dovessero raggiungerli in tempo.

Sebbene Israele abbia detto che avrebbe permesso [l’ingresso] degli “aiuti di base” a Gaza, solo cinque camion sono entrati ieri nell’enclave, due dei quali trasportavano sudari per aiutare a seppellire i palestinesi uccisi dalle bombe israeliane. Altri erano [entrati] a Gaza, ma sono stati bloccati delle forze di occupazione e non hanno raggiunto i palestinesi. Questa è stata la prima consegna di aiuti dal 2 marzo, quando Israele ha completamente sigillato l’enclave.

Questa, ha spiegato Fletcher, è una “goccia nell’oceano” e totalmente inadeguata per la popolazione di oltre 2,3 milioni e per la quale non è stato permesso l’ingresso di alcun aiuto da 80 giorni.

Tonnellate di cibo sono bloccate al confine [di Gaza]” da Israele, ha affermato ieri Tedros Adhanom Ghebreyesus, il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Questo avviene solo qualche settimana dopo che l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi (UNRWA) ha avvisato che centinaia di migliaia di palestinesi mangiano un solo pasto al giorno ogni due o tre giorni a causa del devastante blocco israeliano.

In una intervista alla TV Al-Ghad il portavoce dell’UNRWA Adnan Abu Hasna ha affermato che “più di 66.000 minori a Gaza stanno soffrendo una grave malnutrizione.”

Secondo l’ONU Gaza ha bisogno di almeno 500 camion di aiuti al giorno per soddisfare i bisogni di base della popolazione.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Genocidio a Gaza: come i regimi arabi sono diventati il nemico interno

Ahmad Rashed ibn Said

19 maggio 2025 – Middle East Eye

Gaza ha infranto l’illusione della credibilità dell’ordine politico arabo, esponendone il profondo fallimento strutturale e morale

In un discorso televisivo lo scorso mese, il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha duramente attaccato Hamas, definendoli “figli di cani” e chiedendo che deponessero le armi e rilasciassero i prigionieri israeliani rimasti.

Nel suo intervento, sembrava aver dimenticato la sua precedente richiesta alla “comunità internazionale” di protezione dall’aggressione degli occupanti nel maggio 2023, quando si era rivolto alle Nazioni Unite.

“Popoli del mondo, proteggeteci”, aveva detto Abbas. “Non siamo esseri umani? Anche gli animali dovrebbero essere protetti. Se avete un animale, non lo proteggereste?”

Lo scorso febbraio, i media israeliani hanno riportato che l’Arabia Saudita aveva avanzato un piano per Gaza incentrato sul disarmo di Hamas e sulla rimozione del gruppo dal potere.

Fonti arabe e americane hanno dichiarato al giornale Israel Hayom che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti non avrebbero partecipato finanziariamente o praticamente alla ricostruzione di Gaza senza la garanzia che Hamas avrebbe ceduto le armi e non avrebbe avuto alcun ruolo nel governo postbellico.

A marzo, Middle East Eye ha riferito che la Giordania stava proponendo un piano per disarmare i gruppi palestinesi a Gaza, oltre a esiliare dalla Striscia 3.000 membri di Hamas, inclusi dirigenti militari e civili.

Poi, a metà aprile, pochi giorni prima che Abbas minacciasse Hamas, l’Egitto ha presentato a una delegazione di Hamas al Cairo una “proposta di cessate il fuoco”, che includeva la richiesta del disarmo del gruppo.

Uno schema di ostilità

Le richieste di Abbas e dei principali regimi arabi affinché Hamas si disarmi riflettono un più ampio schema ricorrente di ostilità da parte dell’ordine politico arabo verso la resistenza a Gaza.

Ciò solleva domande cruciali e legittime sull’essenza stessa della lotta per la liberazione: gli occupati hanno il diritto di resistere al loro occupante? Come può una resistenza disarmata opporsi a un’occupazione militare brutale che commette genocidio contro un popolo indifeso?

Quali garanzie ci sono per porre fine all’occupazione e rimuovere l’assedio se il sionismo continua la sua aggressione incontrollata mentre i regimi arabi e il mondo chiudono gli occhi?

Nel linguaggio politico occidentale gli appelli al disarmo di Gaza si chiamerebbero “acquiescenza” e ricompensa per l’aggressione. Queste richieste richiamano una lunga e dolorosa storia di tradimenti dei regimi arabi verso la Palestina.

Nel corso degli anni questo tradimento si è trasformato in complicità da parte di questi regimi, una complicità deliberata e non dovuta all’incapacità di fare altrimenti. Per loro la resistenza è inutile, sconfiggere l’occupazione è un mito, e l’esistenza di una Palestina libera e indomita minaccerebbe l’ordine regionale che cercano di preservare.

Nel corso della lotta contro il colonialismo sionista ci sono stati numerosi momenti cruciali in cui i governi arabi avrebbero potuto intervenire in modo significativo sia per contrastare il progetto sionista sia almeno per rallentarne l’avanzata. Invece l’ordine politico arabo ha ripetutamente tradito la causa palestinese. Tre momenti chiave spiccano su tutti.

Silenzio a Damasco

Il primo tradimento risale al 1948, l’anno della Nakba, quando lo Stato di Israele fu fondato sulle rovine della Palestina.

Nella fase precedente alla Nakba, un rispettato combattente palestinese, Abd al-Qadir al-Husseini, fu ucciso mentre guidava un contrattacco per riconquistare il villaggio strategico di al-Qastal, a ovest di Gerusalemme.

Husseini, che era diventato famoso durante la rivolta palestinese del 1936, nel marzo 1948, mentre le milizie sioniste avanzavano, si recò a Damasco per chiedere armi alla Lega Araba. Poi arrivò la notizia che Qastal era caduta. Husseini supplicò la Lega Araba per avere le armi, ma non ottenne che silenzio.

Prima di tornare a Gerusalemme si rivolse alla Lega Araba dichiarando: “Sto andando a Qastal, la prenderò d’assalto e la occuperò, anche se questo dovesse costarmi la vita. Ora desidero la morte prima di vedere gli ebrei occupare la Palestina. Gli uomini e i dirigenti della Lega stanno tradendo la Palestina”. Più tardi, scrisse una lettera alla Lega: “Vi ritengo responsabili dopo che avete lasciato i miei soldati al culmine delle loro vittorie senza aiuti né armi”.

Dopo il ritorno da Damasco Husseini organizzò rapidamente un’operazione militare per riconquistare Qastal, ma fu ucciso in battaglia l’8 aprile 1948. Molti combattenti in seguito abbandonarono il villaggio, che fu poi distrutto dalle bande sioniste.

Il giorno seguente le milizie sioniste commisero un orribile massacro nel vicino villaggio di Deir Yassin, uccidendo e mutilando decine di civili e riducendo il villaggio in macerie.

Molti storici arabi considerano la battaglia di Qastal, il primo villaggio palestinese occupato nel 1948, come una delle battaglie decisive della guerra. La sua posizione strategica, situata sopra le strade di accesso a Gerusalemme, fece della sua perdita un momento cruciale che facilitò l’occupazione sionista della Palestina.

Questo è ciò che rende significativo e vergognoso il tradimento dei regimi arabi. Il giornale israeliano Haaretz descrisse la battaglia come “uno scontro all’ultimo sangue” e un “tradimento da parte del mondo arabo” che portò alle “24 ore più disastrose della storia palestinese”.

Il tradimento dell’Egitto

Il secondo devastante tradimento arrivò quando lo Stato arabo più influente, l’Egitto, conferì ufficialmente legittimità alla colonizzazione sionista dell’80% della Palestina attraverso la firma degli Accordi di Camp David [del 1978, da non confondere con il Vertice di Camp David del 2000, ndt.] da parte dell’ex presidente Anwar Sadat.

In cambio del ritiro israeliano dal Sinai, di una sovranità egiziana limitata sul territorio e di una “tangente” annuale di 1,5 miliardi di dollari dagli USA, l’Egitto di fatto abbandonò la causa palestinese lasciando Gerusalemme, la Cisgiordania e Gaza sotto occupazione israeliana.

Gli Accordi di Camp David allontanarono l’Egitto dal conflitto arabo-israeliano, realizzando un sogno che il sionismo aveva coltivato a lungo. Lo scrittore israeliano Uri Avnery descrisse l’accordo come uno degli eventi più significativi della storia di Israele, scrivendo nel 2003 che Sadat “era pronto a vendere i palestinesi pur di firmare una pace separata con Israele e ottenere il favore (e i soldi) degli Stati Uniti”.

Questo tradimento non fece che approfondire il senso di impunità e arroganza dell’occupazione. L’accordo non portò pace né prevenne guerre.

Esso segnò invece l’inizio di un prolungato processo di normalizzazione tra Israele e i leader arabi, che abbandonarono i princìpi rivoluzionari e infransero il tabù di lunga data contro i negoziati con il sionismo, optando invece per quello che percepivano come un approccio pragmatico basato sul realismo e sull’interesse personale.

In Preventing Palestine: A Political History from Camp David to Oslo [Impedire la Palestina. Una storia politica da Camp David a Oslo, inedito in Italia, ndt.], lo studioso ebreo Seth Anziska sostiene che gli accordi ebbero un ruolo centrale nel perpetuare l’apolidia palestinese e nel creare ostacoli insormontabili alle loro aspirazioni ad avere una patria, gettando le basi concettuali per i disastrosi Accordi di Oslo.

Alcuni anni dopo Camp David, Israele lanciò una brutale invasione del Libano, uccidendo migliaia di civili e distruggendo città. I frutti del tradimento devono avere un sapore amaro.

Massacro in Libano

L’invasione, avvenuta nell’estate del 1982, fu il terzo momento cruciale nella triste storia del tradimento della Palestina da parte dei regimi arabi. Mentre le forze israeliane assediavano Beirut e bombardavano incessantemente la città i governi arabi non fecero altro che esprimere commozione.

Alla fine, gli USA e alcuni Stati arabi intervennero per realizzare gli obiettivi dell’invasione: la rimozione dei combattenti dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) dal Libano. Il principe saudita Bandar bin Sultan contribuì a persuadere il leader dell’OLP Yasser Arafat a lasciare Beirut, assicurandogli che i palestinesi nei campi sarebbero stati al sicuro.

La “forza di protezione” occidentale diede garanzie simili ad Arafat, che abboccò e accettò il piano nell’agosto 1982. Ciò che seguì alla partenza dei combattenti dell’OLP fu l’incubo che molti avevano temuto: le promesse di protezione furono infrante e la mattina del 16 settembre 1982 i membri di una milizia cristiana libanese nota come Falange irruppero nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila per compiere un massacro, tutto sotto lo sguardo delle truppe israeliane.

Fino a 3.500 persone furono massacrate in tre giorni. Intere famiglie furono sterminate, ai bambini furono fracassate le teste contro i muri, le vittime furono smembrate e le donne furono stuprate prima di essere uccise con accette.

Pochi giorni dopo il massacro l’Arabia Saudita ricevette Arafat. Ricordo di averlo visto durante l’accoglienza di re Fahd per i dignitari musulmani a Mina il 28 settembre 1982, mentre indossava una medaglia, probabilmente conferitagli dal re.

Ciò che però rimane scolpito nella mia memoria è il tono pallido e giallastro del suo volto, simile a quello di un limone spremuto.

Il 16 dicembre 1982 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite riconobbe ufficialmente il massacro di Sabra e Shatila come un atto di genocidio. Le stime dell’ONU sul numero delle vittime parlano di 3.500 morti ma è possibile che il numero reale non sarà mai conosciuto, considerate le molte vittime sepolte in fosse comuni o sotto le macerie.

Il raccolto della tirannia

Il genocidio di Sabra e Shatila avrebbe potuto essere evitato se Stati arabi influenti come Arabia Saudita ed Egitto avessero preso una posizione di principio invece di perseguire l’acquiescenza e vantaggi politici a breve termine.

Oggi, 43 anni dopo quel crimine orribile, la storia si ripete. Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti e l’Autorità Palestinese vogliono che Gaza si arrenda all’aggressione israeliana, che Hamas rilasci i prigionieri israeliani e si disarmi.

Ci sono appelli affinché i leader di Hamas seguano le orme di Arafat lasciando Gaza, una proposta ampiamente diffusa dai media filo-sauditi e dai lealisti sauditi sui social media dal 7 ottobre 2023.

L’ordine politico arabo sembra desiderare la sconfitta della resistenza di Gaza e il trionfo di quella che molti studiosi, gruppi per i diritti umani e milioni di persone in tutto il mondo percepiscono come una campagna di genocidio. Questa ripetizione della storia non sfugge agli osservatori: le stesse forze che spinsero Arafat a lasciare Beirut e poi uccisero la Primavera Araba, un fenomeno straordinario che aveva aperto una finestra di speranza per la liberazione della Palestina, ora chiedono il disarmo di Gaza.

Il coinvolgimento di alcuni regimi arabi in questi sforzi evidenzia la loro continua complicità nel minare l’autodeterminazione palestinese. Mentre le persone in tutto il mondo arabo hanno mostrato un prorompente sostegno per Gaza, i loro governi non hanno fatto nulla se non vuota retorica.

Questo divario tra volontà popolare e inazione governativa sottolinea la morsa della tirannia e della dittatura nella regione, dove gli interessi personali e la sopravvivenza del regime sono prioritari rispetto alle norme etiche e persino agli imperativi di sicurezza nazionale, come la causa palestinese.

Le posizioni profondamente vergognose di Stati come Egitto, Arabia Saudita e Giordania di fronte al genocidio a Gaza rivelano una cruda verità: l’abbandono della Palestina si è evoluto in una complicità diretta, l’apice di decenni di distacco calcolato, manovre politiche e cambiamenti nelle priorità regionali.

Ripercussioni imminenti

Gli accordi di normalizzazione tra Israele e alcuni Stati arabi non sono incidenti isolati; riflettono un più ampio schema di abbandono e complicità. La narrazione ampiamente accettata secondo la quale i regimi arabi non affrontano Israele a causa della mancanza di unità o di armi avanzate è semplicemente un mito.

Ciò implica che in circostanze diverse questi regimi sosterebbero la causa palestinese. In realtà la loro inazione non deriva dall’incapacità, ma da un calcolato allineamento strategico con gli interessi sionisti, spesso in diretta contraddizione con i valori e i sentimenti dei loro stessi cittadini.

Un esempio lampante di questa posizione emerse dopo che i leader arabi al Cairo all’inizio di marzo approvarono un piano per la ricostruzione di Gaza. Giorni dopo, MEE riportò che gli Emirati Arabi Uniti stavano facendo pressioni sull’amministrazione Trump per abbandonare il piano e costringere l’Egitto ad accettare palestinesi sfollati con la forza.

Nel corso di mesi di spargimento di sangue a Gaza, la maggior parte dei governi arabi è stata lenta persino a emettere condanne blande. Sebbene la loro retorica abbia poi cambiato tono, le loro azioni sono rimaste largamente passive o peggio apertamente favorevoli a Israele, aiutandolo a evitare l’isolamento diplomatico e il contraccolpo economico. Al contrario, gli Houthi dello Yemen hanno intrapreso azioni concrete nel tentativo di fermare il genocidio.

Nel suo nuovo libro War [Solferino Libri, 2024], il giornalista Bob Woodward rivela che alcuni funzionari arabi hanno privatamente rassicurato i loro omologhi americani del loro sostegno all’aggressione israeliana mirata a smantellare la resistenza armata palestinese. La loro principale preoccupazione non era l’uccisione di massa di civili, ma la possibilità che le immagini della sofferenza palestinese potessero scatenare disordini nelle loro società.

Gaza ha infranto l’illusione della credibilità dell’ordine politico arabo, esponendone il profondo fallimento strutturale e morale. Nessuna ricchezza, alleanza straniera o repressione interna può offrire vera stabilità all’Arabia Saudita o ai suoi omologhi mentre i palestinesi vengono assediati e uccisi.

Non c’è alcuna giustificazione morale o politica per allearsi con il sionismo. Il genocidio di Gaza ha rivelato la sua essenza di ideologia fallita costruita sull’espropriazione e il terrore. Credere che la Palestina possa essere schiacciata o che il sionismo possa sopravvivere indenne dopo tutta questa brutalità è una fantasia ridicola.

I regimi arabi che un tempo facilitarono l’espulsione forzata dei combattenti palestinesi da Beirut capiscono che smantellare l’ultima linea di difesa di Gaza potrebbe aprire la strada a un massacro molto peggiore di Sabra e Shatila? E se quell’orrore si verificasse, porteranno il peso di ciò che hanno contribuito a scatenare?

La storia ha dimostrato che sostenere le legittime aspirazioni del popolo palestinese è l’unica strada percorribile. Tradire quelle aspirazioni erode la legittimità delle élite al potere. Da oltre 19 mesi le immagini incessanti della sofferenza a Gaza si sono impresse nella memoria collettiva del mondo. Le persone stanno guardando. Non dimenticheranno.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Coraggio popolo di Gaza! Verrete uccisi a stomaco pieno.

Ahmed Al-Najjar – Giornalista e accademico palestinese

19 maggio 2025 – Al Jazeera

Il nuovo piano umanitario statunitense ci “salverà“, proprio come i precedenti.

Da bambino mi è sempre stato detto che la colazione è il pasto più importante. Ti dà l’energia per andare avanti per tutta la giornata. E così, nella mia famiglia, facevamo regolarmente una colazione deliziosa.

Questo, ovviamente, in passato. Da settimane ormai non mangiamo quasi nulla. Io stesso ho sognato di mangiare una fetta di formaggio e una pagnotta calda intinta nel timo e nell’olio.

Invece inizio l’ennesima giornata di genocidio con una tazza di tè e un “biscotto arricchito del WFP [Programma Alimentare Mondiale dell’ONU, ndt] non in vendita”, insipido e in fase di scadenza, che ho comprato per 1,50 dollari.

Ho seguito le ultime notizie e ho iniziato a pensare che il mio desiderio di qualcosa di diverso da un biscotto del Programma Alimentare Mondiale potrebbe presto essere esaudito.

A quanto pare gli Stati Uniti si sono stancati di sentire i palestinesi di Gaza dire che stanno morendo di fame. Quindi hanno deciso di porre fine alla fame o almeno alle fastidiose lamentele al riguardo.

E così con incrollabile, orgogliosa fiducia nella propria ingegnosità il governo statunitense ha annunciato un nuovo meccanismo per la distribuzione di cibo a Gaza. La “Gaza Humanitarian Foundation”, un termine straordinario ora aggiunto al nostro lessico di ONG e organizzazioni benefiche sul genocidio, dovrebbe riprendere la distribuzione di cibo entro la fine di maggio e distribuire “300 milioni di pasti”. Israele, da parte sua, si è offerto volontario per garantire il processo umanitario, pur continuando le sue azioni omicide.

Mentre questo nuovo “meccanismo” alimentare viene messo a punto il governo israeliano, “sotto la pressione degli Stati Uniti”, ha annunciato che consentirà l’ingresso di “una quantità minima di cibo” per prevenire “lo sviluppo di una crisi alimentare”, secondo quanto riportato dai media internazionali. La ripresa, a quanto pare, durerà solo una settimana.

Qui a Gaza, dove la crisi alimentare è già “ben sviluppata”, non siamo affatto sorpresi da questi annunci. Siamo abituati a vedere Israele con il sostegno straniero premere e rilasciare il “pulsante cibo” a suo piacimento.

Per anni siamo stati tenuti in una prigione di 365 chilometri quadrati, dove i nostri carcerieri israeliani controllano il nostro cibo, razionandolo in modo da non andare mai oltre il livello di sopravvivenza. Molto prima di questo genocidio hanno dichiarato apertamente al mondo che ci stavano tenendo a dieta, contando attentamente le nostre calorie per assicurarsi che non morissimo, ma soffrissimo soltanto. Non si è trattato di una punizione passeggera; è stata una politica ufficiale del governo.

Chiunque, mosso da un sentimento di umanità, osasse sfidare il blocco dall’esterno veniva attaccato, persino ucciso.

Alcuni dicono che avremmo dovuto essere grati che ai camion fosse permesso di entrare. Vero, lo era. Ma altrettanto spesso non gli veniva consentito, soprattutto quando noi, i prigionieri, venivamo ritenuti colpevoli di cattiva condotta.

Innumerevoli volte ho trovato il panificio del mio quartiere chiuso perché non c’era gas per cucinare, oppure non riuscivo a trovare il mio formaggio preferito perché i nostri carcerieri avevano deciso che era un prodotto “a duplice uso” (si intende militare e civile, ndtr.) e non poteva entrare a Gaza.

Eravamo bravi a coltivare il nostro cibo ma non potevamo fare molto nemmeno in questo senso perché gran parte del nostro terreno fertile era vicino alla recinzione della prigione, e quindi irraggiungibile. Amavamo pescare, ma anche la pesca era strettamente sorvegliata e limitata. Avventurarsi oltre la costa significava essere uccisi.

Tutto questo blocco umiliante e calcolato era in atto ben prima del 7 ottobre 2023.

Dopo quel giorno la quantità di cibo consentita a Gaza è stata drasticamente ridotta. Nei giorni successivi ho avvertito più che mai la stretta del blocco israeliano su Gaza, anche se lo conoscevo fin dalla nascita. Per la prima volta mi sono ritrovato a lottare per ottenere qualcosa di così basilare come il pane. Ricordo di aver pensato: sicuramente il mondo non permetterà che questo duri.

Eppure eccoci qui, 19 mesi dopo: sono trascorsi 590 giorni e la lotta è diventata ancora più aspra.

Il 2 marzo Israele ha vietato l’ingresso di cibo e di ogni altro aiuto a Gaza. Da allora la situazione è peggiorata sempre di più, facendoci rimpiangere le fasi precedenti della crisi, quando la sofferenza sembrava leggermente più sopportabile.

Fino a poche settimane fa, ad esempio, potevamo ancora avere qualche pomodoro insieme ai soliti fagioli in scatola che ci distruggevano lo stomaco. Ma ora i venditori di verdura sono scomparsi.

Anche i panifici hanno chiuso e la farina è praticamente scomparsa, lasciandomi con il desiderio di rivivere il leggero disgusto alla vista dei vermi che si contorcono nella farina infestata, perché significherebbe che mia madre potrebbe di nuovo fare il pane. Tutto ciò che ora potrei realisticamente desiderare è trovare delle fave non scadute.

Riconosco che altri se la passano molto peggio di me. Per i genitori di bambini piccoli la lotta per trovare cibo è un’agonia.

Prendete il mio barbiere per esempio. Quando sono andato da lui per un taglio di capelli due settimane fa appariva esausto.

“Riesci a immaginare? Non mangio pane da settimane. Quel poco di farina che ogni tanto riesco a comprare lo metto da parte per i miei figli. Mangio solo quanto basta per sopravvivere, non per saziarmi. Non capisco perché il mondo li tratti così. Se ai loro occhi non siamo degni di vivere che abbiano almeno pietà dei nostri figli affamati. Va bene se vogliono far morire di fame noi, ma non i nostri figli”, mi ha detto.

Questo potrebbe sembrare una crudele sacrificio, ma è ciò che qui dopo 19 mesi di incessanti omicidi israeliani è diventato l’essere genitori. I genitori sono consumati dalla paura, non solo per la sicurezza dei loro figli, ma anche per la possibilità che possano essere bombardati mentre hanno fame. Questo è l’incubo di ogni famiglia e di ogni tenda a Gaza.

Nei pochi ospedali a malapena funzionanti il panorama della carestia è ancora più straziante. Neonati e bambini ischeletriti giacciono sui letti d’ospedale; madri malnutrite siedono accanto a loro.

È diventato normale vedere quotidianamente immagini di bambini palestinesi emaciati. Anche noi facciamo fatica a trovare cibo, ma vederli ci spezza il cuore. Vogliamo aiutare. Pensiamo che magari una scatola di piselli potrebbe fare la differenza. Ma che aiuto possono offrire i piselli a un neonato affetto da severa denutrizione, ad un bambino ridotto a fragile guscio di pelle e ossa?

Nel frattempo il mondo sta in silenzio osservando Israele bloccare gli aiuti e sganciare bombe e chiedendosi incredulo come sia possibile?

Il 7 maggio l’esercito israeliano ha bombardato via al-Wehda, una delle più trafficate di Gaza City. Un missile ha colpito un incrocio pieno di venditori ambulanti, un altro un ristorante in funzione. Almeno 33 palestinesi sono stati uccisi.

Sono apparse online immagini di una tavola con fette di pizza imbevute del sangue di una delle vittime. L’immagine di una pizza a Gaza ha catturato l’attenzione mondiale; il bagno di sangue no. Il mondo esigeva risposte: come si può vivere una condizione di carestia se è possibile ordinare la pizza?

, nel contesto di una carestia genocida si trovano negozianti e ristoranti. Negozianti che vendono un chilo di farina a 25 dollari e una lattina di fagioli a 3 dollari. Un ristorante dove viene servita la fetta di pizza più piccola e costosa del mondo: un impasto di pessima qualità, formaggio e il sangue di chi l’ha ordinata.

In questo mondo ci viene chiesto di spiegare la presenza di una pizza per riuscire a credere che siamo degni del cibo. In questo mondo l’abbozzo di un piano astratto degli Stati Uniti per sfamarci sembra ragionevole, mentre tonnellate di aiuti salvavita attendono ai valichi di frontiera di essere accettati e distribuiti da agenzie umanitarie già pienamente operative.

A Gaza abbiamo già assistito a esercitazioni di pubbliche relazioni mascherate da “azione umanitaria”. Ricordiamo i lanci aerei che uccidevano più persone di quante ne nutrissero. Ricordiamo il molo da 230 milioni di dollari che ha trasportato a malapena 500 camion di aiuti a Gaza dal mare: un’impresa che avrebbe potuto essere compiuta in mezza giornata da terra attraverso un valico aperto.

A Gaza abbiamo fame, ma non siamo stupidi. Sappiamo che Israele può affamarci e commettere un genocidio solo perché gli Stati Uniti glielo permettono. Sappiamo che fermare il genocidio non è tra le preoccupazioni di Washington. Sappiamo di essere ostaggi non solo di Israele, ma anche degli Stati Uniti.

Ciò che ci tormenta non è solo la carestia; è anche la paura che sotto le mentite spoglie di soccorritori arrivino degli estranei con l’unico compito di iniziare a gettare le basi della colonizzazione. Anche se il piano statunitense venisse applicato e anche se prima del prossimo bombardamento israeliano ci fosse permesso di mangiare so che il mio popolo non sarà distrutto dall’uso del cibo come arma.

Israele, gli Stati Uniti e il mondo intero dovrebbero capire che non baratteremo la terra per le calorie. Libereremo la nostra patria, anche a stomaco vuoto.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Ahmed Al-Najjar

Ahmed Al-Najjar è un giornalista e accademico palestinese che vive a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Si occupa del genocidio israeliano in corso.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)