Distruggere Gaza “con amore”: i nuovi yogi-nazisti israeliani

Alon Ida

18 maggio 2025 – Haaretz

Chi ha detto che spiritualità e pulizia etnica non possano andare a braccetto? Israele è pieno di persone spirituali che vedono l’annientamento dell’altro come una forma di crescita personale.

Rivka Lafair è una “conduttrice di workshop, incontri e sessioni di gruppo su tematiche yoga, insegnante di yoga femminile e sviluppo personale”. Vive nell’insediamento di Shiloh, nella Cisgiordania meridionale, e si definisce un'”ebrea orgogliosa” che “pensa fuori dagli schemi”. Adorabile. Inoltre, vuole annientare ed espellere due milioni di esseri umani dalla Striscia di Gaza.

Lafair appartiene a una corrente all’interno dell’ebraismo israeliano che può essere descritta come “Yogi-Nazi”: persone la cui spiritualità è alla base del loro nazismo. Si tratta di un substrato relativamente nuovo, sebbene con profonde radici nella cultura locale, che ha guadagnato popolarità dal 7 ottobre, soprattutto grazie alla sua capacità di unire concetti che, in superficie, sembrano agli antipodi: spiritualità e annientamento, emancipazione ed espulsione, yoga e fame, ritiri spirituali e bombardamenti a tappeto.

Lafair è convinta che “la musica ha il potere di alterare la nostra coscienza”, ma anche che espellere e annientare due milioni di abitanti di Gaza inizi con “una modifica della propria coscienza”. Per riuscire in questo importante cambiamento cognitivo dobbiamo capire che “qui abbiamo un nemico che guardiamo negli occhi prima di eliminare“. Sì, guardateli negli occhi, non fatelo alle loro spalle, perché dobbiamo essere in contatto diretto, senza intermediari, con coloro che stiamo annientando.

E per chiarire che per “nemico” non intende solo i terroristi di Hamas, precisa: “Siamo determinati a vendicarci e a distruggere Gaza. Dal neonato all’anziana”. Conclude con un versetto biblico appropriato: “Cancellerai il ricordo di Amalek sotto il cielo; non dimenticare”.

Lafair capisce che le persone tendono a rimanere perplesse di fronte a questa dissonanza tra spiritualità e annientamento. Così in uno dei suoi video lancia “un messaggio a tutti coloro che non capiscono come sia possibile essere spirituali, insegnare yoga e tenere ritiri mentre si invoca l’espulsione e l’annientamento del proprio nemico”.

In effetti la sua risposta è semplice: “Amo il mio popolo con un amore eterno e odio il mio nemico con un odio eterno… L’uno non contraddice l’altro. Si può essere una persona piena di valori e amore, e allo stesso tempo… sapere anche cosa è giusto e cosa è sbagliato, resistere al nemico e sapere cosa bisogna farne.”

Quindi, cosa bisogna farne? (SHSHSH… non ditelo a nessuno.)

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E se lo spiritualismo nazista di Lafair può essere liquidato perché è una colona che ha trovato una soluzione efficace per realizzare l’idea del Grande Israele, vale la pena notare che questo è un fenomeno molto più ampio che non si limita ai territori occupati.

Alla vigilia del Giorno della Memoria dell’Olocausto, ad esempio, il comico e autore satirico Gil Kopatz, che da anni flirta con la spiritualità e la religione, ha pubblicato quanto segue: “Se dai da mangiare agli squali alla fine ti mangiano. Se dai da mangiare ai Gazawi alla fine ti mangiano. Sono favorevole all’estinzione degli squali e allo sterminio dei Gazawi. Riflessioni per il Giorno della Memoria dell’Olocausto 2025”.

In seguito alla “tempesta” generata dal post Kopatz ha pubblicato una precisazione: “Non provo un briciolo di compassione per i Gazawi. Per gli arabi in generale sì, per gli esseri umani in generale sì, per gli squali no, e nemmeno per le bestie umane”. Naturalmente, il suo desiderio di sterminare milioni di persone non implica che sia una cattiva persona. Anzi, scrive: “Mi considero una persona umana, liberale e morale”. Per chiudere in bellezza termina il post con un pizzico di umorismo nero: “Non è un genocidio, è un pesticidio, ed è necessario”. Un vero spasso, eh?

Gil Kopatz, “Non è genocidio, è pesticidio”. Foto Davina Zagury

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In effetti in Israele è stata mobilitata al servizio dello Yogi-Nazismo gran parte della terminologia spirituale. Prendiamo ad esempio M., una donna di una grande città abbiente a pochi chilometri a nord di Tel Aviv. Gestisce uno studio descritto come “uno spazio piacevole, pieno di ispirazione”, che sposa tre valori: “Creatività. Emozione. Esperienza”.

In questo piacevole spazio promuove “gruppi di creatività per bambini dai quattro anni in su; guida emozionale personale per bambini e ragazzi con un approccio gentile, relazionale e formativo”. Tutto questo avviene, ovviamente, in “un’atmosfera familiare, calorosa e professionale” (gli interessati sono “invitati con affetto”).

Eppure, quando a questa stessa M. viene mostrato un video che mostra un bambino affamato nella Striscia di Gaza, afferma immediatamente: “È poco credibile. Mi dispiace. Ho visto come vengono messe in scena le clip: posizionamento, applicazione del trucco, stesura di una sceneggiatura”. Ma credibile o meno la stessa donna che si prende cura dei bambini “con un approccio gentile, affettuoso e premuroso” spiega: “Sapete cosa? Anche se fosse reale, dopo il 7 ottobre non provo un briciolo di compassione per nessuno lì. Nemmeno per i bambini”. Inoltre: “Mi rattrista vedere persone tra noi condividere questa merda e, peggio ancora, identificarsi con essa ed esprimere dolore”.

Per chiarire che non è una persona insensibile, riassume: “Chi scrive è una madre, un’amante dell’umanità e una persona fantastica a tutto tondo”. È solo che “il 7 ottobre mi ha portato via l’innocenza”. Povera donna, sta davvero lottando.

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Neanche A. è una colona. Vive in una città ben nota in Israele e sta semplicemente cercando una nuova casa per “un cane fantastico!!!! È completamente addestrato a vivere in casa, un cane pieno d’amore che ha bisogno di una casa calda e amorevole”.

Tanta cura, tanto amore, tanta compassione. Eppure, quando si imbatte nella fotografia di un bambino di Gaza ucciso in un bombardamento israeliano capisce immediatamente che qualcuno sta cercando di confonderla e scrive: “Chiariamo le cose. Se non ci fosse stato un massacro qui, non ci sarebbe stato un massacro lì!! Non è il caso dell’uovo e della gallina!!!”

In seguito, quando l’uovo e la gallina non riescono a capire cosa intendesse, ricorre ad alcune delle “migliori” calunnie sfatate diffuse in seguito all’orribile massacro “dopo che i bambini qui sono stati bruciati, decapitati, messi in un forno” e conclude con fermezza: “Non c’era bisogno di mandare un container di vestiti per i loro bambini”.

Certo, anche lei un tempo era una persona compassionevole e sensibile “Non fraintendetemi, la pensavo esattamente come voi fino al 6 ottobre, ma se qualcuno viene a uccidervi… il caso è chiuso. Loro hanno iniziato e noi finiremo!!!” (non intendete forse “finire?“).

Ce ne sono tante nell’Israele contemporaneo. Persone spirituali che vedono l’annientamento dell’altro come una forma di crescita personale e l’eradicazione del nemico come un’acquisizione di potere. Vivono in un unico grande rifugio, dove la coscienza è così finemente sintonizzata che ogni rumore scompare, ogni disturbo è attutito, così che rimangono solo con se stesse, loro e il loro essere interiore puro, compassionevole, incontaminato e finalmente in grado di connettersi con ciò che è rimasto lì per tutto il tempo, in attesa di essere rivelato: il desiderio di annientare e distruggere milioni di persone, inclusi bambini, donne e anziani. Con grande amore.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele ha già perso la guerra di Gaza, solo che ancora non lo sa.

David Hearst

16 maggio 2025 MiddleEastEye

Come per il Vietnam, due fattori porranno fine a questo massacro: la determinazione dei palestinesi a rimanere sulla loro terra e la crescente indignazione pubblica in Occidente

Nell’ultima puntata dello show “La Casa Bianca su Uber: come pre-acquistare un presidente degli Stati Uniti” è di sfuggita sembrato che il conduttore stesse leggendo il copione giusto.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato in Arabia Saudita che l’interventismo liberale è stato un disastro. È vero. Ha detto che non si possono distruggere e ricostruire le nazioni. La Russia post-sovietica, l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia e lo Yemen ne sono tutti esempi.

Ha smesso di bombardare lo Yemen e ha revocato decenni di sanzioni alla Siria, bloccando nel frattempo due delle principali vie di Israele per il predominio regionale: la divisione della Siria e l’inizio di una guerra con l’Iran.

Dico di sfuggita perché, dato che l’Iran ha già affrontato questo copione molte volte nei negoziati sul suo programma nucleare, ciò che un presidente degli Stati Uniti promette e ciò che mantiene sono due cose diverse.

Fra i primi ad essere stati presi di sorpresa dall’annuncio di Trump di sospendere le sanzioni alla Siria sono stati i suoi stessi funzionari del Tesoro. A quanto pare la cessazione delle articolate sanzioni imposte alla Siria da quando nel 1979 gli Stati Uniti hanno inserito il paese nella lista degli Stati sponsor del terrorismo non è così facile, né sarà rapida o completa.

C’è il Caesar Syria Civilian Protection Act, che prescrive spetti al Congresso annullarle, sebbene Trump potrebbe sospenderne alcune parti per motivi di sicurezza nazionale. Le sanzioni stesse sono un mix di ordini esecutivi e statuti, e potrebbero richiedere mesi per essere abolite. C’è spazio per ulteriori cambi di rotta.

Questa particolare puntata dello show è costata ai suoi sponsor, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar cifre impressionanti, più di 3 trilioni di dollari, cifra che continua a crescere, una cifra elevata perfino per gli standard del Golfo.

Missione mortale

Ci sono 600 miliardi di dollari dall’Arabia Saudita, 1,2 trilioni di dollari in accordi con il Qatar, un 747 personale per il presidente, una torre a Dubai per Eric il figlio di Trump e molto altro ancora in arrivo, inclusi accordi in criptovaluta con la società della famiglia Trump, la World Liberty Financial. Gli arabi più ricchi hanno fatto a gara per deporre tributi ai piedi dell’ultimo imperatore di Washington.

Mentre questa orgiastica ostentazione di ricchezza si svolgeva a Riyadh e Doha, Israele celebrava l’anniversario della Nakba del 1948 uccidendo quanti più palestinesi possibile a Gaza. Mercoledì è stato uno dei giorni più sanguinosi a Gaza dall’abbandono unilaterale del cessate il fuoco da parte di Israele. Quasi 100 persone sono state uccise. Bombe anti -bunker sono state sganciate vicino all’ospedale europeo di Khan Younis, un attacco mirato a Muhammad Sinwar, il leader de facto di Hamas a Gaza. La sua morte non è stata confermata. Analogamente all’assassinio del defunto leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran, Israele ha preso di mira un negoziatore chiave in un momento in cui sta fingendo di voler negoziare.

Le mie fonti dicono che poco prima che il 18 marzo Israele riprendesse i suoi attacchi, la leadership politica di Hamas all’estero aveva accettato un accordo con gli americani che avrebbe portato al rilascio di altri ostaggi in cambio di un’estensione del cessate il fuoco, ma senza alcuna garanzia di fine della guerra. Ma Sinwar lo rifiutò e, di conseguenza, la cosa non andò avanti.

Se davvero Sinwar è morto ci vorrà del tempo per ristabilire comunicazioni sicure all’interno di Hamas con uno dei tanti uomini che ora potrebbero prenderne il posto.

Il suo tentato omicidio, o l’effettiva uccisione, è la prova, se ce ne fosse bisogno, che il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu non ha alcuna intenzione di riportare a casa vivi gli ostaggi rimasti. Un accordo per gli ostaggi ha bisogno che le forze di Hamas conservino il comando e il controllo. La guerriglia non ne ha bisogno.

La missione di Netanyahu a Gaza, che consiste nell’affamare e bombardare quanti più palestinesi possibile dei 2,1 milioni che vivono nell’enclave, è diventata così chiara, così evidente che nemmeno l’ipotetica comunità internazionale può più ignorarla.

Tom Fletcher, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, ha dichiarato al Consiglio di Sicurezza: “Per coloro che sono stati uccisi e per coloro le cui voci sono state messe a tacere: di quali altre prove avete bisogno ora? Agirete con decisione per prevenire il genocidio e garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario?”.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito “vergognosa” la politica di Israele a Gaza. Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez ha definito Israele uno “Stato genocida” durante un intervento in Parlamento, sottolineando che Madrid “non fa affari” con un paese del genere.

Gigantesco tradimento

Ma non una sola pubblica parola di condanna del comportamento di Israele a Gaza è stata rivolta a Trump dalle labbra di Mohammed bin Salman, principe ereditario e di fatto sovrano dell’Arabia Saudita, né dal presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed o dall’emiro del Qatar, lo sceicco Tamim bin Hamad al Thani.

La farsa nel Golfo è stata un enorme tradimento verso i palestinesi, che sanno bene come i governanti arabi abbiano una lunga storia di abbandoni nei loro confronti.

In passato per farlo hanno aspettato qualche decoroso mese o anno dopo una sconfitta militare. Ci è voluto del tempo dopo la guerra del 1967 perché i leader arabi parlassero di una soluzione pacifica per la Cisgiordania occupata e Gaza. Oggi stanno abbandonando i veri eroi del mondo arabo, che vengono affamati e bombardati a morte.

Hamas e Hezbollah sono stati entrambi gravemente indeboliti, anche se mi chiedo se i colpi ricevuti siano stati decisivi. Ma Hamas continua a combattere sul campo, come dimostra il bilancio di vittime militari israeliane a Gaza, spesso sottovalutato. Nessun sorvegliante ha consegnato il proprio ostaggio per salvarsi la vita.

Lo spirito di resistenza a Gaza non è stato sconfitto. Anzi, il parallelo con un’altra storica sconfitta delle forze coloniali, quella francese e americana, si è ulteriormente rafforzato.

In un certo senso non è possibile fare un paragone tra Gaza e la guerra del Vietnam. La forza che Israele usa oggi a Gaza è nettamente superiore a quella usata da John F. Kennedy, Lyndon B. Johnson e Richard Nixon, i tre presidenti degli Stati Uniti il ​​cui mandato fallì in Vietnam.

Nell’arco di otto anni gli Stati Uniti hanno sganciato più di cinque milioni di tonnellate di bombe sul Vietnam, rendendolo il luogo più bombardato al mondo. A gennaio di quest’anno, Israele aveva sganciato almeno 100.000 tonnellate di bombe su Gaza.

In altre parole, gli Stati Uniti in Vietnam hanno sganciato circa 15 tonnellate di esplosivo per chilometro quadrato, mentre Israele ne ha sganciate 275 per chilometro quadrato di Gaza, una cifra 18 volte superiore.

Detto questo, altri punti di paragone colpiscono: una guerra che segna gli Stati Uniti ancora oggi e l’attuale guerra a Gaza, che Netanyahu è pronto ad aggravare tentando di rioccupare il territorio in modo permanente.

Un terribile déjà vu

L’attuale generazione di osservatori di guerra non può che provare un senso di déjà vu schiacciante guardando il resoconto meticolosamente completo del conflitto nella nuova miniserie Turning Point: The Vietnam War.

L’inutilità, ormai riconosciuta, della campagna militare statunitense contro i Viet Cong è rispecchiata e amplificata dai tentativi dell’esercito israeliano di cancellare Hamas dalla mappa.

Con l’intensificarsi del coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam e l’abbandono da parte di Washington della farsa che oltre 16.000 tra soldati e piloti stessero “consigliando” l’esercito sudvietnamita, divenne chiaro sia a Washington che a Saigon che avrebbero dovuto cacciare i Viet Cong dalle campagne e riprendere il controllo governativo di circa 12.000 villaggi.

Probabilmente nulla ha fatto rivoltare gli abitanti dei villaggi del Vietnam del Sud contro gli Stati Uniti e il loro stesso governo a Saigon più velocemente del “Programma Strategico di Hamlet”. Si trattava di insediamenti fortificati dove gli abitanti dei villaggi, cacciati dalle loro terre ancestrali dalle truppe statunitensi, avrebbero dovuto forzosamente reinsediarsi. Nel gergo dei cinegiornali dell’epoca, gli abitanti dei villaggi avrebbero potuto iniziare una nuova vita, liberati dai comunisti.

Come affermò Thomas Bass, autore di Vietnamerica: The War Comes Home “C’erano intere regioni che potevano essere dichiarate campo libero per gli attacchi”.

Strettamente correlato a questo c’era un altro presupposto del programma di “pacificazione” statunitense, il precedente dell’odierna guerra, che nasceva dalle difficoltà che i soldati statunitensi avevano nel distinguere i civili dai combattenti. La soluzione consisteva nel trattare qualsiasi vietnamita incontrato in una zona dichiarata “di fuoco libero” come nemico, e aprire il fuoco senza fare riferimento alla catena di comando.

Un ex marine statunitense ha detto: “Ci hanno insegnato che tutti i vietnamiti erano liberi di andarsene e che tutti quelli rimasti facevano parte dell’infrastruttura dei Viet Cong. Basta dare la caccia alle persone e ucciderle, e puoi ucciderle come ti pare”.

Ci si aspettava che i comandanti tornassero con un alto numero di cadaveri. Tutti i caduti, donne e bambini inclusi, furono trattati come comunisti morti: “Mi è stato detto che se avessimo ucciso 10 vietnamiti per ogni americano avremmo vinto”, ha detto un altro veterano del Vietnam.

Gli abitanti dei villaggi morivano di fame nei loro accampamenti liberi dai Viet Cong perché avevano perso l’accesso alle loro risaie. L’obiettivo principale, tuttavia, non era quello di sfamarli, ma di bonificare le campagne. Il risultato fu che gli abitanti dei villaggi fuggirono e i Viet Cong si avvicinarono sempre di più alle città.

A un certo punto quasi il 70% degli abitanti dei villaggi che si arruolarono volontariamente per unirsi ai Viet Cong erano donne. Tran Thi Yen Ngoc del Fronte di Liberazione Nazionale ha dichiarato: “Ci chiamavano Viet Cong, ma eravamo l’esercito di liberazione. Eravamo tutti compagni e ci consideravamo un’unica famiglia. Quando una persona cadeva, altre cinque o sei si facevano avanti”.

“Un terribile caos”

Ci sono altre due somiglianze tra oggi e il 1968: le proteste e i feroci livelli di repressione nei campus statunitensi, e la misura in cui le forze armate americane e israeliane si sentano in dovere di disumanizzare il nemico prima di commettere atrocità.

Dopo il massacro di My Lai del 1968, in cui circa 500 civili disarmati e innocenti furono uccisi nel giro di poche ore, il comandante americano generale William Westmoreland affermò che la vita ha poco valore per i vietnamiti: “L’orientale non dà alla vita lo stesso alto valore di un occidentale”.

I leader israeliani vanno ben oltre Westmoreland. Chiamano i palestinesi animali umani.

In effetti, tutta quella storia di decenni fa suona inquietante e pertinente ai giorni nostri a Gaza e nella Cisgiordania occupata.

In un’intervista del 29 ottobre 2023, a poche settimane dall’inizio della guerra, Giora Eiland, un generale di riserva in pensione, affermò che Israele non avrebbe dovuto permettere l’ingresso di aiuti nel territorio: “Il fatto che ci stiamo piegando di fronte agli aiuti umanitari a Gaza è un grave errore… Gaza deve essere completamente distrutta: un caos terribile, una seria crisi umanitaria, grida di vendetta al cielo”.

In seguito affermò: “Tutta Gaza morirà di fame, e quando Gaza morirà di fame, centinaia di migliaia di palestinesi saranno furiosi e arrabbiati. E la gente affamata, sono loro che faranno un colpo di stato contro [Yahya] Sinwar, e questa è l’unica cosa che lo preoccupa”.

Non accadde nulla del genere, ma il ragionamento di Eiland divenne noto come Piano dei Generali, inizialmente applicato al nord di Gaza dove rimanevano 400.000 palestinesi.

Il piano per svuotare il nord di Gaza fallì, poiché durante il recente cessate il fuoco centinaia di migliaia di persone tornarono alle loro case, anche se di esse non era rimasto nulla.

Biglietto di sola andata

Ma la tattica di affamare e sgomberare ha trovato nuova linfa nell’attuale operazione militare israeliana chiamata “Carri di Gedeone”. In quella che Netanyahu ha ripetutamente definito la “fase finale” della guerra, il piano prevede di costringere oltre due milioni di palestinesi a trasferirsi in una nuova “zona franca” intorno a Rafah.

Ai palestinesi vi sarà consentito l’ingresso solo dopo essere stati controllati dalle forze di sicurezza. Ed è un biglietto di sola andata: non potranno mai più tornare alle loro case, che verrebbero completamente distrutte.

“L'[esercito israeliano], in collaborazione con lo Shin Bet [l’agenzia per la sicurezza interna israeliana], istituirà posti di blocco sulle strade principali che porteranno alle aree in cui saranno ospitati i civili di Gaza nell’area di Rafah”, ha dichiarato Ynet [fonte quotidiana in inglese di notizie dell’ultima ora da Israele e dal mondo ebraico, ndt.]

Martedì Netanyahu ha dichiarato che potrebbe accettare un cessate il fuoco temporaneo a Gaza ma non si impegnerà a porre fine alla guerra nell’enclave palestinese.

Ciò che il Vietnam ha fatto per LBJ e Nixon, Gaza lo farà per Netanyahu e per il suo successore come primo ministro, probabilmente Naftali Bennett. Secondo fonti britanniche che lo vedono regolarmente Netanyahu è molto più malato di cancro di quanto non venga pubblicamente riconosciuto.

Due fattori hanno posto fine alla guerra del Vietnam, e con essa a oltre un secolo di lotta per liberare il Paese da un padrone coloniale: la determinazione dei vietnamiti e l’opinione pubblica statunitense.

Gli stessi due fattori condurranno il popolo palestinese al proprio Stato: la determinazione dei palestinesi a rimanere e morire sulla propria terra, e l’opinione pubblica occidentale che si sta ormai rapidamente rivoltando contro Israele. Osservatela attentamente. Si sta insinuando a destra e si è saldamente radicata a sinistra. Etichettare legittime critiche al genocidio come antisemite non funzionerà più. La carica è già esaurita.

È sia in Palestina che nei cuori e nelle menti dell’Occidente – da cui è nato il progetto sionista e da cui è così dipendente – che questa guerra si sta combattendo.

Israele potrà anche vincere ogni battaglia, come fecero gli americani in Vietnam, ma perderà la guerra.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla regione e analista sull’Arabia Saudita. È stato editorialista della sezione esteri del Guardian e corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian dopo aver lavorato per The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La commemorazione della Nakba si è svolta come previsto di fronte all’Università di Tel Aviv, senza arresti né scontri

Noam Lehmann

14 maggio 2025 – Times of Israel

Con una massiccia presenza della polizia diverse decine di studenti arabi e israeliani di sinistra hanno celebrato una cerimonia in memoria della Nakba nella piazza Entin dell’università di Tel Aviv, mentre contromanifestanti di destra hanno cercato di impedire la manifestazione con musica assordante e insulti dietro uno schieramento di poliziotti.

Diversamente dagli ultimi anni non ci sono stati arresti o scontri tra le due parti.

La Nakba, o catastrofe, è il termine arabo usato per indicare l’esodo e l’espulsione di circa 700.000 palestinesi durante la guerra di indipendenza di Israele nel 1948.

L’annuale protesta quest’anno ha sollevato particolari polemiche, dopo che il Ministro dell’Educazione Yoav Kisch ha minacciato di revocare il finanziamento alle università di Tel Aviv e Ebraica a causa delle manifestazioni.

Studenti palestinesi attivisti hanno parlato da un palco dietro ad uno striscione che recitava in inglese e in arabo “La Nakba continua”. Da un lato del palco c’era una mappa della Palestina storica, su cui gli attivisti hanno evidenziato in rosso, verde e nero – i colori della bandiera palestinese – le comunità che sono state distrutte o pesantemente danneggiate nella guerra del 1948. La deputata Aida Touma-Suliman ha evidenziato le comunità di Nazareth, dove è nata, e di Acre.

Gli attivisti, molti dei quali indossavano kefiah palestinesi, reggevano anche cartelli con i nomi dei villaggi palestinesi rasi al suolo. Al posto delle bandiere palestinesi, che spesso la polizia confisca, i manifestanti reggevano cartoni ritagliati in forma di angurie, che identificano la causa palestinese per via dei colori del frutto, rosso, nero, verde e bianco.

In riferimento al divieto delle bandiere palestinesi, alcuni cartelli recavano la scritta in arabo “Hanno vietato le bandiere” e “Hanno paura persino delle angurie”. Altri cartelli chiedevano “No al genocidio a Gaza”.

I manifestanti palestinesi cantavano canzoni patriottiche, comprese le poesie “Ounadikum wa’Ashad’ Ayadkum” (Ti chiamo e ti stringo le mani) di Mahmoud Darwish e “Mawtini” (la mia patria) di Ibrahim Tuqan.

Una studentessa attivista palestinese ha raccontato in ebraico come la famiglia di suo nonno fu espulsa in Libano dal villaggio della Galilea Al-Bassa, dove adesso si trova la cittadina israeliana di Shlomi. In Libano, dice, diversi membri della sua famiglia, compresa sua sorella, furono trucidati nel 1982 nel massacro di Sabra e Shatila, quando Israele chiuse gli occhi di fronte alle atrocità perpetrate nel campo profughi dai suoi alleati antipalestinesi falangisti cristiano-libanesi.

La Nakba continua, non è solo una storia dei miei nonni”, dice. “Io sono una rifugiata nella mia stessa terra…il fatto che ho paura di sventolare la mia bandiera è una Nakba.”

Proprio mentre pensavo che queste fossero cose del passato, esse ritornano e le stiamo vedendo in tempo reale”, dice riferendosi a Gaza. Dietro ad uno schieramento di polizia un arabo-israeliano di destra urla “Bugiarda!”.

Rivolgendosi ai contro manifestanti, il conduttore della cerimonia dice che presto si troveranno in prigione per omicidio.

Allora vorrete non aver compiuto massacri, allora vorrete non aver assassinato”, dice.

Dall’altra parte della strada il gruppo di studenti di destra Im Tirzu tiene un comizio pieno di discorsi di rabbia contro l’università per aver permesso lo svolgimento della commemorazione della Nakba. Su un grande striscione è scritto “Nakba Harta”, cioè “la Nakba è un mucchio di stronzate”.

Il viceministro Almog Cohen, del partito di estrema destra Otzma Yehudit, si è avvicinato alla commemorazione con un megafono, cercando di sovrastare i manifestanti interpretando un assolo di “Hatikva”, l’inno nazionale di Israele.

Un portavoce dell’università di Tel Aviv – che sorge anch’essa sulle rovine del villaggio palestinese di Sheikh Munis – ha detto che l’istituto “è la più grande e più distinta università di Israele – liberale e pluralista – e ne va orgoglioso.”

In questi tempi difficili…l’università fa appello a tutti gli studenti di ogni tendenza politica a mostrare tolleranza e respingere ogni invito all’incitamento della violenza.”

Il portavoce ha sottolineato che la commemorazione della Nakba è un evento annuale che si svolge fuori dai cancelli dell’università e “si trova perciò sotto la responsabilità e l’approvazione della polizia”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Un attacco israeliano uccide un giornalista palestinese mentre viene curato in ospedale a Gaza

Lubna Masarwa da Gerusalemme e Maha Hussaini da Gaza City, Palestina occupata

13 maggio 2025 – Middle East Eye

Il noto giornalista Hassan Islayeh è preso di mira direttamente dopo mesi di istigazioni contro di lui sui media israeliani

Martedì un drone israeliano ha ucciso il giornalista palestinese Hassan Islayeh mentre era in cura nell’ospedale Nasser di Khan Younis.

Islayeh, noto giornalista sul campo e direttore dell’agenzia Alam24 News, era convalescente per le ferite subite in un precedente attacco aereo israeliano del mese scorso, che aveva preso di mira una tenda di operatori dell’informazione vicino allo stesso ospedale.

L’attacco aveva ucciso due giornalisti e feriti diversi altri.

Il primo attacco sembrava avesse come obbiettivo diretto Islayeh, colpendo il suo cellulare, ma lui era sopravvissuto all’incidente.

I media locali hanno descritto l’attacco di martedì come “un assassinio deliberato”, sottolineando che lui è stato colpito nuovamente mentre veniva curato nel reparto grandi ustionati dell’ospedale.

Islayeh è stato a lungo oggetto di istigazioni sui media israeliani, in gran parte dovuti alla copertura in prima linea degli attacchi di Hamas a Israele del 7 ottobre.

Gli organi di stampa israeliani lo hanno etichettato come affiliato ad Hamas, benché non sia stata prodotta alcuna prova che corrobori queste accuse.

Prima di morire Islayeh ha smentito le accuse contro di lui, difendendo la sua copertura degli attacchi del 7 ottobre come rispettosa degli stessi standard giornalistici seguiti in altre situazioni.

Molti giornalisti israeliani sono entrati a Gaza durante la guerra al seguito dell’esercito israeliano. Hanno preso parte al bombardamento e alla distruzione delle case. Questo viene considerato normale per loro, ma non per noi?”, ha detto in una registrazione ascoltata da Middle East Eye.

Ha anche descritto come l’esercito israeliano abbia cercato più volte di raggiungerlo in modo indiretto, presentandosi sotto diverse identità, come giornalisti freelance che cercavano lavoro da lui.

Islayeh ha detto che i media israeliani hanno anche iniziato a diffondere parecchie voci su di lui, comprese diverse asserzioni secondo cui lui aveva programmato di lasciare Gaza –cosa che lui sostiene di non aver mai neppure lontanamente pensato.

Durante tutto il corso della guerra non c’è stato un solo organo di informazione israeliano che non abbia pubblicato rapporti su di me o istigato contro di me”, ha detto.

Ciò mi ha causato molta preoccupazione ed ha influito sul mio lavoro. Mi hanno lasciato senza un posto in cui fare il mio lavoro.”

Una guida

In quanto esperto corrispondente dal campo, Islayeh era diventato una guida e un riferimento influente per gli aspiranti giornalisti.

Ahmed Aziz, un collaboratore di MEE, ha detto che l’influenza di Islayeh su di lui è stata enorme.

E’ sempre stato uno di quelli che prendevano l’iniziativa per aiutare i colleghi, fornendo loro materiale, suggerendo nominativi e indicando luoghi dove potevamo andare per filmare”, ha detto Aziz a MEE.

Ha aggiunto che Islayeh era pienamente cosciente dei rischi per la propria vita e sperava solo che la sua morte non avrebbe comportato la perdita di altri giornalisti vicini a lui.

Inoltre secondo Aziz Islayeh forniva ogni mese aiuto economico alle famiglie di due operatori dell’informazione uccisi nell’attacco del mese scorso, che a quanto pare era diretto a lui.

Onestamente, per quanto io possa dire, non si potrà mai fare abbastanza per rendergli onore.”

Compiangendo la sua morte Alem24 ha detto: “Con profondo dolore e partecipazione, l’Agenzia Alem24 News piange la perdita del suo direttore, il giornalista Hassan Abdel Fattah Islayeh, in seguito al suo martirio in un attacco aereo israeliano che ha preso di mira il Complesso Medico Nasser a Khan Younis pochi minuti fa.”

Doppio crimine’

Secondo l’ufficio stampa del governo di Gaza Islayeh è diventato il 215mo giornalista ucciso a Gaza dalle forze israeliane dall’inizio della guerra.

La guerra israeliana contro Gaza è stata descritta dai gruppi di monitoraggio come “il peggior conflitto in assoluto” per i giornalisti, per via del numero senza precedenti di giornalisti uccisi.

Questo doppio crimine rispecchia una deliberata insistenza nel prendere di mira i giornalisti palestinesi – non solo sul campo, ma anche negli ospedali mentre vengono curati”, ha dichiarato l’ufficio stampa.

E’ una flagrante violazione di tutti i valori umani e degli accordi internazionali e rappresenta un chiaro tentativo di silenziare le voci libere e sopprimere la verità.”

Il Ministro della Sanità palestinese ha condannato il “crimine infame” di colpire pazienti nell’ospedale di Khan Younis.

Prendere ripetutamente di mira gli ospedali, incluso perseguire ed uccidere i feriti dentro gli ambulatori, è un chiaro segno del deliberato intento dell’occupazione di infliggere il massimo danno al sistema sanitario”, ha detto in una dichiarazione il Ministro.

Attacchi simili inoltre compromettono le possibilità di cura dei feriti e dei malati – anche se giacciono in letti di ospedale.”

L’esercito israeliano ha confermato l’attacco all’ospedale, sostenendo di aver preso di mira un “commando e un centro di controllo di Hamas” all’interno della struttura e che l’operazione ha colpito “importanti terroristi di Hamas.”

Tuttavia la dichiarazione non ha menzionato Islayeh, né ha fornito alcuna prova per corroborare l’accusa di attività di Hamas dentro l’ospedale.

Hamas ha sistematicamente negato di utilizzare gli ospedali o altre infrastrutture civili a scopi militari.

L’esercito israeliano ha spesso giustificato i suoi attacchi a siti civili a Gaza, ospedali compresi, sostenendo che Hamas li usa per operazioni militari.

A marzo un drone ha colpito l’ospedale Nasser di Khan Younis uccidendo cinque persone e dando fuoco al pronto soccorso.

Israele ha sostenuto che l’attacco aveva come obbiettivo il dirigente di Hamas Da’alis, che in quel momento era curato nell’ospedale.

Secondo il Ministero della Sanità palestinese di Gaza ad aprile ripetuti attacchi israeliani hanno costretto 27 ospedali in tutta la Striscia di Gaza a chiudere.

Almeno 1.192 operatori sanitari, compresi 96 medici, sono stati uccisi dalle forze israeliane, sia in attacchi aerei che in carcere o con uccisioni mirate.

Complessivamente a partire da ottobre 2023 nella Striscia di Gaza le forze israeliane hanno ucciso più di 52.800 palestinesi, compresi almeno 15.000 bambini.

Si stima che altre 10.000 persone siano disperse e presumibilmente morte, mentre circa 120.000 sono state ferite.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il capo dell’OMS: l’attacco all’ospedale Nasser di Gaza è un ‘enorme colpo ad un sistema sanitario già completamente travolto’

Redazione di MEMO

13 maggio 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu riferisce che il capo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha descritto l’attacco di martedì contro l’ospedale Nasser nella Striscia di Gaza come un ‘enorme colpo ad un sistema sanitario già completamente travolto’.

Ha detto che gli attacchi contro le strutture sanitarie dovrebbero essere impediti.

Tedros Adhanom Ghebreyesus ha osservato su X [precedentemente Twitter, ndt.] che l’attacco ha causato due morti e dodici feriti. Uno di questi è in “condizioni critiche e sta per essere sottoposto a molteplici operazioni chirurgiche,” ha detto.

Il reparto ustionati è stato colpito, 18 letti da ospedale nel reparto chirurgico, 8 letti nel reparto cure intensive e 10 letti dei lungodegenti sono stati distrutti,” ha aggiunto.

Ripetiamo il nostro appello: gli attacchi agli ospedali devono cessare,” ha chiesto.

Egli ha anche sollecitato la fine del blocco degli aiuti a Gaza messo in atto da Israele dal 2 marzo, al fine di far entrare nell’enclave cibo, medicine e apparecchiature per supportare i pazienti e per il ripristino degli ospedali.

Da ottobre 2003 più di 52.900 palestinesi, molti dei quali donne e minori, sono stati uccisi a Gaza in una brutale offensiva israeliana.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il 40% degli israeliani dice di aver pensato di lasciare il Paese. Ecco cosa li trattiene

Noa Limone

12 maggio 2025 – Haaretz

Barak dice che preferisce “combattere i fascisti”, Riky vuole solo una vita normale e Meital conosce i pericoli della solitudine. Gli israeliani raccontano cosa li trattiene in Israele – per ora.

Lo scorso anno quasi 60.000 israeliani hanno lasciato il Paese senza farvi ritorno – più del doppio rispetto al 2023. Secondo l’ufficio statistico l’81% sono stati giovani e famiglie, spesso tra i 25 e i 44 anni. Inoltre un sondaggio della società Ci Marketing ha rivelato che circa il 40% degli israeliani rimasti sta valutando di andarsene.

Le ragioni di questi numeri potrebbero sembrare ovvie: la guerra, il tentativo del governo di indebolire la magistratura, il costo della vita in aumento. Altrove, il futuro dei figli potrebbe essere migliore.

Ma quali sono invece le ragioni per restare? Quattro israeliani hanno raccontato ad Haaretz perché stanno pensando di andarsene e perché, almeno per ora, rimangono.

Riky Cohen. Foto: Moti Milrod

Riky Cohen, 56 anni, è una scrittrice, poetessa e redattrice che vive a Tel Aviv e da un decennio pensa di emigrare. “Ogni volta che sento che qualcuno se ne va, ho una crisi isterica”, racconta.

Cohen ha una relazione ed è madre di due figli: un giovane di 23 anni militare di carriera e una figlia di 18 anni che sta svolgendo l’anno di servizio nazionale [sorta di servizio civile, ndt.] prima di entrare nell’esercito. Per alcuni anni il suo partner ha completamente rifiutato l’idea di andarsene.

“Si era persino opposto alla mia idea di chiedere il passaporto portoghese, quando c’era ancora tempo. Adesso se ne pente”, dice Cohen.

La frequenza e l’intensità di questi pensieri sono gradualmente cresciute e da due anni “abbiamo discussioni accese sull’argomento”, racconta. Il suo compagno temeva che all’estero non avrebbero trovato lavoro, e i loro figli hanno radici qui. E non volevano andarsene senza di loro.

Cohen guarda all’estero perché è pessimista sul futuro di Israele in termini di insicurezza, instabilità politica ed economica. E sogna, con un misto di malinconia, una vita “normale”: “Senza la preoccupazione costante di ciò che accade in un Paese in via di disintegrazione, in una distopia”.

Manifestazione a Basilea l’11 maggio per l’esclusione di Israele dall’Eurovision. foto: AFP/STEFAN WERMUTH

Ma non è solo il suo compagno ad avere motivi per restare. «L’ebraico è la mia prima ancora nel mondo», dice Cohen, aggiungendo che «quando te ne vai, perdi la tua rete. Sarei felice di partire in gruppo».

L’antisemitismo non la spaventa: “Ne fanno un problema più grande di quanto sia in realtà”, dice. Per lei, è la vita qui a essere più terrificante; del resto, abita in una casa senza stanza blindata [camera in cui rifugiarsi in caso di attacchi o altre emergenze militari. Dal 1992 per legge tutte le nuove costruzioni in Israele devono averne una, ndt.]. “Durante gli allarmi temevo che un muro mi crollasse addosso e per mesi dopo il 7 ottobre ho avuto incubi riguardo a terroristi”.

Nel frattempo Cohen cerca di convincere i suoi figli a emigrare dopo il servizio militare. “Chiedo loro cosa deve succedere perché la vita qui diventi per loro insopportabile nella speranza che, se e quando ciò accadrà, sarà ancora possibile andarsene”, dice. “Penso che potremmo aver perso l’occasione”.

Teme che Israele diventi una dittatura “e in un modo o nell’altro quello che sta succedendo adesso attirerà su di noi qualcosa di simile all’annientamento”.

Come dice Cohen, “siamo al disastro. Mi sono chiesta molte volte cosa avrei fatto durante l’Olocausto: unirmi ai partigiani e combattere o tentare la fuga per salvarmi. Ora oscillo tra la domanda se lottare fino alla fine per provare a salvare questo posto – e a quale prezzo – o fuggire”.

Nonostante le molte ragioni per andarsene, Cohen conclude l’intervista citando un verso di “Città e paure” (2011) del poeta Eli Eliahu: “Una persona deve lasciare dietro di sé tracce di lotta”.

“Spero che combatteremo, nonostante tutto”, aggiunge.

Sentirsi indesiderati

Un’altra intervistata ha chiesto l’anonimato: la chiameremo Shira. Ha 41 anni e vive nel centro del Paese. Anche per lei i pensieri sull’emigrazione non sono una novità.

“Ci penso da sempre, ma da quando è iniziata la guerra questa idea si è fatta più forte e parlarne è diventato socialmente più accettabile”, racconta.

Shira, graphic designer e single, racconta che molti suoi amici se ne sono già andati. Per lei la ragione sta nella convinzione che Israele non abbia un futuro politico. “Finché insisteremo sull’essere uno Stato «ebraico e democratico», e finché ci sarà un’occupazione, non potrà esserci una vera democrazia”, afferma.

L’emigrazione non è un’idea peregrina per Shira. Quando lei era bambina la sua famiglia ha vissuto per alcuni anni negli Stati Uniti. “Mi rendo conto che è possibile vivere in modo diverso, ma avendo fatto l’esperienza dell’emigrazione so quanto sia difficile”.

Il suo inglese può anche essere eccellente, ma “non mi ci sento a casa”. Inoltre sa bene quanto sia difficile integrarsi in un nuovo posto. “Ricordo quanto fu difficile per me da ragazzina, quindi cosa potrei aspettarmi a oltre 40 anni?”.

Un altro motivo di preoccupazione riguarda la salute. “Ho problemi di salute, sono seguita dall’Assicurazione Nazionale e mi curo nel sistema sanitario pubblico”, spiega. “Inoltre ho qui una rete di sostegno fatta di familiari e amici. Ricostruire tutto questo in un nuovo posto sarebbe molto complicato”.

E come fare a trasferire i suoi animali domestici e le sue cose, e dove? “Non è una decisione semplice: gli Stati Uniti sono in condizioni terribili, e in passato New York non è stata proprio gentile con me”, racconta.

Ciononostante, Shira rimane convinta che lascerà Israele: “Non so come né quando e forse mi illudo, ma la vita qui sta diventando insopportabile e sento che mi stanno rubando il diritto di sentirmi a casa”.

Il divario tra le opinioni dominanti e le posizioni politiche di Shira – specialmente dopo il 7 ottobre – l’ha fatta sentire indesiderata. Oggi si sente sempre più estranea a ciò che l’essere israeliani sembra rappresentare.

Manifestazione a Bruxelles contro i bombardamenti a Gaza l’11 maggio 2025. Foto: AFP/HATIM KAGHAT

Racconta di come siano cambiate dopo il 7 ottobre le chiacchiere al parco dove porta a spasso il cane. Un giorno, mentre conversava con un gruppo di donne con cui aveva rapporti amichevoli, una ha chiesto: “In quale modo sarebbe meglio spazzare via Gaza: per fame o con la bomba atomica?”.

Shira si chiede: “Come è possibile che questa sia una conversazione nomale per strada, e che io invece sia considerata strana?”.

Quando la casa brucia, si resta

Il regista israeliano Barak Heymann ha la sensazione di vivere in un universo parallelo israeliano. “Non respiriamo la stessa aria”, dice.

Si riferisce agli elettori di destra, ma anche ai suoi stessi concittadini che protestano contro lo smantellamento della magistratura e per un accordo che riporti a casa tutti gli ostaggi. Eppure, questi spiriti a lui affini ignorano la sofferenza dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania.

“Questo fa di me un eterno guastafeste. Sono con loro nella lotta contro il colpo di Stato giudiziario e provo la stessa rabbia per gli ostaggi abbandonati, ovviamente”, continua Heymann.

“Ma quando racconto loro che circa 70 prigionieri palestinesi sono morti nelle carceri israeliane dall’inizio della guerra, mettono in dubbio le mie fonti. E quando nel gruppo di lavoro WhatsApp scrivo dei bambini di Gaza uccisi dai soldati, vengo considerato un’estremista e un esecrabile provocatore, come se fossi insensibile alla sofferenza degli israeliani».

Il regista Barak Heymann. Foto: Moti Milrod

Heymann non frequenta più i social media ormai da un anno, dopo che la sua foto e le sue informazioni personali sono state condivise in un gruppo Telegram di estrema destra. Ma su Whatsapp legge dei bambini uccisi a Gaza.

“La maggior parte degli ebrei israeliani vive in una falsa realtà, dove c’è stato un Olocausto il 7 ottobre, mentre io vivo in una realtà in cui c’è un Olocausto a Gaza e in Cisgiordania, e questo crea una disconnessione emotiva molto pesante e triste”, osserva Heymann.

Quasi tutto ciò che accade gli appare in modo diverso rispetto alle altre persone; per esempio, la recente lettera dei riservisti piloti di jet da combattimento. “Questa frase secondo cui dobbiamo riportare a casa gli ostaggi «persino a costo di mettere fine alla guerra», è come dire che smetterla di uccidere bambini sia un prezzo da pagare e non qualcosa di desiderabile”, commenta Heymann.

Anna Kardaszewska, la sua compagna nativa di Varsavia, era venuta in Israele nel 2009 per stare con lui. Anche se per un po’ hanno spesso parlato di vivere in Polonia, quando è scoppiata la guerra e Kardaszewska ha deciso che era ora di partire Heymann si è reso conto che non poteva raggiungerla.

Per adesso lei e i bambini sono in Polonia, mentre Heymann va a trovarli ogni mese. Dice di non poter lasciare il suo lavoro di direttore della scuola di cinema del College di Beit Berl, a nordest di Tel Aviv.

“Per me è inimmaginabile dire ai miei studenti che qui è difficile, quindi io me ne vado e voi arrangiatevi. Quando la casa è in fiamme il mio istinto è di restare, resistere e gettare acqua sul fuoco”.

La sua situazione è “strana e complicata”, dice: “Politicamente parlando preferisco combattere i fascisti. Dal punto di vista emotivo invece, anche se sono disgustato da tutto questo nazionalismo israeliano e sostengo coloro che boicottano Israele, allo stesso tempo sono la persona più israeliana del mondo e mi considero un patriota”.

Semplicemente il senso di estraneità non è stato abbastanza forte da decidere di andarsene. “Viaggio in tutto il mondo per lavoro, ma il posto che preferisco resta questo”, afferma. “Mi piacciono il modo di pensare, il clima, la gente, la lingua, il cibo. Insomma, resto qui non solo per questioni di principio, ma anche per un bel po’ di sano egoismo”.

Ovviamente Heymann sta lavorando a un documentario in lingua ebraica sugli israeliani che lasciano il Paese. “È totalmente schizofrenico”, dice con un sorriso, per poi aggiungere che mentre la sua famiglia era in viaggio per Varsavia lui passava il tempo con persone che si preparavano a trasferirsi all’estero.

“Dovrò decidere quando raggiungerli, perché la nostalgia è l’emozione più forte che provo in questo momento”, dice. “Ma spero che, anche se li raggiungerò, sarà solo per un periodo limitato. Più le cose si fanno difficili qui, più sento il desiderio e il dovere di restare.”

Una nuova borsa di problemi

Meital, 38 anni, esperta di sostenibilità originaria di Gerusalemme, ha scelto di usare uno pseudonimo. Racconta di prendere una decisione ogni settimana, a volte ogni giorno, sul fatto di rimanere o meno in Israele. Single, afferma di porsi la stessa domanda dal conflitto di Gaza del 2014.

“Ma di recente la decisione di restare si fa sempre più difficile”, afferma. “Per la prima volta mi sono resa conto di avere una linea rossa: se perdiamo alle prossime elezioni me ne andrò, perché mi renderò definitivamente conto che per le persone come me qui non c’è più posto”.

Anche Meital da bambina ha vissuto un trasferimento. Quando aveva 11 anni la sua famiglia si è trasferita a Londra per alcuni anni, e da adulta lei vi ha frequentato un master.

“Sono qui per scelta”, dice. “Quando le persone parlano di emigrare, faccio loro notare che non è un picnic. Chi non ne ha vissuto l’esperienza non può capire la profondità del senso di solitudine”.

Sotto molti aspetti la vita era migliore in Inghilterra. “Più soldi, più cultura. Laggiù tutto è meglio, tranne ciò che conta davvero”.

Quindi cos’è che conta davvero? “Innanzitutto, i miei genitori sono qui, e non sono giovani”, risponde. “Una volta restavo per senso di appartenenza, oggi è soprattutto la consapevolezza che il tempo che posso ancora passare con i miei famigliari più stretti è limitato”.

Poi aggiunge: “C’è anche una cosa che avrebbe detto mia nonna. Vengo da una famiglia di kibbutzniks che ha contribuito a costruire il Paese, ferventi sionisti. Lasciare per sempre Israele sarebbe per noi come rinunciare alla religione”.

Inoltre Meital non vuole partire con la sensazione di fuggire; vuole andare verso qualcosa. “Molte persone mi dicono che ho un passaporto straniero, quindi sono a cavallo”, dice.

“Ma la burocrazia non è l’ostacolo più grande alla migrazione. Ciò che è difficile è lasciare la tua casa”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Ritratti del fascismo. Un progetto fotografico speciale

Oren Ziv

9 maggio 2025 – +972 magazine 

Dal 7 ottobre la polizia israeliana ha arrestato centinaia di oppositori alla guerra di Gaza ed ha pubblicato fotografie degradanti di molti detenuti. Sette di loro hanno accettato di essere di nuovo fotografati, questa volta alle loro condizioni.

Dall’ottobre 2023 centinaia di cittadini israeliani, per la stragrande maggioranza palestinesi, e almeno 17 attivisti stranieri sono stati arrestati come parte di una campagna per mettere a tacere quanti denunciano la guerra israeliana contro Gaza. In alcuni casi la polizia ha fotografato i detenuti di fronte a una bandiera israeliana e diffuso le immagini attraverso i suoi canali ufficiali oppure attraverso quelli del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir o altri circuiti informali. Molte delle foto sono state postate sulle reti sociali e hanno portato a incitamento all’odio e minacce contro le persone ritratte.

Diffondendo queste immagini al suo interno e all’opinione pubblica la polizia ha totalmente eluso la procedura legale corretta riguardo ai diritti dei detenuti e dei sospettati. Oltretutto in molti casi la polizia non ha ottenuto, o neppure richiesto, l’autorizzazione dell’ufficio del pubblico ministero di indagare i detenuti per “incitamento all’odio” e invece li hanno arrestati con il pretesto di “comportamento che potrebbe disturbare la quiete pubblica”.

L’obiettivo di diffondere pubblicamente queste foto era chiaro: umiliare i detenuti e scoraggiare altri dal manifestare ogni opposizione all’offensiva israeliana contro Gaza. In effetti nei primi mesi della guerra molti sono rimasti in silenzio. Anche oggi molte persone scelgono di non parlare apertamente in pubblico per timore di conseguenze.

Ho stampato e incorniciato le immagini fatte circolare dalla polizia o da Ben Gvir e poi sono tornato dalle persone che vi sono ritratte. In questo modo le stesse immagini che intendevano umiliarle e creare un effetto dissuasivo sono diventate simboli di sfida: le persone sono state di nuovo fotografate, questa volta alle loro condizioni. Mi hanno anche raccontato la loro esperienza di detenzione e le loro riflessioni sulla diffusione pubblica delle loro immagini.

Molti di quanti sono stati fotografati hanno scoperto solo dopo essere stati rilasciati dal carcere israeliano che le loro immagini avevano circolato in pubblico. Hanno descritto una lotta continua con le conseguenze dell’umiliazione pubblica e per il fatto di essere stati definiti dalla polizia “nemici dello Stato”. Nessuno di quanti vengono documentati nel progetto è stato processato; alla fine la maggioranza dei casi è stata archiviata senza un’imputazione.

Intisar Hijazi

Psicologa scolastica di Tamra

Intisar Hijazi

Hijazi è stata arrestata il 7 ottobre 2024 dopo aver ri-condiviso un video di lei mentre danzava e che aveva originariamente pubblicato su TikTok un anno prima. Prima del suo arresto Ben Gvir ha mandato il video alla polizia. Una sua foto nel veicolo della polizia è stata poi pubblicata dall’ufficio del portavoce della polizia. Nel commissariato di Nazareth gli agenti l’hanno fotografata con gli occhi bendati davanti a una bandiera israeliana, e poi Ben Gvir ha condiviso l’immagine sulle sue reti sociali.

Hijazi racconta la sua disavventura: “Su TikTok puoi ri-condividere un post che hai caricato l’anno precedente. L’ho fatto la mattina e sono uscita di casa per fare la spesa con mia madre,” mi racconta. “Quando sono tornata a casa il coordinatore (della scuola in cui lavora) mi ha chiamata e ha detto che qualcuno aveva postato il video (sulle reti sociali) e aveva scritto che stavo festeggiando. Mi ha detto di cancellarlo, cosa che ho fatto, ma non avevo ancora capito cosa stesse succedendo. Poi ha chiamato qualcuno del ministero dell’Educazione e mi ha chiesto: “Cos’è questo video, cosa stai festeggiando?’, e mi ha detto di cancellare il post originale. Mia madre mi ha chiamata per dire che la polizia era a casa (sua). Quindici minuti dopo sono arrivati a casa mia.”

Dopo che è stata arrestata, Hijazi è stata portata al commissariato di Tamra: “Hanno detto che sarebbe arrivato un veicolo da Nazareth per portarmi via. Mi hanno ammanettata e bendata. La foto (nell’auto della polizia) è stata presa quando sono arrivata (al commissariato) a Nazareth. Era tutto tranquillo, ma sapevo che stavano fotografando. Mi hanno portata di sopra, messa in una stanza, detto di indietreggiare e poi hanno scattato la foto (con la bandiera). Avevo visto la foto di Maisa Abd Elhadi (un’attrice arrestata e fotografata all’inizio della guerra), così quando (mi hanno detto di) andare indietro, ancora un po’” sapevo che c’era una bandiera sul muro e che mi stavano fotografando.”

Dopo aver passato la notte al commissariato di Nazareth è stata trasferita la centro di detenzione di Kishon, nei pressi di Haifa, prima di essere riportata il giorno dopo a Nazareth per ulteriori interrogatori e poi finalmente rilasciata: “Quando sono arrivata a casa, mia madre e la mia famiglia hanno detto: ‘Sai cosa è successo fuori?’ Mi hanno raccontato che ero stata fotografata e che tutte le fotografie erano state fatte circolare.”

Hijazi descrive l’impatto emotivo dell’umiliazione pubblica: “Onestamente è stato molto duro. Perché mi hanno fatto tutto questo? Perché hanno reso pubbliche le mie foto? Quando sono tornata a scuola dopo un mese tutti le avevano viste e mi hanno detto di aver pianto, che ciò li ha feriti molto.”

Durante l’interrogatorio la polizia ha chiesto a Hijazi se conoscesse i suoi follower sulle reti sociali: “Ho detto che molti dei miei follower su TikTok sono bambini, studenti e familiari. Ci sono anche educatori e persone che non conosco, ma la maggioranza sono bambini e i miei contenuti sono rivolti ai bambini. Ho spiegato che i video non hanno niente a che fare con la politica.”

Da quando è stata rilasciata è stato difficile per Hijazi tornare sulle reti sociali: “Molti bambini mi hanno chiesto quando posterò di nuovo un video e se ora ho paura. Volevo che vedessero che sono forte, ma è molto difficile. La sicurezza che avevo prima è cambiata. La mia vita era tranquilla. Non ho mai cercato di danneggiare nessuno o di fare qualcosa di male o di politico.

A volte la gente dice che sembro una persona slegata dalla realtà, dalle guerre, ma io (lavoro) con i bambini. Perché dovrebbero essere esposti a tutto questo?”

Rasha Karim Harami

Proprietaria di un salone di bellezza a Majd Al-Krum

Rasha Karim Harami

Karim è stata arrestata nel maggio 2024 per dei post in cui esprimeva indignazione per il fatto che le forze israeliane avevano bombardato un campo di tende a Rafah. “Qual è la differenza tra quello che sta facendo Netanyahu e quello che ha fatto Hitler? Corpi di bambini, giovani donne e anziani sono stati bruciati vivi,” ha scritto in una storia su Instagram. Un video del suo arresto ripreso da agenti, in cui una poliziotta ammanetta Karim con delle fascette, le copre il volto e la porta nel commissariato, è stato condiviso sulle reti sociali, provocando la condanna da parte di deputati palestinesi.

Stavo seduta nel mio ufficio in negozio, durante una consulenza, quando la polizia ha fatto irruzione,” racconta Karim. “L’atelier era pieno di donne ed è solo per donne, e ho chiesto loro di aspettare un momento, ma non mi hanno ascoltata. Sono entrati in ogni stanza, hanno preso i miei telefoni e mi hanno detto che ero in arresto. Ho cercato di capire perché e mi hanno detto che lo avrei scoperto al commissariato, ma prima mi hanno portata a casa. Lì hanno iniziato a cercare qualcosa riguardante la Palestina, Hamas, bandiere, libri, ma non hanno trovato niente.”

Poi la polizia ha portato Karim al commissariato: “Quando sono arrivata mi hanno fatta uscire dalla macchina della polizia e messo delle manette di plastica. Quando mi hanno messo una benda sugli occhi sono rimasta veramente scioccata e spaventata. Dopo che mi hanno coperto gli occhi mi hanno portata nel commissariato per essere interrogata. È durato quattro o cinque ore. L’investigatore è stato rude e ostile con me, mi ha trattata come se fossi di Hamas.”

Karim è stata trattenuta tutta la notte e poi messa agli arresti domiciliari per cinque giorni: “Dopo che sono stata rilasciata sono crollata. Fino ad allora non avevo paura. Pensavo che stessero filmando per uso interno. Non mi sono resa conto che (il video) era su un telefonino. Sono caduta in depressione per due mesi, con la paura di uscire di casa. Molti ebrei e arabi sono venuti a darmi il loro appoggio.”

Il suo avvocato, Hussein Manaa, ha spiegato di aver cercato di parlare con gli investigatori nel commissariato, sostenendo che la sua cliente non rappresentava un pericolo per nessuno. “Le sue azioni non erano un incitamento all’odio e, cosa più importante, (la polizia) non aveva l’autorizzazione dell’ufficio del pubblico ministero per iniziare un’indagine per incitamento. Quindi l’hanno interrogata per disturbo alla quiete pubblica, che non è un reato che comporta l’arresto,” spiega Manaa.

La polizia avrebbe potuto solo convocarla, lei ci sarebbe andata. Invece hanno mandato quattro o cinque auto con tra i 15 e i 20 agenti per arrestare questa donna, come se stessero catturando Yahya Sinwar [uno dei dirigenti di Hamas più ricercati da Israele, ndt.].”

Per Manaa è chiaro che il video dell’arresto intendeva mandare un messaggio: “Il video è stato preso all’interno del commissariato e non è stato reso pubblico attraverso l’ufficio del portavoce della polizia. Intendeva umiliare chiunque esprimesse una denuncia, per dire ‘Non avete libertà di parola’, per instillare timore, in modo che nessuno avrebbe parlato apertamente contro il governo o Netanyahu.

Non è un caso che abbiano diffuso illegalmente il video,” aggiunge Manaa. “Sapevano che si sarebbe propagato a macchia d’olio, ed è esattamente quello che è successo. Ho contattato l’ufficio del pubblico ministero, la polizia, il Ministero della Sicurezza Nazionale chiedendo una spiegazione. L’ufficio del pubblico ministero ha emesso un comunicato stampa (che critica l’arresto), sostenendo che non era stata fatta alcuna richiesta di aprire un’indagine per incitamento e di non aver concesso alcuna autorizzazione. C’è stata una grande indignazione che ha portato al suo rilascio, ma non abbiamo ancora ricevuto alcuna risposta.”

Sari Hurriyah

Avvocato immobiliarista di Shefa-‘Amr

Sari Hurriyah

Hurriyah è stato arrestato nel novembre 2023 per dei post pubblicati su Facebook nei giorni successivi al 7 ottobre. La polizia ha filmato il suo arresto nel suo ufficio e ha diffuso le immagini su varie reti sociali e anche Ben Gvir le ha pubblicate. È stato portato alla prigione di Megiddo, nel nord di Israele, in condizioni molto dure per 10 giorni, durante i quali è stato torturato e umiliato. Alla fine la denuncia contro Hurriyah è stata archiviata.

Ero nel mio ufficio quando sono entrati tre uomini in abiti civili,” ricorda Hurriyah. “Si sono presentati (per arrestarmi) con un’autorizzazione del pubblico ministero e dell’ordine degli avvocati. Uno di loro aveva una telecamera in mano, ma nella confusione del momento non mi sono reso conto che mi stava riprendendo. Hanno detto che mi dovevano ammanettare. Siamo scesi dalle scale e mi hanno filmato anche lì.”

Successivamente Hurriyah è stato portato al carcere di Megiddo, dove ha affrontato condizioni inumane e degradanti insieme ad altri palestinesi nell’ala per i prigionieri di massima sicurezza. Ha testimoniato la sua esperienza all’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem come parte di “Benvenuti all’Inferno”, un fondamentale rapporto che dettaglia i sistematici soprusi a danno dei palestinesi e le condizioni inumane dal 7 ottobre all’interno delle prigioni israeliane, che descrive come una “rete di campi di tortura”.

L’ottavo giorno della sua detenzione Hurriyah ha finalmente incontrato il suo avvocato dopo che gli era stato negato l’accesso, e questi gli ha detto che la sua foto era stata resa pubblica. “Ma non mi sono reso conto di tutto questo finché non sono uscito (dal carcere),” spiega Hurriyah. “Anche durante gli arresti domiciliari molte persone sono venute ad appoggiarmi. Poi un giorno, in un momento di tranquillità, mia moglie mi ha mostrato il video della polizia. Onestamente è stato umiliante. Non so cosa dire.”

La polizia israeliana ha pubblicato il video dell’arresto di Hurriyah sul suo sito web ufficiale. “Non puoi immaginare le reazioni: esortazioni ad uccidermi, a revocarmi la licenza e altre cose non proprio lusinghiere,” dice Hurriyah. “Sono venuto a sapere che le foto della polizia sono state ampiamente diffuse su siti web privati e su Facebook. In tutte le pubblicazioni hanno usato quella stessa foto e hanno sostenuto che sono un terrorista e un avvocato di Hamas.”

La moglie di Hurriyah gli ha mostrato poco alla volta i post e i commenti su Facebook. “Alla fine le ho chiesto di smetterla. Ho capito che questa è l’atmosfera nel Paese. La polizia israeliana, il principale organo di applicazione della legge, ha pubblicato la mia foto, mi ha raffigurato come un Che Guevara di Hamas, e ho capito che questo danno è irreparabile. Anche se mi pagassero dei milioni ciò non mi ridarebbe l’immagine che ho costruito in cinquant’anni di lavoro, carriera e servizio pubblico,” afferma.

Circa un anno dopo l’arresto Hurriyah era seduto e aspettava qualcuno al commissariato di Shefa-‘Amr. “Un giovane mi si è avvicinato e ha detto: ‘Come stai, Hurriyah?’ Ho detto ‘Chi sei?’ E lui ha risposto: ‘Tu non mi conosci, ma sono dell’intelligence della polizia. Sono stato una delle persone che ha raccomandato il tuo arresto. Sei un personaggio pubblico, un avvocato, un cristiano e il segretario del movimento Hadash [partito di sinistra arabo-ebraico, ndt.]. Sei l’unico che parla in pubblico senza riserve. Per quanto riguarda lo Shin Bet (il servizio di intelligence interno) tu sei un nazionalista estremista.”

A Hurriyah l’accusa sembra assurda: “Sono uno che sostiene i due Stati per due popoli e costruisce ponti per la pace, e lui mi dice che sono pericoloso. Questo ha davvero accentuato la mia angoscia.” 

Come molti detenuti le cui foto sono state prese e condivise sui media sociali, Hurriyah ha compreso che la polizia israeliana ha voluto dargli una lezione: “Col senno di poi ho capito che tutto quanto era stato pianificato, che era parte di una strategia. Sono stato membro dell’ordine degli avvocati del distretto di Haifa. Non volevano problemi con gli avvocati. Volevano far tacere tutti gli avvocati in modo che la gente comune capisse il messaggio.”

Meir Baruchin

Insegnante di filosofia ed educazione civica di Gerusalemme

Dr. Meir Baruchin

Baruchin è stato arrestato nel novembre 2023 dopo che aveva pubblicato sulle reti sociali due brevi post in cui condannava l’uccisione da parte di Israele di civili palestinesi a Gaza e in Cisgiordania. L’arresto ha fatto seguito a una denuncia da parte della municipalità di Petah Tikva, dove Baruchin insegna in una scuola superiore, ed è stato tenuto per quattro giorni in isolamento come detenuto di massima sicurezza nel “Russian Compound” [edificio ottocentesco trasformato in famigerato centro di detenzione, ndt.] a Gerusalemme.

Dopo essere stato rilasciato ha combattuto una lunga battaglia legale contro il Comune per tornare ad insegnare. La polizia ha reso pubblica una foto sfocata di lui con alle spalle una bandiera israeliana, ma sue fotografie non sfocate hanno presto circolato in rete. In seguito la denuncia contro di lui è stata archiviata.

Baruchin racconta che, dopo che la fotografia sfocata è stata diffusa dal portavoce della polizia, il sindaco di Petah Tikva, insieme ad altri siti di notizie, l’ha condivisa. “Poi è stata condivisa la versione non sfocata. Ho ricevuto molte minacce. Per 15 giorni, dopo il mio rilascio, mi è stato impedito l’accesso alle reti sociali, compreso Facebook. Solo tre settimane dopo che sono stato liberato ho riavuto il mio telefono e allora ho visto i post,” afferma.

Non ci sono dubbi: la pubblicazione delle immagini intendeva scoraggiare altri,” conclude Baruchin. “Anche altri insegnanti sono stati vessati, ma sono stato l’unico ad essere arrestato. La diffusione della foto intendeva fare di me un esempio per mandare un messaggio a tutti: ‘Siete stati avvertiti’.”

Baruchin sostiene che tale repressione non è affatto nuova: “Non si può dire che siamo sulla via di una dittatura, ci siamo già da tempo. Più di mille insegnanti mi hanno contattato con messaggi e telefonate private, tutti in via ufficiosa, dicendo cose come ‘Senti, io ti sostengo, ma ho dei figli da mantenere’ oppure ‘Ho da pagare il mutuo’.”

Benché Baruchin sia tornato a insegnare, l’atmosfera è ancora ostile: “Ogni parola che dico viene controllata. Ogni giorno arrivo a scuola e alcuni studenti, neppure quelli delle mie classi, mi insultano,” dice. “Non lo denuncio neanche più perché non mi aspetto che venga fatto qualcosa. Un padre mi ha detto: ‘Non voglio che insegni a mio figlio di avere compassione del nemico.’ Mi è rimasto impresso.

In classe uno studente mi ha chiesto se, avendo la possibilità di uccidere tutti gli arabi schiacciando un pulsante, lo avrei fatto. Gli ho risposto: ‘Ovviamente no’ e lui ha detto: ‘E’ assurdo. Come mai non potresti?’ Ho detto agli studenti: ‘A pochi minuti da qui, nel Rabin Medical Center [grande ospedale di Petah Tikva, ndt.] ci sono medici e infermieri arabi. Volete che li uccida?’ E uno studente ha replicato: ‘Certo! Cosa intendi dire? Non permetterei mai che un medico arabo mi curasse. Piuttosto morirei.’ Questo è il modo di pensare,” continua Baruchin. “Non è una cosa marginale, è la maggioranza. Questi sono ragazzini, sì, ma dobbiamo prenderlo sul serio e contrastarlo. So bene che ripetono quello che ascoltano a casa e dai politici.”

Alison Russell

Attivista anglo-belga e insegnante di inglese proveniente dalla Scozia

Alison Russel

Russell è stata arrestata nel novembre 2023 mentre documentava la demolizione di una casa a Masafer Yatta, sulle colline meridionali di Hebron nella Cisgiordania occupata da Israele. Era arrivata in Cisgiordania prima del 7 ottobre per proteggere le comunità rurali palestinesi a rischio per le violenze dei coloni.

Dopo il suo arresto è stata interrogata dall’unità speciale istituita da Ben Gvir per occuparsi degli attivisti della solidarietà internazionale e poi ha passato due giorni agli arresti prima di essere portata all’aeroporto Ben Gurion, deportata e con il divieto di tornare nel Paese. Ma prima di essere espulsa alcuni poliziotti l’hanno fotografata davanti a una bandiera israeliana e in seguito Ben Gvir ha pubblicato la foto sulle reti sociali.

Il giorno del suo arresto Russell si trovava sul luogo della demolizione di una casa a Sha’ab Al-Botum quando è arrivata la polizia di frontiera [corpo paramilitare, ndt.]: “Hanno iniziato a chiedere i documenti alle persone. Nel momento in cui ho consegnato il mio passaporto l’ufficiale che l’ha preso si è entusiasmato e ha detto: ‘Guardate cos’ho trovato, lei non è israeliana!”

Sono stata portata a Ma’ale Adumim (colonia israeliana) e abbiamo passato molte ore lì mentre loro controllavano il mio Facebook utilizzando il traduttore automatico,” ricorda. “Quello che più li ha infastiditi sono stati i miei presunti rapporti con ‘terroristi’, come la mia partecipazione a una protesta di donne per i prigionieri di fronte all’edificio della Mezzaluna Rossa a Ramallah.”

Russell dice che il governo israeliano sta facendo esattamente quello che fanno molti governi europei: ‘Ti opponi a noi? Sei una terrorista.’ I governi europei sono meno espliciti a questo proposito, ma il principio è lo stesso. Più bugie diffondono su quelli che gli si oppongono, più la gente ha paura di resistere.

Parlo con persone che hanno paura di postare la loro foto, di essere etichettate come ‘terroristi’, ‘pazzi estremisti di sinistra’ o ‘inaffidabili’ solo per aver detto che si oppongono al genocidio. Lo vedo tra i miei studenti, sul posto di lavoro.”

Russell ha sentito il dovere di esprimere il suo dissenso e dimostrare solidarietà con i palestinesi sul terreno: “Ho saputo di persone a Gaza uccise per aver postato su Facebook, di palestinesi e arabi cittadini di Israele arrestati per cose che avevano postato (sulle reti sociali). Se altri sono stati uccisi per questo io ho l’obbligo di parlare chiaramente, di testimoniare, perché altri non lo possono fare. E lo ribadisco.”

M. e L.

Studenti attivisti tedeschi

M. e L.

M. e L. sono stati arrestati nell’ottobre 2024 a At-Tuwani, nella Cisgiordania meridionale, mentre accompagnavano la famiglia Huraini sulla terra di sua proprietà. Preoccupati per la loro sicurezza e per timore di potenziali ripercussioni legali in Germania, i due attivisti hanno chiesto di rimanere anonimi. Dopo il loro arresto sono stati interrogati dalla stessa unità che si è occupata di Alison Russell. Hanno passato vari giorni agli arresti e poi sono stati obbligati ad attraversare il confine con la Giordania. Prima di essere deportati i poliziotti hanno preso loro una fotografia che poi Ben Gvir ha pubblicato.

Tutto è cominciato quando un colono-soldato è venuto da noi e ci ha chiesto i passaporti,” ricorda L. “Non glieli abbiamo dati subito e gli abbiamo chiesto: ‘Ma tu chi sei? Sei un soldato? Hai l’autorità per farlo?’ Lui ha ripetuto la richiesta e poi ha iniziato a chiamare gente. Sono arrivati dei soldati, hanno preso i nostri passaporti, ce li hanno restituiti e sembrava che tutto fosse a posto. Ma poi è arrivato un colono che avevamo incontrato in precedenza e gli ha detto qualcosa riguardo a Ramallah. (Il colono) ha iniziato ad insistere e voleva anche vedere di nuovo i nostri passaporti. Abbiamo avuto l’impressione che stesse provocando (i soldati).”

M. continua: “Alla fine ci hanno accusati di ‘diffondere contenuti in appoggio al terrorismo’ sulle reti sociali o qualcosa del genere, e ciò in relazione a una foto di noi durante una protesta a Ramallah. Quella era l’immagine che il colono aveva riconosciuto e probabilmente era stata presa da un video che qualcuno aveva postato su Facebook. Il ragazzo che aveva parlato durante la protesta (a Ramallah) aveva postato sulla sua pagina privata di Facebook una foto di tutti quelli che erano lì. Non aveva molti followers o like, ma in qualche modo (i coloni) l’hanno trovata e l’hanno usata come prova contro di noi.”

Come nel caso di Russell, M. pensa che la loro foto sia stata presa poco prima che venissero deportati, ma questa volta al ponte di Allenby: “Avevamo completato tutte le procedure di frontiera e stavamo solo lì seduti. Poi improvvisamente un poliziotto è venuto da noi. Ci hanno fotografato varie volte, ma quella che è stata pubblicata è di noi semplicemente in attesa.”

L. aggiunge: “Ci ha anche detto di guardare dritto nella macchina fotografica. La foto è stata pubblicata quello stesso giorno, lo abbiamo scoperto quando siamo arrivati ad Amman, e qualcuno ci ha detto: ‘Avete visto? Ben Gvir ha pubblicato la vostra foto!’.” 

È stato così assurdo,” continua M. “Ho pensato subito: ‘Com’è che quella foto è arrivata in sole due ore da un poliziotto all’ufficio del ministro della Sicurezza Nazionale? Devono avere gruppi WhatsApp su cui condividono tutto. Onestamente ero contento che avessero sfuocato i nostri volti, perché ciò avrebbe potuto avere davvero delle gravi conseguenze.

In Germania gli Anti-Deutsch [Antitedesco, gruppo di estrema sinistra filo-israeliano, ndt.] fanno quasi esattamente quello che fanno i coloni: raccolgono foto di palestinesi e antisionisti e postano le immagini da luoghi in cui ci riuniamo,” spiega L. “E ci sono anche aggressioni. Mi sembra che sia ovviamente inteso a intimidire, a prendere di mira singole persone, a dimostrare che ‘vi teniamo d’occhio, internazionali.’ E soprattutto con tutto questo apparato poliziesco l’obiettivo è che siamo sotto il loro controllo e che siamo ricercati.”

Penso che il principale obiettivo sia scoraggiare nuovi attivisti. Gente che non è ancora stata in Palestina o che sta pensando di venirci vedrà questo e forse penserà di non venirci affatto,” aggiunge M. “E’ esattamente quello che vogliono.”

Abbiamo contattato la polizia israeliana e l’ufficio di Ben Gvir per un commento. Se e quando le riceveremo, le risposte verranno pubblicate.

Baker Zoabi ha collaborato a questo progetto.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




I professionisti della salute devono prendere posizione e agire per Gaza adesso

Talal Ali Khan

13 maggio 2025 – Aljazeera

Ho trascorso a Gaza 22 giorni. Ho visto tanta morte e distruzione, ma anche un coraggio, una compassione e una dedizione incredibili. Non dobbiamo abbandonare i nostri colleghi che sono lì.

Avevo seguito attentamente per nove mesi la guerra genocida a Gaza, quando mi si è presentata l’opportunità di fare volontariato nel contesto di una missione medica organizzata dall’ONU, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dalla Palestinian American Medical Association.

Essendo specializzato in nefrologia, una branca medica che si occupa di pazienti con malattie renali, ho capito che c’era un disperato bisogno di cure specialistiche a causa del collasso del sistema sanitario e dell’elevato numero di medici specializzati uccisi a Gaza.

Sentivo anche che fosse mio dovere, come musulmano, aiutare la popolazione di Gaza. L’Islam ci insegna che chiunque salvi una vita è come se avesse salvato l’umanità intera; prendersi cura degli altri è un atto religioso e opporsi all’ingiustizia è un obbligo morale.

Credo che i miei diplomi di laurea non siano semplicemente destinati a rimanere appesi alle pareti di uno studio climatizzato o permettermi di stare alla guida di una magnifica auto o vivere in un quartiere di benestanti. Sono una testimonianza del fatto che ho giurato di dedicare la mia competenza al servizio dell’umanità, di mantenere il massimo rispetto per la vita umana e di offrire le mie conoscenze mediche e la mia compassione a chi ne ha bisogno.

Così il 16 luglio sono partito per Gaza con alcuni colleghi.

Siamo entrati nella Striscia attraverso il valico di Karem Abu Salem. Siamo passati dalla prosperità, comfort e ricchezza della parte israeliana alla terribile distruzione, devastazione e miseria della parte palestinese. Abbiamo praticamente visto cos’è l’apartheid.

Durante il nostro breve viaggio attraverso la Striscia di Gaza meridionale per raggiungere la nostra destinazione a Khan Younis abbiamo visto molti edifici bombardati, danneggiati o distrutti. Case, scuole, negozi, ospedali, moschee… di tutto.

La quantità di macerie era raccapricciante. Ancora oggi non riesco a dimenticare gli scenari di distruzione che ho visto a Gaza.

Siamo stati ospitati all’ospedale Al-Nasser perché era troppo pericoloso stare in qualsiasi altro posto. Siamo stati accolti con tanta premura che mi sono sentito in imbarazzo. Eravamo visti come dei salvatori.

Ho curato pazienti con problemi renali, lavorato come medico di medicina generale e talvolta ho prestato assistenza al pronto soccorso durante eventi con moltissime vittime.

La dialisi richiede acqua pulita, materiali sterili, alimentazione elettrica affidabile, farmaci e attrezzature che devono essere sottoposte a manutenzione e sostituzione – niente di tutto questo era garantito a causa del blocco israeliano. Ogni seduta di dialisi era una sfida. Ogni ritardo aumentava il rischio di morte dei miei pazienti. Tanti sono morti – una realtà che ho faticato ad accettare, sapendo che in circostanze normali molti di loro avrebbero potuto essere salvati e vivere una vita normale.

Ricordo il volto sorridente di uno dei miei pazienti, Waleed, un giovane che soffriva di insufficienza renale causata da ipertensione precoce, una condizione che con l’accesso a cure adeguate avrebbe potuto essere gestita in modo appropriato.

La dialisi era l’ancora di salvezza per Waleed, ma non poteva sottoporsi a un numero adeguato di sedute a causa del blocco israeliano che causava una grave carenza di forniture mediche. La malnutrizione e il peggioramento delle condizioni di vita non hanno fatto che accelerare il suo declino.

Ricordo quanto era affannosa la sua respirazione, il suo corpo sovraccarico di liquidi e la sua pressione sanguigna pericolosamente alta. Eppure, ogni volta che lo vedevo Waleed mi accoglieva con un caldo sorriso, il suo spirito in qualche modo integro, sua madre sempre al suo fianco. Pochi mesi dopo la mia partenza da Gaza Waleed è morto.

Un altro mio paziente era Hussein, un uomo gentile, di buon cuore e molto rispettato. I suoi figli si prendevano cura di lui con amore e dignità.

Soffriva di grave ipokaliemia e acidosi: i livelli di potassio nel suo corpo erano pericolosamente bassi e l’acidità saliva fino a livelli tossici. Per affrontare la propria condizione aveva bisogno di farmaci di base: integratori di potassio e compresse di bicarbonato di sodio.

Si trattava di farmaci semplici, economici e salvavita, eppure il blocco israeliano non ne permetteva l’ingresso. Non riuscendo a trovare queste compresse Hussein è stato ricoverato più volte per un’integrazione di potassio per via endovenosa.

Nonostante l’immensa sofferenza Hussein restava gentile, coraggioso e pieno di fede. Quando parlava ripeteva sempre la frase Alhamdulillah (la lode a Dio). Ho saputo che è morto qualche settimana fa.

Waleed e Hussein dovrebbero essere qui: lieti, sorridenti, felici con le loro famiglie. Invece, sono diventati vittime dell’assedio e del silenzio. Queste sono due delle tante tragiche storie che conosco e a cui ho assistito. Tante vite meravigliose che avrebbero potuto essere salvate sono andate perdute.

Nonostante questa triste realtà i miei colleghi a Gaza continuano a fare tutto il possibile per i loro pazienti.

Questi sono medici oltraggiati in tutti i modi possibili. Non solo combattono le difficoltà quotidiane della vita come tutti gli altri palestinesi di Gaza, ma assistono anche agli orrori quotidiani di bambini decapitati, arti amputati, esseri umani totalmente ustionati e, a volte, dei corpi senza vita dei loro cari.

Immaginate di lavorare senza anestesia, con pochi antidolorifici e pochissimi antibiotici. Immaginate chirurghi che lavano con semplice acqua bambini sottoposti ad amputazioni senza sedazione e che cambiano senza antidolorifici le medicazioni di pazienti con ustioni diffuse in tutto il corpo.

Eppure questi eroi della sanità continuano ad andare avanti.

Uno degli infermieri con cui ho lavorato, Arafat, mi ha profondamente colpito. Viveva con diversi membri della famiglia in un rifugio di fortuna che non offriva alcuna protezione dagli elementi: il freddo invernale, il caldo torrido o la pioggia battente.

Pativa la fame, come tutti gli altri palestinesi di Gaza, e ha perso 15 kg in nove mesi. Ogni giorno percorreva dai 2 ai 3 km a piedi per andare al lavoro con sandali consumati, rischiando di essere bombardato dai droni o colpito dagli spari israeliani per strada.

Eppure il sorriso non abbandonava mai il suo volto. Si prendeva cura di oltre 280 pazienti in dialisi, trattandoli con cura, ascoltando attentamente le loro famiglie in ansia e incoraggiando i colleghi con un leggero umorismo.

Mi sentivo così piccolo accanto a eroi come Arafat. La sua resilienza e la sua perseveranza, così come quella dei suoi colleghi, erano incredibili.

Mentre ero a Gaza ho avuto l’opportunità di visitare l’ospedale Al-Shifa con una delegazione delle Nazioni Unite. Quello che un tempo era il più grande e vitale centro medico di Gaza era ridotto in rovina. L’ospedale, un tempo simbolo di speranza e guarigione, era diventato simbolo di morte e distruzione, della volontà di demolire l’assistenza sanitaria. È stato straziante vederne i resti carbonizzati e bombardati.

Sono rimasto a Gaza per 22 giorni. È stato un vero onore far visita e aiutare la popolazione resiliente di Gaza ricavandone lezioni di vita. Il loro instancabile coraggio e la loro determinazione mi accompagneranno fino alla morte.

Nonostante abbia assistito a ciò che non avrei mai potuto immaginare, non sentivo il bisogno di andarmene. Volevo restare. Tornato negli Stati Uniti ho provato un profondo senso di colpa per aver lasciato indietro i miei colleghi e i miei pazienti, per non essere rimasto, per non aver fatto abbastanza.

Nel provare questo dolore costante non riesco a comprendere come un crescente numero di persone si abitui ai resoconti quotidiani delle morti palestinesi e alle immagini di corpi straziati e bambini affamati.

Come esseri umani e come operatori sanitari non possiamo tacere su Gaza. Non possiamo rimanere in silenzio e passivi. Dobbiamo denunciare e agire contro la devastazione dell’assistenza sanitaria e gli attacchi ai nostri colleghi nella Striscia.

Sono già sempre meno gli operatori autorizzati a entrare a Gaza per missioni sanitarie. L’attuale blocco ha impedito l’arrivo di qualsiasi fornitura medica.

Come operatori sanitari dobbiamo mobilitarci per chiedere l’immediata cessazione dell’assedio e il libero accesso alle missioni mediche. Non dobbiamo smettere di offrirci come volontari per aiutare le équipe mediche in difficoltà a Gaza. Questi atti di denuncia e volontariato danno ai nostri colleghi a Gaza la speranza e il conforto di non essere stati abbandonati.

Non permettiamo che Gaza sia solo un simbolo di distruzione, che sia invece l’esempio di uno spirito incrollabile.

Alzatevi, parlate e agite: fate in modo che la storia ricordi non solo la tragedia, ma anche il trionfo della compassione umana.

Sosteniamo la dignità umana.

Diciamo a Gaza: non siete soli!

L’umanità è dalla vostra parte!

Le opinioni espresse in questo articolo sono dellautore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Talal Ali Khan

Talal Ali Khan è un medico statunitense, specialista in nefrologia.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Come la Cina sta silenziosamente aiutando l’impresa delle colonie israeliane

Razan Shawamreh

13 maggio 2025 Middle East Eye

Lontano dalla retorica di Pechino sulla difesa dei palestinesi, le aziende cinesi stanno contribuendo a sostenere le colonie illegali

“Non hai bisogno, Razan, di andare in Cina: vieni a Huwara, la Cina è qui”. Sebbene dette scherzosamente dal mio amico Ahmad, che ha chiesto di non rivelare il suo nome completo per motivi di sicurezza, queste parole racchiudono una dura verità.

Huwara è un piccolo villaggio palestinese vicino a Nablus, circondato da alcune delle colonie sioniste più violente e ideologicamente estremiste del paese, tra cui Yitzhar.

Quando gli ho chiesto cosa intendesse mi ha risposto: “I lavoratori cinesi vivono e lavorano nelle vicine colonie. Li vedo regolarmente per le strade del villaggio, a fare la spesa nei locali negozi palestinesi “.

Quella semplice osservazione di un paio di mesi fa mi ha spinto a indagare ulteriormente. Ho parlato con i palestinesi in tutta la Cisgiordania occupata e ho raccolto le loro testimonianze. Ali, che vive a Ramallah vicino alla colonia di Beit El, mi ha detto: “Ho visto decine di operai cinesi costruire case e infrastrutture a Beit El”.

Saeed, di Hebron, ha ricordato che “durante la pandemia di Covid-19, i coloni hanno persino messo in quarantena i lavoratori cinesi, separandoli dagli altri”.

Queste testimonianze rivelano una scomoda verità: la manodopera cinese sta contribuendo attivamente e visibilmente alla costruzione di colonie israeliane sui territori palestinesi occupati.

Ironicamente, questa realtà è in aperta contraddizione con la politica dichiarata dalla Cina stessa, che un decennio fa ha proibito a imprese edili cinesi di lavorare nelle colonie israeliane.

Nel 2015 la Cina ha firmato un accordo bilaterale di lavoro con Israele con una clausola che impediva ai lavoratori cinesi di essere impiegati nella Cisgiordania occupata. In particolare, questa condizione era motivata da preoccupazioni per la sicurezza piuttosto che da una posizione di principio contro l’illegalità o l’immoralità della costruzione di colonie. Tuttavia, nel 2016 queste preoccupazioni per la sicurezza sembravano essersi attenuate con l’acquisizione da parte della Cina di Ahava, un’azienda con sede nella colonia di Mitzpe Shalem.

Un anno dopo entrambi i Paesi hanno firmato un altro accordo di lavoro per far entrare in Israele alle stesse condizioni 6000 lavoratori edili cinesi. Il portavoce del Ministero degli Esteri israeliano, Emmanuel Nahshon, ha confermato che l’accordo è stato steso “in base alla preoccupazione per la sicurezza dei lavoratori”. Tuttavia i funzionari cinesi hanno risposto affermando che “il vero problema non era la sicurezza, ma l’opposizione della Cina alle costruzioni nelle colonie”. Eppure, le mie interviste con gli abitanti – da Nablus a Ramallah a Hebron – hanno chiarito che i lavoratori cinesi sono presenti e coinvolti nell’espansione delle colonie. Ciò solleva seri dubbi sulla sincerità della presunta opposizione della Cina alle attività di colonizzazione israeliana.

“Pionieri contemporanei”

Nel contesto del genocidio in corso a Gaza, i funzionari cinesi hanno pubblicamente espresso preoccupazione per l’aumento della violenza dei coloni nella Cisgiordania occupata. Il portavoce del Ministero degli Esteri Lin Jian ha dichiarato a settembre dello scorso anno che Israele deve “fermare le attività di insediamento coloniale illegale in Cisgiordania”.

Ma mentre Pechino parla di moderazione le aziende cinesi agiscono a sostegno dell’occupazione e del progetto di insediamento coloniale in Palestina.

Uno degli esempi più eclatanti è Adama Agricultural Solutions, un’ex azienda israeliana ora interamente di proprietà della società statale cinese China National Chemical Corporation (ChemChina). Nel contesto della guerra di Gaza Adama ha mobilitato i suoi lavoratori “per sostenere gli agricoltori che hanno sofferto per la carenza di manodopera… [compresi] gli agricoltori del sud, gli abitanti delle zone circostanti la Striscia di Gaza e quelli delle colonie del nord”, secondo un articolo del Jerusalem Post.

Citato nello stesso rapporto, un rappresentante di Adama ha affermato: “Gli agricoltori del Paese, e in particolare quelli delle colonie intorno a Gaza, sono i pionieri contemporanei e il loro continuo lavoro è necessario per garantire la sicurezza del Paese. Oggi tornano a coltivare le loro terre con enormi sofferenze e la mancanza di braccia. Noi di Adama abbiamo il diritto di aiutarli nei momenti di normale lavoro e di sostenerli anche nei momenti di crisi”.

Nel gennaio 2024 Adama si è spinta oltre, istituendo un fondo di borse di studio di circa un milione di shekel (275.000 dollari) per sostenere lauree in agricoltura per i residenti dell’area di Gaza e delle colonie settentrionali.

Adama vanta una lunga storia di collaborazione con le istituzioni dei coloni. I suoi prodotti sono stati utilizzati in sperimentazioni agricole condotte nelle colonie israeliane della Valle del Giordano e, cosa ancora più inquietante, uno dei suoi erbicidi è stato utilizzato da un collaboratore esterno dell’esercito israeliano per irrorazioni aeree che hanno distrutto la vegetazione lungo il confine di Gaza.

Mentre la Cina si presenta nel conflitto come un attore neutrale o solidale, la sua proprietà di Adama la collega direttamente alla distruzione militarizzata dei mezzi di sussistenza palestinesi.

Collaborare al consolidamento delle colonie

Non si tratta di un caso isolato. Negli ultimi anni diverse aziende cinesi, statali e private, hanno investito direttamente o indirettamente nelle colonie israeliane o in aziende che vi operano.

Prendiamo il caso di Tnuva, un importante produttore alimentare israeliano che opera in colonie illegali. Nonostante le richieste internazionali di boicottaggio dell’azienda, nel 2014 il conglomerato statale cinese Bright Food ha acquisito una partecipazione del 56% in Tnuva. Nel 2021 Tnuva si è aggiudicata una gara d’appalto per la gestione di 22 linee di trasporto pubblico che servono 16 colonie a Mateh Yehuda, tutte costruite su terreni occupati a Gerusalemme Est e in Cisgiordania. Non si tratta di semplici autobus; ma di infrastrutture a supporto del radicamento coloniale, che rendono la vita dei coloni più facile e duratura.

Un altro esempio è l’acquisizione, nel 2016, da parte del gruppo cinese Fosun, di Ahava, un marchio di cosmetici la cui produzione ha sede nell’insediamento coloniale di Mitzpe Shalem. Ahava, bersaglio di una campagna di boicottaggio globale, era stata precedentemente identificata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite come parte dell’attività di colonie illegali.

Nel frattempo, i diplomatici cinesi continuano a chiedere a Israele di fermare l’espansione delle colonie. L’ex ambasciatore Zhang Jun alla fine del 2023 ha dichiarato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: “Esortiamo Israele a frenare l’intensificarsi della violenza dei coloni in Cisgiordania, in modo da evitare la creazione di un nuovo focolaio e la diffusione del conflitto”. Il suo successore, Fu Cong, ha fatto eco a questo messaggio, esortando Israele a “fermare le sue attività di insediamento colonìale illegale in Cisgiordania”.

Ma che dire del coinvolgimento della Cina proprio in queste attività? L’agenzia delle Nazioni Unite per i Diritti Umani riferisce regolarmente sulle aziende coinvolte in attività legate alle colonie, eppure le aziende cinesi continuano tali collaborazioni.

Secondo numerose risoluzioni ONU, le colonie israeliane costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale. Le azioni della Cina contraddicono direttamente i principi giuridici che afferma di sostenere.

Mentre Pechino si oppone alle attività di insediamento coloniale, i suoi legami economici con Israele rafforzano le fondamenta del colonialismo sionista, a scapito dei diritti dei palestinesi. Ciò che è ancora più inquietante è come questi investimenti siano rimasti del tutto inosservati nel loro silenzioso sostegno all’apartheid, mentre Pechino parla di uno Stato palestinese indipendente.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Razan Shawamreh è una ricercatrice palestinese i cui ambiti di ricerca includono la politica estera cinese in Medio Oriente e la Grande Strategia della Cina a livello internazionale. È dottoranda in Relazioni Internazionali presso l’Università del Mediterraneo Orientale (EMU) a Cipro del Nord.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Paura, censura e repressione tengono gli israeliani all’oscuro su Gaza

Editoriale di Haaretz

12 maggio 2025 – Haaretz

L’indifferenza dell’opinione pubblica [israeliana, ndt.] verso ciò che Israele sta facendo nella Striscia di Gaza non è solo il risultato di una mancanza di attenzione, ma anche della guerra che Israele sta conducendo contro la possibilità di sapere.

Israele sta nascondendo le immagini delle distruzioni, dei bambini feriti, delle donne morte, della portata della carneficina, della fame, delle malattie, dello stato degli ospedali e dell’entità del disastro umanitario a Gaza.

Non si tratta solo di occultamento, ma anche di mettere a tacere gli oppositori della guerra, persino coloro che esprimono preoccupazione per ciò che sta accadendo.

Eden Solomon (Haaretz in ebraico, 11 maggio) ha rivelato come lo Stato abbia messo a tacere le voci dei beduini del Negev. Circa 20 persone intervistate hanno testimoniato che dal 7 ottobre il servizio di sicurezza dello Shin Bet ha svolto la funzione di censura, principalmente sui social media.

Qualsiasi critica al governo, soprattutto riguardo alla guerra a Gaza, può comportare essere convocati per un interrogatorio. Uomini, donne, minori e anziani hanno ricevuto un mandato di comparizione dallo Shin Bet, minacciati e sottoposti a perquisizioni umilianti.

La polizia ha arrestato una giovane beduina per aver condiviso un post in cui affermava: “Conosco persone i cui parenti sono stati uccisi a Gaza e hanno paura di parlarne e naturalmente di mostrare le loro foto in pubblico”. Un attivista politico racconta come, a causa della persecuzione, “nessuno parli, attacchi i ministri o il governo o esprima opinioni”.

Allo stesso tempo il governo sta portando avanti la legge sulle ONG, che mira a porre limiti alle azioni delle organizzazioni della società civile fino a sopprimerle.

In base al disegno di legge verrebbe applicata un’aliquota d’imposta draconiana dell’80% su qualsiasi donazione proveniente da uno Stato straniero; in altre parole, ad esempio donazioni provenienti da Gran Bretagna, Germania, Nazioni Unite o Unione Europea a organizzazioni no-profit israeliane che operano per la promozione dei diritti umani, dei diritti delle donne, della tutela ambientale o dei diritti dei palestinesi. La legge stabilisce inoltre che un’organizzazione no-profit che fa affidamento su tali donazioni perderà il diritto di ricorrere in tribunale – una misura senza precedenti persino rispetto ai regimi autocratici.

L’obiettivo è chiaro: eliminare gli elementi di critica da parte della società civile e dare alla coalizione [di governo] il controllo completo sul dibattito pubblico.

Tutto ciò avviene nel contesto di un prolungato blocco mediatico imposto da Israele alla Striscia di Gaza. Da 19 mesi ai giornalisti stranieri non è permesso entrare nell’enclave e fare reportage in modo indipendente. Dall’inizio della guerra i giornalisti stranieri sono entrati a Gaza solo una decina di volte e in condizioni restrittive, accompagnati da un portavoce dell’esercito.

Questa non è libertà di stampa, ma una falsificazione della realtà. In ogni caso Israele continua senza sosta a mettere in discussione le informazioni che provengono dall’interno di Gaza, sostenendo che si tratti di propaganda di Hamas da non prendere in considerazione.

È così che si costruisce una realtà artificiale. Gli israeliani vivono isolati da ciò che accade al di fuori delle mura della censura. L’unico modo per fermare il degrado è prima di tutto sapere. È ora di porre fine all’occultamento, al silenzio, alla persecuzione politica e alla costruzione artificiosa della conoscenza.

L’articolo sopra riportato è l’editoriale principale di Haaretz, pubblicato sulle edizioni israeliane in ebraico e inglese.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)