Editoriale Haaretz. La libertà di stampa in Israele è sotto attacco con il pretesto della guerra con l’Iran

Editoriale Haaretz

23 giugno 2025 Haaretz

Dietro al pretesto della guerra anche la libertà di stampa in Israele è sotto attacco. Lunedì Haaretz ha riferito che il consulente legale della polizia ha inviato ai dirigenti nuove direttive che danno loro il potere di arrestare e anche imprigionare giornalisti, se ritengono che questi stiano documentando la posizione di lanci di missili “vicini o interni a siti di difesa strategica.”

Ma le indicazioni non si riferiscono solo a strutture segrete. Come attestato dal documento, esse sono anche, “in determinati casi, soggette a discrezionalità individuale” – cioè alla personale interpretazione –di ogni singolo agente di polizia, di qualunque grado.

Sono direttive draconiane. E’ sufficiente per un agente il timore che il sito in questione sia “sensibile”, anche se non lo è, per esercitare ampi poteri contro i giornalisti – dal fermarli per interrogarli al sospettarli di gravi reati contro la sicurezza.

Col pretesto di tutelare la sicurezza nazionale è stato in tal modo dato semaforo verde all’uso della forza arbitraria contro i giornalisti. Il sindacato dei giornalisti di Israele ha giustamente definito le nuove direttive “l’ultimo chiodo sul feretro della libertà di stampa in Israele” e ha richiesto che il capo della polizia Danny Levy le revocasse immediatamente.

Queste direttive non sono spuntate dal nulla. Precedentemente il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e il Ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi hanno cercato di richiedere ai media esteri di ottenere l’approvazione preventiva da parte della censura militare per pubblicare fotografie della scena dello schianto di un missile.

Questa iniziativa non ha alcuna base legale, ma è stata temporaneamente bloccata solo grazie all’intervento della procuratrice generale Gali Baharav-Miara. Tuttavia, dato il ritmo dei recenti eventi e con l’incalzare dei tamburi di guerra, sembra che sia solo questione di tempo perchè anche lei venga destituita, insieme a chiunque altro si azzardi a frenare l’incontenibile impulso di potere di questo governo in nome della “sicurezza nazionale”.

Dall’inizio della guerra i giornalisti esteri, soprattutto dei media arabi, hanno riferito di un trattamento ostile da parte della polizia, compreso il divieto di accedere a determinati luoghi. Ben-Gvir ha addirittura chiesto che il capo del servizio di sicurezza Shin Bet prendesse iniziative contro i media che, secondo lui, “mettono a rischio la sicurezza nazionale” attraverso i loro reportage.

Anche le milizie semiufficiali che Ben-Gvir ha alimentato non hanno abbassato la guardia. Domenica uno squadrone della sicurezza locale guidato dal rapper di destra noto come ‘l’ombra’ (Yoav Eliassi) ha eretto una barricata sul luogo di un attacco missilistico a Tel Aviv ed ha fermato violentemente dei giornalisti stranieri.

Solo un intervento del portavoce del distretto di polizia di Tel Aviv ha permesso ai giornalisti di accedere al sito. In seguito la polizia ha detto di aver “chiarito le direttive” e che gli squadroni di sicurezza erano stati avvertiti di non interagire con i giornalisti.

La guerra è un tempo difficile quando si tratta di diritti civili. Ma quando è condotta sullo sfondo di un tentato colpo di stato che è stato temporaneamente bloccato in seguito all’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 la minaccia alla democrazia è raddoppiata. La procuratrice generale, le organizzazioni della società civile, gli stessi media e l’opposizione politica – se si ricorda ancora di esserlo – devono stare in guardia.

Il presente articolo è l’editoriale di apertura di Haaretz, come pubblicato sui giornali in ebraico e in inglese in Israele.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)