L’euforia della “vittoria” di Israele sull’Iran sta rapidamente cedendo il passo alla disillusione.

Meron Rapoport

27 giugno 2025- +972Magazine

Politicamente, Netanyahu potrebbe sembrare il vincitore della “Guerra dei 12 giorni”. Ma Israele non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi militari ed è impossibile ignorare Gaza.

“Possiamo dire che questa è la più grande vittoria nella storia dello Stato di Israele?”. È quanto ha chiesto un conduttore del Canale 12 israeliano al generale in pensione dell’esercito israeliano Giora Eiland – padre del cosiddetto “Piano dei Generali” per affamare e ripulire etnicamente le città più settentrionali di Gaza – circa due ore dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco tra Israele e Iran, il 24 giugno. Eiland si è mostrato modesto. La vittoria nella guerra del 1967 è stata più grande, ha rassicurato il conduttore, ma si è trattato certamente di un risultato straordinario.

Essendo abbastanza vecchio da ricordare l’euforia seguita alla guerra del 1967, non posso negare gli echi tra la Guerra dei Sei Giorni e questa “Guerra dei Dodici Giorni” con l’Iran: lo stesso sollievo collettivo per una minaccia esistenziale percepita come presumibilmente eliminata, lo stesso disprezzo e la stessa presa in giro per le prestazioni del nemico, lo stesso orgoglio travolgente per l’abilità militare di Israele, unito alla convinzione che una tale vittoria garantisca il futuro del Paese per i decenni a venire.

Ma come la storia ci ricorda, la guerra del giugno 1967 non fu l’ultima per Israele. Tutt’altro. Per molti versi, segnò l’inizio di una nuova era di spargimenti di sangue. L’attuale guerra a Gaza, e forse anche quella con l’Iran, possono essere viste come una diretta continuazione di quel “glorioso trionfo”.

Ci vollero anni dopo il 1967 perché gli israeliani capissero che la guerra non aveva inaugurato la trasformazione che speravano. Questa volta, la disillusione si è fatta sentire quasi immediatamente. Poche ore dopo l’improvviso annuncio del cessate il fuoco da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump era già evidente che una vittoria sull’Iran difficilmente avrebbe posto fine al conflitto di Israele con la Repubblica Islamica, per non parlare di tutte le sue guerre future.

Nelle prime ore di domenica mattina, subito dopo l’attacco statunitense ai siti nucleari iraniani, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato: “Vi avevo promesso che gli impianti nucleari iraniani sarebbero stati distrutti, in un modo o nell’altro. Quella promessa è stata mantenuta”. In un discorso televisivo, Trump ha ribadito tale opinione, sostenendo che i siti erano stati “totalmente distrutti” nell’attacco aereo di sabato sera.

Gli iraniani hanno subito replicato di aver rimosso la maggior parte dell’uranio arricchito da Fordow prima dell’attacco, mentre un servizio della CNN che citava fonti di intelligence statunitensi ha rivelato che l’attacco aveva probabilmente ritardato il programma nucleare iraniano di “qualche mese” al massimo. Dato che l’obiettivo dichiarato della guerra era quello di eliminare la minaccia immediata di una bomba iraniana – e che l’intelligence statunitense non ha mai creduto che l’Iran fosse vicino a produrne una – è difficile sostenere che questo obiettivo sia stato raggiunto.

L’ “amaro sapore ” della guerra

Un altro punto interrogativo incombe sull’impatto della guerra sulla deterrenza di Israele in Medio Oriente. Da un lato, l’esercito israeliano ha chiaramente dimostrato una schiacciante superiorità: ha sorvolato lo spazio aereo iraniano senza ostacoli, possedeva informazioni precise sulla posizione di alti funzionari della difesa e scienziati nucleari iraniani e ha effettuato attacchi mirati con notevole precisione. Le sue capacità operative e tecnologiche si sono mostrate pienamente. Israele ha anche dimostrato di poter agire come un bullo di quartiere nella regione – ignorando il diritto internazionale e aggirando i negoziati in corso tra l’Iran e l’amministrazione Trump – pur continuando a godere di un sostegno incrollabile da parte dell’Occidente, soprattutto di Washington.

Ma mentre il successo di Netanyahu nel trascinare gli Stati Uniti in una guerra da lui stesso avviata ha il rafforzato l’immagine di Israele come potenza regionale, sarebbe un errore sottovalutare il livello di deterrenza che l’Iran è riuscito a stabilire.

Dal 1948, le principali città israeliane non avevano mai affrontato il tipo di minaccia prolungata sperimentata durante questa guerra: numerosi edifici ridotti in macerie; altri 25 destinati alla demolizione a causa di danni strutturali; 29 civili israeliani uccisi; quasi 10.000 persone rimaste senza casa; oltre 40.000 richieste di risarcimento presentate all’autorità fiscale, strade delle città svuotate e attività economiche bloccate. Il 7 ottobre è stato orribile, ma è stato ampiamente percepito dagli israeliani come una catastrofe senza precedenti. La guerra di 12 giorni con l’Iran, tuttavia, ha intaccato il loro consolidato senso di sicurezza. Milioni di persone hanno sentito che iniziava a incrinarsi il loro senso di invulnerabilità.

L’Iran ha dimostrato che, nonostante le difese all’avanguardia di Israele, il territorio di quest’ultimo è pur sempre vulnerabile. Le immagini di distruzione da Tel Aviv, Bat Yam e Be’er Sheva assomigliavano a scene di Gaza e sono state ampiamente diffuse in tutta la regione, anche da coloro che non necessariamente sostengono il regime iraniano. Anche se la maggior parte degli israeliani ritiene che la sofferenza “valga il prezzo” di infliggere un duro colpo all’Iran, la costante corsa ai rifugi, le notti insonni e il disorientamento quotidiano hanno lasciato un segno psicologico duraturo. Se il conflitto dovesse riaccendersi, è improbabile che gli israeliani lo affronteranno con la stessa compostezza.

È chiaro che Netanyahu e la leadership israeliana non cercavano un confronto prolungato con l’Iran, proprio perché avrebbe minato la narrazione della “vittoria totale” che ha dominato i primi giorni della campagna. Questo probabilmente spiega perché subito dopo l’attacco statunitense al nucleare iraniano la maggior parte dei commentatori e degli analisti israeliani ha iniziato a parlare di “chiudere la storia”.

Eppure anche in questo limitato confronto di 12 giorni Israele non ha raggiunto i suoi obiettivi dichiarati. In una conferenza stampa poco dopo l’inizio dell’offensiva Netanyahu ha definito tre obiettivi: smantellare il programma nucleare iraniano, eliminare le sue capacità missilistiche balistiche e troncare il suo sostegno all'”asse del terrore”. Il Ministro della Difesa Israel Katz si è spinto oltre, affermando che uno degli obiettivi di Israele era assassinare l’ayatollah Ali Khamenei – di fatto, innescare un cambio di regime.

Quell’obiettivo “finale” non è stato raggiunto. Infatti, mentre i dettagli dell’accordo di cessate il fuoco tra Trump e Teheran rimangono poco chiari, è evidente che nessuno dei tre obiettivi di Netanyahu è stato raggiunto. L’Iran non ha fretta di tornare ai colloqui sul nucleare, accusando Washington di doppiezza per aver intrapreso azioni diplomatiche mentre dava il via libera agli attacchi israeliani. Non è stato limitato l’arsenale missilistico iraniano in espansione, che il Capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano Eyal Zamir ha indicato come la ragione principale dell'”attacco preventivo”. E non vi è alcuna riduzione del sostegno iraniano al suo cosiddetto “anello di fuoco”: la rete regionale di alleati dell’Iran che circonda Israele.

Se Israele è emerso come la potenza militare superiore, diplomaticamente sembra aver guadagnato poco, se non nulla. Questo risultato non dovrebbe sorprendere: dall’inizio della guerra a Gaza Netanyahu ha in gran parte abbandonato gli sforzi per stabilire chiari obiettivi diplomatici per l’azione militare, affidandosi invece alla forza come unico strumento politico, da Gaza e dal Libano alla Siria e ora all’Iran.

Quest’ultimo fronte ha nuovamente messo in luce i limiti di tale approccio. Fin dal primo giorno l’Iran ha dichiarato che non avrebbe negoziato sotto il fuoco nemico, chiedendo un cessate il fuoco prima di qualsiasi ritorno ai colloqui sul nucleare. Israele ha rifiutato e Netanyahu è sembrato applicare la stessa strategia precedentemente riservata ad Hamas: negoziati solo sotto il fuoco nemico. Eppure, alla fine, il cessate il fuoco è stato dichiarato senza alcuna (nota) precondizione, esattamente come richiesto dall’Iran.

Il divario tra “obiettivi” ambiziosi e “risultati” più sfuggenti sta già seminando delusione, almeno nella destra israeliana. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha parlato di un “sapore amaro” che accompagna la “vittoria decisiva”. Benny Sabti, un analista israeliano di origine iraniana che è diventato una voce di spicco nei notiziari israeliani durante la guerra, ha twittato che “un cessate il fuoco in mezzo al continuo lancio di razzi e alle vittime è una decisione irrazionale. L’Iran ne uscirà più forte”.

Persino l’apparente successo diplomatico di Netanyahu, che ha trascinato le forze armate statunitensi in una guerra iniziata da Israele, è ora in fase di rivalutazione. Solo pochi giorni fa è stato salutato come un trionfo personale per il premier israeliano, con il parlamentare Aryeh Deri che ha definito Trump “messaggero di Dio per il popolo ebraico”. Ma affidandosi agli Stati Uniti per sferrare il colpo finale a Fordow Israele ha di fatto ceduto una parte della sua autonomia, il che ha reso evidente che Trump ha ancora l’ultima parola. Dopo che l’Iran ha lanciato un missile tre ore dopo il cessate il fuoco Israele ha inviato aerei da guerra per rispondere. Ma mentre erano già in volo Trump ha pubblicamente avvertito Israele sul suo account Truth Social: “NON SGANCIATE QUELLE BOMBE”, costringendo gli aerei a tornare indietro.

Una restaurazione politica?

In apparenza Netanyahu sembra essere in Israele il grande vincitore di questa guerra. Persino i suoi più accaniti critici sui media gli hanno attribuito il merito del successo militare, per non parlare dei suoi sostenitori, che sono tornati a parlare di lui in termini quasi divini. Lui stesso sembra rinato: rilascia interviste, visita i siti di impatto missilistico, mangia falafel con la gente – gesti che aveva praticamente abbandonato dall’avvio della sua riforma giudiziaria, e certamente dal 7 ottobre. Non sorprende che sui media stiano già circolando speculazioni su una sua possibile convocazione di elezioni anticipate per capitalizzare sulla sua gloria ritrovata.

Ma i sondaggi pubblicati dopo l’attacco iniziale di Israele contro l’Iran sono stati meno incoraggianti per Netanyahu di quanto ci si poteva aspettare. Il Likud ha guadagnato terreno, ma il blocco di coalizione di destra rimane fermo alla previsione di 50 seggi alla Knesset, non sufficienti a impedire all’opposizione di formare un governo. Una possibile spiegazione è che i piloti dell’aeronautica e gli ufficiali dell’intelligence, i due gruppi forse più associati al movimento di protesta anti-Netanyahu, siano emersi come i veri eroi della guerra.

Il motivo principale per cui Netanyahu ha scelto questo momento per lanciare una guerra contro l’Iran è stato quello di far scomparire Gaza dalla vista: far dimenticare alla gente il suo fallimento nell’eliminare Hamas; far dimenticare gli ostaggi ancora prigionieri; far dimenticare la crescente indignazione internazionale per le immagini orribili provenienti dalla Striscia; far dimenticare la crescente frustrazione interna per la guerra; e far dimenticare che il mostruoso piano di spingere i palestinesi nel sud di Gaza in preparazione dell’espulsione è in stallo, ottenendo ben poco se non sparare ai civili affamati in attesa di cibo. Ma ora che la guerra con l’Iran è finita Gaza è di nuovo impossibile da ignorare.

Se qualche israeliano avesse avuto bisogno di un avvertimento, non ha dovuto aspettare a lungo: il 25 giugno sette soldati sono stati uccisi da un ordigno esplosivo improvvisato a Khan Yunis. E contrariamente alle speranze di Netanyahu, la pressione per porre fine alla guerra a Gaza non potrà che intensificarsi.

Anche prima del mortale incidente di Khan Yunis si percepiva già un palpabile senso di stanchezza e disperazione tra le truppe israeliane in servizio a Gaza, in particolare tra i riservisti. La guerra con l’Iran potrebbe infatti rafforzare la crescente convinzione tra gli israeliani che, se il Paese riesce ad affrontare con successo una minaccia apparentemente esistenziale come il programma nucleare iraniano, allora può certamente gestire una sfida di gran lunga inferiore come Hamas, raggiungendo un accordo per porre fine alla guerra in cambio di tutti gli ostaggi.

In effetti il “Forum degli Ostaggi e delle Famiglie Scomparse”, il principale gruppo che rappresenta le famiglie degli israeliani ancora prigionieri a Gaza, non ha perso tempo a fare il collegamento. “Chiunque praggiungere un cessate il fuoco con l’Iran può anche porre fine alla guerra a Gaza” ha dichiarato in una nota dopo il cessate il fuoco. Non è ancora chiaro se ora Trump farà pressione per porre fine alla guerra a Gaza al fine di rafforzare la sua immagine di pacificatore. Ma se dovesse procedere in questa direzione sarà molto più difficile per Netanyahu resistere, soprattutto dopo aver di fatto consegnato a Trump le chiavi per porre fine alla guerra con l’Iran.

Lo sfogo furioso di Steve Bannon, figura di spicco del MAGA, che ha definito Netanyahu uno “sfacciato bugiardo” per aver violato il cessate il fuoco mediato da Trump, è un segnale d’allarme. E i Paesi europei, molti dei quali hanno sostenuto Israele durante la guerra con l’Iran per un istintivo riflesso Occidente contro Oriente, potrebbero ora intensificare le loro minacce di sanzionare Israele, e forse persino darvi seguito, a meno che non “metta fine alle sofferenze” a Gaza..

Per oltre 30 anni la “minaccia esistenziale” dell’Iran – e l’affermazione che solo lui potesse neutralizzarla – è stata una delle carte politiche più potenti di Netanyahu. Ma ora l’ha giocata. E non sarà facile giocarla di nuovo. Non può affermare in modo credibile nel prossimo futuro che l’Iran sia sul punto di costruire una bomba senza minare proprio quella “vittoria decisiva” che ha celebrato in diretta televisiva.

Questo lascia la pulizia etnica a Gaza e l’annessione della Cisgiordania come obiettivi rimanenti del programma di Netanyahu. Ma politicamente queste sono carte molto più deboli, soprattutto se restano in piedi da sole, senza l’incombente spettro di un “asse del male” iraniano.

Senza una carta forte da giocare Netanyahu potrebbe arrivare a considerare un accordo globale su Gaza – come quello recentemente proposto da Gilad Erdan, ex ambasciatore a Washington e fedele sostenitore di Netanyahu – come la via più praticabile: porre fine alla guerra, riportare a casa gli ostaggi (i pochi ancora vivi) e andare alle elezioni cavalcando l’entusiasmo per la vittoria in Iran e le immagini di lui che abbraccia gli ostaggi al loro ritorno.

Smotrich e Ben Gvir probabilmente abbandonerebbero la coalizione. Ma se Netanyahu dovesse vincere le elezioni quasi certamente i due tornerebbero nel governo per portare avanti la riforma giudiziaria e l’annessione della Cisgiordania. Sarebbe una scommessa drammatica, e un’inversione di rotta rispetto a quasi tutto ciò che Netanyahu ha fatto negli ultimi 20 mesi. Ma paradossalmente, le probabilità di un simile cambiamento potrebbero essere aumentate dopo la conclusione poco chiara della guerra con l’Iran.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call.

(Traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Le autorità di Gaza affermano che sono state trovate pillole di oppioidi negli aiuti alimentari forniti dagli Stati Uniti.

Shradda Joshi

27 giugno 2025 MiddleEastEye

La Gaza Humanitarian Foundation, l’ente israelo-statunitense che distribuisce gli aiuti umanitari a Gazai, è stata ampiamente condannata per possibile complicità in crimini di guerra.

Venerdì l’Ufficio Stampa del governo di Gaza ha denunciato la presenza di pillole di ossicodone che sarebbero state trovate nei sacchi di farina distribuiti dai centri di aiuto “israelo-statunitensi”.

“Finora abbiamo quattro testimonianze documentate di cittadini che hanno trovato queste pillole all’interno dei sacchi di farina”, si afferma in un comunicato, segnalando la “possibilità che alcune di queste sostanze stupefacenti siano state deliberatamente macinate o disciolte nella farina stessa”.

L’ossicodone è un oppioide indicato per il trattamento del dolore acuto e cronico, spesso prescritto ai pazienti oncologici.

Il farmaco crea una forte dipendenza e può avere effetti potenzialmente letali, tra cui complicazioni respiratorie e allucinazioni.

La dichiarazione dell’Ufficio Stampa arriva dopo che diversi post sui social media hanno condiviso immagini di pillole presumibilmente rinvenute in sacchi di farina a Gaza.

Il farmacista palestinese Omar Hamad ha definito le pillole scoperte come “la forma più spregevole di genocidio”.

Anche Khalil Mazen Abu Nada, un medico palestinese di Gaza, ha pubblicato su Facebook un post sulla droga descrivendola come un “mezzo per cancellare la nostra consapevolezza sociale”.

L’Ufficio Stampa del governo di Gaza ha dichiarato di ritenere Israele “pienamente responsabile di questo crimine atroce di diffusione della dipendenza e di distruzione del tessuto sociale palestinese dall’interno”.

L’ufficio ha anche denunciato lo “sfruttamento del blocco di Gaza da parte dell’esercito israeliano per contrabbandare queste sostanze come ‘aiuto e assistenza'”, e ha definito i centri di assistenza gestiti da Israele e Stati Uniti delle “trappole mortali”.

La Gaza Humanitarian Foundation (GHF), la controversa organizzazione israelo-americana che gestisce i punti di assistenza a Gaza, è stata ampiamente condannata dalle organizzazioni per i diritti umani per la sua mancanza di trasparenza e responsabilità.

Mercoledì 15 le associazioni per i diritti umani e legali hanno chiesto la sospensione dell’incarico a GHF per via del suo ruolo nello scalzare le organizzazioni umanitarie internazionali e favorire lo “sfollamento forzato” dei palestinesi a Gaza, ciò che potrebbe costituire complicità in “crimini di diritto internazionale, inclusi crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio”.

Le autorità sanitarie di Gaza hanno riferito che nell’ultimo mese di attività del GHF almeno 516 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane nei pressi dei siti di distribuzione aiuti.

Venerdì il quotidiano israeliano Haaretz ha riportato la notizia che dei soldati israeliani hanno ammesso di aver sparato e ucciso direttamente palestinesi disarmati nei siti di distribuzione aiuti gestiti dal GHF.

Middle East Eye ha richiesto un commento al GHF.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il rapporto “Starving a Generation” accusa Israele di aver trasformato in un’arma la fame come strumento genocida Defense for Children International – Palestine

Defense for Children International – Palestine

24 giugno 2025 – DCIP

Ramallah, 24 giugno 2025 – Oggi Defense for Children International – Palestine, in collaborazione con Doctors Against Genocide, ha pubblicato un rapporto in cui afferma che le autorità israeliane hanno deliberatamente trasformato in un’arma la fame come metodo per il genocidio, con conseguente morte e sofferenza evitabili di bambini palestinesi a Gaza che avranno un impatto negativo per le future generazioni.

“Starving a Generation: Israel’s Famine Campaign Targeting Palestinian Children in Gaza” [Affamare una generazione: la campagna israeliana di carestia che prende di mira i bambini a Gaza] documenta 33 casi di bambini vittime della fame nella Striscia di Gaza raccolti dai ricercatori sul campo di DCIP tra il 7 ottobre 2023 e il 21 maggio 2025. In nove di questi casi il bambino è morto. Questi bambini, tutti morti per denutrizione, avevano da una settimana a 10 anni di vita. Degli altri 24 casi che documentano bambini che soffrono tuttora gli effetti della mancanza di cibo, 14 hanno meno di un anno, cinque sono nella prima infanzia e cinque hanno un’età scolare. Cinque sono affetti da malattie croniche. Questi casi rappresentano solo una piccola frazione del numero esatto, in quanto i continui bombardamenti, l’assedio e il blocco agli aiuti da parte di Israele rendono impossibile una documentazione esaustiva.

“Il mondo ha assistito in tempo reale alla morte per fame dei bambini palestinesi fin dai primi giorni del genocidio israeliano a Gaza e ha rifiutato di intraprendere azioni significative per salvarli,” afferma Miranda Cleland, incaricata alla sensibilizzazione di DCIP e una degli autori del rapporto. “Questo rapporto include 33 casi di bambini privati di cibo, ognuno dei quali rappresenta un bambino la cui vita sarà pregiudicata per sempre. La carestia che è in atto oggi a Gaza avrà un impatto permanente e catastrofico su bambini e famiglie palestinesi per generazioni.”

“Non potrebbe essere più chiaro di così: Israele intende affamare i palestinesi per cacciarli e distruggerli,” afferma Kathryn Ravey, incaricata alla sensibilizzazione di DCIP. “Israele sta contravvenendo a ogni norma intesa a evitare e punire un genocidio e la comunità internazionale non solo consente che ciò avvenga, ma sta attivamente traendo profitto dal genocidio da parte di Israele sia attraverso la vendita di armi che le continue facilitazioni al commercio e la protezione diplomatica.”

Doctors Against Genocide ha contribuito con un ampio capitolo sulle conseguenze devastanti sui bambini della mancanza di cibo riguardo alla salute, allo sviluppo e alla psicologia. Avverte degli effetti a lungo termine e spesso irreversibili, compresi arresto della crescita, danni neurologici, sistema immunitario indebolito e deterioramento cognitivo permanente.

“Guardate lo sguardo vuoto del bambino,” afferma in un’intervista con Doctors Against Genocide il dottor Ahmed Al-Faraa, primario di pediatria dell’ospedale Nasser di Khan Younis, dove molti dei bambini citati nel rapporto hanno ricevuto cure, parlando di Amro, due anni, un paziente affetto da gravissima malnutrizione acuta: “Potete vedervi un sacco di domande: dov’è mia madre? Dov’è mio padre? Cos’ho fatto per essere punito in questo modo? Bambini come Amro non riescono a piangere. Il personale che si occupa del bambino si sente molto triste e piange a causa della tristezza (che provano) per lui.”

Il rapporto afferma che le forze e i politici israeliani hanno sistematicamente e deliberatamente colpito i sistemi di produzione e distribuzione del cibo, attaccato i convogli umanitari e bloccato l’ingresso di aiuti a Gaza. Documenta anche la morte di bambini in zone come il nord di Gaza, totalmente tagliata fuori dagli aiuti e dai rifornimenti. Alcune famiglie raccontano di non essere state in grado di nutrire i propri figli in quanto le stesse madri erano troppo malnutrite per poterli allattare e il latte artificiale era introvabile.

I principali risultati del rapporto sono i seguenti:

  1. La mancanza di cibo si è manifestata nella Striscia di Gaza almeno dall’inizio del 2024, quando i primi bambini palestinesi sono morti di fame a causa del blocco israeliano del nord di Gaza.

  2. La mancanza di cibo per i bambini è un meccanismo fondamentale nella campagna genocida di Israele e lo è stato fin dall’inizio, prendendo di mira le attuali e future generazioni di bambini e famiglie palestinesi.

  3. Il rifiuto della comunità internazionale a denunciare la carestia, riconoscere le intenzioni genocide dei politici israeliani e spezzare l’assedio israeliano ha spianato la strada alla mancanza di cibo per ancor più bambini.

  4. Neonati, lattanti e bambini con malattie croniche sono tra i più vulnerabili agli effetti della denutrizione e disidratazione.

  5. La carestia in corso ora a Gaza avrà un impatto negativo sui bambini e sulle famiglie palestinesi per le generazioni future.

Il rapporto mette in risalto la militarizzazione dell’aiuto attraverso l’uso di contractor della sicurezza privata con sede negli USA, che ora gestiscono a Gaza “centri di distribuzione” letali, dove centinaia di palestinesi sono stati colpiti o uccisi mentre cercavano di ottenere cibo. La presenza di questi contractor armati, lungi dal garantire sicurezza, ha aggravato i rischi che devono affrontare civili già ridotti alla fame.

L’analisi giuridica del rapporto conclude che le politiche israeliane per affamare la popolazione costituiscono crimini di guerra, contro l’umanità e azioni genocide.

La DCIP chiede agli Stati e alle istituzioni internazionali di interrompere immediatamente l’assedio contro Gaza, garantire un accesso umanitario senza impedimenti ed equo, consentire urgenti evacuazioni per ragioni di salute, imporre a Israele un embargo alle armi e ai finanziamenti e appoggiare pienamente meccanismi di responsabilizzazione presso la Corte Penale Internazionale e la Corte Internazionale di Giustizia. Soprattutto, la comunità internazionale deve prendere ogni iniziativa necessaria per porre fine al genocidio in corso contro il popolo palestinese.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Uno studio pubblicato sullo Harvard Dataverse rivela che Israele ha “fatto sparire” quasi 400.000 palestinesi a Gaza, metà dei quali minori.

The Cradle

24 giugno 2025 – The Cradle.co

Lo studio di un professore della Ben Gurion University utilizza analisi basate sui dati e mappature spaziali per evidenziare un forte calo della popolazione di Gaza dall’ottobre 2023

Uno studio pubblicato sullo Harvard Dataverse rivela che Israele ha fatto “sparire” almeno 377.000 palestinesi dall’inizio della sua campagna genocida contro la Striscia di Gaza nel 2023.

Si ritiene che metà di questi siano minori.

Il rapporto è stato redatto dal professore israeliano Yaakov Garb, che ha utilizzato analisi basate sui dati e mappature spaziali per mostrare come l’assedio di Gaza e gli attacchi indiscriminati contro i civili nell’enclave da parte dell’esercito israeliano abbiano portato a un forte calo della popolazione.

I 377.000 palestinesi di cui si è persa traccia a causa del genocidio israeliano rappresentano circa il 17% dell’intera popolazione della Striscia di Gaza, che ora ammonta a circa 1,85 milioni. Prima della guerra a Gaza, la popolazione della Striscia era stimata in 2,227 milioni.

Secondo il rapporto, mentre alcuni sono sfollati o dispersi, si ritiene che un numero significativo sia stato ucciso dalle forze israeliane. Il Professore osserva che il bilancio ufficiale delle vittime, pari a 61.000, è chiaramente una sottostima poiché le vittime rimaste intrappolate sotto le macerie non sono incluse.

Nel rapporto Garb ha anche condannato la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), un controverso meccanismo di distribuzione di aiuti umanitari lanciato da Stati Uniti e Israele il mese scorso.

Sostiene che “Questi centri di aiuti sembrano riflettere una logica di controllo, non di assistenza, e sarebbe improprio definirli ‘centri di distribuzione di aiuti umanitari’. Non aderiscono ai principi umanitari e gran parte della loro progettazione e del loro funzionamento è guidata da altri obiettivi che ne minano lo scopo dichiarato”.

L’ONU ha accusato la GHF di essere stata concepita per favorire i trasferimenti forzati di popolazione. Da quando ha iniziato le sue operazioni, la GHF ha causato la morte di centinaia di palestinesi in cerca di aiuto da parte delle forze israeliane.

Il rapporto, pubblicato sullo Harvard Dataverse, non è la prima pubblicazione a sostenere che il bilancio delle vittime a Gaza potrebbe, in realtà, essere significativamente superiore a quanto riportato.

La rivista medica The Lancet ha pubblicato uno studio a gennaio di quest’anno rivelando che il bilancio delle vittime del genocidio israeliano a Gaza è stato molto probabilmente sottostimato del 41% nei primi nove mesi di guerra.

Lo studio di gennaio ha evidenziato che circa il 59,1% delle vittime erano donne, bambini e anziani.

L’anno precedente, nel luglio 2024, The Lancet aveva affermato che l’attacco israeliano a Gaza avrebbe potuto causare tra 149.000 e 598.000 vittime.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)

 




Perché dobbiamo continuare a parlare di Gaza

Linah Alsaafin

24 giugno 2025 – Middle East Eye

Il massacro quotidiano e la morte per fame dei palestinesi nel territorio assediato continuano ogni giorno, mentre Netanyahu cerca di spostare l’attenzione del mondo su Teheran

Lungi dal placarsi o rallentare, lo sterminio di massa, gli sfollamenti forzati e la carestia deliberatamente provocata contro la popolazione palestinese assediata nella Striscia di Gaza sono proseguiti a pieno ritmo dal momento in cui Israele ha iniziato ad attaccare l’Iran due settimane fa.

Eppure, invece di diventare il tema centrale del dibattito, persino ora che per la prima volta nella nostra vita abbiamo assistito a bombardamenti di città e paesi israeliani, la distruzione intenzionale di Gaza è stata relegata, nel migliore dei casi, ad una semplice cifra nel bollettino quotidiano delle vittime. Nel peggiore è stata completamente ignorata.

Martedì notte il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che Iran e Israele avevano concordato un cessate il fuoco in seguito agli attacchi coordinati del primo contro la base aerea statunitense evacuata di Al Udaid, in territorio qatariota. Nello stesso giorno, prima delle dodici, nella Striscia di Gaza sono stati uccisi 71 palestinesi, il giorno prima 50 e nelle 48 ore precedenti altri 200.

Il primo genocidio al mondo trasmesso dalla televisione continua all’insegna di una abietta disumanizzazione e di una consapevolezza universalmente accettata: ci si aspetta che i palestinesi muoiano e che dovrebbero farlo in silenzio, nonostante la barbarie senza pari del massacro israeliano appoggiato dall’Occidente.

Nel fine settimana il giornalista palestinese Amin Hamdan, la moglie e le due figlie piccole sono stati uccisi in un attacco israeliano. L’ufficiale della protezione civile palestinese Mohammad Ghorab, il cui padre, anch’egli membro della protezione civile, è stato ucciso durante la Grande Marcia del Ritorno del 2018, e suo figlio sono stati colpiti a morte in un attacco israeliano al campo profughi di Nuseirat. Sono stati assassinati anche tre ragazzi che raccoglievano legna da ardere a Shujaiya.

Ahmad al-Farra, primario di pediatria e ostetricia dell’ospedale Nasser, ha avvertito che i neonati in terapia intensiva neonatale rischiano di morire entro 24-48 ore a causa della carenza di latte artificiale per prematuri, una conseguenza diretta dell’assedio israeliano.

Un membro della Knesset israeliana si è recentemente vantato che se 100 palestinesi vengono uccisi in una sola notte, “a nessuno importa”.

Quando penso ai soldati israeliani dal grilletto facile che attirano persone disperate e affamate in un luogo con la promessa di cibo solo per poi ucciderle con proiettili di cecchino e bombardamenti di artiglieria, senza fare distinzioni tra uomini, donne e bambini, penso a quanto sia limitata la lingua inglese nel riuscire a definire atti così profondamente malvagi.

“Non c’è cibo”

Organizzati dalla Gaza Humanitarian Foundation (GHF), una sigla da neolingua orwelliana come nessun’altra, sostenuta dagli Stati Uniti, questi “centri di soccorso” sono essenzialmente trappole mortali che hanno ucciso più di 450 palestinesi da quando un mese fa hanno iniziato a distribuire con il contagocce magri rifornimenti di cibo.

Prima del 7 ottobre 2023 i giorni gloriosi del blocco israelo-egiziano su Gaza vedevano una media di 500 camion entrare quotidianamente nel territorio. Ma dopo che il 2 marzo Israele ha imposto un blocco totale su Gaza, senza alcun ingresso di cibo o aiuti umanitari, la GHF è diventata l’unico mezzo per fornire assistenza salvavita.

Il genocidio israeliano ha ucciso migliaia di minori, i quali minori costituiscono metà della popolazione della Striscia di Gaza. Li ha privati ​​di un futuro, negando loro l’istruzione e una vita dignitosa, compresa la sicurezza di una casa e di una famiglia. Ha creato la più grande coorte di bambini amputati della storia recente.

Secondo l’ONU, a Gaza il numero di bambini sotto i cinque anni che soffrono di malnutrizione acuta è quasi triplicato nella seconda metà di maggio rispetto ai tre mesi precedenti.

Questa carestia programmata su larga scala spinge le persone, con i loro corpi emaciati, verso i centri GHF, dove, se sono fortunati, possono avere accesso a un sacco di farina. Altrimenti potrebbero morire o tornare a casa senza niente dopo aver sopportato ore di viaggio a stomaco vuoto.

Mohammad al-Darbi, un ragazzino di 12 anni che, dopo aver camminato per otto ore per recuperare due chilogrammi di farina solo per essere poi derubato dai ladri, ha implorato il mondo complice riempiendosi la bocca di sabbia. “Non c’è cibo, niente da mangiare”, singhiozzava.

Qualche giorno prima il corpo senza vita del ventenne Mohammad Yousef al-Zaanin era stato trasportato tra la folla su un bancale di legno, con i vestiti striati di farina. Il giovane era di Beit Hanoun, una città del nord in gran parte distrutta, ed era partito nella speranza di riportare un sacco di farina per la madre e le sette sorelle, sfollate e affamate. Ma la sua storia, la sua vita e la sua morte, sono state ampiamente ignorate.

Il giorno dopo, un attacco israeliano al quartiere di Zeitoun a Gaza City ha ferito gravemente Inas Farhat e ucciso i suoi sette figli. A maggio il marito e i nove figli di una pediatra sono stati uccisi in un attacco aereo sulla loro casa, alcuni dei loro corpi carbonizzati e irriconoscibili, a pezzi. La sadica normalizzazione dell’uccisione di intere famiglie si ripete all’infinito.

“La sofferenza qui è immensa”, ha scritto Fadel Naim, un chirurgo ortopedico di Gaza, il quale afferma che gli ospedali, a malapena operativi, accolgono centinaia di feriti ogni giorno. “Le famiglie sono dilaniate non solo dalle bombe, ma anche dalla fame, dalla paura e dalla disperazione. Eppure, il mondo rimane in gran parte in silenzio”.

Un perfetto spauracchio

In questo contesto il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha puntato su una guerra regionale, con l’obiettivo di salvare la sua carriera politica e ripristinare il paradigma della deterrenza che è andato in frantumi dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.

Anche con il sostegno dei regimi fantoccio arabi, principalmente Egitto, Giordania ed Emirati Arabi Uniti, e il pieno appoggio della maggior parte dei Paesi occidentali, l’idea di compiere un genocidio che persiste da quasi due anni provoca inevitabilmente delle conseguenze. L’Iran e la facilmente sfatabile asserzione di un’imminente acquisizione di una bomba nucleare (si pensi alle inesistenti armi di distruzione di massa dell’Iraq) ha costituito il perfetto spauracchio, in preparazione da anni.

Gli attacchi missilistici e con droni dell’Iran contro Tel Aviv e altre zone di Israele hanno senza dubbio suscitato un certo grado di intima soddisfazione, dopo che per tanti mesi gli israeliani hanno sostenuto senza nessuna remora la punizione collettiva e lo sterminio di due milioni di palestinesi sottoposti al blocco.

La loro propaganda vittimistica, inclusa la raffica di condanne ipocrite e accuse di “crimini di guerra” dopo che un ospedale israeliano è stato colpito da un’esplosione, non inganna nessuno. A sua volta Israele dal 12 giugno ha ucciso più di 610 persone in Iran e ne ha ferite altre 4.746. Il bilancio delle vittime non include solo militari e scienziati nucleari, ma anche poeti, atleti e bambini.

Nel frattempo Israele continua a sganciare bombe di fabbricazione statunitense sulle “zone sicure” di Gaza, dove le tende sono l’unico rifugio per i palestinesi sfollati, la maggior parte dei quali negli ultimi 20 mesi ha perso la casa ed è stata costretta a fuggire ripetutamente da un luogo all’altro.

I bombardamenti di aree così densamente affollate hanno provocato lo sterminio di intere famiglie. Tra le vittime più recenti ci sono Mahmoud Rasras [operatore psicosociale molto impegnato a Gaza nelle attività di recupero di bambini traumatizzati dalla guerra, ndt.] e i suoi figli, Nidal e Ward. Pilastri della comunità, come l’amato comico e volontario presso organizzazioni benefiche Mahmoud Shurrab, sono stati uccisi nelle loro tende, perché, a quanto pare, la sicurezza di Israele dipende dal bombardare tende, affamare famiglie e bruciare o seppellire vivi sotto le macerie bambini innocenti.

Persino la sceneggiata di Israele che medita un cessate il fuoco è scomparsa dai notiziari, insieme alle notizie su negoziati o delegazioni che si spostano dal Cairo a Doha. Nessuno parla a nome dei palestinesi a Gaza, né l’Autorità Nazionale Palestinese collaborazionista nella Cisgiordania occupata, né i loro stessi compatrioti, che sembrano considerare i boicottaggi, le proteste e la disobbedienza civile, efficaci durante la Prima Intifada, come una reliquia del passato.

Come ha affermato Meqdad Jameel, scrittore e ricercatore della Striscia di Gaza: “Le persone sono diventate fantasmi. Tutti vivono in una terribile ansia, inorriditi dalla consapevolezza che il genocidio continuerà all’infinito, senza avere idea su come fermarlo”.

E queste persone esauste e profondamente traumatizzate continuano a essere ridotte a statistiche, invece di ricevere l’attenzione mondiale che meritano. Manteniamoci concentrati su Gaza. Li abbiamo già fortemente delusi; il minimo che possiamo fare è continuare a parlare, far rumore e diffondere le loro voci.

Dobbiamo far cessare la normalizzazione del massacro quotidiano di decine di palestinesi.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Linah Alsaafin è una giornalista palestinese che ha scritto per Al Jazeera, The Times Literary Supplement, Al Monitor, The News Internationalist, Open Democracy e Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il Ministero della Salute di Gaza afferma che Israele ha ucciso 25 persone in attesa di aiuti, mentre il bilancio delle vittime supera i 56.000

Associated Press

24 giugno 2025 – Haaretz

Testimoni hanno riferito all’Associated Press che le forze israeliane hanno aperto il fuoco mentre la gente avanzava verso est per avvicinarsi ai camion dei soccorsi in arrivo.

Secondo quanto riferito da testimoni e fonti ospedaliere palestinesi martedì di primo mattino le forze armate israeliane e i droni hanno aperto il fuoco contro centinaia di persone in attesa, nel centro di Gaza, dei camion degli aiuti umanitari.

In risposta a un’inchiesta dell’Associated Press l’esercito ha dichiarato di aver esaminato i rapporti sulle vittime causate dal fuoco israeliano dopo che un gruppo di persone si è avvicinato alle truppe in un’area adiacente al corridoio est-ovest di Netzarim, che taglia in due la striscia di Gaza.

L’ospedale Awda nel campo profughi urbano di Nuseirat, che ha accolto le vittime, ha dichiarato che i palestinesi stavano aspettando i camion sulla Salah al-Din Road a sud di Wadi Gaza.

Testimoni hanno riferito all’Associated Press che le forze israeliane hanno aperto il fuoco mentre le persone avanzavano verso est per avvicinarsi ai camion in arrivo.

È stato un massacro”, ha detto Ahmed Halawa, aggiungendo che carri armati e droni hanno sparato contro la gente “persino mentre fuggiva. Molti sono rimasti uccisi o feriti”.

Hossam Abu Shahada, un altro testimone oculare, ha affermato che all’inizio droni hanno sorvolato la zona per sorvegliare la folla poi, mentre la gente si dirigeva verso est, si sono sentiti colpi d’arma da fuoco provenienti da carri armati e droni. Ha descritto una scena “caotica e sanguinosa” mentre la gente cercava di fuggire.

Dice di aver visto mentre fuggiva almeno tre persone a terra immobili e molte altre ferite.

L’ospedale Awda ha dichiarato che altri 146 palestinesi sono rimasti feriti. Tra loro, 62 sono in condizioni critiche e sono stati trasferiti in altri ospedali nel centro della Striscia di Gaza.

Nella città centrale di Deir al-Balah, l’ospedale Martiri di Al-Aqsa ha dichiarato di aver ricevuto i corpi di sei persone uccise nello stesso incidente.

Testimoni e funzionari sanitari palestinesi affermano che le forze israeliane hanno ripetutamente aperto il fuoco sulla folla alla ricerca disperata del cibo necessario, uccidendo nelle ultime settimane centinaia di persone. L’esercito afferma di aver sparato colpi di avvertimento contro persone che si sarebbero avvicinate alle sue forze con fare sospetto.

Questo è avvenuto mentre il Ministero della Salute palestinese dichiarava che l’operazione militare israeliana a Gaza ha ucciso più di 56.000 persone dall’inizio della guerra seguita all’attacco a sorpresa di Hamas nel sud di Israele il 7 ottobre 2023.

Il Ministero ha dichiarato che dall’inizio della guerra sono state uccise 56.077 persone mentre altre 131.848 sono rimaste ferite, affermando che tra le vittime 5.759 sono state uccise da quando Israele ha ripreso i combattimenti il ​​18 marzo interrompendo un cessate il fuoco di due mesi.

Il Ministero non fa distinzione tra civili e combattenti, ma afferma che più della metà delle vittime sono donne e bambini.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Editoriale Haaretz. La libertà di stampa in Israele è sotto attacco con il pretesto della guerra con l’Iran

Editoriale Haaretz

23 giugno 2025 Haaretz

Dietro al pretesto della guerra anche la libertà di stampa in Israele è sotto attacco. Lunedì Haaretz ha riferito che il consulente legale della polizia ha inviato ai dirigenti nuove direttive che danno loro il potere di arrestare e anche imprigionare giornalisti, se ritengono che questi stiano documentando la posizione di lanci di missili “vicini o interni a siti di difesa strategica.”

Ma le indicazioni non si riferiscono solo a strutture segrete. Come attestato dal documento, esse sono anche, “in determinati casi, soggette a discrezionalità individuale” – cioè alla personale interpretazione –di ogni singolo agente di polizia, di qualunque grado.

Sono direttive draconiane. E’ sufficiente per un agente il timore che il sito in questione sia “sensibile”, anche se non lo è, per esercitare ampi poteri contro i giornalisti – dal fermarli per interrogarli al sospettarli di gravi reati contro la sicurezza.

Col pretesto di tutelare la sicurezza nazionale è stato in tal modo dato semaforo verde all’uso della forza arbitraria contro i giornalisti. Il sindacato dei giornalisti di Israele ha giustamente definito le nuove direttive “l’ultimo chiodo sul feretro della libertà di stampa in Israele” e ha richiesto che il capo della polizia Danny Levy le revocasse immediatamente.

Queste direttive non sono spuntate dal nulla. Precedentemente il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e il Ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi hanno cercato di richiedere ai media esteri di ottenere l’approvazione preventiva da parte della censura militare per pubblicare fotografie della scena dello schianto di un missile.

Questa iniziativa non ha alcuna base legale, ma è stata temporaneamente bloccata solo grazie all’intervento della procuratrice generale Gali Baharav-Miara. Tuttavia, dato il ritmo dei recenti eventi e con l’incalzare dei tamburi di guerra, sembra che sia solo questione di tempo perchè anche lei venga destituita, insieme a chiunque altro si azzardi a frenare l’incontenibile impulso di potere di questo governo in nome della “sicurezza nazionale”.

Dall’inizio della guerra i giornalisti esteri, soprattutto dei media arabi, hanno riferito di un trattamento ostile da parte della polizia, compreso il divieto di accedere a determinati luoghi. Ben-Gvir ha addirittura chiesto che il capo del servizio di sicurezza Shin Bet prendesse iniziative contro i media che, secondo lui, “mettono a rischio la sicurezza nazionale” attraverso i loro reportage.

Anche le milizie semiufficiali che Ben-Gvir ha alimentato non hanno abbassato la guardia. Domenica uno squadrone della sicurezza locale guidato dal rapper di destra noto come ‘l’ombra’ (Yoav Eliassi) ha eretto una barricata sul luogo di un attacco missilistico a Tel Aviv ed ha fermato violentemente dei giornalisti stranieri.

Solo un intervento del portavoce del distretto di polizia di Tel Aviv ha permesso ai giornalisti di accedere al sito. In seguito la polizia ha detto di aver “chiarito le direttive” e che gli squadroni di sicurezza erano stati avvertiti di non interagire con i giornalisti.

La guerra è un tempo difficile quando si tratta di diritti civili. Ma quando è condotta sullo sfondo di un tentato colpo di stato che è stato temporaneamente bloccato in seguito all’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 la minaccia alla democrazia è raddoppiata. La procuratrice generale, le organizzazioni della società civile, gli stessi media e l’opposizione politica – se si ricorda ancora di esserlo – devono stare in guardia.

Il presente articolo è l’editoriale di apertura di Haaretz, come pubblicato sui giornali in ebraico e in inglese in Israele.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele sta costruendo un tunnel per tagliare fuori i palestinesi dal centro della Cisgiordania

Qassam Muaddi

23 giugno 2025 – Mondoweiss

Israele sta costruendo nel centro della Cisgiordania tunnel e per attraversarli ai palestinesi verrà chiesto un lasciapassare, rendendo accessibili solo agli israeliani vaste aree dei territori occupati. L’intenzione è eliminare la presenza dei palestinesi attorno a Gerusalemme.

Presto un tunnel sotterraneo sarà l’unico collegamento tra 1.5 milioni di palestinesi della parte meridionale della Cisgiordania e il resto del territorio. Questo progetto infrastrutturale recentemente approvato, denominato progetto “Fabric of Life” [Tessuto della Vita], di fatto dividerebbe la Cisgiordania in due parti.

Il transito dei palestinesi dei governatorati di Betlemme ed Hebron verso Gerico, nella Valle del Giordano, passerebbe attraverso un nuovo tunnel sotterraneo che Israele sta progettando di costruire per aggirare la zona desertica a est di Gerusalemme. Ciò significa che l’intera area tra Gerusalemme e i confini della Valle del Giordano diventerebbe accessibile solo agli israeliani.

Il progetto, approvato dal governo israeliano all’inizio di questo mese, costerà 90 miliardi di dollari, che Israele prevede di coprire con un fondo speciale alimentato con soldi sottratti alle tasse doganali raccolte per conto dell’Autorità Palestinese (AP). Questi soldi dovrebbero essere destinati a progetti di sviluppo per la popolazione palestinese in Cisgiordania, ma il progetto non riguarda il miglioramento della viabilità dei palestinesi, ma il consolidamento del controllo israeliano sull’area geografica della Cisgiordania a est di Gerusalemme. Il progetto Fabric of Life impedirebbe di fatto ogni possibilità di circolazione dei palestinesi in questa zona.

Il contesto più complessivo di Fabric of Life è solo una parte dei più ampi piani di sviluppo israeliani della “Grande Gerusalemme”, che Israele delineò per la prima volta all’inizio degli anni 2000 sotto l’allora primo ministro Ariel Sharon.

L’idea è semplice: connettere Gerusalemme est, che Israele annesse nel 1981 e tratta come parte del suo territorio, a una serie di colonie israeliane che si estendono a est della città attraverso il deserto di Gerusalemme, arrivando ai confini della Valle del Giordano. Ciò trasformerebbe i circa 12 km2 della Cisgiordania interessati dal progetto in un ampliamento dei confini orientali di Gerusalemme. Sulle mappe israeliane è noto come l’area E-1, che sta per “Est-1”.

Questa striscia di terra, lunga 35 km e larga 25, diventerebbe una parte dell’Israele vero e proprio, tagliando la Cisgiordania da ovest a est.

Nel 2007 Israele approvò un altro progetto simile, denominato “Sovereignty Road” [Strada della Sovranità], che include la costruzione di un altro tunnel sotterraneo che corre sotto la Strada-1 di Israele collegando la Cisgiordania meridionale al centro, rendendola l’unica via praticabile per i palestinesi e sgombrando la strada in superficie per uso esclusivo degli israeliani.

Mentre la Sovereignty Road aggira la periferia orientale di Gerusalemme, che rappresenta la continuità palestinese tra il centro e il sud, Fabric of Life farebbe altrettanto nel deserto a est, che costituisce la continuità palestinese tra Gerusalemme e la Valle del Giordano. Questi due progetti insieme svuotano tutta l’area della Cisgiordania a est di Gerusalemme dal transito dei palestinesi, isolando le comunità palestinesi che vivono ancora lì.

Com’è iniziato il progetto delle strade sotterranee

Il rilancio del progetto della “Grande Gerusalemme” è giunto con la coalizione di governo di destra di Benjamin Netanyahu, che si è affrettato a realizzare l’annessione della Cisgiordania a un ritmo accelerato con il pretesto dell’attuale guerra contro Gaza, scatenata da Israele in seguito agli attacchi del 7 ottobre. Ma tre anni prima degli attacchi, nel 2021, il governo israeliano aveva già proceduto con la prima parte del progetto Fabric of Life.

All’epoca il governo di Netanyahu approvò lo stanziamento di 14 milioni di shekel (circa 3,5 milioni di euro) per iniziare la prima fase del progetto, che consisteva nell’isolare due comunità palestinesi della periferia orientale di Gerusalemme: al-Aizariyah e Abu Dis. Le due cittadine, che nel corso degli anni si sono praticamente accorpate in una sola, si trovano nel punto in cui si uniscono i progetti dei tunnel, sia Sovereignty che Fabric of Life.

Fin dai tempi biblici entrambe le città sono state il naturale prolungamento di Gerusalemme. Il collegamento tra queste località e la città è stato un dato di fatto fino alla fine degli anni ’70, quando Israele fondò la colonia di Maale Adumim, che oggi ha lo status di comune sotto la sovranità israeliana e ospita oltre 40.000 israeliani.

Oggi l’unico collegamento che al-Aizariyah ha [con Gerusalemme] è il vicino comune di Abu Dis e le due cittadine sono di fatto una sola,” dice Sara (non è il suo vero nome), un’abitante di al-Aizariyah che parla a Mondoweiss in forma anonima: “Ci sono un ingresso comune alla rotonda d’entrata di Maale Adumim e un altro a sud verso Betlemme.”

Il progetto approvato dal governo israeliano nel 2021 includeva nella prima fase la chiusura con un muro dell’ingresso per al-Aizariyah alla rotonda di Maale Adumim. Ciò lascerebbe al-Aizariyah intrappolata tra quel nuovo muro e il muro di Abu Dis dall’altra parte, separandola da Gerusalemme. Le uniche uscite per entrambe le cittadine sarebbero verso sud, per Betlemme, e a nord, verso un checkpoint israeliano nella città di Zaayem.

Vivere in una “grande prigione”

Se abiti ad al-Aizariyah stai fondamentalmente vivendo in una grande prigione, con una strada principale permanentemente affollata,” dice Sara. “Puoi soddisfare le tue esigenze vitali quotidiane, ma uscirne è un processo talmente lungo e penoso che preferisci evitarlo finché non hai una buona ragione, come andare in ospedale o se lavori fuori città.”

Io lavoro in un centro culturale di al-Aizariyah, quindi non devo uscire dalla cittadina e prima dell’ottobre 2023 solevo andare a Ramallah una volta al mese solo per vedere amici, benché Ramallah sarebbe letteralmente a 15 minuti di distanza se non ci fossero sempre così tanti ingorghi,” sottolinea Sara.

Dall’inizio dell’attuale guerra la polizia israeliana ha chiuso arbitrariamente a qualsiasi ora l’ingresso della rotonda, a volte per minuti, a volte per ore, aumentando le code in città, il che rende sempre più difficile vivere ad al-Aizariyah e Abu Dis. Dall’ottobre 2023 ho vissuto tra la mia casa e il centro culturale e lascio al-Aizariyah sono una volta ogni tre o quattro mesi,” nota Sara. “Se questa non è una prigione, allora cos’è?”

Al centro culturale offriamo corsi di musica, arte e lingue a ragazzini di al-Aizariyah e Abu Dis e l’anno scorso abbiamo dovuto cancellare alcuni corsi perché gli insegnanti rimanevano bloccati per ore lungo il percorso a causa della chiusura di un posto di blocco o di un ingorgo. Alcuni colleghi che vengono da Betlemme o da Ramallah spesso devono lavorare da casa per la stessa ragione,” precisa.

Questa situazione è stata lo status quo ad al-Aizariyeh per anni, molto prima che Fabric of Life e Sovereignty Road iniziassero ad essere realizzati. Ma i progetti taglierebbero fuori ancora di più la cittadina, spostando il traffico dei palestinesi in uscita verso un tunnel che inizierebbe ad al-Aizariyah a sud-est e si dirigerebbe sottoterra lungo il suo margine orientale per 4,5 km, riemergendo in superficie dall’altro lato del checkpoint di Zaayem, nei pressi della cittadina palestinese di Anata, portando direttamente da lì a Ramallah. La seconda parte del progetto, Fabric of Life, è stata approvata all’inizio di maggio. Sposterebbe la circolazione dei palestinesi attraverso un altro tunnel che inizia nello stesso luogo a sud di al-Aizariyeh, ma porterebbe a est, dove i palestinesi riemergerebbero presso Gerico, evitando il deserto orientale di Gerusalemme.

Il posto di blocco di Zaayem, che attualmente limita la circolazione dei veicoli palestinesi sulla Road-1 costruita da Israele, verrebbe rimosso e la strada diventerebbe esclusivamente israeliana. L’impatto avrebbe ripercussioni oltre al-Aizariyeh e Abu Dis e includerebbe tutto il traffico palestinese tra Ramallah, Gerico e i governatorati meridionali di Betlemme ed Hebron, dove vive un milione e mezzo di palestinesi.

Un autista palestinese di minibus, che ha chiesto di rimanere anonimo per problemi di sicurezza, descrive il difficile percorso quotidiano tra Ramallah e Betlemme.

Ogni giorno lascio Ramallah verso sud, vado dritto proprio davanti al checkpoint di Qalandia, che ci separa da Gerusalemme, e mi dirigo al checkpoint di Zaayed,” dice a Mondoweiss. Da lì, afferma, continua lungo un tratto della Road 1, viaggiando accanto a coloni israeliani diretti a Maale Adumim. Poco prima dell’ingresso nella colonia gira a destra nelle vie congestionate di al-Aizariyah, raggiungendo alla fine il posto di blocco “Container” appena a nord di Betlemme.

L’autista dice che prima dell’ottobre 2023 riusciva a fare quattro viaggi di andata e ritorno al giorno, portando sette passeggeri per viaggio. “Era appena sufficiente a coprire le spese del minibus e guadagnarmi da vivere,” spiega. “Ma dopo la guerra contro Gaza l’esercito israeliano ha iniziato a chiudere più spesso Zaayem, Container e l’ingresso di Aizariyah, provocando ingorghi.”

Ora la situazione è peggiorata ulteriormente, fino al punto che riesce a fare solo un viaggio di andata e ritorno al giorno. “Ogni mattina, quando il minibus è pieno di passeggeri e lascio Ramallah, inizio a pensare alla lunga strada che ho davanti,” dice.

Che sia un ingorgo a Qalandia, un blocco improvviso a Zaayem o al checkpoint Container, spesso si ritrova a passare due o tre ore sulla strada con i suoi passeggeri: “E dico ancora una volta a me stesso che odio questo lavoro.”

Per il futuro esprime preoccupazioni riguardo ai tunnel di Sovereignty Road e Fabric of Life, che secondo lui potrebbero complicare ulteriormente la circolazione viaria per i palestinesi. In base ai cambiamenti prospettati aggirerebbe totalmente al-Aizariyah attraverso il sistema dei tunnel progettati, il che significherebbe che non sarà più in grado di far scendere i passeggeri direttamente ad al-Aizariyah o Abu Dis. “Dovranno tornarsene a casa da lì con i loro mezzi,” afferma.

Oltretutto teme che le nuove strade possano portare a restrizioni più severe. “Probabilmente il traffico peggiorerà,” aggiunge. “Quando non condivideremo la strada con i coloni per l’esercito israeliano non sarà un problema chiudere la strada per tutto il giorno. Ci vorrà solo un soldato per bloccare il tunnel.”

Sfoltire la popolazione palestinese nella “Grande Gerusalemme”

L’autista del minibus spiega anche come i progetti infrastrutturali incideranno sui palestinesi che vivono nella zona esclusa dalla circolazione dei palestinesi, decine di comunità beduine.

Smetterò di viaggiare nei pressi delle comunità beduine lungo la Road-1,” dice l’autista. “Vivono tra al-Aizariyah e Gerico e non potrò più trasportare passeggeri da quelle comunità.”

I passeggeri che non potranno prendere il minibus Ramallah-Betlemme sono gli abitanti di 25 comunità beduine nelle terre a est di Gerusalemme, dove Israele intende espandere il suo progetto Grande Gerusalemme. Queste sono proprio i villaggi che il tunnel di Fabric of Life escluderà da ogni linea viaria palestinese. Includono le famose comunità beduine di Khan al-Ahmar e Jabal al-Baba, che da anni Israele cerca di spostare.

Il fatto che questi villaggi si trovino sulla strada palestinese che passa dal centro verso il sud della Cisgiordania ha garantito la continuità della presenza palestinese in Cisgiordania, soprattutto nell’area cruciale che unisce il nord e il sud. L’isolamento di queste comunità, che nel corso degli anni hanno resistito all’espulsione in parte grazie all’accesso dei palestinesi ad esse, agevolerà la pulizia etnica.

L’isolamento e poi lo spostamento di queste comunità sarebbe la mossa finale prima di annettere tutta l’area E-1 ai nuovi confini di Gerusalemme, eliminando la continuità demografica palestinese in Cisgiordania ed ogni fondamento geografico di uno Stato palestinese.

Non è l’unico impatto a lungo termine del progetto dei tunnel. “La vita ad al-Aizariyah e Abu Dis è già abbastanza difficile e il sovraffollamento delle due cittadine è principalmente dovuto al fatto che sono a metà del percorso tra il centro e il sud,” evidenzia Sara. “Tra l’altro ciò contribuisce al commercio locale e la gente può ancora andare a lavorare e tornare a casa nonostante le difficoltà. Ma se questo progetto verrà realizzato saremo completamente isolati e ulteriormente esclusi. Immagino già lunghe chiusure e quelli che lavorano a Ramallah o a Betlemme si troveranno obbligati a traslocare in quelle città.”

Le condizioni di vita di cui fanno esperienza i palestinesi di al-Aizariyah sono le stesse di altre cittadine nella periferia di Gerusalemme, isolate dalla città da muri e posti di blocco di Israele, come Shu’fat, Qalandia e Anata. Isolarle ulteriormente rende solo più difficile viverci, spingendo i palestinesi a emigrare dalle comunità insieme ai loro vicini beduini. L’obiettivo più complessivo è “sfoltire” la presenza demografica dei palestinesi nella zona.

Qassam Muaddi

Qassam Muaddi è giornalista di Mondoweiss per la Palestina.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Con il pretesto della guerra contro l’Iran, Israele soffoca la Cisgiordania

Shatha Yaish

19 Giugno 2025 – 972magazine

Dopo aver colpito Teheran, l’esercito ha chiuso centinaia di cancelli per intrappolare i palestinesi nelle città e bloccarli sulle strade. Una prova di annessione a tutti gli effetti, anche se non dichiarata

Mentre gli israeliani si svegliavano presto lo scorso venerdì mattina per scoprire che il loro paese aveva iniziato una guerra con l’Iran, i palestinesi della Cisgiordania scoprivano che l’esercito israeliano aveva imposto loro il lockdown.

Chiusure e checkpoint sono stati la norma nel territorio già occupato da decenni, diventando ancora più numerosi e restrittivi all’indomani del 7 ottobre. Ma dopo aver colpito l’Iran l’esercito ha ridotto il movimento dei palestinesi fino a una paralisi quasi totale, sigillando città e paesi con cancelli di ferro, chiudendo checkpoint tra la Cisgiordania e Gerusalemme e bloccando il passaggio di frontiera di Allenby con la Giordania.

Israele ha giustificato il lockdown sostenendo di dover dirottare truppe su altri fronti. Tuttavia la ri-mobilitazione di riservisti – molti dei quali coloni – ha di fatto aumentato il numero di soldati nel territorio. Le Nazioni Unite ora riferiscono che molte delle chiusure sono state revocate, ma con diversi checkpoint chiusi e nuovi cancelli e posti di blocco eretti la mobilità palestinese rimane fortemente limitata.

Gruppi per i diritti umani hanno segnalato un’escalation di restrizioni e repressione contro i palestinesi anche a Gerusalemme Est, incluso un divieto totale di culto alla moschea di Al-Aqsa.

“Dal lancio dell’operazione militare israeliana in Iran, le autorità hanno implementato misure radicali e pesanti che ricordano il controllo aggressivo seguito al 7 ottobre”, hanno dichiarato in una nota questa settimana le ONG israeliane Ir Amim e Bimkom. “Queste azioni hanno gravemente interrotto la vita quotidiana, limitato la libertà di culto e violato i diritti fondamentali dei residenti palestinesi della città.”

La facilità con cui Israele è riuscito a tagliare quasi tutti i movimenti dentro e fuori dalle città e paesi palestinesi, grazie a un apparato di controllo che include quasi 900 checkpoint e cancelli, evidenzia l’estensione dell’impatto dell’occupazione in Cisgiordania e indica l’obiettivo più ampio di Israele per il territorio, mentre l’attenzione del mondo è concentrata altrove.

“Tutto è un’opportunità per Israele”, ha detto a +972 Magazine Honaida Ghanim, direttrice del Forum palestinese per gli studi israeliani con sede a Ramallah (comunemente noto con l’acronimo arabo “Madar”). “Questo governo coglierà qualsiasi momento per far avanzare ulteriormente il suo programma ideologico, specialmente in Cisgiordania.”

In realtà quello che stiamo vedendo ora è un’ulteriore prova di un’annessione in tutto tranne che nel nome, sostiene. “Sta già accadendo sul terreno; tutta l’infrastruttura lo indica”, ha detto Ghanim. “L’idea è frammentare la popolazione, spingendo la gente in sacche più piccole per renderla più facile da controllare.

“L’unica cosa che manca è la dichiarazione ufficiale. E quando arriverà, non farà che formalizzare ciò che di fatto c’è già.”

Ogni villaggio ha un cancello. Siamo bloccati”

Ahmad Abu Kamleh e il suo collega Naeem Al-Shobaki erano in viaggio per consegnare merci a un supermercato vicino a Ni’lin, un villaggio a ovest di Ramallah, quando il lockdown è entrato in vigore. Il loro minibus ha presto finito il gasolio mentre cercavano di aggirare i nuovi posti di blocco, e a quel punto sono rimasti bloccati.

Dopo due notti fermi fuori Ni’lin, dormendo nel loro minibus, hanno deciso di abbandonare il veicolo e cercare di tornare a casa a Burin, vicino Nablus, con altri mezzi. Prima hanno preso un taxi per parte del tragitto, poi hanno fatto l’autostop su tre diverse auto private, che li hanno portati attraverso almeno otto villaggi. In mezzo a un labirinto di posti di blocco e deviazioni forzate, quello che sarebbe stato un viaggio di 40 minuti si è trasformato in un calvario di sei ore.

“Mi sento morto dentro; solo il mio corpo è vivo”, ha detto Abu Kamleh a +972 dopo il suo viaggio da incubo. “Le strade erano quasi vuote, ma c’erano soldati ovunque. Ti senti spaventato a muoverti. Non è sicuro.”

Intanto a Sinjil, un villaggio nel nord della Cisgiordania, i residenti si sono trovati praticamente tagliati fuori dalle vicine città di Ramallah e Nablus.

Mahfouz Fawlha, un dentista del villaggio, ha una clinica a Ramallah, che ora fatica a raggiungere. “La clinica è a soli 15 minuti di distanza, ma ora il viaggio potrebbe richiedere più di due ore”, ha spiegato.

Dal 7 ottobre, l’esercito israeliano ha iniziato a erigere una recinzione di filo spinato per separare Sinjil dalla strada principale e dalle terre rurali dei residenti. “Ogni villaggio ora ha un cancello”, ha detto Fawlha. “Siamo bloccati.”

A Ramallah, Shadi e Diala (che hanno preferito non dare il loro cognome) avevano pianificato di battezzare la loro figlia questo weekend. Ma le chiusure stradali hanno impedito al prete maronita di raggiungere la città da Gerusalemme, mentre molti membri della famiglia non sono riusciti a partecipare. Sono invece riusciti a contattare un prete latino di Ramallah, che era disponibile all’ultimo minuto.

Mentre la cerimonia finiva il suono dei missili ha echeggiato nelle vicinanze. “Abbiamo deciso di andare avanti nonostante tutto”, ha detto Shadi. “Che cosa possiamo fare? Non sappiamo cosa succederà.”

Cancellare la questione palestinese

Nonostante il lockdown circostante, la vita a Ramallah durante il finesettimana è andata avanti in gran parte normalmente: i negozi hanno aperto, il traffico scorreva, e i caffè si sono gradualmente riempiti. Alcune persone si sono affrettate a comprare beni essenziali, formando file alle stazioni di servizio, ma l’umore è rimasto sottotono.

L’Autorità Nazionale Palestinese non ha fatto commenti immediati sull’escalation Israele-Iran, anche mentre i governi arabi emettevano condanne. Più tardi ha esortato alla calma e affermato che le scorte di beni di prima necessità sarebbero state sufficienti per soddisfare i bisogni dei residenti per almeno sei mesi.

Alcune ore dopo l’attacco iniziale di Israele all’Iran, la Protezione Civile palestinese ha emesso una dichiarazione chiedendo alla gente di non andare sui tetti per guardare oggetti volanti – un’istruzione che molti hanno ignorato mentre i social media si riempivano rapidamente di video di scie di fumo ed esplosioni nel cielo. Ha anche ricordato ai residenti che le schegge potevano causare ferite gravi o anche fatali a centinaia di metri dall’esplosione, e li ha esortati a non avvicinarsi o toccare detriti.

Lunedì un portavoce della Protezione Civile ha riferito che almeno 80 pezzi di schegge da missili intercettati erano caduti su comunità palestinesi in tutta la Cisgiordania. Domenica le schegge cadute sulla città di Al-Bireh, vicino Ramallah, hanno provocato l’incendio di un tetto.

Mentre gli israeliani che vivono negli insediamenti illegali in Cisgiordania hanno accesso a rifugi antiaerei, i palestinesi sono totalmente esposti ai frammenti di missili che cadono dal cielo.

Situazione analoga a Gerusalemme Est, dove a causa delle restrizioni di pianificazione e costruzione ci sono solo 60 rifugi pubblici per quasi 400.000 palestinesi. In confronto, Gerusalemme Ovest ha centinaia di rifugi pubblici per la sua popolazione prevalentemente ebraica e stanze sicure rinforzate sono anche comuni negli appartamenti.

Senza protezione adeguata, le famiglie vivono nella paura costante durante i periodi di conflitto più aspri, incerte su dove rifugiarsi se gli attacchi dovessero intensificarsi. E mentre la nuova guerra con l’Iran ha lasciato i palestinesi in ansia per il futuro, molti in Cisgiordania sentono di star già vivendo in uno stato costante di guerra da due anni – o molto più a lungo.

Per Ghanim di Madar, ciò che accadrà in Cisgiordania dipende in parte dall’esito dell’offensiva israeliana in Iran. “Se Israele ne uscirà rafforzato, si sentirà ancora più autorizzato a procedere”, ha spiegato.

“Non si tratta più di gestire il conflitto; si tratta di concluderlo – alle condizioni di Israele – cancellando completamente la questione palestinese”.

In risposta a questo articolo, un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato: “Dall’inizio dell’Operazione «Rising Lion» [«Leone Rampante», il riferimento è al cap. 23, v. 24 del Libro dei Numeri della Bibbia, dove si legge che tale leone non troverà pace finché non abbia “bevuto il sangue” della propria preda; inoltre il leone era raffigurato nella bandiera iraniana prima della rivoluzione del 1979, quindi è anche un messaggio politico, ndt.] e alla luce di avvertimenti su intenzioni di elementi terroristici in Giudea e Samaria [la Cisgiordania] di compiere attacchi contro civili israeliani sotto copertura della complessa situazione di sicurezza, sono state implementate restrizioni di movimento. Queste restrizioni variano in base alle valutazioni della situazione. Non si tratta di un lockdown, ma del dispiegamento di checkpoint e monitoraggio dei movimenti”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




La società di spedizioni internazionali Maersk disinveste da compagnie che collaborano con l’impresa di colonizzazione israeliana

Redazione di MEMO

17 giugno 2025 – Middle East Monitor

In seguito a una importante campagna di attivisti palestinesi e ad un crescente controllo della sua complicità in crimini di guerra, il gigante danese delle spedizioni Maersk ha annunciato piani per porre fine agli accordi con compagnie legate alle colonie israeliane nella Cisgiordania occupata illegalmente.

La decisione è stata presa un mese dopo che durante la sua assemblea generale annuale la grande impresa internazionale delle spedizioni ha votato per bloccare le spedizioni di armi ad Israele.

La decisione di disinvestire dalle colonie israeliane è stata resa pubblica sul sito web della Maersk in seguito a mesi di crescente pressione condotta dal Movimento dei Giovani Palestinesi (PYM) che ha accusato la Maersk di agevolare la catena di forniture militari israeliane, inclusa la consegna di componenti di armi.

Secondo la società la decisione è stata sollecitata da una revisione delle operazioni cargo relative alla Cisgiordania. Maersk ha affermato di aver migliorato le sue procedure di controllo “in relazione alle colonie israeliane” e di essersi attenuta al database delle Nazioni Unite sulle società impegnate in attività all’interno dei territori occupati.

Il database in questione è curato dall’ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ed è stato istituito in risposta alla risoluzione 31/36 del 2016 del Consiglio ONU per i Diritti Umani. La lista individua le società che sono coinvolte in o traggono beneficio dal complesso di colonie israeliane, inclusa la fornitura di servizi, infrastrutture o supporto finanziario.

Mentre Maersk non ha reso pubblici i nomi delle compagnie con cui cesserà di collaborare, la società ad Al Jazeera ha confermato la decisione. Gli attivisti hanno salutato con favore gli sviluppi come un primo passo ma hanno sollecitato ulteriori azioni.

Ciò invia un chiaro messaggio all’industria internazionale della logistica: la conformità con il diritto internazionale e i diritti umani fondamentali non è facoltativa,” ha detto Aisha Nizar del PYM. “Fare affari con le colonie illegali israeliane non è più sostenibile e il mondo sta osservando con attenzione chi sarà il prossimo.”

Nizar ha tuttavia criticato Maersk perché continua a trasportare forniture militari per le forze armate israeliane, inclusi ricambi per i caccia F-35. “Maersk continua a fare profitti dal genocidio del nostro popolo consegnando regolarmente componenti per F-35 usati per bombardare e massacrare i palestinesi,” ha detto. “Continueremo a fare pressione e a mobilitare le persone fin quando la Maersk non taglierà tutti i rapporti con il genocidio e smetterà di trasportare le armi ed i relativi componenti ad Israele.”

Gli attivisti hanno ripetutamente denunciato il coinvolgimento della Maersk nella economia di guerra di Israele. Proprio lo scorso anno la Spagna ha vietato alle navi che trasportano materiale militare ad Israele di attraccare nei suoi porti. All’inizio di questo mese il PYM ha pubblicato dati secondo i quali la Maersk stava usando il porto olandese di Rotterdam come fondamentale punto di transito per i componenti destinati al programma israeliano degli F-35, nonostante una sentenza olandese abbia proibito tali esportazioni.

Sebbene la Maersk insista a sostenere di adottare politiche che proibiscono la consegna di armi in zone di conflitto attivo, ha confermato ad Al Jazeera che la sua controllata negli Stati Uniti, la Maersk Line Limited, è ancora coinvolta nel trasporto di materiali per la catena di forniture globali degli F-35.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)